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Raymond Carver

Vuoi star zitta, per favore?


Traduzione di Riccardo Duranti
Einaudi
Titolo originale Will You Please Be Quiet, Please?
© 1976 Raymond Carver, © 1989 Tess Gallagher
All rights reserved
© 2009 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
In copertina: foto Kathryn Barnard / Gettyimages.
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www.einaudi.it
Ebook ISBN 9788858401385
dedica
Questo libro è per Maryann
Grasso

Sono a casa della mia amica Rita e, fra un caffè e una sigaretta, le
racconto quello che è successo.
Ecco che cosa le racconto.
– È un mercoledí sera un po’ fiacco, sul tardi, quando Herb fa
accomodare un signore grasso a un tavolo del mio settore.
Questo signore grasso è la persona piú grassa che io abbia mai visto,
anche se ha un aspetto curato ed è abbastanza ben vestito. Grosso lo è in
tutto. Ma la cosa che ricordo meglio sono le dita. Quando mi fermo al tavolo
accanto al suo per servire la coppia anziana, la prima cosa che noto sono le
dita. Sembrano tre volte piú grandi del normale: lunghe, spesse, dita di
panna.
Servo gli altri tavoli: un gruppo di quattro uomini d’affari molto esigenti,
un altro tavolo da quattro con tre uomini e una donna, piú la coppia anziana.
Leander ha già riempito d’acqua il bicchiere del signore grasso e io gli do
tutto il tempo per decidere prima di andare da lui.
Buonasera, gli faccio. Ha già scelto?, faccio.
Guarda Rita, ti dico che era grosso, ma grosso sul serio. Buonasera, mi fa
lui. Salve. Sí, dice. Penso proprio che siamo pronti a ordinare, mi fa.
È il suo modo di parlare... strano, capisci? E ogni tanto fa una specie di
sbuffo, appena appena.
Credo che cominceremo con un’insalata Caesar, mi fa. E poi della zuppa
con pane e burro a parte, se non le dispiace. Le costolette d’agnello, direi. E
una patata al forno con panna acida. Per il dolce, vedremo dopo. Grazie
tante, dice, e mi passa il menu.
Dio mio, Rita, dovevi vederle quelle dita.
Corro in cucina e passo l’ordinazione a Rudy che la prende facendo una
smorfia. Lo sai com’è fatto Rudy, no? Che ci vuoi fare, quando lavora Rudy
è fatto cosí.
Mentre esco dalla cucina, Margo... te ne ho parlato di Margo, no? Quella
che corre dietro a Rudy. Be’, comunque, Margo mi fa: Chi è il tuo amico
grassone? È veramente ciccione, eh?
– Ora sta’ a sentire, perché secondo me c’entra. Altroché se c’entra.
Dunque, gli preparo l’insalata Caesar lí al tavolo, con lui che osserva
ogni mia mossa e nel frattempo s’imburra le fette di pane e le mette da parte,
sempre con quel suo sbuffo. Ad ogni modo, non so se è perché sono cosí
tesa, ma fatto sta che gli rovescio il bicchiere dell’acqua.
Mi dispiace, gli dico. Succede sempre cosí quando si fanno le cose di
fretta. Mi dispiace tanto, gli dico. Si è bagnato? Adesso chiamo il ragazzo e
faccio pulire subito tutto.
Non fa niente, dice lui. Tutto a posto, dice, e sbuffa. Non si preoccupi,
non ci dà fastidio, mi fa. Poi sorride e mentre vado a chiamare Leander mi fa
un cenno con la mano, e quando ritorno per servirgli l’insalata vedo che s’è
già mangiato tutto il pane e burro.
Poco dopo, quando gli porto dell’altro pane, ha fatto già fuori l’insalata.
E lo sai no quanto sono grandi quelle Caesar.
Lei è molto gentile, mi fa. Questo pane è fantastico, fa.
Grazie, dico io.
Be’, è davvero buono, mi fa, diciamo sul serio. Non ci capita spesso di
gustare pane come questo, fa lui.
Da dove viene?, gli chiedo allora. Non mi sembra di averla vista prima,
gli faccio.
– Non è certo il tipo che passa inosservato, – interviene Rita con una
risatina.
Denver, fa lui.
Non aggiungo altro su questo, anche se curiosa lo sono.
La zuppa arriva tra un attimo, signore, gli faccio, e scappo a dare gli
ultimi ritocchi al gruppo dei quattro uomini d’affari molto esigenti.
Quando gli servo la zuppa, vedo che il pane è sparito di nuovo. Anzi, se
ne sta proprio mettendo in bocca l’ultimo pezzetto.
Mi creda, dice. Non mangiamo mica sempre cosí, dice. E giú uno sbuffo.
Ci scuserà, mi fa.
S’immagini, non lo dica nemmeno, faccio io. A me piace vedere una
persona che quando mangia se la gode, gli faccio.
Non so, fa lui, dev’essere come dice lei. E giú uno sbuffo. Si sistema
meglio il tovagliolo. Poi prende in mano il cucchiaio.
Dio mio, quanto è grasso!, dice Leander.
Non è mica colpa sua, faccio io, perciò piantala.
Gli metto davanti un altro cestino del pane e altro burro. Com’era la
zuppa?, gli chiedo.
Grazie. Molto buona, fa lui. Davvero buona. Si asciuga le labbra con il
tovagliolo e si tampona il mento. Le pare che faccia caldo qui o è una mia
impressione?, mi dice.
E io: No, fa proprio caldo.
Allora forse ci toglieremo la giacca, fa lui.
Si accomodi. Uno deve pur stare a suo agio, no?, gli dico. È vero, fa lui,
è proprio vero, fa.
Ma dopo un po’ mi accorgo che non se l’è mica tolta, la giacca.
I miei tavoli da quattro se ne sono andati ormai e anche la coppia
anziana. Il locale si sta svuotando. Quando gli porto le costolette e la patata
al forno, insieme ad altro pane e burro, lui è l’unico cliente rimasto.
Gli metto un mucchio di panna acida sulla patata e poi la cospargo di
pancetta ed erba cipollina. Gli porto altro pane e burro.
È tutto di suo gradimento?, gli faccio.
Buonissimo, fa lui, e giú uno sbuffo. Eccellente, grazie, fa lui, e giú un
altro sbuffo.
Si gusti la cena, gli dico. Sollevo il coperchio della zuccheriera sul suo
tavolo e controllo il livello. Lui annuisce e continua a guardarmi finché non
mi allontano.
Allora mi rendo conto che stavo cercando qualcosa. Solo che non so
cosa.
Come va con quella palla di lardo? Ti farà correre stasera, vedrai, mi fa
Harriet. Sai com’è fatta Harriet, no?
Per dessert, faccio al signore grasso, c’è una specialità della casa, la
Lanterna Verde, cioè semifreddo con sciroppo, oppure cheesecake o gelato
alla crema o magari sorbetto all’ananas.
Non è che le stiamo facendo fare tardi, eh?, fa lui, sbuffando con aria
preoccupata.
Niente affatto, dico io. Certo che no. Se la prenda comoda, gli faccio.
Intanto che decide le porto altro caffè.
Be’, saremo franchi con lei, fa lui. E si sposta un po’ sulla sedia. Ci
piacerebbe assaggiare la specialità, ma vorremmo anche una porzione di
gelato alla crema. Con una goccia di cioccolato fuso, se non è di disturbo.
L’avevamo avvertita che avevamo un certo appetito, mi fa.
Vado in cucina a preparargli personalmente il dessert e Rudy mi fa:
Harriet dice che là fuori hai una specie di uomo cannone del circo. È vero?
Rudy s’è già tolto grembiule e cappello, se capisci cosa voglio dire.
Senti, Rudy, per essere grasso è grasso, gli faccio, ma non è mica tutto lí.
Rudy si limita a farsi una risatina.
Mi pare di capire che questa qui ha un debole per gli uomini un po’ in
carne, dice poi.
Ehi, Rudy, sta’ attento, fa Joanne, che entra in cucina proprio in quel
momento.
È che mi sta facendo ingelosire, fa Rudy, rivolto a Joanne.
Metto la specialità della casa davanti al signore grasso e, a fianco, una
porzione abbondante di gelato alla crema con il cioccolato fuso.
Grazie, fa lui.
Non c’è di che, faccio io, ed è lí che provo come un senso di tenerezza.
Ci creda o no, fa lui, non abbiamo mica mangiato sempre cosí. Io,
invece, mangio mangio e non aumento mai di peso, faccio io. Eppure mi
piacerebbe mettere su qualche chilo.
No, fa lui. Se dipendesse da noi, a noi no. Ma non c’è scelta.
Quindi prende il cucchiaio e comincia a mangiare.
– E poi? – fa Rita, mentre si accende una delle mie sigarette e si avvicina
con la sedia al tavolo. – Questa storia si sta facendo davvero interessante, –
fa Rita.
– Tutto qui. Non c’è altro. S’è mangiato i suoi dessert e se n’è andato. E
allora io e Rudy siamo tornati a casa.
Che ciccione!, dice Rudy, stirandosi come fa di solito quando è stanco.
Poi si fa una risatina e se ne torna a guardare la televisione.
Metto a bollire l’acqua per il tè e mi faccio una doccia. Mi passo una
mano sulla pancia e mi chiedo che succederebbe se avessi dei figli e uno di
loro finisse per essere come quello, grasso cosí.
Verso l’acqua nella teiera, sistemo le tazze, la zuccheriera, il cartone di
panna e latte intero e porto il vassoio di là da Rudy. Come se ci stesse ancora
pensando, Rudy mi fa: Una volta conoscevo un tizio grasso, anzi due, due
tizi, ma grassi sul serio, quando ero piccolo. Dio mio, se erano grossi, due
palloni. Non mi ricordo neanche come si chiamavano. Ciccio era l’unico
nome che aveva uno di quei ragazzini. Lo chiamavamo tutti Ciccio, quello
che abitava vicino a me. Era del quartiere. L’altro è arrivato piú tardi. Si
chiamava Bombolo. Cioè, lo chiamavano tutti Bombolo, tranne i professori
a scuola. Ciccio e Bombolo. Quanto vorrei avere le loro foto, fa Rudy.
Non mi viene niente da dire, perciò ci beviamo il tè e dopo un po’ mi
alzo per andare a letto. Anche Rudy si alza, spegne la televisione, chiude a
chiave la porta d’ingresso e si comincia a sbottonare. M’infilo a letto e mi
tiro tutta dalla mia parte, sdraiata sulla pancia. Ma appena spegne la luce e si
mette a letto, ecco che Rudy comincia a darsi da fare. Mi volto sulla schiena
e cerco di rilassarmi un po’, anche se non ne ho proprio voglia. Ma ecco il
punto. Quando mi monta sopra, all’improvviso mi sento grassa. Sono
tremendamente grassa, grassa al punto che Rudy diventa minuscolo e quasi
non c’è piú.
– Be’, è proprio una storia buffa, – mi fa Rita, ma mi rendo conto che
non l’ha capita.
La cosa mi deprime un po’. Ma non mi va di spiegargliela. Le ho già
detto troppo.
Lei rimane lí seduta, in attesa, si aggiusta i capelli con le dita tutte laccate.
Ma che aspetta? Mi piacerebbe saperlo.
Siamo ad agosto.
La mia vita cambierà presto. Lo sento.
Vicini

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come
l’impressione che, di tutta la loro cerchia, fossero i soli a essere rimasti
indietro: Bill a badare al suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nelle
sue mansioni di segretaria. Qualche volta ne discutevano, soprattutto
facendo confronti con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller
pareva che gli Stone conducessero una vita piú intensa e brillante della loro.
I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano
per tutto il paese approfittando degli impegni di lavoro di Jim.
Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim
faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava parti di macchinari e
riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere.
Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a
Cheyenne e poi a Saint Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller
avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e
annaffiato le piante.
Bill e Jim si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina.
Harriet e Arlene si tennero a vicenda per i gomiti mentre si sfioravano le
labbra con un bacio.
– Divertitevi, – Bill disse a Harriet.
– Come no, – rispose Harriet, – anche voi, ragazzi!
Arlene annuí.
Jim le strizzò l’occhio. – Ciao, Arlene. Mi raccomando, trattamelo bene il
tuo vecchio.
– Come no, – disse Arlene.
– Divertitevi, – ripeté Bill.
– Ci puoi scommettere, – disse Jim, colpendo scherzosamente Bill sul
braccio. – E grazie ancora, ragazzi.
Gli Stone agitarono le mani dalla macchina mentre si allontanavano e i
Miller risposero al saluto.
– Be’, mi piacerebbe essere al posto loro, – disse Bill.
– Dio solo sa se non farebbe bene anche a noi una vacanza, – disse
Arlene. Mentre risalivano nel loro appartamento, prese il braccio del marito
e se lo mise attorno alla vita.
Dopo cena Arlene disse: – Non ti scordare. La prima sera Kitty deve
mangiare quella al fegato –. Rimase in piedi sulla soglia della cucina a
piegare la tovaglietta fatta a mano che Harriet le aveva portato da Santa Fe
l’anno prima.
Entrando nell’appartamento degli Stone, Bill trasse un respiro profondo.
L’aria s’era già fatta pesante e vagamente dolce, l’orologio a forma di sole
sopra al televisore segnava le otto e mezzo. Ricordava ancora quando Harriet
aveva portato a casa quell’orologio e aveva attraversato il pianerottolo per
mostrarlo ad Arlene, cullandone la cassa d’ottone tra le braccia e parlandogli
attraverso la carta velina che lo avvolgeva quasi fosse un bambino.
Kitty gli si strofinò contro le pantofole e si sdraiò su un fianco, ma saltò
su subito appena lui si diresse in cucina e scelse una delle scatolette allineate
in bell’ordine sul piano immacolato del lavello. Lasciò la gatta a
sbocconcellare il cibo e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse
gli occhi e si guardò di nuovo. Aprí lo sportello dei medicinali. Trovò un
flacone di pillole e ne lesse l’etichetta – «Harriet Stone. Una compressa al
giorno come da ricetta» – quindi se l’infilò in tasca. Tornò in cucina, riempí
la brocca d’acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, poggiò
la brocca sulla moquette e aprí il mobiletto dei liquori. Allungò una mano
fino in fondo e ne tirò fuori la bottiglia di Chivas Regal. Prese due sorsi
attaccandosi alla bottiglia, si asciugò le labbra sulla manica e ripose la
bottiglia nel mobiletto.
Kitty s’era messa a dormire sul divano. Bill spense le luci e lentamente si
tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Aveva come la
sensazione di essersi scordato qualcosa.
– Come mai ci hai messo tanto? – gli chiese Arlene. Guardava la
televisione con le gambe rannicchiate.
– Niente. Mi sono messo a giocare un po’ con Kitty, – rispose lui, poi
andò da lei e le carezzò i seni.
– Andiamocene a letto, tesoro, – le disse.
Il giorno dopo Bill si prese solo dieci dei venti minuti di pausa previsti
nel pomeriggio e staccò un quarto d’ora prima delle cinque. Parcheggiò la
macchina nel posto riservato a lui proprio mentre Arlene scendeva
dall’autobus. Attese che lei entrasse nell’edificio e poi corse su per le scale
per sorprenderla all’uscita dall’ascensore.
– Bill! Oddio, a momenti mi fai prendere un colpo. Sei in anticipo, –
disse.
Lui si strinse nelle spalle. – Non c’era niente da fare, in ufficio, – disse.
Lei gli diede la sua chiave per aprire la porta. Bill lanciò un’occhiata alla
porta dell’appartamento di fronte prima di seguirla in casa.
– Andiamocene a letto, – le disse.
– Adesso? – Arlene fece una risatina. – Ma Bill, che t’ha preso?
– Niente. Togliti il vestito –. Cercò goffamente di afferrarla e lei esclamò:
– Dio santo, Bill!
Lui si slacciò la cintura.
Dopo, ordinarono cibo cinese per telefono e quando arrivò lo
mangiarono con appetito, senza parlare, e si misero ad ascoltare dei dischi.
– Non ci scordiamo di dare da mangiare a Kitty, – disse lei. – Stavo
proprio pensando la stessa cosa, – disse lui. – Vado subito.
Scelse una scatoletta al gusto di pesce per la gatta, poi riempí la brocca e
andò ad annaffiare. Quando tornò in cucina, la gatta grattava la sabbia della
lettiera. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Aprí tutti gli
sportelli e passò in rassegna le lattine, le scatole di cereali, il cibo
confezionato, i bicchieri da cocktail e da vino, il vasellame da tavola, le
pentole e le padelle. Aprí il frigo. Annusò un gambo di sedano, staccò due
morsi di cheddar e mangiucchiò una mela avviandosi in camera da letto. Il
letto sembrava immenso, con una sovracoperta bianca e morbida che
arrivava fino a terra. Aprí un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di
sigarette semivuoto e se l’infilò in tasca. Si avvicinò quindi al guardaroba e
stava per aprirlo quando sentí bussare alla porta d’ingresso.
Mentre andava ad aprire passò in bagno e tirò lo sciacquone. – Ma come
mai ci metti tanto? – chiese Arlene. – È piú di un’ora che sei qui.
– Ah, sí? – disse lui.
– Eh già.
– Sono dovuto andare in bagno.
– Guarda che il bagno ce l’hai anche a casa, – disse lei. – Era urgente, –
disse lui.
Quella sera fecero di nuovo l’amore.
La mattina dopo chiese ad Arlene di chiamare l’ufficio al posto suo. Si
fece una doccia, si vestí e si preparò una colazione leggera. Provò a
cominciare a leggere un libro. Uscí a fare una passeggiata e si sentí meglio.
Però dopo un po’ se ne tornò a casa con le mani in tasca. Si fermò davanti
alla porta degli Stone per sentire se per caso la gatta gironzolava dentro
l’appartamento. Poi aprí la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la
chiave dei vicini.
Una volta all’interno gli parve che fosse piú fresco lí che a casa sua, e piú
buio anche. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la
temperatura dell’aria. Guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente
ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo,
con attenzione, una cosa alla volta. Vide posacenere, mobili, utensili di
cucina, l’orologio. Tutto quanto. Alla fine entrò in camera da letto e la gatta
apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse
dentro.
Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lí a occhi chiusi qualche
minuto, poi s’infilò una mano sotto la cintura. Cercò di ricordarsi che giorno
era. Cercò di ricordare quand’era che gli Stone dovevano tornare e poi si
chiese se sarebbero mai tornati. Non ricordava già piú che faccia avevano e
neanche come si vestivano o come parlavano. Con un sospiro e qualche
difficoltà rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi allo
specchio.
Aprí il guardaroba e scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non
trovò un paio di bermuda, ben stirati e appesi sopra un paio di calzoni di
gabardine marroni. Si tolse i vestiti che portava e s’infilò i calzoncini e la
camicia. Si riguardò nello specchio. Andò in soggiorno e si versò da bere.
Tornando in camera da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia
azzurra, un completo scuro, una cravatta bianca e blu, scarpe nere eleganti.
Intanto il bicchiere s’era svuotato e andò a versarsene un altro.
Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltroncina,
accavallò le gambe e sorrise, osservandosi allo specchio. Il telefono squillò
due volte e poi tacque. Svuotò di nuovo il bicchiere e si tolse il completo.
Rovistò nei cassetti superiori finché non trovò un paio di mutandine e un
reggiseno. S’infilò le mutandine e si agganciò il reggiseno, poi frugò nel
guardaroba in cerca di qualcosa da mettersi. Scelse una gonna a scacchi
bianchi e neri e cercò di chiudere la cerniera. Indossò una camicetta
bordeaux con l’abbottonatura davanti. Esaminò le scarpe di Harriet, ma capí
subito che non gli sarebbero entrate. Passò parecchio tempo dietro le tende
della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto e
rimise a posto ogni cosa.
Non aveva appetito. Neanche lei mangiò molto, del resto. Si
scambiarono uno sguardo impacciato e un sorriso. Arlene si alzò da tavola e
andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola,
poi sparecchiò in tutta fretta.
Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide
prendere la chiave.
– Mettiti comodo intanto che vado di là, – disse lei. – Leggiti il giornale
magari, non so –. Strinse la chiave in pugno. Aveva un’aria stanca, gli disse.
Lui cercò di concentrarsi sulle notizie. Lesse il giornale e accese la
televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa. – Sono io. Sei
ancora lí, amore? – chiamò.
Dopo un po’ la serratura scattò e Arlene uscí e si chiuse la porta alle
spalle. – Sono stata via tanto? – chiese.
– Be’, insomma, sí, – rispose lui.
– Sul serio? – disse lei. – Credo di avere giocato tutto il tempo con Kitty.
Lui la scrutò, ma lei distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul
pomello.
– È strano, sai? – disse lei. – Voglio dire... entrare cosí, in casa d’altri...
Lui annuí, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. La
fece entrare in casa.
– Infatti è strano, – disse lui.
Notò della lanugine bianca attaccata sul retro del golf di Arlene e che
aveva le guance molto colorite. Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si
girò e cominciò a baciarlo a sua volta.
– Oh, accidenti! – esclamò di colpo Arlene. – Accidenti, accidenti! – si
mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani. – Solo ora me ne
ricordo. Non ci crederai, ma mi sono completamente dimenticata di fare
quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare alla gatta né ho
annaffiato le piante –. Lo guardò. – Si può essere piú stupidi?
– Ma no, dài, la rassicurò lui. – Aspetta un attimo. Prendo le sigarette e
torniamo di là insieme.
Lei attese che lui chiudesse la porta di casa loro per attaccarglisi al
braccio, poco sopra al gomito, e disse: – Tanto vale che te lo dica subito. Sai,
ho trovato delle foto.
Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. – Che genere di foto? – Adesso le
vedrai, – disse e lo guardò negli occhi.
– Ma va’! – Sorrise. – E dove?
– In un cassetto, – disse lei.
– Ma va’! – disse lui.
E poi lei disse: – Magari non tornano piú, – e rimase subito stupefatta da
quello che aveva appena detto.
– Può darsi, – disse lui. – Tutto può darsi. – O magari, per tornare
tornano, e poi... – ma non finí la frase.
Attraversarono il pianerottolo tenendosi per mano e quando lui le parlò,
lei quasi non lo udí.
– La chiave, – le disse. – Dalla a me.
– Cosa? – fece lei. Si mise a fissare la porta.
– La chiave, – disse lui. – Ce l’hai tu.
– Oddio mio! – disse lei. – L’ho lasciata dentro!
Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Allora ci provò lei. Non
girava affatto. Era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui
spalancò le braccia e lei ci si rifugiò.
– Non ti preoccupare, – le disse all’orecchio. – Per l’amor di Dio, non ti
preoccupare.
Rimasero lí. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta come
per ripararsi dal vento, e si prepararono al peggio.
Che idea

Avevamo finito di cenare ed era già un’ora che me ne stavo al tavolo


della cucina con le luci spente, in osservazione. Se stasera era quella buona,
il momento era questo, anzi era già tardi. Erano tre sere che non si vedeva.
Ma stasera le tendine della camera da letto erano alzate, laggiú, e le luci
accese.
Stasera avevo un presentimento.
Poi l’ho visto. Ha aperto la portafinestra sul retro ed è uscito in veranda
con addosso una maglietta e un paio di bermuda, o forse di calzoncini da
bagno. Ha dato un’occhiata in giro e poi è saltato giú dalla veranda ed è
scivolato nell’ombra, strisciando lungo il fianco della casa. Era veloce. Se
non fossi stata attenta, non l’avrei mica visto. Si è fermato davanti alla
finestra illuminata e si è messo a guardare dentro.
– Vern, – ho chiamato. – Vern, corri! È uscito. Sbrigati!
Vern era in soggiorno a leggersi il giornale con la televisione accesa. L’ho
sentito gettare a terra il giornale.
– Non farti vedere! – ha detto Vern. – Non ti avvicinare troppo alla
finestra!
Vern dice sempre cosí: «Non ti avvicinare troppo». Vern si vergogna un
po’ di stare a guardare, mi sa. Però so che gli piace. Me l’ha detto.
– Non ci può vedere con la luce spenta –. È quello che dico sempre io.
Ormai sono tre mesi che va avanti questa storia. Dal 3 settembre, per
l’esattezza. O almeno, quella è stata la prima sera che l’ho visto là fuori. Va’ a
sapere da quanto tempo lo faceva prima di allora.
Quella sera a momenti mi attacco al telefono per chiamare lo sceriffo,
finché non ho capito di chi si trattava. Ha dovuto spiegarmelo Vern. Anche
dopo, comunque, c’è voluto un bel po’ prima che mi entrasse in testa.
Comunque, dopo quella sera, mi sono messa a guardare e vi posso
assicurare che in media lo fa una volta ogni due o tre sere, o anche di piú.
L’ho visto là fuori anche con la pioggia. Anzi, se piove puoi star certo che lo
vedi. Però stasera era sereno e tirava vento. C’era una bella luna.
Ci siamo inginocchiati dietro la finestra e Vern si è schiarito la gola.
– Guardalo un po’ là, – ha detto Vern. Stava fumando e ogni tanto si
faceva cadere la cenere in mano. Quando faceva un tiro, teneva la sigaretta
lontana dalla finestra. Vern fuma di continuo; non c’è verso di farlo smettere.
Ci dorme pure, con un posacenere a dieci centimetri dalla testa. Quando di
notte non riesco a dormire, lo vedo che si sveglia per fumare.
– Per Dio, – ha detto Vern.
– Ma che mai avrà quella di tanto speciale? – ho chiesto a Vern dopo un
po’. Eravamo accovacciati sul pavimento e sporgevamo sopra il davanzale
solo la testa, per spiare un uomo che se ne stava in piedi fuori della finestra
della sua camera da letto per spiarci dentro.
– Infatti, – ha detto Vern. Si è schiarito la gola proprio vicino al mio
orecchio.
Abbiamo continuato a guardare.
Adesso riuscivo a scorgere una sagoma dietro la tenda. Doveva essere lei
che si spogliava. Ma non riuscivo a vederla bene. Ho strizzato gli occhi. Vern
aveva ancora gli occhiali per leggere e cosí riusciva a vedere meglio di me.
All’improvviso la tenda si è scostata e la donna si è girata con le spalle verso
la finestra.
– E adesso che fa? – ho chiesto, anche se lo sapevo benissimo. – Per
Dio, – ha esclamato Vern.
– Insomma, Vern, che fa? – ho chiesto.
– Si sta spogliando, – ha risposto Vern. – Cos’altro credi che faccia?
Poi la luce della camera da letto si è spenta e l’uomo si è rimesso a
strisciare lungo il fianco della casa. Ha riaperto la porta ed è scivolato in casa
e poco dopo si sono spente anche le altre luci.
Vern ha tossito piú volte e poi ha scosso la testa. Ho acceso la luce, Vern
è rimasto inginocchiato vicino alla finestra. Poi si è rialzato e si è acceso una
sigaretta.
– Un giorno di questi glielo dico io a quella troia cosa penso di lei, – ho
detto io, guardando Vern.
Vern è sbottato in una specie di risata.
– Sul serio, – ho detto. – Un giorno di questi che la incontro al
supermercato glielo dico in faccia.
– Fossi in te non lo farei. Che glielo dici a fare? – ha detto Vern.
Ma l’ho capito subito che non mi prendeva sul serio. Ha aggrottato la
fronte e ha cominciato a guardarsi le unghie. Si è passato la lingua sui denti e
ha strizzato gli occhi come fa quando si concentra. Poi ha cambiato
espressione e si è grattato il mento. – Non faresti mai una cosa del genere, –
ha detto.
– Be’, vedrai, – ho detto io.
– Merda, – ha detto Vern.
L’ho seguito in soggiorno. Avevamo i nervi a fior di pelle. Ci fa sempre
quest’effetto.
– Tu aspetta e vedrai, – ho ripetuto.
Vern ha schiacciato la cicca nel posacenere grande. È rimasto impalato
vicino alla poltrona di pelle e per un minuto ha guardato la televisione.
– Non c’è mai niente da vedere, – ha detto. Poi ha aggiunto
qualcos’altro. Ha detto: – Magari ha ragione lui –. Si è acceso un’altra
sigaretta. – Non si sa mai.
– Se qualcuno s’azzarda a venire a spiare dentro la mia finestra, – ho
detto, – se la vedrà con la polizia. A meno che non si tratti di Cary Grant.
Vern ha alzato le spalle. – Non si sa mai, – ha ripetuto.
Mi si è risvegliato l’appetito. Sono andata a guardare nello sportello della
credenza, poi ho aperto il frigorifero.
– Vern, ti va qualcosa da mangiare?
Non mi ha risposto. Ho sentito l’acqua scorrere in bagno. Comunque ho
pensato che magari anche a lui gli andava qualcosa. A quest’ora di sera ci
viene sempre fame. Ho messo pane e affettati sul tavolo e ho aperto un
barattolo di minestra. Ho tirato fuori anche i cracker e il burro di arachidi, il
polpettone freddo, i sottaceti, le olive e le patatine. Ho sistemato tutto sul
tavolo. Poi mi sono ricordata della torta di mele.
Vern è tornato con addosso il pigiama di flanella e la vestaglia. Aveva i
capelli bagnati e pettinati all’indietro e profumava di acqua di colonia. Ha
detto: – Magari dei cereali con lo zucchero grezzo? – Poi si è seduto e ha
spalancato il giornale accanto al suo piatto.
Abbiamo fatto il nostro spuntino. Il posacenere si è riempito dei noccioli
delle olive e delle cicche di Vern.
Appena ha finito, ha sorriso e ha chiesto: – Che cos’è quest’odorino?
Sono andata al forno e ho tirato fuori due fette di torta di mele con il
formaggio fuso sopra.
– Ha un aspetto niente male, – ha detto Vern.
Dopo un po’, ha aggiunto: – Non posso piú mandar giú niente. Me ne
vado a letto. – Vengo anch’io, – ho detto. – Prima però sparecchio.
Ero lí che svuotavo gli avanzi nella pattumiera quando ho visto le
formiche. Ho guardato meglio. Venivano da qualche parte sotto le tubature
del lavello in un flusso regolare, salivano da una parte del secchio e
scendevano dall’altra in un andirivieni continuo. Sono andata a prendere
l’insetticida dentro il cassetto e ho cominciato a spruzzare dentro e fuori la
pattumiera e sotto i tubi fin dove arrivavo. Poi mi sono lavata le mani e ho
dato un’ultima occhiata alla cucina.
Vern si era già addormentato e ronfava. Tra qualche ora si sarebbe
svegliato, sarebbe andato in bagno e si sarebbe messo a fumare. Il televisore
piccolo ai piedi del letto era acceso, ma il quadro sfarfallava.
Avrei voluto dirgli delle formiche.
Mi sono preparata con calma, ho regolato la televisione e mi sono ficcata
sotto le coperte. Vern faceva i versacci che fa sempre quando dorme.
Ho guardato la televisione per un po’, ma davano un talk show e a me i
talk show non piacciono. Mi sono messa a ripensare alle formiche.
Dopo un po’ ero lí che me le immaginavo in casa dappertutto. Mi sono
chiesta se era il caso di svegliare Vern per dirgli che avevo fatto un brutto
sogno. Invece mi sono alzata e sono andata a riprendere la bomboletta
dell’insetticida. Ho guardato di nuovo sotto il lavello. Ma non c’era rimasta
piú neanche una formica. Ho acceso tutte le luci in casa finché praticamente
sfavillava.
Ho continuato a spruzzare l’insetticida.
Alla fine ho alzato la tapparella della cucina e ho guardato fuori. Era
tardi. Tirava vento e ho sentito dei rami che si spezzavano. – Quella troia! –
ho detto. – Che idea!
Ho detto cose anche peggiori, cose che non posso ripetere.
Loro non sono tuo marito

Earl Ober era un rappresentante di commercio in attesa di nuovo


impiego. Sua moglie Doreen in compenso aveva trovato un posto di
cameriera nel turno di notte di una tavola calda di periferia aperta
ventiquattr’ore su ventiquattro. Una sera che se ne stava andando in giro a
bere, Earl decise di fare un salto in quel locale per mangiare un boccone.
Voleva vedere dove lavorava Doreen e già che c’era provare a scroccare
qualche cosa.
Si sedette al bancone e si mise a esaminare il menu.
– Che ci fai tu qui? – gli chiese Doreen appena lo vide seduto lí. Si voltò
per passare un’ordinazione in cucina. – Che cosa vuoi ordinare, Earl? –
disse poi. – Tutto bene, i ragazzi?
– Tutto bene, – rispose Earl. – Dunque, vorrei del caffè e uno di quei
panini Numero Due.
Doreen prese nota sul suo blocchetto.
– C’è mica modo di... hai capito? – le disse, strizzando l’occhio.
– No, – disse lei. – Non mi parlare che c’ho da fare.
Earl sorseggiò il caffè e aspettò il panino. Due tizi in completo grigio, ma
con la cravatta allentata e il colletto della camicia aperto, si sedettero accanto
a lui e ordinarono un caffè. Appena Doreen si allontanò da loro con il bricco
del caffè, uno dei tizi disse all’altro: – Guarda che culo ha quella. Da non
crederci.
L’altro rise. – Ne ho visti di meglio, – disse.
– Appunto, dico. – disse il primo. – Ma a qualche buffone, la fica piace
grassa.
– Be’, a me no.
– Nemmeno a me, – disse il primo. – Appunto, dico.
Doreen mise il panino davanti a Earl. Tutt’intorno c’erano patatine fritte,
insalata di verza in maionese e cetriolini.
– Vuoi qualcos’altro? – gli chiese. – Un bicchiere di latte? – Lui non
rispose. Quando vide che lei era ancora lí davanti, scosse la testa.
– Ti porto dell’altro caffè, – disse lei.
Tornò poco dopo con il bricco e versò caffè a lui e ai due tizi. Quindi
prese una ciotola e si voltò per riempirla di gelato. Si abbassò sul contenitore
per immergervi la spatola con cui servirlo. La gonna bianca le si tese sui
fianchi e le scoprí le gambe, mettendo in mostra un reggicalze rosa, cosce
rugose, grigiastre e un po’ pelose e una rete di vene che s’irradiava
all’impazzata.
I due tizi seduti accanto a Earl si scambiarono un’occhiata. Uno di loro
sollevò le sopracciglia. L’altro fece un ghigno e si portò la tazza alla bocca
senza staccare gli occhi di dosso a Doreen che intanto guarniva il gelato con
del cioccolato fuso. Quando cominciò ad agitare lo spray della panna
montata, Earl si alzò lasciando il cibo nel piatto e andò verso la porta. Sentí
che lei lo chiamava, ma tirò dritto.
Andò a dare un’occhiata ai ragazzi che dormivano, poi si spostò in
camera da letto e si spogliò. Tirò su le coperte, chiuse gli occhi e si lasciò
andare a pensare. La sensazione gli si sparse prima sul viso e poi gli scese
giú verso lo stomaco e le gambe. Aprí gli occhi e si mise ad agitare la testa
avanti e indietro sul cuscino. Quindi si girò su un fianco e si addormentò.
La mattina, dopo aver preparato e mandato i figli a scuola, Doreen entrò
nella camera da letto e tirò su le tapparelle. Earl era già sveglio.
– Guardati un po’ allo specchio, – le disse.
– Che c’è? – disse lei. – Che vuoi dire?
– Ho solo detto di guardarti un po’ allo specchio, – disse lui.
– Cos’è che dovrei vedere? – chiese lei. Però si guardò lo stesso nello
specchio sopra il comò e si spostò i capelli dietro le spalle.
– Allora? – disse Earl.
– Allora cosa?
– Lo sai che detesto dire certe cose, – disse Earl, – ma secondo me faresti
bene a pensare di metterti un po’ a dieta. Sul serio. Secondo me, ti farebbe
bene perdere qualche chilo. Senza offesa.
– Ma che dici?
– Quello che ho detto. Secondo me, ti farebbe bene perdere qualche
chilo. Qualcuno di sicuro.
– Non ne hai mai parlato prima, – disse. Si alzò la camicia da notte fino
alla vita e si esaminò la pancia allo specchio.
– Be’, prima non mi era sembrato un problema, – disse, cercando di
scegliere attentamente le parole.
Con la camicia da notte ancora raccolta attorno alla vita, Doreen diede la
schiena allo specchio e guardò da sopra la spalla. Si tirò su una natica con la
mano e poi la lasciò ricadere.
Earl chiuse gli occhi. – Magari mi sbaglio, – disse.
– No, mi sa che farei bene a perdere un po’ di peso. Ma sarà dura, –
disse lei.
– In questo hai ragione: sarà dura, – disse Earl. – Però ti do una mano io.
– Forse hai ragione, – disse lei. Lasciò ricadere la camicia da notte, lo
guardò e poi se la tolse del tutto.
Si misero a parlare di diete. Parlarono di diete proteiche, di diete vegetali,
della dieta del succo di pompelmo. Ma decisero che non si potevano
permettere di comprare le bistecche richieste dalle diete proteiche. E Doreen
disse che non è che le andasse molto di mangiare solo verdure. E dato che il
succo di pompelmo non le piaceva, anche quella dieta non vedeva come
potesse farla.
– E va bene, allora lascia perdere, – concluse lui.
– No, tu hai ragione, – disse lei. – Qualcosa farò.
– Che ne dici di un po’ di ginnastica? – disse Earl.
– Già ne faccio quanto basta, giú al locale, – fece lei.
– E allora smetti di mangiare, – disse Earl, – almeno per qualche giorno.
– E va bene, disse lei. – Ci proverò. Proviamo un po’ per qualche
giorno. M’hai convinto.
– Non per niente è il mio mestiere, – disse Earl.
Calcolò il saldo del loro conto in banca, poi andò in macchina a un
grande magazzino a comprare una bilancia. Squadrò bene la commessa che
gli batteva lo scontrino.
A casa, fece spogliare Doreen e la fece salire sulla bilancia. Aggrottò la
fronte nel vedere le vene varicose. Con la punta del dito ne seguí una che
s’irradiava lungo tutta la coscia.
– Ma che fai? – chiese lei.
– Niente, – rispose lui.
Guardò il quadrante della bilancia e scrisse il peso su un pezzo di carta.
– D’accordo, – disse Earl. – D’accordo.
Il giorno dopo rimase fuori tutto il pomeriggio per un colloquio di
lavoro. Il principale, un omone che zoppicando gli fece fare il giro del
magazzino di componenti idraulici, gli chiese se era libero di viaggiare.
– Come no? Liberissimo.
L’uomo annuí.
Earl sorrise.
Sentí il televisore acceso prima di entrare in casa. I ragazzi neanche
alzarono la testa mentre attraversava il soggiorno. In cucina, Doreen, già in
uniforme, stava mangiando uova strapazzate e pancetta.
– Che cosa stai facendo? – disse Earl.
Lei continuò a masticare con le guance gonfie. Poi però sputò tutto in un
tovagliolo.
– È stato piú forte di me, – disse lei.
– Sei una porca, – disse Earl. – Dài, continua a mangiare! Continua! –
Se ne andò in camera, chiuse la porta e si sdraiò sul letto. Sentiva ancora la
televisione a tutto volume. Si mise le mani dietro la nuca e fissò il soffitto.
Doreen aprí la porta.
– Ci proverò un’altra volta, – disse.
– Okay.
Due mattine dopo lo chiamò in bagno. – Guarda, – gli disse.
Earl guardò l’ago della bilancia. Aprí un cassetto e ne tirò fuori il foglio
di carta, poi guardò ancora la bilancia, mentre lei sorrideva.
– Quasi tre etti, – annunciò lei.
– È già qualcosa, – disse lui, dandole qualche leggera pacca sul fianco.
Leggeva tutti i giorni gli annunci economici. Passava all’ufficio di
collocamento. Ogni tre o quattro giorni prendeva la macchina e andava in
giro per colloqui di lavoro; la sera contava le mance della moglie. Lisciava le
banconote sul tavolo e sistemava le monete in mucchietti da un dollaro
l’uno, ordinati per nichelini, decini e quarti. Ogni mattina la metteva sulla
bilancia.
In due settimane aveva perso poco piú di un chilo e mezzo.
– Spizzico, – diceva lei. – Faccio la fame tutto il giorno e poi quando
sono al lavoro spizzico un po’ qua e là, ma insomma qualcosa accumulo.
Però una settimana dopo era scesa di due chili e mezzo. Due settimane
dopo, era a quattro chili e mezzo. I vestiti cominciarono ad andarle larghi.
Dovette prelevare dei soldi dall’affitto per pagarsi una nuova uniforme.
– La gente comincia a fare dei commenti, al lavoro, – disse.
– Che tipo di commenti? – chiese Earl.
– Per esempio che sono troppo pallida, – rispose lei. – Che non sembro
piú io. Hanno paura che stia perdendo troppo peso.
– E che male c’è a perdere peso? – disse lui. – Non gli dar retta. Digli che
si facciano i fatti loro. Non sono mica tuo marito, loro. Non è con loro che
devi vivere.
– È con loro che devo lavorare, però, – disse Doreen.
– Giusto, – disse Earl. – Ma loro non sono tuo marito.
Ogni mattina la seguiva fino in bagno e restava in attesa finché non
saliva sulla bilancia. Quindi si inginocchiava con la matita e il foglio di carta.
Il foglio si era riempito di date, giorni della settimana e cifre. Leggeva
l’indicazione dell’ago della bilancia, consultava il foglio e poi, secondo il
caso, annuiva o arricciava le labbra.
Ora Doreen passava piú tempo a letto. Dopo che i bambini erano andati
a scuola, si rimetteva sotto le coperte e anche nel pomeriggio, prima di
andare al lavoro, schiacciava lunghi pisolini. Earl le dava una mano con le
faccende domestiche, guardava la televisione e la lasciava dormire. Pensava
lui alla spesa e di tanto in tanto andava a fare colloqui di lavoro.
Una sera mise a letto i bambini, spense il televisore e decise di andare a
bere un po’ in giro. Appena i bar chiusero, andò in macchina fino alla tavola
calda.
Si sedette al bancone e rimase in attesa. Quando lei lo vide gli chiese: – I
ragazzi, tutto a posto?
Earl annuí.
Se la prese comoda, prima di ordinare. Continuava a osservare la moglie
mentre si spostava su e giú dietro il bancone. Alla fine si decise a ordinare
un cheeseburger. Lei passò l’ordinazione al cuoco e andò a servire un altro
cliente.
Arrivò l’altra cameriera con il bricco del caffè e riempí la tazza di Earl.
– Chi è la tua amica? – le chiese, indicando la moglie con la testa.
– Si chiama Doreen, – rispose la cameriera.
– È cambiata un sacco dall’ultima volta che sono stato qui, – disse.
– Non saprei, – disse la cameriera.
Mangiò il cheeseburger e bevve il caffè. I clienti continuavano ad
alternarsi al bancone. Li serviva quasi tutti Doreen, anche se ogni tanto
veniva a prendere un’ordinazione l’altra cameriera. Earl osservava la moglie
e ascoltava attentamente ogni commento. Per due volte fu costretto a lasciare
il suo punto di osservazione per andare in bagno. In tutti e due i casi si
chiese se nel frattempo gli fosse sfuggito qualche cosa. La seconda volta,
tornando dal bagno, la sua tazza non c’era piú e il suo posto era occupato da
un altro. Andò a sistemarsi su uno sgabello in fondo al bancone, accanto a
un signore piú anziano che indossava una camicia a strisce.
– Cos’altro vuoi? – gli chiese Doreen quando lo vide di nuovo seduto al
bancone. – Non dovresti essere a casa?
– Dammi dell’altro caffè, – rispose lui.
Il signore accanto a Earl stava leggendo il giornale. Alzò lo sguardo
quando Doreen versò una tazza di caffè per Earl. Le lanciò un’occhiata
mentre si allontanava e riprese a leggere il giornale.
Earl sorseggiò il caffè e attese che l’uomo dicesse qualcosa. Lo osservava
con la coda dell’occhio. Il signore aveva finito di mangiare e aveva già
spinto il suo piatto da una parte. Si accese una sigaretta, piegò il giornale e
continuò a leggere.
Doreen arrivò, tolse il piatto sporco e gli versò dell’altro caffè.
– Che ne dice di quella, eh? – chiese Earl all’uomo, accennando con la
testa a Doreen che si allontanava lungo il bancone. – Non le pare una cosa
eccezionale?
L’uomo alzò lo sguardo dal giornale. Guardò Doreen, guardò Earl e poi
si rimise a leggere.
– Allora? Che ne pensa? – insisté Earl. – Le chiedo: è o non è uno
schianto? Che ne dice?
L’uomo strattonò il giornale.
Quando Doreen si riavvicinò a loro, Earl diede di gomito al vicino e
disse: – Le voglio dire una cosa. Stia a sentire. Le guardi bene il culo. E
adesso stia a vedere. Potrei avere un gelato guarnito al cioccolato? – ordinò
ad alta voce, rivolto a Doreen.
Lei gli si fermò davanti e tirò un gran sospiro. Quindi si voltò, prese una
ciotola e la spatola per il gelato. Si chinò sopra al freezer e s’abbassò per
affondare la spatola nel gelato. Earl guardò l’uomo e gli strizzò l’occhio
quando la gonna di Doreen cominciò a risalirle sulle gambe. Ma lo sguardo
dell’uomo incrociò quello dell’altra cameriera. Allora si mise il giornale
piegato sotto il braccio e s’infilò una mano in tasca.
L’altra cameriera andò dritta da Doreen. – Ma chi è quel personaggio? –
le chiese.
– Quale? – domandò Doreen, voltandosi con la ciotola del gelato ancora
in mano.
– Quello là, – disse la cameriera indicando Earl con un cenno del capo. –
Chi è quel buffone, eh?
Earl sfoderò il suo miglior sorriso. E continuò a sorridere. Continuò
finché non sentí che quel sorriso forzato gli stava deformando la faccia.
Ma l’altra cameriera si limitava a osservarlo, mentre Doreen cominciava
a scuotere lentamente la testa. Intanto l’uomo aveva posato qualche spicciolo
accanto alla tazza e si era alzato in piedi, ma anche lui restava in attesa di
sentire la risposta. Tenevano tutti gli occhi puntati su Earl.
– È un rappresentante di commercio. È mio marito, – disse infine
Doreen, alzando le spalle. Poi piazzò il gelato davanti a lui senza nemmeno
guarnirlo di cioccolato e gli andò a battere il conto.
Lei è un dottore?

Uscí di corsa dallo studio in pigiama, pantofole e vestaglia appena il


telefono cominciò a squillare. Visto che erano le dieci passate, doveva essere
sua moglie. Telefonava – a quell’ora tarda, dopo un paio di bicchierini –
tutte le sere, quand’era fuori città. Era responsabile degli acquisti ed era stata
in viaggio d’affari tutta la settimana.
– Pronto, cara? – disse. – Pronto? – ripeté.
– Chi parla? – chiese una voce femminile.
– Be’, chi parla dovrei dirlo io, – ribatté lui. – Che numero ha fatto?
– Un attimo, – disse la donna. – Il 273-8063.
– Il numero è il mio, – disse lui. – Come l’ha avuto?
– Non lo so. L’ho trovato scritto su un foglietto quando sono tornata dal
lavoro, – disse la donna.
– Chi ce l’ha scritto?
– Non lo so, – disse la donna. – La baby-sitter, immagino. Per forza.
– Be’, non so come l’abbia avuto la sua baby-sitter, – disse lui, – ma è il
mio numero e non è nell’elenco. Le sarei grato se lo buttasse via. Pronto? Mi
ha sentito?
– Sí, ho sentito, – disse la donna.
– C’è altro? – chiese lui. – È tardi e ho da fare –. Non aveva intenzione
di essere scortese, ma la prudenza non è mai troppa. Si sedette sulla sedia
vicino al telefono e disse: – Non avevo intenzione di essere scortese. Volevo
solo dire che è tardi e sono un po’ preoccupato per come ha avuto il mio
numero –. Si sfilò una pantofola e cominciò a massaggiarsi un piede, in
attesa.
– Non lo so neanch’io, – disse lei. – Gliel’ho detto: l’ho trovato scritto
senza neanche una nota, niente. Lo chiederò ad Annette (è la baby-sitter)
quando la vedo, domani. Non volevo disturbarla. L’ho appena trovato,
questo foglietto. Da quando sono tornata dal lavoro sono sempre stata di là
in cucina.
– Va bene, – disse lui. – Lasci perdere. Lo butti via e lasci perdere. Non
c’è problema, perciò non si preoccupi –. Spostò la cornetta da un orecchio
all’altro.
– Lei sembra una persona gentile, – disse la donna.
– Davvero? Be’, gentile lei a dirmelo –. Si rendeva conto che a questo
punto doveva riattaccare, ma gli piaceva sentire una voce nella stanza
silenziosa, anche se era la sua.
– Eh sí, – disse lei, – si sente.
Lui smise di massaggiarsi il piede.
– Come si chiama, se la domanda non è troppo indiscreta? – chiese lei.
– Mi chiamo Arnold, – rispose lui.
– E di nome? – chiese lei.
– Arnold è il mio nome, – disse lui.
– Oh, mi perdoni, – disse lei, – Arnold è il suo nome di battesimo. E di
cognome? Come fa di cognome, Arnold?
– Adesso devo proprio riattaccare, – disse lui.
– Per l’amor del cielo, Arnold. Io mi chiamo Clara Holt. Lei, invece, è il
signor Arnold e poi?
– Arnold Breit, – disse lui e poi aggiunse subito: – Clara Holt. Bel nome.
Ma ora penso proprio di dover riattaccare, signorina Holt. Sto aspettando
una telefonata.
– Mi dispiace, Arnold. Non avevo intenzione di trattenerla tanto, – disse
lei.
– Non c’è problema, – disse lui. – È stato bello chiacchierare con lei.
– Carino da parte sua, Arnold.
– Può rimanere un attimo in linea? – disse lui. – Devo controllare una
cosa –. Andò nello studio per prendere un sigaro, si fermò un attimo per
accenderlo con l’accendisigari da tavolo, poi si tolse gli occhiali e si guardò
nello specchio sopra il caminetto. Quando tornò al telefono, per un attimo
temette che lei avesse riattaccato.
– Pronto?
– Pronto, Arnold? – disse lei.
– Credevo avesse riattaccato.
– Oh, no, – rispose lei.
– A proposito del fatto che ha il mio numero, – disse Arnold. – Non c’è
di che preoccuparsi, direi. Mi sa che basterà che lo butti via.
– Certo, Arnold, – disse lei.
– Bene, allora dobbiamo salutarci.
– Sí, certo, – disse lei. – Le auguro la buonanotte.
La sentí respirare all’altro capo del telefono.
– Mi rendo conto d’essere un po’ invadente, Arnold, ma crede che ci si
possa vedere da qualche parte per fare due chiacchiere? Magari solo pochi
minuti?
– Temo sia impossibile, – rispose lui.
– Solo un minuto, Arnold. Sa, il fatto che abbia trovato il suo numero,
eccetera. Ho come una forte sensazione al riguardo, Arnold.
– Io sono vecchio, ormai, – disse lui.
– Oh, non è vero, – disse lei.
– No, sul serio, – disse lui.
– Possiamo vederci da qualche parte, Arnold? Vede, non le ho detto
tutto. C’è anche un’altra cosa, – disse la donna.
– Come sarebbe a dire? – chiese lui. – Di che parla, esattamente? Pronto?
Aveva riattaccato.
Mentre si preparava per andare a letto, arrivò la telefonata di sua moglie,
un po’ brilla, lo capí subito, e chiacchierarono per qualche minuto, però non
le disse niente a proposito dell’altra telefonata. Piú tardi, proprio quando
stava per infilarsi sotto le coperte, il telefono squillò di nuovo.
Sollevò la cornetta. – Pronto? Qui parla Arnold Breit.
– Arnold, mi dispiace che sia caduta la linea. Come le dicevo, secondo
me è importante che ci vediamo.
Il pomeriggio seguente, quando infilò la chiave nella serratura, sentí il
telefono che squillava. Lasciò cadere la ventiquattrore e senza neanche
togliersi cappello, cappotto e guanti corse al tavolo e sollevò il ricevitore.
– Arnold, mi dispiace disturbarla di nuovo, – disse la donna. – Ma deve
proprio venire a casa mia questa sera verso le nove, nove e mezzo. Mi può
fare questo favore, Arnold?
Ebbe un tuffo al cuore quando si sentí chiamare per nome. – Non posso
proprio, – disse.
– La prego, Arnold, – insisté lei. – È importante, altrimenti non glielo
chiederei. Stasera non posso uscire perché Cheryl ha il raffreddore e ora ho
paura che se lo prenda anche il maschietto.
– E suo marito? – Arnold rimase in attesa della risposta.
– Non sono sposata, – disse lei. – Verrà, vero?
– Non posso prometterle niente, – disse lui.
– Oh, la scongiuro, venga, – disse lei, poi gli dettò rapidamente
l’indirizzo e riattaccò.
«Oh, la scongiuro, venga», ripeté tra sé e sé, con la cornetta ancora in
mano. Lentamente si sfilò i guanti e si tolse il cappotto. Sentiva che doveva
stare attento. Andò a darsi una lavata. Quando guardò nello specchio del
lavandino si accorse di avere ancora il cappello in testa. Fu allora che decise
che l’avrebbe incontrata; si tolse cappello e occhiali e si insaponò la faccia.
Poi si controllò le unghie.
– Ma è sicuro che sia questa, la strada? – chiese Arnold al tassista.
– La strada è questa e il palazzo eccolo là, – rispose il tassista.
– Non si fermi, – gli disse. – Mi faccia scendere alla fine dell’isolato.
Pagò il tassista. Le luci dei piani alti illuminavano i balconi. Riusciva a
scorgere i vasi di fiori sulle ringhiere e qua e là una sdraio o dei tavolini di
plastica. Su uno dei balconi, un uomo massiccio con addosso una felpa si
sporse dalla ringhiera e lo seguí con lo sguardo mentre si avvicinava al
portone.
Spinse il pulsante corrispondente a «c. holt». Si udí un ronzio e Arnold
si girò verso il portone ed entrò. Salí le scale lentamente, fermandosi un
attimo a riprendere fiato a ogni pianerottolo. Gli venne in mente un albergo
nel Lussemburgo, i cinque piani di scale che lui e sua moglie avevano salito
tanti anni prima. Sentí una fitta al fianco, si immaginò il proprio cuore, si
immaginò che le gambe gli cedessero all’improvviso, si immaginò un
rumoroso capitombolo fino in fondo alle scale. Tirò fuori il fazzoletto e si
asciugò la fronte. Poi si tolse gli occhiali e pulí le lenti, in attesa che il cuore
si calmasse.
Guardò il corridoio. Il condominio era molto silenzioso. Si fermò
davanti alla porta della donna, si tolse il cappello e bussò piano. La porta si
aprí un poco per rivelare una bambinetta paffutella in pigiama.
– È lei Arnold Breit? – gli chiese.
– Si, sono io, – rispose lui. – C’è la mamma?
– Ha detto di farla entrare. Ha detto di dirle che è andata in farmacia a
comprare lo sciroppo per la tosse e l’aspirina.
Arnold si richiuse la porta alle spalle. – E tu come ti chiami? La mamma
me l’ha detto, ma me ne sono scordato.
Vedendo che la bambina non rispondeva, Arnold fece un altro tentativo.
– Com’è che ti chiami? Shirley, per caso?
– Cheryl, – rispose la bambina. – C-h-e-r-y-l.
– Ah, già. Adesso ricordo. Be’, devi ammettere che ci sono andato
vicino.
La bambina si sedette su un cuscino dall’altra parte della stanza e si mise
a osservarlo.
– E cosí sei malata, eh? – le chiese Arnold.
La bambina scosse la testa.
– Non sei malata?
– No, – disse lei.
Lui si guardò attorno. La stanza era illuminata da una piantana dorata con
un grosso posacenere e un portariviste incorporati nello stelo. Il televisore
era addossato alla parete di fondo ed era acceso, con il volume al minimo.
Uno stretto corridoio portava al resto dell’appartamento. Il riscaldamento
andava al massimo, l’aria era pesante e c’era un forte odore di medicinali.
Sul tavolinetto c’erano bigodini e forcine per capelli, sul divano, un
accappatoio rosa.
Arnold osservò di nuovo la bambina, poi volse lo sguardo verso la
cucina e la porta a vetri che da quella si apriva sul balcone. Le imposte erano
socchiuse e lui sentí un brivido gelido nel ricordare l’uomo massiccio in tuta
affacciato al balcone.
– Mamma è uscita un secondo, – disse la bambina, come scuotendosi
improvvisamente dal sonno.
Arnold si sporse in punta di piedi, con il cappello ancora in mano, e la
fissò. – Mi sa che è meglio che io vada, – disse.
Sentí la chiave girare nella serratura e la porta si spalancò. Una donna
minuta, pallida e lentigginosa entrò con in mano un sacchetto di carta.
– Arnold! Che piacere vederla! – Gli lanciò un’occhiata rapida e un po’
imbarazzata, poi scosse la testa da una parte all’altra in modo strano mentre
entrava in cucina con il sacchetto. Arnold sentí uno sportello della credenza
richiudersi. La bambina continuava a restare seduta sul cuscino e a
osservarlo. Lui spostò il peso da una gamba all’altra, poi si rimise il cappello
in testa e, in un unico gesto, se lo tolse di nuovo mentre la donna rientrava
in soggiorno.
– Lei è un dottore? – gli chiese a bruciapelo.
– No, – rispose lui, stupito. – No, non lo sono.
– Cheryl è malata, sa? Sono uscita a comprare qualcosa. Perché non hai
preso il cappotto del signore? – chiese, rivolta alla bambina. – La prego di
scusarla. Non siamo abituati ad avere ospiti.
– Non posso fermarmi, – disse lui. – Anzi, veramente non sarei dovuto
neanche venire.
– Si accomodi, la prego, – disse lei. – Non possiamo parlare cosí. Lasci
solo che prima le dia la medicina. Poi facciamo due chiacchiere.
– Devo proprio andare, – disse lui. – Dal tono della sua voce, credevo
fosse una questione di una certa urgenza. Ma adesso devo proprio andare –.
Si guardò le mani e si rese conto di aver gesticolato in modo non troppo
convinto.
– Adesso metto su l’acqua per il tè, – le sentí dire, come se non lo avesse
ascoltato. – Poi do la medicina a Cheryl e facciamo due chiacchiere.
Prese la bambina e guidandola per le spalle la condusse in cucina.
Arnold vide la donna prendere un cucchiaio, aprire una boccetta di qualcosa
dopo averne letto l’etichetta e versarne due dosi sul cucchiaio.
– Adesso dai la buonanotte al signor Breit, tesoro, e vai di là in camera
tua.
Arnold salutò la bambina con un cenno del capo, poi seguí la donna in
cucina. Non si accomodò dove gli aveva indicato lei, bensí scelse una sedia
da cui poteva vedere il balcone, il corridoio e il piccolo soggiorno. – Le dà
fastidio se fumo il sigaro? – le chiese.
– No, affatto, – rispose lei. – Non credo proprio mi darà fastidio,
Arnold. Prego.
Lui decise di lasciar perdere. Appoggiò le mani sulle ginocchia e assunse
un’espressione seria.
– Questa storia è ancora parecchio misteriosa per me, – disse. – È del
tutto fuori dal normale, le assicuro.
– Mi rendo conto, Arnold, – disse lei. – Magari le piacerebbe capire
come mai ho avuto il suo numero di telefono.
– Infatti, – disse lui.
Rimasero seduti l’uno di fronte all’altra, in attesa che l’acqua bollisse.
Lui riusciva a sentire la televisione. Si guardò attorno nella cucina e poi di
nuovo verso il balcone. L’acqua cominciò a gorgogliare.
– Stava per dirmi del numero di telefono, – disse lui.
– Come dice, Arnold? Mi scusi, – disse lei.
Lui si schiarí la voce. – Mi dica come si è procurata il mio numero, –
disse.
– Ho chiesto ad Annette. È la baby-sitter... ma certo, lo sa già. Ad ogni
modo, lei mi ha detto che mentre era qui è squillato il telefono e c’era
qualcuno che voleva me. Hanno lasciato un numero perché li richiamassi, e
il numero che la ragazza ha segnato era il suo. Questo è tutto quello che so –.
Spostò una tazza che aveva davanti a sé. – Mi dispiace di non poterle dire di
piú.
– L’acqua bolle, – disse lui.
Lei tirò fuori i cucchiaini, il latte, lo zucchero e versò l’acqua fumante
sulle bustine.
Arnold aggiunse lo zucchero e mescolò il suo tè. – Ha detto che era
urgente che venissi.
– Oh, per quello, Arnold, – disse lei, voltandosi. – Non so che cosa mi
ha preso per dire una cosa del genere. Non riesco a immaginare cosa mi sia
passato per la testa.
– Insomma, non c’è niente? – chiese lui.
– No. Cioè, sí –. La donna scosse la testa. – Come dice lei, cioè. Niente.
– Capisco, – fece lui. Continuò a mescolare il tè. – Insolito, – aggiunse
dopo qualche secondo, quasi tra sé e sé. – Del tutto insolito –. Accennò un
sorrisetto, poi spostò la tazza da una parte e si toccò le labbra con il
tovagliolo.
– Non se ne andrà mica, adesso? – disse lei.
– Devo, – disse lui. – Aspetto una telefonata a casa.
– Resta ancora un po’, Arnold.
La donna spinse indietro la sedia e si alzò. Aveva gli occhi verde chiaro,
incavati nel volto pallido e circondati da un alone che a prima vista aveva
scambiato per ombretto scuro. Con suo grande stupore, consapevole che poi
si sarebbe disprezzato per aver fatto una cosa del genere, Arnold si alzò e le
cinse la vita con le braccia in modo piuttosto goffo. Lei si lasciò baciare,
battendo le palpebre e chiudendole per un attimo.
– È tardi, – disse poi, lasciandola andare e allontanandosi da lei con
passo incerto. – Lei è stata molto gentile. Ma adesso devo proprio andare,
signora Holt. La ringrazio per il tè.
– Tornerai un’altra volta, vero, Arnold? – chiese lei.
Lui scosse la testa.
Lei lo accompagnò alla porta, dove lui le tese la mano. Sentiva la
televisione sullo sfondo. Era sicuro che nel frattempo il volume era stato
alzato. A quel punto si ricordò dell’altro bambino: il maschietto. Dov’era?
Lei gli prese la mano e se la portò brevemente alle labbra. – Non ti
scordare di me, Arnold.
– Non la scorderò, – le disse. – Clara. Clara Holt, – aggiunse.
– È stata una bella chiacchierata, – disse lei. Tolse via qualcosa, un
capello, un filo, dal bavero del vestito di lui. – Mi ha fatto piacere che sia
venuto e sono certa che tornerà –. Lui la osservò attentamente, ma lei ormai
fissava un punto oltre lui, come se stesse cercando di ricordare qualcosa. – E
ora... buonanotte, Arnold, – disse e chiuse subito la porta, quasi
prendendogli il soprabito tra i battenti.
«Che strano», si disse lui, cominciando a scendere le scale. Arrivato sul
marciapiedi tirò un lungo respiro e si fermò un istante a guardare il palazzo
alle sue spalle. Ma non fu in grado di individuare il balcone della donna.
L’uomo massiccio in tuta appoggiato alla ringhiera si sporse un poco e
continuò a guardarlo.
Arnold cominciò a camminare, con le mani sprofondate nelle tasche del
soprabito. Quando arrivò a casa, il telefono squillava. Lui rimase in silenzio
al centro della stanza, con le chiavi ancora tra le dita, finché la suoneria non
tacque. Poi, con estrema tenerezza, si appoggiò una mano sul petto e sentí il
cuore che batteva attraverso gli strati di stoffa. Dopo un po’ si diresse verso
la camera da letto.
Quasi immediatamente il telefono tornò in vita e questa volta lui rispose.
– Pronto, qui è Arnold. Arnold Breit, – disse.
– Arnold? Mamma mia, come siamo formali, stasera! – esclamò la
moglie, con voce squillante e ironica. – È dalle nove che ti chiamo. Tutta
vita, eh, Arnold?
Lui rimase in silenzio, riflettendo sulla voce di lei.
– Arnold, ci sei? – disse la moglie. – Dalla voce sembri un altro.
Il padre

