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Emilio Quadrelli.

ANDARE AI RESTI.
Banditi, rapinatori, guerriglieri nell'Italia degli anni
Settanta.

Derive Approdi, Roma.

Prima edizione febbraio 2004.

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Sul finire degli anni Sessanta si materializzano in Italia, nell'area del
triangolo industriale e sullo sfondo del lavoro di fabbrica, gang
giovanili che evolvono rapidamente in temibili batterie di rapinatori.
La linea di condotta dei banditi metropolitani è tutt'altro che estranea
ai modelli culturali dei quartieri operai e il loro stile esistenziale
assolutizza quell'impazienza e assenza di mediazione che
caratterizzerà le generazioni degli anni Settanta. Nel gergo
pokeristico andare ai resti significa giocarsi tutto: in questo modo i
rapinatori ostentano l'imbocco di una strada senza ritorno, una
visione del mondo fatta propria per oltre un decennio dalla meglio
gioventù e formata attraverso la rielaborazione esistenziale
dell'immaginario della ribellione. Tra le molte anomalie, rispetto alla
criminalità tradizionale, vi è il ruolo delle donne. In un'epoca in cui,
anche negli ambienti politici più radicali, le donne sono, nella migliore
delle ipotesi, gli angeli del ciclostile, le donne/bandite conquistano
un'autonomia decisionale e operativa scomoda sia per il
conservatorismo borghese che per il progressismo femminista.
Inevitabilmente, quando non muoiono in uno dei tanti conflitti a
fuoco, per le donne e gli uomini delle batterie il carcere diventa un
passaggio obbligato. Qui la loro utopia incontra quella dei militanti
rivoluzionari, e in carcere le affinità elettive finiranno col riconoscersi.
Partendo da un humus esistenziale comune, banditi, rapinatori e
guerriglieri mettono in campo la critica più radicale mai portata alle
istituzioni totali che sfocia in innumerevoli evasioni, riuscite o
tentate. Quest'epoca si dissolve nelle carceri speciali nei primi anni
Ottanta, quando la criminalità organizzata ritorna a egemonizzare i
mondi illegali.

Emilio Quadrelli (1956), svolge attività di ricerca presso la Facoltà di


Scienze della formazione dell'Università di Genova. Ha pubblicato
saggi e ricerche sulla cultura delle palestre, sulle professioni criminali
e l'immigrazione. Insieme ad Alessandro Dal Lago ha pubblicato "La
città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini" (Feltrinelli 2003).

INDICE.

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Introduzione.

Prologo. L'anomalia barbara.

Geronimo contro Custer.

It's only rock and roll.

Far vivere e lasciar morire.

Masse criminali.

La saggezza femminile.

Cronache marziane.

Epilogo. La normalità selvaggia.

Glossario.

Bibliografia.

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INTRODUZIONE.

In questo testo, intrecciando esistenze apparentemente incompatibili,


ho cercato di raccontare "una" storia degli anni Settanta. Sul finire del
decennio precedente sorgono in Italia, soprattutto nell'area del
triangolo industriale, forme di criminalità che sfuggono ai
tradizionali e in fondo rassicuranti ambiti della devianza e della
criminologia. Sullo sfondo del lavoro di fabbrica e d'officina nascono
"gang" giovanili che, in breve tempo, evolveranno in temibili batterie
di rapinatori, un fenomeno sostanzialmente ignorato dalle scienze
storiche e sociali. Eppure la "linea di condotta" di questi banditi
metropolitani era tutt'altro che estranea ai modelli culturali prevalenti
nei quartieri operai e proletari, così come il loro stile di vita
prefigurava quell'"impazienza" e quel rifiuto della "mediazione" che, in
breve tempo, caratterizzeranno una quota non indifferente delle
generazioni degli anni Settanta. A ben vedere "andare ai resti", modo
con il quale i rapinatori ostentavano l'imbocco di una "via senza
ritorno", può considerarsi la visione del mondo che ha fatto da cornice
a un'intera "generazione". Uno stile di vita che, come molte storie di
vita riportate nel testo confermano, si era formato attraverso la
rielaborazione culturale ed esistenziale di film come "Il mucchio
selvaggio", "Giù la testa", "Sugarland express" e soprattutto "Getaway",
e di esperienze musicali come quelle di Janis Joplin, di Jim Morrison e
dei Rolling Stones, che, a ragione, possono ben considerarsi il
"background" culturale di questa "anomala" generazione.

Tra le molte anomalie rispetto alla criminalità tradizionale messe in


campo dalle batterie dei rapinatori vi è il ruolo che le donne svolgono
al loro interno. In un'epoca in cui anche negli ambienti più radicali le
donne non andavano oltre il domestico ruolo di "angelo del ciclostile"
le bandite conquistano un'autonomia decisionale e operativa scomoda
sia per il conservatorismo borghese sia per il progressismo
femminista. Di queste donne "improbabili" le cui tracce sono andate
per lo più perdute, ho provato a ricostruire alcuni profili.

Inevitabilmente, quando non muoiono in uno dei tanti conflitti a


fuoco, per le donne e gli uomini delle batterie il carcere diventa un
passaggio obbligato. E' qua che la loro "utopia" incontra quella
dell'"orda d'oro" dei guerriglieri; ed è in carcere che le "affinità elettive"
finiranno con il riconoscersi. Banditi, rapinatori e guerriglieri, a

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partire da un "humus" esistenziale comune, saranno i protagonisti
della più radicale messa in mora delle istituzioni totali che la storia di
questo paese ricordi. Una critica che costituisce lo sfondo sul quale si
snodano gran parte delle "storie" qui raccontate.

Un'epoca che tramonta e si dissolve tra la fine degli anni Settanta e i


primi Ottanta, per diventare una storia residuale che tra le mura
autoreferenziali delle carceri speciali si consuma drammaticamente
lasciandosi dietro una scia di sangue e orrori. E' in questo frangente
che la criminalità organizzata ritorna a esercitare il suo ruolo
tradizionale all'interno delle carceri e a egemonizzare i mondi illegali.
Un'egemonia resa possibile dalle repentine trasformazioni sociali che
il ciclo dell'eroina aveva impresso all'esterno. L'eroina dissolve,
frantuma e annienta quella base sociale e urbana nella quale banditi e
guerriglieri si erano formati, finendo con l'imporre sul territorio quel
processo di desocializzazione e individualizzazione degli stili di vita
che il ciclo legale del capitale, ristrutturando le fabbriche e le officine,
stava realizzando sui luoghi di lavoro. Il risultato, in carcere come
fuori, sarà l'instaurarsi di un modello sociale tipicamente
"hobbesiano" (la guerra di tutti contro tutti) e la rinuncia ad
appartenere a un tempo storico declinato sull'utopia in cambio di una
"realistica" accettazione della sua dimensione "pragmatica".

Nonostante nella stragrande maggioranza dei casi le batterie


rimanessero estranee all'imperante realismo criminale, la loro storia
insieme a quella dei compagni di strada guerriglieri era segnata, così
come all'esterno segnata e scompaginata era ormai quella classe
operaia che li aveva, in qualche modo, tenuti a battesimo.

In qualche modo alla fine, all'interno di quel processo di pacificazione


(più contingente che strutturale) politico e sociale che accompagna la
palude degli anni Ottanta, tutti tornano a casa e non sembra essere
sempre un bel ritorno. Come in un racconto di Roth, per i più inizia
una fuga senza fine contornata da un pressante senso di estraneità e
inutilità dove non vi è spazio per "i luoghi, le cose e la memoria".

Nel libro è presente, benchè‚ raccontare "una" storia fosse un mio


obiettivo preciso, anche un'altra ambizione: analizzare il modo in cui
il carcere si è modificato nel corso degli ultimi trent'anni. Infatti,
sebbene le storie dell'"anomalia barbara" si siano concluse da tempo, le
"procedure" carcerarie, nella nostra società, continuano a esercitare
un ruolo non secondario. Non per niente questa è stata ribattezzata
come la società del "grande internamento". Il carcere, attualmente,
non sembra ridurre la sua presenza, piuttosto il contrario. L'apparente
e ottimistica pacificazione politica e sociale di qualche tempo addietro

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sembra aver lasciato il campo a una guerra senza quartiere, anche se
con gradualità diverse, nei confronti delle varie forme di esclusione
sociale, quantitativamente sempre più rilevanti nella nostra società.
Per questi motivi il libro non può che chiudersi sul presente e sugli
"stranieri" che del mondo carcerario sono diventati i principali
abitanti.

Il testo, prevalentemente costruito su interviste, si colloca al crocevia


di "saperi" e ambiti disciplinari diversi che, da tempo, si sono dovuti
misurare con le problematiche che l'uso delle "voci" (siano queste
interviste o biografie) degli attori sociali si portano appresso. Un
problema metodologico che, insieme ad Alessandro Dal Lago, ho
discusso in un recente saggio e al quale pertanto rimando.

Questo libro è debitore verso molte persone. In particolare voglio


ricordare Alessandro Dal Lago che ne ha seguito l'intera evoluzione
fornendomi preziosi suggerimenti critici ed Emilio Santoro con il
quale da anni ho la fortuna di poter discutere e lavorare su argomenti
legati al mondo del carcere e dell'esclusione sociale. Un particolare
riconoscimento va a Eugenia Cardelli e Clara Ghibellini che hanno
letto e discusso con me il testo, contribuendo non poco a dargli una
forma compiuta, e a Ornella Vai per la sua preziosa collaborazione che
mi ha permesso di ricostruire molti degli scenari descritti. La
redazione di DeriveApprodi: Sergio Bianchi al quale sono tra l'altro
debitore di non facili ricerche bibliografiche e documentarie, Ilaria
Bussoni per l'entusiasmo e il costante incoraggiamento che mi ha
continuamente mostrato, ma un particolare ringraziamento va a
Marta Pensi per la professionalità e soprattutto la pazienza che ha
mostrato seguendomi, riga dopo riga, nel corso di questa avventura.
Infine, ma non certo per ultimo, il ringraziamento maggiore non può
che andare ai tanti militanti di base che di questo testo sono i veri
"autori". Infine alla memoria di "Kamo", il mio vecchio lupo con una
lunga storia di prigionia alle spalle, il libro è dedicato.

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Prologo.

L'ANOMALIA BARBARA.

ANDARE AI RESTI.

Sul finire degli anni Sessanta alcuni appartenenti alle "gang" di


quartiere, di cui la ricerca sociologica si è recentemente occupata (Dal
Lago, Quadrelli 2003) e che la città legittima liquida, tra disprezzo e
paura, come teppisti, si trasformano nelle batterie: la "forma" amicale-
organizzativa tipica dei rapinatori degli anni Settanta. Un passaggio
che mantiene sostanzialmente inalterato il "frame" culturale
dell'epoca giovanile e adolescenziale e che può essere reso come:
"continuazione della sfida sotto altre forme" (Dal Lago, Quadrelli
2002). A differenza delle abituali attività illegali praticate dagli
ambienti marginali e malavitosi, che a ben vedere sono una semplice
variante dell'"economia politica", le batterie sembrano
ragionevolmente rappresentarne una "critica" (Quadrelli 2003).
Perciò, anzich‚ inserirsi nella normale e consueta negoziazione delle
regole del disordine (Marsh, Rosser e Harr‚ 1984) come abitualmente
fa la malavita tradizionale, tendono a infrangere ogni regola ordinata
e a fare della sfida e del conflitto con i rappresentanti della società
legittima, e in particolare con le forze dell'ordine, la cornice
esistenziale del loro stile di vita. Più che ad accumulare denaro, il loro
interesse s'incentra su un accumulo di potenza dove la principale
posta in palio sembra essere la derisione del nemico. Un passaggio che
è ben reso dall'intervista che ho raccolto da L., una bandita che, dopo
aveva seguito l'iter completo di una "gang" giovanile di quartiere,
approda al salto di qualità dando vita a una delle prime comunità di
duri (Dal Lago, Quadrelli 2002) di Genova.

A fare le rapine prima o poi dovevamo arrivarci. Era un'idea che ci piaceva, ci
gasava ed era un po' una tappa obbligata per dimostrare a tutti quello che
eravamo. La sfida era un po' con tutti. Per prima la madama, anche perchè‚
con lei avevamo un conto aperto, o meglio un conto più grosso del solito,
perchè‚ con quelli il conto non era mai stato chiuso. Poi c'era la questione con la
malavita. Questi dovevano capire che i tempi erano cambiati e che per loro non
era più cosa. Potevano solo andarsi a nascondere e non mettersi di mezzo.
Anche con loro avevamo qualche conto in sospeso. Immaginavamo che erano

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stati loro a dare la dritta agli sbirri sugli autori di alcuni furti. Per questo
avevano legato dei nostri amici, andando a botta sicura. Non ci voleva molto a
capire che era stato il ricetta o qualcuno del suo giro. Per finire, c'era anche un
po' di competizione con i ragazzi delle altre bande. Tutti ci tenevano a essere un
po' più degli altri. In ballo c'era il prestigio. Anzi, forse questo era quello che
contava di più. Potrà sembrare strano ma l'interesse minore erano i soldi.
Sapevamo che ce n'erano ma, per noi, era più importante fare il ciocco per
dimostrare di essere all'altezza. Nessuno di noi aveva mai fatto una rapina, e
quindi dovevamo inventarci tutto, da capo a piedi. Prima di tutto quale
scegliere. Poi cercare di avere le armi per poterla fare, studiare i modi
d'entrata, le vie di fuga, procurarsi le auto. Per fare una rapina ci vuole un
sacco di lavoro. Almeno se non vuoi farti beccare come un coglione. La prima
cosa che dobbiamo risolvere sono le armi. In giro, tra la malavita dei
chiacchieroni e degli infamoni, non ce n'erano tante e per di più erano dei
mezzi giocattoli. Qualche 22 corto, 6,35 oltre a delle 7,65 arrugginite. Armi che
non valevano un cazzo, e inoltre rivolgersi a loro era come andarle a chiedere
direttamente in questura. C'erano dei francesi in giro che se la tiravano da
duri, ma come facevamo a fidarci? Parlavano che avevano fatto questo e
quest'altro, ma a conti fatti li avevamo visti fare solo i papponi. Se uno fa il
pappa vuol dire che molto di più nella vita non sa fare, a parte dare aria ai
denti. Ma quella era una specialità di molti. Così decidiamo di fare un furto in
un'armeria. Lo facciamo in un posto un po' fuori città. La cosa va liscia e ce ne
andiamo con un furgone pieno di pistole, fucili e munizioni. Il nostro primo
arsenale. Lo portiamo in campagna, nella cascina di una di noi. Una volta
prese le armi ci troviamo un posto dove provarle. ***, la proprietaria della
cascina, conosceva bene la zona e ci porta in una grotta molto ampia che ci
permette di sparare senza essere sentiti. A turno andiamo più volte a sparare,
consumiamo un bel po' di munizioni, tanto ne avevamo una marea, e così ci
sentiamo padroni della situazione. Ma sai, se vai giù di dura devi metterti
nell'idea di dover sparare, altrimenti te ne stai a casa. Noi, a parte forse un
paio, non avevamo la palla delle armi per le armi, però era indispensabile
averle. Quando assalti una banca sai che puoi essere uccisa e quindi devi anche
essere pronta a farlo. Non stai guardando un film o leggendo un libro, sei tu e
la tua batteria, se arrivano: o tu o loro. Noi non eravamo dei violenti e dei
sanguinari, e poi la violenza non è n‚ buona n‚ cattiva, la violenza è. E loro,
con noi, con tanti altri ragazzi e ragazze la violenza la usavano tutti i giorni.
Quando ti portavano in questura o in caserma non ti offrivano mica dei
cioccolatini. Perciò vaffanculo. Mentre facciamo un po' di pratica con le armi
ci filiamo il lavoro. Alla fine la nostra scelta ricade su un'agenzia, neanche
piccola, che però non aveva ancora messo il guardione. Ci facciamo tre
macchine. Una per il lavoro, una per il cambio e una di riserva per ogni
emergenza. Il lavoro lo facciamo in quattro, anche se in batteria siamo di più.
Io sono alla guida dell'auto. Ero quella che aveva sempre guidato meglio e che,
quando giocavamo a farci inseguire, se n'era sempre andata via dalle

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madame. Con me, oltre a una 38 special sei pollici, ho un cinque colpi tagliato,
caricato con i pallettoni per la caccia al cinghiale. Li avevamo provati contro
alcune auto e avevamo visto che passavano tranquillamente il cofano e
facevano fondere il motore. I tre che entrano arrivano, da soli, a piedi, io sto
una cinquantina di metri dalla banca e, una volta che li vedo entrare, inizio ad
avvicinarmi all'entrata della banca. Avevo un'Alfetta 2000. Una macchina che
dava un po' nell'occhio, ma visto che a guidarla sono io, una donna, pensiamo
che la cosa non dovrebbe risultare sospetta. Infatti, mentre loro sono dentro,
passa una pantera che non mi considera in nessun modo. Mi avvicino, ho il
fucile appoggiato sulle gambe e il finestrino abbassato, pronta a intervenire in
caso di necessità. Mi fermo davanti all'entrata della banca e tempo una
ventina di secondi quelli schizzano fuori. Saltano su e ce ne andiamo. Parto
veloce giusto per imboccare un'altra via, guardo nello specchietto, vedo che non
abbiamo nessuno dietro, rallento. Un altro paio di incroci e faccio scendere due,
che se ne vanno a prendere l'autobus. Io e un altro arriviamo al cambio,
posteggiamo l'auto e andiamo a prendere l'altra. Abbiamo l'adrenalina a mille
ma riesco a guidare ugualmente in modo rilassato. Lasciamo l'auto del cambio
abbastanza fuori zona e ci dirigiamo a piedi all'appuntamento con gli altri
della batteria. Eravamo tutti esaltati, abbiamo contato velocemente i soldi,
fatte le varie stecche, anche per qualcuno che era dentro, ma la prima cosa che
quasi contemporaneamente c'è venuta in mente è stata: quand'è che
ciocchiamo di nuovo?. (L.)

La questione dell'armamento e dell'addestramento, come ha appena


rilevato L., è il primo problema che si pone alle batterie. E la soluzione
che viene data a questo problema evidenzia almeno due aspetti. Il
primo è la distanza tra questa nuova criminalità nascente e la malavita
tradizionale. Solitamente i ragazzi delle batterie, per procacciarsi le
armi, non si rivolgono ai canali apparentemente ovvi della malavita
tradizionale. Non lo fanno per mancanza di fiducia e perchè‚, in ogni
caso, questa non potrebbe procurargli altro che qualche ferrovecchio.
E questo fatto è un'ulteriore riprova di come i tradizionali ambienti
marginali si considerassero obiettivamente subordinati e subalterni
agli interessi della società legittima con la quale potevano, nella
migliore delle ipotesi, negoziarsi limitati spazi di sopravvivenza.
Inoltre, e questo è un aspetto di non secondaria importanza, il
grottesco volume di fuoco che i marginali sono in grado di mettere in
campo esemplifica il significato puramente simbolico e rituale che le
armi hanno in questo mondo. I malavitosi portano le armi senza
neppure preoccuparsi del loro funzionamento, perchè‚ queste fanno
"naturalmente" parte del loro bagaglio culturale. La vecchia 6,35 che si
portano appresso fa il paio con la pesante catena d'oro, il doppiopetto
e le scarpe di vernice: una sorta di kit obbligatorio per chi vuole
rappresentarsi come malavitoso. Le armi, insomma, non sono

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strumenti di lavoro e non parlano di uno stile di vita. Sono un
semplice contrassegno all'interno di un mondo particolare e in fondo
folcloristico.

I malavitosi, quindi, non sono solo inaffidabili ma per giunta


incompetenti. Per i ragazzi delle batterie, al contrario, le armi sono
contemporaneamente gli strumenti del mestiere e uno stile di vita. Le
armi si portano perchè‚ si usano, perciò occorre essere tecnicamente
preparati. Montare e rimontare il più velocemente possibile un'arma,
pulirla, mantenerla sempre efficiente e impararne tutti i segreti inizia
a far parte della loro normale vita quotidiana (Bonini, Vallanzasca
1999). Le batterie cominciano ben presto a impossessarsi di un sapere
tecnico che è imprescindibile dal loro stile di vita, come ad esempio
avere dimestichezza con i calibri, e quindi con i loro particolari modi
d'impiego, scegliere con oculatezza il tipo di armamento
maggiormente idoneo per un certo tipo di lavoro, oltre a legarsi
particolarmente con un'arma - solitamente un'arma corta, facile da
trasportare e da occultare, anche se non mancarono casi di vero e
proprio innamoramento verso alcuni fucili - che diventa come una
seconda pelle. E' in questo senso che è possibile considerare i
rapinatori come figure professionali. La loro, però, è una
professionalità che discende da un modello culturale e da uno stile di
vita all'interno del quale il confronto/scontro con il "nemico" è
l'aspetto decisivo (Dal Lago, Quadrelli 2003). La professionalità non è
altro che la conseguenza, o il valore aggiunto, a un modello di
conflittualità "esistenziale" che non va confusa con il tecnicismo.

Sarebbe ingenuo, oltre che eccessivamente "romantico", consegnare il


conflitto esistenziale delle batterie a una qualche forma di coscienza
politica, seppur tardiva e inconsapevole. Tuttavia non si possono
ignorare le contiguità, le relazioni e gli scambi che si sono delineati tra
le batterie e alcuni mondi politici non pacificati. Non così casuale ed
eccezionale è il caso che la successiva intervista riporta. G., un operaio
immigrato dell'Alfa Romeo, racconta come, nel momento in cui
insieme ad alcuni altri operai, per lo più immigrati, decide di
cambiare mestiere e diventare un rapinatore, le prime armi gli siano
fornite da due vecchi partigiani che continuavano a conservare e
custodire alcuni arsenali dell'epoca della Resistenza. La ricostruzione
che G. fornisce mi sembra preziosa perchè‚, senza alcun tentativo di
giustificare "politicamente" a posteriori le sue scelte illegali e senza
neppure porsi nella condizione di "vittima", fornisce un insieme di
notizie che permettono di ricostruire il mondo della fabbrica, degli
immigrati e degli operai da un punto di vista forse poco
convenzionale ma assai più realistico di quanto la tradizionale ricerca

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storica e sociale ci ha per lo più rilasciato. G. potrebbe essere descritto
come un'avanguardia operaia "disincantata" che non si aspetta nulla
dal mondo (nessuna "profezia" lo attrae e tanto meno lo cattura), se
non ciò che lui e il suo gruppo saranno in grado di prendersi. Un
disincanto forse cinico e amaro che tuttavia non gli impedisce di
conservare e rafforzare una sua "morale" che, alla fine, diventa l'unica
linea di condotta alla quale consegna la sua esistenza. In poche battute
e senza enfasi racconta la dura vita degli immigrati, le lotte per
recuperare il salario che spesso i padroni dimenticano di pagare, il
conflitto con i capi ma anche la diffidenza verso gli ambienti della
piccola malavita e l'avversione verso i piccoli boss di quartiere che
sono soliti collaborare attivamente con forze dell'ordine e padronato
per tenere in una condizione ghettizzata e subordinata la popolazione
immigrata. Nella sua ricostruzione non vi è spazio per romanticismi e
risentimenti, ma si affaccia una solida percezione del mondo sociale e
della sua sostanziale non modificabilità. Un realismo che non si
trasforma in accettazione passiva o in meschini tentativi di salire
qualche piccolo scalino della gerarchia sociale. G. e i suoi non pensano
che un altro mondo sia possibile, sanno che possono vivere solo in
questo e lo possono fare o passando la mano o rilanciando. Buttare sul
piatto i "resti" rimane, in fondo, una scelta forse tragica ma non
disperata. In questo quadro l'incontro con i due vecchi "reduci" della
guerra di Spagna e della lotta partigiana appare quasi ovvio e
scontato. La consegna delle armi da parte dei vecchi "combattenti"
anarchici, in fondo, non è altro che il passaggio del testimone tra due
forme diverse di disillusione attiva dove la speranza in un futuro
diverso è già stata abbondantemente sepolta dalla rude e impietosa
dimensione dell'"esperienza".

Noi eravamo un gruppo più che altro di meridionali, arrivati a Milano con le
famiglie verso la metà degli anni Sessanta. Stare a Milano era un modo di
dire, perchè‚ se stavi nella cintura a Milano non ci andavi mai. Io la prima
volta che sono andato in centro, che ho visto Milano, quella che vedono tutti,
avrò avuto 23 anni, erano 15 che ci abitavo. Questo succedeva perchè‚, per noi
immigrati, era come vivere recintati, stavi in un posto e tutto si svolgeva lì.
C'erano anche dei milanesi, ma i più eravamo noi immigrati. Facevamo quasi
tutti gli operai. Io ero tra quelli messi meglio perchè‚ stavo all'Alfa e in
confronto a tanti miei paesani ero un privilegiato. Comunque anche da me sul
lavoro erano sempre bordelli. I capi non ci potevano vedere, ci insultavano,
però noi non ce la tenevamo. A qualcuno dei capi, ogni tanto finiva che gli
capitava di scivolare o che la macchina ci prendeva fuoco e così in fabbrica si è
cominciato a contare e a essere rispettati. Ora potevi andare a pisciare senza
che ti rompessero i coglioni. Però sempre una vita da bestie era. Questo
succedeva all'Alfa e nelle fabbriche grosse, dove eri in tanti a ragionarla allo

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stesso modo e quando ti muovevi facevi paura. I più se ne accorgevano quando
uscivamo per le strade, ma dentro se ne accorgevano tutti i giorni. Cortei
interni, blocco della produzione, ma c'erano anche quelli che mettevano fuori
uso le macchine e così il lavoro rimaneva fermo e non perdevi la paga. Però per
tanti paesani che andavano a giornata, che se ne andavano nei cantieri o nelle
fabbriche e officine piccole la vita era sempre dura. Tante volte capitava che
c'era anche il problema di farsi pagare le giornate o il mese fatto, perchè‚ chi ti
dava il lavoro quando era il momento di pagare faceva finta di niente. Così per
farti dare quello che ti spettava dovevi fare il bandito. La nostra storia è
cominciata andando a prendere, con la forza, i soldi che ci spettavano. Sì, in
queste storie di mancati pagamenti, di condizioni di lavoro del cazzo, di
sfruttamento, c'erano mischiati milanesi e compaesani. All'inizio, quando i
nostri genitori sono arrivati a Milano per lavorare dovevano appoggiarsi a
qualcuno. Così succedeva come al paese, lavoravi in affitto come le bestie. Giù
lo facevi per qualche padrino o barone, qua per qualche bauscia, ma la musica
non cambiava, sempre schiavo e sottomesso eri. Però noi più giovani queste
cose già non ci stavano più bene e la ragionavamo in modo diverso. In questo
credo che la fabbrica, la grossa fabbrica ha avuto un ruolo importante. Per
tanti motivi. Se lavori in un posto piccolo rimani isolato, non ti abitui a
parlare a farti le tue ragioni, non senti anche gli altri. Non impari un cazzo.
Tutto quello che puoi fare è schiattare di rabbia o fare qualche cazzata per la
rabbia, non riesci a farla diventare qualcosa di diverso. La grande fabbrica ti
ha insegnato questo, a organizzarti e a decidere tu quando colpire. A fare tu i
danni più grossi, subendone il meno possibile. Non è vero che i milanesi erano
tutti razzisti. Noi a qualche vecchio milanese dobbiamo molto. Certo non
sempre i rapporti erano facili. Questo anche perchè‚, tanti di noi, per difendersi
si chiudevano e in quel modo potevano solo finire nelle mani dei nostri paesani
più furbacchioni, che più noi stavamo separati e più ci potevano usare come
cazzo ci pareva a loro, come ad esempio i caporali, e tu quasi dovevi dirgli
grazie. Ti dicevo che la prima cosa che facciamo, come gruppo che poi diventa
la nostra batteria, è andare a recuperare i soldi delle paghe. Lo facciamo due o
tre volte e questo ci fa avere anche una considerazione maggiore di noi stessi.
Io, poi, in fabbrica ero diventato un piccolo capo del mio reparto. Eravamo noi
che ci incapucciavamo e andavamo a dare la sveglia ai capi. Tutti sapevano
chi c'era sotto i cappucci ma nessuno diceva niente, tanti perchè‚ erano
d'accordo, e te lo dicevano, tanti perchè‚ dicevano che erano affari dei capi e
non loro, i servi e i ruffiani per paura. Tutte queste cose ci fanno vedere il
mondo in un altro modo. Finch‚ vivi come un cane bastonato ti accontenti di
non essere picchiato, come cominci a mordere inizi a comprendere che dalla
vita puoi pretendere di più. Un po' trascinati da queste cose abbiamo deciso di
metterci a fare i rapinatori. Lo abbiamo deciso una sera al bar, qualcuno l'ha
detto quasi come una battuta, e tutti l'abbiamo presa sul serio. Con la
malavita non è che avessimo a che fare. Tutti sapevamo spadinare le
macchine, fare l'accensione con i fili, tirare giù una porta con il cacciavite o con

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la chiave a pappagallo, sono cose che sapevano fare tutti, ma altre cose non le
sapevamo fare. Ci mettiamo in testa di fare i rapinatori perchè‚ ci sembra una
bella cosa. Andiamo a prendere i soldi a chi ce l'ha e ci fotte sempre. No, non c'è
niente di politico, magari ribellione, incazzatura. Però è vero che, a modo
nostro, quello che facciamo non è solo per i soldi, è un modo per riscattare noi e
la nostra gente. Quando entri e li fai stendere a terra, e tutti si cagano sotto, ti
viene anche da dire: adesso non siamo più i terroni che voi prendete a calci in
faccia, ora addirittura ci pregate e vi mettete a piangere, cornuti che non siete
altro. La stessa cosa vale per gli sbirri. E' comodo sgomberare a manganellate,
a lacrimogeni e colpi di moschetto sulla testa le case occupate da donne, vecchi
e bambini, oppure fare i malandrini quando arrivi dentro il quartiere con i
cellulari in 200, 300 e ti metti a rastrellare tutta la zona. Allora si sentono
forti, ti attaccano ai muri, fanno le battute anche, i figli e sucaminchia. Ma
quando ti trovi chi ha il pezzo in mano e non ci pensa due volte a farlo cantare
allora ci pensano non una, ma cento volte prima di fare gli eroi, quegli uomini
di merda. Allora decidiamo di fare questa cosa qua. Il primo problema sono le
armi. Ci sono dei paesani che qualcosa hanno. Però non ce li filiamo. Sono dei
trafficoni e secondo molti fanno quello che fanno perchè‚ lavorano anche per gli
sbirri. Sai com'è, una mano lava l'altra. Tu mi fai trafficare e io ti passo le
informazioni. Non c'erano le prove ma tutti sapevano che doveva essere così.
Questi erano gli uomini d'onore. Le prime armi, e armi belle, ce le danno due
vecchi milanesi che ci insegnano anche a usarle. Erano due vecchi partigiani,
di quelli veri, che avevano combattuto. Uno era stato anche in Spagna, l'altro
aveva fatto la resistenza prima in Francia e poi in Italia. Quando poi è finito
tutto quelli che avevano fatto le cose se lo sono presi nel culo, uno di loro si era
fatto anche una riga d'anni, e quelli che non avevano fatto un cazzo, se non
delle chiacchiere, si erano messi a comandare. Il colore era un po' cambiato ma
la razza che comandava era sempre la stessa. Perciò è normale che, alla fine,
tra di loro si mettevano sempre d'accordo. Oggi fotti te, domani fotto io, e loro,
cioè noi, siamo sempre i fottuti. Questo partigiano lo conosciamo tramite un
operaio del mio reparto che ha avuto anche un po' a che fare con noi ma che poi
si è messo in una storia politica e c'ha lasciato le penne, qualche anno dopo, in
un conflitto a fuoco. Con lui ero in confidenza e gli avevo accennato a cosa ci
passava per la testa. Così, dopo che gli aveva parlato lui per primo, mi porta a
conoscere questi due ex partigiani. Loro hanno ancora imboscate e ben tenute
delle armi del tempo di guerra. Non vogliono sapere tanto, solo come e contro
chi le vogliamo usare e chi siamo. Gli racconto cosa ci sta passando per la testa
e questi mi dicono: "Per lasciarle lì tanto vale che un po' ve le diamo a voi. Non
farete la rivoluzione ma se vi mettete ad assaltare le banche fate solo che del
bene". Mi dicono solo una cosa: "Quello che vi siete messi in testa non è un
gioco, o siete convinti ad andare fino in fondo oppure lasciate perdere. Le cose
fatte a metà, con poca convinzione non vanno da nessuna parte e fanno solo
danni, a tutti e a voi soprattutto. Se girate armati dovete sempre avere presente
che si può uccidere e essere uccisi, quando si è in azione non si possono avere

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dubbi o rimpianti. Non sparate mai a casaccio, ma se è necessario fatelo. Non
le portate in giro per farle vedere". Un discorso chiaro, della cui concretezza
abbiamo fatto presto ad accorgerci. Alla fine uno aggiunge una cosa che mi è
sempre rimasta impressa: "Non fatevi illusioni, finirete o morti ammazzati o
in galera, ma è meglio questo che una vita da servi. Così qualche soddisfazione
ve la togliete di sicuro". Loro si offrono di farci da istruttori, almeno per i primi
tempi. Non vogliono avere a che fare con molti, così oltre a me mi dicono di
scegliere un altro e mi danno un appuntamento per iniziare l'addestramento.
Anche se erano passati molti anni loro si comportavano come se fossero ancora
in guerra. Pochi contatti, niente telefono, per arrivare all'appuntamento ci
facevano fare un sacco di giri. Le armi non ce le consegnano subito, prima
vogliono essere sicuri che impariamo a usarle e che non siamo dei montati.
Loro, che con le armi dimostravano di saperci fare sul serio, prima di farci
sparare un colpo ci hanno fato smontare e rimontare i mitra e le pistole tante
di quelle volte che alla fine mi sembrava di essere in reparto, non avevano
nessun mito delle armi. Erano come una loro seconda pelle che trattavano bene
ma con naturalezza, senza ostentazione. Un comportamento che, come ho visto
in seguito, era tipico di chi le armi le sapeva usare sul serio. Di solito a fare gli
sbruffoni erano quelli che erano tutto fumo. Dopo parecchie lezioni ci mollano
la roba. Due M.P. 40, tre Sten, quattro P38, tre Luger calibro 9 e tre Browing
calibro 9. A quel punto iniziamo. La prima dura coincide anche con il nostro
battesimo del fuoco. Fila tutto liscio ma mentre ce ne andiamo siamo
intercettati da una pattuglia. Ci viene dietro ma noi non ce la facciamo sotto.
Ce li tiriamo dietro per qualche via, loro pensano che cerchiamo semplicemente
di scappare e invece noi li vogliamo portare nel posto che a noi fa più comodo.
Una volta arrivati, blocchiamo la macchina, saltiamo a terra e iniziamo a
tirargli. Non si aspettavano di veder spuntare i mitra. Si bloccano anche loro e
si riparano dietro l'Alfa che noi centriamo ripetutamente. A quel punto
risaliamo in macchina, gli tiriamo ancora un paio di sventagliate sopra la
testa e ce ne andiamo. Dopo neanche un chilometro molliamo l'auto e andiamo
a prenderci un autobus. Quel lavoro l'abbiamo pagato otto anni dopo perchè‚
uno che sapeva che eravamo stati noi si è cantato tutto e c'ha messo dentro
anche quella storia. Per otto anni quella e anche tante altre storie non erano
mai venute fuori, anche se a saperlo o a immaginarlo cosa facevamo erano in
tanti. Io per qualche anno, fino a quando non sono dovuto andare latitante, ho
continuato ad andare a lavorare all'Alfa. Lì a saperlo erano in tanti e mi
facevano pure i complimenti. Nella nostra zona non era molto diverso. Allora
era così. Banche, sbirri e padroni non li poteva vedere nessuno. (G.)

Un senso di ribellione disincantata sembra essere alla base delle svolte


che portano un certo numero di persone a scegliere uno stile di vita da
"desperado". Diventare dei rapinatori per molti non è altro che il
naturale punto d'approdo di una sorta di insofferenza e impazienza
generalizzate. Temi che diventano centrali nella storia di vita di D., un

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"atipico" rapinatore underground della cintura torinese. A ben vedere,
a spingere D. sulla via del crimine non sono altro che una concezione e
percezione del tempo diverse da quelle dei suoi compaesani.
Socialmente integrato, buon meccanico, benevolmente tollerato dai
suoi concittadini, nonostante alcune stranezze come i capelli lunghi e
il look non convenzionale, D. si sente schiacciato e soffocato da un
luogo in cui la dimensione del tempo quotidiano non osa mai
incontrarsi con quella storica. Se a renderlo inquieto fosse un
semplice desiderio di "fuga", D. potrebbe semplicemente emigrare e
andare in città, senza per questo diventare un rapinatore. In realtà ad
attrarlo non sono le luci della città ma quelle della ribellione. Per D.,
così come per molti altri suoi coetanei, i bagliori che vede alzarsi nel
mondo hanno significato solo in una dimensione "esistenziale" e
"individuale" (Giachetti 2002). Lontano da ipotizzare la reale
possibilità di grandi cambiamenti epocali - e in proposito alcuni passi
dell'intervista sono assai eloquenti - sembra soprattutto interessato,
sulla scia di Jim Morrison, a "volere il mondo e a volerlo adesso"
(Balestrini 1973). La figura del rapinatore finisce per incarnare al
meglio questo senso di ribellione permanente al "realismo" del tempo
presente e per rappresentare, in quanto "utopia", la forma di rottura
più radicale. Anche nel suo caso è difficile cogliere alcunch‚ di
romantico o disperato, quanto piuttosto una dimensione ludica e
beffarda dell'esistenza (Cesarano 1981).

Non venivo dall'ambiente della malavita. Io vengo da un paese della cintura e


da noi, al massimo, c'era qualche ladro di polli. Io lavoravo in un'officina, ero
un meccanico e nel mio lavoro ero anche bravo. Mio padre e mia madre erano
tutt'e due operai, in famiglia l'unica volta che avevamo avuto storie con i
carabinieri era stato qualche anno prima quando mia madre era stata fermata
e denunciata, e anche un po' bastonata, per uno sciopero della sua fabbrica.
Mia madre era più battagliera di mio padre. Lui era più portato alla
rassegnazione. Io si vede che ho preso più da mia madre. Sono diventato un
rapinatore perchè‚ era il reato che più faceva per me. Ho sempre lavorato da
solo. Entravo in banca, tiravo fuori la pistola, prendevo i soldi e me ne andavo.
Essendo incensurato non dovevo neanche coprirmi, qualche piccolo
accorgimento e non c'erano problemi. Ho iniziato a far rapine per avventura,
per scappare, in tutti i sensi, dalla vita che mi si prospettava davanti. Forse se
invece di andare subito a lavorare avessi continuato a studiare, la mia vita
sarebbe stata diversa. Oppure sarebbe bastato che invece di lavorare in paese
fossi andato a lavorare e a vivere in città. Forse avrei avuto delle altre
prospettive, avrei conosciuto persone diverse, sarei finito in qualche altra
storia. Chissà, non è detto che sarebbe stato meglio. Al paese non ci stavo male,
ma neanche bene, il punto era quello. Lì tutti non vedevano oltre la frazione, il
mondo iniziava e finiva tra quelle settanta, cento case. Io ero sempre stato un

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po' a modo mio, sempre un po' diverso dagli altri del paese. Sentivo che dietro i
campi c'era il mondo e che in quel mondo succedevano un sacco di cose e io ne
ero sempre tagliato fuori. Anche se non avevo studiato mi piaceva leggere, ero
curioso e anche un po' invidioso di tutto quello che c'era in giro. Per qualche
tempo mi ero accontentato e limitato a comportarmi come pensavo si
comportassero i ragazzi che stavano in città, in Inghilterra e in America. Mi
ero fatto crescere i capelli, portavo i jeans, il giubbotto di cuoio e mi ero fatto la
moto. Sentivo le canzoni che erano nelle hit parade straniere, ero un patito dei
Rolling Stones. Per un po' di tempo vado avanti così. Vivo e lavoro lì, ma cerco
di comportarmi come immagino facciano i miei coetanei più fortunati che
stanno in città. La gente del posto mi prende come uno un po' matto, però sono
un buon meccanico e alla fine nessuno ci fa più tanto caso. Qualcuno, ogni
tanto, mi fa qualche battuta sui capelli, ma la cosa finisce lì. Questo dura un
paio d'anni, poi mi stufo. Anche se ho i capelli lunghi e faccio il moderno sono
sempre chiuso in quel buco, dove non succede e non cambia mai niente. Guardo
la televisione e mi sembra che trasmettano da un altro pianeta. Eppure tante
cose di cui televisione e giornali parlano stanno succedendo a pochi chilometri
di distanza. Di quello che succede, cioè della politica, a me non interessa tanto.
Mi piace tutto quel casino che succede, ma il mio è un interesse soltanto
individuale, esistenziale, non mi hanno mai affascinato i grandi progetti
collettivi. Non ho mai avuto fiducia o speranza nei cambiamenti generali.
Sarebbe stato come credere che un giorno la gente del mio paese sarebbe
cambiata, non lo consideravo possibile. Era come voler credere che Mariett,
l'ubriacone del paese, diventasse il presidente della Fiat. Però di tutto quel
casino mi attirava l'azione, il movimento, la dimensione individuale ed
esistenziale che ti poteva dare. Mettevo insieme cose forse diverse, non lo so,
come le storie di Kerouac che avevo letto con grande avidità, insieme a film
come "Il selvaggio", ad alcune storie di banditi anarchicià In paese c'era un
vecchio anarchico che era stato in Spagna e in Sud America e mi raccontava le
sue imprese oltre a quelle degli anarchici francesi che erano stati i primi a fare
le rapine con le automobili. Poi c'erano le storie dei banditi americani che al
cinema ogni tanto ti capitava di vedere. Dillinger per me era un mito, come
Marlon Brando. Mettevo tutto questo insieme con la ribellione che c'era in giro
per il mondo. Era la mia ansia di vivere che al paese non aveva possibilità.
Così divento un rapinatore solitario. Tutto fila liscio per un bel po'. Dopo il
primo colpo che ho fatto utilizzando una macchina che avevo appena
sistemato, e alla quale avevo messo una targa fatta mettendo insieme due
targhe che non circolavano più, lascio il paese. Avevo rapinato una banca dalle
parti di Alessandria. All'epoca non c'erano ancora i guardiani all'ingresso.
Bastava entrare e farsi dare i soldi. Le rapine non le faceva quasi nessuno,
tanto meno in banca. In giro e ai miei dico che ho trovato lavoro a Torino, che
la paga è buona e posso diventare caposquadra e così mi posso allontanare dal
paese senza traumi. Mio padre è entusiasta, mia madre meno. Mi dice che
l'ultima cosa che vorrebbe dalla vita è avere un figlio che tiranneggia gli

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operai, ma in fondo mi conosce troppo bene per crederlo sul serio. Alla fine
casco perchè‚ sono costretto a rivolgermi a un giro della malavita. Non sono
sicuro, ma la dritta agli sbirri è arrivata sicuramente da lì. Quello che devo
vedere mi dà appuntamento in un bar di Porta Nuova, il padrone, che non mi
ha mai visto si interessa un po' troppo a me. Il tipo deve essersi fatto scappare
qualche parola di troppo, solo in carcere ho imparato quanto siano
chiacchieroni i malavitosi e come gli piaccia far vedere che sono in mezzo a
tutto. Un sacco di gente si è ritrovata con dei mandati di cattura non
indifferenti solo per il vizio di parlare. Da quel momento le madame mi si
filano e il giorno che vado a fare il lavoro mi beccano. Quindi, anche se entro in
carcere per rapina, di quel mondo non conosco niente. (D.)

La figura di D., un figlio in fondo neppure troppo anomalo della "beat


generation" (Hollstein 1975), mostra come il mondo dei rapinatori sia
popolato da figure sociali che poco o nulla hanno a che fare con i
marginali e i malavitosi. La rapina, per il significato simbolico che da
sempre rappresenta e le suggestioni letterarie alle quali
inevitabilmente rimanda, e forse ancor più la batteria come modello
culturale e stile di vita, sembrano essere il punto d'approdo ideale per
tutti coloro poco disponibili ad accettare "lo stato di cose esistente".
Stare in una batteria e andare giù di dure non è altro che la
materializzazione, "hic et nunc", di un rapporto di belligeranza dove, a
ben vedere, il "fine" non ha alcuna "finalizzazione". Il fascino e il
significato simbolico che questo mondo suscita diventa appetibile
anche per chi, per "capitale sociale" (Bourdieu 1995), non sembrerebbe
destinato a intraprendere carriere simili. E' difficile pensare un figlio
della buona borghesia nelle vesti di ladruncolo o piccolo scippatore,
non così inconsueto ritrovarlo nei panni del rapinatore. Si tratta
certamente di una piccola minoranza, ma a suo modo indicativa. Il
mondo dei rapinatori, agli occhi di questa minoranza, rappresenta
una rottura radicale con le convenzioni sociali del proprio ambiente
perbenista. Un aspetto che è messo ben in evidenza dall'intervista di
F., una bandita di una batteria genovese di origini sociali altolocate. F.
è una figlia atipica del '68. Frequenta, senza eccessivi entusiasmi, al
pari di altre coetanee, alcuni giri politici sorti sull'onda del
"movimento". Situazioni che, indipendentemente dall'estremismo che
propugnano, catturano ben presto l'attenzione di una quota di
borghesia benestante. Alla fine, come racconta F., avere un figlio o una
figlia in un qualche giro estremista diventa per i genitori quasi un
motivo d'orgoglio. Un ulteriore modo di essere "in". Allo stesso modo i
figli giocano alla rivoluzione senza intaccare minimamente le loro
posizioni di rendita sociale ed economica. E' di fronte a ciò che F.
decide di andare in tutt'altra direzione legandosi prima a una "gang"
di quartiere e calandosi integralmente nella dimensione della teppista

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urbana, e finendo poi con il rivestire un ruolo di primo piano nel
momento in cui la dimensione adolescenziale e prevalentemente
ludica della "gang" fa posto alla forma minacciosa della batteria. In ciò
non vi è nulla di politico ma la ricerca di una dimensione esistenziale
che non sembra propensa ad accettare mediazioni di sorta. Una
dimensione profondamente estranea a qualunque "profezia" e che
trova nella dimensione della "guerra" origine e finalizzazione.

