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Giuseppe Bottai

ECONOMIA E FASCISMO
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(Economia e Fascismo, in Critica Fascista, 15 marzo 1928, pp. 101-102).
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La speciale posizione presa dal Fascismo nei confronti delle forze avversarie,
più o meno palesi, sia all'interno che all'esterno, consente al Regime libertà di
iniziativa, possibilità di affrontare e dirigere le azioni nel momento più
opportuno e di combattere, con metodo ed ordine perfetto, le sue più belle
battaglie.

In tal modo il Fascismo prosegue non solo verso le conquiste e le realizzazioni


della vita pratica, ma anche, e soprattutto, verso le sue conquiste ideali. Le
teorie politiche, filosofiche, giuridiche e morali, che il Fascismo è andato
gradualmente sviluppando e precisando, hanno già conquistato la grande massa
degli italiani ed hanno già attirata l'attenzione di importanti centri di cultura
internazionale, talché oggi si può con piena coscienza affermare che esso ha, o
comincia ad avere, i suoi principî scientifici, filosofici, politici, giuridici,
morali. In altre parole si può dire che il Fascismo comincia a proclamare al
mondo la sua civiltà: una civiltà — come riconosceva recentemente un
sociologo americano — «di ordine superiore».

Nel gruppo di scienze su cui il Fascismo ha finora operato non figura tuttavia
quella denominata “Scienza economica” o “Economia politica”. Il Fascismo
non ha ancora posto il problema della dottrina economica — come si dice con
frase consacrata — all'ordine del giorno. Pochi pionieri hanno potuto, voluto, o
saputo precedere gli eventi riuscendo a penetrare o indagare quello che dovrà
essere il sistema economico fascista.

Anche in questo apparente ritardo ad affrontare tale studio, vi è un ordine ed un


metodo. Non è difficile quindi una indagine sulle cause che hanno determinato
così lungo rinvio. Ci sembra che esse si possano brevemente così sintetizzare:

1. L'Economia politica — cioè la scienza che studia l'attività svolta dagli


uomini in quanto sono esseri sociali, per procurarsi i mezzi e le
comodità adatte al loro sistema di vita — rappresenta il cardine
fondamentale della vita sociale dei popoli.
Bottai: Economia e Fascismo (1928) - 2

Il mutamento del sistema organico e la revisione dei principî per


l'applicazione di tale scienza è estremamente complesso, e richiede un
preventivo analogo mutamento delle altre scienze coloniali che
influenzano l'economia.

2. Perché tale mutamento possa operarsi non è sufficiente proclamarlo,


né è sufficiente costruire una dottrina o un nuovo sistema teorico più o
meno completo. È necessario, invece, che si delineino dei fatti
economici tali da rendere inapplicabile il sistema preesistente; che
comincino ad essere attuati in pratica i punti basilari ed essenziali su cui
dovrà sorgere il nuovo sistema. In altri termini occorre che il mutato
clima storico politico, morale, giuridico, renda possibile la vita e lo
sviluppo del nascente sistema economico. Tale clima si va appunto
preparando alla nuova dottrina.

3. L'Economia politica è una scienza relativamente giovane: ha appena


due secoli di vita, quindi ha a sua disposizione un limitato campo di
esperienza: quello di poche generazioni. Se poi si considera che ci
troviamo non già di fronte ad una scienza di esperimento, come ad
esempio: la chimica, la fisica, dove lo studioso può ripetere a sua
volontà un numero grandissimo di volte i fatti su cui indaga per
giungere alla enunciazione delle leggi, ma ci troviamo invece di fronte
ad una scienza di osservazione, per cui lo studioso può soltanto
esaminare i fatti che, indipendentemente dalla sua volontà, si verificano
nella vita sociale, ci renderemo conto delle estreme difficoltà che
sovrastano alla enunciazione di postulati e di principî.

Abbiamo detto che l'Economia politica è una scienza giovane. Ad


evitare malintesi è bene chiarire tale affermazione. Non abbiamo già
inteso dire che prima di due secoli fa non esistessero fatti e problemi che
oggi si chiamano economici, ma abbiamo voluto dire soltanto che essi
non erano osservati scientificamente.

4. Un'altra ragione capitale, che serve a spiegare ed a giustificare il


ritardo con cui si va creando la dottrina economica fascista, è la
seguente.

Essendo sorta la scienza economica quasi contemporaneamente al


sorgere ed allo svilupparsi dei principî economici liberali, si è finito per
confondere l'economia politica come scienza pura, con l'economia
liberale, che è soltanto un metodo di applicazione della scienza stessa.

