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Il liberismo è di sinistra

Alberto , Alesina

ISBN: 9788865763520

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Gallia Stefanova

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il 13 settembre 2014
Numero d'ordine: 12527981

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© il Saggiatore S.r.l., Milano 2007


Alberto Alesina - Francesco Giavazzi

IL LIBERISMO È DI SINISTRA
IL LIBERISMO È DI SINISTRA
a Marco Biagi,
Massimo D’Antona,
Ezio Tarantelli
Nota degli Autori

Questo libro prende spunto dagli articoli che abbiamo pubblicato in questi ultimi due, tre anni sul
Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, che ringraziamo.
Abbiamo anche utilizzato risultati di ricerche svolte con numerosi coautori: li abbiamo citati,
quando possibile, e ringraziamo anche loro.
Questo libro non sarebbe stato scritto senza la collaborazione e l’entusiasmo di Donatella
Minuto.

Milano-Boston, luglio 2007


A.A., F.G.
Indice

Copertina
Colophon
Frontespizio
Occhiello
Esergo
Introduzione
1. Destra e sinistra confuse
2. La meritocrazia è di sinistra
3. Liberalizzare i mercati è di sinistra
4. Riformare il mercato del lavoro è di sinistra
5. Ridurre la spesa pubblica è di sinistra
6. Il capitalismo di Stato non è di sinistra
7. Qualcosa comincia a cambiare
Conclusioni
Introduzione

Il liberismo è spesso considerato un pensiero politico ed economico di destra. Imbrigliare i mercati,


vincolarli e impedirne il funzionamento per raggiungere vari scopi sociali sarebbe invece di
sinistra.
Non vogliamo addentrarci in una discussione filosofica su questi parallelismi anche perché
giungeremmo alla conclusione che sono imprecisi. Non solo, ma nel caso dell’Italia di oggi, sono
profondamente errati. Basta osservare le due coalizioni politiche del paese. In quella di
centrodestra c’è una componente liberista ma c’è anche una componente determinante, la
cosiddetta «destra sociale», che non è certo una destra pro mercato. Le lobby degli ordini
professionali, per esempio, che tutto sono fuorché liberiste, sono ben rappresentate da questa
coalizione. Nel centrosinistra vi sono partiti che si definiscono comunisti e che liberisti certo non
sono, così come non lo è una buona parte della coalizione che pure si definisce riformista. Anche in
questa coalizione però c’è una vena liberista, tant’è vero che alcune liberalizzazioni significative
sono arrivate con il governo di centrosinistra.
In politica economica, vi sono, al di là delle etichette politiche, due fronti contrapposti: quello
liberista che (purtroppo) è minoritario in entrambe le coalizioni, e quello non liberista che invece
prevale in entrambe. Alleanza nazionale e i partiti comunisti non saranno d’accordo sulla politica
estera, ma su quella economica formerebbero un governo perfettamente omogeneo!
I «dirigisti» di destra e di sinistra vedono il mercato con sospetto per due motivi. Uno è
ideologico: credono che il mercato vada imbrigliato così come il cavaliere (cioè il governo) guida il
cavallo (cioè l’economia), perché ritengono che questo sia il modo migliore per creare prosperità: il
«cavallo mercato» è troppo bizzarro e imprevedibile se non viene domato dalla politica. È una tesi
con cui non concordiamo, e ne discuteremo. Ma ciò non significa essere contrari a regole precise e
rigorosamente fatte osservare per garantire che i mercati funzionino con legalità, giustizia e senza
discriminazioni e favoritismi. Le Autorità antitrust non imbrigliano il mercato, il loro scopo è
proprio quello di consentire al mercato di funzionare. E, infatti, spesso sono proprio i non liberisti
che protestano contro le Autorità indipendenti, per esempio quando intervengono per limitare il
potere monopolista di qualche grande azienda pubblica o per bloccare aiuti di Stato a questo o quel
monopolista.
La seconda ragione – più politica (e la principale) – che spiega questa avversione al mercato non
è la paura che sia troppo «selvaggio», ma un’altra: è la volontà di difendere lo status quo e il timore
di perdere il consenso di quelle lobby e gruppi di interesse che hanno conquistato la politica
italiana (sia a destra sia a sinistra) a scapito dei giovani, dei consumatori e dei contribuenti.
Quante volte avete sentito i nostri politici parlare di «consumatori», cioè di tutti noi, invece che
di questo o quel gruppo, definito da una professione o da una lobby? Uno dei problemi
fondamentali della società italiana è che molti (troppi) si riconoscono in una categoria –
l’insegnante, l’impiegato pubblico, il commerciante, il pensionato – perdendo così di vista il nostro
minimo comun denominatore, ovvero che siamo tutti consumatori e contribuenti. E chi ci governa
concerta le scelte politiche con le lobby e così facendo le rafforza. Il risultato è che la politica spesso
diventa una guerra fra lobby, non un modo per accrescere il benessere di consumatori e
contribuenti, ovvero dei cittadini in quanto tali.
Nel nostro libro Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico (Rizzoli 2006) abbiamo
sostenuto la tesi secondo cui, senza riforme liberiste, l’Europa continentale in generale e l’Italia in
particolare rischiano un declino, cioè una graduale perdita di benessere, relativo e assoluto, dei
propri cittadini, e una corrispondente perdita di influenza nel mondo. Goodbye Europa è stato
interpretato da alcuni come un manifesto dell’«anti-Europa», come un libro pro americano, e
quindi di destra; tra equità ed efficienza ci è stato rimproverato di aver scelto la seconda perdendo
di vista la prima. Non è così, e questo è il motivo per cui abbiamo deciso di riprendere la
discussione.
La tesi che sostenevamo allora, e che continuiamo a sostenere qui, spiegandola – speriamo –
meglio, è questa: nell’Italia di oggi non esiste una relazione inversa tra equità ed efficienza: più
efficienza non significa meno equità, anzi! Le riforme liberiste di cui abbiamo parlato in Goodbye
Europa, e che in questo volume brevemente ricordiamo, renderebbero l’Italia non solo un paese più
efficiente ma anche più equo. L’opposizione a questo tipo di riforme deriva non da una sincera
preoccupazione per l’equità del paese nel suo complesso, ma dal tentativo di difendere quei gruppi
di interesse che hanno conquistato la politica italiana. Spesso, purtroppo, anche i rari politici che
lo hanno capito mancano della fantasia e del coraggio necessari per esplorare vie nuove, per
pensare fuori da schemi precostituiti, «outside the box» come dicono gli inglesi. Nonostante un
mondo che cambia rapidamente, la politica italiana sembra arenata su discussioni che si trascinano
pressoché immutate da anni e anni.

L’ala riformista dell’attuale governo Prodi sembra in difficoltà e in balia della sinistra massimalista e
conservatrice (nel senso letterale del termine: che non vuole cambiare). Perché? Alcuni, per
esempio Barbara Spinelli in un articolo su La Stampa del 13 gennaio 2006, pensano che l’errore
compiuto dai riformatori e liberalizzatori dell’attuale maggioranza sia stato quello di chiedere
all’ala sinistra del governo di rinnegare la propria storia. È esattamente il contrario: se falliranno è
perché non saranno stati capaci di spiegare che le riforme sono di sinistra e la conservazione dei
privilegi di destra, e che un’organizzazione politica, anche con una storia alle spalle, deve sapersi
adattare a un mondo che cambia: se non lo fa, compromette il raggiungimento di quelli che
dovrebbero essere i suoi veri ideali. È ciò che sta facendo, cinicamente, la sinistra massimalista.
I riformisti non sono ancora riusciti a far capire la differenza tra gli slogan dei partiti che ancora
si definiscono comunisti e i veri interessi dei cittadini che questi partiti dovrebbero rappresentare.
I leader della sinistra radicale e conservatrice, e gran parte dei leader sindacali, si preoccupano di
pensionati e pensionandi, ovvero dei lavoratori anziani dell’industria, categorie certo da non
dimenticare, ma i cui interessi non vanno sempre e comunque anteposti a quelli di altre categorie
ancora più a rischio, come i veri poveri e i giovani senza lavoro o sottopagati. Il caso della recente
riforma delle pensioni è straordinario. È stupefacente come una palese redistribuzione da figli e
nipoti a genitori e nonni sia stata fatta passare come una conquista di sinistra. A noi non risulta che
Marx parlasse di lotta di generazioni, semmai di lotta di classe.
Concorrenza, riforme, merito dovrebbero essere le bandiere della sinistra. La sinistra italiana
invece, e spesso non solo la sua ala più radicale, opponendosi a riforme liberiste, finisce per
difendere il privilegio. Una società in cui c’è scarsa concorrenza, in cui nell’impiego pubblico, che
supera il 10 per cento di tutti i posti di lavoro, si fa carriera per anzianità e non per merito, è una
società in cui il futuro finisce per essere determinato dal censo: proprio ciò contro cui dovrebbe
battersi la sinistra, quella vera.
Ecco quindi le ragioni di un titolo apparentemente paradossale: Il liberismo è di sinistra. Per dire
che oggi, in Italia, chi ha a cuore i valori storici della sinistra, cioè equità, pari opportunità, criteri
di merito e non di classe, dovrebbe schierarsi in prima linea nelle battaglie a favore di un mercato
nel quale vengano fatte rispettare regole del gioco trasparenti, con politiche fiscali e redistributive
efficienti e non «catturate» anch’esse da pochi privilegiati.
1
Destra e sinistra confuse

Da qualche mese in alcuni supermercati e autogrill italiani giovani farmacisti vendono medicinali a
un prezzo inferiore del 20-30 per cento rispetto ai prezzi delle vecchie farmacie di città. Chi è più di
sinistra? Chi liberalizza commercio e professioni o chi permette che le farmacie si tramandino di
padre in figlio consentendo loro di far pagare a prezzi esorbitanti anche medicinali comunissimi
come l’aspirina?
All’Università di Lecce il numero dei dipendenti addetti a mansioni tecniche e amministrative
supera il numero degli insegnanti; un dato che non deve sorprendere, considerando che lo statuto
dell’università prevede che il personale amministrativo abbia il 20 per cento dei voti nell’elezione
del rettore. Avendo sprecato risorse in una dissennata politica di assunzioni, l’inverno scorso il
rettore è stato costretto a sospendere il riscaldamento, naturalmente nelle aule, non negli uffici
amministrativi, dove i termosifoni funzionano anche di pomeriggio, quando le stanze sono deserte.
Pochi in città sembrano preoccupati dello stato della loro università: i figli della buona borghesia
salentina studiano a Bologna, a Torino, a Milano. All’Università di Lecce sono rimasti i figli di chi
non può permettersi un trasferimento al Nord. Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare
l’università, oppure chi nella Finanziaria ha imposto di stanziare più fondi per il rinnovo dei
contratti dei dipendenti pubblici per mantenere lo status quo? E infatti puntualmente i salari degli
impiegati pubblici sono aumentati con riferimenti solo generici al merito e alla produttività dei
dipendenti.
In Danimarca, prima dell’intervento di varie forme di assistenza pubblica, le famiglie a rischio di
povertà sono 32 su 100: l’intervento dello Stato le riduce a 12 (i dati, fonte Eurostat, si riferiscono al
2003). Ciò significa che il welfare danese riesce a spostare 20 di quelle 32 famiglie fuori dall’area a
rischio. In Gran Bretagna, un paese anglosassone in cui lo stato sociale è relativamente «leggero»,
le famiglie a rischio di povertà passano da 26 a 18 dopo un intervento statale che costa
relativamente poco ai contribuenti. In Italia le famiglie vicine alla soglia di povertà sono 22, ma lo
Stato riesce ad aiutarne solo 3 (in Italia, usando i dati del 2003, una famiglia composta da due
genitori e due figli è definita a rischio di povertà se ha un reddito annuo inferiore a 15.000 euro).
Quando si tratta di aiutare chi ne ha davvero bisogno, siamo meno efficienti della Turchia, un paese
che non è certo un modello nel welfare e tuttavia sposta 5 famiglie fuori dall’area a rischio: da 30 a
25.
Chi è più di sinistra? Chi vuole riformare alla radice il nostro sistema di welfare nell’interesse dei
poveri e dei giovani, oppure chi difende i fortunati che hanno un lavoro a tempo indeterminato e
vanno in pensione a 57 anni?
Ridurre i vincoli ai licenziamenti riduce la disoccupazione, non la aumenta come molti
vorrebbero far credere. Le imprese sono più disposte ad assumere se sanno di non entrare in una
situazione contrattuale irreversibile. L’esempio di alcuni paesi nordici e dei paesi anglosassoni
parla chiaro: la disoccupazione cala quando ci sono sussidi temporanei per i disoccupati e si
liberalizzano i licenziamenti. Nessun economista serio potrebbe argomentare il contrario. Chi è più
di sinistra allora: chi vuol ridurre la disoccupazione o chi vuol difendere quelli che un lavoro ce
l’hanno già a scapito di giovani che il lavoro non ce l’hanno? Ma forse non possiamo aspettarci
molto, se si pensa che le proposte sulla flessibilità del mercato del lavoro contenute nel nostro libro
Goodbye Europa sono state definite «provocatorie» (nel senso negativo del termine) dal senatore
Tiziano Treu, responsabile per i problemi del lavoro della Margherita, che ha preso le difese
dell’illicenziabilità.

Liberalizzare è di sinistra per molte ragioni. La prima, ovvia, è che creare vera concorrenza in certe
professioni, come farmacisti, notai, avvocati, tassisti, riduce prezzi e tariffe anche per i
consumatori meno abbienti ed evita che i privilegi di queste professioni si tramandino di padre in
figlio. La sinistra, soprattutto quella più radicale, dovrebbe essere in prima fila in questa battaglia.
Invece non lo è e non lo è stata mai. Perché? Perché teme che dopo aver liberalizzato le professioni
si cominci a parlare di liberalizzazione del mercato del lavoro, toccando gli interessi di quello
zoccolo duro di lavoratori anziani illicenziabili e di impiegati pubblici (compresi quelli
improduttivi, i «fannulloni» di Pietro Ichino), superprotetti dall’attuale legislazione. Ecco allora
che si crea un’alleanza «diabolica» tra ordini professionali e sinistra estrema, contro il giovane, il
consumatore e il contribuente. La seconda ragione è che liberalizzare il mercato del lavoro,
proteggendo i disoccupati con sussidi ben congegnati, ma senza impedire alle imprese di licenziare
chi non è più adatto alle necessità aziendali, privilegerebbe i giovani relativamente meno abbienti
rispetto ai lavoratori anziani e ben protetti, e favorirebbe il merito e non le rendite di posizione,
cioè le rendite di chi un lavoro ce l’ha già. Non solo, ma farebbe anche aumentare l’occupazione.
Da alcuni anni, da quando cioè l’Europa ha fatto qualche passo avanti verso la liberalizzazione
del mercato del lavoro, si è registrato un aumento delle assunzioni. Tra il 1980 e il 1995 nell’Unione
europea (dei 15 paesi) sono stati creati 12 milioni di posti di lavoro; nello stesso periodo gli Stati
Uniti, un paese di dimensioni analoghe, ne hanno creati quasi 26 milioni. Tuttavia, nel decennio
successivo, quando in Europa è stata introdotta qualche timida liberalizzazione, come la legge Biagi
in Italia, il numero di nuovi posti di lavoro è salito a 18 milioni, esattamente lo stesso dei nuovi
posti creati negli Usa nel medesimo decennio.
Facciamo un esempio concreto che riguarda il nostro paese. L’Alitalia è da tempo sull’orlo del
fallimento e due sono le alternative per risolvere una situazione di cui si è parlato fino alla nausea.
Una è proteggere la compagnia con regolamentazioni vantaggiose e sussidi pagati dai contribuenti
per mantenerla in vita e «difendere l’occupazione», compresa quella dei piloti, una categoria di
benestanti, certo non a rischio di povertà. Il fatto che i consumatori abbiano pagato a caro prezzo
un servizio scadente – spesso inevitabile, considerato il monopolio pressoché totale di Alitalia su
certe rotte (che peraltro esclude i meno abbienti che non possono permettersi tariffe così alte) –
non entra nei calcoli.
La seconda alternativa è lasciarla fallire o comunque lasciare che sia il mercato a deciderne la
sorte. Chi rimanesse disoccupato riceverebbe sussidi anche generosi per un certo periodo di
tempo, magari sussidi in proporzione più generosi per i meno abbienti. Nel frattempo, altre
compagnie nuove o già esistenti entrerebbero nel mercato. Molti ex dipendenti Alitalia verrebbero
assorbiti da queste nuove compagnie, le quali offrirebbero un servizio migliore e più economico.
Non solo la di-soccupazione non aumenterebbe, ma diminuirebbe, dato che i prezzi inferiori
attirerebbero nuovi viaggiatori. Qualche giovane in cerca di un primo impiego troverebbe lavoro e
questa trasformazione di mercato favorirebbe chi è veramente produttivo, chi lavora con impegno
e non chi ha goduto per decenni di un posto protetto, indipendentemente dalla produttività. E i
sussidi temporanei alla disoccupazione degli ex dipendenti Alitalia costerebbero ai contribuenti
meno rispetto ai contributi che per anni sono serviti a coprire le perdite della compagnia (200
milioni di euro nel 1998, altri 400 nel 2004, 500 nel 2005 e così via).
Naturalmente un adeguato controllo delle Autorità per la concorrenza dovrebbe assicurare che
ad Alitalia non si sostituisca un’altra compagnia monopolista. Non a caso, quando il governo ha
cercato (fallendo) di privatizzare Alitalia, il sindacato dei piloti, tra i vari acquirenti possibili, ha
espresso la propria preferenza per Air One. La compagnia che si verrebbe a costituire avrebbe il
monopolio della tratta Milano Linate-Roma Fiumicino, una gallina dalle uova d’oro che, grazie alla
sua rendita monopolista, consentirebbe di salvare i privilegi dei piloti. Vedremo se governo e
Antitrust faranno l’interesse dei cittadini o quello dei dipendenti Alitalia. E non si dica che la
deregolamentazione dei servizi aerei fa aumentare gli incidenti. Il mercato americano, tra i primi a
essere stato deregolamentato, ha la minore percentuale di incidenti aerei rispetto agli altri paesi
per numero di miglia viaggiate. È relativamente facile garantire criteri di sicurezza attraverso
opportuni regolamenti, e per una linea aerea il timore di perdere la credibilità è in assoluto la prima
garanzia.
Liberalizzare è di sinistra anche per una terza ragione: una maggiore concorrenza riduce le
barriere all’entrata e consente a nuovi imprenditori di entrare nel mercato aumentando la
produttività del sistema e riducendo le rendite di posizione che si accumulano nelle tasche dei
monopolisti. Ciò abbassa prezzi energetici, tariffe, costi finanziari. Non per nulla molti insiders
monopolistici o semi-monopolistici non sono certo grandi liberalizzatori. Anche in Confindustria
parlare di concorrenza non è sempre benaccetto. Provate per esempio a spiegare che sarebbe
opportuno obbligare l’Eni a cedere la rete di distribuzione del gas.