Io non vengo dalla strada, dalle bande di quartiere, la mia origine è di


tutt'altro tipo, quella che comunemente si definisce società per bene e
rispettabile. Per me la strada è stata una scelta, più istintiva che cosciente, un
gesto di ribellione verso un mondo e uno stile di vita che mi erano
insopportabili. Certo in questo, diciamo sullo sfondo, c'è anche la
contestazione, il '68 e tutto quello che significava. Però io ho un odio,
un'impazienza e soprattutto una voglia di vivere, di rompere con le regole del
mio mondo e la politica non risponde interamente alle mie necessità. Ho
frequentato, senza probabilmente capirci molto, assemblee, riunioni, ma era
un mondo di parole e a me le parole non bastavano. Poi c'era anche un'altra
cosa che non mi andava troppo dentro quelle storie. C'era che un sacco di miei
coetanei si erano messi a giocare a fare i rivoluzionari. Si mettevano l'eskimo,
si facevano lavare i jeans venti volte prima di metterseli, così diventavano
jeans più rivoluzionari, però tutto finiva lì. Non dico che fosse solo una
questione di moda, però nel nostro ambiente un po' lo era. Avere un figlio o una
figlia un po' extraparlamentari era una cosa "in". Forse se avessi conosciuto
altra gente, come quelli che, qualche anno dopo, hanno smesso di fare parole,
probabilmente avrei fatto altre cose. Chi può dirlo. Comunque è andata in un
altro modo. Ho iniziato a frequentare una specie di banda che avevo
conosciuto al mare. Invece di andare nei bagni fighi dove avevo la cabina per
tutto l'anno, avevo preso il giro, insieme a un'altra mia amica, di andare nella
riviera vicina in una spiaggia libera. Abbiamo conosciuto questi e abbiamo
iniziato a frequentarli. Venivano da una zona dei vicoli, qualcuno era già stato
dentro, però per cose piccole. I ragazzi, e anche le poche donne che c'erano, era
tutta gente che un po' lavorava e un po' no. Più che ladri erano sul genere così,
teppisti. Il gruppo era grosso, perchè‚ era una compagnia di tutto un quartiere.
Fino a un certo punto si è stati tutti insieme. Più che altro si faceva del gran
casino. Qualche rissa, qualche inseguimento, roba di questo tipo. Banditi,
rapinatori lo siamo diventati dopo, praticamente di colpo. Non è facile
ricostruire questo passaggio, perchè‚ se proprio devo dirti come sono andate le
cose, prima ci siamo messi a far rapine e dopo a ragionarci sopra. Ecco, forse si
può dire che era una cosa che era nell'aria e che prima o poi era fatale che
accadesse. Se vuoi certi film ci hanno gasato, ma è anche vero che ti fai
montare da ciò che ti corrisponde. Film ne vedi un casino e se solo alcuni per te
assumono un certo significato vuol dire che era giusto quello che ti aspettavi.
No, non si può parlare di alcuna influenza, lo avremmo fatto ugualmente. Poi

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c'era questa cosa qui, che fare rapine era, da tutti noi, considerata una sfida
aperta che noi ci eravamo sempre portati dietro. Era anche un modo per
distinguerci. Fai un ciocco e in giro tutti sanno chi l'ha fatto. Così, il giorno
dopo, tutti cominciano a dire quelli di *** fanno le rapine e il tuo prestigio
aumenta. C'è la sfida, il prestigio ma anche il gusto dell'avventura. La rapina è
una scarica di adrenalina mica da ridere. Ci sono un po' tutte queste cose qua
che contribuiscono a farci fare il salto. Abbiamo cominciato con un'agenzia,
una non troppo grossa. Le prime rapine le facevamo dove non c'era ancora la
guardia armata all'ingresso. I guardiani abbiamo iniziato a prenderli qualche
mese dopo. La prima volta siamo entrati in tre, mentre uno ci aspettava poco
distante con la macchina. Siamo entrati, abbiamo fatto sdraiare tutti a terra,
uno ha saltato il bancone, ha preso tutti i soldi e ce ne siamo andati. Il tutto è
durato due o tre minuti. Andandocene abbiamo fatto, per inesperienza, un
mezzo smarrone. Siamo partiti troppo veloci, un vigile ci ha fischiato dietro e
così siamo dovuti scappare, rischiando anche qualcosa. Però è andata bene.
(F.)

Le storie di vita riportate iniziano a delineare un quadro del mondo


dei rapinatori abbastanza inconsueto e distante dai luoghi comuni che
associano, unitariamente, Doxa e mondo accademico (Barbagli, Gatti
2002). Difficilmente i banditi provengono dagli ambiti "lumpen", il
denaro gioca un ruolo non decisivo nelle loro scelte, e soprattutto fare
i rapinatori sembra essere tutto tranne che un'idea bizzarra e
socialmente inaccettabile. Questo mi sembra un aspetto al contempo
curioso e significativo. Innanzi tutto, come le interviste testimoniano,
si diventa rapinatori per scelta. Non solo, ma in qualche modo questa
è a sua volta rivendicata. Non sembra esagerato parlare a proposito di
una forma di "distinzione" sociale (Bourdieu 1983) dove "estetica" ed
"etica" trovano una loro sintesi non proprio precaria. Fare i rapinatori
diventa, in qualche modo, una professione rispettabile e appetibile per
attori sociali che, secondo un rigido determinismo sociale, dovrebbero
essere lontano mille miglia da questi mondi (Bandini, Gatti, Marugo,
Verde 1991). La storia di vita che segue - dove V. descrive l'evoluzione
di un gruppo di studenti di diversa estrazione sociale, operaia,
impiegatizia e piccolo borghese che "decidono" di diventare dei
rapinatori - ne rappresenta un'eccellente esemplificazione.

Noi nasciamo come rapinatori, da subito. La nostra è una scelta esistenziale,


come ti spiegherò, ma non così assurda e anomala come potrebbe sembrare.
Socialmente proveniamo tutti da situazioni normali. Operai e impiegati. Tra
noi non ci sono sottoproletari. Questo è anche uno dei motivi per cui saltiamo
tutta la trafila dei piccoli reati e puntiamo subito in alto. La cosa che potrà
sembrare inverosimile oggi è che storie come la nostra non erano per nulla
impensabili. Insomma, in una certa epoca, vivere rapinando banche, uffici

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postali e gioiellerie era una prospettiva che molti avevano. Qualcuno l'ha
semplicemente coltivata, altri l'hanno sperimentata qualche volta, altri sono
andati fino in fondo. Questo dipende, credo, da questioni puramente
soggettive. Non credo si possa tirare giù un modello. Questo perchè‚, all'incirca
a metà degli anni Settanta, le rapine erano una cosa normale. Una pratica
comune a un bel po' di persone. Alcuni ci arrivavano attraverso certe vie, altri
per altre, ma alla fine si arrivava lì. Per noi, ma forse anche per altri, la rapina
era un po' un modello, uno stile di vita, essere dei rapinatori era una cosa che ci
dava un'identità forte, complessa. Ci faceva sentire vivi, attivi. Qualcosa di
politico, alle spalle, lo avevamo. Però è un politico che forse oggi non è tanto
comprensibile. In quel periodo politica era qualunque cosa esprimesse una
forma di attacco e di rifiuto alla società esistente. Essere un rapinatore era un
po' la sintesi, che oggi può apparire puramente letteraria, del bandito, del
ribelle e dell'anarchico. Noi, come gruppo, avevamo qualche riferimento
anarchico. Un anarchismo dove le figure predominanti erano Durruti e
Bonnot. Poi c'era anche un'altra componente importante: il gruppo. Per noi,
forse più intellettualizzati di altri, c'era un po' questa voglia di essere il
"Mucchio selvaggio". Anche qua, come ho potuto constatare qualche anno dopo
in carcere, il nostro modo di fare non era particolare. Le batterie di rapinatori
che abbiamo conosciuto si muovevano in un'ottica identica alla nostra. perchè‚
fare rapine, essere un durista come si dice nel gergo della mala, è soprattutto
uno stile di vita, un modo di vivere. In questo i soldi hanno un'importanza
secondaria. Questo era vero un po' per tutti. I rapinatori non davano mai
troppa importanza al denaro. Lo prendevano, lo spendevano, spesso lo
bruciavano anche in un mare di cazzate, noi non eravamo da meno, ma non
pensavano minimamente ad accumularlo. Inizi a vivere in una dimensione di
guerra, di conflitto permanente dove sei tu a dettare continuamente i tempi e i
modi del rilancio. E' molto forte il senso della sfida, del dimostrarti più bravo
di loro, gli sbirri, il potere, la società degli stronzi. Sei tu che detti i tempi. Loro
possono solo rincorrerti. Li sfidi continuamente, diventa una partita, a volte
anche un po' ossessiva, tra te e loro. Per questo cerchi di fare delle cose sempre
più difficili. Più un posto è sorvegliato, maggiore è la voglia che hai di
espugnarlo e il tempo che ci perdi dietro. perchè‚ ti dici: ora vi facciamo il ciocco
proprio dove vi sentite più sicuri. Certo, questo vuol dire che lì ci sono anche
più soldi, ma non bisogna trascurare la soddisfazione che un'impresa del
genere ti dà. Sì, c'è anche un po' di competizione con gli altri gruppi di
rapinatori. Questo succede anche se non li conosci. Se sul giornale leggi che
hanno fatto un ciocco di un certo tipo ti viene subito da dire: noi siamo in grado
di fare altrettanto. A noi è successo con la storia della doppia. Avevamo saputo
che una batteria si era fatta due banche di seguito. Ci è venuto subito voglia di
farlo anche noi. Subito sembra una cosa da matti, però poi ti accorgi che come
ne fai una ne puoi fare tranquillamente due. Anzi la seconda è ancora più
semplice, perchè‚ tutta l'attenzione è rivolta su quella che hai appena fatto.
Questo, se mi permetti, consente di fare un discorso non troppo scontato

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intorno alla pratica della rapina. Quando si parla di rapinatori, almeno oggi,
si tende a parlarne come una specie di professionisti. Io non so se attualmente
sia così perchè‚, una volta uscito dal carcere, ho cambiato rotta e sono diventato
uno dei tanti lavoratori anonimi cosiddetti autonomi. Negli anni Settanta,
però, il rapinatore era tutto tranne che un professionista. Non è un paradosso
dire che si facevano le rapine perchè‚, in qualche modo, era normale farle. Era
solo una questione di esercizio, di allenamento. Noi abbiamo iniziato con una
filiale, non di grandi proporzioni, ma neppure piccola. C'era il solito guardione
sulla porta. Nessuno di noi ne aveva mai preso uno. Siamo arrivati, ce lo
siamo portati dentro, quindi siamo entrati. Tutti hanno alzato le mani. Non
abbiamo neanche dovuto dire una parola. In due hanno saltato il bancone,
hanno preso i soldi dalle casse e ce ne siamo andati, a piedi. Girata una via ci
siamo immessi nel normale traffico pedonale di Milano. Da lì siamo andati
avanti. (V.)

La lettura delle storie di vita di "questi" rapinatori rende sempre più


improbabile una loro classificazione nella tradizionale casistica
criminologica (De Leo, Patrizi 1999). Sembrerebbe più sensato
considerare questo stile di vita come una delle numerose "anomalie
barbare" che hanno caratterizzato, e in forma quantitativa rilevante, la
storia del nostro paese per circa due decenni (dalla metà degli anni
Sessanta, alla prima parte degli anni Ottanta) (Balestrini, Moroni
1988).

Il tradizionale gioco tra guardie e ladri, con la comparsa delle batterie


appare irrimediabilmente compromesso. Una rottura che non si può
spiegare se non in termini "culturali". L'intervista che segue, la
descrizione di una rapina, ne delinea ampiamente i contorni. Nel
scegliere un lavoro le batterie più che ai soldi mirano al prestigio.
Come in una sorta di testa a testa con le forze dell'ordine il loro
problema è neutralizzare e mettere in ridicolo il nemico, finalizzando
in gran parte il loro operare a ciò che la strategia militare considera la
messa in atto di operazioni che mirano a demoralizzare e a infiacchire
l'esercito avversario (Sun Tzu 1990). Colpire dove il nemico si sente più
forte, occupare militarmente una zona urbana iperprotetta, rapinare
due banche in contemporanea e andarsene in tranquillità assume un
significato difficilmente riconducibile alla razionalità dei mondi
criminali. Un'inversione di tendenza che i rapinatori, non solo
praticano ma rivendicano come "il" loro stile di vita. Con non poco
disprezzo prendono le distanze dal mondo della malavita tradizionale
abituata a ragionare in termini opportunistici e dettati dalla pura
convenienza (Dal Lago, Quadrelli 2003). Quel mondo a loro non è solo
distante ma incompatibile, e il perchè‚ lo spiegano in poche battute
quando tengono a precisare i reati che, secondo la loro "morale", sono

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leciti o no commettere. In poche parole la loro filosofia di vita si
riassume in un motto: "non si attaccano i deboli, solo i forti". Massima
alla quale si attengono, come l'intervista racconta, anche nel corso
dell'azione. Ma lasciamo la parola a C., un rapinatore di una batteria
genovese.

Quello è stato un lavoro spettacolare, in parte per motivi logistici ma anche


perchè‚ ci andava l'idea di farlo in quel modo. I giornali, subito, hanno pensato
alle Brigate rosse o a qualche altro gruppo della guerriglia. Questo perchè‚ lo
stile che avevamo adottato, come hanno scritto, ricordava le tecniche dei
Tupamaros. Il lavoro era grosso, la centrale di una banca che ovviamente era
molto controllata. Infatti, nelle vicinanze, ci sono una decina di altre centrali.
Per questi motivi oltre alla normale sorveglianza privata c'era un continuo
passaggio delle volanti, oltre alle auto civetta dell'antirapina. Motivi che, per
noi, sono un vero e proprio incentivo. Sì, lo so che questo può sembrare strano.
Devi però capire una cosa, per noi oltre ai soldi, che erano importanti ma non
più di tanto, c'erano cose che erano anche più importanti. La prima era
dimostrarci e dimostrare, soprattutto alle madame, che eravamo all'altezza di
qualunque situazione. Che potevamo prenderli per il culo in qualunque
momento. Potevamo, come abbiamo fatto, assaltare una centrale in pieno
centro, bloccare un'intera zona e andarcene senza problemi e carichi di soldi.
Sapevamo che avrebbero finito per tiracela e alla fine l'abbiamo anche pagata.
Questo però non ci preoccupava, anche perchè‚ eravamo convinti che, anche se
ci avessero preso, dentro non ci saremmo stati troppo. In qualche modo ce ne
saremmo andati. Noi non ci siamo mai preoccupati di camminare con il codice
in tasca. Questa era una cosa che facevano i quaquaraqua, i malavitosi da
barzelletta che c'erano in giro. Loro sì che non facevano altro che pensare alle
conseguenze e che non se la sentivano di rischiarsi nemmeno sei mesi. A noi le
conseguenze penali di un reato non sono mai interessate. Era come dire: molto
rischio, molto onore. Calma, questo non vuol dire che non avessimo una specie
di codice di comportamento, sì qualcosa, come dici tu, di tipo morale. Per noi
alcuni reati erano leciti, altri no. La rapina, comunque, è stata sempre il nostro
vero reato. Avevamo fatto qualche furto, prima, qualche spaccata, ma altre
cose no. Per noi non era pensabile fare un reato contro qualcuno che era debole.
Guarda, gli unici scippi che c'è capitato di fare li abbiamo fatti su dritta. Una
volta abbiamo portato via una borsa a uno che sapevamo che stava andando a
depositare l'incasso di un grande magazzino e un'altra volta a un gioielliere
che si portava in giro il campionario. C'è capitato anche di fare degli uffici
postali il giorno delle pensioni. Mi ricordo un episodio. Siamo entrati,
blocchiamo l'ufficio e uno di noi comincia a prendere tutti i soldi che trova. Un
pensionato è lì al banco con la pensione in mano. Quello che stava prendendo i
soldi - di solito lo facevamo fare a quelli che avevano meno esperienza, perchè‚
è il lavoro che comporta meno sangue freddo - raccatta tutto quello che trova.
Sta per infilare nella busta anche i soldi che sono sul bancone. Allora *** lo

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ferma e chiede al pensionato se aveva già firmato la ricevuta. Questo gli
risponde di sì e allora *** dice a chi raccoglieva di lasciare stare quei soldi,
perchè‚ altrimenti li avrebbe persi. Quelli delle poste, ma anche in banca è
capitato, erano contentissimi di essere rapinati. Si imboscavano sempre un po'
di milioni, sperando di essere rapinati. Se succedeva denunciavano l'intera
cifra mancante e si tenevano quelli che si erano imboscati. Una volta, e ti parlo
del '75, '76, su un lavoro da più di 300 milioni ne mancava quasi la metà. Alle
poste hanno fatto festa. Sì, torniamo alla rapina. Fare quella centrale era una
questione di prestigio. Il problema vero era riuscire a controllare la zona e
coprirci la fuga. La rapina in s‚ è uguale a tutte le altre. Davanti c'è un'altra
banca ed è impossibile che non si accorgano del movimento. Questo è un
problema. L'altro è il via vai di madama che abitualmente c'è in quella zona. Il
problema del guardiano di fronte lo risolviamo nell'unico modo possibile,
decidendo di farci anche quella. Non è una centrale ma un'agenzia, anche se di
una certa dimensione. Quindi decidiamo di farci una doppia in
contemporanea. Alle vie di ingresso mettiamo invece due, quelli che hanno
maggiore dimestichezza con le armi lunghe. Siamo d'accordo che se da dentro
sentiamo sparare saremmo subito usciti per aiutarli a reggere l'impatto.
Quella era una zona dove poteva facilmente succedere che, nel giro di un
minuto, piombassero lì sette o otto volanti. Sull'unica via di fuga invece
piazziamo uno. Anche lui se la cava bene con le armi lunghe. Una volta che noi
siamo passati deve mettere di traverso un furgone e incendiarlo e salire
sull'ultima auto che si sarebbe fermata a raccoglierlo. Quella volta è andato
tutto liscio e ce ne siamo andati senza problemi. (C.)

La dimensione della "sfida", declinata come "belligeranza


permanente", soprattutto contro le forze dell'ordine, assume per le
batterie un'importanza centrale. Questo le porta a rispondere colpo su
colpo (Clausewitz 1997) ai tentativi di intimidazione che esse non
sporadicamente mettono in atto nei loro confronti. Da parte delle
forze dell'ordine, abituate alla tradizionale remissività della malavita
affaristica, il comportamento dei duri è percepito come un vero e
proprio affronto. Abituate a dominare, elargendo piccoli favori
personali in cambio di una subordinazione indiscussa, sui mondi
marginali, si trovano letteralmente spiazzate di fronte a una
criminalità per nulla propensa alla negoziazione e che, al contrario,
sembra interessata unicamente ad alzare ogni volta il valore della
posta in palio. L'episodio raccontato nell'intervista successiva mostra,
senza bisogno di troppi commenti, lo scenario di "guerra" che le
batterie predispongono per rispondere a alcuni tentativi di
intimidazione che le forze dell'ordine hanno rivolto verso familiari e
amici della banda.

Tra noi e la madama la sfida era sempre aperta. Qualcuno di loro giocava

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anche sporco. Era successo che, in più di un'occasione, gli sbirri andassero a
casa dei genitori di ***, che era in bandiera, lasciandogli qualche proiettile
come omaggio dicendo che quelli erano per il figlio. Quando lo veniamo a
sapere decidiamo di dargli subito una risposta. C'era una banca, una centrale,
per di più privata, che tutti consideravano inattaccabile. Nessuno l'aveva mai
fatta o provato a farla. Noi, per fargli capire bene chi siamo, decidiamo di
farla. In effetti c'erano non pochi problemi da superare. Il primo intoppo è il
posto dove è situata. Oltre a essere nel pieno centro della città, questo però è
una cosa spesso comune alla maggior parte delle centrali, ha poche vie di fuga,
sia in auto, sia a piedi. Si entra da tre parti, ma si può uscire solo attraverso
un'unica strada. La vigilanza della banca è maggiore, rispetto alle altre. Vi
sono due guardie armate all'entrata e una dentro. Nelle vicinanze ci sono un
paio di consolati e gli uffici di alcune compagnie aeree che sono continuamente
sorvegliate da polizia e carabinieri. A questo devi aggiungere il normale,
possibile passaggio delle volanti che ci sono nel centro della città e le auto in
borghese dell'anti rapina e della mobile. In più il salone delle casse è enorme, ci
sono, se non ricordo male una decina di sportelli e quindi un mucchio di
impiegati e ovviamente un pubblico proporzionato alle dimensioni della
banca. Però noi abbiamo deciso di farla e la cosa non ci spaventa ma, al
contrario, ci esalta. Entrare, disarmare i guardioni e tenere sotto controllo la
situazione dentro non è un grosso problema. Basta prendere la guardia dentro
mentre si portano dentro i due che stanno fuori e il problema è risolto. Prendere
quelli fuori lo risolviamo nel modo più semplice. Avvicinarsi in due o tre può
far smarronare il movimento, così decidiamo che li prenderà uno da solo. Si
candida *** che aveva la palla di disarmare i guardiani perchè‚ si teneva le
pistole che gli prendeva come trofeo. In effetti come ne prendi uno, ne prendi
due. In ogni caso, per ogni evenienza, dentro ci sono anche quelli che devono
tenere a bada i clienti e gli impiegati. Anche loro entrano prima che il ciocco
abbia inizio. Si mescolano tra i clienti e se tutto fila liscio vanno subito a fare il
loro lavoro, altrimenti possono intervenire a dare una mano alla porta.
Entrano in quattro. In tre con le armi lunghe opportunamente occultate sotto i
loden. Oltre alle armi lunghe, due pompa e uno Sten, ognuno ha due pistole. Il
vero problema è fuori. Predisponiamo uno sganciamento a scaglioni. Due si
mettono al tavolino di un bar poco distante, da dove possono controllare
l'eventuale arrivo delle volanti o delle auto civetta. Altri due si mettono a
passeggiare, ognuno per conto suo, sotto i portici, da dove possono controllare i
movimenti dei consolati e delle compagnie aeree. Qualunque problema sorga
questi quattro hanno il compito di tenere impegnati gli sbirri fino a quando
quelli dentro non sono usciti. Una volta fuori questi devono coprire loro,
permettendogli di sganciarsi. A quel punto tutti ci saremmo dovuti dirigere
verso l'imbocco dell'unica strada in uscita, dove a coprirci c'erano altri due.
Loro avevano due fucili mitragliatori e potevano tranquillamente tenere a
buona distanza i nostri eventuali inseguitori. Se fosse stato necessario
avremmo preso un autobus, in quel posto ce n'erano sempre almeno due o tre

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fermi, messo in mezzo alla strada e incendiato, per questo ci portiamo dietro
anche delle molotov. Da quella strada non sarebbe potuto più passare nessuno.
Un piano complesso, ma non impossibile. Alla fine è risultato superfluo,
perchè‚ abbiamo fatto il ciocco e ce ne siamo andati indisturbati. I quattro che
sono entrati si sono allontanati sulla macchina che avevamo lasciato nelle
vicinanze e noi, la copertura, ce ne siamo andati via tranquillamente a piedi. I
proiettili se li potevano infilare in quel posto. (M.)

L'insieme di questi comportamenti rimandano a qualcosa dì anomalo,


difficilmente rintracciabile nella storia della criminalità ma anche del
banditismo sociale (Hobsbawm 1971). Bench‚ i rapinatori abbiano da
sempre rappresentato un mondo, anche dentro gli ambienti illegali,
con caratteristiche particolari (Einstadter 1969), le loro storie non
hanno mai assunto le tinte qua tratteggiate. In particolare, il
rapinatore è una figura che ben si presta a rappresentare il braccato, il
fuggitivo, colui che è "solo" contro il mondo. La stessa letteratura di
genere raramente se ne discosta. Scienze sociali (Matthews 2002) e
letteratura di genere (Bunker 1999, 2001), con una certa ragione,
hanno identificato nel rapinatore una forma estrema di
"individualismo" dai tratti per lo più romantici. Suggestione alla quale
non si sottraggono neppure i banditi con una decisa connotazione
politica, come nell'arcinoto caso della Banda Bonnot dove la
condizione di "braccati" diventa addirittura il filo narrante dell'intera
vicenda (Cacucci 1994). Una condizione tanto disperata quanto in
fondo rassicurante che, con ogni probabilità, è alla base delle
testimonianze di simpatia tributate loro da non pochi ambienti
culturali della società rispettabile. Come tutti i perdenti di razza
questi banditi, al di là di qualche tremore, non sembrano in grado di
suscitare un reale timore. Le solide difese predisposte dalla società
legittima per proteggersi hanno inevitabilmente la meglio, ed è per
questo che le disavventure dei banditi possono allietare, come puri
fenomeni storico-letterari, anche i migliori salotti. Nell'immancabile
isolamento sociale, e nella radicale solitudine in cui bruciano le loro
esistenze, è inscritto il loro destino. Nella letteratura di genere, il più
delle volte, il bandito cade perchè‚ venduto da qualcuno contiguo al
suo ambiente che, per invidia o interesse, lo consegna nelle mani della
società legittima. Oppure, in altri casi, i rapinatori si autoeliminano in
seguito ai feroci conflitti che la spartizione del bottino si porta
appresso. Ridotto all'osso, in questa visione, il rapinatore non
rappresenta altro che una figura, forse estrema ma del tutto
convenzionale, dell'individualismo che fa da cornice alle nostre
società (Burnett 1951). Denaro, affermazione individuale, accettazione
sino al parossismo della dura legge di natura, la lotta di tutti contro
tutti, ne fanno, pur nell'accezione del deviante o del criminale, un

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"tipo" perfettamente compatibile con la migliore tradizione
funzionalista. Il rapinatore non incarna alcuna "alterità", nessuna
"morale" altra ma la semplice condizione di un outsider che cerca, con
mezzi non legittimi, di accedere ai fasti della società legittima
(Merton 1956). La sua condizione di braccato ne sarebbe la migliore
riprova.

Una condizione di isolamento e delegittimazione sociale che, alla luce


dei materiali raccolti, sembra poco etichettabile alla storia delle
batterie da me analizzate, ed è forse questo un motivo non secondario
per cui le loro vicende sono state consegnate volentieri all'oblio. Si
tratta infatti di una storia anomala e inconsueta le cui tracce non è
sempre facile ritrovare. Un'"anomalia barbara" che come tale suscita ai
più apprensione e fastidio. Un ripudio a dire il vero non nuovo e che
ha una lunga tradizione. La figura del "barbaro" (Foucault 1998) non ha
mai goduto grandi fortune all'interno delle cosiddette scienze umane.
A differenza del "selvaggio", continuamente vezzeggiato e corteggiato
da schiere di pensatori e filosofi, il "barbaro" è una figura
perennemente rimossa e posta in ombra. La sua comparsa è sinonimo
di distruzione, inciviltà, rapina e saccheggio. Mentre il selvaggio è
colui che è tale in assenza di educazione e civiltà, ma ben disposto ad
assimilarle, il barbaro, immune da questi richiami, ne è piuttosto la
negazione. Uomo libero e feroce il barbaro non è nato per chiedere o
patteggiare, perchè‚ solo alla virtù e al valore delle sue armi consegna
la propria libertà (Thierry 1983). Una lunga tradizione di studi
filosofici ha lavorato alla messa in mora della figura del barbaro e del
ruolo che ha giocato nelle vicissitudini della storia europea (Foucault
1998). In epoca più recente, indicativamente dalla seconda metà
dell'Ottocento in poi, queste tradizioni culturali e filosofiche hanno
focalizzato il proprio interesse non più sulla presenza dei barbari
all'esterno dei reciproci territori nazionali ma all'interno dei propri
confini sociali. La forzosa suddivisione tra "classi laboriose" e "classi
pericolose" (Chevalier 1976), in fondo, non è altro che una mutazione
in chiave moderna della classica suddivisione tra popoli selvaggi e
barbari. Non è certamente casuale che, il termine barbaro, sia stato
continuamente utilizzato per definire, in senso dispregiativo, ogni
insorgenza operaia e proletaria che si è presentata sulla scena storica
"non per chiedere ma per comandare". A differenza del selvaggio che -
uomo del lavoro e dello scambio è interessato unicamente dall'utile
economico e per questo, ad esempio, non instaura un rapporto di
"proprietà" con il proprio territorio - il barbaro rimarca di continuo
l'appartenenza a un determinato ambito sociale e territoriale e per
farlo è disposto a combattere (Tacito 1991). Se il selvaggio, purch‚
giustamente remunerato, può accettare il servaggio, le gerarchie e un

27
certo grado di subordinazione, arrivando tranquillamente a
collaborare con i dominatori, il barbaro può vivere solo da uomo
libero. E' all'interno di questa cornice culturale e esistenziale che
prendono forma alcune pratiche delle batterie non facilmente
incasellabili nel tradizionale armamentario analitico messo in campo
dagli studiosi della criminalità e della devianza. Una difficoltà dovuta
soprattutto al limite teorico - il paradigma "funzionalista" - nel quale si
sono edificati. Questi saperi, specializzati in "anomalie", possono con
una certa facilità occuparsi delle "anomalie" dei selvaggi ma sono
impotenti di fronte alla figura del barbaro. A differenza del barbaro il
selvaggio accetta la logica dello scambio e dell'assoggettamento. E'
curabile, educabile e socialmente recuperabile. Privo di parola non
può che impossessarsi del linguaggio proprio dei saperi che lo hanno
reso "soggetto" (Foucault 1978), così come le sue aspirazioni non
possono essere che i "valori" universalmente condivisi dalla società
legittima (Dal Lago 2000). In realtà, il problema del selvaggio non è
altro che un deficit, una mancanza di civiltà ed educazione dalle quali,
per una serie di circostanze, è stato escluso. Il selvaggio, insomma, più
che incutere paura rappresenta la semplice testimonianza di un
ritardo nel "processo di civilizzazione" (Elias 1988). Di ben altra natura
il carattere dell'"anomalia barbara".

Il legame e la difesa del proprio territorio possono essere assunti come


modello paradigmatico della paura che l'"anomalia barbara" suscita.
Le batterie considerano i loro quartieri come territorio amico e la
presenza delle forze dell'ordine come una sorta di occupazione
coloniale, mentre le stesse forze dell'ordine, se si dà credito alla
testimonianza che segue, considerano l'intervento in determinate
aree urbane qualcosa di più che un semplice servizio di routine. In
questi casi le operazioni di controllo del territorio perdono la loro
valenza generica e abitudinaria per trasformarsi in veri e propri
scontri di "potere" tra due forze il cui rapporto è sempre segnato dalla
"belligeranza". Per le forze dell'ordine entrare in certi quartieri
significa, simbolicamente e materialmente, affermare un rapporto di
"forza", non indistinto e generico ma specifico e concreto (Bermani
2001). Il loro modo di agire dice, senza mezze misure: anche questo
territorio è nostro, voi lo potete abitare solo furtivamente ma noi
siamo in grado di colpirvi come e quando vogliamo. Se voi fuggite noi
possiamo sempre rifarci sui vostri amici e familiari. Insomma, per voi
non c'è storia, perchè‚ i dominatori siamo noi. Non è difficile notare
l'"eccezionalità" in cui inizia a delinearsi il conflitto tra forze
dell'ordine e batterie. Uno scontro difficilmente riconducibile alla
normale opera di prevenzione e repressione delle attività illegali e che
si impone immediatamente come conflitto di potere. Che il rapporto

28
sia incentrato sulla "guerra" sembra chiaro a entrambi i contendenti
come racconta M., un rapinatore milanese che di questi eventi è stato
attore privilegiato.

Tra noi e gli sbirri c'era una guerra permanente. Sul ciocco loro avevano poco
da menarselo, arrivavano sempre secondi. Per questo cercavano di prendersi
delle rivincite in giro. Lì potevano far valere maggiormente la loro forza. Ma
anche lì le cose non gli andavano sempre bene, perchè‚ qualche volta li siamo
andati a cercare proprio dove e quando non se l'aspettavano. Quando loro sono
sulla strada si sentono un po' i padroni, fermano la gente, rompono i coglioni,
fanno le battute, insomma come fanno lo sappiamo. Era un po' che alla sera si
piazzavano nelle nostre zone e se fermavano dei nostri amici gli facevano delle
prepotenze e dei soprusi. No, questi non erano della batteria, erano i nostri
amici del quartiere, quelli con cui siamo cresciuti e che fino a quando noi non
abbiamo svoltato si stava tutti insieme. Dopo si era rimasti amici. Capitava di
incontrarci però, per forza di cose, si stava poco insieme. Noi facevamo rapine,
loro andavano a lavorare, noi eravamo ricercati o in bandiera e loro no. Un
certo legame c'è sempre stato e negli anni non è mai venuto meno. Eravamo
tutta gente della stessa zona e avevamo molte cose in comune. Poi loro, ma
anche quelli più grandi, ci avevano sempre in qualche modo protetti. Se io ero
ricercato e andavo a trovare mia madre, la gente di lì mi dava la bossa se
vedeva arrivare la madama. Se dovevano tifare, tifavano più per noi che per
gli sbirri. Questo le madame lo sapevano e così, visto che con noi se lo
menavano, si rifacevano su chi gli capitava sotto. Anche per questo decidiamo
di agire. Così una sera mandiamo prima uno regolare a farsi un giro, per
vedere se ci sono, quanti sono e dove sono. Torna e dice che ci sono due volanti
che stanno facendo un blocco nella nostra zona. In totale quattro uomini. Uno,
affiancato da un altro con il mitra, paletta le macchine, uno in macchina
controlla i documenti e un altro, sul lato opposto della strada, tiene sotto
controllo la situazione. Anche questo è armato di mitra. Per rendere più facile
il controllo hanno posizionato, trasversalmente, le due auto sulla via. In questo
modo hanno formato una specie di imbuto, dove può passare solo, e a andatura
ridotta, un mezzo alla volta. Questo gli permette di guardare dentro a ogni
auto che transita. Formiamo due macchine e partiamo. Siamo in otto,
abbiamo tutti un'arma lunga, mitra o fucile e un paio di pezzi corti a testa.
Alla macchina di testa avevamo tolto il lunotto posteriore, in questo modo i due
che stavano dietro potevano tirare fuori i pezzi, rimanendo in macchina.
L'operazione è molto semplice. Quando arriviamo ci sono delle auto
incolonnate. Ci mettiamo tranquillamente in fila, aspettando il nostro turno.
Quando è il turno della nostra macchina di testa, questa dà un'improvvisa
accelerata. Noi dietro saltiamo immediatamente giù e puntiamo subito quello
con il mitra che stava in una posizione un po' defilata. Era lui quello che
poteva dare i problemi maggiori. I due che bloccavano le auto si ritrovano sotto
il tiro dei mitra che spuntano dalla parte posteriore della prima auto, mentre

29
l'addetto ai documenti è preso sotto tiro, con un fucile a pompa, da quello
davanti. L'autista scende e va a disarmarlo. Gli togliamo le armi e gli
consigliamo di non farsi più vedere in zona. Consiglio che raccolgono, visto che
per un bel po' di tempo non si fanno vedere. Quando lo fanno mobilitano un
esercito. (M.)

Il senso di appartenenza mostrato dalle batterie verso il "proprio"


territorio è difficilmente spiegabile se non si tiene in considerazione il
legame di "fratellanza" che è alla base della loro esistenza. Per le donne
e gli uomini delle batterie la fiducia, il potere contare ciecamente l'uno
sull'altro, può essere considerato una sorta di principio costituzionale
a cui è impensabile sottrarsi. Uno stile di vita che non si limita alla
pianificazione dell'azione ma permea l'intera esistenza. Il far fronte
agli imprevisti, che nel loro mondo sono tutto tranne che pura
contingenza, rappresenta il miglior banco di prova per la comunità
dei duri. Nonostante i colpi siano accuratamente preparati la
possibilità di un incidente di percorso è sempre dietro l'angolo perchè‚
realisticamente non tutto può essere previsto. Sul lavoro far fronte a
un imprevisto, il più delle volte, vuol dire impegnare un conflitto a
fuoco per permettere a chi è ancora dentro la banca o in una
condizione militarmente sfavorevole di uscire o mettersi al riparo. In
questi frangenti, dove facile e persino giustificato sarebbe il ricorso al
classico "si salvi chi può", il modello operativo delle batterie si
differenzia dagli abituali comportamenti della malavita, anche la più
apparentemente agguerrita. I nuovi banditi non sembrano conoscere
la parola resa, almeno sino a quando sono in condizioni di sparare un
solo colpo, e soprattutto non tendono a prendere in considerazioni
possibili di vie di fuga individuali. Nel momento in cui un ostacolo
improvviso si para di fronte a loro, l'unico pensiero e obiettivo
diventa: "portare a casa tutti" (Alunni 2003). Un comportamento non
così scontato persino in un ambiente, quello dei rapinatori
professionisti, che aveva sempre goduto di una certa fama ma che
molto difficilmente arrivava ad assumere atteggiamenti più consoni
alla guerriglia urbana che alla criminalità comune. Si assiste, nella
pratica abituale delle batterie, allo spostamento da una logica
difensiva a una offensiva. Un atteggiamento messo ancor più in
risalto nella seconda parte dell'intervista dove alcuni fratelli,
all'interno di un locale, intervengono per liberare un loro compagno
arrestato in seguito a un controllo casuale. Anche in questo caso il loro
comportamento non è per nulla convenzionale. Affrontare le forze
dell'ordine invece che pensare di mettersi velocemente in salvo è
qualcosa che può essere compreso solo dentro il particolare senso di
appartenenza e identità che la batteria era in grado di fornire. Ma
lasciamo parlare L., un vecchio rapinatore bergamasco che ha da poco

30
finito di scontare per intero la sua ultraventennale condanna.

Stare in batteria assieme vuol dire soprattutto avere la completa e totale


fiducia uno dell'altro. Hai presente "Il mucchio selvaggio"? Una cosa del
genere, solo che non è un film e non dura un'ora e mezza ma tutta la vita. La
batteria è un modo di vivere dove tu sei, contemporaneamente, tu e gli altri,
senza alcuna differenza. Questo non a chiacchiere ma nei fatti. Fidarsi
ciecamente uno dell'altro, non mollarsi mai, in nessuna situazione, pensare
sempre prima di tutto al gruppo, ai tuoi fratelli era il modo in cui eravamo nati
e cresciuti. Ti faccio un paio di esempi, tra i tanti, che possono chiarirti meglio
le cose. Su un ciocco io sono fuori di copertura. C'è lo smarrono e un paio di
guardioni bloccano l'uscita ai miei iniziando a sparare. Io ho il mitra. Tiro un
paio di raffiche, questi mi rispondono, mi butto a terra, cadendo il pezzo
prende un colpo sul caricatore, quando provo a sparare si inceppa. A quel
punto siamo tutti nella merda. Loro da dentro non possono fare niente e io mi
ritrovo solo con un'arma corta. Senza tirarla troppo per le lunghe, non mi
passa neanche per la testa di mollarli. O ce ne andiamo tutti o pazienza. In
ogni caso bisogna giocarsela. Sparo due o tre colpi, giusto per farli abbassare,
schizzo di corsa in mezzo alle macchine, arrivo sulla strada e blocco un'auto al
volo. Ci salgo sopra e in quel modo riesco a portarmi alle spalle dei due che, nel
punto in cui si erano piazzati, bloccavano l'uscita della banca. Mollo la
macchina e inizio a sparargli da dietro. Istintivamente entrambi si girano e
iniziano a rispondere al fuoco. Pochi secondi ma sufficienti a quelli dentro per
uscire, sparare a loro volta e sistemarsi in modo da obbligare i due a starsene
ben nascosti e a fargli passare la voglia di fare gli sceriffi. In questo modo ce ne
siamo andati. Un'altra volta, sono gli altri che tolgono me dai guai. Eravamo
andati in un locale. Io ero latitante, capita un controllo, avevo dei bei santini
ma uno mi riconosce e non faccio neanche in tempo a tirare fuori i documenti
che quello mi ha già puntato il cannone addosso. C'è un po' di trambusto e
tutta l'attenzione è rivolta verso di me. Questo è successo mentre io ero al banco
a prendermi qualcosa da bere. Con me ci sono un paio di ragazzi della batteria
che non sono ricercati ma girano ugualmente accavallati. Non ci pensano un
attimo, tirano fuori i cannoni, puntano gli sbirri, li disarmano e mi portano
via. Questo era il nostro modo di vivere. In tutto ciò non c'era nulla di strano,
sarebbe stato strano il contrario. Cioè, nessuno doveva neanche dire grazie
all'altro per cose di questo tipo, perchè‚ in fondo un comportamento diverso non
era neanche pensabile. (L.)

Quest'ultima intervista, in poche righe, mette in evidenza due aspetti


fondamentali per i ragazzi delle batterie. Il primo è il rapporto di
solidarietà che li lega, il secondo la non accettazione della prigionia.
Due aspetti che il carcere, dove inevitabilmente finiscono, non incrina
ma rafforza. E' in carcere che lo stile di vita e la cultura delle batterie
raggiungeranno il proprio punto più alto, finendo per intrecciarsi con

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le storie e le azioni dei guerriglieri che, di lì a poco, diventeranno
l'altra "anomalia barbara" che inspiegabilmente farà la sua comparsa
sulla scena storica di questo paese e, pur se con clamori diversi, di altri
Stati europei. Riformatori, manicomi e carceri diventano per tanto, in
breve tempo, l'abituale terreno di scontro delle batterie. Alla
genealogia di queste battaglie è dedicata gran parte dei capitoli
seguenti.

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GERONIMO CONTRO CUSTER.

UN MONDO ORDINATO.

Gli stili di vita che le ragazze e i ragazzi delle bande adottano


abitualmente all'esterno hanno ripercussioni non meno conflittuali in
carcere. Questi modelli entreranno presto in rotta di collisione sia con
l'apparato istituzionale sia con i vari governi ombra della malavita
tradizionale (Ricci, Salierno 1971; Notarnicola 1997). A partire dai primi
anni Settanta nel nostro paese si profila una vera e propria emergenza
carcere che le autorità amministrative e militari hanno difficoltà a
contenere e ancor più a capire (Invernizzi 1973). Il carcere, per tutti gli
anni Sessanta, appare un luogo marginale e riservato a quote di
popolazione palesemente vittime dei processi di modernizzazione.
Sicuramente si erano intravisti alcuni segnali di cambiamento, dovuti
all'ingresso in carcere di consistenti aree di proletariato urbano, ma
era una condizione estemporanea, limitata alle carceri giudiziarie
delle grandi città industriali. I teppisti urbani, negli anni Sessanta,
entrano ed escono dal carcere continuamente e la loro presenza non
incide più di tanto sulle relazioni sociali sedimentate e i modelli
culturali che le governano. Biografie di personaggi come Buscetta
(Arlacchi 1986) e Cutolo (De Rosa 2001) descrivono l'ambito carcerario
dell'epoca come un mondo sostanzialmente ordinato, dove gerarchie
ferree stabilivano, senza possibilità di negoziazione, i rapporti di
potere interni. Tra l'autorità penitenziaria, il cui potere non era mai in
discussione, e la massa dei prigionieri si collocava una ristretta
cerchia di detenuti di rispetto che, in cambio di un trattamento
privilegiato, collaboravano al buon funzionamento dell'istituzione.
Una gestione del carcere basata, secondo i boss dell'epoca, più sul
paternalismo che sulla repressione (Verde 2002). I vari padrini
avrebbero rappresentato "realmente" la massa della popolazione
detenuta che, in quell'ordine gerarchico, si riconosceva ampiamente.
Un mondo non necessariamente pacificato ma dove
l'insubordinazione, la resistenza o il semplice non adattamento alle
rigide logiche gerarchiche e disciplinari sfociavano in gesti di
ribellione disperati, al limite della "follia", incentrati sul martirio del
proprio corpo (Panizzari 1990).

Agli inizi degli anni Settanta, tra i prigionieri di lungo corso non
omologati alle logiche di potere interne, l'automutilazione appare
come l'unica forma di resistenza realisticamente praticabile. Un

33
modello abbastanza consueto anche all'esterno - l'autolesionismo era
sovente praticato nelle questure e nelle caserme - e che, in carcere,
trova la sua forma compiuta e al limite della maniacalità. La storia di
***, il Lutrhing genovese, raccontata da B., un teppista urbano
dell'epoca che ben presto diventerà una figura di prestigio del mondo
dei rapinatori, descrive minuziosamente i modelli culturali, gli stili di
vita e le stratificazioni di potere all'interno del mondo carcerario sino
agli inizi degli anni Settanta, dove l'accanimento sul proprio corpo
sembra essere l'unica strategia possibile per quella parte di prigionieri
poco inseriti nel "frame" culturale dell'epoca. Senza cadere in
vittimismi ed enfatizzazioni di sorta, B. mostra come all'isolamento e
alla debolezza sociale dei prigionieri corrisponda un trattamento
carcerario incentrato sul sadismo e la sopraffazione, finalizzato
all'annullamento dell'individuo (Gallo, Ruggiero 1983). Un ruolo non
secondario, in questa catena dell'orrore, lo giocano i manicomi
criminali. In manicomio, per lo più, il processo di annullamento si
conclude (Nap 1978). Un "gioco" al quale partecipano, senza troppe
distinzioni, medici, custodia e detenuti di rispetto, poich‚ la struttura
manicomiale sembra viaggiare a due velocità. Da un lato è il capolinea
per i prigionieri che, a diverso titolo, sono considerati scomodi e
ribelli, dall'altro è il luogo dove uomini di rispetto e detenuti eccellenti
trascorrono una discreta e protetta vacanza in attesa del
proscioglimento giudiziario. Ma l'intervista non si limita a tracciare la
biografia del Lutrhing genovese. Nelle parole di B. è indicato anche il
mutamento culturale e comportamentale che i teppisti urbani
apportano dentro il mondo carcerario. Una trasformazione che non
nasce dietro le mura del carcere ma all'esterno e che B. sintetizza in
una battuta: "a un certo punto non siamo più scappati". Un repentino
mutamento che tra le immediate conseguenze ha l'abbandono della
pratica dell'automutilazione. Il proprio corpo cessa di essere il luogo
su cui praticare disperate forme di resistenza per diventare strumento
offensivo. Nasce qua, con ogni probabilità, quell'idea di "corpo
belligerante" che determinerà la linea di condotta delle batterie, e non
solo, negli anni futuri e che, almeno per un ventennio, consegna le
pratiche dell'automutilazione alla preistoria del mondo carcerario.

