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Niklas Luhmann

Raffaele De Giorgi
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rreoria
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della
società

FuancoAngeli
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11
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Indice

1. La società come sistema sociale pago 9


1. La teoria della società nella sociologia » 9
2. La distinzione di sistema e ambiente » 16
3. La società come sistema sociale complessivo » 24
4. Chiusura operativa e accoppiamenti strutturali » 30
5. Complessità » 40
6. La società del mondo » 45
7. Pretese di razionalità .» 54

2. I media della comunicazione . » 61


l. Medium e forma » 61
2._Linguaggio » 68
3. I segreti della religione e la morale » 76
4. La sèrittura » 82
5. La stampa del libro e lambdema teènologia della
.éomunicazione » 96
6. Media della comunicazione simbolicamènte gene-
ralizzati: funzione ' » 105
7. Media della comunicazione simbolicamente gene-
ralizzati: differenziazione » 117
8. Media della comunicazione simbolicamente gene-
ralizzati: strutture » 138
9.' Effetti sulla evoluzione del sistema della società » 162

3. Evoluzione » 169
1. Creazione, pianificazione, evoluzione » 169
2. Fondamenti di teoria dei sistemi » 176
3. La teoria neo-darwinista dell'evoluzione » 187

5
4. Variazione degli elementi pago 191
5. Selezione attraverso i media » 203
6. Ristabilizzazione dei sistemi » 211
7. La differenziazione di variazione, selezione e ri-
stabilizzazione » 218
8. Acquisizioni evolutive » 221
J
<.
9. Evoluzioni delle idee » 229
lO. Evoluzione dei sistemi parziali » 239
Il. Evoluzione e storia » 243

4. Differenziazione » 247
1. Differenziazione dei sistemi » 247
2. Forme della differenziazione dei sistemi » 254
3. Società segmentarie » 260
4. Centro e periferia » 275
5. Societàstratificate » 281
6. Differenziazione dei sistemi di funzioni » 290
7. Società funzionalmente differenziate » 302
8. Interazione e società » 316
9. Organizzazione e società » 327
lO. Movimenti di protesta » 335

5. Autodescrizioni » 340
1. Autoosservazione e autodescrizione » 340
2. La cultura della vecchia Europa. I. Il tutto e le sue
parti » 345
3. La cultura della vecchia Europa. II. Politica ed etica » 353
4. Le teorie della riflessione dei sistemi di funzioni » 360
5. Il paradosso dell'identità e il suo sviluppo me-
diante distinzioni » 373
6. L'opinione
.
,
pubblica come selezione di autodescri-
ZlO111 » _387'
7. Autologia riflessa: la descrizione della società nel-
la società » 396

6
Il testo che qui presentiamo è il risultato di un lavoro che abbia-
mo svolto in parte a Lecce, in parte a Bielefeld. A fondamento di
questo lavoro c'è un complesso materiale costituito da manoscritti
che abbiamo discusso, rielaborato e portato in forma più concisa e
più compatta. È nostra intenzione rendere disponibile un testo che
possa essere utilizzato dagli studenti: non si tratta di popolarizzare
la teoria, ma di utilizzame realmente la concettualità, mettendola al-
la prova nella costruzione di una teoria della società.

N.L. e RD.G.

7
1. La società come sistema sociale

I~.

1. La teoria .della società nella sociologia

Oggetto delle nostre ricerche è il sistema sociale della società


moderna .. Intendiamo realizzare un progetto che incontra numerose
difficoltà. La prima è costituita dal progetto stesso, il quale attualiz-
za un rapporto circolare con ìl suo oggetto:lln oggetto che non ha
referenze univoche. Anzi, non è neppure stabilito di quale oggetto
si tratti. Al termine «società», infatti, non si' associa una rappresen-
tazione univoca, e neppure il termihe «socialè» presenta refèrerize
«oggettive». D'altra parte il tentativo di descrivere la società può
aver luogo solo nella società: esso utilizza comùriicazione, attiva re~
lazioni sociali e si espone all'osservazione. E allora: comunque si
voglia definire l'oggetto, la definizione stessa è già urta delle opera-
zioni dell'oggetto. La descrizione compie ciò che viene descritto: la
descrizione, nel momento in cui si effettua, deve descrivere anche
se stessa. Essa deve comprendere il suo oggetto come. un oggetto
che descrive se stesso. 'Usando una formulazione che deriva
dall'analisi logica della linguistica, potremmo anche dire che ogni
teoria della società .deve presentare una componente «autolcigica» l.
Se poi, per motivi che possono derivarsi dalla teoria della conoscen-
za,si ritiene invece, che proprio una tale componente debba essere
esclusa, allora si dovrà rinunziare, alla stessa possibilità di costruire
urta teoria della società, così come si dovrà rinunziare alla linguisti-

l. In un senso simile Lars Uifgren chiama «autolinguistica» una forma che deve
essere «svolta» logicamente attraverso la distinzione di piani. Cfr. id., Life as an
Autolinguistic Phenomenon, in: Autopoiesis: a Theory oJ Living Organization. a
cura di Milan Zeleny. New York 1281. pp. 236-249.

9
ca e a molti altri ambiti che possono costituire temi.della conoscen-
za.
La sociologia fino ad ora non ha saputo porsi questo problema e
quindi non ha potuto essere né radicale né conseguente come avreb-
!
be dovuto. Probabilmente è questo il motivo per cui non ha potuto
fornire una teoria della società che fosse dotata di sufficiente plausi-
bilità. Verso la fine del XIX secolo sembrava che presupposto ne-
cessario della scientificità fosse l'assenza di vincoli che legassero la
I
I descrizione.della società al suo oggetto. Quando si manifestavano
!I
l'
I~
vincoli di questo' genere, la descrizione veniva etichettata come
i «ideologia» e di conseguenza veniva rifiutata. L'alternativa era co-
stituita dalla separazione e dall'isolamento dell' oggetto. Alcuni pen-
l' savano persino di dover rinunciare alla elaborazione di un concetto
di società e di doversi limitare ad una analisi strettamente formale
delle relazioni sociali 2. Altri pensavano che si potesse realizzare
una scienza rigorosamente positiva dei «fatti sociél.li» e della so-
ciètà; altri ancora, sulla base della distinzione tra scienze della natu-
ra e scienze dello spirito, si preoccupavano della relativizzazione
. storicél. di ogni descrizione qella società.
L'isolamento dell'oggetto implicava però anche l'isolamento del
soggetto: di conseguenza le alternative che si profilavano potevano
oscillare solo tra scientismo ingenuo e trasçendentalismo. Si spiega-
. no così ·le strane connessioni del trascendentalismo con la psicolo-
gia sociale che si trovano in Georg Simmel; ma si spiega così anche
il concetto di azione che si trova in Max Weber e il suo rapporto
con il neokantismo e con la teoria del valore.
Tuttavia, nonostante le difficoltà che scaturivano dal presupposto '
della separazione implicitél. nello schema soggetto-oggetto e dalla
impossibilità di risolvere il problema dell'oggetto, resta il fatto che
la sociologia classic:~_~i ll_l:l forrl.ito J'_unica_descrizione _della_so.cietà
di cui attualmerlte- disponiamo. Questo probabilmente spiega il fa-
scilio che promana dai classici e spiega anche perché la maggior
parte del lavoro teorico' della sociologia oggi è dedicato alle retro-
spettive sulla storia della sociologia e alle ricostruzioni del pensiero
dei cl&ssici. .
I . La plausibilità che avevano quelle descrizioni della società deri-
I
vava dal fatto che nelle sue analisi la sociologia si vincolava ad una

2. E questo ancora oggi! Cfr. Friedrich H. Tenbruck, Émile Durkheim oder die
Geburt del' Gesellschàft aus dem Geist der Soziologie, «Zeitschrift fiir Soziologie»
lO (1981), pp. 333-350.

10
,
I
collocazione storica. Essa scomponeva e dissolveva la· circolarità
del rapporto con l'oggetto mediante una differenza storica nella
quale vincolava se stessa. In questo modo la sociologia, quando era
ancora solo agli inizi, reagiva ai problemi strutturali e semantici che
si manifestavano nel XIX secolo.
Cessata la fiducia nel progresso, anche l'analisi si svuota dei
contenuti che avevano espresso quella fiducia. Alle analisi che te-
matizzavano le forme della gradualità delle trasformaziòÌ1r-evoliiti-
ve, sL sostituiscono analisi che poggiano su concetti storicamente
plausibili-:analisl della differenziazione sociale, delle diR~p.ç!.§nze
dà:Il'organizzazione, delle strutture di ruolo. Si abbandona il coricet-
to di soci~t;à pr_oprio dell' «economia politica» ecentrato sull' econo-
mia, invalso sin daglrultimi decenni deTXVIIlsecolo e siprocege a
discussioriièhe ,fissano il loro interesse su una fondazione più spiri-
tuale (culturale) o più materiale (economica) della società. Paral-
lelamfnte acquista significato l'interesse per la posizione dell'-indi':
viduo nella:_so~~t~1ll9.d~.rl1a. Questo diventa il tema centrale
r
dell'analisi sociologica: un tema a partire dal quale, però, ora la so-
cietà viene valutata con maggiore scetticismo, in quanto non viene
vista più come una totalità protesa senz'altro verso il progresso.
Concetti come socializzazione e ruolo sottolineano il bisog!l9 di
una mediazione teorica tra «individuo» e «società». Accanto alladif-
ferenza storica, questa distinzione tra «individuo» e «società» acqui-
sta una funzione che ha portata teorica. Ma, come nel caso della
storia, neppure qui può essere posta la questione dell'unità della di-
stinzione. La questione, che cosa sia la storia, viene metodicamente
elusa 3 e il problema, che cosa sia l'unità della differenza tra indivi-
duo e società, non viene neppure riconosciuto come problema, per-
ché, seguendo l'intera tradizione, si parte dal presupposto che la so-
cietà sia fatta di individui. Con Max Weber,da ultimo, la scepsi re-
sa possibile da una tale situazione della teoria, si diffonde fino a
pervenire alla condanna del razionalismo occidentale moderno. Si
può anche ricordare il fatto che allo stesso tempo 'lasce una lettera-
tura la quale sostiene che l'individuo moderno non può trovare né
nella SocIetà;- né-al di fuori della società, un fonctamenio sicuro per
l'auto9sservazione, per l'autorealizzaziOlW.Q, come si dice con una
formula dillloda, per la sua «identità»~ Si pensi a FlauQert, a Mal-
larm~ oad Antonin Artaud, per indicare solo alcuni autori 4.

3. Su questo, Friedrich H. Tenbruck, Geschichte und Gesellschaft, Berlin 1986.


4. Cfr, Peter Biirger, Prosa del' Moderne, Frankfurt 1988.

11
Dopo i classici, da circa 70-80 anni, nella teoria della società, la
sociologia non ha più fatto progressi che siano degni di nota. In altri
settori ha conseguito molti successi, sia sul piano del metodo che
della teoria, in particolare riguardo alla raccolta di conoscenze em-
piriche, ma si è risparmiata, per così dire, la descrizione della so-
cietà intera. Probabilmente questo dipende dall' autocoazione a man-
tençre la distinzione soggetto-oggetto. Intanto. si sono effettuate an-
che ricerche speciali su una «sociologia della soéiologia» e di re-
cente si è sviluppata una specie di sociologia «riflessiva» della co-
j :,~.
noscenza 5. In tali contesti emergono problemi dell'autoreferenza, i
quali però vengono, per così dire, isolati come fenomeni speciali e
trattati cpme singolarità o come difficoltà metodologiche. Lo stesso
vale per la figura della «self-fulfillingcprophecy». '
L'unica teoria sociologica sistematica che al momento esista, è
stata formulata da Talcott Parsons come teoria generale del sistema
di azioni. Essa si presenta come una codificazione del sapere dei
classici e come elaborazione della comprensìone concettuale
dell'azione ~()n l'aiuto di una metodologia delle tabelle incrociate.
,: !, Proprio qUesta teoria però lascia aperte le questioni dell'autoimpli-
ii éazione cognitiva, come qui noi le abbiamo poste, perché non dice
i! "
, molto sul grado dicongmenza tra la concettualità analitica e la for-
i I

Iii i
mazione reale dei sistemi. Essa postula soltanto un «realismo anali-
Il'
iii tico» e condensa così" in una formula paradossale il prpblema
ii l',i'l dell'autoimplicazione. Essa non tiene presente che la conoscenza
i'l'! dei sistemi sociali dipende da condizioni sociali non soltanto per il
I
, i
suo oggetto, ma già come conoscenza; essa non considera che la co-
! i noscenza (o la definizioqe, l'analisi) delle azioni è essa stessa già
:1 , azione. Di conseguenza; nelle molte caselle della sua teoria Parsons
'il
i; : stesso anc()ra una volta non figura. E qui potrebbe consistere da ul-
'l'
timo ànche il motivo per cui la teoria non può distinguere in modo
sistematico tra sistema sociale e società, ma può offrire formulazio-
ni sulla ,società che hanno uno stile impressionistico, da romanzo
d'appendice 6.
,Come si può spiegare questo fallimento della sociologiadi fronte'
, ,
a un, compito che appartlene in modo inequivocabile alla sua mate-

Il , 5. Particolannente marcata in: Michael Mulkay, The Word and the World: Ex-
~l plorations in the Forrn 01 Sociological Analysis, London 1985; Powel; Action and
.:, : Belief: a NewSociology 01 Knowledge?, a cura di John Law, Londoill986.
:' 6. Per un'analisI dettagliata cfr, Niklas Luhmann, Warurn AGIL?,«KOlner Zeit-
schrift fUr Soziologie und Sozialpsychologie» 40 (1988), pp. 127-139.,

12
(I
i ì
ria d'indagine e che sarebbe importante per la_sualmmagine socia-
le?
Sembra naturale rinviare alla immensa complessità della società e
alla màncanza di una metodologia che si possa utilizzare per trattare
i sistemi altamente complessi e differenziati: una metodologia capa-
cedi trattare la cosiddetta «complessità organizzata». Questo argo-
mento acquista un peso ancora maggiore se si pretende di considera-
re che la descrizione del sistema è parte del sistema e che può esiste-
re un gran numero di tali descrizioni. A maggior ragione, allora, per
sistemi «ipercomplessi» di questo tipo è inidonea la metodologia
convenzionale, la quale parte o da relazioni molto ristrette e limitate,
oppure dalle condizioni di applicazione dell' analisi statistica. Questo
argomento, allora, dovrebbe consigli~re di rinunciare alla teoria della
società e di occuparsi dapprima della metodologia del trattamento di
sistemi altamente complessi o ipercomplessi. Ma è proprio questo
'ciò che viene praticato da circa 40 anni 7, da quando cioè si è scoper-
to il problema del metodo - e con scarso successo naturalmente.
Si potrebb,e fare un'altra riflessione utilizzando una formulazione
di GastonBachelard: si tratta del concetto di «obitacles 6pistémolo-
giques» 8. Con questo concetto ci si riferisce a quegli ost~coli che
derivano dalla tradizione, impediscono una adeguata analisi scienti-··
fica e producono aspettative che non possono essere soddisfatte, ma
che, tuttavia, nonostante le evidenti debolezze di cui sono-affette,
non possono es~e~es()stituite.
Questi ostacoli che bloccano la .cQ!1()scenza sono, presenti
nell 'idea della società che oggi è prevalente e si manjfes.tanq nella
forma di tre, ipotesi che si legano e si sorreggono reciprocamente,
cioè nel presupposto:
- ""-""
~

'D. che una società sia costituita da uomini concreti e da relazioni tra
uomini 9;

7. Cfr. Warren Weaver, Science and Complexity, «American Scientist» 36


(1948); pp. 536-544.. .
8. Cft.Gaston Bachelard, La formation de l'esprit scientifique: Contribution à
une Psychanalyse de la connaissance objective, Paris 1947, p. 13 ss. Cfr. anche le
considerazioni sui «counteradaptive results of adaptive change» in: Anthony Wil-
den, Syslem andSlructure: Essays in Communications and Exchange, 2. ed. Lon-
don 1980, p. 205 ss.
9. Anche le attuali teorie dei sistemi che introducono il concetto di autoreferen-'
za lavorano ancora in base all 'ipotesi che i sistemi sociali siano costituiti da uomi-
ni. Per citare un fisico, un biologo e un sociologo, cfr. Mario Bunge, A Syslem
Conceptof Society: Beyond Individualism and Holism, «Theory and Decisioll» lO

13
'l

i)he le società siano unità regionali, territorialmente delimitate,


"per cui il Brasile è una società diversa dalla Tailandia, gli Stati
Uniti sono una società diversa da quella che fino ad ora si è chia-
mata Unione Sovietica e quindi, anche l'Uruguay è una società
diversa dal Paraguay; ,
3)e che le società, pertanto, possano essere osservate dall'esterno
./ come gruppi di uomini o come territori.
(
! Le prime due ipotesi impediscono una determinazione concettua-
le precisa dell' oggetto società. E' chiaro che non tutto ciò che si
può OSS~D'gJ~l1eJl'QQmo,{ammesso che qualcosa si possaos'servare) ,
appartiep.e_gUaSQ.çi~tà. La società non pesa quanto tutti gli uomini
messi insieme e non cambia il suo peso per ogni uomo che nasca o
per ogni uomo che muoia. Essa non si riproduce per il fatto che nel-
le singole cellule dell 'uomo vengap.o scambiate macromolecole o
per il fatto che negli organismi dei singoli uomini vengano scambia-
te cellule. La società non vive. Né si vorranno intendere sul serio
come processi sociali i processi neurofisiologici del cervello, che
sono inaccessibili alla cosciènza stessa; lo stesso può dirsi di tutto
ciò che si verifica nell'ambito attuale di attenzione della singola co-
scienza, siano esse percezioni o successioni di pensieri.
Il fatto che, nonostante tutte queste evidenze, si resti fermi ad un '
;,' concetto, «umanistico» di società, cioè ad un concetto che ha
"

nell'uomo il suo riferimento essenziale, è probabilmente condizio-


nato dal timore che, diversamente, ci si sentirebbe privi di ogni mi-
.' I . • . .

(1979), pp., 13-30; Humberto R. Maturana, Man and Society; in: Autopoiesis,
Communication and Society: The Theory of Autopoietic System in the Social
Sciencçs, il cura di Frank Benseler, Peter M. Hejl, Wolfram K.Koch, Frankfurt
1980, pp. 11-13; Peter M. Hejl, SozialwisSenschaft als Theorie selbstreferentieller
Systeme, Frankfurt 1982. Una tale confusione, tuttavia, rende impossibile indicare
in modo preciso quale sia l'operazione che realizza l'autopoi'esi nel caso dei siste-
mi organici, neurofisiologici, psichici e sociali. E' tipico che si faccia la concessio-
ne che ciò che 'è parte del sistema sociale non è tutto l'uomo, ma l'uomo solo «in
quanto» stia in una interazione, cioè in quanto attualizzi con altri uominiesperien-
ze interiori di senso uguale (parallelizzate). Vedi, per esempio, Peter M. Hejl, Zum
Begrijf des lndividuums - Bemerkungen zum ungekliirten Verhiiltnis von Psycholo-
gie undSoziologie, in: Systeme erkennen Systeme: lndividuelle, soziale und metho-
dische Bedingungen systemischer Diagnostik, a cura di Glinter Schiepek, Mlinchen
1987, pp. 115-154 (128). Ma ciò, anziché migliorare, peggiora la situazione: per-
ché, in questo caso, a maggior ragione non si può più indicare quale sia l'operazio-
ne che realizza questa distinzione <<in quanto»: certamente non la chimica della cel-
lula, né il cervello, né la coscienza, né la comunicazione sociale, ma tutt'al più un
osservatore che effettui una distinzione analoga.

14
sura di valutazione della società e quindi non si avrebbe più diritto
a pretendere che la società debba essere organizzata «in modo uma-
no». Anche se così fosse, sarebbe pur sempre necessario, indipen-
dentemente da tali criteri, poter stabilire prima di tutto che cosa la
soCietà fa degli uomini e perché questo accade.
O~iezioni anch'esse evidenti spingono a rifiutare una concezione (
territoriale della società. Più di quanto mai sia accaduto, interdipen- I , , " ..
denze di portata mondiale incidono su tutti i singoli aspetti dell'ac- i
cadere sociale. Qualora si volesse ignorare questo fatto si sarebbe
costretti a ritornare ad un concetto di società che manifesta nostal-
gia per l'idea di cultura e si dovrebbero imputare tutte le condizioni
importanti per l'ulteriore sviluppo ad un altro concetto; si dovrebbe
parlare, ad esempio, di un «global system» lO. Un tale concetto però !
non sarebbe altro che il successore di ciò che nella tradizione si \
chiamava «società» (societas civilis). Il concetto di società si do-
vrebbe rendere dipendente da confini statali arbitrariamente segnati •
oppure, ~?n~stante tutte le osc~rità conne~se, ci s~ dov~e~b.e ferma- \
re all'umta dì. una «cultura» regIOnale, allmguaggIO e slmIl~.
Nel caso del concetto di società riferito all'uomo si include trop-r
po, nel caso del concetto di società riferito al territorio, si include
troppo poco. In entrambi i casi il fatto che si resti fermi a concezioni
così inutilizzabili, potrebbe essere connesso al fatto che si vuole pen-
sare la società come qualcosa che si può osservare dall'esterno. Se si
potesse rinunciare a queste ipotesi, allora questi ostacoli predomi-
nanti che bloccano la conoscenza resterebbero privi di sostegno.
Tanto la tradizione concettuale umanistica quanto quella regionalisti-
ca andrebbero in frantumi in conseguenza della loro inutilizzabilità..
Le seguenti ricerche tentano di realizzare il passaggio ad un con-)
ceìto d. i società radicalmente antiumanistico e radicalmente antire-
gionalistico. Esse naturalmente non negano che esistano uomini e
non ignorano neppure le forti' distinzioni che segnano le condizioni
della vita nelle singole regipni del globo terrestre. Esse rinunciano I
soltanto a derivare da questi fatti un criterio per la definizione del"
concetto di società e per la çleterminazione dei confini dell' oggetto
che ad esso corrisponde. Una tale rinuncia è necessaria. I modelli di .
norme e i valori che si riscontrano nelle relazioni tra gli individui i
vengono presupposti come idee regolative o come componenti del :
concetto di comunicazione. Questo fa riemergere ancora una volta,

lO. Basta vedere solo Wilbert E. Moore, GlobalSociology: The World as a Sin-
gular System, «American Joumal of Socio10gy» 71 (1966), pp. 475-482.

15
sotto aspetti nuovi, lo schema soggetto-oggetto. Lo stesso vale per i \
diritti umani, per le norme della comunicazione nel senso di Haber- I.
mas e per gli atteggiamenti verso le differenze che caratterizzano il !
diverso livello di sviluppo delle singole regioni. Se si pratica la ri- \,
nuncia di cui abbiamo parlato, tutto questo si manifesterà come au-
toprestazione della società.

2. La distinzione di sistema e ambiente

Con i suoi strumenti concettuali la sociologia non è riuscita a


realizzare l'autoimplicazione della teoria della società e, di conse-
guenza, non ha potuto rinunciare alle implicazioni contenute nello
schema soggetto-oggetto. La tradizione concettuale della sociologia,
pertanto, non ci offre risorse teoretiche utili a superare quello sche~
ma e a rivoluzionare il paradigma della teoria della società. Acqui-
siremo alla sbciologia quelle risorse dall'esterno. Per questo ci
orienteremo ai più recenti, sviluppi della teoria dei sistemi, ma an-
che agli sviluppi che si sono prodotti nell'ambito di teorie che por-
tano nomi diversi: la cibernetica, le cognitive sciences, la teoria del-
la comunicazione; la teoria delPevbluzione. In ogni caso si tratta di
contesti della discussione interdisciplinare che negli ultimi due o tre
decenni hanno subito un processo di radicale trasformazione e che
non hamìo molto in comune con la concettualità sistemica degli an-
ni cinquanta e dei. primi. anni sessanta. Si tratta di sviluppi intellet~
tuali affascinanti e del tutto nuovi, che per la prima volta permettoc
no di sfuggire alla contrapposizione tra scienze della natura e scien-
ze dello spirito, o tra hard sciences e humanities oppure tra ambiti
oggettuali dati in forma dileggi e ambiti.oggettuali dati in forma di
testi (erfueneutica). , . . /
La trasformazione più profonda, che costituisce insieme anche il
presupposto ineliminabile per la comprensione di quanto segue,
consiste in questo: che n_onparliamo__ più dLpggflti ma di
disti,!zioni. _!!-lifiuto del concetto di oggetto ci permette non solo di
rimarcare la distanza rispetto alle implicazioni connesse all 'uso di
schemi correlati a quel concetto, ma anche di evitare, negando ad
essi fin dall'inizio qualsiasi spazio concettuale, quei presupposti di
tipo sostanzialistico sui quali si è sorretta l'analisi sociologica, an-
che quando si sia svolta il livelli altamente formali.
Per chiarire la pQrtata di questa trasformazione utilizzeremo il
concetto di forma che George Spencer Brown mette a fondamento'

16
del suo Laws oi F orm Il. Fonna non è una figura più o meno bella.
\ La fonna è fonna di una distinzione, quindi--di una separazione,. di.
l, una differenza. Si opera una distinzione tracciando una demarcazio-
'I ne c1ieseparà due parti, per cui non si può passare da una parte
all' altra senza attraversare la' demarcazione. Fonna è allora una li-
nea di confine che segna una differenza e cosiiingea chiarire quale
parte si indiCa quando si dice cheCls'i trova da una parte e dove si
deve cominciare se si vuole procedere a nuove operazioni. Quando
si effettua una distinzione, si indica una Piirte della fonna; con essa
però è data allo stesso tempo l'altra parte: è qata cioè contempora-
neità e differenza temporale. 111Qicare . è insieme: distinguere, così
come: distinguere è insieme: indicar~.ÙgnLparte della fonna, allQ~ .
ra, è l'altra parte dell'altra parte.. Ne.ssuna pa~te-è-quarco-sa per se
steSsa'.'Ta si à1tualizzasolo per il fatto che si indica quella parte e
non l'altra. In questo senso fonna è autoreferenza svolta; più preci-
samente è autoreferenza svolta nel tempo. E infatti, per attraversare
il confine che costituisce la fonna si deve sempre partire, rispettiva-
mente, dalla parte che si è indicata e si ha bisogno di tempo per ef-
fettuare unii ulteriore operazione.
Attraversare è un atto creativo. E infatti, mentre la ripetizione di
una indicazione attesta solo la sua identità (e più avanti direl1lo: ne
prcva il senso e quindi lo condensa in situazioni diverse), l'attraver-
sare e il riattraversare non è una ripetizione e quindi non può essere
neppure contratto ~n un'unica identità 12. Questa è solo un'altra ver- .
sionedel principio in base al quale una distinzione non può autoi-
dentificarsi mediante l'uso. E pro.prio su ciò poggia l'utilità dell'at-
traversamento, come avremo mo.do. di mostrare dettagliatamente
con l'esempio della codificazione binària.
Q)lesto concetto di fonna ha una certa somiglianza con il concet-
to h;geliano di «concetto», in quanto per entrambi è cosÙtutiva l'in-
clusione di una distinzione~ Nel concetto di «concetto», però, Hegel
ha incluso pretese molto pi\i ampie, che noi non possiamo, né 'tanto
meno dobbiamo, seguire. Diversamente che la fonna nel senso qUI
inteso, il concetto si preoccupa di risolvere da· sé il problema della
sua unità. Così esso elimina l'autonomia del distinto (nel concetto
di)lomo, per esempio, l'autonomia dei momenti contrapposti .di

11. George Spencer Brown, Laws oj Form, ci!. dall'ed. New York 1979.
12. Spencer Brown, op. cit., p. 1 S., distingue corrispondentemente due assiomi
(gli unici): (I) «Il valore di un rinominare è il valore del nominare» e (2) «Il valore
di un riattraversare non è il valore dell'attraversare». .

17
sensibilità e ragione): fa questo mediante la specifica distinzione di
universale e particolare, con la cui Aufhebung il concetto si costi-
tuisce come singolo. In contrapposizione a ciò si può solo ricordare
che fQfIlla è proprio la distinzione stessa, in quanto costringe a indi-
a
care (e qUlndì osservare) l'una o l'altra parte e proprio per questo
non può' realizzare essa stessa la propria unità. L'unità della forma
'non è il suo senso «superiore», un senso spirituale. Essa è piuttosto
il terzo escluso che non può, essere osservato finché si osserva con
l'ausilio' della forma. Anche nel concetto di forma è ~posto
ch~ entrambe le parti sianode~ill1ina1.e., r~~p~ttiYfl,mgnte, cia1>cl,lpa
attraverso il rinvio all'altra. Ciò però non deve essere i!}!eso c~me il
presupposto di una «conciliazione» della loro opposizione, ma co-
me il presupposto della distinguibilità di una distinzione.'
;l,i,' , ,
DetermIiliii-e, indicare, conoscere, agirè: tìì"qUanto operazioni
li consistono in questo: che si fissa una forma, con la conseguenza
liil, che si instaura una differenza, che si produce insieme contempora-'
neità e bisogno di tempo. Come il peccato originale, così la forma
i'Ii
Il,
produce un taglio nel mondo e la indeterminatezza che c'era prima
I ,l' diventa inaccessibile.
i IIIIII
,I Il concetto di forma si distingue così non solo dal concetto di
I contenuto o dal concetto di contesto 13: una forma può' consistere
li, I',l,I:,
,l'
!I I: nella distinzione di qualCosa da tutto il resto, così come nella distin-
'I
I
zione di qualCosa rispetto al suo contesto (per esempio un edificio
rispetto alla città o al paesaggio che lo circonda), ma anche nella di-
stinzione di un valore rispetto al suo controvalore con l'esclusione
di altre possibilità. Tutte le volte che il concetto di forma segna una
patte diuna distinzione con il presupposto che c'è ancora un'altra
parte che viene simultaneamente determinata, c'è anche una su-
performa, cioè la forma della distinzione della forma da qual-
cos' altro 14.
QIJ~sta concettualità che è stata sviluppata al fine di costruire un
I calCo16 cfd16fonne che processualizza le distinzioni, ci. permette 4i
I int~rpIet~reançh~ Jadistinziorte sistema/ambiente. Nella pi-ospettl~a
del calColò 'generale delle forme, questa distinzione costituisce un
Il caso particolare di applicazione del calColo. Sul piano del metodo è
i'!1,,'' 1 appena il caso di precisare che ciò che pratichiamo non è la sempli-
:11
'1 "
: ~'
•!
13. Questo scambio 'di concetti è proposto da Christopher Alexander, Notes on
11' '
:1 the Synthesie oJ Form, Cambridge Mass. 1964.
Il I;
14. Torneremo su questo quando ci occuperemo della distinzione tra medium e
~i
forma. Cfr. cap. II, p. 64 ss.

18
ii ce sostituzione di una spiegazione della società in base ad un princì-
1-
pio, sia esso di natura spirituale o materiale, con la spiegazione del-
'e la società in base ad una distinzione. È senz'altro vero che alla di-
I-
stinzione sistema/ambiente attribuiamo una posizione centrale nella
O
costruzione della teoria, ma questo solo nel senso che, a partire dal-
.a la distinzione, cìoè dalla forma «sistema», organizziamo la consi-
O
stenza della teoria, cioè il contesto di una molteplicità di distinzioni.
n Il procedimento di cui ci serviamo, allora, non è deduttivo ma in-
o duttivo: esso consiste cioè nel tentativo di stabilire che cosa le ge-
a neralizzazioni di una forma significano per altre forme. Qui, allora,
il consistenza non significa altro che produzione di sufficienti ridon-
)-
danze, trattamento parsimonioso delle informazioni.
Questo concetto di forma contribuisce a precisare l'autocompren-
11
sione della teoria dei sistemi; essa non tratta oggetti particolari, sia-
,a
no questi artefatti teéilici o cestrutti analitici: il suo tema è un parti-
l- '
colare tipo di formq; una particolare forma di forme; si potrebbe di-
a re, che rende esplicite, con riferimento' al caso di «sistema/ambien-
a . te» le proprietà generali di ogni forma-a-due-parti. Tutte le proprietà
della forma valgono anche qui: tanto la contemporaneità di sistema
li e ambiente quanto il fatto che tutte le operazioni hanno bisogno di
e tempo. Prima di tutto, però, se si fa uso di questo modo' della rap-
l-
presentazione, bi§Qgna chiarire che sistema e ambiente, in quanto
o costituiscono
_.-
,,-'. -- le due parti di una. .
-,
forma, possono senz'altro esistere
,
[-
. separatamente, ma non possono esistere, rispettivamente, l'uno sen-
e za l'altro. L'unità dellil forma resta presupposta come differenza:
a ma la differenza stessa non è supporto delle operazioni. Essa non è
a né sostanza né soggetto, ma, sul piano della storia della teoriil,' su-
[-
bentra al posto di queste figure classiche .. Le operazioni sono possi-
l- bili 'solo come operazioni di Un sistema. Ma il,sisteIl1~_può operare.
~Ilc~he cOI1l~_o~s~ry.atQredella forma; può osservare l'unità della dif-
n ferenza,'la forma-a"due-parti come forma: a sila volta può fare que-
li sto solo se può formare un' altra forma, se cioè la distinzione a sua
a volta può operare una distinzione ls.Così allora anche isi~tel1li, s.e
n sono sufficientemente .c9111plessi,poSSODO.a.IlPliçare ase st~ssi1~di~,
è siinii6né sisiema/ambiente: questo, però, solo se essi effettuano una
ioro propria operazione che realizzi tale applicazione. In altre parole
i~!§.t~~iyosson~distiI1g)J.~:re s~ .
stes,si d~l loro
~_
.ambiente:
.. _.. - . . ..
~-- .questo,
n
15. Così, in modo esplicito e dettagliato, Fritz B. Simon, Unterschiede, die Un-
e
tel:schieçJe machen: Klinische Epistemologie: GrU/idlage einer systemischen Psy'
chiatrie und Psychosomatik, Berlin 1988, in particolare p. 47 ss.

19
però, solo c0111e. Qperazl<l!leche. ha l11ogonel sistema stesso. La for-
nià'cheessi, per così dire, producono in modo cieco, operando ri-
corsivamente e quindi differenziandosi, sta di nuovo a loro disposi-
zione quando essi osservano se stessi come sistema in un ambiente.
Solo così, allora, solo a queste condizioni, anche la teoria dei siste-
mi costituisce il fondamento per una determinata prassi del distin-
guere e dell'indicare. La teoria dei~istemiutilizza la distinzione tra
sist~IrHu~ambientecome-forma deÌ1e sue osservazioni e.descrizioni;
essa però, per poter fare questo, deve poter distinguere questa
distinzione da altre distinzioni, per esempio da quelle della teoria
dell'azione e, in generale, per poter operare in questo modo, deve
formare un sistema: in questo caso, cioè, deve essere scienza. Nella
sua applicazione alla teoria dei. sistemi, la concezione che abbiamo
presentato soddisfa allora il requisito che noi cerchiamo: il requisito
dell'autoimplicazione della teoria. La sua comprensione dell'ogget-
to costringe la teoria a trarre conclusioni su se stessa. '
Se si accetta questo punto di partenza proprio della teoria della
differenza, allora, tutti gli sviluppi della recente teoria dei' sistemi
appaiono come variazioni sul tema «sistema e ambiente». IniZIal-
mente, muovendo da rappresentazioni relative al ricambio di mate-
ria ,o muovendo da rappresentazioni del tipo input-output, ci si
preoccupava di spiegare che esistono sistemi che non sono soggetti
alla legge dell' entropia, ma che sono in condizione di costruire ne-
ghentropia e che pertanto, proprio per 1'apertura del sistema e per la
sua dipendenza dall'ambiente, sono in condizione di rafforzare la
sua distinzione dall'ambIente. Da qui si poteva trarre la conseguen-
za che indipendenza e dipendenza dall'ambiente non sono caratteri- .
stich~ d~lsistema che si esclu~ono reciprocamente, ma, a determi-
na,teçond,izioni, possono essere reciprocamente accresciute. La que-
stiQne,era, allora: a quali condizioni? A questo problema si poteva.
cercare una, risposta mediante l'ausilio della teoria dell' evoluzione.
'UnpJ.jmopasso nel senso dello sviluppo è consistito nell'inclu-
sione .qi rapporti autor(!ferenziali, e quindi circolari. Dapprima si
pensò ,alla çostruz,oIle di strutture del sistema attraverso processi
p~ç>pri d~l~ist'eIl1a,e si parlò quindi di autoorganizzazione. 1'alll~ .'
qi~.(lt~ve,I)I1e intei>o.come fonte,',dil,lD «rumore» non specifico (privo
di, seIlso );oç\al qUale, tuttavia, il sistema poteva derivare senso attra-
verso ·la coìmessione delle propr~e operazioni. Così si cercò di spie-
gare che jL,si~tema - certamente in dipendenza ç!all'ambiente, in
nessun caso senza ambiente, ma senza' essere determinato dall'am-
biente - si può organizzare
,~ -.
~a, s~epuò costruire un suo proprio.Q[-

20
r- dine: order from noises 16. Vi,sto dal sistema, rambiente.agisceca~.
l- ~ual!llentesul sistema 17; ma proprio questa casualità sarebbe inevi-
I- tabile per l'emergenza dell'ordine, e quanto più l'ordine diventa
e. ç~mplesso, tanto più quella casualità è inevitabile.
.. . A questo livello ClelIa discussione un momento nuovo è costituito
}- dal contributo di Humberto Maturana, che ha elaborato il concetto
~a
di autopoiesi 18. Sistemi alltopoietici sono sistemi che producono es-
l; ~i stessi. non soltanto le . loro strutture, ma .anche . gli elementi dei
:a quaÌÌessi sono composti, proprio nella rete di questi elementi. Gli
.a ~leinenti - sul piano temporale sono operazioni - deiquali i sistemi
e autopolet~çi sono costituiti, non hanno una esistenza indipendente:
a non si incontrano semplicemente; non vengono semplicemente col-
o legati. Essi vengonopl\lttosto prodotti nel. sistema, .ed esattamente
o per ,il fa,tto che (qualunque sia la base energetica o materiale) ven"
gQno utilizzati· èome distin?ipni" Gli elementi SOl1\) informazioni, sOc
'1(). distinzioni che fanno differ~nz.a nel sistema. E-in questo senso
a sono unità d'uso per la produzione di unità d'uso, per lequaH
Il
Ì1~1l 'àinbientenon c'è corrispondenza . .' . .
Naturalmente anche questo accad« in un ambiente (diversamente,
come già sappiamo, l'altra parte della forma non sarebbe un siste-
.1 ma). Adesso però bisogna indicare in modo molto più preciso (e di
l questo approfitterà la nostra teoria della società) ,come costruiscono
il loro rapporto con l'ambiente i sistemi autopoietici che producono
l essi stessi t,utti gli elementi di cui hanno bisogno per la prosecuzio-
1 ne della loro autopoiesi. l\me)erelflzioni tra un sistema ,autopoieti-
co e l'ambiente sono da,te in wodo non-specificò: .questo, natural-
mentè, nòn esclude affatto che un osservatore possa specificare ciò

16, Cfr. Heinz von Foerster, On Self-organizing Systems and Their Environ-
I ments, in: Self-organizing Systems: Proceedings of an Interdisciplinary Conference,
a cura di Marshall C. Yovits, Scott Cameron, Oxford 1960, pp. 31-50 (tr. it. in:
Heinz von Foerster, Sistemi che osservano, Roma 1977, pp. 51-69); Henri Atlan,
Entre le cristal et la fumée, Paris 1979 (tr. it., Tra il cristallo e il fumo, Firenze
1986).
17. Henri Atlan giunge al punto da sostenere che, proprio per questo, le trasfor-
mazioni dell' organizzazione del sistema possono essere spiegate solo dall' esterno.
Cfr. L'émergence du nouveauet du s,ense, in: L'auto-organisation: De la physique
au politique, a cura di Pau l Dum()uchel, Jean Piene Dupuy, Paris 1983, pp. 115-
130; cfr. anche id., Disordel; Complexity and Meaning, in: Disorder andOrder:
Proceedings of the Stanford International Symposium, a cura di Painsley Living-
ston, Saratoga Ca!. 1984, pp. 109-128.
18. Vedi di Humberto Maturana, t~a le diverse raccolte di saggi, quella in tre il.
con il titolo: Biologia della cognizione, Padova 1985. .

21
che egli stesso vuole vedere e può vedere. Ogni specificazione pre-
suppone che il sistema abbia una attività propria e che ci sia una si-
tuazione storica del sistema come condizione di questa sua attività.
Ciò vale anche per la specificazione delle relazioni del sistema con
,
l'ambiente. Specificazione, infatti, è essa stessa una forma, cioè una
distinzione. Essa è costituita da una scelta operata entro un ambito
i'
t
di scelta autocostituito (informazione); una tale forma può essere
'!I .
. , '
costituita solo nel sistema stesso .
I :' ,
l:~",
I
Non c'è input né output di elementi nel sistema o dal sistema: è
l,
i l'
'l.
I
I
questo ciò che si intende con il concetto di autopoiesi. Il sistema è
": I
autonomo non solo sul piano strutturale ma anche sul piano operati-
vo. Il sistema può costituire proprie operazioni solo "in raccordo a
proprie operazioni e in anticipo rispetto ad ulteriori operazioni dello
stesso sistema. Così però non sono date affatto tutte le condizioni di
esistenza del sistema, mentre è il caso di ripetere ancora la dOIIian-
da: come è possibile distinguere questa dipendenza ricorsiva
dell'operare a partire da sé dalle dipendenze rispetto all'ambiente,
le quali indubbiamente continuano ad esistere? A questa domanda
si può rispondere solo attraverso l'analisi della specificità delle ope-
razioni autopoietiche (in altre parole: la risposta non sta nel concet-
to stesso di autopoiesi, che così spesso ètecepito in modo superfi-
ciale). Queste riflessioni ci porteranno ad attribuire al concetto di
comunicazione un significato centrale per la teoria della società.
Le determinazioni concettuali alle quali fin qui siamo pervenuti
i
chiariscono prima di tutto il concetto, oggi spesso usato, di chiusu-
I.
ra operativa (o autoreferenziale) del sistema. Con questo concetto
naturalmente non ci si riferisce a ciò che potrebbe essere inteso co-

II me isolamento causale, come mancanza di contatto o come una sor-


ta eli segregazione del sistema. Resta pur sempre valido il principio,
acquisito già con la teoria dei sistemi aperti, che indipendenza e di-
pendenza possono essere accresciute reciprocamente l'una a~traver­
I so l'altra. Adesso si formula questo principio solo in un modo di-
verso e si dice che ogni apertura poggia sulla chiusura del sistema.
Espresso in maniera più completa, questo significa che solo sistemi
operativamente chiusi possono costruire alta complessità propria, la
quale può servire per specificare sotto quali aspetti il sistema reagi-
sce alle coridiZioni del suo ambiente, rrientre da tutti gli altri aspetti
si plJÒ permettere indifferenza grazie alla sua autopoiesi 19.
19, L'esempio di parata oggi è il cervello.· Per una succinta introduzione v. Jiir-
gen R,;. Schwarz, Die neuronalen Grundlagen derWahrnehmung, in: Schiepek, op. ,
cit., pp. 75-93.

22
re- . Con questo non si respinge neppure il principio di GodeI, per cui
SI- un sistema non si può chiudere in un ordine privo di contraddizio-
tà. ni 20. Si vuoI dire soltanto ciò che anche noi presupponiamo: che il
on . concetto di sistema rinvia al concetto di ambiente e che perciò non
na può essere isolato né logicamente, né analiticamente. Allo stesso
ito tempo però bisogna porre l'accento sul fatto che questo riguarda so-
:re lo un osservatore che osserva mediante la distinzione sistema/am-
biente e non ci vincola ancora alla questione: come si produce
è l'unità del sistema.
,è Da ultimo, le idee relative al modo circolare, autoreferenziale e
ti- quindi logicamente simmetrico, in cui questi sistemi autopoietici so-
a no costruiti, hanno portato a formulare la questione: come può esse-
lo re interrotto questo circolo e come possono essere prodotte asimme-
di trie? E infatti: chi dice che cosa è causa e che cosa è effetto? O, in
n- modo più radicale: che cosa accade prima e che cosa accade dopo,
va che cosa dentro, che cosa fuori? L'istanza che formula un giudizio
:e, su questo, oggi, viene chiamata spesso «osservatore». E qui non si
ja deve pensare affatto solo a processi della coscienza, solo a processi
e- psichici. Il concetto viene utilizzato in ni.odomolto astratto e indi-
~t- pendentemente dal sostrato materiale, dali 'infrastruttura o dal modo
:1- specifico di operare che rende possibile effettuare delle osservazio-
di ni. Osservare significa semplicemente (e così utilizzeremo in segui-
to sempre il concetto): distinguere e indicare. Con il co·ncetto di os-
Iti servare si richiama l'attenzione sul fatto che «distinguere e indica-
J- re» è un'unica operazione; e infatti non si può indicare nulla che,
to facendo questo, non sia anche distinto, così come distinguere realiz-
J- za il ·suo senso solo per il fatto che serve ad indicare una o l'altra
r- parte (ma, appunto, non: entrambe le parti). Formulata nella termi-
O, nologia delhi logica tradizionale, in rapporto alle parti che distin-
1- gue, la distinzione è il terzo escluso. E così anche l'osservatore,
r- mentre effettua l'osservazione, è il terzo escluso. Da ultimo, se si
1- considera che osservare è sempre un'operazione che deve essere ef-
a. fettuata da un sistema autopoietico e che indica questo sistema in .
11 questa funzione come osservatore, questo porta ad affermare: l'os-
la
1-
20. Questo viene oggi generalmente accettato, anche se spesso si trascura la
ti specificità della prova di GodeI. Si veda perciò, ad integrazione, l'argomentazione
fatta sul piano della teoria dei sistemi da W. Ross Ashby, Principles of Ihe Se/f-or-
ganizing Syslem, in: Principles of Self-organizalion, a cura di Heinz von Foerster,
r- Georg W. Zopf, New York 1962, pp. 255-278; ristampato in: Modem Syslems Re-
9. search for the Behavioral Scienlist: A Sourcebook, a cura di Walter Buckley, Chi" ,.

cago 1968, pp. 108-118.

23
Il
I
l,:, ,: I servato~'e èdil terzo esclusLo, del suo os~el"lvare. Nell'ossb~lrvadr~ e~li
;i
I
I, :', non puo ve ere se stesso. osservatore e I non-osserva I e, Ice In
p' modo rapido e conciso Michel Serres 21. La distinzione che l'osser-
J'i " vatore rispettivamente utilizza per indicare l'una o l'altra parte, ser-
i, ' " ve come condizione invisibile del vedere, come punto cieco. E que-
I li, sto vale per ogni osservare, indipendentemente dal fatto che l' ope-
"ì ,1'I razione sia psichica o sociale, che venga realizzata come processo
attuale della coscienza o come comunicazione.

3. La società come sistema sociale complessivo

,l,'
Secondo la concezione che qui deve essere sviluppata, la teoria
della società è l~eori~j~!i)i~tema_~()_c:.iale c~!l!Illessivo, che include
in se-ti.i1figTr-aItri sistemi sociali. Qu~ta definizione è quasi una ci- ,
taziOne:tssa-'s1!1Ie-yr~-all~_PJoQQ~i:?;j9IiLintrodllttLye qella
Politica 22 di Aristotele, che definiscono la comunità della vita citta-
dina (lwuì7m/cTpolifike5come'1apiùimportal1te(ky,Tot6te)' C91llunità
che'racchiude in sé tutte le-aÌire(jiGs([speriéchousa tàs all;s): No}
ci colIègliìamej' cò-:srarra-iracTizione vetero-europea per ciò che ri e
guarda il concetto di società. Naturalmente tutte le componenti della
definizione (compreso il concetto di essere incluso = periéchon, che
noi scomporremo e sostituiremo con il concetto di differenziazione;
proprio della teoria dei, sistemi) saranno intese in modo diverso,
perché ciò di cui ci occupiamo' è una teoria della società moderna
\ perla società moderna.
La società verrà intesa, allora, prima di tutto come un sistema e,
come,siè detto, la forma del sistema non è niel)t'altro che la distin- ,
zione di sistema e ambiente. Questo però non significa affatto che sia
sufficiente la teoria generale dei sistemi perché in virtù di un procedi-
mento logico si 'possa dedurre che cosa sia da intendere come società.
Piuttosto è necéssario procedere ad ulteriori determinazioni, specifi-
cando prima la peculiarità dei sistemi sociali e poi, all'interno della
teoria dei sistemi sociali, specificando la peculiarità del sistema della
società. Solo in questo modo si potrà esplicare che cosa si implica al-
lorché si designa la società come sistema soçiale complessivo.
'"I
Per questo dobbiamo distinguere tre diversi livelli dell'analisi
della società:

21. Le Parasife, Paris 1980.


22. Poi., 1252a 5-6.

24
, : '
I
li - la teoria generale dei sistemi e in essa la teoria generale dei siste-
n mi autopoietici;
'- la teoria dei sistemi sociali;
la teoria del sistema della società come caso particolare della teo-
ria dei sistemi sociali.

) Sul piano della teoria generale dei sistemi autopoietici (autorefe-


renziali, operativamente chiusi), la teoria della società fa proprie de-
cisioni concettuali e risultati di ricerche empiriche che valgono an-
che per altri sistemi di questo tipo (per esempio, il cervello). Qui è
. possibile uno scambio interdisciplinare di esperienze e di stimoli di
grande portata. Come abbiamo mostrato nel paragrafo precedente,
noi fondiamo la teoria della società su sviluppi innovativi che sono
stati raggiunti in questo settore di ricerca.
Sul piano della teoria dei sistemi sociali ci interessa la peculiarità
. dei sistemi autopoietici che possono essere intesi come sociali. Su
questo piano deve essere determinata l'operazione specifica il cui
processo autopoietico porta alla formazione dei sistemi sociali nei
corrispondenti ambienti. La teoria dei sistemi sociali comprende così
tutte le asserzioni (e solo quelle asserzioni) che valgono per tutti i si-
stemi sociali, anche per i sistemi di interàzione di breve durata e di
scarso significato 23. Su questo 'piano la società (come la classica so-
cietas civilis) appare come un sistema' tra molti altri; essa può essere
confrontata con i sistemi di organizzaziorrè e con i sistemi dell'inte-
razione tra presenti, ma anche con altri tipi di sistemi sociali.
Solo al terzo livello si manifesta la specificità del sistema della
società. Qui si deve articolare che cosa significa il carattere «com-
plessivo» che risale alle proposiz~oni di apertura della Politica di
AriBtotele. Alla base c'è chiaramente un paradosso. Esso dice che
un sistema sociale (koinonia) tra molti altri include in sé allo stesso·
tempo tutti gli altri. Questo paradosso fu risolto da Aristotele con il
ricorso all'enfasi e da ultimo in virtù di una concezione etica della
politica. In questo modo esso fu reso invisibile per la tradizione.
Noi sviluppiamo lo stesso paradosso mediante la distinzione dei
piani d'analisi della società che abbiamo proposto .. Questo eventual-
mente lascia aperta la possibilità di ricordare la fondazione parados-
sale di tutta la teoria (e infatti la distinzione dei «piani» è nei nostri

23. Lavori preparatori su ciò in: Niklas Luhmann, Soziale Systeme.' Grundriss
einer allgemeinen Theorie, Frankfurt 1984 (tr. il., Sistemi sociali. Fondamenti di
una teoria generale, Bologna 1990).

25
termini concettuali una «forma» che ha due parti; il concetto di pia-
no implica che ci siano altri piani).
Anche se noi distinguiamo questi piani, oggettp delle nostre ri-
cerche (la loro «referenza sistemi ca» ) resta il sistema della società.
In altre parole noi distinguiamo i piani dell'analisi rispetto all'og-
getto società e, in questo contesto, non ci occupiamo dei sistemi che
potrebbero essere tematizzati ugualmente su altri piani. Nella pro-
spettiva metodologica, la distinzione dei piani porta all'esigenza di
sfruttare le possibilità di astrazione, di estendere i confronti tra si-
stemi ai sistemi più diversi e di mettere a disposizione quanto più è
possibile, perché vengano utilizzate ai livelli più generali, quelle ac-
quisizioni .conoscitive che si producono nell' analisi della società.
Bisogna precisare, dopo tutto, che non si tratta, come i sociologi
continuamente tornano a temere, di una inferenza per analogia e
tanto meno si tratta di una utilizzazione «solo metaforica» di idee
tratte dalla biologia. La distinzione non interessa alcuna osservazio-
ne sull'essere o sull' essenza deUecose nel senso della analogia en-
tis. Essancìn è nient'altro che una forma dello svolgimento del pa-
radosso di una unità che include se stessa e ha la funzione specifica
di promuovere lo scambio di idee tra le discipline e di accrescere il
potenziale di stimolo reciproco. Quella distinzione, possiamo con-
cludere, non è una asserzione relativa all'essere, ma una costruzione
specifica della scienza.
Su tutti i piani dell'analisi dei sistemi sociali, al fine di specifica-
re le descrizioni teoriche che si rendono necessarie, noi ci serviremo
i ' di strumenti propri della teoria dei sistemi. La teoria generale dei si-
Il stemi autopoietici richiede che sia indicata con precisione quella
i' ,
!

operazione che realizza l'autopoiesi del sistema e che in questo mo-


do delimita il sistema rispetto al suo ambiente. Nel caso dei sistemi
" sociali, questo accade mediante la comunicazione. La comunicazio-
ne ha tutte le proprietà che sono necessarie per l'autopoiesi del si-
stemçl: essa è una operazione genuinamente sociale (e l'unica genui-
namente tale). Essa è tale perché presuppone il concorso di un gran
numero di sistemi di coscienza ma, proprio per questo, come unità,
non può essere imputata a nessuna coscienza singola. Essa è sociale
perché in nessun modo può essere prodotta una coscienia «comu-
ne» collettiva, cioè non può essere raggiunto il consenso nel senso
di un accordo completo: eppure la comunicazione funziona ~4. Essa

24. Su ciò richiama l'attenzione Alois Hahn con il concetto di accordo, che può
includere la finzione del consenso, ma può usare anche (lItri mezzi per la prosecu-

26
1- - e questo è. lo st~sso ~rgo~ento in un' altra versio)J.e~.è autopoie-!
tica nella mIsura 10 CUI puo essere prodotta solo in un contesto ri-
1- corsivo con altre comunicazioni e quindi solo in una ret~ alla cuiri-
à. produzione concorre ogni singola comunicazione stessa.
l"_
~ A questo si aggiunge ciò che distingue la comunicazione dal proc.
le cessi biologici di ogni tipo: la comunicazione è una operazione che
)- è fornita della capacità di autoosservarsi. Ogni comunicazione deve
ii allo stesso tempo comunicare che essa è una comunicazione e deve
1- rimarcare chi ha comunicato e che cosa perché la comunicazione
è che si raccorda possa essere determinata e l' autopoiesi possa essere
continuata. Di conseguenza, come operazione, la comunicazione
à. n.on produce soltanto una differenza; fa senz'altro anche questo; es-
gl sa però, per osservare che questo accade, usa anche una specifica
e distinzione, cioè quella tra atto del comunicare e informazione.
Questa idea ha conseguenze di grande portata. Essa non significa
)- solo che l'identificazione dell'atto del comunicare come «azione» è
l- il costrutto di ·un osservatore, cioè il costrutto del sistema della co-
a- municazione che osserva se stesso. Essa significa prima di tutto che
;a i sistemi sociali Ce questo include il caso: società) possono costituir~
il . si solo come sistemi che osservano se stessi. Queste riflessioni che
0.- ci contrappongono a Parsons e a tutto ciò che attualmente è disponi-
le bile sul mercato come teoria del!' azione, ci costringQnoa rinunciare
ad una fondazione della sociologia sulla base della teoriadeU'azio-
a- ne Ce pertanto «individualistiça»). Ciò che noi in questo modo ac-
lO quisiamo è un problema: innanzitutto nient'altro che il problema di
,I- un sistema che è costretto ad una continua autoosservazione; e, co-
la me si è detto sopra, l'osservazione è un' operazione che dipende dal-
D- la distinzione e che nell'atto del suo stesso operare funge da terzo
m escluso. Anche ogni autoosservazione è condizionata da un punto
0- cieco. Essa è possibile solo perché non può vedere il suo vedere.
11- Così la comunicazione funge essa stessa Operativamente come unità
11- della differenza di informazione, atto del comunicare e comprensio-
m ne; per l'autoosservazione, però, essa usa proprio la distinzione di
:à, informazione, atto del comunicare e comprensione per poter stabili-
le re se l'ulteriore comunicazione deve reagire a dubbi sull'informa-
u-
so
sa
zione della comunicazione nel caso di stati psichici divergenti. Cfr. Verstiindigung
als Strategie, in: Kultur und Gesel/schaft: Soziologentag, Ziirich 1988, a cura di
uò Max Haller, Hans Joachim Hoffmann-Nowotny, Wo1fgang Zapf, Frankfurt 1989"
:u- pp. 346-359.

27
I

zione, a supposte intenzioni dell'atto del comunicare (per esempio,


intenzioni di ingannare) o a difficoltà di comprensione.
Così nessuna autoosservazione è nella condizione di comprende-
re la piena realtà del sistema che essa realizza. Essa può solo fare
qualcosa al posto di questo: può solo scegliere soluzioni sostitutive;
ciò accade mediante la scelta delle distinzioni con le quali il sistema
effettua autoosservazioni. Se è sufficientemente complesso, un si-
stema può passare dalla osservazione delle sue operazioni alla os-
servazione del suo osservare e da ultimo alla osservazione del siste-
ma stesso. In questo caso il sistema deve poter mettere a fondamen-
I to la distinzione «sistema/ambiente», cioè deve poter distinguere tra
autoreferenza ed eter6referenza. Ma anche questo accade mediante
operazioni del sistema nel sistema, diversamente non si tratterebbe i •

affatto di autobsservazione. La distinzione tra autoreferenza ed ete-


rorererenza è una distinzione che viene praticata nel sistema e che si
riflette come tale. Possiamo anche dire: essa è una costruzione del
sistema.
In Considerazione della impossibilità di scorgere la pienezza
dell' essere e di rendere il sistema trasparente a se stesso, scaturisce
un complesso prodotto di distinzioni, che guidano il processo di os-
servazione del sistema, lo orientano verso l'interno o verso l'esterno
a seconda di quale parte della distinzione «interno/esterno» venga
indicata. Allora, se il sistema dispone di corrispondenti dispositivi
di memorizzazione, per esempio, se dispone della scrittura, può rac-
cogliere esperienze, può condensare attraverso ripetizione' impres-
sioni situazionali e costruirsi una memoria operativa, senza correre
il rischio di confondersi' continuamente con l'ambiente. Tutto questo
accade, mediante altre distinzioni di volta in volta adegua,te che si
effettuano in raccordo con la distinzione fondamentale delI' autore-
,
ferenzae dell 'eteroreferenza.
Il concetto di autoosservazione non presuppone che in un sistema
esista, di volta in volta, solo una possibilità dell'autoosservazione.
MoItecomunicazioni possono essere effettuate contemporaneamen-
te e. auto osservate contempor~meamente. Lo stesso vale per l'osser-
vazione dell' unità del sistema nella differenza rispetto alI' ambiente.
Un sistema 'sociale e, naturalmente, in particolare, URa società può
osservare se stessa, contemporaneamente o in successione, in modi
molto diversi " ,noi diremo «policontesturali». Non c 'è quindi, da
parte delI' oggetto nessuna coazione alI'integrazione ,dell '.)sservazio-
ne. Il sistemata ciò che fa. '. '
Ciò che si è detto fino ad ora vale per i sistemi sociali più diver-

28 ì'
I
,

110. si, per esempio anche per le organizzazioni o, come sanno i terapeu-
ti della famiglia, anche per le famiglie. Se noi passiamo ora al terzo
te- livello, al quale si deve trattare la specificità del sistema della so-
are cietà, si rende possibile osservare, in tutta la loro evidenza e portata,
ve; i problemi della molteplicità delle possibili autoosservazioni. E in-
ma fatti la società, come sistema sociale complessivo, non conosce si-
SI- stemi sociali oltre i suoi confini. Essa non può quindi essere osser-
)S- vata dall'esterno 25. I sistemi psichici possono senz'altro osservare
te- la società dall'esterno; ma, socialmente, questo resta senza conse-
!n- guenze se non si comunica, se cioè l'osservazione non viene prati-
tra cata nel sistema sociale. In altre parole, la società costituisce il caso
!te estremo di autoosservazione policontesturale, il caso estremo di un
be sistema che è costretto all'autoosservazione, senza agire in questo
te- come un oggetto, sul quale possa esistere solo un'unica opinione
SI corretta, cosÌ che tutte le deviazioni possano essere trattate come er-
leI rore. Anche se la società si differenzia dal suo ambiente secondo
routine, non è affatto chiaro sin dall'inizio che cosa venga differen-
za ziato dal suo ambiente. E anche quando vengano prodotti dei testi,
ce cioè delle descrizioni che guidano e coordinano le osservazioni,
IS- questo non significa che ci sia, rispettivamente, solo una descrizio-
ao ne corretta. Non si potrà senz'altro ipotizzare che i pescatori della
ga Cina meridionale abbiano 'visto i fondamenti dell'impero nell'etica
VI canfuciana allo stesso modo che i mandarini o i burocrati. Anche il
.c- sistema indiano delle caste, come rappresentazione dell'unità attra-
:s- verso la differenza, ha avuto configurazioni regionalmente molto di-
re verse e incompatibili con l'unità di un ordine gerarchico. E poi, re-
to sta pur sempre una questione empirica stabilire chi, al di fuori del
SI
clero, della nobiltà, dei giudici che possedevano formazione giuridi-
e- ca e. dei funzionati dell' amministrazione, abbia conosciuto la «dot-

\
trina dei tre stati» del tardo Medioevo e vi abbia creduto. Dal punto
la di vista dei contadini si trattava piuttosto di una società costituita da
e. un'unica classe, con l'eccezione del rispettivo signore della terra e
n-
della sua famiglia.
r- Nel caso della società non esiste. alcuna descrizione esterna ri-
e. spetto alla quale ci si potrebbe correggere - per quanto letterati e so~
, ciologisi preoccupino di determinare una tale posizione. La tradi-
IO
:Ii
la 25. Pierre Livet, La fascination dI;! l'auto-organisation, in: L'auto-organisation,
)- a cura di Paul Dumouchel, Jean Pierre Dupuy, cit., pp. 165-171, parla per questo
caso di dature épistémologique, ma afferma subito .che cosÌ non si è affatto garan-
tita ancora l'unitarietà deU'unica autodescrlzione corretta.
r-

29
zione aveva manifestato l'interesse per una descrizione infallibile e
aveva chiamato Dio la posizione corrispondente. Dio poteva tutto,
solo non poteva sbagliarsi. Eppure, allora, si è dovuto concedere
che il giudizio dei sacercioti sul giudizio di Dio potesse essere falli-
bile e che la descrizione corretta, il vero registro dei peccati, sareb-
be stato reso noto solo alla fine dei tempi, come giudizio universale
e, per l'esattezza, nella fonna di una sorpresa.
Sullo sfondo di questa tesi, secondo la quale si ha un eccesso di
possibilità dell'autoosservazione e dell'autodescrizione, nel capitolo
conclusivo cercheremo di dimostrare che le autodescrizioni, tutta-
via, non si producono in modo casuale. La plausibilità delle rappre-
sentazioni ha condizioni strutturali e, nella evoluzione delle seman-
tiche, ci sono tendenze storiche che delimitano fortemente lo spazio
delle variazioni. La teoria sociologica può allora riconoscere con-
nessioni in base al tipo di correlazione che esiste tra strutture della
società e semantiche; essa però, allo stesso tempo, può sapere che
tali teorie sono costrutti suoi propri e non possono essere scambiati
, con le rappresentazioni del sistema della società che circolano in un
detenninato tempo.

4.çhiusurl:l operativa e accoppiamenti strutturali

,Se si descrive la società come un sistema, allora, dalla teoria


gener:àf~SI~iO~iit~rp.L~utQPooT~Ùki, -s~gu~ çl)e si deve Jmtt~i-icÌL-~~si~
st~ma"oJleI~J~yalll~nt~_çhlli_sQ. Sul piano' delle . operazioni proprie
d~lsi&temanon c'è alcun ,contatto con.1'.ambiente. Questo vale an-
che quando - e su questo difficile principio, che contraddice l'intera
traclizione della teoria della conoscenza, dobbiamo richiamare
espressamente l'attenzione - queste operazioni siano osservazioni
0pPllre operazioni la cui autopoiesi richiede un,'autoosservazione.
Al!fh~.i.Rtf!i,§isteI1li.cQeQsservano non c'è, sul piano del loro opera-
re~ alcun contatto con l'ambiente. Qgni osservazione cielI 'ambiente
deve essere effettuata nel sistema stess9_comesllaàttività Interna,
,i ,
m~diarìte-'propi:ledlstiìizioni (per le quali nell' ambiente non c'è al-
cuna corrispondenza). Diversamente non avrebbe senso parlare di
osservazione dell'ambiente. Ogni osservazione dell'ambiente pre-
suppone la distinzione tra autoreferenza ed eteroreferenza, la quale'
:! ' 'I può essere fattasolò nel sistema (e dove, d'altra parte, se non nel
l'
sistema?). Qti~st() pennetle allo stesso tempo di capire che ogni os-
servazione deWambientestimola autoosservazione .eogni acqmsl-

30
ee zione di distanza rispetto all'ambiente, pone la questione del sé, del-
to, la propria identità. E infatti, poiché si può osservare solo mediante
ere distinzioni, una parte della distinzione rende, per così dire, curiosi
lli- dell'altra, stimola un attraversamento (Spencer Brown direbbe: .un
eb- crossing) della linea di confine che viene segnata dalla forma «si-
aie stema/ambiente».
J~a,chil,l~llra9peréltiva ha cOl11eçonseguenzacb-,,~ il sistema Qipen-:
I di ge_9.a,Ij'autoorganiz;zazione. Le sue proprie strutture possono essere'
010 costruite e trasformate solo mediante operazioni sue proprie - per
tta- esempio, il linguaggio può essere trasformato solo mediante comu-
)re- nicazione e non immediatamente mediante il fuoco o con le fragole,
an- con radiazioni spaziali o in virtù di prestazioni percettive della co-
lZIO scienza del singolo. Entrambe insieme, çhi\!~u!ae'!.U!9()rgani:z:zazio-
, . -

on- ne,rendono, il sistema - e qui si manifesta il vantaggio che deriva


ella dall' evoluzione - a~Lalt() g!'~<io c2-I1!12ilJibikconil disordine delCam-
che ,bielJJe, o, più precisamente: con ambienti ordinati in modo frammen-
liati tario, a piccoli pezzi, in singoli sistemi, ma non come unità. Pos-
l un siamo dire che l'evoluzione porta quasi necessariamente alla chiu-
sura dei sistemi, la quale a sua volta contribuisce perché si instauri
un ordine generale rispetto al quale si confermano l'efficacia della
chiusura operativa e l'autoorganizzazione. Proprio in questo senso
anche la chiusura operativa del sistema della comunicazione società
corrisponde al' fatto che sono sorti organismi mobili fomiti di siste-
ona .,
mi nervosi e da ultimo di coscienza; e la società rafforza, proprio
l Slo perché la sopporta, la molteplicità scoordinata delle prospettive di
pne questi singoli sistemi dalla endogena irrequietezza.
an- Se si considera la tradizione della teoria dei sistemi, la tesi della
ltera chiusura dei sistemi suscita una certa meraviglia. E infatti, con lo
1are sguardo rivolto alla legge dell'entropia, la teoria dei sistemi si era
,10m
l costituita come teoria dei sistemi aperti (e perciò neghentropici).
one. "

Ma non è affatto necessario respingere questa posizione in rapporto


lera- "i alla legge sull' entropia. CO.Ju<.chiusura~ non Si intencle. isolamento
ente ,
.j
termodinamico, ma s_olo chiusura operativa, ,cioè il fatto che Je ope-
!ma, ., r.azionLproprie4el sistema, vengono'rese ricorsivamente pO$sibili_
-
al-
~

'e di
dai risultati delle Qpnazio'ni pmprie deLsistema.,
, Bisogna partire dal fatto che k_QPera~iQnirealisQnQ.possibili-so,
pre- lo il1~ullJllOndQ_çh!;Lesiste, JleUacQntemporaneità. _Qu~stQ .e_sd)ld~__
luale' anzitutto cheu®__ 2P_~!§l.~ion,~ _i~f!l!enzi U)l'fl1!m..Se, .tuttavLa,. ciò. de,.
"
l nel ve essere possibile, allo,ra deve esserlo nel raccorçlg imm~,dial9 di
i os- Uii~QPeIit~i..Qijecoii ~il~aUra,. Cosiffatti rapporti i:icòrsivi,.nei quali la
UlSl- conclusione di un'operazione è la condizione di possibilità di un'al-

31
tra, portano. però ad una differenziazione dei sistemi; nei quali tutto
questo viene realizzato in un modo che spesso è strutturalmente
.. 1 •

molto complesso,e.ad una differenziazione dellQro ambiente che


:: i·,
((siste nella contemporaneità. Chiamiamo chiusura operativa il ri-
sultato di questo processo.
Questo tema può essere trattato anche in relazione ai sistemi di
!
coscienza, e in questo caso si può mostrare perché e come la mo-
derna distanza tra individuo e società stimola l'individuo alla rifles c
1, : sione, alla domanda, quale sia l'io dell 'io, alla ricerca di una propria
identità. Ciò che si è sempre visto e ciò che era il mondo è «soltan-
to fuori». E cosa è allora «dentro»? Un vuoto indeterminabile? Se si
. , applica la teoria dei sistemi autopoietici al caso della società si per-
viene allo stesso risultato, riferito naturalmente ad un altro modo
dell' operazione, cioè alla comunicazione. .
La.societàè un sistema comu,nicativamente chiuso. Essa produce
comunicazione attraverso comunicazione. Solo la società può co-
municare, ma non con .se stessa né con il suo ambiente. Essa produ-
ce ìà sua unità realizzando operativamente comunicazioni attraverso
la ripresa ricorsiva e l'anticipazione ricorsiva di altre comunicazio-
ni. Se si pone a' fondamento lo schema di osservazione
«sistema/ambiente», la società può comunicare in se stessa su se
stessa e sul suo ambiente, ma mai con se stessa e mai con il suo
ambiente. Poiché né essa stessa né il suo ambiente possono compa-
rire ancora una volta nella società, per così dire, come partner, come
indirizzo per· la comunicazione. Un tale tentativo parlerebbe al vuo-
to, non attiverebbe nessuna autopoiesi e perciò non potrebbe aver
luogo: la società, infatti, è possibile solo come sistema autoPQietico.
Qùeste considerazioni in sé chiare, non richiederebbero ulteriori
chiarimenti se non per il fatto che hanno conseguenze di ampia por-
tata sul piano teoretico. La possibilità reale della comunicazione ha
naturalmente numerosi presupposti fattuali, che il sistema stesso
non può né produrre né garantire. Essere chiuso significa sempre
essere'incluso in qualcosa che visto dall'interno costituisce un ester-
ho. Oppure, in altre parole: costruzione e mantenimento dei confini
di un sistema - e questo vale naturalmente anche per gli esseri vi-
venti - presuppongono un continuum di materialità che non conosce .
e, 'non rispetta, questi confini. (Per questo Prigogine' può parlare di
«strutture dissipative» già nell'ambito di stati che sono propri della
fisica e,della ~himica). La questione che sorge, allora, è: come con-
figura ,un sistema e,nel nostro
.
caso: come
....-' configura
.
il sistema della
sqçietà i suoi rapporti con l'ambiente, .se esso non può intrattenere

32
tutto alcun contatto con l'ambiente? L'intera teoria della società dipende
ente daÌla risposta che si dà a questa domanda - intanto però possiamo
che vedere come il concetto umanistico e regionalistico di società abbia
l ri- evitato anche il solo porre questa questione.
Ad una domanda difficile risponde un concetto difficile. Rifacen-
li di doci ad Humberto Maturana, parleremo di «acçoppiamento. struttu~
mo- pile» 26. Questo concetto presuppone che ognisistema._autQPoietico
fles e operi come sistema detelminato dalla struttura: esso cioè può deter-
Ipna minare le proprie operazioni. solo attraverso le proprie· strutture ..
.tan- L'açcoppiamento strutturale allora, .esclud.e che dati esistenti
, .
le SI nell'ambiente possano specificare, in conformità alle proprie strut-
per- ture, ciò che accade nel sistema, Maturana direbbe: l'accoppiamento
Iodo strutturi!le sta in modo ortogonale rispetto all'autodeterminazione
del sistema 27. Esso non determina ciò che accad~ nel sistema; però
luce deve essere presupposto, perché diversamente l'autopoiesi si arre-
00- "
sterebbe e il sistema cesserebbe di esistere. In questo senso ogni si-
)du- stema è sempre già adattato al suo ambiente (oppure non esiste),
erso ma, all 'interno del raggio d'azione che così gli è dato, ha tutte le
ZlO- possibilità di comportarsi in modo non adattato - e per vederrte il ri-
.one sultato con particolare chiarezza basta considerare i problemiecoloc
l se gic;i deilaSQcietà moderna"
suo II) questo senso tutta la comunicazione è strutturalmente accop-
lpa- piati! alla coscienza. SemA <::Qs_(*~Ilza la c()IIlunicazione è impossibi-
)me le. Ma la coscienza non è né il «soggetto» della comuniCil,zione, né
IUO- 'ln qualche altro senso, il «sostratò»Cleilil conÙuiicazione. Per questo
lVer dobbiamo abbandonare anche la metafora classica secondo la quale
LCO. la comunicazione sarebbe una sorta di «trasferimento» di contenuti
~lOn semantici da un sistema psichico, che già li possiede, ad un altro 28.
por-
! ha 26. Si veda la raccolta di saggi in traduzione tedesca: Humberto R. Maturana,
!SSO Erkennen: Die Organisation und Verkihperung von Wirklichkeit, Braunschweig
1982, p. 143 ss., 243 ss., 251 ss. Più volte si è richiamata l'attenzione sulle difficoltà
lpre connesse alla delimitazione di alcune operazioni e di alcune causalità che, attraverso
:ter- accoppiamenti strutturali, agiscono sul sistema. Si veda, per esempio, Stein Braten,
Ifini Simulation and Self-organization oJ Mind, «Contemporary Philosophy» 2 (1982) pp.
Vl- 189-218 (204). Noi cerchiamo di risolvere il problema mediante una determinazione
lsce quanto più precisa possibile del concetto di comunicazione. .
27. Cfr. per esempio Humberto R. Maturana, Reflexionen: Lernen oder onto-ge-
~ di
netische Drift, « Delfin» 2 (1983), pp. 60-72 (64).
ella 28. Molti presupposti di questo concetto vengono contestati oggi anche dalla
:on- psicologia cognitiva: per esempio, l'idea che la comunicazione esprima in parole
ella pensieri già esistenti; che le parole fungano, nel processo di trasferimento, come
sostrato di un contenuto semantico determinato; che la comprensione sia il proces-
lere

33
Non è l'uomo che può comunicare: solo la comunicazione può co-
municare. La comunicazione costituisce una realtà emergente sui
generis. Così come i sistemi d_ella: comunicazione (e così come,
,
, ,,
d'altronde, i cervelli, le cellule, ecc.) anche i sistemi della coscienza
, i,·
i :'
sono sistemi operativamente chiusi, che non possono avere alcun
, '~ ,!'i; , contatto l'uno con l'altro. Non c'è comunicazione da .cQscienza a
II~ :.:,':
ì -, coscienza e non c'è alcuna comunicazione tra individuo e società.
-~ -, -" - ~----,,-,

:1 "~,I
l
Se si vuole comprendere in maniera sufficientemente precisa la co-
i;
municazione, bisogna escludere tali possibilità (compresa quella che
consiste nel rappresentarsi la società come spirito collettivo). Solo
una coscienza può pensare (ma non può pensare con pensieri propri
entro un'altra coscienza) e solo la società può comunicare. E in en-
trambi i casi si tratta di operazioni proprie di un sistema operativa-
mente chiuso, determinato dalla struttura.
Per la comprensione della connessione che ciononostante sussi-
ste, che è del tutto normale e inevitabile, tra coscienza e comunica-
zione, noi usiamo il concetto di accoppiamento strutturale ..L'accop-
p(~mento _strutturale funziopa sempre e senza che sia notato; esso
funziona anche, e in particolare cjuandò' non si pensa ad esso e
quando non se ne parla - così come in una passeggiata si può fare il
passo successivo senza pensare al proprio peso che, invece, per la
fisica è necessario per poter camminare. E come il peso rende pos-
sibile il fatto di andare a passeggio, ma solo entro un ambito molto
ristretto di possibilità (o, in altre parole: come la forza di gravità
della terra non potrebbe essere né un po' più forte né un po' più de-
bole) cosÌ anche i sistemi della coscienza e i sistemi della comuni-
"
cazione sono accordati iù anticipo l'uno con l'altro perché possano
funzionare in modo coordinato senza che questo sia notato. Il fatto
che ciò si verifichi e che in questo modo si realizzi solo una piccola
parte' di un largo spettro di possibilità, può essere spiegato, allo stes-
so :modo che la possibilità di andare a passeggio, mediante la teoria
dell' evoluzione.
L'aècoppiamento strutturale tra comunicazione e coscienza, per il
suo fu.nzionamento privo di rumore e di visibilità, non esclude affat-
to che coloro che prendono parte alla comunicazione vengano iden-
'Ili I

iii' !
I '
,

I
so inverso della trasfonnazione di parole in pensieri, e infine, che la semantica indichi
un processo di rappresentazione tanto nel sistema psichico quanto anche nella comuni-
'~
,
.,
,io I cazione.Si vedano questi punti in Benny Shanon, Metaphors far Language and Com- _
munication, «Revue Intemationale de Systémique» 3 (1989), pp. 43-59. La conse-
guenza è che si può capire la semantica sulla base della pragmatica (cioè dell' auto-
:. i poiesi della comunicazione) e non, al contrario, come invece si fa solitamente.