Molti lettori a questo punto solleveranno un’obiezione: a fronte di tutti questi vantaggi, il mercato
tuttavia produce eccessiva disuguaglianza e può rendere difficile per le fasce meno abbienti della
popolazione uscire dalla povertà. Prima di tutto va chiarito che vi è una differenza fondamentale
tra disuguaglianza e povertà, una differenza spesso trascurata, a volte strategicamente. La povertà
si può ridurre e ciononostante la disuguaglianza può salire, cosa che infatti spesso accade. I
«poveri» di oggi nei paesi Ocse sono molto più ricchi di quanto non lo fossero un paio di decenni
orsono (e ciò vale anche per la stragrande maggioranza dei cittadini di paesi in via di sviluppo
nonostante la retorica anticapitalista). Questo non significa che la disuguaglianza sia diminuita,
anzi, in certi paesi è aumentata. Ma il vero nemico è la povertà, sebbene la disuguaglianza, quando
diventa eccessiva, sia socialmente controproducente e moralmente da molti non accettabile.
La preoccupazione per la disuguaglianza è da prendere molto sul serio e a maggior ragione oggi,
quando le cosiddette economie industrializzate si stanno trasformando in economie di servizi. In
queste economie la di-suguaglianza spesso aumenta perché spariscono molte professioni
tradizionali. Per esempio ci sono, in proporzione, sempre meno operai specializzati e sempre più
camerieri di fast food che servono il pranzo a un numero crescente di giovani laureati arricchitisi
nella finanza. Questa è una delle cause principali dell’aumento della disuguaglianza in Usa e Gran
Bretagna, paesi che sono in testa a questa trasformazione. Ma i cambiamenti della struttura
economica cui stiamo assistendo sono in larga parte inevitabili, data anche l’ascesa di economie
come India e Cina. Non è possibile opporvisi. Secoli di storia economica ci insegnano che per i paesi
più avanzati chiudersi al commercio internazionale è controproducente. L’ultima volta che il
mondo scelse questa via fu negli anni trenta del secolo scorso, uno dei periodi di maggiore crisi del
capitalismo mondiale, che poi sfociò nella Seconda guerra mondiale.
In conclusione, mercato e concorrenza vanno salvaguardati e protetti. La povertà e l’eccessiva
disuguaglianza (soprattutto la prima) vanno mitigate con un sistema di trasferimenti e di
protezione sociale efficaci. Questi andrebbero finanziati con una tassazione progressiva sì, ma
efficiente, cioè che non disincentivi a lavorare, produrre e investire. Perché se non c’è crescita la
povertà non si riduce. Il welfare italiano è ben distante dall’avere queste caratteristiche di
efficienza. È troppo sbilanciato a favore delle pensioni e protegge poco e male chi veramente ne ha
bisogno. Le pensioni assorbono il 61,3 per cento del totale della spesa pubblica per il welfare. Se alle
pensioni aggiungiamo la spesa previdenziale per malattia e salute (cioè interventi di sostegno
motivati dalle condizioni di salute del cittadino, non la spesa sanitaria) si raggiunge il 93,3 per cento
del welfare. Per tutti gli altri interventi (sostegno ai poveri, alle famiglie, ai disoccupati) rimane solo
il 6,7 per cento. Alle famiglie bisognose va il 4,4 per cento del welfare, circa la metà della media
europea, 7,8 per cento. Ai sussidi per la disoccupazione il 2 per cento, contro il 6,5 per cento della
media europea. In Italia la percentuale di lavoratori che hanno accesso a qualche forma di sussidio
quando perdono il lavoro è solo il 28 per cento del totale.
Ma quando si parla di riformare il nostro sistema di welfare i conservatori della sinistra si
allineano alla destra sociale e si arroccano in una difesa dello status quo. Sarebbe questa una
posizione di sinistra che difende i deboli? A noi pare proprio di no.
2
La meritocrazia è di sinistra

Una storia che viene dal Kenya insegna molto più di tante parole. Tre economisti, Michael Kremer
di Harvard, Ted Miguel di Stanford e Rebecca Thornton dell’Università del Michigan, hanno fatto il
seguente esperimento. Hanno studiato circa 120 scuole elementari in una regione del Kenya e, tra
queste, ne hanno scelte (a caso) come campione la metà. Le restanti servivano da «controllo
statistico», ovvero per osservare le differenze tra le scuole «trattate» con l’esperimento e le altre.
Grazie ai finanziamenti di un’organizzazione non-profit olandese, al primo gruppo di scuole è stata
offerta una somma di denaro da usare per attribuire un premio al 15 per cento delle allieve di
quinta elementare che avessero ottenuto i voti migliori nel test di fine anno (test identico per tutte
le scuole). Il premio, circa 12 dollari, avrebbe consentito alle loro famiglie (nel caso lo avessero
desiderato e come di fatto è avvenuto) di finanziare due anni di scuola aggiuntivi per le bambine
stesse. Veniva inoltre dato un riconoscimento pubblico e un piccolo premio in denaro alla scuola
con il maggior numero di vincitrici.
I risultati sono stati strabilianti. Nelle 60 scuole sottoposte all’esperimento non solo i voti delle
bambine che hanno vinto sono migliorati rispetto alla media degli anni precedenti, ma sono
cresciuti con la stessa percentuale quelli di tutte le bambine, comprese le non premiate. Cosa ancor
più curiosa, si sono alzati anche i voti dei maschi, esclusi dall’esperimento. Inoltre l’assenteismo
degli insegnanti – che nei paesi poveri è un problema endemico – è diminuito grazie alla
competizione tra le varie scuole. Ecco un esempio di come la meritocrazia giovi a tutti, non solo ai
vincitori ma anche a coloro che, per voler dimostrare di farcela e per un generale istinto di
competizione, sono incentivati a impegnarsi di più. Se questo vale per una scuola elementare del
Kenya, figuriamoci per un’università di un paese industrializzato!
E a proposito di università, ecco un’altra storia interessante che viene dalla Bocconi di Milano,
risultato di un recente lavoro di ricerca svolto da uno di noi (Giavazzi) insieme ad Andrea Ichino
dell’Università di Bologna e Pietro Garibaldi dell’Università di Torino. L’Università Bocconi fa
pagare tasse universitarie relativamente elevate per gli standard italiani, calcolate in base al
reddito familiare. Considerate ora due studenti a caso, uno appena al di sotto e uno appena al di
sopra della soglia di reddito cha fa scattare una tassa più elevata. La differenza di reddito familiare è
quindi minima. Supponendo che l’unica differenza tra i due studenti siano le tasse universitarie, si
può studiare statisticamente il loro effetto sul rendimento scolastico.
Anche in questo caso i risultati sono molto istruttivi. Un aumento delle tasse universitarie di
mille euro all’anno produce una riduzione del 6 per cento della probabilità che uno studente vada
fuori corso, senza che la media dei suoi voti si abbassi. Il motivo è evidente: un incentivo monetario
stimola l’impegno a finire gli studi, senza influire sulla qualità. Semplicemente diventa più costoso
«prendersela comoda». Ecco perché spostare il finanziamento delle università dai contribuenti agli
utenti (gli studenti e le loro famiglie) ha effetti positivi. E, se questo è accompagnato da borse di
studio per i meno abbienti – concepite per incentivare la conclusione degli studi entro i tempi
previsti –, non penalizzerebbe i più poveri.
La sinistra italiana (così come la destra in realtà) sembra invece convinta che il «diritto allo
studio» sia garantito dalle tasse che i contribuenti pagano allo Stato. È falso. All’università ci vanno
soprattutto i ricchi e le classi medie, che potrebbero contribuire con una percentuale decisamente
maggiore al costo delle spese universitarie (con una riduzione, tra l’altro, del carico fiscale, dato
che più pagano gli utenti meno pagano i contribuenti). Borse di studio ben congegnate
garantirebbero l’accesso all’università a tutti i meritevoli e il sistema nel suo complesso
risulterebbe più efficiente ed equo. Nelle università di eccellenza americane, comprese quelle in cui
lavoriamo (Harvard e Mit), gli studenti vengono ammessi solo per merito, con tasse molto elevate.
Ma ad Harvard, per esempio, tutti gli studenti ammessi la cui famiglia è al di sotto di una certa
soglia di reddito non pagano nulla. A ciò si aggiungono borse di studio basate sul merito e borse
basate su una combinazione di merito e reddito. Tutte le altre università americane a ogni livello
hanno programmi simili per garantire l’accesso alle famiglie meno abbienti e favorire gli studenti
più meritevoli.
Certo, meritocrazia implica rischio, ma senza prendere dei rischi si ristagna e si declina.
Purtroppo i giovani italiani sembrano non riconoscersi in un modello meritocratico proprio per
una diffusa avversione al rischio. Come dimostra un’indagine condotta da Renato Mannheimer nel
settembre 2006, ciò che affligge i giovani italiani che si affacciano sul mercato del lavoro è il virus
della scarsa ambizione. Alla domanda «Preferisci un lavoro sicuro, anche se magari meno
redditizio, oppure uno meno sicuro ma con migliori prospettive di reddito?» 6 giovani su 10
rispondono di preferire quello sicuro anche se mal pagato. «Supponiamo che un’azienda attraversi
un periodo florido e decida di aumentare gli stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, riservati
a quelli che più ne hanno bisogno o a chi ha lavorato meglio?»: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in
egual misura o a chi ne ha più bisogno. Ma non è colpa dei giovani se dimostrano così poca audacia
e così tanta avversione al rischio. Sono vittime di un sistema basato sull’anzianità, anziché sul
merito. Se si premia solo l’anzianità, allora è comprensibile che i giovani preferiscano aumenti
uguali per tutti: così almeno qualche giovane meritevole verrà premiato.
Il Sessantotto, pur avendo giocato un ruolo positivo nella rimozione di alcuni miti e pregiudizi
culturali, ha anche avuto un profondo effetto negativo: ha oscurato la meritocrazia, anzi, le ha
dichiarato guerra. L’ideologia egualitaria ha finito per cancellare lo strumento principale a
disposizione dei meno abbienti per emergere: in questo il Sessantotto ha gettato le basi per un
sistema radicalmente di destra. Bandito il criterio del merito, i figli di notai, ingegneri, medici,
avvocati e professori universitari sono diventati a loro volta notai, ingegneri, medici, avvocati e
professori universitari. Più di quanto non accadesse prima del 1967! In Francia, un paese non certo
di destra e baluardo (almeno fino a oggi) dell’antiamericanismo europeo, la meritocrazia nelle
grandes écoles è rigidissima, e infatti tutto si può dire della Francia, tranne che non produca
un’eccellente classe dirigente, andandola a scovare tra i meritevoli, indipendentemente dal censo.
La sinistra italiana sbaglia nel non abbracciare senza «se» né «ma» la meritocrazia, un concetto
che dovrebbe appartenere di diritto a una cultura riformista; molti oggi parlano di meritocrazia,
ma in gran parte sono solo parole perché poi si scatena un’atavica avversione a qualunque riforma
davvero meritocratica.
In Italia la meritocrazia vale poco. Lo constatiamo non solo nel settore pubblico, ma anche in
buona parte di quello privato, oltre che nelle nostre scuole e università. E fa sorridere l’allarme
periodicamente lanciato dai giornali sulla fuga all’estero dei nostri cervelli migliori. E cos’altro
dovrebbe fare un giovane brillante in un paese che scoraggia l’ambizione premiando l’età e non il
merito?
Una conseguenza dell’assenza di meritocrazia è l’invecchiamento della nostra classe dirigente.
Un aneddoto: nel 1984, quando Franco Modigliani vinse il premio Nobel per l’economia, gli studenti
italiani di economia di Harvard e del Mit (tra i quali uno di noi, Alesina) lo invitarono a cena in un
ristorante toscano di Boston. Parlando di Italia, università e fughe di cervelli all’estero, Modigliani
ci raccontò che all’età di 37 anni, durante un seminario in un’università italiana, fu presentato
come un «brillante giovane economista». E lui rispose: «Grazie per il “giovane”, ma negli Stati
Uniti mi considerano un po’ passé!». In un’altra occasione, parlando ai dottorandi italiani di quelle
due università, aggiunse: «Sareste degli eroi se decideste di tornare nell’università italiana. Come
diceva Brecht, “maledetta la terra che ha ancora bisogno di eroi”». Eravamo negli anni ottanta ma
la situazione dell’università italiana non è molto migliorata.
I dati relativi all’età media dei docenti universitari italiani pubblicati nel gennaio 2007 sul Corriere
della Sera da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, sono strabilianti: tra gli oltre 18.000 cattedratici,
solo nove hanno meno di 35 anni; tre su dieci ne hanno più di 65. E per fortuna che nelle università
la legge impone di andare fuori ruolo a 72 anni! Nei dipartimenti di economia americani si diventa
full professor (cioè «si sale in cattedra») normalmente tra i 28 e i 35 anni al massimo, e i dipartimenti
sono diretti da quarantenni. Dai 55 anni in su si è considerati in fase «discendente» e, nella gran
parte dei casi, i membri più anziani dei dipartimenti sono consapevoli che molte delle scelte
gestionali (in particolare le assunzioni) vanno delegate ai più giovani. Tra le università americane
c’è una competizione accesissima per i giovani – ripetiamo, giovani – più promettenti. Lo stesso
vale per altri ambiti professionali. John Reed divenne capo di Citibank, una delle maggiori
istituzioni finanziarie al mondo, a 40 anni, e al compimento dei 60 lasciò. In Italia a 60 anni ci si
affaccia al gotha delle istituzioni finanziarie.
Certo, ci sono eccezioni importanti. Gli esempi più famosi vengono dalla Fiat e dalla Banca
d’Italia, dove la guida è stata affidata a due cinquantenni che hanno rapidamente avviato un
profondo ricambio. In entrambi i casi però la svolta è stata imposta da contingenze drammatiche:
nel primo, l’azienda era tecnicamente fallita, e nel secondo, lo scandalo che travolse Antonio Fazio
rese impossibile la sua permanenza a capo dell’istituzione. In circostanze normali Sergio
Marchionne e Mario Draghi non sarebbero stati nominati.
In politica, invece, neppure le circostanze eccezionali appaiono sufficienti per imporre un
ricambio generazionale; basti pensare alle elezioni politiche del 2006 in cui sono scesi in campo gli
stessi due candidati del 1996, ciascuno con dieci anni di più. Se si chiede di portare a 60 anni l’età
della pensione, gli italiani insorgono per difendere il proprio diritto al riposo. Berlusconi ha
felicemente compiuto 70 anni, ha anche perso le elezioni, ma l’idea di ritirarsi non pare neppure
sfiorarlo. E lo stesso vale per Prodi che sicuramente non sta brillando per vigore riformatore in un
momento critico per l’Italia. Ma forse la politica in Italia non è un lavoro «usurante», come quelli
per cui si va in pensione a 57 anni.
Quando vinse le elezioni in Spagna, Zapatero aveva 44 anni. In Inghilterra, per sfidare Gordon
Brown, i conservatori hanno scelto un candidato trentanovenne, David Cameron. Il nuovo ministro
dell’Economia svedese, Anders Borgs, l’artefice della vittoria elettorale dei liberali dopo dodici anni
di governo socialdemocratico, ha 38 anni. Tommaso Padoa-Schioppa a fine legislatura ne avrà più
di 70. Negli Stati Uniti uno dei principali candidati alla nomination del Partito repubblicano è John
McCain che ha 64 anni: l’età avanzata è considerata uno dei suoi handicap principali. Hillary
Clinton ha 50 anni, Barack Obama 46.
Come hanno scritto Vincenzo Galasso e Francesco Billari su www.lavoce.info, il «comitato» che
dovrà costituire il nuovo Partito democratico non include una sola persona (su quarantacinque)
sotto i 40 anni! E pensare che più di un terzo degli elettori ne ha di meno. L’età media del comitato,
che si aggira intorno ai 57 anni, dimostra che tutto il potere è concentrato nelle mani di
cinquantenni e sessantenni, la generazione cui appartiene la maggioranza dei leader politici del
nuovo partito. Costoro hanno accettato di farsi aiutare da qualche «padre nobile» (due componenti
del comitato hanno più di 75 anni), ma non hanno ritenuto necessario coinvolgere i ventenni o i
trentenni, cioè coloro che in futuro dovranno votare per il nuovo partito.

Se non nei fatti, «concorrenza» e «merito» hanno però iniziato a circolare almeno come parole
nella sinistra italiana. Meglio di niente. Anche se è curioso che ministri come quello dell’Istruzione,
Fabio Mussi, dichiarino con un certo orgoglio la loro scelta coraggiosa di voler far valere la
meritocrazia (solo a parole comunque). Ma in che cosa dovrebbe credere un ministro
dell’Istruzione se non nel merito?
È difficile convincere i giovani che si affacciano al mercato del lavoro a credere nella
concorrenza e a scommettere sul merito se ogni evidenza mostra che l’Italia è presidiata da una
classe dirigente «vecchia» e se ciò che conta per fare strada sono spesso le parentele, le conoscenze
giuste, un po’ di furbizia e appunto l’età. Alcune soluzioni sono semplici: basterebbe avere la
volontà di realizzarle. Nelle nomine di competenza del governo, per esempio (dirigenti generali
della pubblica amministrazione, manager e consiglieri di amministrazione di imprese pubbliche e
forze armate), Romano Prodi potrebbe impegnarsi a non accettare candidati che abbiano più di 55
anni per ruoli operativi e di gestione e più di 60 per ruoli di rappresentanza e controllo (presidenti
e consiglieri). Sarebbe un gesto forte, del quale anche i privati farebbero fatica a non tenere conto.
L’università italiana, come abbiamo già avuto modo di notare, non è in grado di produrre
capitale umano adeguato perché funziona pessimamente. Anche in questo settore, la mancanza di
competizione significa difesa della potente lobby dei professori e barriere all’entrata di iniziative
private. Il modo per salvare le università è metterle in concorrenza l’una con l’altra, abolendo il
valore legale della laurea. Una strada che il ministro Fabio Mussi con le reiterate promesse di
maggiori finanziamenti agli atenei è ben lontano dal percorrere. Dovrebbe essere ormai chiaro,
grazie ai lavori estremamente convincenti e mai dimostrati errati del professor Roberto Perotti
dell’Università Bocconi, che il difetto della nostra università, e della scuola più in generale, non è la
mancanza di fondi pubblici, ma l’impossibilità di creare gli incentivi corretti, licenziando
insegnanti, ricercatori e professori incapaci o, se non altro, pagandoli molto meno dei loro colleghi
più produttivi e, come si è visto, spostando l’onere del finanziamento dei costi universitari dai
contribuenti agli utenti. Nella facoltà di Economia di Bari vi sono sei docenti con lo stesso cognome,
cinque dei quali appartengono al medesimo dipartimento. O si tratta di uno straordinario caso di
omonimia o in questa famiglia vi è una particolare predisposizione all’eccellenza nel campo della
ricerca economica.
Negli anni ottanta Margaret Thatcher rivoluzionò le università della Gran Bretagna ponendo i
professori che avevano compiuto 55 anni di fronte a una scelta: o accettare un modesto incentivo
economico e ritirarsi, oppure rimanere, ma in tal caso avrebbero dovuto sottoporre la loro ricerca
e la qualità delle loro lezioni a una valutazione esterna che avrebbe determinato il finanziamento
pubblico alla loro università. La maggior parte lasciò, anche perché gli sguardi dei colleghi più
giovani nei corridoi dei dipartimenti cominciavano a diventare imbarazzanti. A quei tempi si diceva
(la sinistra italiana in testa, compresa quella parte oggi riformatrice che l’ha rivalutata con
vent’anni di ritardo) che la Thatcher stava distruggendo le università inglesi. Invece, con parte del
denaro risparmiato, le università assunsero docenti giovani e furono libere di pagare di più quelli
che altrimenti sarebbero emigrati negli Stati Uniti. Cominciò così la rinascita delle università
inglesi che oggi sono le migliori d’Europa e ben competono con quelle americane.
In Italia stiamo andando esattamente nella direzione opposta. Nel 2004, di fronte ai risultati di
una valutazione sulle risorse che lo Stato spende per la ricerca scientifica – la prima effettuata in
Italia per merito dell’ex ministro Letizia Moratti – qualche rettore ha avuto la seguente, curiosa,
reazione. Le valutazioni ci indicano quali sono i settori di ricerca più deboli: quindi è lì che
dobbiamo concentrare le risorse. Nulla di più errato, evidentemente, poiché nella ricerca
scientifica conta solo l’eccellenza, e per ottenerla bisogna concentrare le risorse. Trasformare un
dipartimento da debole a mediocre significa gettare denaro al vento e penalizzare i dipartimenti
ottimi rendendoli, appunto, mediocri anch’essi. E così avremo un’università nel suo complesso
mediocre. Un bel risultato.
La situazione non è molto diversa nella scuola primaria e secondaria dove spendiamo (per
allievo) più di ogni altro paese dell’Ocse, abbiamo il maggior numero di insegnanti in rapporto al
numero di studenti, e ciononostante una percentuale bassissima di diplomati. In tutti i test
(letteratura, matematica, logica) gli studenti italiani ottengono punteggi inferiori alla media Ocse.
Un quadro pressoché identico si ricava confrontando l’Italia ai paesi dell’Unione europea. I risultati
sono particolarmente sconsolanti nel Mezzogiorno, dove il divario nel livello di apprendimento
rispetto al resto d’Europa è significativo già a partire dalla scuola primaria, e tende ad aumentare
negli anni successivi: nel Mezzogiorno un quindicenne su cinque versa in una condizione di
«povertà di conoscenze», anticamera della povertà economica.
La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che il Sud registra uno dei tassi più elevati di
abbandono scolastico. Poiché il sistema scolastico italiano è fortemente centralizzato, il divario che
si registra tra Nord e Sud non è attribuibile a differenze nelle normative o nei programmi
ministeriali, che sono identici dappertutto. Un divario territoriale così marcato mostra
evidentemente che il problema non sta tanto nelle regole, quanto nella loro applicazione concreta.
Come migliorare la pubblica istruzione in Italia? L’insegnamento di questi dati è chiaro:
investire più soldi pubblici in questo sistema educativo semplicemente non serve; occorre
introdurre incentivi affinché insegnanti, genitori e studenti siano stimolati a fare meglio,
ricordatevi le scuole del Kenya! Se un insegnante non ha alcun incentivo salariale o di carriera e
non affronta nessun rischio di licenziamento non farà nulla per migliorare il proprio lavoro.
Introdurre questi incentivi non costerebbe nulla, anzi il licenziamento di qualche insegnante
inadeguato farebbe risparmiare dei soldi, da utilizzare per esempio per premiare i docenti più
meritevoli. Invece nell’ultima Finanziaria il governo ha stabilizzato (ovvero reso illicenziabili)
60.000 insegnanti senza alcun criterio di merito, in un paese a bassissima natalità. Si potrebbe per
esempio istituire un premio finanziario per le scuole che producono studenti migliori o che
dimostrano un’alta qualità d’insegnamento.
Un tentativo di riforma, sia pure edulcorata, per introdurre la valutazione dei docenti fu fatto
nel marzo 2004 dal ministro Moratti con un decreto legislativo, ma incontrò subito la resistenza
della lobby degli insegnanti. E invece è proprio il ridimensionamento dell’influenza corporativa dei
docenti la strada da seguire. Si dovrebbe concedere molta più autonomia alle singole scuole nelle
assunzioni degli insegnanti, perché, appunto, i migliori vengano premiati e il merito diventi il
criterio guida per chi ha il compito così delicato di restituire al paese giovani a loro volta preparati,
motivati e ambiziosi, non giovani che preferiscono un lavoro sicuro, anche se noioso e mal pagato.
Le uniche realtà da cui provengono segnali positivi in questa direzione sono alcune imprese che
non vivono all’ombra di monopoli ben protetti, ma competono ogni giorno sui mercati
internazionali; è al loro interno che è emersa una nuova classe di dirigenti; hanno 40, al massimo 50
anni, considerano l’Europa il loro mercato domestico e il mondo la sfida che devono vincere,
pensano che i dazi contro i cinesi siano una stupidaggine e vedono la Cina e l’India come
opportunità straordinarie e non nemici da combattere, e alla politica chiedono innanzitutto
amministrazioni pubbliche un po’ meno inefficienti, che, se non sono in grado di aiutare, per lo
meno non creino ostacoli.
Purtroppo però si tratta di una minoranza. Negli uffici pubblici i cosiddetti «premi di
produttività» sono assegnati non sulla base del merito (parola che i sindacati dei dipendenti
pubblici hanno cancellato dal dizionario), ma dell’anzianità: così i più anziani, che spesso sono i
meno produttivi, prendono di più. Illuminante è l’esempio del recente contratto integrativo
sottoscritto dal ministero dell’Economia per la distribuzione delle risorse destinate
all’incentivazione della produttività tra i dipendenti del ministero (proprio quello che dovrebbe
dare il buon esempio agli altri ministeri!). Non si tratta di pochi euro: il premio è pari a due mesi di
stipendio. Il 70 per cento delle risorse (come spiegano Tito Boeri e Pietro Ichino su
www.lavoce.info) viene assegnato solo sulla base della presenza. La presenza include anche
l’attività sindacale retribuita, evidentemente considerata parte integrante della produttività. Il
restante 30 per cento del premio viene ripartito sempre sulla base delle presenze e di punteggi
forniti dagli stessi uffici di appartenenza, senza alcuna possibilità di verifica esterna. A Boeri e
Ichino, che di queste cose se ne intendono, risulta che la quasi totalità dei dipendenti delle varie
amministrazioni abbia ottenuto il punteggio massimo. Le tabelle riguardanti questo 30 per cento
prevedono, tra l’altro, che i premi vengano assegnati anche a chi è stato sanzionato, con
sospensione dal servizio o con multe, per reati commessi sul posto di lavoro. Questi dipendenti
avranno un premio leggermente ridotto, il 20 per cento in meno, ma solo per l’anno in cui è stato
commesso il reato; la mensilità in più la riceveranno anche loro. Si tratta tuttavia di un passo in
avanti: i precedenti contratti integrativi non contemplavano nemmeno questa riduzione del 20 per
cento (ma forse questi passi in avanti sono sufficienti per i sostenitori del «gradualismo»).
Insomma, per ricevere il premio basta essere presenti, magari anche avendo procurato qualche
danno erariale per le proprie disattenzioni o per dolo.
Poniamoci ora una domanda per così dire «filosofica». Supponiamo pure di riuscire a
correggere tutte queste distorsioni: è davvero migliore un mondo in cui la di-scriminazione
dipende dal merito? È desiderabile una società nella quale, come negli Usa e in Gran Bretagna, i
differenziali salariali tra coloro che lavorano sulla frontiera della tecnologia e i «comuni mortali», o
semplicemente i meno dotati di intelligenza, si allargano a vista d’occhio? La risposta dipende
evidentemente dai valori in cui ciascuno crede. È legittimo obiettare alla discriminazione fondata
sul merito (anche se per quel che ci riguarda non esiste un sistema più equo), ma discriminare in
base al merito è certamente preferibile che di-scriminare in base al censo. Non solo: se la
meritocrazia produce disuguaglianze giudicate troppo estreme, le si può in parte correggere con
un sistema di tassazione e di welfare efficiente, cosa che l’Italia non fa.
In Italia ancora oggi il reddito dei genitori è più importante nel determinare quello dei figli di
quanto non lo sia negli Usa. I giovani sono poco ambiziosi perché in Italia rischiare è più pericoloso
che altrove. Come abbiamo ricordato nel primo capitolo, la nostra spesa sociale è quasi il doppio di
quella inglese: 22,8 per cento del Pil contro il 14. E tuttavia, come vedremo più avanti, tanto denaro
pubblico non concorre come dovrebbe ad aiutare chi più ne ha bisogno. I programmi di welfare
riducono il numero di famiglie inglesi a rischio di povertà dal 26 al 18 per cento; in Italia dal 22 al 19.
Siamo uno dei pochi paesi avanzati in cui non esistono sussidi di disoccupazione accessibili a tutti.
Il risultato è che chi ha un lavoro se lo tiene stretto, e l’idea di guardarsi attorno alla ricerca di
opportunità migliori non lo sfiora neppure. I giudici reintegrano chi è stato licenziato perché la
disoccupazione è una piaga sociale e le imprese tendono a non assumere a tempo indeterminato
perché un errore nella scelta del personale può rivelarsi irreversibile.
In Italia dunque non abbiamo né un sistema fondato sulla meritocrazia né un sistema fondato
sull’uguaglianza; viviamo in un’anomalia inquietante in cui prevalgono sia l’ingiustizia sia lo scarso
merito. Ciò che serve è l’esatto opposto: premiare il merito proteggendo chi davvero ne ha
bisogno. La sinistra, terrorizzata dall’idea di toccare certe lobby e certi «mostri culturali» sacri,
come il «diritto allo studio», che di fatto cela una profonda mediocrità, finisce per difendere
l’ineguaglianza e l’inefficienza.
3
Liberalizzare i mercati è di sinistra