Il neonato dormiva in una cesta accanto al letto, con indosso una


cuffietta bianca e una camiciola lunga. La cesta era stata appena ridipinta,
decorata con nastri di raso azzurro ghiaccio e imbottita con una trapunta
celeste. Le tre sorelline con la madre, che aveva appena lasciato il letto e non
si era ancora rimessa del tutto, e la nonna stavano attorno al bambino e lo
osservavano fissare il soffitto e di tanto in tanto portarsi il pugnetto alla
bocca. Non rideva e neanche sorrideva, il piccolo, però a volte batteva le
palpebre o si passava rapidamente la lingua sulle labbra quando una delle
bambine gli stuzzicava il mento.
Il padre era in cucina, ma le sentiva giocare di là con il bambino.
– A chi è che vuoi bene, piccolo? – disse Phyllis, facendogli il solletico
sotto il mento.
– Ci vuole bene a tutti, – disse Phyllis, – ma a papà vuole ancora piú
bene perché è un maschietto come lui!
La nonna si sedette sul bordo del letto e disse: – Guardate che bel
bracciotto! cosí paffutello. E i ditini? Tutto sua madre.
– Non è dolcissimo? – disse la madre. – Sta benissimo, il mio bambino
–. Si chinò su di lui e lo baciò in fronte, aggiustandogli la copertina attorno
al braccio. – Anche noi gli vogliamo tanto bene.
– Ma a chi somiglia, a chi somiglia? – esclamò Alice e tutte si
avvicinarono ancora di piú alla cesta per vedere a chi somigliava il bambino.
– Ha gli occhi belli, – disse Carol.
– Tutti i bambini hanno gli occhi belli, – disse Phyllis.
– Le labbra sono tutte quelle del nonno, – disse la nonna. – Guardate che
labbra.
– Non lo so... – disse la madre. – Non direi.
– Il naso! Il naso! – esclamò Alice.
– Che cos’ha il naso? – chiese la madre.
– Mi ricorda il naso di qualcuno, – rispose la bambina.
– Mah, non so, – osservò la madre. – Non mi pare.
– Quelle labbra... – mormorò la nonna. – I ditini... –
disse, scoprendogli la manina e allargandogli le dita.
– A chi somiglia, il pupo?
– Non somiglia a nessuno, – disse Phyllis. E tutte si strinsero ancora di
piú attorno alla cesta.
– Lo so io! Lo so io! – esclamò Carol. – Somiglia a papà! – E allora tutte
guardarono il neonato con maggiore attenzione.
– Ma papà a chi somiglia? – chiese Phyllis.
– Papà a chi somiglia? – ripeté Alice, e tutte insieme si voltarono per
guardare verso la cucina dove il padre era seduto al tavolo, dando loro la
schiena.
– Be’, a nessuno! – disse Phyllis e cominciò a piagnucolare.
– Shhh, fece la nonna, distogliendo lo sguardo dalla cucina e
rivolgendolo di nuovo al bambino.
– Papà non somiglia proprio a nessuno! – esclamò Alice.
– Ma deve per forza somigliare a qualcuno, – disse Phyllis, asciugandosi
gli occhi con uno dei nastri. A parte la nonna, guardavano tutte il padre,
ancora seduto al tavolo.
Si era girato sulla sedia e aveva il viso bianco e senza espressione.
Nessuno diceva niente

Li sentivo, di là in cucina. Non sentivo quello che dicevano, ma stavano


litigando. Dopo un po’ hanno smesso, e lei s’è messa a piangere. Ho dato di
gomito a George. Pensavo si sarebbe svegliato e magari gli avrebbe detto
qualcosa, cosí si sarebbero sentiti in colpa e avrebbero smesso. Ma George
certe volte è proprio stronzo. Ha cominciato a scalciare e a sbraitare.
– La pianti di ficcarmi i gomiti addosso, brutto bastardo? – ha detto. –
Guarda che glielo dico.
– Sei piú scemo di una cacca di gallina, – gli ho detto io. – Possibile che
non capisci mai niente? Stanno litigando e mamma piange. Ascolta.
Si è messo in ascolto alzando la testa dal cuscino. – Non me ne frega
niente, – ha detto poi, si è rigirato verso la parete e s’è rimesso a dormire.
George è proprio uno stronzo coi fiocchi.
Piú tardi ho sentito papà che usciva per andare a prendere l’autobus. S’è
sbattuto la porta alle spalle. La mamma me l’aveva detto che lui voleva
distruggere la famiglia. Non avevo voluto darle retta.
Dopo un po’ ci è venuta a chiamare per andare a scuola. Aveva una voce
strana, non so bene. Le ho detto che mi faceva male la pancia. Eravamo nella
prima settimana di ottobre e ancora non avevo fatto nessuna assenza, perciò
che poteva dire? M’ha guardato, ma era come se stesse pensando ad altro.
George era sveglio e ha sentito tutto. Che era sveglio lo capivo da come si
muoveva nel letto. Aspettava di vedere come sarebbe andata a finire per poi
fare la sua mossa.
– E va bene –. Poi ha scosso la testa. – Che ne so io. Resta a casa allora.
Ma ricordati, niente televisione.
George s’è tirato subito su. – Sto male anch’io, – le ha detto. – Ho mal di
testa. Questo qua è stato tutta la notte a sgomitare e a prendermi a calci. Non
m’ha fatto chiudere occhio.
– Adesso basta, – ha detto lei. – George, fila subito a scuola! Non voglio
che resti qui a litigare con tuo fratello tutto il giorno. Alzati subito e vestiti.
Guarda che parlo sul serio. Non ce la faccio a combattere un’altra battaglia
stamattina.
George ha aspettato che uscisse da camera nostra. Poi è sceso dal fondo
del letto. – Brutto bastardo, – ha detto e m’ha sfilato di un colpo tutte le
coperte. Quindi s’è rifugiato in bagno.
– Guarda che t’ammazzo, – gli ho gridato dietro, ma non troppo forte per
non farmi sentire da lei.
Sono rimasto a letto fin quando George non è andato a scuola. Quando
lei ha cominciato a prepararsi per andare al lavoro, le ho chiesto se mi
preparava il letto sul divano. Le ho detto che volevo studiare. Sul tavolo del
salotto avevo i libri di Edgar Rice Burroughs che m’avevano regalato per il
compleanno e il testo di scienze sociali. Ma non mi andava neanche di
leggere. Volevo che lei se ne andasse, cosí mi mettevo a guardare la
televisione.
Ho sentito che tirava lo sciacquone.
Non ce la facevo piú ad aspettare cosí ho acceso la Tv e ho tolto il
volume. Sono andato in cucina dove aveva lasciato il suo pacchetto di
sigarette e ne ho tirate fuori tre. Le ho nascoste nella credenza e sono tornato
sul divano a leggere La principessa di Marte. Lei s’è affacciata e ha lanciato
un’occhiata alla televisione, però non ha detto niente. Avevo il libro aperto
davanti a me. S’è aggiustata i capelli davanti allo specchio e poi è andata in
cucina. Quando è tornata ad affacciarsi, mi sono rimesso a guardare il libro.
– Sono in ritardo. Ciao, tesoro –. No, non l’avrebbe tirata in ballo la
storia della televisione. La sera prima aveva detto che ormai non lo sapeva
neanche piú cosa voleva dire andare a lavorare senza essere «agitata».
– Non devi cucinare. Non c’è bisogno di accendere i fornelli per niente.
Se hai fame, in ghiacciaia c’è del tonno –. Mi ha guardato. – Però se ti fa
male la pancia, mi sa che è meglio che non mangi niente. Comunque, non
hai bisogno di accendere i fornelli. Hai capito? Prendi la medicina, tesoro, e
spero che la pancia non ti dia piú fastidio stasera. Magari staremo tutti un po’
meglio, stasera.
Sulla porta si è fermata e ha girato la maniglia. Sembrava volesse dire
qualche altra cosa. S’era messa la camicetta bianca, la cintura alta e la gonna
nera. A volte la chiamava la sua tenuta, altre volte, la sua uniforme. Da
quando me la ricordavo, era sempre o appesa nell’armadio o sul filo ad
asciugare o nella bacinella per essere lavata a mano la sera o in cucina per
essere stirata.
Lavorava dal mercoledí alla domenica.
– Ciao, ma’.
Ho aspettato finché ha messo in moto la macchina e ha scaldato il
motore. Sono rimasto in ascolto finché non ho sentito la macchina staccarsi
dal marciapiedi. Allora mi sono alzato, ho messo la tele a tutto volume e
sono andato a prendere le sigarette. Me ne sono fumata una e mi sono tirato
una sega guardando un programma su medici e infermiere. Poi ho cambiato
canale. Poi l’ho spenta. Non mi andava piú di guardarla.
Ho finito il capitolo dove Tars Tarkas s’innamora di una donna verde,
ma poi il giorno dopo il cognato geloso le taglia la testa. Quella storia erano
almeno cinque volte che la rileggevo. Poi sono andato in camera loro e mi
sono messo a rovistare. Non è che cercassi qualcosa di preciso se non, come
al solito, i preservativi, e anche se avevo cercato dappertutto non ne avevo
mai trovato nemmeno uno. Una volta avevo scovato un barattolo di vaselina
in fondo a un cassetto. Sapevo che aveva qualcosa a che fare con tutta la
faccenda, ma non avevo idea come. M’ero messo a studiarne l’etichetta nella
speranza che mi rivelasse qualcosa, che so, una descrizione di che ci faceva
la gente o come la si applica, roba del genere. Macché, «Vaselina pura» era
l’unica cosa scritta sull’etichetta. Ma bastava leggere quello per farmelo
venire duro. «Ottimo ausilio nella cura dell’infanzia», diceva l’etichetta sul
retro. Avevo cercato il collegamento tra l’infanzia – altalene e scivoli, recinti
di sabbia e strutture per arrampicarsi – e quello che quei due facevano a
letto. L’avevo aperto un sacco di volte quel vasetto, annusato il contenuto e
perfino controllato quanto ne avevano usato dalla volta prima. Questa volta
ho rinunciato anche alla «Vaselina pura». Cioè, ho solo dato un’occhiata per
vedere se il barattolo c’era ancora. Ho rovistato in un paio di cassetti, senza
veramente aspettarmi di trovarci niente. Ho guardato sotto il letto. Niente da
nessuna parte. Ho controllato il barattolo nell’armadio dove tenevano i soldi
per la spesa. Non c’erano spiccioli, solo un biglietto da cinque e uno da uno.
Se ne sarebbero accorti. Allora m’è venuta l’idea di vestirmi e di andare giú
al Birch Creek. La stagione delle trote sarebbe durata un’altra settimana o giú
di lí, ma quasi tutti avevano già smesso di pescare. Se ne stavano in
panciolle ad aspettare che s’aprisse la caccia ai cervi e ai fagiani, nient’altro.
Mi sono tolto i vestiti vecchi. Ho infilato calze di lana sopra a quelle
normali e mi sono allacciato gli stivaloni alti con molta cura. Ho preparato
un paio di panini al tonno e qualche strato di gallette con in mezzo il burro di
arachidi. Ho riempito la borraccia e me la sono attaccata alla cinta insieme al
coltello da caccia. Quando stavo già per uscire, ho deciso di lasciare un
biglietto. cosí ho scritto: «Mi sento un po’ meglio e vado giú al Birch Creek.
Torno presto. R. 3.15». Mancavano quasi quattro ore ed era quindici minuti
prima che George tornasse da scuola. Prima di uscire mi sono mangiato uno
dei panini e ci ho bevuto sopra un bicchiere di latte.
Fuori era bello. Era autunno. Però ancora non faceva freddo, a parte la
notte. La notte, nei frutteti, avevano cominciato ad accendere i falò antigelo
nei bidoni e cosí la mattina ci si svegliava con un cerchio di roba nera
attorno al naso. Ma nessuno ci trovava da ridire. Si diceva che i falò
evitavano che i giovani peri gelassero, perciò andava bene cosí.
Per arrivare a Birch Creek bisogna percorrere tutta la nostra strada fino a
sboccare sulla Sixteenth Avenue. lí si gira a sinistra e si risale la collina fin
dopo il cimitero, poi giú verso Lennox, dove c’è il ristorante cinese. Da
quell’incrocio si vede l’aeroporto e sotto l’aeroporto scorre Birch Creek. Al
bivio la Sixteenth cambia nome e diventa View Road. La si segue per un po’
finché si arriva al ponte. Ai lati della strada ci sono dei frutteti. Certe volte,
passando accanto ai frutteti si vedono i fagiani scorrazzare lungo i filari, ma
lí non si può cacciarli, perché potresti rimediare una schioppettata da un
greco che si chiama Matsos. A occhio è un tragitto di una quarantina di
minuti a piedi.
Ero arrivato a metà circa della Sixteenth quando una donna con una
macchina rossa s’è accostata alla spalletta poco davanti a me. Ha tirato giú il
finestrino dalla mia parte e mi ha chiesto se volevo un passaggio. Era magra
e piena di bollicine attorno alla bocca. Aveva i bigodini in testa. Però era
carina lo stesso. Indossava un maglione marrone con un bel paio di tette
dentro.
– Hai marinato scuola, eh?
– Mi sa di sí.
– Ti serve un passaggio?
Ho annuito.
– Salta su. Vado di corsa.
Ho appoggiato la canna e il cestino sul sedile posteriore che, come il
pavimento, era ingombro di buste della spesa del negozio di Mel. Ho provato
a pensare a qualcosa da dire.
– Vado a pesca, – ho detto alla fine. Mi sono tolto il berretto, ho tirato su
la borraccia per sedermi e mi sono seduto tenendomi stretto al finestrino.
– Be’, chi l’avrebbe mai detto –. È scoppiata a ridere e si è rimessa in
carreggiata. – Dove vai? Giú a Birch Creek?
Ho annuito di nuovo. Ho fissato il berretto. Me l’aveva comprato mio zio
a Seattle quando era andato a vedere una partita di hockey. Non mi veniva in
mente piú niente da dire. Mi sono messo a guardare fuori dal finestrino e a
succhiarmi le guance. Ci si immagina sempre di venir rimorchiati da una
donna del genere. Colpo di fulmine: ti porta da lei e si fa scopare in giro per
tutta la casa. Solo a pensarci, ha cominciato a venirmi duro. Ci ho messo
sopra il berretto, ho chiuso gli occhi e ho provato a pensare al baseball.
– Mi dico sempre che un giorno o l’altro mi metto a pescare anch’io, –
ha detto. – Dicono che sia molto rilassante. Io sono un po’ nervosa, come
persona.
Ho riaperto gli occhi. Eravamo fermi all’incrocio. Volevo dirle: «Ha
proprio tanto da fare? Le piacerebbe cominciare stamattina stessa?» Ma non
avevo neanche il coraggio di guardarla.
– Ti va bene qui? Io svolto di là. Mi dispiace, ma stamattina vado un po’
di fretta, – ha detto lei.
– No, va bene. Qui va benissimo –. Ho tirato fuori la mia roba. Poi mi
sono rimesso in testa il berretto, ma me lo sono tolto di nuovo quando le ho
detto: – Arrivederci. Grazie. Magari l’estate prossima... – ma non sono
riuscito a finire la frase.
– Vuoi dire a pescare? Come no! – Mi ha fatto un cenno di saluto con
due dita, come fanno le donne.
Mi sono messo a camminare, rimuginando quello che avrei dovuto dire.
Adesso mi venivano in mente un sacco di cose. Che idiota. Ho frustato l’aria
con la canna da pesca e ho lanciato due o tre urla. Quello che avrei dovuto
chiederle per mettere in moto le cose era se voleva venire a pranzo da me. A
casa non c’era nessuno. All’improvviso siamo in camera mia, sotto le
coperte. Mi chiede se può tenersi il maglione addosso e io le dico che a me
sta bene. Non si toglie neanche i pantaloni. Mi va bene, le dico. Non
importa.
Un Piper Cub m’è passato sopra la testa in fase d’atterraggio. Ero ormai a
pochi metri dal ponte. Sentivo già l’acqua scorrere. Mi sono buttato giú per
la scarpata, ho tirato giú la lampo e ho fatto uno schizzo d’un paio di metri
fin dentro il torrente. Devo aver stabilito qualche record. Con tutta calma mi
sono mangiato l’altro panino e ho finito le gallette al burro d’arachidi. Ho
bevuto metà dell’acqua che tenevo nella borraccia. A quel punto ero pronto
a mettermi a pescare.
Ho cercato di farmi venire in mente dove cominciare. Erano tre anni
ormai che pescavo lí, da quando c’eravamo trasferiti. Papà ci portava qua in
macchina, a George e a me, e ci aspettava, ci sistemava l’esca sugli ami e
metteva insieme nuove lenze ogni volta che ci s’impigliava un finale.
Cominciavamo sempre dal ponte e poi scendevamo piano piano a valle:
qualcosa prendevamo sempre. In qualche caso, all’inizio della stagione,
abbiamo raggiunto addirittura il limite di legge. Ho armato la canna e ho
provato un po’ di lanci sotto il ponte.
Ogni tanto lanciavo vicino a riva oppure dietro a un grosso scoglio. Ma
non succedeva niente. In un posto dove l’acqua era stagnante e il fondo
ricoperto da foglie gialle mi sono messo a guardare e ho visto un po’ di
granchi che strisciavano levando in alto quelle loro orribili pinze.
Da un mucchio di sterpi s’è levata in volo una quaglia. Ho tirato un
bastone e un fagiano s’è alzato strepitando a neanche quattro metri di
distanza. A momenti mi cascava la canna di mano.
Il torrente era lento e non tanto largo. Potevo guadarlo quasi dappertutto
senza che l’acqua mi entrasse negli stivali. Ho attraversato un pascolo
costellato di cacche di mucca e sono arrivato a un punto dove l’acqua
sboccava da un grosso tubo. Sapevo che alla fine del tubo c’era una piccola
buca, perciò sono stato molto attento. Appena sono arrivato abbastanza
vicino per gettare la lenza, mi sono inginocchiato. L’amo aveva sí e no
toccato l’acqua che ho sentito tirare, ma è stato un attimo. Ha subito mollato
la presa. Un momento dopo era sparito e la lenza è schizzata fuori dall’acqua.
Ho innescato un altro uovo di salmone e ho provato a fare qualche altro
lancio. Ma sapevo che ormai lí me l’ero bruciata.
Ho risalito l’argine e sono passato sotto una staccionata con su un
cartello che diceva DIVIETO D’ACCESSO. Una delle piste dell’aeroporto
cominciava proprio da lí. Mi sono fermato a guardare certi fiori che
crescevano tra le crepe dell’asfalto. Si vedeva dove le ruote degli aerei
avevano toccato terra, lasciando segni neri e grassi tutt’intorno ai fiori. Una
volta arrivato di nuovo al torrente dall’altra parte della pista, mi sono
rimesso a pescare su e giú per un po’ fino ad arrivare alla buca. Pensavo di
non spingermi oltre. La prima volta che ero arrivato fin lí, tre anni prima,
l’acqua schiumava con forza fino al bordo delle sponde. All’epoca la
corrente era cosí forte che non si riusciva a pescare. Adesso invece il
torrente scorreva a un paio di metri sotto la riva. Gorgogliava saltellando in
una piccola rapida che finiva in una pozza di cui quasi non si vedeva il
fondo. Appena piú a valle il fondale risaliva pian piano e come niente fosse
il torrente tornava a essere poco profondo. L’ultima volta che c’ero venuto
avevo preso due pesci lunghi venticinque centimetri e me n’ero fatto
scappare uno lungo almeno il doppio – una trota iridata, mi spiegò papà
quando glielo raccontai. Disse che risalgono il torrente quando è in piena
all’inizio della primavera, ma poi la maggior parte se ne torna giú al fiume
prima che il livello delle acque ritorni normale.
Ho fissato altri due piombi alla lenza, stringendoli con i denti. Poi ho
innescato un altro uovo di salmone e ho lanciato in un punto dove l’acqua si
gettava nella pozza da una specie di gradino. Ho lasciato che la corrente
trascinasse la lenza a fondo. Sentivo i pesi che rimbalzavano lungo le rocce;
un rimbalzare diverso da quello che senti quando è un pesce a mordicchiare
l’esca. Poi la lenza si è tesa di nuovo e la corrente ha riportato l’esca a pelo
dell’acqua dall’altra parte della pozza.
Mi dava proprio sui nervi esser venuto fino a qui per niente. Ho provato
a ritirare fuori tutta la lenza e ho fatto un altro lancio. Poi ho appoggiato la
canna a un ramo e mi sono acceso la penultima sigaretta. Ho gettato
un’occhiata su per la vallata e mi sono messo a pensare a quella signora.
Stavamo andando a casa sua perché voleva che l’aiutassi a portare dentro le
buste della spesa. Suo marito era oltremare. La sfioravo e lei cominciava a
tremare. Eravamo lí sul divano che ci baciavamo con la lingua in bocca
quando a un certo punto lei si scusava perché doveva andare al bagno. Io la
seguivo. La guardavo tirarsi giú le mutandine e sedersi sulla tazza. M’era
venuto duro come un tronco e lei mi faceva segno d’avvicinarmi. Proprio
mentre stavo per tirarmi giú la lampo, ho sentito un tonfo nel torrente. Ho
alzato gli occhi e ho visto la punta della canna che s’agitava.
Non era chissà che pesce e non ha lottato un granché. Però gli ho dato
corda finché ho potuto. Quello s’è girato su un fianco ed è rimasto a
galleggiare nella corrente poco lontano. Non sapevo cosa fosse. Aveva un
aspetto strano. Ho ritirato la lenza e l’ho tirato su dall’acqua e adagiato
sull’erba, dove ha cominciato a contorcersi. Era una trota. Però era verde.
Non ne avevo mai vista una cosí, prima. Aveva i fianchi verdi con le
macchie nere delle trote, la testa verdastra e anche la pancia verde. Del
colore del muschio, quel verde lí. Era come se fosse stata avvolta nel
muschio per un sacco di tempo e ne avesse preso il colore. Era bella grassa e
mi sono chiesto come mai non avesse lottato di piú. Chissà, magari era
malata. Me la sono guardata ancora un po’, poi ho finito di farla soffrire.
Ho strappato una manciata d’erba, l’ho messa nel cestino e ci ho adagiato
sopra la trota.
Ho fatto qualche altro lancio, ma mi è venuto in mente che ormai s’erano
fatte le due o le tre. Ho pensato bene di ritornare giú al ponte. Magari potevo
pescare lí sotto per un po’ prima di tornarmene a casa. E ho anche deciso che
avrei aspettato la sera prima di ripensare alla signora. Ma non ho fatto
neanche in tempo a immaginare come mi sarebbe venuto duro allora, che
m’è venuto duro davvero. Ho pensato anche che era meglio che la smettessi
di farmi tante seghe. Un mese prima, un sabato che erano usciti tutti, subito
dopo essermene fatta una, avevo preso in mano la bibbia e avevo promesso
e giurato che non l’avrei fatto mai piú. Ma ero solo riuscito a sporcare la
bibbia di sborra e tutte le promesse e i giuramenti erano durati sí e no un
giorno o due, finché non ero rimasto di nuovo solo in casa.
Sulla strada del ritorno non ho fatto altri lanci. Quando sono arrivato al
ponte ho visto una bici in mezzo all’erba. Ho dato un’occhiata in giro e ho
visto un ragazzino, grande suppergiú come George, che correva lungo la
riva. Mi sono avviato verso di lui. A quel punto, lui s’è girato e ha
cominciato a correre verso di me, fissando qualcosa nell’acqua.
– Ehi, che c’è? – gli ho gridato. – Che t’è successo? – Credevo non mi
sentisse. Ho visto che aveva posato la canna e la borsa da pesca sulla riva,
cosí ho messo giú anche la mia attrezzatura. Sono corso verso di lui.
Sembrava un grosso ratto. Cioè, aveva i denti sporgenti, le braccia
scheletriche e una camicia a maniche lunghe tutta sbrindellata troppo piccola
per lui.
– Oddio, giuro che è il pesce piú grosso che ho mai visto! – m’ha
gridato. – Vieni a vedere, svelto! Guarda! Eccolo là!
Ho guardato dove indicava lui e il cuore mi ha fatto una capriola.
Era lungo un braccio.
– Oddio! Oddio! Ma l’hai visto? – gridava il ragazzo.
Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Se ne stava tranquillo sotto
l’ombra di un ramo che sporgeva sopra l’acqua. – Dio onnipotente! – ho
detto, rivolto al pesce. – E tu da dove sei venuto fuori?
– Che si fa? – ha chiesto il ragazzo. – Vorrei tanto avere il mio fucile
adesso.
– Ora lo prendiamo, – ho detto io. – Dio, guarda che bestia! Cerchiamo
di spingerlo verso la rapida.
– Allora, mi aiuti? Lo prendiamo insieme! – ha detto il ragazzino.
Intanto il grosso pesce s’era lasciato trascinare qualche metro a valle e se
ne stava lí tranquillo muovendo piano le pinne nell’acqua limpida.
– Allora, che si fa? – ha chiesto il ragazzino.
– Io vado di sopra e mi metto a camminare in mezzo al torrente per farlo
spostare. Tu mettiti lí dove l’acqua s’increspa e quando cerca di passare di lí,
prendilo a calci piú forte che puoi. In qualche modo devi mandarlo a riva,
non m’importa come. Una volta che è lí acchiappalo per bene e tienilo
stretto.
– Va bene. Cazzo, guarda che roba! Attento, se ne va! Ma dove va? – s’è
messo a strillare il ragazzino.
Ho osservato il pesce risalire lentamente la corrente e poi fermarsi vicino
alla riva. – Non va da nessuna parte.
Non ha dove andare. Lo vedi? Ha una paura che se la fa sotto. Lo sa che
siamo qui. Sta solo girando in tondo in cerca di un posto dove andare. Vedi,
s’è fermato di nuovo. Non sa dove andare. Se ne rende conto. Lo sa
benissimo che lo beccheremo. Lo sa benissimo che per lui sono cazzi amari.
Io risalgo un po’ e lo spingo giú verso di te. Tu cerca di beccarlo appena
tenta di passare.
– Vorrei tanto avere qui il mio fucile, – ha ripetuto il ragazzino. – Con
quello lo sistemerei subito.
Ho risalito la riva per qualche metro poi sono sceso in acqua, tenendo gli
occhi ben aperti. D’un tratto il bestione ha fatto uno scarto, allontanandosi
dalla riva, ha virato proprio davanti a me con un guizzo che ha alzato una
nuvola nell’acqua e poi è schizzato via a tutta birra.
– Eccolo che arriva! – ho strillato. – Ehi, tu, eccolo che arriva! – Invece
il pesce ha fatto dietrofront prima di arrivare alla rapida e ha cominciato a
tornare indietro. Mi sono messo a strillare e a schiaffeggiare l’acqua finché
non s’è rigirato di nuovo. – Sta arrivando! Piglialo, piglialo! Eccolo che
arriva!
Ma quello stronzo di un idiota s’era procurato un bastone e quando il
pesce è arrivato sulla rapida, non s’è messo a menare bastonate invece di
buttar fuori a calci quel figlio di puttana come avrebbe dovuto fare? Il pesce,
impazzito, ha scartato di brutto ed è filato via nell’acqua bassa scivolando su
un fianco. C’è riuscito. Quello stronzo idiota di un ragazzino gli si è buttato
addosso, ma è cascato in acqua a faccia in giú.
Si è trascinato a riva bagnato fradicio. – L’ho beccato! – s’è messo a
strillare. – Mi sa che è anche ferito. Gli ho messo le mani addosso, ma non
sono riuscito a tenerlo.
– Non hai beccato un bel niente! – Ero senza fiato. Mi faceva piacere che
fosse finito in acqua, quello scemo. – Non ci sei manco andato vicino, brutto
stronzo. Che volevi farci con quel bastone? Avresti dovuto prenderlo a calci.
Ormai sarà già a un miglio di distanza –. Ho tentato di sputare e ho scosso la
testa. – Non lo so. Non l’abbiamo ancora preso. Capace che non ci
riusciamo a prenderlo.
– Accidenti, sí che l’ho beccato, invece! – ha cominciato a strillare il
ragazzino. – Ma non hai visto? L’ho beccato eccome e gli ho anche messo le
mani addosso. Tu, invece, quanto gli sei andato vicino, eh? E poi, di chi è il
pesce, eh? – Mi ha squadrato bene. L’acqua gli scolava giú per i pantaloni e
sopra le scarpe.
Non ho detto niente, ma dentro di me me lo stavo chiedendo anch’io.
Poi ho alzato le spalle. – Be’, va bene. Pensavo fosse di tutti e due.
Cerchiamo di prenderlo questa volta e di non fare cazzate, nessuno dei due,
– ho detto.
Siamo scesi a guado lungo la corrente. Avevo gli stivali pieni d’acqua,
ma il ragazzino era zuppo fino al collo. Stringeva quei suoi dentoni sporgenti
sopra le labbra perché non battessero dal freddo.
Il pesce non era nel pezzo di torrente subito dopo la rapida e non lo
vedevamo neanche piú giú. Ci siamo scambiati un’occhiata: cominciavamo a
preoccuparci davvero che il pesce fosse riuscito a scendere la corrente
abbastanza da finire in una delle buche profonde. Invece, quell’accidenti di
pesce d’un tratto è sbucato fuori ondeggiando vicinissimo alla sponda,
spazzando addirittura un po’ di terra nell’acqua con la pinna, e ha
ricominciato a filar via. Con la coda ritta fuori dall’acqua ha superato
un’altra piccola rapida. L’ho visto accostarsi alla sponda e poi fermarsi, con
la coda mezza fuori e le pinne che s’agitavano quel tanto che basta a resistere
alla corrente.
– Lo vedi, laggiú? – ho chiesto al ragazzino. Lui s’è dato un’occhiata
intorno. Allora gli ho preso il braccio e gli ho puntato la mano nella
direzione giusta. – Ho detto là. Ora, stammi bene a sentire. Io arrivo fino a
quel rivoletto in mezzo ai due argini. Hai capito dove dico? Tu aspetta qui
finché non ti faccio un segnale. Allora comincia a correre. Va bene? E
stavolta vedi di non lasciartelo scappare, dovesse mai tornare indietro.
– Va bene, – ha detto il ragazzo, continuando a biascicarsi le labbra con i
dentoni. – Stavolta lo becchiamo, – ha aggiunto, con l’aria di uno che muore
di freddo.
Sono uscito dall’acqua e ho camminato lungo la riva cercando di non
fare rumore. Quindi mi sono lasciato scivolare giú per la sponda e ho
guadato di nuovo il torrente. Ma non riuscivo piú a vederlo, quel gran figlio
di puttana, e mi è balzato il cuore in petto. Temevo che avesse già levato le
tende. Bastava che arrivasse un po’ piú a valle e si poteva nascondere in una
delle buche e allora vallo a beccare.
– È ancora lí? – gli ho chiesto a gran voce. Trattenevo il fiato.
Il ragazzino ha agitato le braccia.
– Pronto! – ho gridato di nuovo.
– Eccolo che arriva! – ha gridato lui per tutta risposta.
Mi tremavano le mani. Il torrente in quel punto era largo poco piú di un
metro e scorreva tra due argini di terra. L’acqua era bassa, ma veloce. Il
ragazzino scendeva la corrente con l’acqua che gli arrivava alle ginocchia,
lanciando sassi davanti a sé, schizzando dappertutto e gridando come un
matto.
– Eccolo che viene! – E intanto agitava le braccia. Adesso lo vedevo
anch’io, il pesce; filava dritto verso di me. Appena mi ha visto, ha cercato di
virare ma ormai era troppo tardi. Mi sono inginocchiato cercando di
afferrarlo nell’acqua gelida. L’ho sollevato con le mani e le braccia alzandolo
su, sempre piú su, l’ho gettato fuori dall’acqua e siamo finiti tutti e due sulla
riva. Lo tenevo stretto al petto mentre si contorceva tutto a scatti finché non
sono riuscito a risalirne i fianchi sdrucciolevoli con le mani fino ad
afferrarlo alle branchie. Ci ho infilato una mano dentro fino a ficcargliela in
bocca e a stringergli forte la mascella. Adesso ero sicuro di averlo in pugno.
Si contorceva ancora ed era difficile da tenere, ma ormai l’avevo in
pugno e non me lo sarei fatto scappare.
– L’abbiamo preso! – gridava il ragazzino mentre sguazzava qui e là. –
Perdio se l’abbiamo preso! Guarda che bestia! Oddio, fammelo tenere anche
a me.
– Prima dobbiamo ammazzarlo, – ho detto io. Gli ho fatto scorrere l’altra
mano lungo la gola e poi gli ho tirato indietro la testa con tutta la forza che
avevo, cercando di stare attento ai denti, e ho sentito un forte scrocchio. Il
pesce ha avuto un lungo fremito rallentato e non s’è mosso piú. L’ho
adagiato sulla riva e siamo rimasti a guardarlo. Era lungo almeno sessanta
centimetri, stranamente macilento, ma piú grosso di qualsiasi cosa avessi mai
catturato. L’ho ripreso per la mascella.
– Ehi, – ha detto il ragazzino, ma poi non ha aggiunto altro quando ha
visto quello che stavo per fare. Ho sciacquato via il sangue e poi l’ho
riadagiato sulla sponda.
– Non vedo l’ora di farlo vedere a mio padre, – ha detto il ragazzino.
Eravamo tutti e due bagnati fradici e tremanti. Continuavamo a guardarlo
e a toccarlo. Gli abbiamo forzato l’enorme bocca e tastato le fila di denti.
Aveva un sacco di cicatrici lungo i fianchi, rigonfiamenti bianchicci grossi
come una moneta. Tutt’intorno alla testa e sul muso aveva parecchi graffi,
nei punti i cui doveva aver sbattuto contro qualche roccia o combattuto con
altri pesci. Però era cosí magro, troppo magro per quanto era lungo, le
strisce rosa lungo i fianchi quasi non si vedevano e aveva la pancia grigia e
floscia invece che bianca e tesa come avrebbe dovuto essere. Però era pur
sempre una gran bella bestia.
– Mi sa che è meglio se comincio ad andare, – ho detto io, dopo aver
dato un’occhiata alle nuvole sopra le colline dove il sole stava ormai
tramontando. – Meglio che me ne torni a casa.
– Mi sa di sí. Anch’io. Sto gelando, – ha detto il ragazzino. – Ehi, lo
voglio portare io.
– Prendiamo un bastone. Glielo passiamo per la bocca e cosí lo portiamo
tutti e due, – ho proposto io.
Il ragazzino ne ha trovato uno. Glielo abbiamo infilato sotto le branchie e
spinto finché il pesce non pendeva in mezzo al bastone. Poi ne abbiamo
preso un capo per uno e ci siamo avviati, con gli occhi fissi sul pesce che
dondolava tra noi.
– E adesso che cosa ne facciamo? – ha chiesto il ragazzino.
– Non lo so, – gli ho risposto. – Mi sa che l’ho preso io, – ho aggiunto.
– L’abbiamo preso insieme. E poi, l’ho visto prima io.
– Questo è vero, – ho ammesso. – Be’, vuoi lanciare una monetina o
che? – Mi sono tastato le tasche con la mano libera, ma non avevo un soldo.
E che cosa avrei fatto, se avessi perso?
Comunque, il ragazzino ha detto: – No, la monetina, no.
– Okay, sono d’accordo: niente monetina –. Ho squadrato bene il
ragazzino, i capelli dritti in testa, le labbra grigiastre. L’avrei potuto battere
facilmente, se si finiva a fare a botte. Ma non mi andava.
Siamo arrivati al punto dove avevamo lasciato le nostre cose e le
abbiamo raccolte con la mano libera, senza mollare la presa sul bastone. Poi
ci siamo avviati verso la sua bici. Ho stretto il bastone un po’ piú forte, in
caso al ragazzino venisse in mente di provarci.
A quel punto ho avuto un’idea. – Ce lo possiamo dividere, – gli ho detto.
– Cioè? – ha chiesto il ragazzino, che s’era rimesso a battere i denti.
Sentivo che anche lui aveva stretto la presa sul bastone.
– Ce lo dividiamo. Il coltello ce l’ho. Lo tagliamo in due e ognuno se ne
prende una metà. Non so, forse potremmo fare cosí.
Lui ha cominciato a tirarsi un ciuffo di capelli e a guardare il pesce. – E
useresti quel coltello lí?
– Perché, tu ne hai un altro?
Il ragazzo ha scosso la testa.
– Okay, allora, – ho detto io.
Ho sfilato il bastone e ho adagiato il pesce sull’erba accanto alla bici del
ragazzino. Ho tirato fuori il coltello. Un aereo rollava sulla pista mentre
tracciavo una linea a occhio. – Qui va bene? – gli ho chiesto. Lui ha annuito.
L’aereo s’è messo a ruggire ed è decollato proprio sopra le nostre teste. Ho
affondato il coltello nel pesce. Arrivato alle interiora, l’ho rivoltato e ho
tirato via tutto. Ho continuato a tagliare finché non è rimasto che un pezzo di
pelle della pancia a tenerlo insieme. Ho preso le due metà e le ho tirate e
rigirate finché non si sono staccate.
Ho dato la parte della coda al ragazzino.
– No, – ha detto lui, scuotendo la testa. – Voglio l’altra metà.
– Ma sono uguali! Senti, perdio, sta’ attento che adesso m’incazzo.
– Chi se ne frega, – ha ribattuto lui. – Se sono uguali, prendo l’altra.
L’hai detto tu che sono uguali, no?
– Sí, sono uguali, – ho detto. – Ma mi sa che mi tengo questa qui.
Dopotutto, l’ho tagliato io.
– La voglio io. L’ho visto prima io.
– Di chi era il coltello che abbiamo usato? – gli ho chiesto.
– Non la voglio la coda, – ha insistito lui.
Mi sono dato un’occhiata intorno. Non c’erano macchine sulla strada e
nessun altro pescava. C’era un aereo che ronzava nell’aria e il sole che stava
per tramontare. Il freddo mi arrivava alle ossa. Anche il ragazzino tremava
tutto, ma aspettava.
– M’è venuta un’idea, – gli ho detto. Ho aperto il cesto e gli ho fatto
vedere la trota. – Vedi? È una trota verde. L’unica che ho mai visto.
Facciamo cosí: chiunque si prende la testa, l’altro oltre la coda si prende la
trota. Ti pare giusto?
Il ragazzino guardava la trota verde, poi l’ha tirata fuori dal cesto e l’ha
soppesata bene in mano. Intanto studiava le due metà del pesce.
– Penso di sí, – ha detto alla fine. – Okay, penso di sí. Allora ti prendi
quella parte lí. La mia ha piú carne.
– Non me ne importa niente. Adesso lo vado a sciacquare. Da che parte
abiti?
– Giú alla Arthur Avenue –. Ha infilato la trota verde e la sua parte del
pesce in una sporta di tela bisunta. – Perché?
– Dov’è? Dalle parti del campo di baseball? – ho insistito.
– Sí, ma perché me lo chiedi, dico io –. Il ragazzino adesso sembrava
spaventato.
– Abito anch’io da quelle parti, – gli ho spiegato. – Allora magari potresti
darmi un passaggio in canna. Per pedalare si fa a turno. Ho pure una cicca
che ci possiamo fumare, se non mi si è bagnata tutta.
Ma per tutta risposta il ragazzino ha detto solo: – Sto gelando.
Sono andato a sciacquare la mia parte nel torrente. Gli ho tenuto la
grande testa sotto l’acqua e gli ho spalancato la bocca. La corrente gli è
entrata in bocca ed è uscita dall’altro lato di quel che rimaneva.
– Sto gelando, – ha ripetuto il ragazzino.
Ho visto George che andava in bici all’altro capo della strada. Ma lui non
m’ha visto. Ho fatto il giro sul retro per sfilarmi gli stivali. Mi sono tolto il
cesto di dosso per poter esser pronto ad aprire il coperchio e fare il mio
ingresso in casa con un gran sorriso di trionfo.
Ho sentito le loro voci e allora ho guardato dalla finestra. Erano seduti al
tavolo di cucina. C’era fumo dappertutto. Mi sono reso conto che veniva da
una padella sul fornello. Ma nessuno dei due ci faceva caso.
– Ti sto dicendo la sacrosanta verità, – le ha detto lui. – Che ne sanno i
ragazzi? Vedrai.
Lei ha risposto: – Non vedrò un bel cavolo. Se la pensassi cosí, preferirei
vederli morti.
E lui le ha detto: – Ma che ti piglia? Faresti bene a stare attenta a come
parli!
Allora lei s’è messa a piangere. Lui ha schiacciato una cicca nel
posacenere e si è alzato.
– Edna, lo sai che quella padella sta andando a fuoco? – ha detto.
Lei ha guardato la padella. Ha spinto indietro la sedia, ha afferrato la
padella per il manico e l’ha sbattuta contro la parete sopra al lavandino.
Lui le ha gridato: – T’ha dato di volta il cervello? Guarda che hai
combinato! – Ha preso uno straccio e ha cominciato a pulire la roba che era
uscita dalla padella.
Ho aperto la porta sul retro e ho sfoderato un gran sorriso. Ho detto: –
Non crederete mai a quello che ho preso giú al Birch Creek. Date un po’
un’occhiata. Guardate qua! Guardate che roba. Guardate che cosa ho preso.
Mi tremavano le gambe. Riuscivo a malapena a stare dritto. Le tenevo il
cesto sotto gli occhi e alla fine lei ci ha guardato dentro. – Oh! Oh! Dio mio!
Che cos’è? Una serpe! Che cos’è? Ti prego, ti prego, buttala via prima che
mi venga da vomitare.
– Buttala via! – ha urlato anche lui. – Hai sentito cosa ti ha detto tua
madre? Buttala via subito!
Io ho provato a dire: – Ma papà, guarda. Guarda che cos’è.
– Non voglio guardare!– ha detto lui.
– È una trota iridata gigantesca che è rimasta nel Birch Creek dall’estate.
Guarda! Non è una gran bestia? È un mostro. L’ho inseguita come un matto
su e giú per il torrente! – Avevo una voce da folle. Ma non riuscivo a
smettere. – Ce n’era anche un’altra, – mi sono affrettato ad aggiungere. –
Una verde. Te lo giuro! Era verde! L’hai mai vista una trota verde?
Lui ha guardato nel cesto ed è rimasto a bocca spalancata.
Ha urlato: – Porta quell’accidenti subito fuori di qui! Che diavolo hai in
testa? Portala subito fuori da questa cucina e buttala nella spazzatura!
Sono tornato fuori. Ho guardato nel cesto. Quel che c’era dentro
sembrava d’argento sotto la lampadina sul retro. Quel che c’era dentro
riempiva l’intero cesto.
L’ho tirato fuori. L’ho tenuto in mano. Ho tenuto stretta quella mia metà.
Ventiquattro ettari