Tagliarsi o procurarsi in qualche modo delle ferite, era una cosa abituale.
Questo succedeva sia in carcere sia fuori. In molti erano abituati a girare con
la lametta in bocca. In caso di fermo o arresto, se le cose si mettevano male e
cominciavano a picchiarti, la prima cosa che facevi era sputarti la lametta in
mano e cominciare a tagliarti. Di solito lo facevi sulle braccia o sull'addome. Se
non avevi la lametta cercavi di buttarti su un finestrone o contro qualche cosa
che ti procurasse abbastanza danni da obbligarli a portarti in ospedale.
L'ospedale era un po' una garanzia, perchè‚ a quel punto dovevano far

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intervenire il magistrato e dovevano smetterla di picchiarti. La stessa cosa
succedeva in carcere. Però lì le forme di autolesionismo erano più accentuate.
Molti non si limitavano a tagliarsi, ingoiavano molle del letto, manici di
cucchiai, chiodi, oppure si cucivano la bocca o arrivavano ad aprirsi la pancia
facendone uscire le budella. In carcere l'autolesionismo, per alcuni, era
diventato una ragione di vita, una sfida personale e una forma estrema di
difesa e autoaffermazione. Questo era anche un po' l'effetto di anni di
manicomio, isolamento, letto di contenzione, botte e via dicendo. Di gente
flippata all'epoca ce n'era. Quando noi incominciamo a entrare in carcere,
prima per ragazzate, poi per cose più serie, il mondo del carcere era molto
diverso da quello che è diventato qualche anno dopo. Anche se adesso le cose
sembrano tornate indietro di quarant'anni. I bravi ragazzi c'erano anche
allora, ma erano una minoranza e erano isolati. Quando uno finiva dentro
non aveva molte scelte: o diventava spontaneamente un'ombra, adottando un
comportamento servile e sottomesso alle varie forme di potere che c'erano, o lo
facevano andare fuori di testa tra botte, manicomio, letto di contenzione,
isolamento e celle. A questo punto, per molti, l'autolesionismo esasperato
diventava una partita personale contro il carcere. Una delle prime persone che
ho conosciuto in carcere, fuori dal mio giro, era un ragazzo di una decina
d'anni più grande con alle spalle tutta una storia. I giornali lo avevano
chiamato il Lutrhing genovese per via del mitra che gli avevano preso al
momento dell'arresto. Lutrhing, quello vero, era diventato famoso perchè‚ si
portava in giro il mitra dentro una custodia di violino. *** lo avevano preso
dopo qualche rapina a banche e gioiellerie, che aveva sempre fatto da solo. Una
rivista, non mi ricordo se "Oggi" o "Gente", gli aveva dedicato un servizio
perchè‚ era fidanzato con una che dopo che il suo arresto aveva preso i voti ed
era entrata in convento. Questa storia te la raccontava sempre, tirando fuori la
rivista che conservava come una reliquia. Era abbastanza diverso dai
malavitosi dell'epoca. E' stato uno dei pochi, forse l'unico che ci siamo
camallati dietro. Lo tenevamo in cella con noi e lo aiutavamo perchè‚ non
aveva nessuno e era messo male. Finch‚ stava con noi mollava la sua palla di
tagliarsi o combinare cazzate del genere. A torso nudo faceva paura. Era tutta
una cicatrice, per i tagli che si era fatto o per i punti che gli avevano dato per
tirargli fuori dallo stomaco le cose che si era ingoiato. E' morto qualche anno
dopo di cirrosi. Dopo un altro periodo in manicomio lo avevano mandato in
una colonia agricola e lì aveva chiuso il giro. La sua storia che, anche se a
grandi linee, ricordo bene può darti l'idea della situazione che c'era. Ora, ***,
era anche un po' fuori di testa ma le cose che raccontava erano nel complesso
vere. Anche se girava tra la malavita era più che altro un cane sciolto. Non è
escluso che la dritta alla madama per farlo legare provenisse proprio da
questa. In particolare da un proprietario di un night a cui si era appoggiato.
Un sospetto che lui ha sempre avuto ma che non poteva dimostrare. Il suo
arresto avviene in circostanze apparentemente del tutto fortuite ma la zona
dell'operazione è piena di agenti. Mentre lo caricano in macchina e lo portano

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via, *** vede benissimo lo spiegamento di forze, specialmente in borghese, che
c'era in giro. Il suo arresto non sembrava una semplice botta di culo delle
madame. Conoscendo la malavita dei tempi, episodi del genere ci stanno tutti.
Dentro continua a essere un po' vittima di questa sua condizione di cane
sciolto. E' uno che non si piega facilmente e ciocca con le guardie. Quando
finisce nei penali non si lega alle mafiette e perciò non ha mai protezione.
Tagliarsi, ingoiare molle o cucchiai per lui diventa una cosa normale. Questo
lo spedisce dritto al manicomio. Gran parte della carcerazione l'ha passata lì
dentro. Quello che racconta dei manicomi sono storie che ho sentito anche da
altri, forse poteva un po' esagerarle ma la sostanza era quella. Il manicomio
era un posto molto peggio del carcere. Eri matto e quindi completamente
indifeso. Al manicomio ci finivano due tipi di detenuti. Una minoranza lo
faceva di proposito. Mirava alla semi infermità o alla totale e in quel modo si
scavallava le condanne. Questi erano una minoranza privilegiata che
vivevano come se fossero in albergo. Ovviamente avevano soldi e protezioni.
Non venivano trattati in nessun modo. Non erano cioè bombardati con i
farmaci e neppure con i manganelli. Nessuno li legava, non gli mettevano la
camicia di forza e non gli facevano le docce ghiacciate. Non erano oggetto delle
abituali violenze da parte delle guardie e dei detenuti sorveglianti. Poi c'era la
massa degli sfigati. A questi poteva succedere qualunque cosa perchè‚ tanto
nessuno se ne accorgeva. *** mi ha raccontato di essere stato legato al letto
anche per mesi. Quando eri legato ti dovevi fare tutto addosso, non ti facevano
certo andare al cesso. Ti andava bene se ti liberavano un braccio per farti
mangiare. A forza di pisciarti e cagarti addosso ti incrostavi tutto. Come unica
forma di igiene contemplata c'era il lavaggio che, una volta al giorno, ti faceva
lo scopino. Passava con una scopa e un secchio d'acqua, intingeva la scopa nel
secchio e te la passava addosso. Con l'acqua dello stesso secchio lavava tutti
quelli legati. Gran parte del tempo legato lo passavi inebetito perchè‚ ti
bombardavano di scopolamina o vari mix di farmaci. Più volte è uscita fuori la
storia che sui detenuti sperimentavano i farmaci nuovi, quindi in manicomio
poteva succederti di essere usato come cavia. Questa era la parte strettamente
medico/terapeutica, cioè il trattamento standard. Il più delle volte dovevi
aggiungerci le iniziative autonome di guardie e detenuti/sorveglianti che
passavano il tempo a tormentarti. Tra i giochi preferiti c'era lo spegnere le
sigarette sui legati e fargli bere acqua salata. I più raffinati utilizzavano anche
abbondanti dosi di lassativi. Sembra che le scariche di diarrea e le contorsioni
da parte di una persona legata siano particolarmente divertenti. Una specie di
fuochi d'artificio ai quali, non di rado, venivano fatti assistere anche detenuti
di rispetto e medici. Molti detenuti ne uscivano completamente pazzi, ma
questa volta sul serio. Un'altra cosa che mi ha raccontato ***, e che ho sentito
anche da altri, erano le scommesse che guardie e detenuti di rispetto
organizzavano. In cambio di qualche sigaretta, un po' di caffè, del cibo decente
o la semplice concessione di una doccia col sapone, molti raccontano che
potevano passare mesi prima di poter fare una doccia vera, venivano

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organizzati dei combattimenti tra i detenuti. Particolarmente divertenti
risultavano quelli tra detenuti abbastanza imbottiti di psicofarmaci. Il modo
goffo e impacciato di muoversi, i riflessi allentati e l'equilibrio precario dava al
combattimento un tono di comicità particolarmente apprezzato. In ogni caso il
sangue doveva scorrere. Il combattimento aveva fine solo quando uno dei due
era realmente k.o. A un gradino superiore c'erano i detenuti che contribuivano,
senza alcuna retribuzione, a far funzionare la baracca. Questi, inoltre,
facevano da camerieri personali ai detenuti protetti e alle guardie. *** questa
situazione non se la tiene. Si ribella alle guardie, spacca la testa a un detenuto
di rispetto e da quel momento il suo destino è segnato. L'accanimento dei
farmaci, oltre alle botte e al resto, gli toccano la testa. L'autolesionismo
esasperato diventa una specie di ragione di vita. Quando io lo conosco è già
abbastanza flippato. Finch‚ sta con noi non fa cazzate, non si taglia e beve
moderatamente, ma una volta di nuovo solo si butta sul vino e questo gli dà la
mazzata finale. Storie come le sue non sono uniche. Per tutta un'epoca questo
era la normalità del mondo carcerario. L'abitudine a farsi del male va anche
un po' vista nel clima dell'epoca. Quando non hai alternative, sei isolato e
impotente, non è difficile riversare contro di te tutta la rabbia e l'odio che hai.
Soprattutto è la solitudine che ti porta questa disperazione. Noi non è che
fossimo più furbi di questi, la nostra forza era quella di non sentirci mai
isolati. Potevano mandarti dove volevano ma non riuscivano a farti diventare
un sepolto vivo. Un esempio, da non sottovalutare, è la posta. Io ricevevo
sempre una lettera e una cartolina al giorno. C'era gente che non riceveva
neppure un biglietto d'auguri per Natale da dieci anni. Le guardie queste cose
le vedono e ai loro occhi diventi meno di un oggetto. Sei uno al quale chiunque
può fare qualunque cosa, la tua vita non interessa a nessuno. Un altro aspetto
è che noi non abbiamo mai avuto un atteggiamento sottomesso e che il modo
come ci comportavamo fuori lasciava supporre che anche dentro non ci
saremmo andati piano. Tutto questo era, rispetto a detenuti come ***, un bel
vantaggio. Noi, l'autolesionismo lo molliamo quasi subito, da maggiorenni
non ci siamo mai tagliati. E' qualcosa che viene da sola. Cioè, prima abbiamo
incominciato a comportarci in un altro modo e dopo c'abbiamo ragionato.
Voglio dirti che il ragionamento è stato: fottiamo loro, invece di fotterci da soli.
Però questo lo abbiamo pensato dopo che lo avevamo già fatto. Come è successo
in realtà non so bene come dirtelo. Probabilmente quello che a un certo punto è
cambiato è che abbiamo smesso di scappare. Questa è una cosa che però è
successa fuori e che poi abbiamo introdotto anche dentro. Questa forse è la
differenza che c'era con i vecchi ladroni e i malavitosi dell'epoca. Loro avevano
paura degli sbirri, noi no. Allora in carcere se dovevi cioccare invece di tagliarti
mettevi su un barricamento, se uno aveva dei problemi invece che mangiarsi i
chiodi saliva sui tetti. Se le cose non andavano mettevi su una rivolta. Ecco, per
noi, tra dentro e fuori non c'era differenza. Questo ha fatto cambiare il carcere.

I comportamenti anomali e irresponsabili dei teppisti urbani, secondo

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la cultura carceraria dell'epoca, non avrebbero fatto altro che incrinare
l'ordine naturale delle cose, consegnando il carcere al caos e
all'anarchia. Un punto di vista che, non sorprendentemente, è
condiviso da E., un anziano uomo di rispetto di origine palermitana,
legato a una famiglia mafiosa perdente, e da A. C., un graduato della
polizia penitenziaria oggi in pensione.

Una volta si aveva più il senso del rispetto. In carcere tutto continuava come
fuori, c'era chi era nato per comandare e chi per obbedire. Finch‚ le cose sono
rimaste così, si poteva ragionare. Non c'era tutto quel caos che è venuto dopo.
perchè‚, vede, l'uomo d'onore è anche un uomo d'ordine. Noi non ci siamo mai
messi contro lo Stato, lo abbiamo sempre, anche se a modo nostro, rispettato.
Noi eravamo il nostro mondo, con le nostre leggi e le nostre abitudini, ma era
un mondo ordinato dove ognuno stava al suo posto. Se uno finiva in carcere
doveva sapersi comportare e farsi con onore la sua galera. Per questo siamo
sempre stati contrari alle rivolte, alle violenze e soprattutto alle evasioni.
Quando potevamo e finch‚ abbiamo avuto l'autorità per farlo, abbiamo sempre
evitato che episodi simili avvenissero. Erano cose che andavano contro la
nostra mentalità. Noi le cose abbiamo sempre cercato di aggiustarle con le
buone, parlando, attraverso il rispetto reciproco. Le faccio un esempio, così per
lei è più facile capire. Durante una mia carcerazione, nonostante fossi in attesa
di giudizio, venni trasferito in un carcere penale. Arrivato al carcere, non ha
importanza dire quale fosse, subito dei miei paesani si mettono a disposizione.
Il capobastone era un mio paesano, ma più giovane. Vengo subito fatto salire,
mi viene trovato un posto vicino ai miei paesani e subito tutti si mettono al mio
servizio. Io sono più anziano e un uomo di rispetto da vecchia data. Subito il
capobastone si mette da parte e viene a baciarmi la mano. Senza bisogno di
spendere una parola, io sono automaticamente investito del potere che
naturalmente mi spetta. Questo succede perchè‚ c'è il rispetto e la condivisione
degli stessi ideali. Questo è l'ordine a cui mi riferisco. Vuol dire che io faccio del
bene, come un padre. Un padre sa sempre quello che è bene per la famiglia.
Ascolto i detenuti, sento di cosa hanno bisogno, parlo con il maresciallo e il
direttore, faccio in modo che tutti possano ottenere le loro cose. Però un padre
va onorato, rispettato e gli si deve sempre obbedienza. Quello che un padre
decide è sempre giusto e nessuno lo può contraddire, altrimenti il rispetto
finisce e la famiglia non esiste più. In cambio ho rispetto. Rispetto dai
detenuti, rispetto dalla direzione. Ma perchè‚ questo sia possibile bisogna che
ognuno stia al suo posto, altrimenti è il caos. Tutto comincia a cambiare
quando in carcere inizia a finirci gente che non viene dal nostro mondo. Non
sono ragazzi che vengono dalla malavita, sono più che altro dei teppisti. Tra di
loro ci sono anche dei capelloni, che la prima volta che li vedo mi sembra che
hanno fatto una retata di ricchioni. Questi non se ne stanno di niente. Non
fanno altro che combinare bordelli. Non rispettano niente e nessuno e non
hanno alcun senso dell'autorità. Una parte sono solo dei casinisti che li riesci

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anche a controllare, ma molti di loro, anche se molto giovani, sono qualcosa di
più. Lo si capisce da come si comportano e dal rapporto che hanno con noi che,
all'epoca, avevamo i carceri in mano. Bisogna riconoscere però che i coglioni
dimostravano di averli già da allora e che, specialmente negli anni successivi,
li hanno tirati fuori. Solo che lo hanno fatto nel modo sbagliato, fuori dalle
regole. Quello che alla fine mi sembra più rilevante è la mancanza, nel loro
modo di agire e di pensare, del senso delle gerarchie. Il modo in cui erano
organizzati, le batterie, ne era la riprova. Tra di loro non c'era nessuno che
comandava o che contava più di un altro. Erano insofferenti a qualunque tipo
di gerarchia e di disciplina. Con loro non potevi neppure scendere a patti,
perchè‚ nella loro mentalità non c'era la volontà di prendere il tuo posto.
Questo escludeva, fin da subito, qualunque possibilità d'accordo. A loro piaceva
solo andare in giro a rapinare, sparare, combinare bordelli. Mi facevano venire
in mente i barbari che avevano distrutto l'impero romano e pensavano solo a
saccheggiare. (E.)

La prima cosa è sicuramente l'atteggiamento che hanno con la custodia. Viene


a mancare il tradizionale rispetto e, direi, sottomissione che i detenuti avevano
sempre dimostrato di avere. Di conseguenza vengono anche meno le regole e le
gerarchie interne a loro. Cioè loro non rispettano quelli che erano considerati,
da tutti, detenuti di rispetto, che in carcere avevano sempre goduto del rispetto
e dell'obbedienza dei più e di qualche privilegio da parte nostra. Dobbiamo
iniziare ad affrontare prima il grosso problema delle rivolte, poi quello delle
evasioni. I casi di evasione, o i tentativi, che ho dovuto affrontare nel corso
della mia carriera, sono stati pochissimi fino agli anni Settanta. Soprattutto si
trattava di casi isolati completamente estranei, e direi anche mal visti, alla
gran massa dei detenuti. Cioè l'evasione non era un problema perchè‚ i
detenuti non pensavano a evadere. Il carcere era il loro mondo, che accettavano
come una specie di destino obbligato. La stessa cosa valeva per il fenomeno
delle rivolte. Non c'erano. Si poteva parlare, al massimo, di gesti individuali o
di piccoli gruppi che non intaccavano l'insieme della popolazione detenuta.
Negli anni Settanta, prima nelle carceri delle grosse città, poi in tutto il
circuito, il clima cambia perchè‚ per questi stare dentro o fuori non cambia
niente. Considerano il carcere come una cosa loro, il carcere non li blocca, non
li ferma. Dal carcere e nel carcere si organizzano, costruiscono rapporti e
soprattutto il carcere non li isola dall'esterno. Questo è l'altro aspetto
importante e che per noi rappresenta una novità alla quale non siamo
abituati. Questi fanno gruppo e si aiutano. Chi sta fuori si muove anche per
chi sta dentro. In pochi anni siamo passati da una criminalità
prevalentemente agricola o addirittura pastorale a una industriale. In carcere
ci finivano non quelli di un altro mondo ma quelli del mondo di tutti i giorni,
del mondo che era anche il nostro. Non ci voleva molto a capire che questi ci
avrebbero dato un sacco di problemi. Fin dall'inizio, quando entravano solo
per delle sciocchezze, il loro comportamento, il modo di fare era quello. Dopo,

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hanno semplicemente sviluppato quelle, diciamo, caratteristiche che avevano
manifestato fin dai primi furti. Mi ricordo di gente che è evasa con neanche sei
mesi da fare. Questo le può dare l'idea di come la ragionassero. (A.C.)

Pur su lati opposti della barricata, l'uomo di rispetto e il graduato della


polizia penitenziaria condividono le stesse opinioni: i teppisti urbani
sono all'origine del disordine carcerario e della sua involuzione
violenta. Secondo queste opinioni, la vita all'interno del pianeta
carcere si svolgeva armoniosamente perchè‚ tutti trovavano una
giusta collocazione: un posto per ogni cosa, ogni cosa al suo posto.
Quello che i dati della mia ricerca fanno emergere è invece un
universo carcerario dove violenza, sopraffazione, servilismo e abusi di
ogni genere sono norme abituali. Un modello che accomuna, oltre ai
carceri maschili, i minorili (Senzani 1969) e i femminili.
Indipendentemente dal sesso o dall'età, quello che mi sembra
determinante è l'adesione o meno a un determinato modello culturale.
La storia di vita di D., un rapinatore torinese oggi sulla cinquantina,
mostra come all'interno dei mondi illegali il conflitto generazionale
abbia un peso del tutto irrilevante. Alcune descrizioni del carcere
minorile (Senzani 1973) sono eloquenti. L'approfittarsi dei più deboli,
metterli in mezzo e sfruttarli coincidono, non casualmente, con la
"realistica" accettazione della propria condizione e la condivisione
delle regole del mondo carcerario e di chi lo gestisce. Una logica che,
d'altra parte, è una sorta di codice genetico della malavita
tradizionale. Come racconta D., già da piccoli, per i malavitosi in erba,
il problema è ritagliarsi qualche spazio di vivibilità. L'accettazione del
carcere ne è la migliore riprova. Al carcere non ci si ribella, con esso si
convive possibilmente in una posizione di forza e di prestigio.

In carcere non ho mai voluto rimanerci, ho iniziato a scappare fin dai tempi
del Ferrante Aporti e ho continuato a farlo. Alla fine sono evaso dalle carceri di
mezza Europa. Non sono mai stato uno che ha pensato di farsi la galera. In
totale ho collezionato nove evasioni riuscite e ho perso il conto di quelle che ho
tentato. Questa a un certo punto è diventata una cosa normale, cioè l'idea di
andarsene a casa era di tutti, ma per un certo periodo non era così scontata.
Non erano solo le guardie e la direzione a tenerti d'occhio, gran parte dei
detenuti ti era contro. Questo, anche se un po' meno, era vero anche al
minorile. Era una questione di mentalità, di modo di vivere e di concepire la
vita. All'inizio degli anni Settanta il nostro stile, quello delle batterie, dei bravi
ragazzi per capirsi, non era molto diffuso. All'epoca io non ci ragionavo molto
su queste cose, so che il mio modo di comportarmi era diverso da quello di
molti, dei più. Una cosa che vedevi anche fuori, ma che in carcere non può che
diventare conflitto aperto, per via degli spazi di vita ristretti. Gira che rigira, il
motivo era uno solo: c'era chi aveva impostato la sua vita, il suo modo di

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comportarsi sulla prepotenza e chi le prepotenze proprio non le digeriva, da
qualunque parte venissero. Prendersela con uno più debole, sfruttare o
opprimere qualcuno, l'ho sempre considerata un'azione da infami, non diversa
da cantarsela. Il primo scazzo un po' serio su queste cose ce l'ho al minorile. La
prima volta per una mezza stupidata. All'aria giocavano allo schiaffo del
soldato. Avevano messo in mezzo uno che era anche un po' scemo di suo, uno di
quelli ritardati, e si divertivano a picchiargli sulla mano con gli zoccoli.
Ovviamente questo non poteva indovinare mai ed era destinato a stare sotto.
Dopo qualche giro aveva una mano gonfia come un melone. Lui, che era
sempre stato messo da parte in tutte le cose, pur di stare insieme agli altri e non
sentirsi un tagliato fuori, avrebbe fatto qualunque cosa. Gli stronzi se ne
approfittavano abbondantemente e lo usavano come il loro giocattolo. Quella
della sopraffazione dei più deboli era una cosa abbastanza diffusa. Così come
una certa remissività nei confronti degli sbirri. Io stavo passeggiando con un
mio amico, assistiamo alla scena e decidiamo di intervenire. Rivolgendoci al
capetto gli diciamo che forse si era sbagliato, perchèèè‚ il ragazzo aveva
indovinato chi gli aveva dato lo schiaffo e non doveva più stare sotto. Quello ci
guarda e rivolto ai suoi dice: "Abbiamo trovato due furbi che vogliono prendere
il posto dello scemo". Mi avvicino, con l'altro che era pronto a coprirmi, gli dico
che quel gioco mi piace e voglio partecipare anch'io. Gli propongo, però, una
variante: invece che lo schiaffo del soldato, lo schiaffo all'infame, e gli parto.
Gli tiro due schiaffi, uno con la destra e uno con la sinistra, lui sballotta e
quando è di nuovo dritto lo centro con una testata. Un paio dei suoi amici fa
per intervenire, ma quello che mi copriva ne acchiappa uno per la gola, gli
punta una lama che ci eravamo fatti e gli dice che è meglio che si facciano i
cazzi loro. Prendo il piccolo boss per un'orecchia e comincio a giragliela. Gli
dico di mettersi in ginocchio e di chiederci scusa, a noi e al ragazzo che avevano
picchiato e deriso. Lo avverto che, se lo becco un'altra volta a fare una mezza
prepotenza, da lì esce su una sedia a rotelle. Com'era scontato se l'è tenuta.
Quella era gente che come gli mostravi i denti al massimo ti ammazzava di
parole. Erano così anche fuori. Al massimo erano in grado di rapinare qualche
ubriaco o i froci. Un altro episodio che mi viene in mente del minorile è quella
volta del pivellino che se lo facevano di forza e lo obbligavano a spompinare
mezzo camerone. Dunque, c'è questo ragazzino che sembra una bambina.
Quelli che hanno 16 anni ma sembra che ne abbiano 12. Biondino, senza peli e
barba, fisicamente poco sviluppato. Era dentro perchèè‚ gli piaceva rubare le
macchine e poi correre come se fosse in pista. Ci sapeva anche fare perchèè‚
quasi sempre negli inseguimenti riusciva ad andarsene. Quella volta era finito
fuori strada, combinando un bel casino. Quando è diventato più grande è
diventato un autista con i controcazzi. Lavorava con una bella batteria e
riusciva sempre a portarli a casa. Una volta li hanno anticipati con un posto di
blocco, li hanno rafficati e lui c'è rimasto. Quando l'ho conosciuto era un
ragazzino impaurito e terrorizzato. A parte lo sballo che aveva per le macchine
era uno regolare, lavorava in un'officina e non aveva grande esperienza di certi

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giri. Non aveva la cattiveria necessaria per farsi rispettare. Alcuni se ne
approfittano. Lo usano come la puttanella di turno. Io entro perchè‚ mi tirano
delle spaccate nelle gioiellerie, dopo un paio di giorni acchiappano anche altri
due miei amici, sempre per quelle storie. Probabilmente era stato il ricetta a
farci bere, noi però eravamo tutti negativi e alla fine ci hanno dovuto mandare
assolti. Devo premetterti che, ancora prima che ci mettessimo di mezzo alla
storia di questo ragazzo, qualche screzio con quelli che comandavano
l'avevamo avuto. Niente di grosso, ma loro avevano capito che con noi la
musica era diversa. Una sera scoppia il casino. Erano in cinque. Si mettono
nell'angolo del camerone, chiamano il pivello, si tirano giù i pantaloni e gli
dicono di succhiarglielo, uno dopo l'altro. Uno tira fuori un giornale porno e gli
dice di fare come la troia delle foto. A noi quella scena dà sui nervi e non siamo
disposti a tollerarla, così ci muoviamo. Ci avviciniamo alla branda, loro sono
tanto presi che neanche ci notano, scostiamo la testa del ragazzino e uno di noi
spegne la sigaretta sulla cappella di quello che si stava facendo fare dal pivello.
Anche se sono in due più di noi, sono in una condizione svantaggiata. Fanno
per alzarsi ma hanno i pantaloni tirati giù e questo li frena nei movimenti.
Così noi cominciamo a picchiare. Per non sbagliarci usiamo anche gli sgabelli.
Il tutto non dura più di due o tre minuti. Alla fine sono stesi. Però abbiamo
richiamato l'attenzione e questo ci costa un successivo scontro con la custodia,
che alla fine ovviamente perdiamo e ne usciamo pesti. Però quelli l'hanno
smessa. L'infamità più grossa, però, mi è capitata quando mi avevano ripreso
dopo che me n'ero andato la prima volta. Mi avevano già gonfiato gli sbirri,
che prima di riportarmi al minorile mi avevano ammanettato a una sedia, con
le mani dietro la schiena e si erano divertiti con i sacchetti di sabbia. Dentro il
santantonio me lo hanno fatto un gruppo di detenuti. Mi hanno preso alla
sprovvista e poi ero ancora pesto dalle botte che avevo preso in caserma. Me le
hanno date perchè‚ la mia fuga li aveva messi in cattiva luce con la direzione.
Erano loro, infatti, che avevano il compito di controllare cosa succedeva dentro
e io li avevo fottuti, facendogli perdere la faccia oltre che con gli sbirri anche
con gli altri detenuti. Avevo incrinato il loro potere e questo me lo hanno fatto
pagare. Questa storia si è ripetuta, per qualche tempo, anche in carcere. Oltre
che dagli sbirri, dovevi guardarti dai malavitosi che, spesso, erano ancora più
infami e indegni di quelli. (D.)

Un clima violento e prevaricatore di cui, secondo la testimonianza di


un vecchio rapinatore torinese, gli addetti alla sorveglianza e al
cosiddetto recupero sociale sono spesso i principali artefici. Sesso,
potere e in misura minore denaro sono le coordinate intorno alle quali
ruotano le esistenze dei detenuti e dei sorveglianti. Un gioco duro che
lascia ben poche vie di fuga. Per i ragazzi internati non vi sono "esodi"
verso improbabili terre promesse. Le scelte sono ridotte: subire senza

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battere ciglio, esercitare il potere sui più deboli, oppure ribellarsi.

"Le prevaricazioni sessuali avvengono solo e unicamente tra i ragazzi


reclusi?"

Guarda, di storie di merda i minorili sono pieni e non solo tra chi sta dentro.
Personalmente a me non è mai successo niente. Al massimo mi hanno
bastonato, come d'altra parte mi è capitato più volte in seguito. Storie di
violenze ce n'erano e se ne sentivano. Molti di quelli che sceglievano di lavorare
in mezzo ai minori un qualche motivo, diciamo, non proprio nobile e
disinteressato lo avevano. Certo non vale per tutti e sarebbe ingiusto dirlo. Mi è
capitato anche di conoscere persone che venivano a lavorare in quei posti con
intenzioni, diciamo, meritevoli. Gente che lo considerava un impegno sociale e
alcuni anche politico. Ma questi non contavano un cazzo. Cioè non avevano
potere e se rompevano i coglioni gli mettevano i bastoni tra le ruote e li
rendevano inoffensivi. A molti di quelli che contavano ed erano inciucciati con
gli sbirri il culo giovane gli piaceva. Io so che alcuni ragazzi andavano con
qualcuno di questi. In cambio avevano un trattamento di riguardo, piccoli
favori che spesso si riducevano a sigarette, cioccolata e whisky.

"Al minorile c'è quindi un clima incentrato sulla sopraffazione e


fortemente gerarchizzato?"

Sì. Un'altra cosa che mi sono dimenticato di dirti è la storia della cagnotta.
Era abbastanza normale trovarti di fronte un gruppo che pretendeva la stecca
su tutto quello che avevi o ti arrivava. Questo atteggiamento poi l'ho ritrovato
anche in molti penali. Farsi dare la stecca di prepotenza non era tanto una
questione del pacchetto di sigarette, della maglietta o del torrone. Era una
questione di prestigio e di potere frutto di un certo tipo di mentalità. Questi che
facevano 'ste cose erano, anche minorenni, dentro la mentalità dei vecchi
coatti. Il minorile prima, il carcere poi erano la loro casa. Il loro problema era
viverci dentro con una posizione di prestigio. Difficilmente si scontravano con
gli sbirri e ancora meno pensavano ad andarsene. Quello era il loro mondo.
D'altra parte potevano essere solo uomini da galera perchè‚ fuori non valevano
un cazzo. Nessuno di questi ce lo vedevo a saltare dei banconi, fare un conflitto
a fuoco o assaltare un furgone blindato. Potevano fare al massimo i papponi, e
fare i prepotenti con le donne era nel loro stile, i piccoli ricetta, anche mezzi
confidenti, qualche furtarello e poco più. (G.)

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Che cosa siano i riformatori è descritto con molta lucidità da N., una
teppista urbana genovese che impatta ben presto con questa
istituzione rieducativa. Il suo racconto non è altro che la descrizione,
in micro, di un universo concentrazionario (Goffman 1971) dove sono
quotidianamente impartite, attraverso la pratica, lezioni di
"darwinismo sociale". Secondo la testimonianza di N., il minorile non
è altro che una scuola di sopraffazione dove, sostanzialmente, si
impartiscono due insegnamenti: l'esistenza di gerarchie consolidate e
incontestabili, alle quali bisogna sottomettersi ciecamente, e il diritto
di ogni livello gerarchico a esercitare la propria potenza, più
prosaicamente il proprio sadismo o desiderio di rivalsa, su chi occupa
un gradino inferiore (Simmel 1989). Una filosofia dell'educazione che
accomuna operatori istituzionali e internati e sembra non avere
soluzione di continuità, fino a quando i primi comportamenti ribelli
non ne intaccano alla radice le basi "filosofiche". L'aperta ribellione,
che spesso si limita a infischiarsene delle punizioni, ha effetti
devastanti nel microcosmo concentrazionario, non solo per il
"disordine" che provoca ma, soprattutto, perchè‚ sembra dire: il re è
nudo. Nel momento in cui alcune ragazze si sottraggono alle logiche
del terrore gerarchico, questo appare impotente e il suo intero castello
di certezze indiscutibili inizia a vacillare. Certo, il prezzo pagato non è
basso e le risposte sono, per lo più, dure e pesanti. Gli strumenti
utilizzati sono i soliti: isolamento, riduzione degli spazi di socialità,
pestaggi e violenze. Ma è una violenza che, paradossalmente, nasce da
una debolezza, una violenza spesso atroce, che inizia tuttavia a porsi
su un piano prevalentemente difensivo. Se il potere militare può, con
una certa tranquillità, ristabilire i rapporti di forza, non è però in
grado di ricostituire la cornice culturale entro cui questi rapporti
erano legittimati. Attraverso una serie di piccole insubordinazioni,
sabotaggi e indiscipline, inizia a prendere forma l'insieme di quelle
"pratiche" che attaccheranno dall'interno le logiche delle istituzioni
totali. Dietro a quelle che sembrano, almeno apparentemente, lotte
effimere, colpi di testa di ragazze e ragazzi irrecuperabili, vi è invece
un modello culturale che, non solo nei ristretti ambiti delle istituzioni
totali, aggredisce alla radice le logiche del comando e delle gerarchie.
Ecco un piccolo esempio.

Ero scappata di casa per andare con i capelloni. Mi hanno presa e riportata a
casa. Dopo un mese sono di nuovo scappata, questa volta mi hanno presa su
un'auto rubata, dopo il furto in una tabaccheria. Ero insieme a un ragazzo e a
un'altra ragazza, tutti minorenni. Per non farmi prendere ho iniziato a tirare
calci e morsi ai poliziotti che mi stavano portando via, e sono finita al

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riformatorio. Lì la vita era un inferno, per tanti motivi. Ci si mettevano tutte a
renderti la vita impossibile. Le sorveglianti, le assistenti sociali, le psicologhe e
una parte delle tue compagne di detenzione. Era una serie infinita di soprusi e
imposizioni. Il riformatorio, ancora più del carcere, era come una casa a tanti
piani: chi stava al piano inferiore strisciava con quelli che abitavano al piano
di sopra e si rifaceva con quelli che stavano sotto. Tutto questo non aveva
alcuna motivazione, cioè non era neanche un problema di sicurezza interna, di
controllo, era solo puro sadismo. Ognuno riceveva la sua dose di merda e la
rigettava su chi poteva. Le più odiose finivano per essere le altre detenute,
quelle che facevano da capo-stanza, capo di questo e quello. Loro erano le
cocche delle sbirre, e dovevano conservarsi il posto. Se eri classificata come
ribelle ti rendevano la vita dura, ma almeno non subivi ricatti. Una volta che
te ne freghi delle punizioni e dei privilegi, come se leccare il culo fosse un
privilegio, diventi intoccabile. Se non ti fai piegare le loro armi alla fine
diventano fesserie. Certo botte, isolamento e stronzate varie non te le toglie
nessuno, ma ogni cosa, soprattutto la dignità, ha il suo prezzo. In riformatorio
c'era pieno di piccole spione. Queste erano ancora più subdole delle capo-
stanza, perchè‚ almeno quelle le conoscevi subito, queste invece ci mettevi un
po' a scoprirle. Quella delle spione nascoste, secondo me, era una strategia delle
sbirre. Il perchè‚ te lo spiego subito. In questo modo cercavano di farci vivere
nella paura e di fare in modo che nessuna si fidasse completamente di
un'altra. Lì il problema non era tanto della proibizione o di quello che ti
ordinavano di fare. Cioè, non era quello il problema. Il problema era che tu
dovevi diventare obbediente e sottomessa, non dovevi fare comunella con
nessuna, soprattutto non contro chi era più importante di te, perchè‚, anzi, se
facevi gruppo contro chi era meno di te, tutte ti appoggiavano. Insomma
dovevi accettare di vivere nella paura. L'unica cosa che era consentita era
ributtare questa paura su qualche altra. Così farti pulire sul pulito, farti
spazzolare i capelli della capo-stanza o farti palpare da qualche stronza
dell'amministrazione, era solo una questione di prestigio, per poter far vedere
che su di te una comandava come le pareva. Poteva ordinarti di lavare tre volte
lo stesso pavimento, farsi lavare le mutande o farsi leccare la figa. Ma poi le
cose erano ancora più stupide e banali. Ti potevano permettere di fumare o no,
così come gli faceva piacere. In tutto questo non c'era uno scopo, solo sadismo.
Quando qualcuna di noi si è ribellata, le stronze sono andate in tilt. perchè‚ gli
è venuto a mancare il terreno sotto ai piedi. Potevano, come hanno fatto, darci
l'isolamento, picchiarci, farci tutto quello che cazzo gli pareva, ma non
potevano obbligarci a essere volutamente sottomesse. Per loro, tutte le troie con
la divisa e non, questo era un trauma, perchè‚ erano abituate a essere ascoltate,
a comandare, come se fosse normale, ovvio, scontato. Quando qualcuna di noi
ha iniziato a non starci più, per loro è diventato un casino. Questo per due
motivi. Intanto da noi si dovevano aspettare di tutto in qualunque momento,
perciò sono passate, anche se può sembrare strano dirlo, perchè‚ di botte ne
abbiamo prese davvero tante, da una situazione in cui erano loro a far paura a

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una in cui la subivano. Dovevano sempre stare con la guardia alzata. In più il
nostro comportamento era contagioso e in molte cominciavano a venirci dietro
o almeno a non essere più passive e terrorizzate. Questo, per le troie,
significava perdere il loro potere, doversi guardare le spalle, non permettersi
più di fare il bello e il cattivo tempo. Magari andavano da una e le dicevano:
"Vai a lavare quel padiglione", e quella, di punto in bianco, era capace che
prendeva il secchio, lo rovesciava in mezzo alla sezione e gli rispondeva: "Ma
vattelo a lavare te!". Quando il clima diventa così, puoi picchiarne una, due,
tre, dieci ma alla fine sei tu che sei fottuta, perchè‚ hai perso il prestigio, il
potere e nessuna ti si incula più. (N.)

In carcere, per chi prova a uscire dal coro il percorso è segnato:


isolamento, botte, letto di forza e, specialmente per le donne e gli
omosessuali, il manicomio. Mentre per i detenuti uomini il
manicomio rappresenta una sorta di "extrema ratio", per le donne e gli
omosessuali che non si assoggettano diventa l'unica destinazione
possibile. Considerando la ribellione e l'insubordinazione
incompatibili con la "natura" femminile, per loro non è previsto,
diversamente dagli uomini, un circuito di carceri punitivi, ma solo il
manicomio (Boari 2003). Allo stesso modo, un omosessuale o un
travestito che rifiutasse un'aperta subordinazione, e non volesse
dispensare servizi sessuali senza fiatare, non poteva essere
considerato altro che obiettivamente patologico. Sia i detenuti, sia le
guardie condividevano lo stesso punto di vista: per un omosessuale
era una fortuna trovarsi in carcere, se la pigliava a calci evidentemente
era un pazzo. Ugualmente bizzarra dovevano considerare la sua
eventuale pretesa di non essere trattato come puro oggetto sessuale.
La testimonianza di M., un travestito torinese, è al proposito
eloquente.

Ero finito dentro, sarà stato il '71, per una storia di cocaina. Nel mio mestiere è
sempre stato normale usarla. Di solito la tiravi con i clienti. Io lavoravo nei
night o in giri privati, non scendevo in strada. In carcere c'ero già stato, ma per
cose da poco. Al massimo avevo fatto una settimana. Quella volta invece il
reato era diverso e dentro ci sono rimasto. Finch‚ sono rimasto alle Nuove non
ho avuto tanti problemi. Nessuno si sentiva autorizzato a mettermi sotto
perchè‚ ero una bambina. Tutto mi cambia quando, per uno sfollamento, mi
sballano. Finisco in un penale e lì è tutto diverso. Io fuori ero abituato a essere
trattato come una regina. Non avevo protettori, ero indipendente. Anche con i
clienti ero abituato a essere io quello che aveva in mano la situazione, non era
mia abitudine stare sotto a qualcuno. Dover subire era contro la mia natura, a

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meno che non decidessi io di farlo, per piacere mio, ma quello è un altro
discorso. Al penale tutti, guardie e detenuti, davano per scontato che io dovevo
essere la troia a loro disposizione. La consideravano una cosa normale. Una
guardia mi ha anche detto: "Ma che cazzo vuoi, per i froci come te è una
fortuna essere in mezzo a tutti 'sti cazzi da sfogare, succhiali e non rompere i
coglioni". Per loro ero semplicemente un paio di buchi da usare quando gliene
veniva voglia. Chiaramente io non ci sono stato. A un detenuto che mi voleva
fare di prepotenza gli avevo tirato prima un calcio nei coglioni e poi gli avevo
graffiato, portandogli via dei bei pezzi di pelle, tutta la faccia. Non è bastato.
Lì guardie e detenuti, almeno una parte di questi, ma erano quelli che
contavano, erano la stessa cosa. Così, visto che mi ero rifiutato di farmi
inculare da un detenuto, un gruppo di guardie ha pensato bene di
raddrizzarmi. Mi sono piombate in cella, in tre, di notte. Prima mi hanno
insultato e deriso, quindi sono passate alle vie di fatto. Mi hanno preso a calci e
pugni, poi mi hanno fatto inginocchiare e mentre due mi tenevano uno se lo è
tirato fuori, mi ha preso per i capelli obbligandomi a spompinarlo. Non posso
fare altro che fingere di assecondarli. Inizio a fargli una pompa, mentre gli
altri si eccitano dicendomi: troia, pompinara, rotto in culo, frocio di merda e
tutto il repertorio del caso. Mi fanno schifo, mi viene da vomitare, ma so che
bisogna avere pazienza, se li lavori bene partono e non capiscono più niente.
Mando indietro il vomito e mi dedico interamente alla pompa. La tiro per le
lunghe, fino a quando anche i due che mi tenevano e mi insultavano iniziano a
rilassarsi e a essere coinvolti sessualmente. Sono eccitati, si calano i pantaloni
e non si accontentano più di fare i guardoni. Io li assecondo, questo oltre a
eccitarli conferma l'idea che hanno di me e di quelli come me. Uno, infatti, a un
certo punto dice a un altro qualcosa tipo: "Hai visto come gli piace il cazzo a
queste puttane. Solo che bisogna darglielo bene e tanto, altrimenti fanno le
santarelline". E l'altro, per rimarcare anche che loro sono meglio e più maschi
dei detenuti, di rimando gli risponde: "Si vede che con quelli non c'è stata
perchè‚ erano mezzi ricchioni anche loro. Le puttane queste cose le capiscono
subito. E poi i detenuti sono sempre uomini di merda, come questo frocio rotto
in culo qua". Ormai si sentono padroni della situazione, mi credono
completamente succube e soprattutto contenta. Erano anche belli carichi, si
sentiva chiaramente dalle tanfate di alcol che gli uscivano dalla bocca. A quel
punto decido di giocarmela. Pianto i denti sulla cappella di quello che sto
spompinando, lo faccio con cattiveria, sarei arrivato a staccargliela. A un altro
gli strizzo i coglioni che a momenti mi rimangono in mano. Il terzo, dopo
qualche attimo di titubanza, fa per buttarsi in mezzo e aiutare i suoi soci. Solo
che in quelle condizioni è difficile colpire giusto. Noi quattro siamo diventati
una cosa sola e io sono talmente fuori e incazzato che non sentivo più niente.
Nella foga finisce per terra, a quel punto mollo i due che sono completamente
inoffensivi e mi ci butto addosso. Lo colpisco come capita, in qualche modo
riesce a trascinarsi alla porta e raggiunge gli altri due che erano fuori a far
prendere aria ai coglioni. Se ne vanno, ma chiaramente non è finita, di sicuro

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non se la tengono. Alle Nuove, per fortuna, avevo imparato qualche tecnica di
sopravvivenza. Metto su un barricamento mobile, se li sento arrivare faccio
presto a bloccare tutto. Puntualmente alle sei arrivano. C'è tutta la squadretta,
con caschi e manganelli. Barrico la cella e mi metto in mano la lametta. Anche
se non mi va, so che se mi taglio posso risparmiarmi dei guai peggiori. Fanno
fatica, ma alla fine riescono a entrare, appena li ho davanti inizio a
lamettarmi, ho la pancia e un braccio che sanguinano abbondantemente. Mi
saltano addosso, prendo qualche manganellata e qualche pugno. Cado a terra
e mi trascinano in infermeria. Mi cuciono, non mi toccano più e dopo due
giorni parto, destinazione Aversa. (M.)

Una storia, quella di M., che, sulla base delle testimonianze raccolte,
non è eccezionale. Una transessuale fiorentina, P., incappa in
qualcosa di analogo. Agli occhi dei poteri interni le sue colpe non sono
poche. Non si sottomette passivamente, dispensa favori erotici gratis
o a pagamento e, rinunciando a farsi mettere sotto protezione, mette
in crisi il florido giro di prostituzione interna, al quale più parti erano
cointeressate.

Per noi trans in carcere è sempre stato un casino. Di solito ci stavamo poco e te
la cavavi con un po' di isolamento o l'infermeria, ma se avevi da scontare una
condanna vera i problemi li avevi. Dovevo scontare un definitivo di tre anni,
perchè‚ mi avevano condannata per rapina impropria. Mi ero presa il
portafoglio e la catenina di un cliente che non mi voleva pagare. Per farlo ho
dovuto picchiarlo e il cornuto è andato a denunciarmi e in aula hanno creduto
a lui, che ha detto che l'ho adescato e quando siamo stati in camera l'ho
aggredito e rapinato. Io ero salita sui tetti insieme a tutti gli altri, a Firenze, e
così mi hanno trasferita. Mi mandano al penale di S. Gemignano. Lì erano
quasi tutti definitivi e con pene lunghe da scontare. Quando sono arrivata era
come se gli avessero mandato Marilyn Monroe. Mi sbavavano tutti dietro.
Davanti facevano tutti finta di niente e mi disprezzavano, ma a questo c'ero
abituata, fuori era uguale. Di giorno ti parlavano dietro e di notte venivano a
farsi inculare. Su questo, tra dentro e fuori non c'era tanta differenza. Mi
mettono in sezione e dopo qualche giorno mi organizzo, continuo a fare la vita.
Mi faccio pagare in Marlboro o in francobolli. In carcere valgono praticamente
come soldi veri. Qualcuno pagava anche in contanti e allora pretendeva
qualcosa di più, gli facevo qualche numero con le bottiglie. Non lavoravo
sempre, come fuori, solo quando ne avevo voglia. Poi lì tanti me li facevo solo
per divertimento. Il carcere lo aveva in mano, almeno in molte cose, un gruppo
di napoletani. Un giorno mi piombano in cella e mi dicono che gli devo dare la
cagnotta, la metà delle marchette, e che in più devo fare i pompini gratis a delle

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guardie con cui sono in cocca. Io gli dico che: uno, papponi non ne avevo fuori e
non avevo intenzione di averne dentro, due, che piuttosto che succhiarlo a uno
sbirro mi facevo monaca. Erano così convinti che non si erano neanche
accavallati ed erano venuti solo in due. Dopo che gli ho risposto in quel modo,
uno si sbottona i pantaloni, si tira fuori il cazzo e, prendendomi per i capelli,
mi dice: troia, invece di dire minchiate, metti un po' la testa a posto. Intanto
cerca di trascinarmi la bocca sul cazzo. Io avevo appena fatto il caffè. Mentre
lui mi tira giù la testa e l'altro se la ride, prendo la macchinetta del caffè e
gliela sbatto sull'uccello. Si mette a gridare e molla la presa. Mi alzo, prendo lo
sgabello e lo do in testa all'altro guappo. Lo prendo su un lato e gliela apro. Do
un calcio in culo a quello che era ancora lì che si teneva il cazzo e li sbatto
fuori. Come immaginavo, i problemi li avrei avuti con gli sbirri. Mi avrebbero
mandato sotto loro. Infatti è andata così. Loro e gli sbirri ce l'avevano con me
anche per un altro motivo. Lì avevano messo su un giro di marchette e con il
mio arrivo glielo stavo mandando in culo. Avevano messo a lavorare tre pivelli.
Questi un po' froci lo dovevano essere di loro e poi erano spaventati perchè‚
erano finiti dentro per delle cazzate, poi si erano trovati in mezzo a una rivolta,
per il loro reato sarebbero già usciti ma li teneva dentro il mandato di cattura
per la rivolta. Li avevano sballati al penale e i coatti se ne erano approfittati. Li
avevano messi a far marchette, gli portavano via tutto e al massimo gli davano
un pacchetto di sigarette e gli avanzi del mangiare. Le guardie ci prendevano
la loro stecca sopra. Senza le guardie non si poteva organizzare il via vai tra le
sezioni. Delle volte gli facevano fare anche le cameriere quando organizzavano
qualche pranzo. Si divertivano a farsi servire e poi, mentre loro mangiavano,
facevano andare i pivelli sotto ai tavoli e si facevano spompinare. Le guardie ci
prendevano la cagnotta e qualcuna di sera si andava a scoppiare i pivelli nelle
celle. E' finita che una notte mi sono entrati dentro e mi hanno fatto un bel
santantonio. Mi hanno tenuta in infermeria fino a quando i lividi e l'occhio
pesto che mi avevano fatto sono diventati meno brutti, nelle botte ho perso
anche due denti e i bastardi venivano anche a prendermi per il culo, dicendomi
che quasi quasi tornavano dentro e me li toglievano tutti, così facevo i pompini
meglio. Dopo una ventina di giorni mi hanno rimandata a Firenze con un
brutto rapporto. Lì non mi hanno tenuta e hanno pensato bene di mandarmi
in osservazione a Monte Lupo. Nel rapporto avevano scritto che soffrivo di
manie autodistruttive e che potevo essere paranoica. I denti hanno scritto che li
ho persi sbattendo, volontariamente, la bocca contro un davanzale. (P.)

CONFLITTI CULTURALI.