Poche settimane dopo la decisione del ministro Bersani di consentire la vendita di farmaci da banco
nei supermercati, il prezzo di alcune medicine è sceso del 30 per cento. E le famiglie italiane hanno
scoperto quanto è più semplice, la domenica sera, acquistare l’aspirina senza vagare per la città
alla ricerca della farmacia di turno.
Liberalizzare i mercati dei beni e dei servizi significa eliminare le rendite di cui godevano alcune
categorie privilegiate (notai, farmacisti, ma anche i dipendenti Enel, Eni, Telecom, Alitalia) e
trasferirle ai consumatori. Chi ci guadagna? Evidentemente quelle famiglie che spendono una
quota rilevante del loro reddito nell’acquisto dei beni e nell’utilizzo dei servizi che vengono
liberalizzati. Quando si liberalizzano servizi essenziali – come luce, gas, telefoni, farmacie – a trarne
maggiori vantaggi saranno le famiglie più povere, poiché in proporzione impiegano una
percentuale di reddito superiore per acquistare questi beni di prima necessità.
Fino a pochi anni fa, trascorrere un fine settimana a Londra o a Barcellona era un privilegio per
ricchi. Il costo del biglietto aereo non era inferiore a 300-400 euro e si poteva partire solo da alcuni
aeroporti; al biglietto andava quindi sommato il costo del viaggio per raggiungere l’aeroporto. Oggi
Ryanair, Easyjet e le numerose compagnie low-cost portano a Londra con pochi euro. Si può
partire da Bergamo, da Brescia, anche da Brindisi, e i ragazzi vanno a Londra o a Barcellona il
sabato pomeriggio per rincasare la domenica mattina. Chi è più di sinistra? Chi vuole maggiore
concorrenza nelle linee aeree o chi vuole proteggere Alitalia e i suoi dipendenti?
In Italia un negozio su tre ha una superficie inferiore ai 400 metri quadri: i grandi magazzini
rappresentano solo il 22 per cento della distribuzione. In Francia, il paese dei prodotti doc, i piccoli
esercizi sono il 3 per cento, i grandi il 53. I centri commerciali per lo più non sono belli da vedere,
soprattutto se confrontati con le pittoresche botteghe a conduzione familiare. Anche il servizio è
spesso di qualità inferiore, certamente più anonimo e spiccio. Ma i supermercati discount hanno
cambiato la vita delle famiglie a basso reddito inventando i prodotti «non di marca» e vendendo
beni di prima necessità a prezzi stracciati. Chi si lamenta? Per lo più i ricchi, il cui senso estetico è
disturbato da questi «orrori immobiliari»: lungo l’autostrada preferirebbero paesaggi bucolici. La
spesa la fanno in centro da fruttivendoli che, visti i prezzi, paiono gioiellieri. Per una famiglia
benestante la quota di reddito dedicata al cibo è molto inferiore rispetto a una famiglia con un
reddito più basso. Quindi, mentre per una persona con uno stipendio medio-basso i prezzi degli
alimentari sono un problema serio nel budget familiare, per un benestante sono pressoché
irrilevanti. Nella mentalità di un ricco quindi fare la spesa dai fruttivendoli-gioiellieri del centro
non è un gran problema, mentre lo sono gli orrori immobiliari che è costretto a vedere quando
viaggia in autostrada a bordo della sua Bmw.
Una chiosa: non sta scritto da nessuna parte che i centri commerciali debbano essere per forza
brutti. Se i sindaci, anziché limitarsi a incassare gli oneri di urbanizzazione, imponessero ai
costruttori di assegnare i progetti tramite gare internazionali – e non ai soliti quattro geometri
amici – qualche «bella» idea sicuramente arriverebbe.
Deregolamentare consente anche di applicare velocemente innovazioni tecnologiche
rivoluzionarie che migliorano, e di molto, la vita dei cittadini, compresi quelli poveri. Proteggere le
rendite invece le ritarda. Tallin, capitale dell’Estonia, il paese dove è nata Skype, è coperta da una
rete wi-fi, wireless fidelity, che consente ai cittadini di collegarsi senza fili a internet da qualunque
luogo: case, parchi, tram, automobili. Accedendo a questa rete e utilizzando via internet i servizi di
Skype è possibile telefonare gratis a chiunque nel mondo. È la fine delle rendite di cui per anni
hanno goduto le società telefoniche tradizionali, non solo quelle che offrono servizi su rete fissa,
ma anche le società di telefonia mobile. Skype ha commercializzato un software che consente di
accedere ai suoi servizi – che permettono appunto telefonate gratuite – da un normale cellulare. Il
nuovo software cancella l’attesa: non ci si accorgerà neppure che la telefonata transita su internet
anziché su una normale rete telefonica.
Skype appartiene a una nuova generazione di aziende che si propongono di eliminare tutti i
costi e gli intermediari inutili che tutelano interessi diversi da quelli dei consumatori. Sono aziende
nuove, in cui non vi sono dipendenti che difendono le loro rendite. Se la società guadagna, una
quota del profitto viene immediatamente distribuita ai consumatori, abbassando i prezzi e
allargando la quota di mercato. Se perde, il prezzo non cambia e si tagliano gli stipendi dei
dipendenti. Qualche altro esempio: Wal-Mart, la più grande catena statunitense di negozi al
dettaglio; eBay, dove si fanno acquisti via internet partecipando a un’asta con grande convenienza
rispetto al commercio tradizionale; le compagnie aeree low-cost.
Per anni abbiamo protetto Alitalia, che non riesce nemmeno a convincere assistenti di volo e
piloti a trasferirsi da Roma a Milano; così, quando il volo su cui prestano servizio parte da Malpensa
alle undici del mattino, vengono pagati dalle otto della sera prima, ora in cui si imbarcano a Roma
per raggiungere Milano e iniziare il turno di lavoro. La differenza rispetto al passato è che oggi,
quando i dipendenti di Alitalia scioperano, non vi sono sommosse: i passeggeri scelgono
semplicemente altre compagnie lasciando che Alitalia affondi da sola.
In passato le tariffe di molti servizi – il caso più evidente è quello delle Ferrovie dello Stato –
sono state mantenute basse ma non grazie a una riduzione dei costi e dei privilegi dei dipendenti – i
quali hanno a lungo percepito salari elevati e goduto di condizioni particolarmente favorevoli –
bensì trasferendo i costi direttamente sui contribuenti. Se ci si abitua alle telefonate gratuite di
Skype e ai biglietti da pochi euro di Easyjet, si fa fatica ad accettare un’imposizione fiscale elevata o,
se la si accetta, ci si chiede che cosa si sta pagando: servizi efficienti o i privilegi di qualche
dipendente pubblico ben protetto?
La conclusione è evidente: le liberalizzazioni dovrebbero essere una bandiera della sinistra
perché aiutano soprattutto i consumatori più poveri. Spesso aprono anche nuove opportunità nel
mercato del lavoro. I supermercati che hanno cominciato a vendere prodotti farmaceutici hanno
assunto giovani farmacisti, laureati che non avevano la fortuna di avere una mamma o un papà
farmacista e quindi erano tagliati fuori. Occorre avere il coraggio di spiegare agli elettori che ogni
protezione dei produttori corrisponde a uno sfruttamento dei consumatori.
Per anni la sinistra è stata succube di un mito: l’«alleanza dei produttori». Un mito che ha le sue
radici in una visione marxista del lavoro (inteso nel senso più ampio del termine): il marxismo si
focalizza sulla produzione, sul conflitto di classe all’interno del sistema produttivo; la domanda,
cioè i consumatori, è pressoché irrilevante. In una visione marxista della società l’individuo si
caratterizza per la sua posizione nell’ingranaggio del sistema produttivo, dell’offerta, non della
domanda. Ecco perché la sinistra italiana fa tanta fatica a vedere i consumatori come una categoria
di cui farsi carico.
I «capitalisti» e i «lavoratori» possono scontrarsi, come nell’autunno caldo del ’68-’69, o
possono trovare un accordo, spesso a carico dei contribuenti e dei consumatori. Luciano Lama e
Gianni Agnelli furono i protagonisti di quell’alleanza: «Basta deleghe alla politica» era il loro motto.
E il «punto unico» della scala mobile, un’assurdità logica, fu il prezzo che le imprese pagarono per
guadagnarsi la benevolenza del sindacato.
La realtà è un po’ diversa. L’alleanza dei produttori era l’accordo fra un sindacato che voleva
proteggere i propri iscritti, insider privilegiati, a danno degli outsider (soprattutto giovani) e degli
imprenditori, i quali, per poter pagare quel costo del lavoro, dovevano essere protetti dalla
concorrenza internazionale. I consumatori non sono mai stati rappresentati ai tavoli a cui
avvenivano quegli accordi.
La politica si è subito adeguata. I sussidi alle imprese sono diventati un modus operandi tipico dei
governi sia di destra sia – forse ancor di più – di sinistra. Sussidi per investimenti al Sud, sussidi per
evitare la chiusura di impianti, sussidi per garantire l’occupazione, sussidi per finanziare
l’innovazione. La Confindustria è diventata una delle tante lobby che al momento della Legge
finanziaria «assaltano la diligenza» per ottenere favori e finanziamenti. Per anni la Fiat ha ricevuto
sussidi che, messi l’uno sull’altro, ammontano a parecchi punti di Pil. È stata a lungo anche
protetta dalle quote sulle importazioni di automobili giapponesi. Per anni la Confindustria ha
appoggiato questo o quel governo a seconda dei benefici che si aspettava di trarne, spesso in
termini di sussidi, a scapito della concorrenza vera.
Un altro pregiudizio diffuso, e falso, è che la concorrenza danneggia i lavoratori. È falso perché
essi stessi, fuori dall’azienda in cui lavorano, sono consumatori. Quando si eliminano le rendite,
tutte le rendite, come lavoratori perdono sì la quota di rendita di cui godevano nella loro azienda,
ma come consumatori pagano prezzi più bassi su tutti i beni e i servizi che acquistano. Il bilancio è
positivo anche perché con più concorrenza si produce di più, ovvero la «torta» del Pil aumenta. Se
poi la «torta» è divisa in modo troppo disuguale la si può correggere con un sistema fiscale e di
welfare ben congegnati.
Le liberalizzazioni non hanno solo i benefici diretti di cui abbiamo parlato; ne hanno anche di
indiretti, altrettanto importanti. Primo: sono essenziali per la crescita perché sono cruciali per
l’innovazione. Inoltre, come vedremo più avanti, in un’economia avanzata consentono di spostare
un po’ di attività economiche dall’industria ai servizi, una trasformazione essenziale se si vuole
evitare che i salari dei lavoratori dell’industria vengano schiacciati dalla concorrenza dei paesi dove
il costo del lavoro è particolarmente basso.
Ma iniziamo dalla crescita, che è sempre stata una bandiera della sinistra progressista. Sono i
conservatori che generalmente la temono perché la crescita amplia le opportunità e rende più
difficile difendere i privilegi. Le aristocrazie sono state spazzate via dalla crescita, nell’Inghilterra
dell’Ottocento come nella Cina di oggi.
A questo punto molti lettori si chiederanno: cari autori, per quasi trent’anni, dal dopoguerra
agli anni settanta, l’Italia è cresciuta, si è trasformata da un paese per lo più agricolo in un paese
industriale avanzato, ha dimezzato la distanza che la separava dai paesi più ricchi in termini di
reddito pro capite, e questo senza ricorrere alla concorrenza né alle liberalizzazioni, anzi, con
un’economia fondata sull’impresa pubblica e rigidamente regolamentata. Perché improvvisamente
la concorrenza sarebbe tanto importante per ricominciare a crescere? Per anni, luce, gas, telefoni,
autostrade, linee aeree, persino la Fiat, sono stati monopoli; eppure non è andata tanto male. Che
cosa è cambiato? Non sarà solo una moda, l’influenza di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan,
modelli che non è detto siano validi anche per l’Italia?
È un’ottima domanda. Va considerato però che sono cambiate due cose fondamentali:
innanzitutto è cambiata l’Italia. Dopo la guerra eravamo un paese relativamente povero, con poco
capitale e lavoratori con un basso livello di istruzione – in media la licenza elementare e non per
tutti. In quelle condizioni la ricetta per crescere era piuttosto semplice: risparmiare e investire, sia
in capitale fisico sia in capitale umano. Non vogliamo sottovalutare il «miracolo italiano», ovvero la
rapidità con cui l’Italia si è trasformata. Tuttavia in quegli anni per far avanzare il paese non c’era
bisogno di grande immaginazione. Le industrie del «miracolo italiano» erano abbastanza
tradizionali: cemento, acciaio, automobili, elettrodomestici. Ci sono state le eccezioni: i polimeri
che valsero a Giulio Natta il premio Nobel o i computer Olivetti, per esempio; ma erano eccezioni
appunto. Non ci si doveva preoccupare troppo dell’università, della ricerca e dell’istruzione
superiore. La concorrenza e l’innovazione non erano importanti. Anzi, forse un po’ di rendita è
persino servita, almeno quando è stata usata per accelerare gli investimenti.
Tuttavia arriva il momento in cui accumulare capitale nelle industrie tradizionali non basta più.
Per i paesi vicini alla frontiera tecnologica, crescere significa innovare e spostarsi rapidamente in
settori che producono servizi meno «commerciabili» (cioè non in competizione con la Cina)
oppure in settori tecnologicamente avanzati. Il tessile tradizionale (non il design di lusso) o
l’industria dell’acciaio non bastano più. E se non si cambia strada e ci si trasforma, la crescita si
ferma, e allora davvero la Cina diventa un problema invece che uno straordinario nuovo mercato
con un miliardo di consumatori.
L’incapacità di rinnovarsi ha creato problemi a tanti, a cominciare dall’Unione Sovietica alla fine
degli anni cinquanta, un caso macroscopico, ma in un certo senso un esempio estremizzato del
capitalismo di Stato italiano degli anni settanta. Forse anche la crisi del Giappone, un’economia che
non cresce da quindici anni, dipende dall’incapacità di abbracciare un modello diverso. Le
similitudini tra Italia e Giappone, per esempio sulla gerontocrazia e l’immobilità, non sono da
sottovalutare.
Insomma, terminata la fase di accumulazione iniziale, per continuare a crescere occorrono
immaginazione, prodotti nuovi, tecnologia: in una parola idee. È a questo punto che la concorrenza
diviene essenziale. La ricerca economica ha fatto grandi passi avanti nell’individuare i fattori
determinanti perché la crescita continui: scuole e università efficienti, una giustizia, soprattutto
civile, rapida nel risolvere le controversie, regole chiare e stabili (antitrust, concessioni
governative), e soprattutto, concorrenza.
Le imprese che innovano spesso sono quelle nuove, che riescono a «entrare» perché i mercati
sono privi di barriere all’ingresso. Certo, anche le imprese che già operano in un mercato talvolta
innovano. Ma perché innovano? Perché se il mercato è aperto, nuove imprese potranno
liberamente entrarvi e mettere in crisi la sopravvivenza di quelle già esistenti. È per sopravvivere
che queste sono spinte ad aprire nuove linee di produzione, introdurre nuovi prodotti e nuove
tecnologie.
Ibm per esempio è ancora una delle imprese informatiche più innovative e lo è perché si ricorda
ancora ciò che le accadde negli anni settanta quando dominava il mercato dei grandi computer e
all’orizzonte non si vedevano concorrenti. Poi Steve Jobs inventò Macintosh e fondò Apple. In
breve, Ibm si trovò sull’orlo del fallimento, ma questo fu il colpo di frusta che salvò l’azienda.
Chiedetevi che cosa sarebbe accaduto se il governo americano, per difendere Ibm, avesse reso la
vita difficile a Steve Jobs. La straordinaria rivoluzione tecnologica che abbiamo vissuto e viviamo
tuttora sarebbe stata ritardata di decenni. Non a caso nell’Europa regolamentata degli anni ottanta
e novanta la rivoluzione informatica si diffuse molto più lentamente.
In Italia esempi di nuove aziende nate per effetto dell’apertura di un mercato sono soprattutto
nel settore dei servizi, che era il più chiuso alla concorrenza. Si pensi a come si è trasformato il
mercato televisivo dopo che nel 1974 la Corte costituzionale decise che TeleBiella, la prima tv
privata che osò sfidare il monopolio Rai, poteva trasmettere liberamente i suoi programmi.
È ciò che accadde nel mercato della tecnologia mobile quando, nel momento del passaggio dal
sistema analogico Tacs – un monopolio Stet – al sistema digitale Gsm, Bruxelles ci impose di aprire
il mercato consentendo la nascita di Omnitel.