La telefonata era arrivata un’ora prima, mentre erano a tavola. Sulla


proprietà che Lee Waite aveva su un lato del Toppenish Creek, laggiú sotto il
ponte della Cowiche Road, c’erano due uomini che sparavano. Era già la
terza o quarta volta che succedeva, quest’inverno, gli aveva ricordato Joseph
Eagle. Joseph era un vecchio indiano che abitava in un piccolo fondo
demaniale sulla Cowiche Road, in compagnia di una radio che ascoltava
giorno e notte e di un telefono da usare in caso si sentisse male. Lee Waite
avrebbe preferito che il vecchio indiano lo lasciasse in pace a proposito di
quella proprietà, che Joseph Eagle facesse qualcos’altro a quel riguardo, se
proprio ci teneva, oltre a telefonargli.
Uscito sulla veranda, Lee Waite spostò tutto il peso del corpo su una
gamba e si mise a stuzzicare un pezzetto di carne che gli si era impigliata fra i
denti. Era un ometto smilzo con la faccia affilata e i capelli neri e lunghi.
Non fosse stato per quella telefonata avrebbe volentieri dormito un po’,
questo pomeriggio. Aggrottò le ciglia e si infilò il giaccone con molta calma;
tanto, prima che arrivasse laggiú, quelli se ne sarebbero già andati. Di solito,
finiva cosí. I cacciatori di Toppenish o di Yakima erano liberi di percorrere
le strade della riserva come chiunque altro; non gli era permesso cacciare,
tutto lí. Però quelli passavano accanto a quei suoi ventiquattro ettari di
terreno incolto e irresistibile due o tre volte e a quel punto, se si sentivano
particolarmente audaci, parcheggiavano un po’ rientrati dalla strada in mezzo
agli alberi e attraversavano di corsa i campi d’orzo e avena selvatica che gli
arrivavano all’altezza delle ginocchia, per scendere giú al torrente. Certe
volte beccavano qualche anatra, certe volte no, ma in ogni caso sparavano
un sacco di cartucce in poco tempo e poi si allontanavano subito. Joseph
Eagle che, paralizzato com’era, non si poteva muovere di casa, li aveva visti
spesso. O per lo meno cosí gli aveva detto.
Waite si pulí i denti con la lingua e socchiuse gli occhi alla mezza luce di
quel pomeriggio d’inverno. Non è che avesse paura; non era quello, si disse.
È solo che non voleva problemi.
La veranda, aggiunta alla casa appena prima della guerra, era piccola e
quasi buia. L’unico vetro era stato rotto anni prima e Waite l’aveva sostituito
con un pezzo di tela di sacco inchiodato al telaio della finestra. Se ne stava lí
sospeso accanto all’armadietto, infeltrito e gelato, e dondolava appena per gli
spifferi freddi che lasciava passare lungo i bordi. Le pareti erano piene di
vecchi gioghi e finimenti e allineati da una parte, sopra la finestra, c’erano
una serie di attrezzi arrugginiti. Si passò la lingua sui denti un’ultima volta,
avvitò fino in fondo la lampadina sopra la sua testa e aprí l’armadietto. Ne
tirò fuori la vecchia doppietta, ben stipata sul fondo, poi allungò una mano e
dalla scatola sul ripiano piú alto prese una manciata di cartucce. I fondelli di
ottone delle cartucce erano freddi, perciò lui se le rotolò un po’ tra le mani
prima di mettersele nella tasca del vecchio giaccone.
– Ma non la carichi, papà? – chiese alle sue spalle il figlio Benny.
Waite si voltò, vide Benny e il piccolo Jack in piedi sulla porta della
cucina. Era da quando era arrivata la telefonata che gli stavano addosso:
volevano sapere se questa volta avrebbe sparato a qualcuno. Non gli piaceva
che dei ragazzini parlassero cosí, come fosse una cosa divertente, e ora se ne
stavano lí sulla porta, facendo entrare l’aria fredda, a fissare il grosso fucile
che teneva sotto il braccio.
– Tornatevene subito in casa, che è quello il vostro posto! – disse.
Lasciando la porta aperta, i bambini corsero dentro, dov’erano Nina e la
madre di Waite, e poi direttamente in camera loro. Waite vedeva Nina seduta
al tavolo che cercava di far mangiare un po’ di pappa alla bambina e quella
che si tirava indietro e scuoteva la testa. Nina alzò lo sguardo e abbozzò un
sorriso.
Waite entrò in cucina, chiuse la porta e vi si appoggiò. Nina era stanca
morta, si vedeva. Una fila di goccioline di sudore le brillava sopra il labbro
e, mentre lui la guardava, smise per un attimo di imboccare la piccola per
scostarsi i capelli dalla fronte. Alzò di nuovo lo sguardo su di lui, poi si
concentrò sulla bambina. Non aveva mai fatto tanta fatica, le altre volte che
era stata incinta. Le altre volte quasi non riusciva a starsene seduta tranquilla,
saltava su e girava per casa, anche se non c’era molto da fare, tranne
preparare da mangiare o cucire. Waite si tastò le pieghe di pelle sul collo e di
nascosto lanciò un’occhiata a sua madre, che da quando aveva finito di
mangiare sonnecchiava su una sedia accanto alla stufa. La vecchia strizzò gli
occhi verso di lui e annuí. Aveva settant’anni ed era tutta rinsecchita, ma
aveva ancora i capelli neri corvini e li portava legati stretti in due trecce
lunghe che le pendevano sul petto. Lee Waite era sicuro che le mancava
qualche rotella, perché a volte andava avanti due giorni senza dire una
parola, seduta nell’altra stanza a fissare la valle dalla finestra. Gli faceva
venire i brividi quando faceva cosí e ormai non sapeva piú che significato
dare ai piccoli cenni, ai segnali e ai silenzi di sua madre.
– Perché non dici mai niente? – le chiese, scuotendo la testa. – Come
faccio a sapere che vuoi dire, mamma, se non lo dici? – Waite si mise a
guardarla per un po’, in attesa che aprisse bocca, ma la vide solo tirarsi le
estremità delle trecce. Poi, con un grugnito, le passò davanti, prese il
cappello dal chiodo sul muro dov’era appeso e uscí.
Faceva freddo. Quattro o cinque centimetri di neve farinosa caduta tre
giorni prima coprivano tutto rendendo bitorzoluto il terreno e dando un’aria
idiota ai bastoncini d’appoggio dei fagioli davanti a casa, ormai spogli.
Appena sentí chiudersi la porta, il cane emerse raspando da sotto la casa e
puntò dritto verso il camioncino senza neanche guardarsi indietro. – Vieni
qui!– lo richiamò bruscamente Waite, e la sua voce volò come un lazo
nell’aria sottile.
Si chinò e prese il muso freddo e secco del cane tra le mani. – Sarà
meglio che tu rimanga qui, stavolta. Sí, sí –. Gli scosse un orecchio avanti e
indietro e si guardò attorno. Le Satus Hills, dall’altra parte della valle, erano
rese invisibili dalle nuvole basse. Si vedeva solo la piana ondulata dei campi
di barbabietola, completamente bianca, se non per qualche macchia nera qua
e là dove la neve non aveva attaccato. C’era solo una casa in vista – quella di
Charley Treadwell, un bel po’ in là – ma nessuna luce accesa, a quanto
riusciva a vedere. Non si sentiva un rumore, c’era solo quel cielo basso e
nuvoloso che sembrava schiacciare tutto. Credeva ci sarebbe stato vento e
invece l’aria era calma.
– Rimani qui. Hai capito?
Si incamminò verso il camioncino e di nuovo desiderò di non dover
andare. La notte passata aveva fatto un’altra volta un sogno – su cosa, non lo
ricordava – e da quando si era svegliato era stato tormentato da una strana
sensazione di disagio. In prima arrivò fino al cancello, scese dall’auto e lo
aprí, lo oltrepassò, scese di nuovo e lo richiuse. Cavalli non ne teneva piú da
tempo, ma ormai aveva preso l’abitudine di tenere il cancello sempre chiuso.
In fondo alla strada, uno spazzaneve avanzava verso di lui con la pala
che strideva violentemente ogni volta che il bordo metallico grattava contro
l’asfalto gelato.
Fretta non ne aveva, e cosí aspettò diversi minuti che lo spazzaneve
risalisse fino a lui. Quando gli passò davanti uno degli uomini nella cabina si
sporse dal finestrino con una sigaretta in mano e lo salutò agitando il
braccio. Ma Waite guardò da un’altra parte. Appena lo spazzaneve passò, si
reimmise sulla strada. Davanti alla casa di Charley Treadwell guardò bene,
ma ancora non si vedevano luci accese e la macchina non c’era. Si ricordò di
quello che Charley gli aveva raccontato qualche giorno avanti, di uno
scontro che aveva avuto la domenica prima con un ragazzo che di
pomeriggio aveva scavalcato la sua staccionata e aveva sparato alle anatre
nello stagno proprio accanto alla stalla. Le anatre scendevano in quello
stagno tutti i pomeriggi, gli aveva detto Charley. Perché si fidavano di lui,
aveva insistito, come fosse una cosa molto importante. Era corso gridando e
agitando le braccia giú dalla stalla dove stava mungendo, e il ragazzo gli
aveva puntato il fucile contro. Se solo fossi riuscito a levargli quel fucile,
aveva detto Charley, fissando Waite con l’unico occhio buono e annuendo
lentamente. Waite si sistemò meglio sul sedile. Non voleva casini del genere,
lui. Sperava solo che al suo arrivo l’intruso se ne fosse già andato, come era
successo le altre volte.
Oltrepassò Fort Simcoe, sulla sinistra; le cime imbiancate dei vecchi
edifici spuntavano da dietro la palizzata restaurata. I cancelli erano spalancati
e Lee Waite vide le macchine parcheggiate all’interno e un po’ di persone che
camminavano, imbacuccate nei cappotti. Lui non si fermava mai. Una volta,
quando andava ancora a scuola, la maestra li aveva portati tutti lí – una gita
d’istruzione, l’aveva chiamata – ma quel giorno Waite era rimasto a casa.
Tirò giú il finestrino, si schiarí la gola e sputò verso il cancello quando ci
passò accanto.
Imboccò la laterale B e raggiunse la casa di Joseph Eagle; tutte le luci
erano accese, perfino quelle della veranda. Lee proseguí fino all’incrocio
con la Cowiche Road. Qui si fermò, scese dal camioncino e si mise in
ascolto. Stava cominciando a pensare che se ne fossero andati e che poteva
fare manovra e tornarsene a casa, quando sentí una serie di spari soffocati
che venivano da oltre i campi. Rimase ancora un po’ in attesa, poi prese uno
straccio, fece il giro del camioncino e tentò di togliere un po’ di neve e di
ghiaccio che si erano accumulati sui bordi dei finestrini. Prima di risalire in
cabina batté gli scarponi a terra per liberarli dalla neve e andò un po’ piú
avanti, fino a vedere il ponte, quindi cercò tracce di pneumatici che girassero
verso gli alberi, dove sapeva che avrebbe trovato la loro macchina.
Parcheggiò dietro la berlina grigia e spense il motore.
Rimase seduto nella cabina, in attesa, premendo e rilasciando il pedale
del freno, che cigolava un po’. Ogni tanto sentiva degli spari. Dopo qualche
minuto non riusciva piú a star fermo e scese dal camioncino, portandosi
lentamente davanti. Erano quattro o cinque anni che non veniva quaggiú a
fare qualcosa. Si appoggiò al parafango e guardò verso i campi. Non capiva
che fine avesse fatto tutto il tempo passato.
Ricordava quando era piccolo e aveva fretta di crescere. Allora ci veniva
spesso quaggiú, a mettere nel torrente trappole per i topi muschiati e lenze
per acchiappare qualche trota bruna. Waite si guardò attorno e mosse le dita
dei piedi dentro le scarpe. Ne era passato di tempo, da allora. Da ragazzo
aveva sentito suo padre dire che questo terreno l’avrebbe lasciato ai tre figli.
Ma entrambi i suoi fratelli erano morti ammazzati. E alla fine il terreno era
rimasto a Lee Waite, tutto quanto.
Ricordava quelle morti. Prima Jimmy. Ricordava di essere stato svegliato
da una serie di tremendi colpi alla porta; era buio, l’odore della legna che
saliva dalla stufa, la macchina là fuori con i lampeggianti accesi e il motore
al minimo e il crepitio di una voce che usciva dalla radio. Suo padre
spalanca la porta e l’enorme sagoma di un uomo con il cappello da cowboy
e la fondina – il vicesceriffo – riempie l’ingresso. Waite? Suo figlio Jimmy è
stato accoltellato in una sala da ballo, a Wapato. Se n’erano andati tutti in
camioncino e Lee l’avevano lasciato solo a casa. Lui si era accovacciato
davanti alla stufa, solo per tutto il resto della notte, a osservare le ombre che
danzavano sul muro. In seguito, quando aveva dodici anni, ne era venuto un
altro, di sceriffo. Questo si era limitato a dire che avrebbero fatto bene a
seguirlo.
Si staccò dal camioncino e si avvicinò al bordo del campo. Le cose erano
cambiate ora, c’era poco da fare. Ormai aveva trentadue anni e Benny e il
piccolo Jack stavano crescendo. E poi c’era la bambina. Waite scosse la testa.
Strinse uno degli alti steli di cotone selvatico nel pugno. Lo spezzò e alzò gli
occhi al cielo quando sentí il mormorio delle anatre in volo. Si pulí la mano
sui calzoni e le seguí per un po’ con lo sguardo, le vide allargare le ali tutte
allo stesso momento per fare un cerchio sopra al torrente. Poi si dispersero
in un attimo. Ne vide cadere tre, prima di sentire gli spari. Si voltò di colpo e
tornò deciso verso il camioncino.
Tirò fuori la doppietta, stando attento a non sbattere lo sportello. Si
nascose tra gli alberi. Ormai era quasi buio. Tossí una volta, poi rimase lí
con le labbra serrate.
Arrivarono facendosi strada nel sottobosco, in due. Scavalcarono la
staccionata, facendola tremare e cigolare tutta, e avanzarono nel campo con
la neve che scricchiolava sotto i loro passi. Quando raggiunsero la macchina
avevano il fiato corto.
– Oddio, là c’è un camioncino? – disse uno dei due, lasciando cadere le
anatre che portava in mano.
Era una voce da ragazzo. Indossava un giaccone da caccia pesante nelle
cui tasche Waite riuscí a intravedere l’enorme imbottitura di anatre.
– Oh, cerca di star calmo, capito? – L’altro ragazzo si era fermato e si
guardava attorno, allungando il collo. – Forza, sbrigati! Non c’è nessuno a
bordo. Entra in macchina, cazzo!
Senza muoversi e cercando di controllare la voce, Waite disse: – Fermi lí.
Mettete i fucili a terra –. Uscí piano piano dagli alberi e li affrontò,
muovendo le canne della doppietta su e giú. – Toglietevi subito quei
giacconi e svuotateli.
– Oddio! Dio santo! – disse uno dei due.
L’altro non disse niente, ma si tolse il giaccone e cominciò a tirare fuori
le anatre, guardandosi attorno.
Waite aprí la portiera della loro macchina, rovistò con un braccio sul
cruscotto finché non trovò l’interruttore dei fari. I ragazzi si ripararono gli
occhi con le mani e poi volsero la schiena alla luce.
– Secondo voi, di chi è questa terra? – chiese Waite. – Che vi salta in
testa, a sparare alle anatre sulla mia terra!
Uno dei ragazzi si voltò con cautela, con la mano ancora davanti agli
occhi: – Che cosa vuole fare?
– Secondo voi, che cosa voglio fare? – chiese Waite. La sua stessa voce
gli risuonava strana, troppo leggera, senza sostanza. Sentiva le anatre che si
posavano di nuovo sul torrente, lanciando segnali a quelle che erano ancora
in volo. – Secondo voi, che cosa dovrei farvi? – chiese. – Cosa fareste voi
se beccaste degli intrusi sulla vostra terra?
– Se chiedessero scusa e fosse la prima volta, li lascerei andare, – rispose
il ragazzo.
– Anch’io farei cosí, signore, se chiedessero scusa, – disse l’altro
ragazzo.
– Ah sí? Siete proprio convinti che fareste cosí? – Waite si rendeva conto
che stava cercando di guadagnare tempo.
Non risposero. Rimasero fermi nel bagliore dei fari e poi si voltarono di
nuovo di schiena. – Come faccio a sapere che non siete già stati qui? –
chiese Waite. – Magari, tutte le altre volte che sono dovuto correre quaggiú?
– Parola d’onore, signore, non ci siamo mai stati, qui. Ci siamo capitati
per caso. Per l’amor del cielo, – singhiozzò il ragazzo.
– È vero, – disse l’altro. – Tutti possono fare uno sbaglio nella vita.
Si era fatto buio pesto e alla luce dei fari veniva giú una pioggerellina
sottile. Waite si tirò su il colletto del giaccone e fissò i due. Dal torrente
arrivò fino a lui il verso stridulo di un maschio. Il suo sguardo vagò intorno,
sulle sagome paurose degli alberi, poi tornò sui ragazzi.
– Può anche darsi, – disse, pestando i piedi. Sapeva che tra un attimo li
avrebbe lasciati andare. Non c’era molto altro che potesse fare. Li stava
cacciando dalla sua terra; questa era la cosa essenziale. – Ad ogni modo,
com’è che vi chiamate? Tu, chi sei? Sí, tu. Questa macchina qua è tua o no?
Come ti chiami?
– Bob Roberts, – rispose subito il ragazzo interpellato, lanciando
un’occhiata obliqua al suo compagno.
– Williams, signore, – disse l’altro. – Bill Williams, signore.
Waite era anche disposto a capire che erano dei ragazzini, che gli stavano
mentendo perché erano spaventati. Continuavano a dargli le spalle e Waite
continuava a fissarli.
– Bugie! – disse, sorprendendo anche se stesso. – Perché mi raccontate
delle bugie? Invadete la mia terra, sparate alle mie anatre e poi mi raccontate
pure delle bugie, maledizione! – Appoggiò la doppietta alla portiera della
macchina per tener ferme le canne. Sentiva i rami piú alti degli alberi che
frusciavano. Pensò a Joseph Eagle seduto nella sua casa tutta illuminata, con
i piedi appoggiati a uno scatolone, intento ad ascoltare la radio.
– E va bene, va bene, – disse Waite. – Bugiardi! Rimanete fermi lí,
bugiardi –. Si avviò verso il camioncino con passo rigido e ne tirò fuori un
vecchio sacco di iuta, di quelli per le barbabietole, lo aprí, scuotendolo, e
costrinse i ragazzi a metterci le anatre. Mentre era lí in piedi che aspettava,
cominciarono a tremargli le ginocchia, chissà perché.
– E adesso via. Muovetevi!
Quando i ragazzi si avvicinarono alla macchina, indietreggiò di un passo.
– Ora io faccio retro. Voi seguitemi sulla strada.
– Sissignore, – disse uno dei ragazzi, scivolando dietro il volante. – Però,
come facciamo se la macchina non mi parte, adesso? Sa, può darsi che la
batteria si sia esaurita. Già prima era un po’ giú.
– Non so, – disse Waite. Si guardò attorno. – Immagino che allora dovrei
spingervi.
Il ragazzo spense i fari, pigiò piú volte sull’acceleratore e girò la chiave.
Il motore tossí un po’ ma si accese e il ragazzo continuò a tenere il piede
sull’acceleratore e a mandare su di giri il motore prima di riaccendere i fari.
Waite osservò le loro facce pallide e fredde che lo fissavano, in attesa di un
segnale.
Allora buttò il sacco delle anatre sul camioncino e posò la doppietta sul
sedile del passeggero. Salí in cabina e uscí con molta cautela a marcia
indietro sulla strada. Attese finché non fossero usciti anche i ragazzi e poi li
seguí per un po’ sulla laterale B. Si fermò all’incrocio, con il motore acceso,
e osservò i loro fanalini di coda che scomparivano in direzione di
Toppenish. Li aveva cacciati dalla sua terra. Solo quello contava. Eppure
non riusciva a capire perché aveva la sensazione che fosse successo qualcosa
di cruciale, un fallimento.
Ma non era successo un bel niente.
Una nebbia a banchi era risalita dal fondovalle. Quando si fermò ad
aprire il cancello, la casa di Charley non si vedeva quasi piú, a parte una luce
fioca accesa sulla veranda che Waite non ricordava di aver notato quel
pomeriggio. Il cane lo aspettava sdraiato accanto alla stalla, ma saltò su e
cominciò ad annusare le anatre quando lui si mise il sacco in spalla e si
avviò verso casa. Si fermò sotto la veranda appena il tempo necessario per
rimettere a posto la doppietta. Le anatre le lasciò sul pavimento accanto
all’armadietto. Le avrebbe pulite domani o il giorno dopo.
– Lee? – lo chiamò Nina da dentro.
Waite si tolse il cappello, svitò un po’ la lampadina e, prima di aprire la
porta, si fermò un attimo nel buio e nel silenzio.
Nina era seduta al tavolo della cucina, con la scatola del cucito accanto a
lei su un’altra sedia. In mano aveva una pezza di tela di jeans. Sul tavolo
c’erano due o tre delle sue camicie da lavoro e un paio di forbici. Lee si
riempí una tazza con l’acqua della pompa e dalla mensola sopra al lavello
prese alcuni dei sassi colorati che i bambini continuavano a portare in casa.
C’erano anche una pigna secca e alcune larghe foglie d’acero raccolte l’estate
prima, ormai fragili come carta. Diede un’occhiata in dispensa, ma non
aveva fame. Andò verso la porta e si appoggiò a uno degli stipiti.
La casa era piccola. Non c’era dove altro andare.
Nella stanza sul retro dormivano insieme i bambini e nell’altra stanza
dormivano Waite, Nina e la madre, anche se ogni tanto, d’estate, Waite e
Nina andavano a dormire fuori. Non c’era mai un posto dove andare. Sua
madre era ancora seduta accanto alla stufa, con una coperta sulle gambe e gli
occhietti che lo osservavano.
– I bambini volevano stare alzati finché non tornavi, – disse Nina, – ma
gli ho detto che tu ti eri raccomandato che andassero a letto.
– Ed è vero, – disse lui. – Dovevano proprio andare a letto.
– Ho avuto paura, – disse lei.
– Paura? – cercò di fare la voce sorpresa. – Anche tu hai avuto paura,
mamma?
La vecchia non rispose. Trafficava con i bordi della coperta,
rimboccandola e tirandola per ripararsi dagli spifferi.
– Come ti senti, Nina? Stai un po’ meglio stasera? – Tirò fuori una sedia
e si sedette al tavolo.
La moglie annuí. Lui non aggiunse altro, si limitò ad abbassare lo
sguardo e a tracciare righe sul tavolo con l’unghia del pollice. – Hai scoperto
chi era? – gli chiese lei.
– Erano due ragazzi, – rispose. – Li ho lasciati andare.
Si alzò e si avvicinò alla stufa, sputò nella cassetta della legna e rimase lí
in piedi con le dita infilate nelle tasche posteriori. Dietro la stufa la parete di
legno era annerita e scrostata e in alto vedeva un pezzo di rete da pesca scura
avvolto attorno ai rebbi di una fiocina da salmone che spuntava da una
mensola. Ma che cos’era? Strizzò gli occhi per vedere meglio.
– Li ho lasciati andare, – ripeté. – Forse sono stato troppo buono. – Hai
fatto quello che era giusto fare, – disse Nina.
Lui lanciò un’occhiata a sua madre, oltre la stufa. Ma lei non reagí in
alcun modo, continuò solo a fissarlo con quei suoi piccoli occhi neri.
– Non lo so, – disse. Cercò di rifletterci su, ma già gli pareva che tutta
quella storia fosse successa tanto tempo fa. – Mi sa che avrei dovuto
spaventarli un po’ di piú –. Guardò Nina. – Sulla mia terra, – aggiunse. –
Avrei potuto anche ammazzarli.
– Ammazzare chi? – disse sua madre.
– Quei ragazzi giú al terreno vicino alla Cowiche Road. Quelli della
telefonata di Joseph Eagle.
Da dov’era vedeva le dita della madre che le si agitavano in grembo,
seguendo il disegno a rilievo della coperta. Si chinò sulla stufa, come per
dire qualcos’altro. Ma non sapeva cosa dire. Tornò al tavolo e si sedette di
nuovo. Poi si rese conto di avere ancora addosso il giaccone e si alzò. Gli ci
volle un po’ per sbottonarselo, poi lo appoggiò sul piano del tavolo. Spostò
la sedia piú vicino alle ginocchia della moglie, incrociò le braccia, ma senza
serrarle, e si mise a stuzzicare la stoffa delle maniche della camicia.
– Stavo pensando che magari potrei affittare quel terreno laggiú a
qualche associazione di caccia. Quel pezzo laggiú non ci serve a niente, no?
Se avessimo la casa laggiú o se fosse il terreno a essere qui davanti sarebbe
diverso, giusto?
Nel silenzio che seguí si sentiva soltanto il crepitio della legna nella stufa.
Poggiò le mani aperte sul tavolo e sentí il sangue pulsargli nelle braccia. –
Potrei affittarlo a una delle associazioni di caccia all’anatra di Toppenish.
Oppure di Yakima. Sarebbero tutte contentissime di mettere le mani su un
terreno come quello, proprio sulla rotta di volo delle anatre. È uno dei
migliori terreni da caccia della valle. Se almeno potessi sfruttarlo in qualche
modo, sarebbe tutto diverso –. La sua voce andò affievolendosi.
La moglie si agitò sulla sedia. Poi disse: – Se pensi che sia meglio. Sta a
te decidere. Io non so.
– Non lo so neanch’io, – disse lui. Il suo sguardo percorse il pavimento,
poi salí e superò sua madre, fissandosi ancora una volta sulla fiocina da
salmone. Si alzò, scuotendo la testa. Mentre riattraversava la cucina, la
vecchia chinò la testa e appoggiò la guancia sullo schienale della sedia, gli
occhi strizzati per seguire i suoi movimenti. Lui allungò la mano, liberò la
fiocina e il groviglio di rete dalla mensola scheggiata e girò attorno alla sedia
della madre. Guardò la testolina scura di lei, lo scialle di lana bruna stretto
sulle spalle curve. Si rigirò la fiocina tra le mani e cominciò a districare la
rete.
– Quanti soldi faresti? – chiese Nina.
Sapeva di non averne idea. La cosa lo confondeva. Cincischiò un po’
con la rete, poi rimise la fiocina sulla mensola. Fuori, un ramo raschiava
contro la casa.
– Lee?
Non ne era sicuro. Avrebbe dovuto informarsi meglio. L’autunno scorso
Mike Chuck aveva affittato una dozzina di ettari per cinquecento dollari.
Jerome Shinpa dava in affitto una parte della sua terra tutti gli anni, ma
Waite non gli aveva mai chiesto quanto ne ricavava.
– Forse mille dollari, – disse infine.
– Mille dollari? – chiese lei.
Lui annuí, sollevato dallo stupore della moglie. – Forse. Magari di piú.
Devo vedere. Devo informarmi da qualcuno su quanto posso chiedere –.
Erano un sacco di soldi. Provò a pensare cosa voleva dire avere mille dollari
a disposizione. Chiuse gli occhi e provò a concentrarsi.
– Ma non significherebbe mica venderla, vero? – chiese Nina. – Se gliela
dai in affitto, significa che la terra è sempre tua, no?
– Ma sí, sí, la terra è sempre mia! – Le si avvicinò e si chinò sul tavolo. –
Non capisci la differenza, Nina? Loro mica possono comprare la terra nella
riserva. Non lo sai? Io gliela do solo in usufrutto.
– Certo, – disse lei. Abbassò lo sguardo e prese la manica di una delle
sue camicie. – Perciò alla fine te la devono ridare? Continuerà a essere tua,
no?
– Ma non lo capisci? – disse. Afferrò con forza il bordo del tavolo. – È
solo in affitto!
– E mamma che ne dice? – chiese Nina. – Va bene per lei?
Si voltarono entrambi a guardare la vecchia. Che però ora teneva gli
occhi chiusi e pareva sonnecchiare.
– Mille dollari, – disse Nina, scuotendo la testa.
Mille. Magari di piú. Non lo sapeva. Però, comunque, anche mille
dollari! Si chiese che cosa avrebbe fatto esattamente, come far sapere in giro
che voleva affittare quel terreno. Ormai era troppo tardi per quest’anno, ma
magari a primavera poteva cominciare a spargere la voce. Si mise a braccia
conserte e cercò di riflettere. Cominciarono a tremargli le gambe e dovette
appoggiarsi a una parete. Si riposò un po’ in questo modo, poi lasciò
scivolare il proprio peso fino ad accovacciarsi sui talloni.
– È solo un affitto, – disse.
Fissò il pavimento. Gli sembrò che si inclinasse verso di lui; gli sembrò
che si muovesse. Chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie per
fermare il capogiro. E allora gli venne in mente di mettere le mani a coppa,
in modo da sentire quella specie di ruggito, come il vento che esce ululando
da una conchiglia.
Che ci sarà mai in Alaska?

Jack staccò alle tre. Lasciò la stazione di servizio e raggiunse in macchina


un negozio di calzature dalle parti di casa sua. Appoggiò il piede sullo
sgabello e lasciò che il commesso gli slacciasse gli scarponi da lavoro.
– Qualcosa di comodo, – disse Jack. – Scarpe da tempo libero.
– Abbiamo quel che fa al caso suo, – disse il commesso.
Gli portò tre paia di scarpe e Jack scelse quelle morbide di color beige
perché gli facevano sentire il piede elastico e libero. Pagò e si mise la scatola
con gli scarponi da lavoro sotto il braccio. Mentre camminava si guardò le
scarpe nuove ai piedi. Tornando a casa in macchina, sentiva il piede
muoversi a proprio agio da un pedale all’altro.
– Ti sei fatto un paio di scarpe nuove, – disse Mary. – Fammele un po’
vedere.
– Ti piacciono? – chiese Jack.
– Il colore no, ma scommetto che sono comode. Ti servivano delle
scarpe nuove.
Lui si guardò di nuovo le scarpe. – Ho bisogno di farmi un bagno, –
disse.
– Si cena presto, disse lei. – Helen e Carl ci hanno invitato da loro,
stasera. Helen ha regalato un narghilè a Carl per il suo compleanno e non
vedono l’ora di provarlo –. Mary lo guardò. – Ti va bene?
– A che ora?
– Verso le sette.
– Va bene, – disse lui.
Lei gli guardò di nuovo le scarpe e tirò in dentro le guance. – Vatti a fare
il bagno, – disse.
Jack fece scorrere l’acqua e si tolse scarpe e vestiti. Rimase sdraiato nella
vasca per un po’ e poi prese uno spazzolino per togliersi il grasso del
lubrificante da sotto le unghie. Lasciò cadere le mani in acqua e se le portò
agli occhi per esaminarle.
Lei aprí la porta del bagno. – Ti ho portato una birra, – disse. Il vapore le
si alzò tutto intorno e si disperse verso il salotto.
– Tra un attimo esco, – disse lui. Bevve un po’ di birra.
Lei si sedette sul bordo della vasca e gli poggiò una mano sulla coscia.
– Il ritorno del guerriero, – disse. – Il ritorno del guerriero, – ripeté lui.
Gli passò le dita tra i peli bagnati della coscia. Poi d’un tratto batté le
mani. – Ehi! Ho una notizia da darti! Oggi ho avuto un colloquio di lavoro e
credo proprio che mi offriranno un posto... pensa un po’, a Fairbanks.
– In Alaska? – chiese lui.
Lei annuí. – Che ne dici?
– Ho sempre voluto andare in Alaska. Sembra una cosa abbastanza
sicura?
Lei annuí di nuovo. – Gli sono piaciuta. Mi hanno detto che si faranno
sentire la settimana prossima.
– Fantastico. Mi passi l’asciugamano, per favore? Adesso esco.
– Vado ad apparecchiare, – disse lei.
Le punte delle dita delle mani e dei piedi gli si erano raggrinzite e
scolorite. Si asciugò con cura e indossò vestiti puliti e le scarpe nuove. Si
pettinò i capelli e andò in cucina. Sorseggiò un’altra birra mentre lei metteva
in tavola la cena.
– Hanno detto di portare qualche gazzosa e roba da sgranocchiare, –
disse lei. – Dobbiamo fare un salto al supermercato.
– Gazzosa e roba da sgranocchiare. Okay, – disse lui.
Dopo mangiato, lui l’aiutò a sparecchiare. Quindi andarono in macchina
al supermercato e comprarono gazzose, patatine, mais tostato e salatini alla
cipolla. Arrivati alla cassa, lui vi aggiunse una manciata di barrette di
cioccolato al caramello U-No.
– Ah, bravo! – esclamò lei appena le vide.
Tornarono a casa, parcheggiarono e percorsero a piedi l’isolato che li
separava dalla casa di Carl e Helen.
Helen li accolse sulla porta. Jack poggiò la busta sul tavolo della camera
da pranzo. Mary si sedette sulla sedia a dondolo e annusò l’aria.
– Siamo arrivati tardi, – disse. – Hanno cominciato senza di noi, Jack.
Helen rise. – Ce ne siamo fatti una quando è arrivato Carl. Però il
narghilè non l’abbiamo ancora acceso. Volevamo aspettare che arrivaste voi
–. Rimase in piedi in mezzo alla stanza, guardandoli con uno strano sorriso
sulle labbra. – Vediamo un po’ cosa c’è nella busta, – disse. – Oh, caspita!
Guarda, mi sa che mi sgranocchio subito un po’ di mais tostato. E voi,
ragazzi, ne volete un po’?
– Abbiamo appena cenato, – disse Jack. – Fra poco assaggiamo qualcosa
anche noi –. Il rumore dell’acqua che scorreva era finito e Jack sentí Carl
fischiettare nel bagno.
– Noi abbiamo dei ghiaccioli e un po’ di M&M’s, – disse Helen. Stava in
piedi accanto al tavolo e frugava nel sacchetto delle patatine. – Se mai uscirà
dalla doccia, ci penserà Carl a preparare il narghilè –. Aprí la scatola dei
salatini e se ne infilò uno in bocca. – Oh, ma sapete che sono veramente
buoni? – disse.
– Non so mica che direbbe di te Emily Post, – disse Mary. Helen scoppiò
a ridere scuotendo la testa.
Carl uscí dal bagno. – Ciao a tutti. Ciao, Jack. Che c’è da ridere tanto? –
disse, con un largo sorriso stampato sulle labbra. – Vi sentivo ridere di là.
– Ridevamo di Helen, – disse Mary.
– No, era Helen che se la rideva, – disse Jack.
– È un tipo buffo, – disse Carl. – Guarda quante buone cose! Ehi,
ragazzi, siete pronti per un bicchiere di gazzosa? Intanto preparo il narghilè.
– Io un bicchiere lo bevo volentieri, – disse Mary. – E tu, Jack?
– Anch’io, certo, – disse Jack.
– Jack ha la luna un po’ storta stasera, – disse Mary.
– Come ti salta in mente? – le chiese Jack. Le lanciò uno sguardo. – È il
modo migliore per farmela venire davvero.
– Dicevo cosí, per scherzo, – disse Mary. Si alzò e andò a sederglisi
vicino sul divano. – Dicevo per scherzo, tesoro.
– Ehi, Jack. Non metterai mica il muso, eh? – disse Carl. – Adesso ti
faccio vedere che cosa m’hanno regalato per il compleanno. Helen, apri una
di quelle bottiglie di gazzosa mentre io metto in funzione il narghilè. Ho la
bocca secca.
Helen portò le patatine e i salatini e li sistemò sul tavolino.
Poi tirò fuori una bottiglia di gazzosa e quattro bicchieri. – Sembra che
stiamo per fare una festa, – disse Mary.
– Se non mi costringessi a soffrire la fame tutto il giorno, metterei su
cinque chili alla settimana, – disse Helen.
– Come ti capisco, – disse Mary.
Carl tornò dalla camera da letto con il narghilè. – Be’, che te ne pare? –
chiese a Jack. Lo sistemò sul tavolino del salotto.
– È proprio forte, – disse Jack. Prese il narghilè e lo esaminò.
– Si chiama hookah, – disse Helen. – Almeno cosí l’hanno chiamato giú
al negozio dove l’ho comprato. Questo è un modello piccolo, ma funziona
benissimo –. Si mise a ridere.
– Dove l’hai preso? – chiese Mary.
– Come? Ah, in quel negozietto giú sulla Fourth Street. Sai, no? –
rispose Helen.
– Sí sí, – disse Mary. – Bisogna proprio che ci passi, uno di questi giorni
–. Giunse le mani e si mise a osservare Carl.
– Com’è che funziona? – chiese Jack.
– Si mette la roba qui, vedi? – spiegò Carl. – E poi si accende qui.
Questo coso qui serve per inalare e cosí il fumo passa attraverso l’acqua. Ha
un buon sapore e ti dà una botta che non ti dico.
– Magari ne regalo uno a Jack per Natale, – disse Mary. Lanciò
un’occhiata a Jack, gli sorrise e gli toccò un braccio.
– Mi piacerebbe averne uno, – disse Jack, allungando le gambe e
guardandosi le scarpe sotto la luce.
– Ecco, prova un po’, – disse Carl, buttando fuori un sottile sbuffo di
fumo e passando il cannello a Jack. – Senti che roba! Dimmi se non è forte!
Jack fece un tiro, trattenne il fumo e passò il cannello a Helen. – Prima
Mary, – disse Helen. – Io dopo Mary. Voi ragazzi vi dovete rifare.
– Ah, io ci sto, – disse Mary. S’infilò il cannello in bocca e fece due
rapide tirate, una dopo l’altra, mentre Jack osservava le bollicine che si
sollevavano nell’acqua.
– È veramente forte, – disse Mary. Passò il cannello a Helen.
– Noi l’abbiamo inaugurato ieri sera, – disse Helen ridendo forte.
– Era ancora strafatta stamattina, quando s’è alzata insieme ai bambini, –
disse Carl e scoppiò a ridere. Si mise a guardare Helen che succhiava dal
cannello.
– Come stanno i bambini? – chiese Mary.
– Stanno bene, – rispose Carl, prima di rimettersi il cannello in bocca.
Jack sorseggiò la gazzosa e si mise a osservare le bollicine nell’acqua. Gli
fecero venire in mente quelle che escono dallo scafandro di un palombaro.
S’immaginò una laguna e banchi di pesci sgargianti.
Carl passò il cannello.
Jack si alzò in piedi e si stiracchiò.
– Dove te ne vai adesso, tesoro? – chiese Mary.
– Da nessuna parte, – rispose Jack. Si risedette, scosse la testa, sorrise ed
esclamò: – Gesú!
Helen scoppiò a ridere.
– Che c’è di cosí divertente? – disse Jack dopo una lunga pausa.
– Oddio, non lo so, – disse Helen. Si asciugò gli occhi, rise di nuovo e
anche Carl e Mary scoppiarono a ridere.
Dopo un po’ Carl svitò il coperchio del narghilè e soffiò in uno dei tubi.
– Questo qui ogni tanto s’ottura.
– Che volevi dire prima quando hai detto che avevo la luna storta? –
chiese Jack a Mary.
– Che cosa? – disse Mary.
Jack la fissò, poi sbatté le palpebre. – Hai detto qualcosa sul fatto che
avevo la luna storta. Che cosa te l’ha fatto dire?
– Ora non me lo ricordo, però me ne accorgo quando ce l’hai, – disse
Mary. – Però ti prego, non metterti a tirar fuori le cose negative adesso, va
bene?
– Va bene, – disse Jack. – Dico solo che non so perché l’hai detto. Se
prima non avevo la luna storta, basta che lo dici che me la fai venire subito.
– Se ti calza cosí, – disse Mary. Si piegò sul bracciolo del divano e si
mise a ridere fino alle lacrime.
– Che è successo? – chiese Carl. Guardò prima Jack, poi Mary. – Questa
mica l’ho capita, – disse.
– Avrei dovuto preparare una salsetta per le patatine, – disse Helen.
– Ma non c’era un’altra bottiglia di gazzosa? – chiese Carl.
– Noi ne abbiamo prese due, – disse Jack.
– Dite che le abbiamo bevute tutt’e due? – disse Carl.
– Dite che ne abbiamo bevuta qualcuna? – chiese Helen e scoppiò a
ridere. – No, io ne ho aperta solo una. Mi pare di averne aperta solo una.
Non ricordo di averne aperta piú di una, – disse Helen, ridendo.
Jack passò il cannello a Mary. Lei gli prese la mano e la guidò fino a
infilarsi il cannello in bocca. Lui osservò il fumo riaffiorare dalle sue labbra
parecchio tempo dopo.
– Che ne dite di un po’ di gazzosa? – disse Carl.
Mary e Helen si misero a ridere.
– Cosa dobbiamo dirne? – disse Mary.
– Be’, pensavo che ci volessimo fare un bicchiere, – disse Carl. Guardò
Mary e sorrise.
Mary e Helen si misero a ridere.
– Che c’è di tanto buffo? – chiese Carl. Guardò prima Helen e poi Mary.
Scosse la testa. – Non vi capisco mica, voialtre.
– Può darsi che ce ne andiamo in Alaska, – annunciò Jack.
– In Alaska? – disse Carl. – Che ci sarà mai in Alaska? Che cosa ci
andate a fare lassú?
– Magari potessimo andare da qualche parte anche noi, – disse Helen.
– Perché, cosa c’è che non va qui? – disse Carl. – No, sul serio, che cosa
ci andreste a fare in Alaska? Vorrei proprio saperlo.
Jack s’infilò una patatina in bocca e sorseggiò la sua gazzosa. – Non lo
so. Che dicevi?
Dopo un po’ Carl ripeté: – Che ci sarà mai in Alaska?
– Non lo so, – disse Jack. – Chiedilo a Mary. Mary lo sa. Mary, che ci
farò io lassú? Magari mi metterò a coltivare quei cavoli giganti di cui si legge
tanto.
– Oppure le zucche, – disse Helen. – Perché non coltivi zucche?
– Faresti fortuna, – disse Carl. – Spedisci quaggiú le zucche per
Halloween. Io ti curo la distribuzione.
– Carl ti cura la distribuzione, – gli fece eco Helen.
– Proprio cosí, – disse Carl. – Faremo fortuna.
– Diventeremo ricchi, – disse Mary.
Dopo un po’ Carl si alzò. – Lo so io che cosa ci starebbe bene adesso: un
po’ di gazzosa, – disse.
Mary e Helen si misero di nuovo a ridere.
– Ridete pure, – disse Carl, sorridendo. – Chi ne vuole un po’?
– Un po’ di che? – chiese Mary.
– Un po’ di gazzosa, – disse Carl.
– Ti sei alzato come se volessi fare un comizio, – disse Mary.
– Ma pensa un po’, – disse Carl. Scosse la testa e si mise a ridere. Si
risedette. – Questa roba è proprio buona, – disse.
– Avremmo dovuto prenderne di piú, – disse Helen.
– Di piú di che? – chiese Mary.
– Piú soldi, – disse Carl.
– Macché soldi, – disse Jack.
– Sbaglio o c’erano anche delle barrette U-No in quella busta? – disse
Helen.
– Sí, ne ho prese un po’, disse Jack. – Le ho viste all’ultimo momento.
– Le U-No sono buone, – disse Carl.
– Sono cremose, – disse Mary. – Ti si sciolgono in bocca.
– Noi abbiamo le M&M’s e dei ghiaccioli, se a qualcuno interessano, –
disse Carl.
Mary disse: – Io un ghiacciolo lo prendo volentieri. Vai in cucina?
– Certo, cosí prendo anche la gazzosa, – disse Carl, – me ne sono appena
ricordato. Voialtri ne volete un bicchiere?
– Porta tutto di qua e poi decidiamo, – disse Helen. – Anche le M&M’s.
– Sarebbe piú facile spostare tutta la cucina di qua, – disse Carl.
– Quando abitavamo in città, – disse Mary, – si diceva che si poteva
capire chi si era fatto la sera prima solo guardando in che stato era la cucina
al mattino. Quando abitavamo in città avevamo una cucina minuscola, –
disse.
– Anche noi avevamo una cucina minuscola, – disse Jack.
– Vado a vedere quello che riesco a trovare, – disse Carl. – Vengo con te,
– disse Mary.
Jack li guardò andare in cucina. Si riappoggiò allo schienale e li guardò
avviarsi. Poi si chinò in avanti lentamente. Strizzò gli occhi. Vide Carl
allungare un braccio per arrivare a uno sportello in alto. Vide Mary
accostarsi a Carl da dietro e mettergli le braccia attorno alla vita.
– Ma voialtri dite sul serio? – chiese Helen.
– Molto sul serio, – disse Jack.
– Voglio dire, sull’Alaska, – disse Helen.
Lui la fissò.
– Mi pareva che avessi detto qualcosa, – disse Helen.
Carl e Mary tornarono in soggiorno. Carl portava una grossa busta di
M&M’s e una bottiglia di gazzosa. Mary succhiava un ghiacciolo all’arancia.
– Qualcuno vuole un tramezzino? – chiese Helen. – Abbiamo la roba per
fare dei tramezzini.
– Non è buffo? – disse Mary. – Si comincia dal dessert e poi si passa al
piatto forte.
– È buffo sí, – disse Jack.
– Stai facendo del sarcasmo, tesoro? – disse Mary.
– Chi vuole la gazzosa? – disse Carl. – È in arrivo un giro di gazzosa.
Jack sollevò il bicchiere e Carl glielo riempí. Jack lo posò sul tavolino,
ma poi, cercando di riprenderlo, lo urtò e la gazzosa gli colò sulle scarpe.
– Oh cazzo, – esclamò Jack. – Guarda che roba. Me la sono versata sulla
scarpa.
– Helen, ce l’abbiamo uno straccio? Porta uno straccio a Jack, – disse
Carl.
– Ed erano scarpe nuove, – disse Mary. – Se le era appena comprate.
– Scommetto che sono comode, – disse Helen parecchio tempo dopo,
porgendo uno straccio a Jack.
– È la stessa cosa che gli ho detto io, – disse Mary.
Jack si tolse la scarpa e asciugò la pelle con lo straccio.
– Macché, è andata, – disse. – Non se ne va mai piú quella gazzosa.
Mary, Carl e Helen si misero a ridere.
– Mi fa venire in mente una cosa che ho letto sul giornale, – disse Helen.
Si premette la punta del naso con un dito e strinse gli occhi. – Solo che ora
non mi ricordo piú che cos’era, – disse.
Jack si rinfilò la scarpa. Mise i piedi sotto la lampada e se li guardò per
bene.
– Che cos’è che hai letto? – chiese Carl.
– Come? – disse Helen.
– Hai detto di aver letto una cosa sul giornale, – disse Carl.
Helen rise. – No, è che stavo ripensando all’Alaska e mi sono ricordata
che hanno trovato un uomo preistorico in un blocco di ghiaccio. Qualcosa
me l’ha fatto tornare in mente.
– Sí, ma quello non era in Alaska, – disse Carl.
– Forse non era in Alaska, ma a me l’ha fatto tornare in mente, – disse
Helen.
– Ma insomma, cos’è questa storia dell’Alaska, ragazzi? – disse Carl.
– Non c’è un bel niente in Alaska, – disse Jack.
– Ecco fatto, ha la luna storta, – disse Mary.
– Che cosa farete di preciso in Alaska, ragazzi? – chiese Carl.
– Non c’è niente da fare in Alaska, – insisté Jack. Rimise i piedi sotto il
tavolino. Poi li spostò un’altra volta sotto la luce. – Chi vuole un paio di
scarpe nuove? – chiese Jack.
– Cos’è questo rumore? – disse Helen.
Si misero in ascolto. Qualcosa grattava alla porta.
– Dal rumore sembrerebbe Cindy, – disse Carl. – Sarà meglio che la
faccia entrare.
– Già che sei in piedi, prendi un ghiacciolo anche per me, – disse Helen.
Rovesciò la testa all’indietro e si mise a ridere.
– Ne prendo un altro anch’io, tesoro, – disse Mary. – Oddio, che ho
detto? Voglio dire Carl, – si corresse Mary. – Scusate, credevo di parlare con
Jack.
– Un giro di ghiaccioli in arrivo, – disse Carl. – Vuoi un ghiacciolo anche
tu, Jack?
– Che?
– Vuoi un ghiacciolo all’arancia?
– Sí, all’arancia, – disse Jack.
– Quattro ghiaccioli in arrivo, – annunciò Carl.
Dopo un po’ tornò con i ghiaccioli e li distribuí agli altri. Si risedette e
sentirono ancora grattare alla porta.
– Lo sapevo che mi ero scordato qualcosa, – disse Carl. Si alzò di nuovo
e andò ad aprire la porta d’ingresso.
– Cristo santo! – disse. – Guardate che roba. Mi sa che Cindy è andata a
cena fuori stasera. Ehi, ragazzi, guardate un po’!
La gatta entrò in soggiorno con un topo in bocca, si fermò a guardarli,
poi proseguí con il topo giú per il corridoio.
– Avete visto anche voi quello che ho visto io? – disse Mary.
– Altro che luna storta.
Carl accese la luce nel corridoio. La gatta levò il topo da lí e lo portò in
bagno.
– Se lo sta mangiando, il topo, – annunciò Carl.
– Non credo mi faccia piacere che se lo mangi nel mio bagno, – disse
Helen. – Falla uscire di lí. Ci sono un po’ di cose dei bambini lí.
– Non ha nessuna voglia di uscire di lí, – disse Carl.
– E il povero topo? – disse Mary.
– E che diamine, – disse Carl. – Cindy deve pure imparare a cacciare se
andiamo in Alaska.
– In Alaska? – chiese Helen. – Si può sapere che cos’è questa storia
dell’Alaska?
– Non chiederlo a me, – disse Carl. Era rimasto in piedi vicino alla porta
del bagno e guardava la gatta. – Mary e Jack hanno detto che se ne vanno in
Alaska. Cindy deve imparare a cacciare.
Mary appoggiò il mento sulle mani e si mise a fissare il corridoio.
– Si sta mangiando il topo, – annunciò Carl.
Helen finí l’ultimo pezzo di mais tostato. – Eppure gliel’ho detto che non
voglio che la gatta si mangi un topo in bagno. Carl? – chiamò Helen.
– Che c’è?
– T’ho detto di farla uscire dal bagno, – disse Helen.
– Cristo d’un dio, – imprecò Carl.
– Guardate, – disse Mary. – Che schifo! Quell’accidenti di gatta sta
venendo di qua.
– Ma cosa fa? – disse Jack.
La gatta trascinò il topo sotto il tavolino del soggiorno. Si sdraiò lí e
cominciò a leccare il topo. Lo teneva stretto tra le zampe e se lo leccava tutto
piano piano, dalla testa alla coda.
– Quella gatta è strafatta, – disse Carl.
– Certo che fa venire i brividi, – disse Mary.
– È la natura, – disse Carl.
– Guardatele gli occhi, – disse Mary. – Guardate come ci guarda.
Davvero sembra strafatta.
Carl si avvicinò al divano e si sedette accanto a Mary. Mary si spostò
leggermente verso Jack per fargli spazio. Posò una mano sul ginocchio del
marito.
Osservarono la gatta che si mangiava il topo.
– Ma gliene date mai da mangiare a quella gatta? – chiese Mary a Helen.
Helen rise.
– Ragazzi, siete pronti a farvi un’altra fumata? – chiese Carl.
– Dobbiamo andare, – disse Jack.
– Che fretta c’è? – chiese Carl.
– Fermatevi ancora un po’, – disse Helen. – Non dovete andare via cosí
presto.
Jack fissò Mary che stava fissando Carl, che a sua volta fissava qualcosa
sul tappeto ai suoi piedi.
Helen s’era messa a scegliere tra le M&M’s che s’era versata sul palmo
della mano.
– Quelle che mi piacciono di piú sono le verdi, – disse.
– Io devo andare a lavorare domani mattina, – disse Jack.
– Altroché se ha la luna storta, – disse Mary. – Volete vedere uno con la
luna storta, gente? Eccolo qua, uno che piú storta non si può.
– Tu vieni? – le disse Jack.
– Qualcuno vuole un bicchiere di latte? – chiese Carl. – Di là abbiamo
anche il latte.
– Io sono troppo piena di gazzosa, – disse Mary.
– Di gazzosa non ce n’è piú, – disse Carl.
Helen si mise a ridere. Chiuse gli occhi, li riaprí e rise di nuovo.
– Dobbiamo proprio andare a casa, – disse Jack. Dopo un po’ si alzò e
disse: – Avevamo i cappotti? Non mi pare che avessimo i cappotti.
– Come? No, non mi pare che avessimo i cappotti, – disse Mary,
rimanendo seduta.
– Faremmo meglio ad andare, – disse Jack.
– Devono andarsene, – disse Helen.
Jack infilò le mani sotto le ascelle di Mary e la tirò su.
– Arrivederci, ragazzi, – disse Mary. Abbracciò Jack. – Sono cosí piena
che a momenti non riesco a muovermi.
Helen rise.
– Helen trova sempre qualcosa per cui ridere, – disse Carl, e fece un gran
sorriso. – Si può sapere che hai da ridere, Helen?
– Non lo so. Qualcosa che ha detto Mary, – rispose Helen.
– E che cosa ho detto? – chiese Mary.
– Non me lo ricordo, – disse Helen.
– Dobbiamo andare, – disse Jack.
– A presto, – disse Carl. – Statemi bene, eh?
Mary cercò di ridere.
– Andiamo, – disse Jack.
– ’Notte a tutti, – disse Carl. – Buonanotte, Jack –. Jack sentí Carl
pronunciare queste parole molto, molto lentamente.
Appena usciti, Mary s’aggrappò al braccio di Jack e si mise a camminare
a testa bassa. Procedettero lentamente sul marciapiedi. Lui ascoltava il
rumore strascicato delle suole della moglie. Sentí distintamente l’abbaiare
acuto di un cane e sopra a quello il brusio lontano del traffico.
A un certo punto, lei alzò la testa. – Appena arriviamo a casa, Jack,
voglio che mi scopi, che mi parli, che mi distrai. Devi distrarmi, Jack. Ho
bisogno d’essere distratta, stasera –. Strinse la presa sul braccio del marito.
Lui sentiva ancora l’umido nella scarpa. Aprí la porta di casa e accese la
luce.
– Vieni a letto, – disse lei.
– Arrivo, – le rispose.
Andò in cucina e bevve due bicchieri d’acqua. Spense la luce in
soggiorno e procedette a tentoni lungo la parete fino alla camera da letto.
– Jack! – urlò lei. – Jack!
– Cristo santo, sono io! – esclamò lui. – Sto cercando l’interruttore.
Accese la luce e lei si tirò su a sedere. Aveva gli occhi lucidi. Lui caricò
la sveglia e cominciò a spogliarsi. Gli tremavano le ginocchia.
– C’è qualcosa da fumare in casa? – chiese lei.
– No, non abbiamo niente, – rispose lui.
– Allora preparami qualcosa da bere. Da bere ne abbiamo. Non dirmi
che non abbiamo niente da bere.
– Solo un po’ di birra.
Si guardarono negli occhi.
– Allora, mi faccio una birra, – disse lei.
– Ma davvero vuoi una birra?
Lei annuí lentamente, mordicchiandosi il labbro.
Lui tornò con la birra. Lei se ne stava seduta con il cuscino in grembo.
Lui le porse la lattina di birra, poi s’infilò a letto e tirò su le coperte.
– Mi sono scordata di prendere la pillola, – disse lei.
– Cosa?
– Mi sono scordata la pillola.
Jack si alzò dal letto e le portò la pillola. Lei aprí gli occhi e lui le fece
cadere la pillola sulla lingua che intanto aveva tirato fuori. La mandò giú con
un sorso di birra e lui si rimise a letto.
– Prendi qua. Non riesco a tenere gli occhi aperti, – disse lei.
Lui poggiò la lattina sul pavimento, poi rimase sul suo lato a fissare il
buio del corridoio. Lei gli poggiò una mano sopra le costole e con le dita
cominciò a stuzzicargli il petto.
– Che ci sarà mai in Alaska? – disse lei.
Lui si girò sulla pancia e si tirò piú in là possibile dalla sua parte. Dopo
un attimo, lei russava già.
Proprio mentre stava spegnendo la luce, gli parve di vedere qualcosa
muoversi in corridoio. Continuò a fissare l’oscurità finché gli parve di
vedere di nuovo qualcosa, un paio d’occhietti. Il cuore gli fece una capriola
in petto. Batté le palpebre e continuò a fissare davanti a sé. Si abbassò per
trovare qualcosa da lanciare. Raccolse una delle sue scarpe. Si sedette dritto
nel letto, tenendo la scarpa con tutt’e due le mani. Sentí lei che russava e
strinse i denti. Rimase in attesa. Aspettava che quella cosa facesse ancora
una mossa, il benché minimo rumore.
Scuola serale

Il mio matrimonio era appena naufragato. Non riuscivo a trovare lavoro.