34
co- tificati nella comunicazione o che addirittura ad essi si rivolga la
SUI parola. Sotto questo aspetto, ricollegandoci ad una vecchia tradizio-
,me, ne, li chiameremo «persone», diremo cioè che il processo della co-
:nza municazione è in condizione di «personificare» referenze esterne.
cun Ogni comunicazione deve poter distinguere tra informazione e atto
~a a del comunicare (diversamente non sarebbe neppure possibile distin-
età. guere la stessa comunicazione). Questo però significa che si forma-
co- no referenze materiali e personali corrispondenti. Riprendendo con-
che cetti di Spencer Brown 29 si potrebbe anche dire che la riutilizza-
:010 zione di queste referenze condensa persone (o cose), cioè le fissa
)pn come identiche e allo stesso tempo le conferma, cioè le arricchisce
en- di nuovi riferimenti di senso che derivano da altri atti del comunica-
Iva- re. Se questo accade, si sviluppa una semantica corrispondente. Le
persone hanno nomi. èhe cosa significhi personalità e come la si
SSI- debba trattare, è argomento che può essere descritto meglio in for-
Ica- me complicate. Questo però non cambia nulla riguardo alla separa-
op- tezza e alla chiusura operativa dei sistemi strutturalmente accoppia-
:sso ti. E in particolare la moderna semantica della vita, della soggetti-
D e vità, dell 'individualità, agisce come se fosse stata inventata per
'e il compensare questo insuperabile isolamento 30.
r la Ntraverso accoppiamenti strutturali unsis,tema può essere·,
10S- raccordato a sistemi altamente complessi dell' ambiente, Senza che .
)lto esso debba raggiungere o ricostruirèla loro complessità. La com-
{ità ;.: plessità di questi sistemi dell'ambiente resta intrasparente per il si-
~
de- r
" stema, essa non viene neppure ripresa dal sistema nel proprio modo
tnl- ~ di operare perché, per usare la terminologia di Ashby, per questo
1
mo "[

j
manca la requisite variety 31. Essa viene ricostruita nel proprio ope-
ttto rare per lo più nella forma di presupposto e disturbo o di normalità
ola e irritazione. Nei sistemi della comunicazione, anche indicazioni
:es- sommarie come i nomi o concetti come uomo, persona, coscienza,
ma servono a processualizzare la referenza alla complessità dell 'am-
biente. Si tratta sempre di utilizzare complessità ordinata (struttura-
r il ta, non però: calcolabile!) a misura delle proprie possibilità di ope-
'at- razione - e nelle società questo significa: linguisticamente. Per il ca~
en-
29, op, cit., p. lO,
ichi 30. Su ciò, più da vicino, Niklas Luhmann, Indil'iduum, Indi\'idualitiit. lndil'i-
Unl- dualismus, in: id., Gesellschaftsstruktur und Semantik, val. 3, Frankfurt 1989, pp.
Jm- 149-258.
lse- 31. Così W. Ross Ashby, An Introductiol1 to Cybemerics, London 1956, p. 206 ss,
uto- Ctr. il., Introduzione alla cibernetica, Torino 1971); id., Requisite Variety and irs Impli-
cationsfor rhe Control ofComplex Systems, «Cybemetica» l (1958), pp. 83-99.

35
so che tali rapporti si sviluppino secondo una reciproca co-evolu-
zione, per cui nessuno dei sistemi in questo modo strutturalmente
accoppiati potrebbe esistere senza di essi, si può parlare anche di
interpenetrazione 32. Il rapporto tra cellule nervose e cervelli costi-
tuisce un buon esempio; il rapporto tra sistemi della coscienza e so~
cietà costituisce un altro caso che p~ò essere confrontato con il pri-
mo anche sul piano puramente quantitativo.
Come si può facilmente riconoscere, l'accoppiamento strutturale
regolare tra sistemi della coscienza e sistemi della comunicazione è
reso possibile attraverso il linguaggio. Visto in un contesto evoluti-
vo, il linguaggio è un tipo di rumore estremamente improbabile il
quale, però, proprio per questa improbabilità, possiede un alto valo-
re di attenzione e possibilità altamente complesse di specificazione.
Quando si parla, una coscienza presente può distinguere facilmente
questo rumore da altri e non si può sottrarre al fascino di una Comu-
nicazione corrente (non importa ciò che si pensa, a questo punto,
nel proprio sistema, il quale non può essere ascoltato). Allo stesso
tempo, le possibilità di specificazione del. linguaggio rendono possi-
bile la costruzione di strutture della comunicazione altamente com-
plesse, cioè, da una parte permettono che le stesse regole del lin-
guaggio diventino complesse e poi diventino desuete, e dall' altra
parte permettono che si costruiscano semantiche sociali per la riatti-
,vazione situazionale di importanti possibilità della comunicazione.
Lo stesso vale, mutatis mutandis, per il linguaggio trasferito dal me-
dium acustico al medium ottico, Cioè per la scrittura. Degli effetti
enormi, ancora sottovalutati, di questa otticizzazione del linguaggio,
ci occuperemo più da vicino nel prossimo capitolo.
Nel nostro contesto di una teoria del sistema della società non è
opportuno elaborare, per così dire, nella forma di immenso
excursus, una teoria del linguaggio che sia fondata su questa funzio-
ne dell' accoppiamento strutturale. Accenniamo soltanto al fatto che
ci,troviamo in contraddizione con i presupposti fondamentali della
linguistica saussureiana: il linguaggio non ha alcun modo proprio di
! operare; esso non deve essere realizzato come pensare o come co-
Il,
l'
" municare; e, di conseguenza, il linguaggio non costituisce un siste-
'0 ii: ma proprio. Esso è e resta dipendente dal fatto che i sistemi della
: ; l'' l' coscienza, da una parte, e il sistema della comunicazione della
i':i i
'; ;,: società, da:ll'altra, continuino la propria autopoiesi mediante opera-

32. Su ciò ampiamente, Nikla5 Luhmann, So:iale Systeme, cit., p. 286 55. (If.
it. ciI:).

36
,lu- zioni proprie completamente chiuse. Se questo non accadesse cesse-
nte rebbe subito ogni linguaggio e subito dopo non sarebbe più possibi- .
di le neppure pensare linguisticamente.
sti- Il fatto che i sistemi della comunicazione siano accoppiati ai si-
so- stemi della coscienza attraverso il linguaggio, così come i sistemi
)T1- della coscienza ai sistemi della comunicazione, ha conseguenze di
grande portata per la' costruzione della struttura dei sistemi corri-
'ale spondenti, e quindi per la loro morfogenesi, per la loro evoluzione.
,
ee Diversamente che i sistemi della coscienza che sono capaci di per-
Llti- cezione sensoriale, la comunicazione può essere modificata solo at-
~ il traverso la coscienza. Tutto ciò che agisce sulla società dall'esterno,
llo- senza essere comunicazione, deve aver attraversato il doppio filtro
,ne. della coscienza e della possibilità di comunicazione. È necessario
nte aver chiaro che in questo c'è un processo di selezione enorme e, vi-
nu- sto sul piano dell'evoluzione, molto improbabile; un processo che
!to, condiziona allo stesso tempo gli alti gradi di libertà dello sviluppo
sso della società. Non c'è nessun intervento diretto di processi fisici,
SS1- chimici, biologici, sulla comunicazione, tranne che nel senso di di-
)m- I
'.
struzione. Rumore o sottrazione d'aria o distanza nello spazio pos-
t' sono impedire che si realizzi la comunicazione verbale. l libri pos-
tin-
ltra sono bruciare o, persino, essere bruciati. Ma nessun fuoco può scri-
ltti- vere un libro e nessun fuoco può irritare a tal punto colui che scrive
me. un libro che questi, mentre il libro brucia, lo scriva diversamente da
ne- come lo scriverebbe senza fuoco. Rispetto a tutte le condizioni
'etti esterne dell'autopoiesi, allora, la coscienza ha una posizione privile-
.1 giata. Essa controlla in una certa misura l'accesso del mondo ester-
glO,
no alla comunicazione, ma esercita questo controllo non come
,n è «soggetto» della comunicazione, non come entità che «sta a fonda-
nso mentp» della comunicazione, ma in virtù della sua capaçità di per-
?:l0- cezione (a sua volta altamente filtrata, autoprodotta), la quale poi, a
che sua volta, sulla base delle condizioni dell'accoppiamento strutturale,
ella dipende dai. processi neurofisiologici del cervello e, attraverso que-
) di sti, da altri processi dell' autopoiesi della vita.
co- Il fatto che i sistemi della comunicazione siano accoppiati in
ste- modo diretto solo ai sistemi della coscienza e che così profittino
ella della loro selettività senza essere specificati. da questa selettività,
ella agisce come una corazza, che in generale impedisce che l'intera
era- realtà del mondo incida sulla comunicazione. Nessun sistema sareb-
be sufficientemente complesso per poter sopportare tutta quella
. (Ir.
realtà, e per poter resistere contrapponendo a ciò la sua autopoiesi .
Solo grazie a questa protezione ha potuto svilupparsi un sistema la

37
cui realtà consiste nel processualizzare semplici «segni». A questo
riguardo, poi, bisogna considerare anche che i sistemi della coscien-
za esistono in gran numero, oggi circa cinque miliardi di unità, e
che sono in funzione allo stesso tempo. Anche se si considera che
quelli che stanno dall'altra parte del globo terrestre in questo mo"
mento dormono e che altri ancora, per altri motivi, in questo istante
non prendono parte ad una qualunque comuniCazione, il numero dei
sistemi che operano contemporaneamente è comunque così grande
che un coordinamento effettivo (e quindi anche la formazione di
consenso in un senso empiricamente afferrabile) è assolutamente
escluso. Il sistema della comunicazione, perciò, poggia ne-
cessariamente su se stesso, può dirigersi solo da sé; ed esso può far-
lo solo. nella misura in cui gli riesce di attivare nel suo ambiente il
materiale di coscienza che è necessario a tal fine.
Il concetto di accoppiamento strutturale spiega, da ultimo, anche
che i sistemi, per quanto siano completamente autodeterminati, tut-
tavia, in genere, si sviluppano in una direzione determinata che vie-
ne tollerata dall'ambiente. l,.a. p~rt~c!~lJ 'accoppiamento. strutturale
çh:e~ !!1!~r;na aJ si,stel)1,a, può essere indicata con Ìl concetto di irrita-
.zione (o di'siurbo; opertùrbazione). Anchesotto questo aspetto i si-
stemi, tanto i sistemi della coscienza, quanto anche il sistema della
comunicazione della società, sono completamente autonomi. ,Le irri-
tazioni scaturiscono da un confrQj1to interno (dapprima non specifi-
cato) di eventiconpossibilitàproprie.del sistema, prima di tutto con
strutture stabilizzate, con aspettative. E quindi non c'è alcuna irrita-
zione nell'ambiente del sistema e non c'è neppure nessun transfer
di irritazione dall'ambiente al sistema. Si tratta sempre di un co-
strutto proprio. d~l sistema, si tratta sempre di. auto irritazione - natu-
raline~ie a seguito di influssi che provengono dall'ambiente. Il si.-
stellla Jlllor~ haIa possibiiità di trovare in se stesso le cause dell'ir-
ritazio.ne \ e di imparare da essa oppure di imputare l'irritazione
aWambiente e allo.r.a di trattarla come «caso» oppure di cercarne la
fonte nell 'ambiente e di rimuoverla. Anche queste diverse possibi-
lità sono collocate nella distinzione, propria del sistema, tra autore-
ferenza ed eteroreferenza e, una volta che si disponga della possibi-
lità della loro distinzione, si può cambiare la prospettiva e combina-
re reazioni, per esempio si può contemporaneamente imparare attra-
verso la identificazione di cause ,nell' ambiente.
ltritazioni durevoli_di un certo-tipo, come l'irritazione ripetuta di
un bambino piccolo per le stranezze del linguaggio o l'irritazione di
una società basata sull'agricoltura per la percezione delle condizioni

38
esto climatiche, guidano gli svil!lPpi della struttura in una direzione de~
:ien- tenninata, percM i relativi sistemi sono esposti afonrl di irritazione
là, e .molto specifiche e pertanto. si occupano continuamente. di problemi
che simili. Naturalmente questo non significa che noi potremmo tornare
mo c indietro alle teorie del clima-e-della-cultura del XVIII secolo; non
:ante significa neppure che saremmo disposti ad accettare una teoria so-
) dei ciologica della socializzazione. In tutte queste questioni bisogna
mde sempre tener conto di un gran numero di referenze del sistema e
Le di lavorare con modelli di teorie corrispondentemente complessi. In
lente ogni caso l'ambiente riesce ad esercitare un influsso sullo sviluppo
ne- strutturale dei sistemi solo alla condizione che si producano accop-
I far- piamenti strutturali e solo nel quadro delle possibilità diautoirrita-
Ite il zione che attraverso di essi vengono canalizzate e accumulate.
Tutto questo vale anche per la società moderna. Qui si aggiunge il
nche fatto che l'ambiente, a sua volta, si trasforma esso stesso in modo
, tut- più forte di quanto non sia mai accaduto, sotto l'azione della società.
V1e- Questo vale pe).' le condizioni fisiche, chimiche e biologiche della vi-
urale ta, cioè per il complesso che solitamente viene indicato come «eco- .
rrita- logia»; vale però anche, e in particolare, appunto, per ladeformazio-
1 S1- nè dei sistemi psichici alle condizioni della vita moderna, in un certo
della senso per tutto ciò che si cerca di esprimere nel concetto dell' indivi-
: 1IT1- dualismo moderno con la teoria degli atteggiamenti di crescente pre-
~cifi­ tesa. Come in un iperciclo ecologico, gli accoppiamenti strutturali tra
) con sistema della società e ambiente, oggi sono posti sotto pressione e
rrita- questo con una velocità di trasformazione che fa sorgere la domanda
'1sfer se e come sia possibile che la società, che è irritata da tutto questo e
1 co- che deve imputare tutto questo a se stessa, possa poi, proprio da ciò,
natu- apprendere in modo sufficientemente rapido.
Il si- La chiusura operativa, infine, ci permette di comprendere la teo-
~ll'ir­ ria della differenziazione dei sistemi che tratteremo più da vicino
lione nel quarto capitolo. Comunque la società differenzi in se stessa i si-
ne la stemi sociali, il motivo è dato sempre da una biforcazione di opera-
ssibi- zioni proprie del sistema della società: non si tratta mai del rispec-
Itore- chi amento di distinzioni che siano già presenti nell'ambiente. Solo
ssibi- società molto primitive hanno tentato percorsi di questo genere,
bina- orientandosi a dati antropologici come il sesso e l'età; ma ciò si è
attra- rivelato subito come un\
vicolo cieco. Già la formazione delle .fami-
glie e la differenziazione segmentaria portano oltre. E, quando, più
Jta di tardi, alle distinzioni strutturali viene attribuito un significato
me di 'discriminante (come per esempio contadini/nomadi, abitanti della
izioni città/abitanti della campagna, oppure oggi: differenze di razza), al-

39
lora, si tratta evidentemente di aspetti sociali che acquistano peso
solo nella misura in cui possono essere collegati con le forme della
differenziazione dei sistemi. Sul piano genetico, è sempre una pre-
stazione propria del sistema della comunicazione: una deviazione
viene stimolata, osservata, esaminata, respinta o anche rafforzata e
utilizzata per sempre più raccordi. Qui concorrono componenti au-
toreferenziali .ed anche eteroreferenziali. Perciò la differenziazione
di un sistema produce sempre anche una interruzione delle coinci-
denze punto-a-punto tra le componenti del sistema e le componenti
del suo ambiente. E proprio questa interruzione rende inevitabile
che il sistema cerchi di cavarsela con un ambiente interpretato.

5. Complessità
Icaratteri che abbiamo indic~to, cioè l'autoreferenza, 111 riprodu-,
zioneautopoietlcae la chiusura operativa con la monopolizzazione
un
cH proprio tipo di operazione, cioè la comunicazione, portano aL
fatto che ,un sistema della società costruisca una propria complessità
strutturale e così organizzi la propria autopoiesi. La complessità
(strutturale) organiizata rappresenta il problema centrale della teoria
dei sistemi, pensa Helmut Willke 33, e costituisce allo stesso tempo
quel problema la cui elaborazione attraverso processi di autoorga-
nizzazione, controllo e guida, produce crescenti preoccupazioni alla
società moderna. Noi discuteremo numerosi aspetti di questo feno-
meno, per .esempio la differenziazione dei sistemi (capitolo IV), le
differenzemedium/forma o i processi di duplicazione, come le co-
dificazioni e la distinzione Ego/Alter (in particolare nel 'capitolo 11);
qui però è necessario premettere alcune considerazioni riassuntive
che permettono di cogliere tratti essenziali del fenomeno.
Complessità non è un'operazione che un sistema effettua o che in
esso ,si v,erifica: complessità è un concetto dell' osservazione e, della
Q~scrizione,(compresa l'autoosservazione e l' autodescrizione). Dob-
biamo chiederci, allora: qual è la forma di questo concetto, qual è la
distinzione che lo costituisce? Già questa domanda porta ad una in-
fiiiitàdi riflessioni che vi si raccordano, perché il concetto di com-
pless'ità non è un concetto semplice, ma è un concetto a sua volta
cOmplesso
- , .","','
e quindi formatq in modo autcilogico.
,'-

. .33. Si veda Helmut Willke, Systemtheorie entwickelter Gesellschaften: Dyna,


mik und Riskallz m9aei:nèr gèsellschaftlicher SeibstOlfianization, Weinheim 1989,
p, IO.

40
peso .La ,distinzione che costituisce la complessità ha la forma di Ul)
Iella paradosso: complessità è l'unità di una molteplicità. Uno stato di
pre- ':fatto viene espresso in due diverse versioni: come unità e come
ione molteplicità e il concetto nega che qui si tratti di qualcosa di diver-
Ita e so, Così è bloccata quella via d'uscita abbastanza agevole che con-
, au- siste nel fatto che della complessità si parli una volta come di una
ione unità, una volta come di una molteplicità. Questo però porta solo
mCl- all 'ulteriore questione: come si possa trasformare il paradosso in
lenti modo creativo, come il paradosso possa essere «svolto».
lbile La risposta che si dà solitamente consiste nello scomporre la com-
plessità mediante i concetti di elemento e relazione, Cioè mediante
un'ulteriore distinzione. Una unità, si dice, è complessa nella misura
in cui possiede più elementi e li collega. mediante relazioni. Questo,
però, si può effettuare a condizione che non solo si misurino gli ele-
odu-. menti, ma si considerino le diversità qualitative; e inoltre: a condi-
:ione ziqne che si consideri anche la dimensione temporale e si ammettano
loal. 'quindi, in successione, anche delle diversità, cioè «lementi instabili.
:ssità Così elaborato il concetto di complessità diventa insieme più com-
:ssità plesso e più realistico; esso, però, diventa anche multidimensionale,
eQna per cui si perde la possibilità di confrontare la complessità in ragione
:mpo di ciò che è più grande o più piccolo (un cervello, per esempio, è più
)rga- complesso di una società dato che in un cervello ci sono più cellule
i alla Jlervose che non uomini in una società?).
feno- Ai fini della teoria della società, però, è più importante un'altra
1), le distinzione. Essa presuppone la distinzione tra elemento e relazione,
e co- ma richiama l'attenzione in particolare sul fatto che le relazioni
o II); possibili tra gli elementi aumentano in progressione geometrica,
ntive quando si incrementa il numero degli elementi, cioè quando il siste-
ma oresce. E poiché la reale capacità di collegamento degli elementi
hein presenta limiti drastici, già per piccoli ordini di grandezza, questa
della' legge matematica costringe solo ad un collegamento selettivo tra gli
Dob- elementi. Se ai fini della teoria della società; partiamo dalla singola
1 è la comunicazione, come elemento, è ,evidente l'estrema limitazione
la m- della capaCità di collegamento: una proposizione può riferirsi solo a
com- pochissime altre proposizioni 34. Alle improbabilità che possono es-
volta sere rinvenute nell'astrazione matematica, si aggiunge ancora il fat-

34. Se come elementi si vedono «uomini», il problema è meno drastico, perché


Dyna- un uomo ne può contattare molti altri. Il problema però diventa di nuovo acuto, co-
1989, me si è indicato nel testo, se si considera anche il tempo e si chiede con quanti altri
uomini si può avere contatto in un'unica volta. '

41
to che sistemi evolutivamente sviluppati devono limitare drastica-
mente la capacità di collegamento dei loro elementi e perciò devono
inventare qualcosa per compensare le perdite di relazionamento che
vi sono connesse. L'evoluzione infatti non ferma certo la crescita
dei sistemi alla soglia a partire dalla quale non è più possibile colle-
gare in ogni momento ogni elemento con ogni altro e poi controlla-
re anche nell'intero sistema ogni disturbo che proviene dall'ester-
no 35. Solo questa analisi porta al problema al quale diventa utile
svolgere il paradosso della complessità. La distinzione decisiva a
questo riguardo è adesso la seguente: sistemi che dispongono di
possibilità di collegamento completo tra i loro elementi e sistemi
che dispongono di possibilità di collegamento solo selettivo; è evi-
dente che i sistemi reali del mondo evoluto si trovano sulla parte
della distinzione che abbiamo indicato per ultima. In breve, la for-
ma della complessità è allora la necessità di mantenere un collega-
mento solo selettivo tra gli elementi, o in altre parole: l'organizza-
zione selettiva dell'autopoiesi del sistema.
Come strumento dell'osservazione e della descrizione il concetto
di complessità può essere applicato a tutti i possibili stati di fatto,
I

purché l'osservatore sia in condizione di distinguere, rispetto allo


stato di fatto che egli indica come complesso, elementi e relazioni.
Non si deve trattare di sistemi. Anche il mondo è complesso. Il con-
cetto non presuppone neppure che uno stato di fatto complesso sia
complesso solo ih un modo. Ci possono essere diverse descrizioni
della complessità, a seconda di quanto l'osservatore sia in condizio-
ne di scomporre l'unità di una molteplicità in elementi e relazioni.
Da ultimo, anche un sistema può descrivere se stesso come com-
plesso in diversi modi 36. Ciò deriva tanto dalla natura paradossale
del concetto, quanto dal fatto che un osservatore può descrivere le
descrizioni della complessità di un altro osservatore, così che posso-
no costituirsi sistemi ipercomplessi che contengono anche una plu-
ralitàdi descrizioni della complessità. Dovrebbe essere chiaro che
anche l'ipercomplessità è un concetto autologico. Solo se si spinge
a tal punto la concettualità formale si riesce a comprendere perché
la teoria.della società ha bisogno del concetto di complessità.
Nell'ambito oggettuale compreso dal concetto di complessità, la
35. Su questo problema W. Ross Ashby, Design for a Brain, 2. ed. London
1960, ristampa 1978, in particolare p. 80 sS., sui sistemi ultrastabili .
. 36. Cfr. per esempio Lars Lofgren, Complexity of Descriptions of Systems: A
Foundational StùdY,: «International Journal of Generai Systems» 3 (1977), pp.
197-214.

42
itica- società costituisce un caso estremo. Estremo non perché essa sia più
vono complessa degli altri sistemi (per esempio, i cervelli), ma perché il
l che tipo delle sue operazioni elementari, cioè le comunicazioni, la pon-
:scita gono sotto notevoli restrizioni. Per questo ci ·si deve senz'altro me-
:olle- ravigliare se con una operazione di questo genere si possono forma-
'olla- re sistemi altamente complessi, mentre è il caso di chiedersi come
~ster­ questo sia possibile. Le comunicazioni, infatti, sono, per così dire, a
utile scartamento estremamente ridotto e per i loro collegamenti dipen-
Lva a dono dalla sequenzializzazione. Ne segue che il loro bisogno di
10 di tempo è alto; ma questo significa che anche la loro probabilità di
;temi· disgregarsi è alta. Delle conseguenze stlUtturali di questa situazione
~ eVI- di partenza, cioè delle forme che a loro volta si affermano, ci occu-
parte peremo continuamente, prima di tutto in connessione con i media
l for- della diffusione: scrittura e libro stampato, poi in connessione con i
lega- problemi della formazione di catene e della capacità di ramificazio-
lIzza- ne e ancora quando rifletteremo sui vantaggi che derivano dalla
differenziazione dei sistemi. Ora consideriamo solo la forma univer-
Lcetto .sale che si è sviluppata, perché il sistema della società deve operare
fatto, soggiacendo a queste restrizioni, diversamente non può evolvere.
I allo Noi vediamo due soluzioni di questo problema che sono tra loro
uomo strettamente connesse, cioè: 1) un grado molto alto di autoreferenza
con- delle operazioni e 2) la rappresentazione della complessità nella for-
iO Sia ma del senso.
LZlOm La ricorsività dell'autopoiesi della società non è organizzata me-
iizio- diante risultati causali (outputs come inputs) e neppure nella forma
llOm. di risultati di operazioni matematiche, ma riflessivamente, cioè: me-
com- diante l'applicazione di comunicazione a comunicazione 37. Ogni
lssale comunicazione si espone a domande, a dubbi, all'accettazione o. al
~re le rifiuto ed anticipa tutto questo. Ogni comunicazione! Non ci sono
10SSO- eccezioni. Se un tentativo di comunicazione si volesse sottrarre a
i plu- questa forma di ricorsività riflessiva, non potrebbe riuscire come
o che comunicazione, non si potrebbe riconoscere come tale. La conse-
pmge guenza di questa risposta al problema della complessità è una infi-
lerché nitezza ineliminabile della comunicazione. Non c'è un'ultima parola
(ci sono naturalmente possibilità di far tacere le persone). Questo si-
ità, la gnifica anche che la rappresentazione della complessità del sistema
e del suo ambiente nel sistema può restare aperta come un fenome-
_ondon

ems: A 37. Questo è del resto uno dei molti motivi per cui non sono sufficienti né rap-
7), pp. presentazioni meccanicistiche (come la teoria delle macchine), né rappresentazioni
matematico-calcolatorie (oggi chiamate spesso «macchina») della società.

43
no che deve essere continuamente spiegato 38. E significa anche che
la comunicazione deve rivendicare autorità nel senso della possibi-
lità di dire, spiegare, motivare di più di quanto, al momento, non
sembri essere opportuno.
Con questa soluzione riflessiva del problema della ricorsività se-
quenziale - e si potrà parlare di co-evoluzione - converge la più im-
portante acquisizione evolutiva che in generale rende possibile la
comunicazione: la rappresentazione della complessità nella forma
del senso.
Anche qui forma significa: distinzione di due· parti. Le due parti
della forma «senso» sono: realtà e possibilità; oppure, in considera-
zione del suo uso operativo: attualità e potenzialità. È questa distin-
zione che permette di rappresentare nei sistemi che processualizza-
no senso la coazione alla selezione delIa complessità (una delle sue
parti, l'altra sarebbe data dal relazionamento completo degli ele-
menti): Ogni attualizzazione del senso potenzializza altre
possibilità 39. Chi fa esperienza interiore di qualcosa di determinato,
attraverso questa determinatezza viene rimandato ad altro che egli
può, a sua volta,attualizzare o ancora potenzializzare. In questo
modo la selettività' (o, per usare i termini della teoria modale: la
contingenza) di tutte le operazioni diventa una necessità im.witabile:
la necessità di questa fornia dell 'autopoiesi.
Così il mondo è presente ad ogni istante - non come plenitudo
entis, ma come differenza tra senso attualizzato e possibilità che so-
no accessibili a partire da questo senso. Il mondo è sempre presente
nella contemporaneità e allo stesso tempo la forma, .nella quale ciò
accade, è orientata ad Una processualizzazione sequenziale. Thtte le
altre forme che in tali sistemi possono attivare osservazione e de-
scrizione partecipano a questa forma del senso; e infatti esse pre-
suppongono, come abbiamo già detto, la forma come forma..:a-due-

38. In un certo senso giustamente Remi Atlan ha proposto di descrivere la com-


plessità mediante la funzione R della teoria dell' informazione di Shannon, cioè:
come misura per l'informazione che ancora manca per una descrizione completa
del sisteIp.a. Cfr. Renri Atlan, Enlre le crislal et la fumée, ciI. (tr. il. cit.); oppure
id., Hierarchical Self-organization in Living Systems: Noise and Meaning, in: Mi-
lahZeleny, ciI.; pp. ·185-208.
, I:' I
, ',I
39. Questo modo di esprimersi lo abbiamo trovato ilÌ. Yves Barel, op. ciI., p.
.;:
"

71: «un sistel1).a si attualizza, gli altri così si potenzializzano». Nella fenomenologia
di Russerl la stessa situazione viene formulata dal punto di vista della coscienza
, I;'
trascendelÌt~le. 'L'attività intenzionale della coscienza può identificare un oggetto
solo èOIlle
, rinvio ad altre possibilità dell'esperienza interiore, solo negli «orizzonti»
di altre'possibilità.
i

I
!

I i 44
, i:
, ,
~ che parti, nella quale entrambe le parti sono date contemporaneamente
,sibi- ma,· come possiamo dire adesso: una, nella modalità attualizzata;
non l'altra, nella modalità potenzializzata. Per passare da una parte della
forma all'altra (per attraversare il confine) c'è bisogno di tempo,
à se- così come c'è sempre bisogno di tempo quando si voglia attualizza-
llm- re ciò che è potenziale.
le la Come nelle distinzioni in generale, anche nel contesto della
)rma distinzione che produce senso, nella distinzione di attualità e poten-
zialità, la ripetizione di una operazione ha un duplice effetto. Da
parti una parte essa produce e condensa identità: la ripetizione si ricono-
iera- sce come ripetizione del medesimo. D'altra parte questo accade in
stin- un contesto in certo modo diverso (quanto meno più tardi sul piano
lzza- temporale) 40. Si perviene così ad un arricchimento del senso in base
: sue all'idoneità per l'uso in situazioni diverse. Da ciò risulta che intorno
ele- al senso si condensa un eccesso di rimandi che, in senso stretto, lo
altre rende indefinibile. Si possono solo inventare nuove indicazioni (pa-
[lato, role, nomi, «definizioni») per assicurare la riutilizzazione operativa.
egli In ultima istanza ogni senso riferisce il mondo e questo rende inevi-
lesto tabile che si producano operazioni come selezioni.
e: la
bile:
6. La società del mondo
tudo
~ so- La determinazione della società come sistema sociale complessi-
;ente vo ha come conseguenza che per ogni comunicazione che sia capa-
~ ciò ce di raccordarsi alle altre può esistere solo un unico sistema della
te le società. Sul piano puramente fattuale possono esistere diversi siste~
~ de- mi di società, così come prima si parlava di un gran numero di
pre- mondi; ma se queste società esistessero, allora sarebbero senza col-
due- legamento comunicativo tra di loro, oppure, nella prospettiva di cia-
scuna di esse, una comunicazione con le altre società sarebbe im-
com- possibile o resterebbe senza conseguenze.
cioè: Anche sotto questo aspetto il nostro concetto sta in relazione di
lpleta
ppure
40. Lo stesso duplice senso viene espresso in modo elegante da Spencer Brown
I: Mi-
attraverso la distinzione tra «condensation» e «confilmation». La ripetizione di
un 'espressione non porta nulla di nuovo, ma la condensa soltanto Cl --, -'>. --').
it., p,
Letta al contràrio (I ..::". 1 I), la stessa equivalenza può essere intesa come sem-
)logia
plice svolgimento di una tautologia. Spencer Brown parla di «corifirmation». Cfr.
:Ienza
op. cit., p. 10. Ciò su cui vorremmo richiamare con maggior forza l'attenzione è
~getto
la diversità delle situazioni di ripetizione, che deriva dal fatto che le operazioni che
~onti»
si raccordano ricorsivamente tra loro differenziano sistemi.

45
continuità e insieme di discontinuità con la tradizione vetero-euro-
pea. Il concetto di inclusione di tutti gli altri sistemi sociali deriva
da questa tradizione, come pure caratteri quali autarchia, autosuffi-
i.·'
,'
' cienza, autonomia. Se si guarda più attentamente, però, si vede su-
l!
bito che nella tradizione questi concetti erano intesi in modo diver-
so che nel nostro contesto. I sistemi cittadini dell'antichità erano au-
tarchici nella misura in cui offrivano all'uomo tutto ciò che era ne-
cessario alla perfezione della sua condotta di vita. La civitas dove-
)

va, come più tardi si dirà in Italia, poter garantire il bene e virtuose
vivere; niente di più, niente di meno. Fino a che punto per questo
fossero necessari territori più grandi, cioè regna, sia per motivi di
protezione, sia per motivi legati alla prassi dei matrimoni della no-
biltà che viveva in modo endogamico, è questione che fu discussa'a
partire dal Medioevo 41. In ogni caso non si era mai pensato che tut-,
ta la comunicazione dovesse aver luogo entro quest'unica civitas si-
ve societas civilis; e naturalmente nella tradizione yetero-europea
non si pensava all 'indipendenza economica: per questo non esisteva
neppure un concetto di economia nel senso attuale.
Corrispondentemente il concetto di mondo che avevano queste
società era concepito a misura di una cosa e le cose potevano essere
ordinate secondo i nomi, i tipi, i generi. Il mondo era concepitQ_ co-
me aggregatio corpo rum o persino come un grande, visibile eSser!l..
vivente che contiene tutti gli altri esseri viventi 42. In esso c'erano
esseri viventi mortali e immortali, uomini e animali, città e reg1.ò~i
e nei luoghi più lontani, a quanto si diceva (ma appunto: senza la
possibilità di un controllo comunicativo diretto), anche esseri favoc,
. \
losi e mostri, che.non.si adattavano ai tipi noti nella società-e-c.per
così dITe, nella loro rarità, fungevano
----~-~- .
comedÒccne:staodtrej"confi-
~,...., .
m.
Quest'ordine del mondo presupponeva che con la dis!an~~.§R.a- _
z~ale le-·pòssi?ili.tà della comunicazi.onedillli~~isse~o rapida~~!l-~~'
dIventassero lllsIcure. Senz'altro eSIstevano gfa pnma delle cultu~~\
altameilte 'svITup"ì)"ate--relazioni commerciali estese nello spazio, ma ,
il loro effetto comunicativo restava scarso. Le tecnologie venivano "
trasferite da società a società (per esempio, la lavorazione del me- i
tallo) ed anche la diffusione del sapere era possibile a misura della

41. Cfr. Aegidius Columnae Romanus (Egidio Colonna), De regimine


principum, cito dall'ediz. Roma 1607, p. 403, 411 s.
A2. Platone, Timeo, 92 C.

46
lIro- capacità di recezione di secondi e terzi destinatari 43. Spesso solo
nva nel processo di adattamento alle condizioni della recezione, le tec-
lffi- nologie e le forme del sapere trovarono la loro forma matura (per
su- esempio, la scrittura fonetica). In conclusione, questi processi
ver- richiedevano molto tempo e ad essi si rispose con l'universalizza-
, au- zionedi singole religioni, ma non con l'idea di una società del mon-
ne- do senza limiti regionali.
Jve- La conoscenza di parti del mondo più lontane restava sporadica,
lOse era mediata da persone e sicuramente poi fu rafforzata e prefigurata
esto mediante resoconti di resoconti, nella forma di voci. In particolare,
ri di coinvolgimenti bellici - ma appunto non: coordinazioni comunicati-
no- ve - sembra che abbiano portato al fatto che si descrivesse il mondo
osa a oltre i propri confini come molteplicità di mondi 44. E le costruzioni
tut- politiche degli imperi, che si formarono nell'ambito delle crescenti
S Sl- possibilità di comunicazione dovettero confrontarsi, fino all'età mo-
)pea derna, con il problema: come fosse possibile dominare da un centro
,teva un: territorio più grande ~ cioè come fosse possibile controllarlo attra~
verso la comunicazione 45. Da questa esperienza derìva anche la ten-
leste denza, a cui prima abbiamo accennato, a identificare le società con
;sere gli ambiti del dominio politico, cioè a definirle in modo regionale.
LCO- Queste condizioni sono gradualmente cambiate fin dal XVI seco-
~ser~ lo, fino a diventare irreversibili. A partire dall 'Europa fu ~<scop-er--to»
rano.
.~~-
e lentamente colonizzato tutto il gIObo terrestre, 0pQure fu §oggio.:
'lOlll
~'''-1
gafoTiirégolari rapporti di comunicazioQe. Seguendo lo stesso mo-
~ala vimento~coine vedremo nel quarto capitolo, la società si articola se-
avoc. éondo una differenziazione in sistemi di funzioni. Così cade la pos-
~,-per sibilità di definire l'unità di un sistema della società attraverso i
onfi- confini territoriali o attraverso i suoi membri, a differenza di coloro
che non sono suoi membri (come per esempio i cristiani a differen-
za dei pagani). E, il1fatti, i sistemi di funzioni come l'economia o la
n~a~\ scienza, la politica o l'educazione, la cura dei malati o il diritto,
Tture-
" ma',,
43. La rappresentazione di questo processo mediante concetti come imitazione o
vano diffusione dice molto poco e favorisce l'idea che si trattasse di un processo che si
me- , svolgeva in una direzione. In effetti un sistema che cede qualcosa trasforma se
della I stesso: in- ciò si può riconoscere, non da ultimo, il fatto che la comunicazione che è
sempre circolare, nella misura in cui riesce, produce una società del mondo.
44. Così Jan Assmann, Der Einhruch der Geschichte: Die Wandlllngen des
Goffes- und Welthegriffs im a!ten Agypten, «Frankfurter Allgemeine Zeitung» del
imine 14.11.87, per l'Egitto dopo le guerre degli Hyksos.
45. Cfr. Shmuel N. Eisenstadt, The Politica! Systems of Empires, New York
1963.

47
pongono ciascuno esigenze proprie ai propri confini i. quali non
possono più essere integrati concretamente in uno spazio o in rela-
zione a un gruppo di uomini. Ciò su cui tutti i *temi di funzioni
concordano e per cui non è possibile fare distinzioni è solo il fatto
dell'operare comunicativo. Considerata astrattamente, per usare una
formulazione paradossale, la comunicazione è la differenza che non
fa differenza. Come sistema della comunicazione, la società si di-
stingue dal suo ambiente - e proprio per questo non si distingue al
suo interno. Per tutti i sistemi parziali della società i confini della
.comunicazione Ca differenza della non-comun~cazione) sono i confi-
ni esterni della società, Su questo, e solo su questo, essi si accorda-
no. Ogni differenziazione interna deve e può collegarsi a questo
confine esterno. Nella misura in cui comunicano, tutti i sistemi so-
ciali partecipano alla società; nella misura in cui essi comunicano in
modo diverso, si distinguono.
In questo modo i confini del sistema della società sono segnati in
modo del tutto chiaro e univoco. Inoltre, a partire dalla scoperta
della stampa del libro, " dapprima lentamente e poi alla fine in mo-
do irreversibile- si perviene ad un accrescimento e ad una conden-
sazione della rete di comunicazione della società . Oggi la società è,
in linea di principio, indipendente da incrementi o diminuzioni de-
mografiche della popolazione. Per la prosecuzione dell' autopoiesi
del sistema della società, al livello di sviluppo raggiunto, si dispone,
. in, Qgni caso, di sufficiente capacità .
. Con questispostamenti strutturali si trasforma il concetto di mon-
do. Nel mondo antico si poteva discutere se il mondo fosse finito o
infinito, se essO avesse un inizio e Se avrebbe avuto o no una fine.
Questa controversia era tanto inevitabile quanto indecidibile perché
non si può pensare nessun confine senza pensare un'altra parte del
confine 46. Latrasformazione che si è prodotta non sta su questa di- : !
mensione. Secondo la concezione odierna, il mondo non è né un
bell'essere vivente, né una aggregatio cOIporum. Esso non è neppu-
. j: '

46. Della. ricca letteratura sulla storia delle idee si veda Pierre Duhem, Le systè-
nie dllmolll;Je,lfistoire des doclrines cosmologiqlles de Platon à Copernic, 2. ed.,
Paris. 195~:, Inoltre, per es., Rodolfo Mondolfo, L'infinito nel pensiero dei Greci,
Firenze 1934;,,Gha.rles Mugler, Dellx thèmes de cosmologie Grecqlle: Del'enir cy-
('/iglle etplllralité des mondes, Paris 1953; A.P. Orbàn, Les dénominations dII mon-
de che::. I('s pren,Ùfrrc{7rétiens, Nijmegen 1970; James F. Anderson, Time and Pos-
sibility oJ on Eti!l"llOl World, "Thomist>\ 15 (1952), pp. 136-161; Annelise Maier,
Diskllssiol7el1 iiper dos oktuf'll Une/ldliche in del' ersten Hiilfte des XIV Johrhun-
derts, «Divus Thomas» 25 (1947), pp. 147-166, 317-337.

48
non re la universitas rerum, non è la totalità delle cose visibili e in-
rela- visibili, delle cose e delle idee. Esso, da ultimo, non è neppure la
:lOm infinità che deve essere riempita, non è lo spazio assoluto o il tem-
fatto po assoluto. Tutte queste descrizioni e molte altre ancora possono
una essere effettuate nel mondo. Il mondo stesso è solo l'orizzonte tota-
non · 1~ di ogni esperienza vissuta che sia fornita di senso, sia che si
i di- orienti verso l'interno che verso l'esterno e, sul piano temporale, sia
le al che guardi avanti o indietro. Il mondo vuole essere inteso non come
iella aggregato, ma come correlato delle operazioni che in esso hanno
mfi- luogo 47. Per ricorrere ancora alla terminologia di George Spencer
'rda- Brown, il mondo è il correlato dell'unità di ciascuna forma; oppure
lesto · Giò che, come «unmarked space» 48, viene tagliato da una cesura,
l so- dalla linea di confine della forma e che in seguito può essere esplo-
10m ràto solo in relazione ad una distinzione, solo nel movimento da una
.parte all' altra della distinzione. Per il concetto di mondo della teoria
.ti in dei sistemi, questo significa che il mondo è la totalità di ciò che per
)erta · ciascun sistema è sistema e ambiente.
mo- . Il mondo antico era pieno di «segreti»; come l'essenza delle cose
den- e il volere di Dio, era esso stesso un segreto e non era fatto, oppure
tà è, era fatto in modo molto limitato, per la conoscenza, ma piuttosto
de- per l'ammirazione estasiata. Già il fatto di dare un nome doveva es-
)leSl sere considerato come pericoloso, perché dischiudeva il mondo alla
one, comunicazione e, corrispondentemente, il fatto di conoscere il nome
era qualcosa di affine alla magia, la quale provoca la natura ad usci-
10n- · re fuori di sé. Anche questo corrispondeva alla limitatezza spazi aIe
.lo o dell'idea di società, secondo la quale già pochi metri sotto terra o
fine. sulle cime delle montagne più alte o al di là della linea dell'orizzon-
rché te del mare poteva cominciare l'ignoto e ciò di cui si doveva dif-
: del fidare. Il mondo moderno non .deve essere più venerato e temuto
l di- come un segreto. Esattamente in questo senso esso non è più sacro.
! un Esso resta tuttavia inaccessibile: è senz'altro accessibile operativa-
JpU- mente (per esempio, in linea di principio, può essere reso oggetto
d'indagine), ma tutte le operazioni del conoscere e del comunicare
ystè- sono per se stesse inaccessibili. Il mondo può essere osservato. Ma
. ed.,
;reci, 47. Le obiezioni sono note. Esse denunziano una tale posizione come «relativi-
l' cy- smo»; e questo è corretto se si ha in mente uno dei numerosi sistemi di coscienza.
onOI1- Noi però ·qui non intendiamo un correlato della coscienza, ma un correlato della
Pos- comu·nicazione, e non intendiamo mettere ih dubbio la realtà delle cose, ma: po";'e
1aier, il problema dell 'unità, un problema che si pone sempre quando si fanno distinzioni
'hul1- per ottenere informazioni.
48. Vedi Spencer Brown, op. cit., p. S.

:, 49
in questa operazione l'osservatore stesso funge da terzo escluso.
L'unità del mondo, allora, non è un segreto, ma un paradosso. Essa
è il paradosso dell'osservatore del mondo,· che si intrattiene nel
mondo, ma non può osservare se stesso.
Tutto questo è ciò a cui pensiamo quando indichiamo la società
moderna come società del mondo. Da una parte questo significa che
, sul globo terrestre e persino in tutto il mondo che può essere comu-
: 'i "
l'I'
li' nicaiivamente raggiunto può_~sis!ere. solo una:- societa~Questo è
l'aspetto strutturale e operativo del concetto. Allo stesso tempo,
però, l'espressione società del mondo deve indicare che ogni società
(e, se si guarda in retrospettiva: anche le società della tradizione)
costruisce un mondo e così dissolve il paradosso dell'osservatore
del mondo. La relativa semantica deve essere plausibile e deve es-
sere adatta alle strutture del sistema della società. La semantica del
mondo varia con la evoluzione strutturale del sistema della società;
ma: vedere e dire questo appartiene al mondo della nostra società, è
la sua teoria e la sua còstruzione del mondo. E solo noi possiamo
osservare che le vecchie società non potevano osservare così se
stesse e il loro mondo.
Coni suoi caratteri particolari il mondo moderno è di nuovo un
'I \ , correlato preciso della società moderna. Ad una società che si dee
'II ii ii "'l'I', scriveva come natura, che era composta di uomini, si adattava un
l', i;
i r' I
';!
l'

:,i: mondo composto di cose (nel senso del latino res). Ad una società
,I che si descrive come sistema della comunicazione operativamente
chiuso e che si espande o si contrae a seconda di quanto si comuni-
chi, corrisponde un mondo che ha esattamente gli stessi caratteri di
quella società: un mondo che si espande o si contrae a seconda di
ciò che accade. Le società più antiche erano organizzate gerarchi-
camentee secondo la distinzion.eJnL.kentro_§__.R~r~f~ria. A ciò corri-
spondeva il loro ordine del mondo che prevedeva un ordinegerai'-
chic o (una series rerum) e un centro. La forma della differenziailo-
ne della società moderna costringe ad abbandonare questipnIlcipi
strutturalie;-cOlTispondentemente, questa società ha lIn -mona6~ete­
rarchico ed acentrico. Il suo mondo è correlato dell'intreccio diope-
razioni ed è accessibile allo stesso modo da ogni operazione.
Sulla base della forma della loro differenziazione le società più
antiche prevedevano l'inclusione stabile degli uomini in determinate
posizionisoci~li. Perciò esse dovevano concepire il mondo come la
totalità delle cose. Come conseguenza della sua differenziazione
funzionale la società moderna ha dovuto abbandonare questo princi-
piò dell'inclusione. L'individualismo moderno e, prima di tutto, la

50
eluso. tematica della libertà del XIX secolo hanno costituito un motivo
. Essa importante perché si formasse una idea della società del mondo 49 .
le nel La. differenziazione funzionale produce però comunque effetti sul
concetto di mondo.
ocietà La società moderna regola la sua espansione; il mondo moderno
:a che anche. La società moderna si può cambiare solo da sé ed è per que-
:omu- sto esposta a continua autocritica. Essa è un ordine autosostitutivo.
~sto è Il mondo moderno anche. Anch' esso può cambiare se stesso solo
empo, nel mondo. E se la società è costituita dalla totalità di tutte le comu-
ocietà nicazioni, il resto del mondo è condannato a restare senza parola.
zione) Esso si ritira nel silenzio. Neppure questo, però, è un concetto ade-
vatore guato, perché può restare in silenzio solo chi potrebbe comunicare.
ve es- l E cosa succede, allora, di Dio? Parallelamente allo sviluppo del-
ca del la società c'è un continuo indebolimento della figura «comunicazio-
xietà; ne attraverso o con Dio». Oggi, infatti, la comunicazione di Dio
ietà, è viene rappresentata ormai solo come u"n fatto storico, che può essere
;siamo compreso in base a testi: come una rivelazione verificatasi una volta
osì se per tutte. Se e quanto la religione, con questa figura, non rinunzi an-
che alla propria capacità di adattamento, senza vedere d'altra parte
lVO un una possibilità di chiedere a Dio che faccia qualche commento della
si de- modernità, è questione che si può solo intuire.
wa un Nonostante le infinite, universali connessioni che esistono nel si-
lOcietà stema della società modema, la sociologia oppone una decisa resi-
lmente stenza quando si tratta di riconoscere questo sistema globale come
lmum- società. Come nell'uso linguistico quotidiano, anche nella sociolo-
tteri di
nda di . 49. Perciò Hegel parla di «storia del mondo» in un senso molto determinato. Ve-
rarchi- di su questo anzitutto Joachim Ritter, Hegel und die Franzosische RevoluriO/I, cito
I corrl- dall'ego in: id., Metaphysik und Politik: Studien zu Aristoteles und Hegel, Frankfurt
1969, pp. 183-255 (tr. it., Metafisica e Politica, Casale Monferrato 1983). Muoven-
g~r.!lr-
do da considerazioni relative al problema della colonizzazione, si dice: «La società
ziazlO- industriale borghese, per Hegel, in conclusione, è determinata dalla propria legge a
Irincipi diventare società del mondo; la relazione della libertà all'umanità e all' uomo come
:fò~ete­ genere, che è decisiva per il rapporto della rivoluzione politica con la storia del
di ope- mondo, è fondata in questa potenziale universalità della società borghese» (222).
La riflessione secondo la quale dall'individualità degli uomini si dovrebbe inferi re
la società del mondo, si trova già in John Locke, Two Treaties of Civil Governmenl
età più Il, par. 128, cito dali 'ed. della Everymann's Library, London 1953 p. 181: (tr. it.,
minate Trattato sul Governo, Roma 1974, p. 143) «L'uomo è una comunità sola con tutto
ome la il resto del genere umano e costituisce una sola società, distinta da quella di tutte le
iazione .altre creature. E, se non fosse per la corruzione e malvagità di uomini degenerati,
non ci sarebbe bisogno d'altra società, n.essun bisogno vi sarebbe che gli uomini si
pnncl- isolassero da questa grande comunità naturale, costituendosi in associazioni min:.;o__ri-.._
utto, la e distinte in base a convenzioni positive». ,<}JJt/ì,
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51 ;;, OlNJI'II!U~diù ;;
...-, ~.

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"O "'o .'4 ,.,
gia si è soliti parlare di società italiana, società spagnola, ecc. (per
quanto in una teoria, gi~ per motivi metodologici, non dovrebbero
essere usati nomi come Italia o Spagna). A ragion veduta Parsons
ha scelto come titolo del suo libro la formulazione The Systemof
Modern Societies 50. E in particolare quegli autori che, nell'ambito
della teoria della società attribuiscono un ruolo centrale allo stato
moderno, rifiutano proprio per questo motivo di riconoscere il siste-
ma globale come società 51. Il fenomeno della società moderna si
manifesta allora nella figura della «response to globalities» 52. Noi
avevamo caratterizzato già sopra questa fissazione come un impedi-
mento della conoscenza che attualmente blocca la teoria della so-
cietà; Se si chiede una motivazione, si viene rinviati di regola alle
forti differenze che esistono nel livello di sviluppo delle singole re-
gioni del globo terrestre. Il fatto naturalmente non può essere con-
testato né è il caso di ridurne la portata. D'altra parte, neppure la
teoria, non disponendo di argomenti plausibili, dovrebbe affermare
che queste differenze scompariranno lentamente (teoria della con-
vergenza). Il riferimento alle differenze, tuttavia, viene. usato in un
modo che, sul piano dell'argomentazione, è falso. Non è un argo-
. mento contro, ma un argomento a favore della società del mondo.
L'interesse allo sviluppo cpsÌ come l'int~resse al mantenimento dei
molteplici dati culturali dei singoli paesi è già esso stesso un inte-
resse formato attraverso la società: un fatto, questo, che appare su-
bito evidente quando si pensi al paradosso tipicamente moderno che
consiste nella contemporanea aspirazione alla trasformazione e alla
conservazione. Riprendendo anèora il concetto di forma di Spencer
Brown, potremmo anche dire: sviluppo è una forma, di cui una par-
te (secondo il modo attuale di intendere) consiste ilell'industrializ-
zaldone, l'altra nel sottosviluppo.
',Proprio ilçliverso livello di sviluppo che si rinviene nelle singole
zonedeIglùbo terrestre richiede una spiegazione che può essere da-
tasolo dalla teoria della società. Tale spiegazioilè non può riattÌvare
il modèllo, vecchio di un millennio, della «molteplicità dei popoli»:
, ,,:,

50. Si veda Talcott PàrsOns, The System of Modern Societies, Englewood Cliffs .
N.J. 1971 (tr. 'it.,Sistemfqisocietà,'II. Le società moderne, Bologna 1971).
:: 51. CosÌ per esempio Anthony Giddens, The Nation-State and Violence, Cam-
'I
I,
i I
"

li
bridge'EngL i 1985. .
!'.•
.
,
,
,
52, Unà formulaziorie e un tema di ricerca di Roland Robertson. Si veda, per
es., Roland RobertsoÌì; FrankLechner, Modernization, Globalization and the Pro-
i, I
,
blemofCulture in World-System Theory,«Theory, Culture and Society» Il (1985),
i . ,
i
'
pp. 105-118. .

, .52
:. (per essa può assumere come punto di partenza solo l'unità del sistema
:bbero dellasocietà che produce quelle distinzioni. È chiaro che le singole
arsons regioni partecipano in misura molto diversa ai vantaggi e agli svan-
emof taggi che derivano dalla differenziazione funzionale e, in quanto
1mbito prevalgano gli svantaggi, sembra che i sistemi di funzionidifferen-
, stato ziati, per esempio la politica e l'economia, si causino impedimenti
siste- reciproci. Questo però non autorizza ad assumere come punto di
ma SI partenza diverse società regionali; perché è proprio la logica della
2. Noi
differenziazione funzionale e il confronto, non con altre società, ma
1pedi- con i vantaggi che derivano dalla piena realizzazione della differen-
la so- ziazione funzionale, che fa risaltare questi problemi.
ia alle Secondo la prospettiva aperta da questa concettualità, appare co-
)le re- me espressione di un pensiero superato, il fatto che si continui ad
~ con-
argomentare orientandosi a teorie che distinguono generi diversi di
ure la società e che si consideri la «somiglianza» esistente nelle condizioni
rmare di vita dei singoli paesi come presupposto per la loro attribuzione
, COI1- ad una società. La modernità della società non sta nei suoi caratteri,
In un ma nelle sue forme, cioè: nelle distinzioni che essa usa per di[igere
argo- le sue operazioni comunicative. E concetti tipicamente moderni, co-
.ondo. me sviluppo o cultura, guidano l'attenzione verso distinzioni molto
to dei specifiche. Non fa più oltre meraviglia il fatto che così vengano for-
l inte- zate determinate differenze, mentre altre restano invisibili. Sul pia-
re su- no della distinzione dì distinzioni (o dell'osservazione di osserva-
lO che zioni) il processo resta contingente. Ma ogni società si nasconde le
e alla sue contingenze, e la società moderna si nasconde - certamente con
,encer poca sicurezza di sé, perché con poca tradizione - le contingenze
a par- dello sviluppo e della cultura. Al posto di tutto questo, ci si osserva
rializ- e ci si preoccupa nel contesto delle distinzioni che di volta in volta
sono preferite.
ngole Anche se alle condizioni moderne non possono esistere società
re da- regionali, si potrebbe sempre pensare di poter parlare di una diffe-
tivare renziazione regionale nel sistema della società. del mondo - come se
poli»: la società si distinguesse in sub-società. Neppure questo, però, resi-
ste ad una riflessione più precisa. Una differenziazione che fosse es-
I Cliffs senzialmente regionale contraddirebbe il primato moderno della dif-
ferenziazione funzionale. Essa fallirebbe per il fatto che è impossi-
, Cam- bile vincolare tutti i sistemi di funzioni a confini spaziali unitari, a
confini che valgono insieme per tutti i sistemi. Può essere differen-
:la, per
!e Pro-
ziato regionalmente nella forma degli stati solo il sistema politico e
:J 985), con esso il sistema del diritto della società moderna. Tutti gli altri
s.istemi operano indipendentemente da confini spaziali. Proprio ·la

53
univocità dei confini spaziali rende chiaro che essi non vengono ri-
spettati né dalle verità, né dalle malattie, né dall'educazione, né dal-
la televisione, né dal denaro, né dall'amore. In altri termini, l'intero
fenomeno del sistema complessivo della società non può essere ri-
petuto all'interno di confini spaziali come un microcosmo ileI ma-
crocosmo. Il significato dei confini spaziali sta Ili<U~_inter­
dipendenze che esistono tra il sistema politico e il sistema del dirit-
to da una parte e gli altri sistemi di funzioni dgJLaltra. Attraverso la
diversità delle valute e i sistemi delle banche di emissione essi agi-
scono sull'economia, con i diplomi di formazione essi agiscono
sull'educazione o sugli ordini professionali. Queste diversità.posso-
no ben essere comprese nel contesto di una società del mondo e
possono essere rafforzate o indebolite dalla politica. Ma non si rico-
noscerebbe affatto la loro specificità se, in quanto diversità, le si ri-
ferisse alle società regionali o ad una differenziazione regionale del
sistema della società.
Questi argomenti per una società del mondo possono essere sor-
retti da indagini empiriche. Ciò che manca fino ad ora, è solo una
I teoria capace di riprenderli e di elaborarli. L'idea propria della teo-
. ria dei sistemi, secondo la quale la società è un sistema sociale au-
topoietico operativamente chiuso che include in sé tutti gli altri si-
stemfsociali, e quindi tutta la comunicazione, tenta di colmareque-
sta lacuna.

7. Pretese di razionalità

La tradizione umanistica europea aveva dato al concetto e, quin-


di, alle aspettative di razionalità una forma molto specifica; allo
stesso tempo, però, aveva nascosto la specificità di questa forma
mediante la ovvietà di una tradizione che non ammetteva altre pos-
sibilità di pensiero. Secondo la rappresentazione propria di questa
tradizione, la ratio apparteneva alla natura dell'uomo. Come essere
naturale l'uomo veniva determinato attraverso la distinzione
dall'animale. Diversamente da quanto accade oggi, allora si pensava
che nel concetto di natura fosse presente una componente norma-
ti~a. Così, su un'idea normativa della natura, si fondava un concetto
normativo di razionalità. Nel contesto aristotelico, natura fu intesa
come un movimento orientato verso un fine (télos) che, però, non
dava alcuna garanzia che qUesto fine potesse essere anche raggiun-
tO.Tradotto riel riostro linguaggio concettuale, télos fungeva come

54
no n- una forma-a-due-parti, cioè come uno stato di quiete, di soddisfa-
é dal- zione, di perfezione, che poteva essere raggiunto o anche mancato.
intero Il concetto opposto a quello di perfezione era corruzione. Di fronte
!re fI- al valore positivodello stato di natura c'era un valore negativo (sté-
:1 ma- resis, privatio) che indicava un mancare, un fallire.
inter- Se si riflette dal punto di vista della sociologia, non è un caso che
dirit-
.-
questo concetto trovò una precisa corrispondenza nelle teorie della
:fSO la nobiltà di quel tempo e prima di tutto nelle teorie sull'educazione
ì1 agI- della nobiltà. Si era nobili perché si era nati in una famiglia ricca, e
scono sì doveva in ogni modo evitare di perdere ola nobiltà a causa di diso-
}QSSO- nore. Così, però, si aveva solo una nobiItà imperfetta. La perfezio-
ndo e ne, il télos della nobiltà, si raggiungeva solo in virtù di meriti parti-
l fICO- colari, attraverso quel bene e virtuose vivere che dalla nobiltà di na-
SI fI- scita poteva solo essere reso possibile, ma non ancora garantito 53.
le del Educazione e guida morale alla condotta di vita avevano il compito
di sorreggere il nobile sul percorso della sua perfezione razionale e
e sor- di proteggerlo di fronte alle tentazioni della corruzione.
o una Con tutti questi aspetti, che poi sarebbero stati raffinati in molte-
a teo- plici modi, elaborati per l'insegnamento e per l'educazione, per
le au- l'etica e la retorica, il concetto della razionalità della natura offriva
tri si- una tensione stabile. Guardando in retrospettiva si può riconoscere
~ que- che la tensione tra realtà e razionalità era stata còlta e stabilizzata
nella forma della teleologia e nella distinzione della forma perfe-
zione/corruzione .. I problemi particolari della nobiltà, con il suo
doppio criterio nascita/merito, furono affrontati mediante la distin-
zione delle distinzioni perfezione/corruzione e perfezione/imperfe-
Zione.
qum- Questo mondo è tramontato con le sue condizioni strutturali (la
; allo società dei nobili) e con la sua semantica. È una situazioI).e che dob-
forma biamo accettare, nonostante tutta la meraviglia che possiamo avere
~ pos- per il passato: noi viviamo oggi. Ma a queste condizioni, possiamo
[uesta ancora mantenere un concetto normativo di r~zionalità, come pro-
~ssere pone Jiirgen Habermas? E se potessimo farlo: con l'aiuto di quali
Zlone distinzioni potrebbe essere riformulato questo concetto di raziona-
nsava lità?
)fma- Nel XVII secolo, quando la fiducia nella razionalità era ancora
lcetto intatta, cominciano a manifestarsi le prime espressioni del suo dis-
intesa solvimento. Il vecchio continuum di razionalità della natura (la
" non creazione ben ordinata) viene frantumato. Le pretese di razionalità
:gmn-
come 53. Si veda solo Annibale Romei, Discorsi, Ferrara 1586, p. 58 s.

55
- e Cartesio è l'autore determinante - vengono ridotte a stati menta-
li, e quindi a soggetti. Questo permette di concepire gli scopi come
rappresentazioni di guida, come correzioni al corso del mondo, cioè
come deviazioni e non più come stati di perfezione della natura
stessa. Così per la prima volta si fa acuto il problema della scelta
degli scopi (e non più solo quello dei mezzi per scopi manifesti).
Subito dopo i motivi si distinguono dagli scopi, si considerano i
motivi come imperscrutabili (a differenza degli interessi) e si riflet-
tono i problemi corrispondenti della comunicazione della sincerità e
dei criteri per l'autenticità. Non solo il continuum di razionalità del-
la natura, ma anche il continuum di razionalità del soggetto viene
diviso attraverso una distinzione, appunto quella tra motivo e scopo,
per cui l'ulteriore riflessione si occupa solo delle distinzioni che
violano il continuum di razionalità.
A partire dal XIX secolo ulteriori riduzioni riportano il concetto
di razionalità ai sistemi parziali della società e precisamente: o al
calcolo economico dei rapporti di utilità tra scopi e mezzi (ottimiz-
zazione) o all'applicazione del sapere scientificamente garantito.
Verso la fine del XIX secolo, da ultimo, si fa strada una dissoluzio-
ne dello stesso concetto di razionalità, la quale poi renderà possibile
una scepsi generale sulla razionalità (Ma x Weber). Anche questo si
verifica attraverso una tecnica della distinzione. Lo stesso concetto
di razionalità viene diviso, in un certo senso secondo la vecchia di-
stinzione tra pofesis e praxis, in razionalità conforme allo scopo e
razionalità conforme al valore o, come con una tarda eco, in Jiirgen
Hilbermas, nella razionalità dell'agire strategico e nella razionalità
dell'agire comunicativo. (razionalità monologica e dialogica) 54. E
qùi,' come era tipico per le tecniche della distinzione del XIX secolo
(qd eccezione di Hegel) resta esclusa la questione dell 'unità della
differenza, cioè una spiegazione di ciò che si intende con razionalità
in sé. Al contrario, si distingue razionalità e irrazionalità, coscienza
e inconscio, funzioni manifeste e funzioni .latenti, e ancora: senza
considerare che adesso si deve di volta in volta porre la questione
dell'unità di.queste differenze.
i, i Noi non intraprendiamo una discussione di queste diverse rotture
I : I.:'
" !
del continuum della razionalità vetero-europea, ma consideriamo lo
:1': : "
l'' , ,I
. sviluppo della semantica della razionalità che abbiamo appena ab-
r::,,'
"
boz:z;ato come un indicatore del fatto che nel passaggio alla moder-
,i I,
54. Così, riassumendo, Ilirgen Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns,
2 volI., Frankfurt 1981 (tf. il., Teçria dell'agire comunicativo, Bologna 1986).

56
1enta- nità, il sistema della società si è trasformato in modo così radicale
come che anche l'idea del rapporto tra realtà e razionalità ne è stata inte-
I, cioè ressata. E ciò vale per il concetto di mondo moderno, che non può
1atura essere qualificato né in modo positivo né in modo negativo, perché
scelta ogni qualificazione è una operazione che può essere osservata nel
festi). mondo e quindi vale anche per la società moderna.
~ano I . Questo non deve significare che le aspettative di razionalità
riflet- dovevano essere abbandonate e che si dovesse andare incontro alla
~rità e realtà senza disporre di criteri. La frantumazione del concetto vete-
à del- ro-europeo non deve significare che con esso sia scomparso anche il
VIene problema, mentre l'insufficienza delle ricostruzioni fatte fino ad ora
iCOpO, può essere ricondotta ad una situaiione transitoria e alla mancanza
li che di una sufficiente teoria della società. Comunque sia, in questa si-
tuazione noi possiamo reagire solo con profonde astrazioni. Se si
ncetto ",segue l'approccio che qui è stato proposto, basato su una teoria del-
: o al le differenze, allora il problema della razionalità dovrebbe consiste-
timiz- re nella questione dell 'unità delle distinzioni di volta in volta usate.
mtito. L' ottimizzazione del rapporto tra scopi e mezzi o del consenso tra
luzio- Ego e Alter, la razionalità dell'accordo nel sènso di Habennas, sa-
isibile rebbero allora solo casi particolari di un principio generale, e anche
:sto si la teoria di sistemi, con la sua forma, con la sua distinzione tra si-
ncetto stema e ambiente, può annunciare una pretesa di razionalità.
lia di- E infatti, il problema del rapporto tra reilltà e razionalità, in ulti-
opo e . ma istanza, diventa acuto per il fatto che ogni operazione in quanto
iirgen osservazione, richiede una distinzione per potei indicare una parte
Inalità della distinzione (e non l'altra). Essa deve usare la sua distinzione
54. E che guida l'osservazione come differenza (e non come unità, non
iecolo nella indistinguibilità di ciò che è distinto, non in ciò che è comune
della a entrambe le parti). Essa non può procedere affatto dialetticamente,
Inalità nel senso di Hegel, ma deve escludere se stessa, come osservazione,
;Ienza da ciò che osserva. E qui l'osservatore, indipendentemente da quale
senza distinzione egli adopera, diventa il terzo escluso; ma proprio lui, e
stione lui soltanto, garantisce, con la sua autopoiesi, la realtà delle sue
operazioni e così la realtà di tutto ciò che deve essere presupposto
otture come mondo nel modo della contemporaneità (ricordiamo la coppia
mo lo concettuale accoppiamento strutturale e irritazione). La prassi del
la ab- distinguere mediante indicazione non compare nella distinzione. Es-
lO der- sa non- può essere indicata, tranne che attraverso un'altra distinzio-
ne. Essa è il punto cieco dell' osservare - e proprio, per questo è il
ndelns, luogo della sua razionalità.
Un problema così posto non conosce una soluzione che possa

57
soddisfare. Ma proprio perché è fonnulato come paradosso, è possi-
bile riconoscere vie d'uscita, cercare sostegni che in questa prospet-
tiva possono valere come razionali. Una tale via d'uscita ideata co-
me svolgimento di un paradosso può essere indicata con il concetto
del «rientro della forma nella forma» o della distinzione in ciò che
è distinto 55. Poiché la fonna nella fonna è ed insieme non-è la for-
ma, si tratta di un paradosso, ma insieme di un paradosso che è
svolto; perché adesso si possono scegliere distinzioni (non tutte so-
no adatte) il cui rientro può essere interpretato.
Un osservatore di questo rientro ha allora la duplice possibilità di.
descrivere un sistema tanto dall'interno (<<comprendendo» la sua
autodescrizione) quanto dall'esterno, cioè di assumere tanto un pun-
to di vista interno, quanto un punto di vista esterno. Si comprende
che egli non può compiere entrambe le operazioni contemporanea-
mente, perché per questo egli deve usare la distinzione
interno/esterno 56. Ma questa impossibilità può essere compensata
dalla possibilità di osservare il proprio osservare, di volta in volta,
dall' altra posizione.
Applicata alla distinzione di sistema' e ambiente, questa regola
del rientro richiede che la distinzione sistema/ambiente si ripresenti
nel sistema. Il sistema produce e osserva la differenza tra sistema e
ambiente. Esso la produce, operando. Esso la osserva, in quanto
questo operare richiede nel contesto della propria autopoiesi una di-
stinzione tra autoreferenza ed eteroreferenza, la quale poi può esse-
re «oggettivata» nella distinzione sistema/ambiente. Il sistema, allo-
ra, può sempre raccordary le proprie operazioni alle proprie opera-
zioni, esso però può ricavare le informazioni che indicano la dire-
zione o da se stesso o dal suo ambiente. Nessun dubbio che questo
sia possibile realmente, anche e proprio per sistemi operativamente
chiusi. Se si segue la proposta concettuale che si è fatta più sopra,
la razionalità del sistema presuppone un tale rientro della fonna nel-
la fonna.
, I
! I I . La razionalità, però, non si raggiunge solo con questo. Oltre a ciò
II ii'l dobbiamo tener presente che la razionalità deve essere definita e
! .