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Gran parte dei materiali da me raccolti evidenziano come, una volta in
prigione, le donne e gli uomini non appartenenti alla malavita
tradizionale si scontrino inevitabilmente con l'"ordine" carcerario.
Sullo sfondo di questo conflitto, più che una semplice e in fondo
scontata lotta per il potere, vi è l'incompatibilità di stili di vita e
modelli culturali. Una differenza che diventa tanto più evidente
quanto, all'esterno, il mondo dei teppisti urbani è distante dai
tradizionali giri della malavita. Come si è visto nel capitolo
precedente, non pochi rapinatori approdano al mondo del crimine
trascinati dalle note dei Rolling Stones o Jim Morrison e dallo spirito
di ribellione che ha unificato i continenti, qualcosa che potrebbe
essere definita una sorta di "globalizzazione dal basso" ante litteram.
Per questi il carcere e la sua popolazione sono un mondo impensabile,
al quale è impossibile adeguarsi. L'esperienza di D., il rapinatore
"underground" conosciuto nel capitolo precedente, ne fornisce un
esempio esauriente. L'incontro di D. con il modello culturale
predominante in carcere è soprattutto segnato dallo stupore. D. era
diventato un rapinatore in seguito alla sua voglia di "fuga" e
"ribellione" dal ristretto e asfissiante orizzonte del paese dove, nella
migliore delle ipotesi, la Storia si vede passare senza attraversarla. Per
lui le rapine non sono altro che l'inizio di un viaggio esistenziale tra
"Easy Rider" e "Getaway". Non conosce il carcere ma alla prima
occasione scappa. Estraneo ai codici della malavita, ma anche agli stili
di vita dei duri assume nei confronti dell'istituzione totale il punto di
vista "medio" di qualunque persona normale: la rigetta. Scappare,
finalizzando ogni sua energia nella ricerca di una qualche via di fuga
gli sembra l'unico modo ragionevole, sensato e in fondo umano di
stare in prigione. Uomo della "fuga" più che della "guerra" pensa
l'evasione non per sfida ma come semplice affermazione di una
condizione umana irrinunciabile. La sua testimonianza sfiora il
candore perchè‚ non è infarcita da retoriche di gruppo, di
appartenenza o altro. E' il punto di vista, stranito e stupito di un
"individuo" che continua a pensarsi come tale e che, suo malgrado,
dovrà scontrarsi con le diverse articolazioni, legittime e no, del potere
carcerario. In questo strano viaggio gli unici alleati che troverà
saranno i ragazzi delle batterie. Un'alleanza che non lo contaminerà
più di tanto, rimarrà comunque e sempre un lupo solitario, ma che
può essere indicativa dell'area di famiglia che accomuna un certo tipo
di storie e percorsi. Tra lui e i duri le affinità in apparenza sembrano
poche. I reciproci modi di rappresentarsi non potrebbero essere più
distanti eppure, nell'"azione", i loro destini fatalmente si intersecano
facendo affiorare un sentire comune. Le vicissitudini carcerarie che
racconta non sembrano lasciare dubbi.

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Il mondo del carcere è una realtà che realmente conosco qualche tempo dopo e
non mi ci abituo. Non solo e semplicemente perchè‚ abituarsi al carcere è una
follia bella e buona, ma perchè‚, almeno l'ambiente che trovo è peggio di quello
che avevo lasciato al paese. L'esempio mi sembra renda esaurientemente.
Quando mi arrestano mi portano subito alle Nuove. Sono in isolamento
perchè‚ sotto istruttoria. Del carcere non so e non vedo nulla, sono alle celle
d'isolamento ed è come essere in camera di sicurezza. Dopo qualche giorno mi
portano a Mondovì, perchè‚ mi tiravano un paio di lavori in quella zona e
dovevo fare i confronti. Mondovì è un carceretto e non capivo come mai la gente
vi rimanesse. Non c'ho pensato su tanto, dopo tre giorni sono evaso nel modo
più classico: calandomi con le lenzuola annodate da una finestra. E' stato tutto
semplice, ma a quel punto ho pagato la mia condizione di lupo solitario e
l'inesperienza nel trattare con gli ambienti della malavita. Mi beccano dopo
poco come un coglione. Questa volta mi portano ad Alessandria, lì ho iniziato a
rendermi conto cosa fosse il carcere. Me ne sono reso conto su entrambi i fronti,
quello delle guardie e quello dei detenuti. Più che il comportamento delle
guardie a stupirmi erano i detenuti. Cioè non capivo come questi potessero
concepire di vivere in galera. perchè‚ un conto è se ti ci tengono a forza, un
conto e se tu ti metti a reggere il gioco. Io pensavo che pensare a evadere fosse la
cosa più ovvia e scontata che un detenuto potesse fare. In carcere ci stava
perchè‚ ce lo avevano portato ammanettato, non perchè‚ lo aveva chiesto lui.
Invece lì c'erano quelli che si vantavano che per loro il carcere era come una
villeggiatura. Lo dicevano con un certo orgoglio, come per sottolineare che
erano veri uomini. C'erano anche quelli che festeggiavano con pranzi e bevute
gli anniversari di detenzione. Invece di pensare a scappare pensavano a farsi o
a mantenersi il nome in galera. Apprendo di accoltellamenti, faide e cazzate
del genere, finalizzate a mantenere un ruolo di un certo peso in carcere. Un
sacco di detenuti erano dei poveracci, senza soldi e senza nessuno, ma c'era
anche chi dei mezzi li aveva. Questi invece di utilizzare le loro possibilità per
andarsene si interessavano solo alla vestaglia da camera, al pacco con il
capretto e il salame nostrano, cioè pensavano solo a farsi comodi la galera. Io
non capivo, e ho continuato a non capirlo anche durante tutti gli anni che mi
sono fatto, come si potesse solo pensare di farsi la galera comodi, per me l'idea
stessa della reclusione, della mancanza di libertà era incompatibile, e lo è
rimasta, con qualunque idea di vita degna di questo nome. In realtà era come
al paese. Un sacco di gente per trenta, quarant'anni faceva il solito tran tran,
lo stesso percorso, le stesse operazioni sul lavoro, la stessa gita alla domenica,
ogni anno con il vestito nuovo per Natale, alla fine si sedeva sulla sedia sulla
porta di casa e aspettava di morire. Tutto questo cercando di renderselo il più
comodo possibile. I detenuti con cui avevo a che fare erano uguali.

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"Tu come ti inserisci in questa situazione? Hai delle difficoltà?"

Essere dentro per rapina, anzi per un bel numero di rapine, mi offre qualche
vantaggio. Sai lì non è che i reati fossero chissà che. Sì, c'erano anche tanti
omicidi, ma tutta roba da lite da cortile. Da un punto di vista criminale io ero
quello che stava un po' in cima. Questo mi procura una certa dose di rispetto.
Io non mi mischio nelle loro faccende, mi adeguo formalmente alle logiche che
ci sono, ad esempio do del voi a quelli che si atteggiano a boss, accetto, senza
esagerare qualche invito a pranzo, faccio nascere qualche dubbio sulla mia
durezza quando dichiaro di essere astemio, in ogni caso mi preoccupo di
mantenere sempre un atteggiamento molto riservato. Continuo a condurre la
mia vita solitaria. L'unico posto che frequento assiduamente è la biblioteca. In
quel periodo ho letto "Guerra e Pace", "Resurrezione", "I Demoni" e "I
Miserabili". Ero andato per cercare gli autori americani ma non c'erano. Avevo
fatto un po' amicizia con il bibliotecario. Un mezzo nobile che era dentro per
un omicidio dove c'erano di mezzo corna, una collezione di monete, dei quadri e
storie del genere. Di lui non si ci poteva certo fidare per mettere su la bella, però
almeno era una persona che quando parlava si capiva cosa diceva, aveva letto
molto e mi dava qualche consiglio sulle letture e, questo era il vero motivo per
cui me lo ero fatto amico, avendo una grande libertà di movimento dentro il
carcere, poteva darmi un sacco di informazioni sui sistemi di sicurezza del
carcere. Con molta pazienza e senza insospettirlo, cercavo di farmi dare il
maggior numero di notizie. Andarmene rimaneva il mio obiettivo.
Comportandomi così riesco a sottrarmi dalle logiche interne al carcere, su di
me nascono delle leggende, come quella che facevo parte di una banda di
rapinatori francesi. Tutte voci che io non smentisco e addirittura alimento. Il
mio problema è starmene per conto mio e vedere cosa posso inventarmi per
andarmene a casa. Con la custodia e la direzione cerco di mantenere un
comportamento analogo. Anche loro, tramite i loro informatori, mi classificano
come detenuto atipico ma non rompicoglioni. Tuttavia mi stanno addosso,
perchè‚ in più di un'occasione detenuti che erano chiaramente infami mi
vengono sotto per farmi parlare e capire che cosa ho in testa. Riesco sempre a
bossarmela. Anche se non capiscono fino in fondo che pesce sono, non mi
stanno troppo addosso. Io lavoro al mio progetto, è difficile ma non
impossibile. Tutto mi va in merda perchè‚ non riesco a starmene di una
prepotenza che le guardie fanno a un ragazzo. Una questione apparentemente
stupida, ma il carcere è tutta una questione apparentemente stupida, gli
staccano dalla cella delle foto. Un puro sfregio. Lo fanno perchè‚ quello veniva
da una rivolta di San Vittore e quindi era preso di mira. Questo si prende con
le guardie che gli saltano addosso. Io non riesco a farmi i cazzi miei e
intervengo in suo aiuto. Ne nasce una colluttazione, le guardie se ne vanno di
corsa, abbandonando la sezione. Non capisco bene cosa significhi. Altri
detenuti, più sgamati, capiscono al volo. Torneranno, in forze, e sarà un
massacro. A quel punto la maggior parte dei detenuti si chiude in cella, facendo

52
chiaramente capire di non volerne sapere niente. Alcuni insultano il milanese
che, secondo loro, è una di quelle teste di cazzo che sta rovinando le carceri.
Fuori rimaniamo io, il milanese e tre catanesi. Sono i catanesi a prendere in
mano la situazione. Cosa vogliono fare le guardie a loro è chiaro, meno a me
che non ho esperienza: entrare e massacrarci. Il motivo, come mi spiegano, è
che tra le guardie ultimamente c'è del malcontento perchè‚ sono stati concessi
troppi privilegi ai detenuti. Piccole cose di cui io, chiuso nei miei progetti di
evasione, non mi ero neppure accorto, ma che avevano creato una serie di
tensioni. Una logica che mi diventerà familiare in seguito: ogni volta che i
civili non sono allineati ai militari, questi reagiscono con il colpo di stato. I
militari c'hanno sempre tenuto a sottolineare che il carcere è cosa loro. Allora il
problema diventa resistere e rendere l'entrata sufficientemente problematica
da far intervenire il direttore e meglio ancora il magistrato. A quel punto
possiamo contattare la resa con un trasferimento indolore. Spesso succede che
non te le danno alla partenza, ma all'arrivo. Però puoi sempre avere la botta di
culo di scavallartele. Così ci barrichiamo. Il barricamento riesce e non riescono
a entrare. Finisce che interviene il direttore e contrattiamo il trasferimento e
l'incolumità. Io, anche per motivi istruttori, finisco a Torino, arrivo e mi
mettono alle celle. Le Nuove però sono un'altra cosa. Anche se nessuno mi
conosce personalmente, tutti sanno chi sono e cosa ho fatto ad Alessandria, le
sezioni si mobilitano e il giorno dopo sono fuori dall'isolamento. (D.)

Agli inizi degli anni Settanta sembra delinearsi una situazione di


aperta conflittualità tra il personale delle istituzioni totali e la malavita
tradizionale da una parte e la sempre più numerosa presenza dei
ragazzi delle batterie. Che ciò, immancabilmente, si trasformi "anche"
in scontro di e per il potere è ovvio e persino banale, quello che però
mi sembra importante rilevare è che questo "cambio della guardia"
non è un semplice passaggio di consegne. Specialmente all'interno
della criminalità organizzata, lotte interne con ascese e declini sono
sempre state all'ordine del giorno, ma difficilmente hanno
comportato cambiamenti rilevanti di tipo culturale, organizzativo o
hanno modificato i rapporti consolidati con le istituzioni (Arlacchi
1992; Barbagallo 1988; Marmo 1989; Paoli 2001). Normalmente i
vincenti si insediavano al loro posto, scalzavano i perdenti e
governavano sulla massa dei vari soldati e subordinati. Un
cambiamento del tutto inessenziale nell'ecosistema carcerario: la
direzione penitenziaria, presone atto, iniziava a trattare questi come
detenuti di rispetto, mentre la massa dei prigionieri cambiava
padrone e si metteva a disposizione della nuova combriccola. Un
modello culturale che, come ricorda un'ex prostituta genovese di una
cinquantina d'anni, nei femminili è forse ancora più accentuato.

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Sono andata carcerata le prime volte all'inizio degli anni Settanta. A quei
tempi facevo la vita in un night. Una volta mi avevano carcerata perchè‚
dicevano che avevo fatto rapinare il capitano di una nave. Ma erano tutte
fesserie. Poi sono stata incarcerata per le sigarette e qualche altra storia. Io la
galera me la sapevo fare e tutte mi dovevano rispetto. Il mio uomo teneva tre
locali dentro la via Pr‚, era uno portato e per questo lo ero anch'io.

"In altre parole, il prestigio di una donna è direttamente


proporzionato all'uomo con cui sta?"

Per forza che è così, come ha da essere? In carcere, ma anche fuori, quando
camminavi sentivi dire: chilla è ***, a femmena di ***, e tutti sapevano con
chi avevano a che fare. Fuori, quando con il mio uomo entravo in un locale che
non mi conoscevano, lui mi presentava come a femmena sua, questo voleva
dire che tutti mi dovevano portare rispetto e anche che quando lavoravo, loro
per rispetto non mi dovevano cercare.

"In carcere questo rispetto come si concretizza?"

Che tu, e quelle che stanno alla tua altezza, stai sopra alle altre e che queste si
devono mettere a disposizione. Non possono fare come cazzo ci piace a loro, sei
tu che comandi e loro ti devono rispetto. Io le pulizie non le facevo fuori e che
mi metto a lavare i pavimenti in galera? Però non posso vivere nella merda e
allora queste detenute da niente mi fanno i servizi. E poi io gli faccio anche dei
favori. A me mi stanno a sentire e posso intercedere per loro, per fargli avere
qualcosa di cui hanno di bisogno. Anche per il lavoro posso metterci una buona
parola. Allora è normale che tu, dopo, mi devi dare qualcosa. Io ti faccio fare la
galera comoda e tu non vuoi neanche essere un po' riconoscente? In carcere
posso farti vivere bene o male, qualcosa mi devi.

"Il rapporto tra voi, detenute di prestigio, e la direzione del carcere


com'è?"

Ognuno sta nel suo. E' come fuori con gli sbirri. Ognuno deve starsene al suo
posto. Loro sono la legge e comandano. Tu sei la malavita e comandi tra i tuoi.
Qualche accordo lo devi fare. In carcere è uguale. Oltre tanto non puoi andare,
non ti puoi permettere di andare a comandare da loro, a loro ci devi rispetto,

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non c'è altro da fare. Se stai dentro a quelle regole, poi cosa fai nel tuo mondo a
loro non ci interessa.

"Quindi, voi siete quelle che parlate a nome di tutte?"

Noi vogliamo farci la carcerazione comode e rispettate. Non diamo fastidio a


nessuno e cerchiamo che fastidi non ce ne siano per nessuno.

"Questo meccanismo funziona sempre?"

Fino a quando non cominciano a entrare le pazze, in carcere si vive.

"Chi sono e cosa fanno quelle che tu chiami le pazze?"

Sono ragazze che non vengono neanche dall'ambiente. Non tengono in


considerazione niente e nessuno. Per darti un'idea, una di queste, dopo che le
avevo detto chi ero io e perchè‚ mi doveva rispetto, mi ha risposto che ai
ricottari come il mio uomo lei gli sparava nei coglioni. Quando sono entrate
queste in carcere non c'è più stata pace. Tutti i giorni era un casino. Una volta
volevano questo, un'altra volta quest'altro e a te non ti stavano neanche a
sentire. Poi ti mettevano anche le altre contro. Gli arrivavano i pacchi e
steccavano la roba con tutte e a te non ti davano un cazzo. Erano anche capaci
di dirti: Stronza se vuoi il mio pacco, vienitelo a chiamare. (G.)

Al pari dei loro coetanei maschi, le donne teppiste inesorabilmente


iniziano a conoscere e frequentare il carcere in maniera sempre meno
estemporanea. Per loro l'impatto, se possibile, è ancora più duro. Lo è
perchè‚, "concettualmente", l'idea di una donna-bandito o anche solo
ribelle è socialmente inaccettabile sia per le istituzioni, sia per le
detenute della malavita tradizionale. La popolazione femminile
detenuta è, se possibile, considerata ancora più marginale e
tendenzialmente patologica di quella maschile. La disciplina e le
gerarchie interne alle sezioni femminili sono ferree. Adottando, fino
al parossismo, i comportamenti da "boss della mala", piccoli gruppi di
donne di rispetto impongono il dominio nelle sezioni. Un gioco
neppure troppo difficile se si tiene presente la composizione sociale
delle detenute dell'epoca. Queste si impongono su donne che sono

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finite in carcere, per reati anche gravi, in maniera del tutto
inconsapevole. Molte hanno alle spalle drammi familiari, sfociati in
reati di sangue. Altre sono semplici vittime di faide maschili e
familiari alle quali non hanno potuto o saputo sottrarsi. Spesso sono i
frutti tardivi dei processi di modernizzazione delle campagne o le
vittime di urbanizzazioni forzate. Non rari sono i casi di infanticidio.
Ma il sangue che gronda dalle loro storie è, se non innocente, innocuo.
I loro gesti sono stati, in molti casi, la ribellione estrema e
"incosciente" verso un mondo che, inesorabilmente, le escludeva. Gesti
esemplari e disperati, consegnati all'oblio. Un oblio che la vita
carceraria rafforza. Adeguarsi e plasmarsi all'interno di quella
disciplina, assoggettandosi alle gerarchie vigenti, non diventa altro
che la prosecuzione di un modello culturale al quale sono abituate. In
carcere sono poco più che ombre, sottomesse e remissive. Nonostante
gli anni da scontare e la gravità dei reati, non incutono timore e tanto
meno rispetto. Sono le serve della gleba dell'ordine gerarchico
imperante. Sopra di loro si delineano i vari "ceti". Solitamente lo
"status" è determinato dall'importanza sociale che il proprio uomo può
vantare. E' un mondo completamente declinato al maschile dove alla
donna è negata, per "natura" e "cultura", qualunque forma di
autonomia. Un aspetto non secondario di questo, come alcune storie
di vita descriveranno, è l'ossessione per la penetrazione come atto di
dominio e potere. In questo modo, dal rapporto omosessuale
femminile è rimossa ogni parvenza di sessualità autonoma e
autogestita. I rapporti lesbici che le varie boss impongono non sono
altro che fotocopie di rapporti eterosessuali, dove il corpo femminile è
semplice oggetto del piacere maschile. Oltre all'immancabile
penetrazione, per la quale vengono costruiti falli dalle misure
improbabili, è esemplificativo l'abituale utilizzo dei vari materiali
pornografici. Foto e giornali porno, tipicamente maschili, sono i
modelli che ispirano le "normali" relazioni erotiche tra queste
detenute, e non solo. Si è visto come la cooperazione tra "guardie" e
"ladri" per il mantenimento dell'ordine carcerario sia soprattutto il
frutto di "affinità" culturali. Una condivisione alla quale, in molti casi,
non sfuggono le monache. Il racconto di V. è meno insolito e scabroso
di quanto possa apparire. V., che oggi ha 55 anni, era immigrata dal
Veneto a Milano negli anni Sessanta. Messa a servizio, subisce le
attenzioni del datore di lavoro. Non diversamente da quanto accade
sovente oggi con le lavoratrici domestiche straniere, i padroni di casa
richiedevano alle servette una dedizione e una disponibilità totale.
L'eventuale resistenza della ragazza era considerata una dovuta messa
in scena, che non condizionava l'esito scontato dell'approccio. V.
invece resiste, si difende e contrattacca. Alla fine rompe un portafiori
sulla testa del signore e scappa. E' denunciata per aggressione e

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tentata rapina. La versione del datore di lavoro era stata: Sono
rientrato anticipatamente a casa e l'ho sorpresa a rubare. Ho cercato
di bloccarla ma sono stato tramortito. Trattandosi di un rispettabile
professionista, forze dell'ordine e magistratura non mettono
minimamente in dubbio il suo racconto. V. diventa una pericolosa
ricercata. La prendono mentre scende dal treno che doveva riportarla
al paese e l'arrestano. Il racconto che segue è una parentesi della sua
esperienza carceraria.

Avevo tanta vergogna e paura. Mi hanno portata in carcere e quando ho visto


le monache ho detto: meno male, Dio benedetto, che ci sono loro, mi sono
sentita meglio. Ma ero ingenua e inesperta, quello che mi era capitato a
Milano, con quel porco del padrone, credevo che era una cosa che era capitata a
mi, che il mondo non era così. Mi facevo anche le colpe, che forse ero stata io,
senza volere, a fargli capire certe cose. Ma in carcere ho capito che no, che è
proprio così e che se sei povera, debole, ti capitano solo dispiaceri e non puoi
farti le tue ragioni, perchè‚ nessuno ti dà a reta. Io c'avevo anche tanta fiducia
nei carabinieri, ma anche loro non mi hanno nemmeno ascoltata, tutti
credevano al padrone, perchè‚ lui teneva gli sghei e se ci hai gli sghei tutti ti
credono una persona perbene, anche se era un porco, suino. Allora in carcere io
non so cosa fare, piango, mi dispero e prego. Le detenute mi trattano come una
povereta, qualcuna mi consola, delle altre però mi fanno paura. Due suore mi
prendono bene, sono brave, ma poi ho capito perchè‚. Mi hanno fatto mettere in
infermeria, che lì si stava meglio e mi facevano avere da mangiare bene, però
poi una sera sono venute e allora ho capito perchè‚ mi trattavano tanto bene,
anche a loro ci interessava la mia mona. Erano due lesbiche e mi hanno fatto
fare le cose che ci piacevano a loro. Io allora ero ancora vergine e non sapevo
niente di queste cose. No, non posso neanche dire che mi hanno preso con la
forza, però io ero spaventata e loro mi hanno detto che, se non facevo come
volevano loro, mi rimandavano in mezzo alle altre detenute e che quelle non
erano dolci e delicate come loro, mentre se io le accontentavo rimanevo lì, in
infermeria, e loro non mi facevano mancare niente e le detenute non si
sarebbero nemmeno sognate di guardarmi. Venivano tutte le sere e si
inventavano sempre cose diverse. Mi facevano guardare anche delle fotografie,
per farmi vedere cosa dovevo fare. Dio benedeto, ho perso la verginità in un
carcere femminile. (V.)

Le interviste descrivono un clima di sopraffazione gerarchica che le


ragazze delle "gang" sono ben lontane da poter accettare. Si
sbaglierebbe se in ciò si vedesse una semplice questione di potere. Il
comportamento delle dure è una lotta di potere basata su qualcosa che

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non appare eccessivo considerare alla stregua di un'autentica
"rivoluzione culturale". Non mirano semplicemente o soltanto a
imporsi ma ad affermare la loro diversità. La sfera della sessualità non
ne rimane immune. L'intervista che segue è a proposito eloquente. F.,
una bandita genovese rivendica, descrivendole, le scelte plurali della
sua sessualità dove, il rapporto lesbico, assume un ruolo principale.
Un modello che non sembra trovare alcuna forma di stigmatizzazione
da parte dei fratelli maschi della batteria che, almeno verso le donne di
pari dignità (cioè quelle che stanno in batteria), assumono un
atteggiamento incentrato sul pieno riconoscimento egualitario. La
sessualità rimane un fatto privato rispetto al quale nessuno è
legittimato a mettere becco. Un'ulteriore riprova del significato
particolare che la "forma/batteria" ha assunto per gli ex teppisti
urbani. Non si tratta, e sarebbe ingenuo pensarlo, di un'improvvisa
accettazione di tematiche tipicamente femministe da parte dei duri.
Più realisticamente - e la cosa mi sembra di particolare interesse - è
"nella" batteria, in quanto "corpo belligerante", che diventa possibile
una trasformazione complessiva delle relazioni sociali e sessuali. E' la
batteria e il clima di "guerra" che la sostanzia che sembra permettere
una trasformazione anche delle più radicate convenzioni sociali.
Convenzioni che, al contrario, sono interamente fatte proprie e
enfatizzate dagli appartenenti alla malavita tradizionale.
Nell'intervista F. descrive lo scontro con un classico rappresentante
del mondo malavitoso in seguito ad alcune battute che, il malcapitato,
le rivolge a proposito dei suoi gusti sessuali. La risposta di F. non è n‚
femminile n‚ femminista ma da bandita. Ferma i fratelli che stanno
per intervenire, si alza, tira fuori la pistola e fa mettere in ginocchio il
furbo di turno. In questo piccolo e apparentemente secondario evento
si può ben vedere, anche solo in nuce, lo stile di vita e la linea di
condotta di questi strani combattenti. Ma sentiamo la versione
integrale dell'episodio.

Io e *** eravamo in batteria insieme. Tra noi c'era un rapporto molto speciale.
Avevamo anche delle storie con gli uomini però il rapporto vero e proprio era
tra noi due. Gli uomini erano quasi sempre un "optional", una variazione
sessuale di cui ogni tanto ci veniva voglia. Per me, a parte uno, non sono mai
stati eccessivamente importanti. Per lei era la stessa cosa, solo che aveva gusti
un po' diversi dai miei, le piaceva farsi soprattutto i pivelli. Questo con i
ragazzi della batteria non era un problema. Sulle donne non la pensavano
tutti allo stesso modo. C'era chi era più sul tradizionale, della serie la mia
donna sta fuori da tutto, chi non le dava troppo importanza, qualche scopata e
via, chi era propenso a innamorarsi e ad avere con lei un rapporto più del

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genere amante/complice. Questo avrebbe potuto far nascere dei casini al nostro
interno, perchè‚ tirarsi dietro una solo perchè‚ sta con tizio era una bella
stronzata. La fortuna è stata che gli innamorati hanno sempre avuto donne di
un certo tipo, abbastanza toste e autonome. In caso contrario ci sarebbero stati
dei bei casini perchè‚ nessuno avrebbe accettato in batteria, anche se
marginalmente, gente di cui non si aveva fiducia. Fiducia, per noi, vuol dire
amicizia, fratellanza, essere uno per l'altro. Un legame tosto, solido che veniva
prima di tutto e che, per questo, non poteva essere dato al primo, prima venuta.
In batteria si era tutti uguali, ma l'eguaglianza non è un regalo, la fiducia è
una cosa che si sente e si conquista. Tutti sapevano che io e *** stavamo
assieme, non è mai stato un problema per nessuno. Non ci sono neppure mai
state ironie o battute del cazzo. Questo perchè‚ tra di noi esisteva una scala di
valori in cui essere d'azione, leale, e mettere l'amicizia sopra ogni cosa erano le
cose che contavano, il resto non aveva importanza. Non so dirti se avremmo
mai accettato due froci. Questo è probabilmente più difficile. Per tanti motivi.
Intanto stiamo parlando di un'epoca dove chi era frocio era un po' una
macchietta, una caricatura. Sai quelli tutte mossette un po' come nel film di
Tognazzi "Il vizietto". Uno così probabilmente non poteva neppure
immaginare di andare giù di rapa. I froci erano i peggior maschilisti, perchè‚
prendevano per oro colato tutte le cazzate degli uomini sulle donne. In più devi
tenere conto del carcere. C'erano storie di prepotenze, i coatti che si inculavano
a forza i pivelli, oppure gli infamoni che mettevano su famiglia e per poter
vivere tranquillamente il loro tran tran domestico facevano le spie per gli
sbirri. Quindi froci in batteria non c'erano, perchè‚ forse era impensabile che ci
fossero, sia per noi, sia per loro. Però uno che aveva avuto per un certo tempo
una storia con una transessuale stava con noi senza problemi e nessuno glielo
menava. L'unica cosa sulla quale tutti concordavamo era la droga o meglio
l'eroina. Se ti fai con noi hai chiuso. Almeno questa era l'idea. L'unica volta
che ci capita di dover diciamo rendere conto in pubblico della nostra storia
lesbica è con un furbetto, un malavitoso da operetta che si faceva più grande di
quello che era. Siamo dentro a un locale e questo ci tira una battuta
completamente fuori posto. Era una battuta offensiva per me e *** ma che
mirava a colpire la dignità e il prestigio di tutta la batteria. Non mi ricordo
bene le parole ma il senso era: ecco qua la batteria delle leccafighe. E aggiunge:
"Certo che, povere cocche, se girate con certa gente non potete che farvi tra di
voi". A me fa anche gesto di regalarmi una bottiglietta di coca cola dicendomi
che almeno ho qualcosa da dare alla mia amica. Uno di noi fa per alzarsi dal
tavolo ma lo blocco. Mi alzo io. Tiro fuori il cannone, una 357, e glielo infilo di
forza in bocca, mentre con la sinistra gli prendo un'orecchia e inizio a
girargliela. Lo faccio inginocchiare, tiro fuori la pistola dalla bocca e gliela
punto in mezzo alla fronte. Gli dico: "Adesso ci fai vedere come sai fare bene i
pompini". Gli rimetto la pistola in bocca e gli ordino di succhiare la canna. Lo
faccio andare avanti un cinque minuti poi lo mollo, gli tiro un calcio nelle palle
e lo butto fuori dal locale. E' stata l'unica volta che qualcuno ha avuto da ridire

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sulla mia sessualità. (F.)

Difficile pensare che il "tipo" di donna incarnato dall'intervista


precedente possa accettare supinamente le regole presenti nel mondo
carcerario. All'interno di tale universo le gerarchie sociali hanno
un'importanza fondamentale. La donna di un piccolo ricettatore sarà
un gradino sopra alle serve della gleba, ma sotto alla compagna di un
contrabbandiere di livello intermedio. La donna di vita legata al
proprietario di uno o più locali s'inserisce invece ai gradini più alti
della stratificazione sociale, molto vicina al ristretto cerchio delle boss,
mogli o amanti dei vari "capi" di rione. All'interno di queste
classificazioni, a loro modo certe, si collocano le variabili delle piccole
marginali. Ragazze in fuga dalla famiglia, dal fidanzato, dal paese o da
un lavoro senza prospettive, dove i sogni di libertà e emancipazione
s'infrangono spesso in storie sordide e tragiche. Sono queste, il più
delle volte, a subire le violenze maggiori. E' abbastanza facile, infatti,
che diventino i giocattoli sessuali e le serve personali delle detenute di
maggior prestigio.

Una normalità carceraria fatta di sopraffazione e violenze,


sostanzialmente tollerata e condivisa dalle istituzioni. Un connubio
che ha varie origini ma che, in fondo, trova la principale spiegazione
nel comune interesse a mantenere l'ordine. Del resto il carcere non fa
che adeguarsi a quanto quotidianamente avviene sul territorio. Tutte
le testimonianze da me raccolte concordano nel riconoscere una
sostanziale convivenza dei mondi criminali tradizionali con le forze
dell'ordine. Questo non deve far immaginare la presenza di strategie e
accordi. Si tratta, piuttosto, di un'obiettiva convergenza di interessi
finalizzata sostanzialmente a garantire il controllo sociale del
territorio. Un bisogno d'"ordine" che, anche se per scopi e fini diversi,
accomuna gli ambiti illegali e le forze dell'ordine. Su questo aspetto, le
interviste a un vecchio contrabbandiere e a un poliziotto in pensione
sembrano essere concordi.

Con gli sbirri hai a che fare per forza. Li puoi corrompere e allora le cose
funzionano in un modo, però, e succede spesso, puoi dargli in cambio delle cose
così loro non si interessano a quello che fai te. perchè‚ non è che a tutti ci
interessano le stesse cose. Se a uno ci interessano i ladri non gli fotte niente
delle sigarette. Se tu dici: guarda quel furto forse l'ha fatto quello e ha venduto
la roba a quest'altro, lui è a posto. Allora sulle sigarette ti lascia stare. Noi
abbiamo sempre contrattato queste cose qui. Non è che tutti te li puoi

60
comprare. Però una mano lava l'altra. La malavita ha sempre collaborato con
la polizia. Il resto sono tutte cazzate. Magari per i ladri è un po' diverso. Però
tutti gli altri sono obbligati a collaborare se no non fai più vita. E poi non ti
puoi mettere contro le madame, perchè‚ sono i più forti e se ti ci metti contro ti
fanno un culo che non finisce più. (D.)

L'accordo era così fatto che noi potevamo tollerare certe cose in cambio di altre.
I ruffiani, i biscazzieri, i proprietari dei locali e anche i ricettatori se volevano
campare in pace dovevano fare la loro parte. Finchè‚ se ne stavano tra di loro,
facevano le loro cose, per noi non c'erano problemi, si potevano tollerare. A noi
interessava avere sempre in pugno la situazione, per questo avere un buon
servizio di informazioni era indispensabile. I malavitosi si facevano le scarpe
uno con l'altro. Ognuno, per coprire i suoi traffici, veniva a informarci di cosa
facevano gli altri. Siccome, a giro, questo lo facevano tutti, riuscivamo a essere
sempre informati sulle varie attività. Intervenire o meno dipendeva da una
serie di opportunità e contingenze che variavano a seconda delle circostanze. Il
problema non è mai stato, cosa che del resto è impossibile, stroncare ogni
forma di illegalità, ma tenerle sotto controllo. Il problema vero non è la
legalità, ma il mantenimento dell'ordine. Su questo la vecchia malavita
collaborava in pieno. (P.P.)

Se fuori l'ordine è mantenuto avvalendosi della collaborazione dei


malavitosi, in carcere lo "status quo" è garantito lasciando una certa
libertà d'azione e movimento ad alcuni ristretti gruppi di detenute/i di
rispetto. Inoltre, nel caso del carcere femminile, le logiche culturali
dichiaratamente adottate dalle boss sono condivise appieno dalle
direzioni. Non stupisce pertanto che lo scontro con le ragazze delle
bande assuma toni aspri e poco mediabili. L'intervista che segue rende
egregiamente il tipo di conflitto che, all'inizio degli anni Settanta,
inizia a profilarsi nel pianeta carcere. A rilasciarla è una ladra e
rapinatrice milanese, oggi poco al di sopra dei cinquant'anni.

La prima volta che sono entrata era il '72, mi sono fatta un anno, più della
metà al manicomio criminale.

"perchè?"

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Per le donne finirci era ancora più facile che per gli uomini. Se non stavi alle
loro regole la cosa più facile era finire là. Con gli uomini, prima del
manicomio, c'erano altri sistemi: le botte, l'isolamento, la balilla, per noi la
prima cosa era il manicomio. Un po' di botte ti poteva anche capitare di
prenderle, però meno che dagli uomini. Dopo qualche anno, invece, il
trattamento è diventato lo stesso. Ti dicevo di come era facile essere sballate
come pazze. La prima volta che ci sono finita è perchè‚ mi ero presa con una
che voleva farsi leccare la fica di prepotenza. Il sesso in carcere è sempre stato
un casino, per tanti ovvi motivi, in più era anche e soprattutto una questione di
potere. Farsi la pivella che entrava era anche un modo per stabilire fin da
subito quali erano le gerarchie. In quel modo era come se ti mettessero il
marchio. Una volta che la boss ti aveva fatta, governava la tua vita. Poteva
usarti per il suo piacere finch‚ ne aveva voglia, darti in prestito o in regalo alle
amiche più vicine, usarti per farsi servire. Quella che mi voleva fare aveva due
ragazze al suo servizio per le pulizie, il mangiare e ovviamente il letto.

"Questo andazzo era clandestino o avveniva alla luce del sole?"

Era un'abitudine nota e tollerata. D'altra parte era una cosa molto diffusa nei
femminili. Persino al manicomio potevi ritrovare situazioni simili. C'era
sempre, e non poteva essere altrimenti, un accordo più o meno tacito tra le
monache, la direzione e le boss di turno.

"perchè?"

Devi capire che cos'erano i femminili. Nel femminile, almeno fin verso la fine
degli anni Settanta, c'era un clima di maggiore rassegnazione. Fino a quando
non sono incominciate a entrare le politiche, il numero di donne con le palle,
diciamo così, era basso. Tante che finivano dentro, molte per omicidio, avevano
storie che non c'entravano niente col mondo, o forse c'entravanoà Molte cose mi
sono state più chiare parlandone con alcune politiche, che si erano messe a
studiare la storia del carcere analizzando le differenze fra i maschili e i
femminili e avevano ricostruito, all'interno dei rapporti di potere tra i generi,
alcune storie di donne omicide, che a me subito erano sembrate da fuori di
testa. All'epoca queste mi sembravano delle fulminate e basta. Il resto erano
donne di vita vecchia maniera che spesso si facevano la galera per qualche
stronzata dei loro uomini. Altre che erano finite dentro sulla scia dei loro
uomini e ne imitavano i comportamenti. Tutte, in modo diverso, accettavano le
regole. Le donne dei malavitosi si volevano fare la galera comoda, con qualche
privilegio e aumentando la loro fama. Nessuna di queste aveva in testa
nient'altro. Soprattutto non pensavano minimamente a ribellarsi. Mi è

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successo altre volte; quando partiva il maschile con una rivolta, a sbatterci
eravamo sempre una piccola parte.

"Tornando alla storia che ti vede coinvolta con questa tipa"

Devo farti una premessa. Anche se era la prima volta che entravo, non ero
proprio una sprovveduta. Una mia amica con la quale giravo assieme fuori si
era già fatta la casanza e mi aveva raccontato come girava il mondo. Ero
preparata e per niente spaventata. Fuori ero abituata a cavarmela da sola, a
farmi rispettare e non pensavo che quattro coatte infamone mi potevano
impressionare. Insomma, arrivo in sezione e mi mettono in una cella con altre
due. Arrivavo dalla camera di sicurezza e non avevo niente. Mi faccio la
branda e mi bevo un caffè che una ragazza mi offre. Arrivano due, che erano le
luogotenenti della boss e mi invitano ad andare con loro. Mentre esco, una
delle ragazze della cella mi dà la bossa, anche se io me l'ero già intagliata che
c'era qualcosa che non quadrava. Mi fanno entrare in cella. La boss è seduta
sul letto in accappatoio e fuma una sigaretta in un bocchino da diva.
Sicuramente mi ha preso per la classica scappata da casa che non sa cos'è il
mondo. Mi fa tutto un discorso su come può essere brutto il carcere,
specialmente per una ragazza giovane e bella come me, pensando fossi una
delle tante sbandate, senza soldi. In realtà avevo pochi soldi dietro, ma nel giro
di un paio di giorni i miei amici avrebbero provveduto, e visto che mi avevano
preso dopo un inseguimento piuttosto movimentato, non dovevo avere un
aspetto particolarmente florido. Per arrivare al nocciolo, mi dice che una
ragazzina come me ha bisogno di qualcuna che la protegga. Lei lì è la padrona
e a chi sta con lei le cose vanno bene. Mentre mi dice queste cose inizia ad
accarezzarmi i capelli e a toccarmi un capezzolo. Facendo finta di essere
imbarazzata e impaurita, mi allontano un po' e le domando cosa devo fare.
Lei, evidentemente divertita dalla paura che fingo di mostrare, mi dice che non
devo avere paura, devo solo farla contenta. Sdraiandosi sul letto si apre
l'accappatoio e mi invita a leccargliela. Le altre intanto erano uscite dalla cella.
Mi avvicino, mantenendo sempre l'aria un po' impaurita, le arrivo quasi sopra
e le sputo sulla fica. Mi alzo e, con un tono di voce molto diverso, le dico che non
gliela leccherei neanche se fossi un cane. Guardandola bene negli occhi le dico
che la prossima volta che ci prova la mando all'ospedale e già che ci sono, per
farle capire fino in fondo le cose, le proibisco anche solo di avvicinarsi alla mia
cella o di permettersi una qualunque prepotenza con le mie due compagne. Mi
avevano dato la bossa, quindi non dovevano essere del giro, al limite delle
vittime ma non stronze. Esco e le altre due boss sono lì in giro. Mi guardano
stupite, immaginavano che il servizio sarebbe andato avanti più a lungo,
sicuramente non si aspettavano il finale che c'era stato. Gli passo davanti e gli
dico: "Mi sa che di lingua oggi tocca a voi", poi torno in cella. Anche le mie due
compagne rimangono stupite, non si aspettavano di vedermi arrivare così

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presto. Gli spiego come sono andate le cose e che da quel momento se qualcuno
le tocca me ne deve rendere conto. Sono due brave ragazze, un po' senza palle,
ma che non aspettavano altro che potersi ribellare. Sapevo benissimo che la
cosa non finiva lì e che dovevamo preparaci alla guerra. La cosa non mi
spaventa, anche fuori ero abituata a prendere in mano la situazione e a
decidere, non cambiava niente, dentro o fuori rimani sempre quella che sei. Mi
faccio fare un quadro della situazione per capire quali sono le detenute che
stanno sicuramente con loro, quelle che sono delle vittime e se c'è qualcuna che
se ne sta in disparte e potrebbe diventare un'alleata. La boss può contare su
poche fedelissime, ma la maggior parte per paura o convenienza non le si
metterà certamente contro. L'unica che può stare con noi è una bergamasca
dentro per omicidio. Non era una malavitosa di nessun tipo. Era un'operaia
che aveva ucciso il marito perchè‚ la picchiava e le portava via anche i soldi. Al
processo, così mi hanno raccontato, aveva detto che non solo l'aveva fatto ma
che se fosse tornata indietro non ci avrebbe pensato due volte a rifarlo. In
carcere se ne stava per conto suo, non faceva la ruffiana con le monache e
voleva solo essere lasciata in pace. Però una volta che una le era andata sotto
per metterla nel mezzo lei, gelida, le aveva risposto che un morto in più o uno
in meno per lei non faceva differenza. Aveva ammazzato quello stronzo del
marito perchè‚ era un prepotente, a maggior ragione avrebbe tagliato la gola
alla prima figlia di puttana che si sognava di sfruttarla. Nessuno le aveva più
dato fastidio. Poteva essere un'alleata.

"Quali sono le ripercussioni immediate da parte del gruppo che hai


oltraggiato?"

Chiaramente hanno il problema di recuperare i punti perduti. Sai, in queste


cose si mettono insieme più elementi. La cosa si era immediatamente risaputa
e loro rischiavano di perdere il controllo della situazione. perchè‚, specialmente
in carcere, fai presto a finire dalle stelle alle stalle. Fuori puoi anche cambiare
giro, raccontarla in un altro modo, ma dentro non hai scappatoie, o reagisci
subito e ti riprendi il potere oppure declini e non puoi pensare che tutto torni
come prima.

"Questo scontro era rimasto circoscritto tra le detenute o era arrivato


anche ad altre orecchie?"

La cosa era diventata subito nota a tutti. Qualcuna che se l'era andata subito a
cantare c'era di sicuro. Secondo me, e non è solo un'impressione perchè‚,
quando mi hanno imbragata per il manicomio, in matricola un paio di battute
me le hanno tirate, anche gli sbirri ci tenevano che non si creasse un

64
precedente.

"Cioè?"

Se in carcere saltava l'autorità delle varie boss della fica, allora saltava anche
la loro. perchè‚ direttamente o meno, erano la stessa cosa. Potere e prepotenze
vanno sempre d'accordo e non si fanno sgarri tra di loro. Tutti vogliono vedere
come va a finire e non sarà una cosa che andrà avanti tanto. Lo sentivi
nell'aria. In carcere i sensi si affinano e nessuno ha bisogno di qualcosa di
specifico per sentire che molte cose sono nell'aria. Tramite la nuova alleata mi
procuro un paio di vecchie forbici. Ci passiamo la notte a limarle, dopo averle
divise, ora abbiamo due pezzi, sappiamo che le altre sono accavallate, ma
adesso siamo alla pari. Loro si immaginano che noi stiamo in campana e
basta e, confidando su questo, aspettano il momento migliore per attaccarci. Ci
mandano anche sotto una galoppina per dirci che per loro non ci sono problemi
e che l'incidente è chiuso, anzi vorrebbero anche fare un pranzo insieme per
formalizzare la pace. Gli mando a dire che anche per me la cosa è chiusa ma
che è meglio che ognuno mangi per conto suo, ma che comunque mi va bene
vivere e lasciar vivere. Chiaramente non ho creduto a una parola di quello che
mi avevano mandato a dire. Torno in cella, chiamo le altre e decidiamo di
muoverci. Avevo deciso di fargliela pagare salata, ma non volevo neanche
ritrovarmi con un mandato di cattura sul groppone. Delle mie due compagne
mi fidavo, ma avevo paura che combinassero qualche casino, che una volta con
i coltelli in mano, se succedeva qualcosa, potevano perdere la testa e invece che
limitarsi a pungerle gli davano dentro come nel burro. Chiedo alla bergamasca
se mi copre. Non deve fare niente, se succede qualcosa deve solo bloccare le altre
e lasciarmela sbrigare da sola con quella. Se lei tirava fuori una lama faceva
paura e allo stesso tempo non era una che perdeva la testa. Accetta e le passo
una delle forbici lavorate. Cosa fare l'avevo già deciso. Mi sarei avvicinata alla
boss, le avrei puntato la forbice in pancia, facendo un po' di pressione, se
entrava un paio di millimetri tanto meglio e me la sarei portata in uno
sgabuzzino vicino all'aria. A quel punto intervenivano le altre due ragazze.
Una di loro era stata praticamente violentata col cazzo di pane, dalla boss,
qualche mese prima e io volevo che le rendesse il servizio.

"A cosa ti riferisci?"

Glielo avevano fatto poco dopo che era entrata. Siccome lei subito non ci voleva
stare, per farle capire come girava, mentre due la tenevano quella l'ha
penetrata col cazzo di pane più grosso che avevano. Nei femminili era una cosa
abituale. Si prendeva la mollica del pane, la si lavorava insieme alla colla

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quando era ancora morbida, gli si dava la forma di cazzo e lo si usava per
masturbarsi o per giocarci assieme. Per renderlo più consistente si poteva usare
anche il bianco d'uovo. All'epoca era molto usato perchè‚ nei femminili, alla
spesa, non ti facevano segnare le zucchine e le melanzane e nemmeno le
banane. Allora mi prendo questa, le punto la forbice in pancia e me la porto
via. Arrivata nella specie di sgabuzzino la punto alla gola, bucandole
leggermente la carne, la faccio mettere in ginocchi col culo all'aria. Arrivano le
altre due e le sfondano il culo. Le ordino di non gridare, se no le taglio la gola.
Anche se siamo nascoste, tutte vedono cosa succede. Le sue amiche fanno per
intervenire ma la nostra copertura gli consiglia di non immischiarsi e quelle
abbozzano. Fine di una boss.

"Dopo cosa succede?"

Tempo due giorni ci imbragano tutte. Io finisco al manicomio perchè‚ mi fanno


un rapporto dove mi definiscono, in base a rapporti confidenziali, una lesbica
aggressiva, maniacale e violenta. Avevano fatto una perquisa. Avevano trovato
un coltello, che non era il nostro, e un paio di cazzi che, secondo informazioni
ricevute e attendibili, dovevano essere miei. Le altre le hanno mandate in altri
carceri. Non ci voleva molto a capire chi se l'era cantata. Della bergamasca
non credo abbiano fatto il nome perchè‚ aveva già un morto e non si sapeva
mai. In matricola, come ti ho detto, un paio di battute me le hanno tirate. Una
era: Adesso al manicomio ti fanno passare i bollori e ti insegnano il rispetto.
Voi teste di cazzo state rompendo i coglioni e là vi spaccano il culo. (L.)

Per le ragazze ribelli il manicomio diventa pertanto una tappa a dir


poco obbligata. Spesso, insieme agli atti di insubordinazione, vengono
loro rimproverati uno stile di vita e una condotta morale riprovevoli.
Le due storie di vita che seguono sono distanti ma legate da un "senso"
di familiarità che le accomuna. La prima è la storia di una ragazza
milanese, A., immigrata al Nord nei primi anni Sessanta, che, dopo
varie occupazioni come operaia in alcune piccole fabbriche
dell'hinterland, si lega a un gruppo di capelloni e decide di inseguire
con loro il suo sogno di libertà; M., invece, è una delle prime dure vere
e proprie. Mentre il padre e la madre approdano in una delle tante
fabbriche dell'indotto Fiat, lei e il fratello, dopo piccole e disastrose
esperienze con la fabbrica, imboccheranno la via dell'illegalità che, per
il fratello risulterà fatale in quanto lo porterà a morire in un conflitto a
fuoco. All'inizio delle loro carriere criminali conosceranno prima il
carcere e poi inevitabilmente, in seguito ai loro comportamenti
indocili, il manicomio criminale.