Avevo un’altra ragazza. Ma non era in città. Cosí ero andato in un bar a
farmi una birra e pochi sgabelli piú in là c’erano due donne e a un certo
punto una di loro ha attaccato discorso.
– Ce l’hai la macchina?
– Sí, ma non qui, – ho risposto io.
La macchina se l’era presa mia moglie. Io mi ero sistemato a casa dei
miei. Qualche volta usavo la loro, di macchina. Però quella sera ero a piedi.
L’altra donna mi ha guardato. Erano tutt’e due sulla quarantina, forse
qualcosa in piú.
– Che gli hai chiesto? – ha detto l’altra donna alla prima. – Gli ho chiesto
se aveva la macchina.
– Allora ce l’hai o no, questa macchina? – mi ha chiesto la seconda
donna.
– Glielo stavo dicendo. La macchina ce l’ho. Ma non qua, – ho risposto.
– E allora che ce ne facciamo? – ha detto lei.
La prima si è messa a ridere. – Abbiamo appena avuto una grande idea e
abbiamo bisogno di una macchina per realizzarla. Peccato –. Poi si è voltata
verso il barista e gli ha ordinato altre due birre. Io mi stavo tenendo da conto
la mia, ma a quel punto l’ho scolata tutta, pensando che magari mi avrebbero
offerto un giro. Non lo fecero.
– Che combini? – mi ha chiesto la prima donna.
– In questo momento, niente, – ho detto. – Qualche volta, se posso,
studio.
– Studia, – ha detto lei all’altra. – È uno studente. E dov’è che studi?
– In giro, – ho risposto.
– Te l’avevo detto, no? – ha detto lei. – Che aveva l’aria di uno che
studia.
– E che cosa t’insegnano? – ha chiesto la seconda donna.
– Tutto, – ho risposto io.
– Sí ma, dico, che cosa hai intenzione di fare? – ha detto lei. – Qual è il
grande scopo della tua vita? Tutti hanno un grande scopo nella vita.
Ho sollevato il bicchiere verso il barista. Lui l’ha preso e me l’ha
riempito di nuovo. Ho pagato con gli spiccioli e a quel punto mi rimanevano
trenta centesimi dei due dollari con cui avevo cominciato un paio d’ore
prima. La donna era ancora in attesa della mia risposta.
– Insegnare. Insegnare a scuola, – ho detto alla fine. – Vuole fare
l’insegnante, – ha detto lei.
Mi sono messo a sorseggiare la birra. Qualcuno ha infilato una moneta
nel jukebox ed è partita una canzone che piaceva tanto a mia moglie. Mi
sono dato un’occhiata intorno. A un tavolo vicino all’ingresso due uomini
facevano una partita a shuffleboard. La porta era aperta e fuori ormai era
buio.
– Anche noi studiamo, sai? – ha detto la prima donna. – Andiamo a
scuola anche noi.
– Facciamo un corso serale, – ha detto l’altra. – Frequentiamo un corso
di lettura tutti i lunedí sera.
La prima ha detto: – Perché non ti sposti qua, signor professore, cosí
non dobbiamo urlare?
Ho raccolto le sigarette e il bicchiere e mi sono spostato di due sgabelli.
– Ora va meglio, – ha detto lei. – E cosí sei uno studente, eh?
– Ogni tanto, sí, ma in questo momento no, – ho detto io. – Dove?
– Alla statale.
– Giusto, – ha detto lei. – Ora mi ricordo –. Ha lanciato un’occhiata
all’amica. – Hai mai sentito parlare da quelle parti di un professore che si
chiama Patterson? Insegna ai corsi per adulti. È lui che tiene il corso di
lettura che frequentiamo ogni lunedí. Gli somigli parecchio, a Patterson.
Si sono scambiate un’altra occhiata e si sono messe a ridere.
– Non farci caso, – ha detto la prima. – È uno scherzo fra noi. Che dici,
Edith, gliela diciamo l’idea che ci era venuta? Gliela vogliamo dire?
Edith non le ha risposto. Ha mandato giú un sorso di birra e poi ha
strizzato gli occhi per guardarsi, anzi per guardare tutti e tre noi, nello
specchio dietro al bancone.
– Stavamo pensando, – ha continuato la prima donna, – che se
rimediavamo una macchina stasera potevamo andarlo a trovare, Patterson.
Giusto, Edith?
Edith si è messa a ridacchiare tra sé e sé. Ha finito la birra e ha ordinato
un altro giro, anche per me. Ha pagato le birre con un biglietto da cinque
dollari.
– A Patterson bere gli piace parecchio, – ha detto Edith.
– Puoi dirlo forte, – ha detto l’altra. Poi si è rivolta a me: – Una sera ne
abbiamo anche discusso in classe. Patterson dice che beve sempre vino ai
pasti e uno o due whiskey e soda prima di cena. – Ma che corso è questo? –
ho detto.
– Il corso di lettura che ci fa Patterson. A Patterson piace discutere di un
sacco di cose.
– Stiamo imparando a leggere, – ha detto Edith. – Roba da non crederci.
– A me piacerebbe leggere Hemingway o quelle cose lí, – ha detto l’altra.
– E invece Patterson ci fa leggere dei pezzi tipo dal Reader’s Digest.
– Ogni lunedí sera ci fa un esamino scritto, – ha detto Edith. – Però è in
gamba. Non è uno che se la prende se andassimo a trovarlo per farci un
whiskey e soda con lui. E comunque, non avrebbe molta scelta. Sappiamo
certe cose su di lui. Su Patterson, – ha detto.
– Stasera siamo scatenate, – ha detto l’altra. – Ma Edith ha la macchina
dal meccanico.
– Vedi, se tu avessi la macchina, adesso, potremmo andare a trovarlo, –
ha detto Edith. Mi ha guardato negli occhi. – Potresti dirgli che vuoi fare
l’insegnante. Avreste già qualcosa in comune.
Ho finito la birra. Non avevo mangiato niente tutto il giorno, a parte
qualche nocciolina. Era difficile continuare ad ascoltare e parlare.
– Daccene altre tre, Jerry, – ha detto la prima donna al barista.
– Grazie, – ho detto io.
– Ci andresti d’accordo, con Patterson, – ha detto Edith.
– Allora chiamatelo, – ho detto. Ero convinto che dicessero cosí, tanto
per dire.
– È meglio di no, – ha detto lei. – Potrebbe inventarsi qualche scusa. Se
ci presentiamo alla porta di casa, dovrà farci entrare per forza –. Ha mandato
giú un sorso di birra.
– E allora andiamo, – ha detto la prima. – Cosa stiamo aspettando? Dove
hai detto che ce l’hai la macchina?
– La macchina è a qualche isolato da qui, – ho detto io. – Però, non so...
– Ci vuoi venire, sí o no? – ha chiesto Edith.
– Ha già detto di sí, – ha detto l’altra. – Ci portiamo anche delle birre.
– Io ho solo trenta centesimi in tasca, – ho detto.
– E chi ha bisogno dei tuoi stramaledetti soldi? – ha detto Edith.
– Abbiamo solo bisogno della tua stramaledetta macchina. Jerry, daccene
altre tre e una confezione da sei da portare via.
– Alla salute di Patterson, – ha detto la prima donna quando sono
arrivate le birre. – A Patterson e ai suoi whiskey e soda.
– Appena ci vede, gli piglia un colpo, – ha detto Edith.
– Butta giú! – ha detto l’altra.
Una volta fuori, ci siamo diretti verso sud, allontanandoci dal centro. Io
camminavo in mezzo alle due donne. Erano quasi le dieci.
– Adesso mi farei una di quelle birre, – ho detto.
– Serviti pure, – ha detto Edith.
Ha aperto la busta e io ci ho infilato la mano e ho staccato una lattina
dalla confezione.
– Secondo noi è in casa, – ha detto Edith.
– Patterson, – ha precisato l’altra. – Cioè, non lo sappiamo di sicuro. Ma
secondo noi, c’è.
– Quanto manca? – ha chiesto Edith.
Mi sono fermato, ho alzato la lattina e me ne sono scolato la metà. – Il
prossimo isolato, – ho risposto. – Sto dai miei. È casa loro.
– Non c’è niente di male, per carità, – ha detto Edith. – Ma a me mi
sembri un po’ troppo vecchio per una cosa del genere.
– Guarda che non è carino, Edith, – ha detto l’altra.
– Be’, io sono fatta cosí, – ha detto Edith. – Ci si dovrà abituare, tutto lí.
Io sono fatta cosí.
– Lei è fatta cosí, – ha detto l’altra.
Mi sono scolato il resto della birra e ho gettato la lattina tra le erbacce.
– E adesso quanto manca? – ha chiesto Edith.
– Ci siamo. È qui. Adesso cerco di prendere le chiavi della macchina, –
ho detto io.
– Be’, sbrigati, – ha detto Edith.
– Noi ti aspettiamo qui fuori, – ha detto l’altra. – Gesú! – ha detto Edith.
Ho aperto la porta e sono sceso di sotto. Mio padre era in pigiama
davanti alla televisione. Faceva caldo e mi sono appoggiato un attimo allo
stipite della porta. Mi sono passato la mano sugli occhi.
– Ho bevuto un paio di birre, – ho detto. – Che stai guardando?
– John Wayne, – ha risposto lui. – È forte. Siediti e guardalo anche tu.
Tua madre non è ancora tornata.
Mia madre faceva il turno serale da Paul’s, un ristorante-birreria. Mio
padre era disoccupato. Una volta lavorava nei boschi, ma poi si era fatto
male. Aveva ricevuto un risarcimento, ma ormai quei soldi erano
praticamente finiti. Quando mia moglie mi piantò, gli chiesi duecento dollari
in prestito, ma non me li diede. Quando mi disse di no aveva le lacrime agli
occhi, e disse che sperava che non ce l’avrei avuta con lui. Gli dissi che non
c’era problema, non ce l’avrei avuta con lui.
Sapevo già che avrebbe detto di no anche questa volta. Però mi sono
seduto dall’altra parte del divano e gli ho detto: – Ho incontrato un paio di
donne che mi hanno chiesto se gli davo un passaggio a casa.
– E tu che gli hai detto? – ha chiesto lui.
– Mi stanno aspettando di sopra, – ho risposto.
– Lasciale aspettare, – ha detto lui. – Qualcuno troveranno. Tu non ci
devi avere niente a che fare –. Ha scosso la testa. – Ma non gli hai fatto
vedere sul serio dove abitiamo, vero? Non sono mica davvero di sopra? – Si
è agitato un po’ sul divano e si è rimesso a guardare la televisione. – Ad ogni
modo, tua madre si è portata dietro le chiavi –. Ha annuito lentamente, senza
staccare gli occhi dallo schermo.
– Non fa niente, – ho detto io. – Non mi serve la macchina. Tanto, non
vado da nessuna parte.
Mi sono alzato e ho lanciato un’occhiata verso l’ingresso, dove dormivo
su una brandina. Su un tavolinetto lí accanto c’erano un posacenere, una
sveglia Lux e qualche vecchio tascabile. Di solito andavo a letto a mezzanotte
e leggevo fino a quando le righe mi si confondevano davanti agli occhi e mi
addormentavo, con la luce accesa e il libro ancora in mano. In uno dei
tascabili che stavo leggendo c’era qualcosa che ricordavo di aver raccontato
a mia moglie. Mi aveva fatto una grandissima impressione. È la storia di uno
che ha un incubo e nell’incubo sogna di sognare e poi di svegliarsi e vedere
che c’è un uomo alla finestra della camera da letto. È cosí terrorizzato che
non riesce a muoversi, quasi non ce la fa a respirare. Il tizio alla finestra
guarda dentro la stanza e poi comincia a forzare la zanzariera. L’uomo che
sogna è paralizzato. Vorrebbe urlare, ma non riesce neanche a prender fiato.
Poi però la luna viene fuori da una nuvola e lui riconosce l’uomo alla
finestra. È il suo migliore amico, cioè il miglior amico dell’uomo che sogna,
ma quello che sta avendo l’incubo non lo conosce per niente.
Quando l’avevo raccontato a mia moglie, mi sentivo il sangue salire in
faccia e mi prudeva la testa. Ma lei non aveva fatto una piega.
– È solo letteratura, – aveva detto. – Essere traditi da qualcuno della tua
famiglia, quello sí che è un vero incubo.
Le sentivo là fuori che scuotevano la porta d’ingresso. Sentivo i loro
passi sul marciapiedi sopra la mia finestra.
– Dio stramaledica quel bastardo! – ho sentito che diceva Edith. Mi sono
chiuso in bagno per un bel pezzo, poi sono andato di sopra e sono uscito.
Faceva piú fresco e mi sono tirato su la lampo del giubbotto. Mi sono
avviato da Paul’s. Se riuscivo ad arrivarci prima che mia madre staccasse,
magari rimediavo un panino col tacchino. Dopo potevo fare un salto
all’edicola di Kirby e sfogliare un po’ le riviste. Poi sarei tornato
nell’appartamento e mi sarei messo a letto a leggere i libri fino a che avessi
letto abbastanza da addormentarmi.
Quanto alle donne, non c’erano piú quando sono uscito, e non ci
sarebbero state neanche quando sarei tornato.
Collettori

Ero disoccupato. Ma aspettavo notizie dal nord da un giorno all’altro. Me


ne stavo sdraiato sul divano e ascoltavo la pioggia. Ogni tanto mi alzavo e
attraverso le tendine guardavo se arrivava il postino.
Non c’era nessuno in strada, niente.
Non erano neanche cinque minuti che mi ero rimesso giú, quando ho
sentito dei passi sulla veranda, una pausa, e poi qualcuno che bussava. Non
mi sono mosso. Sapevo che non era il postino. I suoi passi li conoscevo.
Quando si è disoccupati e si ricevono solleciti di pagamento per posta o
infilati in una busta sotto la porta, non si è mai troppo prudenti. A volte ti
arrivano fino a casa, con la scusa di volerti parlare, specialmente se non hai
il telefono.
Hanno bussato di nuovo, piú forte. Brutto segno. Mi sono tirato su per
cercare di sbirciare in veranda. Ma chiunque fosse, là fuori, stava attaccato
alla porta. Altro brutto segno. Sapevo che il pavimento scricchiolava, perciò
non c’era modo di sgattaiolare nell’altra stanza e guardare dalla finestra.
Hanno bussato di nuovo e io ho detto: – Chi è?
– Sono Aubrey Bell, – ha risposto una voce di uomo. – Lei è il signor
Slater?
– Che cosa vuole? – ho gridato senza muovermi dal divano.
– Ho qualcosa per la signora Slater. Ha vinto una cosa. La signora è in
casa?
– La signora Slater non abita qui, – ho detto io.
– Be’, comunque, lei è il signor Slater, no? – ha detto l’uomo. – Signor
Slater... – e giú uno starnuto.
Mi sono alzato dal divano. Ho tolto il catenaccio e ho aperto un poco la
porta. Era un tipo anziano, grasso e infagottato dentro l’impermeabile.
L’acqua gli colava giú per l’impermeabile e andava a sgocciolare sullo strano
valigione che portava.
Ha sorriso e l’ha poggiato a terra. Mi ha teso la mano. – Piacere, Aubrey
Bell, – ha detto.
– Non la conosco, – ho detto io.
– La signora Slater, – ha esordito. – La signora Slater ha riempito una
scheda –. Da una tasca interna ha tirato fuori un mazzetto di schede e le ha
sfogliate a una a una. – Ecco qua, Signora Slater, 255, South Sixth East,
giusto? Be’, la signora Slater è una vincitrice nata.
Si è tolto il cappello e ha annuito solennemente, poi lo ha sbattuto contro
l’impermeabile come se non ci fosse nient’altro da aggiungere, la corsa
finita, il capolinea raggiunto.
Poi è rimasto in attesa.
– La signora Slater non abita qui, – ho detto. – Che cosa ha vinto?
– Ve lo devo far vedere, – ha detto lui. – Posso entrare?
– Non so. Se non è una cosa lunga, – ho detto. – Sa, ho molto da fare.
– Va bene, – ha detto. – Mi lasci solo togliere quest’impermeabile. E le
galosce. Non vorrei bagnarle la moquette. Vedo che lei ce l’ha la moquette,
signor...
Alla vista della moquette lo sguardo gli si è prima illuminato, poi velato.
È stato scosso da un brivido. Quindi si è tolto l’impermeabile. L’ha scrollato
per bene e lo ha appeso per il colletto al pomello della porta. – Qui starà
benissimo, – ha detto. – Accidenti che tempaccio! – Si è chinato per
slacciarsi le galosce. Ha spinto il valigione nella stanza. Poi si è sfilato le
galosce e si è infilato in casa con un paio di pantofole ai piedi.
Ho richiuso la porta. Ha visto che stavo fissando le pantofole e cosí ha
detto: – Lo sa che W. H. Auden, la prima volta che è andato in Cina, ha
sempre e soltanto calzato pantofole? Non se le è mai tolte. Calli.
Ho alzato le spalle. Ho dato un’altra occhiata per strada, in caso si
vedesse il postino, e poi ho richiuso la porta. Aubrey Bell stava fissando la
moquette. Ha stretto le labbra. Poi si è messo a ridere. Rideva e scrollava la
testa.
– Che c’è di tanto buffo? – gli ho chiesto.
– Niente. Oh Signore! – ha detto. Si è rimesso a ridere. – Mi sa che sto
diventando matto. Mi sa che ho la febbre –. Si è portato una mano alla
fronte. Aveva i capelli tutti appiccicati e il segno rosso del cappello tutto
intorno alla testa.
– Secondo lei scotto? – ha chiesto. – Non so, mi sa che mi sta venendo la
febbre –. Continuava a fissare la moquette. – Non è che ha un’aspirina?
– Che le succede? – gli ho chiesto. – Non vorrà mica ammalarsi a casa
mia? Ho un sacco di cose da fare.
Ha scrollato la testa. Si è seduto sul divano. Ha cominciato a grattare la
moquette con la punta di una pantofola.
Sono andato in cucina, ho sciacquato una tazza e tirato fuori due aspirine
da un flacone.
– Prenda, – gli ho detto. – Poi mi sa che è meglio che se ne vada.
– Parla a nome della signora Slater? – ha sibilato. – No, no, faccia finta
che non ho detto niente. Niente –. Si è passato una mano sulla faccia. Ha
mandato giú le aspirine. Lo sguardo ha cominciato a saltellare da una parte
all’altra della stanza spoglia. Poi, a fatica, si è piegato in avanti e ha sciolto le
cinghie che chiudevano la valigia, che si è spalancata di colpo, rivelando
tanti scompartimenti pieni di una serie di flessibili di gomma, spazzole, tubi
di metallo lucido, e un aggeggio azzurro dall’aria pesante montato su rotelle.
Si è messo a fissare quelle cose come se fosse sorpreso di trovarle lí. Poi, a
bassa voce, come se si trovasse in chiesa, mi ha chiesto: – Sa che cos’è
questo?
Mi sono avvicinato. – Direi che è un aspirapolvere. Ma guardi che non lo
voglio comprare, – gli ho detto. – Non c’è proprio pericolo che mi voglia
comprare un aspirapolvere.
– Ora le faccio vedere una cosa, – ha detto lui. Ha tirato fuori un’altra
scheda dalla tasca della giacca. – Guardi un po’ qua, – mi ha detto,
porgendomela. – Nessuno ha detto che se lo deve comprare. Però guardi un
po’ la firma. È o non è la firma della signora Slater?
Ho guardato la scheda. L’ho messa sotto la luce. L’ho rigirata, ma sul
retro non c’era scritto niente. – E allora? – gli ho chiesto.
– E allora, la scheda della signora Slater è stata estratta a sorte da un
cesto pieno di altre schede. Centinaia di schede come questa. Ha vinto
pulitura e lavaggio completo della moquette. La signora Slater è una
vincitrice nata. Nessun impegno. Sono qui per pulirle anche i materassi,
signor... Resterà sorpreso nel vedere quanta roba si può accumulare in un
materasso nel corso dei mesi, nel corso degli anni. Ogni giorno, ogni notte
della nostra vita, ci lasciamo dietro pezzettini di noi stessi, scaglie di questo e
di quello. Dove vanno a finire, secondo lei, questi pezzettini, queste scaglie?
Dritti sul materasso, attraverso le lenzuola, ecco dove vanno a finire! E nei
cuscini. Stessa cosa.
Intanto si era messo a tirare fuori vari pezzi di metallo e ad assemblarli.
Quindi li ha collegati a un tubo di gomma. Si era messo in ginocchio sul
pavimento e grugniva un po’ a ogni sforzo. Alla fine, ha attaccato una specie
di paletta e ha tirato fuori l’aggeggio azzurro con le rotelle.
Mi ha fatto vedere il filtro che aveva intenzione di usare.
– Ha una macchina? – mi ha chiesto.
– Niente macchina, – ho risposto. – Non ce l’ho, la macchina. Se ce
l’avessi l’accompagnerei da qualche parte.
– Peccato, – ha detto lui. – Questo aspirapolvere qui monta una prolunga
di venti metri. Se avesse la macchina, potrebbe trascinarsi dietro questo coso
qui fino al garage e pulire a fondo i tappetini e tutta la tappezzeria, compresi
i preziosi sedili reclinabili. Non ci crederebbe quanto di noi si perde, quanto
di noi si raccoglie, in quei bei sedili anno dopo anno.
– Senta, signor Bell, – ho detto io, – secondo me farebbe meglio a far su
tutto quanto e andarsene. Lo dico senza rancore, mi creda.
Ma lui si stava guardando intorno in cerca di una presa a muro. Ne ha
trovata una all’altro capo del divano. L’aspirapolvere si è messo in moto,
vibrando tutto come se dentro ci fosse una biglia o qualche bullone lento,
che poi però si è ridotto a un ronzio soffocato.
– Rilke ha passato tutta la vita adulta spostandosi da un castello all’altro.
Benefattori, – ha detto, – alzando la voce sopra il ronzio dell’aspirapolvere.
– Raramente viaggiava in automobile: preferiva il treno. E pensi a Voltaire a
Cirey con Madame Chatelet. Alla sua maschera funeraria. Una tale serenità –.
Ha alzato la mano destra come se si aspettasse che sollevassi un’obiezione. –
No, no, non è giusto, vero? Non stia neanche a dirmelo. Però chissà? – A
quel punto si è girato e si è trascinato l’aspirapolvere nella stanza accanto.
C’era un letto, una finestra. Le coperte erano ammucchiate sul
pavimento. Un solo cuscino, un lenzuolo sul materasso. Ha sfilato la federa
dal cuscino e poi ha rapidamente liberato il materasso dal lenzuolo. Si è
messo a fissare il materasso, poi mi ha lanciato uno sguardo con la coda
dell’occhio. Sono andato in cucina e ho preso la sedia. Mi sono seduto sulla
soglia e mi sono messo a guardare. Per prima cosa ha provato il risucchio
appoggiando la paletta sul palmo della mano. Si è chinato e ha girato una
manopola sul motore. – Per un lavoro del genere, bisogna regolarlo al
massimo, – ha detto. Ha ricontrollato il risucchio, poi ha allungato il tubo a
capo del letto e ha cominciato a passare la paletta su tutto il materasso. La
paletta si tirava dentro il materasso. Il motore ronzava piú forte. È passato tre
volte su tutto il materasso, poi ha spento il motore. Ha toccato una levetta e il
coperchio s’è aperto di scatto. Ha tirato fuori il filtro. – Questo è solo un
filtro dimostrativo. Normalmente questa roba, tutto questo materiale,
passerebbe direttamente nel sacchetto, qui, – ha detto. Ha stretto tra le dita
un pizzico di polvere. Ce ne dev’essere stata almeno una manciata.
Ha fatto una faccia strana.
– Non è il mio materasso, – gli ho detto. Mi sono piegato in avanti sulla
sedia e ho cercato di dimostrare un certo interesse.
– E adesso passiamo al cuscino, – ha detto lui. Ha messo il filtro usato
sul davanzale della finestra e ha guardato un po’ fuori. Quindi si è voltato. –
Vorrei che mi reggesse il cuscino da questa parte, – mi ha detto.
Mi sono alzato e ho afferrato due angoli del cuscino. Mi pareva di tenerlo
per le orecchie.
– Va bene cosí? – gli ho chiesto.
Ha annuito. È andato nell’altra stanza ed è tornato con un altro filtro.
– Quanto costa uno di questi affari? – gli ho chiesto.
– Quasi niente, – ha detto. – Sono fatti solo di carta e di un pezzetto di
plastica. Non possono costare tanto.
Quindi ha fatto ripartire il motore e io ho stretto la presa, mentre la
paletta affondava per tutta la lunghezza del cuscino, una, due, tre volte. Poi
ha spento l’interruttore, ha tolto il filtro e me lo ha mostrato senza dire una
parola. L’ha messo sul davanzale accanto all’altro. Quindi ha aperto
l’armadio e ha guardato dentro, ma c’era solo una scatola di veleno per topi.
Ho sentito dei passi sulla veranda, lo sportelletto della buca delle lettere
si è aperto e si è richiuso. Ci siamo scambiati un’occhiata.
Lui si è tirato dietro l’aspirapolvere nell’altra stanza e io l’ho seguito.
Abbiamo visto la lettera rovesciata sulla moquette davanti alla porta.
Mi sono avvicinato alla lettera, poi mi sono voltato e gli ho detto: – C’è
altro? Si sta facendo tardi. Questa moquette qui non vale neanche la pena di
metterci le mani: è solo uno scampolo di cotone 4 X 5 con fondo
antisdrucciolo della Città del Tappeto. Davvero non vale la pena di metterci
le mani.
– Ha per caso un posacenere pieno? – ha risposto lui, – O una pianta in
vaso, o qualcosa di simile? Andrebbe bene anche una manciata di terra.
Gli ho trovato il posacenere. L’ha preso e ne ha rovesciato il contenuto
sulla moquette, schiacciando cenere e cicche con la suola della pantofola. Si
è rimesso in ginocchio e ha inserito un nuovo filtro. Poi si è tolto la giacca e
l’ha gettata sul divano. Aveva le ascelle tutte sudate. Rotolini di grasso
straripavano dalla cintura. Ha svitato la paletta dal tubo e al suo posto ha
montato un altro affare. Ha regolato di nuovo la manopola. Col piede ha
rimesso in moto la macchina e ha cominciato a passare il tubo avanti e
indietro, avanti e indietro sulla moquette consunta. Per due volte ho fatto per
prendere la lettera, ma era come se lui mi anticipasse, come se mi tagliasse la
strada, diciamo cosí, con il suo flessibile e i tubi, e quello spazzare avanti e
indietro, avanti e indietro...
Ho riportato la sedia in cucina, mi sono seduto e l’ho guardato mentre si
dava da fare; dopo un po’ ha rispento la macchina, aperto il coperchio e in
silenzio mi ha portato il filtro, brulicante di polvere, peli e granelli di non so
che. Ho dato un’occhiata al filtro, poi mi sono alzato e l’ho buttato nella
spazzatura.
Ora lavorava di buona lena. Niente piú spiegazioni. È arrivato in cucina
con una boccetta contenente un dito di liquido verde. L’ha messa sotto il
rubinetto e l’ha riempita.
– Avrà capito che non posso pagarla, – gli ho detto. – Non le potrei dare
un dollaro neanche se ne andasse della mia vita. Mi sa proprio che dovrà
considerarmi una perdita secca, tutto qui. Con me spreca il suo tempo, – gli
ho detto.
Volevo solo che fosse tutto chiaro, senza malintesi.
Ha continuato a fare quello che stava facendo. Ha attaccato un altro
accessorio al tubo, poi con una manovra complicata ci ha agganciato la
boccetta. Ha cominciato a ripassare la moquette, facendo schizzare di tanto in
tanto rivoli di liquido color smeraldo dall’accessorio, spazzolando la
moquette avanti e indietro e creando zone piene di schiuma.
Ormai gli avevo detto tutto quello che volevo dirgli. Sono rimasto seduto
in cucina, mi sono rilassato, limitandomi a osservarlo lavorare. Ogni tanto
guardavo la pioggia fuori dalla finestra. Cominciava a farsi scuro. Lui ha
spento l’aspirapolvere. Era nell’angolo davanti alla porta d’ingresso.
– Le va un caffè? – gli ho chiesto.
Ansimava. Si è passato una mano sulla faccia.
Ho messo su l’acqua e nel tempo che ci è voluto perché bollisse e io
preparassi due tazze di caffè, lui aveva già smontato l’aggeggio e rimesso
tutto nella valigia. Poi ha raccolto la lettera. Ha letto il nome del destinatario
e ha esaminato da vicino l’indirizzo del mittente. Quindi ha piegato la lettera
a metà e se l’è messa nella tasca posteriore dei pantaloni. Io ho continuato a
osservarlo. Non ho fatto altro. Il caffè cominciava a raffreddarsi.
– È indirizzata a un certo signor Slater, – ha detto. – Ci penso io. Poi ha
aggiunto: – Magari a quel caffè ci rinuncio. È meglio che non ci passo, sulla
moquette. L’ho appena lavata.
– Già, ho detto io –. Poi gli ho chiesto: – È sicuro che la lettera è
indirizzata a chi ha detto?
Si è allungato verso il divano per riprendersi la giacca, se l’è infilata e ha
aperto la porta d’ingresso. Pioveva ancora. Si è messo le galosce, le ha
allacciate, poi ha indossato l’impermeabile e ha gettato un’occhiata in casa.
– Vuole vederla? – ha detto. – Non mi crede?
– È che mi pare un po’ strano, – ho risposto io.
– Be’, sarà meglio che vada –. Ma è rimasto lí impalato. – Lo vuole o no
questo aspirapolvere?
Ho guardato il valigione, ormai tutto chiuso e pronto ad andare altrove.
– No, gli ho detto, mi sa proprio di no. Tanto fra poco me ne vado di
qui. Mi sarebbe solo d’impaccio.
– Va bene, allora, – ha detto, – e ha chiuso la porta.
Che si fa a San Francisco?

In questa storia io non c’entro niente. È la storia di una giovane coppia


con tre bambini che si era trasferita in una casa del mio giro all’inizio
dell’estate scorsa. Mi è tornata in mente quando ho letto il giornale di
domenica scorsa e ho visto la foto di un tizio che era stato arrestato a San
Francisco per aver ucciso la moglie e il suo amante a colpi di mazza da
baseball. Non è la stessa persona, certo, anche se c’è una certa somiglianza
per via della barba. Comunque la situazione era abbastanza simile da farmi
pensare a loro.
Mi chiamo Henry Robinson. Faccio il postino, impiegato federale sin dal
1947. Sono sempre vissuto qui a Ovest, a parte i tre anni che ho passato
nell’esercito durante la guerra. Sono divorziato da vent’anni, ho due figli che
praticamente non vedo da allora. Non sono un uomo frivolo, ma neanche,
secondo me, troppo serio. Quel che credo è che si dev’essere un po’ tutt’e
due, al giorno d’oggi. Credo anche nel valore del lavoro... piú è duro,
meglio è. Se uno non lavora, ha troppo tempo a disposizione, troppo tempo
per pensare a se stesso e ai suoi problemi.
Sono convinto che questo fosse in parte il guaio del giovanotto che
abitava qui: il fatto che non lavorava. Ma anche per questo, secondo me la
responsabilità era tutta di lei. Della donna. Era lei che lo incoraggiava.
Beatnik, penso che li avreste chiamati cosí anche voi, se li aveste visti.
Lui portava una barbetta castana a punta e aveva l’aria di chi farebbe bene a
sedersi a tavola e godersi un buon pranzetto seguito da un bel sigaro. La
donna era attraente, non posso negarlo, con quei lunghi capelli neri e la
carnagione chiara. Ma state sicuri che non era il tipo della buona moglie e
della buona madre. Faceva la pittrice. Lui, non so cosa facesse,
probabilmente qualcosa di simile. Nessuno dei due lavorava. Però l’affitto lo
pagavano e in qualche modo se la cavavano – almeno per quell’estate.
La prima volta che li ho incontrati saranno state le undici, undici e un
quarto, un sabato mattina. Ero a circa due terzi del mio giro quando ho
svoltato nella loro via e ho notato una Ford berlina del ’56 parcheggiata nel
vialetto con un grosso carrello a rimorchio, di quelli che si prendono a nolo.
Su Pine Street ci sono solo tre case, e la loro era l’ultima; nelle altre
abitavano i Murchison, che vivevano ad Arcata da poco meno di un anno, e
i Grant, che erano lí da un paio d’anni. Murchison lavorava alla Simpson
Redwood, mentre Gene Grant faceva il turno di mattina come cuoco da
Denny’s. C’erano quelle due case, poi un lotto vuoto e poi la casa in fondo
che una volta era dei Cole.
L’uomo era sul prato dietro al carrello, mentre lei stava uscendo di casa
con una sigaretta in bocca e addosso un paio di jeans bianchi molto attillati e
una canottiera da uomo sempre bianca. Appena mi ha visto si è fermata ed è
rimasta a osservarmi mentre mi avvicinavo. Arrivato all’altezza della loro
cassetta delle lettere ho rallentato e le ho fatto un cenno di saluto con il capo.
– Procede bene la sistemazione? – ho domandato.
– Ci vorrà ancora un po’ – ha risposto lei, scostandosi un ciuffo di
capelli dalla fronte senza togliersi la sigaretta di bocca.
– Ah, bene, – le ho detto. – Benvenuti ad Arcata.
Appena l’ho detto mi sono sentito un po’ impacciato. Non so bene
perché, ma mi sono sempre sentito un po’ a disagio le poche volte che mi
sono trovato nei paraggi di quella donna. È uno dei motivi per cui non mi è
mai stata tanto simpatica, sin dall’inizio.
Mi ha rivolto un sorrisetto stentato e io ho ripreso a camminare quando
l’uomo – si chiamava Marston – è spuntato da dietro il carrello con in mano
uno scatolone pieno di giocattoli. Ora, Arcata, si sa, è una città né piccola né
grande, anche se mi sa che dovendo dire è piú piccola che grande. Non è
certo la fine del mondo, Arcata, per carità, ma la maggior parte della gente
che vive qui lavora nelle segherie o ha qualcosa a che fare con le industrie
del pesce, oppure lavora in qualche negozio del centro. La gente qui non è
abituata a vedere uomini con la barba – e neanche uomini che non lavorano,
se è per questo.
– Salve, – ho detto io e gli ho teso la mano quando lui ha appoggiato lo
scatolone sul paraurti della macchina. – Mi chiamo Henry Robinson. Voialtri
siete appena arrivati, eh?
– Ieri pomeriggio, – ha detto lui.
– Che viaggio! Per arrivare qui da San Francisco ci sono volute
quattordici ore, – ha detto la donna dalla veranda. – Con quel maledetto
coso dietro.
– Pensa un po’, – ho detto io, scuotendo la testa. – San Francisco, eh? Ci
sono appena stato anch’io a San Francisco, vediamo un po’, quand’è stato,
aprile o marzo.
– Ah, sí? Davvero? E cosa ha combinato giú a San Francisco?
– Niente di che. Scendo giú una o due volte l’anno. Mi faccio un giretto
al Fisherman’s Wharf e vado a una partita dei Giants. Tutto lí.
C’è stata una piccola pausa e Marston si è messo a studiare qualcosa
nell’erba, spostandola con la punta della scarpa. Stavo per ripartire, ma i
bambini hanno scelto proprio quel momento per uscire di casa correndo,
urlando e facendo a gara per arrivare in fondo alla veranda. Quando la
zanzariera si è spalancata con uno schianto, sotto la spinta dei bambini,
Marston ha fatto un salto che credevo sarebbe schizzato fuori dalla pelle. Lei
invece è rimasta lí a braccia conserte, fredda come un ghiacciolo, senza
battere ciglio. Non aveva certo una bella cera, Marston. Ogni volta che stava
per fare qualcosa si muoveva a scatti, con piccoli gesti nervosi. E gli occhi,
poi... ti si posavano addosso e scivolavano via da qualche altra parte, per
tornare a posartisi addosso.
I ragazzini erano tre, due bambine ricciolute di quattro o cinque anni e
un soldo di cacio di maschietto che cercava di star dietro alle altre.
– Molto carini, – ho detto io. – Be’, sarà meglio che mi avvii. Dovreste
cambiare il nome sulla cassetta delle lettere.
– Certo, certo. Ci penserò io tra un giorno o due. Comunque non ci
aspettiamo di ricevere molta posta, ancora, per lo meno per un po’ – ha detto
lui.
– Non si può mai sapere, – ho risposto io. – Non si può mai sapere che
cosa viene fuori da questa vecchia cartella della posta. Sempre meglio essere
pronti, – ho detto mentre mi avviavo. – A proposito, se cerca un posto su
alle segherie, le potrei indicare con chi parlare alla Simpson Redwood. C’è
un mio amico che fa il caposquadra lí. Può darsi che abbia qualche cosa da...
– Non ho neanche finito la frase, visto che non sembravano molto
interessati.
– No, grazie, – ha detto lui.
– Non sta cercando lavoro, – è intervenuta lei.
– Be’, allora, arrivederci.
– A presto, – ha detto Marston.
Lei non ha aggiunto una parola.
Come ho già detto, questo succedeva di sabato, il giorno prima del
Memorial Day. Lunedí abbiamo fatto festa e perciò non sono passato da
quelle parti fino al martedí. Devo dire che non sono rimasto per niente
sorpreso nel trovare il carrello ancora in mezzo al vialetto. Mi ha sorpreso
invece accorgermi che non lo aveva ancora scaricato. Direi che solo un
quarto della roba era riuscita ad arrivare fino alla veranda: una poltrona
imbottita e una sedia da cucina in acciaio cromato, piú uno scatolone di
vestiti con i lembi del coperchio strappati. Magari un altro quarto era stato
portato dentro, ma il resto era ancora tutto nel carrello. I bambini giravano lí
intorno con dei piccoli bastoni in mano e martellavano le fiancate del
rimorchio, salendo e scendendo sul pianale. Mamma e papà non si vedevano
da nessuna parte.
Il giovedí l’ho rivisto fuori in giardino e gli ho ricordato di cambiare il
nome sulla cassetta.
– Sí, è una delle cose che devo trovare il tempo di fare, – ha detto.
– Ci vuole un po’, – ho detto io. – C’è tanto di quel lavoro da fare
quando ci si trasferisce in un posto nuovo. Quelli che abitavano qui prima, i
Cole, se ne sono andati solo due giorni prima che arrivaste voi. Lui doveva
andare a lavorare a Eureka. Al Dipartimento di Caccia e Pesca.
Marston si stava carezzando la barba come se stesse pensando a tutt’altro.
– Be’, ci vediamo, – ho detto io.
– A presto, – ha detto lui.
Insomma, per farla breve, non ha mai cambiato il nome sulla cassetta.
Qualche tempo dopo arrivavo lí con posta indirizzata a quel recapito e lui
diceva qualcosa tipo: «Marston? Sí, è per noi, Marston... Bisogna che mi
decida a cambiare il nome su quella cassetta uno di questi giorni. Mi tocca
procurarmi un barattolo di vernice e coprire quell’altro nome... Cole», e
intanto il suo sguardo vagava qua e là senza posa. Poi mi guardava un po’
con la coda dell’occhio e annuiva un paio di volte. Ma non ha mai cambiato
il nome sulla cassetta e dopo un po’ ci ho rinunciato anch’io e non ci ho
pensato piú.
Si sa, le voci girano. In qualche caso ho sentito dire che era un detenuto
uscito in libertà vigilata e che era venuto ad Arcata per sottrarsi all’atmosfera
malsana di San Francisco. Secondo questa versione, la donna era sí sua
moglie, ma nessuno dei tre bambini era suo. Un’altra storia che circolava era
che avesse commesso qualche crimine e si stesse nascondendo da queste
parti. Ma non ci credevano in molti, a questa storia. È che proprio non ce
l’aveva la faccia di uno che farebbe qualcosa di veramente criminale. La
storia a cui la maggior parte della gente sembrava credere, o per lo meno
quella che circolava di piú, era la piú terribile: la donna era una
tossicodipendente, si diceva, e il marito l’aveva portata quassú per aiutarla a
uscire dal vizio. Come prova veniva sempre portata la visita che Sally
Wilson gli aveva fatto; Sally Wilson, quella del Comitato di Benvenuto. Era
andata da loro un pomeriggio e in seguito aveva raccontato che, parola sua,
quella gente aveva qualcosa di strano. La donna, soprattutto. Un momento
stava seduta ad ascoltare le chiacchiere di Sally, apparentemente tutt’orecchi,
e il momento dopo si alzava, mentre Sally era ancora lí che parlava, e si
metteva a lavorare al suo quadro come se Sally manco ci fosse. E poi c’era
anche il fatto che coccolava e sbaciucchiava i figli e poi, senza motivo
evidente, cominciava a strillargli contro. «Be’, bastava vedere l’espressione
che avevano i suoi occhi a guardarli da vicino», diceva Sally. Ma è risaputo
che Sally Wilson sono anni che ficca il naso dappertutto con la scusa del
Comitato di Benvenuto.
– Non si può mai sapere, – dicevo io ogni volta che qualcuno tirava
fuori questa storia. – Chi può dirlo? Certo, se lui si mettesse a lavorare...
Comunque sia, a parer mio, sembrava che avessero avuto la loro buona
razione di guai giú a San Francisco e, di qualsiasi tipo di guai si trattasse,
avevano deciso di allontanarsene il piú possibile. Anche se è difficile dire
come mai avessero scelto di sistemarsi proprio ad Arcata, visto che di sicuro
non erano venuti qui per cercare lavoro.
Per qualche settimana non c’era stata praticamente posta per loro, giusto
qualche pubblicità, della Sears oppure della Western Auto, roba cosí. Poi
sono cominciate ad arrivare le prime lettere, una o due alla settimana grosso
modo. A volte, quando passavo, vedevo uno di loro intorno alla casa, altre
volte no. Ma i bambini erano sempre lí che correvano fuori e dentro casa o
giocavano nel lotto vuoto accanto. Naturalmente non era certo una casa
modello già di per sé, ma dopo un po’ che erano lí sono cominciate a
spuntare un sacco di erbacce, e quel po’ di prato che c’era ha cominciato a
ingiallirsi e a seccare. Fa male al cuore vedere una cosa del genere. Mi pare
di capire che il vecchio Jessup è andato da loro una o due volte a pregarli di
annaffiare un po’ il prato, ma loro sostenevano che non potevano
permettersi un tubo. Allora lui gliene ha prestato uno. Ma poi ho notato che i
bambini ci giocavano in un campo e la cosa è morta lí. Due volte ho visto
una macchina sportiva bianca parcheggiata davanti casa, una macchina che
non era certo di queste parti.
Solo una volta ho avuto qualcosa a che fare direttamente con la donna.
C’era una lettera a carico del destinatario e cosí sono andato a bussare alla
porta. Una delle bambine mi ha aperto e mi ha fatto entrare, poi è corsa a
chiamare la mamma. Il posto era in disordine, con mobili di ogni genere
accatastati alla rinfusa e vestiti sparsi dappertutto. Però non si sarebbe potuto
definirlo sporco. In disordine, forse sí, ma non sporco. Nel soggiorno
c’erano un vecchio divano e una poltrona allineati contro una parete. Sotto
la finestra c’era una libreria fatta di tavole e mattoni, piena zeppa di tascabili.
In un angolo diverse tele erano accatastate faccia contro il muro e dall’altra
parte un quadro era ancora sul cavalletto, coperto da un lenzuolo.
Mi sono aggiustato la borsa della posta sulla spalla e sono rimasto lí in
piedi ad aspettare, cominciando però a rimpiangere di non aver pagato il
francobollo di tasca mia.
Mentre aspettavo, ogni tanto guardavo il cavalletto e stavo quasi per
avvicinarmi e sollevare il lenzuolo, quando ho sentito dei passi.
– Che cosa posso fare per lei? – mi ha chiesto, comparendo nel corridoio
con un’aria tutt’altro che cordiale.
Mi sono toccato la visiera del berretto e le ho detto: – Ho qui una lettera
con affrancatura a carico del destinatario, se non le dispiace.
– Faccia un po’ vedere. Da dove viene? Ma è di Jer! Che scemo. Ci
manda una lettera senza francobollo. Lee! – ha cominciato a chiamare. – È
arrivata una lettera di Jerry –. Marston è arrivato, ma non sembrava troppo
felice. Sono rimasto in attesa, spostando il peso del corpo prima su una
gamba, poi sull’altra.
– Ma sí, pago, – ha detto lei, – visto che è una lettera del vecchio Jerry.
Ecco qua. E adesso, arrivederci.
Le cose andarono avanti in questo modo – che poi vuol dire in nessun
modo speciale. Non dico che la gente di queste parti si fosse abituata a loro,
non erano tipi a cui ci si possa veramente abituare. Ma, insomma, dopo un
po’ nessuno sembrava farci piú troppo caso. Magari se lo incontravano che
spingeva il carrello giú al supermercato Safeway, la gente gli fissava ancora
la barba, ma tutto finiva lí. Non si sentivano piú tante storie sul loro conto.
Poi un bel giorno sono scomparsi. In due direzioni opposte. Sono
venuto a sapere in seguito che lei se n’era andata una settimana prima con
qualcuno – un uomo – e pochi giorni dopo lui aveva portato i bambini da
sua madre, dalle parti di Redding. Per sei giorni di fila, dal giovedí al
mercoledí seguente, la loro posta è rimasta nella cassetta. Le finestre erano
chiuse e nessuno sapeva di sicuro se se n’erano andati per sempre oppure
no. Ma poi il mercoledí ho notato la Ford parcheggiata davanti casa; le
finestre erano ancora chiuse, ma la posta era stata prelevata.
A partire dal giorno dopo lui è stato sempre lí accanto alla cassetta tutti i
giorni ad aspettare che gli portassi la posta, oppure se ne stava seduto sul
gradino della veranda a fumare una sigaretta, in attesa, quello era chiaro.
Quando mi vedeva arrivare, si alzava, si spolverava il fondo dei pantaloni e
si avvicinava alla cassetta. Se per caso avevo della posta per lui, lo vedevo
passare in rassegna i nomi dei mittenti prima ancora che gliela mettessi in
mano. Raramente ci scambiavamo una parola, ma solo un cenno del capo se
i nostri sguardi per caso s’incrociavano, il che non capitava spesso. Però, lui
soffriva – se ne sarebbe accorto chiunque – e io avrei voluto in qualche
modo dargli una mano, se avessi potuto. Ma non sapevo bene cosa dirgli.
È stato piú o meno una settimana dopo il suo ritorno che una mattina
l’ho visto camminare avanti e indietro di fronte alla cassetta con le mani
infilate nelle tasche posteriori, e cosí ho deciso di dirgli qualcosa. Che cosa,
non lo sapevo ancora, ma qualcosa gli avrei detto di sicuro. Mentre mi
avvicinavo, lui mi dava le spalle. Quando gli sono arrivato a tiro, s’è girato
all’improvviso e aveva una faccia tale che mi ha gelato le parole in bocca. Mi
sono bloccato con in mano la posta che gli dovevo dare. Lui mi è venuto
incontro e io gliel’ho data senza fiatare. Lui se l’è guardata attonito.
– Locatario, – ha detto.
Veniva da Los Angeles ed era la pubblicità di un’assicurazione sanitaria.
Ne avevo consegnate almeno settantacinque solo quella mattina. Lui l’ha
piegata in due e se n’è tornato in casa. ll giorno dopo era lí fuori come al
solito. Aveva un’espressione piú normale, come una volta, e sembrava aver
riacquistato un po’ di autocontrollo rispetto al giorno prima. Questa volta
avevo l’impressione di portargli quello che stava aspettando. Giú all’ufficio,
quella mattina, gli avevo dato un’occhiata mentre sistemavo la posta nella
cartella. Era una semplice busta bianca e l’indirizzo era scritto a mano con
una calligrafia femminile tutta arricciata e occupava quasi l’intera superficie
della busta. Il timbro postale era di Portland, e nello spazio per il mittente
c’erano le iniziali J. D. e un indirizzo di Portland.
– ’Giorno, – gli ho detto, porgendogli la lettera.
Lui l’ha presa senza dire una parola ed è impallidito tutto. Ha barcollato
un secondo e poi s’è avviato verso casa, tenendo la lettera in controluce.
Gli ho gridato dietro: – Ragazzo mio, quella là è una poco di buono. Te
l’avrei potuto dire appena l’ho vista. Perché non te la scordi? Perché non ti
metti a lavorare e te la togli dalla testa? Che cos’hai contro il lavoro? È stato
il lavoro, notte e giorno, solo il lavoro che mi ha fatto dimenticare quando
anch’io ero nei tuoi panni e c’era pure la guerra e io ero...
Dopo quella volta, non mi ha piú aspettato là fuori e s’è fermato in
quella casa solo altri cinque giorni. Però ogni giorno lo intravedevo che mi
aspettava lo stesso, solo che se ne stava dietro una finestra e mi guardava
attraverso la tenda. Non usciva finché non mi ero allontanato e allora sentivo
la zanzariera aprirsi. Se mi voltavo a guardare, non sembrava avere alcuna
fretta di raggiungere la cassetta della posta.
L’ultima volta che l’ho visto era in piedi dietro la finestra e aveva un’aria
calma e riposata. Le tende erano tirate, ma le tapparelle erano alzate e ricordo
di aver pensato che stava preparando le sue cose per andarsene. Però ricordo
anche che dall’espressione della sua faccia ho capito che quella volta non mi
stava aspettando. Guardava oltre me, sopra di me, si sarebbe detto, verso i
tetti e le cime degli alberi, verso sud. Ha continuato a fissare cosí anche
quando sono arrivato all’altezza della casa e poi ho proseguito sul
marciapiedi. Mi sono voltato. Lo vedevo ancora lí alla finestra. La
sensazione era cosí forte che anch’io mi sono dovuto girare a guardare nella
stessa direzione in cui guardava lui. Ma, come potete immaginare, non ho
visto nient’altro che i soliti boschi, le montagne e il cielo.
Il giorno dopo non c’era piú. Non ha lasciato alcun indirizzo per l’inoltro
della posta. Ogni tanto arriva una lettera o una pubblicità indirizzata a lui o
alla moglie o a entrambi. Se è roba di prima classe, la tratteniamo un giorno
e poi la rispediamo al mittente. Non ce n’è molta. E non mi è di peso. È
sempre lavoro, in un modo o nell’altro, e io sono sempre contento di
lavorare.
La moglie dello studente

Le aveva letto Rilke, un poeta che ammirava, e lei s’era addormentata


con la testa sul suo cuscino. Gli piaceva leggere a voce alta, e leggeva bene,
con voce forte e sicura, ora bassa e cupa nel tono, ora crescente, ora
penetrante. Non staccava mai gli occhi dalla pagina che stava leggendo e
faceva pause solo per allungare la mano verso il comodino e prendersi una
sigaretta. La sua voce ricca l’aveva spinta in un sogno di carovane in
partenza da città circondate da mura e uomini barbuti avvolti in ampie vesti.
L’aveva ascoltato per qualche minuto, poi aveva chiuso gli occhi e si era
lasciata andare.
Lui aveva continuato a leggere a voce alta. I bambini dormivano ormai
da ore e fuori di tanto in tanto una macchina sgommava sull’asfalto bagnato.
Dopo un po’ mise giú il libro e si rigirò nel letto per spegnere la luce del
comodino. Lei all’improvviso aprí gli occhi, come spaventata, e batté le
palpebre due o tre volte. A lui parvero stranamente scure e carnose, quelle
palpebre, a vederle aprirsi e chiudersi rapidamente su uno sguardo fisso,
vitreo. Si mise a osservarla attentamente.
– Stai sognando? – le chiese.
Lei annuí, tirò su una mano e con le dita si toccò i bigodini di plastica
che aveva su entrambi i lati della testa. Domani era venerdí, il suo turno di
babysitteraggio di tutti i bambini dai quattro ai sette anni degli appartamenti
Woodlawn. Lui continuò a osservarla, appoggiato su un gomito, cercando
allo stesso tempo di spianare il copriletto con l’altra mano. Aveva la pelle del
volto liscia e morbida sugli zigomi pronunciati; quegli zigomi, insisteva lei
ogni tanto con gli amici, li aveva ereditati dal padre, che per un quarto era un
Nez Percé.
Poi: – Mike, preparami un tramezzino con qualcosa dentro. Magari, il
pane imburrato e salato con una foglia di lattuga in mezzo.
Lui non si mosse e non disse niente perché voleva dormire. Ma quando
aprí gli occhi lei era ancora sveglia e lo guardava.
– Non puoi metterti a dormire, Nan? – disse lui in tono solenne. – È
tardi.
– Prima vorrei mangiare qualcosa, – disse lei. – Non so perché ma mi
fanno male le gambe e le braccia, e ho fame.
Lui si rotolò sul letto per alzarsi, borbottando in modo esagerato.
Le preparò il tramezzino e glielo portò su un piattino. Lei si era tirata su a
sedere e, quando lui entrò in camera, gli sorrise, prendendo il piattino che le
porgeva prima di sistemarle un cuscino dietro la schiena. Gli venne in mente
che con quella camicia da notte bianca sembrava una paziente d’ospedale.
– Che sogno buffo ho fatto.
– Cos’hai sognato? – le chiese, rinfilandosi nel letto e girandosi dall’altra
parte. Rimase in attesa, fissando il comodino. Poi, pian piano, chiuse gli
occhi.
– Davvero vuoi che te lo racconti? – disse lei.
– Certo, – disse lui.
Lei si sistemò piú comoda sul cuscino e si tolse una briciola dal labbro.
– Be’, sembrava uno di quei sogni che non finiscono mai, sai, quelli con
tante storie dentro, ma ora non ricordo bene tutto. Era ancora ben chiaro
appena mi sono svegliata, ma adesso comincia a dissolversi un po’ tutto.
Quanto tempo ho dormito, Mike? Be’, in realtà fa lo stesso. Comunque,
penso che stessimo passando la notte da qualche parte. Non so che fine
avessero fatto i bambini, ma eravamo solo noi due in un alberghetto o
qualcosa del genere. Era su un lago che non conoscevamo. C’era anche
un’altra coppia, piú anziana, volevano portarci a fare un giro sul loro
motoscafo –. Rise, al ricordo, piegandosi un po’ in avanti. – Poi eravamo giú
al molo dove era attraccato il motoscafo. Solo che poi si è scoperto che sulla
barca c’era un solo sedile, una specie di panca sul davanti, e non ci stavano
piú di tre persone. Allora noi due ci siamo messi a discutere su chi dovesse
sacrificarsi e accovacciarsi sul fondo della barca. Tu dicevi che l’avresti fatto
tu e invece io insistevo che toccava a me. Però alla fine mi ci sono infilata io
in fondo alla barca. Era cosí stretto che mi facevano male le gambe e avevo
anche paura che l’acqua sarebbe entrata da sopra i bordi. E poi mi sono
svegliata.
– Caspita, che sogno! – riuscí a dire lui mentre, assonnato, si rendeva
vagamente conto che avrebbe dovuto aggiungere qualcosa. – Te la ricordi
Bonnie Travis? La moglie di Fred Travis? Lei diceva sempre che sognava a
colori.
Lei guardò il tramezzino che aveva in mano e ne staccò un morso. Dopo
che l’ebbe inghiottito, si passò la lingua sui denti tenendo le labbra serrate e
si appoggiò il piattino sulle gambe per rigirarsi e sprimacciare il cuscino. Poi,
con un sorriso, tornò ad appoggiarsi al cuscino.
– Te la ricordi quella volta che ci siamo fermati una notte sul fiume
Tilton, Mike? Quando la mattina dopo hai preso quel pesce enorme? – Gli
poggiò una mano sulla spalla. – Te la ricordi, eh? – disse.
Lei se la ricordava benissimo. Dopo che per tanti anni non ci aveva
praticamente piú pensato, da un po’ di tempo quel ricordo era cominciato a
riaffiorare con insistenza. Era stato un mese o due dopo che si erano sposati
e avevano deciso di passare il fine settimana fuori. Quella sera si erano
seduti accanto a un piccolo falò, con un cocomero in fresco nelle acque
gelide del fiume, e lei aveva preparato carne in scatola, uova e fagioli per
cena e poi frittelle, ancora carne in scatola e uova per la prima colazione il
giorno dopo, nella stessa padella annerita. Era riuscita a bruciare la padella in
entrambe le occasioni, mentre l’acqua per il caffè, invece, non bolliva mai,
eppure era stato uno dei loro momenti piú belli. Si ricordava che anche
quella notte lui le aveva letto poesie ad alta voce: Elizabeth Browning e
alcuni passi del Rubdiydt. Si erano messi addosso tante di quelle coperte che
quasi non riusciva a spostare i piedi sotto tutto quel peso. Il giorno dopo lui
aveva preso all’amo una grossa trota e la gente si fermava con la macchina
sulla strada dall’altra parte del fiume per guardarlo mentre lottava per tirarla
fuori dall’acqua.
– Be’, te la ricordi o no? – disse dandogli dei colpetti sulla spalla. –
Mike?
– Me la ricordo, – disse lui. Si spostò un po’ su un fianco e riaprí gli
occhi. Però non se la ricordava mica tanto bene, pensò. Quello che si
ricordava erano capelli pettinati con cura e un sacco di idee altisonanti e
mezzo elaborate sulla vita e sull’arte, e quelle non ci teneva a ricordarsele.
– È passato tanto tempo, Nan, – disse.
– Avevamo appena finito il liceo. Tu non avevi ancora cominciato
l’università, – disse lei.
Lui aspettò un po’, poi si sollevò su un gomito e si voltò per guardarla al
di sopra della spalla. – L’hai finito o no quel tramezzino, Nan? – Lei era
ancora seduta in mezzo al letto.
Annuí e gli porse il piattino.
– Adesso spengo la luce, – disse lui.
– Se vuoi, – fece lei.
Allora lui si rimise giú e stese un piede fino a toccare quelli di lei.
Rimase fermo qualche secondo cercando di rilassarsi. – Mike, non starai
mica dormendo, vero?
– No, – rispose lui. – Figurati!
– Be’, cerca di non addormentarti prima di me, – disse lei. – Non mi va
di stare sveglia da sola.
Lui non rispose, ma pur restando nella sua parte di letto, le si avvicinò
un pochino. Quando allungò il braccio gli piantò la mano in mezzo al petto,
lui le prese le dita e gliele strinse con delicatezza. Ma dopo qualche istante
lasciò scivolare la mano sul letto e tirò un gran sospiro.
– Mike? Tesoro? Vorrei tanto che mi massaggiassi un po’ le gambe. Mi
fanno male, – disse lei.
– Oddio, – sussurrò lui. – Ormai m’ero addormentato.
– Be’, vorrei tanto che mi massaggiassi le gambe e mi parlassi un po’. Mi
fanno male anche le spalle. Però le gambe di piú –. Lui si voltò e prese a
massaggiarle le gambe, poi si riaddormentò con la mano ancora sull’anca
della moglie.
– Mike?
– Che c’è, Nan? Dimmi, cos’è che hai?
– Vorrei tanto che mi massaggiassi dappertutto, – rispose lei, voltandosi
sulla schiena. – Stasera mi fanno male sia le gambe che le braccia –. Sollevò
le ginocchia creando una torre con le coperte.
Lui aprí per un attimo gli occhi al buio e poi li richiuse subito. – Dolori
di crescita, eh?
– Oddio, proprio cosí, – disse lei, agitando le dita dei piedi, felice di
averlo riscosso dal torpore. – Quando avevo dieci o undici anni avevo la
stessa statura che ho ora. Avresti dovuto vedermi! A quei tempi crescevo
cosí in fretta che le braccia e le gambe mi facevano sempre male. Tu no?
– Io no, cosa?
– Tu non ti sentivi crescere?
– Non che io ricordi, – disse lui.
Alla fine si sollevò su un gomito, accese un fiammifero e guardò la
sveglia. Girò il cuscino sul lato piú fresco e si ridistese.
Lei disse: – Tu dormi già, Mike. Vorrei tanto che ti andasse di parlare.
– E va bene, – disse lui, senza muoversi.
– Ti prego, abbracciami e fammi addormentare. Non riesco ad
addormentarmi, – disse lei.
Lui si voltò, le mise un braccio sopra la spalla e lei si girò dall’altra parte,
verso la parete.
– Mike?
Lui le diede un colpetto al piede con le dita.
– Perché non mi dici tutte le cose che ti piacciono e quelle che non ti
piacciono?
– Non me ne viene in mente nessuna in questo momento, – disse lui. –
Dimmele tu, se ti va, – disse lui.
– Se poi tu prometti che mi dici le tue. Prometti?
Di nuovo rispose con un colpetto al piede.
– Be’..., – disse lei, rigirandosi compiaciuta sulla schiena. – Mi piace
mangiare roba buona, bistecche e patate rosolate, cose cosí. Mi piace leggere
libri e riviste, viaggiare in treno di notte e quelle volte che ho viaggiato in
aereo –. Fece una pausa. – Naturalmente non sto elencando le cose in ordine
di preferenza. Dovrei pensarci meglio per elencarle in ordine di preferenza.
Però mi piace, viaggiare in aereo. C’è un momento quando ci si stacca da
terra in cui hai la sensazione che qualsiasi cosa succeda, andrà bene –. Gli
passò una gamba sopra la caviglia. – Mi piace stare alzata fino a notte alta e
poi restare a letto fino a tardi il giorno dopo. Vorrei tanto potessimo farlo
sempre, invece che una volta ogni tanto. E poi mi piace il sesso. Mi piace
essere toccata di tanto in tanto quando non me l’aspetto. Mi piace andare al
cinema e farmi una birra con le amiche dopo. Mi piace avere amiche. Janice
Hendricks mi piace un sacco. Mi piacerebbe andare a ballare almeno una
volta a settimana. E avere sempre dei bei vestiti. Mi piacerebbe poter
comprare bei vestiti anche per i bambini ogni volta che gli servono, senza
dover aspettare. Per esempio Laurie ha bisogno di un vestito nuovo adesso
per Pasqua. E mi piacerebbe comprare a Gary un completino o qualcosa del
genere. Ormai è grandicello. Vorrei che anche tu avessi un completo nuovo.
Anzi, tu ne hai veramente piú bisogno di Gary. E mi piacerebbe che
avessimo una casa tutta nostra. Vorrei piantarla di traslocare ogni anno, due
anni al massimo. Ma soprattutto vorrei tanto che io e te potessimo vivere una
buona vita onesta, senza doverci sempre preoccupare dei conti, dei soldi e
roba del genere. Ma tu dormi, – disse.
– No che non dormo, – disse lui.
– Non riesco a pensare ad altre cose. Ora tocca a te. Dimmi che cosa
piacerebbe a te.
– Non so. Un sacco di cose, – bofonchiò lui.
– Be’, dimmele. Si fa tanto per parlare, no?
– Vorrei tanto che mi lasciassi in pace, Nan –. Si rigirò dalla sua parte e
lasciò penzolare il braccio oltre il bordo. Anche lei si girò e si strinse a lui.
– Mike?
– Gesú, – disse lui. Poi: – E va bene, fammi sgranchire un attimo le
gambe, cosí mi sveglio un po’.
Dopo qualche secondo lei disse: – Mike? Dormi? – Lo scosse
delicatamente per la spalla, ma senza alcuna reazione. Rimase per un po’
raggomitolata contro il suo corpo, cercando di addormentarsi. All’inizio
restò in silenzio, senza muoversi, schiacciata addosso a lui, respirando piano
piano, a intervalli regolari. Ma non riuscí ad addormentarsi.
Cercò di non ascoltare il respiro di lui, ma ben presto cominciò a
procurarle disagio. Quando respirava, c’era come un rumore che proveniva
dal naso di Mike. Lei tentò di regolare il proprio respiro in modo da espirare
e inspirare allo stesso ritmo di lui. Ma era inutile. Quel rumorino nasale
rendeva tutto inutile. E poi c’era come uno squittio impacciato che gli veniva
dal petto. Si girò di nuovo e spinse il sedere contro quello del marito,
allungò un braccio fino all’orlo del letto e con molta cautela sfiorò la parete
fredda con la punta delle dita. Le coperte s’erano sfilate dal fondo del letto e
avvertiva una specie di spiffero ogni volta che muoveva le gambe. Sentí due
persone salire le scale fino all’appartamento accanto. Uno dei due scoppiò in
una risata profonda, di gola, prima di aprire la porta. Poi sentí una sedia
trascinata sul pavimento. Si girò di nuovo. Le arrivò il rumore dello
sciacquone, prima una volta, poi un’altra. Tornò a rigirarsi, stavolta sulla
schiena, e cercò di rilassarsi. Ricordava d’aver letto su una rivista che se le
ossa, i muscoli e le giunture del corpo fossero riusciti a rilassarsi
perfettamente e tutti insieme, il sonno sarebbe quasi certamente arrivato.
Fece un respiro profondo, chiuse gli occhi e rimase perfettamente immobile,
con le braccia distese lungo i fianchi. Cercò di rilassarsi. Tentò d’immaginare
le proprie gambe sospese, immerse in una sostanza soffice, una specie di
velo impalpabile. Si girò sulla pancia. Chiuse di nuovo gli occhi, poi li
riaprí. Pensò alle sue dita chiuse sul lenzuolo poco distanti dalle labbra. Alzò
un dito e poi lo riabbassò sul lenzuolo. Si toccò con il pollice la fede che
portava all’anulare. Si girò ancora una volta, prima su un fianco e poi di
nuovo sulla schiena. Tutto a un tratto cominciò a provare paura e in un
momento di desiderio irrazionale si mise a pregare per addormentarsi.
«O Signore, ti prego, fammi addormentare».
Cercò di addormentarsi.
– Mike, – sussurrò.
Non ebbe risposta.
Sentí che uno dei bambini, nella stanza accanto, si stava rigirando nel
letto e lo sentí urtare contro la parete. Si mise in ascolto sempre piú
intensamente ma non ci furono altri rumori. Si portò la mano sotto il seno
sinistro e sentí il battito del cuore balzarle contro le dita. Si voltò sulla pancia
e cominciò a piangere, con la testa leggermente staccata dal cuscino, la bocca
premuta contro il lenzuolo. Pianse. E alla fine scese dal letto passando per il
fondo.
In bagno si lavò le mani e la faccia. Si lavò i denti. Lavandoseli, osservò
il proprio volto allo specchio. Passò in soggiorno e alzò il riscaldamento.
Quindi si sedette al tavolo della cucina, tirando su i piedi in modo che
fossero coperti dalla camicia da notte. Pianse ancora una volta. Si accese una
sigaretta dal pacchetto sul tavolo. Dopo un po’ tornò in camera da letto a
prendersi la vestaglia.
Andò a controllare i bambini. Rimboccò le coperte sopra le spalle del
maschio. Tornò in soggiorno e si sedette nella grande poltrona. Sfogliò una
rivista, cercando di leggere qualcosa. Diede un’occhiata alle foto e tentò di
leggere ancora. Di tanto in tanto fuori passava una macchina e lei alzava gli
occhi dalla rivista. A ogni passaggio, per tutto il tempo aspettava, restando in
ascolto. Poi riabbassava lo sguardo sulla rivista. Il portariviste accanto alla
poltrona era stracolmo. Le sfogliò tutte.
Quando fuori cominciò a farsi chiaro, si alzò. Andò alla finestra. Il cielo
limpido verso le colline si stava facendo sempre piú bianco. Gli alberi e la
fila di case a due piani dall’altra parte della strada iniziarono a prendere
forma sotto il suo sguardo. Il cielo si faceva sempre piú chiaro e la luce si
espandeva rapidamente da dietro le colline. A parte le volte che era dovuta
restare sveglia con uno o l’altro dei figli (che comunque non contavano
perché non s’era mai messa a guardare fuori, ma s’era affrettata a tornare in
camera da letto o in cucina) aveva osservato pochissime albe in vita sua, e
solo quando era ancora piccola. Però era certa che nessuna era mai stata
come questa. E neppure nei film che aveva visto o nei libri che aveva letto
aveva mai saputo di albe terribili quanto questa.
Rimase in attesa e poi andò alla porta, girò la maniglia e uscí sulla
veranda. Si strinse la vestaglia alla gola. L’aria era umida e fredda.
Gradualmente tutte le cose stavano diventando molto visibili. Lasciò che gli
occhi assorbissero tutto finché si fissarono sulla luce intermittente rossa in
punta all’antenna radio sulla cima della collina di fronte.
Riattraversò l’appartamento in penombra e tornò in camera da letto. Lui
se ne stava tutto aggrovigliato al centro del letto, con le coperte ammucchiate
sulle spalle, la testa mezza sepolta sotto il cuscino. Aveva un’aria disperata,
immerso com’era in quel sonno profondo, le braccia gettate dalla parte del
letto dove avrebbe dovuto essere lei, le mascelle serrate. Mentre lo guardava,
la stanza si fece sempre piú chiara e le lenzuola pallide sbiancarono in modo
madornale sotto i suoi occhi.
S’inumidí le labbra con uno schiocco e cadde in ginocchio. Appoggiò le
mani sopra il letto.
– O Dio, – disse. – Dio mio, per favore, aiutaci tu!
Provi a mettersi nei miei panni