Un sistema concorrenziale è vitale non solo per università e imprese, ma anche per il mercato
finanziario. Senza lo stimolo della concorrenza le banche continuano a far credito ai clienti abituali,
quelli che apparentemente possono dare tranquille garanzie. Un comodo tran-tran nel quale i
banchieri rischiano poco e non devono preoccuparsi di studiare i progetti dei loro clienti:
qualunque progetto è buono, purché l’imprenditore possa portare qualche immobile in garanzia.
Un giovane con un’idea brillante è tagliato fuori. Lo stesso giovane poi trova una banca inglese
disposta a scommettere su di lui, mentre il vecchio cliente abituale della banca italiana è fallito e si
scopre che i beni che aveva dato in garanzia erano insufficienti per far fronte ai suoi debiti. Le
imprese più impegnate in Ricerca e Sviluppo sono quelle che si finanziano emettendo azioni o
ricorrendo a fondi privati (private equity funds) e più fanno ricorso a questi strumenti finanziari, più
investono in R&S. In queste imprese la quota di crediti bancari è relativamente modesta. Dato che
la Borsa in Italia è ancora poco sviluppata, è normale che gli innovatori abbiano difficoltà a
finanziarsi.
Da ultimo va considerato il mercato dei servizi, un settore decisivo attraverso il quale
un’economia avanzata come la nostra può ricominciare a crescere. Il termine «economia
industrializzata», usato per indicare i sistemi capitalistici più avanzati, è ormai anacronistico. La
colonna portante dei sistemi economici avanzati sono i servizi: finanza, istruzione, sanità,
comunicazioni, consulenza, ricerca e innovazione, turismo. I veri paesi «industrializzati» sono
sempre più Cina, India, Sud Corea, Messico, cioè paesi emergenti o da poco usciti dalla povertà.
Questo cambio di scenario è stato rapido. Negli anni sessanta a Pittsburgh, la capitale americana
dell’acciaio, le luci rimanevano accese anche di giorno e nelle giornate di sole, a causa del fumo
prodotto dagli altoforni. Nei primi anni ottanta di acciaierie in funzione non ne era rimasta
neppure una, la città viveva di servizi finanziari, educativi e direzionali e le luci erano accese solo di
sera. Le acciaierie abbandonate sono diventate musei della storia industriale americana.
Come negli Stati Uniti, così anche in Europa il capitalismo delle «tute blu» è in via di estinzione,
ma gli Stati Uniti sono stati più veloci ad abbracciare questa trasformazione. In Italia la quota
dell’industria sul totale dell’economia è ancora molto alta: il 28 per cento di tutte le attività
economiche, contro il 22,2 della Francia e il 21 degli Stati Uniti (i dati si riferiscono al 2003). Uno dei
motivi del successo americano è l’accesa concorrenza in un mercato vastissimo: gli Stati Uniti
costituiscono un vero mercato unico e anche alcune delle più tradizionali (e storiche) barriere, per
esempio nel settore bancario, che proteggevano piccoli monopoli locali, sono state smantellate.
Risultato: l’aumento della produttività nel settore finanziario degli Stati Uniti è stato straordinario,
maggiore che in ogni altro settore. Secondo alcuni calcoli, quasi la metà della crescita di
produttività registrata negli Stati Uniti rispetto all’area dell’euro è dovuta al settore bancario e
finanziario.
In Europa, invece, rimangono nel terziario alte barriere tra nazioni, anche quelle appartenenti
all’Ue, e persino all’interno dei singoli paesi la concorrenza è imperfetta. Recentemente un
progetto della Commissione europea (la «direttiva Bolkenstein») che avrebbe dovuto smantellare
parecchie delle barriere nazionali nel settore dei servizi è stato molto annacquato e in pratica reso
vano dall’opposizione dei governi nazionali, in primo luogo quello francese, ma non solo.
Evidentemente la lobby di chi operava in questi settori è stata sufficientemente forte. Non a caso il
proverbiale «idraulico polacco» che toglie il lavoro divenne il simbolo dell’opposizione francese alla
Costituzione europea. In realtà la Costituzione c’entrava poco con gli idraulici, ma lo spauracchio
dell’idraulico è l’esempio dell’abilità della lobby protezionistica francese. Il risultato è che le
barriere tra paesi tengono i prezzi alti, compresi quelli degli idraulici parigini, a scapito dei parigini
poveri. Un dentista tedesco non può aprire uno studio in Italia; una banca inglese non può aprire
sportelli in Italia e fino a due anni fa, se la stessa banca avesse voluto acquisire una banca italiana, si
sarebbe scontrata con la politica protezionista di Antonio Fazio (la sinistra italiana non fu certo in
prima fila nella battaglia politica per liberarsi di Antonio Fazio. Certo, in altri paesi europei, in primis
la Francia come abbiamo visto, vigono analoghe restrizioni; il fatto che non siamo gli unici a
sbagliare, però, non giustifica le nostre scelte).
Sicuramente un’economia basata sui servizi presenta molti vantaggi, ma crea anche molte
difficoltà. Un vantaggio fondamentale è che è molto meno soggetta alla competizione di paesi come
Cina e India, sia perché i servizi sono beni più difficilmente esportabili, sia perché impiegano un
capitale umano più qualificato di cui quei paesi per ora non dispongono – sebbene lo stiano
rapidamente formando.
Le difficoltà invece sono soprattutto due. Innanzitutto spariscono molti lavori manuali
tradizionali, sostituiti dalle macchine, e aumentano lavori a più alto capitale umano, per esempio
coloro che fanno funzionare le macchine. Spariscono anche certe occupazioni tradizionalmente
stabili: un tempo tornitori, saldatori, falegnami erano lavori di una vita. Oggi la rapida evoluzione
della tecnologia, soprattutto informatica, richiede un capitale umano flessibile, capace di adattarsi
a mansioni in continuo cambiamento. Questo influisce anche sul tipo di formazione che occorre
per affrontare i nuovi «mestieri». Le vecchie scuole professionali perdono via via la loro utilità,
mentre occorre sempre più personale con una buona preparazione di base, capace di apprendere
rapidamente nuove mansioni e di adattarsi al cambiamento. Ecco perché c’è bisogno di una scuola
meritocratica che si sa rinnovare.
La transizione non è semplice perché lo spostamento dell’economia dall’industria ai servizi
rende obsolete e quindi taglia fuori alcune categorie professionali: per esempio i lavoratori anziani
che vedono sparire le loro professioni, le cosiddette «tute blu» sopra i 50 anni che per una vita si
sono dedicate a un’attività specifica, oggi in radicale trasformazione o addirittura in via di
estinzione. E purtroppo, in molti casi, non ci si può illudere che queste persone possano facilmente
convertirsi in tecnici informatici, per fare un esempio. Difendere i loro posti di lavoro tuttavia è la
soluzione sbagliata: meglio intervenire con sostegni al reddito che non mantenere in vita imprese,
e interi settori industriali, non competitivi.

Un altro problema grave è l’ampliamento dei differenziali salariali. In un’economia basata sui
servizi non esistono solo lavori ad alto capitale umano. Parallelamente infatti aumenta la richiesta
di mano d’opera a bassa qualificazione. E poiché le persone con un «capitale umano elevato» sono
relativamente poche, il reddito relativo di chi ha un’istruzione avanzata cresce rispetto a quello di
chi non ce l’ha. Vincono agenti di cambio e scienziati impegnati nella ricerca: perdono i lavoratori
poco qualificati, i camerieri dei ristoranti frequentati dagli agenti di cambio, i pony express, i
trasportatori a domicilio di merci acquistate via internet. Negli Stati Uniti le disparità salariali sono
aumentate sensibilmente negli ultimi due decenni proprio perché è cresciuto il premio
all’istruzione; cioè sono aumentati di più i salari del personale ad alta istruzione rispetto a quelli del
personale con istruzione più bassa. E ciò indipendentemente dai super-stipendi dei grandi
manager che sono dovuti a lacune nella governance delle aziende, altrettanto gravi in Europa
quanto negli Stati Uniti.
In generale gli europei sono più avversi degli americani a ogni aumento della disuguaglianza. Il
problema è come noi europei cerchiamo di limitare la disuguaglianza. Lo facciamo ricorrendo a
regolamentazioni sindacali, restrizioni alla concorrenza, salari minimi relativamente alti per
impedire che il mercato produca più di-sparità salariale. Si continuano a proteggere le rendite dei
tassisti limitando le licenze e impedendo agli studenti universitari di lavorare qualche ora al giorno
guidando taxi la sera, o nelle giornate in cui la domanda è più elevata, come fanno molti studenti
americani. Lo stesso accade nei supermercati, che non possono assumere ragazzi come cassieri per
qualche ora al giorno, pagandoli meno dei dipendenti regolari. Questo è evidentemente un sistema
penalizzante. La disuguaglianza sociale non si elimina sopprimendo la concorrenza e impedendo
che le retribuzioni siano decise dal mercato; questo è solo un modo per ammazzare la crescita. Gli
strumenti per correggere la distribuzione dei redditi sono le tasse e il welfare, anche perché il vero
nemico è la povertà, non la di-suguaglianza in quanto tale.
Confrontate due economie: una che cresce di più ma in cui le differenze tra poveri e ricchi
aumentano; un’altra che cresce di meno e in cui i poveri sono più poveri rispetto alla prima, ma le
differenze fra ricchi e poveri sono minori. Quale delle due è preferibile? A noi sembra la prima.
Invece spesso nel linguaggio e nell’immaginario comune povertà e disuguaglianza vengono
confuse. È vero che spesso maggiore disuguaglianza significa anche maggiore povertà, ma non
sempre, e soprattutto, non in economie che crescono molto e nelle quali tutti, sia i poveri sia i
ricchi, migliorano la loro posizione.
4
Riformare il mercato del lavoro è di sinistra