55. Re-entry, nel senso di Spencer Brown, op. cit., p. 69 ss.


56. Cfr., per un tale oscillare, Stein Brilte!), The Third Position: Beyond Artifi-
cial and Autopoietic Reduction, in: Sociocybernetic Paradoxes: Observlition, Con-
trol and Èvolution of Self-steering Systems, a cura di Felix Geier, Johannes van der
Zòuwen, Londori. 1986, pp. 193-205; Michael Hutter, Die Produktion von Recht:
: : :
Eineselbstl'eferentielle Theorie der Wirtschaft, angewandt auf den Fall des Arznei-
mittelpatentrechts, Tiibingen 1989, in particolare p. 37ss.

58
POSSl- perseguita nel contesto di una distinzione della realtà. L'autopoiesi
ospet- deve essere continuata alla condizione posta dalla realtà_ Se questo
ta co- non accade, allora viene a cadere la realtà corrispondente_ In quanto
ncetto opera in modo autopoietico, il sistema fa quello che fa e nient'altro.
iò che Esso traccia quindi un confine, costruisce una forma e lascia da par-
la for- te tutto il resto. Di conseguenza esso può osservare ciò che è esclu-
che è so come ambiente e se stesso come sistema. Con la distinzione tra
tte so- autoreferenza ed eteroreferenza esso può osservare e, poiché fa que-
sto, esso può continuare la propria autopoiesi. L'autoosservazione
ilità di non può mai revocare ciò che è accaduto, in quanto essa stessa lo
la sua utilizza e lo continua nel contesto dell' autopoiesL Essa non può
n pun- neppure mai raggiungere ciò che ha prodotto in modo autopoietico
prende come differenza. Nel reale operare essa divide il mondo, lo spazio
,ranea- non segnato, in sistema e ambiente e il risultato si sottrae alla com-
lZlOne prensione osservante - cosÌ come nella telminologia tradizionale,
lensata nessun occhio è in condizione di vedere la plenitudo entis. Dopo
volta, queste riformulazioni del problema, la razionalità non appare più
come paradossale, appare impossibile.
regola Tutto questo, però, presenta il vantaggio che è possibile riflettere
resenti .sulla possibilità di avvicinarsi alla razionalità. Un sistema può co-
tema e struire complessità propria e quindi irritabilità. Esso può integrare la
quanto distinzione sistema/ambiente da entrambe le parti mediante ulteriori
lIna di- distinzioni e così può allargare le sue possibilità di osservare. Esso
ò esse- può rlutilizzare indicazioni e cosÌ condensare referenze oppure non
a, allo- riutilizzarle e così cancellarle. Esso può ricordare e dimenticare e
opera- . così reagire alla frequenza delle irritazioni; con tutto questo il rien-
ia dire- tro della distinzione in ciò che è distinto può essere arricchito e for-
questo .nito di più complesse possibilità di raccordo. A differenza delle
amente conçezioni proprie della tradizione, qui non si tratta di avvicinarsi a
l sopra, un ideale, non si tratta di maggiore giustizia, di maggiore forma-
na nel- zi~ne, non si tratta dell'autorealizzazione di uno spirito soggettivo o
oggettivo. Non si tratta di raggiungere l'unità (poiché, come si è
re a ciò detto, questo sarebbe un ritorno nel paradosso o nel suo sostituto:
finita e l'impossibilità). Razionalità del sistema significa: esporre alla realtà
e sottoporre a prova rispetto ad essa una distinzione, cioè la distin-
zione tra sistema e {lmbiente.
zd Arlifi- Ci si può spiegare questo sull'esempio dei problemi ecologici
an, Can- della società moderna. Questi problemi non possono essere risolti
s van der
'n RechI:
evitando interventi sull' ambiente o addirittura cancellando la diffe-
s Arznei- renza tra sistema e ambiente, cioè interrompendo il funzionamento
della società. Questo significherebbe: perseguire la razionalità come

59
catastrofe finale (non è difficile immaginare formati più piccoli del-
lo stesso principio, per esempio l'interruzione della produzione di
energia, della produzione chimica, ecc.). Un modo razionale per af-
frontare i problemi può essere perseguito solo nella società e solo
alle condizioni della prosecuzione della sua autopoiesi, e questo im-
plica sempre: mantenimento della differenza. Lo stesso problema si
ripete all'interno della società al livello dei suoi singoli sistemi di
funzioni. Anche qui le chance della razionalità consistono nel man-
tenimento e nell 'utilizzazione delle differenze, non nella loro elimi-
nazione. L'irritabilità dei sistemi deve essere rafforzata, e questo
può accadere solo nel contesto del loro operare autoreferenzialmen-
te chiuso. Ma proprio a questo aspira la teoria dei sistemi quando
tratta la distinzione tra sistema e ambiente come la forma del siste-
ma. Più che in qualunque altra teoria della società, in questo modo
emergono al centro della concezione teorica i problemi ecologici ed
esattamente nello stesso senso i problemi umani 57. Il fatto che la
teoria fissi la sua attenzione sulla differenza acuisce lo sguardo sui
problemi che abbiamo richiamato in un modo che elimina ogni spe-
ranza che essi possano ess,ere risolti, e quindi scomparire. Solo se si
accetta questo, si possono trattare i problemi come un programma
di lavoro e si può tentare di migliorare la posizione del sistema del-
la società, in relazione al suo ambiente umano e al suo ambiente
non umano, secondo criteri che devono essere costruiti e variati nel-
la società stessa.

57. Ampiamente su ciò, Niklas Luhmann, Okologische Kommllnikation: Kanl1


die moderne Gesellschaft sich allf okologische Gefiihrdllngen einstellen?, Opladen
1986 (tr. iL, La comllnica:ione ecologica, 2. ed. Milano 1990).

60
li del-
me di 2. l media della comunicazione
ler af-
~ solo
to im-
:ma SI
:mi di
man-
elimi-
luesto
Imen-
uando
siste-
modo 1. Medium e forma
ici ed
;he la .. La comunicazione è un evento estrèmamente improbabile. Basta
io sui . per un attimo non considerare che di fatto esiste già un sistema del-
1 spe- la società e che. questo sistema riproduce comunicazione attraverso
l se SI comunicazione, per rendersi conto della improbabilità dell'evento
lmma della comunicazione: esso non può aver luOgo come evento singolo;
a del- si rende probabile solo da sé e trova il motivo per il suo verificarsi
)iente solo nei suoi riferimenti ricorsivi, cioè nelle operazioni comunicati-
:i nel- ve'alle quali reagisce e che esso stesso stimola.
Se poi si considerano i requisiti che devono essere soddisfatti
. perché la comunicazione abbia luogo, allora la sua improbabilità di-
venta ancor più evidente. Abbiamo già detto l che la comunicazione
è una sintesi che risulta da tre selezioni: informazione, atto del co-
municare, comprensione. Ciascuna di queste componenti è, in se
stessa, un evento contingente. L'informazione è una differenza che
trasforma lo stato di un sistema, cioè produce una differenza. Ma
perché proprio una determinatà informazione e non un' altr'} deve
essere quella che influenza un sistema? E perché viene formulata in
un atto del comunicare? E perché qualcuno dovrebbe rivolgersi ad
altri mediante un determinato atto del comunicare, quando ci sono
tante possibilità di impegnarsi sensatamente? Da ultimo: perché
. qualcuno dovrebbe concentrare la sua attenzione sull'atto del comu-
nicare di un altro, cercare di comprenderlo ed orientare il suo
cOmportamento alla informazione comunicata, pur essendo libero di
Kal1l1 tralasciare tutto questo? Queste improbabilità, poi, vengono molti-
pladen
I. Cfr. cap. L p. 27 s.

61
I

i" I plicate ancora una volta nella dimensione temporale. Come è possi-
Il! ',
I, :::'ile che la comunicazione raggiunga rapidamente il suo scopo e, in '
I,
particolare: come è possibile che ad una comunicazione segua'
il'
, un'altra comunicazione e non la stessa, con una regolarità tale da
il il
,II! , motivare determinate aspettative ad essa rivolte?
i Se già le singole componenti della comunicazione, prese per sé, so-
no improbabili, a maggior ragione lo è la loro sintesi. Come è possibi-
le che qualcuno non solo percepisca semplicemente qualcun altro, il
cui comportamento può essere, per esempio, pericoloso o comico, ma
lo osservi sulla base della distinzione tra atto del comunicare e "
i i:
I ,Ii
informazione? Come è possibile che qualcuno si aspetti di essere os-
I '
, I
,;' ,
servato in questo modo, e quindi si orienti in tal senso? E come è
,
,I i' possibile che qualcuno si senta incoraggiato a ricorrere ad un atto del,
comunicare se proprio la comprensione del senso di quell' atto autoriz-
l' , za colui che\lo comprende a rifiutarlo? Come è possibile la comunica-
zione e che cosa è idoneo alla comunicazione: sono questioni condi-
i:
zionate dalla soluzione o, più precisamente, dalla trasformazione del'
I, problema della immanente improbabilità della comunicazione.
l,:,,
II."I i' Il problema comunque non viene mai posto in un modo così net- I
Il'
il;" ,
I

to. Generalmente ci si accontenta di spiegare il verificarsi della co-


,I,
l' municazione attraverso la sua funzione e di vedere questa funzione
nell' alleggerimento e nell' allargainento delle capacità cognitive de-
gli esseri viventi. Per motivi biologici che non possono essere elusi,
:I gli esseri viventi vivono come esseri singoli. Essi però non vivono
indipendentemente gli uni dagli altri. Nelle specie più altamente'
I I sviluppate essi dispongono di una mobilità propria e della possibi-
lità di percezione a distanza. Quando ciò sussista, allora, può avere
successo sul piano dell'evoluzione non solo 1'estensione della, por-
il,I: tata della percezione propria 2, ma oltre a questa, anche lo scambio
'I '
" di informazioni, in quanto permette di evitare che ciascuno debba
procurarsi le informazioni da sé. Per questo fatto la letteratura cono-

2. Una teoria dell 'evoluzione che utilizza questo punto di vista, è quella che sta
a fondamento delle ricerche che Donald Carripbell ha svolto per anni. Si veda, per
esempio, Pattern Matching as an Essential in Distai Knowing, in: The Psychology
o/ Egon Brunswik, a cura di Kenneth R. Hammond, New York 1966, pp. 81-106,
che riprende la psicologia di Egon Brunswik; inoltre id., Natural Selection as an
Epistemological Model, in: A Handhook o/ Method in Cultural Antropology, a cura
di Raoul Naroll, Ronald Cohen, Garden City N.Y. 1970, pp. 51-85; id., On the
Conjlicts BetJiieen Biological and Social El'olution and Between Psychological
and Moral Tradition, «American Psychologist» 30 (1975), pp. I 103- I 126.

62
le è possi- sce diverse denominazioni, come vicarious learning 3 o economy of
copo e, cognition 4. Il punto di vista è, rispettivamente, questo: con l'aiuto
degli altri ci si può procurare molte più informazioni e, ciò che più
conta, in un modo più rapido di quanto non sarebbe possibile fare
attraverso i propri organi di senso. La soluzione del problema sem-
per sé, so- bra.esser data, allora, dallo sviluppo simultaneo di una estrema di-
è possibi- pendenza sociale e di un alto grado di individualizzazione: questo
lO altro, il sviluppo sarebbe raggiunto mediante la costruzione di un complesso
)mICO, ma. ordine della comunicazione fornita di senso, la quale determine-
umcare e rebbe poi l'ulteriore evoluzione dell'uomo.
essere os- L'argomento, anche se utile, non è sufficiente come spiegazione.
E come è Da esso è possibile solo trarre dati sull 'ambiente del sistema della
lO atto del comunicazione società (o di corrispondenti sistemi della comunica-
to autoriz- zione animale). Se gli esseri viventi non dovessero vivere come sin-
comUlllca- . goli, se non ci fossero dei vantaggi derivanti dall'informazione a di-
oni condi- . stanza o se non fosse utile allargare i confini del proprio apparato
azione del- dei sensi - per quanto sia adatto anche alla percezione a distanza -
e. mediante percezione a distanza della percezione.a distanza di altri
) così net- . esseri viventi, non si potrebbero formare sistemi della comunica-
. della co- . zione. L'ambiente che rende possibile tutto questo, ci permette di
l funzione capire molte cose. Esso, però, non può spiegarci come mai si possa
'nitive de- pervenire all'autopoiesi della comunicazione, alla chiusura operati-
sere elusi, va dei sistemi della comunicazione. A questo riguardo, l'ambiente,
)n VIvono non ci dice di più di quanto non ci direbbe una spiegazione chimica
altamente' dell' autopoiesi della vita. Già in generale vale il fatto che mediante
a possibi- l'indicazione della funzione non si può spiegare che qualcosa esiste
può avere. e attraverso quali strutture essa rende possibile se stessa. E a mag-
della por- . gior ragione, una spiegazione funzionale che rimandi a bisogni o a
) scambio vantaggi che si producono nell' ambiente, non basta a spiegare come
mo debba funzioni il sistema. Non appena si riesca a vedere quanto è estrema-
:ura cono- mente improbabile che l'evento della comunicazione si verifichi e
funzioni, per quanto si presupponga un ambiente che guida, si cer-
cherà la spiegazione nel sistema stesso.
lella che sta
Si veda, per 3. Si veda A1fred A. Lindesmith, Anse1m L. Strauss, Social Psychology, 3. ed.,
Psychology . New York 1968, p. 284 ss.; A1bert Bandura, Vicarious Processes: No Trial Lear-
pp. 81-106, ning, in: Advances in Experimental Social Psychology, a cura di Leonard
'ction as an Berkowitz, New York 1968, p. 76 5S.; Justin Aronfreed, ConduCI and Conscience:
-Iogy, a cura The Socialization of Internalized Control over Behavior, New York 1968, p. 76' ss.
id., On the Le ricerche più vecchie si trovano anche sotto la voce «imitazione».
ychological 4. Così Dona1d T. Campbell, Ethnocentric and Other A/truistic Motives, in: Ne-
26. braska Symposium on Motivation 1965, pp. 283-311 (298 s.).

63
Una più attenta precisione concettuale permette di vedere rapida~
mente che i vantaggi che derivano dalla estensione sociale delle ca-
pacità cognitive degli esseri viventi, non possono essere affatto otte-
nuti per il fatto che gli esseri viventi vengano resi dipendenti gli uni
dagli altri. Il discorso, cosÌ caro alla tradizione, sulle «relazioni» tra
gli esseri viventi (e tra gli altri: gli uomini) maschera questa circo-
stanza di fatto. Gli esseri viventi vivono come singoli, vivono come
sistemi determinati dalla struttura. Da questo punto di vista, è solo
un caso condizionato da una costellazione di eventi se un essere vi-
vente, pure facendo quello che fa, possa essere utile ali 'altro. Ren-
dersi dipendenti, infatti, significherebbe solo: moltiplicare re-
ciprocamente le improbabilità. E allora, se dei vantaggi possono es-
sere ottenuti, questo è possibile solo per il fatto che gli esseri viven-
ti diventino dipendenti da un sistema di ordine superiore alle cui
condizioni essi possono scegliere i contatti reciproci e, proprio per
questo, quindi, non sono affatto dipendenti gli uni dagli altri. Per gli
uomini, questo sistema di ordine superiore, che non vive esso stes-
so, è il sistema della comunicazione società. In altre parole, ci deve
essere sul piano del sistema emergente un modo proprio di operare
(qui: la comunicazione), una propria autopoiesi, una possibilità au-
togarantita di continuazione delle operazioni; diversamentel'evolu-
zione delle possibilità del vicarious learning non avrebbe mai potu-
to avere alcun successo.
I sistemi della comunicazione costituiscono se stessi mediante
una distinzione tra medium e forma. Quando parliamo di «media
della comunicazione», intendiamo sempre l'uso operativo della dif-
ferenza tra substrato mediale e forma 5. La comunicazione è possibi-
le solo - e questa è la nostra risposta al problema dell'improbabilità
- come processualizzazione di questa differenza. La distinzione tra
substrato mediale e fOlma 6 scompone il problema generale della
complessità strutturata mediante l'ulteriore distinzione tra elementi
accoppiati in modo stretto ed elementi accoppiati in modo sciolto.
Questa distinzione parte dal presupposto che ciascun elemento non
può essere accoppiato con ciascun altro. Essa però, prima ancora di
trattare il problema della selezione, lo riformula mediante una di-

5. Nell'uso <;lell'espressione «media della comunicazione» seguiamo la con-


suetudine linguistica affermatasi. Là dove diventi rilevante una maggiore pre-
cisione e debba essere indicata solo una parte della distinzione a differenza dell' al-
tra (e non nell'unità con essa) parleremo, come abbiamo fatto più sopra nel testo,
di «substrato mediale». .
6. Cfr. sopra, cap. I, p. 18.

64
~ rapida- 'stinzione che permette di rappresentare le forme (in questo senso
delle ca- stretto dell' accoppiamento stretto) come selezione nell' ambito di un
mo otte- medium.
ti gli uni Una tale diStinzione sta già alla base dei processi di percezione
ioni» tra degli organismi 7. Questi presuppongono specifici media della per-
ta circo- cezione, come la luce, l'aria o i campi elettromagnetici, i quali
no come daWcirganismo che percepisce possono esser legati in forme deter-
1, è solo minate: queste forme poi, in virtù di complessi processi
ssere VI- neurofisiologici si manifestano'e possono essere valutate come cose
ro. Ren- determinate, rumori determinati, segnali determinati, ecc. La struttu-
care re-, ra fisìca del mondo deve rendere possibile tutto questo; ma la diffe-
sono es- ' renza tra medium e forma è una auto-prestazione dell'organismo
ri viven- che percepisce.
alle cui' Anche se su basi completamente diverse, la stessa distinzione si
'pno per trova come fondamento operativo dei sistemi della comunìcazione.
i. Per gli Anche qui, come avevamo antìcipato nell'analisi del linguaggio 8,
sso stes- c'è un medium specifico del sistema e ci sono delle forme ad esso
, ci deve rifèrite,che si imprimono nel medium. La distinzione medium/for-
operare ma traduce l'improbabilità della continuità operativa del sistema in
,ilità au- una differenza che può essere trattata all' interno del sistema e la
l'evolu- , trasforma così in una condizione di base per l'autòpoiesi del siste-
lai potu- ma. Il sistema opera in modo da legare il proprio medium in forme
proprie, senza così consumare il medium (così la luce non viene
nediante cOIlsumata per il fatto che si vedono le cose). Le forme che di volta
«media in volta vengono attualizzate (le cose viste, le parole dette) accop-
ella dif- piano gli elementi del sistema per l'utilizzazione momentanea, ma
possibi- non li distruggono. Nella utilizzazione operativa la differenza tra
)babilità tnedium e forma continua a sussistere e viene riprodotta attraverso
:ione tra l'uso. Ciò che è rilevante, qui, è la differenza stessa, non la forma
tle della che di volta in volta viene condensata nell'operazione. E infatti, la
~Iementi possipilità di percepire impressioni di colori o di formulare parole,
sciolto. prèsuppone appunto che nell' operazione queste unità non vengano
:nto non consumate, ma vengano riprodotte e restino utjlizzabili nel contesto
ncora di di altre forme.
una di- È opportuno ricordare qui che noi intendiamo con «forma» il se-
gno di una distinzione. E quindi anche la distinzione tra medium e
o la con-
~iore pre-
la dell'al- , 7. Anche la distinzione utilizzata nel testo è stata sviluppata sull'esempio dei
nel testo, media della percezione. Si veda Fritz Heider, Ding und Medium, «Symposion» l
(1926), pp. 109-157.
" 8. Cfr. cap. I, p. 36.

65
torma è una forma. La distinzione implica se stessa e rende così au-
tologica ogni teoria che ne faccia uso. Per spiegare che cosa inten-
diamo con medium e forma, noi usiamo il linguaggio, utilizziamo la
distinzione di medium e forma. Nella prospettiva della teoria della
conoscenza tradizionale, questo sarebbe un errore che rende inu-
tilizzabile tutto ciò che da esso deriva. Incontreremo lo stesso pro-
blema quando nei prossimi capitoli useremo la distinzione va-
riazione/selezione (teoria dell'evoluzione) e la distinzione
sistema/ambiente (teoria della differenziazione dei sistemi). Per le
teorie che hanno pretese universali le autologie di questo tipo sono
inevitabili: la loro presenza, più che motivo di obiezioni, costituisce
una prova del livello teoretico della concettualità che si usa.
È importante allora, descrivere nel modo più preciso possibile la
forma della distinzione tra medium e forma, perché di volta in volta
si possa stabilire qual è la distinzione a cui fa ricorso una operazio-
ne e quindi dove sta il suo punto cieco che essa stessa non può os-
servare. Noi facciamo questo mediante la distinzione tra accoppia-
mento sciolto e accoppiamento stretto degli elementi. Un medium è
costituito da elementi accoppiati in modo sciolto; una forma, al eone
trario, connette gli stessi elementi in un accoppiamento stretto.
Accoppiamento èun concetto che impliea tempo. Si dovrebbe di-
re: accoppiare e disaccoppiare, in quanto si tratta di una integrazio-
ne solo momentanea, che dà forma ma si può scomporre di nuovo.
Il medium viene legato, ma poi viene di nuovo lasciato in libertà.
Senza medium non c'è alcuna forma e senza forma non c'è alcun
medium: questa differenza può essere riprodotta continuamentè nel
tempo.
La differenza tra accoppiamento sciolto e accoppiamento stretto
- qualunque sia la configurazione materiale che essa assume e qua-
lunque sia la base della percezione - rende possibile una proces-
sualizzazione temporale delle operazioni nei sistemi stabilizzati in
modo dinamico e rende possibile quindi la formazione di sistemi
autopoietici di questo tipo.
In considerazione di questo suo continuo esser legato ed essere
sciolto, si può anche dire che il medium «circola» nel sistema. Esso
ha la. sua unità nel movimento. La circolazione si verifica anche
perché la forma è più forte del substrato mediale. Nell'ambito degli
elemeÌlti accoppiati in modo sciolto essa si impone, piuttosto, sem-
plicemente come accoppiamento stretto - e questo senza alcuna con-
siderazione di criteri di selezione, 'di punti di vista della razionalità,
di direttive normative o di altre preferenze di valore. Diversamente

66
I
.,! '

, ,
:osì au- da quanto postula la teoria dell'agire comunicativo di Jtirgen Haber-
I inten- mas, noi evitiamo di includere pretese di razionalità nel concetto di
lamo la comunicazione 9 e sosteniamo solo che c'è una connessione tra for-
la della za di affermazione e fugacità temporale della forma. I media della
de inu- ,conlUnicazione, così come il concetto di sistema o il concetto di
so pro- evoluzione, non forniscono affatto orientamenti pregiudizi ali nella
me va- .direzione della razionalità. A questo livello elementare vale solo:
inzione accade ciò che accade. D'altra parte le forme sono meno stabili che
. Per le il substrato mediale. Esse si conservano solo mediante particolari
po sono dispositivi come la memoria, la scrittura, il libro stampato. Ma an-
,tituisce che quando una forma viene conservata come importante - e per
questo introduciamo il concetto di semantica - si mantiene sempre
sibile la la libera capacità del substrato mediale di procedere ad accop-
in volta piamenti sempre nuovi. Elementi slegati (o appena legati) sono di-
perazlO- sponibili in grande quantità. Le parole, per esempio, possono essere
può os- utilizzate tanto spesso quanto si vuole, senza che così le possibilità
:coppza- d'uso si riducano neppure di una minima quantità. Accade senz'al-
.edium è tro che usi frequenti «condensino» spesso anche il senso delle paro-
., al cone le, così che nel corso della processualizzazione della differenza tra
to. substrato mediale e forma - qui, allora, nel corso della storia della
"ebbe di- lingua - la capacità di combinazione, il genere e l'ampiezza delle
tegrazio- possibilità d'uso subiscano variazioni.
li nuovo. Da ultimo è da tener presente che nel ,sistema non è il substrato
1 libertà. mediale che può raccordarsi operativamente, ma solo le forme. Con
;'è alcun gli elementi privi di forma, accoppiati in modo sciolto, il sistema
lentè nel non può fare nulla. Questo vale già per i media della percezione.
Non si vede la luce, ma le cose, e se si vede la Ìuce, la si vede dalla
to stretto forma delle cose. Non si sénte l'aria, ma i rumori; e l'aria stessa de-
lee qua- ve fare rumore, perché qualcuno la senta. Lo stesso vale per i media
a proces- della comunicazione. Anche qui" se ci si ferma al linguaggio, non
Jizzati in sono le parole, ma solo le proposizioni che formano un senso che
li sistemi può essere processualizzato nella comunicazione 10.
Nella distinzione tra' accoppiamento sciolto e accoppiamento
ed essere
~ma. Esso 9. In Habennas l'inclusione di queste pretese porta al fatto chele fonne della
ica anche comunicazione che non le rispettino, vengono comunque ammesse ma, per evitare
che la teoria non pos~a più comite in soccorso di se stessa, devono essere sva-
bito degli lutate: per esempio, come un agire che è solo «strategico». Per una esposizione
)sto, sem-' completà si veda Jiirgen Habennas, Theorie des kommunikativen Handelns, cit. (tr.
cuna con- it. cit.), e insieme anche molta letteratura secondaria.
azionalità, : lO. Non neghiamo affatto, naturalmente, che possano darsi proposizioni di una
parola. Basta che si gridi «attenzione!» e che si risponda «perché?».
ersamente

67
stretto, accanto alla asimmetria temporale, c'è anche una asimmetria
materiale; e anche questa asimmetria è una delle condizioni dell'au-
topoiesi del sistema della comunicazione società.
Sulla base di questa forma asimmetrica della distinzione tra sub-
strato mediale e forma, i sistemi della comunicazione processualiz-
zano comunicazioni. Essi cosÌ guidano la focalizzazione del senso
su ciò che di volta in volta accade e cerca un raccordo. Così si per-
viene all'emergenza della società e così la società si riproduce nel
medium della sua comunicazione. Con questo concetto costruito in
modo più complesso noi sostituiamo la rappresentazione solita di
un medium del trasferimento, la cui funzione consisterebbe nel fatto
di «mediare» tra organismi che vivono indipendentemente.
Anche il vecchio senso di communicatio, il senso del produrre
«comunanza» dell'esperienza interna, viene così abbandonato oppu-
re ridotto solo ad un effetto collaterale. Questo deriva dalla conce-
.zione che si è esposta più sopra, secondo la quale non è sufficiente
vedere la funzione della comunicazione nell'espansione e nell'alleg-
gerimento delle capacità cognitive degli esseri viventi. In generale è
davvero difficile vedere come gli esseri viventi, compresi gli uomi-
ni, possano avere qualcosa in comune nella tetra interiorità della lo-
ro coscienza Il. Al contrario, il concetto di media della comunica-
i '!: j
!' ! ; zione ci deve spiegare in che modo, sul fondamento della comurii-
càzione, si rende possibile ciò che è improbabile: l'autopoiesi del
sistema della comunicazione società ..

2. Linguaggio

)1 medium fondamentale della comunicazione, quello che garanti -.


sce la regolare, continua autopoiesi della società, è il linguaggio.
Esiste senz'altro comunicazione senza linguaggio - quella effettuata
mediante gesti o quella che si può rilevare dal semplice comporta-
mentb, non importa se sia stata intesa,o no come comunicazione. Ci
si può chiedere però se, in assoluto, qualora non ci fosse alcun lin-
,
guaggio, cioè non si avesse alcuna esperienza con il linguaggio, una
i tale comunicazione sarebbe possibile, cioè se sarebbe possibile"
l':
I
l L Quasi una citazione da HegeL Hegel parla della «tenebrosa interiorità del
pensiero» in: Vorlesungen iiber die Asthetik, voI: l, cil. nella ed. a cura di E. Mol-
denhauer, Frankfurt 1970, p. 18 (tr. il., Estetica, Torino 1976) - senza però trarre
le conseguenze alle quali noi pensiamo.

68
nmetria osservare una distinzione tra comportamento comunicativo e infor-
dell'au- màzione. In ogni caso, senza linguaggio non è possibile l'autopoiesi
di lin sistema della comunicazione, perché questa presuppone sem-
tra sub- pre una regolare prospettiva di ulteriore comunicazione.
ssualiz- . Qui non possiamo effettuare alcuna ricerca sulla evoluzione del
~l senso linguaggio, ma possiamo solo ipotizzare che, come per l'evoluzione
ì si per- dei sistemi autopoietici, una specie di costruzione ausiliaria abbia
luce nel reso possibile il take off 12. Probabilmente in tutto questo ha avuto
truito in . un ruolo importante l'uso di gesti e di suoni come segni. Questo
;olita di motivo, perÒ, deve essere accuratamente distinto dall'effetto della
:leI fatto chiusura operativa che caratterizza un sistema della comunicazione
che dispone del linguaggio 13. Come medium della comunicazione il
)rodurre linguaggio non può essere descritto attraverso la funzione dei segni.
:ooppu- Esso non rimanda affatto a qualcosa di esterno, ma serve alla pro-
l conce- cessualizzazione di differenze interne 14. Attraverso il linguaggio
fficiente viene generalizzata l'autoreferenza del senso, e questo mediante
:ll'alleg- simboli che sono essi stessi questa generalizzazione e non consisto-
nerale è ·ho, quindi, nel rinvio a qualcos' altro.
li uomi- Il fatto di usare dei segni in situazioni in cui ciò si rendesse com-
della 10- · prensibilè, può aver costituito il motivo e può aver offerto la
mumca- possibilità di una frequente ripetizione, ma in sostanza neè scaturi-
comum- to qualcosa di completamente diverso. Noi vediamo la soglia
)iesi del dell'improbabilità nella domanda: come è mai possibile che qualcu-
no arrivi ad osservare qualcun altro dal punto di vista di una diffe-
renza tra informazione e comportamento comunicativo? E quindi
non partiamo dall' azione linguistica, che peraltro si verifica solo se
· ci si aspetta che essa sia aspettata e compresa, ma partiamo dalla si-
ttiaziohe del destinatario dell'atto del comunicare, cioè di colui che
garanti- . osserva colui che compie l'atto del comunicare e gli imputa appun-
guagglO. to qt,tell' atto, ma non l'informazione. Ciò non presuppone
ffettuata necessariamente il linguaggio. Così, per esempio, si vede che la
)mporta- donna che ha preparato un piatto mangia coraggiosamente ciò che
~ione. Ci si è bruciato· e si è attaccato alla pentola per comunicare (così si
lcun lin- . pensa, almeno) il fatto che lo si può ancora senz'altro mangiare,
~gio, una Qui però la fattispecie della comunicazione resta indistinta ed equi-
Jossibile
12, Su ciò più da vicino nel cap. III.
13. CosÌ anche Kenneth E. Boulding, Ecodynamics: A New Theory oJ Societal
~rioritàdel Evolution, Beverly Hills Ca!. 1978, p. 128 s.
di E. Mol- . 14., Questo fatto viene accettato anche dai linguisti, i quali però, ciononostante,
però trarre . in modo che crea confusione, continuano a mantenere parole come: segno, sign, si-
gilifiant, signifié, semiologie, semiotics.

69
voca e colui che compie l'atto del comunicare, se spinto a parlare,
può negare di aver voluto compiere un atto che comunicasse qual-
cosa; proprio per questo sceglie una comunicazione. non verbale.
Questo però significa anche che è difficile che al suo atto del comu-
nicare se ne raccordi un altro, che si formi cioè, un sistema di co-
municazione.
Con il linguaggio la situazione diventa diversa. Parlare è un com-
portamento specializzato per la comunicazione, un comportamento
che si è differenziato per questa funzione e che proprio per questo è
molto appariscente. Nel medium acustico della percezione (e per la
scrittura: nel medium ottico) il linguaggio è differenziato in modo
così pregnante nella forma, che se viene usato, non si può affatto
dubitarne, mentre. si possono senz'altro presupporre percezioni
corrispondenti da parte degli altri. Né colui che parla né colui che
ascolta può negare il fatto della comunicazione come tale. Tutt'al
più si può fraintendere, comprendere o interpretare con difficoltà o,
in seguito, comunicare in un qualunque modo sulla comunicazione.
Ma questo significa solo che i problemi della comunicazione ven-
gono ricondotti nella comunicazione. I! sistema si chiude. Uno svi-
luppo della comunicazione che normalmente, dato il suo avvio, sa-
rebbe stato entropico trasformandosi in non-comunicazione, viene
capovolto attraverso il linguaggio e orientato nel senso della costru-
zione di modi complicati della comunicazione, di modi che possono
essere interpretati e che si sostengono su ciò che è già stato detto.
Lungo questo percorso l'improbabile autopoiesi di un sistema della
comunicazione diventa probabile. Insieme però essa conserva la sua
improbabilità nel senso che, considerato il numero infinito di altre
possibilità, ogni determinato enunciato diventa estremamente im-
probabile. La netta delimitazione del sistema verso l'esterno porta
alla costruzione di una complessità strutturata, la quale ora rende
improbabile nel sistema il verificarsi di ogni singolo evento deter-
minato. Ma proprio in questo il sistema può aiutare se stesso, in
quanto processualizza ricorsivamente gli eventi e si pI:eoccupa di
delimitare le possibilità di scelta concretamente date.
I! linguaggio ha dunque una forma del tutto particolare. Come
forma-a-due-parti, esso consiste nella distinzione tra suono e senso.
Chi non può usare questa distinzione, non può parlare. Come sem-
pre nelle forme così intese, esiste anche qui una connessione con-
densata di rimandi di entrambe le parti, per cui il suono non è il
senso, ma proprio per questo suo non-essere determina di volta in
volta qual è il senso di cui si parla; così come, per converso, il sen-

70
)arlare,
so non è il suono, rrìa determina qual è il suono che di volta in volta
~ qual-
deve essere scelto quando si debba parlare esattamente di quel sen-
erbale.
so. Il linguaggio - per parlare hegeliano - è determinato attraverso
comu-
una distinzione-in-sé e, come possiamo dire noi, è differenziato pro-
di co-
prio attraverso la specificità di questa distinzione.
Il fatto che disponga di distinte possibilità di percezione, non
1 com-
lmento chiarisce ancora in che modo il linguaggio possa organizzare la sua
applicazione ricorsi va, in che modo esso possa rendere possibile la
lesto è
comunicazione. La teoria vetero-europea dei segni aveva argomen-
per la
tato su questo problema ricorrendo al principio delle relazioni con
modo
l'esterno. Essa aveva preso in considerazione un mondocj1e mantie-
affatto
ne la comunità linguistica degli uomini e aveva attribuito al
:eZIOlll
linguaggio una funzione di rappresentazione. Se si rinunzia a tutto
lui che
ciò - e la linguistica recente vi ha rinunziato: che cosa, se non il
Tutt'al
mondo, garantisce che il linguaggio si possa conservare?
:oltà o,
Per sciogliere questo dilemma potrebbe essere utile il concetto di
aZIOne.
«auto-comportamento» che deriva dalla logica matematica 15. Esso
le ven-
.. iridica una stabilità che compare nel processo ricorsivo della [ippli-
no SV1-
cazione del processo ai risultati del processo 16. Il linguaggio nasce
110, sa-
. attraverso la riutilizzazione di suoni o di gruppi di suoni. Più preci-
, viene
samente: nel corso della riutilizzazione esso produce, da una parte,
costru-
l'identità delle parole, cioè condensa identità proprie del linguaggio;
ossona
dall'altra, con le stesse operazioni, conferma questi condensati in
) detto.
situazioni sempre nuove, cioè li generalizza. Questo processo della
.a della
formazione del linguaggio porta alla differenziazione. di un auto-
lla sua
comportamento del sistema della comunicazione e, in secondo luo-
:li altre
g9; ad un ordine delle percezioni della singola coscienza che di-
Ite im-
J porta
pende dal linguaggio. .
. Una tale riutilizzazione può Ìtvere successo solo se le parole non
l rende
vengono scambiate con le cose. È evidente, infatti, che il linguaggio
) deter-
:sso, m funziona solo quando si vede - e si vede che si vede - che le parole
non sono gli oggetti del mondo materiale. In altre parole, nell' auto-
:upa di

Come 15. Vedi Heinz von Foerster, Objects: Token for (Eigen-) Behal'iors, in: id.,
: senso. Observing Systems, Seaside Ca1.l981, pp. 274-285 (tr. il., Gli oggetti: simboli di
(auto-) comportamenti, in: id., Sistemi che osservano, Roma 1987, pp. 179-190),
le sem-
Qui, però, non si tratta del linguaggio, ma del computo dell'identità degli oggetti
le con- mediante l'applicazione ricorsiva dei risultati di calcoli già effettuati. Non ci è nota
on è il una applicazione al linguaggio, che pure sarebbe necessaria.
folta in 16, Se si assume il concetto nella teoria dei sistemi empirici, bisogna con-
, il sen- siderare che la ricorsività non può essere intesa in modo strettamente esclusivo. Al
contrario bisogna argomentare con la chiusura operativa del sistema.

71
comportamento viene stabilizzato lo spazio di una finzione: uno
spazio di significati che, nell'applicazione ricorsiva della comunica-
zione alla comunicazione non solo non viene distrutto, ma viene
stabilizzato; e questo accade proprio grazie a quel carattere di fin-
, ,
zione, cioè attraverso l'esperienza che proprio il fatto che si veda
,,l'
che si vede che le parole non sono gli oggetti del mondo materiale
fornisce i risultati che rendono possibile una continuazione del co-
municare ricorsivo, cioè l'autopoiesi della società. Non è detto che
ciò debba necessariamente riuscire: sistemi di questo tipo, però, na-
scono ed evolvono solo se questo riesce. Si potrebbe perciò anche
dire che il linguaggio nasce in \lna sorta di self-fulfilling prophécy -
1'
intendendo qui il concetto, però, non nel senso classico di Merton,
cioè non come riferito ad un semplice problema di metodo della ri-
cerca sociale empirica, ma proprio come costitutivo per la società 17.
Se si parte dal fatto che il linguaggio struttura l'autopoiesi della
comunicazione, "ci si profila una struttura molto radicale e insieme
molto semplice. Noi la chiamiamo" codice (binario) del
linguaggio 18. Esso consiste nel fatto che, per tutto ciò che viene
detto, il linguaggio mette a disposizione una versione positiva e una
versione negativa. Poiché nel mondo esterno non esiste nulla di ne- .
gativo, la codificazione del linguaggio finisce col produrre un
raddoppiamento delle possibilità di enunciazione, Sembra legittimo,
allora, chiedersi cosa significhi ciò e perché il linguaggio si permet-
ta questo lusso.
Noi vediamo in questa struttura una compensazione per problemi
che derivano dalla differenziazione del sistema della comunicazione
sòcietà, cioè un dispositivo che è conseguenza della autonomia au-
topoietica.
Con la differenziazione di' una s6cietà che usa il linguaggio e si
serve di simboli, sorge il problema dell' errore e dell' illusione,
dell' abuso non-intenzionale e dell'abuso intenzionale dei simboli. E
quinori si tratta solo della possibilità che, occasionalmente la comu-
nicazione non riesca o venga messa fuori strada. Si tratta piuttosto di
ql)alcosa che può veli~icarsi in ogni momento e quindi di un proble-

, 17: Vedi su questo l'articolo, troppo poco considerato, di Daya Krishna, The
«Self-fllifilling :Prophecy» and the Nature of Society, «American Sociological Re-
view», 36 (197.11 pp. 1104-11 07.
18." Richiamando il principio della binarietà va precisato subito che non utiliz-
ziamo il concetto linguistico di codice, ma quello cibernetico. Si veda, per esem-
pio, Worterbllch del' Kybel'l1etik, a cura di Georg Klaus, Heinz Liebscher; 4. ed.
Berlin 1976, s.v.Kode.
i;
"

';:
l 72
li:
IIII
: uno ma che in ogni momento è presente 19 - una sorta di problema
llllCa- . universale, non diverso da quello scoperto da Hobbes per il caso del
VIene potere. Con riferimento a questo problema si può capire che la so-
li fin- cietà premi moralmente la sincerità o la veridicità e che nel pr()cessò
veda della comunicazione abbia bisogno necessariamente della fiducia 20.
eriale Con tutto questo però, si è solo riaffermato che non dovrebbe venfì j
el co- c.arsi ciò che resta comunque possibile. Se si chiede, ancora una voi"'
n che tà, come lo stesso processo della comunicazione reagisca il questo'
ò , na- problema, allora si vede il vantaggio della codificazione: essa, infaF
anche ti,perri1ette di mettere in dubbio qualcosa che è stato espresso,dI
!ecy - non accettarlo, di rifiutarlo esplicitamemte e permette anche di espri~
erton, mere questa reazione in modo comprensibile, cioè di reintrodurla
Ila ri- nèllo stesso processo della comunicazione. Il riferimento a qualità
età 17. psichiche e morali come la sincerità e la fiducia continua ad avere il
della suo senso, ma poiché nessun processo della comunicazione può ,con-
Sleme . tròllare premesse psichiche di questo genere (il controllo stesso di-
del stfu.ggerebbe ciò che cerca), le condizioni devono essere de-condi-
VIene tibnate psicologicamente e trattate come temi della comunicazione
e una $tèssa. Questo presuppone la codificazione sì/no del linguaggio.
di ne- , I Mediante la codificazione, la generale insicurezza sul possibile
re un . uso sbagliato dei simboli linguistici viene trasformata in una bifor-
ttimo, ca,zibne delle possibilità di raccordo. L'ulteriore comunicazione può
~rmet- eSsere fondata o su accettazione o su rifiuto. Ci ,sono soltanto queste
due possibilità; ma proprio per questo è possibile esprimere anche
b/emi l'indecisiohe o differire la decisione e affidarla all'ulteriore
rz/One comunicazione. Senza codificazione binaria non sarebbe possibile
a au- affatto riconoscere che cosa viene differito.
, ,La codificazione della comunicazione linguistica ha conseguenze
o e SI dì pprtata così ampia, che vale la pena soffermarsi brevemente su
alcuni dei loro caratteri. Prima di tutto si deve considerare che. essa
5/One,
interessa in modo completo l'intero sistema della comunicazione
'oli. E
l,inguistica. Qualunque contributo venga dato alla comunicazione va
:omu-
i.ncontro alla alternativa della accettazione o del rifiuto. «Ogni paro-
)sto di
la che si pronuncia fa pensare al suo contrario» 21. Se si vuole evi-
roble-
19. Roy A. Rappaport, Ecology, Meaning and Religion, Richmond Ca!' 1979,
la, The p; '229, si esprime in questo modo: «Il problema della falsitànon è semplicemente
2al Re- quello della falsità stessa, e neppure quello dei suoi effetti diretti, per quanto questi
possano essere devastànti: il problema è quello del sospetto corrosivo che scaturi-
sce dalla semplice possibilità della falsità».
I utiliz- ~O. Così per esempio, Campbell, op. cit., (1965), p. 298 s.
. esem- 21. Da Ottiliens Tagebuch, in: Die Wahlverwandschaften, ciI. da: Goethes
,4. ed. Werke (ed. Ludwig Geiger) 6. ed. Berlin 1893, vo!. 5, p. 500 (tr. il., Le affinità
elettive, Torino 1966, p. 187).

73
. tare questo rischio, bisogna rinunziare alla comunicazione.
Questa universalità e inevitabilità della codificazione significa
anche che essa non serve a scegliere tra notizie buone e notizie cat-
tive. È senz'altro possibile formulare in modo positivo le peggiori
notizie e così farle passare, in quanto comunicazione, attraverso
l'alternativa di accettazione e rifiuto. Il presupposto è che ciò che
eventualmente deve essere accettato o rifiutato, venga mantenuto
identico. (In questo si può riconoscere nuo~amente il fatto che il co-
dice è unaregola di duplicazione). La comunicazione scorre sempre
lungo identità tematiche e anche questo è un effetto della codifica-
zione: sul piano tematico essa agisce disciplinando, perché esorta a
stare attenti che si parli della stessa cosa 22.
La codificazione, in quanto tale,' non contiene alcuna preferenza
per le versioni-sì o per le versioni-no, così come il linguaggio, in
,i I
quanto tale, non esiste per favorire l'accettazione della comunica-
! l
zione contro un suo rifiuto. Per principio, allora" tanto i sì quanto i
no devono essere ugualmente ben comprensibili. Può darsi che la
formula,zione e la comprellsione di proposizioni che contengono
negazioni richieda più tempo per la elaborazione delle informazioni.
e un maggiore impegno psichico, ma questo non dovrebbe avere al-
cun peso, se esistono motivi perché si prenda una posizione negati-
va.Più importanti sono i condizionamenti sociali dell'uso della
. negazione; e talune difficoltà che hanno i sistemi psichici sono sol-
tanto un indicatore in più del fatto che questi sono sistemi che ap-
partengono' aB' ambiente della società.
Il fatto che la codificazione si riferisce alla comunicazione e non
alle opinioni e agli atteggiamenti di coloro che vi partecipano, può
essere formulato anche come tiserva di autocorrezione del processo
della comunicazione. La correzione (la negazione di comunicazione
precedente) non spetta necessariamente al destinatarÌo dell'espres-
sione. Anche colui che formula l'espressione può correggere nel
corso dell 'ulteriore' comunicazione ciò che egli stesso aveva dettq.
Inoltre la correzione' non deve riferirsi a precedenti comunicazioni
che vengano ricordate in modo esplicito e dettagliato. Essa può rife-
rirsi ,ad aspettative che esistono come risultato di precedente comu-
nicazione, così che la negazione si esprime già nella iniziativa di
I i una comunicazione e appare come negazione di una circostanza di
I

22. L'esperienza quotidiana insegna che spesso' questa disciplina non viene ri-
spettata. Ma, allO stesso' tempo, l'irritazione che subentra mostra che i requisiti di
. una cOI,l1unicazione pidinata sono stati viol~ti e cha ha scarso senso continuare a
parlare così.

74
l1ifica fatto esterna. Noi supponiamo che tutte le negazioni riferì te diretta-
e cat- mente a circostanze di fatto del mondo hanno il loro motivo nella
comunicazione precedente e nella supposizione che il processo della
5g lOfl comunicazione si svolga sotto l'influsso di comunicazione
.verso
memorizzata e che per questo debba essere corretto.
ò che
Tuttavia l'effetto senz'altro più importante della codificazionèè
enuto
il fatto che l'operazione elementare di una comunicazione è concÌù-
il co-
sa con la comprensione e che, per la comunicazione dell' accettazio-
~mpre
ne, del rifiuto o dÈ~lla indecisione è necessaria una ulteriore comu-
lifica-
nicazione. Infatti, proprio la comprensione di una comunicazione è
orta a
il'presupposto perché essa possa essere accettata o rifiutata; e quale
sia il percorso che la comunicazione a questo punto sceglie, può es-
:renza
§ere reso esplicito solo attraverso una ulteriore comunicazione. Gli
lO,m
mlca- interessi convergono nel comprendere: normalmente, infatti, non si
ha un interesse particolare a parlare in modo incomprensibile o a
anto i
non poter comprendere 23. Solo la biforcazione sì/no, allora, offre
:he la
11 oCcasione per l'immissione di interessi nel processo della co-
19ono
rìmnicazione e il comune interesse alla comprensibilità è accettabile
lZlOlll .
solo perché subito dopo c'è questa biforcazione.
:re al-
La comunicazione linguistica, diciamo riassumendo, ha la sua
egati-
unità nella codificazione sì/no. Questo, se preso sul serio, esclude
della
che dal linguaggio stesso si possa derivare una norma ideale secon-
o sol-
do la quale ci si dovrebbe preoccupare di accordarsi 24. Necessaria è
le ap-
solo l' autopoiesi della comunicazione, e questa autopoiesi non viè-
ne garantita da un télos dell'accordo, ma dal codice binario. E infat-
e non
ti,per una comunicazione codificata non c'è una fine, ma solo la
>, può
opzione, riprodotta in ogni comprensione, a continuare o per ac~
'cesso
Cettazione o per rifiuto. Detto in altri termini: la codificazione
lZlOne
escll1de ogni meta-regola, perché sulla comunicazione di una tale
spres-
regola si potrebbe ancora prendere posiziòne o dicendo sì o dicendo
~e nel
dettq. 23. Ammettiamo che possano esserci interessi manifesti per modi di espres-
:lZlOlll sione incomprensibili, per esempio nella comunicazione religiosamente ispirata;' o
'>rife- che, per esempio, tra i razionalisti critici ci sia la mania di dire che non si può
:omu- c6lnprendere quello che dicono gli altri, e ciò, per questa setta, ha lo stesso signi-
iva di ficato riprorevole del concetto di «metafisica». Ma allora si vorrà almeno essere
compresi nel fatto che non si vuole essere compresi o che non si può comprendere
lza di e che per questo si crede di avere buoni motivi.
24. Così, come è noto, per ricordarlo ancora una volta, Jiirgen Habermas che
iene ri-·
accentua in modo particolare la posizione sì/no del destinatario. Vedi per esempio,
lisiti di Nachmetaphysisches Denken: Philosophische Aufsiitze, Frankfurt 1988, p. 146:
mare a «Senza la possibilità di prendere posizione per il sì o per il no il processo della co-
municazione resta incompleto».

75
no 25. La codificazione del linguaggio supera la improbabilità evolu-
tiva di un sistema della comunicazione che si chiude operativamen-'
te: essa garantisce, nella misura in cui ciò sia possibile nel sistema
stesso, l'autopoiesi della comunicazione sociale, in quanto la tra- .
sforma nella libertà di dire sì o no a tutte le determinatezze raggiun-
te e nella libertà di farlo in un modo che è carico di conseguenze.
Per questo nelle società complesse evolvono non doveri di consenso
ma, come vogliamo mostrare in modo -particolareggiato, media del-
la comunicazione simbolicamente generalizzati. .

3. I segreti della religione e la morale

La codificazione chiude il sistema, ma lascia aperto tutto il resto.


Tuttavia, la decisione Se accettare o rifiutare le offerte di senso che
vengono comunicate, non può restare aperta. La biforcazione provo-
cata dal codice porta, allora, al fatto che il sistema sviluppi delle
condizioni che forniscono punti di sostegno per decidere quando sia
opportuno accettare e quando sia opportuno rifiutare. Come la teo-
ria dei sistemi sa bene 26, i condizionamenti appartengono ai requi-
siti più generali della formazione dei sistemi. Essi fissano dei conte-
sti non-arbitrari nel senso che la individuazione di determinati ca-
ratteri lascia .aperto , un raggio d'azione non-arbitrario per l'indivi-
duazione di altri caratteri. In un'altra terminologia, la quale parte
dalla domanda: come ci si può informare su un sistema, si parla an-
che di fidondanze che delimitano la varietà del sistema: un carattere
rende probabile l'esistenza di altri. i
.' I
!
Se assumiamo questo quadro teorico, possiamo anche dire che il
codice è la forma attraverso la quale un sistema si espone all'auto-
condizionamento. La codificazione·. del linguaggio significa, allora,
che l'autocondizionamento della società sviluppa strutture che per-
il:
mettono .di formare aspettative sulla possibilità che le comunicazio-
i
ni siano accettate o rifiutate. Solo attraverso tali strutture l'improba-
'I : :1 bilità della comunicazione' viene trasformata in probabilità. Solo

25. Perciò nella controversia attualmente in corso, contro Habermas ed Apel, ci


troviamo dalla parte di Lyotard, anche se con una motivazione diversa.
26 Cfr,.in particolare W. Ross Ashby, Principles of Self-organizinfi Syslem, in:
Principles of Self-orfianization, a cura di Heinz von Foerster, George W. Zopf,
~ ,! i
,i New York 1962, pp. 255-278, ristampato in: Modern Systems Research for the
Behavioral Scientist: A Sourè:ehook, a cura di Walter BuckIey, Chicago 1968, pp.
;1"1,
108-118.
Il!,I
"

,. ,
i'"i ,
I 76
!
l i
!volu-" attraverso tali strutture il sistema chiuso viene aperto agli influssi
lmen- " dell'ambiente. Naturalmente, né per l'operazione della comu-
stema nicazione linguistica, né per il codice binario del sistema vi sono
a tra- corrispondenze nell'ambiente del sistema; ma, attraverso l'autocon-
~g1Un­ dizionamento, attraverso la formazione di aspettative strutturanti, il
lenze. sistema può tener conto dei successi e degli insuccessi della comu-
senso nicazione e in questo senso può reagire alle irritazioni che proven-
l del- gono dall'ambiente.
Sembra che già nelle società più semplici esistano per questo dei
dispositivi che sviluppano il codice linguistico in due diverse dire-
zioni. L'una consiste in una applicazione del codice alla comunicazio-
ne stessa, cioè in divieti della comunicazione che si manifestano co-
me necessità di mantenere il segreto e che noi attribuiamo alla reli-
resto. gione. L'altra direzione, che ha maggiori pretese, consiste in una ulte-
o che riore codificazione, cioè nella formazione di un codice morale il qua-
rovo- le dice che cosa deve essere accettato e che cosa deve essere rifiutato.
delle Un buon esempio di una società strutturata quasi esclusivamente
lo sia sulla base del divieto della comunicazione, è offerto dai Baktman 27 -
l teo-
peraltro, uno dei rari casi in cui una società ancora non toccata da
'eqU!- contatti di civilizzazione viene resa oggetto di ricerca in relazione ai
onte- suoi propri modi della comunicazione. Il risultato è semplice e può
ti ca- essere formulato con un'unica proposizione: in questa tribù i proble-
ldivi- mi della comunicazione vengono risolti o quanto meno strutturati at-
parte traverso la repressione della comunicazione. Il sapere essenziale del-
a an" la società, quello che è degno di essere conservato, cioè la conoscen-
lttere za delle cose sacrali, viene reso accessibile solo ai maschi, e a questi
solo dopo che abbiano compiuto un rito di iniziazione che è costitui-
:he il to da sette gradi. In questo modo, nel caso di mortalità alta, viene in
auto- possesso di questo sapere solo una piccola parte del.la popolazione la
llora, quale, nella casa dei maschi 28, si può separare e controllare sul piano
: per- . 27. Cfr. Fredrik Barth, Ritual and Knowledge Among the Baktman oJ New Gui-
azlO- nea, Osio 1975. La tribù conta 183 persone; ciasc,unri delle quali conosce tutte le
roba- altre. L'indagine si è svolta nel 1967-68. Il primo fugace' contatto cOn europei di
Solo passaggio si è avuto nel 1927. Il primo gruppo ha raggiunto il luogo nel 1964; da
allora il contatto si è ripetuto tre volte. Si hanno voci di una «pacificazione» e, da
alcuni anni, di maggiori e più sicuri contatti con le tribù vicine: questo è tutto. Sul
pel, ci
piano metodologico si è cercato di evitare qualsiasi influenza che avrebbe potuto
essere prodotta da domande e si è cercato di osservare i modi della comunicazione
'm, In:
in quanto tale. Ciò rende per noi i risultati di particolare valore.
Zopf, 28. Che il sapere difficile, importante, dovesse essere tenuto segreto di fronte
)1' the
alle donne, è un fatto che vien posto in rilievo anche in società che presentano uno
8, pp. sviluppo molto più elevato. «Egli la tiene in una sana ignoranza di segreti non ne-

77
dell'interazione. Solo nell'ambito così protetto si perviene ad una
complessità sociale strutturata. Altri ambiti, e tra questi figurano le
malattie, ma anche le possibilità di immedesimazione negli altri uo-
mini, restano non sviluppati. Il risultato è una sfiducia organizzata
lungo questa linea principale che separa coloro che sanno da coloro
che non sanno e che differenzia la società. La vita comune deve af-
fermarsi contro questa struttura, non esiste formazione di famiglie,
non c'è una strutturazione segmentaria ed esiste appena una possibi-
lità di espressione per le cose comuni. «Il fatto sorprendente della vi-
ta dei Baktman è 1'assenza di tali premesse comuni e di una cono-
scenza condivisa tra le persone nell 'interazione intima» 29.
Il mantenimento del segreto delimita l'arbitrarietà e riduce la
possibile leggerezza che si potrebbe avere nel manovrare il sapere
non empirico - una variante del rischio dello scambio. In questo
modo nasce un sapere che deve essere tenuto segreto. In altre paro-
le, il sapere deve essere protetto dalla comunicazione, poiché in ge-
nerale esso viene prodotto solo attraverso questa protezione. Diver-
samente, infatti, ci si accorgerebbe rapidamente che le ossa sacre
sono semplicemente delle ossa. (Nelle religioni sviluppate, questo
circolo acquisterà un'altra versione, secondo la quale non è affatto
possibile uno svelamento profanatorio del mistero, perché in questo
caso i curiosi avrebbero dav:anti agli occhi delle banalità, ma certa-
mente non il mistero stesso);
Si può giustamente pensare che sul piano evolutivo questa sia sta-
ta una strada chiusa, la quale· non poteva offrire alcuna ulteriore
possibilità· di sviluppo. Il pacchetto costituito da improbabilità, van-
taggiosità e rischio della comunicazione viene trattato in modo trop-.
PQ diretto. Il problema viene quanto meno attenuato attraverso la li-
mitazione della potenza e attraverso esclusione. Allo stesso tempo
però si vedono determinate linee di sviluppo che qui si diramano in
forma raffinata. Praticamente acquista grande significato il rituale
come una specie di comunicazione che serve ad evitare la comunica-
zi()ne. La letteratura relativa 30 mette in rilievo il fatto che le forme

cessari» si dice in TlÌomas Fuller, The Holy State and the Profane State, Cambrid-
ge 1642, p. 9, poiché (<la conoscenza di importanti consigli» sarebbe «troppo gra-
vosa da sostenere per il sesso debole».
~ 29: Barth, op. cÙ.,p. 264 s.
30. Cfr. Anthony F.C. Wallace, Religion: An Anthropologicai View, New York
1966, p. 233 ss.; Mary Douglas, Natural Symbols: Explorations in Cosmology,
London 1970; inparticolare p. 50 ss.; Roy A. Rappaport, Ecology, Meaning, Reli-
gion, cit., in particolare p. 173 ss.

78
duna vengano stereotipizzate e altre possibilità vengano escluse, cioè che
mo le la contingenza venga ridotta a necessità. Al posto della apertura per
:n uo- un sì o un no al sensò offerto, subentra il comando di evitare errori
izzata che abbiano conseguenze gravi. Più importante è ancora il fatto che
~oloro
in generale il rituale non venga eseguito come comunicazione. Esso
ve af- non differenzia tra atto del comunicare e informazione, ma informa
aiglie, solo su se stesso e sulla correttezza dell'esecuzione. Esso si offre alla
)ssibi- percezione in una forma ricercata, vistosa èome il linguaggio. Que-
Ila vi- sto, però, non accade in luoghi arbitrari, ma solo là dove si crede di
cono- non poter rischiare una comunicazione.
, Anche la prassi che consiste nel tener segreto qualcosa e nel limi-
Ice la tare la comunicazione all'atto del comunicare che questo o quello è
sapere un segreto, trova largo seguito. Il nome di Dio viene tenuto segreto,
=luesto anche se ormai solo al fine di monopolizzarne l'accesso. Anche le
formule, con le quali è possibile affermare il proprio diritto, sog-
.paro-
'
giacciono inizialmente, per lo stesso motivo, al mantenimento dèl
10 ge-
Diver- segreto, fino a che la loro rivelazione non porterà alla lotta aperta
sacre per il diritto. Lasciare libera una comunicazione importante è sem-
questo pre un rischio. L'evoluzione del diritto, del resto, comincia con la
affatto pubblicazione delle dodici tavole e con la promulgazione delle «ac-
questo ,tiones» che promettevano successo. Anche nella prima età moderna,
certa- a'protezione dello stato sovrano appena nato, ci si serve ancora di
questa tecnica del segreto. Adesso però c'è già la stampa del libro.
da sta- ,'Gra lo stesso fatto di tenere un segreto deve essere tenuto segreto e
teriore non può più servire affatto a contrassegnare le grandi cose 31. Solo
ì, van-
,come religione il segreto ha mantenuto il suo senso originario; e in-
o trop-, 'fatti questo senso presuppone che lo smascheramento del segreto
o la li- ,non distrugga il segreto stesso, ma punisca i curiosi privandoli della
tempo possibilità di capire.
lano 10 Non condannata all'esoterismo e nel complesso fornita di mag-
rituale giore successo si è rivelata un'altra reazione alla codificazione del.
mlllca- ,linguaggio, una reazione che si manifesta in modo meno diretto:
forme .l'invenzione della morale. La morale può rinunziare in misura con-
siderevole ai segreti (e quindi alla religione). Solo per mantenere il
,suo proprio paradosso - la repressione della domanda: perché la
:ambrid-
ppo gra-
" 31. Il 'movimento «ermetico» della prima età moderna può esser inteso come un
"tentativo di fare proprio questo, nonostante tutto, e di superare in questo modo le
ew York IAs,icurezze strutturali che già si profilano: Ma proprio a causa di questo ana-
imology, Rfohismo esso doveva presentarsi come «vecchia saggezza» e si dissolse non ap-
7g, Re/i- pena la ricerca sulle fonti si interessò della sua origine.

79
morale stessa dovrebbe essere buona, nonostante preveda sia com-
portamenti buoni che comportamenti cattivi - essa ha bisogno anco-
ra di una fondazione religiosa nel volere di Dio, il quale, allora, in-
corre nella delimitazione di dover agire esclusivamente bene. La re-
ligione stessa viene moralizzata, perché così può fondare la morale,
mentre il fatto che ci sia il male, anche se Dio con un 'unica parola
potrebbe rendere buono il mondo, resta l'ultimo segreto della reli-
gione. Si tratta di un codice di tipo nuovo rispetto al linguaggio,
cioè della distinzione tra comportamento buono e comportamento
cattivo. Come' lo stesso codice linguistico, anche questo codice
mantiene solo due valori: anche qui, uno positivo e uno negativo. Il
codice morale però è trasversale rispetto al codice linguistico, con
la conseguenza che tanto l'accettazione, quanto il rifiuto di una
comunicazione possono essere tanto buoni, quanto cattivi. Proprio
in questo, al confronto con la restrizione della comunicazione che
abbiamo appena trattato, consiste l'improbabilità della morale e in
particolare l'improbabilità che i rischi resi liberi attraverso il lin-
guaggio possano essere controllati attraverso la morale.
Una morale completamente sviluppata è un meccanismo già mol-
to complicato del coordinamento sociale e non è affatto, come vuoI
farci credere l'etica contemporanea, una applicazione di regole che
possano essere fondate razionalmente. Come la codificazione del
linguaggio, così anche il codice morale di bene e male, se impiega-
to nella prassi comunicativa, produce una struttura di condizio c
namenti molto complessa: produce appunto una complessità specifi-
camente morale 32. A questo riguardo devono essere praticate diver-
se distinzioni allo stesso tempo e con riferimento reciproco. Prima
dI tutto deve essere operata una distinzione che investe la dimensio-
ne s()ciale: si tratta, cioè, della distinzione tra Ego e Alter. Ad en-
trambe le parti di questa forma viene applicata un'altra forma-a-
.due-parti, cioè quella di stima e disistima. In questo si esprime la
qualità specificamente morale della comunicazione. Tanto Ego
quanto Alter, possono essere sia stimati che disistimati per il loro
comportamento. Sorge così un artificiale raggio d'azione per possi-
bìlità combinatorie 33, che deve essere subito delimitato. Perciò la
32. Che poi i risultati vengano fonnulati nell'astrazione dei principi o in una
casistica morale, è altra questione che presuppone, comunque, una corrispondente
morfogeI1esi della còmplessità morale.
33. Questo raggio d'azione si allarga enonnemente se, in aggiunta, ci si aspetta
che le aspettative siano confonni alla morale, perché allora tanto Ego che Alter
I possono attirarsi stima o disistima, già per il fatto che essi applicano la morale ad
I altri o a sé in modo corretto o sbagliato.

80
a com- m()iale (nel senso comune del termine) nasce attraverso riduzione
) anco- della complessità della morale.
Dra, lll- ... Le riduzioni vengono formulate come condizioni per la stima o
. La re- per la disistiina sia nella forma di descrizioni del comportamento,
morale, che nella forma di virtù o vizi, nella forma di scopi o di regole 34 •
. parola Inoltre, quasi come principio della morale, vale la regola secondo la
lla reli- q).iale tali condizioni valgono, riflessivamente, anche per colui che
uagglO, lep()ne. Non appena si esprimono ad altri le condizioni alle quali si
amento viene stimati o disistimati, ci si vincola. Perciò, per il codice della
codice mO'rale è sufficiente la forma simbolicamente generalizzata
ltivo. Il bene/male, senza riferimento alla persona il cui comportamento vie-
co, con ne diudicato e, molto più tardi, anche senza riferimento alle regole
di una concrete che, di volta in volta, vengono applicate. Riflessività
Proprio interpèrsonale e generalizzazione simbolica del codice morale pro-
)ne che du'còno effetti drammatici - da una parte sul disciplinamento dei re-
aIe e in quisiti morali, dall'altra però anche sulla insistenza e la pene-
) il lin- trazione con cui quei requisiti vengono difesi una volta che siano
stati.'fissati.
,'ià mol- Ulteriori perfezionamenti dipendono chiaramente dalla cultura e
me vuoI· servono all'adattamento dell'apparato delle regole morali allivello
~ole che' dello sviluppo sociale raggiunto. Così la simmetria morale tra Ego e
one del Alter può essere ri-asimmetrizzata e adattata alla stratificazione so-
mplega- ciale. Ciò che vale per la nobiltà non vale per il popolo. Gli eroi e
mdizio~ gli'asceti, i cavalieri e i monaci hanno possibilità di contraddistin-
specifi- gu.ersi che in un uomo normale provocano solo meraviglia, ma che
:e diver- per'lui non costituiscono più un vincolo. La morale assume allora
). Prima Jratti!meritori. Oppure, adattandosi alla divisione sociale del lavoro,
menslO- tnedi~nte la distinzione di stima e disistima, la morale isola un am-
Ad en- bito pel quale vengono riconosciute e giudicate prestazioni che si
'orma-a- <prètendono ormai solo dagli specialisti. Non c'è bisogno di essere
,orime la così bravi in matematica come i matematici. Da ultimo, nel Me-
1tO Ego dioevo, la morale ( e questo certamente sotto l'influenza della prassi
r il loro regolare della confessione) finisce sotto il controllo della coscienza.
~r POSSl- .Essa si occupa ormai solo della parte «interna» del comportamento,
>erciò la presuppone quindi che si conoscano le regole e che, anche nel caso
d~l proprio comportamento (si faccia attenzione a questa stravagan-
i o in una za!) si debba ancora controllare internamente se si vuole o non si
.spondente
vuole l' osservan,za della morale o la sua infrazione. Alla fine que-
. si aspetta
. ,
che Alter
morale ad ... 34. Naturalmente le forme sviluppate di questo elenco possono essere raggiunte
sòlo quando è disponibile la scrittura.

81
sto, sotto la pressione congiunta della teologia e della morale, rende
persino possibile pretendere in relazione al proprio comportamento,
l'inconsistenza del pentimento (contl'itio) e permette che si sviluppi
una maçchina di consultazione sacerdotale al solo scopo di fare ac-
certare dall'esterno ciò che all'interno non può essere determinato
con certezza.·
Così però anticipiamo già rapporti che si svilupperanno molto più
tardi. Comunque, già nelle società semplici bisogna aspettarsi forme
sia pure molto semplici di moralizzazione della: comunicazione, le
quali non conoscono ancora alcun orientamento alle regole ma, an-
che se con scarsa consistenza tra situazione e situazione, si accon-
tentano di una qualificazione concreta degli uomini e dei modi di
comportamento. Anche allora un giudizio su un comportamento
avrà avuto l'effetto eccedente di vincolare a determinate aspettative
tanto la persona di colui che agisce, quanto anche colui che parla.
Può darsi che la funzione sociale di una tale morale sia stata scarsa
(in ogni caso, comunque, non si deve seguire la valutazione di
Durkheim). Ci si potrà aspettare, però, sempre un meccanismo ge-
nerativo che, raccordato alla codificazione sì/no del linguaggio, fa
in modo che si sviluppino condizionamenti che forniscono punti di
sostegno per stabilire quali sono le comunicazioni che devono esse-
e
re accettate acui bisogna obbedire e quali quelle che non devono
essere accettate e a cui non bisogna obbedire.
Solo in una retrospettiva storica noi indichiamo come religione
l'ambito di funzioni che corre lungo i blocchi della comunicazione
e come morale l'ambito della codificazione del comportamento
buono e del comportamento cattivo. Anche se abbiamo usato questa
denominazione, però, la ricostruzione teorica che qui abbiamo pro-
posto dovrebbe metterci in guardia, permettendoci di evitare che
tt'opposenso odierno venga proiettato su società in cui la comunica-
zione era ordinata in modo del tutto diverso dal nostro.

4. La scrittura

Il linguaggio nasce per parlare: esso nasce come medium della


comunIcazione orale. La 'comunicazione è legata a sistemi dell'inte-
razione tra presenti e, nella misura in cui la società diventa più
grande, diminuisce la sua rilevanza sociale. La dipendenza dalla
comunicazione orale ha quindi conseguenze di ampia portata per le
strutture sociali e per le forme della differenziazione che possono

82
ende essere raggiunte a queste condizioni. Torneremo su questo punto nel
ento, quarto capitolo, quando ci occuperemo della differenziazione seg-
luppi mentaria e dei sistemi di interazione nella società.
e ac- Anche le possibilità di conservare e ricordare sono limitate per il
inato . fatto che dipendono dalla comunicazione orale e limitata è, quindi,
anche la semantica che la tradizione del racconto può costruire in
o più questa società. Conseguenze importanti, per esempio, derivano dal
orme fatto che la comunicazione è legata ad uno spazio e dipende dal
le, le presente. Ciò che conta in vista di possibili interazioni (siano esse
I, an-
lltili o pericolose) è il vicinato. Maggiore distanza significa decre-
:con- scente utilità e crescente pericolosità e da ultimo costituisce un li-
di di mite per la sfiducia. Si sa o si immagina che dietro ai monti vivano
lento altri uomini; essi però non appartengono alla propria società e spes-
ative so il loro linguaggio è poco o niente affatto comprensibile. Nei loro
)ada. confronti non c'è alcun legame, non vale alcuna reJigio, alcuna mo-
carsa , rale 35.
le di 'A queste condizioni è difficile distinguere le rappresentazioni
~ ge-
dello spazio dalle rappresentazioni del tempo: alla fine, le une tra~
,o, fa p~ssano nelle altre. Sul piano spazio-temporale il mondo è «con-
Ilti di centrato» intorno ad un centro. L'esperienza del tempo può essere
esse- , fatta rispetto ad eventi concreti, così come l'esperienza dello spazio
vono può essere fatta rispetto a luoghi concreti ed è ordinata anch' essa
SlOne
.secondo vicinanza-distanza 36. Come nello spazio, infatti, esiste un
,

tempo che è vicino, che può essere misurato facilmente, che può es-
.
ZlOne ,sere condizionato e un tempo che è lontano, che è oscuro, irrag-
lento giungibile, nel quale non è possibile distinguere il passato dal futu-
uesta r!:>. Il passato prossimo arriva fin dove arriva la memoria collettiva
Ipro- (cioè: la memoria che nella comunicazione può essere presupposta
~ che
e attivata presso gli altri) e il futuro prossimo arriva fin dove il
llllca- comportamento presente condiziona stati di fatto futuri in un modo
che sia riconoscibile 37.