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Sono finita in carcere a Perugia. Era il '72. Mi avevano arrestata a Foligno per
dei furti, insieme al mio ragazzo e a un nostro amico. Eravamo finiti lì per
caso, ce ne andavamo in giro per l'Italia senza una meta precisa. Me n'ero
andata di casa già da qualche tempo, avevo rotto con la famiglia, il lavoro e
tutte quelle stronzate. Mi ero messa con i capelloni e giravo con loro. Eravamo
arrivati a Pero nel '63, i miei lavoravano in fabbrica. Anch'io ci avevo lavorato.
Un po' di qua, un po' di là. Era una vita triste e non mi piaceva. Volevo vivere,
non sapevo come, ma non in quel modo. Pensa che non ero nemmeno mai stata
a Milano, quella vera. La nostra vita era tutta lì, sempre a contare i soldi, che
poi non bastavano mai. Al lavoro ti trovavano sempre da dire. Il padrone e
quella che ci comandava a noi erano milanesi e ce l'avevano con noi terroni.
Però a lavorare per loro eravamo tutti di noi. Ci trovavano sempre da dire e ci
davano le multe. Non ti davano mai quello che ti dovevano. A fine mese quasi
li dovevi ringraziare perchè‚ ti davano qualcosa. Sono stata in altri due posti,
ma era sempre la solita storia. Ho iniziato a frequentare una compagnia dove i
ragazzi avevano i capelli lunghi e le ragazze giravano in minigonna.
Qualcuno aveva la Lambretta o la moto. Andavamo in giro a sentire i concerti,
fumavamo e prendevamo gli acidi. In casa erano sempre discussioni. Un
giorno non sono più tornata. Per vivere ci aggiustavamo. Facevamo
braccialetti, collane, vendevamo anche delle cose di cuoio. Ma andavamo
anche a rubare, specialmente nei grandi magazzini. Se proprio buttava male,
noi ragazze potevamo fare anche qualche marchetta. Si stava tutti insieme e si
metteva tutto in comune. Rubare lo facevi più che altro quando ti spostavi e
rimanevi senza soldi. Non avevi mai una meta precisa. Andavi in giro,
arrivavi in un posto e guardavi un po' come buttava. Era tutto un po'
un'avventura. Problemi con gli sbirri li avevi, perchè‚ erano dei nazisti froci, ce
l'avevano con quelli come te. Ti venivano sempre a rompere le palle. Ti
fermavano, cercavano la droga, tutti i pretesti erano buoni. Come succedeva
sempre, rimaniamo senza soldi. Andiamo a rubare ma c'è un inconveniente. Il
padrone del negozio è rientrato mentre noi eravamo ancora dentro e per
scappare lo travolgiamo, così diventa rapina. Riusciamo a scappare ma ci
beccano poco dopo. Hanno fatto i posti di blocco e gente conciata strana come
noi non doveva girarne molta. Così ci portano dentro per rapina. Il carcere lo
avevo visto solo due volte, ma per due, tre giorni. Una volta a Milano, un'altra
in Germania a Francoforte, ma era come se non ci fossi mai stata. Dentro mi
guardano come un animale strano, era ancora peggio di fuori. Pensavo di
impazzire. A parte le regole, la disciplina, le umiliazioni, io non mi trovavo con
quelle lì. Tra me e loro non c'era un cazzo in comune. Anche se rubavo, non ero
una ladra, se qualche volta facevo marchette, non ero una donna di vita, non
c'entravo niente con il loro mondo e loro con il mio. Le uniche che forse un po'
capivo erano quelle donne che potevano sembrare un po' mia madre, erano
tutte dentro per storie di famiglia, tante anche per omicidio. Loro erano ancora

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un altro mondo. Stavano in carcere ma continuavano a fare le donne di casa.
Pensavano sempre a lavare, pulire, cucire, cucinare. Quando avevano fatto i
mestieri se ne stavano tra loro a parlare. Sembrava quasi che non si
accorgessero nemmeno dove erano. Come fuori lavoravano per tutti, senza mai
lamentarsi e dire di no. Di loro si approfittavano tutte. Con me hanno lo stesso
atteggiamento che avrebbero avuto le donne grandi che avevo conosciuto. Mia
madre, le vicine, le parenti. Cercavano di trattarmi come una figlia. Si
preoccupavano se mangiavo, mi rimproveravano se fumavo, le solite cose. Sono
delle rompiballe ma non stronze. Le troie, figlie di puttana sono le altre, le
malavitose, le donne di vita, le guappe. Sono loro che comandano e ci trovano
gusto. Quello che mi mandava più in bestia era proprio questo: il gusto che ci
provavano a comandare, a farti capire che loro contavano e tu eri una nullità
che loro potevano trattare come gli pareva. Io non avevo nessuna palla da
dura, però mi ero fatta le mie esperienze. Avevo girato l'Italia e mezza Europa,
cavandomela sempre. Loro potevano venire anche dalla malavita, ma io venivo
dalla strada e dentro qualche storia del cazzo c'ero passata. In Germania avevo
dovuta vedermela con delle teste di cazzo tedesche che andavano in giro a
picchiare gli italiani e quelli con i capelli lunghi, ed era finita a catenate. Ad
Amsterdam, con un'altra italiana, avevamo dovuto aprire due asiatici che ci
volevano fare e a Roma avevo dovuto vedermela con dei figli di puttana nazisti
che andavano a caccia di capelloni. Insomma non ero proprio nata ieri. Poi,
anche quando non ti succede niente di strano, la strada è sempre uno
sbattimento. Quando è tutto normale almeno un furto in un grande
magazzino ti tocca farlo, per certi versi e, anche se non è il tuo trip, finisci con
l'essere sempre in azione. Sicuramente più di quelle stronze del cazzo. Lì, ma
poi ho visto che era abbastanza normale in tutte le carceri, quelle che
comandavano si comportavano come dei sultani. Gli piaceva farsi l'harem. Io
non ho niente contro le lesbiche, qualche storia del genere l'avevo avuta già
fuori, non era questo il problema, ma il modo. Le stronze lo consideravano un
loro diritto. Entra la pivella e me la faccio. Ci provano anche con me e io le
mando a cagare. Da quel momento mi fanno la guerra. Però più di tanto non
osano. Si limitano a rendermi la vita dura, più che altro isolandomi. A me la
cosa non dispiace neanche troppo, perchè‚ almeno posso farmi gli affari miei. Il
casino nasce il giorno del pacco. Dentro, oltre a qualche vestito e delle cose da
mangiare, ci sono anche dei libri e delle riviste. Libri e riviste non me li fanno
entrare perchè‚ dicono che quelle cose in carcere non possono circolare.
Comincio a cioccare. Inizio a spaccare tutto quello che mi capita dicendo che se
non me li danno gli brucio il carcere. Provano a farmi ragionare, ma io ormai
sono partita e non sento ragioni. Dopo poco arrivano le guardie, provo a
barricarmi, con poco successo. Entrano, mi pestano e mi mettono in
isolamento. Il bello deve ancora arrivare. Alla sera sento aprire la porta e in
cella mi entrano quelle che avevo mandato a cagare e che facevano le
prepotenti. Mi buttano una coperta addosso e cominciano a picchiare. La
squadretta femminile erano loro. Dopo due giorni, con una bella denuncia per

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danneggiamento, oltraggio e resistenza, mi spediscono al manicomio di
Castiglione delle Stiviere. (A.)

Quando sono entrata ho dovuto subito misurarmi con quelle che si


atteggiavano a malandrine. Mi tiravano delle dure a banche e gioiellerie, era
ovvio che sarebbero subito venute a tastarmi il polso. Avevano il problema di
non perdere il prestigio. Un problema che non avevano solo in carcere. In più
di nome mi conoscevano e sapevano benissimo che, ancora prima che si
muovessero loro, le avrei cercate io. Oltre a una questione di principio c'era un
fatto personale. Una di loro era la donna di un pappone che aveva sfregiato
una ragazza che conoscevo perchè‚ non voleva più lavorare per lui. Quando era
successo il fatto, lei era presente e aveva spalleggiato il suo uomo. In giro si era
anche vantata dell'impresa, dicendo che la gente doveva capire con chi aveva a
che fare. Bella forza tagliare una ragazzina! Avevo girato una settimana con il
canne mozze in macchina, cercando il suo uomo, ma non l'avevo trovato.
Qualcuno doveva averlo avvertito che lo stavo cercando. Poi ho dovuto lasciar
perdere, mi sono dovuta mettere in bandiera e per un po' di tempo sono andata
a lavorare in Svizzera e in Belgio. Però la cosa non me l'ero dimenticata.

"Queste delle quali stai parlando hanno completamente in mano il


carcere?"

No, però sono le uniche a essere organizzate, a fare gruppo. Le altre, perciò,
sono costrette a subire. Tieni conto che queste erano anche in cocca con gli
sbirri, perchè‚ gli tenevano quieto il carcere. Evitavano ogni forma di protesta e
ribellione e chi non se ne stava la facevano trasferire. Per questo erano temute.
In più avevano anche qualche disponibilità economica e questo le favoriva.
Molte detenute erano senza niente e in carcere, senza soldi, sopravvivere è
dura. Questo non era il mio problema. In più, fuori, io avevo anche mio fratello
e gli altri della batteria e noi non giravamo armati per ridere. Così, appena
esco dall'isolamento, me le vado a cercare io. Partire per prima ti dà sempre un
vantaggio, perchè‚ obblighi gli altri a venirti dietro, in questo modo sei tu che
hai in mano il gioco. Così faccio. Mi sistemo in cella, faccio venire su una
ragazza di cui mi fidavo e le chiedo di recuperarmi un pezzo. Qualche
taglierino in giro c'era di sicuro e mi faceva comodo essere accavallata. La
scopina indegna deve essersi intagliata il movimento e corre ad avvertire le
boss. Queste, da infami quali sono, devono aver chiesto alla scopina di
continuare a filarmi e quindi di andarle a riferire se mi ero accavallata e dove
tenevo il pezzo. Questo, ovviamente, l'ho ricostruito dopo. La mia amica
lavorante riesce a recuperare il pezzo quando noi siamo già chiuse, me lo passa
dallo spioncino e mi chiede se lo voglio tenere io, oppure preferisce che lo

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imboschi lei di nuovo. Me lo tengo perchè‚, se lo imbosca lei, non può
recuperarlo fino al pomeriggio dopo. Preferisco non rischiare e decido di tenerlo
in cella. Lo nascondo, anche bene, nella costola di uno stipetto, avrebbe passato
sicuramente una perquisa normale, non una dove sapevano già quello che
avrebbero trovato. La mattina dopo, puntuale come la morte, arriva la
perquisa. Le troie avevano informato la direzione. Trovano il coltello e ci
portano tutte in isolamento. Dopo due giorni ci sballano. Alle celle io avevo
cominciato a cioccare perchè‚ volevo le mie cose. Visto che non mi stavano a
sentire avevo rotto in tanti pezzi il materasso, lo avevo fatto uscire dallo
spioncino e poi gli ho dato fuoco. E' successo un casino infernale. Sono arrivate
le guardie a spegnere l'incendio, poi hanno provato a entrare per farmi il
santantonio. Avevo spaccato tutta la cella e mi ero armata con un pezzo di
lavandino. A quel punto la situazione stava precipitando, anche perchè‚ che ero
finita alle celle lo si era saputo anche al maschile e c'era un po' di subbuglio.
Così in quattro e quattr'otto mi chiamano la scorta e mi fanno partire. Mi
mandano in manicomio. (M.)

Non troppo diversamente funzionano le cose nel mondo carcerario


maschile. La stragrande maggioranza dei detenuti ha interiorizzato il
carcere, e le sue logiche, integralmente. Una delle figure tipiche di
questo periodo è quella del coattone che ha fatto del carcere la sua
casa. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone che
hanno accumulato anni e anni di carcere per reati di basso profilo
criminale o che si sono macchiati di reati di sangue più per imperizia
che per scelta. Plasmandosi sulle logiche proprie dell'istituzione totale
hanno acquisito una qualche configurazione sociale certa. Utilizzati,
sovente, per i compiti più infami, hanno ottenuto, per la loro
affidabilità, una certa libertà di manovra. L'intervista seguente,
rilasciata da B., un rapinatore genovese di 48 anni, ne traccia
nitidamente i contorni.

Storie di prepotenze ce n'erano, molte avevano uno sfondo sessuale. Il carcere,


com'è ovvio, si presta particolarmente a questo. Questo era vero specialmente
per un certo tipo di detenuto, quello con la mentalità del coattone che si era
fatto la casa in carcere e lo considerava come il suo unico mondo. Per i detenuti
di questo tipo farsi un pivello era un vanto. Per loro era come per uno fuori
dire: mi sono fatto questa e quella. Non guardavano tanto se uno ci stava o no,
se volevano farsi uno ci provavano con le buone o le cattive. La loro convinzione
era che tutti erano froci e gli piaceva, se dicevano di no era solo perchè‚ avevano
paura di quello che potevano pensare gli altri. In certi casi, forse, avevano
ragione, sta di fatto che una prepotenza è una prepotenza e vale tanto quanto

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un'infamità. Loro non è che andassero subito giù di brutto, si corteggiavano la
vittima, gli ronzavano intorno e se quello non era abbastanza sveglio o duro da
dargli subito l'alto là, era facile che si ritrovasse in mezzo a un casino senza
rendersi neanche conto di come c'era entrato. L'episodio che ti racconto è un po'
un caso tipico. Ero a Genova per un processo. Siccome ne avevo combinate un
po' troppe, e avevo il cartellino della massima sorveglianza, non mi mettevano
in sezione. Quelli un po' indesiderati li mettevano in un reparto distaccato dove
passavano anche i transitanti. In questo posto non c'erano differenze d'età. I
vecchi coattoni o gli ergastolani che andavano nelle colonie passavano da lì,
potevano fermarsi anche un mese e più, dipendeva dalla disponibilità delle
scorte. In quel braccio c'erano anche dei politici. Uno di questi era appena
uscito dall'isolamento. Era uno studente molto imbranato e spaventato. Un
altro politico che stava dentro e mangiava insieme a noi se lo tira in cella. Più o
meno contemporaneamente arriva di transito un vecchio coatto, uno che avevo
già incontrato quando ero stato al manicomio giù a Barcellona Pozzo di Gotto,
ed era uno che non mi piaceva. Non so se era vero che era tra quelli che
legavano i detenuti sul letto di contenzione, però so che non mi piaceva.
Sicuramente non aveva una bella fama. Che fosse abituato a scoppiarsi i
pivelli era cosa nota. Mi vede e fa l'amicone. Non gli do corda, gli chiedo se gli
serve qualcosa e me lo tolgo dai piedi. Questo si guarda intorno e come una
faina mette gli occhi addosso a quel pivello politico. Il cornuto lo fa a umma
umma. Aspetta che siamo tutti all'aria e in sezione non ci rimane nessuno e
inizia a filarselo. Il pivello, che il carcere proprio non lo reggeva, usciva poco e
passava quasi tutto il tempo in cella, l'unica cosa che faceva era ascoltare la
musica. C., il coattone, aveva dietro la chitarra, l'aveva in magazzino e riesce a
farsela consegnare. Fatto sta che un pomeriggio mentre rientro dall'aria vedo
C. nella sua cella con il pivello che suona la chitarra. La mattina dopo parlo
con l'altro mio amico politico e gli dico che il suo socio rischia, perchè‚ quello se
lo vuole inchiappettare. Questo non ci pensa due volte e mi dice: "Adesso vado
giù e lo sminchio". Io gli dico di aspettare. Anch'io ho un mezzo conto con
quello lì, che mi è sempre sembrato loffio e al manicomio ne parlavano male.
Però gli dico di aspettare, ce lo filiamo e al momento giusto lo becchiamo. Non
dobbiamo aspettare neanche troppo. Si porta in cella il pivello ancora un paio
di giorni, ci entra in confidenza e per farselo aspetta che monti una guardia
che con qualche 10000 lire andava a farsi un giro. Noi stavamo in campana e
non ci perdevamo una mossa. Quando vediamo che si accosta la porta capiamo
che sta per succedere qualcosa. Andiamo allo spioncino e vediamo che gli ha
già messo il coltello in gola e gli sta tirando giù i pantaloni. Entriamo di colpo,
io gli prendo il braccio e glielo giro, in modo da fargli mollare il coltello, l'altro
gli tira un paio di calci nei coglioni e nello stomaco. Come fa per alzarsi gli tiro
una testata e un pugno, va giù. Lo riempiamo di calci, evitando di colpirlo in
testa. Se prendi a calci uno in un posto stretto e pieno di angoli come una cella
rischi di ammazzarlo anche se non vuoi e trent'anni per un loffio così non ne
valevano la pena. Lo lasciamo per terra e ce ne andiamo, portandoci via il

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pivello che tremava e piangeva come un vitello. Questo era particolarmente
evidente nei penali. Le faide, gli accoltellamenti, le tragedie di gelosia dietro ai
pivelli erano una cosa normale. Io, noi abbiamo sempre avuto molto disprezzo
per questo genere di cose. Non era nel nostro ordine di idee e rifiutavamo
proprio l'idea di farci condizionare a tal punto dalla galera. perchè‚ il
problema sta lì. Se fai queste cose, se addirittura ti fai la famigliola in carcere,
se vai a dare le coltellate in giro perchè‚ qualcuno si è permesso di guardarti il
pivello, sei completamente scoppiato, il carcere ti è entrato nel cervello e sei
come uno sbirro.

"Scusa, com'è questa delle coltellate per uno sguardo?"

Mi è capitato di vederlo a Sulmona. Uno ha tagliato un altro perchè aveva


preso a parlare con quello che lui considerava sua moglie. Così ha dovuto
lavare l'affronto e l'onore. Ora capisci che quando uno è così è arrivato al
capolinea. Fosse solo per questo amen, cazzi suoi. Ma questi erano i tuoi
peggiori nemici perchè non volevano casini. In cambio della loro tranquillità
erano disposti a fare le cose più infami. Gli sbirri, grazie a loro, avevano occhi,
orecchie e in alcuni casi braccia che lavoravano sempre per loro. In un altro
caso, gli accoppiati, chiamiamoli così, erano davanti alle guardie per caricare
dei ragazzi che si erano barricati in una sezione. Dopo rivolte o tentate
evasioni spesso erano in mezzo alle guardie a manganellare. Questa era la
realtà. Quindi, è meglio chiarire che un certo atteggiamento nei confronti
dell'omosessualità era più che altro dovuto al comportamento che questi
avevano di solito nelle carceri. Siccome spesso questi erano infami e loffi,
poteva succedere che si facesse di tutta un'erba un fascio. (B.)

Quelli raccontati nel capitolo non sono altro che alcuni piccoli conflitti
che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, attraversano il pianeta
carcere e in particolare i grandi istituti giudiziari delle aree
industriali. Un conflitto che, molto sinteticamente, evidenzia due
cose. Primo: le carceri iniziano a essere sempre maggiormente
popolate da strati sociali che, per cultura, stili di vita, legami sociali
eccetera, poco o nulla hanno a che vedere con il tradizionale mondo
dei marginali e della malavita. I due mondi non sono solo diversi, ma
dichiaratamente ostili. Tra i due il conflitto è irriducibile perchè
sottende a due visioni del mondo "esistenzialmente" incompatibili. Da
ciò l'insorgere di una "guerra", aperta o sotterranea che caratterizzerà
il mondo carcerario per buona parte degli anni Settanta. Secondo: i
rapporti delle/i teppisti urbani con le istituzioni totali e i suoi apparati
amministrativi non si limiteranno alla tradizionale negoziazione delle

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regole interne (Goffman 1971), ma tenderanno a sottoporle a una
critica radicale. Il rapporto tra istituzione totale e internati inizia così
a essere segnato da una relazione "belligerante". Questa, in realtà, è in
contemporanea la novità e l'aporia. Le istituzioni totali saranno
attraversate da una "pratica" che non richiede, come nel caso della
malavita tradizionale, di ritagliarsi alcune aree di privilegio, ma la loro
radicale messa in mora. E' in questo frangente che il pianeta carcere
conosce la sua "breve estate dell'anarchia". Ai bagliori di questa
stagione, tanto breve quanto intensa, è dedicato il capitolo successivo.

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IT'S ONLY ROCK AND ROLL.
FABBRICA E PRIGIONE.

A partire dalla fine degli anni Sessanta, in Europa e nel nostro paese,
si assiste alla nascita di movimenti politici e sociali poco
convenzionali e caratterizzati da una "radicalità" tale da far tremare le
fondamenta dei poteri istituzionali. Fabbrica, scuola, università e
prigione sono oggetto, da parte dei subordinati, di una "critica"
permanente che non si limita a rivendicare condizioni di vita e di
lavoro migliori ma pone in discussione l'intero modello di potere e di
comando capitalistico (Autori vari 1997; Balestrini, Moroni 1997;
DeriveApprodi 1997; Faina 1976; Krebs 1991; Moroni, I.G. Rote Fabrik,
Konzeptburo 1998). Tra fabbrica e prigione si delinea un rapporto che
pochi anni prima, la tradizionale suddivisione e separazione tra "classi
laboriose" e "classi pericolose", avrebbe reso impensabile. I motivi di
questa trasformazione, che hanno consentito una certa unità d'azione
tra fabbrica e prigione, vanno ricercati prevalentemente
nell'omogenea composizione di classe che accomuna operai e
prigionieri. In questo periodo la presenza di organizzazioni politiche
all'interno delle carceri è pressoch‚ nulla e il rapporto tra operai e
prigionieri appare più il frutto di un legame oggettivo, dovuto alla
condivisione di uno stesso retroterra sociale e culturale, che alla
sporadica presenza in carcere di militanti politici incarcerati per
manifestazioni di piazza, scioperi non autorizzati, occupazioni,
stampa e propaganda sovversive eccetera.

Le città del triangolo industriale, almeno in base ai materiali da me


raccolti, rendono con una certa facilità il senso di questa relazione.
Non troppo sorprendentemente, ad esempio, le lotte interne alle
carceri tendono a riprodurre dinamiche molto vicine a quelle delle
lotte in fabbrica (Lazagna 1974). Alle Nuove di Torino diventa
dominante un tipo di prigioniero e un modello di lotta che ricorda
assai da vicino i comportamenti irresponsabili dell'"operaio massa"
(Viale 1971) mentre San Vittore mette al centro una figura prigioniera,
il rapinatore professionale, più affine ai "tecnici" - non è ad esempio
fantasioso paragonare il ruolo avuto dai "tecnici" del Quinto Raggio
con quello dei "colleghi" del Cub Pirelli (Autori vari 1970) - come
elemento in grado di catalizzare, centralizzare e organizzare la diffusa
ostilità proletaria al carcere. A Genova, infine, un ruolo egemone lo
hanno i prigionieri provenienti dai ceti operai maggiormente
qualificati o appartenenti tradizionalmente alla classe operaia più
strutturata e garantita (Quadrelli 2003).

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Le Nuove di Torino sono state spesso l'epicentro del movimento
prigioniero, che da lì, in un processo a cascata, si è esteso all'intero
pianeta carcere coinvolgendo in particolar modo i giudiziari delle aree
urbane maggiormente industrializzate (Autori vari 2003). Il carcere di
Torino, al pari delle sue fabbriche più rappresentative, finisce spesso
con il dare il "la" alle forme di lotta più radicali (Alquati 1975). Sono i
detenuti più giovani e prevalentemente di origine meridionale, come
sovente avviene in fabbrica, a organizzare e gestire le lotte. Le loro
"pratiche" ricalcano gli improvvisi cortei interni di fabbrica che
spazzano le officine o le interruzioni a gatto selvaggio ben note alle
direzioni aziendali. Una similitudine non casuale. Un numero non
esiguo di prigionieri ha avuto una qualche esperienza col mondo del
lavoro, o proviene da ambienti urbani dove la composizione sociale è
rappresentata prevalentemente dalla "massa" d'immigrati provenienti
dal Sud Italia (Fofi 1964). In carcere, come in fabbrica, sono loro a
mostrare i livelli più alti di conflittualità e insubordinazione. A parlare
è S., un immigrato siciliano, ex apprendista operaio, quindi piccolo
balordo, in seguito rapinatore e militante politico dell'area nappista.

Ho partecipato a entrambe le grandi rivolte delle Nuove. La prima volta li


avevamo presi di sorpresa, non se l'aspettavano, ci siamo impadroniti del
carcere e l'abbiamo distrutto. Dopo quella volta lo avevano ricostruito con tutta
una serie di sistemi di sicurezza. Lo consideravano un carcere a prova di
rivolta. Li abbiamo smentiti subito. La seconda volta siamo andati giù ancora
più pesanti della prima. Per questo ci hanno spiccato i mandati di cattura per
devastazione e saccheggio. Questo era possibile perchè‚ dentro alle Nuove c'era
un'organizzazione spontanea, ma non improvvisata, dei detenuti
impressionante. Eravamo veramente delle pantere in gabbia. A batterci
eravamo soprattutto noi meridionali, i torinesi se potevano se la cantavano,
loro ci tenevano al loro carcere, avevano paura di essere trasferiti e poi avevano
paura delle botte e di allungarsi la cavallina per qualche denuncia. Noi
meridionali, specialmente i più giovani, non avevamo paura di un cazzo
perchè‚ covavamo un vero e proprio odio. Odiavamo il carcere e quella città del
cazzo che a noi era sempre stata nemica. A Torino eravamo trattati come degli
appestati. In carcere potevamo se non altro rifarci perchè‚ lì eravamo la
maggioranza. No, un'organizzazione vera e propria c'era e non c'era. Più che
altro c'era qualcuno che veniva più ascoltato e seguito. Quando sono entrati
*** e ***, che li avevano legati per una rapina col nicchio, sono diventati
subito un po' i nostri leader. Però capi veri e propri, almeno in quel periodo,
non ce n'erano. Devi tenere presente che, al massimo, si poteva parlare di
avanguardie di lotta ma una presa di coscienza politica chiara non c'era
ancora. Questa è venuta dopo. All'inizio le lotte sono una cosa soprattutto
spontanea. Muoversi è semplice, perchè‚ c'è una generale adesione allo scontro.
La gente non aspetta altro, è sempre pronta. La rivolta può scoppiare in

75
qualunque momento. Il clima è sempre favorevole. La seconda rivolta è
scoppiata praticamente per caso, era nell'aria, se ne parlava, ma non c'era
niente di preciso. Invece succede che un gruppo di guardie provoca un ragazzo
e da lì, all'improvviso, tutto il carcere è saltato per aria. Le Nuove erano una
pentola a pressione che poteva scoppiare in qualunque momento. Quel modello
aveva anche dei limiti, qualcuno di noi se ne rendeva conto, ma non era facile
venirne a capo. Il limite era che finita la rivolta rimaneva poco. Questo
problema è stato risolto parzialmente dopo, per due motivi. Da una parte si
sono costituiti i primi gruppi di detenuti politicizzati che hanno incominciato a
cercare di dare al movimento di lotta un taglio più politico, progettuale e
all'interno di una prospettiva, dall'altro i detenuti hanno cominciato, anche
per conto loro, a capitalizzare le lotte, a usarle per costruire dei rapporti di
forza vantaggiosi all'interno del carcere. Ma questo è venuto un po' di anni
dopo. Fino al '73, '74, alle Nuove l'unica cosa che tutti pensavano era di
sfasciare tutto e basta. (S.)

San Vittore, al cui interno le lotte dei prigionieri mostrarono forme


radicali non dissimili da quelle dei colleghi delle Nuove, merita di
essere analizzato in profondità per il peso avuto, nell'organizzazione e
direzione delle lotte, dai prigionieri rinchiusi nel Quinto Raggio.
All'interno di esso è rinchiusa la criminalità che conta. Questa si è
ritagliata un ruolo di potere e prestigio in una città dura e difficile
come indubbiamente è Milano. A differenza delle altre due città del
triangolo industriale, dove l'illegalità dei teppisti urbani si scontra con
una malavita tradizionale più nota per il folclore che per la reale
consistenza criminale, Milano è una città dove l'aspetto professionale,
anche nei mondi criminali, è fondamentale. Non solo, Milano è l'unica
città, almeno del Nord industrializzato, in cui le attività illegali si
intrecciano abitualmente con il mondo degli affari e dove la
criminalità organizzata si è trasformata (anticipando di un trentennio
un "modello d'illegalità" oggi comune) in struttura di servizio per il
consumo di beni illeciti ma appetibili per la società legittima. Le
attività illegali non sono circoscritte a particolari zone della città ma,
almeno tendenzialmente, catturano l'interesse e l'attenzione di un
numero cospicuo di cittadini. In questa città essere "middle class" non
è solo un modo di rappresentarsi (Mills 1967), ma significa
appartenere a un ceto sociale, economicamente benestante, che fa del
consumo vistoso e non convenzionale un vero e proprio stile di vita.
La malavita cittadina non è formata da "caricature" ma da abili e feroci
professionisti con mezzi e risorse a disposizione (Arlacchi 1992).
Inevitabilmente, chiunque si trovi ad attraversare le vie dell'illegalità
non può prescindere da un confronto, che sovente si trasforma in
aperto conflitto, con le forze criminali presenti sul territorio. Forze
che, in non pochi casi, impongono il loro ordine senza mezze misure.

76
In carcere la crema della malavita milanese è rinchiusa nel Quinto
Raggio perchè‚ a San Vittore la suddivisione dei prigionieri avviene
principalmente su base gerarchica. Si passa dalle "suite" del Quinto
Raggio alle cantine del Secondo, il Centro d'osservazione criminale,
comunemente considerato, almeno all'inizio degli anni Settanta, alla
stregua di una bolgia infernale. Le differenze d'età o le appartenenze
"etniche" non sembrano avere una qualche rilevanza. A contare è solo
lo spessore professionale dal quale dipende il proprio inserimento
nella scala gerarchica dell'illegalità. Secondo le testimonianze da me
raccolte è impossibile smuovere San Vittore, se non in modo del tutto
estemporaneo, senza un qualche consenso da parte degli abitanti del
Quinto Raggio. Il vero scontro di potere, pertanto, si svolge al suo
interno. Un conflitto che interessa tre tipologie di reclusi. Una parte, a
lungo politicamente egemone, è rappresentata dalla criminalità
organizzata. Si tratta di uomini legati alle organizzazioni strutturate
presenti sul territorio in grado di vantare filiazioni con
organizzazioni di spessore nazionale o transnazionale. In questi anni
è soprattutto il clan degli Alberti, legato alla mafia siciliana e con
importanti agganci con alcune "famiglie" italo-americane, a esercitare
un certo grado di egemonia sulle diverse attività illegali (Portanova,
Rossi, Stefanoni 1996). Questi, in linea con la loro tradizione culturale,
propendono per una pedissequa riproduzione della "pax mafiosa".
Gestione paternalistica del carcere, elargizione di generose regalie agli
uomini delle istituzioni che si mostrano disponibili verso gli uomini di
rispetto, mediazione e all'occorrenza repressione di ogni possibile
insorgenza conflittuale e acquisizione di una certa libertà di manovra
interna. Abitualmente, nei confronti di ogni manifestazione di
protesta e organizzazione autonoma dei prigionieri, questa malavita
elitaria fa blocco con la direzione, finendo con il sabotare, e in alcuni
casi reprimere, ogni tipo di iniziativa di lotta autonoma da parte dei
prigionieri. Ciò, almeno in un primo momento, ha comportato
l'insorgere, tra i reclusi dei raggi meno rappresentativi e protetti,
forme di lotta particolarmente radicali, una sorta di "riots", incapaci
tuttavia di esprimere una direzione politica e di accumulare in un
unico contenitore la forza espressa nel corso delle rivolte. In questo
periodo a San Vittore le lotte sono estemporanee e puramente
distruttive. Sono i "dannati" dei raggi, politicamente inconsistenti, che
improvvisamente esplodono, devastando e bruciando tutto ciò che
incontrano sul loro cammino, senza riuscire tuttavia a modificare i
rapporti di forza interni. Per lo più queste esplosioni finiscono con
feroci pestaggi da parte dei diversi corpi delle forze di polizia
chiamate a sedare i tumulti, trasferimenti nei peggiori carceri della
penisola e numerose denunce per danneggiamento, lesioni, resistenza
e in alcuni casi addirittura per devastazione e saccheggio (Invernizzi

77
1973).

Il secondo gruppo è formato da tipici appartenenti al "gangsterismo


urbano". Una tipologia criminale che nel panorama nazionale trova
forse qualche analogia con alcuni gruppi romani (De Cataldo 2002). I
"gangster" sono, per usare un termine diventato abituale nel lessico
delle scienze sociali contemporanee, una sorta di "ibridazione
culturale" (Appadurai 2001). Aspirano a essere come gli uomini
d'"onore", pur mantenendo caratteristiche tipiche dei ragazzi che
provengono dalla strada. Si pensano "eroi" pur agendo da "mercanti".
Un equilibrio non facile che, immancabilmente, diventa ingestibile nel
momento in cui il rapporto con il potere legittimo non può più essere
giocato sul filo del denaro. L'utopia del "gangster", ridotta all'osso, non
è altro che questa: sono io a usare il potere perchè‚ posso permettermi
di comprarlo. Questa visione evidenzia il rischio in cui incorrono gli
appartenenti alle classi subalterne che, abitualmente, finiscono con il
percepire le relazioni di potere in maniera eccessivamente
semplificata (Weber 1995). Il denaro e la corruzione possono essere
armi ideali in situazioni normali ma, nel momento in cui entrano in
ballo i rapporti di potere tra le classi, o tra queste e gli apparati
istituzionali, il denaro infilato magnanimamente nelle tasche di
qualche funzionario, la concessione a frequentare senza limiti locali,
sale da gioco, ragazze eccetera, cessano di avere una qualche
importanza rilevante. E' in questo frangente che il "gangster" deve,
suo malgrado, schierarsi. Non esiste a proposito, almeno secondo i
dati da me raccolti, un modello di comportamento "ideale". Nel
frangente, agire da "eroe" piuttosto che da "mercante", o viceversa, è
una scelta esclusivamente individuale determinata dal peso dei "valori
ultimi" dei singoli. Indipendentemente dalle contingenze particolari,
la possibilità di scegliere da che parte stare è importante per due
motivi: in prima battuta rompe l'unità monolitica, la consueta "pax
mafiosa", all'interno del raggio che ha maggior potere decisionale; e
poi rende sempre possibile l'alleanza con gli uomini delle batterie che
gradatamente, ma con un'importanza sempre maggiore,
incominciano a far parte degli "habitu‚" del Quinto Raggio.

Il continuo afflusso di elementi delle batterie all'interno del Quinto


Raggio è l'elemento che modifica i tradizionali rapporti di forza
all'interno del carcere. Sono loro infatti a mettersi alla testa delle lotte
e a trasformare i "riots" in forma di contropotere permanente.
Tuttavia bisogna fare una precisazione per non rischiare di cadere in
un facile romanticismo. I ragazzi delle batterie non sono e tanto meno
si percepiscono come ipotetiche avanguardie di un imprecisato
movimento prigioniero. I duri si contrappongono al potere legittimo

78
perchè‚ incompatibili "culturalmente", anche se verrebbe da dire
naturalmente, verso ogni forma di coercizione. Inoltre il loro rapporto
con il potere è segnato, fin dagli esordi giovanili, da una "belligeranza"
che non sembra conoscere forme di mediazione possibile. Sono loro a
prendere in mano la situazione e a gestirla perchè‚, si potrebbe dire,
così è nella natura delle cose. In breve tempo finiscono con lo stabilire
la propria egemonia sull'intero corpo prigioniero milanese. Questo
passaggio comporta inevitabilmente l'insorgere di conflitti con la
tradizionale ‚lite prigioniera (la criminalità organizzata) e con quella
parte di "gangsterismo urbano" che, nel momento della decisione,
tenderà a schierarsi con le relazioni di potere tradizionali. L'intervista
a R., un rapinatore legato a una delle batterie più prestigiose del
milanese, consente di ricostruire alcune parti importanti del conflitto
tra le diverse aree dell'illegalità milanese avvenuto all'interno del
Quinto Raggio e il ruolo avuto dalle batterie nell'imporre nuovi
rapporti di forza tra prigionieri e istituzione all'interno del carcere
milanese.

A San Vittore stare al Quinto Raggio era come vivere in un altro carcere.
Quello che valeva lì non valeva per il resto del carcere. Al Quinto ci finivi solo
se contavi, la direzione non si sarebbe mai permessa di metterti da un'altra
parte. Se lo faceva, al Quinto scoppiava subito casino e nessuno ci teneva ad
avere questioni con quelli di quel raggio. Come mi ricordo io, fino - metti - ai
primi anni Settanta, lì ci stavano solo i boss e i loro uomini. perchè‚ oltre a
loro, nella mala intendo, c'erano solo degli zanza o noi sbarbati che non ci
eravamo ancora fatti conoscere. A Milano, e quindi anche a San Vittore, o sei
qualcuno o sei fritto. Così quando anche noi abbiamo incominciato a essere
qualcuno, a contare e a essere rispettati, il Quinto è diventato il posto normale
in cui metterci. Certo questa promozione te la dovevi conquistare sul campo,
non era una cosa che ti pioveva dal cielo. Te l'eri conquistata fuori. A Milano
era abbastanza normale, come iniziavi a diventare qualcuno, finire con l'avere
qualche parola con chi aveva degli interessi in città. A noi è capitato almeno un
paio di volte di arrivare a un pelo da una vera e propria guerra. La prima volta
è stata con il gruppo di ***. Questi controllavano alcuni giri, donne, locali,
cocaina e non volevano casini in città. La madama era in cocca con loro,
perchè‚ gli davano da mangiare e gli tenevano tranquille le loro zone. No, non
posso dire che facessero direttamente delle infamate, non chiamavano gli
sbirri, gli sbirri li facevano loro direttamente, andandosi a cercare gli sbarbati
che rompevano i coglioni e mettendoli nelle condizioni di non nuocere.
Ovviamente dipendeva da chi trovavano. Quando hanno cominciato a trovare
gente, noi ma anche molti altri, che gli ha risposto tirando fuori i lunghetti,
hanno dovuto prenderla più bassa. Questi erano i mafiosi, quelli che avevano
legami con la mafia siciliana o americana. L'altro scazzo lo abbiamo avuto con
il gruppo di uno che, più che altro, ci teneva a far vedere che era un uomo di

79
prestigio. Questo non era sbirro di mentalità, voleva solo far vedere che lì era
lui a comandare. I suoi interessi erano soprattutto nelle bische e in qualche
locale. In passato era stato, e per certi versi lo era ancora, un uomo d'azione,
ora aveva cambiato un po' mentalità e più che altro era interessato ai soldi e al
prestigio. Sa che noi stiamo andando giù di dura di brutto e così fa in modo di
incontrarci per dirci che se vogliamo lavorare in zona dobbiamo dargli la
stecca. Noi gli rispondiamo che se è all'altezza ce la deve venire a chiedere. Noi
siamo a sua disposizione. Non se la tiene e qualche incidente succede. Alla fine
capisce che noi eravamo disposti ad andare ai resti e che l'unico a rimetterci
sarebbe stato lui. Lui era più esposto, aveva i locali, le bische, noi potevamo,
come abbiamo fatto, colpirlo in qualunque momento, ridicolizzarlo e rendere il
suo giro talmente insicuro da fargli perdere tutti i clienti. Ha capito che gli
conveniva vivere e lasciar vivere, anche perchè‚ noi avevamo il nostro modo di
fare, di vivere e non avevamo certo l'intenzione di diventare dei baristi o dei
commercianti. In seguito con questo siamo anche diventati amici. Anche lui e
quelli del suo gruppo, quando erano dentro, stavano al Quinto. Sì, chi contava
veramente era chi stava in quel raggio. Prima che arrivassimo noi, o altri
ragazzi come noi, il Quinto per tanti motivi aveva sempre dato una mano alla
direzione. Se scoppiava una rivolta nei raggi, il Quinto faceva di tutto per
sedarla. Il risultato era che, dopo un casino immane, la direzione riprendeva la
cosa in mano, faceva sminchiare i ragazzi dei raggi e le condizioni interne, a
parte quelle del Quinto, peggioravano. Questo, almeno secondo me, succedeva
perchè‚ erano rivolte che poi nessuno era capace di far diventare qualche cosa
di diverso. A farle eravamo, perchè‚ anch'io c'ero stato in mezzo, tutti sbarbati
incazzati ma che non contavamo un cazzo. Le cose sono cambiate parecchio
quando il comportamento del Quinto ha cambiato rotta. Questo è successo
quando una parte del Quinto ha appoggiato le rivolte e addirittura le ha prese
in mano. A quel punto la direzione ha cambiato atteggiamento perchè‚ noi
eravamo in grado di tenere letteralmente in scacco il carcere per tutto il tempo
che ritenevamo opportuno, senza bruciare tutto nell'abituale fuoco di paglia. E
poi, questo è il fatto più importante, noi eravamo tutti uniti, dentro come fuori.
Potevano anche toccarci, ma poi dovevano vivere chiusi in caserma. A quel
punto il clima è cambiato e, anche se il Quinto ha continuato ad avere un
trattamento migliore, la distanza con gli altri raggi è diminuita. Soprattutto
prima di toccare qualcuno dovevano pensarci bene perchè‚, adesso, se
mandavano la squadretta al Secondo o al Terzo, noi del Quinto lo
consideravamo affare nostro. Questo è successo perchè‚ si sono modificate le
gerarchie interne. Adesso erano i bravi ragazzi a contare, mentre il peso degli
altri era diminuito. (R.)

Il carcere di Genova, a sua volta, è uno spaccato delle varie


sfaccettature dei mondi illegali e dei conflitti che li attraversano (Dal
Lago, Quadrelli 2003). La prigione genovese, negli anni Settanta, ha
due sezioni: nella prima sono rinchiusi i cosiddetti giovani adulti (tra i

80
18 e i 25 anni), nella seconda tutti gli altri. A questa prima suddivisione
burocratica se ne aggiunge una interna, operata dalla direzione, di
tipo politico. In prima sezione sono rinchiusi anche gli adulti meno
addomesticabili e poco propensi a rispettare ossequiosamente la
disciplina interna. Le due sezioni hanno una capienza identica,
tuttavia la prima è costantemente sovraffollata perchè‚,
tendenzialmente, il numero di giovani adulti incarcerato inizia a
essere sempre più elevato. Mentre in Seconda sezione il clima è più
rilassato, la disciplina più allentata e il clima tra prigionieri e agenti
improntato al tradizionale rispetto dei primi nei confronti dei
secondi, nell'altra sezione il conflitto tende a essere permanente. Non
è un caso, ad esempio, che sia la prima sezione a subire costanti
operazioni di bonifica con il trasferimento improvviso in altri istituti
di pena dei prigionieri più insubordinati. Una differenza che a prima
vista può sembrare puramente generazionale ma che, in realtà, è
prevalentemente di tipo sociale. Le due sezioni sono popolate da "tipi
sociali" che hanno ben poco in comune. In Seconda vi è rinchiusa la
malavita tradizionale che opera prevalentemente nel reticolo di vicoli
del centro antico dedicandosi alle attività illegali di piccolo cabotaggio
tipiche dei mondi marginali. Il rapporto con le forze dell'ordine e gli
apparati istituzionali è, per abitudine, improntato alla subordinazione
e, non raramente, alla collaborazione. In carcere il loro
comportamento mira a non inimicarsi la custodia e a ritagliarsi
piccoli ambiti di privilegio. Solitamente usufruiscono di un qualche
lavoro amministrativo, godono di una certa libertà di movimento e del
possesso di alcuni oggetti, ad esempio carte da gioco e radio con
modulazione di frequenza proibiti ai più. In cambio forniscono un
accurato servizio informativo alla custodia e, all'occorrenza, si
prestano a svolgere il lavoro sporco. E' tra questi che sono reclutati, ad
esempio, gli scopini delle celle di punizione, tra i cui compiti vi è
anche quello di legare i detenuti alla ballila. In altri casi possono essere
utilizzati come braccio armato extralegale per sedare,
anticipatamente, situazioni di insubordinazione strisciante. In questi
frangenti gli uomini della malavita tradizionale si incaricano di
individuare gli elementi facinorosi e ridurli a più miti consigli.
Compiti che assolvono facilmente fino a quando la presenza in carcere
dei teppisti urbani è poco consolidata e non si presenta come
controparte organizzata. Completamente diverso il clima che si
respira in prima sezione. Gran parte dei giovani adulti provengono
dai quartieri operai delle periferie o dalle zone del centro storico, dove
sono egemoni i portuali e gli operai della grande industria. I loro stili
di vita, pur se "eretici" (Quadrelli 2003), appartengono interamente
alla cultura e al mondo operaio. Il carcere non fa che amplificare i
conflitti già emersi nel territorio. Il diverso modo di rapportarsi

81
all'istituzione totale dei teppisti urbani e dei malavitosi tradizionali
non è altro che la diretta conseguenza della diversa relazione
instaurata all'esterno con le forze dell'ordine. Ma questa è una
caratteristica non solo genovese. Torino e Milano, da questo punto di
vista, non sono diverse. Di maggiore interesse è invece la descrizione
del "ceto" prigioniero che mostra di avere maggiore autorità sociale e
carisma e che è in grado di dirigere e organizzare in senso politico la
conflittualità interna. Genova rappresenta, in gran parte, il rovescio di
Torino. Là, in carcere come in fabbrica, a prevalere è la figura del
proletario immigrato, qua quella dell'autoctono. Le presunte "etnie"
non hanno nulla a che vedere con la definizione di questo quadro.
Molto più sensato, invece, è il ruolo e il peso che un certo tipo di classe
operaia esercita sul territorio. Torino è, per definizione, la città
dell'operaio-massa. Una figura che, a partire dalle giornate di Piazza
Statuto (Lanzardo 1979), è stata dominante ed egemone in tutto il ciclo
di lotte operaie torinesi degli anni Sessanta. Genova, al contrario, è
una città dove è ancora fondamentale l'operaio professionalizzato.
Tradizionalmente, perchè‚ i lavori spesso passano di padre in figlio,
sono gli autoctoni a ricoprire queste occupazioni, mentre gli
immigrati si attestano su lavori di profilo più basso (Dal Lago,
Quadrelli 2003). Mentre il cuore produttivo di Torino pulsa intorno al
lavoro massificato e dequalificato, a Genova l'egemonia produttiva è
ancora in mano a una figura operaia fortemente qualificata. La stessa
illegalità dei quartieri si svilupperà, anche nelle sue forme più radicali,
nei quartieri dove maggiore è la concentrazione del lavoro operaio
professionalizzato. Le batterie genovesi hanno una provenienza
sociale più vicina alla cosiddetta aristocrazia operaia che alla classe
operaia dura, e in carcere tutto ciò non può che determinare
un'egemonia ancora più marcata. Per certi versi, ascoltando il modo
con il quale le batterie impongono l'egemonia nel carcere genovese, si
può addirittura parlare di "dispotismo". Atteggiamento, del resto,
abitualmente praticato sul territorio. Ma una simile origine ha
qualche ricaduta anche nella gestione delle lotte. Genova difficilmente
conoscerà la "violenza barbarica" delle Nuove e tenderà invece a far
prevalere una gestione politica delle lotte. In ciò vi è un retaggio
culturale tipico della classe operaia cittadina che, a partire da
consolidati rapporti di forza, ha sempre cercato di far fruttare nel
presente l'accumulo di forza. A parlare è G., un ex portuale.