Il telefono si mise a squillare mentre passava l’aspirapolvere. Aveva già


pulito gran parte dell’appartamento e stava finendo il soggiorno, usando
l’accessorio a becco stretto per togliere bene i peli del gatto tra i cuscini del
divano. Si fermò ad ascoltare e spense l’aspirapolvere. Andò a rispondere al
telefono.
– Pronto? – disse.
– Myers, – disse lei. – Come stai? Che stai facendo?
– Niente, – rispose lui. – Ciao, Paula.
– C’è una festa qui in ufficio, oggi pomeriggio, – disse lei. – Sei invitato
anche tu. Ti ha invitato Dick.
– Non credo di poter venire, – disse Myers.
– Proprio adesso Dick mi ha detto, Telefona un po’ a quel rudere di tuo
marito. Cerca di farlo venire qui a bere un bicchiere. Tiralo fuori dalla sua
torre d’avorio e riportalo per un po’ nel mondo reale. Dick diventa spiritoso
quando beve. Myers, ci sei?
– Ho sentito, – disse Myers.
Myers aveva lavorato per Dick. Dick diceva sempre che sarebbe andato a
Parigi a scrivere un romanzo, e quando Myers si era licenziato per mettersi a
scriverlo lui, il romanzo, Dick aveva detto che d’ora in poi avrebbe tenuto
d’occhio la classifica dei libri piú venduti per scovarci il nome di Myers.
– In questo momento non posso venire, – disse Myers.
– Stamattina ci è arrivata una notizia terribile, – proseguí Paula, come se
non lo avesse sentito. – Ti ricordi
Larry Gudinas? Lavorava ancora qui quando sei arrivato tu. Per un po’
ha dato una mano sui testi scientifici, poi l’hanno mandato sul campo e
infine l’hanno licenziato, hai presente? Be’, stamattina abbiamo saputo che si
è suicidato. Si è sparato un colpo in bocca. Te l’immagini? Myers?
– Ho sentito, – disse Myers. Cercò di ricordare Larry Gudinas e gli tornò
in mente un uomo alto e un po’ curvo, con gli occhiali di metallo, cravatte
vistose, stempiato. Immaginò l’impatto, la testa che sussultava violentemente
all’indietro. – Gesú! – esclamò Myers. – Be’, mi dispiace tanto.
– Fai un salto qui in ufficio, tesoro, d’accordo? – disse Paula. – Siamo
tutti qui a chiacchierare, a bere qualcosa e ad ascoltare musica natalizia. Dài,
vieni anche tu, – disse.
Myers sentiva tutto all’altro capo del filo. – Non mi va di venire, – disse.
– Paula? – Vide qualche fiocco di neve svolazzare fuori dalla finestra. Passò
le dita sul vetro e poi cominciò a scriverci sopra il proprio nome, in attesa
della risposta.
– Che c’è? Ti ascolto, – disse lei. Poi: – E va bene, – aggiunse, – allora,
perché non ci vediamo da Voyles e beviamo una cosa insieme? Myers?
– D’accordo, – disse lui. – Da Voyles. Va bene.
– Qui ci rimarranno tutti male che non vieni, – disse lei. – Specialmente
Dick. Lo sai quanto ti ammira, Dick. Sul serio. Me l’ha detto lui. Ammira il
tuo coraggio. Dice che se ce l’avesse lui, il tuo coraggio, si sarebbe licenziato
da un pezzo. Secondo Dick, ci vuole coraggio per fare quello che hai fatto
tu. Myers?
– Sono qui, sono qui, – disse Myers. – Spero di far partire la macchina.
Se non ci riesco, ti richiamo.
– Va bene, – disse lei. – Ci vediamo da Voyles, allora. Se non ti risento,
tra cinque minuti esco di qui.
– Salutami Dick, – disse Myers.
– Presenterò, – rispose Paula. – Sta parlando proprio di te.
Myers mise a posto l’aspirapolvere. Scese le due rampe di scale e andò
alla macchina, parcheggiata in fondo e ricoperta di neve. Salí e si mise a
schiacciare piú volte il pedale del gas, poi provò a girare la chiave
d’avviamento. Il motore si accese. Tenne il piede premuto sull’acceleratore.
Guidando guardava la gente che s’affrettava sui marciapiedi, carica di
buste della spesa. Lanciò un’occhiata verso il cielo grigio, carico di fiocchi, e
gli edifici alti con la neve che si accumulava nelle fessure e sui davanzali
delle finestre. Cercava di assorbire tutto, di metterlo da parte per dopo.
Aveva appena finito di scrivere un racconto e ne doveva cominciare un
altro, e si sentiva spregevole. Arrivò da Voyles, un piccolo locale d’angolo,
accanto a un negozio di abbigliamento maschile. Parcheggiò sul retro ed
entrò. Rimase seduto al bancone per un po’, poi si portò il bicchiere a un
tavolino davanti alla porta.
Appena arrivò, Paula gli disse: – Buon Natale! – e lui si alzò e la baciò su
una guancia. Le scostò la sedia. – Scotch? – le chiese.
– Scotch, – disse lei. – Scotch con ghiaccio, – precisò alla ragazza che
venne a prendere le ordinazioni.
Paula gli prese il bicchiere e se lo scolò.
– Ne porti un altro anche a me, – disse Myers alla ragazza. – Non mi
piace questo posto, – disse poi a lei dopo che la cameriera si era allontanata.
– Che c’è che non va, adesso? – chiese Paula. – Ci veniamo sempre.
– Non mi piace e basta, – disse lui. – Beviamoci una cosa e poi andiamo
da qualche altra parte.
– Come vuoi, – disse lei.
La ragazza tornò con i bicchieri pieni. Myers la pagò e brindò con Paula.
Le teneva gli occhi fissi addosso.
– Ti saluta Dick, – disse lei.
Myers annuí.
Paula sorseggiò il suo scotch. – Come te la sei passata oggi?
Myers si strinse nelle spalle.
– Che hai fatto? – chiese lei.
– Niente, – rispose lui. – Ho passato l’aspirapolvere. Lei gli sfiorò la
mano. – Ti mandano tutti i saluti.
Finirono di bere.
– M’è venuta un’idea, – disse lei. – Perché non facciamo un salto a
salutare i Morgan? Non li abbiamo mai conosciuti, Dio santo, eppure sono
tornati da mesi. Facciamogli un’improvvisata: «salve, siamo i Myers».
Oltretutto ci hanno pure mandato una cartolina. Ce l’avevano detto loro di
passare durante le feste. Ci hanno invitato. Non mi va di tornare a casa, –
disse infine e si mise a rovistare nella borsa in cerca delle sigarette.
Myers si ricordò che prima di uscire aveva regolato la caldaia e aveva
spento tutte le luci. Poi gli tornarono in mente i fiocchi di neve che
volteggiavano davanti alla finestra.
– E quella lettera d’insulti che ci hanno mandato dicendo che avevano
avuto notizia che tenevamo un gatto in casa? – disse lui.
– Ormai quell’episodio se lo saranno dimenticato, – disse lei. – E poi,
non era niente di serio, dài. Oh, su, Myers, andiamo! Facciamo un salto a
trovarli.
– Dovremmo prima chiamarli se vogliamo fare una cosa del genere, –
disse lui.
– Eh no, – obiettò lei. – Fa parte della sorpresa. Non li chiamiamo.
Andiamo lí, bussiamo e diciamo, Salve, noi abitavamo qui una volta. Che ne
dici? Myers?
– Dico che dovremmo prima chiamare, – insisté lui.
– Ma siamo sotto le feste, – disse lei, alzandosi dalla sedia. – Andiamo,
piccolo.
Lo prese per un braccio e uscirono sotto la neve. Lei suggerí di prendere
la sua macchina e di passare piú tardi a riprendere quella di Myers. Lui le
tenne aperta la portiera e poi fece il giro per raggiungere il sedile del
passeggero.
Quando vide le finestre illuminate, la neve sul tetto e la station wagon
parcheggiata nel vialetto, fu assalito da una strana sensazione. Le tende erano
aperte e le luci intermittenti dell’albero di Natale ammiccavano dalla finestra.
Scesero dalla macchina. Lui la sorresse per il gomito nello scavalcare un
mucchio di neve e si avviarono su per il vialetto verso la veranda. Avevano
fatto solo pochi passi quando un grosso cane peloso arrivò a tutta velocità
da dietro il garage e puntò dritto verso Myers.
– Oddio! – esclamò lui, cercando di rannicchiarsi, arretrare e proteggersi
con le mani allo stesso tempo. Scivolò sul vialetto, il cappotto gli svolazzò
tutto attorno e Myers cadde sull’erba gelata con l’orribile certezza che il cane
l’avrebbe azzannato alla gola. Invece l’animale si limitò a ringhiare una sola
volta e poi si mise ad annusare il cappotto.
Paula raccolse una manciata di neve e la tirò al cane. Le luci della
veranda si accesero, la porta si aprí e una voce maschile chiamò: «Buzzy!»
Myers si rialzò e si spazzolò il cappotto.
– Che succede là fuori? – domandò l’uomo dalla soglia di casa. – Chi è?
Buzzy, vieni qua, bello, vieni!
– Siamo i Myers, – disse Paula. – Siamo venuti ad augurarvi Buon
Natale.
– I Myers? – ripeté l’uomo sulla soglia. – Via! Va’ subito in garage,
Buzzy. Va’, va’! Sono i Myers, – disse alla donna in piedi dietro di lui che
cercava di guardare oltre le sue spalle.
– I Myers. Be’, falli entrare, no? Falli entrare, santo cielo, – disse la
donna, uscendo sulla veranda. Poi si rivolse direttamente a loro: – Prego,
accomodatevi, fuori si gela. Io sono Hilda Morgan e lui è Edgar. Piacere di
conoscervi. Ma prego, accomodatevi.
Si scambiarono rapide strette di mano lí sulla veranda. Myers e Paula
entrarono e Edgar Morgan chiuse la porta.
– Datemi qua i cappotti. Vi prego, toglietevi i cappotti, – disse il signor
Morgan. – Tutto a posto? – chiese a Myers, scrutandolo da vicino. Myers
annuí. – Sapevo che quel cane era un po’ matto, ma non ha mai fatto uno
scherzo del genere. Ho visto tutto, sa? Stavo guardando fuori dalla finestra
quando è successo.
Questa osservazione sembrò strana a Myers che squadrò un po’ il suo
interlocutore. Edgar Morgan era fra i quaranta e i cinquanta, quasi calvo, con
un paio di pantaloni sportivi, un golf e pantofole in pelle.
– Si chiama Buzzy, – disse Hilda Morgan, facendo una smorfia. – È il
cane di Edgar. Personalmente, non ne terrei di animali in casa, ma Edgar l’ha
comprato e ha promesso di tenerlo là fuori.
– Dorme nel garage, – disse Edgar Morgan. – Sta sempre lí a chiederci di
lasciarlo entrare in casa, ma capirete bene che non possiamo permetterglielo
–. Il signor Morgan ridacchiò. – Ma prego, sedetevi, prego, sempre che
riusciate a trovare un po’ di spazio in questa confusione. Hilda, cara, togli un
po’ di quella roba dal divano in modo che i signori Myers possano
accomodarsi.
Hilda Morgan tolse pacchetti, carta da regalo, forbici, nastro e fiocchi dal
divano e li posò per terra.
Myers notò che Morgan lo stava di nuovo fissando, senza sorridere,
stavolta.
Paula disse: – Myers, tesoro, hai qualcosa tra i capelli –. Myers si passò
una mano dietro la nuca e trovò un fuscello. Se lo mise in tasca.
– Quel matto d’un cane, – disse Morgan e ridacchiò di nuovo. –
Stavamo giusto preparandoci qualcosa di caldo da bere mentre incartavamo i
regali dell’ultimo minuto, sapete com’è. Volete farci compagnia e bere
qualcosa per festeggiare? Che cosa preferite?
– Qualsiasi cosa, grazie, – disse Paula.
– Sí, sí, qualsiasi cosa, – le fece eco Myers. – Non avevamo intenzione di
disturbare.
– Che sciocchezze, – disse Morgan. – Eravamo molto... come dire?
curiosi di conoscere i Myers. Le andrebbe qualcosa di caldo? – Va bene, –
rispose Myers.
– E a lei, signora?
Paula annuí.
– In arrivo due belle tazze calde, – disse Morgan. – Cara, mi sa che anche
noi siamo pronti per un altro giro, eh? – disse rivolto alla moglie. – Questa è
un’occasione speciale.
Raccolse la tazza della moglie e andò di là in cucina. Myers sentí uno
sportello della credenza sbattere e sentí un’esclamazione soffocata che
sembrava proprio un’imprecazione. Myers batté le palpebre. Lanciò
un’occhiata a Hilda Morgan, che si stava accomodando su una poltrona al
fondo del divano.
– Sedetevi qua, voi due, – disse Hilda Morgan, dando dei colpetti al
bracciolo del divano. – Qua, davanti al fuoco. Quando torna, diremo al
signor Morgan di aggiungere della legna –. Si sedettero. Hilda Morgan
giunse le mani in grembo e si piegò un po’ in avanti per osservare meglio la
faccia di Myers.
Il soggiorno era tale e quale a come lui lo ricordava, tranne per il fatto
che dietro la poltrona di Hilda Morgan c’erano tre piccole stampe
incorniciate. In una, un signore in panciotto e giacca lunga si toglieva il
cappello davanti a due signore con il parasole. Il tutto succedeva in un
ampio viale pieno di carrozze e cavalli.
– Com’era la Germania? – chiese Paula. Sedeva sul bordo del divano e si
teneva la borsa stretta sulle gambe.
– Oh, ci siamo innamorati della Germania, – disse Edgar Morgan, di
ritorno dalla cucina con un vassoio e quattro grosse tazze. Myers le
riconobbe.
– È mai stata in Germania, signora Myers? – chiese Morgan.
– No, ma ci piacerebbe andare, – disse Paula. – Non è vero, caro?
Magari l’anno prossimo, d’estate. Oppure l’anno dopo. Appena potremo
permettercelo. Forse appena Myers riesce a piazzare qualcosa. Sapete, lui
scrive.
– Penso proprio che un viaggio in Europa possa essere di grande
beneficio per uno scrittore, – disse Morgan. Sistemò le tazze sui
sottobicchieri. – Servitevi pure, prego –. Si sedette sulla poltrona di fronte a
quella della moglie e fissò di nuovo Myers. – Nella sua lettera diceva che
avrebbe smesso di lavorare per cominciare a scrivere.
– Proprio cosí, – disse Myers, e bevve un sorso dalla sua tazza. – Scrive
qualcosa quasi tutti i giorni, – disse Paula.
– Ma davvero? – disse Morgan. – Notevole. E che cosa ha scritto oggi, se
non sono indiscreto?
– Niente, – rispose Myers.
– È per via delle feste, – disse Paula.
– Be’, dev’essere fiera di lui, signora Myers, – disse Hilda Morgan.
– Oh, sí, – disse Paula.
– Mi fa piacere per lei, – disse Hilda Morgan.
– L’altro giorno ho sentito una cosa che potrebbe interessarle, – disse
Edgar Morgan. Tirò fuori la borsa del tabacco e cominciò a riempirsi la pipa.
Myers si accese una sigaretta e si guardò attorno in cerca di un posacenere,
poi, non trovandolo, lasciò cadere il fiammifero dietro il divano.
– Per la verità, è una storia terribile. Ma forse potrebbe tornarle utile,
signor Myers –. Morgan accese un fiammifero e aspirò dalla pipa.
– Tutto fa brodo, come si suol dire, – disse Morgan ridendo e agitò il
fiammifero per spegnerlo. – Dunque, questo tizio aveva all’incirca la mia
età. Era stato un mio collega per un paio d’anni. Ci conoscevamo un po’ e
inoltre avevamo dei buoni amici in comune. Poi lui se n’è andato, ha
accettato un posto in un’università non troppo lontana. Be’, sapete come
vanno certe cose, a volte... insomma il tizio ha avuto una relazione con una
delle sue studentesse.
La signora Morgan schioccò la lingua in segno di disapprovazione. Si
abbassò per raccogliere un pacchetto avvolto in una carta verde e ci attaccò
un fiocco rosso.
– Stando a quanto si dice in giro, è stata una relazione molto
appassionata ed è andata avanti per parecchi mesi, – continuò Morgan. –
Anzi, fino a poco tempo fa. Una settimana fa, per essere precisi. Quel
giorno, verso sera, lui ha annunciato alla moglie (la donna con cui era
sposato da vent’anni) insomma le ha annunciato che voleva divorziare.
Potete immaginare come quella povera sprovveduta ha accolto la notizia, un
fulmine a ciel sereno, praticamente. C’è stata una grossa lite. Vi ha preso
parte tutta la famiglia. Lei gli ha intimato di andarsene da casa, cosí, su due
piedi. Ma proprio mentre il tizio se ne stava andando, il figlio gli ha lanciato
contro una scatola di minestra di pomodoro e l’ha centrato in piena fronte.
Gli ha provocato una commozione cerebrale al punto che l’hanno dovuto
ricoverare in ospedale. È ancora lí, in gravi condizioni.
Morgan aspirò dalla pipa e fissò lo sguardo su Myers.
– È una storia inaudita, – disse la signora Morgan. – Edgar, che brutta
storia!
– Terribile, – disse Paula.
Myers le fece un ampio sorriso.
– Be’, ecco pronto un racconto per lei, signor Myers, – disse Morgan,
cogliendo il sorriso e stringendo gli occhi. – Pensi che bel racconto ne
potrebbe ricavare se solo riuscisse a entrare nella testa di quel tizio.
– O in quella di lei, – disse la signora Morgan. – Voglio dire, della
moglie. Pensi alla sua, di storia. Essere tradita in quel modo dopo vent’anni.
Pensi un po’ a come dev’essersi sentita.
– Ma provate anche a immaginare a quello che starà passando il ragazzo,
poverino, – intervenne Paula. – Pensate un po’, a momenti ammazza il
padre.
– Sí, è tutto vero, – disse Morgan. – Però c’è una cosa a cui, secondo
me, nessuno di voi ha pensato. Riflettete un attimo su questo. Signor Myers,
mi segue? Mi dica che cosa ne pensa. Provi a mettersi nei panni di quella
studentessa diciottenne che s’è innamorata d’un uomo sposato. Pensi un
attimo a lei, e poi vedrà quante possibilità ci sono per il suo racconto.
Morgan annuí e si appoggiò allo schienale della poltrona con
un’espressione soddisfatta sul volto.
– Temo proprio di non riuscire a provare alcuna compassione per quella
lí, – disse la signora Morgan. – Già lo so che tipo è. Lo sappiamo tutti che
tipo è, il tipo che dà la caccia agli uomini maturi. E non provo compassione
nemmeno per lui, l’uomo, il dongiovanni, no, neanche un po’. Temo che in
questo caso le mie simpatie siano decisamente dalla parte della moglie e del
figlio.
– Ci vorrebbe un Tolstoj per raccontarla, e raccontarla come si deve, una
storia del genere, – disse Morgan. – Niente di meno che un Tolstoj. Signor
Myers, l’acqua è ancora calda.
– È ora di andare, – disse Myers.
Si alzò e gettò la cicca nel caminetto.
– Fermatevi ancora un po’, – disse la signora Morgan. – Non abbiamo
ancora fatto conoscenza. Non sapete quanto abbiamo cercato di...
immaginare come eravate. Ora che finalmente siamo riusciti a incontrarci,
fermatevi ancora un po’. È stata proprio una bella sorpresa.
– Abbiamo molto apprezzato la cartolina e il biglietto che ci avete
mandato, – disse Paula.
– La cartolina? – chiese la signora Morgan.
Myers si sedette.
– Noi, quest’anno, abbiamo deciso di non spedire biglietti d’auguri, –
disse Paula. – Non sono riuscita a occuparmene quando avrei dovuto e mi
sembrava inutile farlo all’ultimo minuto.
– Ne gradisce un’altra, signora Myers? – domandò Morgan, in piedi
davanti a lei, ora, con la mano già posata sulla sua tazza. – Cosí dà il buon
esempio a suo marito.
– Era davvero buono, – disse Paula. – Riscalda.
– Esatto, – disse Morgan. – Riscalda. Proprio cosí. Cara, hai sentito che
cosa ha detto la signora Myers? Riscalda. Ha detto bene. Signor Myers? –
disse Morgan, in attesa. – Ci fa compagnia anche lei?
– E va bene, – disse Myers, lasciando che Morgan gli prendesse la tazza.
Il cane cominciò a guaire e a grattare la porta.
– Quel matto di un cane. Non so proprio che gli ha preso, – disse
Morgan. Andò di là in cucina e stavolta Myers sentí distintamente che
imprecava, mentre sbatteva il bollitore sul fornello.
La signora Morgan si mise a canticchiare. Raccolse un pacchettino
confezionato a metà, tagliò un pezzo di nastro adesivo e cominciò a sigillare
la carta intorno al regalo.
Myers si accese un’altra sigaretta. Posò il fiammifero spento sul
sottobicchiere. Guardò l’orologio.
A un certo punto, la signora Morgan alzò la testa. – Mi pare di sentire
cantare, – disse. Si mise in ascolto. Poi si alzò dalla poltrona e andò alla
finestra. – Ma stanno cantando davvero! Edgar! – chiamò.
Anche Myers e Paula andarono alla finestra.
– Erano anni che non sentivo i canti natalizi per strada, – disse la signora
Morgan.
– Che c’è? – disse Morgan, arrivando con il vassoio e le tazze. – Che c’è?
Cos’è successo?
– Non è successo niente, caro. Ci sono i cantori di Natale. Sono laggiú,
dall’altra parte della strada, – gli disse la moglie.
– Signora Myers, – disse Morgan, offrendo il vassoio. – Signor Myers.
Cara.
– Grazie, – disse Paula.
– Muchas gracias, – disse Myers.
Morgan mise giú il vassoio e si avvicinò anche lui alla finestra con la sua
tazza. Alcuni giovani s’affollavano sul vialetto d’ingresso della casa di
fronte, ragazzi e ragazze, guidati da un ragazzo piú grande con sciarpa e
cappotto. Myers riusciva a vedere la famiglia di fronte – gli Ardrey –
affacciata alla finestra. Quando i cantori finirono, Jack Ardrey uscí dalla
porta e diede qualcosa al ragazzo piú grande. Il gruppo si spostò piú giú sul
marciapiedi, facendo oscillare i raggi delle torce elettriche, e si fermò davanti
alla casa successiva.
– Qui non ci arriveranno mai, – disse la signora Morgan dopo un po’.
– Cosa? E perché non dovrebbero arrivare anche qui? – domandò
Morgan alla moglie. – Perché accidenti dici una stupidaggine del genere?
Perché mai non dovrebbero arrivare anche qui?
– Tanto lo so che non ci arriveranno, – insisté la signora Morgan.
– E io invece scommetto di sí, – disse Morgan. – Signora Myers,
secondo lei quei cantori arriveranno qui o no? Lei che dice? Torneranno a
benedire questa casa? Lascio decidere a lei.
Paula si avvicinò ancor piú al vetro. Ma i cantori ormai erano troppo
lontani, dall’altra parte della strada. Non rispose alla domanda.
– Be’, e cosí lo spettacolo è finito, – disse Morgan, tornando alla sua
poltrona. Si sedette, accigliato, e cominciò a riempirsi la pipa.
Myers e Paula tornarono a sedersi sul divano. Alla fine, anche la signora
Morgan lasciò la finestra. Si sedette. Sorrideva e fissava assorta il contenuto
della sua tazza. Quindi la posò sul tavolinetto e si mise a piangere.
Morgan le porse il suo fazzoletto. Guardò Myers. Subito dopo cominciò
a tamburellare con le dita sul bracciolo della poltrona. Myers cambiò la
posizione dei piedi. Paula rovistò nella borsa a caccia di una sigaretta. –
Visto che cosa avete fatto? – disse Morgan, fissando un punto della moquette
accanto ai piedi di Myers.
Myers fece per alzarsi.
– Edgar, vai a preparare un’altra tazza per loro, – disse la signora
Morgan, asciugandosi gli occhi. Quindi usò il fazzoletto per soffiarsi il naso.
– Voglio raccontare la storia della signora Attenborough. Il signor Myers è
uno scrittore. Credo che la storia gli interesserà molto. Aspetterò che tu sia
tornato, prima di cominciare a raccontare.
Morgan raccolse tutte le tazze e le portò di là in cucina. Myers sentí un
rumore di stoviglie che si urtavano e sportelli che sbattevano. La signora
Morgan gli lanciò uno sguardo e un vago sorriso.
– Noi dobbiamo andare, – disse Myers. – Sul serio. Paula, prendi il
cappotto.
– Ma no, no, insistiamo, signor Myers, – disse la signora Morgan. –
Vogliamo che ascolti la storia della signora Attenborough, la povera signora
Attenborough. Anche a lei, signora, la storia potrebbe interessare parecchio.
Avrà la possibilità di vedere coi suoi occhi come la mente di suo marito
elabora il materiale grezzo di una storia.
Morgan tornò in soggiorno e distribuí le bevande calde. Poi si affrettò a
sedersi al suo posto.
– Raccontagli la storia della signora Attenborough, caro, – disse la
signora Morgan.
– Quel cane a momenti mi stacca una gamba, – disse d’un tratto Myers,
rimanendo subito lui stesso stupito dalle parole che aveva appena detto.
Mise giú la tazza.
– Oh, andiamo, non è stato poi cosí tragico, – disse Morgan. – Ho visto
tutto.
– Sa come sono gli scrittori, – disse la signora Morgan a Paula. – Hanno
un po’ il gusto dell’esagerazione.
– Potenza della penna, eccetera eccetera, – intervenne Morgan.
– Esatto, – disse la signora Morgan. – Trasformi la penna in aratro,
signor Myers.
– Lasciamo che sia la signora Morgan a raccontarci la storia della signora
Attenborough, – disse Morgan, ignorando Myers che in quel momento si era
di nuovo alzato in piedi. – La signora Morgan è stata intimamente coinvolta
in questa storia. Io ho già raccontato quella del tizio messo fuori
combattimento dalla lattina di minestra –. Morgan ridacchiò tra sé e sé. –
Questa la facciamo raccontare alla signora Morgan.
– No, raccontala tu, caro. E lei, signor Myers, stia bene a sentire, – disse
la signora Morgan.
– Noi dobbiamo andare, – disse Myers. – Su, Paula, andiamocene.
– A proposito di franchezza, – disse la signora Morgan.
– Già, proprio cosí, – disse Myers. Poi aggiunse: – Allora, Paula, vieni o
no?
– Voglio che ascoltiate questa storia, – disse Morgan, alzando la voce. –
Mia moglie si riterrà insultata, tutti e due ci riterremo insultati, se non la
ascoltate –. Strinse i denti attorno al cannello della pipa.
– Per favore, Myers, – si raccomandò Paula, in preda all’ansia. – Io la
voglio sentire. Poi ce ne andiamo. Myers? Ti prego, tesoro, rimettiti a sedere
per qualche minuto.
Myers la guardò. Lei fece un gesto con le dita, una specie di segnale. Lui
esitò, poi si sedette accanto a lei.
La signora Morgan cominciò a raccontare: – Un pomeriggio, a Monaco,
Edgar e io siamo andati al Dortmunder Museum. C’era una mostra sul
Bauhaus quell’autunno, e Edgar ha detto «che diamine, prendiamoci un
giorno di vacanza» (capite, era molto impegnato nelle sue ricerche) «che
diamine, oggi facciamo vacanza». E cosí abbiamo preso il tram e abbiamo
attraversato tutta Monaco per raggiungere il museo. Abbiamo passato
diverse ore a guardare la mostra e a visitare nuovamente le altre gallerie per
rendere omaggio ad alcuni dei nostri vecchi maestri preferiti. Proprio
quando stavamo per andarcene, ho fatto un salto al bagno delle signore. E lí
mi sono dimenticata la borsetta. Dentro c’era l’assegno mensile che
mandavano a Edgar da casa e che era arrivato il giorno prima, piú centoventi
dollari in contanti che volevo depositare in banca insieme all’assegno.
Inoltre c’erano tutti i miei documenti d’identità. Non mi sono accorta
dell’assenza della borsa finché non siamo tornati a casa. Edgar ha subito
telefonato alla direzione del museo. Ma proprio mentre lui era al telefono, ho
visto arrivare un taxi davanti a casa nostra. Ne è scesa una signora molto
elegante con i capelli bianchi. Era piuttosto robusta e aveva con sé due
borsette. Ho avvertito Edgar e le siamo andati incontro. La donna si è
presentata come la signora Attenborough, mi ha restituito la borsetta e ha
spiegato che anche lei era andata al museo quel pomeriggio e nel bagno delle
signore aveva notato la borsetta in un cestino dei rifiuti. Naturalmente
l’aveva aperta nel tentativo di rintracciare la proprietaria. Dentro c’erano i
documenti d’identità e tutto il resto, e c’era anche il nostro indirizzo di
Monaco. Cosí aveva lasciato immediatamente il museo e aveva preso un taxi
per restituire di persona la borsetta. L’assegno di Edgar era ancora lí, ma i
soldi, i centoventi dollari, erano spariti. Ad ogni modo, ho ringraziato il cielo
che le altre cose fossero ancora intatte. Ormai si erano fatte le quattro, e cosí
abbiamo invitato la signora a restare da noi per un tè. Lei ha accettato, si è
seduta e dopo un po’ ha cominciato a parlarci di sé. Era nata e cresciuta in
Australia, si era sposata giovane, aveva avuto tre figli, tutti maschi, era
rimasta vedova e abitava ancora in Australia con due dei suoi figli.
Allevavano pecore e disponevano di ottomila ettari di terra dove le greggi
potevano scorrazzare liberamente, e di un gran numero di mandriani e
tosatori e quant’altro che lavoravano per loro in determinati periodi
dell’anno. Quando è venuta a casa nostra a Monaco, stava tornando in
Australia dall’Inghilterra, dov’era stata ospite del figlio piú giovane che
faceva l’avvocato lí. Insomma, quando l’abbiamo incontrata stava facendo
ritorno in Australia, – disse la signora Morgan. – Si fermava strada facendo
per vedere un po’ il mondo. Aveva ancora parecchie tappe previste nel suo
itinerario.
– Arriva al punto, cara, – disse Morgan.
– Certo. Insomma, ecco che cosa è successo. Signor Myers, arriverò
subito al punto culminante, come dite voi scrittori. All’improvviso, dopo che
ci eravamo intrattenuti in piacevole conversazione per un’ora, dopo che
questa donna ci aveva raccontato di sé e della sua avventurosa vita agli
antipodi, lei si è alzata per andarsene. Proprio mentre mi stava porgendo la
sua tazza di tè, ha spalancato la bocca, ha lasciato cadere la tazza, si è
accasciata sul divano ed è morta. Morta. Nel bel mezzo del nostro salotto. È
stato il momento piú scioccante della nostra vita.
Morgan annuí solennemente.
– Dio! – disse Paula.
– Il destino l’aveva mandata a morire in Germania sul divano del nostro
salotto, – disse la signora Morgan.
Myers scoppiò a ridere. – Il destino... l’aveva... mandata... a... morire...
nel... vostro... salotto? – ripeté ansimando.
– È cosí buffo, signore? – chiese Morgan. – Lo trova tanto divertente?
Myers annuí, non riusciva a smettere di ridere. Si asciugò gli occhi con la
manica della camicia. – Scusate, – disse, – ma non riesco a trattenermi.
Quella frase: Il destino l’aveva mandata a morire in Germania sul divano
del nostro salotto... Scusate, davvero. E poi che cosa è successo? – riuscí a
dire, ricomponendosi un po’. – Mi piacerebbe sapere che cosa è successo
dopo.
– Signor Myers, naturalmente non sapevamo cosa fare, – disse la signora
Morgan. – Lo shock è stato terribile. Edgar le ha sentito il polso, ma non
dava segni di vita. E poi aveva subito cominciato a cambiare colore. Il viso e
le mani le stavano diventando grigi. Edgar è andato al telefono per chiamare
qualcuno. Poi mi ha detto: «Aprile la borsetta, vedi se riesci a scoprire dove
alloggia». Cosí ho preso la sua borsetta, sempre tentando di non guardare
quella povera cosa accasciata sul divano. Immaginate la mia sorpresa e il
mio turbamento, il mio profondo turbamento, quando per prima cosa, nella
borsetta, ho visto i miei centoventi dollari, ancora tenuti insieme dalla
graffetta che ci avevo messo io. Non sono mai rimasta cosí sconvolta in vita
mia.
– E delusa, – disse Morgan. – Non te lo scordare. Per te è stata una
cocente delusione.
Myers ridacchiò.
– Se lei fosse un vero scrittore, come sostiene di essere, signor Myers,
non riderebbe mica, – disse Morgan, alzandosi in piedi. – Non oserebbe
ridere! Si sforzerebbe di comprendere. Sonderebbe i recessi del cuore di
quella povera anima e si sforzerebbe di comprendere. Ma, se lo lasci dire, lei
non è affatto un vero scrittore!
Myers intanto continuava a ridacchiare.
Morgan batté il pugno sul tavolinetto facendo tintinnare le tazze sui
sottobicchieri. – Ma la vera storia ha luogo qui, in questa casa, in questo
stesso salotto, ed è ora che qualcuno la racconti! La vera storia ha luogo qui,
signor Myers, – disse Morgan. Cominciò a camminare nervosamente avanti
e indietro, calpestando la carta da regalo a colori vivaci che si era srotolata e
sparsa sulla moquette. Si fermò per lanciare un’occhiata di fuoco a Myers,
che si teneva la fronte ed era ancora scosso dalle risate.
– Signor Myers! Prenda in considerazione anche la possibilità di scrivere
questa storia, – urlò Morgan. – La consideri! Un amico, chiamiamolo il
signor x, conosce due coppie... il signore e la signora y e il signore e la
signora z. I coniugi y e i coniugi z non si conoscono tra loro, purtroppo.
Dico purtroppo perché se si fossero conosciuti questa storia non esisterebbe
perché non sarebbe mai successa. Dunque, il signor x viene a sapere che il
signor y e sua moglie sono in partenza per la Germania, dove rimarranno un
anno, e nel frattempo avrebbero bisogno di qualcuno che badi alla loro casa.
I coniugi z sono in cerca di casa e il signor x gli fa sapere che ha proprio
quello che fa al caso loro. Ma prima che il signor x riesca a mettere in
contatto gli z e gli y, il signore e la signora y debbono partire, in anticipo
rispetto al previsto. Siccome il signor x è un amico, gli viene affidato
l’incarico di affittare la casa degli y a chiunque ritenga opportuno, compresi i
coniugi y..., voglio dire, z. Dunque, i signori... z si trasferiscono nella casa,
portandosi dietro un gatto di cui gli y vengono a sapere solo in seguito
tramite una lettera di x. Il signore e la signora z introducono un gatto in casa
nonostante i termini del contratto prevedessero espressamente il divieto di
tenere gatti o altri animali in casa per via dell’asma di cui soffre la signora y.
La vera storia, signor Myers, è tutta nella situazione che le ho appena
descritto: i signori z... voglio dire, i signori y che si trasferiscono a casa degli
z, invadono la casa degli z, se vogliamo dirla tutta, la verità. Dormire nel
letto degli z è una cosa, ma aprire il guardaroba privato degli z, chiuso a
chiave, badi bene, usare la biancheria che vi si trova e vandalizzarne il
contenuto sono azioni contrarie sia allo spirito che alla lettera del contratto
d’affitto. E questa stessa coppia, gli z, ha anche aperto scatole di utensili di
cucina su cui era stato scritto a chiare lettere «Da non aprire». E hanno
perfino rotto dei piatti, quando nel contratto era specificato, specificato nel
testo del contratto, che gli inquilini non avrebbero dovuto usare gli effetti
personali, e sottolineo personali, dei proprietari, cioè dei signori z.
Le labbra di Morgan erano livide. Continuò a passeggiare nervosamente
avanti e indietro sulla carta da regalo, fermandosi ogni tanto per guardare
Myers e lanciare piccoli sbuffi dalle labbra.
– E gli accessori del bagno, tesoro, non ti scordare gli accessori del
bagno, – disse la signora Morgan. – Non bastava usare le coperte e le
lenzuola degli z, hanno dovuto mettere il naso anche negli accessori del
bagno e rovistare tra gli oggetti personali conservati in soffitta, insomma, si è
superato ogni limite.
– Ecco la vera storia, signor Myers, – concluse Morgan. Tentò di
riempirsi di nuovo la pipa. Le mani gli tremavano tanto che il tabacco cadde
sulla moquette. – Questa è la vera storia che attende di essere scritta.
– E non ci vuole certo Tolstoj per raccontarla, – disse la signora Morgan.
– No, non ci vuole certo Tolstoj, – disse Morgan.
Myers si fece una risata. Lui e Paula si alzarono dal divano nello stesso
momento e si mossero verso la porta. – Buonanotte, – disse Myers
allegramente.
Morgan lo tallonò. – Se lei fosse un vero scrittore, signore, metterebbe
questa storia nero su bianco e senza neanche fare tanti complimenti, glielo
dico io.
Myers continuò a ridere. Afferrò il pomello della porta.
– E c’è un’altra cosa, – disse Morgan. – Non avrei voluto tirar fuori
anche questo, ma alla luce del vostro comportamento stasera, voglio dirvi
che mi manca all’appello un album doppio di Jazz at the Philarmonic. Sono
dischi che per me hanno un grande valore sentimentale. Li ho comprati nel
1955. E ora esigo che mi diciate che fine hanno fatto!
– Per la verità, Edgar, – disse la signora Morgan mentre aiutava Paula a
infilarsi il cappotto, – quando hai fatto l’inventario dei dischi, hai ammesso
tu stesso che non ricordavi quando avevi visto quei dischi l’ultima volta.
– E invece adesso ne sono sicurissimo, – disse Morgan. – Sono
assolutamente certo di aver visto quei dischi subito prima di partire e ora,
ora vorrei proprio che il signor scrittore qui mi dicesse dove sono finiti.
Allora, signor Myers?
Ma Myers era ormai fuori e, presa la moglie per mano, s’affrettava a
trascinarla lungo il vialetto, verso la macchina. Colsero Buzzy di sorpresa. Il
cane lanciò un guaito che pareva di paura e fece un salto di lato.
– Esigo di saperlo! – gli gridò dietro Morgan. – Sto aspettando una
risposta, signore!
Myers fece entrare Paula in macchina e mise in moto. Si voltò a guardare
la coppia che era rimasta sulla veranda. La signora Morgan li salutò con la
mano, poi lei e il marito rientrarono e chiusero la porta.
Myers si allontanò dal marciapiedi.
– Quei due sono matti da legare, – disse Paula.
Myers le carezzò una mano.
– M’hanno messo una paura... – proseguí lei.
Lui non rispose. La voce della moglie sembrava provenire da una
distanza remota. Si concentrò sulla guida. La neve si avventava contro il
parabrezza. Lui rimase in silenzio e osservava la strada. Era proprio arrivato
alla fine di una storia.
Jerry, Molly e Sam