35. Per le distinzioni che, nella forma spaziale vicinanza-lontananza, dif-


ferenziano forme della reciprocità, si veda Marshall D. Sahlins, On the Soci%gy of
Primitive Exchange, in: The Re/evance of Mode/s for Soda/ AnthlVp%gy, London
1965, pp. 139-236. Sulle conseguenze per la morale cfr. anche EG. Bailey, The
della re Peasant View of Bad Life, «Advancement of Science» 23 (1966), pp. 399-409.
'inte- , ", 36. Si veda, per esempio, W. MulleI", Raum und Zeit, in: Sprachen und Ka-
a più /endern Nordamerikas und A/teulVpas, «Anthropos» 57 (1963), pp. 568-590; John
dalla Mbiti, Les Africans et /a notion du temps, «Africa» 8, 2 (1967), pp. 33-41.
per le 37. Cfr. Rudiger Schott, Das Geschichtshewusstsein in sch/'ift/oser Vo/ker, «Ar-
chiv fUr Begriffsgeschichte» 12 (1968), pp. 166-205. Si può ammettere, però, che
ssono già prima dell' invenzione della scrittura, con la differenziazione di grandi società

83
Tutto questo si trasforma in modo decisivo con l'invenzione e la
diffusione della scrittura.
Mentre il linguaggio stesso trova la sua forma come differenza di
suono e senso, la scrittura rende possibile una simbolizzazione pro-
prio di questa differenza in un altro medium della percezione, nel
medium dell'ottica. Con «simbolo» non intendiamo qui un segno e
neppure la rappresentazione di qualcos' altro sulla base di una so~
miglianza data per natura. I simboli tracciano una forma. Cioè: essi
e~primono l'unità di una differenza e, precisamente, in modo che
con l'unità si può ulteriormente operare, cioè si possono effettuare.
altre distinzioni. Con la scrittura si possono compiere operazioni
completamente nuove, cioè leggere e scrivere e questo proprio per-
ché in queste operazioni non si deve distinguere tra suono e senso,
ma solo tra combinazioni di sillabe e senso. Prima dell 'invenzione
della scrittura la forma del linguaggio non può neppure essere
simbolizzata. Ci si deve accontentare della intuizione della non-
identità di suono e senso; questo, però, significa anche che la distin-
zione stessa risulta difficile e perciò si tenderà sempre di nuovo a
prendere la parola stessa per il senso, si tenderà a considerare i llò-
mi come porta-fortuna o come porta-sfortuna e a influenzare le cose
stesse attraverso il parlare. Dopo la scoperta della scrittura ormai
solo la parola degli déi può trasformare immediatamente le cose 38:
Dio disse: sia la luce, e la luce fu.
DiVersamente dal linguaggio, la scrittura non dipende da alcuna
co"evoluzione dell' organismo umano; essa si può affermare in mo-
do relativamente rapido in pochi millenni. Nel corso di questo tem-
po la scrittura porta ad una profonda trasformazione delle possibi-
litàdella comunicazione e quindi ad una fondamentale ri-
strutturazione del sistema della società, la quale ora deve essere pre-
disposta sia alla comunicazione orale che alla comunicazione scrit-
ta. La portata di questa svolta storica è stata discussa negli ultimi
domestiche politico-economiche nasce un interesse ad una migliore elaborazione e
profondità di campo dei rapporti temporali: qui può .esserci stato un motivo per la
introduzione' di una tecnica delle annotazioni scritte. Cfr. per esempio, Burr C.
Brundage, The Birth 01 Clio: A Résllmé and blfelpretation 01 AI/dent Near Eastern
HistO/:iography, in:. Teachers 01 HisfOl)': Essays in Honol" 01 Lallrence Bradlord
Packard; a cura di H. Stuart Hughes, Ithaca N.Y. 1954, pp. 199-230; François
Chateleti La naissance de /' histoire: La lormation de la pensée histol"ienne en Grè-
ce, Paris 1962: ".
38. Per,làGrecia si vedano le indicazioni in Marcel Detienne, Les ma/tres de
1'érité danslaGrèceal"ch(li'qlle, 3. ed. Paris 1979, p. 53 ss. (tr. iL, I maestri di 1'e-
rità nella Grecia arcaica, Roma-Bari 1983).

84
e la deceI1l1i da diversi punti di vista 39. Tuttavia, la sua portata teorica si
chiarisce solo se si considera la società come sistema della comuni-
la di 'cazione.
pro- , Il significato della scrittura consiste in una organizzazione affatto
, nel nuova della temporalità dell'operazione comunicativa. Solo se ci si
no e , fenna all'evidenza, però, si può descrivere ciò che si è acquisito
l so- , 'con la scrittura mediante concetti come pennanenza, stabilità, me-
eSSi ',moria. (Noi naturalmente non contestiamo il fatto che questa sia
che :stata la prospettiva nella quale le culture orali devono aver vissuto
:uare, l'esperienza del vantaggio che derivava dalla scrittura). La scrittura
~lOm
non cambia nulla nel fatto che tutto ciò che accade, accade nel pre-
per- ,sente e accade contemporaneamente. E infatti nessun sistema può
?nso, operare al di fuori del suo presente e in un mondo non-con-
:lOne "temporaneo. Ma proprio questa càtena del presente conferisce alla
;sere scrittura il suo significato. Perché ora, attraverso la scrittura, in ogni
non- ,presente (e solo così) è possibile una combinazione di diversi pre-
stin- senti i quali sono di volta in volta l'uno per l'altro passato o presen-
vo a te; Ciò che nello scrivere il testo era futuro, quando si legge il testo,
l no- ,può essere passato; e si può sapere che lo scrittore non poteva anco- '
cose m sapere ciò che frattanto si è verificato.
nnat Ciononostante, questo non porta al fatto che si metta in dubbio
;e 38: Vunità del tempo. La scrittura, però, realizza una presenza affçltto
nuova del tempo, cioè l'illusione della contemporaneità del non-
cuna 'cQ'ntemporaneo. Il tempo semplicemente virtuale del passato e del
mo- f\lturo è presente in ogni presente, anche se per esso è con-
tem- 'te.11'lporaneo qualcosa di completamente diverso che per il presente.
sibi- )~proprio questa illusione della cultura basata sulla scrittura, alla
: n- •quale noi siamo abituati, rende difficile ritornare all'idea fondamen-
pre- t,aIe che tutto ciò che accade, accade al presente e accade con-
;crit- t~mporaneamente.
[timi ':, La comunicazione è e resta un evento legato all'istante; in questo
, , non cambia nulla. Un sistema della comunicazione può raggiungere
one e
Jer la
"solo una stabilità dinamica, cioè: solo stabilità in virtù della conti-
IIT C. nuazione attraverso sempre diverse comunicazioni. Anche in questo
'stern non cambia nulla. Diversamente da una semplice annotazione, la
1ford
nçois , , 39, Per importanti spunti cfr. Alfred B. Lord, The Singer of Tales, Cambridge
Grè- Mass. 1960; Eric A. Havelock, Preface fa Plato, Cambridge Mass. 1963 (tr. it.,
Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone, Roma-Bari 1983);
es de Walter 1. Ong, The Presence of the World: Some Prolegomena far, Cultural and
ii l'e- Religious History, New Haven Conn. 1967 (tr. it., La 'presenza della parola, Bolo-
~ln~. '

85
comunicazione si realizza solo nella comprensione. Anche questo
resta e perciò inizialmente non deve essere stato affatto ovvio utiliz-
zare la scrittura non solo come annotazione, ma anche per comuni-
care 40; L'effetto della scrittura consiste nella separazione spaziale e
temporale tra atto del comunicare e comprensione e nella immensa
esplosione delle possibilità di raccordo che così si producono.
Le conseguenze immediate sono: 1) un rifiuto del benefico ri-
scomparire-subito delle parole dette, cioè un rifiuto della facilità del
dimenticare; e 2) l'acquisizione di un raggio d'azione utile per il
riordinamento delle sequenze. E infatti ogni comunicazione è co-
struita a scartamento ridotto e in modo strettamente sequenziale.
Uno parla dopo l'altro, diversamente non è possibile ordinare alcun
processo della comunicazione. Questo vale anche per la scrittura.
Ma la scrittura conserva ciò che' è comunicato per sequenze che al
momento non sono prevedi bili ed essenzialmente: per raccordi indi-
retti. Questo accade mediante un nuovo ordine della differenza tra
. substrato mediale e forma.
Noi avevamo definito il concetto di medium della comunicazione
, attraverso la differenza tra substrato mediale e forma, attraverso la
differenza tra accoppiamento sciolto e accoppiamento stretto. Nella
comunicazione orale questa differenza può riferirsi solo ad eventi
comunicativi singoli - a questo o a quello, a seconda di ciò che si
dice. La scrittura, al contrario disaccoppia lo stesso evento comuni-
cativo. Atto del comunicare e comprensione ora possono essere se-
parati sul piano spazi aIe e sul piano temporale. In questo modo na-
sce un substrato mediale di tipo nuovo, il quale a sua volta avanza
pretese del tutto nuove nei confronti dell'accoppiamento stretto me-
diante forme proposizionali. L'unità elementare della comuni-
cazione viene scomposta e solo attraverso ricombinazione può di-
ventare di nuovo comunicazione. Detto in modo più semplice: le
proposÌzioni scritte possono (nella misura in cui il substrato mediale
è sufficiente) èssere lette in ogni momento da molte persone scono-
sciute;· ora, però, le proposizioni scritte devono procurarsi da sé il
necessario contesto della comprensione, esse devono essere
comprensibili a partire da se stesse .
. Nella prospettiva sociale, in questo modo, con una comunicazione
posSono essere raggiunte molte più persone di quanto non fosse pos-
".

40. Cfr. i contributi di Léon Vandenneersch, De la tortue à /' achi/jée: Chine, e


di JeanBottéro, Symptomes, signes, écritures en Mesopotamie ancienne, in: Jean-
Pierre.Vemant et aL, Dil'ination et rationalité, Paris 1974, pp. 29-51 e 70-197.

86
sibile raggiungere nel caso di delimitazione ai presenti. Per mettere in
esto
rilievo questo fatto definiremo la scrittura (e poi, ad essa collegata,
iliz-
anche la stampa del libro) come medium della diffusione. Questo però
Ulll-
non dovrebbe far sorgere l'idea che l'aspetto mediale consista nel
le e
trasferimento di una informazione da una persona all'altra. Gli effetti
:osa
della scrittura non possono essere spiegati sulla base del semplice au-
mento dei destinatari, per quanto questo aspetto possa essere impor-
I fI-
tante. Essi consistono in un nuovo ordine del tempo e della cultura.
del
Se si vogliono valutare questi effetti semantici della scrittura e se
:r il
si vuole attribuirli alla scrittura, è necessario analizzare in modo
co-
molto più preciso la peculiarità della comunicazione scritta. Noi'
aIe.
dobbiamo limitarci solo a pochi punti di vista.
cun
" Poiché la scrittura è pur sempre un ausilio mnemotecnico, essa
ura.
trasforma il significato della memoria. Se si comincia a risolvere i
e al
problemi della memoria mediante annotazioni, il tempo non può più
ldi-
essere appropriatamente inteso come potere del ciimenticare (léthe),
tra
al quale ci si può sottrarre solo con l'aiuto delle Muse. In luogo di
questa rappresentazione del tempo subentra !'idea di un movimento
one
che può essere misurato, l'idea di una dimensione che può essere
) la
descritta, nella quale è garantita la contemporaneità del non-con-
ella
temporaneo. D'altra parte, allorché p~edomina la tradizione orale
3nti
(essenzialmente nell'insegnamento) non si può rinunziare alla me-
~ SI
moria. La natura sacrale della memoria entra in un rapporto compli-
mi-
cato con la tecnica dell' arte del ricordo. Il carattere di formula fe-
se-
stosa che è tipico del mod.o di esprimersi nelle culture orali 41 scom-
na-
pare o viene riservato per la poesia (a differenza della prosa). In
nza
questo modo la formulazione può aderire meglio ai bisogni
ne-
dell'espressione. D'altra parte la grande considerazione nella quale
Illl-
era tenuta la memoria, non può essere messa da parte. La qualità sa-
di-
crale della memoria si riforma come ricordo di un passato che costi-
: le
tuisce il fondamento 42, cosÌ che accanto a ciò si può introdurre una
aIe
no- 41. Cfr. oltre alla letteratura citata più sopra (nota 39), Oral Literature and the
~ il Formula, a cura di B.A. Stolz, R.S. Shannon, Ann Arbor Mich. 1976.
ere 42, Un processo che si protrae a lungo. Cfr., per diversi aspetti, l.L. Myres,
Folkmemory, «Folk-I ore» 37 (1926), pp. 12-34; lames Notopoulos, Mnemosyne in
Oral Literature, «Transactions of the American Philological Association!, 69
me , (1968), pp. 465'493; lean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les grecs: Etude
os- de psychologie historique, Paris 1965, p. 51 ss. (tr. it., Mito e pensiero presso i
Greci, Torino (970); P.A.H. de Boor, Gedenken und Gediichtnis in del' Welt des
Alten Testaments, Stuttgart 1962; Brevard S, Childs, Memory and Tradition in
e, e Israel, London 1962; Wi\ly Schottroff, «Gedenken» im alten Orient und im Alten
:an- Testament, Neukirchen-Vluyn 1964; Frances Yates,.The Art oi Memory, Chicago
1966 (tr. it., L' arte della memoria, Torino 1972).

87

prassi artificiale della annotazione e un training della memoria alta-
mente sviluppato.
Allo stesso tempo il passato, in quanto storia scritta, ma anche in
quanto testo esistente, acquista sul presente un potere che prima era
" i'
.: ii
.: : sconosciuto. A proposito della Cina tra il X e il XIII secolo, Jac- •
ques Gemet parla di un retour du passé 43 e qui si impone il con- '
.-',' fronto con l'annotazione dell'epos omerico. Come è noto le conse-
guenze sono ambivalenti: ci si orienta al passato e proprio attraver-
' "
: l;: so questo orientamento si presta attenzione a ciò che nel presente è
,
l' ( ,
' diverso. La storia diventa dramma della presenza del passato, della
contemporaneìtà del non-contemporaneo.
Nella dimensione sociale la scrittura libera dalla possibilità e dal-
la necessità del continuo scambio di ruoli tra colui che parla e colui
che ascolta (turn-taking). Questo fatto ha molte conseguenze. La
comunicazione viene de-reciprocizzata, viene linearizzata e acquista
cosÌ la possibilità di ordinare sequenze molto lunghe. Nasce un nuo-
vo genere di autorità. Non è più tanto importante occupare sempre
di nuovo il ruolo di colui che parla con la voce alta e con autoco-
scienza 44: l'autorità si costruisce ora nella forma della pretesa e del-
la attribuzione della capacità di poter sapere di più e di poter dire di
più dì quanto non possa essere immesso nella struttura ne-
cessariamente sequenziale della comunicazione. Autorità è adesso
capacity far reasoned elaboration 45 e accompagna per lungo tempo
come un'ombra l'atto del comunicare per iscritto che è ancora rela-
tivamente ràro; CosÌ, però, allo stesso tempo, sorgono i problemi re-
lativi al collegamento di questa forma di autorità con le posizioni di
status che in virtù della differenziazione sociale sono disponibili per
la rappresentazione della società stessa.
I:;
I , ,
"
,. 43. La 'ÌJie quotidienne en Chine à la veille de l'lnvasion mongole 1250-1276,
Paris 1959, ristampa 1978, p. 247 (tr. il., Vita quotidiana in Cina alla vigilia
dell'invasione mongola 1250-1276, Milano 1983): qui come conseguenza dell'uso
di torchi per la stampa.
,', l 44, In culture che dispòngono già della scrittura e che non hanno più bisogno di
.
" !
, un tal modò di essere invàdenti per sviluppare strutturè sociali (prima di tutto: ruo-
li:gùida),si sviluppa, allora, il topos opposto. Sotto questo aspetto la riservatezza
appartiene alle buone maniere, viene curato il turn-taking, si mette in guardia dai
«grands parleurs» - un tema obbligato della letteratura sull'educazione, ben noto a
partire da Plutarco e per il resto una prova, tra le tante, del fatto che la comprensio-
ne dell;I ,c.omunicazione sociale si concentra come prima sulla comunicazione orale.
45. ,Concetto e formulazione derivano da Cari J. Friedrich, Authority, Reason
and Discretion, in Authority (Nomos /.), a cura di CarI J. Friedrich, Cambridge
Mass. 1958, pp. 28-48.

,i I

'I 88
Il'
l·, l,I!
I "
alta- Poiché non c'è più scambio dei ruoli tra colui che parla e colui
. che ascolta, si produce, allora, l'effetto che i ruoli corrispondenti
he in dello scrivere e del leggere diventano delle attività a-sociali. Solo la
a era comunicazione stessa è sociale. Scrivere e leggere sono attività che
Jac- è necessario effettuare da soli: se altri sono presenti e stanno a guar-
con- dare, allora una osservazione troppo intensa diventa inutile, indi-
)nse- screta, sospetta. Se si lavora da soli e senza'pressione sociale si ha
aver- ,anche più tempo e maggiore possibilità di usare ogni precauzione
nte è per poter corrispondere, nella qualità di scrittore o nella qualità di
della :Iettore, al rigore della forma del testo. All'allargamento del raggio
d'a,zione della combinazione mediale corrisponde una più alta selet-
! dal- tività delle forme che devono essere impresse in essa, e questo deve
colui essere controllato. In generale adesso si ha il problema che, per
~. La comprendere pienamente, bisogna comprendere insieme anche il
uista c,ontesto; bisogna comprendere insieme anche «da dove scaturisce»
nuo- la ,selezione - e come si sa, deficit a questo riguardo sono ora del
mpre tutto normali.
toco- " In questo modo la scrittura rende possibile uno spostamento del
! del- . centro di gravità della comunicazione verso l'informazione. Nella
re di comuniCazione orale i talenti si. manifestano per' il fatto che essi
ne- possono continuare a parlare anche quando non c'è niente da dire. E
lesso nelle società semplici non c'è neppure informazione sufficiente per
!mpo mantenere in piedi la comunicazione corrente. Qui la comunicazio-
rela- ne serve essenzialmente alla attivazione e alla conferma della. co-
11 re- ,sc;jenza sociale e degli atteggiamenti reciprocamente positivi. Si
ni di chiacchiera e chi persevera nel tacere, vale come persona pericolo-
l per sa,perché si rifiuta di tradire le sue intenzioni 46. 'Con la scrittura
scompare questa dipendenza primaria dalla comunicazione e allo
stesso tempo viene a cadere la certezza, riferita ai presenti, che tutti
1276,
sanno già tutto. Solo adesso si arriva ad intensificare l'informazione
'igi/ia fino a raggiungere quelle ridondanze artificiali che permettono di
Il'uso
46. Vedi su questo Loma Marshall, Sharing, Talking and Giving: Relief of So-
~no di cia/ Tensions Among !Kung Bushmen, «Africa» 31 (1961), pp. 231-249. Cfr. anche
: ruo- Bronislaw Malinowski, The Problem of Meaning in Primitive Language, in: The
ltezza . M,eaning of Meaning, a cura di C.K. Ogden, LA. Richards, lO ed. 5. rist., London
ia dai -1960, pp. 296-336 (314): (tr. it., Il significato del significato, Milano 1966, pp.
loto a ;~;33-383 (354)): «perché per un uomo allo stato di natura il silenzio di un altro uo-
!nsio- l'I10 non è un fattore rassicurante, ma, al contrario, qualche cosa di allarmante e pe-
orale. ricoloso, per gli uomini delle tribù selvagge, lo straniero che non può parlare la 10-
?ason rQ lingua è un nemico naturale». La necessità e l'abitudine del parlare sono diretto
Iridge , correlato della continua presenza degli altri, che si conoscono e si incontrano sem-
predi nuovo.

89
procurarsi le infonnazioni prendendole da qualcuno che le abbia .
lette.
Corrispondentemente, confrontata con la stretta fusione di socia- .
lità e tempo che esiste nella comunicazione orale, anche la dimensio-
ne materiale acquista significato. I testi scritti hanno un rapporto più
oggettivo con il loro tema e questo poi pennette di notare il modo
soggettivo in cui il tema viene trattato e di imputarlo all'autore.
L' «oggetto» - e solo adesso ci sono «oggetti» - se ne sta in silenzio e
si lascia manipolare da tutte le parti. Perciò, al confronto con il flus-
so rapsodico del discorso orale, crescono anche le pretese rivolte ai
mezzi di persuasione. Il testo scritto deve tener conto di atteggia-
menti critici, della conoscenza di altri testi e del tempo per la critica.
Deve tener conto di lettori che hanno una migliore conoscenza. La
parola resta autentica e questo vale persino in un senso nuovo, orien-
tato contro le falsificazioni; essa però non può più garantirsi da sé.
Nella scrittura bisogna rinviare ad altre fonti vincolanti. La scrittura
,L, " produce concetti per la cognizione e per il pensiero Corretto 47.
,!
:1'
,i In confronto alla comunicazione orale che viene parlata con voce
che riempie lo spazio, la scrittura si serve solo dì un piccolissimo
frammento della realtà visibile. Già nel medium della sua percezio-
ne essa è chiaramente differenziata come fonna e perciò può anche
essere' facilmente lasciata da parte o considerata momentaneamente
come non importante e, in quanto comunicazione, può essere rin-
viata. La parola parlata è invadente, si affenna, pretende premi-
.,, .
nenza. In misura molto maggiore che il testo scritto, essa è identica
,!'
',' 'l'
1
alla situazione, ma proprio per questo non può neppure durare oltre
"~o i,
!';> I: la situazione. Per le espressioni scritte non è affatto necessario che
j' :
lo scrittore viva anCora: uno dei più remoti usi specificamente co-
municativi della scrittura consisteva, infatti, anche nel fatto che essa
offriva ai morti l'occasione di parlare ai vivi. In particolare gli egi-
ziani nelle loro iscrizioni funerarie hanno usato intensamente questa
, 'ì possibilità dell' autocontinuazione oltre la morte.
.. [ '.' Qu~sti molteplici caratteri della comunicazione scritta non si·
,: "

realizzano naturalmente di colpo. Già il passaggio dalla scrittura per


annotazioni a,lla scrittura per la comunicazione deve aver costituito
i:'
un problema e deve aver avuto bisogno del suo tempo. Dapprima
sap~{ scrivere e saper leggere erario solo una specie di mestiere, un

47, Per'la·coscienza e per altri concetti della cognizione come correlato della
scrittura; cfr. EricA. Havelock, The Literate Revolution in Greece and its Cultural
Consequences, Princeton 1982, p. 290 s.

90
bbia affare riservato a ruoli speciali, mentre non tutto ciò che poteva es-
ser detto, poteva anche essere scritto, perché il fabbisogno di anno-
)Cla- tazione e di sostegno della comunicazione era anch'esso un fabbiso-
ISIO-
gno specifico. Solo lo sviluppo di scritture fonetiche stabilisce un
I più parallelismo preciso e senza eccezioni tra comunicazione orale e
lodo comunicazione scritta. Quello sviluppo duplica non il mondo degli
tore. oggetti dei quali si parla, ma la comunicazione stessa, per cui si può
~1O e
parlare di una codificazione binaria del linguaggio secondo lo sche-
flus- ma orale-scritto. Dopo uno stadio intermedio di scritture sillabiche,
te ai che a seconda del tipo di lingua presentavano ancora oscurità e pro-
:gla- blemi di lettura, con l'alfabeto si raggiunge in Europa la fonna defi-
tica. nitiva, .la quale presenta gli importanti vantaggi della corrispon-
denza precisa e della facilità dell' apprendimento 48 ..
. La
Questo naturalmente non significa che l'intera popolazione impa-
'len-
l sé.
ri a leggere e a sCrivere. Tale diffusione viene raggiunta molto dopo
:tura l'introduzione del libro stampato, soltanto verso la metà del XIX se-
colo' e soltanto in alcuni paesi. Ma non è certo la completezza ciò
loce che è rilevante.: già in Atene nell'età classica l'alfabetizzazione era
Imo estesa 49 al punto che potevano esSere ridettati testi letterari, produ-
ZIO-
cendo l'effetto della loro diffusione tra destinatari sconosciuti e in
Iche situazioni imprevedibili, mentre le controversie, anche quelle relati c
ente Ve ad ambiti limitati come la medicina, potevano essere disputate
nn- per iscritto. Tra le conseguenze immediate figura l'esercizio della
~ml­
critica sulla base di una osservazione di secondo ordine, una osser-
vazione di altri osservatori.
ltica
)ltre .Gli effetti che ne derivarono, tanto a breve tennine, quanto a lun-
che go tennine, furono immensi.
co-
~ssa 48 .. Sul piano storico non si è raggiunta affatto chiarezza riguardo all'evoluzio-
egl- ne che, dalle scritture che prima si erano affermate, porta all'alfabeto. Si può sup-
esta porre che abbiano avuto un certo ruolo sia 1'interruzione della prassi della scrittura
avutasi dopo il crollo della cultura micenea, che la coazione a scegliere e ad adatta-
re una scrittura ad una tradizione orale che nel frattempo si era raffinata e che
1 SI foneticamente veniva trattata in modo molto consapevole. Sul significato della al-
per fabetizzazione ai fini dell'utilizzazione universale della scrittura, sia sul piano ma-
uito teriale che sociale, cfr. Eric A. Havelock, Origins of Western Literacy, Toronto
1976; id., The Literate Revo/ution in Greece and its Cultura/ Consequences, cit.
lma
Non si può trascurare naturalmente che scritture non alfabetizzate, come quella ci-
, un nese, hanno sviluppato senz'altro equivalenti funzionali, sotto altre condizioni lin-
guistiche (ed anche fonetiche), con un'altra commistione di vantaggi e svantaggi.
49. Per alcune ipotesi sull'ampiezza del fenomeno cfr. F.D. Harvey, Literacy in
della
Athenian Democracy, «Revue des Études Grecques» 76 (1966), pp. 585-635; cfr.
ura/
anche Havelock, op. cit., (1982), p. 27 ss.

91
Adesso la comunicazione può diventare oggetto della comunica-
zione in quanto testo scritto - non solo in quanto comunicazione
orale che scorre secondo una linea diritta. Diventano possibili le
traduzioni; diventa possibile il controllo. Con tutto questo, però,
non viene messo in dubbio il predominio della comunicazione ora-
le. Nelle cosiddette culture della scrittura, la comunicazione orale,
invece, viene arricchita per il fatto che essa si· può riferire a testi
,composti per iscritto e che può farlo anche quando i testi non siano
affatto a portata di mano. In questo modo il confine tra il sistema
della comunicazione e l'ambiente viene segnato in modo più netto
e infatti, se era ancora possibile ammettere che potenze sovrau-
mane comunicassero tra di loro e rivolgessero la parola all'uomo, è
invece piuttosto improbabile chè scrivano libri o che lascino un bi-
gliett05o •
. Anche nella semantica è difficile sopravvalutare gli effetti che si
producono. Tutto diventa diverso quando viene mediato dalla scrit-
tura. Il tempo diventa ad una dimensione, come avevamo già nota-
to. Questo rende possibile uhir~in successione situazioni eteroge-
nee, . rende possibile cioè una maggiore complessità dei miti che
possono essere rappresentati ancora Come unità. In generale la ri-
conduzione ad una unità diventa un problema, mentre il concetto di
Dio è solo una delle soluzioni possibili. Qui non possiamo neppure
accennare in modo sufficiente a tutto questo. L'innovazione che for"
se è la più ricca di conseguenze è però senz'altro l'unificazione di
religione e morale 51.
Le cùlture sviluppàte sono società che hanno una religione
moralizzata Ce moralizzante). Esse formulano l'unità del mondo co-
me un principio buono, come uno spirito buono, come, un Dio buo-
no. - e «buono» inteso sempre a differenza di cattivo. E difficile po-
ter, provare che questa unificazione di semantiche - prima separate -
del segreto, del santo (nel duplice senso di ciò che incanta e di ciò
che fa paura) e del sovraterreno con il codice morale, debba. essere

. 50.' Tutt'al più dettano - cosÌ il Corano. In quel caso l'improbabilità viene ce-
'. I lebratacome unicità dell'evento. Naturalmente, questo compromesso è rivolto con-
" 1 'I '
I I tro la soluzione; ancora più improbabile, dell'incarnazione: che cioè cjopo la sco-
perta della scrittura Dio stesso dovesse farsi carne per potersi esprimere; qui l'im-
probabilità è occultata attraverso il mito del peccato e della redenzione.
'! 51. Su uno sviluppo, che è importante almeno quanto questo, e che più tardi di-
I
venteràantora più importante, torneremo ancora più avanti. Esso viene iniziato at-
~ravetso' la differenziazione dei media della comunicazione simbolicamente genera-
lizzati.

92
lca- ricondotta direttamente alla scrittura. È più naturale pensare ai bi-
Dne sogni di legittimazione di sistemi di dominio differenziati di natura
l le militare e/o legati ad una economia di palazzo. E però, se l'impulso
!rò, è partito da qui, la sua elaborazione nel senso delle cosmologie reli-
)ra- gioso-morali presuppose la predisposizione di testi corrispondenti,·
ile, cioè la scrittura. Su questo fondamento, allora, la religione impre-
~sti gnata di morale poté acquistare stabilità e capacità di essere traman-
mo data anche come critica del dominio, come «profezia» e in generale
ma indipendentemente da interessi specificamente politici, dalla fonda-
:Ho zione dei regni o dal loro tramonto.
au- La religione si sviluppa in modo crescente in relazione all' evolu-
), è zione delle idee 52 sulla base di suoi propri problemi, tra i quali
bi- essenzialmente il problema che più tardi sarà chiamato teodicea: co-
me è possibile che un Dio buono e onnipotente pennetta che nel
~ SI mondo i giusti subiscano malvagità e sofferenze. Ed è proprio que-
rit- . sto il problema che poi unificherà religione e morale; e infatti la ri-
Ita- sposta sarà: noLnon possiamo capirlo, è un segreto, dobbiamo ac-
ge- cettarlo.
:he A poco a poco diventa anche più difficile rappresentarsi Dio co-
fI- me colui che parla, anche se i testi tramandano le sue parole. E in-
di fatti, che cosa accadrebbe se egli stesso all'improvviso dicesse qual-
Ire cosa che contraddice la tradizione dei testi? E chi sarebbe legitti-
Dr- mato ad ascoltarlo e a comunicare le sue parole agli altri? Alla fine
di possono nascere persino dei dubbi che egli abbia mai parlato davve-
ro 53.
ne Il significato radicale della scrittura come nuovo medium della
~o- diffusione, non deve però far pensare che la comunicazione impor-
lO- tante per la società sia· ora. quella scritta e non più quella orale. È
)0- vero invece il contrario. In presenza dei testi fissati per iscritto, an-
che la comunicazione orale acquista un accresciuto significato. La
~iò scrittura attira molta critica su di sé: essa corrompe la cura della
:re
52. Su questo, in generale, il cap. III.
53. Alla fine del XVIII secolo si può leggere: <<1 profeti Isaia ed Ezechiele
ce- mangiarono insieme a me e io chiesi loro come osassero asserire così esplicita-
)ll- mente che Dio aveva parlato loro; e se non pensassero in quel momento di poter
:0- essere fraintesi e di diventare così la causa di una imposizione. Isaia rispose: "lo
m- non ho visto Dio, non ho sentito qualcosa in una percezione organica finita; ma i
miei sensi hanno scoperto l'infinito in ogni cosa, e così allora mi sono persuaso, e
di- . continuo ad esserne convinto, che la voce di una onesta indignazione è la voce di
at- Dio: non mi sono preoccupato delle conseguenze, ma ho scritto"». (William Blake, .
ra- The Marriage oJ Heaven and Hell, 1790-93, cit. da Complete Writings, London
1969, pp. 148~ 158, 153). . .

93
memoria; essa toglie a Mnemosyne il suo posto come madre delle
Muse 54; essa è sterile, essa non può aggiungere- nulla alla verità e
alla certezza di un'opinione; essa resta muta, e infatti, se si hanno
delle domande, non è possibile rivolgerle al testo, perché non ri-
sponde 55. Per questo, l'allargamento della competenza nella scrittu-
ra stimola prima di tutto lo sviluppo parallelo della comunicazione
i
orale 56. La tecnica della persuasione e la retorica vengono curate
particolarmente, adesso, perché si deve tener conto del fatto che il
pubblico conosce i testi - mentre si impiegano logographoi per fis-
sare per iscritto i testi che devono essere presentati oralmente. Così
si sviluppa la tecnica alla quale abbiamo già accennato, che consiste
nell'esercitare la memoria e la topica, che ad essa è connessa e che
si rappresenta «luoghi» dove si possono «trovare» eventualmente
parole che possono essere utilizzate, frasi retoriche, modi di dire ed
argomenti. A questo contesto appartiene anche la trasformazione
della comunicazione importante che, da discorso tenuto in modo ra-
psodico, diventa dialogo, cioè un modello sociale della ricerca della
verità 57 e può essere considerato come punto di partenza per lo svi-
luppo di una terminologia logica che poi astrae di nuovo dalla situa-
zione sociale del dialogo. Per il predominio nella educazione della
nobiltà, i sofisti fanno concorrenza ai filosofi, gli oratori ai pen-
satori orientati ad un sapere specialistico. La controversia si riferi"
sce all'insegnamento orale, e alla sua applicazione nella comunica"
zione orale; essa però viene documentata in forma di testo e ha
tramandato una semantica della quale continuano ad occuparsi an-
cora coloro che oggi si chiamano «filosofi». Ancora fino al XVII
secolo nella educazione della nobiltà l'eloquenza sarà ritenuta più
,
i importante che non il sapere specialistico e l'erudizione, e allo stes-
l' so modo si mantiene l'opinione (specialmente nell'ambito della re- .'
I

I, '. i ligione) che ci sono delle comunicazioni importanti che devono es-
,
sere riservate alla trasmissione orale 58. Comunicazione scritta e
54. Su ciò indicazioni in Notopoulos, op. cit., (1938).
55: Si veda' Platone, Fedro, 274 B ss. ed anche i dubbi dì natura più politica sui
limiti della scrittura formulati nella 7. lettera.
, 'I ' 56. Cosi anche Walter J. Ong, InteJfaces oJ the Word: Studies in the Evolutiof1
I .. :"
il' i.,ì'': iI oJ Consciousnes.s and Culture, Ithaca N.Y. ,1977, p. 82 ss. (tr. il., Intelfacce della
pai'ola, Bologna 1989). " '
I, " ,i,':'

:1 57. Marcel Detienne, Les maftres de vériré dans la Gréce archai'que, 3. ed., Pa~i ,
ris 1979, 'p. 81 ss. Ctr. il., I maestri di verità nella Grecia arcaica, Roma-Bari"
1983), desérive ciò come «procès "de laJcisation». '
::' 11
58. Vedi. su questo Walter J. Ong, Commzmications Media and the State oJ
'l' I,:, Theology, «Cross Currents» 19 (1969), pp. 462-480. '
, ' Il'1
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94
, l"[
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"'I
l'I
lle comunicazione orale stanno a disposizione come alternative· e pro-
.e prio questa equivalenza funzional~ permette di sviluppare e perfe-
[lO zionare ciascuno di questi modi della comunicazione nelle sue
[1- specifiche possibilità.
u- Con queste riflessioni sulla acquisizione evolutiva che è stata
[le raggiunta dalla società attraverso il ~edium di tipo nuovo che è la
tte scrittura, si è delineata insieme anche quella soglia a partire dalla
il quale ci si devono aspettare discrepanze tra le semantiche fissate in
IS- forma di testo e i dati sociali. Dopo la scoperta della scrittura non si
)sÌ può più partire dal fatto che struttura della società e semantica si
:te trovino sempre in una sintonia continuamente sincronizzata. In par-
h.e ticolare sotto lo stimolo che deriva da problemi e da inconsistenze
lte particolari, le semantiche possono trasformarsi più rapidamente ed
~d eventualmente possono anticiparè o attivare possibilità di sviluppo
[le della società. Esse però possono anche conservare tradizioni ob-
a- solete e impedire cosÌ che nascano descrizioni storicamente e mate-
la rialmente adeguate 59. La differenza stessa stimola allora in entram-
'1- be le direzioni l'osservazione e la descrizione di situazioni sociali.
a- La discordanza viene riprodotta nella evoluzione sociale. Con tutto
la ciò che più avanti tratteremo più dettagliatamente dal punto di vista
n- della «evoluzione delle idee» 60, quella discordanza deve essere ri c
~l­ condotta al fatto che la scrittura de-sincronizza il vecchio ritmo
a- temporale dell' autopoiesi della comunicazione sociale.
la In conclusione possiamo fissare gli effetti della scrittura sotto i
n- , seguenti punti di vista:
II
iù 1. la scrittura rafforza la differenziazione del sistema della società
s- attraverso una processualizzazione dei simboli comunicativi, che
e- è p.ossibile solo nella società, e attraverso l'allargamento e la de-
s- limitazione autodeterminata di un raggio d'azione per la selezio-
e ne;
2. in quanto esclude i controlli dell'interazione, la scrittura accresce
il rischio dell' autoillusione e dell' eteroillusione e il rischio del
Ul

In
59. Riferendoci alla situazione della teoria della società, nel primo cap., e ri-
la prendendo Bachelard avevamo parlato di «obstacles épistémologiques». Un altro
esempio attuale sarebbe la perdurante rilevanza attribuita alle idee e alle teorie
a- «borghesi» che, formulate tra il 1760 e il 1820 continuano ad essere seguite ancora
lri oggi come ideologie del valore e riescono solo a suscitare delusione inevitabile per
il fatto che la società ancora non è costruita razionalmente e fa ancora sentire la
mancanza di libertà e uguaglianza, per non parlare della fratellanza.
60. Cfr. cap. III.

95
rifiuto delle comunicazioni; anche a ciò è possibile reagire solo
nella società mediante proprie istituzioni ausiliarie;
3. la scrittura porta ad una più forte differenziazione ed elaborazio-
ne delle diverse dimensioni di senso, con l'aiuto, rispettivamente,
di specifiche distinzioni: essa cioè porta all' oggettivazione della
dimensione temporale, all'oggettivazione dei temi della comuni-
cazione, indipendentemente da chi parli di quei temi e da quanto
se ne parli, e all'isolamento di una dimensione sociale, nella qua-
le i punti di vista e le prese di posizione dei partecipanti possono
essere riflesse in un processo di comunicazione.

S.La stampa del libro eia moderna tecnologia della comu-


nicazione

Duemila anni dopo che era stato introdotto l'uso dell 'alfabeto, la
macchina per la stampa porta ad una immensa espansione della dif-,
fusione della 'scrittura. Sul significato di questa grande svolta nella
prassi della comunicazione sociale non si ha ancora un 'idea chiara 61.
In ogni caso non si tratta solo di un accrescimento puramente quanti-
tativo del numero dei libri e dei, lettori, ma di uno di quei casi nei
quali; a buon diritto, si può parlare di un capovolgimento della quan-
tità in qualità.
Prima di tutto ricordiamo ancora una volta che noi intendiamo la
comunicazione non a partire dall'atto del comunicare, ma a partire
dalla cOmprensione. Di conseguenza, la scrittura, se non deve essere
utilizzata solo per l'annotazione, ma per la comunicazione, presup-
pone ,dei lettori ,62. Questo fa capire come l'immenso incremento di
ciò che poi si chiamerà pubblico dei lettori, abbia potuto portare
con "se un rivoluzionamento della comunicazione sociale. B, a dire il

61. Le due più importanti nionografie sul tema vedono una svolta epocale: Eli-
sabeth L. Eiseustein, The Prinling' Press as an Agel1l of Social Change: Com-
munications and Cultural Transformations in Early-modem Europe, 2 volI., Cam-
bridge Engl. 1979 (tr. il., La ril'olu:ione ina1'\'erlila, La stampa come fattore di
mutamento; -Bologna 1986); Michael Giesecke, Der Buchdruck in del" friihen Neu-
:eit: Eilie histo/'ische Fallstudieiibei-die Durchsel:ungneue/' lnfol"mations- und
Kommu,nikatio/lstechiiolo gien ,Habilitationsschrift (MS.), Bielefeld 1988.
62, Per comprensibili motivi legati al metodo e alle fonti, la ricerca sulla co-
municazione.e in parricolare la ricerca storica tende verso la prospettiva opposta; e
infatti .è.più facile rintracciare e analizzare i testi che non ciò che accade nel letto-
re. Cfr. .su questo problema e sùlla «priorità della lettura sulla scrittura», Havelock,
op. cito (1982), p. 56 sS.
i,
• I
l,
d, 96
i',':,\ '
',:
,
vero, in un tempo relativamente breve. Per riconoscere gli effetti
prodotti dalla stampa del libro basta osservare ciò che accade nel
'0- primo secolo dopo la scoperta della macchina per la stampa. In Eu-
te, ropa la diffusione del libro stampato avviene in modo decentrato,
Ila . attraverso il mercato, a differenza della Cina e della Corea dove la
[11- macchina per la stampa restò nelle mani della burocrazia e perciò la
ltO stampa restò limitata alla diffusione di comunicati redatti in modo
la- centralizzato 63. Che in Europa la selezione venisse effettuata
no dall'economia, significa che poteva essere stampato tutto ciò che
poteva essere venduto e che il controllo doveva essere realizzato
contro il mercato attraverso la censura religiosa e politica: questo ti-
po di controllo si rivelerà, però, molto presto come destinato ad
u- avere scarso successo. Non tutti i territori hanno Un mercato corri-
spondente. In Russia solo nel XVII secolo i libri stampati diventano
meno costosi dei manoscritti e quindi concorrenziali rispetto a quel-
la li 64. Si tratta, comunque di una eccezione. In generale impressiona
if-. la velocità dell'innovazione: è quanto accade già ai contemporanei
Ila che durante la loro vita notano le trasformazioni e perciò tendono a
61 sopravvalutarle 65. Tuttavia non è facile stabilire che cosa è propria-
.ti- mente nuovo e che cosa tocca fino in profondità il modo della co-
lei municazione della società. La razionalizzazione della produzione
In- del libro era già stata avviata nelle grandi officine di copiatura del
tardo Medioevo. Solo in questo contesto (e non come evento singo-
la lare) è possibile, in assoluto, comprendere la scoperta della macchi-
Ire na per la stampa. Essa rispalmia lavoro, costi, ed evita i tipici errori
:re di ascolto e di scrittura che insorgono con la dettatura. Con il prez-
p- zo più basso nasce un mercato, che a sua volta produce un fabbiso-
di gno; e infatti, in considerazione della accessibilità dei testi, vale la
Ire pena di imparare a leggere e di conservare questa abilità mediante
il l'esercizio. Si spera adesso ( e i libri stessi si raccomandano allettoc
re con questa prospettiva) di poter imparare .senza l'aiuto di altri
~Ii - tutte le volte che se ne abbia voglia. Nei libri si può fare riferimento
'11-
m-
di 63. Che tutto questo non fosse escluso neppure in Europa, è provato da una
'u- prassi corrispondente, che fu fatta propria tanto dalla Chiesa, quanto dai domini
~d ten'itoriali e che fu avviata appena pochi decenni dopo che si era diffusa la notizia
della scoperta della macchina per la stampa.
:0- 64. Cfr. Hans Rothe, Re/igion und Kultur in del' Regionen des russischen Rei-
;e ches im 18. Jahrhundert, Opladen 1984, p. 34 s.; cfr. anche Gary Marker, Publi-
to- shing, Printing and the Origins of Intellectual Life in Russia 1700-1800, Princeton
:k, N.J. 1985, in particolare p. 5 s., 39 s.
65. Indicazioni in Giesecke, op. cit., (1988).

97
ad altri libri e si possono riportare citazioni di detenninati luoghi di
un testo: tutto ciò viene facilitato e stimolato dal fatto che si può
presupporre la disponibilità dei libri 66.
Si può rinunziare al pesante apparato delle glosse, delle postglos-
se e dei commentari che venivano aggiunti ad ogni pagina. Stampa
del libro e lezione a scuòla sulla base di testi stampati richiedono
che la lingua sia resa unifonne 67. A partire dal XVI secolo si affer-
mano lingue nazionali standardizzate, le quali. diventano presto uno
strumento politico di nazionalizzazione e sostituiscono sempre di
più il latino come lingua della tradizione del sapere 68. Inoltre, ades-
so, con la stampa, del libro, appare utile fissare dei testi che trasmet-
tono il sapere che prima v'eniva tramandato oralmente. Questo ri-
guarda prima di tutto le tecnologie artigiane. Nella stampa esse ven-
gono presentate adesso come lo stadio momentaneo (attuale!) del
sapere e come stimolo per migliorare. Ma anche la gran mole del
patrimonio letterario che è disponibile in forma di manoscritto vie-
ne data gradualmente alle stampe, e anche questo produce conse-
guenze di ampia portata. Per la prima volta diventa visibile la com-
plessità del materiale esistente, come per esempio nella giu-
risprudenza. Si può esaminare, scegliere, confrontàre, migliorare.
Consuet~dinigiuridiche regionali vengono messe per iscritto per la
stampa e così vengono gradualmente sottratte. all'intervento della
giurisdizionelocale (del proprietario fondiario). Ora si può disporre
in modo centralizzato. Anche per il resto si vede soltanto ora quanto

66. In'lpaginaziòhe, rimandi alle pagine, indici, erano stati introdotti, d'altra
parte, già nel corso della razionalizzazione della produzione dei libri scritti a mano
:1 nel tardo Medioevo. Cfr. Bernhard Bischoff, Paliiographie des romischen Al-
,,:,1
tertumsund des abendliindischen Mittelalters, Berlin 1979, p. 281 s. con ulteriori
indh;.azioni. Come per altri aspetti, anche qui la stampa del . libro ha reso pie-
mimente utilizzabili delle scoperte già esistenti; ciononostante ci si deve ancora
meravigliare di fronte al tempo che è stato necessario perché la prassi della cita-
zione si affermasse come forma normale di discu.ssione letteraria.
67. Vedi Michael Giesecke, Schrijfspracherwel'h und Erstlesedidaktik in del'
Zeit des «gemein teufsch» ' eine sprachhistorische lntelpretation del' Lehl'hiicher
Valentin lckelsamers, «Osnabrlicker Beitrage zur Sprachtheorie», Il (1979), pp.
4Sm.
68; Già prima della stampa del libro si era sviluppata una critica del latino rozzo
medioevale e c'erano stati tentativi di pervenire a un modo di scrivere elegante. Ma
solo. la stampa del libro· fornisce ii presupposto perché si possano profilare lingue
nazionali e insjeme produce, in contrasto rispetto a .cib,,'una coscienza del carattere
pòliforrrte e della variabilità delle lingue volgari . .vedi, per esempio, François
Loryot, Les Fleurs des Secrefz Moraux, SUI' lespassions du coeul' humain, Paris
," 1614, p. 70 s.
, I

98
,
i
di il patrimonio esistente sia confuso, contraddittorio e quasi impossi-
,
mo bile da apprendere, per cui nasce un bisogno urgente di disporre di
quadri generali, di semplificazioni, di metodi nuovi, di sistematizza-
os- zione; si avverte un bisogno di scartare ciò che era superato e
lpa inutilizzabile. Da qui sc'aturiscono pretese nuove di controllo cultu-
mo rale della materia: prima di tutto, però, ne vien fuori la pedanteria.
:er- Gradualmente si fa strada la convinzione che il sapere nuovo sia
mo migliore di quello vecchio. E infatti, se nella copiatura i testi diven-
di tano peggiori di copia in copia, perché i vecchi errori non vengono
.es- scoperti mentre se ne aggiungono di nuovi, dalle nuove edizioni ci
Let- . si può aspettare l'eliminazione degli errori presenti nelle vecchie; e,
TI- oltre a questo, il sapere riprodotto a stampa stimola ad accrescere e
en- a migliorare quello esistente.
del Anche sotto altri aspetti la stampa del libro interessa l'orienta-
\
del mento della comunicazione nella dimensione temporale. Essa, per
'le- esempio, rende sensato indirizzare la comunicazione a molti desti-
lse- natari che vivono contemporaneamente. Le prefazioni dei libri dati
)m- alle stampe danno una immagine chiara del fatto che questa possibi-
;lU- lità viene sentita come nuova. Da ultimo, si può presumere che la
ire. stampa del libro (e in particolare la stampa a basso prezzò di fogli
r la volanti) abbia contribuito in misura considerevole alla rapida diffu-
~lla sione delle eresie religiose 69. Essa porta ad autovincolarsi pub-
)rre blicamente rispetto a richieste radicali che, una volta rese note, pos-
nto sono essere difficilmente ritrattate 70.
È difficile valutare nella loro globalità questi molteplici e chiari
iltra effetti della stampa del libro. Per molti aspetti si tratta ancora di
lano conseguenze della riproduzione dei testi per iscritto: queste conse-
A/- guenze non erano emerse nella loro portata a causa delle insuffi-
riori
pie- cienti'possibilità di diffusione e adesso, caduta questa delimitazione,
~ora vengono innescate all'improvviso come per una accensione ritarda-
;ita- ta. Questo dovrebbe vl\lere per tutto ciò che si può chiamare
disciplinamento dei testi descrittivi ed esplicativi i quali devono
der
mettere a disposizione nel testo stesso tutto ciò che è necessario alla
:her
pp. sua comprensione.
Fino alla stampa del libro, si era partiti ancora da un primato del-
)zzo
Ma 69. Cfr. su questo Robert Mandrou, La transmission de /' hérésie à /' époque
19ue moderne, in: Hérésie et société dans /' Europe pré-industrielle, 11 e-l8e sièc/es, a
ttere cura di Jacques Le Goff, Paris-Den Haag 1968, 'pp. 281-287.
çOlS 70. Si confronti con questo il morbido approdo - poco prima che fosse scoperta
'aris la stampa del libro - di alcuni chierici consiliari in seno alla Chiesa del papa, che
si era rafforzata solo di recente.

99
la comunicazione orale e si era vista la scrittura essenzialmente co-
me mezzo con il quale annotare e tener fermi contenuti che ancora
dovevano essere comunicati o, quanto meno, non si era operata una
distinzione chiara tra medium della annotazione e medium della co-
municazione. Communicatio significava: produrre comunanza, ren-
dere noto - e così, dopo la scoperta della macchina per la stampa, si
poteva avere anche l'idea che la macchina stessa «comunica». Da
ultimo poi la stampa del libro rende impossibile intendere la scrittu-
ra come semplice annotazione. L'autoraccomandazione dei libri
(che inizialmente, come prima, «parlano» in nome proprio, e quindi
si rivolgOllO come libri al lettore) rende chiara la differenza-o Per
quanto su questa questione manchino ricerche specifich~, pensiamo
che, di conseguenza, l'idea della comunicazione si sia trasformata e
>: i,
questo, se la nostra ipotesi è corretta, potrebbe essere stato l'effetto
più profondo del torchio per la stampa. E infatti il modo in cui si
intende la comunicazione è il modo in cui si intende la società.
Lentamente, però, si manifestano sviluppi ·ulteriori. Vengono
individuati gli effetti negativi della lettura dei libri - per esempio,
quelli che si producono se le donne leggono romanzi d'amore o se i
cavalieri leggono romanzi cavallereschi (Don Chisciotte). Si comin-
cia ad osservare l'orientamento della Rroduzione guardando al let-
tore 71. Solo verso la metà del XIX secolo si perviene ad una stampa
quotidiana di massa a basso prezzo che produce un abbassamento
pianificato della soglia di comprensione: questo, per esempio, in
Giappone comporterà una limitazione del numero degli ideogrammi
a quelli che possono essere presupposti come noti a tutti 72. Più
avanti, nella sezione dedicata al!' opinione pubblica, discuteremo al-
cune conseguenze di questi sviluppi 73.
Da ultimo, nel nostro secolo si perviene ad una rinnovata esplo-
sione delle ppssibilità della comunicazione, anch'essa indotta tecni-
camente, poì però determinata dall'uso, autodinamica: tutto questo,
sotto diversi aspetti, si produce quasi contemporaneamente. Attual-
mente non è ancora possibile valutare le conseguenze, però è possi-
bile descrivere le strutture delle innovazioni.'

71. Ii1 Grecia. pensa Shaftesbury. i poeti avrebbero potuto trasformare il mon-
I do. «Ai nostri giorni gli ascoltatori fanl10 il poeta e il1iIJ/'aio ,. al/tore». (Clw/'{/cte-
,I, :
rislicks of Mel1. Manners. Opinions. Times. val. l. London 1714. rist. Farnborough
1968. p. 264). .
72. Ricordiamo questo fatto in considerazione dei vantaggi e degli svantaggi di
una scrittura non-fonetica.
,'
I ' 73. Cfi'.cap. V. p. 387 55.
l
Il
! ',"

I
l,
100

I
i
i
I
0- Prima di tutto la telecomunicazione - dal telefono al telefax - fa
'ra tendere a zero le delimitazioni spaziali (quindi temporali) della co-
[la municazione. Le possibilità tecnicamente date vengono completate
0- da dispositivi per le annotazioni che anche qui rendono possibile la
n- separazione tra gli atti del comunicare e la ricezione, pelmettono
SI cioè disposizioni diverse del tempo da entrambe le parti e così faci-
)a litano il realizzarsi della comunicazione.
u- Uri' altra scoperta tecnica, il cinema e, collegata con la
>n telecomunicazione, la televisione, rende possibile la comunicazione
di di immagini in movimento. Inoltre il relativo tono può essere sincro-
'er nizzato, così che l'intera realtà che ci si presenta, può essere molti-
10 plicata come cliché e può essere riprodotta per un'esperienza
.e secondaria con la garanzia della fedeltà all'originale. La riproduzio-
to ne ottica e quella acustica, che con la scrittura erano state separate
SI in modo così netto, si fondono insieme. In sostanza, questa scoperta
porta al fatto che tutto il mondo è comunicabile 74. In luogo della
10 fenomenologia dell'essere subentra la fenomenologia della comu-
O, nicazione. Si vede il mondo così come la comunicazione dell'im-
~ I magine suggerisce - anche se non in modo così drammatico, non
n- con contrasti così netti, non così puro, non così colorato ed essen-
~t- zialmente: non così ricercato. D'altra parte, nel processo della per-
pa cezione scompare proprio ciò che costituiva il fascino del linguag-
to gio; cioè la possibilità e la necessità di distinguere tra informazione
m e atto del comunicare. Anche alla televisione si vedono senz'altro
TI! gli uomini parlare; ma il dispositivo nel suo complesso si sottrae a
\
'iù quei controlli che si sono sviluppati nel corso dei secoli sulla base
ll- della possibilità di distinguere tra atto del comunicare e in-
formazione. Si sa soltanto che si tratta di comunicazione, ma non lo
O- si veqe. Così può sorgere. un sospetto di manipolazione che però
li- non si può manifestare in modo che possa essere provato. Si sa, si
O, accetta.
ll- E allora, che cosa è ancora comunicazione, se tutto può essere
>1- comunicato e se in ambiti di considerevole rilevanza, la differenza
tra informazione e atto del comunicare che costituisce la comunica-
zione si indebolisce fino ad essere irricono~cibile? La totalizzazione
1Il- della comunicazione porta, come pensa Baudrillard, alla scomparsa
'C'-
della comunicazione? Oppure soltanto ora diventa realtà la cieca
gh

di 74. Qui naturalmente si presuppone che l'apparato della percezione umana rea-
gisca con maggior forza ai movimenti che non alle costanti del suo campo di per-
cezione.

101
,O" ,

'i1l~:~l:!sifìtelma :dellacomunicazione sociale? E allora, la co-


'ìlltii1f~~zì'bn,é;'ornHl1~ è solo . assistenza invisibile nell' auto-osserva-
.·ziònedel mando e -la società semplicemente il confine sul quale il
mondo ;osserva se stesso?
Lasciamo da parte queste questioni speculative e chiediamoci in-
vece in quale modo, a queste condizioni, si riordina la selettività
della comunicazione.
In molti casi (un'eccezione: il telefono) la tecnica impone una
unilateralità della comunicazione. Questa è, in parte, una necessità
inevitabile dell'inserimento di apparecchi nel processo della comu-
nicazione, in parte, però, anche una necessità della comunicazione
di massa, alla quale già la stampa del libro avev.a dovuto ras-
segnarsi 75. Questo fatto trasforma l'evento della selezione: per
l'esattezza, lo trasforma da entrambi i lati dell'apparecchiatura. Non
si seleziona più nella comunicazione, ma si seleziona per la comu-
nicazione. Colui che trasmette sceglie i temi e le forme, le mette in
iI
scena e, in particolare, sceglie i tempi della trasmissione e la durata
'I della trasmissione in relazione a ciò che a lui sembra appropriato.
Colui che riceve seleziona se stesso in relazione a ciò che egli vor-
rebbe vedere e sentire. La comunicazione allora si verifica come in
un iperciclo di reciproca selezione ma, se e nella misura in cui si
verifica, non può più correggere se stessa.
Se tutto questo dimostra quanto ci si sia allontanati dalla
, comunicazione orale (senza averla, però; sostituita o eliminata: que- .
sto è un fatto che bÌsogna ancora rimarcare), la scoperta che at-
tualmente è l'ultima, va ancora oltre. Si tratta della comunicazione
mediata attraverso il computer. Essa permette di separare la immis-
sione di dati nel computer dalla richiesta di informazioni, tanto che
non esiste più alcuna identità tra i due processi. In connessione con
la comunicazione 76 questo significa che viene abbandonata l'unità
costituita dall'atto del comunicare e dalla comprensione. Chi im-
mette qualcosa, non sa (e se lo sapesse, non avrebbe bisogno del
computer) che cosa sarà desunto dall'altra parte. Nel frattempo i da-
ti sono stati «elaborati». Tanto meno colui che riceve deve sapere
che gli doveva essere comunicato qualcosa, e che cosa. Così il
disaccoppiamentd del substratb mediale della comunicazione è por-

75. Anche se con notevoli esitazioni, del resto. Ancora nel 'XVI secolo i libri
invitano il lettore ad esporre anch'egli le sue esperienze attraverso la stampa.
·76. Dobbiamo accentuare questo aspetto, perché c'è anche un uso proprio del
computer per la elaborazione di dati solo per colui che lo usa.

102
)- tato all'estremo. Nella nostra concettualità questo deve significare
a- Ghe sta per nascere un nuovo medium le cui forme ora dipendono
il dai programmi del computer. In realtà questi programmi non deci-
dono ancora come il medium condensa la comunicazione stessa in
11- forme, perché per questo si richiedono gli eventi dell'immettere e
tà del trarre info"rmazione. Ma i programmi - come un tempo le regole
grammaticali della lingua - sono forme che delimitano le possibilità
la dell' accoppiamento stretto e così possono estenderle immen-
tà samente.
ll- " I Mentre attraverso la scrittura si era raggiunto un disac-
le coppiamento temporale (e quindi anche spaziale) dell' atto del co-
S- municare e della comprensione quali componenti della comunica-
o:r zione, ma sotto il presupposto rigoroso che, sul piano materiale, si
)il trattava della stessa informazione (comunque poi questa potesse es-
ll- ,sere «ermeneuticamente» modificata), il computer può includere nel
m disaccoppiamento anche la dimensione materiale del senso della
ta comunicazione." Stabilire che cosa può derivarne in questo momento
ò. è un fatto che si sottrae anche alle più audaci speculazioni. Tuttavia
r- è pur sempre possibile formulare il problema con la radicalità ne-
m cessana.
SI . I nuovi media di questo secolo hanno allargato ancora una rVolta
\n modo considerevole le universali possibilità della comunicazione.
la Essi rendono più acuta, così, la discrepanza tra comunicazione pos-
sibile e comunicazione che attualmente ha luogo. Essi in questo
.t- modo rendono più acuto il problema della selezione al quale la so-
le cietà reagisce, da una parte, mediante organizzazione, dall'altra me-
S- diante privatizzazione della selezione. Essi dissolvono la prudente
le unità della comunicazione in un modo che ancora pochi decenni fa .
)il non si poteva ritenere possibile. Questo conferisce accresciuto si-
tà gnificato alla differenza tra medium e forma (cioè: alla forma della
}- distinzione tra medium e forma). Sèmbra che così la società moder-
el na abbia raggiunto un limite al quale non c'è niente che non sia co-
a- municabile, con la sola vecchia eccezione: la comunicazione della
re sincerità.
il E infatti, se non si può dire che non si.intende dire ciò che si di-
r- ce, perché, allora, non si può sapere che cosa si vuoI dire quando si
dice che non si intende dire quello che si dice - non si può neppure
dire che si intende dire quello che si dice, perché questa sarebbe al-
m
lor,a o una duplicazione superflua e sospetta o la negazione di una
leI negazione assolutamente incomunicabile. Questo paradosso della
comunicazione non può essere evitato. È possibile però aggirarlo,

103
;,stl§tì.ttiitlb mediante una distinzione che miri proprio a
ltclì;,tID qUànto realizzano dispositivi che n?i c~iami~mo m,edia
", coniunicaziohe simbolicamente generalizzati e al quah de-
'dicheremo ora la nostra attenzione.
'Se nella evoluzione dei media della diffusione c'è una tendenza
corttirlUa, che comincia con la scoperta della scrittura e trova la sua
conclusione nei moderni media elettronici, allora, possiamo conclu-
dere, si tratta della tendenza a passare da un ordine gerarchico ad un
ordine eterarchico. Mentre nella costruzione della differenziazione
sociale, nella fondazione degli imperi, nel predominio delle città, la
stratificazione poggia su un ordine gerarchico, i media della diffu-
sione lavorano parallelamente alla delegittimazione di quell'ordine,
o più precisamente: lavorano ad un progetto alternativo. Nelle
gerarchie è sufficiente osservare il vertice, oppure influenzarlo, per-
ché con maggiore o minore certezza, si può partire dal presupposto
che il vertice si imporrà. Al contrario le eterarchie poggiano sull'in-
treccio di contatti immediati, che discriminano (sono osservabili) di
volta in volta. Ancora la stampa del libro lascia irrisolta questa con-
trapposizione tra gerarchia ed eterarchia. In Cina e in Corea, la
stampa serve come strumento della diffusione nelle mani della ge-
rarchia burocratica. In Europa, dove fin dall'inizio si era mirato -ad
uno sfruttamento economico e ad una diffusione regolata dal merca-
to delle opere stampate, si cerca di risolvere il conflitto mediante la
censura. L'insuccesso, che peraltro era inevitabile, data la moltepli-
cità dei luoghi dove si stampava nei diversi territori e data anche la
complessità dei contenuti, in rapido incremento, costringe alla fine
tutte le gerarchie, anche quelle della politica e del diritto ad abi- ,
tuarsi a convivere con una società che comunica in modo es-
sen~ialmentè eterarchico. Dal XVIII secolo si celebra questa situa-
zione come superiorità dell' «opinione pubblica». Per quanto riguar-
da le forme della differenziazione, a ciò corrisponde il passaggio al-
la differenziazione funzionale.
Questa situazione, in sostanza ha reso profondamente insicura la
semantica con cui la società riproduce sens9 che può essere conser-
vato. La fiducia in forme stabili si è dissolta, i tentativi di farla rivi-
vere si rivelano infruttuosi. Sembra che la società stia per provare
nuovi auto-valori che promettano stabilità alle condizioni dell'ete-
rarchia. E in quèsto, le selezioni dei media della diffusione dovreb-
bero avere un ruolo decisivo, perché esse, in ogni caso, sono
compatibili con un ordine eterarchico della comunicazione.

,j ".:
i: \
, I 104
l;,l ' 'I"I l, , ,,
I "I
a 6. Media della comunicazione simbolicamente generalizza-
la ti: funzione
le-
I media della comunicazione simbolicamente generalizzati sono
za media autonomi caratterizzati da un riferimento diretto alla impro-
babilità della comunicazione. Essi, però, presuppongono la codifica-
ua
zione sì/no del linguaggio e si assumono la funzione di rendere og-
u-
getto di aspettativa l'accettazione di una comunicazione nei casi in
un
cui è probabile il rifiuto. In un senso molto astratto i media costitui-
ne scono, dunque, un equivalente funzionale della morale: e infatti, co-
la me la morale nel contesto della biforcazione del codice dellinguag-
u- gio, essi condizionano la probabilità di accettazione o di rifiuto del-
\e,
la comunicazione. Ma, mentre la morale, per il suo potenziale con-
lle flittuale e per la sua pericolosità, presuppone un terreno già prepara-
~r-
to e fornito di buone plausibilità, i media simbolicamente generaliz-
;to zati si differenziano per motivare contro la plausibilità. Questo chia-
u- risce il fatto che la morale tende alla unificazione (e all' occorrenza:
dì al conflitto), mentre i media simbolicamente generalizzati, al con-
lil- trario, nascono fin dall'inizio in gran numero e per specifiche co-
la stellazioni di problemi. Perché si ottenga che delle selezioni di sen-
~e­ so altamente improbabili diventino probabili,· si deve formare una
ad pluralità di codici che siano specializzati per questo fine. Ri-
:a- correndo ad un uso linguistico tratto dalla biologia, potremmo par-
la lare anche di adaptive polymorphism.
li- Con l'espressione «simbolicamente generalizzati» seguiamo una
la formulazione che risale a Parsons ed è entrata nell 'uso corrente pur
ne non essendo particolarmente felice sotto ogni riguardo. Con «sim-
)1- bolico» Parsons intende riferirsi alla differenza tra Ego e Alter, cioè
~s­ alla dimensione sociale; con «generalizzati» si riferisce alla distin-
[a- zione_delle situazioni, cioè alla dimensione materiale del senso che
H- di volta in volta viene processualizzato. L'idea (così come per il
11- concetto di regola in Wittgenstein) è che si può raggiungere un ac-
cordo sociale solo se ciò che si ha in comune come base dell'accor-
la do può avere una stabilità che dura per più di un'unica situazione.
~r-
Fin qua possiamo accettare la prospettiva indicata da Parsons.
{l- Quanto al resto però la teoria chè qui presentiamo dei media della
tre comunicazione simbolicamente generalizzati, non si collega alla
te- teoria parsonsiana dei media dell' interazione (o media oJ interchan-
:b- ge), la quale resta vincolata alla architettura teorica dello schema
no AGIL 77. Noi, al contrario, partiamo dall'ipotesi che, attraverso la

·77. Si può vedere: Social Structure and the Simbolic Media oJ lnterchange, in:

105
codificazione del linguaggio; il problema generale della improbabi-
lità di una comunicazione che abbia successo, venga solo struttu-
rato,. non però risolto, e che attraverso la contrapposizione netta di
accettazione e rifiuto, quel problema venga reso soltanto più acuto.
Il concetto generale di medium della comunicazione è applicabile
anche a questo caso. Anche i media simbolicamente generalizzati
sono media, in quanto presuppongono la differenza tra accop-
piamento sciolto e accoppiamento stretto e, sulla base di un substra-
to mediale accoppiato in Ipodo sciolto, rendono possibile la costru-
zione di forme. Tuttavia non si tratta né semplicemente di linguaggi
particolari né di media della <;iiffusione, ma di un tipo di media di
genere diverso: di un'altra forma, di un altro genere di distinzione,
di un diverso codice. Prima di procedere nei dettagli, è necessario
chiarire queste distinzioni.
'Con il termine «simbolico» si intende qui (come in Parsons) che
questi media forniscono alla comunicazione chance" perché venga
accettata. Essi non si limitano, come il linguaggio, ad assicurare una
comprensionè sufficiente, a condizioni altamente complesse e in ba-
se ad una comunicazione scelta proprio ad hoc. Essi presuppongono
tutto questo. Tuttavia, in molti casi è proprio la comprensione, che
rende improbabile che la comUnicazione venga accettata - per
esempio, nel caso di affermazioni .improbabili, nel caso di direttive
arbitrarie di comportamento. Se qui l'accettazione dipendesse solo
d::tl linguaggio, ci sarebbe da aspettarsi l'insuccesso e la comu-
nicazione corrispondente non avrebbe luogo. In altre parole, lo stes-
so linguaggio, unicamente in base a se stesso, può realizzare solo
una scarsa parte di ciò che è linguisticamente possibile. Tutto il re-
sto sarebbe vittima di un effetto di scoraggiamento, se nOn ci fosse-
rodispositivi supplementari di altro genere. I media simbolicamente
generalizzati trasformano, in un modo che suscita davvero stupore,

Approaches to the Study of Social Structure, a cura di Peter Blau, New York 1975,
pp. 94-120. I contributi di Parsons sui media nell'ambito del sistema sociale - ol-
tre a quello cit., gli studi sui concetti di potere, influsso e commitment - sono stati
raccolti in tedesco con un'ampia introduzione da Stefan ~ensen: Talcott Parsons.
Zur Theoi'ie der sozialen Interaktionsmedien, Opladen 1980. Non sono compresi,
tuttavia, i media del sistema generale dell'azione, Una pretesa teorica analoga (ma
molto meno elabonlta) persegue il concetto di «capitaI symbolique» di Pierre Bour-
dieÌl. Vedi, per esempio: Ce que parler veut dire, Paris 1982, p. 68 ss. Qui, tutta-
via, diversamente che in Parsons, il concetto di capitale, che è un concetto che si
riferisce all' economia, viene utilizzato solo metaforicamente, e questo vale a mag-
gior ragione per l'idea secondo la quale il «capitaI symbolique» sarebbe differen- .
zillto in «mercatÌ».' .

106
probabilità-del-no in probabilità-del-sì: per esempio, per beni o per
prestazioni di servizi che si vorrebbero ottenere, essi permettono di
li offrire dei pagamenti. I media sono simbolici in quanto utilizzano la
I. comunicazione per produrre quell'accordo che in sé sarebbe im-
e probabile. Essi, però, sono allo stesso tempo anche diabolici, in
J quanto, mentre realizzano questo scopo, producono nuove diffe-
renze. Così uno specifico problema della comunicazione viene ri-
solto attraverso una ridisposizione di unità e differenza: chi può pa-
gare ottiene ciò che desidera; chi non può pagare, non lo ottiene.
;r I media della comunicazione simbolicamènte generalizzati
ii coordinano - per ripeterlo con altre parole - selezioni che non sono
,, senz'altro collegabili tra loro e che sono date come una quantità di
J elementi accoppiati in modo sciolto - si tratta di selezioni di infor-
mazioni, di atti del comunicare e di contenuti del comprendere. Essi
e raggiungono un accopphtmento stretto solo attraverso la forma che
a è specifica del rispettivo medium - per esempio come teorie, modi
a di amare, leggi del diritto~ prezzi. Essi non solo devono funzionare
su base simbolica, ma (come mostrano gli esempi che abbiamo ap-
J pena fatto) devono anche essere generalizzati, perché le aspettative
corrispondenti, anticipando l'ulteriore autopoiesi, possono essere
r costituite solo se la forma comprende più situazioni diverse. Anche
una prova d'amore non vale solo per il momento successivo. In ulti-
) ma istanza si tratta sempre di questo: incoraggiare la comunicazione
mediante l'aggiunta di chance perché venga accettata, renderla pos-
sibile e acquisire così alla società un terreno che diversamente
J resterebbe incolto per sua naturale sterilità.
A questo punto, allora, possiamo descrivere la prestazione dei
media e delle loro forme tipiche anche affermando che essa consiste
nel /;endere continuamente possibile una combinazione altamente
" improbabile di selezione e motivazione. Questi concetti, tuttavia, qui
non designano stati psichici (perché la comunicazione abbia succes-
I, so, è irrilevante ciò che prova colui che paga ne.! momento in cui
porge il denaro), ma costruzioni sociali, per le quali è sufficiente
:I
che si possano presupporre i corrispondenti stati di coscienza 78.
I,
Che le comunicazioni vengano accettate, allora, significa solo che
a la loro accettazione viene meSsa' alla base di ulteriore comuni-
'- cazione come sua premessa, indipendentemente da ciò che possa
.- verificarsi poi nella coscienza individuale .