Uno dei miti più falsi ma anche più radicati, sia in Italia sia in gran parte d’Europa, è che schierarsi
dalla parte dei poveri, dei meno fortunati, quindi «essere di sinistra», significhi opporsi ai
licenziamenti e difendere i «posti di lavoro», impedendo così alle imprese di attuare strategie che
consentano loro di massimizzare il profitto.
La verità è molto diversa. Negli anni cinquanta e sessanta, quando l’Europa aveva un mercato
del lavoro meno regolamentato, forse ancor meno di quello americano, la disoccupazione era più
bassa che negli Stati Uniti. Poi, dalla metà degli anni settanta, la disoccupazione europea,
diversamente da quanto accadeva negli Stati Uniti, ha cominciato a crescere rapidamente.
Il motivo si può individuare in una serie di leggi che imposero vincoli al numero di ore lavorate,
indipendentemente dalla volontà del lavoratore, resero difficili gli straordinari, la mobilità interna
all’azienda, introdussero o la proibizione assoluta, o uno strettissimo controllo giuridico su ogni
singolo caso di licenziamento. Il risultato è che per anni e anni i paesi dell’Europa continentale
come Francia, Italia, Spagna e Germania hanno vissuto con tassi di disoccupazione superiori al 10
per cento, la Spagna addirittura superiori al 20 per cento. Milioni e milioni di giovani non
trovavano lavoro; decine di milioni di europei erano (e sono ancora) disoccupati.
Non potendo licenziare, si è spesso ricorsi ai prepensionamenti, una prassi che, insieme a una
politica pensionistica dissennata (di cui parleremo nel prossimo capitolo), ha fatto sì che in Italia la
partecipazione al mercato del lavoro di uomini e donne sopra i 55 anni sia tra le più basse d’Europa
(33 per cento, inferiore solo a Belgio e Polonia e 15 punti sotto la media nell’Unione europea).
Vi sono alcuni paesi dell’Europa occidentale che hanno un mercato del lavoro relativamente
deregolamentato. Non sono solo i «soliti» paesi a cui in questi casi ci si riferisce, Inghilterra e
Irlanda. Sono alcuni paesi nordici, in particolare Danimarca, Olanda e Svezia che, da qualche anno a
questa parte, hanno liberalizzato il loro mercato del lavoro. Risultato: in questi paesi i tassi di di-
soccupazione sono scesi, in qualche caso letteralmente crollati.
Italia, Spagna e in parte anche Francia e Germania, hanno seguito una via diversa: hanno
introdotto i contratti atipici, sottratti cioè alle regole dei contratti tradizionali. Non appena lo
hanno fatto, l’occupazione ha ricominciato a salire, prova che riforme di questo tipo producono
effetti quasi istantanei sull’occupazione. Ma in questi paesi l’introduzione di contratti atipici ha
anche creato una dicotomia nel mercato, tra lavori protetti e lavori non protetti, un problema su
cui ritorneremo più avanti. Qui ci preme ribadire un concetto molto semplice: quando si liberalizza
il mercato del lavoro la disoccupazione diminuisce, non aumenta. Basta guardare i fatti, e il motivo
è semplice. Quando licenziare un dipendente è impossibile, se non a costi altissimi, un
imprenditore sarà molto prudente nell’offrire posti di lavoro, per timore di assumere qualcuno
che, nel caso si rivelasse poco adatto o poco produttivo, non potrà più licenziare. Quindi le imprese
cercheranno di ridurre al minimo la forza lavoro impiegata, a costo di dotarsi di tecnologie costose
che però consentano di ridurre la mano d’opera, o semplicemente di eliminare alcune mansioni
manuali.
Chiunque abbia visitato gli Stati Uniti avrà notato che in quel paese sopravvivono tipologie di
lavori che in Europa sono sparite da tempo: parcheggiatori all’ingresso di ristoranti anche di medio
livello, addetti che imbustano la spesa nei supermercati e la caricano in macchina, valletti che
«guidano» gli ascensori, portabagagli negli alberghi anche di medio livello, sono occupazioni
ancora molto diffuse, e non certo perché gli Stati Uniti non si specializzino in settori ad alta
tecnologia. Come si spiega? Un lavoro di ricerca di Joseph Zeira dell’Università di Gerusalemme e di
uno di noi (Alesina) mette in luce come il progresso tecnologico abbia caratteristiche diverse in
Europa e negli Stati Uniti. L’Europa è più avanti nell’utilizzo di tecnologie che consentono di
sostituire lavori con scarso capitale umano, per esempio macchine per effettuare semplici
mansioni manuali come i robot. Gli Stati Uniti invece sono più avanti nell’impiego della cosiddetta
«alta tecnologia». Uno dei motivi è appunto l’incentivo a non assumere mano d’opera con scarso
livello di istruzione, che poi diventa illicenziabile.
Proibire i licenziamenti e ostacolare la libera organizzazione della mano d’opera all’interno di
un’azienda riduce l’occupazione, perché è un modo per proteggere chi un lavoro già ce l’ha e di
ridurre il numero di assunzioni, a svantaggio dei giovani, compresi i più bravi e produttivi i quali
sono certamente più poveri di un lavoratore che per anni ha goduto di un impiego protetto dai
sindacati.
Quanto l’Europa sia ancora lontana dal comprendere questa semplice verità lo si vede per
esempio dalla decisione di una Corte d’appello francese che, nel luglio scorso, ha dichiarato
illegittima una legge che liberalizzava i licenziamenti nelle aziende di piccole dimensioni,
limitatamente ai primi due anni dall’assunzione del lavoratore. La Corte ha motivato la sentenza
scrivendo che «nella lotta alla disoccupazione la protezione dei posti di lavoro è almeno altrettanto
importante che la facoltà delle imprese di licenziare un lavoratore». E ha concluso osservando che
«l’idea che per incoraggiare le assunzioni si debbano rendere più facili i licenziamenti è davvero
paradossale». A essere paradossale in realtà è la mancanza di una logica coerente nel ragionamento
di questa Corte francese. Ma del resto lo stesso ragionamento viene fatto dai sindacati italiani e da
buona parte della sinistra, e dalla destra sociale.
Cominciamo quindi subito con il chiarire che ostacolare la facoltà di licenziare favorisce i
lavoratori relativamente anziani a scapito di giovani in cerca di lavoro, e quindi non ha nulla a che
vedere con l’obiettivo di spostare risorse dai più ricchi ai più poveri. Ciò naturalmente non
significa disinteressarsi di chi dovesse perdere il lavoro e rimanere temporaneamente disoccupato.
In primo luogo, è cruciale sottolineare la parola «temporaneamente». Come abbiamo visto,
riducendo gli ostacoli ai licenziamenti, gli interventi dei giudici in difesa dei lavoratori licenziati e
liberalizzando le regole per l’impiego della mano d’opera, le imprese assumerebbero di più, non di
meno. Se dunque un’impresa si trovasse nelle condizioni di dover licenziare un dipendente per
sostituirlo con un profilo professionale diverso, o perché costretta a ridurre la mano d’opera
complessiva, ve ne sarebbero altre pronte ad assumerlo. Si obietterà, a ragione, che per quanto
breve, un periodo di disoccupazione è sempre difficile e doloroso per chi lo subisce. Ma proprio
questo è il motivo per cui i paesi che hanno liberalizzato il mercato del lavoro hanno anche
introdotto sussidi alla disoccupazione ben congegnati. È il caso della Danimarca, un paese che una
sinistra moderna dovrebbe studiare attentamente. In quel paese licenziare un lavoratore è facile,
ma i disoccupati sono protetti meglio che in ogni altro paese al mondo, con sussidi generosi (due
anni fa il New York Times pubblicò un’inchiesta sui sussidi per i disoccupati. Cominciava con una
domanda: «Dove vorresti vivere se perdessi il lavoro?». La risposta era: a Copenaghen). Risultato:
la Danimarca ha il tasso di di-soccupazione più basso d’Europa, il 3,5 per cento contro il 7,6 nella
media dell’Europa dei 25 paesi, e il 7,7 nell’area dell’euro. Un dato inferiore persino agli Stati Uniti,
dove i disoccupati sono il 5 per cento. Certo, una parte – marginale – di questo straordinario
successo è anche dovuta all’ampio numero di invalidi, che non sono conteggiati tra i disoccupati. E
questo non perché in Danimarca ci siano più invalidi che in altri paesi, ma perché lo Stato danese
concede abbastanza facilmente pensioni di invalidità a persone non impiegabili. Ciononostante è
difficile negare che le riforme del mercato del lavoro danese abbiano giocato un ruolo
determinante.
La Danimarca ci è arrivata eliminando qualunque ostacolo ai licenziamenti, soprattutto
togliendo di mezzo i giudici e il diritto di chi è licenziato ad appellarsi a un tribunale del lavoro,
tranne che in casi davvero estremi. La legge danese permette di licenziare un dipendente con un
preavviso di quattro mesi, senza particolari autorizzazioni amministrative e senza versare
liquidazioni elevate. Una volta fuori dall’azienda, ma con alle spalle quattro mesi di tempo per
cercare un nuovo lavoro, il lavoratore riceve immediatamente il sussidio di disoccupazione che
viene sospeso non appena trova un nuovo posto di lavoro.
È un sistema che favorisce un alto livello di mobilità dei lavoratori. E le imprese danesi, sapendo
che sbagliare un’assunzione non è un dramma, hanno più incentivi ad assumere. Certo, nulla è
perfetto, neppure in Danimarca: può capitare che qualche imprenditore senza scrupoli licenzi un
dipendente solo perché è iscritto al sindacato o per motivi futili. In casi estremi (ma davvero
estremi) rimane sempre il ricorso al giudice. Comunque neppure un licenziamento per cause futili
è un dramma perché i sussidi di disoccupazione sono generosi e durano fino a tre anni. Non
diventano però una fonte di reddito infinita per chi non vuole lavorare. Infatti se l’Agenzia del
lavoro danese trova un posto adeguato per un disoccupato, e il disoccupato lo rifiuta, i sussidi
vengono sospesi immediatamente. Ma si badi: proprio perché la disoccupazione è bassa, e i
disoccupati non rimangono tali per molto tempo, i sussidi alla disoccupazione non sono molto
costosi per il contribuente. Senza dubbio sono meno costosi per il contribuente dei sussidi alle
imprese mantenute in vita per «difendere l’occupazione», spesso in settori non competitivi, che
non hanno più un futuro.
Inoltre, come suggeriscono due economisti francesi, Olivier Blanchard e Jean Tirole, per non
gravare ulteriormente sulle tasche del contribuente si potrebbe introdurre una piccola tassa sui
licenziamenti. L’idea è che ogni impresa intenzionata a licenziare un dipendente debba versare un
contributo non troppo esoso al Fondo per i sussidi alla disoccupazione. Sicuramente molte aziende
preferirebbero questa piccola tassa a un sistema in cui ogni licenziamento comporta un ricorso al
giudice e una causa che di solito l’azienda perde, con il risultato che poi deve riassumere il
lavoratore licenziato.
In un articolo pubblicato alcuni mesi fa sul Corriere della Sera si raccontava il caso di un
lavoratore che si diede malato per partecipare a un torneo di calcio (e lo vinse, dimostrando così
una salute di ferro). Fu licenziato, ma il giudice gli diede ragione e obbligò l’azienda a riassumerlo.
Nel frattempo un giovane senza lavoro che avrebbe voluto quel posto non poteva essere assunto. È
di sinistra difendere il calciatore finto malato? Ed è curioso come la nostra giustizia, notoriamente
lentissima, diventi di un’efficienza e di una velocità esemplari quando tratta cause di lavoro. Perché
la sinistra italiana non abbraccia sul serio il sistema adottato da un paese nordico che dovrebbe
essere un «mito» per la socialdemocrazia europea? Seguire l’esempio danese non sarebbe davvero
di sinistra?
Certo, il sistema danese non è facilmente replicabile in tutta la sua efficienza. Si fonda, tra
l’altro, su un alto livello di onestà civica dei cittadini, che non abusano del sistema, per esempio,
accettando lavori in nero e continuando a percepire il sussidio di disoccupazione anche dopo aver
trovato lavoro. Michele Salvati cita spesso il caso emblematico di una baby-sitter danese ventenne,
assunta a tempo parziale da una famiglia italiana. La giovane danese, prima di trasferirsi in Italia,
era disoccupata: non appena assunta telefonò all’Agenzia del lavoro di Copenhagen chiedendo che
la sua indennità di disoccupazione venisse temporaneamente sospesa. Avrebbe potuto incassare il
salario in nero e continuare a ricevere il sussidio senza correre il rischio di essere colta in fallo, ma
non lo ha fatto. Probabilmente, in paesi come Italia, Germania e Francia abusi del sistema sarebbero
inevitabili, e infatti in Germania si è aperta recentemente una discussione proprio su questo tema
in seguito a numerosissimi casi di usi illeciti di vari sussidi. In Italia, abusi nell’assegnazione di
pensioni di invalidità sono all’ordine del giorno. Un dato che si riferisce alla metà degli anni ottanta:
nel Mezzogiorno c’erano due pensioni e mezzo di invalidità per ogni pensione di anzianità e nella
provincia di Enna ve ne erano sette: sette invalidi per ogni anziano! Ciò dimostra come le basi del
nostro sistema di welfare che si è formato appunto negli anni settanta e ottanta siano bacate.
Sono poi ancora numerosi i casi di insegnanti cinquantenni in pensione da quando ne avevano
40 e che da anni svolgono un altro lavoro, violando così le regole che impediscono a chi percepisce
una baby-pensione di avere un’occupazione (fino a non molto tempo fa nella scuola si aveva diritto
alla pensione dopo soli vent’anni di insegnamento e per le donne ogni figlio riduceva la soglia di un
anno).
Ma questi abusi (che se fossero perseguiti con severità e non con il tipico buonismo all’italiana si
ridurrebbero) non sono un motivo valido per rifiutare tout court un sistema basato sulla flessibilità
(dei licenziamenti) e su un welfare efficiente che protegge temporaneamente i disoccupati.
Insomma, se riprodurre il modello danese può essere difficile, ciò non significa che in Italia non
si possa o non si debba fare nulla. Il nostro sistema previdenziale è molto lontano da criteri di
efficienza ed equità perché si fonda su un presupposto errato: mentre per i danesi (così come per
inglesi e irlandesi) chi va tutelato è il lavoratore, noi tuteliamo il posto di lavoro. La rigidità del
modello italiano, oltre a favorire chi un lavoro ce l’ha a scapito di chi non ce l’ha ancora, non
incentiva la produttività, né nel settore privato, né in quello pubblico. Quanto costano ai
contribuenti gli impiegati improduttivi delle aziende di smaltimento rifiuti napoletane, i docenti
che passano più giorni in malattia di quanti ne trascorrano nelle aule scolastiche, le inamovibili
11.500 guardie forestali calabresi (in Lombardia sono 450; un primato di guardie, quello della
Calabria, cui corrisponde anche un primato di incendi), i marinai «impiegati» all’Arsenale di
Venezia, i 2.158 dipendenti del Quirinale che costeranno quest’anno 224 milioni di euro, i 60.000
insegnanti precari resi permanenti senza alcuna verifica dalla Finanziaria del 2007 in un paese a
natalità bassissima? Quei professori universitari di ruolo – e quindi anziani perché le carriere dei
giovani progrediscono come le lumache – che, oltre a non produrre ricerca e a non garantire un
insegnamento di qualità, passano il tempo a fare consulenze ben pagate, spesso facendosi
sostituire nelle aule dai loro colleghi più giovani? E ciononostante – lo vedremo meglio nel
prossimo capitolo – negli ultimi anni i dipendenti pubblici hanno ricevuto aumenti salariali ben
superiori a quelli del settore privato e sicuramente non giustificati da un aumento di produttività.
Invece di seguire la strada della flessibilità secondo il modello danese, l’Italia, così come la
Spagna e in parte la Francia, ha percorso, come abbiamo già detto, una via diversa, che ha finito
per creare gravi problemi sociali. La scelta è stata quella di segmentare il mercato del lavoro: da un
lato illicenziabilità e protezione totale per i lavoratori tradizionali già occupati; dall’altro contratti a
tempo determinato che non tutelano il lavoratore e, per di più, essendo limitati nel tempo e spesso
non rinnovabili, non danno alle aziende alcun incentivo a investire nella crescita professionale di
questi dipendenti. Risultato: le imprese (sia private che pubbliche) per evitare l’illicenziabilità si
sono gettate su questi contratti e così oggi, in Italia, il 15 per cento dei lavoratori (oltre 3,7 milioni
di persone) è «precario»: una cifra che include sia coloro che hanno un lavoro a tempo determinato
sia coloro che lo hanno avuto, l’hanno perduto e ne cercano uno nuovo (un precario su quattro sta
cercando un nuovo posto di lavoro precario).
I datori di lavoro, comprese le amministrazioni pubbliche, non solo non hanno alcun interesse a
investire nella formazione di dipendenti temporanei, ma neppure hanno un incentivo ad assumerli
in modo permanente, appunto per evitare le rigidità del mercato tradizionale. Tra l’altro, questo è
uno dei motivi del deludente andamento della produttività per ora lavorata nel nostro paese così
come in Spagna. Se poi osserviamo questo fenomeno dalla parte della domanda, i giovani in cerca
di lavoro, non trovando un’occupazione nel mercato tradizionale, sono costretti ad accettare
impieghi temporanei a stipendi molto bassi, fattore che aumenta la loro rabbia e la loro
frustrazione, come si è visto recentemente in Francia in modo drammatico e violento.
Va aggiunto poi che questi lavoratori stanno innescando una «mina pensionistica»; essi infatti
accumulano contributi pensionistici solo quando lavorano. Nei periodi di disoccupazione, tra un
lavoro e l’altro, né loro, né evidentemente le imprese, versano alcun contributo, con la
conseguenza che molti dovrebbero lavorare fino a 90 anni per guadagnarsi una pensione decente;
ma poiché non lo faranno e in qualche modo una pensione gliela si dovrà pagare (comunque misera
in confronto ai fortunati che oggi vanno in pensione a 58 anni), in futuro il deficit dell’Inps
esploderà.
In Italia questa situazione ha provocato anomalie che hanno raggiunto livelli paradossali. In
alcuni uffici pubblici due dipendenti seduti uno accanto all’altro fanno lo stesso lavoro; ma, mentre
uno è illicenziabile, anche se – come i «fannulloni» descritti da Pietro Ichino – non si presenta mai
in ufficio, l’altro può essere licenziato facilmente, e ogni anno, se non ogni sei mesi, vive sotto il
capestro del rinnovo del contratto. È chiaro che questa dicotomia rappresenta un problema sociale
esplosivo: è uno dei problemi più urgenti del nostro paese.
Qual è la risposta di sinistra? La reazione della sinistra conservatrice è la solita: regolarizzare
tutti i precari – come è avvenuto nel 2007 con i 60.000 precari della scuola – ovvero rendere tutti i
precari lavoratori permanenti, ritornando così al sistema precedente in cui c’era un solo tipo di
contratto, quello a tempo indeterminato. Questa soluzione di sinistra avrebbe come unico effetto
quello di riportare la disoccupazione oltre il 10 per cento, esattamente come accadeva prima
dell’introduzione dei contratti atipici. Riporterebbe cioè l’orologio indietro, al tempo
dell’eurosclerosi, quando in Europa l’occupazione era un problema cronico.
Una visione miope, purtroppo ben rappresentata nel governo Prodi. Il ministro per le Riforme e
le Innovazioni nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais, sostiene: «Se vogliamo uno Stato
efficiente non possiamo assumere ope legis tutti i precari, ci vogliono criteri di selezione forti». Ma
poi si affretta ad aggiungere: «Le valutazioni però non riguarderanno il singolo, bensì la struttura».
Un eufemismo per dire che furbi e fannulloni continueranno a farla franca a spese dei contribuenti
e dei loro colleghi onesti.
Ma allora perché è tanto radicata l’idea che «difendere il posto di lavoro», cioè impedire i
licenziamenti, sia di sinistra? Il motivo è semplice: gli iscritti ai sindacati sono per la maggior parte
lavoratori con contratti a tempo indeterminato e prossimi alla pensione (gli altri iscritti, in
pensione ci sono già). Difendendoli, il sindacato protegge i propri iscritti: se lo ammettesse, nulla di
male. Il guaio è che il sindacato sostiene di difendere gli interessi di tutti i lavoratori, e questa è una
bugia. Al sindacato non interessa aumentare l’efficienza del sistema; preferisce mantenere in vita
un meccanismo che, seppure inefficiente, garantisce i privilegi dei suoi iscritti, anche se questo va
a scapito dei giovani con contratti atipici o addirittura senza lavoro. E non essendo questo un
messaggio politico molto «spendibile» ecco che si ricorre allo slogan della «difesa del posto di
lavoro».
Lo stesso accade con la riforma delle pensioni, su cui torneremo nel prossimo capitolo.
Considerando i nostri tassi di natalità, nel 2050 ogni lavoratore italiano dovrà sostenere più di due
persone: se stesso, un anziano e forse anche un bambino. È evidente che a quel punto o si lavorerà
più a lungo, cioè ben oltre i 65 anni, oppure la pensione non potrà più garantire una vecchiaia
dignitosa. È giusto che oggi si vada in pensione a 58 anni, sapendo che i nostri figli dovranno
lavorare fino ai 70? E tuttavia il sindacato ha obbligato Prodi (che ha immediatamente capitolato) ad
abrogare la legge Maroni che portava l’età minima per andare in pensione a 60 anni.
A generare tensioni nel mercato del lavoro non è però solo il lavoro precario, ma anche
«l’azienda precaria». Il meccanismo che genera competizione, innovazione e miglioramento,
quello che Joseph Schumpeter chiamava «distruzione creativa», è l’entrata e l’uscita dal mercato di
attività commerciali e aziende. Anche se può sembrare paradossale, ma solo a prima vista, il
fallimento delle aziende, la distruzione creativa appunto, crea ricchezza. Per esempio, da anni i
governi fanno di tutto per evitare il fallimento di Alitalia: e invece proprio il fallimento di
un’azienda in perdita, mal gestita e in preda a sindacati corporativi, introdurrebbe nuovo vigore
nel mercato del trasporto aereo, aumentando l’occupazione e producendo un servizio migliore.
In Italia il numero di fallimenti di imprese è tra i più bassi dei paesi Ocse. Fallire, in Italia, è un
trauma da evitare. La stessa frase «è un fallito» ha una connotazione colpevole e offensiva. Come se
il fallimento di un’attività economica rischiosa, che non ha prodotto profitti sufficienti, significhi
che chi l’ha intrapresa non sia una persona onesta, ma un truffatore. Il termine «fallito», invece di
caratterizzare semplicemente il proprietario di un’azienda che non è sopravvissuta alla
concorrenza, diventa un macigno che un imprenditore si porta sulle spalle per il resto della vita.
In Italia falliscono molte meno imprese che negli Stati Uniti: lo 0,4 per cento delle imprese,
contro il 4 per cento negli Usa. Ma non perché in Italia le imprese siano più sane. Il motivo, come
ha ben spiegato Daniela Marchesi nei suoi articoli, è che l’inadeguatezza delle procedure
fallimentari induce le imprese a correre meno rischi, a rinunciare a occasioni di espansione e a
perdere opportunità di conquistare nuovi spazi nel mercato. Poiché fallire è un «disastro»
irrimediabile, le imprese non rischiano e di conseguenza, mediamente, non falliscono. La nuova
legge sui fallimenti, entrata in vigore all’inizio del 2007, fa fare qualche passo avanti, in particolare
riducendo gli aspetti eccessivamente punitivi nei confronti del fallito, anche se è presto per dire se
indurrà le imprese a rischiare un po’ di più.
Non è così negli Stati Uniti. Un aneddoto aiuta a capire la differenza: la figlia di un nostro collega
stava per sposarsi, ma all’ultimo decise di rompere il fidanzamento. All’inevitabile domanda sulle
motivazioni di una scelta tanto drastica rispose che, tra l’altro, il fidanzato non «era mai fallito». Il
povero ex fidanzato era probabilmente un ragazzo che preferiva un posto fisso e non aveva
partecipato all’effervescente nascita di nuove iniziative legate a internet, molte delle quali,
appunto, sono fallite. La figlia del nostro collega avrebbe serie difficoltà a trovare un «fallito» da
sposare in Italia.
Anziché lasciare fallire un’azienda che non riesce a stare più sul mercato, in Italia la si «salva»,
anzi il governo la salva, come appunto accade da anni con Alitalia. «Salvataggio» è la parola magica
sia per i manager e i proprietari dell’impresa sia per i sindacati che difendono i posti di lavoro
esistenti, anche se poco produttivi, a scapito di quelli più produttivi che si creerebbero se si
lasciasse operare la concorrenza. Il «salvataggio» è il deus ex machina: sembra non costare nulla e
rendere tutti felici. Invece costa, e caro, a contribuenti, consumatori e al paese nel suo complesso.
Molti studi, sia di economisti sia di esperti di gestione aziendale, dimostrano che le imprese più
innovative sono le più giovani, che sostituiscono quelle in declino. È rarissimo che un’impresa
«salvata» si rigeneri e diventi un grande innovatore.
Perché l’Italia riprenda a crescere occorre lasciar operare la «distruzione creativa» e difendere i
lavoratori, non i posti di lavoro. Questo non solo aumenta l’efficienza ma riduce i privilegi dei
lavoratori anziani a vantaggio dei giovani, quelli delle imprese già sul mercato e protette a
vantaggio di potenziali nuovi entranti, premia la meritocrazia e non le rendite di posizione,
insomma questo sì è di sinistra.
5
Ridurre la spesa pubblica è di sinistra