Secondo Al, la soluzione era una sola. Doveva sbarazzarsi del cane senza
che Betty o i bambini se ne accorgessero. Di notte. Doveva agire di notte. Si
sarebbe limitato a portare Suzy in macchina – be’, da qualche parte, il posto
l’avrebbe deciso dopo –, avrebbe aperto la portiera, una spinta e via, se ne
sarebbe andato. Prima lo faceva, meglio era. Si sentiva sollevato già solo per
aver preso la decisione. Meglio fare qualcosa che non fare niente, se ne
convinceva sempre piú.
Era domenica. Si alzò da tavola, dove aveva fatto colazione tardi, da
solo, e rimase in piedi accanto al lavello, con le mani in tasca. Da un po’ di
tempo non gliene andava dritta una. Aveva già abbastanza guai, ci mancava
solo quella cagnetta puzzolente. Giú all’Aerojet, invece di assumere stavano
licenziando. Nel cuore dell’estate, proprio ora che i contratti per gli
armamenti fioccavano in tutto il paese, all’Aerojet parlavano di tagliare i
costi. Anzi, li stavano tagliando, i costi, ogni giorno, sempre di piú. Il suo
posto non era piú sicuro di altri, anche se lavorava lí da due anni, quasi tre.
Andava d’accordo con le persone giuste, va bene, ma né l’anzianità né le
amicizie contavano piú un accidenti, di questi tempi. Quando arriva il tuo
turno, è fatta, e nessuno può farci piú niente. Se vogliono licenziare,
licenziano e basta. Cinquanta, cento persone alla volta.
Nessuno era al sicuro, dai capireparto ai supervisori, giú giú fino agli
operai della catena di montaggio. E tre mesi prima, prima che cominciassero
i licenziamenti, si era fatto convincere da Betty a trasferirsi in questa comoda
casa da duecento dollari al mese. In affitto, con opzione di acquisto. Merda!
Al non avrebbe voluto lasciare l’altra casa. Ci si stava abbastanza bene. E
chi poteva immaginarselo che due settimane dopo il trasloco avrebbero
cominciato a licenziare? Chi poteva immaginarsi niente, di questi tempi?
Vedi il caso di Jill. Jill faceva la contabile da Weinstock. Era una ragazza in
gamba, diceva di amare Al. Si sentiva un po’ sola, cosí gli aveva detto la
prima sera. Non era sua abitudine farsi rimorchiare da uomini sposati, aveva
aggiunto quella prima sera. L’aveva incontrata tre mesi addietro, quando
anche lui cominciava a sentirsi nervoso e depresso con tutte quelle voci sui
licenziamenti che iniziavano a girare. L’aveva incontrata giú al Town and
Country, un bar non lontano dalla casa nuova. Avevano ballato un po’, poi
lui l’aveva riaccompagnata a casa e avevano pomiciato in macchina davanti
all’appartamento. Non era salito da lei quella sera, anche se era sicuro che
avrebbe potuto farlo. C’era salito la sera dopo.
Ora si ritrovava nel bel mezzo di una relazione, per la miseria, e non
sapeva che farci. Non voleva continuarla, e neanche voleva interromperla:
quando ci si trova nel bel mezzo di una tempesta, non si butta mica tutto a
mare. Al stava andando alla deriva, se ne rendeva conto, e non aveva la
minima idea di dove sarebbe andato ad approdare. Però cominciava ad avere
l’impressione di perdere il controllo su tutto il fronte. Tutto. Come se non
bastasse, ultimamente si era sorpreso a pensare alla vecchiaia, dopo aver
sofferto per qualche giorno di stitichezza: un problema che aveva sempre
associato alle persone anziane. E poi c’era la questione della calvizie
incipiente: aveva da poco cominciato a chiedersi come cambiare pettinatura.
Che cosa ne sarebbe stato della sua vita? Lo voleva proprio sapere.
Aveva trentun anni, ormai.
Insomma, tutti questi grattacapi e ci mancava solo che Sandy, la sorella
minore della moglie, regalasse ai bambini, Alex e Mary, quella bastardina,
quattro mesi prima. Avrebbe voluto che quella cagnetta non gli fosse mai
capitata sotto gli occhi. E neanche Sandy, se era per quello. Che stronza! Se
ne veniva sempre fuori con qualche stronzata che finiva per costare cara a
lui, qualche aggeggio che si guastava il giorno dopo e bisognava far riparare
a ogni costo, qualcosa su cui i bambini finivano sempre per mettersi a
sbraitare, e accapigliarsi e darsele di santa ragione. Dio benedetto! E poi
subito dopo si rivolgeva a lui per sfilargli dei soldi, tramite Betty,
venticinque dollari alla volta. Il solo pensiero di tutti gli assegni da
venticinque dollari che aveva staccato (ma anche da cinquanta e poi, qualche
mese fa, addirittura uno da ottantacinque per la rata della macchina – la rata
della macchina di Sandy, Cristo santo, quando lui non sapeva neanche piú se
sarebbe riuscito a mantenersi un tetto sulla testa) gli faceva venire voglia di
ammazzarla quella cazzo di cagnetta, altroché!
Sandy! Betty, Alex e Mary! Jill! Ci mancava solo quella cazzo di cagnetta,
Suzy!
Eccolo lí, Al.
Da qualche parte doveva pur cominciare. A rimettere le cose in ordine, a
risolvere questo casino. Era ora di fare qualcosa, ora di schiarirsi le idee, una
volta tanto. E aveva intenzione di cominciare stasera.
Avrebbe attirato la cagnetta in macchina, senza farsi vedere, e con una
scusa o con l’altra sarebbe uscito. Anche se detestava pensare a come Betty
avrebbe abbassato lo sguardo vedendolo vestirsi e poi, appena prima che
uscisse dalla porta, gli avrebbe chiesto dove andava, quando tornava
eccetera, con un tono rassegnato nella voce che lo faceva sentire ancora
peggio. Non si sarebbe mai abituato alle bugie. E poi non gli piaceva dare
fondo alla già scarsa riserva di credito che gli era rimasta con Betty
raccontandole una bugia per un motivo diverso da quello che lei sospettava.
Era una bugia sprecata, per cosí dire. Ma non poteva certo dirle la verità,
non poteva dirle che non stava andando a bere, non stava andando a trovare
qualcuno, se usciva era solo per sbarazzarsi di quella cagnetta del cazzo e
cosí fare un primo passo verso il ristabilimento dell’ordine a casa sua.
Si passò una mano sulla faccia, cercò di sgombrarsi la testa dai pensieri
almeno per un momento. Tirò fuori una lattina di Lucky fredda dal frigo e
fece saltare la linguetta di alluminio. La sua vita era diventata un intrico, un
tale cumulo di bugie una sopra l’altra che alla fine non era piú sicuro di
potersene districare, in caso di bisogno.
– Cagnetta del cazzo! – disse a voce alta.
«Non ha un grammo di cervello!», diceva spesso Al. Oltretutto era anche
infida. Appena la porta sul retro restava aperta e non c’era nessuno in giro,
Suzy forzava la zanzariera, entrava in salotto e pisciava sul tappeto. C’erano
per lo meno mezza dozzina di macchie su quel tappeto, che ormai sembrava
una carta geografica. Ma il posto che le piaceva piú di tutti era lo sgabuzzino,
dove poteva rovistare tra i panni sporchi, cosí che tutti i calzoncini e le
mutande ormai avevano la parte davanti o quella di dietro masticata. E poi
aveva rosicchiato anche il filo dell’antenna all’esterno della casa, e una volta
Al era sceso dalla macchina davanti casa e l’aveva trovata in giardino con
uno dei suoi mocassini Florsheim in bocca.
– È matta, – diceva, – e prima o poi fa ammattire anche a me. Non faccio
neanche in tempo a riparare tutti i disastri che mi combina. Figlia di cagna
che non è altro, uno di questi giorni la faccio fuori, vedrai!
Betty, invece, la tollerava per periodi piú lunghi, pareva rimanere
impassibile per un pezzo, ma poi le si scagliava all’improvviso addosso con i
pugni serrati, la chiamava bastarda, cagna stronza, strillava ai bambini
perché la tenessero fuori dalla loro stanza, dal soggiorno eccetera. Betty era
cosí anche con i bambini, del resto. Aveva pazienza con loro fino a un certo
punto, li lasciava fare quello che volevano per un po’, ma poi gli si rivoltava
contro come una furia e li prendeva a schiaffi, gridando: – Smettetela!
Smettetela! Non ce la faccio piú a sopportarvi!
Ma poi era proprio Betty a dire: – In fondo, è il loro primo cane. Di
sicuro ti ricordi quanto gli volevi bene al tuo primo cane.
– Il mio era intelligente, – rispondeva lui. – Era un setter irlandese!
Il pomeriggio passò. Betty e i ragazzi tornarono in macchina da qualche
posto, e tutti insieme mangiarono panini e patatine fritte sulla veranda. Al si
addormentò nell’erba e quando si svegliò era quasi sera.
Si fece la barba e la doccia, si mise un paio di pantaloni sportivi e una
camicia pulita. Si sentiva riposato, ma un po’ impigrito. Mentre si vestiva,
ripensò a Jill. Pensò a Betty e ad Alex e a Mary e a Suzy. Si sentiva come
drogato.
– Tra poco si cena, – disse Betty, fissandolo dalla porta del bagno.
– Lascia perdere, non ho fame. Fa troppo caldo per mangiare, – disse lui,
sistemandosi il colletto. – Mi sa che faccio un salto da Carl, a giocare un po’
a biliardo e a bere un paio di birre.
Lei disse: – Capisco.
E lui disse: – Oh Gesú!
E lei: – Va’ pure, non me ne importa niente.
E lui: – Non starò via molto.
E lei disse: – Ho detto va’ pure. Ho detto che non me ne importa niente.
Appena in garage, Al esclamò: – All’inferno, tutti quanti! – e con un
calcio spedí il rastrello dall’altra parte del pavimento di cemento. Poi si
accese una sigaretta e cercò di darsi una calmata. Raccolse il rastrello e lo
rimise a posto. Intanto borbottava tra sé e sé: «Ordine! Ordine!» A quel
punto il cane arrivò davanti al garage, annusò la porta e guardò dentro.
– Qua, Suzy! Vieni! Su, piccola, vieni qui! – la chiamò lui. La cagnetta
scodinzolò, ma rimase dov’era.
Al andò al pensile sopra il tosaerba e tirò giú una, due e poi tre scatolette
di cibo per cani.
– Tutto quello che vuoi, stasera, Suzy, vecchia mia. Tutto quello che
riesci a mangiare, – la blandí, aprendo la prima scatoletta da entrambi i lati e
facendo scivolare quella schifezza nella ciotola del cane.
Girò in macchina per quasi un’ora senza riuscire a decidere il posto. Se
la mollava in un quartiere qualsiasi e avessero chiamato l’accalappiacani, la
cagnetta sarebbe tornata a casa in un paio di giorni. Il canile della contea
sarebbe stato il primo posto in cui Betty sarebbe andata a cercarla. Si ricordò
di aver letto storie di cani che riuscivano a trovare la strada di casa anche a
distanza di centinaia di chilometri. Si ricordò certi programmi televisivi sui
criminali in cui qualcuno notava un numero di targa, e al solo pensiero ebbe
un tuffo al cuore. Cosí esposto all’opinione pubblica, senza che si sapessero
tutti i fatti, ci sarebbe stato da vergognarsi a essere sorpreso nell’atto di
abbandonare un cane. Doveva assolutamente trovare il posto giusto.
Costeggiò l’American River. A ogni modo, il cane aveva bisogno di
uscire di piú, sentire il vento accarezzargli la schiena, essere in grado di
nuotare o sguazzare nel fiume quando ne aveva voglia; era un peccato tenere
un cane sempre rinchiuso in un recinto. Però i campi vicino agli argini
sembravano un po’ troppo desolati, non c’era neanche una casa in giro. In
fondo, voleva che il cane qualcuno lo trovasse e lo accudisse. L’idea che si
era fatta lui prevedeva una grande casa a due piani, magari con bambini in
gamba, felici e beneducati che avevano bisogno di un cane, ne avevano anzi
un bisogno disperato. Ma da queste parti, di case a due piani non ce n’era
neanche una.
Tornò sulla strada principale. Da quando era riuscito a farla salire in
macchina, non aveva avuto ancora il coraggio di guardare la cagnetta. Se ne
stava tranquilla, sdraiata sul sedile posteriore. Ma quando si accostò e fermò
la macchina, Suzy si tirò su e cominciò a guaire e a guardarsi intorno.
Fece un salto in un bar; prima di entrarci, tirò giú tutti i finestrini della
macchina. Ci restò quasi un’ora, a bere birra e a farsi una partita a
shuffleboard. Continuava a chiedersi se avrebbe dovuto anche lasciare le
portiere socchiuse. Quando uscí, trovò Suzy ancora sul sedile. Arricciava le
labbra e gli mostrava i denti.
Salí in macchina e ripartí.
A un certo punto, gli venne in mente il posto adatto: il quartiere dove
abitavano prima. Pullulava di bambini e si trovava appena oltre il confine
della contea di Yolo; sí, quello sarebbe stato il posto giusto. Se avessero
catturato il cane, l’avrebbero portato al canile di Woodland, non a quello di
Sacramento. Doveva solo farsi un giro per le strade del quartiere, fermarsi,
buttare fuori dalla macchina un po’ di quella merda che la cagnetta
mangiava, aprire la porta, magari offrirle un piccolo incoraggiamento sotto
forma di spinta e lei sarebbe uscita, mentre lui ripartiva. Fatto! E si sarebbe
tolto il pensiero.
Schiacciò l’acceleratore a tavoletta e si diresse lí.
Le luci sotto le verande erano accese e, in tre o quattro case, passando,
vide uomini e donne che se ne stavano seduti sui gradini. Fece un giro e,
quando arrivò alla casa in cui abitava prima, rallentò fin quasi a fermarsi per
esaminare l’ingresso, la veranda, le finestre illuminate. A guardare la casa si
sentiva ancora piú inconsistente. Ci aveva vissuto... quanto? Un anno, sedici
mesi? E prima, a Chico, a Red Bluff, a Tacoma, a Portland – dove aveva
incontrato Betty – a Yakima... a Toppenish, dov’era nato e aveva frequentato
il liceo. A parte quando era ragazzo, gli pareva di non avere piú saputo cosa
volesse dire essere libero da preoccupazioni, o anche peggio. Ripensò alle
estati passate a pescare e a campeggiare sui monti Cascades, agli autunni in
cui andava a caccia di fagiani con Sam, il manto rossiccio del setter come un
segnale luminoso tra i campi di grano e di erba medica; quel ragazzo che era
e il cane che aveva all’epoca li attraversavano correndo come matti. Quanto
gli sarebbe piaciuto stasera continuare a guidare fino al vecchio corso
ammattonato di Toppenish, per poi girare a sinistra al primo semaforo, poi
ancora a sinistra, e fermarsi davanti alla casa in cui viveva sua madre e mai e
poi mai, per nessuna ragione al mondo, andarsene piú da lí.
Arrivò all’estremità poco illuminata della strada. Davanti c’era un grande
campo vuoto e la strada svoltava a destra e lo costeggiava. Per quasi un
isolato non c’erano case dalla parte del campo e soltanto una, completamente
al buio, sull’altro lato. Fermò la macchina e senza pensare piú a quello che
stava facendo, tirò fuori da una scatoletta una manciata di cibo, si sporse
verso il sedile posteriore, aprí la portiera dalla parte del campo, buttò fuori la
roba e disse: – Forza Suzy, vai! – La spinse finché la cagnetta non saltò giú
con riluttanza. Si sporse ancora di piú, richiuse la portiera e si allontanò,
lentamente. Poi cominciò ad accelerare sempre di piú.
Si fermò da Dupee, il primo bar che incontrò sulla strada per tornare a
Sacramento. Aveva i nervi a fior di pelle e sudava. Non è che si sentisse poi
cosí sollevato o alleggerito, come si era aspettato. Però continuava a ripetersi
che aveva fatto un passo nella giusta direzione, che già da domani si sarebbe
sentito molto meglio. L’unica cosa da fare era aspettare di star meglio.
Alla quarta birra, una ragazza con un maglione a collo alto e dei sandali,
che si trascinava dietro una valigia, si sedette accanto a lui. Sistemò la valigia
tra i due sgabelli. Pareva conoscere il barista e lui sembrava avere qualcosa
da dirle ogni volta che passava e anzi, in un paio di occasioni si scambiarono
quattro chiacchiere. La ragazza disse ad Al di chiamarsi Molly, ma rifiutò la
sua offerta di una birra. Però accettò di dividere con lui una pizza.
Al le sorrise e lei ricambiò il sorriso. Lui tirò fuori le sigarette e
l’accendino e poggiò tutto sul bancone.
– E pizza sia! – disse.
Piú tardi le disse: – Posso darti un passaggio da qualche parte?
– No, grazie. Sto aspettando una persona, – rispose lei.
Lui disse: – Dove sei diretta?
E lei: – Da nessuna parte. Ah! – disse poi, toccando la valigia con la
punta del piede, – Vuoi dire questa? – Rise. – Abito qui a West Sac. Non sto
andando da nessuna parte. Qui dentro ho solo un motore di lavatrice. È di
mia madre. Jerry qui, il barista, è bravo ad aggiustare le cose. Ha detto che ce
l’avrebbe riparato gratis.
Al si alzò. Barcollava leggermente quando si chinò verso di lei. Disse: –
Be’, arrivederci, tesoro. Ci si vede.
– Come no! – disse lei. – E grazie per la pizza. Era da mezzogiorno che
non mangiavo. Sto cercando di smaltire un po’ di questa –. Sollevò il
maglione e si afferrò un cuscinetto di grasso sulla vita.
– Sei sicura di non volere un passaggio da qualche parte? – disse lui.
Lei scosse la testa.
Tornato in macchina, mentre guidava, fece per prendere le sigarette e poi
si frugò in tasca freneticamente cercando l’accendino; si ricordò di avere
lasciato tutto sul bancone. «Al diavolo, – pensò, – se li tenga pure. Può
mettersi sigarette e accendino nella valigia, assieme al motore della
lavatrice». Lo mise in conto al cane, un’altra spesa per causa sua. Questa era
l’ultima, perdio! Adesso però, adesso che cominciava a rimettere le cose in
ordine, il fatto che la ragazza non si fosse dimostrata un po’ piú cordiale con
lui gli scocciava. Magari, se fosse stato dell’umore giusto, sarebbe anche
riuscito a rimorchiarsela. Ma quando si è depressi si vede subito, altroché,
anche solo da come ci si accende una sigaretta.
Decise di andare a trovare Jill. Si fermò a un negozio di liquori e comprò
una bottiglia di whiskey. Salí le scale verso l’appartamento di Jill, e si fermò
sul pianerottolo per riprendere fiato e pulirsi i denti con la lingua. Sentiva
ancora il sapore dei funghi della pizza e aveva il palato e la gola in fiamme
per via del whiskey. Si rese conto che aveva una gran voglia di andare dritto
nel bagno di Jill e usare il suo spazzolino da denti.
Bussò. – Sono io, Al, – sussurrò. – Al, – disse a voce piú alta. Sentí i
passi sul pavimento. La ragazza fece scattare la serratura e poi tentò di
sganciare la catenella mentre lui si appoggiava alla porta con tutto il suo
peso.
– Un attimo, tesoro. Al, smettila di spingere... sennò non riesco a
sganciarla. Ecco, – disse, aprendo la porta. Lo prese per la mano e lo tirò
dentro, scrutandolo attentamente in viso.
Si abbracciarono goffamente e lui la baciò sulla guancia.
– Siediti, tesoro. Qua –. Jill accese una lampada e lo guidò verso il
divano. Poi si toccò i bigodini che aveva in testa e disse: – Vado a mettermi
un po’ di rossetto. Cosa ti andrebbe, nel frattempo? Un caffè? Un succo di
frutta? Una birra? Dovrei averne, di birra. E qui cos’hai... whiskey? Che
cosa ti andrebbe, tesoro? – Gli carezzò la testa con una mano e gli si
avvicinò, per guardarlo bene negli occhi. – Povero piccolo, cos’è che vuoi?
– chiese.
– Voglio solo che mi stringi un po’, – disse lui. – Qua. Siediti. Lascia
perdere il rossetto, – disse, e se la tirò in grembo. – Stringimi, che cado, –
disse Al.
Lei gli mise un braccio attorno alle spalle. Disse: – Vieni di là, sul letto,
piccolo, te lo do io quello che vuoi.
– Sai che ti dico, Jill? – disse lui. – È come se stessi pattinando sul
ghiaccio sottile. Da un momento all’altro ci casco dentro... non so –. La
guardò con un’espressione stralunata, tumefatta, che per quanti sforzi
facesse non riusciva a correggere. – Sul serio, – disse.
Lei annuí. – Non ci pensare, piccolo. Rilassati, – disse. Lo tirò a sé e lo
baciò sulla fronte e poi sulle labbra. Si accomodò meglio sulle sue ginocchia
e disse: – Fermo, non ti muovere, Al, – e d’un tratto gli fece scivolare le dita
di entrambe le mani attorno alla testa, toccandogli allo stesso tempo la nuca e
le guance. Per un attimo lui lanciò un’occhiata vacillante in giro per la
stanza, poi cercò di mettere a fuoco quello che lei gli stava facendo. Gli
teneva la testa ferma con le sue dita forti. Con le unghie dei pollici stava
cercando di strizzargli un punto nero sul naso.
– Non ti muovere! – gli disse.
– No, – disse lui. – Non lo fare! Piantala! Non mi va.
– Ci sono quasi. Non ti muovere, ho detto!... Ecco, guarda che roba. Che
ne dici? Non ti eri neanche reso conto di avercelo, eh? Adesso solo un altro,
uno grosso, tesoro. L’ultimo, – disse.
– Bagno, – disse lui, e per divincolarsi la spostò di forza.
A casa trovò lacrime e confusione. Mary gli corse incontro piangendo
prima ancora che potesse parcheggiare.
– Suzy è sparita, – singhiozzò. – Suzy è sparita. Non tornerà mai piú,
papà, lo sento. È sparita!
Dio mio, un tuffo al cuore. Che cosa ho fatto?
– Su, su, tesoro, non piangere. Magari si è solo allontanata un po’ per
farsi un giretto. Vedrai che tornerà, – disse.
– No, papà, non tornerà. Lo so. Mamma ha detto che potremmo doverci
comprare un altro cane.
– Be’, non sarebbe una bella cosa, tesoro? – disse. – Cioè, un altro
cagnolino, se Suzy non dovesse tornare? Andremo al negozio di animali e...
– Non lo voglio un altro cagnolino! – gridò la bambina, attaccandosi alla
sua gamba.
– Papà, possiamo prendere una scimmietta, invece di un cagnolino? –
chiese Alex. – Se andiamo al negozio di animali a cercare un cane, possiamo
prendere una scimmietta, invece?
– Non la voglio una scimmietta! – gridò Mary. – Voglio Suzy.
– Calmatevi tutti, adesso, fate rientrare papà in casa. Papà ha un terribile
mal di testa, terribile, – disse Al.
Betty tirò fuori un piatto di stufato dal forno. Aveva un’espressione
stanca, irritata... invecchiata. Non lo guardò neanche. – Te l’hanno detto i
ragazzi? Che Suzy è sparita? Ho passato al setaccio tutto il quartiere. Ho
cercato dappertutto, giuro.
– Quella cagnetta si rifarà viva, – disse lui. – Probabilmente si è solo
allontanata per farsi un giretto. Ma tornerà, vedrai.
– No, sul serio, – disse lei, voltandosi verso di lui con le mani sui
fianchi, – secondo me le cose non stanno cosí. Secondo me è andata a finire
sotto una macchina. Voglio che tu prenda la macchina e vada a vedere. I
ragazzi l’hanno chiamata tutta la sera, ieri, e già non c’era piú. Non s’è piú
vista da allora. Ho chiamato il canile e gliel’ho descritta, ma mi hanno detto
che non tutti i furgoni erano rientrati. Devo richiamarli domattina.
Al andò in bagno, ma Betty continuò a parlare. Fece scorrere l’acqua nel
lavandino e cominciò a chiedersi, con una vaga sensazione di nausea, quanto
l’aveva combinata grossa questa volta. Quando chiuse i rubinetti, sentí che
Betty stava ancora parlando. Lui non riusciva a staccare gli occhi dal
lavandino.
– Mi hai sentito? – gridò lei dalla cucina. – Voglio che dopo cena tu ti
faccia un giro in macchina per cercarla. I ragazzi possono venire con te e
aiutarti... Al?
– Si, sí, – rispose.
– Come? – chiese lei. – Che dici?
– Ho detto sí. Sí! Va bene. Qualsiasi cosa, basta che mi fai finire di
lavarmi, ti dispiace?
Dalla cucina, Betty lo guardò. – Be’, si può sapere che diavolo ti piglia?
Non te l’ho mica chiesto io di ubriacarti, ieri sera, no? Ne ho abbastanza, te
l’assicuro! Ho avuto una giornata infernale, se proprio vuoi saperlo. Alex mi
ha svegliato alle cinque di mattina, infilandosi nel letto e dicendo che il suo
papà russava cosí forte che... l’hai spaventato! Ti ho visto di là steso per
terra, con i vestiti addosso, e la stanza che puzzava da morire. Te l’assicuro,
ne ho abbastanza di questa storia! – Si guardò rapidamente intorno in
cucina, come per cercare qualcosa da afferrare.
Al chiuse la porta del bagno con un calcio. Stava andando tutto a rotoli.
Mentre si radeva, a un certo punto si fermò con il rasoio in mano e si guardò
allo specchio: aveva una faccia molle, senza carattere... immorale, ecco la
parola giusta. Poggiò il rasoio. Mi sa che questa volta l’ho combinata grossa.
Mi sa che ho commesso l’errore piú grave di tutti. Si riportò il rasoio alla
gola e finí di radersi.
Rinunciò a farsi la doccia. Rinunciò a cambiarsi. – Mettimi la cena in
forno, – disse. – Oppure in frigo. Io vado. Subito, – annunciò.
– Puoi aspettare fino a dopo cena. I ragazzi possono venire con te.
– No, al diavolo tutto. Falli mangiare, possono cercare qua attorno, se
vogliono. Non ho fame, e poi fra poco farà buio.
– Ma siamo tutti impazziti qua? – disse Betty. – Io non lo so dove
andremo a finire. Sento che sono sull’orlo di un esaurimento nervoso. Sento
che sto per perdere il senno. Che ne sarà dei ragazzi, se perdo il senno? – Si
appoggiò esausta al lavello, la faccia distrutta, le guance solcate dalle
lacrime. – Tanto tu non gli vuoi neanche bene! Non gliene hai mai voluto.
Non è mica del cane che mi preoccupo. È di noi! Di noi! Lo so che non mi
ami piú, brutto stronzo, ma tu non ami piú neanche i bambini!
– Betty, Betty! – disse lui. – Santo Dio! – disse. – Vedrai che si aggiusta
tutto. Te lo giuro, – disse. – Non ti preoccupare, – disse. – Te lo giuro, andrà
tutto bene. Ritroverò quel cane e vedrai che andrà tutto bene, – disse.
Con un balzo uscí di casa, ma poi si nascose tra i cespugli quando sentí
arrivare i figli. La bambina chiamava a gran voce: «Suzy! Suzy!»; il figlio
diceva che forse era finita sotto un treno. Appena furono rientrati in casa, lui
fece una corsa per raggiungere la macchina.
Ogni sosta forzata ai semafori lo innervosiva; quando si dovette fermare
per fare benzina, gli dispiacque enormemente. Il sole era basso e pesante,
appena sopra la tozza catena di colline che chiudevano la valle. A dir tanto,
gli restava un’ora di luce.
Da questo momento in poi, sentiva che la sua vita sarebbe andata a
rotoli. Anche fosse vissuto altri cinquant’anni – cosa quanto mai
improbabile – sentiva che non se lo sarebbe mai perdonato, di aver
abbandonato quel cane. Sentiva di essere finito, se non lo ritrovava. Un
uomo che si sbarazza cosí di un cagnolino non vale un accidente. Un uomo
del genere è capace di qualsiasi bassezza, non si fermerebbe davanti a niente.
Si agitò sul sedile, lo sguardo fisso sulla faccia gonfia del sole che calava
sulle colline. Si rendeva conto che la situazione aveva ormai superato certi
limiti, ma non riusciva piú a controllarsi. Sapeva solo che in qualche modo
doveva recuperare quella cagnetta, proprio come la sera prima sapeva che
doveva liberarsene.
– Sono io quello che sta perdendo il senno, – disse, e annuí con
convinzione.
Questa volta si avvicinò dall’altro lato, dalla parte del campo in cui
l’aveva abbandonata, lo sguardo attento a ogni segno di movimento.
– Fa’ che sia rimasta qua attorno, – disse.
Fermò la macchina e scrutò con attenzione il campo. Poi rimise in moto
e proseguí, lentamente. Nel vialetto della casa isolata era parcheggiata una
familiare con il motore acceso. Al vide una donna elegante, con i tacchi alti,
uscire dalla porta con una bambina piccola. Quando gli passò davanti,
entrambe lo squadrarono. Piú avanti svoltò a sinistra, con lo sguardo che
scandagliava la strada e i giardini delle case su entrambi i lati, fin dove
poteva spingersi. Niente. Un isolato piú giú, due ragazzini in bici erano fermi
accanto a una macchina parcheggiata.
– Ciao, – disse ai ragazzini, fermandosi accanto a loro, – Non è che
voialtri avete visto girare un cagnolino bianco da queste parti, oggi? Un
cagnolino bianco, col pelo tutto arruffato? Ne ho perso uno cosí.
Uno dei ragazzini si limitò a fissarlo. L’altro disse: – Ho visto un mucchio
di bambini che giocavano con un cane laggiú, oggi pomeriggio, nella strada
accanto. Però non so che tipo di cane fosse. Forse era bianco. C’erano un
sacco di ragazzini intorno.
– Ah, bene. Grazie, – disse Al. – Vi ringrazio davvero tantissimo, – disse.
Alla fine della via, svoltò a destra. Si concentrò sulla strada davanti a sé.
Il sole era ormai tramontato. Era quasi buio. Case attaccate l’una all’altra,
alberi, giardini, pali del telefono, macchine parcheggiate; gli diede
l’impressione di un posto sereno, senza problemi. Sentí un uomo che
chiamava i figli; vide una donna con il grembiule sulla soglia illuminata di
casa.
«C’è ancora una possibilità per me?», si chiese. Sentí d’un tratto le
lacrime salirgli agli occhi. Se ne stupí. Non poté fare a meno di sorridere di
sé e di scuotere la testa, mentre tirava fuori di tasca il fazzoletto. Poi vide un
gruppo di bambini che avanzavano sulla strada. Agitò la mano per attirare la
loro attenzione.
– Non avete mica visto un cagnolino bianco, ragazzi? – chiese Al.
– Oh, certo, – disse un maschietto. – È tuo?
Al annuí.
– Ci stavamo giocando fino a poco fa, laggiú. Nel giardino di Terry –. Il
bambino indicò. – Laggiú.
– Tu ce li hai, i figli? – chiese una bambina.
– Sí, – rispose Al.
– Terry dice che se lo tiene. Lui non ce l’ha un cane, – disse il bambino.
– Non so, – disse Al. – Non credo che i miei figli sarebbero contenti. La
cagnetta è loro. Si è solo persa, – disse Al.
Proseguí lungo la strada. Si era fatto buio. Ormai era difficile vedere e di
nuovo si lasciò assalire dal panico, imprecando fra sé e sé. Si rimproverò di
essere una banderuola che gira di qua e di là, un momento pensava una cosa
e subito dopo cambiava idea.
Fu a quel punto che vide la cagnetta. Si rese conto che la stava
guardando da un po’, senza vederla. Suzy si muoveva lentamente,
annusando l’erba ai piedi di una staccionata. Al scese dalla macchina e
cominciò ad attraversare il prato, chinandosi a mano a mano che avanzava,
chiamando: «Suzy, Suzy, Suzy».
La cagnetta si fermò appena lo vide. Alzò la testa. Al si accovacciò sui
talloni, tese la mano, aspettando. Si guardarono. Suzy scodinzolò in segno di
saluto. Si sdraiò a terra con la testa tra le zampe e lo osservò. Lui rimase in
attesa. La cagnetta si alzò. Girò attorno alla staccionata e sparí.
Al rimase accovacciato lí. Gli pareva di non stare poi tanto male, tutto
sommato. Il mondo era pieno di cani. C’erano cani e cani. Con certi non
c’era proprio niente da fare.
Perché, tesoro mio?
Egregio signore,

la Sua lettera, in cui mi chiede notizie di mio figlio, mi ha molto


sorpresa: come ha fatto a sapere che ero qui? Mi ci sono trasferita anni fa,
quando sono cominciate a succedere quelle cose. Qui nessuno sa chi sono,
ma io ho paura lo stesso. Quello di cui ho paura è proprio lui. Quando leggo
il giornale scuoto la testa stupefatta. Leggo quello che scrivono di lui e mi
chiedo, Ma quell’uomo è veramente mio figlio? Ma davvero fa tutte quelle
cose?
È stato un bravo ragazzo, a parte il fatto che aveva qualche scoppio d’ira
e non diceva mai la verità. Non so spiegarle come mai. È cominciato tutto
un’estate, intorno alla festa dell’Indipendenza, quando lui doveva avere sui
quindici anni. Trudy, la nostra gatta, scomparve all’improvviso e non tornò
per una notte e un giorno intero. La signora Cooper che viveva dietro casa
nostra venne la sera dopo a dirmi che Trudy quel pomeriggio si era
trascinata nel suo giardino ed era morta lí. Era stata fatta a pezzi, disse, ma lei
aveva riconosciuto che era Trudy. Il signor Cooper ne aveva sepolto i resti.
A pezzi?, le chiesi io. Come sarebbe a dire, a pezzi?
Il signor Cooper aveva visto due ragazzi in un campo che infilavano
petardi nelle orecchie di Trudy e anche... può immaginare dove. Aveva
cercato di fermarli, ma quelli erano scappati.
Chi, chi farebbe mai una cosa del genere? Aveva mica visto chi era stato?
Uno dei ragazzi non l’aveva mai visto, ma l’altro era scappato in questa
direzione. Al signor Cooper era sembrato mio figlio.
Ho scosso la testa. No, non può essere, lui non farebbe mai una cosa del
genere, lui a Trudy le voleva bene, Trudy era stata con noi per anni, no, non
era mio figlio.
Quella sera gli ho raccontato di Trudy e lui è sembrato sorpreso e
sconvolto, e ha detto che avremmo offerto una ricompensa. Ha scritto
qualcosa a macchina e ha promesso di affiggerlo a scuola. Ma quando stava
per ritirarsi in camera sua quella sera mi disse, Non prendertela troppo,
mamma, la gatta era vecchia, secondo l’età dei gatti aveva sessantacinque o
settant’anni, era campata parecchio.
Tutti i pomeriggi e il sabato andava a lavorare come magazziniere da
Hartley. Una mia amica che lavorava nello stesso negozio, Betty Wilks, mi
aveva detto di quel posto e che avrebbe messo una buona parola per lui.
Quella sera glielo dissi e lui rispose, Bene, è difficile trovare lavoro per i
giovani.
La sera che doveva ritirare il suo primo stipendio gli ho cucinato i suoi
piatti preferiti e avevo tutto pronto in tavola per quando lui è rientrato. Ecco
l’uomo di casa, ho detto, abbracciandolo. Sono cosí fiera di te, quanto hai
preso, tesoro mio? Ottanta dollari, ha risposto. Sono rimasta senza fiato. Ma
è meraviglioso, tesoro, non riesco a crederci. Ho una fame da lupi, ha detto,
mangiamo.
Ero felice, ma non riuscivo a capacitarmi, era piú di quanto prendessi io.
Poi, quando ho fatto il bucato, gli ho trovato il cedolino di Hartley in
tasca, era per ventotto dollari e lui mi aveva detto ottanta. Perché non aveva
detto la verità? Non riuscivo proprio a capirlo.
Gli chiedevo, Dove sei stato ieri sera, tesoro? Al cinema, mi rispondeva.
Poi magari venivo a sapere che era stato al ballo della scuola o aveva passato
la serata gironzolando in macchina con qualcuno. Pensavo, Ma che
differenza può fare, perché non dice la verità, non c’è nessun motivo di
mentire alla sua mamma.
Ricordo che una volta doveva andare a una gita scolastica, cosí gli ho
chiesto, Che cosa avete visto di bello in gita, tesoro? Lui ha alzato le spalle e
ha detto, Roba sulla formazione del suolo, rocce e ceneri vulcaniche; ci
hanno fatto vedere un posto dove un milione di anni fa c’era un grande lago
e ora c’è solo il deserto. Mi guardava negli occhi e continuava a parlare. Poi,
il giorno dopo, mi è arrivato un avviso dalla scuola che diceva che per fare
la gita avevano bisogno del mio consenso, potevo dargli il permesso di
andarci?
Verso la fine del suo ultimo anno di liceo, si comprò la macchina e se ne
stava sempre in giro con quella. Ero un po’ preoccupata per i suoi voti, ma
lui si limitava a riderne. Di certo saprà che a scuola andava benissimo, se si è
informato un po’ su di lui questo non può non saperlo. Poi si comprò anche
un fucile e un coltello da caccia.
Non mi piacevano quelle cose in casa e glielo dissi. Si fece una risata;
quella ce l’aveva sempre pronta. Disse che avrebbe tenuto il fucile e il
coltello nel bagagliaio della macchina, cosí, diceva, li avrebbe avuti piú a
portata di mano.
Un sabato sera non tornò a casa. Mi preoccupai a morte. Il giorno dopo,
verso le dieci di mattina, rientrò e mi chiese di preparargli la colazione,
andare a caccia gli aveva fatto venire una gran fame, disse che gli dispiaceva
di essere stato fuori tutta la notte e che aveva dovuto fare un sacco di strada
in macchina per arrivare in un certo posto. Mi sembrò strano. Era nervoso.
Dove sei andato?
Sui monti Wenas. Abbiamo sparato qualche cartuccia.
Con chi sei andato, tesoro?
Con Fred.
Fred?
Mi piantò gli occhi addosso e cosí non aggiunsi altro.
La domenica successiva entrai in punta di piedi nella sua stanza per
prendere le chiavi della macchina. La sera prima aveva promesso di
comprare provviste per la colazione sulla strada del ritorno dal lavoro e
pensavo che magari le aveva lasciate in macchina. Ho visto le sue scarpe
nuove mezze nascoste sotto il letto, tutte sporche di fango e di sabbia. Lui ha
aperto gli occhi.
Tesoro, che è successo alle tue scarpe? Guardale un po’.
Ho finito la benzina. Sono dovuto andare a prenderla a piedi.
Si tirò su a sedere sul letto. Ma a te che te ne importa?
Sono tua madre.
Mentre era nella doccia ho preso le chiavi e sono andata alla macchina.
Ho aperto il bagagliaio. Le provviste non c’erano. Ho visto il fucile poggiato
su una coperta imbottita e anche il coltello. C’era una delle sue camicie tutta
appallottolata e cosí l’ho spiegata ed era insanguinata. Ancora bagnata. L’ho
lasciata cadere. Ho chiuso il bagagliaio e ho fatto per tornare in casa quando
mi sono accorta che lui mi stava guardando dalla finestra. Poi mi è venuto
ad aprire la porta. Mi ero dimenticato di dirti che mi è uscito parecchio
sangue dal naso, ha detto, non so mica se quella camicia si può lavare,
buttala via. Mi ha sorriso.
Qualche giorno piú tardi gli ho chiesto come andava al lavoro. Bene, mi
ha detto, gli avevano anche dato un aumento. Invece ho incontrato Betty
Wilks per strada e mi ha detto che da Hartley era dispiaciuto a tutti che si
fosse licenziato, era tanto benvoluto, ha detto lei, Betty Wilks.
Due sere dopo ero a letto, ma non riuscivo a prendere sonno, continuavo
a fissare il soffitto. Ho sentito la sua macchina fermarsi davanti casa e sono
rimasta in ascolto finché l’ho sentito girare la chiave nella serratura,
attraversare la cucina, il corridoio, ed entrare in camera sua, dove si è chiuso
la porta alle spalle. Mi sono alzata. Vedevo la luce sotto la porta, cosí ho
bussato e ho aperto la porta, e gli ho chiesto, Ti andrebbe una tazza di tè
bello caldo, tesoro? Non riesco a dormire. Era curvo sul comò, ha richiuso
di scatto un cassetto e mi si è rivoltato contro, Esci fuori, ha gridato, esci
fuori di qua, sono stufo di sentirmi spiato, ha gridato. Sono tornata in
camera mia e, a forza di piangere, mi sono addormentata. Quella sera mi ha
spezzato il cuore.
Il giorno dopo si è alzato ed è uscito prima che potessi vederlo, ma a me
stava bene cosí. Da quel momento in poi o cambiava registro, oppure l’avrei
trattato come un semplice inquilino: ero arrivata al limite. Si sarebbe dovuto
scusare se voleva che fossimo qualcosa di piú di estranei che vivevano sotto
lo stesso tetto.
Quando sono tornata quella sera, lui aveva preparato la cena. Come
stai?, mi ha chiesto, prendendomi il cappotto. Com’e andata la giornata?
Gli ho detto, Non ho chiuso occhio tutta la notte, tesoro. Mi ero
ripromessa di non ritirare fuori questa storia e non sto cercando di farti
sentire in colpa, ma non sono abituata a sentirmi parlare cosí da mio figlio.
Voglio farti vedere una cosa, ha detto lui, e mi ha mostrato un tema che
stava scrivendo per il suo corso di educazione civica. Mi pare fosse sui
rapporti tra il congresso e la corte suprema. (Era il tema con cui ha poi vinto
un premio quando si è diplomato!) Ho provato a leggerlo ma poi ho deciso
che era arrivato il momento: Tesoro, vorrei tanto parlare con te, oggigiorno è
già abbastanza difficile tirare su un ragazzo, specialmente per chi come noi
non ha un padre in casa, nessun uomo a cui rivolgersi quando c’è bisogno.
Ormai sei quasi un adulto, ma io mi sento ancora responsabile e credo di
aver diritto a un po’ di rispetto e di considerazione e penso anche di essere
sempre stata giusta e sincera con te. Voglio la verità, tesoro, è l’unica cosa
che ti chiedo, la verità. Tesoro – e a quel punto ho ripreso fiato –, prova un
po’ a immaginare di avere un figlio che ogni volta che gli chiedi qualcosa,
qualsiasi cosa, dove è stato o dove sta andando, cosa fa nel tempo libero,
qualsiasi cosa, insomma, mai una volta, dico mai, ti dice la verità. Che se,
mettiamo, gli chiedi se fuori piove, ti risponde, no, c’è il sole, e magari
ridacchia pure tra sé e sé e ti considera troppo vecchio e stupido per
accorgerti che ha i vestiti zuppi. Perché dovrebbe mentire, ti chiederesti, non
capisco che ci guadagna. Io me lo continuo a chiedere, ma non trovo una
risposta. Perché, tesoro mio?
Lui non ha detto niente, ha continuato a fissarmi, poi si è messo al mio
fianco e ha detto, Adesso te lo faccio vedere. Inginocchiati è la mia risposta,
mettiti in ginocchio è la mia risposta, ha detto. È questo il primo perché.
Io sono corsa in camera mia e mi sono chiusa dentro a chiave. Quella è
la sera in cui se n’è andato, ha preso le sue cose, quello che voleva, e se n’è
andato. Che lei ci creda o no, da allora non l’ho piú rivisto. L’ho visto alla
cerimonia del diploma, ma lí c’era un sacco di altra gente. Ero tra il pubblico
e l’ho visto ritirare il suo diploma e il premio per il tema, poi l’ho sentito
pronunciare il suo discorsetto e l’ho anche applaudito insieme a tutti gli altri.
Dopo di che sono tornata a casa.
Da allora non l’ho piú rivisto. Oh, certo l’ho visto in televisione e ho
visto le sue foto sui giornali.
Ho saputo che si era arruolato nei marines e poi qualcuno mi ha detto
che si era congedato e frequentava l’università giú nell’Est e poi che si era
sposato con quella ragazza e si era dato alla politica. Ho cominciato a vedere
il suo nome sui giornali. Ho trovato il suo indirizzo e gli ho scritto, gli
scrivevo una lettera ogni pochi mesi, mai ricevuto una risposta. Si è
candidato come governatore ed è stato eletto, ormai era diventato famoso.
Ed è allora che ho cominciato a preoccuparmi.
Ho cominciato ad accumulare tutte queste paure, vivevo nel terrore, cosí
ho smesso di scrivergli, naturalmente, e poi ho sperato che pensasse fossi
morta. Mi sono trasferita qui. Ho chiesto che non mi mettessero sull’elenco
del telefono. E poi sono stata costretta a cambiare nome. Ma se uno è potente
e vuole ritrovare qualcuno, prima o poi ci riesce, non è tanto difficile.
Dovrei essere molto fiera di lui e invece ho paura. La settimana scorsa ho
visto una macchina in strada con un uomo dentro che sono certa mi stava
osservando, sono filata dritta qui e mi sono chiusa dentro. Qualche giorno fa
il telefono non la smetteva piú di squillare, io stavo riposando. Quando ho
alzato il ricevitore, non c’era nessuno dall’altra parte.
Sono anziana, ormai. Sono sua madre. Dovrei essere la madre piú
orgogliosa del paese e invece ho solo paura.
Grazie per avermi scritto. Volevo che almeno qualcuno lo sapesse. Me ne
vergogno tanto.
Volevo anche chiederLe come ha fatto a procurarsi il mio nome e a
sapere dove scrivere, ho tanto pregato che nessuno lo scoprisse. Invece Lei
c’è riuscito. Perché? Per favore, mi spieghi perché.
Cordiali saluti,
Le anatre

Quel pomeriggio si alzò un vento che portò pioggia a folate e fece alzare
come scoppi scuri le anatre dal lago, alla ricerca di piccoli stagni tranquilli in
mezzo ai boschi. Lui stava sul retro della casa a spaccare legna quando vide
le anatre tagliare sopra la statale e abbassarsi verso gli acquitrini oltre gli
alberi. Osservò i piccoli stormi – gruppetti da sei, ma soprattutto coppie –
che passavano in volo l’uno dietro l’altro. Laggiú sul lago ormai si era fatto
buio ed era calata la foschia; non riusciva piú a vedere l’altra sponda,
dov’era la segheria. Riprese a lavorare piú velocemente, piantando con piú
forza il cuneo di ferro nei grossi ceppi secchi, spaccandoli fino in fondo,
tanto che quelli un po’ marci schizzavano via. Sulla corda per il bucato di
sua moglie, tesa tra i due pini, lenzuola e coperte schioccavano al vento
come fucilate. In due viaggi riuscí a portare tutta la legna sotto la veranda
prima che si mettesse a piovere.
«È pronto!», la sentí chiamare dalla cucina.
Rientrò e si lavò le mani. Mentre cenavano chiacchierarono un po’, per
lo piú del viaggio a Reno. Altre tre giornate di lavoro, poi l’avrebbero pagato
e avrebbero passato il fine settimana a Reno. Dopo cena uscí sulla veranda e
cominciò a sistemare i richiami nel tascapane. Si fermò quando arrivò la
moglie, che rimase sulla soglia a guardarlo.
– Vai a caccia un’altra volta domattina?
Distolse lo sguardo da lei e lo puntò verso il lago. – Guarda che tempo.
Secondo me, domattina sarà perfetto –. Le lenzuola schioccavano al vento e
una delle coperte era caduta a terra. Gliele indicò con un cenno del capo. –
Ti si bagnano i panni.
– Tanto non erano asciutti. Sono due giorni che li ho stesi e ancora non
si sono asciugati.
– Che c’è? Non ti senti bene? – le chiese.
– Sto benissimo –. Se ne tornò in cucina, chiuse la porta e continuò a
osservarlo dalla finestra. – È solo che non mi va giú il fatto che non sei mai
a casa. Mi pare che non sei mai a casa, – disse lei alla finestra. Il suo fiato
appannava il vetro, poi svaniva. Rientrando, lui mise in un angolo i richiami
e andò a prendere il portavivande. Lei se ne stava appoggiata alla credenza,
con le mani sul bordo del lavello. Lui le sfiorò un fianco e le strinse il vestito
tra le dita.
– Aspetta che arriviamo a Reno. Vedrai come ci divertiremo, – le disse.
La moglie annuí. In cucina faceva caldo e le si erano raccolte goccioline
di sudore sulle sopracciglia. – Quando ritorni, mi alzo e ti preparo qualcosa
per colazione.
– Dormi pure. Preferisco che rimani a letto –. Allungò il braccio dietro di
lei e prese il portavivande.
– Dammi un bacio prima di andare, – disse lei.
La abbracciò. Lei gli cinse il collo e lo tenne stretto. – Ti voglio bene.
Sta’ attento con la macchina.
Tornò alla finestra della cucina e lo guardò correre, saltando tra le
pozzanghere, fino ad arrivare al camioncino. Lo salutò con la mano quando
si girò verso di lei dall’abitacolo. Era quasi buio e stava piovendo forte.
Era seduta accanto alla finestra del soggiorno ad ascoltare la radio e la
pioggia, quando vide i fari del camioncino spuntare sul vialetto. Si alzò in
fretta e corse alla porta sul retro. Lui si era fermato sulla soglia e lei gli passò
le dita sul giaccone gommato fradicio.
– Ci hanno mandati tutti a casa. Il capo ha avuto un attacco di cuore. Si è
accasciato nel bel mezzo della segheria ed è morto sul colpo.
– Mi hai messo paura –. Gli tolse il portavivande dalle mani e chiuse la
porta. – Chi era? Quel caporeparto che si chiama Mel, per caso?
– No, questo qui si chiamava Jack Granger. Aveva una cinquantina
d’anni, mi pare –. Si avvicinò alla stufa e rimase lí a scaldarsi le mani. –
Gesú, è strano, però! Mentre lavoravo era venuto da me e mi aveva chiesto
come andava e credo che non fossero passati neanche cinque minuti quando
è arrivato Bill Bessie a dirmi che Jack Granger era appena morto, su in
segheria –. Scosse la testa. – Cosí, da un momento all’altro.
– Non ci pensare, – disse lei, prendendogli le mani tra le sue e
accarezzandogli le dita.
– E chi ci pensa? Fa parte di quelle cose che non si può mai sapere, tutto
lí.
La pioggia infuriava contro la casa, sferzando le finestre.
– Dio, fa caldo qua dentro! Non c’è un po’ di birra? – disse.
– Dovrebbe esserne rimasta un po’, – disse lei, e lo seguí in cucina. Lui
aveva i capelli ancora bagnati e, appena si sedette, lei ci passò in mezzo le
dita. Gli aprí una birra e ne versò un goccio per sé in una tazza. Lui rimase
seduto a berla a piccoli sorsi, guardando fuori dalla finestra, verso l’oscurità
del bosco.
Disse: – Uno dei ragazzi ha detto che era sposato, con due figli grandi.
E lei: – Certo è un peccato, povero Granger. Sono contenta che tu sia
tornato a casa, ma che dovesse succedere una cosa del genere mi spiace
proprio.
– È la stessa cosa che ho detto io ai ragazzi. Ho detto: è bello tornarsene a
casa, ma Cristo santo, è un peccato che sia per una cosa del genere –. Si
spostò un po’ sulla sedia. – Sai, la maggior parte degli uomini avrebbe
preferito continuare a lavorare, ma alcuni dei ragazzi su alla segheria hanno
detto che non se la sentivano, con lui steso là per terra cosí –. Finí la birra e
si alzò. – Sai una cosa? Sono contento che abbiano voluto smettere, – disse.
E lei: – Anch’io. Ho avuto una strana sensazione quando sei andato via,
prima. Stavo proprio ripensandoci, a quella strana sensazione, quando ho
visto i fari.
– E pensare che solo ieri era a mensa a raccontare barzellette. Era un tipo
simpatico, Granger. Rideva sempre.
Lei annuí. – Se ti va, preparo qualcosa da mangiare.
– Non ho molta fame, ma qualcosa la mangio, – disse lui.
Erano seduti in soggiorno, mano nella mano, e guardavano la
televisione.
– È la prima volta che vedo questi programmi, – disse lui.
E lei: – Ormai non è che muoia dalla voglia di guardare questa roba. Non
c’è mai niente che vale la pena di vedere. Il sabato e la domenica c’è
qualcosa. Ma le altre sere, niente.
Lui allungò le gambe e si appoggiò allo schienale, poi disse: – Sono un
po’ stanco. Mi sa che me ne vado a letto.
E lei: – Guarda, mi faccio un bagno e vengo a letto anch’io –. Gli passò
le dita tra i capelli, poi abbassò la mano e gli carezzò il collo. – Magari
stasera combiniamo qualcosa, che dici? Non ci capita quasi mai l’occasione
–. Gli sfiorò la coscia con l’altra mano, si chinò e lo baciò. – Allora, che te
ne pare?
– Mi pare un’ottima idea, – disse lui. Si alzò e andò verso la finestra.
Fuori, sullo sfondo degli alberi, vedeva l’immagine riflessa della moglie che
gli stava alle spalle, un po’ di lato. – Tesoro, perché non vai a farti il bagno;
cosí possiamo andare a letto? – disse.
Rimase lí in piedi ancora per qualche secondo a osservare la pioggia che
batteva contro i vetri. Guardò l’orologio. Se fosse stato al lavoro, questa
sarebbe stata l’ora della pausa pranzo. Andò in camera da letto e cominciò a
spogliarsi.
Tornò in soggiorno in mutande e raccolse un libro dal pavimento: Le
poesie piú amate dagli americani. Pensò che doveva essere arrivato per
posta dal club a cui era iscritta lei. Fece il giro della casa e spense le luci. Poi
tornò in camera da letto. Si infilò sotto le coperte, mise il cuscino della
moglie sopra al suo e piegò lo stelo della lampada in modo che la luce
cadesse sulle pagine. Aprí il libro a metà e cominciò a leggere qualche
poesia. Poi lo poggiò sul comodino e rigirò la lampada verso la parete. Si
accese una sigaretta. Mise le braccia dietro la testa e rimase lí sdraiato a
fumare. Guardava fisso la parete di fronte. La luce della lampada faceva
risaltare tutte le minuscole crepe e le bollicine dell’intonaco. In un angolo,
vicino al soffitto, c’era una ragnatela. Sentiva gli scrosci di pioggia che si
riversavano sul tetto.
Lei si tirò su nella vasca e cominciò ad asciugarsi. Quando si accorse che
lui la stava guardando, sorrise, si mise l’asciugamano sulla spalla, accennò
un passo nella vasca e si mise in posa.
– Be’, che te ne pare?
– Niente male, – disse lui.
– Sí, – disse lei.
– Mi pareva che avessi ancora le tue... hai capito, – disse lui.
– Infatti –. Finí di asciugarsi, lasciò cadere l’asciugamano sul pavimento
e uscí con grazia dalla vasca poggiandoci sopra i piedi. Accanto a lei, lo
specchio era appannato e il profumo del suo corpo arrivò fino a lui. Lei si
voltò per prendere la scatola da una mensola, quindi si infilò le mutandine e
vi sistemò l’assorbente bianco. Si sforzò di guardarlo, si sforzò di
sorridergli. Lui schiacciò la cicca della sigaretta e riprese in mano il libro.
– Cos’è che leggi? – chiese lei.
– Non so. Stronzate, – rispose lui. Sfogliò le ultime pagine del libro e
scorse rapidamente le biografie dei poeti.
Lei spense la luce e uscí dal bagno spazzolandosi i capelli. – Pensi ancora
di andare domattina? – gli chiese.
– Mi sa di no, – rispose lui.
– Meno male. Cosí dormiamo fino a tardi e quando ci alziamo facciamo
una bella colazione.
Lui allungò la mano per prendersi un’altra sigaretta.
Lei ripose la spazzola in un cassetto, ne aprí un altro e tirò fuori una
camicia da notte.
– Ti ricordi quando me l’hai regalata? – gli chiese.
Lui si limitò a risponderle con uno sguardo.
Lei si accostò al suo lato del letto e gli si sdraiò accanto. Rimasero lí in
silenzio per un po’, fumando la sigaretta, finché lui fece cenno con la testa
che non ne voleva piú, e lei spense la cicca. Lui si allungò, la baciò su una
spalla e spense la lampada. – Sai una cosa? – le disse, rimettendosi giú, –
penso di volermene andare da qui. Voglio andare da qualche altra parte –.
Lei gli si strinse addosso, infilando una gamba tra le sue. Erano lí, sdraiati su
un fianco, l’uno accanto all’altra, con le labbra che quasi si toccavano. Lui si
chiese se anche il suo alito era buono come quello di lei. Disse: – Me ne
voglio andare, ecco. Siamo stati qui un sacco di tempo. Vorrei tornarmene a
casa a rivedere i miei. O magari potremmo andarcene nell’Oregon. È un bel
posto, quello.
– Se è questo che vuoi, – disse lei.
– Penso di sí, – disse lui. – Ci sono tanti posti dove andare.
Lei si mosse appena, gli prese una mano e se la appoggiò sul seno. Poi
aprí la bocca e lo baciò, tenendogli la testa stretta con l’altra mano. Pian
piano cominciò a tirarsi su nel letto, spingendogli delicatamente la testa in
basso verso il seno. Lui le prese un capezzolo tra le labbra e si mise a
succhiarlo e mordicchiarlo.
Si sforzò di pensare a quanto la amava o se la amava veramente. La
sentiva respirare, ma sentiva anche gli scrosci di pioggia. Restarono cosí per
un po’.
Lei disse: – Se non ti va, non fa niente.
– Non è questo, – rispose lui, senza sapere che cosa volesse dire.
Quando si rese conto che si era addormentata, si staccò da lei e si girò
dalla sua parte. Cercò di pensare a Reno, alle slot-machine, al suono dei
dadi, al modo in cui rotolavano sotto le luci. Cercò di sentire il rumore della
pallina che schizzava sulla ruota scintillante della roulette. Cercò di
concentrarsi sulla roulette. Continuò a guardare, continuò ad ascoltare, e
quel che sentí furono le seghe e gli altri macchinari che rallentavano e poi si
fermavano.
Si alzò dal letto e andò alla finestra. Fuori era buio pesto e non si vedeva
niente, neanche la pioggia. Ma la sentiva cadere giú dal tetto come una
cascata, formando una pozzanghera proprio sotto la finestra. La sentiva
scrosciare su tutta la casa. Con il dito seguí le striature dell’acqua che colava
sui vetri.
Quando tornò a letto, si strinse a lei, mettendole una mano su un fianco.
– Tesoro, svegliati, – sussurrò. Ma lei si limitò a fremere un po’ e a scostarsi
leggermente dalla sua parte. Continuò a dormire. – Svegliati, – sussurrò lui –
Sento qualcosa, fuori.
E guarda questa!

Tutto l’ottimismo che aveva colorato la sua fuga dalla città era ormai
esaurito, era svanito la sera del primo giorno, mentre procedevano in
macchina, diretti a nord, tra i boschi scuri di sequoie. Ormai i pascoli
ondulati, le mucche e le fattorie isolate della parte occidentale dello stato di
Washington sembravano non aver niente da offrirgli, niente di quello che
davvero voleva. Si era aspettato qualcosa di diverso. Continuava a guidare
con un senso crescente di risentita disperazione.
Manteneva la velocità sugli ottanta chilometri orari, il massimo
consentito su quella strada. Il sudore gli imperlava la fronte e il labbro
superiore e un intenso, inebriante odore di trifoglio impregnava l’aria
tutt’intorno. Il paesaggio cominciò a cambiare, la strada scese
all’improvviso, attraversò un canale di scolo, ricominciò a salire e poi
l’asfalto finí e si ritrovò a dover controllare la macchina su una strada di
campagna in terra battuta, lasciandosi dietro una stupefacente scia di
polvere. Quando passarono accanto alle fondamenta carbonizzate di una
vecchia casa in una radura in mezzo agli aceri, Emily si tolse gli occhiali da
sole e si sporse in avanti a fissarle.
– È proprio la vecchia casa degli Owen, – disse. – Lui e papà erano
amici. Teneva una distillatrice in soffitta e aveva una coppia di enormi
cavalli da tiro con cui partecipava a tutte le fiere. È morto di peritonite
quando avevo dieci anni, piú o meno. La casa è andata a fuoco un anno
dopo, a Natale, dopo di che la famiglia si è trasferita a Bremerton.
– Ah sí? – disse lui. – A Natale, eh? – Poi: – Devo girare a destra o a
sinistra, qua? Emily? A destra o a sinistra?
– A sinistra, – disse lei. – A sinistra.
Si rimise gli occhiali, ma se li tolse di nuovo dopo un attimo. – Resta su
questa strada, Harry, fino al prossimo bivio. Poi a destra. A quel punto siamo
quasi arrivati –. Continuava a fumare una sigaretta dopo l’altra, ma guardava
in silenzio i campi ricavati dal taglio dei boschi, i gruppi isolati di abeti
superstiti, ogni tanto una casa consumata dalle intemperie.
Lui scalò marcia e svoltò a destra. La strada cominciò a scendere in una
valletta alberata. All’orizzonte – il Canada, ipotizzò – si vedeva una catena di
monti e, dietro, un’altra catena, piú scura e ancora piú alta.
– Giú in fondo, – disse lei, – c’è una stradina. È la nostra.
Lui la imboccò con cautela e proseguí lentamente per il sentiero rovinato
dalla pioggia, in attesa dei primi segni della casa. Emily gli era seduta
accanto, nervosa, gli pareva: si era rimessa a fumare e anche lei aspettava di
vedere la casa. Lui batté le palpebre, sorpreso, quando alcuni rami bassi
colpirono il parabrezza. Lei si sporse ancora piú in avanti e gli posò una
mano sulla coscia. – Ecco, ci siamo, – disse. Rallentò fino quasi a fermarsi,
attraversò una minuscola pozzanghera limpida formata da un ruscello che
sgorgava dall’erba alta alla sua sinistra, poi una macchia di sanguinelle che
sfregarono come dita le fiancate della macchina mentre la stradina risaliva
leggermente. – Eccola, – disse lei, togliendogli la mano dalla gamba.
Dopo la prima occhiata, che lo lasciò turbato, si concentrò sulla strada.
Guardò di nuovo la casa dopo aver fermato la macchina vicino alla porta
principale. Si passò la lingua sulle labbra, si girò verso di lei e si sforzò di
sorriderle.
– Be’, eccoci qua, – disse.
Lei lo stava osservando, senza degnare la casa neanche di uno sguardo.
Harry aveva sempre abitato in città – a San Francisco negli ultimi tre anni
e, prima, a Los Angeles, Chicago e New York. Ma era tanto che voleva
trasferirsi fuori, da qualche parte in campagna. All’inizio, non aveva ben
chiaro dove volesse andare; sapeva solo che voleva lasciare la città per
cercare di ricominciare tutto da capo. Quel che aveva in mente era una vita
piú semplice, solo l’essenziale, diceva. Aveva trentadue anni e in un certo
senso faceva lo scrittore, ma era anche attore e musicista. Suonava il
sassofono, ogni tanto recitava con la compagnia dei Bay City Players e stava
scrivendo il suo primo romanzo. Aveva cominciato a scriverlo quando
abitava ancora a New York. Un cupo pomeriggio domenicale di marzo,
quando si era rimesso a parlare di un cambiamento, di una vita piú genuina
da qualche parte in campagna, lei aveva accennato, all’inizio per scherzo,
alla casa abbandonata del padre nella parte nord-occidentale dello stato di
Washington.
– Dio mio, – aveva detto Harry, – davvero non ti dispiacerebbe? Cioè,
fare una vita dura? Abitare in campagna, con tutto quello che significa?
– Io ci sono nata, in campagna, – disse lei, ridendo. – Te lo ricordi, sí? Ci
ho già abitato, in campagna. Si sta bene. Ci sono dei vantaggi. Io potrei
tornarci, a vivere lí. Piuttosto, non so se ce la faresti tu, Harry. Se ti farebbe
bene.
Continuava a fissarlo, ora con un’espressione seria. Ultimamente, lui
aveva l’impressione che lei stesse sempre a fissarlo.
– Sicura che non ti dispiacerebbe, – le chiese, – rinunciare alla vita che
facciamo qui?
– Non è che rinuncerei a molto, non ti pare, Harry? – Lei scosse le spalle.
– Ma non sarò certo io a incoraggiare questa tua idea, Harry.
– Riusciresti a dipingere lassú? – le chiese.
– Io riesco a dipingere dovunque, – rispose lei. – E poi c’è Bellingham, –
aggiunse. – C’è un’università, lí. Oppure Vancouver, o Seattle –. Continuava
a fissarlo. Era seduta su uno sgabello davanti a un quadro non finito di un
uomo e una donna, un ritratto fitto di ombre, e si faceva rotolare avanti e
indietro tra le mani due pennelli.
Questo era successo tre mesi prima. Ne avevano discusso a lungo e piú
volte, e ora eccoli lí.
Batté il pugno sui muri accanto alla porta d’ingresso. – È solida. Ha
fondamenta solide. Se le fondamenta sono solide, è la cosa piú importante –.
Evitò di guardarla negli occhi. Era una donna in gamba e temeva che
avrebbe potuto leggere qualcosa nel suo sguardo.
– Te l’avevo detto di non aspettarti granché, – disse lei.
– È vero. Me lo ricordo benissimo –, rispose lui, sempre evitando di
guardarla. Batté di nuovo le nocche sulle tavole nude e si avvicinò a Emily.
Si era tirato su le maniche della camicia per il caldo umido del pomeriggio e
indossava jeans bianchi e sandali. – È tranquillo qui, eh?
– Molto diverso dalla città.
– Dio, sí... Ma è carino anche quassú –. Si sforzò di sorridere. – C’è
bisogno di lavorarci un po’ su, tutto qui. Un po’ di lavoro. Sarà un buon
posto se vogliamo restarci. In ogni caso, i vicini non ci daranno fastidio.
– Quando ero piccola ce li avevamo, i vicini, – disse lei. – Bisognava
prendere la macchina per andarli a trovare, ma li consideravamo vicini.
La porta si aprí un po’ a sghimbescio. Il cardine in alto era mezzo
staccato: non era un grosso problema, secondo Harry. Passarono lentamente
di stanza in stanza. Lui cercava di nascondere la sua delusione. Batté un altro
paio di volte sulle pareti e disse: – Solida.
Oppure: – Case cosí non ne costruiscono piú. Ci si possono fare un
sacco di cose con una casa del genere.
Lei si fermò davanti a una grande stanza e tirò un lungo respiro. – Era la
tua?
Lei scosse la testa.
– E possiamo sempre prendere i mobili che ci servono da tua zia Elsie?
– Sí, tutto quello che ci serve, – disse lei. – Cioè, sempre che vogliamo
davvero fermarci qui. Non voglio fare pressioni. Non è ancora troppo tardi
per tornare indietro. Niente è perduto.
In cucina trovarono una stufa a legna e un materasso appoggiato contro
una parete. Tornati in soggiorno, lui si guardò attorno e disse: – Credevo ci
fosse un caminetto.
– Non ho mai detto che ci fosse il caminetto.
– È solo che per qualche motivo avevo l’impressione che ci sarebbe
stato... Non ci sono neanche le prese, – aggiunse dopo una pausa. Quindi: –
Non c’è elettricità!
– E neanche il bagno, – disse lei.
Lui si passò la lingua sulle labbra. – Be’, – disse, voltandosi a esaminare
qualcosa in un angolo, – immagino che in una di queste stanze si possa
sistemare una vasca e tutto il resto e chiamare un idraulico per fargli mettere
i tubi. Ma l’elettricità è un altro paio di maniche, vero? Voglio dire,
cerchiamo di affrontare tutti questi problemi a mano a mano che si
presentano. Una cosa alla volta, giusto? Non ti pare? Cerchiamo... cerchiamo
di non farci scoraggiare da queste cose, va bene?
– Vorrei solo che stessi un po’ zitto, – disse lei.
Si voltò e uscí dalla casa.
Harry saltò giú dai gradini un minuto dopo e inspirò a fondo, poi si
accesero entrambi una sigaretta. In fondo al prato uno stormo di corvi si
levò in volo e scomparve lentamente, in silenzio, nel bosco. I due si
diressero verso la stalla, fermandosi a esaminare i meli un po’ rinsecchiti.
Lui spezzò uno dei rametti secchi e se lo rigirò a lungo tra le mani, mentre
lei, ferma al suo fianco, continuava a fumare. Era campagna, tranquilla e con
un suo fascino, e Harry pensò che era piacevole avere la sensazione che
qualcosa di permanente, veramente permanente, potesse appartenergli. Fu
assalito da un improvviso moto di affetto verso il piccolo frutteto.
– Li faremo fruttare di nuovo, – disse. – Hanno solo bisogno d’acqua e
di un po’ di cure, tutto qua –. Già si vedeva uscire dalla casa con un cesto di
vimini a raccogliere grandi mele rosse, ancora lucide di rugiada, e si rese
conto che quell’idea gli piaceva proprio.
Avvicinandosi alla stalla si sentiva un po’ rincuorato. Passò brevemente
in rassegna le vecchie targhe inchiodate alla porta. Erano targhe verdi, gialle
e bianche dello stato di Washington, ormai arrugginite, 1922-23-24-25-26-27-
28-29-34-36-37-40-41-1949; studiò le date come se la loro sequenza potesse
rivelargli chissà quale codice. Tolse il paletto di legno e si mise a spingere e
tirare la pesante porta finché non si aprí. L’aria dell’interno sapeva di cose in
disuso. Ma a lui non parve affatto un odore sgradevole.
– Qui piove un sacco d’inverno, – disse lei. – Non ricordo che abbia mai
fatto cosí caldo a giugno –. Raggi di sole filtravano attraverso le fessure del
soffitto. – Una volta papà abbatté un cervo fuori stagione. Avrò avuto, non
so, otto, nove anni o giú di lí –. Si voltò verso di lui, che si era fermato sulla
soglia a esaminare un vecchio finimento appeso a un chiodo. – Papà era
quaggiú nella stalla con il cervo, quando il guardiacaccia arrivò in macchina
nel cortile. Era già buio. La mamma mi mandò a chiamare papà, ma il
guardiacaccia, che era un omone massiccio con il cappello, mi venne dietro.
Papà stava scendendo in quel momento dal fienile, e aveva una lampada in
mano. Lui e il guardiacaccia si misero a parlare per un po’. La carcassa del
cervo era appesa laggiú, ma il guardiacaccia non disse niente. Offrí a papà
un po’ di tabacco da masticare, ma lui lo rifiutò; non gli era mai piaciuto e
non l’accettò neanche allora. Poi il guardiacaccia mi tirò un orecchio e se ne
andò. Ma non voglio ripensare a tutte quelle cose, – aggiunse in fretta. –
Sono anni che non ci penso piú, a cose del genere. Non voglio fare
confronti, – disse. – No, – disse. Fece qualche passo indietro, scuotendo la
testa. – Non mi metterò a piangere. Lo so che sembra melodrammatico,
oppure semplicemente stupido, e mi dispiace se ti sembro melodrammatica e
stupida. Ma la verità, Harry, è che... – Scosse di nuovo la testa. – Non so.
Magari tornare qui è stato un errore. Sento che sei rimasto deluso.
– Che ne sai? – disse lui.
– No, hai ragione, che ne so? – disse lei. – E mi dispiace, ma sul serio sto
cercando di non influenzarti, né in un senso né nell’altro. Però mi sa proprio
che non hai voglia di restare qui. Vero?
Lui scosse le spalle.
Tirò fuori una sigaretta. Lei gliela prese e la tenne in mano, aspettando
che lui gliela accendesse, aspettando di incrociare il suo sguardo al di sopra
del fiammifero.
– Quando ero piccola, – proseguí, – da grande volevo lavorare in un
circo. Non volevo fare l’infermiera o la maestra. E neanche la pittrice. Non
volevo ancora diventare una pittrice, allora. Volevo diventare Emily Horner,
la funambola. Mi ci ero proprio fissata. Venivo ad allenarmi qua nella stalla,
camminando in bilico su quelle travi. Quella grossa trave lassú, vedi, me la
sono fatta su e giú centinaia di volte –. Stava per dire un’altra cosa, ma fece
un tiro e poi schiacciò la sigaretta con il tacco, affondandola con cura nel
terreno.
Lui sentí il richiamo di un uccello da fuori la stalla, e poi un leggero
tramestio sulle tavole del fienile, di sopra. Lei gli passò davanti e uscí fuori,
alla luce, e s’avviò lentamente verso la casa attraverso l’erba alta.
– Allora, Emily, che cosa facciamo? – le gridò dietro lui. Lei si fermò e
lui la raggiunse.
– Continuiamo a vivere, – disse lei. Quindi scosse la testa e sorrise
appena. Gli toccò un braccio. – O Gesú, mi sa che ci siamo messi in un
casino, vero? Ma non so che altro dirti, Harry.
– Dobbiamo prendere una decisione, – disse lui, senza sapere bene che
cosa voleva dire.
– Prendila tu la decisione, Harry, se non l’hai già presa. Tocca a te. Per
me non c’è problema a tornare indietro, se la cosa ti fa stare meglio. Ci
fermiamo un paio di giorni da zia Elsie e poi torniamo a casa. Va bene? Ma
adesso per favore dammi una sigaretta, da bravo. Vado un attimo dentro.
Allora lui le si avvicinò, pensando di abbracciarla. Ne aveva una gran
voglia. Ma lei non si mosse; rimase ferma a guardarlo fisso negli occhi; cosí
lui si limitò a sfiorarle il naso con l’indice e disse: – Ci vediamo tra poco.
Rimase a osservarla mentre si allontanava. Diede un’occhiata
all’orologio, si voltò e si incamminò lentamente giú per il pascolo, verso il
bosco. L’erba gli arrivava alle ginocchia. Appena prima di entrare nel folto
degli alberi, quando l’erba cominciò a diradarsi, trovò una specie di sentiero.
Si strofinò l’attaccatura del naso, sotto gli occhiali da sole, si voltò a
guardare la casa e la stalla, poi proseguí lentamente. Mentre camminava, un
nugolo di moscerini lo accompagnava ronzandogli attorno alla testa. Si
fermò ad accendersi una sigaretta. Tentò di scacciare i moscerini. Si guardò
ancora una volta indietro, ma ormai non vedeva piú né la casa né la stalla.
Rimase lí in piedi a fumare, cominciando a sentire il silenzio che impregnava
l’erba, gli alberi e le ombre piú in là, nel folto del bosco. Non era quello che
aveva tanto desiderato? Continuò a camminare, alla ricerca di un posto dove
sedersi.
Si accese un’altra sigaretta e si appoggiò a un albero. Raccolse alcune
schegge di legno dalla terra soffice tra le gambe. Fumò. Ripensò a un
volume di commedie di Ghelderode che era buttato in cima a un mucchio di
altra roba sul sedile posteriore della macchina e gli tornarono in mente i
nomi di una serie di cittadine che avevano attraversato quella mattina:
Ferndale, Lynden, Custer. Nooksack. All’improvviso si ricordò del
materasso in cucina. Si rese conto che gli aveva messo paura. Cercò di
immaginare Emily che camminava in equilibrio sulla grossa trave della stalla.
Ma anche quello gli metteva paura. Continuò a fumare. Tutto considerato, si
sentiva molto calmo, sul serio. Non ci si sarebbe fermato qui, lo sapeva, ma
ora il fatto di saperlo non lo sconvolgeva piú di tanto. Era contento di
conoscersi cosí bene. Decise che se la sarebbe cavata, in ogni caso. In fondo
aveva solo trentadue anni. Non era cosí vecchio. Al momento si trovava in
un bel casino, è vero. Non aveva difficoltà ad ammetterlo. Dopotutto, pensò,
la vita è fatta cosí, no? Spense la sigaretta. Dopo un po’ se ne accese un’
altra.
Svoltando dietro un angolo della casa, vide Emily che stava facendo la
ruota. Atterrò con un leggero tonfo, un po’ raccolta su se stessa, e poi lo
vide.
– Ehi! – gli gridò, sorridendo seria.
Si sollevò sulla punta dei piedi, con le braccia aperte appena sopra la
testa, e poi si slanciò in avanti. Fece altre due ruote, una dietro l’altra, sotto
lo sguardo di lui, poi gridò: – E guarda questa!– Si mise in verticale sulle
mani, con grazia, e dopo aver trovato l’equilibrio cominciò a muoversi in
maniera esitante e insicura, venendogli incontro. Rossa in volto, con la
camicetta calata sul mento, le gambe che si agitavano frenetiche in aria,
avanzava verso di lui. – Hai deciso? – gli chiese, senza piú fiato.
Lui annuí.
– Allora? – disse. Si lasciò cadere con una spalla a terra e rotolò sulla
schiena, riparandosi gli occhi dal sole con l’avambraccio come se volesse
scoprirsi il seno.
Disse: – Harry.
Lui stava per accendersi una sigaretta con l’ultimo fiammifero, quando le
mani cominciarono a tremargli. Il fiammifero si spense e lui rimase lí
impalato con la scatola ormai vuota e la sigaretta spenta, a fissare l’ampia
distesa di alberi che si apriva alla fine del prato luminoso.
– Harry, dobbiamo volerci bene tra noi, – disse lei. – Non dobbiamo fare
altro che volerci bene tra noi, – disse.
Biciclette, muscoli, sigarette