78. Ricordiamo qui quanto è stato detto più sopra (cap. I, p. 33 s.) sull 'accop-
piamento strutturale.

107
·Il problema combinatorio viene risolto attraverso la scomposizio-
ne del rapporto circolare di selezione e motivazione (ciascuna con-
diziona l'altra) ed esattamente attraverso il fatto che il condiziona-
mento della selezione viene reso fattore della motivazione. Si può
accettare una comunicazione che viene pretesa, se si sa che la sua
scelta obbedisce a determinate condizioni; allo stesso tempo, colui
che comunica una pretesa, osservando queste condizioni, può ac-
crescere la probabilità della accettazione e così incoraggiare se stes-
so alla comunicazione. In questo modo si risolve con-
temporaneamente o almeno viene normalizzato il duplice problema
della illusione e della accettazione. Si accresce la sicurezza che
quelle condizioni vengano osservate, per quanto esse siano altamen-
te selettive e non comprendano affatto ogni costellazione desiderata;
si segnala questo autovincolarsi attraverso l'uso dei simboli corri-
spondenti, che testimoniano l'uso del medium e si guadagna in que-
sto mòdo la probabilità che la comunicazione venga accettata. Per
esempio, ci si richiama alla verìtà. Oppure si manipolano simboli di
dominio (oggi, di preferenza, l'assoggettamento dello stesso potere
al diritto) in un modo che rende visibile un potere superiore, capace
di imporsi.
Commisurate all'immenso numero delle possibilità della
comunicazione, le condizioni che accoppiano tra loro selezione e
motivazione, hanno un carattere di eccezione. Tuttavia quelle condi-
zioni non possono presentarsi troppo raramente perché diversa-
mente non potrebbe prodursi né formazione di aspettative, né socia-
lizzazione, né potrebbero formarsi i relativi sistemi. Di conseguenza
solo società sufficientemente grandi, complesse, possono pervenire
alla differenziazione di media della comunicazione simbolicamente
generalizzati. Perciò i media presuppongono non solo il codice lin-
guistico, come struttura del loro problema di riferimento, ma, per-
ché si produca la loro differenziazione, presuppongono la scrittura,
e per il •loto pieno sviluppo, presuppongono anche la stampa. È
quanto vorremmo mostrare ora.
:. Alla alfabetizzazione della scrittura e alla conseguente espansio-
l·'
ne della capacità di usare la scrittura in Grecia, nell' epocacIassica,
si reagì in due modi diversi, senza che si tematizzasse la loro diffe-
renz~; Si era fatta acuta la questione: come si può essere motivati
alla accettazione dç:lIa comunicazione quando la sua selettività è vi-
; l', sibile e non può essere più contestata? Come si è già accennato, una
I. via d ?uscita stava nel rafforzamento degli strumenti di persuasione o
','
, I
di convincimento di cui disponeva ·la comunicazione verbale. Per

108
a- questa strada, nel corso del tempo (e nel Medioevo con la me-
n- diazione di Cicerone, e poi di Quintiliano), si pervenne ad una al-
']- leanza tra retorica, topica e morale. I punti di vista che dovevano
lÒ essere utilizzati nel discorso (tapoi, luoghi-«comuni») dovevano es-
la sere cercati e amplificati, e questa pratica doveva essere appresa e
Ul insegnata 79. Poiché i concetti di retorica, topica e morale inizial-
c- mente indicavano prestazioni di colui che parla, si era imposto un
s- modo artistico di trattarli. Se si guarda più attentamente al senso e
n- alla funzione di questi concetti, allora si vede che in essi era pre-
la sente ancora una unità di cognizione e motivazione - in essi, cioè, si
le offriva una soluzione del problema: come si potesse produrre moti-
n- vazione attraverso selezione 80. Per la concreta attuazione pratica di
a; questa soluzione, si rivela decisiva la struttura della verità e della
1- morale (diversamente da ciò che sosteneva la dottrina sofista). La
soluzione offerta, infatti, poteva produrre i risultati attesi solo se po-
~r teva essere collocata dalla parte buona del mondo,. poiché le verità
ji (come anche le virtù) si sorreggono a vicenda, mentre gli errori (co-
re me anche i vizi) si combattono l'un l'altro. Perciò si considerava la
:e
79. Forse dipenderà da una moderna incomprensione per il problema che sta al-
la la base dell'amplificatio o dall'unilateralità con cui la filosofia tratta quel problema
e - comunque sia, nel rinato interesse per la topica' e per la retorica, viene posta in
I- risalto più l'inventio che l'amplificatio. Vedi, per esempio, Lothar Bomscheuer, To-
pik: Zur Struktur der gesellschaftlichen Einbildungskraft, Frankfurt 1976. Già la
l-
letteratura classica (vedi, per esempio, Marcus Fabius Quintilianu~, Institutionis
1- oratoriaf VIII, 4) non assegna alla amplificatio il rango che le spetta. L'Histori-
sches Worterbuch der Philosophie contiene un ampio articolo sulla inventio e nes-
~e sun articolo sulla amplificatio, ma solo uno sulla ampliatio(logica). Forse si ha ti-
:e more di affrontare i problemi della verità dell'amplificare. Ad una valutazione op-
posta-, invece, si perviene se si prende in considerazione la funzione comunicativa
1-
dell' amplificatio.
r- 80. A questo fine la tradizione raffinata mette a disposizione, pur sempre, già
1, due concetti: opinio e admiratio, così come se la loro separazione fosse già pro-
È grammata in precedenza. «Amplificare e illustrare sono i due ornamenti principali
dell' eloquenza che procurano alle menti degli uomini i più grandi vantaggi: ammi-
razione e fede», si dice in John Hoskins, Directions for Speech and Style (1599),
)-
cit. dall'ed. Princeton N,J. 1935, p. 17. E qui admiratio è una sorta di passione (e
l, quindi un fattore di motivazione) che corrisponde alla struttura gerarchica della so-
cietà ed esattamente, come farà rilevare ancora Descartes (Les passions de l'ome,
ti Art. 53, cit. da: Oeuvres et Lettres, éd. de la Pléiade, Paris 1952, p. 723 s.; (tr. it.,
Le passioni dell' anima; in: Opere filosofiche, voI. 4, Roma-Bari 1986), è una pas-
[-
sione che, a differenza di tutte le altrè non contiene in sé nessun impulso contrario,
a cioè può essere attivata prima di ogni codificazione binaria. Una comunicazione
o che suscita admiratio produce, cioè, una comprensione che non è separata dalla ac-
:r cettazione.

109
competenza e la virtù propria di colui che parla come più importan-
te di un qualunque espediente. S'intende, più importante per l'am-
plificazione.
A questa alleanza di retorica, topica e morale e, quindi, anche
all'amplificazione, pone fine la stampa del libro, per il semplice fat-
to che essa rende visibile contemporaneamente troppa comples-
sità 81. Tuttavia perché questo si realizzi, ci vorranno ancora almeno
due secoli. Dapprima il libro stampato porta a nuova fioritura la
vecchia forma 82. E infatti, come prima, l'amplificazione continua a
reggersi sul fatto che si considera l'universale fornito di un valore
più alto che il particolare. Come prima, i tapoi guidano la motiva-
:' ,
l'
I I zione orientandola alle generalizzazioni che sono congruenti sul
.1. piano materiale, temporale e sociale. Come prima, la comu-
nicazione importante viene dicotomizzata moralmente, cioè viene
ricondotta entro uno schema che, oralmente, poteva essere trattato
con facilità. Come prima, ammonire e insegnare conservano la loro
validità, in quanto perseguono il fine di lodare le virtl), di biasimare
i vizi. e di trattare le passioni come disturbo. L'amplificazione della
comunicazione serve alla amplificazione della morale e vice versa.
Persino l'ampia discussione svoltasi nel XVI secolo sui concettÌ di
historia e di poetica presuppone pur sempre una funzione epidittica,
amplificante, di entrambi questi modi di rappresentazione. Gli
«eroi» della letteratura dovevano funzionare come luoghi comuni,
perché la loro individualizzazione avrebbe disturbato la loro fun-

zioneainplificante .. Tuttavia, ciò che non si poteva assolutamente
.I I
I· prevedere, era il fatto che il singolo, se confrontato con le. banalità
li:
l. dei tapoi, sarebbe diventato .testardo e si sarebbe rifugiato nel pro-
prio io. Lentamente però si profilano delle controtendenze (come gli
1 ,ii:
Essais di Montaigne). Le amplificazioni «che in effetti non sono al-
tro cbe esagerazioni o accumuli di ragioni» si colorano di una luce
,.
ambigua 83 e la stampa del libro comincia a fare opera di sabotaggio
l •.
I

. 81. Non vogliamo sostenere che questa sia stata l'unica causa. Si aggiungono
sicuramente altre esperienze - come il fatto che il conflitto delle religioni potesse
essete risolto solo politicamente, il corrispondente consolidamento della rottura tra
le confessioni, la critica della lezione nelle scuole di latino e là crescente dif-
I •
I, :' I, ferenziazione 'dei sistemi di funzioni capaci di effettuare prestazioni moti vazion a li
I ••

pr()prie. '..
82. Su dò, con ricchezza di indicazioni: Io'an Marie· Lechner, Renaissance
ConcefJts.of(heCof!1f!1~n Pfaces, New York 1962, risI. Westport Conn. 1974.
83. Ccisl Thomas Wright, The Passions of the Minde in GeneraI, London 1630,
risI. Urbanà 1\1.1971, p.191. .

IlO
1- in quanto riesce a riprodurre onnai, con una noiosità eccessiva, pro-
1- prio quella quantità (copia) di t6poi che un tempo era così deside-
rata. L'opera della stampa incide' fino al punto da conferire alla se-
le mantica di copia/copie/copy l'odierna coloritura negativa 84.
t- E allora, se la strada originariamente seguita non è più praticabi-
;- le, perché il rafforzamento degli strumenti di persuasione produce
o una sovrabbondanza che viene rifiutata, qual è il percorso che si
a profila?
a Noi vediamo l'alternativa nello sviluppo e nella differenziazione
'e dei media della comunicazione simbolicamente generalizzati. An-
I- che questa alternativa, ai suoi inizi, può essere ricondotta ad impulsi
Il che erano stati offerti dalla scrittura alfabetica. Per questo torniamo
l- indietro ancora una volta alle fonti greche.
e Sembra evidente che la diffusione della cultura scritta, da una
o parte, aveva offerto la possibilità di una riformulazione artificiale
o delle parole e, dall'altra, aveva portato a differenziare le tenninolo-
e gie corrispondenti in relazione ai diversi problemi, perché si potes-
a sero descrivere mezzi di convinzione di tipo nuovo 85. Per rappre-
c. sentare questo contesto, vogliamo indicare brevemente alcune tra le
li innovazioni più importanti.
l, In particolare per quanto riguarda il sapere, già nel periodo ome-
l rico la lingua greca dispone di una parola artificiale (alétheia) con
l, la quale si nega l'essere coperto, l'essere nascosto, il venire dimen-
ticato 86. Non si tratta, quindi, di uno stato, ma del risultato di una
premura. Nella tradizione verbale perciò la verità era legata al ritmo
à e al ricordo che, attraverso il ritmo, veniva facilitato: solo così essa
poteva essere sottratta al dimenticare, solo così poteva essere, ap-
1 punto verità 87. Quando il concetto fu acquisito alla cultura scritta,
84~ Cfr. su questo Walter J. Ong, The Presence 'of the World, cit., p. 79 ss. (tr.
it. cit.).
)
85. Un argomento simile in Jack Goody, Ian Watt, The Consequences of Lite"
racy, «Comparative Studies in Society and History» 5 (1963), pp. 304-345. Vedi
anche Jack Goody,Literacy in Traditional Society, «British Joumal of Sociology»
)
24 (1973), pp. 1-12; id., Literacy, Criticism and the Growth of Knowledge, in:
Culture and its Creators: Essays in Honor of Edward Shils, a cura di Joseph Ben-
l
David, Terry N. Clark, Chicago 1977, pp. 226-243.
86. Considerata su un piano linguistico-comparativo, si tratta di una fonnaziorte
della parola' molto insolita. Cfr. su questo, Jean-Pierre Levet, Le vrai et le faux
dans la pensée grecque archai'que: Étude de vocabulaire, voI. I, Paris 1976, in par-
ticolare p. 80 ss.
87. Vedi Berkley Peabody, The Winged Word: A Study in the Technique of An-
cient Greek Oral Composition as Seen Principal/y through Hesiod's Works and
Days, Albany N.Y. 1975.

III
fu conservata questa associazione con la fattibilità (réchne. pofesis.
sophfa) che continuò a sussistere fin nella «coscienza-di-potere»
(Christian Meier) del!'éltà classica.' Ma se la stessa verità è una ne-
gazione: come si potrà negare a sua volta questa negazione, perché
si possa pervenire ad una codificazione secondo vero/falso ?
Anche la concettualità opposta - soprattutto pseados - è intesa
inizialmente come riferita all'interazione e, quindi, viene concepita
in modo dialogico. Si tratta della veridicità o della menzogna, della
riproduzione vera o falsa del sapere. In altri termini,. origina-
riamente c~è solo questo orientamento al comportamento, e non c'è
alcuna idea di un rapporto tra enunciato e realtà che sia indipenden-
te dal comportamento. La presentazione corretta della realtà è un
dovere del comportamento e il comportamento opposto urta contro
questo dovere, è espressione irriflessa, se non menzogna 88.
Solo con l'aiuto della scrittura è possibile oggettivizzare i temi al
punto che su di essi si possa discutere in modo controverso ..
Probabilmente, sulla base dei dialoghi ci si abitua ad una osserva-
zione di secondo ordine, la quale si riserva di esaminare se un sape-
re ritenuto vero viene accettato come sapere in modo corretto o fal-
so 89. In questo modo, però, si è differenziato anche un problema
della comunicazione, il quale utilizza distinzioni proprie, come per
esempio sapere rigoroso e opinione (epistéme, d6xa), che non emer-
gono in nessun altro ambito di senso 90.
Ad un ambito di problemi completamente diverso porta la se-
mantica che si cristallizza intorno alla parola philfa, anch 'essa di
nuova formazione 91. Essa viene tradotta comunemente con amici-

88. Questa differenza di qualità potrebbe spiegare perché anche le lingue in-
dogermaniche utilizzano per verità e per menzogna radici diverse. La menzogna è
più che un enunciato non-vero. E solo per questo si poteva utilizzare l'alfa pri-
vativo-per indicare la verità.·
89, Si dovrà concedere a Heidegger che così il «riferimento all'essere» si è fis-
sato come indiretto in un modo che sarà decisivo per i periodi successivi. La sua
dichiarazione di colpevolezza - Platone! - difficilmente si potrà sostenere, Special-
mente su questo, cfr. Paul Friedliinder, Platon, voI. I, Seinswahrheit und Lehens-
wirklichkeit, 3. ed., Berlin 1964, p. 233 ss.
90. Riconduce la distinzione al poeta Simonide di Chio, che aveva familiarità
con il denaro e con la scrittura, Marcel Detienne, Les maftres de vérité dans la
Gréce prchai"que, cit., p. 105 s. (tr. it. cit.). Per la storia ulteriore della distinzione,
si trovano passaggi importanti nella Repuhhlica di Platone, VI, XX-XXI.
91. Sulla storia della parola Franz Dirlmeier, .... , und ...... im l'orhellenistischen
Griechentum, Diss., MUnchen 1931; Mal1fred Landfester, Das griechische Nomen
I I
I
I>,,'
""
p;
~: "philos»und seine A~leitungen, Hildesheim 1966. Sul latino amicitia cfr. anche J.
:,.' I
. ,','I Hellegouarc'h, Le vocahulaire latin des relations et des partis politiques sous la
repuhlique, Paris 1963, in particolare p. 42 sS., 142 ss. .

112
I

I I Il
,I i
zia, ma per il caso di associazioni più grandi si potrebbe pensare an-
» che a solidarietà. Diversamente che a Roma, ad Atene la rottura ri-
spetto alle strutture arcaico-segmentarie della nobiltà si verificò più
.é presto 92. L'éthos arcaico aveva preteso che si avesse simpatia e si
mostrasse impegno per ciò che è vicino: comprese le armi, gli ani-
a mali, le donne, gli déi (e originariamente philos 'aveva significato
a proprio questo), mentre coloro che stavano lontani potevano essere
a trattati senz'altro con indifferenza e in modo arbitrario. A ciò si ag-
giunse la regola della politica della città secondo la quale si doveva-
è no trattare come amici gli amici dei propri amici e come nemici i
nemici dei propri amici - una regola che a Roma era ancora attuale
11 quando Cicerone scrisse il De amicitia 93. Come philfa, l'amicizia
:) viene differenziata da queste strutture arcaico-gentilizie e contem-
poraneamente viene generalizzata come una universale idea di
J appartenenza riferita alla società 94. Il concetto opposto di ostilità si
'. contrae (cioè: si forma un codice: amico o non-amico), mentre pas-
sa in primo piano il problema dei criteri per la scelta degli amici.
Lo stare vicino, al.1ora, non è più condizione dell'amicizia, ma con-
seguenza della scel.ta di un amico. Resta presupposta la universale
l socialità della società, ma in essa viene incorporata l'amicizia come
r forma intensiva della socialità. Allora il concetto non può più essere
applicato agli animali, ma neppure agli déi. Il suo ambito di appli~
cazione viene delimitato e viene strutturato attraverso una distinzio-
ne specificata in rapporto allo scopo: cioè attraverso la distinzione
tra amicizie di utilità, amicizie di piacere e amicizie di virtù; una dic
stinzione che, a partire da Aristotele, determinerà la tradizione, In-
92. Oggi, inoltre, si ammette che nella città greca esse hanno sempre avuto un
significato comparativamente scarso, per cui la differenza rispetto a Roma era stata
preparata da lungo tempo. Vedi Denis Roussel, Tribu et Cité: Études SUI' les grou-
pes sociaux dans les çités grecques aux époques archai"ques et classiques, Paris
1976; Felix Bourriot, Recherches SUI' la nature du genos, Lille 1976.
93. Allora Lelio veniva considerato a Roma come figura che rappresentava il
simbolo della posizione opposta, la quale riteneva che fosse possibile anche avere
amicizia con i nemici (politici) dei propri amici (politici), cioè differenziava e pri-
vatizzava l'amicizia rispetto alla politica. Su questo, Fritz-Arthur Steinmetz, Die
Freundschaftslehre des Panaitios, Wiesbaden 1967. Cfr. anche Horst'Hutter, Poli-
tics as' Friendship: The Origins oj Classical Notions oj Politics in the Theory and
Proctice oj Friendship, Waterloo Ont., Canada 1978.
94. Sulla philfa come conseguenza della scoperta della libertà e come conse-
guenza delle possibilità di differenziazione che, all'interno della città, erano date
indipendentemente dai sessi, cfr. anche Jean-Claude Ftaisse, Philfa, La notiort
d'amitié dans la philosophie antique: Essai SUl' un problème perdu et retrouvé, Pa-
ris 1974.

113
tanto emergono anche pretese che tendono ad affermare la necessità
di un orientamento primario a questo codice senza che si abbia ri-
guardo per altre considerazioni - come nella questione se l'amicizia
sia più giusta della giustizia; o nella questione se ci si debba aspet-
tare aiuto dagli amici anche nel caso di violazione del diritto, nel
caso di profanazione del tempio o di delitti simili.
La sovrabbondante terminologia disponibile rende un po' più
difficile formulare un giudizio sulla differenziazione di un medium
particolare per il potere politico e sulla formazione di una semantica..
specializzata. Nellà città la differenziazione istituzionale, effettuata
secondo i ruoli e conforme al diritto, è sviluppata al più alto grado,
ma il valore di attenzione che così viene acquisito, porta al fatto che
queste strutture vengono identificate con la città stessa. Ci sono ca-
riche che hanno capacità di decisione. Basta solo che a questo fatto
seguano i concetti. Si perviene a raffinate riflessioni sui criteri-gui-
da per l'ordinamento della città,' cioè isonomia e om6noia, e sul lo-
ro significato. per la formazione del diritto e per la democrazia: La , .
discussione viene contrassegnata dalla sostituzione di thémis con
l'
n6mos, che a sua voltarende possibile la distinzione (allora non an-
I
I. . cora intesa gerarchicamente) tra physis e n6mos 95. La diffe-
renziazione dei principi politici del diritto, i quali richiedono allora
la costituzione di un ordine corrispondente, si può riconoscere prin- l'

cipalmente dalla svolta che produce la reazione contro gli influssi


che derivano dalla stra:tificazione e (come si può senz'altrQ ag-
giungere) dalle reti di amicizie. Nonostante la stratificazione, deve
valere l'uguaglianza di fronte alla legge 96. Tutto questo, però, può
valere solo per l'esercizio del potere politico e non come massima

'-
95. Questa ridenominazione fa vedere come il diritto diventi contingente per
condizionamento politico e permette di confrontarlo con l'idea della verità riferita
al comportamento. Per le denominazoni formali della legge (thesmos, nomos) vedi
Martin Ostwald, Nomos and the Beginning oJ Athenian Democracy, Oxford 1969;
Jacqueline de Romilly, La loi dans la pensée Greque des origines à Aristote, Paris
1971, p. 9 ss.; cfr. inoltre Christian Meier, Die Entstehung des Politischen bei qen
Griechen, Frankfurt 1980, p. 305 ss. (tr. il., La nascita della categoria del politico
in Grecia, Bologna 1988). . )
96, Cfr. su questo De Romilly, op.cit., p. Il s., 20 s. con rinvio a Euripide,
Hiket(des. (Le Supplici) , 432, dove si dice: «Ma quando leggi scritte esistono, /
ugual giustizia ottiene il ticcò e il povero: / Il debole può allor, quando l'insultano,
/ rimbeccare ilpossente: allora il piC;colo, / quando ha ragione, può vincere il gran-
de» (tr. il., Le Supplid, in: Le tragedie di Euripide, tradotte da Ettore Romagnolì,
voI. 1. Bologna 1959, p. 541).

1,1'
, .I
114

. , I.
per la fondazione del sapere o per la scelta degli amici. Ma poiché
ciò veniva formulato in relazione a quella acquisizione che era la
l vita della città, la terminologia era, da una parte, molto più differen-
ziata che negli altri casi, dall' altra però, anche più saldamente lega-
l ta all' autodescrizione della società, alla «identità politica» dei gre-
ci 97.
l Se nella semantica politica si differenzia troppo poco rispetto
1 all' autodescrizione del sistema (cittadino) della società, nell' ambito
1: della proprietà e della acquisizione di denaro si differenzia troppo.
1 In parte è la distinzione tra ofkos e p6lis che dispone a questa situa-
zione distorta. Essa esclude che si parli di «economia politica» o fa
che questo suoni paradossale alle orecchie dei greci 98. In parte tro-
viamo la sottovalutazione del commercio, tipica delle società della
) nobiltà e non da ultimo la possibilità di procacciarsi politicamente il
denaro. Questo non corrisponde affatto alle differenziazioni struttu-
rali del sistema della società, che specialmente ad Atene erano par-
a ticolarmente sviluppate 99; analogamente si riscontra una termi-
1 nologia riferita all'economia monetaria, che resta influenzata
,dall'idea dominante della società non nella sua indipendenza, ma
solo nella valutazione delle corrispondenti attività.
a Viste iri retrospettiva queste differenziazioni appaiono chiare. È
bene tener presente, per esempio, che verità e arnore devono essere
tenuti distinti, perché l'amore disturberebbe la verità così come la
verità disturberebbe l'amore. Prima della evoluzione di una seman-
e tica corrispondente, tuttavia, era stato plausibile esattamente il con-
J trario. E infatti, non si doveva avere maggiore fiducia nelle afferma-
,
a zioni di chi stava vicino che non in quelle di chiunque altro? E una
questione che in ultima istanza dovrebbe' essere rivolta alla teoria
dell'~voluzione e che porta a chiedersi come mai, ciò che era plau-
,r sibile abbia potuto subire un capovolgimento così radicale. Noi pos-
a siamo offrire soltanto alcune supposizioni.
li Il fatto che sia stata possibile una diversificazione delle forme se-
).,

s
~ 97. Su questo vedi il contributo di, Christian Meier nell'articolo: Macht,
D
"
' . Gewalt, in: Geschichtliche Grundbegriffe: Historisches Lexikon zur politisch-so-
zialen Sprache in Deutschland, voI. 3, Stuttgart 1982, pp. 817-935 (820 ss.).
. "
98. Vedi Peter Spahn, Die Anlange der antiken Okonomik, «Chiroll» 14 (1984),
/ pp. 301-323.
l, 99. Vedi su questoS.C. Humphreys, Evolution and Histo/y: Approaches to the
l- Study 01 Structural Differentiation, in: The Evolution 01 Social Systems, a cura di J.
Ì, Friedman, M,J. Rowlands, Pittsbourgh 1978, pp. 341-371, in particolare in re-
'Iazione al rapporto tra politica, economia e religione.

115
i mantiche che fosse riferita ai problemi e che avesse una portata così
ampia, può essere stato indotto dalla diffusione della scrittura alfa-
betica, ma non può essere certo spiegato solo con questo. Si aggiun-
ga il fatto che nelle città greche non si era pervenuti a quella poten-
,I te alleanza tra religione e morale che dominava la vita pubblica nel-
l,I i le culture sviluppate 100. Se ci si possa spingere fino al punto da
considerare la religione in Grecia come fatto privato 101, è questione
,I che può essere lasciata da parte. Ad ogni modo non si era pervenuti
'!-
alla formazione di una religione orientata alla scrittura. Piuttosto la
cultura scritta si era semplicemente sviluppata accanto a ciò che esi-
steva come religione; solo nei regni tardo-ellenistici si era pervenuti
in parte a forme mistiche di culto che cercavano di resistere alla dif-
fusione della scrittura e alla fine si era pervenuti alla religione della
r: '
fede del cristianesimo che si poté diffondere come religione nuova
con l'aiuto di testi canonici.
Con questo non vogliamo certo affermare che già nell' antichità si
,
i
' sia pervenuti al pieno sviluppo di media della comunicazione sim-
bolicamente generalizzati. Per poter formulare un giudizio fondato,
, ,I

: ',,' dobbiamo comunque dapprima delineare i requisiti dei media, ai


I !" " quali appartiene anche il fatto che i media innescano una autocatali-
li' si dei sistemi di funzioni. Si nota pur sempre che- anticipando già
qui un concetto della teoria dell'evoluzione 102 - erano state tealiz-
zate delle preadaptive advances considerevoli; e noi possiamo an-
che notare che esse avevano colto i problemi di riferimento che più
tardi si sono rivelati come problemi-guida per lo sviluppo dei me-
dia: verità, amore, potere/diritto e proprietà/denaro.
Dapprima le forme che erano state scelte dovettero essere sotto-
poste certamente a considerevoli delimitazioni, che risultano dal fat-
to che esse si erano sviluppate per una società storicamente deter-
minata e dovevano armonizzarsi con le sue descrizioni del mondo e
con le sue autodescrizioni. La sopravvalutazione (notevole, in con-
frontoai dati strutturali) del «politico», con la definizione della so-
cietà come società politica, trova qui la sua spiegazione, così come,
d'altra parte la riduzione dell' «economico» alla società domestica e
al c0mmercio. Ma anche nell'ambito della phiUa si trova un corri-
!', :
i: i
100. Sulla mancanza di una ortodossia sistematica e sulla libertà di critica del-
le comuni idee magiche e religiose, cfr. O.E.R. Lloyd, Magie, Reason and Ex-
perienee in the Origin and Developrnent 01 Greek Seienee, Cambridge 1979, p.
10ss.
, 101: Così Humphreys, op. cit., p.'353.
102. Cfr. il càp. III. '

116
,
ìl spondente adattamento alla forma: la «più alta» variante dell'amici e
l- zia è l'amicizia delle virtù, che si orienta già ai requisiti della con-
I- vivenza politica della città. E ciò che può trovare riconoscimento
l- come verità, è determinato dalla logica a due valori e dalla ontolo-
gia che ad essa corrisponde. Questa logica costituisce un dispositivo
a che presenta una ricchezza strutturale relativamente scarsa: con' il
e suo ausilio si teneva conto delle delimitazioni comunicative che ca-
ti ratterizzavano l'osservazione di osservazioni in quella società. Su
a queste delimitazioni e sulle loro dipendenze dalla struttura, tornere-
mo nel quinto capitolo.
ti

a 7. Media della comunicazione simbolicamente generalizza-


a ti: differenziazione '

il Interrompiamo adesso la esposizione storica e torniamo ad una


esposizione sistematica, perché ci manca ancora una fondazione
), della diversità e della differenziazione dei media della comunica-
II zione simbolicamente generalizzati.
Per poter analizzare le forme della differenziazione dei media della
,
a comunicazione simbolicamente generalizzati, dobbiamo dapprima ri-
- cordare che ci occupiamo qui del particolare problema di un èollega-
mento, divenuto improbabil y, tra selezione e motivazione. Da questo
, \
II \ punto di vista tutti i media della comunicazione simbolicamente gene-
ralizzati sono funzionalmente equivalenti. Proprio questo punto di vi-
sta, però, ci costringe a dare una rappresentazione del problema stesso
che non si limiti ad indicare e a definire ancora una volta le compo-
nenti di ogni comunicazione, cioè informazione, atto del comunicare e
'- comprensione. Connesse a queste componenti ci sono altre forme, e
sono queste forme che producono la specificazione e la differenziazio-
ne dei media della comunicazione simbolicamente generalizzati.
A questo scopo vengono utilizzate forme dell'auto-osservazione
"
del processo della comunicazion~. Prima di tutto ìl problema della
improbabilità del collegamento tra selezione e motivazione deve es-
sere portato nella forma sociale della «doppia contingenza», che noi
indichiamo con i concetti di posizione Ego e Alter. Perché? La rispo-
sta che normalmente si dà, è che Ego e Alter già esistono comunque
e che essi sono persone diverse che comunicano sempre di nuovo tra
I,
loro. Chi pensa solo a questa situazione dovrebbe evitare di usare la
terminologia Ego/Alter, la quale, invece vuole esprimere proprio il
fatto che ciascuno di, loro, se Ce soltanto se) prende parte alla comu~

117
nièazione, è sempre entrambi. Se si formula la questione in modo
,piùprecisQ, allora ci si può chiedere perché si deve ricorrere alla du"
plicàzione. La nostra risposta è che l'autoreferenza dei sistemi scicia-
li ha come presupposto una immanente dualità, perché possa nascere
un circolo, la cui interruzione poi faccia sorgere strutture. Ranulph
Glanville, sotto la suggestione del principio del termostato, che può
controllare solo perché si lascia controllare, postula questo principio
per gli oggetti in generale 103. Su ciò non è necessario decidere qui.
Per i sistemi sociali è evidente che, affinché possano essere sistemi
determinati dalla struttura, essi hanno bisogno di una dualità autoco-
stituita 104; ed è anche evidente che questa non può essere una dualità
importata dall'esterno (in quanto uomo) e data nella sua sostanza.
Per il problema, che qui ci interessa, della improbabile accettazione
, di selèzioni, questo significa che ogni selezione deve considerare che
deve aspettarsi altre selezioni conformi o avverse. Diversamente una
selezione specificamente sociale del problema non ha luogo.
Inoltre, bisogna mettere in chiaro dove si colloca la responsabi-
lità per la selezione, il cui condizionamento poi deve costituire mo-
tivazione. Questo significa: la selezione deve essere imputata. Le
imputazioni non riguardano mai l'accadere interno (l'autopoiesi) dei
sistemi interessati, ma sempre solo il loro comportamento così co-
me viene visto da un osservatore e riferito all'ambiente 105. Le im-
103. Vedi i contributi raccolti e curati da Dirk Baecker in: Ranulph Glanville,
Objekte, Berlin 1988. Cfr. su ciò anche Dirk Baecker, Ranulph Glanville und der '
Thermostat: Zum Verstiindnis von Kybernetik und Konlusion, «Merkuf» 43 (1989),
pp. 513-524.
104. Per conèetti come mutualità o dialogo, èhe suscitano sospetti per le loro
pretese, cfr. anche, Sten Braten, Systems Research and Social Sciences, in: Applied
Generai Systems Research: Recent Developments and Trends, a cura di George
Klir, New York 1978, pp. 655-685; id., Time and Dualities in Self-Reflective Dia-
logii':al Systems, in: Àpplied Systems and Cybernetics: Proceedings 01 the Interna-
tional Congress on Applied Systems Research and Cybernetics, a cura di George F.
Lasker, New York 1981, voI. 6, pp. 1339-1348.
105. Qui comportamento significa non solo: trasformazione dello stato interno,
ma trasformazione nel rapporto tra sistema e ambiente. Cfr. Humberto Maturana,
Reflexionen, Lernen oder ontogenetische Drift, «Delfin» II (1983), pp. 60-71: «Il
compOrtamento non appartiene all' organism<,> o essere vivente come una caratteri - '
stica di tutte O di alcune trasformazioni del suo stato. Comportamento è piuttosto
ul1 ,rapporto tra un organismo o essere vivente e un aII).b;ente, nel quale un osser-
va!or€? ~~limita e osserva un tale comportamento. In questo senso, il sistema nervo-
~ i sò,iri quanto comporiente di un' organismo o essere vivente, non produce alcun
, I
, cOmportamentd, ma partecipa solo alla dinamica della trasformazione dello stato di
quel, ~istema che esso integra. Per un osservatore il s,istemanervoso partecipa alla
gén~si, d,el compO!:taIÌlentq ne,Ila misllra in cui part~cip~all~ trasformazioni dello
stato
:' ,-'
dell'òrganismoo
.'" • : .- , ,- - ' (: ' ,.
essere
. :
vivente,
'"
di cui esso
; . ,'; " ,
osserVa
,',' " "
e descrive, la trasforma-
,. \ l
!'- .
zione della forma'é della condizione rispetto a un ambiehte» (62).

n8
putazioni sono sempre un accadere artificiale, che trova senz'altro
condizioni suggestive nelle qualità reali, ma che non è del tutto de-
terminato da queste qualità. Lo stesso processo di imputazione,
dunque, è socialmente condizionato, mentre il problema dell 'impu-
tazione del processo di imputazione è una di quelle questioni senza
fine, che non vengono ammesse ma vengono occultate e invisibiliz-
zate attraverso il ricorso ai «fondamenti». Già questa complicata
struttura dei presupposti dei media della comunicazione simbolìca-
mente generalizzati fa capire che essi rappresentano acquisizioni al-
le quali si perviene molto tardi e che la ricostruzione teoretica non
può esaurirsi nella semantica stessa dei media. Questa richiede una
simbolizzazione che sia immediatamente convincente, mentre noi
cerchiamo di osservare ciò che con la stessa semantica dei media
non può essere osservato.
La differenziazione dei media segue una binarizzazione, la quale
consiste nel fatto che si possono pensare due possibilità dell'impu-
tazione: imputazione interna ed esterna 106. Se una selezione viene
imputata (non importa da chi) al sistema, allora parliamo di azio-
ne 107, se essa viene imputata all'ambiente, parliamo di esperienza
· : i
interiore. In modo corrispondente i media della comunicazione sim-
bolicamente generalizzati si distinguono a seconda che essi
presuppongano entrambe le posizioni sociali Ego e Alter come
quelle di colui che vive una esperienza interna o come quelle di co-
lui che agisce. Le costellazioni che ne derivano possono essere rac-
colte nella forma di una tabella.

106. È da tener presente che qui non possiamo parlare di autoimputa-


zione/eteroimputazione, perché deve essere evitata la referenza a colui stesso che
effettua l'mputazione. La differenza interno/esterno può essere applicata tanto a co-
lui stesso che imputa quanto anche (attraverso di lui) ad altri sistemi. I risultati, in
altri termini, devono essere oggettivabili, anche se non possa essere presupposto un
consenso sull 'imputazione imposto dal mondo.
107. Diversamente dalle «teorie dell'azione», dunque, noi non usiamo un con-
cetto «oggettivo» di azione, ma presupponiamo naturalmente che, sul piano della
osservazione di primo ordine, le azioni vengano vissute o trattate come oggetti; e
ciò non è in contraddizione con il cosiddetto concetto «soggettivo» di azione, il
quale significa soltanto che le azioni devono essere scelte liberamente (noi di-
ciamo: imputate internamente). Nel nostro linguaggio ciò significherebbe che si de-
ve osservare colui che agisce (come osservatore della sua situazione) se si vuole
comprendere come agisce. Notiamo ciò, solo per mostrare, contro i dubbi diffusi
dei teorici dell' azione, che nel passaggio dal livello del primo ordine al livello del
secondo ordine non va perduto nulla, ma è possibile ricostruire tutto, anche se in
un linguaggio che è più complesso e dispone di una struttura più ricca.

119
Alter Esperienza Azione

Ae ---> Ee Ae ---> Ea

Esperienza Verità Amore

Valòri

Aa ---> Ee Aa ---> Ea

Azione ProprietàlDenaro PoterelDiritto

Arte

Mediante le imputazioni si riesce ad afferrare il processo della


comunicazione, perché il problema della doppia contingenza può es-
sere asimmetrizzato e, in questo modo, detautologizzato. La co-
municazione va da Alter ad Ego 108. Prima Alter deve comunicare
qualcosa; solo allora Ego può comprendere e accettare o rifiutare.
Questa unità basale viene ricavata per astrazione, nonostante il fatto
che la doppia contingenza sia sempre costruita come circolo 109, i si-
·!
stemi sociali si producano sempre in modo simmetrico e la comu-
nicazione si produca come unità di informazione, atto del comunica-
re e comprensione nell'intreccio ricorsivo con.altre comunicazioni.
Solo là dove le imputazioni collocano causalità possono essere
applieati dei condizionamenti. A tale riguardo lo schema dell'impu-
tazione guida (non: determina!) i condizionamenti della selezione e
attraverso questi la motivazione che ci si può aspettare. Di conse-
guenza fa una differenza se Alter o Ego viene condizionato come
colui che agisce o come colui che vive un' esperienza (naturalmente
entl:ambi sono sempre l'uno e l'altro). In linea di massima perciò,
come mostra la nostra tabella, bisogna tener conto di quattro diverse
cos~ellaziopi, ctoè
..
i08. :Cllpovolgiarno la solita sequenza Ego/Alter per ricordare che noi non co-
struiamoilprocesso della comunicazione nel senso della .teoria dell'azione, ma a
partire dali '.osservatore, ~ioè dal comprenderç. .
109. «Se tu fai quello che ,yoglio io, io fl!ccio quello cheyuoi 1\.1».

120
1. attraverso comunicazione della sua esperienza interiore Alter at-
tiva una corrispondente esperienza interiore di Ego;
2. l'esperienza interiore di Alter porta ad un corrispondente agire di
Ego;
3. l'agire di Alter viene solo interiormente vissuto da Ego; e
4. l'agire di Alter provoca un corrispondente agire di Ego.

Quando parliamo di «corrispondenza» non intendiamo affatto


una somiglianza e tanto meno una ripetizione, ma solo una comple-
mentarietà. E infatti, una comunicazione riesce se il suo senso viene
assunto come premessa di ulteriore comportamento e in questo sen-
so la comunicazione viene continuata da altra comunicazione.
Già dai fondamenti attribuzionistici di questa tipologia si evince
che non si tratta di classificare tutte le situazioni che si verificano
nella realtà. Di fatto, questioni relative all'imputazione si presenta-
no solo raramente e solo in contesti ricorsivi nei quali da quelle
questioni dipendono altre decisioni 110. Nelle particolari situazioni
nelle quali deve essere effettuato un improbabile accoppiamento
operativo tra selezione e motivazione, sussiste questo presupposto
della rilevanza. Ma allora, si tratta sempre di specifiche situazioni
problematiche per le quali è importante un condizionamento della
selezione ai fini della motivazione: da queste situazioni proble-
matiche dipende, allora, quali costellazioni di imputazioni vengano
di volta in volta attivate .
.Considerate a lungo termine, le conseguenze più importanti di
questa precisazione delle costellazioni di imputazioni dovrebbero
consistere nella scomposizione di vecchie multifunzionalità. Le so-
cietà antiche fondano l'autorità necessaria per l'affermazione di pre-
tese insolite mediante il ricorso alla cumulazione dei ruoli, cioè me-
diante l'accesso ad altri ruoli propri. Si è stimati, si è ricchi, si han-
no molti amici o ci sono molti che vorrebbero esserlo, si può presta-
re aiuto grazie alle risorse di cui si dispone o ai legami che si hanno
o si può rifiutare tutto questo. Status sociali di questo tipo vengono

11 O. Ciò è stato sempre chiaro, in particolare nella discussione sui problemi


dell'imputazione come si è svolta nella giurisprudenza e nell'economia politica (di
fatto vale per tutta la vecchia ricerca). Solo la ricerca social-psicologica sull'attri-
buzione avviata negli anni '60 aveva inizialmente sopravvalutato la rilevanza della
questione. D'altra parte questa ricerca ha il merito di essersi occupata in modo
intensivo delle connessioni tra cognizione e motivazione. Rinunziamo a dare
indicazioni bibliografiche. La ricerca presenta una estensione immensa, molti filoni
speciali di discussione e non è più possibile controllarla.

121
...... " . ',. ' ..ealtri.ruolivengono liberati quando l'affermazione di
. "..' .... ' '... 'insoÙtedipende.dal condizionamento di selezioni e in parti-
colare dal fatto che Alter o Ego venga condizionato nella sua espe-
. rienza interiore o nel suo agire. Perché, allora, il ricorso ad altri ruo-
li viene sentito come corpo estraneo o, da ultimo, viene sentito
esplicitamente come un caso di corruzione.
La differenziazione dei media della comunicazione simbolica-
mente generalizzati richiede dunque un problema di riferimento e
una costellazione di imputazioni III. Questo spiega tra l'altro il fatto
,che il contesto nel quale si costituiscono i media della comunicazio-
ne simbolicamente generalizzati è un contesto storico che dipende
dalla società. Allo stesso tempo, in questo modo, diventa chiaro che
non possono costituirsi dei media se non si raggiunge una cosiffatta
convergenza tra problema di riferimento e costellazione di imputa-
zioni -'qualunque siano i motivi. Noi supponiamo che questo fatto
abbia impedito la formazione di un medium della comunicazione
religiosa anche se le pretese rivolte alla comunicazione specifica-
mente religiosa erano davvero stravaganti e anche se c'erano già
delle forme di differenziazione mediate, per ésempio, dall'ascesi e
dal rifiuto del mondo ll2. In ogni caso, nella misura in cui la religio-
ne si rivolge all'individuo e cerca di procurargli il senso della vita e.
la salvezza dell'animà, non ha alcun senso distinguere ancora tra
l'esperienza interiore e l'agire del singolo e differenziare, su questa
base, relazioni sociali.
, Abbiamo già indicato e coordinato nella tabella (p. 120) i singoli
: r I
media della comunicazione simbolicamente generalizzati che pos-
i' ,
~
i.
! siamo identificare. Ora vogliamo presentarli nell'ordine. Una tratta-
I zione esauriente, fornita dei necessari dettagli materiali e storici, an-
drebbe oltre l'ambito di una teoria della società e perciò deve essere
riserva~a a specifiche monografie ll3.

111. Qui c'è una differenza importante rispetto alla teoria dei media di Parsons che
è collegata alla teoria della differenziazione strutturale del sistema generale dell' azione
e perciò alla fine definisce nella forma delle tabelle incrociate motivo e numero dei
media possibili. Tuttavia anche questo non deve essere inteso poi nel senso che ogni
società realizzi anche di fatto la totalità di tutti i media possibili. Cfr. su questo, Stefan
Jensen, Aspekfe der Medien-Theorie: Welche Funkfion haben die Medien in Hand-
lungssysfemen?; «Zeitschrift fiir Soziologie» 13 (1984), pp" 145- I 64.
112. ,Equivalenti sul.piano della semantica e dell'organizzazione dovranno esse-
re .ceroati essenzialmente nella «ecclesiologia». ' '
I I3 . Comeesempioi si.veda \Niklas Luhmann, Liebe als Bassion: Zur Codie-
rung von lntimitiif, Frankfurt 1982 (tr. il., Amore come passione, Roma-Bari
1985). .. . .

122
Un medium per la verità non si forma già solo per il fatto che
ogni comunicazione presuppone sapere, comunica sapere, produce
sapere. Si può comunicare su novità che rientrano nell'ambito di ti-
pi già noti. In questo caso si pone, tutt'al più il problema della veri-
dicità, dell'errore e dell'interesse all'inganno. Il particolare apparato
semantico di un medium per la verità deve essere sviluppato e si
deve far ricorso ad esso quando si tratta di affermare un sapere nuo-
vo, straordinario; oppure quando si voglia deviare da un sapere già
esistente o si voglia criticarlo. Per questo si passa ad un livello di
osservazione di secondo ordine e si seleziona il sapere dell'òsserva-
tore come vero o come falso. Allora bisogna modalizzare gli enun-
ciati mediante referenza al medium - cioè per esempio si deve dire:
è vero, si può provare, ecc., che l'asbesto è dannoso alla salute. La
domanda: «che cosa fa al caso?», allora, deve essere completata
(non sostituita) attraverso l'indicazione del modo in cui si può sta-
bilire in modo attendibile «che cosa fa al caso». La referenza al me-
dium indica possibilità della rispecificazione attraversò. metodi e
teorie. Se non ci si aspettano più dubbi, allora si può usare di nuovo
la forma enunciativa abbreviata (<<l'asbesto è dannoso alla salute»),
tuttavia il ritorno al livello della osservazione di secondo ordine re-
sta possibile in ogni momento. Se si perviene alla differenziazione
di un medium della verità, esso è a disposizione per tutti gli enun-
ciati e, il fatto che venga usato o no, è questione che dipende da
motivi concreti. La verità (come ogni medium simbolicamente ge-
neralizzato) è un medium della costruzione del mondo, non un mez-
zo appropriato solo per determinati scopi.
Si parla di verità solo quando la selezione dell 'informazione non
viene imputata a nessùno dei partecipanti. La verità presuppone una
selezione esterna (è il caso di ricordare che questo vale a prescinde-
re dal fatto che tutti i sistemi autopoietici che prendono operativa-
mente parte alla comunicazione, funzionano come sistemi, ope-
rativamente chiusi). La riduzione a selezione esterna documenta che
il medium verità nori tollera opinioni diverse 114. Il contenuto di ve-
rità di un enunciato, perciò, non può essere ricondotto al volere o
all'interesse di uno dei partecipanti, perché questo significherebbe
che esso non è vincolante per gli altri. Anche il ritorno al livello
della osservazione di secondo ordine è condizionato dalla rinunzia
ad una deformazione delle fattispecie effettuata in virtù di azioni (la

114. E ancora: ciò non tocca il fatto che nei sistemi psichici le opinioni neces-
sariamente si differenzino.

123
g).IalcosanatrralInente non,esclu~e aff~tto ~é la t~m,ati~zazion~ d~l­
le .azioni come oggetto edell espenenza mtenore ne l agire specializ-
zato nella ricerca). L'immenso apparato delle generalizzazioni teo-
retiche!e delle prescrizioni metodologiche ha il senso di neutralizza-
re l'influsso delle azioni sul risultato delle ricerche; poiché solo co-
sÌ queste possono essere presentate come verità. Oppure, in altri ter-
mini: se si lasciasse che attraverso l'azione si introduca un sapere
sorprendente, inconsueto, sbalorditivo e che si costringa ad accettar-
lo, sarebbero spalancate le porte all'arbitrio. In questo caso sarebbe
necessario rinunziare ad Un condizionamento specifico dei media.
La riduzione all'esperienza interiore, allora, produce - per quanto
sorprendente questo possa sembrare - una rilevante delimita::.ione
dell.e possibilità che sono ammesse e con ciò fornisce il punto d'ap-
poggio per condizionamenti del tipo più diverso..
Nel caso dei valori si può mettere in dubbio che ci sia 115 un me-
dium della comunicazione simbolicamente generalizzato, oppure,
ammesso che ve ne sia uno, si può mettere in dubbio che si possa
osservarlo nel processo del suo costituirsi, dato che da oltre un se-
colo c'è una semantica corrispondente 116. Il problema di riferimento
è chiaro: la chiusura operativa dei sistemi psichici e, riferita ad essa,
l'esperienza della doppia contingenza negli incontri sociali, rendono
estremamente improbabile che possa essere trovata una base comu-
ne e che i contatti possano essere continuati. Questa base non può
essere raggiunta neppure attraverso negotiation, come oggi pensano
alcuni, ma. solo attraverso il fatto che nel processo di c,omunica-
I zione si produca un rafforzamento ricorsivo delle presupposizioni
iI corrispOndenti. Lo stesso problema si ripresenta quando questo me-
dium della presupposizione· di valori comuni isola una propria se-

115: In questo senso decisamente Talcott Parsons, On the Concept of Value-


Commitments, «Sociological lnquiry» 38 (1968), pp. 135-160, per i media of in-
terchange.
·116. Non c'è una ricerca specifica di storia della parola e di storia dei concetti
che sia sufficiente, anche in modo approssimativo. Ciò che si trova, si intende co-
me preistoria del concetto di valore proprio della scienza economica. Si veda so-
prattutto Rudolf Kaulla, Die fieschichtliche Entwicklung der modernen Wert-
theorien, Tiibingen 1906; Lujo Brentano, Die Entwicklung del' Wertlehre, Miinchen
1908; Fritz Bamberger, Untersuchungen zur Entstehung des Wertprohlems in der
Philosoprie des 19. Jahrhunderts l: Lotze, Halle i924. Una prima storia del con-
cettò'chesegue Il cambiamento che porta dal l'aleur (= force, l'igel/J; Lehenskraft
ecc.) alla utilité e quindi ad una razionalità comparativa, si trova nell'Abbé Morel-
le t, Prospectus d'un Nouveau Dictionnaire du Commerce, Paris 1769, rist. Miin-
chenl980, p. 98 S5.

124
mantica dei valori. Al di sopra di tutte le contingenze - si pensa -
devono esserci punti di riferimento che non possono essere messi in
dubbio, inviolate levels 117, i quali si spostano ogni volta che anche
qui vengano scoperte delle contingenze. Questo implica che i valori
non debbano essere pensati come dipendenti dall'azione, ma che al
contrario le azioni debbano essere pensate come dipendenti dai va-
lodo Per questo tra le costellazioni di imputazione va preso in consi-
derazione solo il riferimento all'esperienza interiore. Non si può af-
fatto dire che i valori sarebbero in condizione di selezionare le azio-
ni. Per questo essi sono troppo astratti e inoltre, se considerati in
base alle situazioni nelle quali si verifica l'azione, essi sono sempre
dati nella forma del conflitto di valori. La loro funzione consiste so-
lo in questo: garantire nelle situazioni comunicative un orientamen-
to dell'agire che non venga messo in discussione da nessuno. I va-
lori, allora, non sono altro che un insieme di punti di vista altamen-
te mobili. Essi non sono uguali, come lo erano un tempo le idee, al-
le stelle fisse, ma piuttosto a palloni, di ~cui si conserva l'involucro
perché all'occorrenza si possa gonfiarlo, in particolare in occasione
di festeggiamenti. Perciò non si può parlare neppure di unconditio-
nal preferences 118. Essi, invero, non esplicitano nessuna condizione
di applicazione, però stanno sotto riserva di ponderazione, per cui
. solo nel caso singolo si può determinare che cosa può accadere per-
ché si realizzino.
Non tutto l'accordo di cui c'è bisogno per mantenere in piedi la
comunicazione, può essere realizzato attraverso il medium della ve-
rità. Tuttavia, la differenza tra la verità e i valori si chiarisce solo
nel corso del XIX secolo. Solo allora infatti viene universalizzata la
semantica della validità, parallelamente a quella dell'essere 119, e
uno dd motivi che hanno reso possibile questo processo, dovrebbe
esseré costituito dalla differenziazione della scienza. Nelle teorie e

117. Così li chiama Douglas R. Hofstadter, Godei, Esche/; Bach: An Eternai


Golden Braid, Hassocks, Sussex, England 1979, p. 686 sS. (tr. il., Godei, Esche/;
Bach: un' eterna ghirlanda brillante, Milano 1988).
118. Così, ma con consapevolezza del problema, Georg Henrik von Wright,
The Logic of Preference, Edinburgh 1963, p. 31 sS.
119. Non è corretto, al contrario, quando si afferma che solo adesso i concetti'
di valore, valeur, ecc. vengono generalizzati al di là del loro contesto economico e
vengono applicati a punti di vista culturali, morali, estetici tcosì per es. G. Robert,
La languefrançaise, Paris 1976, su: valeur). Già nel XVIII secolo e probabilmente
anche prima si trovano molti documenti che ne attestano una applicazione ai doveri
e ai piaceri, all'onore, alla vita, alla salute, ecc. Realmente nuova è solo l'universa-
lizzazione deila referenza al valore.

125
nei metodi si trovano le forme della rispecificazione della scienza.
Nell'amòito dei valori però, per questo non ci sono possibilità di
applicazione. Qui la rispecificazione passa attraverso le ideologie e
attraverso l'argomentazione 120; a differenza delle teorie e dei me-
todi, l'ideologia commette il grande reato e l'argomentazione la pic-
cola truffa. Ciò costringe alla differenziazione dei media e, allo
stesso tempo, esclude che nell'ambito dei valori (ideologie,
argomentazione) si prenda come misura la stessa verità, perché que-
sto adesso dovrebbe significare: collocare il valore di tutti i valori
nella loro verità.
A differenza della verità i valori non vengono immessi nel pro-
cesso ,della comunicazione mediante affermazioni, le quali poi pos-
sOno essere contestate ed esaminate, ma mediante presupposizioni.
Nessuno afferma che la salute, la pace, la giustizia siano un valore,
in modo da produrre così la biforcazione sì/no di accettazione o ri-
fiuto; Non si provoca: si presuppone 121. E allora, se la salute è un
valore, è pur sempre possibile considerare come piuttosto dannoso
alla salute il fatto di lavarsi regolarmente; poi ci si può discutere so-
pra. In altre parole, i valori vengono attualizzati mediante allusione
e proprio in questo consiste la loro indubitabilità. Se questo non
funziona' più, allora devono essere rigettati. I valori, dunque,
convincono solo perché nella comunicazione mancano le obiezioni,
non perché sarebbe possibile motivarli. Essi permettono di rinunzia-
re alle motivazioni. I valori sono il medium per la presupposizione
di ciò che è in comune: questa presupposizione delimita ciò che può
essere detto e ciò che può essere preteso, senza determinare che co-
sa deve essere fatto:
,
l'
Come semprè nel caso di media della comunicazione simbolica-
mente, generalizzati, ciò che è rilevante è la prestazione d'ordine so-
ciale, non quella psichica. I valori sono socialmente stabili perché
psichicamente labili 122. Essi sono simbolicamente generalizzati e ri-
120. Ii concetto di ideologia qui è considerato nel senso del XIX secolo; il con-
cetto di argomentazione nel senso di un uso linguisticQ affermatosi di recente. Cfr.
in particolare ChaYm Perelman, L. Olbrechts-Tyteca, Traité de l'argumentation: La
nouvt;?llt;?, Rhétorique,Paris 1958 (tr. il., Trattato dell' argomentazione: La nuova re-
toriai, Torj'no 1966). .
I~f, ìlcontrapPuI1to metodologico iispetto,a questa pr~ssi della cqmunicazione
dei valori sta nella 4ifficoltà diragghl,ngere ~na,l>ase sO,iida mediante domande su-
!I':\i" gli atteggif\menti di, valore (ancl}ese pi!mifiçatein mòdqr,àffinatò).Si hanno solo
ri~posty'a:ll,e, dpm.~n~~;tf a<i alt~e dom~nde~i h~nn9 aItryris~òste ancora.
II.:,
II ': 122. Cfr.specllilmente BaruchFischoff, Paul Slovic,,~ar.ah Lichtenstein, Labi-
'l': le Values, A Challenge for Risk Assessment, in: Soèi(i,y; Teèhnology and Risk As- .

126
feriti ad un contesto di selezione e motivazione: anche su questo
non c'è alcun dubbio. Tuttavia ad essi mancano importanti proprietà
che caratterizzano altri media, come per esempio una codificazione
centrale (come vero/non-vero) e, connessa a ciò, la capacità di for-
mare sistemi di funzioni che siano specifiCi dei media (come la
scienza). Il loro valore di direzione è scarso, poiché nessun valore
può determinare ùn'azione o, come si potrebbe dire con Pascal, nes-
sun valore può scusare un'azione 123. In conclusione, le relazioni di
valore sono un buon esempio del fatto che anche un importante pro-
blema di riferimento in combinazione con una costellazione di im-
putazione a ciò adatta non è sufficiente per generare un medium
della comunicazione pienamente capace di funzionare.
Se i valori vincolano in modo troppo debole, l'amore vincola in
modo troppo forte. Nel modo in cui lo si intende modernamente, e
che si differenzia chiaramente dalla tradizione philia-amicitia 124,
l'amore pretende che Ego, se ama, nel suo agire si orienti all'espe-
rienza interna di Alter; e naturalmente in particolare: al modo in cui
Alter vive interiormente Ego.
Prima di tutto è il caso di notare che è del tutto naturale che si
orienti il proprio agire all' esperienza interiore degli altri, in partiCo-
lare quando ci si sente osservati. Lo sguardo esperto precorre le
aspettative dell'altro. Non si aspetta fino a che esse non si manife-
stino espressamente nell' agire, le si previene. Così, per esempio,
quando si lavora insieme ad altri o ci si trova nel traffico stradale è
possibile che si raggiungano modi di coordinamento così rapido

sessment, a cura di Jobst Conrad, London 1980, pp. 57-66. Per le ricerche più vec-
chie sulla stabilità in base alla predisposizione alla delusione, cfr. anche Ralph M.
Stogdill, Individuai Behavior and Group Achievement, New York 1959, p .. 22 ss.
La forma vetero-europea della tematizzazione di questo stato di cose si chiamava:
acrasia (impotenza di fronte ai propri impulsi).
123. Così le Lettres provinciales, ciI. da Oeuvres, éd. de la Pléiade, Paris 1950,
pp. 427-678 (tr. il., Le Provinciali, Milano 1945):
124. Tuttavia è possibile rintracciare dei precedenti fin nelle società tribali, ed
esattamente nella forma di relazioni-a-due tollerate come eccezioni e perciò ri-
tualizzate, le quali trascendono le strutture della famiglia. Così le famose relazioni
zio-nipote o determinate forme di amicizia tra uomini. Cfr. Shmuel N. Eisenstadt,
Ritualized Personal Relations, «Man» 96 (1956), pp. 90-95; Kenelm O.L. Burrid-
ge, Friendship in Tangu, «Oceania» 27 (1957), pp. 177-189; Julian Pitt-Rivers,
Pseudo-Kinship, in: lnternational Encyc/opedia oJ the Social Sciences, voI. 8, New
York 1968, pp. 408-413. Anche la forma greca della omosessualità, che era accet-
tata e insieme non accettata, più che una specifica sensibilità in rapporto a pratiche
sessuali, esprime il problema qui discusso della accettazione sociale di una regres-
sione della socialità nel senso delle relazioni-a-due.

127
che ì.nuna certa misura, scavalcano la comunicazione. Ed anche
bol~rb ohesi amano si lasciano subito riconoscere per il fatto che
tra loro funziona questa sin toni a senza comunicazione, anche in
situazioni non standardizzate. Bastano brevi sguardi.
Tutto questo poggia senz'altro su fatti che ci sono familiari. Tut-
tavia il problema di riferimento specifico dell' amore va molto oltre
rispetto a ciò. Esso postula che al di là dell'anonimo mondo delle
verità e dei valori si possa trovare consenso e sostegno per una pro-
pria visione del mondo. Il problema si fa acuto nella misura in cui
si perviene ad una più forte individualizzazione dei punti di vista
personaU e dei motivi dell'azione e questo non è solo un fatto psi-
chic o (in quanto lo è sempre), ma un fatto sociale. Si pretende, al-
lora, che nella comunicazione si tenga conto di tutte le possibili
idiosincrasie, cioè, prima di tutto, che le si accetti vivendole inte-
riormente. Oltre a questo l'amore richiede che almeno un altro (ap-
punto Ego) attraverso il proprio agire si vincoli anch'egli visibil-
mente. In questo caso si dà rilevanza universale non a qualcosa di
specifico, ma a qualcosa di particolare, al particulare. Questo può
accadere solo nella 'forma di una relazione-a-due. Tanto per la for-
ma, che per le aspettative relative al contenuto, questa relazione co-
stituisce una struttura altamente improbabile 125 che, proprio per
questo, richiede un medium forte, stravagante. Nella cultura è stato
intf0dotto SOtto il titolo passione e oggi viene definito come «ro-
mantico» 126.
"

, ;
La differenziazione del medium è chiarita. Esso non ha nulla a
che fare con la verità 127 e, a maggior ragione, neppure con il dena-
125. Il fatto che l'intensificazione della socialità nella forma di relazioni-a-due
sia un caso di regressione e richieda una particolare approvazione sociale, per la
cultur'l moderna è un principio piuttosto insolito, mentre per la 'sociologia è un
fatto corrente. Si veda in particolare Philip E. Slater, On Social Regression,
«Ainerican Sociological Review» 28 (1963), pp. 339-364; inoltre, Vilhelm Au-
bert, Oddvar Arner, On the Social Structure oj the Ship, «Acta Sociologica» 3
(1959), pp. 200-219; Michael Rustin, Structural and Unconscious Implications oj
<I the Dyad and Triad: An Essay in Theoretical Integration: Durkheim, Simmel,
Freud, «The Sociological Review» 19 (1971), pp. 179-201. Cfr. anche la nota
precedente.
126. Questa definizione viene data senza alcuna conoscenza del rOiYlanticismo,
il cui concetto di ironia aveva riflettuto proprio questa improbabilità lasciandosi
uno spazio riservato alla soggettività incomunicabile. Forse i più (e in particolare
gli americani), di fronte a «romantico», pensano ai modelli di comportamento che
presenta il romanzo.
, 127. COsÌ Ulrich in Robert Musi!, Der Mann ohne Eigenschajten, Hamburg
1952, p. 558,s.: (tr. it., L'uomo senza qualità,2 voli., Torjno 1972).

128
ro. Qualunque siano i motivi reali: quando deviano non li si può no ..
minare, oppure non si tratta, appunto, di amore. Proprio questa dif-
ferenziazione fa dell'amore il medium universale, il medium della
costruzione del mondo con gli occhi dell 'altro ..
Poiché è costruito in modo asimmetrico, l'amore è amore da una
sola parte e perciò spesso (dobbiamo dire: normalmente?) è amore
infelice. Ma ciascuno conosce i requisiti più concreti di questa se-
mantica e ciascuno conosce la parola. A questo punto allora le di-
chiarazioni d'amore vincolano la comunicazione. E poiché la since-
rità/insincerità di tali dichiarazioni è comunque incomunicabile, si
può stabilire un modus vivendi - che però dipende dal fatto che l'ac-
certamento del consenso non venga effettuato in modo troppo pene-
trante 128.
Il caso opposto: che l'agire di Alter venga vissuto interiormente
da Ego è un fatto abbastanza banale e privo di problemi. Si vede
che il vicino falcia il prato. Che c'è di strano? A differenza dei me-
dia trattati fino ad ora, qui è in gioco non il mondo dell' altro, ma il
suo arbitrio. Ma perché non dovrebbe esser possibile guardarsi in~
tomo e accettare il fatto che gli altri agiscano così come agiscono?
SareblJe davvero brutto se tutto l'agire che si vede intorno dovesse
suscitare il proprio turbamento. Si dovrebbero chiudere gli occhi.
Tutto ciò acquista subito un aspetto diverso, quando l'agire
consiste nel ricorso a beni scarsi ai quali colui che sta a guardare
può avere interesse egli stesso. Il problema, poi, si fa davvero acuto
nella misura in cui, in una prospettiva a lungo termine entrambi,
tanto Alter quanto Ego, sono interessati al loro futuro e, a condizio-
ni di scarsità, vorrebbero assicurarsi fin da ora, ciò di cui eventual-
mente potranno aver bisogno in futuro. Se uno o alcuni si muovono
e approfittano della situazione; quelli che stanno a guardare restano
pur sempre la maggioranza. Perché, pur essendo superiori, devono
starsene fermi? Che poi non riescano ad accordarsi tra loro stessi, è
un problema che, al massimo, causerà preoccupazioni future 129 . Per
questo problema di riferimento l'evoluzione sociale ha prodotto il

128. Alois Hahn, Konsensfiktionen in Kleingruppen: Dargestellt am Beispiel


von jungen Ehen, in: Gruppensoziologie: Perspektiven und Materia!Ìen, a cura di
Friedhelm Neidhart, Sonderheft 25 der «K6Iner Zeitschrift fUr Soziologie und
Sozialpsychologie» Opladen 1983, pp. 210-232; Roland Eckert, Alois Hahn, Ma-
. rianne Wolf, Die ersten Jahre junger Ehen, Frankfurt 1989.
129. Già qui, però, si vede che la regolazione di questo problema mediante la
proprietà richiederà una regolazione ulteriore, ma di natura diversa: la regolazione
politica del potere. La separazione dei media li rende dipendenti gli uni dagli altri.

129
~niedium praprietàe,nel suo corso ulteriore, lo ha trasformato nel
niedium denaro, per renderlo meglio disponibile e condizionabile.
Già la proprietà, allora; è un medium della comunicazione: non la si
può' intendere in modo adeguato se la si considera solo come un
mezzo 'per il soddisfacimento dei bisogni del proprietario 130. Il me-
dium denaro assicura che colui che vive l'esperienza interiore (Ego)
.accetterà che altri, con il loro denaro, si procurino ciò che deside-
rano; o anche semplicemente che con il denaro facciano altro dena-
ro, senza sapere perché. L'eccitazione antimonetaria che è durata da
Lutero fino a Marx e i suoi successi sociali insegnano quanto sia
improbabile la pretesa che gli altri se ne stiano fermi. Ciononostante
però funziona. Se la proprietà può essere ancora priva di interesse -
cosa me ne faccio di un giardino con venti alberi di melo? -, attra-
verso il medium denaro vengono universalizzati tanto la scarsità
quanto l'interesse. Si può sempre avere bisogno di più denaro, e
questo lo sapeva già Aristotele. Solo la monetarizzazione della pro-
prietà, che attribuisce ad ogni forma di possesso un valore in dena-
, ,il

ro, persino alla propria forza lavoro, fa espandere il medium della


scarsità proprietà/denaro fino a che il medium non raggiunga la for-
ma a cui oggi siamo abituati. In questo senso nella nostra «società
del superfluo» c'è molta più scarsità di prima I3I, e il denaro ha
acquisitola forma di una costruzione del mondo, è un Gad-term co-
me dice Kennet Burke 132.
Assumendo una prospettiva di osservazione completamente di-
. versa da quella che caratterizza la scienza economica, noi non ve-

130; In realtà si tratta di qualcosa che dovrebbe capirsi da sé: tutto sommato,
non si può certo mangiare la proprietà. Le spiegazioni antropologiche sono t~oppo
riduttive, come sempre, e appartengono alla semantica che si è condensata come
con.?eguenza dello sviluppo della proprietà. Che questa non sia una prospettiva as-
solutamente nuova, è abbastànza facile da provare: basti una citazione un pò più
'! , iunga di questo tipo: «La proprietà non ha le sue radici nell'amore del possesso. A
tutti gli esseri umani piacciono certe cose che essi, perciò, desiderano; e se la natu-
ra li ha fomiti di ogni tipo di armi, essi sono disposti ad usarle pur di ottenere e di-
fendere ciò che vogliano avere. Ciò che deve essere spiegato, non è il fatto che gli
individui vogliano o desiderino certe cose, ma il fatto che altri individui che hanno
gli stessi bisogni e gli stessi desideri li dovrebbero lasciare indisturbati in possesso
di quelle cose o dovrebbero concedergliene una parte. Ciò che bisogna spiegare è
la condotta di una comunità, non le inclinazioni degli individui». (T.E. Cliffe Le-
slie,Introduction to Émile de Lqvelaye, PrimJ(iye Pì-operty,London 1878, p. XI,
ciI. da Elman R. Service, The HUliters; EnglewoodCliffs N.Jd966, p. 21).
131. Su ciò in modo piùdettagliatQ, Niklas Luhmann; Die Wirtschaft del' Ge-
sellschaft, Frankfurt 1988." ' . . .' .
132;Ìn: A Grammar of Motives,cil. dall'ed: Cleveland. 1962, p. 355 s.

'130
diamo la funzione sociale della proprietà, dunque, nella immedia-
tezza del ricorso a beni materiali o a prestazioni di servizi, e non
vediamo neppure la funzione sociale del denaro nella mediazione
delle transazioni. Come fatto e come motivo storico-genetico, tutto
questo è incontestabile. Ma la funzione del relativo medium simbo-
licamente generalizzato sta altrove: qui, come sempre, sta nel supe-
ramento di una soglia di improbabilità. Ognuno deve essere motiva-
to ad accettare nella propria esperienza interiore delle selezioni
estremamente specifiche effettuate da un altro qualunque ~ dall' ar-
redamehto della propria stanza da letto e dall'acquisto di una deter-
minata vite fino alla «acquisizione» di una impresa internazionale
da parte di un'altra. Già nell'antichità l'economia non avrebbe potu-
to funzionare in altro modo 133, a maggior ragione, allora, se si con-
siderano i requisiti ai quali soggiace oggi.
Mentre la proprietà come medium è ancora legata alla naturale
divisibilità delle cose e pertanto non può essere frantumata oltre un
certo livello, il substrato mediale del denaro è l'unità monetaria: ri-
spettivamente più piccola, che può essere determinata in modo arbi-
trario a seconda del bisogno. Di conseguenza è possibile accoppiare
il medium in forme che di volta in volta, sono determinate in ragio-
ne dei prezzi che devono essere pagati nelle transazioni. E qui è da
considerare che le transazioni vengono calcolate monetariamente da
entrambe le parti, anche se si tratta dello scambio di beni contro de-
naro. Questo prova l'universalità del medium e, contempo-
raneamente, la sua univoca specificazione. Da ultimo è da notare
che la forma che è fissata in una transazione, subito dopo viene·
nuovamente scomposta; poiché nelle mani del destinatario il denaro
è di nuovo libero per qualsivoglia altra combinazione 134. Nessun al-
tro medium raggiunge questa estensione e questa velocità di
scomposizione e ricombinazione, di accoppiamento sciolto e accop-

133. Si veda su questo l'ampia discussione di carattere giusnaturalistico che ha


origine nell' antichità, sui vantaggi della trasformazione - che resta comunque in-
giusta - della originaria comunità di beni in proprietà differenziata. Sugli esiti di
questa discussione nel XVII e XVIII secolo, si veda Niklas Luhmann, Am Anjang
war kein Unrecht, in: id., Gesellschajtsstruklur und Semanlik, voI. 3, Frankfurt
1989, pp. 11-64.
134. Naturalmente questo non esclude che ci si penta delle decisioni prese, sia-
no decisioni di comprare o di vendere. La razionalità del calcolo economico si rife-
risce a questo problema. In ultima istanza, però, non c'è ottimizzazione che possa
impedire che in seguito ci si penta, perchè le condizioni e le occasioni cambiano
continuamente.

131
piamento stretto 135. Sotto questo aspetto si comprende che spesso
(in particolare da Parsons) il denaro sia considerato come il modello
J
I
di un effettivo medium simbolicamente generalizzato.
Per la costellazione nella quale Alter agisce ed Ego ne fa espe-
rienza interiore, c'è ancora un ulteriore medium che, forse proprio
per questa contiguità con la forma di imputazione del denaro, ci tie-
ne in modo particolare a non apparire come «utile»: l'arte. La co-
stellazione è chiara: l'artista agisce e colui che guarda viene portato
a fare una determinata esperienza interiore. Ma qual è il problema?
La risposta vetero-europea fu: l'opera d'arte ha lo scopo di pro-
durre stupore e meraviglia, e questo nel senso che si tratta di passio-
ni che non ammettono alcun riferimento al loro contrario. Tuttavia,
ciò presuppone che la società allestisca un mondo nel quale ci sono
cose che suscitano stupore e meraviglia, in particolare nell' ambito
della religione e della politica. Analogamente, ancora nel Medioe-
vo, per le res artificiales, era previsto un genere particolare di verità
(che s'i riferiva alle forme esistenti nella rappresentazione dell'arti-
sta/artefice) manon era previsto un particolare medium 136. A parti-
re .dal XVII secolo questa risposta viene criticata 137, senza che la
riflessione estetica, che allora cominciava appena ad essere prati-
cata, fosse in grado di offrire una alternativa convincente. E neppu-

135. Come facciano i sistemi psichici a venime a capo e, in particolare: come


effettuino i calcoli relativi, è un' problema che richiederebbe una spiegazione più
precisa. I risultati delle prime ricerche che sono state effettuate mostrano pur sem-.
pre che i sistemi psichiciriescono meglio nell'esperienza quotidiana che nella
sC,uola. Cfr. Terezinha Nufies Carraher, David W. Carraher, Analucia Dias Schlie-
mann, Mathematics in the Streets and in Schoo/s, «British Journal of Deve-
, lopmental Psychology» 3 (1985), pp. 21-29; Terezinha Nufies Carraher, Analucia
Dias8chliemann, Coinpllfation Rowines Prescribed by Schoo/s: Help or Hindran-
,i i, ce?, <<Joumal for Research in Mathematical Education» 16 (1985), pp. 17-44; Jean
Lave, The Va/ues oj Quantificarion, in: POl\'e/; Action and Be/ief: A Nel\' Soci%gy
oj Knol\'/edge?, a cura di John Law, London 1986, pp. 88-111.
136. Cfr. per esempio (molto in generale, per le cose prodotte) Tommaso
d'Aquino, Sunlma The%giae, I, q. 16 a I, ciI. dall'ed. Torino 1952, p. 93: «Res
artificiales dicuntur verae 'perordinem ad intellectum nostrum: dicitur enim domus
vera, quae assequitur similitudinem fonnae quae est in mente artificis; et dicitur
oratio vera, inquantum est 'signum intellectus verii>, '
137. ,~<Di tutte le altre passioni lo srupore è quella che più facilmente si è susci-
Ùifailella' iiliiliatùtae inespett(urilani\à» pen$a Anìhony, EarI of Shaftesbury.
Ch41'octeristitks,' oj Me/i. Mmi/ie/,:s.' Dpinions.' TiÌJJe$,èit., p. 242, - tradendo allo
stess() 'rerhpoil fimo che questdcdnt~ttò dell'arte 'pi~sÌJppone urta architettura ge-
rarçhica dèl, m0rido ,eu'na' corrispondente società; i nellà qualè era conveniente che
dal basso verso.l'alto si manifestasse acriticà rìverenza.

',i '132
l,I '

', ' ,
,l
,
,
re il ricorso ad una figura immanente all'estetica, come la figura
della rappresentazione dell'universale nel particolare, fornisce anco-
ra una risposta alla questione: perché l'arte si differenzia per la co-
municazione e in particolare: perché l'arte si differenzia con la fun-
zione di produrre improbabili disponibilità all' accettazione. A mag-
gior ragione non si trova certo una risposta se si segue la tesi diffu-
sa nello stesso ambiente artistico, e in particolare nèlla letteratura,
secondo la quale l'arte «moderna» avrebbe a che fare in modo spe-
cifico con l'individuo nella società moderna 138.
Forse può essere d'aiuto affrontare il problema in modo molto più
radicale e riconsiderare il fatto che ogni senso di cui si sia fatta espe-
rienza interiore offre una sovrabbondanza di possibilità di ulteriori
esperienze interiori, delle quali soltanto poche sono realizzate o pos-
sono essere realizzate. Ciò che si percepisce è già così, e non diver-
samente. Ciò che si fa è orientato da scopi, e allora ci si può chiede-
re: perché non è orientato da altri scopi o persino da nessuno scopo?
Ciò a cui l'arte aspira, si potrebbe designare perciò come riattivazio-
ne di possibilità ,·imosse. La sua funzione è quella di fare apparire il
mondo nel mondo, di rappresentare l'unità nell'unità, sia in modo
migliore, sia (come oggi, di preferenza) in modo peggiore. Questo
accade precisamente attraverso ogni cosa, attraverso ogni senso che
sia afferrato, e però solo in modo che una cosa rimanda ad un'altra e
il mondo resta invisibile. L'opera d'arte rivendica questa funzione
del senso che rischiara e che maschera, però la accresce, così che an-
che ciò che è invisibile diventa visibile e, quando ciò riesce, il mon-
do viene rappresentato nel mondo. È necessario che sia infranto ciò ,
acui la vita quotidiana nOlmalmente rimanda: gli scopi e le utilità, 'I
I:
perché solo così può distrarre l'attenzione da queste distrazioni. La i
"
I
rappresentazione del mondo nel mondo modifica il mondo stesso nel 'I
senso ·che così «non lo costringe». L'opera d'arte fornisce per se li
"
stessa la prova della necessità - e così la sottrae al mondo. ,!
Questo richiede forme così rigorose, che si vede di più e diversa- I
mente dal solito. A questo riguardo l'arte mostra che il raggio i
d'azione del possibile non è esaurito ed essa produce perciò una di- "t-'

stanza liberatrice rispetto alla realtà. Si può indicare ciò come «fin-
zionalità», ma l'espressione non dice abbastanza. L'arte non resta
finzione, essa produce una realtà che ha diritto ad una propria og-
gettività. E di nuovo si tratta di una costruzione del mondo, di uno
specifico univèrsalismo, che si contrappone ali 'intera realtà.
\
138. Cfr. per esempio, Peter Biirger, Prosa der Moderne, Frankfurt 1988.