Per organizzare una lotta o una manifestazione in carcere, la prima cosa che
dovevi fare era neutralizzare la Seconda sezione, o almeno una sua buona
parte. Il motivo è semplice: quelli non solo non ci sentivano ma se potevano ti
boicottavano, se la cantavano e il risultato era che quelli individuati come
possibili organizzatori finivano sballati da qualche parte ancora prima

82
dell'inizio della lotta. Questa però non era una novità. Quello che succedeva
dentro non era altro che la pura e semplice continuazione di ciò che,
abitualmente, succedeva fuori. perchè‚ loro, la maggior parte di quelli che
stavano in Seconda, erano abituati a vivere e a comportarsi in un certo modo.
Loro con gli sbirri ci andavano più o meno d'accordo ed erano un po' la stessa
cosa. Non è una stranezza quella che dico. E' una cosa nota a tutti. Erano un
po' la stessa razza. Finire a fare i celerini o i ricottari era solo un caso.
Avrebbero potuto scambiarsi i ruoli e non sarebbe cambiato nulla perchè‚
l'indole era la stessa. Gli uni e gli altri vivevano facendo, o cercando di farlo, i
prepotenti e sempre con chi era più indifeso, così come, quando si trovavano di
fronte chi non se ne stava, se la facevano sotto. Gli sbirri a Genova ne sapevano
qualcosa. Per loro storia a Genova non ce n'è mai stata. Il giugno '60 non è
mica stato, tanto per dire, una cazzatina! Da noi a Marassi, è vero, le cose
sono andate sempre un po' diversamente rispetto ad esempio alle Nuove o a
San Vittore. Ci sono stati meno danneggiamenti, però ci sono stati più scontri
con le madame e sempre fatti in modo da darne il più possibile. Poi un'altra
cosa che c'è stata da noi è il legame con l'esterno. Noi abbiamo sempre potuto
contare su un po' di appoggio della gente dei nostri quartieri che non ti
mollava. Per questo abbiamo sempre avuto più la tendenza a parlamentare, a
cercare un po' di mediazione. Questo perchè‚ ci dicevamo che prendere,
spaccare tutto e non avere niente in cambio era un po' come tagliarsi il belino
per far dispiacere alla moglie. Forse questo era dovuto anche a un'abitudine
che ti veniva dal mondo del lavoro. Non devi dimenticare che da noi molti,
anche se poi c'avevano mollato, venivano dal mondo della fabbrica e del porto e
lì quando facevi qualcosa, che poi sai non c'era mica tanta differenza con la
galera, perchè‚ poi sempre con la celere o i carabinieri ti trovavi ad avere a che
fare, lì ti dicevo facevi una lotta e alla fine volevi ritrovarti in mano qualcosa.
Ecco, probabilmente, anche senza pensarci, quel tipo di mentalità ce la siamo
ritrovata anche dentro. (G.)

Le lotte del movimento prigioniero si intersecano con la lotta operaia


di fabbrica e con la diffusione dell'antagonismo proletario nelle città, e
il rapporto con le organizzazioni politiche, specialmente con quelle
della sinistra extraparlamentare, diventa una tappa pressoch‚
obbligata. Un rapporto che deve fare i conti con la storica spaccatura
tra "classi laboriose" e "classi pericolose" che gran parte del movimento
operaio ha contribuito a consolidare. Una retorica del tutto priva di
riscontri empirici, dato che il rapporto tra legalità e illegalità (o
almeno di alcune tipologie di illegalità) nel mondo operaio non è mai
stato eccessivamente rigido. Tuttavia l'accettazione di questa
suddivisione ha potuto indubbiamente usufruire della classica
avversione nutrita dal proletariato di fabbrica nei confronti degli
ambienti "lumpen". Un'avversione, dal suo punto di vista, non
completamente ingiustificata in quanto, per tradizione, i "lumpen" si

83
sono sempre dimostrati il naturale serbatoio da cui le classi dominanti
hanno attinto i loro scherani, dimostrando come il detto E' la teppa a
reggere l'ordine contenga più che un grano di verità (Marx 1991). Ciò è
stato vero nelle situazioni in cui i "lumpen" sono stati utilizzati come
forza paramilitare extralegale per aggredire e terrorizzare le
organizzazioni operaie, o come crumiri per piegare la resistenza
operaia nel corso degli scioperi, ma in realtà - ed è questo il principale
motivo dell'avversione operaia nei loro confronti - i "lumpen" hanno
sempre costituito la base di massa delle forze repressive dello Stato.
Insomma, la classe lavoratrice ha, in linea di massima, mantenuto una
diffidenza equivalente sia verso i ladri, sia verso le guardie perchè‚ li
ha sempre considerati la stessa cosa. Una suddivisione che sembra
avere poca ragione d'esistere in questo particolare scorcio storico. Le
rivolte e le lotte nelle prigioni sono condotte dai figli, legittimi o meno,
del proletariato di fabbrica mentre i tradizionali circuiti marginali ne
rimangono fuori o sono letteralmente obbligati a battersi. Un esempio
non privo di significato è l'aneddoto raccontato da un bandito
genovese:

Quella volta gli infamoni, i quaquaraqua non avevano fatto in tempo a


darsela. Gli avevamo bloccato l'entrata della loro sezione e così sono rimasti
fregati. Loro nei casini non c'erano mai, se ottenevamo qualche beneficio se lo
prendevano, ma le botte e le denunce toccavano sempre a noi. Loro, anzi, erano
sempre lì a dare il culo agli sbirri. Così quella volta avevamo organizzato le
cose per non permettergli di darsela. Li abbiamo costretti a stare in mezzo a
noi. Chiaramente non li perdevamo di vista perchè‚ sapevamo che non
potevamo fidarci. Gli abbiamo fatto una proposta che non potevano rifiutare,
semplice e chiara. Li abbiamo messi in prima fila e gli abbiamo detto: "Ora
quando entra la carica i primi a scontrarsi dovete essere voi. Noi vi stiamo
dietro e il primo che scappa lo tiriamo giù. Vedete un po' voi cosa fare. Se vi
comportate con onore, ve la vedete con gli sbirri, che non vi fa neanche male,
così capite un po' di cose. Se fate le carogne come siete abituati a fare, oltre che
dagli sbirri le prendete da noi e in più qua non ci dovete più mettere piede
perchè‚ ogni volta che vi incontriamo vi sminchiamo". Non potevano che
battersi e avevano tanta paura che non sembravano nemmeno più loro. (E.)

L'episodio, non poi così insolito, mostra come il carcere fosse tutto
tranne che un luogo oggettivamente unitario. Per i banditi l'unità è
possibile e necessaria ma solo tra chi condivide uno stesso stile di vita
e ha una visione del mondo affine. Come si è appena visto, le lotte
nelle prigioni sono il frutto di una particolare composizione di classe -
la stessa che in fabbrica e nel territorio ha reso l'insubordinazione
operaia e proletaria "il" problema centrale delle politiche statuali
(Crouch, Pizzorno 1977) - e non di un generico movimento di detenuti.

84
Il carcere non è un blocco sociale omogeneo e al suo interno si
riproducono, per di più in forma amplificata, le identiche
contraddizioni presenti nel mondo sociale esterno. Un aspetto
completamente trascurato dai movimenti politici, che iniziano a
guardare al mondo carcerario con un certo interesse.

Nei primi anni Settanta l'organizzazione politica che dedicò maggiore


attenzione al pianeta carcere fu Lotta continua. A questa bisogna
aggiungere Croce nera, un'organizzazione di solidarietà e soccorso
militante legata al movimento anarchico, che lavorò assiduamente e
con grande impegno nel mondo carcerario anche se, per gli scarsi
mezzi di cui disponeva, non riuscì a svolgere un ruolo eccessivamente
visibile. E' intorno a queste aree che prendono forma i primi nuclei di
prigionieri politicizzati. Entrambe, e in misura maggiore Lotta
continua che sul carcere investì notevoli risorse militanti,
affrontarono il problema carcere senza riuscire ad andare oltre una
dimensione "populista". Lotta continua, a ben vedere, non mise in
discussione il paradigma classi laboriose, classi pericolose, ma iniziò a
considerare la "classe pericolosa" come alleato possibile del
proletariato industriale. Per questo non si preoccupò di analizzare la
composizione di classe presente nelle prigioni, non focalizzò il suo
intervento su una frazione piuttosto che su un'altra, prese i prigionieri
in blocco, considerandoli n‚ più n‚ meno che diseredati. Una realtà
non distante dai "Miserabili" di Hugo (1988). Non è strano pertanto
che il rapporto con la parte più radicale e di estrazione sociale
proletaria del movimento prigioniero non fu particolarmente felice.
Lotta continua, a prescindere da un certo estremismo verbale, non
faceva altro che rivendicare una modernizzazione della prigione,
obiettivo vicino alle esigenze della marginalità tradizionale (e anche di
quote non minimali delle classi dominanti, la cosiddetta borghesia
progressista), ma distante e poco appetibile per i teppisti urbani che
nella pratica stavano mettendo in crisi le fondamenta stesse
dell'istituzione totale. Si coglie qua un'altra relazione non secondaria
tra fabbrica e prigione. Come in fabbrica l'accumulo di forza che gli
operai hanno immagazzinato con le lotte tende a trasformarsi in
scontro per il "potere", in carcere il contropotere che il ciclo delle
rivolte ha determinato inizia a essere finalizzato all'esercizio della
"liberazione". Una pratica che caratterizzerà l'intero movimento
prigioniero nel corso della seconda metà degli anni Settanta,
mostrando un'ulteriore analogia tra fabbrica e prigione. In entrambi i
casi l'unità delle lotte, i processi di riunificazione e di
autorganizzazione non avvengono attraverso un percorso lineare ma
tramite continue rotture. Le classi, per loro natura, non sono mai un
blocco omogeneo che tende naturalmente all'unità, e la loro

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ricomposizione è sempre il frutto di una "forzatura" prodotta da una
frazione di classe che "impone" la propria egemonia alle parti incerte o
amorfe (Marx 1990). Decisiva, come sempre, è la parte in grado di
esercitare l'"egemonia politica", senza troppo curarsi di raggiungere
una maggioranza aritmetica, spesso fine a se stessa (Lenin 1969). Il
carcere non fa eccezione.

Gradualmente Lotta continua, anche in seguito al suo progressivo


esautorarsi come soggetto politico di una qualche rilevanza, cesserà di
svolgere un ruolo importante all'interno del movimento prigioniero.
Alcuni militanti formatisi all'interno dell'esperienza di Lotta continua,
formano, sulla scia dell'ex Commissione carceri di quella
organizzazione, il movimento carcerario delle Pantere rosse, cercando
di emulare la fama e la gloria delle Black Panthers (Autori vari 1995) e
contribuendo, pur se indirettamente, alla nascita di una delle prime
organizzazioni guerrigliere di ispirazione comunista, i Nuclei armati
proletari (Controinformazione 1978; Soccorso rosso napoletano 1977).
L'esperienza dei Nap, ancor più di Lotta continua, può essere
utilizzata come cartina di tornasole per leggere il rapporto tra politici
e banditi metropolitani. Nelle grandi città industriali i Nap ebbero un
successo piuttosto limitato. Il mondo dei banditi, a parte un paio di
rapinatori di prestigio torinesi, non parve particolarmente attratto
dall'ipotesi guerrigliera nappista. I Nap ebbero un certo seguito e
consenso tra i marginali tradizionali, ma non sfondarono tra gli
illegali provenienti dagli ambienti operai e proletari. La causa di ciò, o
almeno una delle cause di maggior rilievo, mi pare possa essere
indicata nel programma "populista", una sorta di rivisitazione
estremizzata del progetto politico di Lotta continua, che i Nap si
portano appresso. Al pari di quella, i Nap considerano il pianeta
carcere e tutto ciò che gli gravita intorno come area sostanzialmente
omogenea riconducibile ai "dannati della terra", in altre parole quella
parte di marginali che il mondo capitalistico avanzato continua a
produrre e ghettizzare. I Nap sono interessati a costruire una rete
organizzativa interna alle prigioni, dedicandosi a un puntiglioso
programma di alfabetizzazione, non solo di tipo politico (molti
marginali impararono letteralmente a leggere e scrivere grazie al
lavoro di queste avanguardie politiche), alla costruzione di quadri
politici in grado di dirigere e incanalare le lotte interne delle carceri e
a tessere rapporti politici con le aree del movimento maggiormente
interessate a muoversi sul terreno carcerario. I militanti di questo
gruppo, provenienti da aree sociali rispettabili, scelgono di intervenire
in questo particolare settore di classe attratti dalla figura romantica
del mariuolo e da una lettura convenzionale della corte dei miracoli,
giungendo a esaltare i tratti antimoderni che li contraddistinguono.

86
Una lettura più pasoliniana (Pasolini 1987) che marxiana dell'illegalità
e della marginalità o, per altri versi, una riedizione dell'idea della
presunta purezza del contadino, contrapposta alle contaminazioni
moderne che accomunano tutte le classi sociali urbanizzate, tipica di
alcune correnti anarchiche e populiste ottocentesche (Venturi 1979).
Non è difficile capire perchè‚ i bravi ragazzi, pur non disprezzandoli,
considerassero enormemente distante la loro prospettiva. La scarsità
di sintonia si evidenzia prendendo in considerazione le diverse idee
che le batterie e i nuclei di prigionieri politicizzati hanno sul carcere.
Anticipando, nella pratica, le organizzazioni della guerriglia, i bravi
ragazzi puntano l'attenzione sulla "liberazione", considerando le lotte
interne come un mezzo finalizzato a questa e non come un fine
politico. La testimonianza di uno dei primi detenuti politicizzati, C.,
un piccolo illegale napoletano che partecipa attivamente alla
formazione dei nascenti nuclei prigionieri militanti, è esemplificativa.

Le Pantere rosse e i Nap sono stati la mia scuola. Quando ero entrato non
avevo finito nemmeno le medie. Mi sono avvicinato a questi che sapevano
parlare, che leggevano, che sapevano com'era il mondo, e grazie a loro ho avuto
una mia dignità e un'identità. Lì, praticamente, ho imparato a leggere, a
discutere, a diventare una persona. Mi impasticcavo di amfetamine per non
dormire e poter studiare. Volevo sapere tutto. Era come aver scoperto il mondo.
Eravamo in un bel gruppo, la nostra giornata era ben organizzata, riunioni,
discussioni, scuola quadri, rapporti con l'esterno, il Soccorso rosso, la
programmazione delle lotte. La giornata non ti bastava mai. Arrivavi alla sera
e non eri mai riuscito a fare tutto. All'esterno chiedevamo soprattutto libri. Io,
ma era una cosa un po' di tutti, avevo un rapporto quasi morboso con i libri. Li
guardavo, li accarezzavo, erano un oggetto di culto e di piacere. Si faceva quasi
a gara per leggerli. In carcere avevamo costruito il nostro spazio. La nostra
idea era di trasformare il carcere in una base rossa. Eravamo molto attratti
dalle Pantere nere, la nostra idea era di organizzare qualcosa di simile anche
da noi. Quando nascono i Nap vi aderisco immediatamente. In pratica,
dentro, non vi è molta differenza tra quando eravamo Pantere rosse e Nap. La
nostra idea è un po' sempre la stessa: organizzare i detenuti, fare del carcere
una base rossa, costruire dei quadri rivoluzionari. In più adesso c'è che,
all'esterno, le nostre iniziative sono sostenute militarmente e il rapporto con il
movimento è più paritario, perchè‚ noi abbiamo la nostra organizzazione. Sia
come Pantere rosse, sia come Nap, un seguito anche grosso lo abbiamo, però, è
vero, tra le batterie dei rapinatori non abbiamo un grande successo. I motivi
sono tanti. All'epoca pensavamo che ciò fosse per il loro individualismo, che
non gli consentiva di accettare una disciplina dura come la nostra, o anche che
erano troppo condizionati dall'ideologia consumista della borghesia. Il grosso
dei nostri simpatizzanti o militanti era composto da ragazzi come me, piccoli
illegali che provenivano dal mondo della strada. Dopo qualche anno ho rivisto

87
questa posizione. Sono state le storie che ci sono state poi, mi riferisco alle
evasioni di massa, il periodo degli speciali, a farmi cambiare idea. Mentre noi,
all'epoca, ragionavamo su come conquistare il carcere, come farlo diventare
una cosa nostra, loro erano obiettivamente più avanti, pensavano soprattutto a
come andarsene. E se guardi bene, la stragrande maggioranza dei compagni
che se ne sono andati a casa, è stato perchè‚ si sono trovati o messi in mezzo a
movimenti dei ragazzi delle batterie. Noi guardavamo solo a dentro, in fondo il
carcere era il nostro mondo, loro guardavano a fuori perchè‚, anche se poi
c'hanno passato una vita, il carcere non faceva parte della loro vita, era un
incidente che andava rimosso. Questo sicuramente ha a che fare con le diverse
storie che ci portavamo dietro. Per me il carcere è sempre stato una cosa
normale. C'era stato mio padre, c'era finita pure mia madre, tutta la gente con
cui sono cresciuto assieme era abituata al carcere. Così, senza accorgertene, il
carcere diventa una cosa normale della tua vita, per loro non era così. (C.)

Una spiegazione abbastanza convincente, ma che va completata. C.


minimizza ciò che è invece essenziale: la differenza culturale ed
esistenziale di cui le diverse aree prigioniere presenti in carcere sono
portatrici. L'abitudine a considerare il carcere come un evento
normale non rappresenta solo un atteggiamento fatalista nei
confronti della vita, ma indica più o meno esplicitamente
l'accettazione dell'istituzione totale, dei meccanismi che la regolano e
degli stili di vita che le sono consoni. L'orizzonte esistenziale in cui si
muovono banditi e rapinatori è incompatibile sia con l'istituzione
totale, sia con le subculture che si porta appresso. Per C., l'ipotesi,
alquanto dubbia, di trasformare il pianeta carcere in base rossa è
legata sostanzialmente alla presa di coscienza da parte dei detenuti, di
"tutti" i detenuti. Non a caso il loro è un agire fondato principalmente
sull'educazione delle coscienze. Realisticamente, per i bravi ragazzi, si
tratta di pura aria fritta. Poco interessati alla dimensione "astratta",
come se per patrimonio genetico avessero innate le "Tesi su
Feuerbach", sono maggiormente attratti dalla dimensione della
"prassi". Ciò li porta, molto più degli aspiranti teorici, ad analizzare
sinteticamente i comportamenti degli attori sociali e a calarli dal cielo
dell'astrazione nelle reali dimensioni della lotta. L'intervista a G., un
rapinatore milanese, che è stato nello stesso periodo nel medesimo
carcere dell'interlocutore precedente, fornisce un quadro assai più
realistico delle differenze interne al mondo carcerario. Inoltre ricorda
un aneddoto bizzarro, accaduto qualche anno dopo, su alcuni effetti
non desiderati che il processo di alfabetizzazione rivoluzionaria, si
potrebbe aggiungere forzata, comporta. A prescindere dalla comicità,
l'evento riportato è interessante perchè‚ mostra come a essere
affascinati dal progetto educativo messo in campo da alcune frazioni
della guerriglia non fossero gli appartenenti al proletariato delle

88
grandi aree industriali, ma residui del mondo contadino o tradizionali
elementi della marginalità premoderna.

Sì, C. me lo ricordo, siamo stati nello stesso carcere per un po' di tempo, poi ci
siamo ritrovati insieme da altre parti. Anche in un paio di speciali. Loro, in
quel periodo, se ne stavano un po' per conto loro, sempre a leggere, scrivere e
studiare. Avevano, se non ricordo male, messo su anche una specie di scuola.
Alcune delle cose che facevano potevano anche essere condivise ma era la loro
idea di fondo che, almeno per noi, era completamente da fuori di zucca.
Intanto loro consideravano i detenuti come una cosa sola e questo non era
assolutamente vero. Io me la sbrigo con una divisione forse un po' semplice, ma
molto veritiera. In carcere c'erano i bravi ragazzi, intendo noi e loro, quelli
politicizzati, ma il resto era spazzatura. Dal mio punto di vista non è che il
solo fatto di stare dentro metta uno in una certa condizione, come se quello che
era fuori non contasse più. Anche perchè‚, ciò che eri fuori continui a esserlo
dentro. Se uno era loffio fuori non si capisce perchè‚ dentro debba diventare
onesto. Anzi, di solito è in carcere, e quando non ci sei di passaggio, che si vede
cosa uno vale. Loro parlavano di detenuti in generale quando sapevano
benissimo che quella era solo un'illusione, una fantasia. Poi nella vita di tutti i
giorni non facevano altro che smentire le loro teorie. Gli unici con cui avevano
rapporti, per qualunque cosa, eravamo noi, la cosa era reciproca, ma allora
perchè‚ parlare a nome di tutti, quando sapevano benissimo che almeno una
parte del carcere ci vedeva come fumo negli occhi e passava il tempo a spiarci,
nella speranza di avere qualcosa da andare a raccontare al maresciallo e così
farsi belli davanti a lui? Poi c'era un'altra cosa che, almeno per noi, era
incomprensibile. Loro concentravano tutte le loro energie per accrescere il loro
potere dentro il carcere. Cioè per loro il carcere doveva essere, come la
chiamavano, una base rossa. Una specie di territorio liberato. Si può pensare
una cazzata più grossa? Come fa una prigione a essere un posto liberato? Forse
libero di chiacchiere, ma delle chiacchiere chi se ne fotte! Per noi il problema
vero è cercare di andarcene a casa, non stare chiusi in una galera. Loro su
questo sono un po' arretrati. Per carità, quando è stato il momento di sbattersi
per andarsene non si sono tirati indietro, però quello non era, o almeno non
sembrava, il loro problema principale. Mi ricordo che il loro modello era
George Jackson, un nero morto in carcere. Dicevano che questo aveva
consacrato la sua vita a formare i rivoluzionari dentro le carceri americane.
Con tutto il rispetto, per me, uno così è fuori di testa. Io la mia vita l'ho sempre
consacrata a fare la bella. Delle volte è andata bene, altre no. Ma il gioco è
questo. Con i politici le cose non erano sempre chiare. Con certi si poteva
parlare perchè‚ c'era un accordo di fondo. La cosa in fondo era semplice. Se c'è
da lottare per cambiare le cose si lotta, se c'è da organizzarsi per andarsene a
casa ci si organizza. Lo si fa tutti insieme e ognuno mette a disposizione quello
che ha. Le menate nascono con una parte di questi che rompono i maroni con
la storia che la liberazione è un processo. Io questi non li sopportavo. Ma che

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cazzo vuoi dire che andare a casa è un processo? Per andare via ci vogliono
delle cose, dei mezzi, non è che mi fai battere la gavetta contro le sbarre e mi
dici che quella è la liberazione, o almeno una sua fase. No, cioè mi spiego
meglio, è che molti, anche se ti parlo di anni dopo, hanno ricominciato a
menare il torrone con la storia delle basi rosse. Però nessuno gli dava ascolto.
Sì, la storia di educare i detenuti qualcuno di loro l'ha sempre avuta e ha
continuato a farlo. Intarlavano i più sprovveduti, dei poveracci che alla fine ci
capivano ancora meno di prima. Ti posso raccontare un episodio. Eravamo a
Favignana, sarà stato il '77. Un brigatista si mette a fare i corsi di studio sul
materialismo dialettico. Al passeggio si mettono lì e leggono, discutono e via
dicendo. Oltre ai brigatisti c'è anche qualche comune. Tra questi, due che sono i
protagonisti dell'episodio. Avendo studiato tanto si sentono anche loro dei
professori. Così, una sera che a causa di un fulmine il segnale televisivo salta,
nasce il contrasto. Io sono nella cella a fianco e sento tutto. C. dice a F. che il
fulmine che ha colpito il ripetitore è un fatto dialettico. F. concorda e spiega a
C. in che cosa consiste il fenomeno dialettico. C. però non concorda con l'ipotesi
formulata da F. La cosa poteva finire lì e non avere conseguenze. Siccome gli
avevano spiegato che non possono esistere due verità, ovviamente una delle due
è falsa. Ma gli avevano anche spiegato che la verità è rivoluzionaria, mentre la
menzogna è controrivoluzionaria. Questi avevano tradotto la sottigliezza
filosofica nel loro linguaggio abituale: la verità è onesta, la menzogna è
infame. La cosa, quindi, andava ben al di là del fulmine e della dialettica.
Visto che non concordavano sulla spiegazione uno dei due mentiva, quindi era
infame. Il risultato è stato che sono arrivati alle mani e ancora un po' si
scannano. (G.)

Il rapporto dei banditi con la politica sembra segnato da un completo


disincanto e da una sorta di equidistanza tra la destra e la sinistra.
Un'impressione che solo in parte corrisponde alla realtà. Il loro agire
è, in ogni caso, "istintivamente" portato a schierarsi contro il "potere"
infischiandosene delle offerte di collaborazione che questo, non
raramente, gli offre. Anche se in qualche modo la "linea di condotta" di
questi gruppi può riportare alla mente l'esperienza esistenziale delle
bande paramilitari di destra della Germania degli anni Venti (Junger
1995; Von Salomon 1994), lo stile di vita dei duri non è politicamente
addomesticabile. Non sono stati pochi i tentativi da parte della destra,
con alle spalle spesso coperture istituzionali più o meno "deviate", di
utilizzare ai propri fini le batterie di rapinatori presenti sul territorio
nazionale (Bianconi 2002; Bonini, Vallanzasca 1999; De Cataldo 2002).
La testimonianza che segue, rilasciata da un ex rapinatore genovese, è
importante perchè‚ evidenzia non tanto l'incompatibilità politica, che
forse c'è ma non è decisiva, ma la distanza culturale che separa questi
gruppi da qualunque ipotesi di "potere". Una distanza che, come
spiegherò in seguito, diventerà anche il "limite" insormontabile nel

90
momento in cui, pochi anni dopo, l'unica via possibile per i criminali
sarà quella di riciclarsi nel crimine di servizio.

Un contatto con la destra c'è anche stato, perchè‚ a un certo punto quando ero
in bandiera ho conosciuto R., che era anche lui latitante e che aveva dei
contatti con dei gruppi. Lui, veramente, non è che fosse proprio dentro a quelle
storie, però veniva ideologicamente da lì e anche se si era messo a fare rapine
per conto suo, un qualche legame lo manteneva. Gli servivano soprattutto per
le armi, perchè‚ i neri erano sempre ben forniti e avevano armi che in giro non
era facile trovare, specialmente mitragliette e fucili d'assalto. Mi ricordo che
avevano un sacco di roba israeliana. Però con R. ho solo qualche rapporto così,
lo considero un bravo ragazzo, perchè‚ lo era, ma subito non ci sono altri tipi di
abboccamenti.

"Quand'è che comincia a manifestarsi un altro tipo di interesse?"

Poco dopo. Tra la fine del '76 e i primi del '77. R. un giorno viene e mi dice che
c'è della gente che ci vuole parlare. Dice che sono camerati ben ammanicati e
che ci possono dare un sacco di coperture. Noi andiamo a questo incontro più
che altro per capire meglio di cosa si tratta. Si presentano in tre. Noi siamo in
due, ma poco distante dal posto dove avevamo l'appuntamento si erano
appostati altri tre di noi con i lunghetti, perchè‚ non è che ci fidassimo troppo.
Sai com'è, quando uno ti comincia a parlare di coperture o è un chiacchierone e
ti può far scoppiare un casino solo perchè‚ è scemo, oppure parla sul serio e
allora ci sono di mezzo le madame, un motivo in più per non fidarsi. Ci
salutiamo e cominciamo a parlare. Uno di loro parte con un discorso ideologico
ma io lo stoppo subito e gli dico che non siamo venuti lì per sentire dei comizi.
Gli dico perciò di tagliare corto e di andare al nocciolo della questione. Allora
interviene un altro, che già mi stava sul cazzo appena l'ho visto perchè‚ mi
sembrava la caricatura di John Wayne, tutto duro, tutto militare, che io e F. ci
siamo guardati in faccia e ci stava scappando da ridere. In poche parole ci
offrono di fare alcune azioni, ma non entrano nei particolari, che dovevano
destabilizzare la situazione politica. In cambio ci offrono, oltre alla garanzia
che nessuno ci avrebbe cercati, soldi, documenti e una sistemazione in
Sudafrica, con tanto di cittadinanza nel nuovo paese.

"Però voi non avete idea di che cosa vi viene chiesto in cambio?"

No, ma lo immaginiamo facilmente. Anche se non ci interessavamo di politica,


e non ce ne fregava niente, non ci voleva molto a capire che cercavano gente
disposta a fare azioni ignobili, come le stragi sui treni, oppure altre cose che in
quel periodo succedevano abbastanza spesso. Oppure azioni da commando da
attribuire ai brigatisti o a quelli di sinistra.

"Come finisce l'incontro?"

91
Era solo, come avevano precisato loro, un incontro interlocutorio. Dovevamo
discutere tra di noi la cosa e poi, tramite quell'amico comune, stabilire un
secondo incontro.

"Voi cosa fate?"

Parliamo con gli altri, facciamo su armi e bagagli, molliamo le case che
pensiamo loro potevano conoscere e non ci siamo più fatti vedere.

"perchè? Sembra quasi una decisione politica, una scelta di campo".

Non la metterei così. Forse potevamo avere qualche simpatia in più per la
sinistra, ma giusto una simpatia, niente di più. No, noi non ci stiamo prima di
tutto per una questione chiamiamola morale. Questi ci avrebbero chiesto di
fare delle cose che andavano contro i nostri princìpi, cioè prendersela con i più
deboli. E noi questo non lo abbiamo mai fatto. Secondo, avremmo dovuto avere
rapporti con gli sbirri, e questo se volevamo farlo lo facevamo prima, dopo anni
che con le madame ci facevamo la guerra, cosa dovevamo fare, andarci a
braccetto? Terzo, quella che a loro sembrava la proposta più allettante, per noi
era praticamente un insulto. Ci avevano detto, infatti, che una volta in
Sudafrica potevamo essere regolarizzati in qualche reparto di sicurezza. Cioè
loro pensavano che, per noi, andare a fare i poliziotti in Sudafrica sarebbe
stato a dir poco entusiasmante. Nessuno di noi ci ha pensato due volte e
abbiamo pensato subito a tagliare tutti i possibili ponti tra noi e loro.

"E il vostro contatto?"

Con lui subito non sappiamo bene come comportarci. E' lui che ci toglie da ogni
indecisione. Ci dice chiaramente che, se lo vogliamo, lui viene con noi perchè‚,
alla fine della fiera, cazzate ideologiche a parte, lui è più come noi che come
loro. Era un bravo ragazzo, è morto su un lavoro poco tempo dopo. Ma è morto
come aveva vissuto . (G.)

Episodi come questi non dovevano essere poi così infrequenti e il


tentativo di apparati più o meno deviati di utilizzare come
manovalanza i ragazzi delle batterie per i propri fini continua anche
all'interno del carcere. Se dobbiamo dar credito alla testimonianza
seguente, i tentativi di utilizzare i ragazzi delle batterie contro la
guerriglia non mancano. Questi tentativi non sortirono successi
apprezzabili, tuttavia indicano l'esistenza di una prassi istituzionale,
per quanto probabilmente deviata, di far reggere l'ordine sulle spalle
della teppa. Un tentativo non riuscito con i "figli dell'officina" delle
batterie ma che, almeno in un'occasione, ebbe un qualche successo
potendo contare sulla manovalanza a buon mercato di tipo mafioso.
Nel 1980, all'interno del carcere speciale di Cuneo, un detenuto legato

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al boss Buscetta tentò di uccidere Enrico Fenzi e Mario Moretti
(Autori vari 1994), due militanti delle B.R. Senza alcun motivo, i tre
non si conoscevano neppure, durante l'ora d'aria Figueras, l'autore
dell'agguato, li aggredì a colpi di coltello. Solo la pronta e immediata
reazione di Moretti e il successivo intervento di qualche altro
prigioniero riuscirono a neutralizzare l'agguato. Figueras non aveva
motivo di aggredire i due militanti delle B.R., mentre non è così
fantasioso pensare che l'ordine gli fosse arrivato dal suo "padrino"
Buscetta. Questi da poco aveva ottenuto, nonostante detenuto nella
sezione speciale del medesimo carcere, il provvedimento della
semilibertà. Una misura concessagli, secondo alcune testimonianze
degne di una qualche fede, perchè‚ aveva già iniziato a indossare i
panni del "collaboratore". Non è pertanto impensabile che la pelle dei
due militanti rientrasse negli accordi patteggiati da Buscetta. Un
evento che rende maggiormente accreditabile il racconto di V.

Ero in traduzione quando a un certo punto, in piena campagna, il furgone si


ferma. Dal finestrino vedo che c'è una macchina ferma. Sono in tre. Uno parla
con il caposcorta, che non ne doveva sapere un cazzo di quello che stava
succedendo e che probabilmente si stava accertando di non commettere qualche
irregolarità. Parlottano un po' e poi questi fa allontanare la scorta, dopo aver
aperto le porte posteriori del furgone. Salgono su due, mi chiamano per nome e
mi dicono che devono parlarmi. Uno tira fuori un foglio e mi legge la mia
posizione giuridica. Finita la lettura mi dice che loro possono fare molto per
me. Io mi sto rompendo i coglioni e gli dico di andare al sodo. In poche parole
mi dicono che possono farmi uscire, organizzandomi un'evasione, fornirmi di
documenti vergini e regolari, darmi una buonuscita di un centinaio di milioni
e farmi arrivare in un paese tranquillo del Sud America o dell'Africa dove
nessuno mi verrà mai a cercare e dove mi sarà riservato un trattamento di
tutto rispetto. Per essere chiari mi dicono che non mi manderanno certo in un
posto a lavorare. Dovrò solo occuparmi della sicurezza di persone a loro care
che ovviamente pagheranno molto bene i miei servizi. Per avere questo devo
semplicemente ammazzare un brigatista. Dopo penseranno a tutto loro.
Quando hanno finito li guardo e gli dico che ora che avevano detto le loro
cazzate potevano riprendersi la macchina e tornare da dove erano venuti.
Prima di andarsene mi dicono di stare attento perchè‚ loro hanno le mani
lunghe e possono arrivare dove vogliono. Aggiungono anche che il carcere che
sto facendo è duro, ma può diventarlo ancora di più. A quel punto chiudo il
discorso dicendogli: fottetevi. E' ritornata la scorta e abbiamo continuato il
viaggio. Quando sono arrivato in carcere ho subito raccontato l'episodio. A me
dei brigatisti non è che me ne fregasse qualcosa, ma questo non era un motivo
per mettersi con gli sbirri. Io non ho mai combattuto sotto nessuna bandiera e
mai lo farò, la politica è tutta una stronzata e una presa per il culo; posso stare
vicino a tutte le bandiere ma non a quella dei cornuti e infami. (V.)

93
Lo stile di vita dei banditi è contrassegnato da un puro e semplice
"istinto" di classe. Questo li porta a una naturale avversione nei
confronti degli uomini del potere e più in generale degli appartenenti
alle classi dominanti. Il rapporto che instaurano, col ceto di
professorini e intellettuali di varia natura che iniziano a occuparsi del
mondo carcerario, non è molto diverso da quello che hanno con gli
uomini dei vari apparati. Un rapporto segnato da una profonda
insofferenza e assenza di stima. Banditi e rapinatori, pur non essendo
fini intellettuali, non sono pregiudizialmente prevenuti verso il
mondo della cultura, sono però "istintivamente" ostili al radicalismo di
maniera tipico dei ceti intellettuali appartenenti alle classi dominanti.
Un giudizio che non nasce all'interno del carcere, ma che ha una lunga
tradizione e che non è solo patrimonio dei rapinatori. Basti pensare
alle sorprendenti analogie presenti nelle biografie di Bellini (Philopat
2002) e Vallanzasca (Bonini, Vallanzasca 1999). Il primo è un classico
esempio di avanguardia di classe che esercita il suo carisma in un
quartiere operaio milanese, all'interno del quale, nei primi anni
Settanta, forma un collettivo che ha conosciuto una certa notorietà
come la banda del Casoretto; il secondo è un rapinatore milanese la
cui fama e intraprendenza ha superato autentici "miti" come Clyde o
Dillinger. Entrambi ricordano alcuni episodi particolarmente
indicativi. Bellini racconta come i fascisti, tra cui alcuni che avranno
carriere politiche di rilevanza nazionale, all'interno dell'Università
Statale, feudo del famigerato Movimento studentesco, un gruppo di
ispirazione marxista-leninista, potessero svolgere tranquillamente
attività politica senza temere ripercussioni, grazie alla complicità di
non pochi dirigenti del M.S. con cui condividevano i momenti ludici,
una volta smessi i panni della militanza. M.S. e fascisti, in poche
parole, avevano in comune lo stesso ambiente sociale, frequentavano i
medesimi luoghi di divertimento e in molti casi avevano alle spalle
un'amicizia di famiglia con inevitabili interessi economici e finanziari
comuni. La descrizione fornita da Bellini, che a prima vista potrebbe
sembrare una maldicenza politica, è confermata da Vallanzasca che
non può certo essere considerato un testimone politicamente
orientato. Vallanzasca racconta come in più di un'occasione,
frequentando alcuni locali di San Babila, ebbe modo di incontrare
numerosi leader del M.S. che, lasciati a casa l'eskimo e la due cavalli e
indossati gli abiti buoni e l'automobile giusta, si univano
tranquillamente ai bagordi organizzati dai coetanei borghesi, in
apparenza così disprezzati. Al senso di queste improbabili
contaminazioni sono dedicate alcune battute ironiche della sua
biografia. Bellini e Vallanzasca non fanno altro che registrare, dal loro
punto di vista di classe, la tradizionale diffidenza che le classi
subalterne nutrono nei confronti di chi in qualche modo appartiene

94
alle classi dominanti. Diffidenza che si accentua, e sembra ben
motivata, nel momento in cui il tempo delle parole viene meno, per
lasciare il posto alla grammatica delle armi. Il carcere ne è, in qualche
modo, il terreno ideale. E' nel momento in cui tutte le vie di fuga
"dialettiche" (Merleau-Ponty 1955) vengono a mancare e l'immancabile
momento della "decisione" pone ciascuno di fronte al fatidico hic
Rhodi, hic salta, che le appartenenze di classe, non più sfumate dai
continui aggiustamenti dialettici, diventano contemporaneamente
l'elemento che unisce e divide. Aspetto esemplificato dalle memorie di
B., un rapinatore genovese che, non senza ironia, descrive ascesa e
caduta del suo rapporto con una parlamentare "radical chic"
dell'epoca.

Avevamo organizzato una lotta dentro il carcere di ***. Era finita senza
incidenti. Siamo rimasti due giorni sui tetti. Nel comunicato che avevamo dato
alla stampa c'erano le solite cose sulle condizioni interne, ma anche la nostra
solidarietà con i palestinesi massacrati dagli israeliani in quei due campi
profughi, il nome adesso non me lo ricordo. Tra le cose che avevamo scritto
c'era anche che eravamo disponibili a donare il nostro sangue per i feriti
palestinesi. No l'idea non è partita dai politici. In quel periodo mi sembra ci
fossero solo due o tre ragazzini che avevano legato per degli scontri con la
polizia. Erano dentro da pochi giorni e non hanno avuto alcun peso
nell'organizzazione della cosa. Però, questo me lo ricordo bene, erano sui tetti
con noi. La cosa va avanti per un po', otteniamo delle cose e si forma
addirittura una commissione di parlamentari che viene a incontrarci. Tra
questi c'era ***, una di un gruppo di sinistra, era un gruppo alla sinistra del
P.C.I., o almeno così dicevano loro. Una cosa era sicura: era una figona
spaziale. Mi viene a trovare e incominciamo a scriverci. Non è che pensassi di
tirarci fuori un granch‚, ma incontrarla e scriverle ne valeva comunque la
pena, se non altro avevo una variante masturbatoria non da poco. Cosa vuoi,
in carcere la fantasia è tuttoà Così *** ha riempito molte mie notti. Com'era
prevedibile, reggiamo la situazione per un po' e poi ci sballano. Io continuo a
scrivermi con lei. Per lettera discutiamo di un sacco di cose, soprattutto di come
vanno le cose in carcere e delle prospettive che ci sono. Il nostro rapporto
epistolare va avanti fino a quando non arriviamo al nocciolo della questione.
Cioè, che cazzo è il carcere. Questa ha delle idee da matta. Lei non capisce o
non vuol capire che non esistono carceri buoni. Possono esistere carceri più o
meno vivibili, ma in qualche modo ci sono sempre stati. Anche se però bisogna
tenere conto che in quelli più vivibili c'è sempre il ricatto di spedirti negli altri.
Però, a parte questo, il problema è un altro. Alla fine mi rompo un po' i coglioni
e in una lettera le scrivo se lei immagina addirittura un carcere autogestito dai
detenuti. Sarebbe il massimo, dovrei mettermi le manette da solo. Dietro a
tutte le sue chiacchiere alla fine, detto senza tanti rigiri di parole, c'era questo.
Un'idea che hanno tutti quelli che si dicono illuminati. Quello che *** non

95
capiva, ma che ho ritrovato in seguito anche in tanti altri, a parole più
estremisti, era che noi in carcere non ci volevamo stare e l'unica cosa che ci
interessava veramente era andarcene a casa. (B.)

DECARCERIZZARE LA SOCIETA'.

L'ultima intervista conduce direttamente all'interno di ciò che, a


partire dalla metà degli anni Settanta, può essere letto come pratica di
"decarcerizzazione" dal basso o critica generalizzata dell'istituzione
totale. In questo periodo le lotte interne alle carceri perdono, ma solo
in apparenza, il loro carattere collettivo. La stagione delle grandi
rivolte appare tramontata così come sembra scemare l'esistenza di un
movimento prigioniero pubblicamente rappresentabile. In realtà le
lotte degli anni precedenti hanno consentito un accumulo di forza
che, senza troppa enfasi, ha dato vita a un dualismo di potere interno
che sfocia in una "pratica" di attacco diretto alla forma carcere. Questa
"pratica" è l'autoliberazione. Ed è esattamente questa a porre degli
"aut aut" decisivi e a funzionare da elemento discriminante dentro il
movimento prigioniero e tra questo e l'area politica e culturale che
aveva mostrato una qualche simpatia nei suoi confronti. In fondo le
lotte per l'autoliberazione finiscono con il riprodurre, fatte le tare
necessarie, scenari non dissimili da quelli conosciuti nel corso delle
guerre anticoloniali. Spesso, specialmente in alcune cerchie
intellettuali cosiddette progressiste, le ragioni dei colonizzati furono
accolte con una certa benevolenza (Fanon 1976). Un atteggiamento che
si volatilizzò istantaneamente, nel momento in cui i popoli colonizzati
iniziarono a chiudere i conti con il colonialismo senza chiedere il
permesso a nessuno (Fanon 2000). Nei confronti dei prigionieri il
processo non è diverso. Intellettuali radicali e sinistra perbenista, che
nei primi anni Settanta avevano offerto il loro appoggio alle ragioni
sensate dei prigionieri, nel momento in cui a essere messa in
discussione è l'istituzione totale in quanto tale e non i suoi aspetti più
brutali e arcaici, rientrano silenziosamente nei ranghi
dell'establishment indirizzando i loro interessi a tutt'altro genere di
problemi. Il carcere e per altri versi il colonialismo, per costoro,
possono essere messi in discussione e modificati senza fuoriuscire
dall'ambito dell'agire rispettabile, solo attraverso un processo dall'alto,
grazie al supporto di un ceto politico-intellettuale illuminato. In
fondo, ciò che non può essere accettato è come sempre
l'autodeterminazione e l'autorganizzazione dei popoli e delle classi
sociali di basso rango. Persino uno degli intellettuali più radicali e
attenti ai movimenti non convenzionali delle nostre società, Michel
Foucault, giunge a una visione distorta del senso delle lotte di

96
liberazione all'interno delle prigioni. Tuttavia, le obiezioni di Foucault
alle "pratiche" di liberazione non sono banali e una loro discussione
permette di prendere sul serio il toro per le corna. Scrive Foucault a
proposito delle evasioni:

In questo momento preciso un cambiamento molto importante si è prodotto


nelle prigioni francesi: i detenuti hanno preso coscienza del fatto che i metodi
di lotta individuali o semi-individuali - un'evasione in due, in tre, o più - non
erano il metodo giusto e che, se il movimento dei detenuti voleva giungere a
una dimensione politica, doveva prima di tutto essere un movimento
veramente collettivo che comprendesse un'intera prigione, e in secondo luogo
fare appello all'opinione pubblica che, come i detenuti sapevano, cominciava a
interessarsi al problema. Prima di tutto bisogna distinguere la forma politica
di un'azione da quella non politica. Direi che un'evasione in due, dopo aver
preso degli ostaggi, anche se si tratta di prigionieri politici, o che hanno una
coscienza politica, è una forma d'azione non politica (Foucault 1997, p. 168).

Un'obiezione apparentemente sensata ma fuorviante. In realtà la


liberazione è, come si vedrà tra breve, la massima forma di
cooperazione sociale possibile. Non è la ricaduta nell'individualismo
ma una concreta determinazione dell'"io collettivo". A prima vista
un'evasione appare una questione strettamente tecnica e militare, ma
a un esame più attento risulta essere invece il risultato finale di una
complessa rete di relazioni sociali, di coperture e appoggi che vedono
coinvolto un numero elevato di persone (Dal Lago, Quadrelli 2003).
L'evasione, al pari di qualunque altra pratica sociale, è possibile solo se
è legittimata all'interno di un ambito collettivo. Mettere in atto un
piano di liberazione vuol dire, per forza di cose, dover contare
sull'aiuto di svariate persone che appoggiano l'iniziativa anche se non
ne usufruiscono direttamente. In altre parole è possibile evadere solo
se all'interno del corpo prigioniero esiste un rapporto di fiducia e
solidarietà, perchè‚ la reale fattibilità di qualunque progetto di
liberazione comporta la messa in campo di numerose risorse. Questo
è vero per tutti i tipi di evasione. Siano questi i più tradizionali, come
il classico tunnel, o siano quelli maggiormente praticati negli anni
Settanta, la fuga con le armi, prevedono una cooperazione tra i
prigionieri che lascia ben poco spazio alle logiche individualiste. Ciò
che solitamente non è stato colto è lo spirito comunitario che, almeno
in questo periodo, lega gran parte del corpo prigioniero. Inoltre, e
questo non è un fatto secondario, i legami costruiti all'interno del
carcere non sono solo "ideali" ma forieri di possibili ricadute concrete
e operative all'esterno. Spesso, infatti, da chi è riuscito ad andarsene è
lecito aspettarsi una qualche forma di aiuto immediato. Ciò è vero in
particolar modo per i ragazzi delle batterie. I bravi ragazzi, anche se

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rimangono irriducibilmente legati alle proprie forme originarie,
numericamente limitate (le batterie non conosceranno mai un
processo di unificazione e fusione tale da costituire un'ossatura
organizzativa unica), hanno sovente costruito, dentro il carcere,
legami solidi tra loro, e ciò comporta un'estensione della solidarietà
anche al di fuori della cerchia amicale tradizionale (Dal Lago,
Quadrelli 2003). La sintesi tra "idealità" e "materialità" è ben resa dalla
testimonianza di D., un rapinatore di una provincia piemontese,
evaso più volte.