Un secolo fa in Europa il settore pubblico costituiva meno del 10 per cento del Pil. Lo Stato
spendeva quasi esclusivamente per garantire la sicurezza internazionale e quella interna. Se si
tralasciano i periodi bellici, la spesa pubblica rimase relativamente bassa fino agli anni sessanta.
Non vi è dubbio che nel 1920, o nel 1950, chiedere che lo Stato garantisse più sostegno ai poveri e
stanziasse più fondi per la sicurezza sociale fosse di sinistra. Oggi gli stati dell’Europa continentale
spendono (e tassano) per circa il 50 per cento del Pil. È ancora di sinistra chiedere che lo Stato
continui a spendere denaro pubblico e opporsi ai tagli della spesa, e quindi a un alleggerimento
della pressione fiscale? Secondo noi non lo è.
Guardiamo ai fatti. Il nostro Stato spende il 48,2 per cento del Pil, 4 punti di Pil in più della Gran
Bretagna. E tuttavia quando si tratta di aiutare le famiglie è molto meno efficace. In Gran Bretagna,
prima dell’intervento di varie forme di assistenza pubblica, le famiglie a rischio di povertà sono 26
su 100; l’intervento dello Stato le riduce a 18. In Italia le famiglie vicine alla soglia di povertà sono
un po’ meno, 22 anziché 26 su 100 (dati Eurostat, 2003), ma lo Stato riesce ad aiutarne solo 3. Anche
la Francia fa meglio di noi: sposta 6 famiglie su 26. In Svezia lo Stato spende di più: il 56 per cento
del Pil, quasi 8 punti in più che in Italia. Ma in Svezia lavorano 8 donne su 10, in Italia meno di 6.
Poiché tante donne svedesi lavorano, lo Stato riesce a finanziare uno straordinario livello di spesa
pubblica con aliquote relativamente basse: in una famiglia in cui lavorino in due, uomo e donna, a
parità di reddito, l’aliquota sui redditi della donna (in regime di tassazione separata) è pari al 28 per
cento: in Italia è il 39 per cento (dati Ocse, 2001).
Dove finisce allora tutto il denaro che spendono le nostre amministrazioni pubbliche, se non
aiuta i poveri e disincentiva il lavoro delle donne con aliquote troppo alte, che non le motivano a
entrare e rimanere nel mercato del lavoro?
In Italia la maggior parte della spesa se ne va per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e
per le pensioni. È impossibile pensare di poterla ridurre senza «toccare» questi due beneficiari
principali. E infatti la sinistra conservatrice insorge non appena si sfiora l’argomento, accusando
chi propone tagli di spesa in questi settori di essere un «macellaio sociale» (espressione pessima,
ma che non abbiamo coniato noi), affamato di liberismo estremo. È una posizione con la quale
evidentemente non siamo per nulla d’accordo.
Cominciamo dai dipendenti pubblici: 3,5 milioni, il 15 per cento di tutti i lavoratori. Passandoli in
rassegna si scopre che quelli che lavorano negli ospedali, nella polizia, nelle forze armate,
nell’amministrazione della giustizia (comprese le carceri), nelle scuole e nelle università sono solo
76 ogni 100. Gli altri 24 sono impiegati altrove, in nessuna di queste attività essenziali.
Nel luglio del 2006, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa aveva detto che la
Finanziaria avrebbe affrontato il problema del pubblico impiego con «riforme radicali, non con
tagli i cui effetti presto svaniscono». Da cinque anni le retribuzioni lorde dei dipendenti pubblici
crescono un punto all’anno in più di quelle del settore privato, e non ci risulta che la produttività
dei dipendenti pubblici giustifichi quel divario. Negli anni novanta la spesa per i dipendenti
pubblici era stata ridotta dal 12 al 10,5 per cento del Pil; ora è risalita all’11. «Da anni la spesa
corrente delle pubbliche amministrazioni schiva i ripetuti, multiformi tentativi di porvi un freno»
scrive la Corte dei Conti. «Un’analisi condivisibile» ha commentato Tommaso Padoa-Schioppa. Ci
auguriamo che quando il ministro terminerà il suo mandato, la Corte dei Conti possa esprimere un
parere diverso, anche se per il momento non c’è alcun elemento che faccia ben sperare. Anzi: a fine
maggio 2007 un accordo tra governo e sindacati ha concesso a ciascun impiegato pubblico un
aumento mensile di 101 euro, retroattivo da febbraio, e ha prolungato il contratto da due a tre anni.
Una concessione che costerà all’erario due miliardi e mezzo di euro (0,16 per cento del Pil) nel 2008
e mezzo miliardo in ciascuno degli anni successivi. Nel 2007 si è di-scusso a lungo su come spendere
il cosiddetto «tesoretto»: la decisione è stata quella di usare una parte di quelle risorse per
aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici – «nullafacenti» di Pietro Ichino compresi. Un dato
interessante: nel 2003 le giornate di malattia retribuite dei dipendenti pubblici sono state
40.100.000, cioè 11,9 giorni per ciascuno dei 3.450.000 dipendenti pubblici a tempo indeterminato.
Questa è una media: poiché ci sono molti impiegati pubblici coscienziosi, immaginatevi quanti
giorni di malattia hanno preso i «fannulloni» di Pietro Ichino. Se l’analisi della Corte dei Conti era
«condivisibile», come mai il ministro dell’Economia ha firmato il nuovo contratto?
L’impiego pubblico è anche servito – e continua a servire – come un sistema perverso e nel
lungo periodo controproducente per sostenere il Mezzogiorno. In relazione alla popolazione, gli
impiegati pubblici sono più numerosi al Sud che al Nord: limitandoci agli impiegati dello Stato, ve
ne sono 4,3 per 100 abitanti in Trentino e Lombardia, 6 in Sicilia, 6,8 in Calabria e Sardegna, 7,5 nel
Molise. Percepiscono tutti lo stesso stipendio, nonostante al Sud il costo della vita sia molto più
basso. Anche se l’Istat non pubblica statistiche complete sulle differenze nel costo della vita tra le
diverse località italiane, alcuni studi stimano che la differenza media del costo della vita tra Nord e
Sud si aggiri intorno al 20-30 per cento. Pertanto, a parità di salario nominale, il potere d’acquisto
dei salari pubblici è molto più alto al Sud. Questo produce due effetti. Innanzitutto nel
Mezzogiorno è più difficile per il settore privato competere con gli stipendi pubblici, che sono
relativamente elevati in termini reali. E a un lavoratore, o aspirante tale, conviene aspettare anche
per anni un impiego pubblico piuttosto che accettare stipendi più bassi nel settore privato. È
evidente quindi che al Sud la presenza del settore pubblico ostacola l’economia privata e quindi lo
sviluppo.
Uno studio di uno di noi (Alesina) insieme a due economisti del Fondo Monetario Internazionale
(Massimo Rostagno e Stephan Danninger), che risale ad alcuni anni fa, calcola che nel Mezzogiorno
tra un terzo e la metà del monte salari pubblici si può considerare un trasferimento dal Nord al Sud.
Ovvero: se il numero di impiegati pubblici, in rapporto alla popolazione totale del Sud, fosse pari a
quello del Nord, e se i salari in termini reali fossero pari a quelli del Nord, il monte salari pubblici del
Sud sarebbe circa la metà di quello attuale. Sussidiare il Sud facendo sopravvivere occupazioni
improduttive ed elargendo con grande liberalità pensioni di invalidità come sussidio permanente
alla disoccupazione, non è certo il sistema migliore per affrancarlo dal suo stato di dipendenza
economica.
Se la reazione della sinistra conservatrice di fronte a queste critiche è chiudersi a riccio e
ostinarsi nella difesa di un meccanismo malato, la destra è tutt’altro che di-sposta a cambiare le
cose. Due anni fa, l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti si rifiutò di avallare un ricco
contratto per i dipendenti pubblici e su richiesta di Alleanza nazionale venne «licenziato». Come
dimostrano gli aumenti salariali concessi dal governo Prodi, i sindacati dell’impiego pubblico hanno
appoggi sia a destra che a sinistra: ecco uno dei tanti temi su cui Alleanza nazionale e l’estrema
sinistra sono perfettamente d’accordo e governerebbero benissimo insieme.
Perché i dipendenti pubblici hanno un tale potere? Il motivo è semplice: il settore pubblico è
fortemente sindacalizzato e costituisce lo zoccolo duro di molte organizzazioni sindacali. Invece il
loro datore di lavoro, lo Stato, è particolarmente debole nel far valere le proprie esigenze di
efficienza e produttività: per accontentare i sindacati del pubblico impiego basta infatti aumentare
un po’ le imposte sui cittadini, proprio come è accaduto nella Legge finanziaria per il 2007. Non
solo: se si manifesta un aumento inatteso delle entrate fiscali, come nel 2007, il governo si precipita
a destinarne una parte a generosi aumenti per i dipendenti pubblici.
Si avverte spesso un senso di rassegnazione di fronte alla constatazione che il numero di
dipendenti pubblici non possa diminuire per via della loro illicenziabilità. Tuttavia, anche volendo
rimanere all’interno delle regole attuali, che pure non sono immutabili e andrebbero cambiate
introducendo la facoltà di licenziare, è possibile fare qualcosa. Il suggerimento più intelligente lo ha
dato il professor Nicola Rossi, economista e deputato – un riformista che, non a caso, nel gennaio
2007 ha dato un segnale di forte disagio annunciando le proprie dimissioni dai Ds. Rossi ha proposto
di mandare in pensione anticipata 100.000 dipendenti pubblici su un totale di quasi 3 milioni e
mezzo, e di sostituirne due su dieci con nuovi assunti giovani. Poiché una pensione costa allo Stato
il 65 per cento del salario di un dipendente pubblico, si risparmierebbe anche se i nuovi assunti
fossero tre per ogni dieci prepensionati. O, meglio ancora, si potrebbe assumerne solo uno per ogni
dieci pensionati, ma più istruito e pagandolo il doppio: si continuerebbe a risparmiare, rafforzando
però l’efficienza della pubblica amministrazione.
La proposta è molto diversa dal semplice blocco del turnover che da dieci anni ogni governo si
impegna a realizzare, con il risultato che in questo lasso di tempo il numero dei dipendenti pubblici
non è sostanzialmente cambiato, mentre la loro età media è sensibilmente salita. L’obiezione che
una misura simile solleverebbe è prevedibile: «Non si può obbligare nessuno ad andare in pensione
anticipata». Ma se questo vale nel privato, non si capisce perché non debba valere anche nel
pubblico. Inoltre, rispetto a un metalmeccanico che lavora 40 ore settimanali, è più probabile che
un dipendente pubblico che ne lavora solo 36 ed esce dall’ufficio alle 13.45 abbia un secondo lavoro
e quindi soffra meno di un eventuale prepensionamento.
Per dare il buon esempio il governatore della Banca d’Italia ha giustamente richiamato il
governo sul tema della spesa pubblica. Al 31 dicembre 2006, la Banca d’Italia aveva 7.548
dipendenti, 409 in meno di un anno prima e 1.782 in meno rispetto a dieci anni fa. E tuttavia la
Banca continua ad avere – nonostante alcune funzioni importanti siano state trasferite alla Bce e
all’Antitrust – un numero relativamente molto elevato di dirigenti: 138 per ogni milione di
cittadini, contro 63 per milione in Spagna (un paese dove la Banca Centrale svolge le medesime
funzioni che in Italia), 104 in Olanda, ma meno che in Francia (220 per ogni milione di abitanti). Dei
7.548 dipendenti della Banca d’Italia, una metà (3.667) lavora in filiali sparse un po’ dovunque in
Italia e delle quali non si comprende bene l’utilità. I dipendenti della Banca d’Italia sono anche
pagati relativamente bene. Il rapporto tra il salario medio di un dipendente della Banca d’Italia e
quello di un occupato nell’industria è 2,8. Si tratta di uno dei rapporti più elevati nei paesi Ocse: il
rapporto è infatti 1,9 in Svezia per la Riksbank, 1,7 per la Banca Centrale danese, 2,3 per quella
spagnola, 1,4 per la Bank of England.
Come molte altre amministrazioni pubbliche, anche la Banca d’Italia è invecchiata (l’età media
del personale è di 47,8 anni) e ha rallentato il ritmo di assunzioni, soprattutto di economisti giovani
e brillanti. I suoi dipendenti godono anche di pensioni tra le più alte d’Italia. Un po’ di
prepensionamenti sarebbero opportuni.
Mentre il prepensionamento sarebbe particolarmente vantaggioso per gli impiegati pubblici più
anziani, la riforma degli ammortizzatori sociali descritta nel capitolo 4 renderebbe possibile
superare anche il divieto di licenziamento dei dipendenti pubblici, così come di quelli privati.
L’eventuale periodo temporaneo di disoccupazione sarebbe finanziato da sussidi, sospesi non
appena l’ex dipendente pubblico trovasse un altro impiego. Questa soluzione costerebbe allo Stato
molto meno che mantenere impiegati pubblici in eccesso fino all’età pensionabile.
E parliamo allora di pensioni. L’Italia spende per le pensioni pubbliche quasi il 16 per cento del
Pil, oltre 3 punti più della già alta media europea. L’Istat ha calcolato che il deficit pensionistico si
sta pericolosamente avvicinando ai 900 euro a testa, neonati e immigrati inclusi. Il nostro paese
soffre quindi in modo acuto di una malattia purtroppo comune a molte nazioni industriali:
l’insostenibilità dei sistemi previdenziali a causa di un andamento demografico avverso e della
generosità delle passate promesse, che comporta aliquote contributive elevate che frenano
occupazione e crescita.
Dal 1992 a oggi, sono state varate varie riforme del sistema previdenziale, senza mai conferire
loro un assetto stabile. La riforma attuata dal governo Dini nel 1995 prevede il passaggio al sistema
contributivo: le pensioni cioè dipenderanno da quanto un lavoratore ha contribuito durante la sua
vita lavorativa. Una soluzione che va nella direzione giusta, ma che ha due difetti gravi.
Innanzitutto la riforma Dini andrà a regime fra vent’anni: prima di allora milioni di lavoratori
continueranno a percepire pensioni non correlate con quanto hanno contribuito. In secondo luogo
i parametri che trasformano un certo ammontare di contributi in un vitalizio (la pensione
appunto) si sarebbero dovuti rivedere ogni dieci anni (quindi una prima volta nel 2005) per
adattarli all’allungamento dell’aspettativa di vita. È evidente che se si vive, in media, fino a 85 anni,
il vitalizio, per un dato ammontare di contributi, non potrà essere uguale a quello che si percepiva
quando si viveva (in media) solo fino a 75 anni. Dal 1995 – anno in cui fu approvata la riforma Dini –
a oggi la vita media è aumentata di 2 anni (l’aspettativa di vita a 60 anni è aumentata da 20 a 22 anni
per gli uomini e da 24 a 26 per le donne), ma i sindacati si erano finora rifiutati di rivedere i
parametri. In ogni altro paese la determinazione di questi parametri è una questione tecnica,
delegata ai demografi e agli esperti di calcolo attuariale. In Italia è una decisione politica; peggio, è
una decisione che richiede l’accordo dei sindacati. Nel luglio scorso il governo ha concordato con i
sindacati una revisione dei parametri del metodo contributivo. I nuovi coefficienti sono quelli
proposti da una commissione tecnica, il Nucleo di valutazione della spesa previdenziale. Tutto bene
sembrerebbe. Ma leggendo l’accordo tra governo e sindacati si scopre (come hanno osservato Tito
Boeri e Agar Brugiavini su www.lavoce.info) che la revisione potrebbe rivelarsi fittizia. Infatti i
sindacati hanno ottenuto che venisse istituita una commissione con il «compito di verificare e
proporre modifiche» ai parametri indicati dal Nucleo di valutazione. Delle due l’una: o gli esperti
del Nucleo non sanno fare i conti, oppure – dato che alla nuova commissione parteciperanno anche
rappresentanti dei sindacati – i parametri saranno determinati con criteri politici, non demografici
e attuariali.
Al tavolo intorno al quale nell’estate del 2007 si è di-scusso di riforma delle pensioni, il governo
ha invitato solo i sindacati. Ma che cosa sperava di ottenere dalla trattativa con una controparte i
cui iscritti sono per lo più lavoratori già in pensione o prossimi alla pensione? Un governo
lungimirante avrebbe messo intorno a quel tavolo rappresentanze di giovani. Walter Veltroni
quando si è candidato alla guida del Partito democratico ha citato Vittorio Foa, padre storico della
sinistra italiana: «La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell’oggi. La sinistra degli
interessi di coloro che non sono ancora nati. Dobbiamo essere conseguenti nell’uso del nostro
tempo: dedichiamo almeno un’ora al giorno a discutere se si debba andare in pensione a 57, a 58 o a
60 anni, ma solo qualche secondo a progettare una risposta al fatto che continua ad aumentare il
numero dei bambini che vivono in famiglie al di sotto della linea di povertà relativa. C’è un patto fra
le generazioni che dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare». Forse questa è la sinistra che
sogna Walter Veltroni, non quella rappresentata nel governo Prodi che ha accettato la richiesta dei
sindacati e ha cancellato la legge Maroni. Nell’attesa che (fra vent’anni) entri in vigore il metodo
contributivo, quella legge stabiliva precisi limiti d’età per andare in pensione: non prima dei 60
anni e non con meno di 35 anni di contributi. «Non si poteva rischiare uno sciopero generale» ha
detto Prodi. Si osservi: contro una legge già in vigore, non contro una proposta rivoluzionaria. E
perché no? Perché non cogliere l’occasione per spiegare al paese che non è di sinistra difendere gli
anziani a scapito dei giovani, e che è impossibile rimandare una (per giunta modesta) riforma
dell’età pensionabile? E invece l’età minima è stata abbassata da 60 a 58 anni e anche Veltroni ha
detto che è stata una buona riforma.
Romano Prodi sembra seguire una legge non scritta per cui uno sciopero generale equivale alla
caduta del governo: questo significa che la lobby dei lavoratori anziani e dei pensionati controlla il
futuro politico del nostro paese. Se Margaret Thatcher si fosse comportata come Prodi, oggi
l’Inghilterra sarebbe un paese in costante declino. Non solo: il cedimento di Prodi sulle pensioni
darà nuovo vigore alle altre lobby: si convinceranno che per ottenere quanto vogliono basta
minacciare di bloccare strade, aerei, trasporti urbani, esami scolastici di fine anno e di chiudere le
farmacie.

Questi dibattiti su scaloni e scalini non devono però far perdere di vista il punto centrale: l’unico
modo per risolvere in maniera definitiva le difficoltà previdenziali – soprattutto in un paese come
l’Italia in cui la popolazione non cresce – è passare dai sistemi pay as you go a quelli fully funded. Dei
primi fa parte l’attuale sistema italiano, messo a punto in anni in cui la popolazione cresceva
rapidamente. In un sistema pay as you go chi lavora paga con i propri contributi (e anche con
qualche imposta) la pensione a chi non lavora più, nella speranza che i giovani di domani siano in
grado di ricambiare il favore. Oggi però, con una popolazione che non cresce più ai ritmi di una
volta, questa scelta si sta rivelando sempre più problematica. I sistemi fully funded, invece,
prevedono che ognuno, mediante periodiche trattenute sul proprio stipendio, accantoni un fondo
che servirà al momento del suo ritiro dalla forza lavoro. Questi fondi personali vengono gestiti
privatamente e il lavoratore può scegliere la modalità che preferisce, al fine di ottenere rendimenti
adeguati. I sistemi fully funded sono diversi dal metodo contributivo previsto dalla riforma Dini. Lì il
lavoratore continua a percepire una pensione pubblica, seppur rapportata a quanto ha
contribuito. Nei sistemi fully funded invece il lavoratore gestisce i suoi risparmi investendoli
liberamente. I sistemi fully funded risolverebbero tutti i problemi di finanziamento pubblico delle
pensioni e renderebbero ciascuno «padrone» dei propri risparmi pensionistici.
Un’obiezione nasce spontanea: i lavoratori potrebbero non risparmiare abbastanza e
arriverebbero così al momento della pensione senza un capitale sufficiente per la lunga vecchiaia.
Può essere, ma basterebbe introdurre incentivi fiscali al risparmio pensionistico, come quelli in
vigore negli Usa (che pure non hanno un sistema completamente fully funded), dove il reddito
investito in fondi pensione può essere, entro certi limiti, dedotto dall’imponibile, rimandando la
tassazione al momento in cui si riceverà la pensione. Come testimoniano alcune ricerche, è
sufficiente che al momento dell’assunzione il lavoratore sia inserito automaticamente in un piano
di trattenute salariali da destinare ai fondi pensione privati, perché il lavoratore stesso continui,
quasi per inerzia, nel piano di accumulo. Studi del professor David Laibson di Harvard e di suoi
coautori hanno dato esiti del tutto inaspettati. Ci sono due possibilità al momento dell’assunzione.
La prima consiste nel chiedere al lavoratore se vuole destinare una quota del suo stipendio a un
fondo pensione. L’altra è non chiedere nulla e detrarre automaticamente una quota per il fondo
pensione, lasciando ovviamente al lavoratore la facoltà di interrompere questo meccanismo in
qualsiasi momento, interrompendo così l’accumulo del fondo. Ebbene, questa piccola differenza
sembra avere implicazioni molto grandi: quando un nuovo assunto entra automaticamente in un
piano pensione, poi vi rimane. Se invece gli si chiede se vuole partecipare al fondo, spesso risponde
di no, «abbagliato» dal maggiore reddito corrente e sottovalutando la necessità di risparmiare per
la pensione. È evidente quindi che attraverso opportune scelte, alcune molto semplici, si possono
creare gli incentivi giusti perché la gente risparmi.
Un’altra obiezione ai sistemi fully funded è che le persone potrebbero commettere errori di
investimento, sperperando il proprio fondo pensione. È vero che molti cittadini hanno scarsa
dimestichezza con nozioni di finanza anche molto semplici. La ricerca di un’economista italiana,
Annamaria Lusardi dell’Università di Dartmouth, prova che una buona metà dei danesi (tra i più
istruiti in Europa) e degli statunitensi non distingue tra un tasso di interesse reale e uno nominale,
non sa che cosa sia un tasso di interesse composto e, fatto ancor più grave, non capisce che
investire in un solo titolo azionario è più rischioso che diversificare. Si potrebbero, però, porre dei
vincoli al tipo di impiego del risparmio pensionistico, per esempio vietando di destinarlo
all’acquisto di azioni di una singola società. Inoltre, al momento dell’avvio del proprio piano
pensionistico si potrebbe impartire al lavoratore un breve corso di finanza. Così come si insegna il
codice della strada, gli si fornirebbero i rudimenti della finanza, di sicuro più semplici di quelli
automobilistici (il sito www.lavoce.info si appresta a offrire un corso on line designato proprio a
questo scopo).
E ancora: come garantire una pensione a chi è troppo povero per accumulare risparmi
sufficienti? Si può affiancare al sistema a capitalizzazione privato che abbiamo illustrato sopra, un
sistema pubblico di pensioni minime, che costerebbe alle casse statali una piccola frazione degli
attuali oneri.
Molti dei sistemi pensionistici odierni producono redistribuzioni di reddito occulte: nelle
intenzioni dai più ricchi ai meno ricchi; in realtà, si sono spesso prodotti flussi redistributivi
confusi e non sempre nella direzione «giusta». Inoltre, se una redistribuzione va effettuata, è bene
si faccia in modo palese con la curva delle aliquote dell’Irpef, senza coinvolgere il rapporto tra
generazioni e compromettere la solvibilità di lungo periodo del sistema previdenziale.
Certo, la transizione da un sistema a ripartizione, come il nostro, a uno a capitalizzazione non è
semplice, in quanto una generazione dovrebbe cominciare a risparmiare per la propria vecchiaia e
al tempo stesso continuare a pagare le pensioni degli anziani. Non ci sono soluzioni magiche. Ma
perché non utilizzare a questo fine il «tesoretto», invece di sprecarlo per aumentare gli stipendi dei
dipendenti pubblici? La generazione che oggi lavora ha il dovere morale di non scardinare il
sistema pensionistico, altrimenti i nostri figli pagheranno la pensione a noi, ma non ne riceveranno
una decente. È di sinistra favorire questa generazione a svantaggio di quelle future?
Oltre che dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni, la riduzione della spesa pubblica
deve passare anche dagli sprechi perpetrati quotidianamente dalla politica, ciò che oggi è di moda
chiamare, con un eufemismo, «i costi della politica». Per renderci conto più da vicino di come lo
Stato getti al vento il pubblico denaro può essere utile soffermarsi su due esempi illuminanti. Il
primo riguarda «i ministri di spesa», che sono evidentemente troppi e con il governo Prodi sono
ulteriormente aumentati. Un ministro di spesa, per giustificare la propria esistenza deve, per
l’appunto, spendere. I trasporti per esempio sono parte integrante delle infrastrutture e invece in
Italia i due dicasteri sono separati. Quindi il ministro dei Trasporti cercherà di investire il più
possibile nell’ambito dei trasporti, non curandosi dei «trade off» tra trasporti e altre infrastrutture,
di cui non si occupa. Lo stesso vale per il ministero della Sanità che dovrebbe far parte del Welfare.
Per Istruzione e Ricerca sarebbe stato sufficiente un solo ministero invece che due. Le Pari
Opportunità (tra uomo e donna) riguardano il mondo del lavoro e le discriminazioni
nell’occupazione: perché non fondere i due ministeri? Più ministri ci sono in un governo, più
aumentano le pressioni sulla spesa. Per un’ovvia ragione: un ministro con competenze estese può
pensare a come fare economia in un’area per dedicare più risorse a un’altra. Con tanti ministeri
separati invece ci sono minori incentivi a risparmiare e a decidere una scala di priorità. Per non
parlare poi di un semplice effetto numerico: all’interno del governo 25 ministri che vogliono
spendere sono più difficili da controllare di 10. Nel primo governo Prodi, nel 1996, c’erano 20
ministeri e la riforma Bassanini approvata da quel governo li aveva ridotti a 12 dicasteri con
portafoglio. Nel secondo governo Prodi i dicasteri con potere di spesa sono 18.
Un altro capitolo esemplare di spreco di denaro pubblico riguarda la giustizia e proviene da uno
studio di Andrea Ichino dell’Università di Bologna. In una città italiana che non menzioneremo, vi
sono 28 giudici di pace. Una carica sempre più importante nel nostro paese per l’amministrazione
della giustizia civile: nel 2004 il numero di cause affidate a giudici di pace è stato di 1,3 milioni,
contro 2,5 milioni affidate a giudici ordinari. I 28 giudici studiati dal professor Ichino hanno un
carico di lavoro molto simile tra loro sia per il numero che per il tipo di cause loro affidate, cosa che
non deve sorprendere perché il tribunale assegna le cause ai giudici in modo volutamente casuale.
E tuttavia questi 28 giudici non si comportano tutti nello stesso modo. Nel biennio 2003-2005 per
emettere un decreto ingiuntivo alcuni hanno impiegato un tempo tre volte superiore a quello di
altri. Capita spesso che un’udienza venga rinviata senza preavviso, semplicemente attaccando un
biglietto scritto a mano sulla porta dell’aula il mattino dell’udienza. Quando questo accade, due dei
nostri giudici rinviano l’udienza in media di 50 giorni, tre di 40; altri invece di meno di 20 giorni. Nei
casi di cognizione ordinaria il giudice più lento lascia trascorrere 120 giorni tra un’udienza e la
successiva; il suo collega più veloce solo 40 giorni.
Sarà sicuramente vero che i nostri tribunali soffrono per la penuria di risorse: non ci sono i
computer, scarseggiano i cancellieri, gli archivi sono preistorici e così via. Ma se i nostri 28 giudici
si comportassero tutti come i loro colleghi più efficienti le cause in quella città potrebbero durare,
in media, la metà del tempo, senza spendere un euro in più. E se ci fosse qualche giudice
«fannullone» di meno, si potrebbe anche dotare quel tribunale di qualche computer in più.
I giudici «fannulloni» potrebbero obiettare che sono sì più lenti, ma le loro sentenze sono più
meditate. Insomma, non è scontato che accelerare i tempi del primo grado sia sempre un bene. Per
vedere se questo sia vero si potrebbe contare quante delle loro sentenze sono cambiate in un
successivo grado di giudizio. Purtroppo è molto difficile saperlo. Quando un procedimento passa da
un grado di giudizio a un altro il fascicolo cambia numero e rintracciarlo diventa pressoché
impossibile.
Nelle nostre pubbliche amministrazioni manca la cultura della trasparenza e i dati o non si
raccolgono o si buttano, caso mai qualcuno in seguito voglia consultarli. Partire dall’alto, studiando
i dati della Ragioneria generale dello Stato, non è il metodo più efficace per rendersi conto di come
lo Stato getti denaro al vento. C’è un modo più efficace e consiste nell’osservare l’esempio del
nostro tribunale e obbligare tutte le amministrazioni a raccogliere e rendere pubblici i dati: per
esempio, i tempi di espletamento delle pratiche. In pochi anni analisi come quella che abbiamo
appena illustrato fiorirebbero spontaneamente senza spendere un centesimo e, tra l’altro, sarebbe
anche un modo per finanziare buona ricerca a costo zero. D’altronde così avviene in Gran Bretagna
e nei paesi nordici, dove l’efficienza della spesa pubblica non è controllata dai ministri ma
direttamente dai cittadini attraverso le informazioni cui hanno quotidianamente accesso. A questo
proposito, uno studio effettuato in Inghilterra da uno studente di dottorato di Harvard, John
Friedman, è piuttosto istruttivo. Semplicemente pubblicando i dati sull’efficienza del servizio di
pronto soccorso di tutti gli ospedali inglesi – tempo di attesa e successo nel trattamento del malato
– il servizio è migliorato in modo straordinario. L’aggiunta di piccoli incentivi finanziari (costati
ben poco allo Stato) ne ha aumentato ulteriormente l’efficienza. Non è un obiettivo di sinistra
garantire cure adeguate a tutti, soprattutto a chi, meno abbiente, è obbligato a servirsi del sistema
sanitario pubblico?
Infine, vi è un’altra obiezione spesso impugnata sia dalla sinistra conservatrice sia da qualche
economista keynesiano molto tradizionale, ovvero che ridurre la spesa pubblica provocherebbe
una recessione, facendo aumentare la disoccupazione – mentre, per converso, aumentare la spesa
agevolerebbe la crescita e l’occupazione. Secondo questa tesi, se si sta attraversando un periodo di
espansione economica non bisogna comprometterlo riducendo la spesa, e se si attraversa una fase
di recessione, non la si può aggravare. Insomma, non è mai il momento buono per ridurre la spesa
pubblica.
La realtà è ben diversa. Negli ultimi anni molti economisti hanno studiato gli effetti di riduzioni
di spesa e di tasse sull’andamento del ciclo economico e i risultati mostrano che tagli della spesa
pubblica (specialmente quella destinata a sacche di improduttività, e ce ne sono tante in Italia)
insieme a riduzioni del carico fiscale, fanno aumentare la crescita e diminuire la disoccupazione,
non il contrario. Nei decenni più recenti molti paesi Ocse hanno dovuto affrontare il problema di
come ridurre il debito pubblico e il deficit. L’esperienza mostra che chi ha ridotto le spese e le
imposte (sebbene le seconde influiscano meno delle prime sulla riduzione del deficit) non ha
compromesso la crescita. Quei paesi che invece hanno ridotto il deficit aumentando le imposte
senza ridurre la spesa, hanno sofferto in termini di una diminuzione della crescita del Pil. L’Italia è
in questo secondo gruppo. Il riaggiustamento fiscale che dai primi anni novanta in poi ha permesso
al nostro paese di entrare nell’euro, riducendo i deficit pubblici e bloccando la crescita del debito, è
avvenuto pressoché esclusivamente tramite aumenti delle imposte. Questo è uno dei motivi che
hanno determinato la scarsa crescita dell’economia italiana nell’ultimo decennio, inferiore alla già
deludente media europea. Non solo: se non si pone un freno alla crescita automatica di numerose
voci di spesa, soprattutto pensioni e pubblico impiego, prima o poi neppure le tasse (che tra il 2001
e il 2007 sono salite dal 45 al 46,4 per cento del Pil) riusciranno a far fronte a spese via via crescenti.
Un aggiustamento fiscale duraturo richiede pertanto che si metta mano ai meccanismi della spesa
corrente, come faceva notare del resto la stessa Corte dei Conti.
Ma allora perché questa insistenza sugli effetti negativi che le riduzioni di spesa pubblica
avrebbero su crescita e occupazione? Il motivo è strategico. Tutti coloro che non vogliono ridurre
la spesa pubblica per i motivi elencati sopra, e che nulla hanno a che fare con il ciclo economico,
hanno interesse a sventolare lo spauracchio della recessione per spaventare l’opinione pubblica,
cosicché anche coloro che sarebbero potenzialmente favorevoli a contenere la spesa per motivi di
efficienza ed equità si preoccupino per la recessione. Non riuscendo a contenere la pressione (e i
contributi) delle lobby che «assaltano la diligenza» del bilancio pubblico, i politici si trincerano
dietro la scusa del ciclo economico, mascherando così la loro incapacità di frenare l’aumento della
spesa. Durante il quinquennio del governo Berlusconi la spesa pubblica è aumentata di 3 punti, dal
47,4 per cento del Pil nel 2000 al 50,5 al 2006: non ci risulta che la crescita economica ne abbia tratto
alcun beneficio!
6
Il capitalismo di Stato non è di sinistra