133
,Diversamente dagli altri media della comunicazione, l'arte usa i
media della percezione o, n~l caso della narrativa, l'intuizione. Ma
in questi media della percezione, attraverso specifiche tecniche di
scomposizione essa produce forme particolari o, più precisamente,
forine specifiche della distinzione tra substrato mediale e forma 139.
Questo porta al fatto che si formano generi artistici molto diversi,
come la musica, la pittura, la lirica, la danza, la scultura, l'architet-
tura, ecc. Essi, però, hanno tutti a fondamento un principio comune,
cioè l'inserimento di media nei media e a ciò connessa, l'acquisi-
zione di nuove possibilità della forma. Se l'arte possa o no motivare
"

.,r,
,
alla accettazione della sua offerta di selezione, dipende dal fatto che
la singola opera d'arte possa lasciar capire che essa stessa (a diffe-
renza del mondo) deve essere cosÌ come è, per quanto essa sia stata
prodotta e per quanto da nessun'altra, parte essa abbia avuto un mo-
dello. In questo senso, a partire dal XVII secolo, da un' opera d'arte
si pretende «originalità» 140.
,
I,

:! Ciò che decide sulla originalità ora non è il confronto con la na-
tura e tanto meno la qualità dell'imitazione, ma il confronto con al-
tre. opere d'arte. Nella forma di un requisito che deve essere soddi-
sfatto dalla singola opera, l'arte viene differenziata come autonoma
e riferita a se stessa. E il riferimento alla singola opera si spiega per
il fatto che solo così può essere sviluppato il paradosso della neces-
sità di ciò che è solo possibile.
La questione della verità dell'opera d'arte, perciò, è così inoppor-
tuna quanto la questione della sua utilità. Entrambe le questioni so-
no orientate a condizionamenti del tutto estranei alI'arte. L'opera
d'arte non 'imita nUlla,non realizza nessuna prestazione, non prova
nulla. Essa rappresenta e fa vedere che l'arbitrarietà dell'inizio cat-
tura e toglie se stessa, si fa necessaria da sé. Comunque si cominci,
con il produrre o con l'osservare: se si comincia, ciò che ne segue
non è più libero. Diventa necessità cercata 141. Proprio per questo

, 139. Vedi Niklas Luhmann, Das Medium del' Kunst, «Delfin» 4 (1986), pp. 6-
15, rist. in: «ohne Titel»: Neue Orientierungen in del' Kunst, a CUra di Friedrik D.
Bunsen, Wiirzburg 1988, pp. 61-71.
. 140. Questa pretesa viene formulata con il ricorso ad un termine che acquista
un sensosingolarmente opposto a quello solito, in quanto adesso non rimanda più
ad una passata origine (origp)"ll1a esige la «nç>yità» come,c.ondizione dell'attribu-
,
"

" zione ad un artista. Ve~i"per esell1pio, LQdovlcQ A. MuratQri, Della pel!etta poesia'
italiana (1706), citatci daIrG9' Milano 1971"vQI. i, p. 104 ss.
141. Una fOfil1ula trQva\aper il servizio alla corte del principe da Matteo Pere-
grini, Difesa del sàvio in,ç'prte,Macerata 1634. Si vedliin particolare p. 250 ss.

134
'I
!
un'opera d'arte deve essere ideata come autocondizionamento
dell'arbitrio e proprio per questo essa si presenta come agire la cui
comunicazione lega l'esperienza interiore.
L'ultima costellazione di imputazione, quella del medium potere,
è anch'essa dapprima piuttosto banale: essa, però, contiene i pre-
supposti per lo sviluppo di improbabili possibilità, le quali possono
essere realizzate solo se è disponibile un medium della comunica-
zione simbolicamente generalizzato; Prima di tutto è il caso di ri-
cordare che è del tutto normale che azioni si raccordino ad azioni,
come accade, per esempio, quando si consegna un oggetto a qualcu-
nO, quando si lavora o si gioca insieme, si mangia ciò che viene
portato a tavola, oppure, nel traffico stradale, quando ci si orienta al
modo in cui gli altri guidano. Spesso è d'aiuto la conoscenza delle
sequenze immediate delle azioni dell'altro: in questi casi è tipico
che si stabilizzi un coordinamento ritmico. Si isola il movimento in
atto e si colloca la propria azione nell'attimo giusto: così è or-
ganizzato, per esempio, anche il famoso tum taking della co~
municazione orale. Può darsi che si verifichino occasioni in cui si
supera una d.eterminata soglia di pretese, ma allora si può ricorrere
ad adattamenti positivi o negativi ad hoc. Il problema di riferimento
del potere si pone solo nel caso particolare in cui [' agire di Alter
consiste in una decisione sull' agire di Ego, di cui si pretende [' os-
servanza: in un comando, in una direttiva, eventualmente in una
suggestione, che è sostenuta da possibili' sanzioni 142. Questo non
cambia nulla nel fatto che da entrambe le parti si agisce in un modo
che' può essere imputato; la direttiva non 'deve essere solo vissuta
.;' interiormente o non deve sostituire l'agire di colui al quale si rivol-
ge. Per quanto sia visibile come selezione contingente, essa deve
essere accettata come premessa per il proprio comportamento; inol-
tre deve sussistere, come condizione aggiuntiva, il fatto che l'arbi-
trio non stia solo nella decisione di Alter, ma anche e specialmente
nella determinazione dell'agire di Ego.
Il potere si costituisce come medium per il fatto che esso raddop-
pia le possibilità dell'azione. Al corso dell'azione voluto da Alter
ne viene contrapposto un altro, che né Alter né Ego possono deside-
rare, che però per Alter è meno dannoso che per Ego: si tratta della
comminazione di sanzioni. La forma del potere non è nient'altro
che questa differenza: la differenza tra esecuzione della direttiva e

142. Cfr. Nik1as Luhmann, Macht, Stuttgart 1975 (tr. il., Potere e complessità
sociale, Milano 1979).

135
alternativa da evitare. Se i mezzi della sanzione sono sufficiente-
mente generaliizati (come per esempio l'uso della forza fisica o il
licenziamento da un rapporto di lavoro), nel medium esiste un rap-
porto diàccoppiamento sciolto tra il gran numero di possibili fini'
che il potere può perseguire e i mezzi della sanzione: l'uso del pote-
re fissa la fonna nella quale il medium viene temporaneamente ac-
coppiato in modo stretto. II limite del potere, allora, sta nel punto in
cui Ego comincia a preferire l'alternativa da evitare e ricorre egli
stesso al potere per costringere Alter a rinunziare oppure a commi-
nare le sanzioni. Anche qui possiamo vedere ancora una volta co-
me, da una parte, ci sia l'accoppiamento sciolto degli elementi, che
in quanto costituiscono un potenziale di minaccia non vengono con-
sumati nell 'uso, ma vengono rinnovati; dall'altra, invece, si produ-
, cano degli accoppiamenti stabili di natura temporanea, cioè forme
di combinazione delle direttive (esplicite o supposte) e della loro
esecuzione. L'improbabile in un tale dispositivo consiste nel fatto
che esso normalmente funziona, per quanto gli interessi di coloro
che vi prendono parte siano completamente diversi; per quanto
l'azione, in virtù della quale si formula la direttiva, si presenti come
unq decisione e quindi sia contingente; per quanto quell'azione non
persegua alcun altro fine che quello di specificare l'agire di Ego. Da
ultimo, quel dispositivo funziona persino senza che l'esercizio del •
potere presuppolìga che nel caso singolo, si sia dovuto accertare se,
in considerazione del tipo di direttiva, sussista o no disponibilità a
seguirla.
Tanto la verità, quanto il denaro neutralizzano la comunicazione
del potere, che è pericolosa perché tendenzialmente conflittuale; ve-
rità e denaro,' infatti, pretendono da Ego solo esperienza inte-
riore 143 : è per' questo che le utopie sociali utilizzano volentieri
l'idea secondo la quale la società potrebbe essere guidata solo dalle
Verità o solo dal mercato. Questo però significherebbe escludere
considerevoli possibilità di ordine, in particolare quelle che poggia-
nò su lunghe catene di azioni che possono essere organizzateattra-
verso l'arbitrio condizionato~ E infatti, né la verità né il denaro pos-
sono stabìlire cheèosa il déstinatario farà di ciò che ha ricevuto -
meiitrè/invece lafuniione del potere è proprio questa.
, Come nel càsb di proprietà/denaro, anche qui per il potere si è af-
l ' ' .'

. 143. Cfr. su questo, la distinzione tra market choice e political choice in Geof-
frey vi6kers, The' Art dj Judgement: A Study oj Policy Making, London 1965, p,
1225s, ' .

136
fermata una codificazione binaria, cioè la codificazione giuridica
del potere. Si tratta, prima di tutto, di questo: mettere a disposizione
dei privati, per il caso che essi abbiano diritto, il potere di coerci-
zione, politicamente organizzato, di istanze centrali; e questo persi-
no quando (si osservi l'improbabilità di questa costruzione) il conte-
nuto del diritto non sia stato affatto controllato politicamente, ma
sia stato prodotto nella forma di un contratto. Inoltre, anche lo stes-
so potere politico può essere sottoposto al diritto, così ~he esso -
nei. modi previsti dal diritto - può fare ricorso ai suoi propri stru-
menti coercitivi, e può cambiare persino lo stesso diritto, purché
questo accada alle condizioni che, a questo scopo, sono state fissate
nello stesso sistema del diritto. La denominazione che solitamente
si dà a queste acquisizioni è rule oj law o stato di diritto. Solo attra-
verso questa giuridificazione autoreferenziale del potere, anche il
medium politico del potere diventa un medium della costruzione del
mondo, che include se stesso - e questo in modo del tutto indipen-
dente dalla ideologia liberale, che originariamente aveva formulato
e
il principio come condizione per la libertà che per questo si era
procurato solo commenti ipocriti.
Per quanto vi siano strumenti del potere (potenziali di minaccia) .
altamente generalizzati, che possono essere attivati per molti scopi,
si delineano comunque dei limiti netti alla loro applicabilità. Il più
importante è forse questo: il titolare del potere dipende dall'infor-
mazione. Anche se egli può realizzare ciò che vuole, con ciò tutta-
via non è ancora stabilito che cosa egli può voler volere. Tutti i si-
stemi politici che si propongono di guidare politicamente l'econo-
mia mediante piani di produzione o attraverso la determinazione dei
prezzi hanno, per esempio, il problema che non si possono procu-
rare alcuna informazione sulla economicità che sia indipendente
dalle loro proprie decisioni: di conseguenza quei sistemi si trasfor-
mano in un enorme reticolo di manipolazioni interne, i cui insucces-
si economici poi diventano nuovamente un problema politico. In al-
tre parole: a livello pplitico, ma anche a livello dell'organizzazione,
il potere dipende da differenziazioni e da fonti di informazione
indipendenti dal potere, perché altrimenti tutta l'informazione si tra-
sforma in potere. Ci sono dunque motivi immanenti del medium po-
tere, perché esso non si elevi a medium universale del dominio del-
la società, ma persista nella specificazione della propria competenza
universale.
In tutti i media della comunicazione simbolicamente generalizza-
ti, di conseguenza, si rileva il fatto che essi scaturiscono da banalì

137
situaziOl)i della vita quotidiana, cioè dapprima effettuano solo delle
prestazioni particolari, ad hoc, relativamente prive di pretese, men-
tre non sono ancora propriamente dei media. Questa situazione di
partenza è importante soprattutto per considerazioni che riguardano
la teoria dell'evoluzione, in quanto integra la teoria dei media con
la teoria dell'evoluzione. Essa cioè permette di spiegare che nella
generale ridondanza della comunicazione fornita di sensole possibi-
lità di una improbabile combinazione di selezione e motivazione so-
no, per così dire, inattive, ma possono essere utilizzate non appena
se ne presenti il bisognò, non appena diventino acuti i problemi di
riferimento ai quali abbiamo accennato, non appena per un qualun-
que motivo vengano scoperte le possibilità combinatorie che posso-
no essere realizzate mediante la scomposizione e la ricomposizione
della forma, cioè mediante quelle prestazioni che sono specifiche
dei media. Pénsiamo - ma a questo accenniamo solo cornea un pro-
gramma di ricerca - che un tale sviluppo e una tale differenziazione
dei media della comunicazione simbolicamente generalizzati posso-
no essere attivati tanto dal livello di sviluppo dei media della diffu-
sione, dalla scrittura e dalla stampa del libro, quanto anche dalla
forma della differenziazione dei sistemi che di volta in volta predo-
mina nella società. Si perviene al pieno sviluppo dei media della co-
municazione simbolicamente generalizzati solo quando si realizza il
presupposto di una differenziazione funzionale del sistema della so-
cietà; e infatti solo. allora i media possono servire còme catalizzatori
. per la differenziazione di sistemi di funzioni della società. Solo al-
IQra, ai fini della descrizione della società, il posto che prima aveva
occupato la morale. sarà preso da ciò che, attaverso l'utilizzazione
dei media; si è condensato come semantica. E solo allora si svilup-
pt;rà una critica morale proprio di questo fatto.

8. Media della comunicazione simbolicamente generalizza-


ti: strutture

. l'fellasocietà moderna,. Cioè in una società nella quale i media


dellacomuriieazionesimbolicamente generalizzati sono pienamente
sviluppati; non esiste alcun supermedium che possa riferire tutte le
comul}içazioni ad una unità che ne costituisca il.fondamento. Si po-
trebbe pensare ancora una volta alla morale (alcuni dicono: etica).
Ma iLtentativodi
. , curare tutte le debolezze della società con 1'etica
(cioècohuha riflessione sulla morale) confina davvero con il ridi-

138
colo. In ogni caso manca la prova che l'etica sia idonea allo scopo;
d'altra parte, quando si ricorre all'etica, in genere non si pensa ad
un comportamento moralmente codificato, cioè ad un com-
portamento buono e cattivo, ma solo al bene, che naturalmente è vi-
sto ben volentieri ma che, purtroppo, non si verifica da solo.
Per quanto riguarda i media della comunicazione, l'unità della
società non si mostra come morale o come eticità razionale divenu-
ta concreta: essa si mostra nella non-arbitrarietà dei dispositivi
strutturali che traducono la funzione dei media della comunicazione
simbolicamente generalizzati in possibilità per i sistemi auto-
poietici. Sul piano metodologico questo significa che noi dobbiamo
trovare punti di vista che ci permettano di effettuare confronti tra i
diversi media e poi, con l'ausilio di questi punti di vista, dobbiamo
valuta,re le forme nelle quali la società moderna si realizza come
impresa della comunicazione. Che qui si possa trattare sempre e so-
lodi ca,si stravaganti di una comunicazione estremamente improba-
bile, è quanto abbiamo già dettò più volte. Thttavia, ad un dato li-
vello della sua evoluzione, l'intera società dipende dal fatto che
proprio questi problemi possano essere risolti.

(1) I media della comunicazione simbolicamente generalizzati


hanno bisogno di un codice unitario (codice centrale) che valga per
l'intero ambito dei media 144. A differenza di molte altre codi-
ficazioni qui si tratta di codici della preferenza. A differenza del co-
dice generale sì/no del linguaggio, il valore positivo viene espresso
come preferenza per questo valore (e non: per il valore opposto).
~ Quanto più il codice è formulato in modo astratto, tanto più la pre-
ferenza può essere formata in modo debole. (Si pensi per esempio
al principio di falsificazione della scienza, che ammette come verità
solo ciò che rimane dopo che si sia proceduto a sufficienti falsifica-
zioni). Il valore positivo simbolizza sempre la capacità di raccordo
delle operazioni specifiche dei media, mentre il valore negativo
simbolizza solo la contingenza delle condizioni alle quali si esercita
la capacità di raccordo. Perciò, seguendo Gotthard Giinther 145, pos-
siamo anche dire che i codici di preferenza dei media consistono in

144. Già nel paragrafo precedente avevamo notato che nel càso del medium
«relazioni di valore» questo presupposto non si realizza e che, per questo, una dif-
ferenziazione di questo medium non può ,riuscire.
145. Si veda: Strukturelle Minimalbedingungen einer Theorie des objektiven
Geistes als Einheit del' Geschichte, in: id., Beitriige zur Grundlegung einer ope-
rationsfiihigen Dialektik, voI. 3, Hamburg 1980, pp. 136-182.

139
un valore di designazione e in un valore di riflessione con l'esclu-
sione di terze possibilità.
Con la verità, l'amore, la proprietà, il potere, si può fare qualco-
i
i
sa. I èorrispondenti valori negativi sono disponibili solo ai fini del
: i
controllo e producono il contesto mediahte il quale la prassi del rac-
cordo della parte positiva dei media può diventare selezione razio-
nale. (Cosa se ne avrebbe del denaro se si dovesse pagare ad ogni
costo e non si potesse non pagare?) 146.
Come nel caso di tutti i codici, anche qui si tratta di una regola di
duplicazione che raddoppia ciò che è o ciò che accade in una ver-
:~ sione positiva e in una versione negativa. Tuttavia, il fatto che si
i
tratti di una mera duplicazione, non può sicuramente essere oggetto
di riflessione, perché nell'applicazione il codice deve essere utiliz-
zato come dualità e non come unità 147. Attraverso questa duplica-
zione - e anche questa riflessione deve essere cancellata - viene pro-
l'

ì
dotto il fondamento perché sorga un substrato mediale i cui elemen-
i ti sono accoppiati in modo sciolto (per esempio: somme di denaro,
ì
i che possono essere o non essere pagate); questo substrato mediale,
i poi, tollera solo determinate forme dell'accoppiamento ~trettb (e
I
~ non altre): nel caso del denaro, per esempio, transazioni a de-
terminati prezzi. L'unità del codice consiste anche qui nella sua for-
ma, cioè nel fatto che quando si indica una parte, si pensa insieme
i I: '
anche all'altra; e proprio questo richiede la binarietà, perché già co-
,I stellazioni triaCliche diventano poco chiare. La binarietà rende possi-
I! bile l'inclusione del valore opposto nel valore e del valore nel valo-
I

l: •
re opposto. Il valore è allora insieme identità e differenza,cioè esso
! i, stesso e non il valore opposto (e così anche dall'altra parte). Così si
I, , l , '

perviene ad una relaiione autoreferenziale che si ripete in se stessa


I
e, in questo modo, ad una forma che di nuovo scompone in una
differenza la 'differenza tra identità e differenza; la scompone, ap-
punto, in una determinata distinzione tra valore positivo e valore
negativo, la quale può essere distinta da altre distinzioni dello stesso
tipo, da altri codici. Tutto questo a sua volta si distingue in modo
c. l

146. Questa rifi~'ssione ptmnette di intravvedere il problema dell'inflazione che


sarà trattato più oltre:l'inflazione minaccia proprio questa condizione (e cosÌ la co-
dificazi9ne stessa). Ma su questo torneremo. '
'147. SecondoI'1- terminologia che abbiamo introdotto più sopra (cap. I, p. 24),
questo significa che l'unità del codice sewe còme il pUnto cieco che è ciò che, in
assQlutq,rende possibile un,operare che osserva, ,Si ha solo un'altraversione dello
stesso fatto ,quando si ,stabilisc~ c.heogni tentativo di riportare le operazioni codi-
ficate all'unità delloroprdprio codice, fa apparire il codice come un paradosso.

140
/' esc/u- radicale da tutti i tentativi di ricondurre in ultima istanza la dif-
ferenza all 'unità, sia ad una formula religiosa, che allo «spirito» in-
qualco- teso come formula per ciò che in sé è distinto. In sostanza, dunque,
fini del i media (distinti uno rispetto all'altro) portano ad una seniantica che
leI rac- non può essere più controllata mediante la religione.
razio- Quanto più i codici vengono formati in modo rigido, tanto più
d ogni .nettamente essi si distinguono dalle normali valutazioni sociali. Ci
spieghiamo prendendo come esempio il codice del medium pro-
~oladi prietà/denaro. Qui economicamente conta solo chi è proprietario e
a ver- chi non lo è. E poiché, rispetto ad ogni proprietà tutti gli· altri sonò
~he si non-proprietari, il codice offre una immensa ridondanza di possibi-
~getto lità di trasformazione. Nella valutazione sociale ed anche politica
ltiliz- dell' economia, al contrario, sembra che sia importante es-
Jlica- senzialmente la distinzione tra ricco e povero - una forma totalmen-
, pro- te differente; fin dal XVIII secolo, l'economia, pur essendo co-
men- dificata in modo completamente diverso, viene osservata in primo
'laro, luogo nella prospettiva di una acutizzazione della distinzione tra po-
liale, vero e ricco: una distinzione che adesso (diversamente che nella so-
o Ce cietà stratificata) è diventata del tutto priva di funzione. La critica
de- marxìsta dell'economia politica, perciò, può essere letta anche come
for- critica dell' ~conomia che si è differenziata secondo prospettive che·
~me riguardano l'intera società.
co- Il grado finale di questa differenziazione, alla quale prendono
ssi- parte ormai solo pochi media, viene raggiunto quando, per attraver-
110- sare un confine, per trasformare il valore nel valore opposto, è suffi-
sso ciente una negazione 148. All'interno del codice, allora viene facilita-
i si to il passaggio al valore opposto - rinunciando, però, ad ogni im-
;sa plicazione per i valori di altri codici. I valori dei codici, allora, non
na sono'convertibili uno nell'altro, il possesso di denaro non può esse-
p- re convertito in amore, il potere non può essere convertito in verità
re o viceversa 149. Vogliamo chiamare tecnicizzazione la facilitazione
;0 del passaggio dal valore al valore opposto e il contrario - in-
lo
148. Si può avere un'idea dell'artificialità di questa condizione se si pensa che
le lo schematismo di desiderio/non-desiderio e a maggior ragione il suo fòndamento
1- neurofisiologico non sòddisfano la stessa condizione, ma sono dati come distin-
zione qualitativa. La mancanza di non-desiderio non produce desiderio.
149. Si capisce da sé che non sono affatto escluse interdip~ndenze allivello
delle operazioni e dei programmi. Naturalmente si può fare ricerca meglio col de-
naro che senza. Il fatto che possano essere realizzate indipendenza e dipendenza in-
sieme si spiega attraverso la distinzione tra codificazione e programmazione. Tor-
neremo su questo punto.

141
i I
,i
tendendo con tecnica: l'alleggerimento dei processi di elaborazione
delle informazioni che si produce per il fatto che nonsi assumono e
non si· considerano tutti i riferimenti concreti di senso che sono im-
plicati 150.
A questo riguardo si può pensare prima di tutto alla logica, intesa
, " '
come forma per i calcoli scientifici. La logica, però, costituisce un
caso particolare di tecnicità. Gli altri media raggiungono un partico-
lare grado di tecnicizzazione attraverso una struttura che vogliamo
chiamare codificazione secondaria: i casi più rilevanti sono: la codi-
ficazione secondaria della proprietà mediante il denaro e la
codificazione secondaria del potere mediante il diritto. In entrambi i
casi il valore positivo viene duplicato ancora una. volta in quanto si
può usare la proprietà del denaro per effettuare pagamenti e per non
effettuarli e si può usare il potere in modo conforme al diritto e in
1
modo che violi il diritto - entrambi però non sono possibili se non si
1 I
\
v: '
ha alcuna proprietà e se non si ha alcun potere. Alla codificazione
secondaria sono collegate prestazioni di astrazione. Dopo la
monetarizzazione della proprietà, ormai, l'economia è interessata
solo alla differenza astratta tra proprietà e non proprietà in relazione
a determinate cose o pretese. Questa differenza tiene in movimento
:. : I
I
l'economia perché anche il più ricco, in relazione alla maggioranza,
è non-proprietario. La differenza tra ricchi e poveri, nella misura in
cui non. serve come motivazione al lavoro, viene rimessa come pro-
I blema alla politica.
È importante tener presente questa codificazione secondaria co-
me equivalente funzionale delle tecnicizzazioni, perché queste, an-
che se non possono essere intese come forme di applicazione della
logica, tuttavia sono ineludibili per la razionalità moderna e per la
distinguibilità dei cOlTispondenti codici dei media.
A1tri media, invece, ripongono la loro ambiziòne nel fatto di non
essere tecnicizzabili, e non intendono questo come un deficit, ma
come una loro particolare peculiarità. Ciò vale per l'amore e vale
anche per l'arte. Non è neppure un caso che in entrambi questi me-
. dia l'universale viene messo in rilievo nel particolare - dall'amore,
nel particolare soggetto; dall'arte, nel particolare oggetto. In pro-
spettiva storica, a partire dal XVIII secolo, questo contrasto si

·160. In modo simile, ma sulla base di ùn approccio teorico trascendentale, Ed-


mund Husserl, Die Krisis der europiiischen Wissenschaften und die trans-
zendent{lle Phiinol11enologie, Husserliana, vol.VI, Den Haag 1954 (tr. il., La crisi
delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano 1961).

142
rafforza come reazione allo sviluppo di media tecnicizzati: una con-
seguenza che ne deriva è che i media amore e arte, formatisi in mo-
do antistrutturale, devono rinunziare ad alcuni caratteri degli altri
media, prima di tutto alla sicurezza di poter formare un sistema.
Insieme a tutte queste particolarità, i codici realizzano anche le
proprietà generali dì ogni forma: essi cioè segnano un confine, che
è possibile attraversare, ma che richiede tempo. I media codificati,
perciò, sono sempre media temporalizzati. Si deve partire dal valore
o dal valore opposto: si deve sapere, per esempio, se si è proprietari
di una cosa o se non lo si è; ma poi ,con una ulteriore operazione si
può passare al valore opposto, si può vendere o comprare e allora ci
si. trova in una situazione successiva la quale di nuovo fa sperare
nel tempo perché sia possibile effettuare ulteriori operazioni. La di-
versificazione dei media produce dunque sempre anche una di-
versificazione del tempo e cosÌ produce, nei diversi ambiti dei me-
dia, tempi propri che non devono essere coordinati tra loro, anche
se tutto ciò che di fatto accade, accade simultaneamente.

(2) Vogliamo trattare separatamente un' altra proprietà dei codici


di preferenza in quanto essa non solo serve al confronto reciproco
dei media della comunicazione simbolicamente generalizzati, ma
permette anche di guardare agli effetti della loro differenziazione.
Chiamiamo questa proprietà autocollocamento del codice in uno dei
suoi valori, il quale per questa funzione viene caratterizzato come
valore positivo.
L'unità del codiçe (come di ogni distinzione) consiste in una for-
ma che separa due parti. Essa, quindi, a rigore, non può essere affat7
to rappresentata solo da una parte. Le preferenze invece realizzano
proprig questo: esse bloccano sia la questione dell'unità del codice,
che il problema dell'applicazione delle operazioni codificate al co-
dice stesso, che porterebbe a un paradosso. In luogo di ciò le prefe-
renze fissano postulati come: la comunicazione di una verità è una
comunicazione vera; chi ama non può e non deve evitare di di-
chiarare il suo amore; l'affermazione del diritto è legittima; la
scambiabilità (disponibilità) è un carattere della proprietà, per cui
anche la cessione di proprietà è coperta da proprietà. Lo stesso
espediente viene usato.per i valori opposti: la prova della non-verità ;':
è essa stessa una operazione vera, ecc. Il codice si dà esso stesso, I
per cosÌ dire, l'autorizzazione all'operazione senza per questo do-
ver ricorrere ava/ori superiori.
L'autocollocamento non viene tematizzato, esso resta latente. Co-

143
. ,,

sì essa si sottrae appunto al rischio di provocare, in quanto comuni-


cazione, un sÌ o un no. Proprio in questo senso le parti positive e
quelle negative dei codici sono «valori». L'autocollocamento del
codice usa e rafforza per questo l'asimmetria del codice, la differen-
za tra valore positivo e valore negativo 151. Un piccolo imbroglio - e
il codice si può affermare come autonomo, può evitare di volgere lo
sguardo indietro al suo paradosso e così può sorreggersi su una alta
plausibilità. Infatti, cosa accadrebbe se si potesse contestare che non
si ha il diritto di distinguere tra diritto e illecito?
Se ci interessiamo di questa forma, non è certo per la sua
I ingegnosità. Sul piano sociologico, la sua prestazione consiste pri-
ma di tutto nel fatto che essa sgancia il codice da una stretta imita-
zione delle asimmetrie della struttura sociale. La differenza tra città
e campagna, nobiltà e popolo comune, signore e cliente, uomo e
donna, genitori e figli non può essere codificata in questo modo in
base alla preferenza. In dipendenza da strutture della società che so-
'r' no presupposte, quella differenza fa certo valere mia asimmetria e
quindi la superiorità di una parte; per questo, però, essa deve soste-
nersi direttamente alle strutture della società o, come diranno le teo-
rie della nobiltà del XVII secolo, all'immaginazione. Si può difficil-
mente dire che la comunicazione della dama con il suo cocchiere (e
poi anche: del cocchiere con la dama) sia una comunicazione no-
bile. 'In luogo· di questo semplice autocollocamento, forme verbali
più elaborate; cerimoniali, ecc. devono reintrodurre sempre di nuo-
vo nella comunicazione la differenza di status. Questo funziona, ci
sono molti esempi: ma la soluzione dipende dalla interazione con-
creta tra presenti. 'Essa' non si può tradurre nella scrittura, mentre la
stampa del libro la ridurrà ad una situazione del tutto marginale del c
la comunicazione socialmente importante. I media della comunica-
zioneocodificati in base alla preferenza si rivelano ora come acqui-
sizioni evolutive che presentano una evidente superiorità: da ciò si
può comprendere perché, dopo l'introduzione del libro stampato, ta-
li acquisizioni contribuiscono sempre di più a cambiare la forma di
differenziazione della società nel senso della formazione di sistemi
difunzioili codificati in base alla preferenza .

.'151. Una analisi più profonda potrebbe scoprire qtiiun fenomeno di sovrap-
posizione; una «superposition» nel senso di Xves Barel.,Le paradoxe et le n'stème:
Esspisul' lefa!1tastiquesocial. Gren9,bleI979. p. 103 ss.L,aprefe~enza p~r la ca-
pacità di racc9rdo che è comunque data. viene .usata una second,avolta
" ' - ' , .-(
per invisibi-
lizzare. il parlldossoèhe sorgerebbe se si dovessè indidirela differenza tra il valore
posltivbe il valore 'negativo "come unità. comè la stèssa cOsa.' '
Non solo i media della comunicazione simbolicamente generaliz-
zati hanno sviluppato un codice in base alla preferenza: anche la
morale lo ha fatto. La comunicazione che definisce qualcosa come
bene o come male è una comunicazione buona. Questo è un mo-
mento importante della tecnica dell'impegno a cui fa ricorso la mo-
rale, poiché colui che ha definito qualcosa come bene o come male,
se la comunicazione era buona, si prenderà cura di correggersi. Da
Aristotele in poi questo problema si risolve mediante una devia-
zione di tipo cognitivo: si vuole sempre il bene, ma è possibile che
si incorra in errore. Anche questa è una soluzione elegante e anche
qUI si riconosce subito che così si è acquisita una considerevole
indipendenza dalle asimmetrie della struttura della società. Nobiltà
e popolo, cittadini e contadini, ricchi e poveri, uomini e donne, per
quanto diverse siano le aspettative che essi devono soddisfare, sono
esposti ad un giudizio morale. Questi tratti comuni che esistono tra
morale e media della comunicazione simbolicamente generalizzati,
spiegano una situazione di concorrenza che è durata fino al XVIII
secolo, o se si prendono sul serio i ritardatari, che dura fino ad oggi.
La critica dei ceti del XVIII secolo, in quanto critica della società,
si richiama ancora essenzialmente alla morale; e lo stesso vale per i
movimenti di protesta dei giorni nostri. Tuttavia la differenziazione
funzionale del sistema della società usa in modo inequivocabile i
codici dei media, non il codice della morale; e il motivo, evidente-
mente, è da ricercare nel fatto che qui, ciò che è rilevante, non è
l'unità, ma la differenza. Sembra, allora, che si vada stabilizzando
una sindrome che non lascia senza perplessità, secondo la quale la
.società, ai fini della sua riproduzione ad un livello alto di pretese,
usa i codici dei media della comunicazione simbolicamente genera-
lizzati-, mentre poi, per criticare proprio questo fatto, usa la morale.
Su questo torneremo ancora 152.

(3) Già attraverso la codificazione i media della comunicazione


. simbolicamente generalizzati sono strutturati in modo autoreferen-
ziale e sono differenziati come contesti chiusi di· operazioni. Da ciò
va distinta invece la riflessività processuale che può essere attestata
in tutti i media completamente sviluppatL Già la comunicazione
normale è riflessiva, in quanto in ogni momento essa può essere ap-

152. Cfr. il cap. IV.

145
plicata a se stessa e ai suoi propri risultati 153. Nell'ambito dei media
della comunicazione simbolicamente generalizzati però a questo ri-
guardo valgono condizioni particolari che accrescono la portata di
questa possibilità in quanto la delimitano ai singoli media. Anche
processi che si svolgono nell' ambito della comunicazione di un me-
dium sono applicabili a se stessi, essi possono essere oggetto di se
stessi. Nel medium della verità c'è ricerca sulla ricerca e ci sono
enunciati veri (o falsi) sulla verità (o falsità) degli enunciati. Le re-
lazioni di valore possono essere esse stesse valutate, per esempio
dal punto di vista della loro funzione ideologica. In questo caso, a
partire dall'ideale, si può inferire chi ne sente il bisogno 154. Che si
ami l'amore per amore dell'amore, che si ami sé e l'amata come
amanti (e persino: solo in quanto tali!) è un noto postulato della se-
mantica dell'amore. Che si possa procurare denaro per il denaro è
:::
t"~
un fatto tanto comune quanto l'applicazione del potere al potere,
::
li '
per esempio nella forma delle elezioni politiche o nella forma del
:::
:!l'" fenomeno, interno ~ll'organizzazione, del potere di pressione dei
sudditi. Questi esempi, però, mostrano, allo stesso tempo, che, tali
forme della riflessività sono indirette. È per questo che la loro
realizzazione storica è stata difficile ed è riuscita appieno solo nella
società moderna. Ciò è comprensibile se si pensa che questa
riflessività non è solo un caso di applicazione della riflessività tra i
tanti disponibili, ma è la forma nella quale il medium raggiunge
distinguiQilità ed autonomia.e si afferma di fronte alle esigenze
dell'ordinamento delle famiglie e dei ceti. Non è possibile svolgere
una ricerca seria senza disporre di teorie e metodi che sono essi
stessi risultatò di ricerca. L'amore reale richiede di amare l'amore,
ii
I
ecc. Prima di poter essere operativamente pronto per l'impiego il
ii

15~. A ciò si è interessata essenzialmente la.cosiddetta «etnometodologia», la


quale proprio in virtù di questo suo interesse è arriVata ad effettuare ricerche che
. mostrano che non si può fare troppo spesso uso della riflessività e, in particolare,
che non se ne può fllre uso per la ricerca dei fondamenti ultimi. Il «taking for gran-
ted» è inevitabile. Cfr. su questo, Chua Berg-Huat, On t!le Commitments of Ethno-
li mi>thodology. «Sociological Inquiry» 44 (1974), pp. 241-256. In contrasto rispetto
a ,<;:i~chiariremo che cosa può essere acquisito con la di~ferenziazione dei media
li della cojnunicazione simbolicamente generalizzati.
li
l' ·)54'. Inq'ueste diverse forme della riflessività' slanno i'motivi che hanno impo-
I
l'
i:
sto'ci:mforia una separazione tra verità è relazioni di valore (o, nella tenninologia
't del XIX secolo: tra questioni dell'essere e questioni del dover essere). Cfr. anche
Il Niklas Luhmarm, Wahrheit und Ideol(Jgie, in: id., Soziologische Aufkliirung, voI. l,
Opladeri 1970" pp. 54-65 (tr. il., Verità e ideologia, .in: Illuminismo sociologico,
Mihino 198~) ....
I
146
medium deve essere applicato a se stesso. Quando si dice che i me-
dia producono un ordine autosostitutivo si dà solo un'altra versione
dello stesso fatto. Risultati ottenuti in un ambito del medium posso-
no essere trasformati solo mediante operazioni dello stesso medium.
Non è possibile invalidare verità mediante pagamenti, ma solo attra-
verso ricerca. Anche a questo riguardo il medium è competente per
se stesso, per i propri risultati.
i
I media possono essere trattati solo riflessivamente, cioè possono
I
essere applicati solo ai propri processi e ai propri risultati, a condi-
zione che sia disponibile il necessario apparato di distinzioni e di
l;
indicazioni. Non si può fare confusione con gli oggetti di altri me-
dia. Si deve poter amare l'amore e non solo poter pensare all'amo-
re. Ma quando i media sono differenziati attraverso una propria co-
dificazione, essi producono la semantica particolare nel processo
che ne ha bisogno 155.
Un osservatore vede in questi casi lo sviluppo di un paradosso, ,I
cioè un'ultima indecidibilità. Tutto il potere scaturisce dal fatto che
!>·'1
il potere si sottomette al potere e il potere supremo scaturisce dalla i,

sottomissione al potere inferiore. Ciò viene chiamato democrazia. i, I


Lo stesso codice della verità, nel momento in cui noi ne parliamo . ,
'.
i, ~ I
qui è oggetto di enunciati veri o forse falsi. Il. denaro deve essere
mantenuto scarso per poter produrre beni in ·eccesso, mentre in
realtà vale proprio il caso contrario. Le relazioni di valore rivelano
la loro inconsistenza quando si cerca di agire in modo ad esse corri-
spondente e ci si deve accorgere che ciò è possibile solo in quanto
si infrangono altri valori. Ma il paradosso, che in ultima istanza sta
alla base dei media, non porta ad un blocco delle loro operazioni.
Al contrario, esso è condizione di sviluppi creativi, di distinzioni
specifiche dei media o di sequenzializzazioni temporali che di-
slocano nella successione ciò che non è possibile nella simultaneità.
Prima c'è una legge che vale, poi non c'è più; e nessuno si scanda-
lizza per il fatto che il diritto sia illecito e l'illecito sia diritto. Si
tratta solo di occasioni perdute.
Una delle più importanti scomposizioni di paradossi sta nella
differenziazione tra osservazione di primo ordine e osservazione di i,
I
secondo ordine. Uno dei caratteri più notevoli dei media simbolica- I
I
mente generalizzati è il fatto che essi rendono possibile una tale dif-

155. In ciò consistono anche i motivi del fatto che questi media sono dipen-
denti dalle annotazioni della scrittura e, per il loro pieno sviluppo, dalla stampa del
libro.

147
; ','

I
ferenziazione. Un ricercatore osserva ciò che altri ricercatori osser-
vano. Chi ama ha come suo interesse primario quello di stabilire se
l'amato o l'amata ama (ancora). I prezzi offrono la possibilità di os-
servare come gli altri osservano il mercato e se essi comprano o
non comprano ad un determinato prezzo 156. L'arte moderna può es-
sere compresa solo se si riconosce in che modo gli artisti impiegano
i loro mezzi, cioè: in che modo essi osservano ciò che fanno 157. An-
che'le relazioni di potere dipendono pienamente dalla reciprocaos-
servazione delle osservazioni, perché diversamente si dovrebbe di
continuo ricorrere a minacce o provocare minacce per stabilire quali
comunicazioni sono coperte dal potere. In tutti questi casi non si O~h
servano coloro che partecipano alle comunicazioni mediate dai mee
dia come oggetti, avendo di mira i loro propri caratteri, in modo da
poter prevedere come agiranno. L'interesse è rivolto esclusivamente
ad osservare che cosa essi osservano; e questo include in molti casi:
osservare che cosa essi non osservano ..
Non appena ci sia una osservazione di secondo ordine, tutto l' os-
servare; nei rispettivi ambiti dei media, viene riferito allivello del
secondo ordine. Anche l'osservatore del primo ordine si sa osserva-
to da un osservatore del secondo ordine (che può essere egli stes-
so) 158. Per il medium della verità si riassume ·questo requisito con
l'espressione «empiria». Perciò anche tutti i condizionamenti del
medium devono essere fissati al livello del secondo ordine. Così,
·con·conseguenze immense, l'osservazione del primo ordine viene
lasciata libera e predisposta alle sorprese.
A tutte queste condizioni della circolarità autoreferenziale il me-
dium resta una unìtà inconfondibile, determinata dalla codificazioe
ne. L'operazione elementare, la formazione della struttura, la tra-
sformazione della struttura, l'attraversamento del codice e il cam-
biamento dei livelli, vengono effettuati nello stesso medium 159. In
questo senso i media rivendicano una competenza universale per
156. Su questo, Dirk Baecker, lnformation und Risiko in der Marktwirtschaft,
Frankfurt 1988.
157 . Solo per questo la critica d'arte è diventata un mestiere particolare, nel
quale lalddé dell'opera d'arte in parte ricade su colui che ha trovato il motivo per
cui l'ope'ra ,d'ade debba essere lodata; e inoltre è diventata un mestiere sicuro per-
ché anche ì1.biasimo dell' opera d'arte può risolversi in una lode per il critico.
158. Si veda, agli inizi della scienza moderna e in riferimento alla stampa del
libro, Steve Shapin, Purnp and Circumstan('es: Rober! Boy/ès Literary Techn%fiY,
«Social S,tudies of SCience,> 14 (l984)iPpi' 481 ~520.
, 159,~ rilevante il fà\toòhe proprio 'questa .idea stia 'a fondamento anche della
macchina'divon Neumann, del com.Juter.

148
tutte le comunicazioni che cadono nel loro ambito di applicazione.
Essi fanno ciò nel senso delle astrazioni del tipo: «nella misura in
cui»: nella misura in cui si tratta di problemi e di costellazioni di
imputazioni del medium della verità, è competente solo questo me-
dium. Nel linguaggio delle pattern variables di Parsons 160 si po-
trebbe dire che i media combinano universalism e specificity: Par-
sons considera giustamente questa costellazione come una costella-
zione tipicamente moderna, che le società antiche non potevano
raggiungere 161. L'universalismo si riferisce all'ambito di applicazio-
ne universale, che non è delimitato da circostanze esterne; la speci-
ficità riguarda la distinzione (qui: il codice), che sta a fondamento
dell' osservazione.
i
(4) I codici dei media sono aperti per tutte le informazioni e per
tutti gli atti del comunicare che cadono nel loro rispettivo ambito.
Essi dipendono da impulsi casuali e si regolano su questi impulsi.
Inoltre essi devono poter garantire che nd sistema siano utilizzabili
entrambi i valori ~'cioè, che non si può solo aver diritto, ma che sì
può ricevere anche torto, e che nel processo di specificazione delle
pretese di accettazione si perviene ad un continuo attraversamento
dei valori del còdice. Così, per esempio, la falsità di determinati
enunciati appartiene ai più importanti argomenti della ricerca della
verità: il semplice rifiuto della falsità, da solo, non può soddisfare la
funzione della falsità. Questo significa anche che, presi per sé, i va-
lori positivi non possono avere la funzione di un criterio (nel senso
classico di kritérion, kdnon, regula) che orienti la scelta di questo
stesso valore. Per esempio, la verità, come oggi si riconosce
universalmente, non è affatto un medium della verità 162: Ma anche
l'aver proprietà o l'acquisire proprietà non è un motivo sufficiente
perché si effettui un pagamento e la superiorità del potere o il fatto

160. Cfr., in particolare; Talcott Parsons, Pattern Variables Revisited, «Ameri-


can Sociological Review» 25 (1960), pp. 467-483.
161. Come mostrario obiezioni diffuse contro la pretesa universale della teoria
dei sistemi, spesso neppure i contemporanei sono all'altezza di questo problema
combinatorio, per quanto già Kant, in modo esemplare, avesse lavorato con astra- ,
zioni del tipo «nella misura in cui».
162. Cfr. solo Karl R. Popper, Objective Knowledge: An Evolutionary Ap-
proach, Oxford 1972, p. 317 s. (tr.it., Conoscenza oggettiva. Un punto di vista
evoluzionistico, Roma 1975). Il fatto che le teorie della verità spesso trascurino
questa idea e inseriscano nel concetto di verità momenti di fondazione' (coerenza,
consenso, ecc.), dimostra, tuttavia, quanto ,'idea stessa,sianuova e improbabile.

149
che l'esercizio di un potere sia confonne al diritto non è ancora un
criterio per la sua effettiva applicazione.
Devono esserci dunque condizioni ulteriori, le quali stabiliscono
in quali circostanze l'attribuzione del valore positivo e in quali cir-
costanze l'attribuzione del valore negativo è corretta o falsa. Voglia-
mo chiamare programmi tali condizioni e, per tutti i media della
comunicazione simbolicamente generalizzati, distinguere, in modo,
corrispondente, tra codificazione e programmazione. Questa distin-
I
zione risolve molti problemi che, 'da una più semplice prospettiva
,l"
"
l' ,
"i'
teleologica, orientata al fine, pragmatica rispetto al valore, sa-
, ,'.'
i ']i rebbero irrisolvibili. Una tale distinzione è, allo stesso tempo, la
condizione perché i mèdia possano generare complessità.
Come è facile vedere, si tratta di una distinzione di distinzioni,
cioè di una fonna di fonne. La codificazione assicura la differenzia-
I, zione e la specificazione di un medium a differenza di altri e perciò
r'
( , I
la programmazione può effettuarsi solo in modo specifico rispetto al
codice. Per il,medium della verità, per esempio, i programmi pren-
dono la fonna di teorie e metodi; per il potere giuridicamente codi-
ficato prendono la fonna di leggi, di decisioni giudiziarie, che por-
tano alla fonnazione di pregiudizi e di contratti; il mediumdenaro
viene rispecificato nella fonna di programmi di investimento o di
programmi di consumo, i quali poi vengono controllati attraverso
i',1 ' bilanci. Per il medium dell'amore sembra che il ricordo di una sto-
o :

" ,
ria comune assuma la stessa funzione di una delimitazione delle
possibilità. Tutto questo, però, dovrebbe costituire oggetto di ulte-
riore ricerca. Qui è importante solo la prova che tali programmi de-
vono essere collegati solo ad un codice e non possono fluttuare da
medium a medium. Una teoria non è ancora una legge e chi investe
in relazioni amorose non agisce da imprenditore.
Oltre a ciò codificazione e programmazione si distinguono dal
, I
punto di vista dell'invarianza o della variabilità. Non si può cambia-
re un codice. Un tale tentativo significherebbe soltanto che si mette
a fondamento della comunicazione un altro medium della comuni-
cazione simbolica oppure che non se ne mette nessuno. Al livello
,,
,
'
dei programmi, invece, si può organizzare variabilità. Gli esempi
che abbiamo fatto più sopra dovrebbero averlo sufficientemente di-
, ;.

1,',1
I

m()strato. 000 , ,o

o P':l,ultipio è d::! Gonsiderare che tuttii val()ri çhe a questo livello


s()nostatièSclusid~lla binarietà del co(Uce,po~sono essere rein-
o

trodotti,cOII1èpunti di vista della scelta del programma. Un'opera


d'arte deve ~oddisfare il codice accordo/disaccordo o, detto in modo

150
l
tradizionale: bello/brutto. Ma, nella scelta del soggetto è possibile
«politicizzare» l'opera d'arte o prendere in considerazione le sue
)
possibilità di vendita.

(5) Come tutta la comunicazione, i media simbolicamente


generalizzati operano in accoppiamento strutturale con la coscienza
) ,
di quei sistemi psichici che prendono parte alla comunicazione 163.
Questo accoppiamento strutturale impegna anche il corpo vivente di
coloro che partecipano alla comunicazione. Nei sistemi di interazio-
ne, per esempio, essi devono essere presenti fisicamente per poter
contribuire alla comunicazione. Perciò la comunicazione si riferisce
continuamente alle persone e in ciò presuppone che questa refe-
renza sia coperta attraverso la realtà di sistemi autopoietici altamen-
te complessi ma intrasparenti. Poiché questo, nella prospettiva op-
posta, vale anche per i sistemi psichici, prendendo a prestito una
formulazione dall' apparato concettuale della teoria parsonsiana del
sistema generale dell'azione, possiamo parlare di interpenetrazione.
La necessità di avere rig(Jardo, nella comunicazione, alla corpo-
reità, può essere indicata come simbiosi e i corrispondenti m.ezzi di
espressione come simboli simbiotici. I simboli simbiotici ordinano il
modo in cui la comunicazione si lascia irritare dalla corporeità; il
modo in cui, cioè, gli effetti dell'accoppiamento strutturale vengono
elaborati nel sistema della comunicazione senza che ciò faccia sal-
tare la chiusura del sistema e senza che per ciò si richieda una
operazione non comunicativa. Una differenziazione dei media sim-
bolicamente generalizzati raccomanda una corrispondente diffe-
renziazione dei simboli simbiotici utilizzati nell'ambito dei media,
poiché i riferimenti alla corporeità diventano necessari in un senso
che è~di volta in volta altamente specificato, mentre, quanto al resto,
il fatto che gli uomini siano partecipi con la loro corporeità può non
essere affatto preso in considerazione 164.
Per quanto riguarda la verità, il simbolo simbiotico si riferisce al-
la possibile percezione corporea e, più precisamente: alla possibilità
della percezione delle percezioni di altri. Questa non è sicuramente
alcuna istanza ultima di decisione, come si era ipotizzato nelle vec-

'163. Su ciò torneremo nel cap. IV.


164. Vedi Niklas Luhmann, Symbiotische Mechanismen, in: id., Soziologische
Aufkliirung, voI. 3, Opladen 1981, pp. 228-244; id., Macht, cit., p. 60 ss. (tr.
it.cit.); id., Liebe als Passion, cit., in particolare p. 137 ss. (tr. it. cit.); id., Soziale
Systeme, cit., p. 337 ss. (tr. it. cit.).

151
chie teorie empiristiche poiché, anche se è stabilito che si è percepi-
tò qualcosa,isi può sempre discutere su che cosa si sia percepito 165.
Neppure le prestazioni della ricerca sono correlate con la quantità e
la univocità delle percezioni garantite dalla scienza 166. Ma la perce-
zione della percezione di altri procura irritazione e non può essere
senz'altro ignorata.
Nell'ambito del medium amore si trova una precisa corrispon-
denza nell 'uso simbiotico delle referenze sessuali. Come nel caso
della verità, cosÌ pure nel caso dell'amore si trova il simbolo sim-
biotico non come protezione della comunicazione attraverso un fon-
!' I
damento motivazionale profondo, ma come fonte di irritazione, che
deve essere inserita nella semantica. Perciò nel caso della percezio-
, i
ne, cosÌ come nel caso della sessualità, nel corso della differenzia-
zione moderna di questi media, si perviene ad una rivalutazione dei
loro simboli simbiotici 167. Nel contesto di una architettura gerar-
chica del mondo essi non vengono più attribuiti all'ambito più
«basso» (perché comune con gli animali) della sensibilità, ma ven-
gono inclusi nei condizionamenti dei media. Per la sessualità, allo-
ra, la distinzione-guida è: con o senza amore. In un caso va a finire
l.
nel matrimonio,' per l'altro nasce una controcultura della
j. I oscenità 168.
Proprietà e denaro, per quanto riguarda la simbiosi, si riferiscono
ai bisogni. Già nel mondo antico era stato riconosciuto il fatto che
nessun ordinamento della proprietà potesse semplicemente ignorare
i bisogni corporei acuti degli altri. La vita ai limiti della sussistenza
dava diritti particolari e per il caso di necessità c'era il furto in stato
di necessità che non veniva perseguito penalmente 169. Il passaggio
165.. Un considerevole studio di un caso.a questo riguardo è: Harold Garfinkel, .
Michael Lynch, Eric Livingston, The Work of Discovering Science, Constructed
with Materials from the Optically Discovered Pulsar, "Philosophy of the Social
Sciences» l! (1981), pp. 131-158.
166. Vedi, su questo, Alfred North Whitel).ead, Modes of Thought (1939), rist.
Ne)VYork 1968, p. Il! ss. .
., . 167. Per la rivalutazione della sessualità fin dalla metà del XVIII secolo, cfr.
,

~" i
Edward Shorter, Illegitimacy, Sexual Revolution and Sodal Change in Modern Eu-
rope, «Journal of Interdisciplinary History» 2 (1971), pp. 237-272; Aram Varta-
ni/m, La Mettrie, Diderot and Sexology in the Enlightenment, in: Essays on the Age
ofEnlightenment in Honor of Ira O. Wade, Gent 1977, pp. 347-367 .
. 168. Sui modi in cui questa controcultura ha inizio e trova i suoi fondamenti
nella stampa del libro cfr. David Foxon, Libertine Litùatu,"e in England 1660-
1745; «The Book Cbllector» 12 (1963), pp. 2F36; 159è'l77; 294-307.
169.Vedi,per esempiQ, P. J. Montes, Precedentes.dòctrinales del «es/ado de
neçessidad» en las.obras de nuestros antiguos te610gos yjlirisconsultos, «La Ciu-
dad de Dios» 142 (1925), pp. 260-274; 352-361. .

,,Ii .
152
;1
all'economia monetaria trasforma questa semantica, in quanto ades-
so, da una parte, si presuppone che ciascuno possa soddisfare i suoi
bisogni mediante il lavoro salariato, purché lo voglia, dall' altra, si
afferma un concetto generalizzato di bisogno che comprende tutto
ciò rispetto a cui può orientarsi la produzione. La simbiosi con gli
uomini che stanno per morire di fame non viene presa in con-
siderazione nei condizionamenti del medium dell'economia e diven-
ta così un problema politico.
Nel caso del potere, il simbolo simbiotico si chiama forza fisica.
In ogni società ci sono molte altre fonti di potere, per esempio la
regolare garanzia di vantaggi la cui sottrazione può essere usata co-
me minaccia; ma contro la forza fisica superiore non si può fare
nulla. Il sistema politico che usa il potere come medium deve perciò
copcentrare decisioni sull'impiego della forza fisica; e proprio que-
sto accade oggi con l'ausilio del diritto. Si può considerare, con
Parsons, il controllo della forza fisica come fondamento di sicurez-
za (real assets) del medium potere 170. La forza fisica, però, è allo
stesso tempo fonte di irritazione perché chi la vuole usare come
simbolo simbiotico e non come propria forma di comportamento,
non può ignorare che, quando si ricorre all 'uso della forza, si tratta
di forza di cui egli non controlla il condizionamento. Le dimostra-
zioni dei tempi recenti che tendono alla violenza (o anche solo: la
esibizione in massa della presenza corporea) illustrano questo pro-
blema.
·1 diversi simboli simbiotici dei diversi media manifestano molti
tratti comuni. In tutti i casi risulta una stretta connessione tra utiliz-
zabilità e sensibilità al disturbo che deriva dalla attivazione di· ac-
coppiamenti strutturali all'interno dei sistemi. In tutti i casi il sim-
bolo, proprio perché simbolo, è oggetto di interpretazione culturale.
Così già uno sguardo impertinente può valere come attivazione del-
l.a forza fisica, o un giorno senza birra o senza tabacco può valere
come stato di necessità. Molto dipende da .una sensibilità addestrata.
Chi nell'oscurità di un arcosolio egizio voglia «vedere» delle inscri-
zioni o delle pitture murali ha bisogno di una certa esperienza, e
questo significa che il medium dipende in modo più forte dalla spe-
cificità degli accoppiamenti strutturali. Prima di tutto però tutti i

170 .. Cfr. Talcott Parsons, Some" Reflections on the Piace 01 Force in Sodal
Process, in: Internai War: Problems and Approaches, a cura di Harry Eckstein,
New York 1964, rist. in: id., Sociological TheO/y and Modern Society, New York
1967, pp. 264-296.

153
simboli simbiotici hanno bisogno di divieti dell' a utosoddisfacimen-
to. Essi dipendono dal fatto che il corpo venga usato in conformità
dei condizionamenti sociali e non immediatamente secondo ciò che
la coscienza gli suggerisce. Così si spiega che la sessuologia positi-
va del XVIII secolo ha provocato, allo stesso tempo, una dispo-
sizione francamente nevrotica alla masturbazione; che pochi decen-
ni prima la scienza che dipendeva dalla percezione controllata do-
vette respingere ogni richiamo all'intuizione - nel senso di una opi-
nione che si soddisfa da sé - come variante del fanatismo 17l; e a
maggior ragione, naturalmente, si spiega il fatto che il potere politi-
co dello stato «sovrano» non poteva tollerare nel suo territorio nes-
sun atto arbitrario violento e poteva ammettere solo guerre tra stati.
E a questo riguardo è notevole anche il fatto che i divieti di auto-
soddisfacimento rimandano alla codificazione dei media. Per Pascal
questo significava: poiché alla scienza manca un accesso intuitivo
diretto alla verità, come può esigerlo la religione, essa deve percor-
rere il faticoso giro che passa per la contestazione delle ipotesi
contrarie 172. E allo stesso modo, per il caso del potere è chiaro che
mia differenza, stabilizzata in generale, di superiorità/inferiorità può
resistere solo se non tutti dispongono in proprio dell 'uso della forza
';'ji
fisica, così come è chiaro anche che la questione del potere deve es-
sere sempre decisa prima con la lotta.
Da ultimo si nota qualcosa di sorprendente: attraverso i simboli
simbiotici i media diventano dipendenti dall'organizzazione. Ciò è
evidente là dove il controllo sulla forza fisica richiede decisioni e,
in aggiunta, una organizzazione militare o di polizia. Ma anche la
preparazione di percezioni rilevanti per la verità richiede oggi orga-
nizzazione, se non si vuole essere esposti al caso. Lo stesso vale per
: ii"
I.'
il soddisfacimento di bisogni mediato dal mercato. E di recente per-
sino la sessualità si è resa dipendente da prestazioni dell' organizza-
zione, cioè da prestazioni dell'industria farmaceutica. Dietro la refe-
renza esterna e la irritazione che è data dall'accoppiamento struttu-
, I,:, '
i;' rale con la coscienza e con il corpo, emerge di nuovo la società
stessa. La sicurezza ultima non sta nel controllo del corpo, come

171. Come lascia intendere l'espressione fànatismo, allora in uso: un vecchio


problema della religione fattosi acuto essenzialmente a partire dal rapido in-
cremep.to delle visioni. non autenticate (ma che potevano essere utilizzate dalla po-
litica della chiesa e dei monasteri e che potevabo essere esaminate come realtà cor-
porea) nel tardo Medioevo. .
172. Vedi De /' ésprit géornétrique et de /' ai! de persuader, cit. da OeuVres (éd.
de la Pléiade), Paris 1950, pp. 358-386 (369).
','i'l
1,-.

I L""
154.
pensava la vecchia dottrina delle passioni e della libertà, ma nel
funzionamento delle organizzazioni.

(6) La funzione della codificazione simbolicamente generalizzata


è quella di condizionare le selezioni in modo che le comunicazioni
vengano accettate anche se, come mera pretesa, ciò è improbabile.
In relazione all' effettivo successo della motivazione, un medium
può essere usato o troppo o troppo poco. Indichiamo con inflazione
il primo caso e con deflazione il secondo.
Lo stimolo alla generalizzazione di questa distinzione originaria-
mente usata solo per il denaro, è stato dato da Parsons; la elabora-
zione concettuale però è stata poco sviluppata 173. Nel quadro della
teoria generale del sistema di azioni è sufficiente un ancoramento ai
«reali» che rendono possibile l'azione 174 e, oltre a ciò, una analogia
con le inflazioni e le deflazioni del denaro. Al confronto, noi ci tro-
viamo in una situazione teoricamente più difficile. Cosa significa
«troppa» e «troppo poca» motivazione che ha successo?
Noi non vediamo il problema nel grado di «copertura» del me-
dium attraverso i «reali» (ciò non basterebbe già per la teoria del
denaro), ma nella fiducia 175 in relazione all'ulteriore utilizzazione
del senso ridotto attraverso la comunicazione (circolazione). Si per-
viene ad inflazioni quando la comunicazione trae allo scoperto il
suo potenziale di fiducia, cioè: presuppone più fiducia di quanto es-
sa non possa produrre. Si pròduce deflazione nel caso contrario,
cioè quando non vengonousatè le possibilità di ottenere fiducia. In
caso di inflazione il medium reagisce mediante svalutazione dei

173. Cfr. Ta!cott Parsons, Zu/" Theorie de/" sozialen Interaktionsmedien, neHa
ed. curata da Stefan Jensen, cit., in particolare p. 211 ss.; Talcott Parsons, Gerald
Platt, The American University, Cambridge Mass. 1973, p. 304 ss.; Cfr. inoltre
Rainer Baum, On Societal Media Dynamics, in: Elplorations in Generai Theol)' in
Social Science, a cura di J. Loubser et al., New York 1976, voI. 2, pp. 579-608.
Anche David A. Baldwin, Money and Power, «The Joumal of Politics» 33 (1971),
pp. 578-614 (608 ss.), nonostante abbia un atteggiamento veramente critico verso
il concetto di media, vede qui un modo di porre la questione che può essere svilup-
pato.
174. Si veda anche Stefan Jensen, Systemtheorie, Stuttgarf 1983, p. 57, come
esempio di inflazione: «circolano troppe parole (simboli) di fronte a troppo pochi
«reali» - si parla troppo dell'amore e si pratica troppo poco l'amore».
175. Su questo, piti da vicino, Niklas Luhmann, Vertrauen: Ein Mechanismus
del' Reduktion sozialer Komplexitiit, 3. ed., Stuttgart 1989. Cfr. anche Trust:
Making and Breaking Cooperative Relations, l! cura di Diego Gambetta, Oxford
1988.

155
simboli (nell'economia: misurata rispetto all'aumento dei prezzi).
Nel caso di deflazione il medium reagisce attraverso condiziona-
menti che producono restrizioni troppo forti, cioè attraverso riduzio-
ne della circolazione. Il calcolo in base alla ulteriore utilizzabilità (=
liquidità) dei simboli dei media presuppone un calcolo del calcolo
degli altri. A questo riguardo si può avere inflazione e deflazione
solo se il medium è orientato ad una osservazione di secondo ordi-
ne. Casi limite di inflazioni si raggiungono quando si deve contare
sul fatto che le correzioni inflattive (svalutazioni) non sono piùsuf-
ficienti, in quanto l'accettazione dei simboli viene essa stessa rifiu-
tata. Si raggiungono casi limite della deflazione quando i condi-
zionamenti intervengono in modo così netto da non permettere più
alcuna comunicazione. E anche allora viene rifiutata l'accettazione,
perché a tali condizioni si è sicuri che con i risultati non si può fare
nulla. In questi casi di' iperinflazione/deflazione ricompare l'origina-
ria improbabilità che comunicazioni il cui contenuto configura pre-
tese particolari vengano accettate - ma adesso ciò si verifica in so-
cietà sviluppate, che non possono più tollerare una tale circostanza.
Solo questi casi limite, nei quali le corr~zioni non funzionano, pos-
sono essere indicati come sfiducia, mentre negli altri casi si tratt.a di
ottenere la fiducla in un modo che è sempre più dispendioso.
La verità viene inflazionata quando prospetta più possibilità di
utilizzazione di quante non si possano realizzare 176. Per le relazioni
di valore si trova un esempio considerevole già prima della loro dif-
ferenziazione, cioè nei movimenti devozionali del XVII secolo l77 e
nella contemporanea scoperta del concetto di «moda». Per le condi-
zioni odierne i valori possono valere come stabili rispetto all'infla-
zione, poiché non li si compromette o non li si deve svalutare se si

176. Un caso specifico, a questo riguardo, è quello relativo all'inflazionamento


della filosofia kantiana nell'ultimo decennio del XVIII secolo: per lo studio di que-
sto caso si veda Niklas Luhmann, Theol'icsubstiflltion illdel' EI'~iehullgsl1'issell­
schaft: VOIl der Philamhropie ~um Nellhllmanismlls, in: id., Geselischaffsstl'llktlll'
1IlldSe/llamik, voI. 2, Frankfurt 1981, pp. 105-194. Un altro esempio, che deve es-
sere rip\>rtato ad un interesse per gli individui che viene stimolato socialmente, è
trattato da Wolfang Walter, Vel'el'bung 1I1ld Gesellschaff: ZlIl' Wissensso~iologie des .
hel'editiil'en Disklll'ses, Dissertation, Bielefeld 1989.
177. Alban J. Krailsheimer, SflIdies il1 Self-Intel'esf: Fl'om Descal'tes fo La
Bl'lIyèl'e, Oxford 1962, p. 113, in considerazione delle conseguenze, parla di un
«debasement of spiritual currency". Nel giansenismo, nel pietismo, ecc. si perven-
ne ad ~u.n contromovimento Jondamèntalista. Per l'America d'oggi, Parsons distin-
gue nella' religione trehds inflazionistici (socialadil'ism) e trends deflazionistici
iflll1damentalism), cfr. op. cito (1980), p. 212 ..

156
vede che con essi non si può fare nulla. Si' segue il consiglio della
moda e si passa ad altri valori. L'amore si inflaziona quando pro-
spetta una considerazione del mondo dell' altro che è più alta di
quanto non sia possibile trasferire nella vita pratica. Sono presenti
inflazioni del medium denaro quando il denaro non può essere riuti-
lizzato al valore che si era ipotizzato 178. Nell'arte è tipico che le in-
flazioni si presentino insieme alle deflazioni in quanto le mode, la
cura dei nomi e il mecCanismo delle gallerie portano al fatto che le
opere di alcuni artisti vengano sopravvalutate e quelle di altri artisti
sottovalutate. Nel caso del potere, l'inflazione consiste nel fatto che
si prospetta una politica che non si può realizzare 179. La tecnica
moderna della comunicazione politica, che consiste nel diffondere
ormai solo buone intenzioni, riflette già una continua inflazione,
mentre la svalutazione dei simboli ha luogo per il fatto che le parole
dei politici vengono scontate all'origine. Di tanto in tanto è bene,
allora, ricordare ai politici che solo gli déi possono trasformare i
rapporti mediante parole.
Il panorama che abbiamo tracciato mostra che la funzione dei me-
dia: prospettare una motivazione improbabile, tende all'inflazionamen-
to. I media introdotti costringono alla fiducia e alla fiducia nella fidu-
cia degii altri e proprio per questo hanno un'alta tolleranza per l'infla-
zione. Per questo ha poco senso cercare situazioni di equilibrio nelle
quali non siano date né inflazione né deflazione e considerare queste
situazioni come ottimali. Possono darsi anche inflazione e deflazione
simuÌtaneamente e solo media altamente centralizzati come ad esem-
pio il denaro, rendono ciò improbabile. (Da questo punto di vista però
si è discusso di «stagflazione»). Deflazionamenti si manifestano piut-
.~
'" tosto nella forma di movimenti di correzione: così, l'insistenza
sull'empiria contro la «grande teoria» nella sociologia americana, i
moviménti di regionalizzazione nella politica, il fondamentalismo nel-
la religione. In ogni caso anche nella inflazione/deflazione si tratta di
una forma-a-due-parti e di una linea di separazione che è da intendere
solo come confine da superare, non come situazione perfetta.

178. Per questo motivo possono valere come indice dell'inflazione solo aumen-
ti generali dei prezzi, perché quando si accetta del denaro non è ancora stabilito per
che cosa sarà speso. .
179. Si veda, nel contesto di uno studio storico effettuato con gli strumenti teo-
rici. elaborati da Parsons, Mark Gould, Revolution in the Development oj Ca-
pitalism: The Coming oJ the English Revolution, Berkeley Ca!' 1987, in particolare
p. 54 ss. e 230 SS. Il re d'Inghilterra porta allo scoperto i mezzi del suo potere in
mancanza di una sottostruttura dell'amministrazione e così provoca la rivoluzione.

157
(7) Come ultimo punto di vista per il confronto tra i diversi me-
dia poniamo la questione se e in che misura essi sono in condizione
di funzionare da catalizzatori della formazione di sistemi. È chiaro
che esistono connessioni tra la differenziazione dei media e la
differenziazione dei sistemi di funzioni della società moderna. È
, .. chiaro che l'economia moderna presuppone la codificazione binaria
.:,i· della proprietà attraverso il denaro e che la politica moderna pre-
suppone la codificazione binaria del potere attraverso il diritto.
D'altra parte già questi due esempi mostrano distinzioni le quali la-
sciano intendere che la formazione del sistema segue regolarità pro-
prie. Così il sistema politico e il sistema giuridico, in quanto sistemi
autopoietici diversi sono differenziati con codici diversi; non così
,:
proprietà e denaro. Non c'è dunque nessuna congruenza che risulti
i•
',l' .
automaticamente tra formazione dei media e formazione dei siste-
mi; c'è però senz'altro una chiara prevalenza di quei casi nei quali
un sistema è caratterizzato dall'utilizzazione di un medium.
Certamente la condizione più importante di tale connessione è
che il codice di un medium sia idoneo a definire l'unità di un siste-
: I
.1 ma a differenza degli altri sistemi del suo ambiente. Media che non
hanno una codificazione centralizzata, in particolare le relazioni di
valore, non hanno nessuna chance di formare sistemi che possano
essere distinti. E infatti, l'attribuzione di una operazione alla politi-
ca o all'economia, al diritto oad una relazione intima, è questione
che si decide secondo il codice al quale essa si orienta.
Questo, però, da solo imn è sUfficiente. Le operazioni che il me-
I
I,
I
dium (nonostante l'improbabilità della combinazione di selezione e
,
I
motivazione) rende possibili, devono essere idonee alla attivazione·
! e alla chiusura di un contesto autopoietico di riproduzione. Esse de-
I ,
I vono poter organizzare ricorsivamente anticipazioni e ricorsi, cioè
non (levono solo manifestarsi di tanto in tanto e in modo isolato. I
media, in altre parole, devono poter concatenare le comunicazioni.
Allo stesso tempo essi devono rendersi indipendenti dalla identità
jj,
dei partners della comunicazione e della loro memoria. Inoltre è
l. I
vantaggioso che la comunicazionè possa essere prodotta non in mo-
do strettaménte lineare, in una sequenza uno-a-uno, ma che sia
aperta, predisposta per ramificazioni e per costellazioni imprevedi-
bili. Il legame che viene prodotto in una comunicazione deve essere
rilevarite per altre comunicazioni, ed esattamente, in modo che solo
pi.litar1i stdebb(dèc~dere: per che cosa. ..
L' ar~e può socidisfare questo requisito solo con difficoltà e per
questojl suò potenziale per la formazione di un sistema resta scar-

158
so. Il denaro, invece, realizza in modo ottimale questo presupposto.
Esso conserva il suo valore, per quanto ogni pagamento cancelli il
ricordo delle strutture (prezzi, condizioni di transazione) che lo ave-
vano motivato 180 e, nonostante ciò e anche se in quantità continua-
mente diverse, resta pronto per l'impiego senza che sorga il minimo
dubbio se un pagamento sia sempre una operazione del sistema
dell' economia.
In questo contesto inoltre è significativa la tecnicità del codice,
di cui prima abbiamo parlato, cioè il fatto che l'attraversamento del
confine; in virtù del quale si passa dal valore positivo al valore ne-
gativo, sia indipendente dalle numerose costellazioni concrete di
senso: quell'attraversamento, in altri termini, è decondizionato sul
piano psicologico e morale - e tutto questo si verifica senza che la
opzione tra valore positivo e valore negativo perda .chiarezza, senza
che ci sia un ripiego su generalizzazioni vaghe che richiederebbero
interpretazioni. Anche sotto questo aspetto il denaro rappresenta un
caso ottimale perché, quando si paga, non c'è alcun dubbio che si
paghi e quanto si paghi.
Il sapere vero e il diritto sono dati in unità' qualitative, tuttavia
garantiscono anch'essi un'alta capacità di ramificazione e di riutiz-
zabilità. Essi però esigono istanze (pubblicazioni, organizzazioni)
alle quali ci si può riferire quando la distribuzione dei valori dei co-
dici non è chiara. Chi prende regolarmente Aspirina per proteggersi
contro l'infarto cardiaco, di fronte a coloro che si stupiscono, può
richiamarsi ai relativi risultati della ricerca. E se si viene cacciati
via dal parcheggio di un edificio per uffici, pur essendo azionisti
(cioè, come si pensa: proprietari) della società che vi ha sede, si
tratta di un caso che può essere chiarito dai tribunali, non dalla bor-
sa. È tipico che, nel caso di codici altamente tecnicizzati e dei corri-
spondenti programmi di. questo tipo, i' profani debbano accorgersi
,

che tutto ciò a cui essi originariamente avevano pensato non è affat-
to rilevante. Questo significa, non da ultimo, che anche la va-
lutazione morale deve essere lasciata da parte, perché l'attribuzione
dei valori del codice positivo o negativo, non può essere correlata
alla distinzione tra stima e disistima che caratterizza la valutazione
morale 181. Proprio da quella efficienza tecnica, però, dipende il fat-
180. Sulle astrazioni con cui si reagisce a questo fatto, vedi Dirk Baecker, Das
Gediichtnis der Wirtschaft, in: Theorie als Passion, a cura di Dirk Baecker et al.,
Frankfurt 1987, pp. 519-546.
181. Questa è soltanto un 'altra versione della constatazione che abbiamo già
formulato secondo la quale, dopo che i media della comunicazione simbolicamente

159
to che - e la misura in cui - i media possono fonnare sistemi alta-
mente complessi e operativamente chiusi, cioè sistemi che si auto-
delimitano e ~i autoriproducono. '
Una volta che una selezione sia stata effettuata, la sua ulteriore
utilizzazione può essere definita anche come circola:ione del me-
dium. L'espressione è comprensibile solo su un piano storico, dato
che non si può affatto parlare di «circolo» 182. In ultima istanza si
tratta dell'aspetto dinamico della differenza mediumjforma. Anche
se ogni accoppiamento del substrato mediale che porti allacostru-'
zione di fonne, poi lasci, di nuovo libero ,lo stesso medium per la
costruzione di nuove fonne, nei sistemi autopoietici si deve poter
raggiungere qualcosa di più che non una sorta di semplice pulsare
soltanto; e proprio i media simbolicamente generalizzati sono predi-
sposti perché, con le determinazioni raggiunte si possa fare qual-
cosa. Essi funzionano come complessità già ridotta, come assorbi-
mento dell 'incertezza, come premessa per ulteriori operazioni. Ogni
somma di denaro che si sia ottenuta è disponibile per ulteriori paga-
menti. Se sono state stabilite delle verità, si può partire da esse sen·
za doverle esaminare di nuovO, e se c'è un potere capace di impor-
sì, ciascuno può contare sul fatto che anche gli altri seguiranno le
direttive e che egli non è l'unico stupido. D'altra parte - e a questo
riguardo il concetto di, circolazione induce in errore - questo non
significa che le operazioni di raccordo siano prevedibili. Circola-
zione non è un concetto che faccia sperare in un calcolo e in una
pianificazione. Chi paga non può, prevedere che cosa il destinatario
farà con il denaro e' se anche in particolari condizioni ciò dovesse
restare di fatto 'o anche giuridicamente sotto controllo, più tardi il ,
prossimo destinatario sarà imprevedibile. Anche nei programmi
,condizionali del diritto la profondità della vista non va molto ol-
tre 183. Basti pensare solo alle difficoltà di valutare in che modo una

generalizzati si sono differem;iati, la società non può più i1llporre aicun superco-
di'ce. Questo però non esclude che la morale a sua volta sia ,libera di valutare che
cosa vuole e come lo vuole. ' '
182, Originariamente la metafora del circolo aveva uh significato cosmologico:
essa simbolizzava l'unità di movimento e immutabililà.p XVII secolo poi si oc-
cupò di portare questo simbolo dal cielo sulla terra, per quanto né la circolazione
del sangue né la circolazione del denaro presentino JaJorrna rigida di un circolo.
183. ,I giuristi che sia<ioperano per una prassi çleçisionale orientata alle conse-
guenze, e oggi lo sono quasi tutti, soffrono qui di illusioni che sembranoincom-
prensibilLE infatti, aifinLdella decisioI}e;fiOllcontanoheppure le conseguenze rea-
li, ma soltanto quelle cheil,giuristil, con lJn giuçlizioinforrnato, vorrebbe produrre.