Ogni volta che qualcuno se ne andava era sempre una festa. Eri contento
perchè‚ era come se anche tu te n'eri andato a casa. C'era molta unione,
solidarietà e fratellanza tra noi. Era difficile che non si conoscesse almeno
qualcuno di quelli che se n'erano andati. A scappare eravamo più che altro noi
delle batterie, poi si sono uniti anche i politici, però i movimenti di solito erano
nostri. Era anche facile che si aspettasse la notizia. Queste cose non sono mai
state troppo segrete. In giro si sapeva che in quel posto c'era un ciocco in piedi,
aspettavi i radiogiornali sapendo che la notizia del ciocco sarebbe arrivata.
Queste cose le sapevi perchè‚, tra noi, segreti non ce ne sono mai stati troppi. Il
problema vero non è tanto tenere segrete le informazioni, ma non farle arrivare
alle orecchie sbagliate. Più gente, ovviamente giusta, sa le cose, meglio è. Il
motivo è semplice. Se tu hai la dritta, la puoi comunicare e farne partecipe
qualche altro bravo ragazzo, che magari può fare in modo di arrivare in quel
carcere dove c'è il movimento e a sua volta mettere a disposizione del ciocco le
cose che ha. Sì, quindi le informazioni circolano e il fatto che, di solito, non
siano mai arrivate alle orecchie sbagliate, può dare un'idea della forza che,
allora, noi avevamo e anche di come quella di andarsene a casa fosse
un'aspirazione comune. Quando qualcuno se ne andava era anche un
vantaggio, una carta in più che probabilmente ti ritrovavi per le mani. perchè‚
devi capire che, anche se ognuno rimaneva con i suoi, si era venuto a creare un
legame forte, spesso fraterno, con molti dei ragazzi delle altre batterie. Nessuno
ha mai pensato di mettere su una batteria unica, questo no. I motivi sono
tanti, ma forse il più importante è che una cosa del genere avrebbe comportato
un'organizzazione diversa da quella alla quale eravamo abituati e legati, e
questo non era nella nostra mentalità e nel nostro stile. Una cosa così grossa
avrebbe comportato la perdita di quel legame di pelle e una riduzione della
libertà e dell'autonomia individuale, che per noi erano e rimanevano sacre.
Cioè io non posso pensare di mettermi con uno perchè‚ qualcuno me lo dice, lo
faccio se lo fiuto bene, se mi risponde, considerazioni di altro tipo non mi
interessano. Però, senza arrivare a questo, in carcere ci si è conosciuti e sono
nati dei rapporti spesso molto stretti. Dentro le cose si fanno insieme e così
succede abbastanza spesso che fuori si continui a camminare insieme. Così se
qualcuno va a casa è facile che ti possa a sua volta aiutare. Può essere scappato
con un tuo fratello, può essere uno con cui hai stabilito un rapporto di

98
fratellanza, o altro ancora. Insomma uno in più fuori vuol dire, concretamente,
una possibilità in più per chi sta dentro. Ti faccio un esempio molto semplice.
Io sapevo di un movimento in un carcere. C'era un ragazzo, un bravo ragazzo,
che aveva un processino proprio in quel carcere. Lui non era al corrente della
cosa e voleva rinunciare alla presenza perchè‚ era un brutto carcere e si stava
da schifo. Io gli ho detto che avrebbe fatto meglio ad andare perchè‚ rischiava
di perdere il passaggio. E' andato e due giorni dopo se ne sono andati. Una
volta fuori si è incontrato con dei ragazzi che erano in batteria con me e mi ha
aiutato a mettere su un movimento che gli avevo accennato quando eravamo
stati in cella insieme. Insomma, tre mesi dopo me ne sono andato anch'io.
Questo tanto per darti un'idea di come giravano le cose. (D.)

Non rientra nei miei obiettivi ricostruire l'epopea delle evasioni degli
anni Settanta. Il mio interesse è soprattutto rivolto ai modelli messi in
campo per attuarle. A proposito mi limito a riportare due vicende che
possono funzionare in modo paradigmatico. Nel primo caso P., un
bandito milanese, racconta un tentativo di evasione classica,
attraverso lo scavo di una galleria. L'episodio è abbastanza curioso
perchè‚ rende familiare una tipologia di prigioniero poco conosciuta,
che sembra avere non poche affinità con la più nota figura,
immortalata dalla letteratura nordamericana, dello schiavo domestico
(Portelli 1994). Si tratta di detenuti spesso anziani che, pur
apparentemente sottomessi, hanno sviluppato su un piano puramente
individuale e solitario qualche forma di "resistenza". Impotenti di
fronte ai poteri legittimi e illegittimi, non hanno potuto fare altro che
ricorrere alla "resistenza interiore", consegnando l'accumulo delle loro
conoscenze a chi sembra deciso a farne tesoro. Figure anonime di
vecchi ergastolani considerati sottomessi, piegati al carcere o più
prosaicamente completamente bolliti. Le informazioni e gli strumenti
da lavoro che consegnano ai banditi sono una piccola rivincita, quasi
un riscatto, a fronte di una vita consegnata al silenzio e all'obbedienza.
Ma la descrizione fornita da P. è importante anche perchè‚ smentisce
la contrapposizione che esisterebbe tra movimento di lotta collettivo e
pratica di autoliberazione per piccoli gruppi. Come spiega
nell'intervista, le lotte collettive non raramente erano usate come
momenti tattici finalizzati all'obiettivo strategico della liberazione e
tra le due, più che contrapposizione, vi era complementarità. In altre
parole le lotte collettive potevano servire ad aprire degli spazi di
agibilità interna, grazie ai quali passare dalla tattica del
miglioramento delle condizioni di prigionia, alla strategia della
liberazione. Tutto ciò, questo è l'aspetto che deve essere
maggiormente evidenziato, all'interno di un accordo collettivo che
vedeva unito l'intero corpo prigioniero, delatori esclusi.

99
Andarsene scavando è stato il primo modo che un po' tutti ci siamo pensati per
andarcene. E' un lavoro lungo che comporta molta pazienza ma, se hai le dritte
giuste e sei ben organizzato, meno difficile di quanto possa sembrare. Sì,
sicuramente per mettere in campo una cosa simile hai bisogno di una grossa
collaborazione da parte di molti. Senza girare intorno alla cosa ti faccio un
esempio concreto, un tunnel che è arrivato a un pelo dall'uscita e che è saltato
per via di un'infamata. In questo modo ti sarà anche più facile capire cosa
succedeva in carcere. Per scavare devi innanzi tutto sapere dove andare. Devi
avere delle informazioni, se non esatte al cento per cento almeno al novanta.
Queste informazioni te le possono dare soltanto detenuti che stanno in quel
carcere da un po' di tempo e che, a loro volta, le hanno ricevute dalla custodia o
da altri prigionieri. A darti queste informazioni erano spesso dei vecchi
detenuti, ergastolani che sembravano completamente ciulati, di cui subito
diffidavi, ma che invece erano persone oneste e regolari. Era gente che si stava
fumando l'erba o i trent'anni, per qualche stronzata fatta da giovane e che in
carcere non aveva potuto fare altro che subire. Alla fine si era adagiata e si era
costruita la sua vita lì dentro. Però dentro era rimasta libera, onesta,
probabilmente se fosse nata nella nostra epoca sarebbe stato uno di noi. La loro
vita se n'era andata ma se potevano qualche rivincita se la pigliavano.
Ricapitolando. Devi avere le informazioni, poi devi procurarti gli strumenti
per scavare e coprire il buco d'accesso, devi trovare il sistema per eliminare la
terra, avere gli strumenti, se la galleria è lunga, per puntellare lo scavo. Tutto
questo, come puoi facilmente immaginare, comporta un'infinità di lavoro e la
collaborazione di molte persone. Una volta che abbiamo individuato la via ci
procuriamo gli attrezzi. Per farlo ci facciamo aiutare da alcuni che sono in
lavorazione. Loro possono portare fuori, un po' alla volta, le cose che ci servono
per costruire gli strumenti di scavo. Poi dobbiamo occuparci di come scavare
senza smarronare. Per farlo abbiamo bisogno di maggiore libertà di
movimento all'interno. Per questo organizziamo una piccola protesta con
alcune rivendicazioni. Sappiamo che le prime sono troppo grosse e non ce le
daranno, ma qualcosa otterremo. Apparentemente ci danno le cose più
insignificanti ma tra queste c'è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. La protesta
la organizziamo noi, tirando a sorte chi doveva maggiormente esporsi e quindi
correre il rischio di essere sballato. Il carcere ci segue e molti ne conoscono il
motivo. Non è che quest'episodio si possa generalizzare. Però è vera una cosa.
C'è stato un periodo in cui si facevano le lotte, le rivolte per avere delle cose, per
stare meglio, poi però si è cominciato a pensare in un altro modo. Abbiamo
cominciato a dirci che a noi proprio non ci andava di stare in carcere, che la
galera se la dovevano fumare loro e allora anche gli obiettivi che ci davamo
erano soprattutto per andare a casa. Le lotte hanno continuato a esserci ma
erano più fatte sul posto. Si diceva: apriamoci degli spazi qua e poi si vede.
Oppure, com'è successo nel caso che ti sto raccontando, si è fatto per ottenere
degli obiettivi ben precisi. Dopo di ciò dobbiamo organizzare dei turni di scavo
e un sistema di vigilanza intorno alla zona. Per farlo dobbiamo contare su un

100
buon numero di ragazzi che si impegnano a tenere sempre sotto controllo
quella parte di carcere che a noi interessa. Poi dobbiamo risolvere il problema
della terra. Un po' la possiamo buttare nel passeggio. Però è un lavoro troppo
lungo, ognuno di noi doveva infilarsi un sacchetto pieno nei pantaloni e farla
cadere mentre passeggia. Anche usando le tute con la gamba larga è un lavoro
che non finisce più. Ci aiutano, per fortuna, un paio di lavoranti che portano i
bidoni della spazzatura al camion che tutte le mattine viene a raccogliere i
rifiuti. Ogni giorno riescono a far passare un intero bidone di terra, che per noi
è una vera manna. L'ultimo problema che dobbiamo affrontare è quello di
puntellare il buco. Il lavoro è lungo e a un certo punto la galleria non tiene e
comincia a franare. Ci aiutano un paio di lavoranti della falegnameria.
Riescono a farci avere delle assi con le quali riusciamo a evitare i cedimenti.
Questo, però, è anche ciò che ci fa smarronare. Un detenuto infame che
lavorava in falegnameria si accorge che mancano delle assi e si mette a filare il
movimento. Vede che i nostri amici le portano fuori e se l'intaglia che c'è
qualcosa in ballo. Avvisa il maresciallo, questo lo abbiamo ricostruito dopo
grazie a un lavorante della matricola, cominciano a buttare all'aria il carcere e
trovano il buco. Due mesi di lavoro andati in culo. (P.)

Nel secondo caso C., un rapinatore bergamasco, descrive


un'autoliberazione con le armi. In particolare la sua ricostruzione
evidenzia la relativa facilità con cui l'evasione riesce e per di più
attraverso la via apparentemente più difficile: la porta d'ingresso
principale. Un aspetto che merita di essere spiegato. Non si tratta,
come potrebbe apparentemente sembrare, di una presunta debolezza
tecnico-militare da parte dell'istituzione. La forza militare, in realtà,
corrisponde esattamente alla cornice culturale e cognitiva in cui, in
quel momento, l'istituzione penitenziaria percepiva il corpo
prigioniero. I cancelli che conducono all'ingresso e la portineria stessa
non sono eccessivamente sorvegliati, non per lassismo ma perchè‚ è
"inconcepibile" che da dentro si sviluppino azioni di quella portata.
Come si vedrà, quando il gruppo entra in azione, nel giro di pochi
minuti prende in mano il carcere e la custodia, più che spaventata,
sembra piuttosto stupita. Insomma a essere fuori misura non sono le
norme di sicurezza ma "quel" tipo di azione.

Per caso ci siamo ritrovati un bel gruppo di noi nello stesso carcere. La prima
cosa che ci siamo detti è stata: di qua ce ne andiamo. Non è che eravamo tutti
insieme anche fuori, però dentro ci eravamo conosciuti e stavamo insieme come
fratelli. Mentre eravamo lì è arrivato anche uno delle B.R., un bravo ragazzo
che alcuni di noi avevano conosciuto in altri carceri. Lo abbiamo subito messo
al corrente della possibilità che c'era e di cosa avevamo in mente. Lui è subito
d'accordo e si mette a lavorare con noi. Il fatto che fosse delle B.R. di per s‚ non
è che per noi volesse dire molto. Lo si è informato non perchè‚ era un B.R. ma

101
perchè‚ era lui e di lui tutti ci fidavamo completamente. Sapevamo che era un
ragazzo a posto, che non se ne stava e che se c'era da mettersi in mezzo non si
tirava indietro. Per noi le cose che contavano sul serio erano quelle. Io ho
sempre guardato alle persone come singoli, non come gruppo. Con molti
brigatisti o di altri gruppi andavo d'accordo e li consideravo non troppo diversi
da me, altri non mi andavano per niente e non volevo averci niente a che fare.
Questo era il modo di pensare mio e anche degli altri ragazzi. Le snidiamo
tutte ma alla fine la via più semplice, ti sembrerà strano, è quella che passa per
la via principale. Cioè constatiamo che se facciamo un'azione diretta e di forza
abbiamo maggiori possibilità che se andiamo a cercarci altre vie. Questo era
vero un po' ovunque. Il motivo credo sia abbastanza semplice. In carcere non
si aspettavano ciocchi del genere. Potevano pensare alle rivolte, a qualche raro
tentativo di fuga con le lenzuola, i seghetti o il buco ma che ci prendessimo il
carcere in mano e ce ne andassimo dalla porta principale non se lo poteva
immaginare nessuno. perchè‚ non c'era l'abitudine a farlo. Tutto lì. Il carcere,
per dirla chiaramente, funzionava perchè‚ chi ci stava dentro accettava di
starci. Così la via diretta finisce per essere la meno sorvegliata. La mentalità
l'hanno cambiata con gli speciali. Quelli li hanno costruiti proprio per tenerti e
infatti, specialmente all'inizio, ci sono finiti dentro tutti quelli con delle
evasioni alle spalle. Allora, una volta scelta la via, diventiamo operativi.
Abbiamo bisogno di qualche informazione sui turni delle guardie, il loro
numero dopo le quattro del pomeriggio e come sono dislocate all'ingresso.
Queste informazioni le riceviamo da un lavorante fidato che ha accesso ad
alcune zone del carcere. La seconda cosa di cui abbiamo bisogno sono dei
coltelli per prendere le guardie. Questi ce li costruiamo molando alcune sbarre
di ferro. Per rendere la cosa più facile avremmo bisogno di una chiave per
aprire un cancello. Potremmo farne anche a meno, utilizzando gli ostaggi per
farci aprire, ma se abbiamo la chiave velocizziamo non poco l'azione.
Facciamo un calco della serratura con della cera e la diamo a uno fidato che
può costruirla nell'officina della lavorazione. La proviamo un paio di volte
perchè‚ ha bisogno di essere un po' limata e al terzo tentativo apre senza
problemi. Coltelli e chiave li abbiamo imboscati in un buco che abbiamo
ricavato sotto la turca. Riusciamo anche a mandare la dritta fuori e a farci
lasciare un paio di auto pronte vicino al carcere. Alla fine c'è voluto più a dirlo
che a farlo. Ci siamo mossi verso le quattro e mezza del pomeriggio e in cinque
minuti eravamo già fuori. Abbiamo preso le guardie, aperto il cancello, ci
siamo fatti aprire l'ultima porta e ci siamo ritrovati in portineria. Quando ci
ha visti lì, la guardia pensava di essere in un film. Non ci credeva nemmeno
lei. Ci siamo presi la sua pistola e un paio di Mab che erano in un armadietto
chiuso con un lucchetto da ridere in portineria. Siamo saltati fuori e ci siamo
diretti alle macchine. Siccome non bastavano perchè‚ all'ultimo si era aggiunta
ancora dell'altra gente, gli abbiamo dato una mano a bloccare e prendere un
paio d'auto che stavano passando. Dopo venti minuti eravamo già imboscati
in un posto sicuro. (P.)

102
Contrariamente a quanto sostiene lo stesso Foucault, a opporsi ai
progetti di liberazione non sono i prigionieri con una coscienza
politica più elevata e intenzionati a sviluppare un discorso collettivo,
ma i detenuti più propensi a risolvere individualmente, attraverso la
pratica della delazione, la loro condizione carceraria. Inoltre in
carcere diventa sempre più marcato il conflitto tra chi considera la
prigione come il luogo naturale dove condurre la propria esistenza, e
pertanto focalizza la sua attenzione ad acquisire una posizione di
prestigio, in sintesi a farsi un nome, e chi la percepisce come un
semplice momento di passaggio, un incidente di percorso e mantiene
perciò lo sguardo permanentemente rivolto all'esterno. Tutto ciò non
può che radicalizzare la frattura che da tempo si è manifestata, anche
all'esterno, tra gli ex giovani teppisti urbani e la malavita tradizionale.
L'episodio che ricorda G., un rapinatore milanese, descrive
esattamente il conflitto culturale interno alle carceri.

L'episodio di cui ti parlo mi è successo a *** nel '75. C'ero arrivato da San
Vittore, mi avevano sballato di notte. Ce lo aspettavamo. Ci eravamo barricati
per non far partire un amico che doveva andare a Sassari. Siamo partiti tutti,
ma se non altro a lui hanno cambiato destinazione. All'epoca ero dentro
perchè‚ mi tiravano una ventina di rapine tra Milano e il varesotto, che erano
successe nel periodo in cui ero latitante perchè‚ avevo fatto la bella
dall'ospedale. I giornali ci marciavano e io e gli altri della batteria stavamo
diventando famosi. Questo te lo dico perchè‚ c'entra con quello che mi succede a
***. Arrivo giù e in sezione vado in un camerone dove c'erano due bergamaschi
e un genovese che avevo conosciuto anni prima mentre ero di transito a
Marassi. Loro stavano cercando un movimento per andarsene e io mi aggrego
subito. Anzi, la prima cosa che mi dicono appena salgo in sezione è di andare
da loro perchè‚ hanno una storia in piedi.

"Loro ti mettono subito al corrente di un progetto di evasione. Ma che


tipo di rapporto c'era tra di voi?"

Direttamente poco. A parte questo ragazzo della batteria dei genovesi, gli altri
li conosco di nome. So che erano di una batteria di bergamaschi e che erano dei
bravi ragazzi. In quel periodo non è che ci volesse molto di più per mettersi
insieme. Anche se non ti conoscevi personalmente c'era sempre qualcuno che
era amico di un tuo amico e poi tra di noi, i bravi ragazzi, anche senza
conoscerci c'era un modo di vedere le cose comune, tra cui andarsene a casa.
Allora ci mettiamo insieme. Non rimango lì molto perchè‚ vengo sballato di
nuovo. Io non me la sono cercata, però mi hanno tirato per i capelli dentro una
storia e non potevo tirarmene fuori senza agire, mi volevano tagliare e perciò
non avevo scelta.

"perchè‚ finisci in questo guaio?"

103
Per una storia completamente senza senso che può farti capire molto su
com'era il carcere in quel periodo. Molte cose le ho messe a fuoco dopo, sul
momento non è che le realizzassi troppo. *** era un carcere sia penale sia
giudiziario. Però non aveva molti detenuti del posto. La maggior parte erano
detenuti che scontavano una pena definitiva o gente sballata lì da altre parti
d'Italia. Quelli assegnati lì come penale erano la maggioranza. Avevano la
loro mentalità e le loro gerarchie. C'erano parecchi ergastolani, sardi, calabresi
e pugliesi che si erano presi l'erba per storie di pascolo, di pecore o faide tra
famiglie. Era gente che veniva da un altro mondo e che era abituata a farsi la
galera tranquilla, quando andava bene, ma era anche facile che collaborassero
con la direzione, perchè‚ vivevano nella speranza della grazia. Poi c'erano
quelli che se la tiravano da malavitosi. Per cosa fossero dentro non lo si sapeva,
ma di sicuro non era gente che i soldi se li andava a prendere. Questi vivevano
di manie, di racconti e di tragedie. Il carcere era la loro casa e ci tenevano a
farsi rispettare e a essere temuti. Con la gente del posto non avevano problemi
a imporsi. Erano quattro ricottari, qualche piccolo truffatore o qualche ladro
d'auto. In carcere spadroneggiavano e vivevano di prepotenze.

"In che senso?"

Da mezzi infami quali erano, entravano nelle celle e si prendevano il vino e la


birra. Si facevano fare le pulizie di prepotenza da qualche pivello, robe così.
Però nessuno gli si opponeva e questi si facevano sempre più grandi. Qualche
problema lo avevano avuto con un gruppo di politicizzati. Erano quattro o
cinque che erano in contatto con dei gruppi esterni che si interessavano dei
detenuti. Mi sembra fossero Lotta continua, Soccorso rosso. Avevano il
camerone sotto il nostro. Con questi si erano un po' scontrati ma alla fine, visto
che i politicizzati non interferivano nell'andazzo del carcere perchè‚ erano
sempre tra di loro a leggere e studiare, hanno finito con l'ignorarli.

"Questo gruppo non aveva molta presa sul resto del carcere?"

No, perchè‚ era proprio un carcere dove avevano tutti la mentalità vecchia e i
ragazzi che c'erano non valevano un cazzo. Quattro scappati da casa senza
palle. I problemi nascono con noi. Pochi giorni dopo il mio arrivo, hanno
trasferito lì altri tre, un veneto, un torinese e un genovese che si sono messi nei
cubicoli vicini al nostro camerone e mangiavamo tutti assieme. Anche questi
erano ragazzi come noi e tutti avevano sul groppone rapine, conflitti a fuoco e
storie così. Anche loro vengono subito messi al corrente del ciocco che stiamo
preparando e ovviamente si aggregano. Anche se non facciamo niente la nostra
presenza crea ai boss locali dei problemi. Cazzate ma che dentro un carcere
sono importanti. All'aria non gli cediamo il passo, non li omaggiamo, li
trattiamo come se non esistessero. Non lo facciamo apposta, è semplicemente il
nostro modo di fare. Tutti sapevano chi eravamo e cosa avevamo fatto fuori.
Questo dava fastidio perchè‚ li cominciava a mettere in secondo piano. Sai, in

104
carcere la gente non fa altro che passare il tempo a chiacchierare e meno ha
fatto fuori più chiacchiera dentro, specialmente sugli altri. In poche parole
diventiamo, senza volerlo e cercarcelo, i più rispettati. Non è che a noi ce ne
fregasse un cazzo. Stavamo pensando di andarcene a casa e poi,
indipendentemente da questo, non c'abbiamo mai tenuto a questo genere di
cose. Il casino scoppia con me ma sarebbe potuto succedere con chiunque altro.
In più io ero anche il più malvisto perchè‚, oltre alle cose che mi tiravano
direttamente, tutti mi associavano a quello che stava combinando in giro la
nostra batteria. Per motivi che ci interessavano io mi ero spostato in un
cubicolo. I cubicoli non avevano i servizi in cella e bisognava utilizzare quello
comune. Alla sera, prima della chiusura definitiva delle celle, era scontato che
tutti facessimo un giro al bagno. Una sera, come sempre, poco prima della
chiusura passo a salutare i ragazzi e vado a pisciare e a prendermi l'acqua per
la notte. Anche se sto pensando ai cazzi miei e non ho motivi per stare in
campana, istintivamente colgo un movimento dalle scale. Non capisco, vado
avanti ma sto attento a cogliere qualunque rumore o segnale utile. Passo le
scale e non c'è nessuno, però non sono convinto. Entro in bagno, socchiudo la
porta, non era possibile chiuderla, metto un pezzo di carta igienica nella
fessura della porta, che era il modo usato per indicare che era occupato, e mi
piazzo davanti alla porta. Tempo venti secondi la porta si spalanca e mi si
presentano davanti quattro di loro, cioè i boss del cazzo. Pensavano di
trovarmi accovacciato sulla turca e ci rimangono male. Si fermano e il boss mi
dice qualcosa del tipo: Voi vi credete un pezzo da novanta, ma non siete niente.
Qua voi non siete nessuno e bisogna che vi insegno l'educazione. A quel punto
tira fuori la mano dalla tasca dell'accappatoio, mostrandomi il coltello. Io lo
guardo negli occhi e capisco subito che la sua è una sceneggiata. Sperava di
prendermi mentre cagavo, ma adesso non è più tanto tranquillo. Io non mi
scompongo e gli dico: Guardate che vi state sbagliando a tirare fuori il coltello,
perchè‚ un coltello in mano a voi è una calamità di schiaffi. Mentre finisco la
frase gli parto con due schiaffi che lo stordiscono, fa per mettersi le mani in
faccia e io gli ciocco una testata in bocca, il coltello gli cade, lo raccolgo e vado
sotto agli altri tre. Senza agitarmi gli dico che se non se ne vanno li scanno
come capretti. Questi mollano il ciocco. Lasciano il loro boss per terra in mezzo
al cesso. Mi giro e gli tiro una scarica di calci in faccia, nello stomaco e nelle
palle. Poi lo trascino per i capelli, gli metto la faccia dentro al cesso e tiro
l'acqua. Ripeto l'operazione tre o quattro volte. La cosa non dura tanto, qualche
minuto, ma è sufficiente per richiamare un po' di pubblico. A quel punto tanto
valeva chiudere in bellezza, gli ho lasciato la testa nel cesso, mi sono sbottonato
i pantaloni e gli ho pisciato in testa.

"Che conseguenze ci sono state?"

E' finita che dopo due giorni mi hanno imbragato e mandato via. Nel giro di
una settimana hanno mandato via tutto il nostro gruppo. In questo modo c'è

105
saltato il ciocco. Però non hanno scoperto niente. Tanto è vero che un anno
dopo, uno dei bergamaschi ha mandato la dritta a dei ragazzi che erano lì e
che hanno continuato, con successo, il lavoro. (G.)

Il carcere non sembra in grado di contenere banditi e rapinatori che


continuano ad andarsene a casa, sfidando sfacciatamente le roccaforti
per eccellenza della società rispettabile. Come se ciò non bastasse,
iniziano a trascinarsi dietro anche numerosi elementi della guerriglia,
mentre questa, a sua volta, comincia a considerare la pratica della
liberazione e l'attacco frontale alla forma carcere come uno degli
elementi centrali del progetto guerrigliero (Autori vari 1994). Il carcere
diventa così una delle innumerevoli emergenze della società italiana
degli anni Settanta e per arginarla si decide di aprire un circuito di
detenzione differenziato, dove rinchiudere i prigionieri più
insubordinati (rapinatori e guerriglieri) sotto il diretto controllo del
più prestigioso corpo militare nazionale: i Carabinieri (Cavallina 1977;
Autori vari 1978). I prigionieri delle carceri speciali saranno gestiti
direttamente dal Ministero della Difesa e l'incarico di questa delicata
missione sarà affidato al più capace e rappresentativo elemento
dell'Arma, già a capo degli speciali nuclei investigativi
dell'antiterrorismo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Un'apertura, quella degli speciali, non indolore, ma che non sembra
piegare più di tanto i prigionieri (Nicotri 1994). A parlare è E., un
rapinatore Veneto.

"Tu sei tra quelli che hanno inaugurato la stagione degli speciali?"

Sì. Sono stato tra i primi dieci ad arrivare a Cuneo. Cosa sono stati gli speciali,
specialmente all'apertura, lo sanno tutti. Hanno cercato subito di terrorizzarti:
botte, provocazioni, soprusi. Però avevano fatto i conti male perchè‚ si sono
trovati di fronte, tranne rare eccezioni, persone abituate a reggere e a reagire
anche nelle situazioni più difficili. Poi ci sono state altre tre cose di cui non
avevano tenuto conto. La prima era che ci siamo trovati, in un colpo solo, tutti
insieme, cioè tutti i bravi ragazzi che giravano per le carceri. La seconda, e
questo per loro era l'ostacolo più grosso, era che ognuno di noi era capace di
cavarsela da solo, comunque e sempre, e non è che se era da solo si comportava
in un modo e se aveva gli amici vicino in un altro. Per questo, anche se
continuavano a provarci non riuscivano a terrorizzarci o a farci passare dalla
loro parte. L'ultima cosa, che non era da poco, era l'immediata disponibilità a
prendere ognuno le difese di un altro. Questo li ha spiazzati e ci ha consentito
di reagire al clima di terrore che cercavano di instaurare.

"Quindi, inizialmente, le carceri speciali non hanno un effetto


devastante sul tessuto prigioniero?"

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Per almeno un paio d'anni no. perchè‚ la reazione che abbiamo ci permette di
organizzarci anche in quella situazione, di difenderci e di continuare a pensare
al modo migliore per andarcene.

"Ma l'evasione dagli speciali non è impossibile?"

Lo è stata. Però non si rimaneva sempre nello stesso posto, ci si spostava per i
processi, e allora ci si poteva organizzare. Anche in quel periodo qualche
evasione o tentata evasione c'è stata. Cioè noi non smettevamo mai di pensare
di andare a casa.

"Oltre a voi, in carcere, ci sono i politici. Com'è il rapporto con questi?"

I politici che hanno aperto gli speciali insieme a noi non è che piovessero dal
cielo. Per lo più ci conoscevamo già da prima e in tante occasioni si era cercata
e a volte si era fatta la bella insieme. No, ti ripeto, per qualche anno cambiano
le condizioni, perchè‚ sono molto più dure, ma il clima tra di noi rimane lo
stesso. (E.)

L'apertura degli speciali sembra avvenire all'insegna della celebre frase


pronunciata da John Belushi in "Animal House": Quando il gioco si fa
duro, i duri cominciano a giocare. Fondamentale in questa
circostanza è la capacità "individuale" dei banditi a reggere il colpo
nonostante le condizioni oggettive siano tra le più sfavorevoli. La vera
forza dei duri non è altro che una sintesi atipica di "individualismo" e
"collettivismo". Soli o in gruppo non sembrano comportarsi in
maniera troppo diversa bench‚, come si vedrà tra breve, il senso di
appartenenza a un gruppo è, di per s‚, un elemento di forza che gioca
un ruolo non secondario nello scontro con la custodia. A parlare è M.,
un rapinatore genovese.

Forse le situazioni più dure si verificano nelle sezioni speciali costruite dentro
ai giudiziari. Di solito si tratta di strutture piccole quasi sempre semivuote.
Può succedere che ti ritrovi lì in tre o quattro e non di più, ma può anche
capitare che ti ci ritrovi da solo. Nelle sezioni difficilmente sanno del tuo
arrivo, il braccio speciale è costruito in modo tale da impedire qualunque
possibilità di comunicazione con gli altri. Succede spesso che provino ad
approfittare della situazione. Se non reagisci subito sei fregato, capiscono che
possono prendere il sopravvento e te ne fanno di tutti i colori. A uno, tanto per
dirti, si divertivano a entrargli in cella di notte belli ubriachi, a pisciargli
dappertutto e poi fargliela leccare. Ma a parte queste chiamiamole eccezioni - è
successo anche che a qualcuno gli hanno cagato nel letto mentre era all'aria - le
cose più normali erano le irruzioni notturne con una qualche scusa, ad esempio
se non tenevi la luce accesa, e l'inevitabile santantonio. Come ti ho detto,
l'unica cosa era mostrargli subito i denti. Tanto non c'erano alternative. E'

107
inutile cercare di ragionare ed essere accomodanti con chi ha solo in mente di
massacrarti. Poi c'è anche la cosa importante che loro in quella situazione si
sentivano forti, partendo per primo li mettevi in difficoltà. Non se
l'aspettavano. Mi capita di essere a *** in un reparto speciale e con me c'è solo
un altro, un ragazzo siciliano a cui tiravano un omicidio che poi è anche
andato assolto. Non ci permettono di comunicare e anche la sola ora d'aria ce
la fanno fare divisa. Però noi comunichiamo a colpi. Era un sistema che
avevamo imparato tutti negli speciali, si diceva che fosse il modo di
comunicare dei legionari, non so se corrispondesse al vero. Comunque lo
avevamo appreso da uno che nella legione c'era stato davvero. Ci diciamo che
non dobbiamo starcene e che alla prima stronzata che ci fanno partiamo
sequestrando le guardie. Per questo, alla conta serale, dobbiamo stare in
campana. Chi reagisce la prima cosa che deve fare è prendere la guardia che
ha le chiavi e correre ad aprire all'altro, che per questo deve essere subito
pronto. Ci armiamo lavorando ognuno per proprio conto una forchetta di
alluminio, che se ben affilata qualche danno lo fa. In più, utilizzando la
plastica fusa dei Bic, rafforziamo la parte da taglio con due lamette nuove.
Non sarà stato tanto ma bastava ad aprire una gola. Puntuali come la morte
verso mezzanotte arrivano. Che sarà un casino me la do subito perchè‚ con loro
c'è anche il maresciallo in seconda, ubriaco ma questa non è una novità, che
nella vita non faceva altro che bere e picchiare i detenuti. Entrano da me. Io
sono vestito e ho sopra l'accappatoio. Tra le guardie ce n'è una che conosco e che
soprattutto conosce bene me e tutti gli altri della batteria. Mi vede appoggiato
al muro, con una mano nella tasca dell'accappatoio e con l'altra che tiene un
maglione. Il maglione, bello spesso, mi serviva per arrotolarmelo sul braccio e
proteggermi la testa da eventuali manganellate, mentre facevo l'azione.
Capisce al volo che non è cosa e in più, lo immagino io, non ha voglia di essere
in mezzo al mio pestaggio. Gli altri non li conosco ma lui sì e sa che fuori ho
ancora degli amici. Immagina che il primo nome che avrei fatto uscire era il
suo e così per togliersi da tutto si mette davanti, dice a tutti che lì era tutto a
posto, si gira e se li porta fuori. Mentre lo fa mi strizza l'occhio. Gli altri,
probabilmente presi alla sprovvista, si fanno portare fuori, lui prende le chiavi,
chiude la cella e per quella notte è andata. Noi stiamo sempre in campana ma
finch‚ siamo rimasti lì nessuno ci ha toccati. Il giorno dopo è passato e mi ha
detto che aveva sistemato lui tutte le cose, aveva parlato con i più esagitati e li
aveva convinti a lasciar perdere. Fuori c'erano ancora *** e *** e immagino
che questo è stato un argomento che ha finito con il convincere tutti. Poi lì in
ogni caso dovevamo tornarci, per cui o ci ammazzavano tutti o prima o poi la
pagavano. (M.)

Le carceri speciali domano solo apparentemente la comunità


prigioniera che, almeno nei primi anni, sembra uscirne addirittura
rinvigorita politicamente. Gli speciali ottengono un buon successo
militare, riducendo notevolmente il numero delle evasioni, ma non

108
sembrano avere un qualche effetto sul morale dei prigionieri. Il vento
della ribellione continua a soffiare, pronto a cogliere ogni occasione
anche solo vagamente propizia. Chi è dentro non sembra propenso a
piegarsi facilmente e chi è fuori non pensa minimamente ad
abbandonare gli altri. L'evasione, o la sua organizzazione, rimane in
ogni caso la migliore riprova del legame solidale che caratterizza il
mondo dei duri, nonostante il gioco si sia fatto particolarmente tosto.
Una riprova può essere, ad esempio, l'operazione compiuta dai
genovesi che si rendono protagonisti di una delle più clamorose
evasioni avvenute nella storia carceraria italiana. Nell'ottobre del '77,
quattro dei suoi membri liberano Cesare Chiti dopo aver assaltato
all'entrata dell'autostrada cittadina la traduzione che lo stava
trasferendo in un supercarcere. Nel corso dell'evasione il capo della
scorta rimane mortalmente ferito, e successivamente il prigioniero e
gli autori dell'assalto sono condannati all'ergastolo. Al momento
dell'evasione Chiti, accusato di una serie di rapine, rischia una
condanna pesante ma contenuta e gli altri non sono neppure ricercati
(Quadrelli 2003). Ho avuto modo di intervistare in carcere uno dei
componenti del gruppo che ha portato a termine l'operazione. La sua
testimonianza è un documento prezioso per capire come solidarietà,
fratellanza, senso d'appartenenza, ma anche un radicale
"antagonismo" nei confronti della società legittima, era lo sfondo in
cui le batterie si muovevano.

Cesare ce lo siamo andati a prendere perchè‚ ci sembrava normale farlo. Non


abbiamo pensato alle conseguenze, d'altra parte non lo avevamo mai fatto.
Dopo 26 anni di carcere, con tutto quello che hanno comportato, un morto che
non era nelle nostre intenzioni fare ma che comunque c'è stato ed è inutile far
finta di niente, vista oggi si potrebbe tranquillamente dire che è stata una
pazzia. Però non sarebbe onesto dirlo per nessuno. Un modo comodo, facile e
conveniente per mettere una pietra sopra a tutto. Questo perchè‚, non parlando
da uomo libero, ogni cosa che dico può diventare oggetto di interpretazioni che
mi sfuggono, ma mi toccano in prima persona. Io proverò a spiegarti
oggettivamente, si dice così mi pare, come sono andate le cose, senza giudicarle
e sperando che nessuno lo faccia. Allora, tornando all'evasione il problema è
semplice, se uno di noi stava dentro gli altri avevano, diciamo, il dovere di
tirarlo fuori, intendo un dovere morale, o qualcosa di simile, niente a che
vedere con giuramenti, appartenenze di qualche tipo o stronzate simili. Puoi
parlare di qualcosa come legame di fratellanza che noi abbiamo sempre sentito
e praticato. Lo so che potrà sembrare strano a chi non è mai stato dentro
logiche simili, ma in fondo l'evasione che abbiamo fatto non era diversa,
intendo come logica nostra, dall'intervenire in una rissa se uno di noi era stato
aggredito. Ecco ti faccio un esempio. Una volta ero con altri due in un bar di
Fossatello. E' arrivato uno a dirci: Guarda che M. ha avuto una questione nel

109
tal posto e gli stanno dando addosso. Noi ci siamo accavallati e siamo partiti
subito per soccorrerlo. Non siamo stati a preoccuparci delle conseguenze, era
normale e naturale farlo. L'evasione di Cesare stava nello stesso ordine di idee,
solo che ovviamente il gioco era più alto e le conseguenze diverse. C'era, inutile
nasconderlo, anche l'idea di dimostrare che non ci avrebbero mai tenuti dentro,
piegati e sconfitti. Però anche questa non è stata una novità, neppure un salto,
cioè il salto c'è stato perchè‚ l'azione era di uno spessore diverso, ma il
principio, chiamiamolo così, era sempre lo stesso: dimostrare di essere sempre
all'altezza e fregarcene delle loro regole e leggi.

"Quindi non c'erano motivazioni di altro tipo, se non, chiamiamole,


morali?"

Guarda, subito dopo l'evasione, i giornali hanno scritto una marea di


stronzate, e meno male che la stampa dovrebbe dare un'idea il più realista
possibile di come vanno le coseà Hanno scritto che la liberazione di Cesare era
stata fatta perchè‚ lui era l'unico a conoscere dove si trovava il bottino delle
rapine e che, per questo, la malavita organizzata ne aveva predisposto
l'evasione. In altre parole dicevano che Cesare si era comprato l'evasione e che i
suoi mezzi erano tali da far smuovere una potente organizzazione. Ora, come
poi è uscito fuori chiaramente al processo, quindi non sto dicendo nulla di
nuovo, quando sono andato a prendermi Cesare dietro avrò avuto, sì e no, un
milione, ed era tutto quello che avevo, lui avrà avuto 200 mila lire e gli altri
non se la passavano meglio. Il logistico, termine che ho imparato in seguito,
semplicemente non c'era. Subito dopo abbiamo rutti ripiegato su appoggi di
fortuna completamente improvvisati. I tesori nascosti, le strutture logistiche
iperorganizzate, l'intervento della mafia, la complicità delle Brigate rosse, ci
mancava solo la Cia, erano solo nella fantasia dei giornalisti che da una parte
devono fare notizia, ma dall'altra scrivono senza sapere di che cosa stanno
scrivendo. Ma le stronzate che hanno scritto erano dovute, soprattutto,
all'incapacità di riconoscere una realtà, anche semplice, che avevano
quotidianamente sotto gli occhi. Per loro, come per tanti, era impossibile e
impensabile che un gruppo di ragazzi, poco più che ventenni, nati e cresciuti in
questa città, che tutti conoscevano, fossero in grado di portare a termine
un'operazione simile senza che intervenissero degli specialisti. Completamente
diverso è il comportamento delle forze dell'ordine che, invece, prendono subito
la pista giusta e cominciano a cercare dove, con buone probabilità, possiamo
essere e non perdono tempo a inseguire fantasmi. Che quella era un'altra
puntata della storia tra noi e loro, e che di mezzo non c'era nient'altro, l'hanno
capito subito.

"Quindi non è neanche vero che l'evasione che organizzate ha il


compito di lanciare un segnale forte verso la malavita locale per farle
intendere che voi, ormai, siete i veri padroni del territorio?"

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Questa è un'idea ancora più fantasiosa. Noi abbiamo sempre avuto pochi
rapporti con quelli e l'ultimo dei nostri problemi è porci il problema di
controllare qualcosa o qualcuno. Questo non rientra nella nostra mentalità.
Noi non abbiamo mai controllato nulla, quando, mi riferisco al gioco, abbiamo
cercato di farlo abbiamo palesemente dimostrato di non esserne capaci, anche
lì di non averne la mentalità, per cui è un problema che non si pone. Con la
malavita non eravamo in conflitto, perchè‚ semplicemente agivamo in ambiti e
terreni diversi e soprattutto perseguendo logiche e obiettivi diversi. Nessun
malavitoso poteva concepire un'azione come quella che avevamo appena fatto.
Un po' perchè‚ non avevano le palle, ma soprattutto perchè‚ non c'era da
guadagnarci niente, tranne che dei secoli di galera. Immediatamente dopo
l'evasione tutta la malavita ci dà la caccia per toglierci di mezzo. (V.)

Nessun interesse economico o utilitaristico giustifica l'azione e solo


nella naturale propensione per la "sfida", nel legame solidale, in quella
"moralità" altra, che sedimenta le "gang" fin dalla nascita, si possono
trovare le ragioni dell'impresa condotta, è bene ricordarlo, da semplici
ragazzi di quartiere e non da improbabili professionisti del crimine.

L'apertura degli speciali, insomma, frena ma non vanifica il modo


d'essere di gran parte dei banditi e dei guerriglieri. Un esempio più
che emblematico è l'evasione dalla sezione speciale del carcere di San
Vittore del 1980 (Bonini, Vallanzasca 1999). Per anni i ragazzi delle
batterie e i politici avevano formato un fronte comune, finalizzato
all'evasione e alla lotta per modificare le condizioni di vita nelle
carceri. Un'unità di intenti che l'evasione mista da San Vittore non fa
che rafforzare. Vale la pena di soffermarsi sulle dinamiche di
quell'evasione, solo parzialmente riuscita. Nella gestione
dell'operazione non vi sono gerarchie. Il movimento è dei rapinatori,
ma il progetto è portato a termine in comune. Il primo gruppo, anche
questo misto, raggiunge l'uscita e potrebbe tranquillamente
dileguarsi. Il secondo, invece, trova un intoppo ed è costretto a
recedere. I primi, invece di pensare alla propria fuga, si fermano,
cercano di coprire quelli intrappolati e ad aprire loro una via di fuga.
Succede così che alcuni del gruppo intrappolato riusciranno a
conquistare la libertà, mentre una parte di quelli tornati indietro per
proteggerli cadranno feriti sotto i colpi delle forze dell'ordine, che nel
frattempo erano accorse. Nessuna delle parti aveva concordato un
piano d'azione simile e tanto meno stabilito un patto operativo. In
quel frangente, come racconta uno dei partecipanti all'azione,
comportarsi in quel modo era naturale, il perchè‚ non è neppure
troppo difficile da spiegare. Se Lenin e Mao erano letture importanti
per alcuni e inessenziali per altri, "Il mucchio selvaggio" lo avevano
visto tutti entusiasmandosene allo stesso modo. Il "Mucchio" avrebbe

111
mai mollato qualcuno? La risposta non fu neanche il caso di darla.
Quello che colpisce, nella ricostruzione di avvenimenti come questi, è
l'assenza di retoriche superomiste o eroico-sacrificali. "Tutti o
nessuno", insomma, è un consolidato stile di vita che qualcuno ha
maturato fin dai primi furti di automobili, altri negli scontri di piazza
ma che non va dimenticato è stato soprattutto il "programma operaio"
del cosiddetto Autunno caldo (Gobbi 1989).

Che ci sarebbe stata la possibilità di andarcene ne ero stato informato da


qualche giorno. Mi trovavo a San Vittore per un processo e appena arrivato ero
stato informato. Era un movimento che stavano mettendo in piedi i milanesi,
per questo ero abbastanza sicuro che la cosa avesse delle fondamenta solide. Di
solito quelli non erano abituati a parlare a vanvera. Molti, in carcere, almeno
questa era stata la mia esperienza, vivevano un po' di fantasie, finendo con
l'inventarsi situazioni e appoggi che avevano solo nella loro testa. Ma questi
erano sicuramente di un'altra razza. L'attesa è durata all'incirca una
settimana. Finalmente arriva, tramite il solito passaparola, la dritta di
scendere all'aria con le scarpe da ginnastica. Noi eravamo già tutti chiusi nei
passeggi, mancavano solo Pinella e Renato. Avevamo combinato che sarebbero
stati gli ultimi a uscire, erano loro ad avere i pezzi e a far partire l'azione. Così
è stato. Si sono presi il brigadiere e se lo sono portati dietro. A quel punto,
fingendo un malore, hanno fatto scendere la guardia che ci controllava dalla
garitta. Hanno preso anche lui e hanno aperto le porte dei passeggi. L'evasione
iniziava. Abbiamo preso le altre guardie e abbiamo iniziato a varcare i
cancelli, dirigendoci verso il portone principale. E' andato tutto liscio per un
po'. Il primo gruppo era già in strada ma quelli dietro hanno smarronato.
Qualche guardia si è accorta di quello che stava succedendo, ha dato l'allarme,
hanno iniziato a sparare, il gruppo di retroguardia è stato raggiunto e dopo
una violenta colluttazione è stato costretto ad arrendersi. Subito fuori erano
arrivati Renato e Corrado. Quando hanno sentito i primi colpi sono tornati
indietro per cercare di coprire la fuga anche agli altri. E' grazie a loro che
almeno alcuni di noi ce l'hanno fatta. Io ero tra quelli rimasti inchiodati sulla
porta, dietro avevo le guardie che stavano arrivando, davanti i carabinieri che
sparavano e sopra la testa le guardie che avevano cominciato a rafficare
l'ingresso. Renato e Corrado hanno attirato l'attenzione verso di loro
permettendo a noi che stavamo in mezzo di avere un attimo di respiro. Un paio
ne hanno subito approfittato per buttarsi fuori, io e altri abbiamo cercato di
riagganciare il gruppo di coda, ma eravamo senza armi e non potevamo fare
molto. Quelli ormai erano impegnati in un corpo a corpo che, pur non avendo
alcuna speranza, avevano ingaggiato per darci qualche chance in più a noi.
Sembra una storia lunga ma sono tutte cose fatte e decise in pochi secondi.
Visto che non possiamo far niente per chi è rimasto intrappolato dentro, ci
catapultiamo fuori. Esco e vedo Corrado a terra con Renato che cerca di
soccorrerlo e portarselo via. Corrado si accascia al suolo, non ce la fa, Renato si

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alza e quasi subito è colpito anche lui. Non posso fare niente. Corrado sono
sicuro che sia ancora vivo perchè‚ lo vedo che si tiene la pancia da dove esce un
fiume di sangue. Renato invece è lungo e immobile e penso che sia morto. Nel
casino generale riesco ad andarmene. Alla fine l'evasione era riuscita a nove di
noi, anche se due verranno ripresi in giornata. Non c'era nessun accordo
prestabilito, ma non era neppure il caso di farlo. Sull'azione tutti si sono
comportati come era giusto, non è che dovevi metterti d'accordo prima. Cioè
non è che c'erano distinzioni se uno era di una batteria, l'altro di Prima linea,
un altro ancora un cane sciolto. Davanti non è andato chi doveva andare via e
dietro chi si doveva arrangiare. Ecco questo è forse il caso di dirlo perchè‚
possono nascere delle incomprensioni e dare quindi un'idea sbagliata sia
dell'azione che ti sto raccontando, sia di come era naturale per tutti noi
comportarci. Quando dico tutti noi intendo i bravi ragazzi, quelli delle batterie
ma anche i politici con cui si stava insieme. No, per noi non c'erano delle
pregiudiziali nei confronti dei fascisti, anche se avevamo più rapporti con
quelli di sinistra. A dire il vero a parte qualcuno dei Nar, con quelli di destra
non c'erano grandi accordi e neanche loro ci tenevano ad averne con noi.
Quelli, lo si capiva facilmente, anche se erano finiti dentro erano ammanigliati
e una via la trovavano per conto loro, in fondo un po' sbirri lo erano e il loro
sogno era uno Stato governato dai militari e dalla polizia, per cui con noi non
potevano certo andare d'accordo. Però anche tra di loro c'era gente con le palle e
che non erano in cocca con questo o quest'altro. Ma te l'ho detto, si contavano
sulle dita di una mano. Tornando al nostro discorso, quello che ti volevo far
capire è che si è sempre partiti su un piano di completa uguaglianza e rispetto.
Cioè se io ti metto al corrente di una situazione non lo faccio per convenienza,
per usarti come carne da macello, se ti metto in mezzo tu vali quanto me e
allora si cerca di andare via tutti, solo se succede l'irreparabile si può lasciare
qualcuno per strada, ma prima bisogna provarle tutte, anche mettendo in
gioco la pelle, perchè‚ ciò non accada. Chi inizia l'azione, se guardi bene, non è
il più favorito ma quello con la responsabilità maggiore, perchè‚ è lui che si
assume l'onere di coprire tutti gli altri, perchè‚ è anche quello che si sgancia per
ultimo. E' come sulla dura, chi sta fuori in copertura se ne va quando chi è
entrato è uscito e ha portato via i soldi, se succede qualcosa è lui che deve
garantire la salvezza di tutti.