Uno Stato liberista non è uno Stato debole. Tutt’altro. È uno Stato forte nel far rispettare le regole
del mercato: divieto a posizioni dominanti, cioè a monopoli veri e di fatto, per impedire che si
creino rendite monopolistiche a danno dei consumatori; trasparenza nei mercati finanziari, per
evitare che pochi si arricchiscano sfruttando informazioni non disponibili a tutti. In uno Stato
liberista le autorità preposte alla regolamentazione dei mercati (Antitrust, Consob, Autorità per
l’Energia elettrica e il Gas, Autorità per le Comunicazioni...) sono forti e indipendenti dalla politica.
Su questo punto la sinistra italiana è sempre stata molto più avanti della destra. Le nostre
Autorità indipendenti sono frutto del centrosinistra migliore: Nino Andreatta, Giuliano Amato,
Luigi Spaventa, Franco Bassanini, Guido Rossi.
La cultura di uno Stato regolatore, che affida il controllo del mercato ad Autorità indipendenti, è
lontana mille miglia dall’ideologia della destra italiana. E in effetti, l’assenza di una concezione
liberale dell’economia è la più grande delusione della Casa delle Libertà. In cinque anni di governo, i
pochi liberisti che vi hanno militato – per esempio Antonio Martino e Benedetto Della Vedova –
sono rimasti sempre in posizioni marginali e non hanno mai avuto la capacità di influenzare le
scelte del governo di centrodestra. D’altronde Silvio Berlusconi è un imprenditore cresciuto in
settori protetti dalla concorrenza (edilizia, media, assicurazioni), in cui le Autorità danno fastidio e
con lo Stato si negozia. Alleanza nazionale è un partito che ha le sue radici, e molti voti, tra i
dipendenti dei grandi monopoli pubblici (Enel, Eni, Ferrovie) e che ha sempre avuto buoni rapporti
con i manager delle aziende di Stato. La Lega tuona contro «Roma ladrona», ma quando Giulio
Tremonti ha cercato di smantellare il capitalismo pubblico locale, obbligando comuni e province a
cedere il controllo di autostrade, aeroporti e delle mille aziende pubbliche locali, la Lega lo ha
bloccato in nome del «Giù le mani, che è roba nostra».
Tuttavia anche a sinistra il principio di uno Stato regolatore viene spesso contraddetto. E non
solo nella sinistra radicale, che dall’originario alveo marxista è rifluita in una rivalutazione
postuma delle partecipazioni statali e fatica ad accettare che la proprietà pubblica dei mezzi di
produzione non abbia mai funzionato.
In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del marzo 2006, intitolato «Basta con lo Stato
proprietario», Romano Prodi espose la sua visione dei rapporti tra Stato e imprese: «Porteremo lo
Stato al ruolo che gli compete in una moderna economia di mercato, quello del regolatore, non del
proprietario. Renderemo più contendibile e più aperto il mercato delle public utilities per avere
imprese efficienti e tariffe meno care». E sul ruolo delle Autorità, lo strumento attraverso il quale
uno Stato moderno regola i mercati, lo stesso presidente del Consiglio aveva illustrato sul Sole 24
Ore dell’agosto 2005 un progetto di riforma ambizioso, volto a rendere il nostro sistema delle
Autorità «più forte e più coerente».
Ma già nel programma elettorale dell’Unione si prospettava una visione più interventista: «La
politica industriale ha oggi un ruolo cruciale nel sostegno allo sviluppo economico. Il nostro
obiettivo è quello di creare un unico centro di responsabilità politica preposto a contrastare il
declino dell’apparato produttivo italiano [sic!], coordinato con i diversi livelli istituzionali di
competenza nazionali e territoriali». Parole in cui risuona una visione dirigista, secondo la quale lo
Stato dovrebbe promuovere una politica industriale. E puntualmente il primo Documento di
programmazione economico-finanziaria del nuovo governo (Dpef) ha dedicato alle privatizzazioni
5 righe su 160 pagine. Come se non bastasse, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa
ha spiegato che lo Stato non può vendere altre azioni di Enel; diversamente rischia di perdere il
controllo della società (passi per Enel, ma chissà quale teoria giustifica la proprietà pubblica di una
stamperia come il Poligrafico dello Stato in un paese che ha un debito pari al 105 per cento del Pil).
Il motivo per cui le privatizzazioni sono condizione necessaria per un libero mercato è che uno
Stato proprietario è un pessimo regolatore. Se lo Stato è il maggior azionista di Enel, o di Eni, avrà
interesse a che queste aziende facciano buoni profitti. Quindi avrà interesse a che la
regolamentazione non sia troppo severa. C’è una contraddizione evidente tra proprietà pubblica e
regolamentazione e le Autorità indipendenti possono porvi rimedio solo parzialmente perché lo
Stato proprietario ha mille strumenti per influire sulla loro autonomia: al momento della nomina
dei commissari, per esempio, o minacciando di privarle di alcune competenze – come è avvenuto
durante il governo Berlusconi nel caso dell’Autorità per l’Energia elettrica e il Gas. In casi estremi il
governo può anche ricorrere a un articolo, finora mai invocato, della legge che istituì l’Autorità
antitrust. L’articolo 25 di quella legge consente infatti al governo di autorizzare «per rilevanti
interessi dell’economia nazionale» operazioni di concentrazione altrimenti vietate. Insomma, il
monopolista pubblico è più pericoloso di quello privato; mentre infatti il privato può cercare di
influire sulla politica per ottenere una regolamentazione a lui più favorevole, a uno Stato
monopolista basta nominare alle Autorità qualche commissario amico.
Ma perché la sinistra, anche quella realmente liberista, pur rendendosi conto di questa
contraddizione, è spesso tanto ostile alle privatizzazioni? Illuminante è la sfiducia che traspare da
una dichiarazione di Linda Lanzillotta, ministro per gli Affari regionali e liberista convinta, che ha
costruito la sua reputazione portando in porto le privatizzazioni del Comune di Roma.
Commentando il suo disegno di legge per la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, ha dichiarato
al Sole 24 Ore del 20 maggio 2007: «C’è una cultura di servizio pubblico nelle aziende di proprietà
degli enti locali che non va dispersa. D’altra parte, si è visto che i privati non sempre sono stati
all’altezza quando si è trattato di gestire servizi pubblici. Il nostro capitalismo ha un’esperienza
radicata nel settore manifatturiero, ma non ha dato ancora il meglio nei servizi pubblici».
È vero che i nostri imprenditori privati, in particolare quando operano nel settore dei servizi
(telefoni, energia elettrica, autostrade), sembrano spesso privilegiare la rendita rispetto ai progetti
industriali. Se la famiglia Agnelli non avesse cercato di rifugiarsi prima nelle assicurazioni e nei
telefoni e poi nel mondo ben protetto dell’energia, entrando in Edison, e avesse continuato a
investire nell’auto – oppure avesse venduto l’azienda di famiglia quando ancora guadagnava – la
Fiat non sarebbe arrivata così vicina al tracollo. Il capitalismo italiano appare spesso incerto,
incapace di rinnovarsi, poco preparato a confrontarsi con un mercato che oggi è sempre più
difficile proteggere. Forse non è un caso che le nostre aziende di maggior successo siano quelle
cresciute al di fuori del circuito pubblico, come per esempio Luxottica, un’azienda che ha sempre
venduto più all’estero che in Italia, e comunque mai allo Stato, che si è quotata in Borsa a New York
prima che a Milano.
Tuttavia, anziché limitarsi a puntare il dito contro i numerosi limiti del nostro capitalismo,
sarebbe più utile chiedersi quale ne sia l’origine, perché i nostri imprenditori sono tanto diversi dai
capitalisti anglosassoni. «Non le pare che anche il capitalismo privato nella prima Repubblica non
abbia funzionato?» A questa domanda l’avvocato Agnelli rispondeva (Corriere della Sera, 20 febbraio
1996): «Certamente. Diciamo che gli anticorpi non hanno funzionato. Ma dovevamo scendere a
patti con i politici e con l’impresa pubblica. Se in Italia, dopo cinquant’anni, la Fiat non è finita
all’Iri o in mani estere è già un miracolo».
A ben pensarci non si è trattato di un miracolo, bensì della degenerazione del rapporto tra Stato
e imprese private che in Italia ha radici lontane. Negli anni sessanta, dopo la nazionalizzazione delle
aziende elettriche, si saldò tra lo Stato e i grandi gruppi industriali privati un contratto implicito: i
privati delegarono allo Stato la realizzazione di grandi progetti di investimento, e il peso delle
aziende pubbliche nell’economia raddoppiò; in cambio lo Stato garantiva ai privati ampie
protezioni dalla concorrenza internazionale, non tanto attraverso restrizioni esplicite degli scambi
(che pur sopravvissero sino alla fine degli anni ottanta nel mercato finanziario, e in alcuni casi
continuano ancor oggi, come testimonia la quota sulle importazioni di automobili giapponesi), ma
soprattutto attraverso la politica degli appalti pubblici riservati alle imprese nazionali. Il Mose di
Venezia per esempio, una delle maggiori opere pubbliche mai realizzate in Italia, è costruito da
imprese tutte italiane, con una procedura che è riuscita a eludere le norme europee sulle gare di
appalto, che dovrebbero essere aperte a tutti. Non c’è quindi da sorprendersi se il nostro
capitalismo spesso appare impreparato a confrontarsi con il mercato.
Purtroppo però, anziché riflettere su questi problemi, e interrogarsi sulle possibili soluzioni,
Romano Prodi sogna, e progetta, un nuovo capitalismo misto guidato da banchieri e da manager
pubblici sotto l’ala protettiva del suo governo. Ha cercato di realizzare questo progetto prima con
Telecom Italia, poi con Alitalia, sinora (per fortuna) con scarso successo. Si noti, tra l’altro, un
parallelismo curioso: l’attuale presidente del Consiglio ritiene di essere stato un grande
imprenditore, ai tempi dell’Iri, quando guidava un gruppo che possedeva circa metà delle nostre
imprese industriali e che finì in bancarotta. Nel 2002, quando la Fiat fu sull’orlo del fallimento,
Berlusconi, allora presidente del Consiglio, disse: «Se fossi libero e non avessi questa responsabilità,
mi offrirei per prendere in mano la Fiat, me ne occuperei volentieri e saprei cosa fare».

La soluzione a un’economia poco competitiva, evidentemente, non è uno Stato che si sostituisce ai
privati mettendosi a scommettere su progetti industriali e a promuovere alleanze tra imprese. Nel
mondo ci sono schiere di imprenditori interessati a investire in Italia. C’è un buon motivo per
impedire loro di farlo?
Per rispondere a questa domanda occorre chiedersi quali siano gli obiettivi che uno Stato
dovrebbe porsi nel settore delle grandi reti di servizi (luce, gas, telefoni, ferrovie, autostrade) e
quali gli strumenti di cui dispone per raggiungerli. Gli obiettivi dovrebbero essere principalmente
tre: primo, la tutela dei consumatori; secondo, la tutela dei piccoli azionisti che investono in queste
società; terzo, se le aziende producono delle esternalità, vale a dire degli effetti esterni positivi
nell’ambiente in cui operano, cercare di trattenere quelle esternalità in Italia. Centrare i primi due
obiettivi è possibile; centrare il terzo è molto difficile. Il tramite per raggiungere i primi due (tutela
dei consumatori e dei piccoli investitori) sono ancora le Autorità: Antitrust e Consob. Con un punto
a favore per gli imprenditori non italiani; se l’azionista è straniero, infatti, è più facile per il
regolatore essere neutrale. Un imprenditore italiano spesso discute con il governo su più tavoli ed
è possibile che il governo accetti di essere meno rigido nella regolamentazione in cambio di qualche
beneficio su altri tavoli – il caso per esempio di un imprenditore che sia anche il proprietario di un
importante quotidiano. Una circostanza più rara se l’imprenditore è straniero. Quando la proprietà
di grandi aziende di servizi è straniera i consumatori corrono meno rischi.
L’unico motivo per dubitare della proprietà estera di significative aziende di servizi è se esistano
esternalità importanti. L’esempio del Nuovo Pignone, un’azienda fiorentina specializzata nella
produzione di turbine, aiuta a capire. A metà degli anni novanta, quando Eni vendette il Nuovo
Pignone alla General Electric, molti si stracciarono le vesti: gli americani avrebbero smantellato la
progettazione e lasciato nelle fabbriche fiorentine del Pignone solo attività di assemblaggio più
povere. È accaduto l’esatto contrario. Poiché gli operai e i tecnici del Pignone erano molto bravi nel
progettare e costruire turbine, GE concentrò su Firenze la sua attività in questi settori. Da
importante fabbrica italiana, il Pignone è diventata un importante centro di progettazione
mondiale. Questo significa che le esternalità si catturano dove l’ambiente è favorevole. I laboratori
della Mitsubishi per esempio non sono in Giappone, ma a Boston, vicino al Mit, perché è lì che si
brevettano le invenzioni. Se si vogliono trattenere le esternalità occorre investire nella qualità delle
università, non obbligare le aziende a fare Ricerca e Sviluppo in un ambiente scientificamente
morto.