1'60
trasfonnazione della legge sul divorzio agisce sui rapporti di potere
nei matrimoni. La circolazione dei simboli dei media serve certa-
mente alla. formazione di un sistema, perché i simboli possono
circolare solo nel sistema. Thttavia sarebbe falso inferire da ciò la
possibilità di pianificare il sistema o la possibilità di guidarlo. In
particolare l'efficienza tecnica del medium nella struttura del suo
codice e nella diffusione degli effetti vincolanti depone non a favore
ma contro una possibilità di guidare il sistema.
Le . differenze nella capacità di formare un sistema che
contraddistinguono i singoli media della comunicazione simbolica-
mente generalizzati caratterizzano anche il volto della società mo-
derna. Insieme ad altri fattori, quelle differenze portano ad una cre-
scita disuguale dei sistemi di funzioni, e quindi anche ad una disu-
guale distribuzione del dispendio di comunicazione e della visibilità
di cui si servono le funzioni, senza che alla base di tutto questo ci
sia una nascosta razionalità o una gerarchia delle funzioni stesse. La
società non cresce come il lievito, non diventa pi4 grande, più
differenziata, più complessa in modo unifonne, come pensavano le
teorie del progresso del XIX seco~o (le quali potevano pensare così,
perché intendevano la società solo come sistema economico). La
società, invece, rende complessi alcuni ambiti di funzioni e ne la-
scia deperire altri. Questo squilibrio ha costituito sempre un motivo
per la critica della civilizzazione - sia che essa punti sulla religione,
come la filosofia della restaurazione, sia che punti sulla ragione, co-
me Habennas. Tuttavia, le ricerche più rece!lti effettuate nell' ambito
della cibernetica e della teoria dei sistemi dimostrano .che questo è
un fenomeno del tutto· normale, che può essere corretto solo
dall'evoluzione 184.
Av.che da punti di vista relativi alla teoria dell 'evoluzione è
importante distinguere tra i media della comunicazione simbolica-
mente generalizzati e i sistemi che si formano attraverso di essi. I
media possono nascere ed essere differenziati prima che ci siano
184. Un importante punto di partenza è stato: Magoroh Maruyama, The Second
Cybernetics: Deviation-Amplifying Mutuai Causai Processes, «Generai Systems» 8
(1963), pp. 233-241 e le ricerche sul feedback positivo che si ricollegano a quel
lavoro. Cfr. anche Alfred Gierer, Generation of Biological Patterns and Form: So-
me Physical, Mathematical and Logical Aspects, «Progress of Biophysics and Mo-
lecular Biology» 37 (1981), pp. 1-47; id., Socioeconomic Inequalities: Effect of
Self-enhancement, Depletion and Redistribution, «Jahrbiicher fUr NationalOkono-
mie und Statistik» 196 (1981), pp. 309-331; id., Die Physik, das Leben und die
See/e: Anspruch und Grenzen del' Naturwissenschaft, 4. ed. Miinchen 1988, in par-
ticolare p. 121 s.

161
corrispondenti sistemi di funzioni. La codificazione necessaria per
:' ];ij
: I
la formazione di un sistema, la tipologia del suo programma e la
I
,I
,I sua particolare semantica possono essere preparate su una base
,I provvisoria. Ci sono delle preadaptive advances 185 di cui si posso-
i no rintracciare gli inizi fin nell' antichità. Esempi particolarmente
"
chiari si possono desumere considerando l'estensione dell'economia
monetaria che si ebbe nell'antichità e poi di n~ovo a partire dall'al-
to Medioevo, oppure considerando la elaborazione giuridica del di-
ritto del caso singolo e i. tentativi di pervenire ad una sistematizza-
zione concettuale del diritto, che sono di provenienza essenzialmen-
te romana e, però, anche inglese. Senza questi lavori di preparazio-
ne non si sarebbe potuto affatto realizzare il passaggio da una so-
cietà stratificata ad una società funzionalmente differenziata. Come
sempre accade quando sussistano queste preadaptive advances, è
decisivo che sia disponibile un contesto provvisorio che stabilizzi le
acquisizioni senza che siano già formati i sistemi che poi porte-
ranno definitivamente a una chiusura operativa e all'autonomia au-
topoietica dei corrispondenti ambiti di funzioni. E infatti, quando si
arriva alla formazione di un sis,tema, si può partire dal presupposto
che operazioni del tipo che è necessario alla formazione del sistema
ci sono sempre state e che le delimitazioni che erano state imposte
da un ordine più vecchio si possono abbattere gradualmente - come,
per esempio, la frantumazione delle giurisdizioni feudali o di quelle
clericali, i sistemi duali di valuta del Medioevo, la servitù della gle-
ba o il legame della proprietà della terra alla nobiltà.

9. Effetti sulla evoluzione del sistema della società

Se si vuole saperein che misura e con quali conseguenze i media


: (
simbolicamente generalizzati determinano la società moderna e
condizionano il suo ulteriore sviluppo, non si deve pensare solo alla
disarmonia della loro crescita. Anche sotto altri aspetti la loro effi-
caciaè limitata, poiché le chance stanno proprio nella limitazione.
l' La soCietà non è un gioco a somma zero. Essa sviluppa complessità
. l' , mediante idonee riduzioni della complessità .
I punti di vista più importanti che dobbiamo considerare stanno
già llelle riflessioni the precedono e devono solo essere estrapolati e
i
presentati. Prima di tutto: per quanto completa. possa essere la
l
1·1
,:,' :1'
185. Torneremo per esteso su questo punto nel cap. III.
, ,

'i i 162
nonnalizzazione del loro uso (per esempio nel rapporto col denaro),
i media non ordinano mai l'intera vita quotidiana. L'amore si deve
provare nella vita quotidiana, non come vita quotidiana. Se si vuole
gustare l'arte si deve prima sapere dove la si può trovare. Il titolare
del potere ha anche bisogno di una stanza, di una scrivania, di un te-
lefono. Quando i media organizzano l'autopoiesi di un sistema, c'è
sempre in questo sistema molta più comunicazione che non soltanto
il minimum autopoietico (così come una cellula contiene molte' più
molecole chimiche che non soltanto quelle che realizzano l'autopoie-
si in senso stretto). Proprio in questo coordinamento del comporta-
mento della vita quotidiana con un processo autopoietico, consiste il
«plusvalore» che può essere raggiunto attraverso la fonnazione di si-
stemi. L'autopoiesi dell'economia consiste nella riproduzione di pa-
gamenti attraverso pagamenti 186; ma naturalmente non c'è alcun si-
stema dell'economia che preveda solo questo e niente altro.
Sul fatto che nessuno dei codici dei media possa raggiungere
congruenza con il codice morale, abbiamo già richiamato l' attenzio-
ne più volte. Nella misura in cui la differenziazione della società in
sistemi di funzioni si regge su media simbolicamente generalizzati,
questa distanza rispetto alla morale diventa necessaria alla funzione;
ma allo stesso tempo la morale stessa diventa un orientamento che
fluttua liberamente, che insieme disturba e dà supporto; in ogni ca-
so, però, non diventa il principio ultimo di fondazione razionale.
Questa situazione pennette di comprendere facilmente che non si
può mantenere più neppure quella congruenza che ci era stata
tramandata dalle culture altamente sviluppate:' cioè la congruenza tra
morale e religione, con la sua teologia cielo/inferno. Non si può (e
non c'è neppure bisogno di farlo) impedire ai predicatorì di mo-
raliz~are. È sempre bene adoperarsi per il bene. In una società «seco-
larizzata», infatti, le difficoltà della religione vengono spesso supera-
te anche con la morale. La stessa religione, tuttavia, farebbe bene a
prendere distanza dalla morale. Se poi, per questo, sia sufficiente il
vecchio meccanismo che consisteva nel pretendere un comportamen-
to inconsistente, cioè peccato e pentimento, oppure se sia sufficiente
far apparire il giudizio universale. come sorpresa per i giusti e per i
peccatori - è cosa che si può mettere in dubbio. In ogni caso, ciò
che è rilevante è questo: che già da tempo la religione, nella regola
di duplicazione immanenza/trascendenza (che essa naturalmente non

f,'; 186. Su questo Nik1as Luhmann, Die Wirtschaft der Gesellschaft, Frankfurt
--~:: 1988.
'J
• ,.'}I

t' 163
può riflettere come regola di duplicazione) ha un proprio codice il
quale, così come i codici di preferenza dei media, sta di traverso ri-
spetto alla morale 187. Tuttavia, anche con questo codice la religione
non può raggiungere nessun controllo dei media simbolicamente ge-
neralizzati. In altri termini, anch'essa non può offrire alcun superco-
',i dice, ma solo un proprio modo di descrivere il mondo.
Da' ultimo è da considerare che i media della comunicazione
simbolicamente generalizzati sono adatti solo per ambiti di funzioni
nei quali il problema che si deve risolvere e il successo che si vuole
ottenere stanno nella comunÌcazione stessa. La funzione dei media,
allora, è svolta quando la selezione di una comunicaZione può es-
sere messa a fondamento di altre comunicazioni come loro premes-
sa. Essi perciò non sono adatti per ambiti della comunicazione la
cui funzione stia in una trasformazione dell'ambiente - sia questa
una trasformazione di stati fisici, chimici, biologici, sia essa una tra-
sformazione di corpi umani oppure una trasformazionè di strutture
della coscienza.
È per questo motivo che non ci sono media della comunicazione
simbolicamente generalizzati per la tecnologia, .per il trattamento
dei malati e per l'educazione. In questi casi non si presenta affatto il
'i I
problema che mette in moto l'autocatalisi dei mecFa simbolicamen- .
,
te generalizzati, cioè il problema di una probabilità molto alta di ri-
, :! fiuto. Quanto meno per il trattamento dei malati e per l'educazione
I ,
si sono specificati sistemi sociali di funzioni che devono risolvere i
II
loro problemi senza disporre di un proprio medium della comunica-
zione e che, perciò, dipendono sostanzialmente dall'interazione or-
ganizzata. Nessuno dei tre ambiti di problemi è dominato da un solo
medium della comunicazione: non dalla verità e neppure dal de-
naro"per quanto lo stato di sviluppo che essi attualmente hanno rag-
. i ':'1' giunto sarebbe impensabile senza una scienza differenziata e senza
I:
'l
,Ii
economia di mercato 188. Bisogna partire dal fatto che, per quanto
i
'. i
187. Su ciò, più dettagliatamente, Niklas Luhmann, Die Ausdifferenzierung der
I
I Religion, in: id., Gesellschaftsstruktur uild Semantik, voI. 3, Frankfurt 1989, pp.
259-357.
I 188. Affermiamo esplicitamente anche per la tecnologia questa autonomia degli
I I
sforzi (naturalmente sempre comunicativì) orientati all' esterno, cioè vediamo anche
e proprio nella tecnologia.at\uale qualcosa di più che solo scienza applicata. Innu-
mer(!voli problemi tecnologici - dalla costruzione di ferrovie alla mod.ema tecnolo-
giadella sicurezza - non possono essere risolti mediante la «lettura», ma dipendo-
no dalla costruzione e sperimentazione proprio di quelle apparecchiature che si vo-
gliono installare. Che ci sia bisogno di personale scientificamente formato, si ca-
pisce da sé. Ma la sua formazione; non è ricerca, è educazione.

164

. ,Ii'l
grande sia il significato dei media della comunicazione simbolica-
mente generalizzati, la differenziazione del sistema della società
non può seguire semplicemente lo schema dei media, ma si orienta
secondo problemi che la società deve risolvere al livello di sviluppo
I che di volta in volta ha raggiunto.
! Queste riflessioni sul contesto sociale dei media della comunica-
zione simbolicamente generalizzati possono aiutarci, alla fine, a ri-
I solvere il dilemma del medium del valore. Non si tratta, come ab-
biamo visto, di un medium della comunicazione simbolicamente
generalizzato che sia pienamente sviluppato. Manca un codicecen-
trale e quindi anche una chiara differenza tra codificazione e
programmazione; mancano simboli· simbiotici (la qual cosa non
impedisce che si chiami valore la vita) e manca il potenziale per la
formazione di un sistema. Ciò che tuttavia giustifica che si parli
ancora di un medium è l'accoppiamento sciolto di un gran numero
di possibilità di azione da punti di vista relativi al valore che poi
nel caso singolo acquistano una forma in base a considerazioni di
valore. Tuttavia sono incontestabili anche l'autonomia, la differen-
ziazione e lo specifico universalismo di questo medium. Tutti i va-
lori degli altri media, come la verità o la ricchezza, l'amore, la bel-
lezza o il potere, nel medium del valore sono soltanto valori tra va-
lori e quando si tratta di valori come valori non.si può applicare ii
management della contingenza che è specifico di altri media. D'al-
tra parte la motivazione all'accettazione non viene prodotta, ma
presupposta.
In queste relazioni di valore noi vediamo un medium di collega-
mento tra i media della comunicazÌone che hanno una piena 'capa-
cità funzionale e il resto della società: da qui la possibilità di una
loro immediata trasposizione nel comportamento della vita quotidia-
na attraverso il riferimento impercettibile e ovvio ai valori; da qui le
possibilità del riferimento alla morale e alla religione 189; da qui la
rilevanza complessiva delle relazioni di valore che condanna anche
l'educazione, il trattamento dei malati e, di recente, persino le tec-
nologie, alla considerazione dei valori. E perciò, la necessità di ri-
nunziare alla codificazione centrale. La specifica modernità dei va-
lori consiste da ultimo nel fatto che essi, sia come forma che in tutte
le loro applicazioni, non portano all 'unità ma alla differenza.
189. Come mostra in particolare una recente discussione sull1;\ «religione ci-
vile»; su ciò si veda Niklas Luhmann, Grundwerte als Zivilreligion: Zur wis-
senschaftlichen Karriere eines Themas, «Archivio di Filosofia» 46 nO 2-3 (1978),
pp. 51-71.

165
Nel concorso di tutti i media della comunicazione - il linguaggio,
i media della diffusione e i media simbolicamente generalizzati - si
condensa ciò che con espressione complessiva si potrebbe chiamare
cultura. A questo riguardo condensazione deve significare che, at-
traverso riutilizzazione in diverse situazioni, il senso di volta in vol-
ta utilizzato, da una parte resta lo stesso (perché diversamente non
si avrebbe alcuna riutilizzazione), dall'altra, però, si conferma e
quindi si arricchisce di significati che non possono più essere ridotti
ad una formula. Questo lascia supporre che l'eccedenza di rimandi
di senso sia essa stessa un risultato della condensazione e della con-
ferma del senso e che la comunicazione sia quella operazione che si
produce così il suo proprio medium.
Queste riflessioni lasciano una certa scepsi per quanto riguarda
le possibilità di una teoria della cultura. L'eccedenza di rimandi che
si1!ttualizza in tutto il senso e proprio la concretezza delle conden-
sazioni fondate su di essa qmmettono solo una processualizzazione
selettiva. Devt;: essere detto qualcosa - e questo significa: non altro.
Si possono pensare procedimenti interpretativi o «ermeneutici» che
si occupano del. senso e poi, attraverso i loro propri risultati, con-
densanoun . senso proprio. Ma così si ripete soltanto, anche se in
,
modo geniale, il problema dal quale si er1! partiti.
! .~
Una analisi strutturale delle possibiliforme della cultura potrebbe
! partire dal problema del confronto e del controllo. L'allargamento
l
;1 delle possibilità di confronto e di controllo comincia con la scrittu-
ra, e attraverso la stampa del libro continua firio alla odierna elabo-
razione delle informazioni attraverso· macchine. Si tratta anche qui
pur sempre di un confronto tra dati immessi e memoria (dove en-
trambi sono unità interne). Il controllo comparativo - come bisogna
dire per. rimarcare la contrapposizione rispetto al concetto inglese di
«control»- non porta affatto a dominare la causalità: esso tende, al
contrario, a rendere consapevoli del fatto che una tale possibilità di
dominio. non esiste,
., Se ci si pone la questione: quali siano le forme semantiche con le
r
quali la società reagisce alla crescita delle possibilità di controllo, ci
si imb1!tte prima di tutto in semanttche orientate allo scopo. Dopo la
introduzione dell' alfabeto si .arriva alla scoperta della teleologia co-
me una possibilità di ordinare materiali che diventano più complessi
secondo prospettive di unità e mediante ricorso al tempo. L'idea è
questa: i movimenti culturali hanno una fine naturale, nella quale
essi riposario e raggiungono uno stato di perfezione; e allora è pos-
sibile confrontare informazioni in relazione a ciò che esse dicono

166
sia per il raggiungimento di questa fine che per il suo mancato rag-
giungimento. (Perciò la perfezione deve essere pensata come corrut-
tibile e la natura deve essere pensata normativamente). Noi cono-
sciamo questo modello teorico sotto il nome di Aristotele.
La crescita delle possibilità di confronto e di controllo attraverso
la stampa del libro sabota questa teleologia della natura. In parte si
abbandona in generale l'orientamento ad una fine che si produrreb-
be nel tempo (e quindi anche ad un inizio che avrebbe luogo nel
tempo) e si ristruttura la conoscenza della natura con l'ausilio di
leggi della natura e/o di principi di equilibrio 190. In parte si sogget-
tivizza la teleologia per cui adesso non è più rilevante la fine natu-
rale-buona di un movimento naturale (compreso quello umano) ma
una anticipazione mentale (e in questo senso anche: conforme alla
memoria) che a sua volta produce l'agire umano con le sue conse-
guenze 191. La razionalità moderna della fattibilità viene allora riferi-
ta alla questione se, e in che misura, ciò riesca. Una delle conse e
guenze di questa biforcazione, collegata al nome di Descartes, di
esistenze estese e mentali, è il rìfiuto dell'idea di una razionaHtà del
mondo con la conseguenza che si sviluppa una cultura estremamen-
te inquieta. Si fissa nella forma di una immensa memorìa ciò che ci
si era aspettato e allora, dalle nuove informazioni bisogna ricono-
scere che ciò che si è verificato non è come ci si aspettava. Allora il
sistema deve attivare nuovi mezzi oppure deve correggere le sue
memorie per portare allo stadio più recente ciò che esso si può
aspettare. Il confronto tra lo stato dell' essere e lo stato del dover es-
sere, diventa un problema continuo e le continue necessità di corre-
zione rovinano gradualmente quei legami che si erano presupposti.
Alla fine non restano che i valori come forme dell' autoaffermazione
delhi cultura.
Se la scoperta del computer che prima di tutto allarga ancora una
volta solo t~<possibilità di controllo nel senso del confronto tra in-
formazioni e memoria, possa cambiare qualcosa in tutto questo, è
cosa che non si può prevedere con sicurezza. Con ciò resta aperto
anche il problema: che cosa, in relazione a queste possibilità, si
condensa come cultura. È piuttosto improbabile che il computer
possa accrescere il livello medio di soddisfacimento delle aspettati-
190. Per la datazione all'inizio del XVII secolo, vedi Edgar Zilsel, The Genesis
oj the Concept oj Physical Law, «Philosophical Review» 51 (1942), pp. 245-279.
191. Su questo ramo dello sviluppo delle idee, Niklas Luhmann, Selbstrejeren:
und Teleologie in gesellschajtstheoretischer Perspektil'e, in: id., Gesell-
schajtsstruktur und Semantik, voI. 2, Frankfurt 1981, pp. 9-44.

167
ve, se esso allo stesso tempo, memorizza aspettative. Ciò che può
essere raggiunto è una migliore e più rapida organizzazione della
complessità. Con ciò anche le aspettative possono essere esaminate
meglio prima di essere memorizzate - però sempre solo con l'ausi-
lio della tecnica del controllo comparato, cioè sempre solo riferite al
passato. Non c'è da temere che ciò possa portare ad una cultura cal-
colata, perché le fome del senso si condensano solo nella comuni-
cazione stessa. Piuttosto sarà necessario ipotizzare che l'accelera-
zione delle operazioni di controllo sarà quel momento a cui la cul-
tura deve reagire, - e potrà farlo, allora, rinunziando ad una valuta-
zione positiva della stabilità temporale.
Analisi strutturali di questo tipo hanno tuttavia solo un valore
esemplare. Nel migliore dei casi esse comprendono singole prospet-
tive che non sono adeguate all'intero complesso della cultura mo-
i,
derna, non lo possono ridurre ad un problema fondamentale. Anche
se, in una situazione altamente complessa di questo tipo, si deve'
rinunziare ad una desçrizione della complessità fenomenica, resta '
pur sempre ancora la possibilità di lavorare con analisi genetiche. Si
può chiedere come si verifica ciò che si verifica - anche se non si
può spiegare perché è così come è. Ai fini di una· tale analisi gene-
tica è di aiuto usare una teoria dei sistemi che pretende esattezza
nella determinazione delle operazioni che il sistema, con i suoi con-
fini, produce e riproduce. Perciò in questo capitolo siamo rimasti fe-
deli al concetto di comunicazione. Una teoria che vi si raccordi e
che possa appunto fornire solo una analisi genetica e nessuna spie-
gazione di fenomeni, oggi va sotto il titolo «evoluzione». Di essa ci
occuperemo nel capitolo che segue. .

168

i '
-'~-'

. ,.:.-:,;
'. "

3. Evoluzione

1. Creazione, pianificazione, evoluzione

La sQ~ktàè iLrisultatodell' evohlzione: È possibile che, se


corrunlsurate ai livelli raggiunti dall'epistemologia e dalla metodo- .
logia contemporanea, le spiegazioni che la teoria dell 'evoluzione è
in grado di fornire, possano essere lnsoddisfacenti. Tuttavia oggi
non disponiamo di nessuna'altra teoria che sia in grado di spiegare
la costruzione e la riproduzione del sistema sociale della società.
EY.ol!lzi1)n~, j.n_realtà,.èsoloun. termine. Nel corso delle analisi
che svolgerem~, ci servirà da (ilo co~duÙQre delle nostre riflessioni
il paradosso della probabilità dell' improbabile I. Gli statistici lo
consièleiano tb-rneUtlà ·sempliCe banalità (o come una falsa applica-
zione di concetti statistici). E infatti, basta che si consideri una
qualsiasi totalità di caratteri, come può essere la peculiarità di un
determinato individuo, e che ci si chieda quali siano le condizioni
per eui si è prodotto l'incontro dei caratteri che la definiscono, per
accorgersi subito che quella peculiarità è il risultato di. un incontro
casuale e che quindi, come tale, è estremamente improbabile. D'al-
tra parte, però, si tratta di una improbabilità che, in ogni caso, esiste
e quindi è del tutto normale. La statistica può ignorare questo pro-
blema e forse è costretta ad ignorarlo. LateQriaJlell'evoluzione, in-
vece, t\:Qya. its!:lo punto di partenza proprio ll(~lla sQlti:Zionedrque~,
sto paraclQsso.Essaspg~~a il NgbJell1anel tempo e cerca dispiegare
c;of!1esia possibile che sorÙ.nq .e che poi funzionino come normali
delle strUtlllre cbe .sono sempre più cariche di presupposti, sPes.Qno,
, 0_,' '_.' ",. •

I. SuIl'improbable probable cfr. Edgar Morin, La Méthode, voI. 1, Paris 1977,


p. 294 ss.

169
c:io~, sempre più improbabili. Non è difficile notare che si tratta so-
lo di una formulazione diversa della questione più comune: come è
possibile che, nonostante la legge dell'entropia scaturisca ne-
ghentropia dall'entropia? In sostanza per usare ancora termini diver-
si, si tratta della morfogenesi della complessità 2.
~voluzione, allora, significa prima di tutto c;he creSCe il numero
Q~jRiesupposrt !,uiguaHiIri' èertoordiI1~ PlJÒréggersi. Attraverso un
processo nel quale si autorafforzano le deviazioni dai principi fon-
damentali della uguale distribuzione scaturisce un ordine in cui ci si
può aspettare con maggiore o minore sicurezza posizioni, dipenden-
ze, aspettative, le quali dipendono proprio da quell'ordine. In gene-
rale, diventa improbabile l'uguale probabilità che un determinato at-
to del comunicare abbia luogo in un determinato momento. Specifi-
che probabilità vengono condensate nella forma di aspettative, ma,
in una situazione in cui fondamentalmente non c'è assicurazione
per nessuna aspettativa, si avverte che, in sé, le aspettative sono im-
prClbabili. ,
Nell'ambito di rilevanza di questo problema sono disponibili di-
verse prospettive teoriche rispetto alle quali la teoria dell'evoluzio-
ne deve profilarsi. Già da tempo la meraviglia per la complessità
della costruzione del mondo aveva provocato, come reazione, il ri-
corso alle teorie della creazione. La genesi di un ordine complesso
era stata attribuita ad una causa intelligente e l'attonita meraviglia
del mondo era stata deviata nell' attonita meraviglia di Dio. ~,' ordine
è l'esecuzione di un piano. L'unità dell'ordine viene duplicata ideal-
mente in causa ed effetto. La causa è il Dio della creazione, l'effetto
nel quale laG':msa si fa manifesta, è il mondo. Questa spiegazione
però è convincente' solo se ci si crede.
, Un-altro impedimento era costituito dai presupposti ontologici
del p~nsiero tradizionale e si combinava con lo scarso potenziale
analitico della scienza. Si parlava di tipi e di generi degli esseri vi-
venti, i quali dovevano essere trattati secondo lo schema essere/non-
e~sere,. Fin dall'antichità si conoscevano forme miste, più o meno
l~ggeJ?darie, raccolte sotto l'etichetta «mostri»; ma ad esse fu nega-
:, I

. . ì.'

2"Ques\~jèun'opinione molto più comune, Si veda, per esempio, J.W.S. Prin-


gle, Qn}he Parallel b~fween Learning und Evolufion, «Behaviour» 3 (1951), pp.
174c 215; Wàlter Buckley, Sociology and Modern Sysfems Theol'y, Englewood
Cliffs N. J, 1967, p: 50 s" 62 ss.; Gerd Pawelzig, Dialekfik del' Enfwicklung
objekfil'el' Sysfeme, Ber/in 1970, p. 135 ss,; Gerhard Lenski, Social Sfl'uclul'e in
Evolufiqnal'Y Perspecfil'e, in: Appl'oaches fo fhe Sfudy oJ Social Sll'ucful'e, a cura di
Peter Blall, London 1976, pp. 135-153.

170
to ogni valore d'ordine. In ogni caso esse avevano la funzione di
fornire la controprova dell'esistenza dell'ordine perfetto e dell'ar-
monia della natura: quando qualcosa non riesce, sembra come un
mostro. Quest'ordine delle specie, che concedeva alle lepri un nu-
mero sufficiente di figli per cui le volpi avessero qualcosa da man-
giare, non poteva essere spiegato in altro modo se non con il ricorso
alla teologia.
La teoria dell'evoluzione offre una alternativa che sembra sfuggi-
re ad ogni controllo: una vera sconvenienza teologica per il XIX se-
colo e per i successivi. Già il XVIII secolo, comunque, aveva inde-
bolito alcune premesse della spiegazione teologica. Al fine di evita-
re confusioni nella teologia dogmatica, adesso il creatore veniva
chiamato «provvidenza». E gli si dava tempo. Egli non aveva creato
tutto il mondo in un'unica volta. Continuava ancora a crearlo 3. Ma
non più mediante opere e miracoli, non più con «cenni della mano»,
ma con «mano invisibile». Allo stesso tempo si scoprì «la storia».
Da ultimo, il crescente potenziale analitico della ricerca geologico-
biologica - fu questo il problema di Darwin - mise in dubbio anche
la salda tipologia delle specie e dei generi. Da una parte era - e re-
stò - chiaro che le specie fissavano limiti rigorosi agli incroci. A
ciò corrispose un nuovo concetto di popolazione. D'altra parte,
però, la storia forniva in misura crescente indicazioni sulla variazio-
ne e sulla diversificazione delle specie. Anche per questo si impo-
neva la necessità di progettare la teoria dell'evoluzione come teoria
della storia. Alla fine, il coordinamento del tutto, .la possibile convi-
venza di ciò che è differenziato, sarebbe stato spiegato storicamente
- e non come risultato di una specifica intenzione 4. Proprio questo

3 .• CosÌ Johann George Sulzer, Ver:wch iiher die Gliickse/igkeit verstiindinger


Wesen (1754), ciI. da: Vermischte Phi/osophische Schri.ften, voI. I, Leipzig 1773,
rist. Hildesheim 1974, pp. 323-347. Del resto, già nel XVI secolo, sull'onda di una
crescente coscienza del progresso, si trova l'opinione secondo la quale Dio, anche
se non ha creato il mondo a poco a poco, lo fa conoscere, però, a poco a poco - co-
sÌ, da ultimo, avrebbe fatto con la stampa del libro, con le due Americhe e con l'ar-
tiglieria. Cfr. François de La Noue, Discours po/itiques et militaires, Basel 1587,
rist. Genf 1967, p. 520 ss. Secondo la concezione attualmente dominante, però, iI
rivolgimento subentra solo verso la metà del XVIII secolo. Cfr. Arthur O. Lovejoy,
The Great Chain of Being: A Study of the Hislory of an Idea, Cambridge Mass.
1936, p. 242 ss. (tr. il., La grande catena del/' essere, Milano 1981); Wolf Lepe-
nies, Das Ende del' Naturgeschichte: Wande/ kultureller Selhstverstiindlichkeiten in
den Wissenschaften des XVIll und XIX Jahrhunderts, Mlinchen 1976.
4. Su Darwin come «historical methodologist», Stephen Jay Gould, Evo/ution
and the Triumph of Hom%gy, or Why Histoly Matter.>, «American Scientist» 74
(1986), pp. 60"69.

171
rende la teoria dell'evoluzione interessante per la contemporanea
teoria della società. E infatti, adesso, al posto della «mano invisibi-
le» subentrano le forze della storia che agiscono in modo invisibile,
le trasformazioni subliminali dell'evoluzione, i motivi e gli interessi
latenti, che possono essere resi manifesti solo con l'aiuto di teorie
scientifiche.
Ma in che cosa consiste questa alternativa alle teorie della crea-
.I zione? In che cosa consiste esattamente l'architettura teorica di una
:
. i
.,
teoria dell 'evoluzione? È quasi un secolo che la biologia ha diffi~
; ]
coltà a intendere il complesso disegno della natu;'a/ se/eetion. Nella
misura in cui i profili dei sistemi entro i quali si svolge la vita di-
ventano sempre più chiari, la distinzione natural/artifieia/, che ori-
ginariamente aveva guidato Darwin, viene sostituita dalla distinzio-
ne tra' esterno/interno, mediante la quale il concetto della natura/
selection acquista il senso di selezione' esterna. Questo principio,
acquisito alla teoria della società, si fonde con le rappresentazioni
dei processi storici (al plurale o al singolare) che già si erano af-
fermate: e qui bisogna dire che nel XIX secolo si pensa la storia in
modo piuttosto fatalistico e non si parte più semplicemente dal pre-
supposto che «l'uomo fa lastpria».
Fin dal XVIII secolo questo problema si era trasformato nella
necessità di determinare modelli di fasi dello sviluppo storico. Chia-
miamo questi modelli: teorie dello sviluppo, anche se ci rendiamo
conto che, sulla base del senso del termine, la definizione non è del
l,! , tutto conseguente. Qui si tratta di una sorta di «operazionalizzazio-
ne». delle teorie del progresso " e infatti, come è possibile addurre
una prova empirica del progresso, se non mediante un confronto tra
, diverse fasi del processo storico? 5 L'unità della storia della società
" vienerieostruita come distinzione di epoche e tutto ciò che n~n vi si
ii'
ìli" àddice, viene aggregato ugualmente mediante il ricorso ad un con-
I
cetto che è capace di assorbire le anomalie: il concetto di
conteniporaneità del non-contemporaneo.
A ciò corrisponde l'idea della storia come processo. Quest'idea
ha assunto una forma vincolante nella filosofia della storia di Hegel.
:i Il fondamento dì quest'idea è la rappresentazione, sviluppata nella

5. Sul pianom~todologico, oggi si può usare una scala Guttman, la quale, però,
I
!' :
, non è mai stata applicata alla società nella sua totalità, ma solo ad ambiti specifici,
come la divisione del lavoro, la religione, l'ordinamento politico, il diritto. Per un pa-
norama complessivo, ,cfr. Robert L. Cameiro, Scale Analysis i El'olutionary Sequen-
C'es, and the Rating of Cultures, in: Handboookof Method)n Cliltural Anthropology,
i a cura di Raoul Naroll, Ronald Cohen, Garden City N.Y. 1970, pp. 834-971.
• I

J
172
temporalità, di una gerarchia delle attività inferiori e delle attività
superiori; mediante le distinzioni così date, la teoria può provare in
ciò che è diverso l'attività di ciò che è identico. Essa include - e si
esibisce e per questo fa esibizione di sé come metafisica logica - il
momento della negazione, mediante il quale ciò che è superiore per
sé e che torna in se stesso, comprende ciò che è inferiore, come in-
sufficiente, Come privazione, come dolore, come ciò che deve esse-
re superato. Esso scopre e realizza in questa negazione, come pro-
pria, la sua ·«libertà». In questo modo ciò che è superiore per sé tro-
va in sé una contraddizione e ha la scelta: o andare in rovina per la
contraddizione, oppure, come consiglia la filosofia, togliere la con-
traddizione. Per potersi, in questo modo, riflettere in sé, il principio
del divenire deve essere «spirito». Lo spirito si muove in virtù della
sua capacità di operare distinzioni fino a raggiungere la sua forma
finale «assoluta» nella distinzione-di-sé-in-sé.
Dopo Hegel nessuna teoria ha portato a questo compimento, per
cui tutte le teorie successive devono distinguersi da essa. Nelle
. scienze empiriche le quali, non essendo guidate da una particolare
tendenza dello spirito, lavorano utilizzando concetti di epoca otte-
nuti per via induttiva, l'idea di una unità del processo ha dato luogo
a numerose controversie che oggi non sono più attuali: alla caratte-
rizzazione (e poi, nat.uralmente, al rifiuto della caratterizzazione) di
questo processo come un processo continuo, unilineare, regolare,
necessario, . assolutamente orientato al progresso 6. Se la teoria
dell' evoluzione dovesse davvero determinare in questo modo il suo
oggetto, allora, una tale teoria andrebbe senz'altro respinta 7. Tutta-
via, alla base di tutto questo c'è una confusione che dovrebbe esser
c I facile superare con un minimo di cura concettuale.
i

6. A questo riguardo Spencer, che si era trovato al centro di queste controver-


sie, fu allo stesso tempo cauto e incauto. Si veda, per esempio, la critica di tali ipo-
tesi in: Principles oJ Sociology, voI. 1, 3. ed., London 1885, p. 93 ss. e poi First
Principles, 5. ed., London 1887, p. 517: «quell'evoluzione può finire solo quando
si raggiunge la più grande perfezione e la più completa felicità». Cento anni più
tardi possiamo pur sempre accettare tutto questo - naturalmente, con l'aggiunta:
allora l'evoluzione non finisce!
7. Molte controversie sulla teoria dell'evoluzione che, considerate in retrospet-
tiva appaiono inutili, sono state scatenate proprio per questo motivo. Si veda, per
esempio, L.T. Hobhouse, G.C. Wheeler, M. Ginsberg, The Material Culture and
Social lnstitutions oJ Simpler People: An Essay in Correlation, London 1915, risI.
1965, p. 1 ss. Anche la critica allo stile di queste controversie è già vecchia di
mezzo secolo. Cfr., per esempio, Leonhard Adam, Funetionalism and Neo-Fune-
tionalism, «Oceania» 17 (1946), pp. 1-25.

173
Il giudizio che si dà oggi su queste distinzioni di epoche è piutto-
sto scettico 8. Lo stesso giudizio vale anche per le teorie dei processi
evolutivi globali, che sono state ispirate, appunto, dai modelli
costruiti sulle distinzioni di epoche. Indipendentemente dalla valuta-
zione che si voglia dare di questi orientamenti teorici, è certo che
non si tratta, qui, di teorie dell'evoluzione. Nell'antropologia socia-
le e nella sociologia non si ammette ancora questo fatto evidente 9,
ma per rendersene conto agevolmente, basta osservare la situazione
della teoria a partire da Darwin. L~J~Qria dell.'evoluzione - per
quanto possa essersi ormai allontanata da Darwin - utilizza una di-
stinzione completamente diversa: essa non fa distinzioni tra epoche,
ma distinguI:.( trq vçnjqzione, $eleziofle e. ristabilizzazione.
, ,I Dopo queste precisazioni, non è affatto necessario sottolineare
ancora il fatto che la teoria QeU'ey()11l2jQne.ncm.~ llpa teoriadelprQ~ ,
,
",

gn<sso.Essa ammette, con atteggiamento ugualmente distaccato,


tanto l'emergenza di sistemi, quanto la loro distruzione. Darwin, pe-
raltro (anche se in modo non del tutto conseguente) si è rifiutato di
utilizzare espressioni come «superiore» o «inferiore» per caratteriz-
zare. le specie. Allo stesso modo non è plausibile che si continui a
considerare la specializzazione come una sorta di polo di attrazione
evolutivo che renderebbe possibile - non si sa come - la differen-
ziazione di competenze, ruoli, organizzazioni e sistemi sempre più
specifici. Evidentemente nella teoria dell' evoluzione è penetrata la
teoria economica della divisione del lavoro e della delimitazione
della concorrenza in virtù della corrispondente diversificazione dei
mercati: quella teoria poi è stata generalizzata, in particolare da
Spencer, fino. al punto da assumere la forma di una legge universale
della storia; ciò, soltanto al fine di provocare la teoria dell'evoluzio-
ne, e <li scoprire, poi, il vantaggio evolutivo di ciò che non è speci-
ficato. A queste idee non si può opporre un generico rifiuto: piutto-
sto è il caso di verificare se e fino a che punto sia possibile so-
stenerle con l'ausilio della teoria dell'evoluzione in senso stretto.
Queste riflessioni delimitano l'ambito della teoria dell' evoluzione
e quindi producono conseguenze che si riflettono sul tipo di spiega-

8.. Cfr. le discussioni riportate in: Epochenschwel/en und Epo.cflen~trukturen im


Diskurs .de,- Literatur- und Sprachhistorie, a cura di Hans Ulrich Gumbrecht, Ur-
sula Link-Heer, Frankfurt 1985, oppure in: Epochenschwelle und Epochenbewusst-
seifl (Po(!(ik und Hermeneutik, voI. XII), a cura di Reinh,art Herzog, Reinhart Ko-
selleck, Miinchen 1987.
,i:
'"I: 9,d~.laçritica puntuale di Marion Blute, Socipcultural Eyolutionism: An Un-
,
tried Theory, «Behavioral Science»24 (1979), pp. 46-59.·
'l'

174
zione che la teoria dell 'evoluzione intende dare. La teoria dell 'evo-
I
I luzione non fornisce alcuna interpretazione del futuro. Essa non
presuppone alcuna teleologia della storia né nella prospettiva di un
fine buono della storia, né di un fine cattivo. La teoria dell 'evolu-
zione non è neppure una teoria del controllo dell' evoluzione, cioè
una teoria capace di fornire indicazioni utili per risolvere la questio-
ne se si debba accettare l'evoluzione o se la si debba coneggere l0.
E allora possiamo dire che la teoria dell' evoluzione si occupa solo
della questione: come si possa spiegare il fatto che; in un mondo
che offre e mantiene sempre anche dell'altro, sorgano sistemi più
complessi, ed eventualmente: perché, poi, la fonnazione di quei si-
stemi non abbia successo. Per usare una formulazione molto sem-
plificata: si tratta di spiegare le trasfonnazioni della struttura.
Generalmente, a questo riguardo, si pensa a trasfonnazioni non
pianificate della struttura. Tuttavia, la teoria della pianificazione
non costituisce affatto una alternativa alla teoria dell'evoluzione. La
teoria dell' evoluzione si occupa anche dei sistemi che pianificano
se stessi. Essa parte dal presupposto - che poi non è lontano dalla
realtà - che i piani non possono detenninare lo stato nel quale il si-
stema si troverà in seguito ai piani stessi. In questo senso un piano,
quando si realizza, è un momento dell'evoluzione, in quanto già
l'osservazione dei modelli e delle buone intenzioni di coloro che
progettano il piano porta il sistema lungo un corso che non è previ-
I sto. A questo punto la teoria dell 'evoluzione direbbe che solo attra-
verso l'evolUzione si stabilisce quali saranno le strutture che ne
derivano.
, Se si vogliono comprendere le trasfonnazioni della struttura in
base all' evoluzione, si deve abbandonare l'idea secondo la quale le
strut.ture sono qualcosa di «stabile» a differenza di ciò che è «flut-
tuante». (Un osservatore può vedere certamente così; ma, se poi si
vuole sapere che cosa egli in questo modo vede come struttura, si
deve osservare l'osservatore). Le strutture sono condizioni che deli-

lO. Anche idee di questo genere vengono formulate talvolta con il principio
dell' evoluzione. Si veda, per esempio, l'idea di una «welfare-oriented evolutionary
theory» in Edmund Dahlstrom, Developmental Direction and Weifare Goals: Some
Comments on Functionalistic Evolutionmy TheOly about Highly Developed Socie-
ties, «Acta Sociologica» 17 (1974), pp. 3-21. L'aspetto innovativo di questa ver-
sione della teoria, se proprio glielo si vuoi riconoscere, consiste nel fatto che, non
vengono più date condizioni finali di natura statistica, ma vengono date delle varia-
bili, che devono indicare capacità di sviluppo, come: capacità di apprendimento;
mobilitazione delle risorse, adaptive upgrading.

, i,
175
I

I
,,'

i[

mitano l'ambito delle operazioni che sono capaci di raccordarsi,


cioè sono condizioni dell' autopoiesi del sistema. Esse non esistono
in astratto, non esistono indipendentemente dal tempo. Esse vengo-
no utilizzate - o non vengono utilizzate - allorché si compie il pro-
cesso nel quale continuamente si passa da un' operazione ad un' altra
operazione. Attraverso ripetizione in situazioni diverse, le strutture
condensano e confermano una ricchezza di senso che non soggiace
ad una esatta definizione; oppure le strutture vengono dimenticate.
\li:
"
Le strutture appaiono «stabili» (ad un osservatore) nella misura in
cui ci sono altre strutture che consigliano' la loro riutilizzazione Il.
Ma le strutture si reàlizzano sempre e solo nel fatto che forniscono
la direzione (delimitano l'ambito di possibilità) al processo nel qua-
le continuamente si passa da un'operazione ad un'altra operazione.
.'l', .• Ed è proprio questo riferimento alle operazioni (nel nostro caso,
" .
'! quindi: il riferimento alla comunicazione) che espone le strutture
della società all'evoluzione.
Diversamente da ciò che poteva pensare la teoria classica, non si
richiedono sforzi straordinari perché le strutture si trasformino no-
nostante la loro immanente stabilità. Esse possono diventare obsole-
te quando ad esse vengono preferite canalizzazioni diverse dei rac-
cordi operativi. Il loro uso può essere limitato a determinate situa-
zioni oppure può essere esteso a situaziòni nuove. L'evoluzione c'è
sempre e dOvunque.

2. Fondamenti di teoria dei sistemi

. Dopo Darwin, i recenti sviluppi della teoria dèll'evoluzione, sono


stati stjmolati prima di tutto dal fatto che gradualmente si è capito
in quale misura la teoria dell'evoluzione deve fare ricorso alle pre-
messe della teoria dei sistemi e dal fatto che, in questo modo, la
teoria dell'evoluzione è stata coinvolta nel dibattito sulle teorie dei
sistemi 12. Il XIX secolo aveva manifestato le sue preferenze per
una semantica della demografia, delle popolazioni, dell' ereditarietà.

11. Più avanti mostreremo che a questo scopo la forma della differenziazione
dei sistemi ha un significato particolare. Cfr. in generale il cap. IV.
. :
. , i
\'

, ,:
12.' Tra i biologi, in particolare Rupert Riedelha posto l'accento sulla necessità
I "
di chiarire le premesse della teoria dell' evoluzione che risiedono nella teoria dei si-
"'I",',
: sterni. Si veda: Die Ol'dnung des Lebendigen:' Systembedingungen del' Evolution,
, ,
Hambutg 1975; A Systems-analytical Approach lO Macro-EvolutionGl.)' Phenome-
na, «The Quarterly Review of Biology» 52 (1977), pp. 351-370.

176
,I,Il.\
Quanto più si faceva incerta la semantica della soggettività e della
libertà, tanto più acquistavano sicurezza la vita e la corporeità. Sen-
za questo sfondo non è possibile capire quale fosse l'interesse di
Darwin e, in particolare, quale fosse l'interesse delle ideologie nei
confronti di Darwin. Rispetto a questa situazione, la teoria dei siste-
mi impone astrazioni più nette, ma anche una maggiore precisione
nei concetti.
Riprendiamo, per questo, dapprima il nostro punto di partenza
generale: la teoria dei sistemi non si occupa di un particolare tipo di
oggetti; essa usa una determinata distinzione, cioè la distinzione tra
sistema e ambiente. Nella prospettiva della teoria dei sistemi, evolu-
zione non significa altro se non che: le trasformazioni della struttu-
ra, poiché possono essere effettuate solo all'interno del sistema (in
modo autopoietico), non si producono a discrezione del sistema, ma
devono affermarsi in un ambiente che il sistema stesso non può son-
dare, in ogni caso non può includere in sé attraverso una pianifica-
zione. La diversificazione evolutiva e l'incremento dei sistemi è al-
lo steso tempo una diversificazione e un incremento degli ambien-
ti 13. Solo la differenza tra sistema e ambiente rende possibile l'evo-
'(
luzione. In altri termini: nessun sistema può evolvere a partire da
sé. Se l'ambiente non evolvesse sempre in modo diverso dal siste-
ma, l'evoluzione avrebbe rapidamente fine in un «optimal fit» 14.
Prima di tutto, però, è da considerare che la differenza tra sistema e
i ambiente dà ad ogni trasformazione un effetto di moltiplicazione.
Essa trasforma un sistema e con questo, allo stesso tempo, l'am-
biente (rilevante o irrilevante) degli altri sistemi. Ogni trasformazio-
ne, allora, attiva con grande probabilità una molteplicità di serie di
effetti che, contemporaneamente, e quindi indipendentemente l'uno
l, dall'altro producono effetti, per i quali poi, vale lo stesso principio 15.
Il mondo diventa dinamico a partire da sé, proprio per la contempo-
raneità di ciò che accade e per l'impossibilità, che a ciò è connessa,
di procedere a coordinamenti. Solo su questo sfondo si può capire
quale ruolo abbia il «caso» nella teoria dell'evoluzione.

13. Su questo punto torneremo quando ci occuperemo della differenziazione dei


sistemi. .
14. Sul problema si trovano osservazioni puntuali in C. H. Waddington, The
Principles oJ Archetypes in Evolution, in: Mathematical Challenges to the Neo-
Darwinian Intelpretation oJ Evolution, a cura di Pau I S. Moorhead, Martin M.
Kaplan, Philadelphia 1967, pp. 113-115.
15. Questo era già stato visto chiaramente da Herbert Spencer. Cfr. il capitolo
«The Multiplication of Effects», in: First Principles, 5. ed. London 1887, p. 93 ss.
(tr. it., Primi principi, Torino 1905).

177
/

Se siçonsidera attentamente questo punto di partenza della teoria


della differenza, si vede quanto sia diventato obsoleto il vecchio di-
battito nel quale si discuteva quale fosse il peso relativo delle cause
esterne e delle cause interne (evoluzione esogena ed evoluzione en-
dogena). Non ha senso criticare da questo punto di vista il concetto
della <<natural selection» e pensare di poter avviare da qui uno svi-
luppo che porti oltre Darwin 16. Ancor meno convincente è la
manovra opposta 17, la quale si preoccupa di consigliare alla teoria
sociologica, che fino ad ora aveva privilegiato chiaramente le cause
interne, il ricorso al concetto di <<natural selection» e in questo sen-
so un orientamento alle cause esterne. Le asserzioni causali
presuppongono sempre una selezione e quindi una imputazione di
cause ed effetti, cioè un osservatore. Ma l'evoluzione non imputa e
neppure si osserva da sé.
A prescindere da queste questioni che devono essere chiarite·
rapidamente, la teoria dei sistemi -se si assume a fondamento il
programma di ricerca dei sistemi autopoietici operativamente chiusi
. - penetra fin nel profondo della teoria dell'evoluzione, anche sul
piano dej contenuti. Con l'aiuto della teoria dei sistemi autopoietici,
prima di tutto si può spiegare agevolmente il fatto che nei sistemi
esista un margine per sviluppi evolutivi delle strutture. L'autopoiesi
stessa pone solo requisiti minimali; nel caso del sistema della so-
cietà, per esempio, essa richiede solo che in generale si comunichi
in vista di ulteriore comunicazione. Questo, però, può accadere in

16.. Cfr., per esempio, Stephen Jay Gould, Darwinism and the Expansion oj
Evolutionary Theory, «Science» 216 (1982), pp. 380-387.
17. Così Anatol Rapoport, Mathematical, Evolutionary, and Psychological
Approaches to the Study oj Total Societies, in: The Study oj Total Societies, a cura
di Samuel Z. Klausner, Garden City N.Y. 1967, pp. 114-143 (133 ss.) vede la pos-
sibilità di allontanarsi dal principio darwiniano della <<natural selection» servendosi
del concetto di senso. In modo analogo anche Stephen Toulmin, Human Under-
standing, voI. l, Princeton 1972. Se si argomenta fermandosi più direttamente nel
contesto delle correnti principali della sociologia, allora impressiona piuttosto il
fatto che nelle teorie sullo sviluppo storico le cause esterne vengono trascurate
quasi ,del tutto. E questo è un fatto che viene criticato in misura crescente. Anthony
D. Smith, The Concepl oj Social Change, London 1973, p. 150 ss., vede qui il mo-
tivo della controversia tra storicismo ed evoluzionismo, mentre Bernhard Giesen,
Christoph Lau, Zur Anwendung Darwinisticher Erkliirungsstrategien in del' Sozio-
làgie, «Kalner Zeitschrift fUI.Soziologie und Sozialpsychologie» 33 (1981), pp.
229-256, e così pure Michael Schmid, TheoÌ'ie sozialen Wandels, Opladen 1982,
propqngqno un nuovo orientamento che si serve del concetto di <<natural selection»
esterna. Viene subito da chiedersi, però, se i'l assoluto, una tale distinzione possa
essere importante.

178
dipendenza da strutture molto diverse 18. Le strutture sono necessa-
rie, in quanto restringono il margine disponibile per opportune ope-
razioni di raccordo, in modo che si possa compiere il passaggio
continuo da operazione a operazione. Esse, si potrebbe anche dire,
sono riduzioni necessarie della complessità. Insieme a questa selet-
tività che caratterizza la formazione di strutture, tuttavia, è data
contemporaneamente anche la chance di sviluppi diversi. La neces-
sità di una selezione della struttura compatibile con l'autopoiesi
costituisce il fondamento - e questo non è che il risvolto dello stes-
so fatto - della chance di una evoluzione differenziale. I tipi di ope-
razioni autopoietiche e i tipi delle corrispondenti formazioni di si-
stemi - pensiamo alla vita, alla coscienza e alla comunicazione - so-
no, per così dire, scoperte singolari dell'evoluzione, le quali confer-
mano la loro validità sulla base del loro potenziale per lo sviluppo
di strutture. Questa conferma però consiste nella specificazione di
forme molto diverse che si costruiscono e si possono ulteriormente
specificare nel medium della necessità autopoietica. Questo accordo
tra autocontinuazione e formazione di strutture rende possibile e
impone l'evoluzione senza che ci sia bisogno di supporre una «na-
turai selection» o altri tipi di determinazione esterna della struttura.
Allo stesso tempo, si risolve una vecchia controversia cioè il di-
battitò sul più alto potenziale evolutivo di cui disporrebbe ciò che è
sottospecificato 19. Nella realtà non c'è alcuna riproduzione non-spe-
cifica. C'è però la differenza tra autopoiesi e determinazione della
struttura.
La nostra prospettiva ci contrappone in modo radicale al pro-
gramma di ricerca della sociologia. La determinazione genetica del-
la vita costituisce un punto di partenza incontestabile. Ma da ciò
non segue affatto che anche l'ordine sociale sia determinato su que-
sta base (anche se bisogna pur concedere che non potrebbe avere
stabilità un ordine sociale che pretendesse che gli uomini cammini-
no continuamente sulle mani anziché sui piedi). La determinazione
genetica della vita, piuttosto, viene compensata da un ordine dei si-
stemi sociali che si produce nella società e che è fornito di alti (si

18. Perciò Maturana distingue tra l'organizzazione autopoietica e le strutture di


un sistema. Noi, però, vogliamo evitare l'espressione «organizzazione» in questo
contesto, perché vorremmo introdurla in altro modo. .
19. Cfr., per esempio, E. D. Cope, The Primary Factors oJ Organic El'olution,
Chicago 1896, p. 172 ss.; Elman R. Service, Cultura I EI'olutionism: Theory in
Practice, New York 1971, p. 31 ss. per una interpretazione, e G. Ledyard Stebbins,
The Basis oJ Progressive Evolutiol1, Chapel Hill N. C. 1969, p. 121 per l'altra.

179
potrebbe dire: più alti?) gradi di libertà. Quest'ordine, poi, sviluppa
determinazioni della struttura che hanno tipi propri.
Se queste riflessioni permettono di spiegare la connessione che
esiste tra teoria dei sistemi e teoria dell'evoluzione, per altri aspetti,
la teoria dei sistemi autopoietici operativamente chiusi, incorre ,in
una flagrante contraddizione con il comune modo di pensare della
teoria dell'evoluzione. Come deve evolvere un sistema della società
operativamente chiuso, un sistema che non può utilizzare le proprie
operazioni né per cominciare né per cessare, ma: o opera in modo
autopoietico oppure non opera? Come può sorgere gradualmente un
sistema della società? Per le situazioni di transizione non c'è una
vita «a metà», non c'è un «poco» di comunicazione. Un essere vi-
vente vive o non vive. La comunicazione ha luogo o non ha luogo.
Il concetto rìchiede questa durezza senza compromessi 20.
Prima di lutto è il caso di ricordare che tutti i sistemi autopoietici
effettuano·lè loro operazioni sempre nel loro presente che di volta
in volta è attuale. Anche la rete ricorsiva delle operazioni ha luogo
nel 'presente sulla base delle condizioni e delle possibilità di raccor-
~ ,! do che sono disponibili al presente. Per l'operazione Ce questo vale
anche per la comunicazione, se deve essere una operazione auto-
poietica), allora, non c'è mai un inizio, perché il sistema, per poter
riprodurre le sue operazioni a partire dai suoi propri prodotti, deve
sempre aver già avuto un inizio, e allo stesso modo non c'è mai una
fine, perché ogni ulteriore operazione viene prodotta in vista di ul-
teriori operazioni 21. Solo un osservatore Ce quest' osservatore può
essere lo stesso sistema) può fissare un inizio e una fine, se pone a .
fondamento della sua osservazione una corrispondente costruzione

20,- Proprio a q~esto problema reagisce Gunther Teubner ricorrendo ad un inde-


bolimento della durezza del concetto di autopoiesi in: Hyper:yklus in RechI lInd
Organisalion: lllm Verhiilrnis \'on Selbslbeobachlllng. Selbslkonslillllion lInd AlIlo- .
poiesis, in: Sinn. Kommllnikalion IInd So:iale Differen:iel'l/ng: Beilriige :1I LlIh-
manns Theorie so:ialer Sysleme, a cura di Hans Haferkamp, Michael Schmid,
Frankfurt 1987, pp. 98-128. Analogamente, per la biologia, Gerhard Roth, AuIO-
poiese IInd Kognilion: Die Theorie H.R. Mafllranasllnd die NOhl'endigkeil ihrer
WeilerenMicklllng, in: Sysleme erkennen Sysleme: /ndil'idllelle, so:iale lInd melho-
dische Bedingllngen syslemisc!Jèr Diagnoslik, a cura di Glinther Schiepek, Mlin-
chen 1987, pp. 50-74 (57 s.). L'esposizione che abbiamo fatto nel testo cerca un'al-
tra via d'uscita.
21. Quando tratteremo delle interazioni, che sono costruite come episodi, torne-
remo anèòra su questa questione e mostreremo che l'episodizzazione è possibile
solo con l'ausilio della distinzione tra interazione·e società, cioè solo in una società
che, a sua volta, sia senza fine. Cfr. il cap. IV.

I" i ~
l!
18.0
I I.
del prima/dopo. Ma quando il sistema opera e quando ha costruito
sufficiente complessità, in modo da poter descrivere se stesso nella
dimensione temporale, può «posticipare» il suo inizio.
Di conseguenza, nella misura in cui vi partecipino sistemi
autopoietici, l'evoluzione non può essere intesa come un semplice
incontro di singol~rità, dove ciò che già esiste rende possibile che si
aggiunga qualcosa che, senza questo presupposto non sarebbe stato
possibile. Noi non possiamo escludere del tutto un cosiffatto proces-
so, ma solo così non sarebbe possibile spiegare la velocità dell' evo-
luzione. I sistemi autopoietici rendono possibile l'evoluzione, ed
esattamente rendono possibile una evoluzione veloce, per il fatto che
essi si chiudono sulla base delle proprie distinzioni e per il fatto che
essi in questo modo possono reclutare i loro propri presupposti tutte
le volte che, a questo fine, è sufficiente l'ambiente che esiste con-
temporaneamente. La dimensione temporale non è comunque uno
schema sistema/ambiente nel senso che i sistemi esistono neltempo
e che passato o futuro costituiscono il loro ambiente 22. La differenza
sistema/ambiente può essere osservata esclusivamente nella dimen-
sione materiale. L'osservatore può certamente pensarla come conti-
nuata nel passato o nel futuro e può rappresentarsi quindi un inizio e
una fine - anche questo, però, è possibile solo come operazione pre-
sente, contemporanea del rispettivo ambiente.
È chiaro, allora, che così - rispetto a un pensiero «oggettivo» del
tempo - la questione si sposta. I sistemi autopoietici possono sorge-
re quando si producono dei presenti nei quali può essere attivata
una riproduzione ricorsiva. Ciò naturalmente non è possibile sulla
base di una qualsiasi preistoria. Perché si possa riconoscere ciò che
deve esistere come premessa, è necessario indicare con sufficiente
precisione l'operazione autopoietica. Così, per esempio, si attiva co-
municazione (e quindi società) tutte le volte che nell'osservazione
(che così diventa «comprensione») si può distinguere tra atto del
comunicare e informazione. Questo è possibile già ad un livello'
pre-linguistico, ma il linguaggio impone con forza questa distinzio-
ne al punto che colui che comprende, allorché parla egli stesso, può
basarsi proprio sullo stesso meccanismo che gli rende possibile la
comprensione. Così si instaura una chiusura ricorsiva che non uti-
lizza nessun elemento che provenga dall'ambiente, ma lavora con

22. Ciò viene detto solo raramente con chiarezza sufficiente. Si veda, però,
Anthony Giddens, Time and Social Organization, in: id., Social Theory and Mo-
dern Society, Cambridge England 1987, pp. 140-165, che riprende Heidegger.

181
una distinzione emergente. In modo altrettanto facile si può provare
che anche la coscienza si riproduce con l'ausilio di tali ricorsi 23.
Questa «esclusività» del linguaggio presenta dei vantaggi che so-
no rilevanti proprio nel rapporto del sistema con l'ambiente. Essa
permette al sistema di aderire ad un ambiente continuamente mute-
vole; essa cioè non rende possibile solo un unico adattamento delle
strutture del sistema rispetto a situazioni durevoli o ricorsive
dell'ambiente, ma (come accade già per la capacità visiva degli or-
ganismi) una adesione temporanea rispetto a situazioni temporanee
sulla base di condizioni strutturali che sono date solo nel sistema e
non nell'ambiente 24. E allora, tutti i sistemi parziali che si sono co-
i
'1l' ., stituiti nella società possono specializzarsi nella percezione di parti-
colari opportunità. Non è più possibile, perciò, determinare in modo
oggettivamente univoco quando abbia avuto «inizio» l'evoluzione
di questa condizione: piuttosto, una tale cesura viene continuata nel-
lo stesso sistema, come se si fosse trattato di un evento al quale il
sistema chiuso deve la sua esistenza e i suoi criteri. Solo un osser-
vatore particolarmente attrezzato potrà porre la questione: quali so-
no le premesse, quali le precondizioni che rendono possibile e favo-
riscono la chiusura? E potrà fornire una risposta in ragione delle
sue possibilità conoscitive.
Se la costruzione di sistemi autopoietici ha successo, questo
procedimento di base può subire molteplici variazioni. La chiusura
di uno strato sociale della nobiltà può avvenire attraverso l'endoga-
mia o attraverso altri meccanismi - il sistema, però, può chiudersi
solo se è possibile riconoscere le famiglie che devono essere prese
in considerazione a questo fine. La differenziazione di un sistema
del diritto presuppone l'esistenza di un certo numero di eventi con-
troversi e di eventi risolutivi di controversie, rispetto ai quali si pos-
sono riconoscere le regole della prassi ulteriore, anche se, ciò che
poi rest~ nel ricordo, non si era svolto affatto nel senso della
applicazione di regole. La scienza può costituirsi come specifico si-
stema autopoietico quando sono già disponibili quantità sufficiente-
mente grandi di sapere che poi si possa controllare criticamente al

23. Dopo l'incidente si sa che cosa si è vissuto e perché ci si è comportati nel mo-
do in cui ci si è comportati, come se tutto si fosse svolto sotto un controllo cosciente;
oppure si sa (ma si sa!) che non ci si può ricordare con sufficiente chiarezza.
?4. Su ciò Donald D. Campbell, Neurological Embodiments of Belief and the
Gaps in the.Fit of Phenomena to NOilmena, in: Naturalistic Epistemology, a cura di
AbnerShimony, Debra Nails, Dordrecht 1987, pp. 165-192 (175).

182
fine di stabilire se si tratti di sapere vero o falso 25. Le prime monete
c non furono coniate ai fini dello scambio, ma servivano come unità
di calcolo nei contesti dell'economia domestica. Quando si rese di-
sponibile una quantità sufficientemente. grande di tali monete e lo
sviluppo di una economia di scambio raggiunse un limite al quale
rischiava il ristagno per il problema della ricerca dei beni idonei ad
essere scambiati con quelli offerti, si poté differenziare una econo-
mia monetaria - per quanto, all'inizio, la portata e la complessità
degli affari possa essere stata scarsa. Oppure, per concludere con un
esempio tratto dagli inizi dell' età moderna: lo stato, che si differen-
zia in virtù del principio della sovranità, presuppone strutture di do-
minio di vecchio tipo; poi, in retrospettiva, intende quelle strutture
in modo del tutto nuovo - come se una concentrazione sovrana del
diritto ci fosse sempre stata e come se soltanto gli abusi della no-
biltà avessero portato alla rovina il vecchio sistema 26. Con la pro-
clamaziony dello stato sovrano, in particolare nella Francia della se-
conda metà del XVI secolo, si mettono al lavoro' gli storici. Il pre-
sente ha bisogno di un passato che gli si adatti.
";;;-
Le nostre analisi mostrano che il problema dell 'inizio graduale di
un sistema della società può essere risolto solo se si rivede il con-
cetto di tempo che sta alla base. Trasformazioni altrettanto decisive,
poi, sono necessarie al fine di adattare il concetto di adattamento.
, c

Già nella teoria dell'evoluzione che andava oltre Spencer e


Darwin si erano manifestati forti dubbi sul fatto che, in virtù di una
<<natural selection», si sceglierebbero per la sopravvivenza i sistemi
che si fossero meglio adattati (oppure: i sistemi che meno di tutti si
fossero male adattati) 27. E inoltre una certa irritazione scaturiva dal
fatto che alcune specie di esseri viventi possano esistere per milioni
di anRi senza trasformarsi, mentre altre specie evolvono sotto la

25. Cfr. per questo caso G.E.R. Lloyd, Magie, Reason and Experienees: Stu-
dies in the Grigin and Development oj Greek Seienee" Cambridge England 1979:
una esposizione dello sviluppo della scienza in Grecia, che può essere bene inter-
pretato sotto le premesse teoriche che abbiamo presentato nel testo, per quanto non
sia stato affatto concepito in relazione a questo problema.
26. Si veda, per un esempio istruttivo, che riguarda la giurisdizione locale,
C.L.P.. (Charles Loyseau, Parisien), Diseours de [' abus des iustiees de viliages,Pa-
ris 1603.
27. Cfr. Gould, op.cit. (1982); Richard M. Burian, Adaptation, in: Dimensions
oj Darwinism, a cura di Marjorie Green, Cambridge England 1984, pp. 287-314.
Una critica diffusa finisce col rimproverare la tautologia: adattamento=sopravvi-
venza=adaUamento; questo rimprovero, però, si può eliminare .
.'c
<
183
pressione dell'adattamento 28. E ancora: in moltissimi casi - e per la
teoria dell'evoluzione è essenziale poter dare Ulia spiegazione a
questo criterio - si ha il fatto che c'è adattamento ancor prima che
cene sia bisogno. Così, già prima della scoperta del DDT'c'eral)O
insetti che vi si erano adattati, e che perciò poterono sopravvivere
alla scoperta 29. Tuttavia solo la teoria dei sistemi autopoietici co-
stringe ad effettuarè una revisione del vecchio apparato concettuale.
Per questa teoria, l'essere adattato è un presupposto, non un risulta-
to dell'evoluzione; e poi può essere un risultato tutt'al più nel senso
che l'evoluzione, quando non può più garantire l'essere adattato, di-
strugge il suo materiale 30. Adesso l'onere della spiegazione ricade
sul concetto di «accoppiamento strutturale», nel senso che attraver-
so l'accoppiamento strutturale è sempre garantito un adattamento
sufficiente per la continuazione dell'autopoiesi. La capacità di mo-
vimento degli esseri viventi si armonizza con la forza di gravità che
è data sulla terra. Con questo, però, non è detto ancora, in quali for-
me venga usata questa occasione: Se in quanto dinosauri o in quanto
insetti. Così pure la comunicazione sociale dipende per molti aspetti
(per esempio, per quanto riguarda la sua possibile velocità) dall' ac-
coppiamento strutturale con i sistemi della coscienza, senza che in
questo modo sia determinato che cosa viene comunicato e in che
modo il sistema autopoietico della società segna il confine che lo
separa dall'ambiente. Dall'evoluzione, allora, non c'è da aspettarsi
un sempre migliore adattamento dei superstiti: basta volgere lo
sguardo ai problemi ecologici della società moderna per accorgersi
che questa ipotesi è priva di ogni plausibilità. Proprio perché sono
sistemi operativamente chiusi i sistemi autopoietici dispongono di
un largo margine per lo sviluppo di strutture che risultano compati-
bili con l'autopoiesi. È così che, in virtù dell 'essere adattato posso-
no sorgere inadattabilità sempre più audaci - fino a che non venga
interrotta la continuazione dell' autopoiesi stessa .
. In connessione con queste riflessioni può essere rideterminato il
significato che ha il concetto di complessità per la comprensione

28. Qui inizialmente era stato d'aiuto il concetto di «nicchia» evolutiva; questo,
però, sposta solo il problema, perché così acquista un significato centrale per la
teoda la distinzione nicchia / non- nicchia.
29. L'esempio si trova in Theodosius Dobzhansky, Chance and Creati\'ity in
Evolution, in: Studies in the Philosophy of Biology: Reduction and Related Pro-
hlems,a cura di Francisco Jose Ayala, Theodosius Dobzhansky, London 1974.
30. Cfr. Humberto R. Maturana, Francisco Varela, El arhol del conocimiento,
Santiago de Chile 1984, in particolare p. 7lss.

184
dell'evoluzione. Il vecchio principio, secondo il·quale l'evoluzione
sarebbe un processo che porta da rapporti semplici a rapporti com-
plessi, non è sostenibile per il semplice fatto che non esistono' rap-
porti semplici; ma poi anche per il fatto che, come è evidente, anco-
ra oggi coesistono sistemi meno complessi e sistemi più complessi,
in quanto gli uni non sono stati sostituiti dagli altri (in virtù di una
loro «migliore» capacità di adattamento). Quando si trovano indica-
zioni di direzione di questo tipo, si tratta di autodescrizioni sempli-
ficanti della società moderna: tuttavia, specialmente per questa so-
cietà, tali descrizioni sono anche plausibili, perché essa ormai è. co-
munque solo un unico sistema globale e non sopporta in sé o accan-
to a sé società. «semplici». L'evoluzione stessa non ha bisogno di
indicazioni di direzione. Essa comunque non è un processo orienta-
to ad un fine.
In ogni caso la teoria dell'evoluzione è senz'altro compatibile
con l'osservazione che sistemi altamente complessi vengono distrut-
ti o cessano di esistere; che. essi spesso dispongono di una scarsa
capacità evolutiva e che non è raro che l'evoluzione sostituisca co-
struzioni altamente complesse con semplificazioni superiori 31. La
tesi secondo la quale nel corso dell' evoluzione la complessità
sarebbe in continuo incremento è insostenibile in particolare in rela-
zione al linguaggio 32. Tuttavia, nonostante tutte queste obiezioni,
r..on si può contestare il fatto che nel corso dell'evoluzione si effet-
tuino tests della complessità e che si arrivi alla costruzione di siste-
mi più complessi accanto ad altri meno complessi. La complessità è
un prodotto epigenetico del modo in cui operano i sistemi autopoie-
tici 33. Essa, a condizioni che dovremo chiarire più oltre, permette
maggiori (o «più deboli») accoppiamenti strutturali tra sistema e

31. Chi resta legato alla tesi secondo la quale l'evoluzione è un processo di cre-
scita della complessità, deve indicare questo fenomeno, di conseguenza, come «de-
volution». Si veda Charles Tilly, Clio and Minerva, in: Theoretical Sociology: Fer-
spectives and Developments, a cura di John C. McKinney, Edward A. Tiryakian,
New York 1970, pp. 433-466. Noi preferiamo piuttosto delimitare la stessa tesi.
32. Cfr., per esempio, Joseph H. Greenberg, Essays in Linguistics, New York
1957, p. 56 ss.
33. Su altre basi teoretiche anche i biologi accentuano il fatto che la comples-
sità viene prodotta epigeneticamente ma che l'effetto reale dell'evoluzione consiste
nella costruzione di strutture di sistemi. Si veda G. Ledyard Stebbins, Adaptive
Shifts and Evolu/ionary Novelty: A Composi/ionist Approach, in: Studies in the
Philosophy oJ Biology: Reduction and Re/a/ed Problems, a cura di Francisco Aya-
la, Theodosius Dobzhansky, London 1974, pp. 285-306 (302 ss.). Cfr. anche id.,
The Basis oJ Progressive Evolution, Chapel Hill N.C. 1969.