Erano due giorni che Evan Hamilton aveva smesso di fumare e gli
sembrava che tutto quello che aveva detto e pensato in quei due giorni
avesse qualcosa a che fare con le sigarette. Si esaminò le mani sotto la luce
in cucina. Si annusò le nocche e le dita.
– Ne sento ancora l’odore, – disse.
– Lo so. È come se trasudasse dalla pelle, – disse Ann Hamilton. –
Quando ho smesso io, me lo sono sentito addosso per tre giorni. Anche
appena uscita dalla vasca. Era disgustoso –. Stava apparecchiando la tavola
per cena. – Mi dispiace, caro. So benissimo quello che stai passando. Se ti
può consolare, sappi che il secondo giorno è il peggiore. Certo, anche il
terzo è duro, ma dopo, se sei riuscito a resistere tanto, il peggio è passato.
Non sai quanto mi fa piacere che ci stai provando sul serio a smettere –. Gli
toccò il braccio. – Allora, se adesso chiami Roger, possiamo metterci a
tavola.
Hamilton aprí la porta di casa. Era già buio. All’inizio di novembre le
giornate si erano fatte corte e fredde. Un ragazzino piú grande di Roger che
lui non aveva mai visto prima era in sella a una bici piccola, ma bene
attrezzata, nel bel mezzo del vialetto. Il ragazzino si sporse in avanti
scendendo dal sellino, poggiando a terra le punte dei piedi per tenersi in
equilibrio.
– È lei il signor Hamilton?
– Sí. Che c’è? – disse Hamilton. – È successo qualcosa a Roger?
– Be’, veramente Roger è a casa mia a parlare con mia madre. C’è anche
Kip e un ragazzo che si chiama Gary Berman. Si tratta della bici di mio
fratello. Non so bene perché, – disse il ragazzino, tormentando le manopole
del manubrio, – ma mia madre mi ha detto di venirla a chiamare. Vuole uno
dei genitori di Roger.
– Ma lui sta bene? – chiese Hamilton. – Sí, certo, vengo subito –. Rientrò
in casa a infilarsi un paio di scarpe.
– L’hai trovato? – chiese Ann Hamilton.
– S’è cacciato in qualche pasticcio, – rispose Hamilton. – Non so, una
bici. C’è un ragazzino, non so come si chiama, qui fuori. Vuole che uno di
noi vada giú a casa sua.
– Ma lui sta bene? – disse Ann Hamilton, togliendosi il grembiule.
– Ma certo che sta bene –. Hamilton la guardò e scosse la testa. – Vedrai,
sarà qualche baruffa tra bambini e la madre del ragazzino si è messa di
mezzo.
– Vuoi che vada io? – chiese Ann Hamilton.
Ci pensò su un attimo. – Sí, preferirei ci andassi tu, ma ci vado io. Tieni
la cena in caldo finché non torniamo. Non dovremmo metterci tanto.
– Non mi piace che rimanga fuori dopo che fa buio, – disse Ann
Hamilton. – Non mi piace per niente.
Il ragazzino era ancora lí sulla bici e ora tormentava i freni.
– È lontano? – chiese Hamilton avviandosi con lui per strada.
– Abitiamo giú ad Arbuckle Court, – rispose il ragazzino e quando vide
che Hamilton lo guardava perplesso, aggiunse: – Non è lontano. Da qui sono
solo un paio di isolati.
– Qual è il problema? – chiese Hamilton.
– Non ne sono tanto sicuro. Non ho capito bene. Lui, Kip e questo Gary
Berman dovevano usare la bici di mio fratello mentre eravamo in vacanza e
a quanto pare l’hanno scassata. L’hanno fatto apposta. Però, non so.
Comunque, di questo stavano parlando. Mio fratello non ritrova la sua bici e
gli ultimi che l’hanno avuta sono Kip e Roger. Mia madre sta cercando di
scoprire che fine ha fatto.
– Kip lo conosco, – disse Hamilton. – L’altro ragazzo chi è?
– Gary Berman. Mi sa che è appena arrivato da queste parti. Suo padre
verrà appena torna dal lavoro.
Svoltarono in un’altra strada. Il ragazzino pedalava di buona lena,
tenendosi appena piú avanti di Hamilton. Oltrepassarono un frutteto e poi
svoltarono di nuovo in una strada senza uscita. Hamilton non sapeva
neanche che questa strada esistesse ed era sicuro che non avrebbe
riconosciuto nessuna delle persone che ci abitavano. Diede un’occhiata alle
case lí intorno, nessuna delle quali aveva un aspetto familiare, e si stupí che
la vita privata del figlio si fosse spinta fin lí.
Il ragazzino girò nel vialetto d’ingresso di una delle case, smontò dalla
bicicletta e l’appoggiò contro il muro. Appena aprí la porta, Hamilton lo
seguí oltre il soggiorno fino in cucina, dove vide Roger seduto al tavolo
accanto a Kip Hollister e a un altro ragazzino. Hamilton osservò attentamente
suo figlio e poi si voltò verso il donnone dai capelli neri che si trovava a
capotavola.
– Lei è il papà di Roger? – gli chiese la donna.
– Sí, mi chiamo Evan Hamilton. Buonasera.
– Io sono la signora Miller, la mamma di Gilbert. Mi dispiace averla
trascinata qui, ma c’è da risolvere un problema.
Hamilton si sedette all’altro capo del tavolo e si guardò attorno. Accanto
alla donna c’era un ragazzino di nove, dieci anni, probabilmente quello della
bici sparita, pensò Hamilton. Un altro ragazzo, sui quattordici anni, se ne
stava seduto sul piano del lavello con le gambe penzoloni e osservava un
ragazzo piú grande che parlava al telefono. Dovevano avergli appena detto
qualcosa di buffo all’altro capo del filo perché in faccia gli si stampò un
sorriso furbesco e si allungò verso il lavello con una sigaretta in mano.
Hamilton udí lo sfrigolio della cicca immersa in un bicchier d’acqua. Il
ragazzino che l’aveva accompagnato fin lí si era intanto appoggiato al
frigorifero a braccia conserte.
– Hai avvertito uno dei genitori di Kip? – gli chiese la donna.
– La sorella ha detto che stavano facendo la spesa. Sono andato a casa di
Gary Berman e suo padre sarà qui fra poco. Gli ho lasciato l’indirizzo.
– Signor Hamilton, – disse la donna, – ora le racconto i fatti. Il mese
scorso siamo andati in vacanza e Kip ha voluto prendere in prestito la bici di
Gilbert in modo che Roger potesse aiutarlo a distribuire i giornali. Mi pare
che la bici di Roger avesse una gomma a terra o qualcosa del genere. Be’,
adesso si scopre che...
– Papà, Gary ha cercato di strozzarmi, – disse Roger.
– Che cosa? – disse Hamilton, osservando attentamente suo figlio.
– Ha cercato di strozzarmi. Guarda, ho ancora i segni –. Roger si tirò giú
il collo della maglietta per farglieli vedere.
– Erano dentro il garage, – riprese la donna. – Non sapevo cosa stessero
combinando finché Curt, mio figlio maggiore, non è andato a controllare.
– Ha cominciato lui! – disse Gary Berman, rivolto a Hamilton. – Mi ha
chiamato stronzo –. Gary Berman spostò lo sguardo sulla porta d’ingresso.
– Io dico che la mia bici valeva sessanta dollari, ragazzi, – disse il
ragazzino di nome Gilbert. – Adesso me li rimborsate.
– Gilbert, tu resta fuori da questa storia, – gli disse la madre.
Hamilton tirò un respiro profondo. – Continui pure, – disse.
– Be’, come dicevo, adesso si scopre che Kip e Roger hanno sí usato la
bici di Gilbert per distribuire i giornali, ma poi, insieme a Gary, a quanto
dicono, a turno l’hanno fatta rotolare.
– Come sarebbe a dire «l’hanno fatta rotolare»? – chiese Hamilton.
– L’hanno fatta rotolare, – ripeté la donna, – cioè l’hanno spinta giú per
la strada da sola fino a che non cadeva. Poi (e badi bene, questo l’hanno
ammesso solo poco fa) Kip e Roger l’hanno portata su fino alla scuola e
l’hanno sbattuta contro un palo della porta del campo sportivo.
– È vero quello che dice la signora, Roger? – chiese Hamilton, fissando
di nuovo suo figlio.
– Sí, papà, in parte è vero, – ammise Roger, tenendo gli occhi bassi e
sfregando un dito sulla superficie del tavolo. – Però l’abbiamo fatta rotolare
solo una volta. Prima Kip, poi Gary e poi io.
– Una volta è già troppo, – disse Hamilton. – Una volta è già una volta di
troppo. Roger, sono sorpreso e deluso dal tuo comportamento. E anche dal
tuo, Kip.
– Però vede, – disse la donna, – stasera qualcuno mente o non dice tutto
quello che sa, perché il fatto è che la bici non si trova piú.
I ragazzi piú grandi, intanto, scherzavano e ridevano con quello che stava
ancora parlando al telefono.
– Noi non lo sappiamo dov’è la bici, signora Miller, – disse il ragazzino
di nome Kip. – Glielo abbiamo detto e ripetuto. L’ultima volta che l’abbiamo
vista è stata quando io e Roger l’abbiamo riportata a casa mia da scuola.
Cioè, quella è stata la penultima volta. L’ultimissima è stata quando l’ho
riportata qui la mattina dopo e l’ho appoggiata dietro casa –. Kip scosse la
testa. – Non lo sappiamo che fine ha fatto poi.
– Sessanta dollari, – il ragazzino di nome Gilbert disse a quello di nome
Kip. – Me li potete ridare un po’ alla volta, tipo cinque dollari a settimana.
– Gilbert, te lo dico per l’ultima volta, – disse la donna. – Vede, secondo
loro, – riprese la donna, accigliata, – la bici è sparita da qui, da dietro la casa.
Ma come si fa a credergli quando non è che siano stati cosí sinceri finora?
– Abbiamo detto la verità, – disse Roger. – Tutta la verità.
Gilbert si appoggiò allo schienale della sedia e scosse la testa in direzione
del figlio di Hamilton.
Suonò il campanello e il ragazzo seduto sul ripiano del lavello saltò giú e
andò in soggiorno ad aprire.
Un uomo con i capelli a spazzola, le spalle rigide e occhi grigi e taglienti
entrò in cucina senza dire una parola. Lanciò uno sguardo alla donna e prese
posizione alle spalle di Gary Berman.
– Lei dev’essere il signor Berman, – disse la donna. – Felice di
conoscerla. Io sono la madre di Gilbert e questo e il signor Hamilton, il
padre di Roger.
L’uomo piegò leggermente la testa verso Hamilton, ma non gli tese la
mano.
– Che cos’è questa storia? – chiese Berman al figlio.
I ragazzini intorno al tavolo cominciarono a parlare tutti insieme.
– Silenzio! – disse Berman. – Sto parlando con Gary. Arriverà anche il
vostro turno.
Gary cominciò a raccontare la sua versione della storia. Il padre lo
ascoltava attentamente, stringendo ogni tanto gli occhi per osservare meglio
gli altri due ragazzini.
Appena Gary Berman ebbe finito, la donna disse: – Vorrei arrivare in
fondo a questa faccenda. Sia ben chiaro, signor Berman, signor Hamilton,
non è che io accusi uno di loro in particolare... Voglio solo chiarire questa
storia fino in fondo –. Intanto non staccava lo sguardo da Roger e da Kip
che continuavano a scuotere la testa verso Gary Berman.
– Non è vero, Gary, – disse Roger.
– Papà, posso parlarti un momento da solo? – chiese Gary Berman.
– Andiamo di là, – rispose il padre e andarono in soggiorno.
Hamilton li guardò uscire dalla cucina. Aveva la sensazione che avrebbe
dovuto fermarli, impedire tutta quella segretezza. Si sentiva le mani sudate e
se ne portò una al taschino come per prendersi una sigaretta. Poi, tirando un
profondo respiro, si passò il dorso della mano sotto il naso e disse: – Roger,
ne sai qualcosa di piú di questa storia, oltre a quello che hai già detto? Sai
dov’è la bicicletta di Gilbert?
– No, non lo so, – disse il figlio. – Lo giuro.
– Quando è stata l’ultima volta che hai visto la bicicletta?
– Quando l’abbiamo riportata dalla scuola e l’abbiamo lasciata a casa di
Kip.
– Kip, – disse Hamilton, – lo sai che fine ha fatto la bicicletta di Gilbert?
– Giuro che non lo so nemmeno io, – rispose il ragazzo. – La mattina
dopo l’ho riportata qui e l’ho parcheggiata dietro al garage.
– Mi pareva che prima avessi detto d’averla lasciata dietro casa, –
s’affrettò a dire la donna.
– Sí, voglio dire la casa! La casa, volevo dire, – disse il ragazzo.
– E non sei tornato qui per farci un altro giretto? – disse lei, sporgendosi
in avanti.
– No, – rispose Kip.
– Kip? – disse la donna.
– Ho detto di no! Non lo so dov’è! – urlò il ragazzo.
La donna si strinse nelle spalle. – Come si fa a decidere a chi o a che
cosa credere? – disse a Hamilton. – L’unica cosa certa è che Gilbert è rimasto
senza bicicletta.
Gary Berman e il padre tornarono in cucina.
– L’idea di farla rotolare è stata di Roger, – disse Gary.
– No, è stata tua! – disse Roger, scendendo dalla sedia. – Sei tu che
volevi farlo! E poi la volevi anche portare giú al frutteto e smontarla tutta!
– Zitto tu! – Berman disse a Roger. – Parla solo quando ti viene
richiesto, giovanotto, non prima. Gary, adesso ci penso io... Essere trascinato
qui di sera per colpa di un paio di teppistelli! Allora, se uno di voi due, –
disse Berman, guardando prima Kip e poi Roger, – sa dov’è la bicicletta di
questo ragazzino, farebbe bene a cominciare a dirlo.
– Mi pare che lei stia uscendo dal seminato, – disse Hamilton.
– Che cosa? – disse Berman, aggrottando la fronte. – E a me pare che lei
farebbe bene a farsi gli affari suoi!
– Roger, andiamocene, – disse Hamilton, alzandosi. – Kip, o vieni con
me o rimani qua –. Si rivolse quindi alla donna. – Non so che cos’altro
potremmo fare stasera. Ho intenzione di discutere ancora di questa faccenda
con Roger, ma se è questione di risarcire il danno, secondo me, siccome
Roger ha contribuito a rovinare la bici, può pagare un terzo della somma, se
è il caso.
– Non so cosa dire, – rispose la donna, seguendo Hamilton nel
soggiorno. – Ne parlerò con il padre di Gilbert, in questo momento è fuori
città. Vedremo. Probabilmente, alla fine non si verrà a capo di niente,
comunque ne parlerò con suo padre.
Sulla soglia, Hamilton si spostò di lato in modo che i ragazzi potessero
uscire sulla veranda prima di lui e alle sue spalle sentí che Gary Berman
stava dicendo: – Papà, Roger mi ha chiamato stronzo.
– Ah sí, davvero? – Hamilton sentí dire da Berman. – Be’, lo stronzo è
lui. Ha anche la faccia dello stronzo.
Hamilton si voltò e disse: – Mi pare proprio che lei stasera non stia solo
uscendo dal seminato, signor Berman. Cerchi di darsi una controllata.
– E io le ripeto che lei non dovrebbe impicciarsi tanto! – rispose Berman.
– Torna a casa, Roger, – disse Hamilton, bagnandosi le labbra. – Dico sul
serio. Muoversi! – Roger e Kip uscirono sul marciapiedi. Hamilton rimase
sulla soglia a guardare Berman che stava attraversando il soggiorno con il
figlio. – Signor Hamilton, – cominciò a dire la donna in tono un po’
nervoso, ma poi non finí la frase.
– Che cosa vuole? – gli disse Berman. – Stia attento e veda di togliersi
dai piedi –. Berman urtò la spalla di Hamilton che fu spinto giú dalla veranda
e andò a finire in un cespuglio secco e spinoso. Non riusciva a credere che
stesse succedendo davvero. Si districò dal cespuglio e s’avventò sull’uomo
che ora era sulla veranda. Caddero pesantemente sul prato. Si rotolarono
sull’erba, con Hamilton che, lottando, riuscí a mettere Berman con le spalle a
terra e a buttarglisi sopra con forza fino a inchiodargli i bicipiti con le
ginocchia. Poi lo prese per il bavero e cominciò a sbattergli la testa sull’erba
mentre la donna gridava: – Dio santo, fermateli! Per l’amor di dio, qualcuno
chiami la polizia!
Hamilton si fermò.
Berman lo guardò e disse: – Lasciami.
– Vi siete fatti male? – chiese la donna ai due uomini che si stavano
separando. – Per l’amor di Dio, – ripeté. Li guardò mentre, a qualche passo
di distanza l’uno dall’altro e dandosi le spalle, cercavano di riprender fiato. I
ragazzi piú grandi s’erano accalcati sulla veranda per osservare la scena; ora
che era finita restavano in attesa e anche loro guardavano i due, poi
cominciarono a scambiarsi pugni su braccia e fianchi e a schivarli, cosí, per
gioco.
– Voialtri rientrate subito in casa, – disse la donna. – Non avrei mai
immaginato di dover assistere a una scena del genere, – aggiunse poi,
mettendosi una mano sul petto.
Hamilton era tutto sudato e sentí i polmoni bruciargli quando cercò di
tirare un respiro profondo. Aveva un groppo in gola e per un po’ non riuscí
a deglutire. Cominciò a camminare, con suo figlio da una parte e il ragazzino
di nome Kip dall’altra. Sentí porte che sbattevano e una macchina messa in
moto. I fari lo inondarono di luce mentre camminava.
Roger ebbe una specie di singulto e Hamilton gli cinse la spalla col
braccio.
– Devo proprio andare a casa, – disse Kip, scoppiando a piangere. – Mio
padre mi starà già cercando, – e corse via.
– Mi dispiace, – disse Hamilton. – Mi dispiace che tu abbia dovuto
assistere a una cosa del genere, – Hamilton disse al figlio.
Continuarono a camminare e quando arrivarono vicino casa, gli tolse il
braccio dalla spalla.
– E se avesse tirato fuori un coltello, papà? o un bastone?
– Non avrebbe mai fatto niente del genere, – disse Hamilton.
– Ma se lo avesse fatto? – domandò il figlio.
– È difficile dire che cosa può fare la gente quando s’arrabbia, – rispose
Hamilton.
Imboccarono il vialetto di casa. Il cuore di Hamilton ebbe un sobbalzo
appena vide le finestre illuminate.
– Mi fai sentire i muscoli? – gli disse il figlio.
– Non è il momento, – disse Hamilton. – Tu vai dentro, cena e sbrigati ad
andare a letto. Di’ a tua madre che sto bene e che me ne starò seduto qui
sotto la veranda per qualche minuto.
Il ragazzino esitò, spostando il peso da un piede all’altro e guardando il
padre, poi entrò di corsa in casa chiamando «Mamma! Mamma!»
Hamilton si sedette sul pavimento della veranda con la schiena
appoggiata alla parete del garage e allungò le gambe. Il sudore gli si era
asciugato sulla fronte. Sotto i vestiti si sentiva ancora la pelle appiccicosa.
Una volta aveva visto suo padre – un uomo pallido, con le spalle curve,
che parlava lentamente – in una situazione del genere. Era stata una brutta
rissa ed entrambi gli uomini s’erano fatti male. Era successo in un bar.
L’altro tizio era un bracciante. Hamilton aveva voluto molto bene a suo
padre e si ricordava un sacco di cose sul suo conto. Ma adesso l’unica
scazzottata del padre sembrava la sola cosa di lui degna d’essere ricordata.
Era ancora seduto lí quando sua moglie venne fuori.
– Dio santo, – disse lei prendendogli la testa tra le mani. – Vieni dentro,
fatti una doccia e poi mangia un boccone e raccontami com’è andata. La
cena è ancora in caldo. Roger è andato a letto.
Ma proprio allora sentí la voce del figlio che lo chiamava.
– È ancora sveglio, – disse lei.
– Vado su e riscendo subito, – disse Hamilton. – Poi magari dovremmo
bere qualcosa.
Lei scosse la testa. – Ancora non riesco a crederci.
Hamilton entrò nella stanza del ragazzo e si sedette ai piedi del letto.
– È piuttosto tardi e sei ancora sveglio, perciò ti do solo la buonanotte, –
disse Hamilton.
– Buonanotte, – rispose il ragazzo, con le mani dietro la nuca e i gomiti
all’infuori.
S’era infilato il pigiama ed emanava un caldo odore di pulito che
Hamilton inalò profondamente. Diede una carezza al figlio da sopra le
coperte.
– Cerca di darti una calmata d’ora in poi, capito? Sta’ alla larga da quella
parte del quartiere e non mi far piú sentire storie di biciclette o qualsiasi altro
oggetto personale rovinati. Chiaro? – disse Hamilton.
Il ragazzo annuí. Tolse le mani da dietro la nuca e cominciò a stuzzicare
la coperta con le dita.
– Bene, allora, – disse Hamilton. – Ti do la buonanotte.
Fece per baciare il figlio, ma Roger cominciò a parlare.
– Papà? Anche nonno era forte come te? Cioè, quando aveva la tua età,
sai, e tu...
– E io avevo nove anni? È questo che vuoi dire? Sí, direi che era forte.
– Certe volte non me lo ricordo quasi piú, – disse il ragazzo. – Non è che
voglio dimenticarlo, davvero no, sai? Capisci che voglio dire, papà?
Siccome Hamilton non rispose subito, il ragazzo continuò a parlare. –
Quando eri giovane, era com’è tra noi due? Gli volevi piú bene di me? o
come me? – chiese bruscamente il ragazzo. Mosse i piedi sotto le coperte e
distolse lo sguardo dal padre. Siccome Hamilton ancora non rispondeva, il
ragazzo disse: – Nonno fumava? Mi pare di ricordare una pipa o qualcosa
del genere.
– S’è messo a fumare la pipa prima di morire, è vero, – disse Hamilton.
– Tanto tempo fa fumava sigarette, ma poi si deprimeva per qualcosa e
smetteva. Poi cambiava marca e ricominciava. Adesso ti faccio sentire una
cosa, – disse Hamilton. – Odorami un po’ il dorso della mano.
Il ragazzo gli prese la mano tra le sue, l’annusò e disse: – Mi sa che non
sento niente, papà. Che c’è?
Hamilton si annusò la mano e le dita. – Adesso non sento piú niente
neanch’io, – disse. – Prima c’era ma adesso non c’è piú. «Magari è stato lo
spavento a cancellarlo dalla mia pelle», – pensò. – Niente, volevo solo farti
sentire una cosa. Coraggio, adesso s’è fatto tardi. Faresti meglio a dormire, –
disse Hamilton.
Il ragazzo si girò su un fianco e guardò il padre allontanarsi e mettere la
mano sull’interruttore. Poi disse: – Papà? Mi sa che pensi che sono matto,
però a me piacerebbe averti conosciuto quando eri piccolo, cioè come me
adesso piú o meno. Non so spiegartelo, ma mi manca tanto. È come se...
come se sentissi già la tua mancanza quando ci penso adesso. È una cosa da
matti eh? Tu comunque lasciala aperta la porta, per favore.
Hamilton lasciò la porta aperta, ma poi ci ripensò e la chiuse a metà.
I chilometri sono effettivi?

Il fatto è che la macchina bisogna venderla subito e Leo dà l’incarico a


Toni. Toni è una donna in gamba e ha una certa personalità. Una volta
vendeva enciclopedie per ragazzi porta a porta. Era riuscita a far firmare un
contratto perfino a lui, che di figli manco ne aveva. Poi Leo le aveva chiesto
un appuntamento e da quell’appuntamento erano arrivati fin qui. Ora hanno
bisogno di contanti subito e l’affare deve essere concluso entro stasera.
Magari domani qualche creditore può pignorargliela, la macchina. Lunedí
compaiono in tribunale e sono salvi... ma già da ieri si è cominciata a
spargere la notizia, perché l’avvocato ha spedito gli avvisi d’insolvenza. Per
l’udienza di lunedí non c’è da preoccuparsi, ha detto l’avvocato. Devono
rispondere a qualche domanda e firmare un po’ di carte, tutto lí. «Però
vendete la decappottabile, – ha detto – oggi, stasera stessa. L’utilitaria, la
macchina di Leo, possono tenersela, non c’è problema. Ma se andate in
tribunale con quella grossa decappottabile, il giudice ve la sequestra e tanti
saluti».
Toni si mette in tiro. Sono le quattro di pomeriggio. Leo è preoccupato
che i venditori di auto usate chiudano. Ma Toni se la prende comoda a
vestirsi. Si mette una camicetta bianca nuova con ampi polsini di pizzo, il
tailleur nuovo, tacchi nuovi. Trasferisce la sua roba dalla borsa di paglia alla
borsetta di vernice nuova di zecca. Osserva un po’ la custodia del trucco in
pelle di lucertola e ci mette dentro anche quella. Toni ha già passato un paio
d’ore a sistemarsi i capelli e la faccia. Leo se ne sta in piedi sulla soglia della
camera da letto e la osserva, picchiettandosi le labbra con le nocche delle
dita.
– Lo sai che mi fai venire l’agitazione, – dice lei. – Invece di startene lí
impalato e basta, perché non mi dici che te ne pare?
– Vai benissimo, – le dice. – Sei bellissima. Comprerei una macchina da
te anche subito.
– Ma se non hai un soldo, – dice lei, studiandosi allo specchio. Si
aggiusta i capelli con dei colpetti e arriccia il naso. – E per di piú non godi di
alcun credito. Sei una nullità, – dice. – Scherzo, – dice, e lo guarda
attraverso lo specchio. – Non fare quella faccia, – dice. – È una cosa che
bisogna fare, e allora la faccio. Se la portassi fuori tu, ci faresti a malapena
tre o quattrocento dollari, lo sappiamo bene tutti e due. Tesoro, sarebbe già
tanto che non glieli dovessi dare tu, per fargliela prendere –. Si dà un
colpetto finale ai capelli, si passa un bel po’ di rossetto sulle labbra e poi lo
tampona con un fazzolettino. Si stacca dallo specchio e prende la borsetta. –
Mi toccherà fermarmi a cena o qualcosa del genere, te l’ho già detto, è cosí
che funziona, li conosco bene. Ma non ti preoccupare, me la caverò, – dice.
– So tenere la situazione in pugno.
– Gesú, – fa Leo, – dovevi proprio dire cosí?
Lei lo guarda con fermezza. – Fammi gli auguri, – dice poi.
– Auguri, – dice lui. – Il foglio di immatricolazione ce l’hai? – le chiede.
Lei annuisce. Lui la segue per tutta la casa, quella donna alta con il seno
piccolo e sodo, i fianchi e le cosce ampi. Si gratta un foruncolo sul collo. –
Sei sicura, sí? – l’incalza. – Controlla. Bisogna averla con sé,
l’immatricolazione.
– Ce l’ho l’immatricolazione.
– Controlla.
Lei fa per dire qualcosa, ma poi si guarda nel vetro della finestra del
salotto e scuote la testa.
– Almeno chiamami, – dice lui. – Fammi sapere come va.
– Ti chiamerò, – dice lei. – Bacio bacino. Qui, – dice, indicando l’angolo
della bocca. – Sta’ attento, – gli raccomanda.
Lui le tiene la porta aperta. – Dove hai intenzione di cominciare? – le
chiede. Lei esce sulla veranda.
Dall’altra parte della strada Ernest Williams li guarda. Indossa i soliti
bermuda, con la pancia che deborda; osserva Leo e Toni, puntando lo
spruzzo sulle begonie. Una volta, l’inverno scorso, durante le feste, quando
Toni e i bambini erano in visita dalla madre di Leo, Leo s’era portato una
donna in casa. Alle nove del giorno dopo, un sabato mattina freddo e
nebbioso, Leo l’aveva accompagnata alla macchina e aveva sorpreso Ernest
Williams con un giornale in mano, sul marciapiede. La nebbia si era alzata,
Ernest Williams li aveva fissati, poi si era dato un gran colpo secco sulla
coscia con il giornale.
Leo se lo ricorda ancora quel colpo secco, china un po’ le spalle e dice: –
Hai in mente qualche posto preciso da cui cominciare?
– Mi farò tutta la trafila, – risponde lei. – Comincio dal primo rivenditore
e poi, via via, me li faccio tutti.
– Parti da novecento, dice lui. – Poi magari scendi. Novecento è il prezzo
minimo, secondo le riviste, anche per vendite in contanti.
– Lo so benissimo da dove partire, – dice lei.
Ernest Williams punta lo spruzzo nella loro direzione. Li fissa attraverso
le goccioline d’acqua. Leo ha una gran voglia di urlare una confessione.
– Dicevo cosí, tanto per essere sicuro, – dice invece.
– Va bene, va bene, – fa lei. – Vado.
È la macchina di lei, è cosí che la chiamano, e questo complica le cose.
L’avevano comprata nuova quell’estate di tre anni prima. Lei voleva avere
qualcosa da fare, dopo che i bambini avessero ricominciato la scuola, cosí si
era rimessa a fare la venditrice. Lui lavorava sei giorni la settimana in una
fabbrica di fibre di vetro. Per un po’ non sapevano come spendere i soldi.
Poi avevano dato un anticipo di mille dollari per la decappottabile e avevano
pagato le rate doppie o triple, e cosí in un anno l’avevano pagata tutta. Poco
prima, mentre lei si stava vestendo, lui ha tirato fuori il cric e la ruota di
scorta dal bagagliaio e svuotato il cassetto del cruscotto da matite, bustine di
fiammiferi e bollini-premio. Poi l’ha lavata e ha passato l’aspirapolvere sulla
tappezzeria. La cappotta rossa e i paraurti scintillavano.
– In bocca al lupo! – le dice, sfiorandole il gomito.
Lei annuisce. Lui si rende conto che è già lontana, già in trattative.
– Vedrai, le cose cambieranno! – le grida dietro sul vialetto. – Lunedí
ricominciamo tutto da capo. Dico sul serio.
Ernest Williams li guarda, poi gira la testa e sputa per terra. Lei sale in
macchina e si accende una sigaretta.
– Tra una settimana, – grida ancora Leo, – tutto questo sarà una vecchia
storia!
La saluta con la mano, mentre lei fa manovra per immettersi in strada.
Mette la prima e parte. Poi accelera, e le gomme stridono un poco.
In cucina, Leo si versa uno scotch e se lo porta nel giardino sul retro. I
bambini sono da sua madre. Tre giorni fa è arrivata una lettera con il suo
nome scritto a matita sulla busta sporca, l’unica lettera in tutta l’estate che
non esigeva il saldo di un debito. «Ci stiamo divertendo un mondo, – diceva
la lettera. – La nonna ci piace. Abbiamo un cagnolino nuovo che si chiama
Mr Six. È tanto simpatico. Gli vogliamo un sacco di bene. Ciao».
Torna dentro a versarsi un altro bicchiere. Ci mette del ghiaccio e si
accorge che gli trema un po’ la mano. La allunga sopra il lavello. La osserva
per un po’, quindi mette giú il bicchiere e allunga anche l’altra mano. Poi
riprende il bicchiere e torna fuori a sedersi sui gradini. Gli viene in mente
che quando era bambino il padre gli aveva indicato una bella casa, una
grande casa bianca circondata da meli e da un’inferriata alta e bianca.
«Quella è di Finch», gli aveva detto il padre in tono carico d’ammirazione.
«Ha fatto bancarotta almeno due volte. Guarda che casa». Ma la bancarotta
vuol dire che un’impresa va a carte quarantotto, i dirigenti si tagliano le vene
e si buttano dalla finestra, migliaia di persone finiscono sul lastrico.
Leo e Toni avevano ancora i mobili. Leo e Toni avevano i mobili e Toni
e i ragazzi avevano i vestiti. Quella roba era esente. Che altro? Le bici dei
bambini, perché le aveva mandate dalla madre per metterle al sicuro. Il
condizionatore d’aria portatile e gli elettrodomestici, la lavatrice nuova,
l’asciugatore, erano venuti dei furgoni settimane fa per riprenderseli.
Cos’altro era rimasto? Un po’ di questo e un po’ di quello, praticamente
niente, roba che si era consumata o caduta a pezzi già da tempo. Però a
quell’epoca avevano dato delle gran belle feste e fatto dei gran bei viaggi. A
Reno, sul lago Tahoe, a centotrenta all’ora, la cappotta abbassata e la radio a
tutto volume. Roba da mangiare, quella sí che era una delle cose piú
importanti. Si erano ingozzati di cibo. Leo calcola di aver speso migliaia di
dollari solo per i cibi raffinati. Toni andava al supermercato e riempiva il
carrello con tutto quello che vedeva. «Ho dovuto rinunciare a un sacco di
cose, quando ero piccola», diceva. «I bambini non dovranno rinunciare a
niente», come se fosse lui a insistere perché rinunciassero a qualche cosa.
Lei si iscrive a tutti i club del libro. «Quando ero piccola, in casa nostra non
girava neanche un libro», dice ogni volta che scarta i pacchi che le arrivano.
Si iscrive anche a tutti i club del disco per avere qualcosa da suonare sullo
stereo nuovo. Firmano qualsiasi cosa. Perfino per un terrier di razza, di
nome Ginger. L’aveva pagata duecento dollari solo per ritrovarsela
spiaccicata sulla strada da una macchina neanche una settimana dopo.
Comprano tutto quello che gli passa per la testa. E se non possono pagare,
comprano a credito. Firmano cambiali.
Leo ha la canottiera zuppa; sente il sudore che gli rotola giú dalle ascelle.
Se ne sta seduto sui gradini con in mano il bicchiere vuoto e osserva le
ombre che riempiono il giardino. Poi si stiracchia e si passa una mano sulla
faccia. Ascolta il brusio del traffico sulla superstrada e gli viene in mente che
forse dovrebbe scendere nello scantinato, salire sul lavandino e impiccarsi
con la cinghia dei pantaloni. Si rende conto che vorrebbe essere morto.
Torna dentro e si riempie di nuovo il bicchiere; accende il televisore e si
prepara qualcosa da mangiare. Si siede a tavola con chili e salatini e intanto
guarda uno sceneggiato che ha per protagonista un investigatore cieco.
Sparecchia. Lava la casseruola e la scodella, le asciuga e le rimette a posto e
solo allora si concede un’occhiata all’orologio.
Le nove passate. Sono quasi cinque ore che Toni è uscita.
Si versa altro scotch, l’allunga con l’acqua, si porta il bicchiere in
soggiorno, si siede sul divano, ma si sente le spalle cosí tese che non può
neanche appoggiarsi allo schienale. Fissa lo schermo e beve a piccoli sorsi,
ma ben presto va a versarsene un altro. Si risiede. Comincia il telegiornale
(sono ormai le dieci) e lui esclama: – Dio mio, cos’è andato storto, perdio? –
poi va in cucina e torna con un altro scotch. Si siede, chiude gli occhi ma li
riapre subito appena sente il telefono squillare.
– Volevo chiamarti, – fa lei.
– Dove sei? – chiede lui. Sente sullo sfondo le note di un piano e gli
viene un tuffo al cuore.
– Non lo so, – dice lei. – In un posto. Stiamo bevendo qualcosa, poi
andiamo da un’altra parte a mangiare. Sono con il direttore delle vendite. È
un po’ rozzo, ma è un tipo a posto. Ha comprato la macchina. Adesso devo
andare. Stavo andando alla toilette e ho visto il telefono.
– Ma la macchina l’hanno comprata? – chiede Leo. Guarda fuori dalla
finestra al posto nel vialetto dove di solito lei la parcheggia.
– Te l’ho detto, – dice lei. – Adesso devo proprio andare.
– Aspetta. Aspetta un attimo, Cristo santo, – dice lui. – Insomma, la
macchina l’hanno comprata o no?
– Ha tirato fuori il libretto degli assegni proprio quando mi sono alzata, –
dice lei. – Devo andare adesso. Devo andare in bagno.
– Aspetta! – urla lui. Ma la linea non c’è piú. Si sente solo il segnale. –
Gesú Cristo, – dice mentre se ne sta lí impalato con la cornetta in mano.
Comincia a girare per la cucina e poi torna in salotto. Si risiede. Poi si
alza. Va in bagno e si lava accuratamente i denti. Ci passa pure il filo
interdentale. Si lava il viso e torna in cucina. Guarda l’orologio e prende un
bicchiere pulito da un servizio che ha una mano di carte dipinta su ogni
bicchiere. Lo riempie di ghiaccio. Rimane incantato per un po’ a fissare
l’altro bicchiere che ha lasciato nel lavello.
Si risiede a un capo del divano e appoggia i piedi sull’estremità opposta.
Fissa lo schermo e si rende conto che non riesce neanche a capire cosa sta
dicendo la gente. Si rigira il bicchiere vuoto tra le mani e gli viene voglia di
prenderlo a morsi. È scosso da un brivido e pensa di andarsene a letto,
anche se sa già che sognerà un donnone con i capelli grigi. Nel sogno è
sempre chino per allacciarsi le scarpe. Quando si raddrizza, il donnone lo
guarda e allora lui si china di nuovo sui lacci. Si guarda la mano: gli si
stringe a pugno proprio mentre la guarda. Il telefono squilla di nuovo.
– Dove sei, tesoro? – chiede con calma, con dolcezza.
– Siamo al ristorante, – risponde lei con voce sicura, vivace.
– Quale ristorante, tesoro? – dice lui. Si appoggia il palmo della mano su
un occhio e preme forte.
– Qui in centro, non so, – dice Toni. – Mi sa che si chiama New Jimmy.
Senta, scusi, – dice rivolta a qualcuno lontano dalla cornetta, – questo locale
si chiama New Jimmy? Sí, è il New Jimmy, Leo, – dice a lui. – Va tutto bene,
abbiamo quasi finito, poi mi riaccompagna a casa.
– Tesoro? – dice Leo. Tiene la cornetta premuta contro l’orecchio e si
dondola avanti e indietro a occhi chiusi. – Tesoro?
– Devo andare, – dice lei. – Volevo sentirti. Comunque, indovina un po’
quanto sono riuscita a spuntare?
– Tesoro, – ripete lui.
– Seicentoventicinque, – dice lei. – Ho l’assegno in borsa. Lui dice che le
decappottabili non tirano piú ormai. Siamo proprio fortunati, eh? – dice
ridendo. – Gli ho spiegato la situazione. Ho pensato di doverlo fare.
– Tesoro, – dice Leo.
– Che c’è?
– Ti prego, tesoro, – dice Leo.
– Dice che gli dispiace, – continua lei. – Ma avrebbe detto qualsiasi cosa
–. Un’altra risata. – Dice che personalmente preferirebbe essere classificato
come rapinatore o stupratore, piuttosto che come fallito. Però, tutto
sommato, è abbastanza simpatico.
– Torna a casa, – dice Leo. – Prendi un taxi e torna a casa.
– Non posso, – dice lei. – Te l’ho detto: siamo a metà cena.
– Allora vengo a prenderti io.
– No, – dice lei. – Ti ho detto che stiamo per finire. Te l’ho spiegato, fa
parte dell’accordo. Cercano sempre di sfruttare la situazione al massimo. Ma
non ti preoccupare, stiamo quasi per uscire. Tra poco sarò a casa –. Lei
riattacca.
Dopo qualche minuto lui chiama il New Jimmy. Risponde un uomo. – Il
New Jimmy ha chiuso per stasera, – dice l’uomo.
– Vorrei parlare con mia moglie, – dice Leo.
– Lavora qui? – chiede l’uomo. – Chi è?
– È una cliente, – spiega Leo. – È in compagnia di un tizio. Un uomo
d’affari.
– Come faccio a riconoscerla? – chiede l’uomo. – Come si chiama?
– Non credo che lei la conosca, – dice Leo.
Poi aggiunge: – Non fa niente, ecco che arriva.
– Grazie per aver chiamato il New Jimmy, – dice l’uomo.
Leo corre alla finestra. Una macchina che non conosce rallenta davanti
alla casa, poi riprende velocità. Leo aspetta. Due o tre ore dopo il telefono
squilla di nuovo. Non c’è nessuno all’altro capo del filo quando alza il
ricevitore. Solo il segnale.
– Sono qui! – urla Leo nella cornetta.
Verso l’alba sente dei passi sulla veranda. Si alza dal divano. Il televisore
ronza, lo schermo sfarfalla. Leo apre la porta. Entrando, Toni sbatte contro la
parete. Gli sorride. Ha la faccia un po’ gonfia, come se avesse dormito
imbottita di sedativi. Muove le labbra come per dire qualcosa, si abbassa di
colpo e barcolla appena lui fa per alzare il pugno.
– Avanti! – dice lei con la bocca impastata. Rimane lí in piedi e barcolla.
Poi fa uno strano verso e gli si avventa addosso, lo prende per la camicia e
gliela strappa sul davanti. – Fallito! – gli grida. Si divincola, poi lo riafferra e
gli strappa anche il collo della canottiera. – Brutto figlio di puttana! – gli
dice, artigliandolo.
Lui le stringe i polsi, poi la lascia, fa un passo indietro, cerca qualcosa di
pesante. Lei si avvia incespicando verso la camera da letto. – Fallito, –
borbotta. La sente cadere sul letto con una specie di rantolo.
Leo aspetta qualche minuto, poi si spruzza dell’acqua sulla faccia e va in
camera da letto. Accende le luci, la guarda e poi comincia a spogliarla. La
tira e la spinge di qua e di là per toglierle i vestiti. Lei mormora qualcosa nel
sonno e muove la mano. Lui le toglie le mutandine, le guarda bene sotto la
luce e le getta in un angolo. Tira giú le coperte e la fa rotolare sotto le
lenzuola nuda com’è. Poi apre la borsetta. Sta leggendo l’assegno quando
sente la macchina avvicinarsi nel vialetto.
Guarda attraverso le tende della finestra sul davanti e vede la
decappottabile ferma sul vialetto, con il motore che ronza al minimo e i fari
accesi, e sbatte le palpebre. Poi vede un tizio alto scendere, girare intorno
alla macchina e avvicinarsi alla veranda. Il tizio poggia qualcosa sul
pavimento della veranda e torna verso la macchina. Indossa un vestito di
lino bianco.
Leo accende le luci della veranda e apre pian piano la porta. Sul primo
gradino c’è l’astuccio del trucco di Toni. Il tizio osserva Leo da davanti la
macchina, poi entra e toglie il freno a mano.
– Aspetti ! – grida Leo, scendendo i gradini. L’uomo frena mentre Leo
passa davanti ai fari. La macchina, bloccata dai freni, emette una specie di
scricchiolio. Leo cerca di tenere insieme i due pezzi della camicia, infilando
tutto dentro la cintura.
– Che vuole? – chiede il tizio. – Guardi, – aggiunge subito dopo. – Devo
andare. Non si offenda. Io compro e vendo macchine, giusto? La signora ha
lasciato in macchina il trucco. È una vera signora, molto fine. Che c’è?
Leo si appoggia alla portiera e guarda il tizio. L’uomo prima toglie le
mani dal volante, poi ce le rimette. Innesta la retromarcia e la macchina si
sposta leggermente indietro.
– Voglio dirle una cosa, – dice Leo, bagnandosi le labbra. S’accende una
luce nella stanza da letto di Ernest Williams. La tendina si solleva.
Leo scuote la testa, si rinfila la camicia nei pantaloni. Fa un passo
indietro. – Lunedí, – dice infine.
– Lunedí, – ripete il tizio, in guardia in caso Leo faccia qualche
movimento improvviso.
Leo annuisce lentamente.
– Be’, buonanotte, – dice il tizio e poi tossicchia. – Non se la prenda,
capito? Lunedí, come no? Tutto a posto, allora –. Stacca il piede dal freno,
poi frena ancora dopo essere arretrato di neanche un metro. – Ehi, una
domanda. Detto fra noi, i chilometri sono effettivi? – Il tizio aspetta, poi si
schiarisce la gola. – Va bene, guardi, comunque sia non fa niente, – dice. –
Devo andare. Non se la prenda –. Esce a marcia indietro sulla strada e si
allontana velocemente, senza neanche fermarsi allo stop all’angolo.
Leo continua a tirare i lembi della camicia e se ne ritorna in casa. Chiude
a chiave la porta d’ingresso e controlla che sia ben chiusa. Poi va in camera
da letto e chiude a chiave anche quella porta. Tira giú le coperte dalla sua
parte. La guarda prima di spegnere la luce. Si toglie i vestiti e li piega
accuratamente poggiandoli a terra, poi s’infila a letto accanto a lei. Rimane
sdraiato a lungo a pensare e a tormentarsi i peli sulla pancia. Guarda la porta
della camera da letto, contornata ora dal vago chiarore che proviene
dall’esterno. Dopo un po’, allunga una mano e le tocca un fianco. Lei non si
muove. Lui si gira e le appoggia il palmo sul fianco. Le fa scorrere le dita su
tutto il profilo e sente le smagliature sotto i polpastrelli. Sono come strade e
lui le segue sulla pelle della moglie. Fa scorrere le dita avanti e indietro,
prima in una smagliatura, poi nella successiva. Ce ne sono tante e le
attraversano tutta la pelle, decine, forse centinaia di smagliature. Gli torna in
mente quando si era svegliato la mattina dopo che avevano comprato la
macchina e l’aveva vista, là nel vialetto, che scintillava al sole.
Segni