In conclusione: il capitalismo di Stato non è di sinistra perché danneggia i consumatori. L’illusione


che lo Stato, o banchieri e manager pubblici nominati dai politici, siano più lungimiranti nelle
scelte di investimento è, appunto, un’illusione: basta ripercorrere la storia dell’Iri negli anni
settanta quando impiegò nel Sud risorse straordinarie delle quali non si sono mai visti i risultati.
Ricerca e Sviluppo non hanno bisogno della proprietà pubblica, ma di buone università e di
incentivi, non alle imprese ma ai nostri ricercatori migliori per convincerli a non emigrare negli
Stati Uniti.
Da ultimo, il capitalismo di Stato non è di sinistra perché è un sistema per proteggere
corporazioni piccole ma potenti: alcuni politici, alcuni manager pubblici, i dipendenti di qualche
impresa pubblica. Altro che l’interesse dei cittadini.
7
Qualcosa comincia a cambiare

Qualcosa si sta muovendo in Europa. Dopo un inizio di secolo con tassi di crescita molto bassi e un
clima cupo, si percepisce, se non una ventata, almeno una brezzolina di liberismo. Circa un anno
fa, quando stavamo lavorando al libro Goodbye Europa, temevamo che a vincere non sarebbero state
le riforme, ma la via del declino. Oggi forse c’è qualche speranza. La vittoria di Nicolas Sarkozy in
Francia e i primi passi (non tutti purtroppo) del nuovo presidente fanno sperare che qualcosa stia
cambiando. Tra un declino sicuro, che sarebbe risultato da un vittoria dei socialisti con un
programma vecchio e confuso, e le proposte di Sarkozy, i francesi hanno espresso una preferenza
netta. La campagna elettorale di Ségolène Royale ricalcava la vecchia piattaforma socialista:
maggiore equità retributiva, aumento degli stipendi minimi, nessun cambiamento della legge sul
lavoro, che tutela i lavoratori anziani a scapito dei giovani, estromessi dal mercato del lavoro. Una
strada certa verso il declino politico ed economico, ma sorprendentemente quasi tutti gli
economisti francesi (non solo quelli marxisti) avevano puntato su di lei.
Dall’altra parte, Sarkozy non è certo Mrs. Thatcher: quando sostiene di voler proteggere gli
agricoltori (ed è una delle prime cose che ha ripetuto non appena eletto), di essere contrario
all’acquisto di aziende francesi da parte di investitori stranieri, quando impone che si elimini dalla
nuova Costituzione europea qualunque riferimento esplicito alla concorrenza, si comporta come
tutti i politici francesi, protezionisti e dirigisti, e questo è preoccupante. Le sue ripetute critiche
alla Bce sono allarmanti per l’indipendenza di questa istituzione – che comunque dovrebbe essere
più trasparente nelle sue decisioni e più chiara nel comunicarle proprio per evitare di fornire ai
politici motivi per attaccarla.
In almeno due punti però il messaggio di Sarkozy è innovativo. Innanzitutto il nuovo presidente
si è impegnato a riformare la legge sul lavoro: via libera alle aziende di assumere e licenziare,
attraverso la riduzione dei costi di licenziamento e l’eliminazione dei ricorsi agli organi giudiziari,
accompagnato da un corretto funzionamento dei sussidi di disoccupazione che non scoraggino la
ricerca di un nuovo impiego. In particolare Sarkozy pare abbia fatto propria la proposta di Olivier
Blanchard (oggi un suo consigliere) e Jean Tirole sul mercato del lavoro di cui parlavamo nel
capitolo 4.
In secondo luogo la sua visione dell’Europa è pragmatica, l’esatto opposto della grandiosa
prospettiva di uno Stato europeo (con un tocco di antiamericanismo) tanto gradita a Bruxelles.
Sarkozy auspica un mercato comune europeo, rafforzato da politiche di base condivise, l’unione
monetaria e poco più. Certo c’è anche un po’ di protezionismo (che potrebbe però smorzarsi se la
crescita in Francia riprendesse) e un bel po’ di vecchio dirigismo francese. Ma liberalizzare il
mercato del lavoro è talmente importante che, se ci riuscirà, gli altri sembreranno peccati veniali.
Quasi certamente in Francia le riforme del mercato del lavoro comporteranno mesi di agitazione
sociale. Resta da vedere se Sarkozy sarà abbastanza forte per opporvisi. Quando poche centinaia di
studenti manifestarono per le strade di Parigi, il precedente governo conservatore rimandò ogni
riforma.

Le cose stanno cambiando anche in Svezia, il capocordata del modello nordico: mercati del lavoro,
beni e servizi aperti alla concorrenza, e un sistema di ammortizzatori sociali tra i migliori al mondo.
Solo sei mesi fa gli elettori svedesi hanno sostituito i socialisti democratici, al potere da oltre dieci
anni, con un nuovo, giovane, primo ministro, Fredrik Reinfeldt, deciso a riformare il modello
sociale del paese. Pur conservando le basi del sistema di welfare svedese, Reinfeldt ne sta
eliminando le distorsioni. Il suo è sicuramente un programma come si suol dire di flex security, cioè
di liberalizzazioni dei mercati accompagnate da efficienti sistemi di sicurezza sociale.
Flex security è anche il modello danese. In Danimarca la deregulation del mercato del lavoro di cui
abbiamo già parlato diffusamente ha portato il tasso di disoccupazione al di sotto di quello
americano; sicuramente a costo di qualche pensione di invalidità di troppo, ma nel complesso la
direzione delle riforme è corretta.
In Germania, Angela Merkel, nonostante il conflitto interno alla Grande Coalizione, ha
introdotto una riforma del sistema sanitario che conterrà l’aumento delle spese, cosa che gli Usa
cercano di fare da un decennio senza venirne a capo.
Per non parlare dell’Irlanda, la tigre d’Europa, saldamente ancorata a un modello fortemente
liberista. Dopo la rivoluzione liberista di fine anni ottanta, la relativamente povera Irlanda ha
ampiamente superato in termini di reddito pro capite l’Italia e la Gran Bretagna, e la sua economia
continua a volare.
Quanto alla Gran Bretagna, i laburisti inglesi sono saldamente nel campo liberista, tanto che i
conservatori sembrano aver perso il loro spazio ideologico. Certo, Gordon Brown e Tony Blair sono
diversi, ma è questione di sfumature; entrambi sono liberisti convinti.

Anche l’Europa ha fatto passi avanti nella direzione giusta. Forse il naufragio della Costituzione
europea è servito da lezione. L’Unione europea pare aver abbandonato i progetti grandiosi, verbosi
e retorici di una Carta costituzionale unica per paesi tanto diversi come la Romania e la Danimarca.
Invece il 22 giugno 2007 si è mossa nella direzione giusta, approvando pochi ma importanti
cambiamenti nelle sue regole di governance che potrebbero migliorarne il funzionamento. Per
esempio, sono stati allungati i termini della presidenza del Consiglio europeo a due anni e mezzo
invece dei sei mesi attuali – un periodo troppo breve –, è stato ridotto il numero di membri della
Commissione europea cancellando la regola per cui ogni paese aveva diritto a un commissario e
per più questioni si è deciso di adottare regole di voto basate su maggioranze qualificate, invece
che sull’unanimità, con cui è impossibile governare, soprattutto ora che in Europa ci sono 27 paesi
(purtroppo queste regole entreranno in vigore solo tra dieci anni). Questo approccio per così dire
minimalista, senza Carte costituzionali di centinaia di pagine, è quello giusto. Per fortuna si parla
sempre meno dell’Agenda di Lisbona, un altro esercizio di inutile verbosità.

E l’Italia? Seppur timidamente, anche il governo Prodi aveva intrapreso la strada delle
liberalizzazioni, nonostante non abbia ancora affrontato i settori più difficili: energia, trasporti,
telefoni e banche, dove, come abbiamo visto, presenze monopolistiche e protezioni dalla
concorrenza internazionale restano ben salde, a scapito del consumatore. Rimangono da affrontare
le questioni più importanti, a cominciare dalla riforma del sistema degli ammortizzatori sociali
necessaria per liberalizzare il mercato del lavoro e ridurne la dicotomia. Purtroppo negli ultimi
tempi questa vena liberista sembra essersi arenata. Il Dpef presentato ai primi di luglio 2007 è stato
una grande delusione perché ancora una volta non ha affrontato il controllo della spesa pubblica.
Anzi ha speso gran parte del «tesoretto», termine del resto alquanto fuorviante per un paese con
un debito pubblico pari al 105 per cento del Pil. Subito dopo la presentazione del Dpef, Romano
Prodi ha ceduto ai sindacati sulla questione delle pensioni, in pratica abrogando la riforma Maroni,
una delle poche eredità positive del governo precedente.
Forse però il segnale che il clima sta cambiando non viene tanto dal governo, sempre più
titubante e indeciso, quanto dalla stampa e dai cittadini. Qualche anno fa in Italia la parola
«liberista» era poco meno che un insulto. Oggi molti si dichiarano liberisti, anche se pochi, per il
momento, lo sono davvero. Incoraggianti sono anche i risultati di un sondaggio effettuato nel
luglio scorso da Harris e dal Financial Times. Alla domanda «Pensi che la globalizzazione abbia un
effetto positivo nel tuo paese?», il 24 per cento degli italiani nel campione risponde positivamente,
più di coloro che rispondono negativamente, solo il 18 per cento. Il risultato è l’opposto in Francia:
27 per cento di risposte negative, 17 per cento positive. I più convinti dei vantaggi della
globalizzazione paiono essere i tedeschi: 38 per cento di risposte positive, 20 per cento negative. Gli
italiani sono i più convinti dell’importanza di attribuire all’Unione europea un mandato specifico in
materia di concorrenza. Alla domanda «Pensi che la concorrenza debba essere un obiettivo
dell’Ue?», l’80 per cento degli italiani risponde positivamente, il doppio che in Francia (42 per
cento) e più anche che in Germania (70 per cento). Ma c’è un fatto ancora più importante: il
cittadino italiano medio sopporta sempre meno i lacci e i lacciuoli imposti da una legislazione
soffocante, è sempre più irritato dai servizi inadeguati offerti da aziende protette e
ipersindacalizzate, come Alitalia e Trenitalia, comincia a chiedersi cosa giustifichi un prelievo del
50 per cento del reddito prodotto. E qualche risultato concreto si comincia a vedere: farmacie che
abbassano i prezzi, aspirina e giornali al supermercato, negozi aperti la domenica e barbieri il
lunedì.
All’interno delle università si parla sempre più di meritocrazia, e diventa più oneroso, in termini
di reputazione, promuovere gli amici invece che i meritevoli. A Genova l’Istituto Italiano di
Tecnologia sta crescendo, nonostante l’opposizione di chi non vuole cambiare le cose e intende
mantenere l’università italiana in una situazione di mediocrità in nome di un egualitarismo di
facciata.
In questo contesto, l’ala riformista del governo e in particolare il premier, Romano Prodi, hanno
di fronte a sé due strade. Una è «sopravvivere» con qualche piccola liberalizzazione di barbieri e
benzinai, ma cedendo ai sindacati sulle pensioni, facendosi ricattare dalla sinistra massimalista, e
perdendo così l’occasione della brezza liberista che si sta (forse) sollevando in Europa. In questo
modo sicuramente perderanno le prossime elezioni.
La seconda strada è passare all’attacco e procedere con forza sulla via delle riforme. Ci sono
buone probabilità di successo. Bill Clinton realizzò riforme importanti e politicamente difficili del
welfare americano e fu rieletto a gonfie vele. Lo stesso accadde a Ronald Reagan, Tony Blair e
Margaret Thatcher. Invece due presidenti timidi come Jimmy Carter e George Bush senior persero
alla prima rielezione. Il primo perché, pur avendo intrapreso qualche riforma per arrestare quello
che sembrava il declino americano, non lo fece con abbastanza coraggio e decisione. Il secondo, per
aver tradito le promesse fatte in campagna elettorale di ridurre le tasse. Spesso alle urne il coraggio
riformista paga. Ciò che sicuramente in Europa non paga più è l’immobilismo. Come fa spesso
notare Giulio Tremonti per giustificare la sconfitta elettorale del precedente governo, gli elettori
europei recentemente hanno votato sempre contro il governo in carica. Ma gli europei non sono
banderuole: se cambiano partito è perché sono preoccupati per il loro futuro e cercano governi
capaci di modificare le cose.
Il premier Romano Prodi e il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa hanno storie
personali illustri. A questo punto della loro vita politica e professionale l’unica cosa che dovrebbe
importare loro è ciò che gli americani chiamano legacy, cioè come saranno valutati dalla storia.
Davvero vogliono essere ricordati come leader che, pur di non rischiare nulla, hanno finito per
essere superati dagli eventi e puniti dagli elettori? Noi speriamo che vogliano passare alla storia
come Bill Clinton, non come Jimmy Carter.
Conclusioni

Quali siano i capitoli di un’agenda liberista per l’Italia è ormai noto a chiunque legga, anche
distrattamente, i giornali. E già questo è sorprendente. Solo pochi anni fa liberismo, almeno in
Italia, era un termine quasi sconosciuto. L’abolizione degli ordini professionali, l’abolizione del
valore legale delle lauree, l’assegnazione degli slot aeroportuali tramite una gara aperta a tutte le
compagnie aeree, la liberalizzazione delle licenze commerciali e via dicendo erano considerate
proposte stravaganti e, soprattutto, la loro importanza era incomprensibile alla maggior parte dei
cittadini. In breve tempo sono cambiate molte cose. È un passo fondamentale, perché una battaglia
a favore di proposte che nessuno capisce è persa in partenza.
Come questo cambiamento sia avvenuto è interessante in sé. Una parte del merito va senz’altro
a battaglie solitarie, come quelle vinte da Mario Monti a Bruxelles, nel suo ruolo di Commissario alla
concorrenza, e quelle combattute da qualche politico coraggioso, come per esempio Daniele
Capezzone, Franco Debenedetti, Nicola Rossi, Bruno Tabacci e i ministri Pier Luigi Bersani e Linda
Lanzillotta. E non sono i soli.
Stampa e televisione hanno svolto un ruolo decisivo. Gli articoli di Pietro Ichino sui dipendenti
pubblici «fannulloni», le inchieste di Gian Antonio Stella pubblicate dal Corriere della Sera sul denaro
gettato al vento dalle pubbliche amministrazioni, le analisi del Sole 24 Ore sugli sprechi di istituzioni
tabù, come il Senato della Repubblica o il Quirinale, le magnifiche puntate di Report, la trasmissione
di Milena Gabanelli su Rai 3. Sembravano gocce destinate a dissolversi nel mare dell’indifferenza, e
invece evidentemente hanno lasciato un segno. È un fatto molto incoraggiante per chiunque voglia
impegnarsi in battaglie minoritarie.
In questi anni, la consapevolezza che il liberismo è condizione necessaria per una società più
equa, nella quale le opportunità di ciascuno non dipendono dal censo o dai rapporti di amicizia e
parentela, ha cominciato a diffondersi. Fino a quindici anni fa merito e concorrenza erano concetti
poco di moda in Italia. Nel maggio 2007 un’indagine condotta da Alberto Martinelli in occasione del
forum dell’Università Bocconi e del Corriere della Sera «Economia&Società Aperta» ha rilevato che la
grande maggioranza degli intervistati (un campione di giovani tra i 25 e i 35 anni di età) individua
nella concorrenza e nel merito le priorità dell’Italia. Effetto delle battaglie solitarie che abbiamo
ricordato sopra, ma anche, e forse soprattutto, della globalizzazione. Non c’è nulla che aiuti ad
aprire gli occhi delle persone quanto il confronto con paesi e sistemi politici e sociali che non
proteggono le rendite di qualche specifica categoria potente. Basta che acquisti un’auto usata negli
Stati Uniti perché un italiano medio si trasformi in un talebano del liberismo e della battaglia
contro l’obbligo di ricorrere a un notaio. Osservare come vanno le cose altrove è il modo più
efficace per smascherare miti che spesso sono sostenuti solo da chi ne trae un beneficio diretto.
Affinché merito e concorrenza si affermino occorre che i cittadini si riconoscano come tali, vale
a dire come contribuenti e consumatori; non solo, o non principalmente, come membri di una
corporazione o di un classe. Certo, la cultura marxista e quella della destra di ispirazione
corporativa, entrambe ancora molto diffuse in Italia, non giovano. Ma davvero un paese non può
emanciparsi dagli aspetti più retrivi della sua tradizione politica e culturale?
Considerate l’Inghilterra di fine anni settanta. Il paese era sull’orlo del baratro economico, preda
di sindacati combattivi e nelle mani di un partito laburista massimalista. Era una società bloccata
che pareva destinata a un inevitabile declino. È bastata Margaret Thatcher per cambiare
prospettiva: certo, la «signora di ferro» ebbe la forza di resistere, ma ora è passata alla storia. Negli
anni ottanta era vista come una specie di mostro anche dalla sinistra italiana più moderata. Ora è
un modello cui ispirarsi; meglio tardi che mai.
Alla fine degli anni ottanta l’Irlanda era un paese povero, in pieno declino, dal quale si emigrava,
come all’inizio del Novecento. Si era diffusa una cultura della rassegnazione, dell’avversione al
rischio, della stagnazione. Oggi l’Irlanda è uno dei paesi più vivaci del mondo occidentale. La
cultura del disfattismo e della pigrizia si è trasformata in un vitale spirito imprenditoriale. La lingua
non c’entra: sia in Irlanda sia in Inghilterra si parla inglese, ma tranne che per la lingua comune
sono due paesi diversi sotto ogni profilo, per religione, dimensione, storia.
Alcuni paesi dell’Est hanno fatto una transizione velocissima dal comunismo a un capitalismo
relativamente moderno ed efficiente: Repubblica Ceca, Ungheria, Paesi Baltici. Alcuni di essi, a poco
più di dieci anni dalla caduta del muro di Berlino, sono tra i più dinamici dell’Unione europea.
Anche in Italia vi è qualche esempio di modelli culturali e di comportamenti che sono cambiati
rapidamente a seguito di un cambiamento nelle politiche. Considerate il divieto del fumo nei locali
pubblici: una legge che ha avuto un successo inaspettato. Gli italiani si sono adeguati quasi
dall’oggi al domani: chi se lo sarebbe aspettato in un paese di entusiasti fumatori? Da quando è
stata introdotta la patente a punti, le autostrade italiane non sembrano più degli autodromi.
Immaginate che cosa potrebbe accadere se il sindaco di Milano facesse veramente rispettare il
divieto di parcheggiare sui marciapiedi penalizzando i vigili che non danno le multe, magari per
fare un favore ai commercianti. Dall’indomani le multe fioccherebbero e le mamme non
dovrebbero più mettere a rischio la vita dei loro bambini perché sul marciapiedi le carrozzine non
passano. Se le regole sono corrette, i cittadini si adattano rapidamente.
Ci sono poi casi eclatanti, vere e proprie svolte per una comunità, come quello reso famoso dal
libro di Malcolm Gladwell Il punto critico. I grandi effetti dei piccoli cambiamenti (Rizzoli 2000). Sembrava
impossibile eliminare i graffiti dalla metropolitana di New York, ma per qualche settimana il
sindaco Giuliani si ostinò a far ripulire tutti i treni tutte le sere. Per un po’ la misura non ebbe
effetto, ma alla lunga i graffitari si stufarono di non veder ricomparire sui convogli le proprie
opere. Oggi sono rari i graffiti sulla metropolitana di New York.
Ci sono esempi analoghi anche in Italia, che hanno certamente migliorato la qualità della vita dei
cittadini. È il caso dei lavavetri ai semafori di Bologna contro cui, nel 2005, il sindaco Cofferati avviò
un’azione energica per eliminare quella che di fatto era diventata una «tassa sul rosso». O del
centro di Bologna, devastato da bivacchi notturni, in difesa del quale Cofferati ha adottato
un’ordinanza che vieta il consumo di bevande alcoliche per strada dopo le 9 di sera. Provvedimento
simile a quello preso a Milano dal vicesindaco De Corato, che prevede il transennamento dell’area
delle colonne di San Lorenzo e del sagrato della basilica dalle 7 di sera alle 7 di mattina, per evitare
l’insudiciamento e il danneggiamento dell’area.
Sono tutte prove che anche nel nostro paese, se si vuole, è possibile intervenire rapidamente
per modificare le cose. Certo, ci vuole coraggio; a Sergio Cofferati queste manovre sono costate le
peggiori accuse, non ultima quella di «fascista».
Comunque i frutti delle liberalizzazioni maturano in fretta: ne è un segnale un recente
sondaggio di Renato Mannheimer secondo cui il governo Prodi è popolare solo per una cosa: le
liberalizzazioni del ministro Bersani, di cui i consumatori hanno visto i risultati immediatamente,
in poche settimane. La popolarità di un governo di centrosinistra, in definitiva, si deve unicamente
a misure per tradizione considerate di destra. Può apparire un caso di confusione tra ideologie
contrapposte, destra e sinistra; ma forse questo tipo di contaminazione politica e culturale resta
l’unica strada.
Quando presentiamo questi ragionamenti molti ci criticano; altri (pochi) danno risposte un po’
sconsolate: sì avete ragione, ma in Italia tutto questo non si può fare. Noi non lo crediamo. Ci sono
piccoli segnali che le cose stanno cambiando. È possibile che ci voglia ancora qualche scossa, una
crisi di governo, una riforma elettorale, qualche sciopero cosiddetto «generale», ma a noi pare che
il cittadino, il consumatore, sia stufo di vivere in una società dominata da lobby. Prima o poi se ne
accorgeranno anche i politici.