185
( ambiente e di conseguenza rende possibili più differenziate irritabi-
lità del sistema. Ma la complessità stessa non può costituire mai un
criterio di selezione Ca questo fine essa è troppo complessa) 34. In
particolare, allora, si deve sempre chiedere «che genere di situazio-
ni darebbe un valore selettivo positivo ad una accresciuta comples-
sità o ad una complessità diminuita» 35, e poiché sono entrambe
possibili, nel corso dell'evoluzione si perviene anche alla costruzio-
ne di sistemi altamente complessi.
Da ultimo è necessario reintegrare nella teoria dei sistemi anche
il concetto, forse più importante, ma comunque più scandaloso, del-
la teoria dell'evoluzione: il concetto di caso.
, È facile dire ciò che non si intende con quel concetto: esso non
serve a negare la. causalità; non dice: ciò che accade è privo di cau-
se. Noi non attribuiamo al concetto alcun significato nel senso della
teoria della causalità: procedendo ad una astrazione estrema, possia-
mo parlare de,l caso come di un concetto-limite della teoria della
differenza. Caso; allora, significa che la determinazione di una parte
di una distinzione non dice nulla per la determinazione dell' altra
parte. Così Hegel intende il concetto di caso e, analogamente, il
concetto opposto di necessità. A noi è sufficiente una versione più
ristretta, riferita alla distinzione tra sistema e ambiente: intendiamo
per «caso» una forma della connessione di sistema e ambiente che
si sottrae alla sincronizzazione (e quindi anche al controllo, alla «si-
stelllatizzazione») attraverso il sistema. Nessun sistema può consi-
derare tutte le causalità; la loro complessità deve essere ridotta. De-
terminati contesti causali vengono osservati, aspettati, adoperati pre-
ventivamente, normalizzati - altri vengono abbandonati al ~aso. In
altre parole, l' «irregolarità» del caso non è un fenomeno del mondo
e di conseguenza non ha neppure molto senso riportarla nella di-
scussione su determinismo/indeterminismo. Essa presuppone una
referenza del sistema, perché solo così un osservatore può dire per
chi qualcosa è un «caso».
Integriamo questa caratterizzazione piuttosto negativa del concet-
to di caso con una caratterizzazione positiva. Caso è la capacità di
un sistema di usare eventi che non possono essere prodotti e coordi-

. 34; Questo vale già per l'evoluzione fisico-chimica e a maggior ragione per
quella organica. Cfr. Melvin Calvin, Origin of Life in Earth and Elsewhere, in: The
Logic of Personal Knowledge: Essays Presented to Michael Polanyi, London 1961,
pp. 207-231 (214).
35, Così Rièhard Levins, Evolution in Changing Environments: Some Theoreti-
cal Explorations, Princeton 1968, p. 6.

186
,I,
l,
nati dal sistema stesso (cioè non possono essere prodotti e coordina-
ti nella rete della sua autopoiesi). Considerati così, i «casi» sono pe-
ricoli, chance, occasioni. «Usare il caso», allora, può significare: ri-
cavare dal caso effetti strutturanti con l'ausilio di operazioni proprie
del sistema. Commisurati alle strutture esistenti, gli effetti possono
essere sia costruttivi che distruttivi (nella misura in cui, in assoluto,
sia possibile, a lungo termine, fare una tale distinzione). Comunque,
l'osservazione dei «casi» allarga la capacità di elaborazione delle
informazioni di cui dispone il sistema e così corregge, nella misura
del possibile, la ristrettezza che presentano le formazioni della sua
struttura, senza rinunciare, con questo, ai vantaggi che questa stret-
toia offre all'orientamento.
Le determinazioni alle quali siamo pervenuti, naturçtlmente, nOn ci
dicono ancora come tutto ciò accada: su tutto questo nella teoria dei
sistemi si hanno delle idee molto generali. Il principio dell' «order
from noise» è una di quelle idee 36; l'idea che gli accoppiamenti
strutturali canalizzano le irritazioni, è un'altra. La teoria dei sistemi,
così, è predisposta ad accogliere la teoria dell' evoluzione. Ma que-
sto, naturalmente, non spiega ancora come sia possibile l'evoluzione.

3. La teoria neo-darwinista dell'evoluzione


L'autonomia della teoria dell' evoluzione consiste nell' autonomia
delle distinzioni con cui essa opera. A partire da Darwin si parla di
variazione e selezione. Ma, poiché la selezione agisce a doppio ta-
glio rispetto a ciò che esiste, in quanto o lo protegge dalla variazio-
ne, oppure lo trasforma, per quest'ultimo caso abbiamo bisogno di
un ulteriore concetto. Parleremo di ristabilizzazione. Come insegna
la nostra teoria generale, con questi concetti vengono indicate delle
forme, cioè delle distinzioni: ciò dovrebbe essere immediatamente
evidente proprio in questo caso. Variazione non significa semplice-
mente trasformazione (perché ciò costituirebbe già l'evoluzione),
ma produzione di una variante per una possibile selezione. Allo
stesso modo, nel contesto della teoria dell'evoluzione, selezione
non indica il semplice fatto che qualcosa accade così-e-non-diversa-

36. Cfr. Reinz von Foerster, On Self-Organizing Systems and Their Environ-
ments, in: Self-Organizing Systems: Proceedings of an Interdisciplinary Conferen-
ce, a cura di Marshall C. Yovits, Scott Cameron, Oxford 1960, pp. 31-48; Renri
Atlan, Entre le cristal et la fumée, Paris 1979 (tr. it., Tra il cristallo e il fumo, Fi-
renz~ 1986).

187
mente: il concetto indica la selezione che si effettua in seguito ad
una variazione che si è prodotta nel sistema. Si tratta, allora, di con-
cetti corrispondenti che non trovano applicazione al di fuori della
teoria dell'evoluzione: ed è proprio questo immanente riferimento
della sua distinzione"guida che conferisce al concetto di evoluzione
la sua forma.
Mentre i modelli che usano il concetto di «fase» spostano la
differenza nella semplice successione, per cui possono descrivere il
processo storico solo come l'unità di queste differenze, la teoria
dell 'evoluzione presuppone che la differenza si produca proprio nel
corso del tempo e perciò può far diventare riflessivo il principio
della differenza. Indipendentemente dal modo in cui opera empiri-
èamente, la va~iazione produce una differenza: cioè, a differenza di
ciò che fino a quel momento è consueto, produce una deviazione.
Questa differenza costringe ad operare una selezione - o contro o in
favore dell'innovazione. La selezione a sua volta, se sceglie il nuo-
vo, impone nel sistema innumerevoli movimenti di adattamento e di
delimitazione. Le distinzioni della teoria dell' evoluzione, allora, in-
dicano differenze che processualizzano differenze: è proprio questa
struttura che rende inutile parlare di uno scopo finale dell' evoluzio-
ne o di una legge dei movimenti storici.
La concettualità su cui ci siamo sofferinati, formula il punto di
partenza di una teoria generale dell' evoluzione che, però, prescinde
ancora del tutto dalla questione: quali tipi di sistemi possano effet-
tuare una separazione di queste funzioni evolutive. Si può trattare
tanto di sistemi viventi, quanto anche di società 37. Tutte le volte che
si applica la teoria dell'evoluzione, perciò, si deve determinare pri-
ma di tutto la referenza del sistema 38. Se si tratta della società, allo-
3'7. Con ciò dovrebbe esser chiaro ~ ma, per precauzione, preferiamo sottoli-
nearlo .in considerazione dei numerosi fraintendimenti e delle fàlse interpretazioni -
che qui non sussiste alcun argomeflto per analogia, né in una direzione, né nell'al-
tra. Cioè: dal fatto che esiste una evoluzione dei sistemi viventi, non si può trarre
la conclusione che ci debba essere una evoluzione dei sistemi sociali. Ad una tale
conclusione, al massimo, potrebbero arrivare quelle teorie che pensavano che la so-
cietà fosse costituita da esseri viventi. . .
38.. Il fatto che ciò non venga tenuto in sufficiente considerazione ha scatenato
il dibattito sulla «sociobiologia». Si può fare a meno di questa controversia, senza
per questo dover contestare che le determinazioni genetiche, cosÌ come altri fattori
dell'ambiente, possono agire anche sulla società, possono irritare lacorriunicazio-
ne. Nella referenza del sistema dei sistemi viventi si può considerare la «cultura»
come continuazione della vita con altri mezzi (che sarebbero comunque: sospetti),
oppure la si può considerare come compOltamento appreso (a differenza del com-
portamento geneticamente fissato). Si veda, per esempio, John Tyler Bonner, The

188
ra, tutti i sistemi viventi appartengono all'ambiente del sistema. In
modo corrispondente si potrebbe distinguere già il modo in cui va-
riazione, selezione, ristabilizzazione vengono isolate e si realizzano
separatamente. Riguardo all'evoluzione degli esseri viventi si po-
trebbe pensare qui a diversi tipi di sistemi - a cellule geneticamente
programmate, come oggetto della variazione, alla sopravvivenza de-
gli or'ganisini, come oggetto della selezione e a popolazioni econo-
micamente stabili, come oggetto delle ristabilizzazioni. Per questo
tipo di garanzia della separazione manca nell' evoluzione sociale
qualsiasi punto di sostegno. Già il medium senso, con la sua im-·
mensa capacità di produrre rimandi e collegamenti rende improba-
bile un tale isolamento delle funzioni evolutive ai diversi livelli del
sistema 39. Ma, se non in questo modo, allora, come vengono sepa-
rate, qui, variazione, selezione e ristabilizzazione?
Nelle scienze sociali, nella misura in cui hanno accolto lo schema
di Darwin, una tale questione non è stata affatto posta e tanto meno
sì è potuto darle una risposta soddisfacente 40. Noi proponiamo di ri-
ferire le diverse componenti dell'evoluzione alle diverse componen-
ti dell'autopoiesi, e precisamente, nel modo che segue:

l. Attraverso la variazione vengono variati gli elementi del sistema,


cioè le comunicazioni. La variazione consiste in una riproduzione
deviante degli elementi attraverso gli elementi del sistema, in al-

Evo/ution oj Culture in Anima/s, Princeton N.J. 1980. Tutto ciò può anche permet-
tere di acquisire idee «antropologicamente» interessanti; tuttavia non autorizza af-
fatto a trarre conclusioni sulla evoluzione sociale:
39. Questa considerazione portaI
alcuni ad obiettarè che nelFevoluzione sociale
non sarebbe assolutamente possibile distinguere variazione, selezione e ristabilizza-
zione, -perché l'una si presenta solo in un riferimento fornito di senso rispetto
all'altra. Questo però vale, in generale, per i rapporti di senso e non esclude evi-
dentemente distinzioni fomite di senso.
40. Esempi più vecchi sono: Albert G. Keller, Societal Evolution: A Study oj
The Evolutionary Basis oj the Science oj Society, 2. ed. New Haven 1931; V. Gor-
don Childe, Socia/ Evolution, London 1951. Poi, principalmente: Donald T. Camp-
bell, Variation and Selection Retention in Socio-cultural Evolution, «Generai Sy-
stems» 14 (1969), pp. 69-85; Robert A. LeVine, Culture, Behavior, and Persona-
lity, Chicago 1973, p. 101 ss.; Howard E. Aldrich, Organizations and Environ-
ments, Englewood Cliffs N.J. 1969, p. 26 ss.; John Langton, Darwinism and the
Behavioral Theory oj Sociocultural Evolutioi1: An Analysis, «American Journal of
Sociology» 85 (1979), pp: 288-309; Christoph Lau, Gesellschajtliche Evolution
als kollektiver Lernprozess, Berlin 1981. Uno sguardo su questa letteratura mostra
che le possibilità di specificazione che la teoria dei sistemi potrebbe offrire non
vengono utilizzate.

189
tre parole: essa consiste in una comunicazione inaspettata, sor-
prendente.
2. La selezione interessa le strutture del sistema; qui, allora, le
aspettative che guidano la comunicazione. Sulla base di una co-
municazione deviante la selezione sceglie quei riferimenti di sen-
so che promettono di avere un valore di costruzione di una strut-
tura, che sono idonei per un uso ripetuto, che possono produrre
l'effetto di costruire e di condensare aspettative; la selezione, poi,
in quanto imputa la deviazione alla situazione, o la abbandona
all'oblio o, persino, la rifiuta esplicitamente, respinge quelle in-
novazioni che non sembrano essere idonee a fungere da struttura,
cioè che non sembrano essere idonee a fungere come direttiva
per l'ulteriore comunicazione.
3. La ristabilizzazione interessa formazioni di sistemi che ad alcune
innovazioni assicurano durata e capacità di resistenza. Qui si trat-
ta prima di tutto dello stesso sistema della società in rapporto al
suo ambiente. Si pensi, per esempio, al primo sviluppo di un'eco-
nomia agraria e alle conseguenze che ne scaturiscono e che nel
sistema sociale della società devono essere «capaci di formare un
sistema». Nel corso dell'ulteriore evoluzione della società, poi, la
funzione di ristabilizzazione si sposta sempre di più sui sistemi
parziali della società, che devono riuscire ad affermarsi nell' am-
biente interno della società. A questo punto, il problema sarà, in
ultima istanza, la stessa possibilità di mantenere la differenziazio-
ne dei sistemi della società.

Gli elementi, le strutture e l'unità del contesto di riproduzione so-


no componenti necessarie di un sistema autopoietico. Non ci sono
.
elementi senza sistema, non c'è . sistema senza elementi, ecc. Una
vqlta che questa condizione sussista, ci si chiede allora come sia
possibile, in assoluto, l'evoluzione, dato che essa presuppone un ri-
corso a queste singole componenti che sia differenziato secondo va-
riazione, selezione e ristabilizzazione. Con questa domanda rico-
struiamo, allo stesso tempo, la tesi dell'improbabilità di tutta l'evo-
hizione e la tesi dell 'improbabile probabilità delle forme dei sistemi
che sono state prodotte dall'evoluzione.
Già dal concetto di sistema autopoietico si ricava che queste
èomponenti della costruzione dei sistemi e dell'evoluzione stanno tra
lOro in un rapporto circolare. La distinzione di variazione, selezione e
ristabilizzazione. suggerisce certamente una sequenza temporale, ed
essa è intesa anche in questo senso. È ugualmente corretto, però, pen-

190
sare che la variazione presuppone già una stabilità o, se si vuole, una
riproduzione normale. Solo il concetto di selezione - e in ciò si rivela
la sua posizione chiave nel concetto di evoluzione - non può indicare
l'inizio o la fine di un episodio dell'evoluzione. Con la selezione un
sistema autopoietico non può né cominciare né finire una trasforma-
zione della struttura. Operando una rozza semplificazione, perciò, si
può definire l'evoluzione anche come selezione della struttura e, se si
considera che le strutture guidano la selezione delle operazioni, si può
definire l'evoluzione come selezione di selezioni 41.

4. Variazione degli elementi

Nella letteratura sociologica manca fino ad ora una spiegazione


soddisfacente della variazione evolutiva - d'altra parte, anche nella
biologia la mutazione è stata intesa dapprima solo come una trasfor-
mazione del patrimonio ereditario che si manifesterebbe all 'improv-
viso e in modo inspiegabile. Nella sociologia ci si è limitati a rin-
viare alle possibilità di variazione, praticamente infinite, del com-
!_,r .
portamento individuale 42. Ma non ci si può fermare qui. Da una
parte la recente ricerca biologica rimanda all'esistenza di una mi-
croregolazione altamente complessa che riguarda anche e proprio le
condizioni della variazione genetica 43. Dall'altra, una teoria dei si-

41. A questo punto si possono riconoscere dei riferimenti' ad un concetto di


evoluzione molto più generale ai quali è opportuno accennare almeno in nota. Quel
." i.. concetto si riferirebbe alla spiegazione di effetti sinergiCi, 'di strutture dissipati ve,
"
ecc., in breve, a processi molto generali della formazione di differenze (rafforza-
mento delle deviazioni): questi processi possono essere individuati anche in sistemi
fisici, cioè in sistemi non autopoietici. Non si vuole contestare che una tale teoria
possa essere applicata anche ai sistemi sociali; solo che, per questo scopo, essa non
sarebbe abbastanza specifica.
42. Così, senza eccezioni, per quanto ci è dato di vedere, il XIX secolo e anco-
ra Keller, ciI. (1931), p. 67 ss. (p. 68: «Agente della variazione è l'individuo»).
Anche la teoria evolutiva della conoscenza, che si era sviluppata abbastanza presto,
si richiama al «caso» per spiegare l'improvviso balenare di un'idea in determinati
ricercatori. Cfr., per esempio, William James, Greaì Man, Great Thought and the
Environment, «The Atlantic Monthly» 46 (1888), pp. 441-459, oppure Georg Sim-
mel, Uber einige Beziehungen del' Selektionslehre zur Erkenntnistheorie, «Archiv
filr systematische Philosophie» 1 (1895), pp. 34-45 (p. 39: «tra le innumerevoli
idee che psicologicamente vengono in superficie, ve ne sono alcune che ... »).
43. Cfr. per un rapido panorama, EmstMayr, El'()lution und die Vielfalt des Le-
bens, Berlin 1979, p. 47 ss. Anche qui accade che le prestazioni che si richiedono
per effettuare dei tentativi e per armonizzarli, spesso vengano indicate come «sele-

191
sterni operativamente chiusi non può accettare che il meccanismo
della variazione stia nell' ambiente psichico-organico della società.
L'alta autocomplessità e 1'autopoiesi (esterna rispetto alla società)
degli organismi umani e dei sistemi psichici permettono di conside-
rare - anzi, costringono a considerare - come un caso il loro contri-
buto alla evoluzione della società - nonostante la piena socializza-
zione di questi individui e la loro piena dipendenza dalla società. Se
vogliamo avere chiarimenti sulla variazione evolutiva, dobbiamo ri-
volgerci allo stesso sistema della società e cercare le condizioni di
possibilità della variazione nelle operazioni fondamentali di questo
sistema, cioè nella comunicazione.
Davvero inaccettabile, poi, sembra una ulteriore proposta, che
ben si addice alla sociologia di questo secolo e che - secondo un
modello che si era formato nel XVIII secolo - intende gli intellet-
tuali come fattori di disturbo: questa proposta suggerisce di attribui-
re agli intellettuali la funzione della variazione 44. Così finalmente si
sarebbe compiuto il passo che dall'individuo porta al ruolo. La pro-
duzione di rappresentazioni devianti acquista una certa regolarità,
quasi una certa meccanicità. A ciò corrisponde l'atteggiamento de-
gli intellettuali che sentono la «critica» come una attitudine passiva,
anche se, a dire il vero, ciò che a loro rincresce di più è l'idea che
la specializzazione nella variazione richiede che si rinunzi alla
responsabilità per la selezione 45. Ancora più rilevante è, tuttavia
un'altra considerazione: la variazione evolutiva è un fenomeno tan-
to generale, largo, massiccio che non potrebbe essere affidato a ruo-
ti speciali. Gli intellettuali possono fungere da amplificatori, ma es-
si stessi, a loro volta, sono a tal punto determinati dalle mode, dalle
polemiche e dalla consistenza
.
semantica delle loro rappresentazioni,
"

zion'e»: ma non nel senso stretto che il concetto acquista nella teoria del! 'evoluzio-
ne. Cfr., per esempio, Lancelot L.White, Imel'l1al Factors in El'ollltion, London
1965, oppure Manfted Eigen, SeIfOl~f(ani::ation oj Matter and El'ollltion oj Biologi-
cal Macl"OmoleclIles, «Die Naturwissenschaften» 58 (1971), pp. 465-5i3. Provando
le variazioni questa preselezione produce essenzialmente l'effetto di abbreviare e
accelerare la selezione evolutiva.
44. Cfr., in luogo di altri: Josef Schumpeter, Kapitalismlls. So:ialismlls lInd
Dernokratie, Bem 1946 (tr, it. condotta sull 'edizione inglese London 1954, Capita-
lismo. socialismo. democra::ia, Milano 1964); Theodor Geiger, AlIjgaben IInd Stel-
IlIng del' Intelligen: in del' Gesellschajt, Stuttgart 1949.
45, Su questo richiama l'attenzione - anche se in un contesto che non riguarda
,l' affatto la teoria del! 'evoluzione, ma che è piuttosto di natura «politica» - Helmut
Schelsky, Die Arbeil tun die .anderen: Klassenkampj und Priesterherrschajt del' In-
tellektuellen,Opladen 1975.

I 192
da non poter mettere alla prova una variazione sufficientemente
aperta. A ragione, perciò, già lo strutturalismo di Praga del periodo
prebellico aveva rinunziato ad attribuire ai poeti e agli· artisti, in
quanto personalità di rilievo, un ruolo determinante per l'evoluzione
della letteratura e dell'arte 46. D'altra parte, anche se questo fattore
casuale dovesse essere inevitabile, ciò non spiegherebbe ancora per-
ché, in determinati periodi esso si presenta, per così dire, in «Pleia-
di», né spiegherebbe le differenze che si manifestano tra le posizio-
ni o i tipi di controversie che insorgono: mentre proprio queste sa-
rebbero, alla fine, le variazioni decisive ai fini dell' evoluzione. La
«grandezza» storica è una descrizione che viene predisposta al fine
di spiegare la variazione: è una costruzione della società.
Il meccanismo primario della variazione si trova già nella forma
linguistica della comunicazione (sta qui anche il parallelismo con il
requisito della stabilità chimica delle mutazioni genetiche). Il lin-
guaggio rende la variazione, già in quanto variazione, dipendente da
complesse microregolazioni. La comunicazione deve essere lingui-
sticamente più o meno con:etta, in ogni caso deve essere comprensi-
bile 47. La variazione, allora, non consiste negli occasionali errori
linguistici che si fanno mentre si parla o negli errori che si fanno
nella scrittura o nella stampa: questi sono accadimenti troppo rari e
privi di rilievo· perché possano offrire ad una società chance suffi-
cienti per la selezione. La comunicazione linguistica, mediante pa-
role e costruzioni proposizionali accettabili, deve aver già prodotto
una condensazione ,di senso, nella quale i difetti tecnici irrilevanti
scompaiono: la variazione evolutiva si produce solo per il fatto che
pretese di senso che sono linguisticamente riuscite nel processo del-
la comunicazione possano essere messe in dubbio, oppure possano
essereapertamente rifiutate. La variazione può stare in una comuni-
cazion-e insolita, ma anche, e forse più spesso, nel fatto che, contra-
riamente alle aspettative, un.a comunicazione fion venga accettata in
vista di una situazione che motivi questo atteggiamento di non-ac-
cettazione come atteggiamento possibile o ricco di prospettive.
Inteso in modo più preciso e considerato in relazione all'uso che
ne fa la comunicazione, il meccanismo della variazione consiste
nella invenzione della negazione e nella codificazione sì/no della

46. Cfr. in particolare l'importante contributo di Jan Mukarowsky, Das Indivi-


duum und die literarische Evolution, tr. ted. in: id., Kunst, Poetik, Semiotik, Frank-
furt 1989, pp. 213-237.
47. L'esposizione dettagliata del tema si trova nel cap. II, p. 75.

193
comunicazione linguistica che così si rende possibile. Come si sa,
nell'ambiente non ci sono correlati delle negazioni. Esse sono sorte
per un uso esclusivamente interno. Ciò vale, a maggior ragione, per
il codice del linguaggio, il quale produce l'effetto che ogni comuni-
cazione, proprio come comunicazione Ce non per un qualche riferi-
mento al suo mondo esterno) venga ridotta alla biforcazione di ac-
cettazione o rifiuto dell'offerta di senso. Sul piano puramente lin-
guistico, nonostante le cure e le preoccupazioni della retorica, non
si può impedire che si produca quella riduzione. A differenza di un
uso della negazione riferito all'ambiente C«io non l'ho visto»), la
codificazione si rivolge alla comunicazione stessa: si tratta cioè
dell' accettazione o del rifiuto del senso che in essa è offerto e non,
per esempio, del. fatto, che una comunicazione abbia avuto o non
abbia avuto luogo. Attraverso la codificazione, la stessa comunica-
zione diventa riflessiva e in questa forma, poi, può. trattare anche
negazioni riferite all'ambiente, quando si discuta se l'affermazione
relativa sia o non sia corretta. Una volta che sia stata introdotta co-
me momento dell'autopoiesi della comunicazione linguistica, la co-
dificazione non può essere più messa da parte. Essa cresce con le
possibilità della comunicazione linguistica, cioè con la società.
Quanto più, attraverso lo sviluppo di una semantica complessa, ven-
gono predisposte possibilità di espressione e di comprensione, tanto
più vengono prodotti simultaneamente stimoli al rifiuto.
-Questo non significa affatto che originariamente i sì e i no siano
distribuiti con uguali probabilità. La codificazione produce una ec-
cedenza, la società si aiuta con l'inibizione del no. Ciò che lingui-
sticamente sarebbe possibile e comprensibile, non è tuttavia sempre
opportuno. Fino a che non interviene l'inibizione o fino a che, come
vedremo subito, le disinibizioni istituzionali non riproducono le
possibilità di rifiuto, si apre un margine per il meccanismo della va- il
j
riazione: solo attraverso questo complicato giro della produzione di ,
eccedenza, dell'inibizione e della disinibizione, quel meccanismo
può essere adattato al relativo Ilvello della evoluzione sociale.
La variazione, quindi, si produce attraverso una comunicazione
che rifiuta contenuti della comunicazione. Essa produce un elemen-
to deviante: niente di più e niente di meno. Qui il processo volge lo
sguardo alla aspettativa di accettazione già espressa o accennata o
aspettata nella comunicazione: esso guarda, cioè, al passato - con le
spalle rivolte al futuro, come i profeti di Israele. In questo modo
variazione e selezione vengono separate: e infatti, una proposta di
selezione sarebbe essa stessa già una offerta positiva di senso, che a

194
sua volta si espone alla biforcazione dell'accettazione e del rifiuto.
Variazione, allora, non è genesi spontanea del nuovo (per lungo
tempo il <<nuovo» è ancora una categoria sospetta che ha quasi lo
stesso senso di infrazione 48), ma riproduzione deviante di elementi
del sistema. E devianza è un concetto ricorsivo, perché presuppone
qualcosa rispetto a cui essa può deviare.
Il rifiuto contraddice l'aspettativa di accettazione, oppure
contraddice semplicemente una presupposta continuità del «come
sempre». Ogni variazione si manifesta, perciò, come contraddizione
- non nel senso logico, ma nel più originario senso dialogico. Essa
non può prodursi in altro modo che come autocontraddizione del si-
stema 49. La variazione così si piega - essa comunica! - ai requisiti
dell' autopoiesi del sistema, si preoccupa dello sviluppo della comu-
nicazione, anche se fa tutto questo con possibilità di raccordo che
hanno maggiore libertà e con una immanente tendenza al conflitto.
Quotidianamente si producono in gran quantità variazioni corret-
tive di questo tipo, correzioni di opinioni espresse oppure conflitti
appena accennati e poi, il più delle volte, evitati. È importante tener
presente che la variazione evolutiva ha un carattere di «bagattella».
Come tutti gli elementi dei sistemi temporali-dinamici, la comuni-
cazione, e quindi anche la comunicazione deviante, è un evento le-
gato alla situazione ed è normale, perciò, che perda rapidamente il
.
48. Indicazioni ed esempi tratti dalla storia del termine si trovano in Johannes
Spari, Das Alte und das Neue im Mittelalter: Studien zum Problem des mittelalter-
lichen Fortschrittsbewusstseins, «Historisches Jahrbuch» 50 (1930), pp. 297-341,
498-524. Cfr. anche Walter Freund, Modernus und andere Zeitbegriffe des Mitte-
lalters, KOln-Graz 1957. . .
49. Su questo, in generale, Nik1as Luhmann, Soziale Sy.<iteme, cit., p.- 488 ss.
(tr. il. cit.). La posizione che abbiamo sostenuto nel testo, deve essere distinta
dali 'opinione diffusa secondo la quale le contraddizioni strutturali darebbero lo sti-
molo per la variazione del sistema - sia nel modo prescritto dalla dialettica, sia co-
me «variety pool» che dispone di possibilità di sviluppo che sono ancora- indeter-
minate. Cfr., tra tanti, Oskar Lange, Wholes and Parts: A Generai Theory of Sy-
stem Behaviour, Oxford-Varsavia 1965 p. l s., 72 ss.; Claude Lévi-Strauss, La no-
tion de structure en Ethnologie, in: id., Anthropologie structurale, Paris 1958, pp.
303-351 (342 ss.), (tr. il. cit.); Talcott Parsons, Some Considerations on the Theo-
ry of Social Change, «Rural Sociology» 26 (1961), pp. 219-239; Walter Buckley,
Sociology and Modern Systems Theory, Englewood Cliffs N.J. 1967, in part. p. 50
ss; John Elster, Logic and Society: Contradictioi!s (md Possible Worlds, Chichester
1978. Si può senz'altro immaginare che ci siano condizioni strutturali che, più di
altre, stimolano il rifiuto della comunicazione. Ma la struttura stessa non può esse-
re definita «contraddittoria», né in senso logico, né in senso dialogico. Essa viene
impiegata operativamente per rendere possibili raccordi, oppure non viene impie-
gata; solo un osservatore può costruire qui contraddizioni.

195
:I
iI )
<
,

sQo significato. Il concetto di variazione, allora non fornisce ancora


nessuna risposta alla questione che generalmente è formulata in mo-
do <troppo compatto: come si producono le grandi idee o le inven-
zioni che fanno epoca? L'evoluzione non fa grandi salti improvvisi
(anche se, osservato retrospettivamente, il suo risultato talvolta può
essere interpretato così). Essa presuppone che si effettui una mas-
siccia produzione di materiale ricco di potenziale evolutivo e che
<questo materiale, poi, generalmente scompaia senza essere utilizza-
to. Solo così sussistono sufficienti chance per la selezione e solo co-
sì può accadere abbastanza spesso che eventi casuali di scarsa por-
tata trovino sostegno reciproco, per cui una variazione può appog-
<giarsi ad un'altra che si sia appena effettuata.
È da considerare poi che, diversamente dalla selezione, la varia-
zione non viene comunicata come tale. Essa non viene comunicata
in vista di una selezione 50. La variazione si motiva in qualche modo
- non però con la sua funzione evolutiva. In favore di ciò vi sono
anche motivi pratici. Se la variazione si effettuasse solo e prevalen-
temente in vista delle chance qella selezione, essa sarebbe collegata
ad un rischio troppo alto di delusione; e infatti la realtà sociale è
orientata in modo estremamente conservatore: essa non nega così
facilmente ciò di cui già dispone e di cui ha accertato l'idoneità, in
vista di qualcosa che è ignoto e le cui chance di ottenere consenso
non sono state ancora provate e neppure possono essere sottoposte a
verifica nella situazione data. Il rifiuto deve cercare altrove i <suoi
motivi. Non si rispytta il divieto di prestare denaro a interesse: ma
non perché così si serva l'evoluzione del sistema dell'economia, ma
perché si possono trovare delle costruzioni che permettono di aggi-
rare l'ostacolo e che è possibile sostenere sia ·rispetto al diritto che
rispetto alla chiesa. Con ciò non si vuole naturalmente escludere
che le deviazioni rispetto ad una prassi affermatasi non possano es-
sere proposte per la selezione (e, in questo senso, è fuorviante, in-
fatti, dire che l'evoluzione socioculturale è «cieca»). Tuttavia la <
50, Spesso si affenna, o quanto meno si suppone, che sia vero il contrario: cioè,
che per l'evoluzione socio-culturale sia caratteristico proprio l'accoppiamento di
variazione e selezione e che a questo riguardo non regga l'analogia con l'evoluzio-
ne biologica. Così (ma solo per l'ambito limitato dell'evoluzione della scienza) L.
Jonathan Cohen, ls the Prof?ress of Science Evolutionary.? «British Joumal for the
~hilosophy ofScience» 24 (1973), pp. 41-61 (47 s.); Stephen Toulmin, Human
Understandinf?, voI. 1, Princeton 1972; Nicholas Rescher, Methodological Prag-
matism: A Systems-Theoretic Approach to the Theo/y of Knowledge, O.lCford 1977.
Questa diversità di opinioni potrebbe esser superata solo attraverso una più precisa
analisi delle operazioni comunicative. <

196
)ra proposta stessa non è ancora la selezione; e inoltre, solo una piccola
10- parte degli eventi che si producono come variazioni evolutivamente
~n- rilevanti ha questa forma intenzionale 51. Solo se tra variazione e se-
ISI lezione non c'è coordinamento, cioè se si evita di comunicare su
UÒ questa relazione, l'evoluzione può (fssere sufficientemente probabile
1S- e può portare, in modo sufficientemente rapido, \ alla costruzione di
he un ordine che in sé è improbabile. In questo senso preciso si può
:a- definire come un caso anche la relazione tra variazione e selezione:
0- la determinatezza della variazione non dice nulla sulle chance della
)r- selezione.
g- Se 1'evol\lzione produce società più complesse, questo però non
può significare che adesso, a maggior ragione, debbano essere pro-
a- dotte variazioni «utilizzabili». Con una complessità più alta prima
la di tutto diventa più. improbabile che 'una qualunque innovazione si
10 possa adattare alla struttura. Per questo deve continuare ad essere
10 mantenuto il coordinamento casuale tra variazione e selezione, per-
11- ché il contrario significherebbe: passare alla pianificazione. Allo
ta stesso tempo, però, nell'ambito di funzioni della variazione, la dia-
è lettica della produzione di eccedenze, della inibizione e della disini-
sì bizione, deve essere adattata, con i mezzi di una più alta comples-
IO sità, alle condizioni di una più alta complessità. In altre parole, c'è
;0 .. bisogno di costruzioni aggiuntive capaci di incrementare e accelera-
a re la variazione (così come nell' evoluzione della vita la mutazione
)1 biochimica è stata integrata dalla riproduzione bisessuale). Nella
la evoluzione della società ciò è accaduto in due modi: mediante il
.a medium della diffusione scrittura e mediante il rafforzamento della
l- capacità di conflitto e della tolleranza per il conflitto nella società
e (detto in altri termini: mediante la rinunzia alla estemalizzazione di
·e tutti i conflitti, cioè mediante la rinunzia a ciò che è caratteristico
;- delle società segmentarie).
l- Quando la scrittura viene accettata come medium della diffusione
a (e quindi non viene usata solo ai fini della annotazione), si produce
un duplice effetto: la comunicazione acquista una maggiore portata
,
" spazi aIe e temporale e insieme viene liberata dalle limitazioni che le
li erano imposte dall'interazione; questo significa che la comunicazio-
,-
ne viene resa libera tanto nell'atto della produzione (scrivere),
e quanto anche nell'atto della recezione (leggere). La maggiore diffu"
1

51. Per un test di questa tesi sull' esempio dell' invenzione delle «costituzioni»,
si veda Niklas Luhmann, Velfassung als evolutioniire Errungenschaft, «Rechtshi-
storisches Journai» 9 (1990), pp. 176-220.

197
siòne crea la possibilità di trasformare molte cose con un' unica tra-
sformazione: per l'esattezza si crea la possibilità di trasformare un
. I;
, numero sterminato di cose. Con questo si perde o si riduce solo a
determinate pratiche magico-religiose l'idea che con la parola si
possa trasformare immediatamente qualcosa. E inoltre, il fatto che
sia sempre più impossibile osservare gli effetti che si producono,
deve trovare una protezione istituzionale. Come accade per ogni
tecnIca, ciò solleva problemi religiosi, dei quali parla il mito di Pro-
meteo. Il fuoco della scrittura dissolve, per esempio, la stabilità del
diritto sacro tradizionale e rende possibile la legislazione: ma come
può accadere ciò? 52 Oppure: quando l'ethos della nobiltà viene ì'i-
port\lto per iscritto e, come accade all'inizio dell'età moderna, viene
persino stampato, la nobiltà si vede subito confrontata con persone
che non possono essere determinate e che conoscono meglio della
nobiltà stessa ciò che prima era solo una pretensione, che possono
trattarlo in modo più «virtuoso» e che possono giudicarlo· critica-
mente.
Poiché si svolge in assenza di interazione, la comunicazione
scritta non ha bisogno di prendere in considerazione i presenti - e
d'altra parte non può farlo - però deve sostituire gli strumenti ausi-
liari della comprensione, che prima erano dati dall'unità della situa-
zione. La comunicazione scritta deve esplicarsi con maggiore chia-
rezza e deve farlo solo a partire dal testo. Questo porta a forme ver-
bali di tipo nuovo e in particolare alla formazione di concetti che a
loro volta producono conseguenze incalcolabili. Fino a che Dio ve-
niva indicato solo con un nome che si doveva sapere perché lo si
potesse invocare, il problema si risolveva tenendo segreto il nome.

52. Il problema, per fare solo un esempio, fu risolto nel diritto greco antico es-
senzialmente nella forma di un processo contro il diritto valido; cioè nella forma di
\i '
una osservazione di secondo ordine, con la questione se il diritto è valido a buon
diritto o a torto. Cfr. Polibio XII, 16, e, per le forme più tarde di un trattamento che
., i ormai era diventato routine, Ulrich Kahrstedt, Untersuchungen zu athiinischen
" "

Behorden, «Klio» 31 (1938), pp. 1-32 (19 ss.); K.M.T. Atkinson, Athenian Legi-
slative Procedure and the Revision oJ Law, «Bulletin of the John Rylands Library»
23/1 (1939), pp. 107-150; A.R.W. Harrison, Law-Making at Athens at thè End oJ
Fifth Century B.C., «Joumal of Hellenic Studies» 75 (1955), pp. 27-35; w.G. For-
rest, Legislation in Sparta, «Phoenix» 21 (1967), pp. 11-19. Solo molto gradual-
mente, di sicuro però in Aristotele, Retorica 1354 a 32 ss, alla differenza tra legi-
slazione e giurisdizione si dà una nuova funzione, cioè quella di assicurare una am-
; ,
ministrazione della giustizia che non dipendesse dagli strati sociali e dall'amicizia.
Questo però IlOIl era il senso della variazione originaria, ma risultava da una consi-
derazione dei suoi effetti.

198
Ma, una volta che di Dio si ha un concetto che è fissato per iscritto,
il concetto può condensare esperienze, può richiedere precisazioni,
può far sorgere problemi di consistenza - in breve può scatenare
tutto ciò di cui si occuperà la teologia del Medioevo.
Anche l'altra possibilità di guidare la capacità di variazione, di
cui abbiamo già parlato, e che consiste nella produzione di conflitti
interni alla sodetà e nella loro tolleranza, ha dovuto essere afferma-
ta contro esitazioni strutturalmente consolidate: ancora oggi, se si
eccettuano pochi sociologi, non si vedono di buon grado i conflitti.
I conflitti mettono alla prova i potenziali di rifiuto. Essi portano ad
una generale integrazione del comportamento di coloro che sono
coinvolti, portano ad una continua osservazione dell' osservare e
quindi ad un intenso scambio di informazioni. Se come esito di un
conflitto si ha una vittoria del no, allora, si può assumere come pre-
supposto, il fatto che il no ha superato una prima prova della sua
validità e che ha dimostrato la sua capacità di resistenza 53. Iconflit c
ti, però, sfuggono facilmente al controllo e creano disturbi nell'am-
biente interno della società. Nelle società più antiche si ricorre, più
spesso di quanto non accada oggi, alla violenza tra presenti e di
conseguenza c'è una pesante repressione delle tendenze alla conflit-
tualità 54. Ciò deve avere retro agito sulla disponibilità a dire no e. in-
fatti, se ci si azzarda a formulare un rifiuto dopo che altri si sono
già vincolati nella comunicazione, il conflitto è a portata di mano.
il"
Gli altri insisteranno, cercheranno argomentazioni e alleati e li
ì troveranno: senza che coloro che sono coinvolti se ne accorgano, si
forma un sistema nel sistema: un conflitto. Perciò in società piccole,
formate in base all'interazione, la repressione del conflitto èneces-

53,. Diversamente dalle teorie dell'evoluzione che si orientailO alla teoria dei
giochi - cfr. in particolare John Maynard Smith, Evolution and the Theory of Ga-
mes, Cambridge England 1982 - noi non pensiamo che la selezione sia sufficiente-
mente chiarita solo con questo.
54. Della vasta letteratura sulle società segmentarie, si veda per esempio, H.
Ian Hogbin, Social Reaction to CI"ime, in: Law and Moral in the Schouten Islands,
New Guinea, «The Joumal of the Royal Anthropological Institute» 68 (1938), pp.
223-262; Alfred R. RadcliffecBrown, On Joking Relationships, «Africa» 13
(1940), pp. 195-210; Max Gluckman, Custom and Conflict in Africa, Oxford
"!,
1955; George M. Foster, Intelpersonal Relations in Peasant Society, «Human Or-
ganizatioll» 19 (1960), pp. 3-15; Asen Abalikai, Quarrels in a Balkan Village,
,
,
«American Anthropologist» 67 (1965), pp. 1456-1469; Sally F. Moore, Legai Lia-
bility and Evolutionary Interpretation: Some Aspects of Strict Liability, Self-Help
and Collective Responsibility, in: The Allocation of Responsibility, a cura di Max
Gluckman, Manchester 1972, pp. 51-107.
jl 199
j
I
I.

saria alla sopravvivenza. Con l'incremento della grandezza e della


complessità - e già le società tardo-arcaiche forniscono alcune testi-
monianze in questo senso - questa condizione può essere mitigata.
Naturalmente ciò può verificarsi solo a condizioni altrettanto com-
plesse, le quali permettano di riuscire a mantenere allo stesso tempo
maggiore conflittualità e più pace.
Un tentativo molto diffuso consisteva nello spostare il problema
della devianza al livello dei ruoli sociali e nel cercare di risolverlo
su quel piano attraverso la differenziazione di ruoli riferiti al suc-
cesso, all'insuccesso o alla sfortuna. I primi diventano ruoli dei no-
tabili e ad essi, allora, si ricorre per la regolazione dei conflitti 55;
gli altri vengono neutralizzati attraverso congetture sul malocchio,
sulla stregoneria e simili 56. Solo lo sviluppo di competenze decisio-
nali di carattere politico porterà I al superamento di questo stato e
però produrrà complicate conseguenze per l'equilibrio del rapporto
tra religione e politica: un equilibrio che ora si rende necessario 57.
Con lo sviluppo di un dominio politico capace di imporsi, si ot-
tiene la possibilità di rafforzare il rifiuto delle offerte di senso della
comunicazione e allo stesso tempo di esonerarle dalle conseguenze
del conflitto. La forma che viene trovata a tal fine è data da una
asimmetria assicurata a livello strutturale - sia in base alla pro-
prietà, che in base ad un potere garantito dai seguaci. Qui, colui che
dispone delle risorse può dire no, può sottrarsi alle pretese di fornire
i ' aiuto o di cedere parte delle sue risorse, senza dovere tener conto
l, della possibilità di conflitti 58. Egli può concentrare le sue risorse.
La ristabilizzazione di questa acquisizione ha luogo attraverso la
\ i stratificazione del sistema della società 59.
Un'altra possibilità è la seguente: ammettere i conflitti e lasciarli
appignare mediante regolazione sociale e attraverso l'influsso che i

55. Per un esempio tratto da una vasta letteratura, si veda Kenelm O.L. Bur-
ridge, Disputing in Tangu, «American Anthropologist» 59 (1957), pp. 763-780.
56. Si veda in particolare Mary Douglas, Purity and Danger: An Analysis oJ
the Concept oJ Pollution and Taboo, London 1966, p. 111 ss.
57. Per le soluzioni trovate in Mesopotamia, cfr. M. David, Les dieux et le de-
stin en Babylonie, Paris 1949; John G. Gunnell, Political Philosophy and Time,
Middleton Conn. 1968, in particolare p. 39 ss.
58. BiSogna ammettere che ancora oggi ciò è difficile nell 'interazione tra pre-
senti. Qui, accanto a strategie'per evitare l'intetazione, sono d'aiuto, a volte, delle
misure di carattere tecnico. Chi si fa la sigaretta da sé, è più protetto contro le pre-
tese, che egli debba offrire una sigaretta, di quanto non lo sia colui che ne prende
una dal pacchetto.
59. Torneremo dettagliatamente su questo punto: Cfr. il cap. IV.

200
terzi hanno sull' esito della contesa. A questo fine si sono affennati
procedimenti per l'appianamento delle contese, da ultimo procedi-
menti per una decisione delle contese che è orientata a regole, le
quali, in modo, per così dire, epigenetico, producono del materiale
semantico che alla fine viene riconosciuto come «diritto» e al quale
si può far ricorso per l'autopoiesi di un sistema del diritto 60. Il ricco
può comunque opporsi ad una comunicazione che gli sia rivolta;
adesso, però, può farlo anche il povero, se ne ha il diritto 61.
C'è una terza possibilità di cui dispone una società complessa e che
non può essere affatto paragonata alle altre: si tratta della differenzia-
zione tra motivi del conflitto e temi del conflitto 62. Può darsi che esi-
stano profondi motivi strutturali i quali portano ad una continua esplo-
sione di conflitti, ma i conflitti stessi si cercano altre cause e altri temi,
perché il dispositivo strutturale che li innesca, è comunque un «proble-
ma insolubile». Con la loro penetrante ricerca dei motivi «reali» del
conflitto, in altre parole, con la loro eredità marxista, alcuni sociologi
hanno occultato il fatto che proprio in questa differenza tra motivi e
temi si esprime una acqui,l>izione, nella misura in cui il sistema sia suf-
ficientemente grande da poter sopportare i conflitti 63.
Tra gli effetti imprevedibili che vengono innescati con l'espan-
sione delle possibilità di variazione, figurano le corrispondenti tra-
sfonnazioni della semantica e le loro conseguenze. Quanto più si al-
larga lo spazio delle possibilità di rifiuto che vengono ammesse,
tanto più diventa rilevante il bisogno di comunicazione che non
possa essere negata. Ma proprio la ricerca di ciò che è necessario,
se può essere osservata come ricerca (e ciò è garantito dalla scrittu-
ra), pro<:iuce continuamente nuove contingenze. La religione, per
esempio, nella misura in cui si lascia assistere dalla teologia, segue
questo percorso pericoloso 64. La.realtà, che era stata considerata co-
me ciò che non può essere assolutamente negato, incorre nel sospet-

60. Si tratta di un caso di applicazione della emergenza evolutiva dei sistemi


autopoietici, di cui abbiamo parlato più sopra (p. 181).
61. . Cfr. il testo di Euripide cit. sopra, cap. II, n. 96.
62. Cfr., come studio di un caso al livello di un'organizzazione, Alvin Gould-
ner, Patterns oJ Industriai Bureaucracy, Glencoe III. 1954 e id., Wildcat Strike,
Yellow Springs Ohio 1954.
63. I sistemi che, da questo punto di vista, sono «troppo piccoli» - si tratti di
famiglie o di organizzazioni - oggi sono oggetto di una «terapia ,del sistema», che
si occupa di un ri-aggiustamento dei loro conflitti.
64. Questo fatto può essere discusso da diversi angoli visuali - per esempio in
considerazione dell'incremento delle controversie indecidibili e del simultaneo in-
cremento della coazione alla consistenza dell'argomentazione; oppure in considera-

201
I,
l'

I;

to di essere semplice creazione, di essere semplice «apparenza»,


semplice correlato della coscienza oppure, oggi, semplice «costru-
zione». Con la differenziazione di specifici sistemi di funzioni si
sviluppano delle formule della contingenza, che sono riferite é;li sin-
goli sistemi e che possono affermare una incontestabilità specifica
del sistema, per esempio: scarsità per il sistem1i dell'economia, be-
ne comune per il sistema della politica, giustizia per il sistema del
diritto e limitazionalità 65 per il sistema della scienza. Ma il fatto
che queste formule siano legate rispettivamente a particolari sistemi
di funzioni non determina in alcun modo che cosa esse significano
al livello dell'intera società. A partire dalla metà del XIX secolo la
,~

!
,
formula alla quale di solito si chiede redenzione, è: valori. Essa
però è esposta ad un identico processo di corrosione. Una volta che
sia stata messa al mondo, essa permette che si parli di «trasforma-
zione del valore dei valori», oppure di «cambiamento dei valori».
Quando nelle società premodeme ci si sentiva esposti alla pres-
sione che derivava dalle accresciute possibilità di variazione, si po-
teva pur sempre partire ancora dal presupposto che la selezione do-
vesse orientarsi alI 'Unità, alla Vedtà, al Bene.' Ci si poteva sentire
in un cosmo di essenze. Quanto ai mezzi, potevano anche non esse-
re sicuri o potevano anche fallire, ma sugli scopi non si potevano
avere dubbi, quia ex se pate~ quod optatur. Ma questa fiducia in
una selezione che fosse l'unica giusta, che alla fine avrebbe prodot-
to perfezione, quiete, stabilità, aveva avuto nella stratificazione del
sistema della società e nella sua differenziazione centro/periferia
una recondita riassicurazione che oggi non c'è più. Al contrario, si
comincia ad ,apprezzare il nuovo in quanto tale 66, ad attribuire al

zione del volontarismo e dei suoi problemi della contingenza (Duns Scotus, William
Oé1dlain); oppure sulla base della cosiddetta via negationis della prova dell'esistenza
di Dio; oppure in relazione al dissolvimento dell,e idee di perfezione operato attraver-
so il concetto di infinità attuale. Noi dobbiamo fermarci solo a questi cenni.
65. Questa espressionepoco solita vuoI significare che bisogna partire da possi-
bilità limitate se si vuole affermare che la determinazione di verità o di non-verità
riduce l'ambito delle questioni che devono essere ancora esaminate e non (come,
invece qualcosa farebbe pensare) lo allarga. Solo con queste premesse, per esem-
pio, ha senso eigere la «falsicabilità» delle ipotesi.
66. La rottura si produce nel XVII secolo, in quanto sia per la religione che per
la politica si resta fermi ancora al vecchio monito contro le novità, mentre, per tutto
I èiò che deve «piacere» si afferma una valùtazione positiva. «Se la durata fa sussiste-
t'e tutte le parti del mondo, la novità le fil stimare», così formula il contrasto
François de Grenaille, La Mode ou' le Caracté1~e de la Religion, Paris 1642, p. 5.
Sulla corrispondente rivalutazione della «surprise» nei secoli XVII-XVIII da Méré
(piuttosto incerto) a Bouhours fino a Montesquieu, si veda Erich Kéihler, Esprit und
arkadische Freiheit: Aufsiitze aus del' Welt del' Romania, Frankfurt 1966, p. 267 s.

202
concetto di critica il senso del rifiuto di ciò che è criticato e a inten-
dere le «alternative» non più come semplici opzioni, ma come va-
rianti che, anche senza un attento esame, sono pur sempre migliori
di ciò che esiste. Si perviene, per usare una formulazione riassunti-
va, ad una ipertrofia semantica della variazione - e di conseguenza
. ad una sorta di immanente delusione di se stessa che prova la so-
cietà. E infatti, la variazione, da sola, non può produrre evoluzione.

5. Selezione attraverso i media

La distinzione tra variazione e selezione. è la forma del concetto


di evoluzione. Qui (come sempre) «forma» significa che, se si pro-
duce variazione, è necessaria l'evoluzione. Anche se non ha luogo
una selezione positiva, ha luogo comunque selezione, nel senso che
la variazione legata all' operazione scompare senza trasformare le
strutture e tutto resta così come era e come è. Ciò che viene selezio-
nato è lo stato attuale, non l'innovazione. D'altra parte, forma signi-
fica separazione delle due parti. Condizione fondamentale di tutta
l'evoluzione, allora, è il fatto che i dispositivi della variazione e i
dispositivi della selezione non coincidano, ma restino separati.
Quindi non è un caso se una variazione diventa rilevante per la se-
lezione proprio attraverso la sua determinatezza 67. Prima di tutto
non si può installare alcun rapporto-di-scopo, con la conseguenza
che una variazione venga effettuata solo ai fini della selezione. Le
variazioni possono essere motivate certamente in questo modo, e
t
(',
non sono escluse, naturalmente, comunicazioni in previsione di ri-
sultati utilizzabili. Ma anche se a seguito di ciò si perviene alla pro-
duzione di trasformazioni della struttura, queste non consistono nel
raggiungimento dello scopo, ma nel fatto che, agli sforzi tesi a per-
seguire lo scopo, il sistema reagisce cOn trasformaziOni della strut-
tura. L'evoluzione utilizza l'ottimismo dello scopo per stimolare
variazioni. Tuttavia, solo con questo, non è ancora deciso che cosa
sarà selezionato come struttura 68.

67. Anche nella biologia oggi si contesta che ci sia una gran quantità di muta-
zioni neutrali rispetto alla selezione (e questo è un fatto che dai biologi viene visto
spesso come deviazione dal modello teorico di Darwin). Cfr., per esempio, Jack
Lèster King, Thomas H. Jukes, Non-Darl1'inian E\'olution, «Science» 164 (1969),
pp. 788-798.
68. Cfr. la n. 66 del paragrafo precedente.

203
i
.1

La separazione di queste funzioni evolutive è garantita già per il


,:, '
fatto che le funzioni si riferiscono a diverse componenti del sistema
della società: la variazione si riferisce agli elementi, cioè alle singo-
I
le comunicazioni; la selezione, invece, si riferisce alle strutture, cioè
I
alla formazione e all 'uso di aspettative. Questo significa, prima
d'ogni altra cosa, che tra gli eventi che producono variazioni e le
selezioni non può essere ipotizzato un rapporto del tipo uno-a-uno
(così come nella evoluzione organica non si può ipotizzare un rap-
porto analogo tra mutazioni e selezione dei caratteri fenotipici). Ol-
tre a ciò la comunicazione, in particolare quando viene osservata,
agisce in modo troppo diffuso. Un singolo no non trasforma alcuna
struttura; se ciò, tuttavia, accade, si tratta di un caso eccezionale,
estremamente raro, che non può spiegare la velocità della selezione.
La contraddizione rispetto alle aspettative presupposte può essere
vistosa, può conferire prestigio sociale, può stimolare la ripetizione
oppure può spingere a compiere azioni parallele e, insieme ad altre
condizioni, può produrre, come effetto complessivo, la trasforma-
zione (o la stabilizzazione) di strutture completamente diverse da
quelle che originariamente costituivano l'oggetto del rifiuto. Quan-
do' si tratta degli effetti strutturali che sono connessi a rifiuto della
comunicazione, c'è sempre il concorso dell' ordine sociale esistente.
E solo questo fatto può spiegare perché nell'evoluzione della vita
così come nell'evoluzione della società i risultati sono sempre con-
cordanti, per non dire: armonici.
A questo punto, se ci riferiamo al problema della probabilità
dell'improbabile, con il quale abbiamo avviato le ricerche di questo
capìtolo, possiamo vedere in modo più chiaro come si produca que-

I sto effetto complessivo. Tanto il rifiuto di una pretesa di accettazIo-
ne', quanto la negazione di un rifiuto anticipato nel tentativo comun-
que di ottenere ciò che si pretende, appartengono agli eventi più
probabili della vita quotidiana. In questo senso la variazione si pro-
duce continuamente. Solo con la selezione di una struttura che usa,
. i
conferma, condensa questo evento, si verifica qualcosa di improba-
I
i bile, cioè una marcata deviazione rispetto allo stato di partenza. È
chiaro che le teorie classiche che presuppongono una regolarità cau-
sale di tipo lineare non possono spiegare questi fenomeni. Non è af-
fatto vero che, sussistendo le condizioni ausiliarie necessarie, cause
idonee producano effetti inevitabili: piuttosto si verifica che, attra-
verso processi circolari di rafforzamento delle deviazioni, eventi che
ricorrono sempre, vengano usati occasionalmente (ma, nel comples-
so, abbastanza spesso), per formare strutture che prima non esiste-

204
l
I

vano 69. E, per innescare la formazione di tali strutture, il «no» pos-


siede il valore di attenzione che si richiede. Nonostante la comples-
sità delle mediazioni, esistono senz'altro delle connessioni tra co-
municazione e formazione della struttura; oppure, in ogni caso, ciò
che non viene mai comunicato, non potrà mai neppure influenzare
la formazione di strutture. Ma se, date le strutture esistenti fino ad
ora, la comunicazione attualizza una variante che è deviante, questa
può condensarsi in mia struttura - oppure può anche non condensar-
si. La variazione, in quanto tale, proprio per la sua determinatezza,
produce sempre entrambe le possibilità. Essa dà via libera alla sele-
zione: diversamente, non sarebbe una variazione. Ma quali sono i
meccanismi che fanno in modo che non si resti fermi a quel punto,
ma che la società si vincoli temporaneamente all'una o all'altra pos-,
sibilità? Avendo posto la questione in questo modo, abbiamo la pos-
sibilità di specificare storicamente anche l'evento della selezione;
abbiamo cioè, la possibilità di riconoscere la dipendenza dell'evolu-
zione dalle formazioni della società che essa stessa ha prodotto.
Su questo problema la teoria darwinistica aveva pronta una rispo-
sta semplice: la variazione si produce nel sistema; la selezione, co-
me <<natural selection», invece, si produce attraverso l'ambiente.
Questa semplice contrapposizione, però, oggi non viene più accetta-
ta. I biologi, per esempio, l 'hanno dissolta ricorrèndo ad ipotesi pre-
se dalla teoria dei giochi. Essa, comunque, non può essere messa in-
sieme alla concettualità della teoria dei sistemi che ha raggiunto alti
gradi di sviluppo. Se si accetta la teoria dei sistemi operativamente
chiusi, determinati dalla struttura, bisogna partire dal presupposto
che i sistemi possono trasformare le loro strutture solo attraverso le
loro proprie operazioni, qualunque sia il modo in cui questi sistemi
reagiscono a ciò che accade nell'ambiente: nella forma di disturbo,
di irritazione, di delusione, di mancanza, ecc. Noi dobbiamo rivol-
gere allora la nostra indagine alla società stessa, alla ricerca dei suoi
meccanismi di selezione.
Tutte le società, comprese le più primitive, hanno il loro mecca-

69. Tra gli autori che hanno assoCiato questo processo ad una cibernetica del
feedback positivo, c'è prima di tutti Magoroh Maruyama. Egli dice chiaramente:
«Una piccola deviazione iniziale, che sta entro la gamma di un 'alta probabilità,
può svilupparsi in un'ampia deviazione di bassa probabilità (o più precisamente: in
un' ampia deviazione che è molto improbabile nel quadro della causalità probabili-
stica unidirezionale)>>. Si veda: Toward Cultural Symbiosis, in: Evolution and Con-
, sciousness: Human Systems in Transition, a cura di Erich Jantsch, Conrad C.Wad-
dington, Reading Mass. 1976, pp. 198-213 (203),

205
nismo primario di· selezione nella differenziazione tra sistemi
dell'interazione e sistema della società 70. Nell'interazione tra pre-
senti non è affatto possibile ignorare le opinioni devianti, quando
! !
vengano espresse. (Il tatto, l 'humor, ecc. sono invenzioni di impor-
tanza decisiva, che, però, nel corso della civilizzazione vengono
realizzate solo molto tardi). Poiché la comunicazione viene imputa-
ta ad una persona come azione, bisogna mettere in conto la possibi-
lità che essa si ripresenti oppure la possibilità che all'interno o
all'esterno del sistema si tengano comportamenti che ad essa si rac-
cordano. O si scatenano dei conflitti, che consumano le risorse: il
sistema è troppo piccolo per poter tollerare al suo interno dei con-
flitti, per cui diventa esso stesso un conflitto. Oppure il sistema co-
glie l'occasione e prende il corso che, a questo punto, gli si prospet-
ta come opportuno: All'interno dei sistemi di interazione, allora, la
probabilità di una trasfOlmazione della struttura attraverso eventi
comunicativi è molto alta - praticamente è tanto alta che, in questi
sistemi non ci può essere alcuna evoluzione, perché la selezione
non può essere regolata indipendentemente, ma di fatto, si fa ingan-
, '
!
nare da ogni variazione. L'interazione può fare esperimenti con tutte
le stranezze possibili, perché può essere sicura che la società conti-
nuerà senz'altro ad esistere.
La società però non effettua soltanto interazioni: essa è sempre
anche l'ambiente sociale delle interazioni 71. Questa differenza inter-
na della società impedisce che tutto ciò che emerge, piace, riesce
iI I,
sgradito nelle interazioni, produca effetti sulle strutture del sistema
della società. Tutto il senso- e quindi, in particolare ciò che può es-
sere persona ()' ruolo - viene costituito in modo transinterattivo con
lo sguardo rivolto alle utilizzazioni che possono esserne fatte al di
fupri della specifica interazione che si sta svolgendo. Già nell 'inte-
raziohe stessa si prende in considerazione questo fatto e, in con-
fronto a- ciò che può accadere nell'interazione, solo una scarsa
quantità di innovazione può attraversare questo filtro che porta ad
una diffusione estesa alla società.
Nelle più antiche società segmentarie è piuttosto facile controlla-
re con lo sguardo ciò che può accadere in luoghi diversi della so-

70. Si pensi, in confronto, alla cellula come ambiente di geni (eventualmente


mutati); ormai anche qui si riconosce che l'evoluzione acquista una direzione solo
in virtù di una regolazione di questo rapporto. Cfr. Emst Mayr, Selektion und geri-
! ' chtete Evolution, «Die Naturwissenschaft» 52 (1965), pp. 173-180.
71. Una esposizione più approfondita di questa forma della differenziazione
dobbiamo riservarla al capitolo conispondente. Cfr. il cap. IV.

206
cietà oppure ciò che altrove potrà risultare accettabile. Ma, quando
,ì diventa più complessa, la società perde questa facile possibilità di
l autovalutarsi. Ora, diversamente· che nelle società semplici, possono
esistere delle «subcult1,lre» nelle quali le deviazioni possono mante-
nersi e possono esserci anche dei sottosistemi che, a loro volta, trac-
ciano confini che devono essere superati perché una innovazione
possa produrre una risonanza che si estende alla società 72. Diversa-
mente da ciò che sostengono le teorie diffusionistiche, qui si tratta
di questo: l'esistenza di confini rende possibile una divàsa utilizza-
zione di uno stimolo che, inizialmente, è,solo fugace o che dispone
solo di una limitata capacità di sviluppo (per esempio, l'utilizzazio-
ne per scopi religiosi di una tecnica, già sviluppata, di lavorazione
delle pietre di grosso formato). Ma solo con l'invenzione della scrit-
tura e con la sua diffusione si trasforma profondamente la condizio-
ne dell'evoluzione. Poiché adesso la comunicazione non haluogo
più solo nei sistemi dell'interazione e, a sua volta, la scrittura offre
nuove chance alla negazione, solo degli amplificatori corrispondenti
nell' ambito della selezione possono dare la garanzia che continui a
I
',l
sussistere la possibilità di una evoluzione.
;~ Dapprima sembra che la pressione sia afferrata dalla religione: e
I
infatti si verificano significative innovazioni religiose (oppure si
fanno dei tentativi che poi falliscono, come in Egitto). A questo bi-
sogno di un riordinamento della selezione dobbiamo le religioni al-
tamente sviluppate che si praticano ancora oggi. Esse accrescono le
pretese morali rivolte a Dio e agli uomini, come se proprio adesso,
più che mai, fosse necessario tener ferma l'unità del contesto di se-
l~zione di una cultura e fissarla mediante testi «canonici». La mora"
le offre un certo margine per le interpretazioni e per una casistica
del diritto. La religione stessa trova forme di una radicalità più alta
e perciò può prendere distanza tanto rispetto alla burocrazia quanto
rispetto alla stratificazione sociale. Si pensi alla relazione tra buddi-
smo e sistema delle caste, oppure alla dottrina cristiana delle due
civitates. La combinazione di evidenza e durata, che è sempre pro-
blematica per il senso, viene depositata nella trascendenza. Con
l'ausilio dei suoi testi la religione viene trasformata in tradizione
(praticata in modo prevalentemente verbale) e attraverso le ritualiz-
zazioni (essenzialmente in India) o attraverso versioni popolari vie-

72. Cfr. su questo (sull'esempio dell'accettazione della metallurgia), Colin Ren-


frew, The Emel,!?ence of Civilization: The Cyclade:1 and the Aegean in the Third
Millenium B.C., London 1972, p. 28, 36 ss.
,I

207
, i
" ;

r
,

l,'. ne resa accessibile a larghi strati. E proprio perchè ciò che è fissato
i
I per iscritto viene tramandato verbalmente, il testo testimonia una
lo!
,: fissità che nella trasmissione verbale non è (oppure: solo in misura
!
" impercettibile è) variata e la cui evidenza occulta il fatto che po-
i I
trebbero esserci altre possibilità.
I Se questa via d'uscita è quella predominante e ha dalla sua parte
:1
,
tutta la forza di convinzione, oltre ad essa, però, si profilano anche
delle possibilità di un rafforzamento dei mezzi di selezione che han-
no un carattere diverso e che sono funzionalmente equivalenti alla
religione. Tale rafforzamento consiste nello sviluppo di media della
comunicazione simbolicamente generalizzati, specifici rispetto alla
funzione. Su questi media abbiamo già detto ciò che era necessario
(capitolo II), per cui qui possiamo limitarci a dare poche indicazio-
ni. I media della comunicazione simbolicamente generalizzati pos-
,. sono garantire che comunicazioni che contengono forti pretese, sia-
no accettate anche a condizioni improbabili: questo accade per il
fatto che i media condizionano i motivi per l'accettazione e, attra-
verso il condizionamento, li rendono oggetto di aspettativa. Alla ba-
se di ciò vi è un processo di scomposizione e ricombinazione, cioè
un enorme incremento delle possibilità combinatorie, le quali poi
!
,
possono cercarsi delle forme che, ciononostante, vincolano. II dena-
i
ro costituisce un buon esempio; ma la stessa struttura è propria del
potere, che è coperto dalla minaccia del ricorso all 'uso di una forza
i,;,
.i fisica che, in ogni caso, è superiore. Una apertura tematica simile,
J

:1, che arriva fino ai confini di una scelta senza vincoli, viene prodotta
::
,I;
con la metodizzazione della verità; anche all'arte vengono ricono-
, sciuti i suoi meriti perché, nel «delicato e semplice elemento» della
~J" i
rappresentazione essa riesce a dar forma a qualcosa in un modo che
i
'.'
1.i
non si' trova nella stessa natura, che pure le funge da modello 73.
"
'j i
Nella loro struttura basale, i media sono delle quantità enormi di
':11,
elementi accoppiati in modo sciolto, con i quali è possibile sfuggire
'l'I alla tradizione. Ciò offre la chance per la formulazione di nuovi cri-
I:
!I"'
'III teri di selezione, i quali agiscono senza riferimento alla perfezione,
Il
alla quiete e alla stabilità. CosÌ il «profitto» diventa punto di vista di
1:' selezione per ruso del denaro, nonostante il fatto che il profitto
il'
~tessosia instabile e dipenda proprio dalla utilizzazione di situazio-
"I ni che sono anch'esse instabili e che cambiano continuamente. Vie-
i:.
,
\: ne abbandonato ogni riferimento che trovi supporto in un qualsiasi
I·,

73. Gecirg Wilhelni Friedrich Hegel,. Vorlesun!?en iiher die Asthetik, ed. Frank-
furt 1970, voI. l, p, 215 (Ir. .il. cit.), .

208
· principio di perfezione. - sia nella qualità del lavoro o delle merci,
sia nel tipo di vita e nella adeguatezza del reddito dei commercianti
al loro ceto, sia, da ultimo, in un naturale istinto dell 'uomo, che la
ragione dovrebbe addomesticare e utilizzare; restano solo i calcoli
della redditività in forme singole che, in quanto tali, non possono
certo controllare la stabilità del sistema dell'economia. In modo
analogo l'amore come passione proclama la sovranità sul proprio
regno, reprime i concetti dell'amore riferiti all'oggetto e alla qua-
lità, reprime l'amore di Dio e l'amore della virtù e, in luogo di ciò,
si sostiene sull'esperienza che l'amore non può durare a lungo 74. La
teoria della politica nel XVII secolo mette al centro del suo in-
teresse l'uso delle occasioni (ciò allora si chiamava «coups d'état» 75)
e considera principalmente da questo punto di vista la necessità del-
la concentrazione del potere nello stato. Da ultimo anche la scienza
ammorbidisce la sua affermazione (che originariamente era stata neo
cessaria perché la scienza stessa potesse affermarsi contro la religio-
ne) di una certezza che stava nella natura dell' oggetto e nella natura
della conoscenza stessa e trova la v~rità ormai solò sul mercato de-
gli argomenti induttivi, dei tentativi di falsificazione e delle costru-
ZlOm.
L'evidente sviluppo parallelo di queste innovazioni semantiche
indica una connessione con la differenziazione funzionale. In questo
contesto ci interessa solo il fatto che in questo modo la selezione
viene staccata dalle prospettive della sta:bilizzazione, che anche tra
le funzioni della selezione e della stabilizzazione viene tracciato un
confine, viene segnata una linea di separazione.
Dovrebbe essere chiaro che questa continua apertura e chiusura
di un margine di possibilità di selezione senza riguardo per conside-
razipni di natura sociale (e, come si vedrà più tardi, anche di natura
religiosa), permetterà di trovare una risposta al problema che è sca-
turito dall'immenso accrescimento delle possibilità di variazione.
Le deviazioni che si manifestano nell'ambito di rilevanza di questi
media non hanno difficoltà a fissarsi e ad affermarsi - fermo restan-
do il presupposto che esse soddisfino le condizioni particolari che
valgono per il medium. Si perviene ad una nuova invenzione - di-
ciamo: alla stampa; ma c'è già disponibile il denaro che permette di

74. Per i dettagli cfr. Niklas Luhmann, Liebe als Passion: Zur Codierung von
Intimitiit, Frankfurt 1982 (tr. il. cit.).
75. Così in Gabriel Naudé, Considérations politiques sur les coups d'étal
(1639), cit. dall'ed.: Science des Princes, ou Considéralions sur les coups d'étal, 3
volI., Paris 1712.

209
calcolare i costi e gli utili di un programma d'impresa, che questa
·,i ' invenzione poi realizzerà nella misura in cui sia economicamente
accettabile. Solo nella sua quantità il denaro potrà opporre resisten-
za, ma non, per esempio, con un intervento nel processo della stam-
I,:' pa. Oppure: si individua una nuova questione nella ricerca; ma già
sono disponibili tecniche di prova, che a loro volta sono già state
. sperimentate e che da sole decidono in quale misura si possa dare ai
risultati la forma di proposizioni vere o false. Oppure: si sono letti
dei romanzi, e si sa che cosa è l'amore. Ciò che si deve fare, allora,
è solo trovare la persona rispetto alla quale il sentimento si possa
cristallizzare.
Mentre la religione conserva la speranza nell 'unità dei criteri di
selezione ed è disposta eventualmente a pagare questo suo atteggia-
mento con la stagnazione, sotto il regime dei media della comunica-
?:ione simbolicamente generalizzati, lo sviluppo della complessità
sociale dipende dalla questione: quali sono i media che più di altri
sono adatti allo scopo. Bisogna tener conto della possibilità che si
producano disliveUi considerevoli. In ogni caso non si può partire
dal presupposto che il sistema della società si sviluppi in modo
uguale in tutti i suoi ambiti, che ogni possibile senso si potrà co-
munque sviluppare prima o dopo, e che tutti i bisogni e tutti gli in-
teressi potranno essere gradualmente soddisfatti ad un livello supe-
riore. Cosiffatte illusioni di una crescita totale dell' «umanità» le
aveva nutrite il secolo XVIII e se si aggiunge anche il comunismo,
quelle illusioni se le era fatte anche il secolo XIX. Nel frattempo si
è presa distanza rispetto a queste idee che, a dire il vero non hanno
lasciato loro successori. Bisogna tener conto del fatto che determi-
nati ambiti di funzioni risolvono il loro problema della selezione
con maggior successo di altri, si adattano più rapidamente alla velo-
cità~della società moderna, oppure possono cumulare le acquisizioni
meglio di altri 76. Il risultato si manifesta come predominio della
tecnica o del denaro o come predominio di razionalità particolari
che non soddisfano pienamente.
Nonostante la diversità semantica che c'è trala religione e i me-
dia simbolicamente generalizzati sembra che ci sia qualcosa che li
accomuni. In entrambi gli ambiti la selezione si colloca al livello

76. Si veda, su quest6, la distinzione tra ambiti cumulativi e ambiti non cumu-
lativi del cambiamento sociale in Eric R. Wolf, The Study oJ Evolution; in: Rea-
dings in Social Evolution and Development, a cura di Shmuel N. Eisenstadt,
Oxford 1970, pp. 179~191 (187 ss.). L'ambito cumulativo viene equiparato all'am-
bito determinato dalla tecnologia.