La prima delle follie che Wayne e Caroline avevano in programma per


quella serata era una cena da Aldo, un ristorante elegante aperto da poco, un
bel pezzo fuori città, verso nord. Attraversarono un minuscolo giardino
pieno di piccole statue e circondato da un muro; li accolse un uomo alto,
brizzolato, in abito scuro, che disse: – Buonasera, signore. Signora, – e che
spalancò per loro la porta massiccia.
All’interno, Aldo in persona gli mostrò la voliera: un pavone, un paio di
fagiani dorati, un fagiano cinese dal collare e un gran numero di altri uccelli
non meglio identificati che svolazzavano nella gabbia o se ne stavano
appollaiati sui rami. Lo stesso proprietario li accompagnò al tavolo, fece
accomodare Caroline, quindi si rivolse a Wayne e gli disse: – Una signora
incantevole, – prima di allontanarsi; un ometto scuro, impeccabile, con un
leggero accento.
Le sue attenzioni furono molto gradite.
– Ho letto sul giornale, – disse Wayne, – che ha uno zio che occupa non
so che posizione in Vaticano. È cosí che è riuscito a ottenere le copie di
alcuni di questi quadri –. Wayne accennò con il capo alla riproduzione di un
Velázquez sulla parete accanto a loro. – Grazie allo zio in Vaticano, – disse
Wayne.
– Faceva il maître al Copacabana di Rio, – disse Caroline. – Ha
conosciuto Frank Sinatra ed era in ottimi rapporti con Lana Turner.
– Davvero? – disse Wayne. – Non lo sapevo. Ho letto che ha lavorato in
Svizzera all’Hotel Victoria e in qualche grande albergo di Parigi. Che fosse
stato al Copacabana di Rio non lo sapevo.
Caroline spostò leggermente la borsetta quando il cameriere poggiò sul
tavolo le massicce coppe di cristallo. Le versò dell’acqua e poi si spostò
dalla parte di Wayne.
– Hai visto il vestito che portava? – disse Wayne. – Un vestito cosí non si
vede mica tutti i giorni. Costerà almeno trecento dollari. Prese il menu. Dopo
un po’, chiese: – Be’, che cosa prendi?
– Non so, – disse lei. – Non ho deciso. Tu cosa prendi?
– Non so, – disse lui. – Non ho deciso neanch’io.
– Che ne dici di uno di questi piatti francesi, Wayne? Oppure questo?
Qui, da questa parte –. Gli indicò il punto con il dito, poi lo guardò con gli
occhi socchiusi mentre lui cercava di mettere a fuoco in che lingua era
scritto, arricciando le labbra, accigliato, finché non scosse la testa.
– Non lo so, – disse infine. – Diciamo che mi piacerebbe sapere che cosa
sto ordinando. Ma qui non lo so mica.
Il cameriere tornò con matita e taccuino e disse qualcosa che Wayne non
afferrò bene.
– Non abbiamo ancora deciso, – disse Wayne. Scosse la testa, mentre il
cameriere continuava a restare impalato accanto al tavolo. – Appena siamo
pronti, le faccio un segno.
– Mi sa che dopotutto prenderò una lombata. Tu ordina pure quello che
vuoi, – disse a Caroline quando il cameriere si fu allontanato. Chiuse il
menu e alzò la coppa. Al di sopra delle voci attutite provenienti dagli altri
tavoli, Wayne sentiva il canto modulato di un uccello dalla voliera. Vide
Aldo salutare un gruppo di quattro persone, mettersi a chiacchierare con
loro, sorridendo e annuendo mentre le conduceva al loro tavolo.
– Avrebbero potuto darci un tavolo migliore, – disse Wayne. – Invece di
piazzarci qui in mezzo dove chiunque passa può guardarci nel piatto.
Avrebbero potuto darci un tavolo accostato alla parete. Oppure laggiú,
accanto alla fontana.
– Mi sa che prenderò un filetto alla Tournedos, – disse Caroline.
Continuò a guardare il menu. Lui batté il pacchetto sul tavolo per farne
uscire una sigaretta, la accese e poi diede un’occhiata in giro agli altri clienti.
Caroline stava ancora fissando il menu.
– Be’, per la miseria, se hai deciso chiudi il menu, cosí possono prendere
l’ordinazione –. Wayne alzò un braccio per chiamare il cameriere, che era in
attesa in fondo alla sala e parlava con un collega.
– Non ha nient’altro da fare che cazzeggiare con gli altri camerieri, –
disse Wayne.
– Sta arrivando, – disse Caroline.
– Signore? – Il cameriere era magro e aveva il viso butterato; indossava
un vestito nero che gli andava largo e un farfallino nero.
– ... E poi prendiamo una bottiglia di spumante, direi. Una bottiglia
piccola, magari una marca americana, – disse Wayne.
– Sissignore, – disse il cameriere.
– Anzi, lo spumante ce lo porti subito. Prima dell’insalata e del piatto
degli antipasti, – disse Wayne.
– Oh, guardi, ci porti subito anche il vassoio degli antipasti, – disse
Caroline. – Sia gentile.
– Sí, signora, – disse il cameriere.
– È gente un po’ viscida, – disse Wayne. – Te lo ricordi quel tizio che si
chiamava Bruno, che lavorava nel nostro ufficio ma nel fine settimana
faceva anche il cameriere? Be’, Fred l’ha beccato che rubava i soldi dalla
cassa delle piccole spese. L’abbiamo licenziato in tronco.
– Non si potrebbe trovare un argomento piú piacevole? – disse Caroline.
– Va bene, certo, – disse Wayne.
Il cameriere versò un po’ di spumante nel calice di Wayne, che lo prese,
lo assaggiò e disse: – Bene, può andare –. Poi disse: – Alla tua salute,
piccola, – e levò in alto il bicchiere. – Buon compleanno.
Fecero tintinnare i calici.
– Mi piace lo spumante, – disse Caroline.
– Mi piace lo spumante, – disse Wayne.
– Magari potevamo ordinare una bottiglia di Lancer’s, – disse Caroline.
– Be’, perché non l’hai detto prima, se è quello che volevi? – disse
Wayne.
– Non lo so, – disse Caroline. – Non ci ho pensato. Comunque, questo
va benissimo.
– Io di spumante non ne capisco granché. Non ho difficoltà ad
ammettere di non essere un intenditore. Nessuna difficoltà ad ammettere che
sono un po’ rozzo –. Rise, e cercò di incrociare il suo sguardo, ma lei pareva
assorta nella scelta di un’oliva dal piatto degli antipasti. – Non sono certo
uno del giro che frequenti negli ultimi tempi. Ma se volevi il Lancer’s, –
continuò, – bastava che ordinassi il Lancer’s.
– Ah, piantala! – disse lei. – Non potresti parlare d’altro? – Lo guardò
dritto negli occhi e lui fu costretto a distogliere lo sguardo. Spostò i piedi
sotto il tavolo.
Wayne disse: – Ti va un altro po’ di spumante, cara?
– Sí, grazie, – disse lei a bassa voce.
– Alla nostra! – disse lui.
– Alla nostra, tesoro, – disse lei.
Mentre bevevano, si guardarono fissi negli occhi. – Dovremmo farlo piú
spesso, – disse lui.
Lei annuí.
– Fa bene uscire, ogni tanto. Mi sforzerò di farlo piú spesso, se vuoi.
Lei allungò la mano per prendere un gambo di sedano. – Dipende da te.
– Non è vero! Non sono mica io che... che...
– Che, cosa? – chiese lei.
– Non mi importa niente di quello che fai, – disse lui, abbassando gli
occhi.
– Ah, davvero?
– Non so perché l’ho detto, – disse lui.
Il cameriere arrivò con la minestra, portò via la bottiglia e i calici per il
vino, riempí di nuovo quelli per l’acqua.
– Potrei avere un cucchiaio? – chiese Wayne.
– Prego?
– Un cucchiaio, – ripeté Wayne.
Il cameriere sembrò prima sorpreso, poi perplesso. Guardò tutt’intorno
gli altri tavoli. Wayne mimò il gesto di prendere la minestra con il cucchiaio.
Aldo apparve all’improvviso accanto al tavolo.
– Tutto bene? C’è qualcosa che non va?
– A quanto pare a mio marito manca il cucchiaio, – disse Caroline. –
Scusi per il disturbo, – aggiunse.
– Ma certo. Une cuiller s’il vous plaît, – disse Aldo al cameriere con
voce tranquilla. Lanciò un’occhiata a Wayne e poi, rivolto a Caroline,
spiegò: – Questa è la prima sera per Paul. Non parla bene la lingua, tuttavia
spero concorderete con me che è un eccellente cameriere. Il ragazzo che ha
apparecchiato ha dimenticato il cucchiaio –. Aldo sorrise. – Senza dubbio,
Paul è stato colto di sorpresa.
– È bellissimo qui, – disse Caroline.
– La ringrazio, – disse Aldo. – Sono felice che siate riusciti a venire
stasera. Vi piacerebbe visitare la cantina e le salette riservate?
– Moltissimo, – disse Caroline.
– Manderò qualcuno che vi accompagni, appena finite di cenare, – disse
Aldo.
– Ne saremo molto lieti, – disse Caroline.
Aldo fece un piccolo inchino e lanciò di nuovo un’occhiata a Wayne. –
Spero la cena sia di vostro gradimento, – disse a entrambi.
– Che coglione! – disse Wayne.
– Chi? – disse lei. – Di chi stai parlando? – chiese, posando il cucchiaio.
– Del cameriere, – disse Wayne. – Il nostro. L’ultimo arrivato, il piú
imbranato di tutti, ed è toccato proprio a noi.
– Mangia la minestra, – disse lei. – Non ti far saltare i nervi.
Wayne si accese una sigaretta. Il cameriere arrivò con le insalate e portò
via le scodelle.
Quando cominciarono il secondo, Wayne disse: – Allora, che pensi?
Abbiamo qualche possibilità, noi due? – Abbassò lo sguardo e si sistemò il
tovagliolo in grembo.
– Forse, – disse lei. – C’è sempre una possibilità.
– Non venire a dirmi queste stronzate, – disse lui. – Dammi una risposta
chiara, una volta tanto.
– Non scattare cosí, con me, – disse lei.
– Te lo ripeto, – disse lui. – Dammi una risposta chiara.
E lei: – Vuoi che ti firmi un impegno col sangue?
Lui disse: – Be’, non sarebbe una cattiva idea.
Lei disse: – Stammi bene a sentire! Io ti ho dato i migliori anni della mia
vita. I migliori anni della mia vita!
– I migliori anni della tua vita? – chiese lui.
– Ho trentasei anni, – disse lei. – Trentasette, stasera. Stasera, adesso, in
questo istante, non sono in grado di dirti che cosa farò in futuro. Posso solo
stare a vedere, – disse lei.
– Non me ne frega niente di quello che farai, – disse lui.
– Ah, davvero? – disse lei.
Lui posò di colpo la forchetta e gettò il tovagliolo sul tavolo.
– Hai finito? – chiese lei in tono cordiale. – Ordiniamo il caffè e il dolce.
Prendiamo un bel dolce. Qualcosa di buono.
Lei finí tutto quello che aveva nel piatto.
– Due caffè, – disse Wayne al cameriere. Rivolse un’occhiata alla moglie,
quindi si girò di nuovo verso il cameriere. – Che cosa avete, di dolce? –
chiese.
– Prego? – disse il cameriere.
– Il dolce! – esclamò Wayne.
Il cameriere rivolse uno sguardo vuoto prima a Caroline e poi a Wayne.
– Niente dolce, – disse lei. – Lasciamo perdere il dolce.
– Mousse al cioccolato, – disse il cameriere. – Sorbetto all’arancia, –
disse. Sorrise, mettendo in mostra i denti guasti. – Signore?
– E non voglio fare nessuna visita guidata di questo posto, – disse
Wayne, dopo che il cameriere si fu allontanato.
Quando si alzarono da tavola, Wayne lasciò cadere un biglietto da un
dollaro accanto alla tazzina da caffè. Caroline prese altre due banconote dalla
borsetta, le lisciò e le mise accanto all’altra, allineandole sulla tovaglia.
Attese con Wayne mentre lui pagava il conto. Con la coda dell’occhio,
Wayne vide Aldo in piedi accanto all’ingresso che gettava chicchi di grano
nella voliera. Aldo guardò verso di loro, sorrise e continuò a sgranare i semi
tra le dita mentre gli uccelli si raccoglievano ai suoi piedi. Poi di colpo si
sfregò le mani e si mosse in direzione di Wayne, che però distolse lo sguardo
e si voltò leggermente ma inequivocabilmente dall’altra parte mentre Aldo
gli si avvicinava. Ma quando si voltò di nuovo, Wayne vide Aldo afferrare la
mano che Caroline gli porgeva, lo vide unire impeccabilmente i tacchi, lo
vide baciare il polso della moglie.
– La signora ha gradito la cena? – chiese Aldo.
– Meravigliosa, – rispose Caroline.
– Tornerete a trovarci di tanto in tanto? – disse Aldo.
– Io sí, – disse Caroline. – Ogni volta che potrò. Magari la prossima
volta le chiederò il permesso di visitare un po’ il locale, ma stasera dobbiamo
proprio andare.
– Mia cara signora, – disse Aldo. – Ho qualcosa per lei. Un momento,
per favore –. Allungò una mano verso un vaso su un tavolo accanto alla
porta e con uno svolazzo elegante le porse una rosa dal gambo lungo.
– Per lei, cara signora, – disse Aldo. – Ma, la prego, stia attenta. Le spine,
sa. Una signora davvero incantevole, – disse rivolto a Wayne, con un
sorriso, e si voltò per dare il benvenuto a un’altra coppia.
Caroline rimaneva immobile.
– Andiamocene di qui, – disse Wayne.
– Si capisce come ha fatto a essere in ottimi rapporti con Lana Turner, –
osservò Caroline. Teneva la rosa in mano e se la rigirava tra le dita.
– Buonanotte! – disse ad alta voce ad Aldo mentre si allontanava.
Ma Aldo era già impegnato a scegliere un’altra rosa.
– Secondo me, non l’ha mai nemmeno conosciuta, – disse Wayne.
Vuoi star zitta, per favore?

1.
A diciott’anni, quando Ralph Wyman stava per andarsene di casa per la
prima volta, suo padre, direttore della scuola elementare Jefferson e tromba
solista nella banda ausiliaria dell’Elks Club di Weaverville, gli rivelò che la
vita era una faccenda molto seria, un’avventura che esigeva, in un giovane
che si affacciava al mondo, doti di forza e risolutezza; non era un’impresa
facile, si sapeva, ma nondimeno valeva la pena affrontarla, a detta del padre
di Ralph Wyman che ne era del tutto convinto.
Ma all’università gli obiettivi di Ralph rimasero piuttosto vaghi. Pensava
di voler diventare medico oppure avvocato, cosí si iscrisse a corsi di
preparazione alla facoltà di Medicina e contemporaneamente a corsi di storia
del diritto e di diritto commerciale prima di decidere che non aveva né il
distacco emotivo necessario per esercitare la medicina, né la capacità di
concentrarsi su lunghe letture richiesta dalla giurisprudenza, specie quando
queste letture riguardavano questioni di proprietà o di eredità. Anche se di
tanto in tanto frequentava corsi di scienze e di amministrazione aziendale,
Ralph cominciò a frequentare anche corsi di filosofia e di letteratura e sentí
di essere sul punto di compiere un’importantissima scoperta su di sé. Ma la
scoperta non avvenne mai. Fu in questo periodo – il punto piú basso della
sua marea, come lo definí in seguito – che Ralph si convinse di essere
sull’orlo di un esaurimento nervoso; era membro di un club studentesco e si
ubriacava tutte le sere. Beveva tanto che si fece una reputazione e fu
soprannominato «Jackson», col nome cioè del barista del Keg.
Poi, al terzo anno, Ralph subí il fascino di un insegnante particolarmente
convincente. Si chiamava dottor Maxwell; Ralph non l’avrebbe mai
dimenticato. Era un bell’uomo, aggraziato, sulla quarantina, dai modi squisiti
e con un leggerissimo accento del sud. Aveva studiato alla Vanderbilt e si era
specializzato in Europa. In seguito aveva avuto a che fare con una o due
riviste letterarie della costa orientale. Praticamente da un giorno all’altro,
avrebbe raccontato in seguito, Ralph decise di intraprendere la professione
di insegnante. Cominciò a bere di meno e a concentrarsi sui suoi studi, ed
entro un anno fu ammesso nella Omega Psi, la confraternita nazionale degli
studenti di giornalismo; divenne membro dell’English Club; fu invitato a far
parte di un gruppo studentesco di musica da camera che si stava costituendo,
per suonare il violoncello che non toccava ormai da tre anni; si candidò
addirittura per la nomina di segretario degli studenti dell’ultimo anno e fu
eletto. Fu allora che incontrò Marian Ross: una ragazza magra e dal pallore
affascinante che sedeva accanto a lui in un corso su Chaucer.
Marian Ross portava i capelli lunghi, indossava di preferenza maglioni
con il collo alto e andava sempre in giro con una borsa di cuoio appesa alla
spalla con una lunga cinghia. Aveva gli occhi grandi e pareva cogliere tutto
al primo sguardo. A Ralph piaceva uscire con Marian Ross. Andavano
spesso al Keg e in qualche altro locale frequentato dagli studenti, ma non
permisero mai che le loro uscite insieme e neanche il successivo
fidanzamento, l’estate seguente, interferissero con i loro studi. Erano
entrambi studenti molto seri ed entrambe le coppie di genitori alla fine
diedero il consenso alla loro unione. In primavera Ralph e Marian svolsero
un tirocinio come insegnanti nello stesso liceo di Chico, e nel giugno
seguente parteciparono entrambi alle esercitazioni per la consegna dei
diplomi. Due settimane dopo si sposarono nella chiesa episcopale di St
James.
La sera prima delle nozze si erano tenuti per mano e avevano giurato di
mantenere sempre vivi l’eccitazione e il mistero del matrimonio.
Per la luna di miele andarono in macchina a Guadalajara e, anche se tutti
e due si divertirono a visitare chiese in rovina e musei male illuminati, oltre
che a passare i pomeriggi facendo spese ed esplorando il mercatino locale,
Ralph sotto sotto rimase sconvolto dallo squallore e dalla lussuria sfacciata
che vedeva tutto intorno, ed era ansioso di tornare alla sicurezza della
California. Ma la visione che non sarebbe riuscito a dimenticare e che lo
turbò piú di ogni altra cosa non aveva niente a che fare con il Messico. Era
tardo pomeriggio, quasi sera: Marian era immobile, con i gomiti appoggiati
alla ringhiera in ferro battuto della casita che avevano preso in affitto,
mentre Ralph risaliva la strada polverosa su cui si affacciava il balcone. I
capelli della moglie le pendevano lunghi davanti al viso, coprendole le
spalle, e lei guardava dalla parte opposta, fissando qualcosa in lontananza.
Indossava una camicetta bianca e un foulard rosso vivo al collo e i seni le
premevano sotto il tessuto bianco. Lui portava sotto il braccio una bottiglia
di vino rosso senza etichetta e la scena gli ricordava qualcosa che aveva visto
in un film, un momento drammatico e intenso, cui Marian si adattava
benissimo, e lui no.
Prima di partire per la luna di miele, avevano accettato un incarico in un
liceo di Eureka, una cittadina nella zona ricca di legname della California
settentrionale. Dopo un anno, quando furono sicuri che la scuola e la città
erano proprio dove volevano sistemarsi, versarono un anticipo per
acquistare una casa nel quartiere di Fire Hill. Ralph sentiva, senza doverci
troppo riflettere, che lui e Marian si capivano alla perfezione – nella misura
in cui, per lo meno, una cosa del genere è possibile tra due persone. Inoltre,
Ralph era convinto di capire se stesso: le sue capacità, i suoi limiti e i
traguardi che avrebbe raggiunto grazie a questa prudente valutazione di se
stesso.
I loro due figli, Dorothea e Robert, avevano ora cinque e quattro anni.
Qualche mese dopo la nascita di Robert, Marian aveva ricevuto un’offerta di
lavoro come insegnante di francese e inglese presso il college che si trovava
in periferia, mentre Ralph aveva mantenuto il suo posto al liceo. Si
consideravano una coppia felice, e l’unico trauma del loro matrimonio era
ormai passato da un pezzo: quest’inverno sarebbero stati due anni. Era un
episodio di cui non avevano mai piú parlato. Però Ralph ogni tanto ci
ripensava – anzi, ammetteva francamente che ci ripensava sempre piú
spesso. Sempre piú spesso si presentavano ai suoi occhi immagini terribili e
certi dettagli inconcepibili. Si era infatti messo in testa che una volta sua
moglie l’aveva tradito con un uomo di nome Mitchell Anderson.
Ma ora era una domenica sera di novembre, i bambini erano già andati a
letto e a Ralph era venuto un gran sonno, mentre era seduto sul divano a
correggere compiti, con la radio che suonava sommessa in cucina, dove
Marian stava stirando; si sentiva enormemente felice. Fissò ancora un po’ i
temi che stava correggendo, poi li raccolse tutti e spense la lampada.
– Hai finito, amore? – disse Marian con un sorriso quando lui comparve
sulla soglia. Era seduta su uno sgabello alto e appoggiò il ferro in verticale
sulla tavola da stiro, quasi lo stesse aspettando.
– Macché, accidenti, – disse lui facendo una smorfia esagerata e gettando
i compiti sul tavolo della cucina.
Lei si mise a ridere – una risata squillante, piacevole – e gli porse il viso
per essere baciata; lui le diede un bacetto rapido su una guancia.Tirò fuori
una sedia da sotto il tavolo e si sedette. Si appoggiò all’indietro, in bilico su
due gambe della sedia, e guardò la moglie. Lei sorrise di nuovo e poi
abbassò lo sguardo.
– Mi sento già mezzo addormentato, – disse lui.
– Caffè? – chiese lei, allungando un braccio e toccando col dorso della
mano la macchinetta.
Lui fece cenno di no con la testa.
Lei prese la sigaretta che aveva appoggiato nel posacenere, fece un tiro
fissando il pavimento e poi la rimise nel posacenere. Gli lanciò un’occhiata e
un’espressione intensa le attraversò il volto. Era una donna alta e slanciata,
con un bel seno, fianchi stretti e meravigliosi occhi grandi.
– Ripensi mai a quella festa? – gli chiese, continuando a guardarlo.
Lui fu sorpreso dalla domanda e si agitò sulla sedia, poi disse: – Quale
festa? Vuoi dire quella di due o tre anni fa?
Lei annuí.
Lui restò in attesa, poi, quando vide che lei non aggiungeva altro, disse:
– Be’, e allora? Ora che l’hai tirata fuori, cos’hai da dire? – Poi aggiunse: –
Dopotutto ti ha baciata, quella sera, vero? Voglio dire, lo sapevo. Ha davvero
provato a baciarti, o no?
– Niente, ci stavo ripensando e te l’ho chiesto, tutto lí, – disse lei. – Ogni
tanto mi torna in mente, – aggiunse.
– Allora, ti ha baciata o no? Su, Marian, – disse.
– Tu ci pensi mai a quella sera? – chiese lei.
Lui disse: – A dire il vero, no. È passato parecchio tempo, giusto? Tre o
quattro anni. Adesso me lo puoi dire, – disse. – Sono sempre il tuo vecchio
Jackson, ricordi? – E di colpo scoppiarono entrambi a ridere e, altrettanto di
colpo, lei disse: – Sí –. Disse: – Mi ha baciata piú volte –. Sorrise.
Lui si rendeva conto che avrebbe dovuto rispondere a quel sorriso con
un altro sorriso, ma non ci riusciva. Disse: – Mi hai sempre detto che non
l’aveva fatto. Hai detto che ti aveva solo messo un braccio intorno alle spalle
mentre guidava. Allora, com’è andata veramente?
«Perché l’hai fatto?», aveva detto lei, come in un sogno. «Dove siete stati
tutta la notte?», aveva urlato lui, in piedi sopra di lei, con le gambe che gli
tremavano, il pugno pronto a colpire di nuovo. Poi lei aveva detto: «Non ho
fatto niente. Perché mi hai picchiata?» Cosí aveva detto.
– Come mai siamo finiti a parlare di questo? – disse lei.
– Hai cominciato tu, – rispose lui.
Lei scosse la testa. – Non so neanch’io che cosa mi ci ha fatto ripensare
–. Si mordicchiò il labbro superiore e fissò il pavimento. Poi raddrizzò le
spalle e alzò gli occhi. – Se mi sposti questa tavola da stiro, amore, vado a
preparare qualcosa di caldo da bere. Magari un rum con il burro. Che ne
dici?
– Bene, – disse lui.
Marian entrò in soggiorno, accese la lampada e si chinò a raccogliere una
rivista dal pavimento. Lui le guardò i fianchi sotto la gonna di lana scozzese.
Lei andò alla finestra e si fermò a guardare il lampione sulla strada. Si passò
la mano sulla gonna, poi si sistemò la camicetta alla vita. Ralph si chiese se
lei si stesse chiedendo se la stava osservando.
Dopo che ebbe sistemato la tavola da stiro nel suo ripostiglio sotto la
veranda si sedette di nuovo, e quando lei rientrò in cucina le disse: – Allora,
che cos’altro è successo tra te e Mitchell Anderson quella sera?
– Niente, – disse lei. – Stavo pensando a un’altra cosa.
– A cosa?
– Ai bambini, al vestitino che voglio fare a Dorothea per Pasqua. E alla
lezione di domani. Stavo pensando, vediamo un po’ se ai ragazzi piace
Rimbaud, – e si mise a ridere. – Una rima involontaria, davvero, Ralph, e
davvero, non è successo nient’altro. Mi dispiace, vorrei non averne mai
parlato.
– Va bene, – disse lui.
Si alzò, e appoggiato alla parete accanto al frigo la osservò mettere lo
zucchero in due tazze per poi versarci sopra il rum, mescolando. Intanto
l’acqua stava cominciando a bollire.
– Senti, cara, ormai la storia è stata tirata fuori, – riprese lui, – ed è
successa veramente quattro anni fa, perciò non vedo alcun motivo per cui
non ne possiamo parlare se vogliamo. Giusto?
E lei: – Non c’è proprio niente di cui parlare.
E lui: – Vorrei sapere.
E lei: – Sapere cosa?
– Qualsiasi cosa abbia fatto oltre a baciarti. Siamo grandi, no? Sono
anni, letteralmente, che non vediamo gli Anderson, e probabilmente non li
vedremo mai piú, ed è successo tutto talmente tanto tempo fa, perciò che
motivo ci può essere per cui non ne possiamo parlare? – Restò un po’
sorpreso dal tono argomentativo della sua voce. Si sedette e fissò la tovaglia,
poi guardò di nuovo la moglie. – Allora? – disse.
– Allora, – disse lei, con un sorriso malizioso al ricordo, piegando la
testa con civetteria da ragazzina. – No, Ralph, davvero. Davvero, preferirei
non parlarne.
– Per l’amor di Dio, Marian! Ora faccio sul serio, – disse, e
improvvisamente si rese conto che era proprio cosí.
Lei spense il fornello su cui bolliva l’acqua e poggiò le mani sullo
sgabello; poi si sedette di nuovo, agganciando i tacchi al piolo in basso. Si
chinò in avanti, con le braccia appoggiate sulle ginocchia, i seni che
premevano sotto la camicetta. Si tolse con due dita qualcosa dalla gonna, poi
alzò lo sguardo.
– Se ricordi bene, Emily se n’era già andata a casa con i Beatty, e per
qualche motivo Mitchell invece era rimasto. Tanto per cominciare, sembrava
di un umore strano quella sera. Non so, magari fra lui ed Emily le cose non
andavano tanto bene, non lo so. E lí c’eravamo io e te, i Franklin e Mitchell,
che si era fermato. Eravamo tutti un po’ brilli.
Non sono sicura di come sia successo, Ralph, ma a un certo punto io e
Mitchell ci siamo ritrovati un attimo da soli in cucina ed era finito il whiskey,
era rimasta solo mezza bottiglia di quel vino bianco che avevamo. Doveva
essere quasi l’una di notte, perché Mitchell ha detto: «Se ci spuntano un paio
di ali magiche possiamo arrivare al negozio di liquori prima che chiuda». Ti
ricordi che a volte riusciva a essere molto teatrale, quando voleva? Hai
presente le smorfie che faceva, quelle sue maniere vellutate, da attore?
Comunque, disse qualcosa di molto spiritoso. Almeno cosí mi pareva, in
quel momento. E potrei aggiungere che era già un bel po’ ubriaco. Lo ero
anch’io, se è per quello. È stato un impulso, Ralph. Non so perché l’ho fatto,
non me lo chiedere, ma quando ha detto andiamo... gli ho detto di sí. Siamo
usciti dalla porta sul retro e lí c’era la sua macchina. Siamo usciti cosí...
come eravamo... senza neanche prendere i cappotti, pensando che saremmo
tornati subito. Non so cosa pensavamo, non so cosa pensavo io, non so
perché ci sono andata, Ralph. Tutto quello che ti posso dire è che ho ceduto
a un impulso. Ed era un impulso sbagliato –. Fece una pausa. – È stata tutta
colpa mia, quella sera, Ralph, e mi dispiace. Non avrei dovuto fare una cosa
del genere, lo so.
– Cristo! – L’imprecazione gli era scappata suo malgrado. – Però sei
sempre stata cosí, Marian! – E all’improvviso si rese conto di aver
pronunciato una nuova e profonda verità.
La mente gli si affollò di accuse, ma lui cercò di metterne a fuoco almeno
una in particolare. Abbassò gli occhi sulle mani e si accorse che gli erano
diventate inerti, prive di vita, proprio come quando l’aveva vista sul balcone
quella volta. Raccolse dal tavolo la matita rossa con cui aveva corretto i
compiti, ma poi la rimise giú.
– Sto ascoltando, – disse.
– Ascoltando cosa? – chiese lei. – Stai imprecando, ti stai agitando,
Ralph. Per niente, poi... niente, tesoro!... Non c’è nient’altro, – disse.
– Continua, – disse lui.
E lei: – Ma insomma, si può sapere che cosa ci sta succedendo? Tu hai
capito com’è che abbiamo cominciato? Perché io non lo so come abbiamo
cominciato.
Lui disse: – Continua, Marian.
– Questo è tutto, Ralph, – disse lei. – Te l’ho detto. Siamo usciti a fare un
giro. Abbiamo parlato. Mi ha baciato. Ancora non so come siamo potuti
stare fuori tre ore, o quanto hai detto che siamo stati fuori.
– Dimmi tutto, Marian, – disse lui, e si rese conto che c’era dell’altro e
che l’aveva sempre saputo. Avvertí come un vuoto allo stomaco e poi disse:
– No. Se non me lo vuoi dire, va bene. Anzi, guarda, mi sa che è meglio
lasciar perdere, a questo punto, – disse. Per un istante pensò che sarebbe
stato altrove quella sera, a fare qualcos’altro, che sarebbe stato in silenzio da
qualche altra parte, se non si fosse mai sposato.
– Ralph, – disse lei, – non è che ti arrabbierai, eh? Ralph? Stiamo solo
parlando. Non ti arrabbierai, vero? – Lei si era spostata su una delle sedie
attorno al tavolo.
Lui disse: – No.
E lei: – Prometti?
E lui: – Prometto.
Lei si accese una sigaretta. Lui fu improvvisamente assalito da un gran
desiderio di vedere i bambini, di andarli a svegliare, di tirarli giú dal letto,
appesantiti dal sonno, e di mettersene uno su ciascun ginocchio e farli
ballare su e giú finché non si fossero svegliati del tutto. Spostò tutta
l’attenzione su una delle minuscole diligenze nere stampate sulla tovaglia.
Quattro minuscoli cavalli bianchi trainavano scalpitando ciascuna diligenza
nera e la figurina del postiglione aveva le braccia alzate e indossava un
cappello a cilindro, e sopra le carrozze erano legati i bagagli e appesa da una
parte c’era quella che sembrava una lampada a cherosene e, se lui stava
ascoltando, lo stava facendo dall’interno della diligenza nera.
– ... Siamo andati subito al negozio di liquori e io l’ho aspettato in
macchina finché non è uscito. Aveva una busta in una mano e uno di quei
sacchetti di plastica con il ghiaccio nell’altra. Ha barcollato un po’ entrando
in macchina. Non m’ero resa conto che era cosí ubriaco finché non si è
rimesso al volante. Me ne sono accorta da come guidava. Andava
pianissimo. Stava tutto ingobbito sul volante, con gli occhi sbarrati.
Parlavamo di un sacco di cose senza capo né coda. Non mi ricordo.
Parlavamo di Nietzsche. Di Strindberg. Nel secondo semestre avrebbe diretto
La signorina Giulia. E poi qualcosa sul fatto che Norman Mailer aveva
pugnalato la moglie al petto. E a quel punto s’è fermato un attimo in mezzo
alla strada. E tutti e due abbiamo bevuto un sorso attaccandoci alla bottiglia.
Ha detto che non riusciva a sopportare l’idea che io venissi pugnalata al
petto. Ha accostato la macchina al lato della strada. Ha detto che a lui sarebbe
piaciuto baciarmelo, il petto. Mi ha messo la testa in grembo...
Lei affrettò il racconto, mentre lui se ne stava con le mani intrecciate sul
tavolo e le osservava le labbra. Poi il suo sguardo cominciò a saltellare qua e
là sugli oggetti della cucina – fornelli, portatovaglioli, fornelli, pensili,
tostapane, di nuovo le labbra di Marian, di nuovo la diligenza sulla tovaglia.
Sentí uno strano lampo di desiderio per lei attraversargli l’inguine e poi sentí
di nuovo il rollio costante della diligenza e una gran voglia di gridare:
«Ferma!», e poi la sentí dire: – Ha detto: «Che dici, vogliamo provarci?» – E
stava continuando: – La colpa è mia. La colpa è tutta mia. Lui ha detto che
dipendeva solo da me, potevo fare quello che volevo.
Ralph chiuse gli occhi. Scosse la testa, provò a creare ipotesi, altre
conclusioni. Si chiese addirittura se fosse possibile tornare a quella sera di
due anni prima e immaginò di entrare in cucina proprio mentre erano sulla
porta, si sentí dire con voce cordiale: «Oh no, no, tu non vai proprio a
comprare niente da nessuna parte con quel Mitchell
Anderson! Già non sa guidare e oltrettutto è ubriaco fradicio ed è ora che
tu te ne vada a nanna adesso, che domattina ti devi alzare con il piccolo
Robert e con Dorothea, perciò non andare! Tu non andrai!»
Riaprí gli occhi. Lei si era coperta la faccia con una mano e piangeva
rumorosamente.
– Perché l’hai fatto, Marian? – chiese lui.
Lei scosse la testa senza alzarla.
E all’improvviso lui si rese conto! La sua mente ebbe come un
cedimento. Per un attimo riuscí solo a fissarsi muto le mani. Adesso se ne
rendeva conto! La certezza gli rimbombava nella mente.
– Cristo! No! Marian! Cristo santo! – esclamò, facendo un salto indietro
dal tavolo. – Cristo! No, Marian!
– No, no, – disse lei, tirando indietro la testa.
– L’hai lasciato fare! – urlò lui.
– No, no, – implorò lei.
– L’hai lasciato fare! Hai lasciato che ci provasse! È cosí, vero? È cosí?
Provarci! Cosí ha detto, eh? Rispondi! – urlò. – Ti è venuto dentro? Hai
lasciato che ti venisse dentro mentre ci stavate provando?
– Ascoltami, Ralph, ascoltami, – piagnucolò lei. – Ti giuro che non l’ha
fatto. Non è venuto. Non mi è venuto dentro –. Si dondolava a destra e a
sinistra sulla sedia.
– Oddio! Dio ti maledica! – strillò lui.
– Dio! – esclamò lei, alzandosi in piedi, tendendogli le mani. – Ma siamo
impazziti, Ralph? Siamo usciti di testa? Ralph? Perdonami, Ralph. Perdona...
– Vattene, non mi toccare! Vattene via! – urlò lui. Urlava a squarciagola.
Atterrita, lei cominciò ad ansimare. Cercò di fermarlo. Ma lui la prese per
la spalla e la spinse via.
– Perdonami, Ralph! Ti scongiuro! Ralph! – urlò lei.

2.
Fu costretto a fermarsi e ad appoggiarsi a una macchina, prima di fare un
altro passo. Due coppie in abito da sera gli venivano incontro sul
marciapiedi e uno degli uomini stava raccontando una storiella a voce alta.
Gli altri stavano già ridendo. Ralph si staccò dalla macchina e attraversò la
strada. Dopo qualche minuto arrivò da Blake, dove certi pomeriggi si
fermava a bere una birra con Dick Koenig prima di riprendere i bambini
dall’asilo.
Dentro era buio. Sui tavoli lungo una delle pareti qualche fiammella di
candela ondeggiava in cima a bottiglie dal collo lungo. Ralph intravide le
sagome opache di uomini e donne che parlavano, le teste accostate. Una
delle coppie, vicina all’ingresso, tacque e lo guardò. Sul soffitto roteava un
lampadario a forma di scatola, che lanciava aghi di luce tutt’intorno. Due
uomini erano seduti in fondo al bancone e la silhouette scura di un altro era
china sul jukebox nell’angolo, le mani aperte appoggiate ai due lati della
vetrina. «Quel tizio tra poco metterà su un disco», pensò Ralph, come se
avesse appena fatto una scoperta importante, e rimase fermo al centro del
locale per osservarlo meglio.
– Ralph! Signor Wyman, signore!
Si voltò. A chiamarlo era David Parks, da dietro il bancone. Ralph si
avvicinò, si appoggiò pesantemente al bancone prima di issarsi pian piano su
uno sgabello.
– Una birra alla spina, signor Wyman? – Parks teneva un bicchiere in
mano e gli sorrideva. Ralph annuí, lo osservò riempire il bicchiere tenendolo
inclinato sotto la spina e raddrizzandolo gradualmente a mano a mano che si
riempiva.
– Allora, come va, signor Wyman? – Parks appoggiò un piede su un
ripiano sotto il bancone. – Secondo lei, chi vincerà la partita la settimana
prossima, signor Wyman? –
Ralph scosse la testa, si portò la birra alle labbra. Parks tossicchiò. – Una
gliela offro io, signor Wyman. Questa è un omaggio della casa –. Rimise il
piede a terra, fece un cenno come per insistere e si mise una mano in tasca
sotto il grembiule. – Ecco. Ce li ho pronti, – disse Ralph, e tirò fuori un po’
di spiccioli che contò sul palmo della mano. Un quarto, una monetina da
dieci, una da cinque e due centesimi. Li contò come se dovesse decifrarne il
codice. Mise sul bancone il quarto di dollaro, si alzò e si rimise in tasca le
altre monete. Il tizio era ancora accanto al jukebox, con le mani appoggiate ai
lati della macchina.
Quando uscí, Ralph si girò attorno, cercando di decidere cosa fare. Il
cuore gli batteva all’impazzata come se avesse fatto una corsa. La porta del
bar si riaprí alle sue spalle e ne uscí una coppia. Ralph si scansò e i due
salirono in una macchina parcheggiata accanto al marciapiedi, proprio lí
davanti; Ralph vide la donna aggiustarsi i capelli con uno scatto della testa
mentre saliva in macchina: gli parve di non aver mai visto niente di piú
spaventoso.
Camminò fino alla fine dell’isolato, attraversò la strada e percorse un
altro isolato prima di decidere di dirigersi verso il centro. Camminava in
fretta, con le mani serrate in tasca, le suole delle scarpe che schioccavano sul
marciapiedi. Continuava a battere gli occhi, e gli sembrava incredibile di
abitare in quel posto. Scosse la testa. Avrebbe voluto sedersi un attimo da
qualche parte per pensarci un po’ su, ma sapeva benissimo che non poteva
sedersi, non poteva pensarci. Si ricordava di aver visto un uomo, una volta,
seduto sul bordo del marciapiedi, ad Arcata; un uomo anziano, con la barba
lunga e un berretto di lana marrone che se ne stava seduto lí senza far niente,
con le braccia tra le gambe. E poi Ralph pensò: «Marian! Dorothea! Robert!»
Non era possibile. Provò a immaginare come gli sarebbe sembrato tutto
questo tra vent’anni. Ma non riusciva a immaginare niente. E poi immaginò
di intercettare un bigliettino che si passavano i suoi studenti su cui era
scritto: «Che dici, vogliamo provarci?» Poi smise di pensare. Poi provò un
profondo senso di indifferenza. Poi pensò a Marian. Pensò a Marian come
l’aveva vista poco prima, il viso raggrinzito. Poi a Marian stesa per terra, con
i denti insanguinati: «Perché mi hai picchiato?» Poi a Marian che s’infilava
una mano sotto il vestito per slacciarsi il reggicalze! Poi a Marian che si
alzava il vestito e inarcava la schiena! Poi a Marian tutta infervorata, a
Marian che gridava: «Dài! Dài! Dài!»
Si fermò. Gli parve di stare per vomitare. Si spostò verso il bordo del
marciapiedi. Continuava a deglutire, alzò gli occhi e vide passare una
macchina piena di adolescenti schiamazzanti che lo rintronarono con un
lungo colpo di clacson. Sí, pensò, c’era proprio una gran malvagità che
premeva sul mondo e aveva bisogno solo di uno spiraglio, bastava la benché
minima fessura.
Arrivò a Second Street, la parte della città che la gente chiamava «Two
Street». Cominciava qui a Shelton, sotto il lampione dove finivano le
vecchie pensioni tutte in fila, e andava avanti per quattro o cinque isolati
fino giú al molo, dov’erano ormeggiati i pescherecci. Era stato laggiú una
volta, sei anni prima, in un negozio dell’usato per curiosare tra gli scaffali
polverosi di vecchi libri. Dall’altra parte della strada c’era un negozio di
liquori e all’interno, appena dietro la porta a vetri, si vedeva un uomo in
piedi che leggeva il giornale.
Il campanello sopra la porta suonò. A quel suono, Ralph quasi si mise a
piangere. Comprò delle sigarette e uscí dal negozio, continuando a
camminare lungo la strada, guardando le vetrine e gli annunci attaccati su
alcune con il nastro adesivo: un ballo, il Circo Shrine che aveva fatto una
rapida comparsa l’estate precedente, propaganda elettorale – «Fred C.
Walters candidato al consiglio comunale». In una delle vetrine c’era un
tavolo su cui sembravano sparsi a casaccio lavelli e raccordi idraulici, e
anche que sto gli fece venire le lacrime agli occhi. Arrivò davanti alla
palestra Vic Tanney, dove vide la luce che filtrava sotto le tende chiuse dietro
un’ampia vetrata e sentí i tonfi nell’acqua della piscina al coperto e l’eco di
voci eccitate che si chiamavano da un bordo all’altro. C’era piú luce, adesso,
che proveniva dai bar e dai locali sui due lati della strada, e anche piú gente,
gruppi di tre o quattro persone, ma ogni tanto anche un uomo da solo o una
donna con un paio di pantaloni sgargianti che camminava in fretta. Si fermò
davanti a una vetrina a osservare dei neri che giocavano a biliardo, con il
fumo che disegnava volute alla luce del lampadario appeso sopra il tavolo.
Uno degli uomini, con una sigaretta in bocca e il cappello in testa, disse
qualcosa a un altro mentre sfregava il gesso sulla punta della stecca ed
entrambi scoppiarono a ridere, poi il primo fissò con attenzione le biglie e si
chinò sul tavolo.
Ralph si fermò davanti alla Jim’s Oyster House. Non c’era mai stato
prima, non era mai stato in nessuno di questi posti prima d’ora. Sopra la
porta, il nome del locale era scritto con tante lampadine gialle: jim’s oyster
house. Ancora sopra, fissato a una grata metallica, c’era un grosso guscio di
vongola al neon da cui spuntavano un paio di gambe umane. Il corpo era
come nascosto nel guscio e le gambe lampeggiavano in rosso su e giú,
dando l’impressione che stessero scalciando in aria. Ralph si accese un’altra
sigaretta dalla cicca della precedente, poi spinse la porta ed entrò.
Il locale era pieno, la pista da ballo era affollata di coppie con le braccia
allacciate, pronte in attesa che il gruppo ricominciasse a suonare. Ralph si
aprí la strada verso il bar, e a un certo punto un’ubriaca gli si attaccò al
cappotto. Non c’erano sgabelli e dovette rimanere in piedi in fondo al
bancone, tra una guardia costiera e un tizio rinsecchito in jeans. Nello
specchio vide i musicisti alzarsi dal tavolo dove erano stati seduti fino ad
allora. Indossavano camicie bianche e calzoni neri e portavano sottili
cravattini rossi. C’era un caminetto con le fiamme a gas che bruciavano
dietro una catasta di finti tronchi metallici; il palco era subito accanto. Uno
dei musicisti toccò le corde della chitarra elettrica e disse qualcosa agli altri
con un sorrisetto furbo. Il gruppo cominciò a suonare.
Ralph alzò il bicchiere e lo vuotò d’un fiato. Piú giú lungo il bancone
sentí una donna dire con rabbia: «Be’, ti dico solo questo: saranno guai». I
musicisti finirono il loro pezzo e ne cominciarono un altro. Uno di loro, il
bassista, si avvicinò al microfono e si mise a cantare. Ma Ralph non riusciva
a capire le parole della canzone. Quando il gruppo fece un’altra pausa, Ralph
si mise in cerca del bagno. Intravedeva delle porte che si aprivano e si
chiudevano all’altra estremità del bancone e si diresse da quella parte.
Barcollava un po’ e si rese conto di essere ubriaco, ora. Sopra una delle
porte c’era un trofeo di corna di cervo. Vide un uomo entrare e un altro
afferrare l’anta e uscire. Una volta dentro, in fila dietro ad altri tre tizi, si
ritrovò a fissare un paio di cosce aperte e una vagina disegnate sulla parete
sopra un distributore automatico di pettini da tasca. Sotto il disegno c’era
scarabocchiato «LECCAMI» e qualcuno aveva aggiunto piú in basso «Betty
M. Lo Ciuccia. RA 52575». L’uomo davanti a lui fece un passo avanti e
Ralph lo seguí, con il cuore strizzato sotto il peso di Betty. Finalmente arrivò
davanti alla tazza e orinò. Cedette di colpo, come abbattuto da un fulmine.
Sospirò, si chinò in avanti e poggiò la testa contro la parete. «Oh, Betty»,
pensò. La sua vita era cambiata, aveva voglia di capire. Tra i fumi dell’alcol,
si chiese se c’erano altri uomini in grado di esaminare un avvenimento
isolato della loro vita e cogliere in esso i minuscoli segnali della catastrofe
che da quel momento in poi aveva cambiato il corso della loro vita. Rimase
ancora qualche secondo lí impalato, poi abbassò lo sguardo: si era pisciato
sulle dita. Si spostò verso il lavandino, si fece scorrere l’acqua sulle mani,
dopo aver deciso di non servirsi della saponetta lercia.
Mentre tirava giú l’asciugamano, avvicinò la faccia alla superficie
butterata dello specchio e si guardò negli occhi. Una faccia: una come tante.
Toccò lo specchio, poi si spostò quando un tizio cercò di superarlo per
raggiungere il lavandino.
Superata la porta, si accorse che in fondo al corridoio se ne apriva
un’altra. Si avvicinò e sbirciò dentro attraverso il pannello di vetro. Vide
quattro giocatori attorno a un tavolo verde. La stanza gli parve estremamente
tranquilla e riposante, i movimenti muti degli uomini languidi e carichi di
significato. Si appoggiò al vetro e li osservò, finché vide che i giocatori lo
stavano guardando.
Tornò al bar e la gente cominciò a fischiare e ad applaudire mentre le
chitarre strimpellavano un accordo di presentazione. Qualcuno aiutò a salire
sul palco un donnone di mezza età con un vestito da sera bianco. Lei faceva
la ritrosa, ma Ralph capí che era tutta scena, e infatti alla fine accettò il
microfono e fece un piccolo inchino. Il pubblico fischiava e batteva i piedi
per l’entusiasmo. Di colpo, Ralph capí che l’unica cosa che poteva salvarlo
era stare nella stanza dei giocatori a guardarli. Tirò fuori di tasca il portafogli
e controllò quanti soldi gli erano rimasti, proteggendo con le mani l’interno
da sguardi indiscreti. Dietro di lui la donna cominciò a cantare con voce
bassa e sonnolenta.
L’uomo che dava le carte alzò lo sguardo.
– Ha deciso di farci compagnia? – disse, scrutando Ralph da capo a piedi
prima di riabbassare gli occhi per controllare il tavolo. Anche gli altri
giocatori alzarono la testa per un secondo e poi tornarono a guardare le carte
lanciate rapidamente verso di loro. Ognuno raccolse le sue e quello che dava
le spalle a Ralph lanciò un potente sbuffo dal naso, si girò sulla sedia e lo
fulminò con lo sguardo.
– Benny, porta un’altra sedia! – ordinò il mazziere a un vecchio che stava
spazzando sotto un altro tavolo su cui erano state sistemate delle sedie
capovolte. Il mazziere era un uomo massiccio; indossava una camicia bianca,
con il colletto slacciato e le maniche piegate una sola volta che mettevano in
mostra avambracci fitti di peli neri arricciati. Ralph tirò un profondo respiro.
– Qualcosa da bere? – chiese Benny, avvicinando una sedia al tavolo.
Ralph diede un dollaro al vecchio e si tolse il cappotto. Il vecchio glielo
prese e andò ad appenderlo vicino alla porta, uscendo. Due dei giocatori
spostarono le proprie sedie e Ralph si sedette di fronte al mazziere.
– Come va? – gli chiese il mazziere, senza alzare gli occhi.
– Tutto bene, – disse Ralph.
Sempre senza alzare la testa, l’uomo disse, quasi sottovoce: – Apertura al
ribasso o cinque carte. Puntate al piatto, rilancio massimo cinque dollari.
Ralph annuí e appena la mano finí comprò quindici dollari di fiche.
Guardò le carte schizzare come schegge in giro per il tavolo, raccolse le sue
nello stesso modo in cui aveva visto fare suo padre, facendole scivolare
l’una sotto l’angolo dell’altra, a mano a mano che atterravano davanti a lui.
Alzò gli occhi una sola volta per guardare le facce degli altri. Si chiese se la
stessa cosa fosse mai successa a qualcuno di loro.
In mezz’ora aveva vinto due mani e, senza contare il mucchietto di fiche
che aveva davanti, credeva di avere ancora per lo meno quindici o
addirittura venti dollari. Pagò un altro bicchierino con una fiche e si rese
conto all’improvviso che era andato un bel pezzo avanti quella sera, un bel
pezzo avanti nella sua vita. Jackson, pensò. Poteva ancora essere Jackson.
– Vieni o stai fuori? – chiese uno dei giocatori. – Perdio, Clyde, quant’è
la puntata? – disse rivolto al mazziere.
– Tre dollari, – rispose lui.
– Vengo, – disse Ralph. – Ecco. Aggiunse tre fiche al piatto.
Il mazziere alzò gli occhi e poi guardò di nuovo le proprie carte. – Se
vuoi fare sul serio, possiamo andare a casa mia, appena finito qui, – disse.
– No, va bene cosí, – disse Ralph. – Ho fatto fin troppo sul serio, stasera.
Ho appena scoperto una cosa, stasera. Mia moglie se l’è fatta con un altro,
un paio di anni fa. L’ho scoperto stasera –. Si schiarí la gola.
Uno dei giocatori mise giú le carte e si accese un sigaro. Fissò Ralph
sbuffando fumo, poi spense il fiammifero e riprese in mano le carte. Il
mazziere sollevò lo sguardo, con le mani aperte appoggiate sul tavolo, i peli
neri molto crespi sulle mani scure.
– Lavori qui in città? – chiese a Ralph.
– Abito qui, – rispose Ralph. Si sentiva prosciugato, splendidamente
vuoto.
– Insomma, si gioca o no? – disse uno dei giocatori. – Clyde?
– Datti una calmata, – disse il mazziere.
– Cristo santo, – mormorò il giocatore.
– Cos’è che hai scoperto stasera? – chiese il mazziere.
– Mia moglie, – rispose Ralph. – L’ho scoperta.
Nel vicolo tirò di nuovo fuori il portafoglio e con le dita contò le
banconote che gli erano rimaste: due dollari, e poi credeva di avere ancora
qualche spicciolo in tasca. Bastavano per mangiare un boccone. Ma non
aveva fame, cosí si abbandonò contro il muro del palazzo, cercando di
riflettere. Una macchina svoltò nel vicolo, si fermò e poi ne riuscí a marcia
indietro. Ralph si mise in cammino, tornando sui suoi passi. Si muoveva
rasente gli edifici, tenendosi in disparte dalle chiassose comitive di uomini e
donne che passavano su e giú per il marciapiedi. Sentí una donna con un
lungo cappotto dire all’uomo che l’accompagnava: «Guarda che non è
affatto cosí, Bruce. Tu non capisci».
Arrivato al negozio di liquori si fermò. Entrò, andò al bancone e passò in
rassegna la lunga, ordinata fila di bottiglie. Comprò mezza pinta di rum e
altre sigarette. Le palme sull’etichetta, con le grandi fronde pendenti sullo
sfondo della laguna, avevano attratto la sua attenzione, ma poi si rese conto:
rum! E pensò di svenire. Il commesso, un tizio magro e calvo, con le
bretelle, mise la bottiglia in una busta di carta e, mentre batteva il prezzo sul
registratore di cassa, ammiccò e disse: – Ha un bel programmino per stasera,
eh?
Una volta fuori, Ralph si diresse verso il molo; pensò che gli sarebbe
piaciuto vedere le luci riflesse nell’acqua. Provò a immaginare come avrebbe
gestito una storia del genere il dottor Maxwell e, camminando, infilò la mano
nella busta e stappò la bottiglia; si fermò in un portone per bere un lungo
sorso e pensò che il dottor Maxwell si sarebbe elegantemente seduto sul
bordo del molo. Attraversò vecchie rotaie di tram e svoltò per un’altra
strada, piú buia. Sentiva già le onde infrangersi sotto il molo, ma udí anche
qualcuno avvicinarsi alle sue spalle. Un nero di bassa statura, con un
giubbotto di pelle, gli si parò di fronte e gli disse: – Aspetta un po’, amico –.
Ralph cercò di aggirarlo. Il tizio disse: – Cristo, bamboccio, mi stai pestando
i piedi! – Prima che Ralph potesse scappare, il nero gli sferrò un gran pugno
nello stomaco e quando Ralph cercò di lasciarsi cadere a terra con un
gemito, l’uomo gli assestò una manata sul naso, mandandolo a sbattere
contro un muro, ai piedi del quale rimase seduto, con una gamba piegata
sotto di sé. Stava cercando di capire come fare a rialzarsi quando il nero gli
diede uno schiaffo su una guancia e lo stese definitivamente sul marciapiedi.

3.
Tenne gli occhi fissi nello stesso punto e li vide, a dozzine, roteare e
sfrecciare appena sotto la linea delle nuvole: uccelli marini, uccelli che
arrivavano dall’oceano a quest’ora del mattino. La strada era oscurata dalla
foschia che continuava a calare e dovette fare molta attenzione a non
calpestare le lumache che attraversavano strisciando il marciapiedi. Una
macchina con i fari accesi rallentò e proseguí. Ne passò un’altra. Poi un’altra
ancora. Ralph guardò meglio: «operai delle segherie», disse tra sé e sé. Era
lunedí mattina. Girò un angolo e passò davanti al bar di Blake: serrande
abbassate e, accanto alla porta, bottiglie vuote che sembravano essere lí di
sentinella. Faceva freddo. Affrettò il passo il piú possibile e ogni tanto
incrociava le braccia per strofinarsi le spalle. Alla fine arrivò a casa sua, la
luce della veranda era accesa, ma le finestre erano buie. Attraversò il prato e
fece il giro sul retro. Girò la maniglia e la porta si aprí senza far rumore;
anche in casa non si sentiva alcun rumore. Ecco lo sgabello accanto al
lavandino. Ecco il tavolo a cui erano stati seduti. Si era alzato dal divano, era
venuto in cucina e si era seduto lí. Che altro aveva fatto? Nient’altro. Guardò
l’orologio sopra i fornelli. Riusciva a vedere anche di là, in soggiorno, il
tavolo con il centrino di merletto, il pesante soprammobile di vetro a forma
di fenicotteri rosa ad ali spiegate e, dietro al tavolo, le tende aperte. Era stata
a quella finestra ad aspettarlo? Entrò in soggiorno, passando sopra il tappeto.
Il cappotto della moglie era gettato sul divano e nella penombra riconobbe
un grande posacenere pieno di cicche dal filtro marrone delle sigarette che
fumava lei. Passando, notò che sul tavolinetto c’era l’elenco del telefono
aperto. Si fermò davanti alla porta socchiusa della loro camera da letto. Gli
sembrava che ogni cosa fosse aperta. Per un istante resistette al desiderio di
entrare a guardarla, ma poi aprí di piú la porta spingendola con la punta
delle dita. Lei dormiva, con la testa fuori dal cuscino, voltata verso la parete,
i capelli scuri che si stagliavano sul lenzuolo, le coperte ammucchiate intorno
alle spalle, tirate via dal fondo del letto. Giaceva su un fianco, il mistero del
suo corpo piegato all’altezza delle anche. Rimase lí a fissarla. Che avrebbe
dovuto fare, in fin dei conti? Prendere le proprie cose e andarsene?
Trasferirsi in albergo? Prendere certi provvedimenti? Come doveva
comportarsi un uomo, in circostanze del genere? Capiva che certe cose erano
già state fatte. Quello che non capiva era cosa restava da fare ora. La casa era
molto silenziosa.
In cucina, si sedette al tavolo e appoggiò la testa sulle braccia. Non
sapeva che cosa fare. Non solo ora, pensò, non solo in questa situazione, no,
non solo a questo proposito, non solo oggi o domani, ma tutti i giorni che gli
rimanevano su questa terra. Poi sentí i bambini muoversi. Si tirò su e cercò
di sorridere quando entrarono in cucina.
– Papà, papà, – dissero, correndogli incontro con i loro corpicini. –
Raccontaci una storia, papà, – disse il figlio, saltandogli sulle ginocchia.
– Come fa a raccontarci una storia? – disse la figlia. – È ancora troppo
presto. Vero, papà?
– Che hai fatto alla faccia, papà? – chiese il figlio, puntando il ditino.
– Fammi vedere! – disse la figlia. – Fammi vedere, papà!
– Povero papà, – disse il figlio.
– Che cosa t’è successo alla faccia, papà? – chiese la figlia.
– Non è niente, – disse Ralph. – Va tutto bene, tesoro. Dài, ora salta giú,
Robert, sento arrivare la mamma.
Ralph sgattaiolò in fretta in bagno e chiuse la porta a chiave.
– Tuo padre è lí dentro? – sentí Marian chiedere. – Dov’è? In bagno?
Ralph?
– Mamma, mamma! – gridò la figlia. – Papà si è fatto male alla faccia!
– Ralph! – Marian girò la maniglia. – Ralph, fammi entrare, ti prego,
caro. Ralph? Per favore, fammi entrare, caro. Voglio vederti. Ralph? Per
favore!
Lui disse: – Va’ via, Marian.
E lei: – Non posso. Ti prego, Ralph, apri un attimo la porta, amore.
Voglio solo vederti. Ralph. Ralph? I bambini dicono che ti sei fatto male.
Che t’è successo, tesoro? Ralph?
Lui disse: – Vattene.
E lei: – Ralph, apri, per favore.
Lui disse: Vuoi star zitta, per favore?
Sentí che lei aspettava fuori dalla porta, vide che tentava ancora di girare
la maniglia, poi la sentí muoversi in cucina, preparare la colazione ai
bambini, cercando di rispondere alle loro domande. Si guardò a lungo nello
specchio. Cominciò a farsi delle smorfie. Provò un sacco di espressioni. Poi
lasciò perdere. Si allontanò dallo specchio, si sedette sul bordo della vasca e
cominciò a slacciarsi le scarpe. Rimase seduto lí con una scarpa in mano a
guardare le golette attraversare il vasto mare blu della tenda di plastica della
doccia. Ripensò alle piccole diligenze nere sulla tovaglia e quasi gridò: –
Ferma! – Si sbottonò la camicia, si chinò sulla vasca con un sospiro e spinse
il tappo nello scarico. Fece scorrere l’acqua calda e subito si alzò il vapore.
Rimase nudo in piedi sulle mattonelle prima di entrare nella vasca. Si
strinse tra le dita la carne flaccida sulle costole. Si esaminò di nuovo la faccia
nello specchio appannato. Ebbe un sobbalzo di paura quando Marian lo
chiamò ancora.
– Ralph. I bambini sono in camera loro a giocare. Ho chiamato Von
Williams e ho detto che non saresti andato al lavoro; anch’io resto a casa,
oggi –. Poi aggiunse: – Ti sto preparando una bella colazione calda, tesoro,
per quando uscirai dal bagno. Ralph?
– Sta’ un po’ zitta, per favore, – disse lui.
Rimase in bagno finché non la sentí dentro la camera dei bambini. Li
stava vestendo, chiedendogli se avevano voglia di andare a giocare con
Warren e Roy. Ralph attraversò la casa ed entrò in camera da letto, dove
chiuse la porta. Guardò il letto, prima di infilarcisi dentro. Si sdraiò supino e
fissò il soffitto. Si era alzato dal divano, era andato in cucina e poi... si era...
seduto. Chiuse gli occhi di scatto e si girò su un fianco quando Marian entrò
nella stanza. Lei si tolse la vestaglia e si sedette sul bordo del letto. Infilò una
mano sotto le coperte e cominciò a massaggiargli la parte inferiore della
schiena.
– Ralph, – disse lei.
Dapprima lui s’irrigidí al suo tocco, ma poi si lasciò un po’ andare.
Lasciarsi un po’ andare era piú facile. La mano di Marian gli si spostò sul
fianco, poi sul ventre e ora lei gli si stringeva addosso, si muoveva avanti e
indietro sopra di lui. Lui si era trattenuto, rifletté in seguito, finché aveva
potuto. Ma poi si era girato verso di lei. Si era girato e rigirato in quello che
avrebbe potuto essere un sonno stupendo, e ancora non aveva smesso di
rigirarsi, stupito dagli impossibili mutamenti da cui si sentiva travolto.