Al Fascismo, quindi, è riservato il compito gravissimo di separare la


scienza dal metodo. Soltanto dopo che sarà riuscito in tale compito,
potrà ricostruire, con i principî della scienza, il proprio metodo e quindi
la propria dottrina.

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Bottai: Economia e Fascismo (1928) - 3

Questi punti fondamentali non solo spiegano e giustificano sufficientemente la


ragione per cui è rimasto finora insoluto un problema di così vitale importanza,
ma prospettano altresì l'opportunità di studi e dibattiti da parte degli studiosi di
scienze sociali, al fine di poter presto svincolare l'Economia dai
convenzionalismi, dall'astrattismo, dall'individualismo e dal concetto
antigiuridico ed antisociale che il contrasto di interessi, cioè la lotta senza
quartiere, e non la solidarietà e la collaborazione, determinino il massimo
benessere dei popoli.

I tempi sembrano maturi per l'esame di così complessi argomenti. Già alcuni
studiosi spontaneamente ed isolatamente muovono verso tal genere di indagini.

“Critica Fascista”, che ha sempre tenuto un posto di avanguardia fra le correnti


culturali sviluppatesi nel Fascismo, intende partecipare attivamente a tale
movimento, anche e soprattutto perché ritiene sia ora giunto il momento adatto
per il suo sviluppo.

Numerosi provvedimenti di politica economica, in aperto contrasto con le leggi


ed i principî dell'Economia politica liberale, sono già in atto, con successo, nella
vita nazionale. La Carta del Lavoro, la legge del 3 aprile, i Comitati per la
determinazione dei prezzi, i vincoli posti a certe industrie, l'incoraggiamento
dato ad altre, la regolamentazione di tutta l'attività commerciale, tutti i numerosi
provvedimenti di carattere monetario adottati dal discorso di Pesaro fino ad
oggi, e finanche — “orribile dictu” per gli economisti della scuola liberale — i
provvedimenti per l'incremento demografico!

Tutte disposizioni, come si vede, da far gridare al sacrilegio non solo i puri
sacerdoti delle “armonie naturali”, ma anche tutti gli “economisti liberali fino
ad un certo punto”. Ma i sacerdoti non gridano: fanno invece delle riserve più o
meno mentali, e, una volta fatta la riserva, fingono di plaudire anche essi ad
ogni provvedimento. Ormai hanno così bene fatta abitudine a questa ginnastica
mentale che la compiono quasi senza sforzo. Proclamano, infatti, che, in
scienza pura, cioè in economia liberale, tali disposizioni sono antieconomiche;
infine, con una buona volontà più o meno sentita, aggiungono che esse erano
tuttavia necessarie per ragioni sociali. E qui salta fuori, per i liberali, l'apparente
conflitto tra Economia (parte della scienza sociale) e la Sociologia (che crea
l'Economia e diventa poscia antieconomica).

Si comprende, quindi, perché chi confonde l'Economia con l'Economia liberale,


se vuole essere sincero, deve trovare antieconomico ogni provvedimento
fascista, oppure giustificare il controllo economico, che il Fascismo attua,
considerandolo come eccezione, o, meglio, come una serie di fatti destinati a
spianare la strada alle leggi economiche liberali.

Il Fascismo però dissente da tutti costoro.

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Bottai: Economia e Fascismo (1928) - 4

Il Fascismo considera il controllo economico come regola e come sistema di


vita, giacché, in analogia con la Dichiarazione VII della Carta del Lavoro,
considera la produzione come funzione di interesse nazionale e dichiara
l'organizzatore dell'impresa responsabile, di fronte allo Stato, dell'indirizzo dato
alla produzione.

Voler quindi prospettare il controllo come eccezione, e perciò la libertà come


regola, come proclama incontestabilmente quella che i liberali chiamano
Economia politica, e che noi chiamiamo Economia liberale, significa negare il
Fascismo.

Su questo terreno di sincerità scientifica e di chiarificazione delle leggi e dei


principî dell'Economia, finora avvolti nel velo della scuola liberale, “Critica
Fascista” reputa opportuno intervenire, per proclamare ancora una volta che il
Fascismo non si arresterà neppure di fronte a questa complessa battaglia, e che
il fantoccio della libertà economica non lo turberà, così come non lo ha turbato
il fantoccio della libertà politica.

GIUSEPPE BOTTAI