Molto più che simbolicamente la parziale evasione di San Vittore


chiude un'intera epoca. Come cercherò di spiegare nel capitolo
successivo, le dinamiche che inizieranno a prodursi all'interno del
pianeta carcerario, e degli speciali in particolari, manderanno
letteralmente in frantumi la comunità prigioniera che si era costituita
nel corso degli anni Settanta. Solo il mondo del carcere femminile
fornirà l'unica e ultima resistenza estrema al dissolversi della
"comunità". Come si vedrà in un capitolo successivo, saranno proprio
le donne a mantenere una coerenza e uno stile di vita affine alle

113
logiche culturali originarie degli anni Settanta. Non è perciò un caso
che proprio la comunità prigioniera femminile sia stata l'artefice e la
protagonista dell'ultima liberazione dell'epoca. Nel 1982 quattro
prigioniere della guerriglia evadono, dopo che dall'esterno un nucleo
d'appoggio aveva fatto saltare un pezzo del muro di cinta, dal carcere
di Rovigo. Un'operazione sulla quale non mi soffermo anche perchè‚
alcuni degli autori materiali ne hanno recentemente fornito una
dettagliata ricostruzione (Segio 2004). Senza entrare nei dettagli mi
sembra tuttavia impensabile chiudere il capitolo non tenendo in
considerazione il senso di questo evento che, a ragione, può
considerarsi l'epilogo di un'epoca. Sicuramente, si può considerare
Rovigo da un punto di vista strettamente tecnico-militare e liquidarla
come operazione decisa e condotta soprattutto per la sua "facile"
esecuzione. Un'affermazione vera solo in apparenza. Probabilmente
l'attacco al carcere, in quanto tale, non rappresentava difficoltà
tecniche e logistiche insormontabili, ma i problemi legati allo
sganciamento erano tali da rendere l'operazione tutt'altro che una
passeggiata. Non occorre essere degli esperti militari o degli studiosi
di guerriglia urbana per sapere che i piccoli centri sono quelli
logisticamente più insidiosi. Le spiegazioni tecniche appaiono perciò
inconsistenti. Inoltre non bisogna dimenticare che perchè‚ un
progetto di liberazione sia reso fattibile occorrono due elementi
fondamentali: il primo è un rapporto con l'esterno, il secondo la
presenza di un clima solidale e comunitario all'interno. In assenza di
quest'ultimo, anche il piano più sofisticato e "tecnicamente" perfetto
difficilmente può giungere a buon fine. Mentre, come si vedrà nelle
pagine seguenti, all'interno del mondo prigioniero maschile la
comunità prigioniera finisce in frantumi azzerando gran parte dei
vincoli solidali, la sorellanza sembra rimanere saldamente ancorata ai
suoi "valori". E' questo che rende "realmente" possibile la liberazione
dal carcere di Rovigo. Il punto di vista di P., un'operaia milanese,
militante di un piccolo gruppo guerrigliero, è in proposito molto
esplicito.

Rovigo, almeno per chi era all'interno di un certo ambito di dibattito, quello
che i brigatisti, con un certo disprezzo, chiamavano l'area soggettivista, più che
all'affermazione di una linea politica, tendeva a ribadire la nostra
irriducibilità nei confronti dei progetti di pacificazione e normalizzazione del
potere. Con quell'operazione volevamo dire: non ci avrete mai. Noi pensavamo,
a partire dalla difesa del nostro ambito comunitario, di rendere possibile
un'estensione delle pratiche di resistenza, a partire dalle singole specificità
delle comunità in conflitto con il progetto di omologazione capitalista. L'errore,
e ce ne siamo rese conto subito dopo, era pensare che nel tessuto metropolitano
esistessero, anche se in forma embrionale, settori di proletariato irriducibili al

114
progetto di compatibilizzazione del capitale. In realtà gli ultimi non
compatibili siamo noi. All'esterno, il nostro mondo si è dissolto e chi è libero
non vive clandestinamente all'interno di una serie di relazioni e rapporti
sociali, vive semplicemente braccato. Non vi sono più luoghi amici. La maggior
parte dei militanti deve vivere sui treni, spostarsi continuamente usando la
rete ferroviaria come unica e ultima risorsa logistica. Questo la dice lunga
sulla legittimità sociale che, da un certo punto in poi, cominciamo ad avere.
Questo non perchè‚ il nostro progetto è rifiutato, la cesura è molto più
profonda. Non è il mondo a rifiutarci, siamo noi che non c'entriamo più niente
con lui. Il mondo delle donne è probabilmente l'ultimo a rendersene conto.
Questo perchè‚, nei femminili, fino all'ultimo è continuato a esistere un
modello di relazioni che era come se avesse imprigionato e fermato il tempo.
Rovigo è possibile perchè‚ tra noi, ancora nel 1982, è come se fosse il 1977. E'
questo che permette di costruire le condizioni interne per la liberazione e, per
altri versi, coagula intorno al progetto le forze esterne. Per chi sta fuori,
vivendo una situazione di pieno isolamento, le indicazioni comunitarie che
provengono dal mondo della sorellanza diventano fondamentali. Insomma
succede un po' una cosa del genere, chi è fuori si dice: noi non ci stiamo capendo
più niente, ma loro hanno le idee chiare, perchè‚ sono state in grado di
attraversare ogni tipo di avversità rafforzando il loro senso di appartenenza.
Quindi è l'esterno che, un po' paradossalmente, prende esempio dall'interno.
Una bufala, in senso generale, ma che corrispondeva esattamente allo spirito
che c'era nei femminili. (P.)

Forse ancora più chiara è la spiegazione fornita una rapinatrice


torinese che va subito al sodo:

Che a Rovigo era in ballo qualcosa lo si sapeva. In carcere si sa sempre tutto,


specialmente rispetto ad avvenimenti simili. Un'evasione non può essere
preparata in segreto, più realisticamente bisogna che non ne siano a
conoscenza le persone sbagliate. In quel periodo, al femminile, di gente
sbagliata non ce n'era, o se c'erano se ne stavano in disparte. Andarcene a casa
era un po' l'idea di tutte, se qualcuna ci riusciva era come se un pezzettino di
ognuna di noi avesse messo il muso fuori. Chi se ne andava era una tua
sorella, non potevi che festeggiare. (C.)

Da un punto di vista politico-strategico, Rovigo non sortirà alcun


rilancio dell'ipotesi guerrigliera. Nel giro di breve tempo le evase e
gran parte dei militanti autori dell'operazione sono catturati e le loro
strutture liquidate. Niente di più di un epilogo che, forse un po'
romanticamente, sintetizza il carattere "esistenziale" dell'anomalia
"barbara" di questo movimento (Bianchi 1997). A Rovigo, più che un
progetto politico, sono in gioco amore, sorellanza, fratellanza, senso
di appartenenza e agire comunitario, la politica, almeno in senso
classico, è a ben vedere secondaria. Rovigo è un epilogo perchè‚

115
l'insieme di "valori" che lo rendono possibile non è altro che un residuo
del mondo di ieri, senza alcuna cittadinanza e legittimazione sociale
nel presente. Questo sarà ancora più evidente osservando, nelle
pagine seguenti, le trasformazioni che drasticamente investono il
mondo prigioniero maschile.

116
FAR VIVERE E LASCIAR MORIRE
IL TRAMONTO.

L'evasione dal carcere di San Vittore rappresenta, con ogni


probabilità, il canto del cigno di quella "anomala" comunità che
banditi, rapinatori e guerriglieri avevano costituito nelle prigioni nel
corso degli anni Settanta. L'episodio chiude, anche se non in maniera
definitiva, un'esperienza che appare unica e probabilmente non
destinata a riprodursi. A perdere gradualmente consistenza, fino a
diventare qualcosa di esattamente opposto, è il modello di relazione
basato sulla fiducia e la solidarietà tra prigionieri. Sicuramente le
strategie di contenimento e di repressione messe in atto dallo Stato e
dalle sue istituzioni (Bassetti 2003; Verde 2002), oltre al
prosciugamento e alle modificazioni intervenute nel fiume sociale
entro il quale i vari ribelli nuotavano, hanno giocato un ruolo non
secondario nell'indirizzare e governare questo mutamento. Ma a ciò
va aggiunto il modo in cui gran parte dei prigionieri, con la sola
esclusione del mondo femminile (come si vedrà in un capitolo
successivo), cooperò alle iniziative statuali, contribuendo non poco a
stravolgere il tradizionale "humus" carcerario. Si tratta insomma di
iniziare a descrivere i meccanismi che stanno alla base del processo
"biopolitico" (Foucault 1998), l'epurazione permanente della comunità
prigioniera che, di lì a poco, sarebbe diventata una norma abituale del
pianeta carcerario. L'epica delle carceri speciali si conclude con le
figure dei boia delle carceri (Bonini, Vallanzasca 1999) e non è,
obiettivamente, una fine granch‚ dignitosa.

Prima di vedere nel dettaglio questo passaggio è opportuno


ripercorrere, cercando di evidenziarne gli aspetti maggiormente
esplicativi, le diverse fasi. Ciò che, attraverso un repentino
mutamento, inizia a modificarsi sono il ruolo e il senso del
tradizionale legame comunitario. In sintesi mi sembra di poter
affermare che la "comunità", strumento bellico e distruttivo che vive e
si rafforza soltanto perchè‚ si contrappone a qualcosa di esterno, con
cui è "esistenzialmente" (Schmitt 1932) in conflitto, si trasforma in
elemento costitutivo e positivo, non più "macchina bellica" ma
"macchina di governo".

Una delle conseguenze immediate è la perdita d'interesse da parte


della "comunità", almeno come ragione essenziale della sua esistenza,
per il nemico tradizionale. Anzi, il nemico tende a diventare pura
"occasione" (Lowith 1994) utilizzata per mettere alla prova la fedeltà,

117
l'ubbidienza e la disponibilità a battersi senza remore di sorta, come
in un qualunque tradizionale esercito, delle "masse" sulle quali si
governa. Completamente trascurabili sono i prezzi che dovranno
essere pagati, anzi, maggiore sarà lo scotto più rassicuranti saranno le
garanzie di avere a disposizione una massa omogenea e disciplinata.
Ovviamente il piano non è cosciente ma il risultato di "procedure" che
iniziano a prendere forma indipendentemente dalle volontà degli
attori che le mettono in atto. Non bisogna pensare a burattinai che
nell'ombra muovono le fila per un qualche loro disegno segreto. In
altre parole il problema non è scoprire chi è l'assassino, ma analizzare
attraverso quali "procedure" si è resa possibile la macchina omicida.

Il nuovo clima sposta l'attenzione dall'esterno verso l'interno. Un


aspetto che ha ripercussioni non secondarie, ad esempio, sui mezzi e i
fini con cui si organizzano e predispongono le lotte. Un buon esempio
è dato dal confronto tra la battaglia dell'Asinara e la rivolta di Nuoro.
Nel primo caso, l'organizzazione della battaglia fu equamente
condivisa da tutti i prigionieri; l'obiettivo immediato era quello di
chiudere uno dei più noti lager del sistema penitenziario; la finalità
strategica era quella di rilanciare un ciclo di lotte offensive dentro il
circuito delle carceri speciali. Gli attriti e i conflitti, anche di una certa
asprezza, sorti a margine di questa vicenda furono, come
classicamente avviene quando sulla scena politica sono presenti attori
con impostazioni teoriche e ideologiche diverse, legati al cappello
politico con il quale le diverse aree militanti gestirono la battaglia.
Questi aspetti, in ogni caso, non inficiarono il clima di cooperazione e
solidarietà unitaria tra i prigionieri. I conflitti ideologici, non a caso,
scatenarono e appassionarono, com'è normale che sia, i politici,
lasciando sostanzialmente indifferenti banditi e rapinatori. Della
battaglia quest'ultimi colsero unicamente la felice riuscita bellica,
l'importanza dei risultati immediati raggiunti e la correttezza del
modello operativo incentrato sulla cooperazione e la solidarietà.
Indipendentemente dalle disquisizioni teoriche e ideologiche che
sull'episodio inizieranno a prodursi, il modello operativo adottato, a
ben vedere, è lo stesso che, per anni, aveva funzionato tra politici e
bravi ragazzi in gran parte delle carceri. Per questi motivi,
specialmente i banditi tenderanno a considerare la battaglia come una
vittoria di tutti. Un atteggiamento che riproduce linearmente quello
che si è visto, ad esempio, nel corso dell'evasione dal carcere di San
Vittore e che è in continuità con quello che è stato a lungo un comune
modo di operare. Non è un caso, perciò, che le polemiche sorte intorno
alle versioni "apocrife" della battaglia non ebbero conseguenze
rilevanti tra la comunità prigioniera. Soprattutto, e questo è un dato
fondamentale, non diedero adito ad alcuna forma di esclusione

118
sociale e/o politica verso quell'area di prigionieri più vicini all'"eresia"
anarchica o che, più semplicemente, continuarono a percepirsi come
banditi. Gli anarchici, imputati dall'area di maggiore ispirazione
brigatista di aver fornito una versione politicamente errata degli
eventi, non furono oggetto, dall'insieme della comunità prigioniera, di
alcuna stigmatizzazione. Il conflitto rimase su un piano puramente
ideologico e non scalfì, fatto non poco indicativo, i rapporti personali
e amicali tra tutti i prigionieri. Tra gli estensori del documento
apocrifo vi era Horst Fantazzini (Berardi 2003; Ranieri 2003), figura
storica del pianeta carcerario e vero e proprio simbolo del movimento
anarchico. Le schermaglie teoriche di Fantazzini con la maggioranza
dei prigionieri politici e politicizzati, per lo più orientati in chiave
comunista, non furono tenere. Tuttavia questo non mise mai
sostanzialmente in discussione la comune appartenenza allo stesso
campo. Ecco, ad esempio, la testimonianza di un rapinatore veneto
che in carcere si era avvicinato alle B.R.

E' vero, con Horst e il suo giro qualche problema c'è stato. Noi, cioè quelli che ci
riconoscevamo nel Comitato di lotta, ci eravamo incazzati non poco per il
documento che aveva fatto uscire e che forniva, almeno secondo il nostro punto
di vista, una versione falsa e politicamente scorretta della battaglia
dell'Asinara. Questo aveva provocato un po' di tensione che però, mi sembra
importante ribadirlo, non era mai andata, indipendentemente dall'asprezza
dello scontro, oltre la sua dimensione, diciamo, ideologica. Erano solo due modi
diversi, e anche un po' incompatibili, di vedere lo sviluppo del processo
rivoluzionario. Una differenza che, d'altra parte, non nasceva certo lì ma che
apparteneva alla storia dei movimenti di classe. No, non ci sono state
conseguenze pratiche, cioè nessuno si è mai sognato di escludere Horst o quelli
che la pensavano come lui dalla vita e dalle lotte dei Kampi. Questo sarebbe
stato del resto impensabile. Puoi permetterti di prendere certi tipi di
provvedimenti solo con chi è infame, non certo con chi la pensa in un altro
modo. Questo, mi sembra di poterlo affermare abbastanza tranquillamente,
era un modo di vedere le cose di tutti. Forse uno o due delle B.R. avevano una
mentalità più restrittiva che li portava, come si è visto successivamente, a
considerare nemico chiunque non condividesse interamente le loro cose. Ma era
un atteggiamento che quasi nessuno appoggiava. Poi mettere in discussione
uno come Horst, in carcere, era impossibile. A Fossano ancora un po' lo
ammazzano, a Sulmona se n'era andato, ci aveva provato da tutte le parti,
aveva preso botte e mazzate per tutta la penisola. Si era fatto celle, isolamento,
era uno sempre pronto a cioccare, che non si tirava mai indietro. E questo da
sempre. Io l'ho conosciuto prima degli speciali ed era un gran bravo ragazzo
che ti dava anche il cuore. Chi poteva permettersi di dirgli qualcosa? Aveva
una biografia che era più che una garanzia. Poi aveva le sue idee e su quello si
poteva discutere e anche scontrarsi, ma tutto non poteva che rimanere lì. Tieni

119
conto che stiamo parlando del carcere e quindi alcune regole esistono
indipendentemente da tutto. E' vero che molti di noi vanno a scuola dai
politici, ma è anche vero un po' il contrario. Alcuni modelli di comportamento,
valori e modi di fare, i politici li assumono direttamente dal carcere e dal
nostro mondo. Per dirti, un'espressione come: quello è un bravo ragazzo, che
nel nostro mondo non è un semplice modo di dire, ma significa che quella è una
persona degna e meritevole di cui si può avere fiducia, è fatta propria anche dai
politici. Per cui se Horst è un bravo ragazzo lo è indipendentemente dalla sua
fede politica, quella può essere oggetto di discussione, non la sua persona. Per
questo nessuno può permettersi o pensare di dire una parola di troppo su di lui,
oppure tenerlo fuori da qualcosa, perchè‚ ancora prima di essere anarchico o
qualcos'altro è un bravo ragazzo. E questa è la cosa che conta. (W.)

La testimonianza di W., anche se apparentemente si riferisce a un


fatto che, nell'economia complessiva del pianeta carcere ha avuto una
rilevanza minima, è importante perchè‚ testimonia di un "humus"
culturale e comportamentale che va oltre l'episodio contingente.
Mostra, in altri termini, come il legame solidale basato su precise
affinità morali nella comunità prigioniera fosse particolarmente forte
e radicato. Una realtà che si presenta già diversa nel corso della rivolta
di Nuoro. La decisione dell'operazione, in questo caso, fu presa
all'interno di ristretti gruppi di prigionieri, l'organizzazione assunse
immediatamente tonalità gerarchiche, i fini erano generici, in mezzo
ci scapperanno due morti e altri, perchè‚ poco allineati, o per motivi
ancora più futili, rischiarono seriamente di fare la stessa fine.
Nonostante le apparenti similitudini con gli episodi dell'Asinara, il
"frame" è completamente mutato. Con Nuoro iniziò a prendere forma
una pratica di epurazione, che presto diventerà norma, il cui scopo
principale sarà quello di rendere sempre più "sana" e "sicura" la
comunità. Nuoro si presentò, n‚ più n‚ meno, come un'operazione di
"polizia" che tendeva soprattutto a ridisegnare la sicurezza e la lealtà
all'interno dei propri confini. Un passaggio che è ben colto da P., un
rapinatore torinese che ha partecipato attivamente alla battaglia
dell'Asinara e si è limitato a fare da spettatore, con non poche riserve,
agli eventi nuoresi.

Sono stato dentro sia alla rivolta dell'Asinara sia a quella di Nuoro. Sono state
due cose, almeno per come le ho viste e vissute io, molto diverse tra loro, per
come sono state organizzate, gestite e per gli obiettivi. Nella prima ci sono stato
dentro, nella seconda mi sono limitato a stare a guardare. Non che, anche a
Nuoro, i motivi non ci fossero, però era tutto l'insieme che non mi andava, non
era più quella cosa di tutti, come era stata all'Asinara.

"Quali sono le differenze principali?"

120
L'Asinara è una cosa gestita da tutti. Nel Comitato di lotta, lascia perdere che
poi i politici ci hanno voluto mettere sopra le loro cose, che comunque potevano
anche starci, e a noi non davano fastidio, le cose si facevano e discutevano tutti
insieme. Ognuno si prendeva le sue responsabilità. Un po' come fuori, quando
si va su un lavoro. Cioè, a me, a noi che non eravamo dei loro, quelle cose ci
andavano anche bene. Ma queste non sono le cose più importanti. Quello che
contava era che tutti si è deciso di partire uniti, disposti ad andare fino in
fondo, perchè‚ quella situazione doveva cessare. Eravamo tutti quanti disposti
a giocarci i resti e questo gli sbirri l'hanno capito subito. Infatti, dopo un paio
di tentativi di cariche, dopo le prime caffettiere d'esplosivo che sono volate,
hanno rinunciato. Noi eravamo disposti a morire, loro no. D'altra parte chi
fosse Cardullo, ormai, lo sanno anche le pietre. Comunque era in buona
compagnia, a partire da sua moglie che era peggio di lui. Questi sono fatti noti
sui quali è inutile ritornare. Lì, tra noi, c'era ancora lo spirito che c'era sempre
stato in carcere e fuori, forse perchè‚ eravamo tutta gente che si conosceva da
anni e che insieme era scappata, ci aveva provato, aveva preso botte nelle
rivolte e così via. All'Asinara, insomma, ci mandavano la crema, questo aveva
anche qualche vantaggio e per capirsi bastava guardarsi negli occhi.

"Questo vuol dire che c'è, all'interno del carcere, un'organizzazione


orizzontale?"

Siamo organizzati come siamo sempre stati. Senza capi e stronzate del genere.
Io capi non ne ho mai avuto fuori, perchè‚ dovevo cominciare ad averne in
carcere?

"perchè‚, dopo, ci sono state almeno due versioni diverse dell'evento e


una serie di attriti, anche piuttosto pesanti?"

Ma sai lì sono stati scazzi tra di loro, tra i politici delle B.R. e quelli che la
vedevano in un altro modo. Però, per come l'ho vista io e per come sono andate
veramente le cose, almeno all'inizio c'era un accordo su tutto. Poi cos'è
successo? Comunisti e anarchici hanno iniziato a litigare tra di loro ma, per
quel poco che ne so, lo hanno sempre fatto. All'inizio hanno sempre combattuto
insieme e poi finivano per scannarsi. Per come ho visto io le cose avevano un
po' ragione tutti e due. Le B.R. perchè‚ di loro, in quella storia, avevano messo
molto, gli anarchici perchè‚ dicevano una cosa vera: non tutti eravamo
egemonizzati dalle B.R. Sicuramente non io e tanti come me. Però, ti ripeto,
questa è stata una cosa che è venuta dopo e che, se delle conseguenze le ha
avute, ha riguardato solo loro. Dal mio, dal nostro punto di vista, brigatisti e
anarchici continuavano a essere dei bravi ragazzi che si battevano per delle
cose simili, anche se non proprio uguali, alle nostre. Poi, chiaramente, c'è
anche un problema di ordine d'importanza delle cose. Per loro una virgola,
messa prima o dopo, diventava una questione sulla quale discutere e scontrarsi
per intere giornate, mentre per me una virgola è una virgola e se non sai dove

121
metterla puoi sempre toglierla.

"Tornando alle dinamiche organizzative: il modello orizzontale e


egualitario cosa significa? Tutti sono a conoscenza di tutto?"

Sì e no. Si conosce tutti quello che bolle in pentola, poi dove si imbosca una cosa
piuttosto di un'altra sono cose che riguardano quelli che le fanno, ma è
l'insieme che è comune. E' impensabile che se domani ci giochiamo il culo
insieme tu, se sei un bravo ragazzo, sia tenuto all'oscuro di tutto o sia a
conoscenza di una versione addomesticata e parziale.

"Quindi, la fiducia è il vero collante?"

Sì. La fiducia, sai, non è una cosa così, che dai o ottieni su due piedi. Fidarsi,
nel nostro mondo, spesso voleva dire mettere la tua vita nelle mani di un altro,
oppure sapere che potevi mandare a chiedere una cosa senza problemi. La
fiducia, almeno come si intendeva tra di noi, è un legame fraterno, un patto di
sangue senza riti e immaginette che bruciano, che non si fonda sul ricatto e la
paura ma nasce spontaneamente. Di solito sono rapporti che nascono da
sbarbati e che poi si consolidano. Strada facendo ne maturi degli altri, ma
anche questi hanno dietro storie simili alla tua. Quindi sei in mezzo a uguali, e
tra uguali non ci sono nè capi nè segreti. Se ci sono vuol dire che tu non sei più
uguale a me. Ma se non lo sei vuol dire che io con te è meglio che non abbia
nulla a che fare, perchè hai qualcosa che non va.

"Su queste basi, allora, com'è possibile il rapporto con i politici? Tra voi
e loro non rimangono distanze notevoli?"

Quando parlo di uguaglianza non intendo che dobbiamo condividere delle


opinioni su delle cose astratte. Non è che dobbiamo stare lì a parlare del
mondo, che tanto quello va un po' dove cazzo gli pare e di noi se ne fotte. Se
riusciamo a starci dentro meglio per noi, se no amen. I politici questo non lo
capivano, ma ognuno è libero di credere un po' a quello che vuole. Non sono
queste le cose importanti. Importante è come sei, cosa fai e come ti comporti,
come si dice: le chiacchiere stanno a zero. Con i politici si sta insieme perchè‚ è
possibile starci. Possiamo vedere il mondo in modo diverso ma nelle cose di
tutti i giorni si ha lo stesso modo di ragionare. Di comune c'è almeno una cosa:
non siamo egoisti, interessati. Loro per i loro ideali, noi per il nostro modo di
vivere. Loro sono contro lo sfruttamento, noi contro le prepotenze, loro vogliono
far vincere i più deboli, e questo onestamente mi sembra una vera balla,
perchè‚ chi sta sotto di solito pensa solo a sfangarsela e non a fare le
rivoluzioni, noi siamo per colpire i più forti senza infierire sui deboli. Mi
sembra che siano motivi più che sufficienti per fare delle cose assieme.
All'Asinara è questo accordo di fondo che ci unisce. E tutti si sono comportati
come si deve.

122
"Cosa cambia invece a Nuoro?"

Molto probabilmente tutto. Tanto per cominciare il modello. Ora non si


ragiona più su chi sei, ma con chi stai o, se preferisci, a chi appartieni. Perciò
un qualunque stronzo solo perchè‚ è compare a questo o a quello finisce per
valere quanto me, o anche di più. Chi cazzo sia in realtà non ha più
importanza. Bisogna capire che nel frattempo gli speciali si erano riempiti di
appartenenti alle grosse organizzazioni, specialmente camorriste. Cosa
valessero questi, io e altri ce l'eravamo data da un pezzo. Mentre noi
cercavamo in tutti i modi di andarcene a casa, questi a Poggioreale tenevano
gli arsenali, solo che li usavano per spararsi tra di loro, da una sezione all'altra
o ai colloqui. Degli autentici geni. Tra loro non contava tanto essere un
ragazzo d'azione, ma quanti morti avevi fatto. Come se scendere da una
macchina, entrare in un bar e rafficare tutti quelli che ti capitano sotto fosse
chissà quale impresa. Però questi, dentro, erano ormai un numero rilevante,
organizzato e pieno di soldi. Hanno fatto presto a diventare, se non i padroni,
una forza che era impossibile non tenere in considerazione e che finiva con il
condizionare un po' tutto e tutti. Forse, anche se involontariamente, a favorirli
sono i politici, o almeno una parte di questi. Anche loro finiscono per adottare
un modello simile. Forse era inevitabile. Fino a un certo punto, comuni e
politici eravamo sempre gli stessi. I nuovi che entravano erano, in qualche
modo, legati a quelli che erano dentro. Se non si conoscevano facevano parte
della stessa storia, parlavano la stessa lingua e si inserivano naturalmente nel
nostro mondo, semplicemente perchè‚ era il loro. Non capitava mai di non
capirti. Invece, anche con i politici, succede su un altro piano quello che tra i
comuni è successo con i camorristi. Io capivo ***, o *** delle B.R. o dei Nap,
ma anche altri di altri gruppi, non era quello il problema, e con loro mi
ritrovavo senza problemi. Quando nel 1980-81 sono entrati tutti gli sbarbati,
erano dei marziani. Lo erano per me, ma anche per i vecchi politici. Quindi
anche loro hanno cominciato a ragionare in un altro modo. La rivolta di
Nuoro, quindi, nasce in un modo completamente diverso. Se la decidono in
pochi, ognuno perseguendo i suoi scopi. Infatti a Nuoro ci sono anche i morti,
per fortuna solo due. Qualcuno ne avrebbe fatti volentieri anche di più, perchè‚
ormai stava prendendo piede il gusto della mattanza per la mattanza. In
questo meccanismo ci sono finiti anche dei bravi ragazzi che si sono ritrovati,
volutamente, dei morti sul groppone più per ingenuità, almeno credo, che per
convinzione. Credo che, banalmente, lo speciale ci stava mandando tutti fuori
di testa; ogni azione, anche la più disperata, era ben accetta perchè‚ ti dava
l'illusione di essere vivo. Anche l'idea di ammazzare gli infami, anche se
quanto lo fossero sul serio nessuno lo ha mai saputo, era un modo per illudersi
di avere ancora uno scopo, una "chance", mentre in realtà eri completamente
sepolto vivo, e all'orizzonte non sembravano esserci molte soluzioni. In più,
come sempre, c'era chi pescava nel torbido e usava queste storie per allargare e
rafforzare il suo potere. Anche questa era un'illusione che non è durata molto.

123
"Quello che dici vale, e quanto, per i politici?"

Parecchio. Non tutti i politici, comunque, sono d'accordo. Le obiezioni che


alcuni fanno sulla rivolta, e per questo rischiano di lasciarci la pelle, non sono
prive di ragioni. Se dietro a queste obiezioni ci fosse anche la paura è difficile
da dire, ma l'obiezione che non si poteva pensare a mettere su una rivolta come
quella, con esplosivi e via dicendo, solo per rendere inagibile per pochi mesi un
carcere, non era priva di senso. Secondo me, anche i politici cominciano a
rendersi conto che sono fottuti, che non ci sarà nessuna rivoluzione e che gran
parte delle loro truppe sembra quasi che non veda l'ora di essere presa per
tornarsene a casa. Solo che per loro l'idea del fallimento è inaccettabile, e così
finchè hanno fiato provano a mordere. Due disperazioni che diventano una
miscela più che esplosiva, pericolosa e paranoica.

"In che senso?"

Perchè questo finirà per rompere ogni legame di solidarietà e amicizia,


instaurando un clima di sospetto e terrore, esattamente quello che volevano gli
sbirri e il potere. (P.)

L'attenzione inizia a spostarsi verso l'interno, alla ricerca del nemico


possibile, nascosto, oppure solo "in nuce". Prende avvio, insomma, un
meccanismo di controllo che, per quanto rozzo, riproduce per intero
le "tecniche di osservazione" che stanno alla base dei processi di
disciplinamento moderni (Foucault 1976). Tecniche che faranno
dell'osservazione e dell'interpretazione dei "dettagli" e dei "micro-
eventi" della vita quotidiana la loro ragione principale. Non essendoci
nemici certi - chi aveva deciso di abbandonare il campo lo aveva già
fatto, potendo godere per di più di benefici di legge importanti -
l'attenzione si riversa sulla popolazione prigioniera, dentro la quale
poteva sempre celarsi, anche se camuffato, il virus del tradimento. Un
processo che, fatte le tare necessarie, richiama alla mente ciò che ha
inaugurato la stagione della penalità moderna: la ricerca dei
comportamenti o, ancor meglio, delle possibili tendenze anormali in
ogni singolo individuo (Foucault 2000). L'infame, il pentito, il
collaboratore di giustizia, che, nelle logiche carcerarie, assume le
sembianze del grande mostro, è non solo irreperibile, ma in definitiva
privo di controllo. La sua, in fondo, è ancora una mostruosità naturale,
non una malattia che a poco a poco si è sviluppata e ha preso forma.
Quel mostro, a ben vedere, è un'eccezione, uno scherzo di natura,
l'impensabile e soprattutto l'incorreggibile. Prende forma, in un
ambito storicamente poco predisposto a fare propri i paradigmi delle
scienze positive, un discorso sulla malattia che ha, a dir poco, del
sorprendente. I mondi illegali hanno sempre manifestato un vago
atteggiamento "nietzschiano" nei confronti dei comportamenti e delle

124
scelte di vita individuali, facendo dell'aforisma come si diventa ciò che
si è (Nietzsche 1984) qualcosa di più di una suggestione letteraria. I
comportamenti di ciascuno non sarebbero altro che l'ovvia
manifestazione di ciò che è innato, così com'è esemplificato nel detto:
"chi nasce tondo, non può morire quadrato". Una convinzione che
esclude, a priori, la possibilità che un corpo sano venga,
indipendentemente dalle condizioni oggettive in cui è immesso,
intaccato dalla malattia. Se la malattia si mostra è perchè‚ si è malati
in origine, dalla nascita, e per questo non si può essere medicalizzati.
In questi casi il malato e la malattia coincidono e non si possono
separare. Una concezione che rimanda continuamente all'esistenza di
due campi segnati, più dalla relazione politica amico/nemico (Schmitt
1972) che dalla coppia medica normale/patologico (Foucault 2000).
Una visione del mondo che sancisce, inevitabilmente, divisioni
drastiche, ma certe. Tra i due campi non poteva esservi n‚ relazione n‚,
tanto meno, possibili contaminazioni. La scissione amico/nemico, per
definizione, non prevede sfumature di sorta. Diverso il rapporto che
lega normalità e patologia. L'anormalità, in quanto malattia,
difficilmente si cronicizza all'improvviso, la sua fase culminante e
clinicamente non contrastabile è sempre preceduta da segnali e
sintomi. La malattia ha una storia e un'evoluzione. Questo vuol dire
che si può tenerla sotto controllo, scoprirne le sintomatologie,
tracciarne la genesi e in alcuni casi guarirla.

Ed è questo il meccanismo che, all'interno del carcere speciale, inizia a


delinearsi. Si prende atto che "anche chi nasce tondo, può morire
quadrato", ma non solo. Tondo e quadrato non rimandano più a due
campi nemici e contrapposti, ma ad aspetti che possono coabitare
nello stesso individuo. Non è più il "carattere" o l'"origine" a stabilire
ciò che si è o si diviene, ma i comportamenti dei singoli saranno
determinati dal grado di cura e prevenzione che la comunità saprà
esercitare su ogni suo membro. Problema di controllo, di educazione e
non di "nascita". Ciò che maggiormente colpisce è l'adesione al
modello correttivo-educativo di alcune quote della criminalità
organizzata. Nel momento in cui prende forma la "macchina
governativa", si assiste a una modifica, non convenzionale, di alcuni
ambiti criminali. Una trasformazione dovuta sia (e saranno gli aspetti
empiricamente più evidenti) alle contaminazioni culturali provenienti
dall'ambiente dei politici, sia (anche se di più difficile individuazione)
all'insorgere di meccanismi tipici di quella che Foucault (1994, p.p. 43-
67) ha chiamato "governamentalità". Quest'ultimo è un passaggio
solitamente ignorato dalle scienze sociali, per le quali le regole della
criminalità organizzata, percepite per lo più come retaggi arcaici,
sembrano indissolubilmente legate alle logiche della "sovranità" ed

125
estranee alle pratiche "biopolitiche". In realtà, al pari di ogni macchina
governativa contemporanea, quando l'illegalità si fa "Stato" è più
interessata alla vita che alla morte. Decisivo è il controllo sulla (sua)
"popolazione", perchè‚ è da questa che trae ricchezza e potenza. Non
sarà pertanto strano che, pur con tutte le particolarità del caso, il suo
agire sarà maggiormente influenzato dal "far vivere e lasciar morire",
piuttosto che dall'arcaico diritto di spada (Foucault 1998). Certo,
quando fa morire non può sottrarsi al richiamo dello splendore dei
supplizi, ma è uno splendore puramente formale e scenico, sul cui
sfondo si staglia la logica, tipicamente "biopolitica", della
purificazione permanente. Quando si uccide, in fondo, è per compiere
un'opera di risanamento in funzione del benessere della popolazione,
non per riparare un'offesa al sovrano di turno. Mi sto riferendo,
ovviamente, alla morte data all'interno del proprio gruppo e non a
quella che si elargisce, con fare sontuoso, ad avversari e rivali. Un
meccanismo che, involontariamente e con tonalità ben diverse, è
ampiamente descritto da S., un ex militante delle B.R. che di
quell'esperienza sembra conservare una certa nostalgia.

Senza volerlo enfatizzare eccessivamente, credo che il rapporto che abbiamo


costruito con una parte della N.C.O. abbia rappresentato qualcosa di
importante nella storia delle classi sociali subalterne di questo paese. Infatti,
per la prima volta, un settore del proletariato metropolitano, distante dalle
tradizioni e dalla cultura della classe operaia, ha maturato embrioni di
coscienza politica di una certa consistenza. perchè‚ dico questo? Non è che
prima non ci fossero stati tentativi di questo tipo ma, e io ero sempre stato
molto critico, erano relazioni che finivano spesso con il contaminare
negativamente il nostro stile di lavoro. La mia critica si basava sul fatto che
noi, cioè le avanguardie politiche di classe, invece di disciplinare i banditi ci
fossimo un po' fatti influenzare dal loro modo di comportarsi, un modo
sostanzialmente anarchico e indisciplinato. Questa è una cosa che si notava
con una certa frequenza. Ad esempio, il termine 'bravo ragazzo' era stato
assunto come se, indipendentemente da tutto, fosse una garanzia in s‚ e per s‚.
Questo comportava, inoltre, una poca attenzione verso una corretta educazione
delle masse. Così succedeva, assai spesso, che i bravi proletari che si
impegnavano nello studio e nell'attività politica del Kampo, che facevano
propria la linea politica dell'organizzazione, passando ore e ore a leggere e
approfondire i documenti dell'organizzazione, finissero in secondo piano
rispetto a banditi e pistolero ai quali veniva riconosciuta un'autorità e un
carisma solo per quello che erano. Questo risultava particolarmente dannoso
per due motivi. Primo: metteva in discussione il discorso sulla presa di
coscienza e i diversi gradi del suo sviluppo. Legittimando i banditi e il loro stile
di vita gli si riconosceva una maturità politica che non aveva bisogno di essere
coltivata, indirizzata e guidata, non si interveniva sulla correzione degli errori,

126
il loro riconoscimento e il successivo superamento attraverso la verifica
collettiva. Si finiva, cioè, col dare spazio e incentivare delle pratiche
caratterizzate da un individualismo di natura borghese. Secondo: si
frustravano gli sforzi di tutti quei proletari che erano realmente e
profondamente impegnati a diventare dei veri quadri rivoluzionari. C'era, da
parte di molti della nostra organizzazione, un atteggiamento un po' snob nei
confronti di questi proletari. A loro, anche se non esplicitamente, si finiva con il
preferire determinate figure, spontaneiste e anarchiche, solo perchè‚ si
rimaneva influenzati, e forse anche affascinati, dal loro modo di essere. Il
rapporto con la N.C.O., o almeno con una parte consistente di questa, si pone
su un piano completamente diverso. Innanzi tutto questi non sono segnati da
quell'individualismo così radicale, tipico dei banditi e dei rapinatori, in
secondo luogo, e ne è probabilmente una diretta conseguenza, non
concepiscono la costituzione di un contropotere interno solo, e unicamente, per
conquistarsi degli spazi da finalizzare nell'evasione, ma tendono a costruire un
rapporto di potere interno che si pone come governo alternativo a quello dello
Stato. Per questo non si pongono unicamente problemi bellici ma anche di
gestione. Ecco, la N.C.O., e quello che dico potrà sembrare una contraddizione,
non è afflitta dal militarismo, ma ha una mentalità più politica che militare.
Questo permette di spostare i rapporti su un piano diverso. Tanto per
incominciare ha una struttura organizzativa verticale e non orizzontale,
questo consente già un modello di rapporto diverso e più politico. Inoltre,
proprio per questo, è propensa ad attivare pratiche di gestione e controllo
interne. Capisce, cosa abbastanza sorprendente se pensiamo alla sua cultura
tradizionale, che gli uomini sono influenzati dalle circostanze esterne, che
cambiano e si possono modificare in base a determinate circostanze. Questo
processo non può andare sempre verso il bene, ma anche verso il male, perciò
occorre un'attenta opera di vigilanza all'interno. Ma questo, e qui è l'altra cosa
importante che i camorristi capiscono, non vuol dire necessariamente che per
curare la malattia bisogna eliminare il malato, una soluzione sempre possibile
che, però, deve essere più un'eccezione che una norma. Chi vacilla, in molti
casi, se preso in tempo e opportunamente rieducato può tranquillamente essere
reinserito. Certo, perchè‚ ciò sia possibile, deve dimostrare di aver riconquistato
appieno la fiducia, cioè deve redimersi nella pratica. Il rapporto con la N.C.O.
per un certo periodo ha funzionato e alcuni di loro, non a caso, guardavano a
noi come un preciso punto di riferimento. (S.)

Cominciano a formarsi, all'interno delle carceri speciali, dei


dispositivi di controllo che non casualmente si definiranno come
"comitati di salute pubblica", incaricati di passare al setaccio i
comportamenti quotidiani di ogni prigioniero. Un meccanismo
contorto, paranoico e grottesco al contempo che rimanda al mondo
kafkiano de "Il castello" (Kafka 1973). Un clima che incrina e azzera
quello che era stato il collante principale della comunità prigioniera: la

127
fiducia. A descriverlo è V., un rapinatore milanese che, di questo
passaggio, è stato un testimone privilegiato.

Quello che a un certo punto si instaura è un clima di paura e di paranoia.


Ognuno comincia a non fidarsi più dell'altro, tutti si guardano con sospetto. E'
qualcosa che inizia verso l'81, poco dopo il dilagare del pentitismo. Però è
qualcosa di molto diverso da quella che era la tradizionale avversione agli
infami. Quella c'era sempre stata ed era una cosa chiara: o eri in un modo o eri
in un altro. Però, infame lo dovevi essere. E' vero che, almeno secondo quella
che era la nostra morale, non c'era solo l'infamità di questura, cioè chi se la
cantava o faceva il confidente, c'era anche l'infamità d'azione, che per noi
valeva tanto quanto. Infame d'azione era chi si era comportato male. Uno che
aveva lasciato gli altri sul ciocco, che si dimenticava i fratelli dentro o anche
chi aveva fatto qualche prepotenza. Il nostro codice morale, se vuoi, era
abbastanza rigido perchè‚, per noi, stare insieme non era solo andare a fare un
furto o una rapina, ma essere una cosa sola. Per questo ci chiamavamo e ci
sentivamo come dei fratelli. Tutto questo, però, non c'entrava un cazzo con le
rivalità personali. Poteva succedere che un bravo ragazzo avesse qualche
parola con un altro bravo ragazzo. In quel caso se la dovevano risolvere tra di
loro. Si dovevano mettere all'altezza, senza mettere di mezzo altre cose o
persone. Inoltre dovevano farlo a viso aperto, senza sotterfugi. Nessuno si
sarebbe mai sognato di chiamare infame un altro, solo perchè‚ con questo
aveva una discussione. Sì, non ho mai riflettuto sulla differenza tra nemico
pubblico e nemico privato, così come me la stai mettendo giù tu. Mi sembra che
la differenza funzioni. Quello che tu chiami il nemico pubblico era qualcuno
che, per i suoi comportamenti, era un'altra cosa da te e che quindi era giusto
colpire. Quindi, tornando a noi, questa regola in carcere comincia a saltare.
Per prima cosa la camorra, soprattutto, comincia a trasformare le sue faccende
private in questioni pubbliche, anche perchè‚, per loro, il rivale è chiunque non
stia sotto la loro cappella. I mafiosi, di solito, erano diversi. Le loro storie se le
risolvevano tra di loro, come avevano sempre fatto. Se tiravano giù un rivale,
lo tiravano giù e basta, non ne infamavano la memoria. Però, a differenza
della camorra, i mafiosi hanno sempre cercato di avere un ruolo defilato e non
guadagnare le prime pagine dei giornali. In più non erano interessati ad
arruolare tutti i matti che c'erano in giro. La camorra quando vuole eliminare
qualcuno gli monta una bella tragedia sopra e il gioco è fatto. Questo è
possibile perchè‚, tra di noi, qualcosa si è rotto. Ormai l'idea che chiunque
possa diventare un infame è diventata moneta corrente. Così si inizia a dare la
caccia a chi potrebbe essere il prossimo. Un gioco al massacro. Tutti o quasi,
perchè‚ c'è anche chi in questo delirio non c'è voluto entrare e se n'è tenuto fuori,
iniziano a spiare e a controllare il vicino di cella. Questa è stata anche
l'occasione per gli uomini da niente di mettersi in mostra. Gente che non
valeva un cazzo, che non si sapeva neanche bene per cosa fosse dentro, inizia
ad avere un ruolo, se non decisivo, almeno importante. Erano quelli sempre

128
disposti, in quattro o cinque contro uno, a fare i giustizieri oppure a lavorare
per far cadere in disgrazia ragazzi che avevano solo il torto di avere troppi
coglioni per farsi comandare da qualche boss del cazzo. Le mezze figure, in
questa situazione, si sono conquistate il loro posto al sole, com'è cambiato il
vento si sono tutti pentiti, chi l'ha mai dubitato. Un ruolo altrettanto
importante lo hanno avuto i politici. O almeno una parte di questi. Anche loro
hanno il problema dei pentiti e delle defezioni. Subiscono una serie di batoste
consistenti e non sanno bene come uscirne. Oltre ad ammazzare un po' di gente
del tutto gratuitamente, perchè‚ se uno era infame sul serio non si faceva certo
mettere in sezione almeno che non fosse un aspirante suicida, iniziano a
costruire un modello poliziesco dentro il carcere. Questo mi conferma quello che
avevo sempre pensato: se avessero vinto sarebbe cambiato poco o nulla.
Avrebbero continuato a esserci le prigioni, gli sbirri e i giudici. Forse, nei primi
tempi, le avrebbero anche usate contro i figli di puttana ma sarebbe durata
poco, dopo sarebbero ricominciate le solite stronzate. Le mezze seghe, i ruffiani,
gli uomini da niente, ma che sanno sempre essere dalla parte di chi ha ragione,
sarebbero diventati i nuovi boia, n‚ migliori n‚ peggiori di quelli di adesso.
Esercitare il potere, secondo me, è il piacere degli impotenti, di chi non è mai
all'altezza di niente e non se la sa giocare. Allora da noi le sezioni erano
ancora miste, comuni e politici. Mettono su un comitato per controllare le
possibili defezioni. Questo vuol dire che chiunque diventa un possibile obiettivo
e che, se finisci nel mirino, le tue possibilità si riducono a zero o poco più. Non
tutti ci stiamo in questa storia. Qualche politico dissidente e qualcuno di noi se
ne chiama fuori. Una scelta che ci darà qualche problema. Starne fuori vuol
dire non solo rifiutarsi di diventare degli sbirri, ma anche non accettare come
oro colato quello che il comitato decide. Fortunatamente, anche perchè‚ non
tutti si erano completamente bevuti il cervello, possiamo contare su una serie di
relazioni individuali, che grosso modo rimangono, e sul prestigio delle nostre
storie individuali. In più tieni conto che noi, per abitudine, non siamo abituati
a tenerci le cose o a far finta di niente. Così, ad esempio, quando un mezzo
camorrista mi fa una battuta infelice, dicendomi che forse non sto nel comitato
perchè‚ non mi sento tanto sicuro, lo prendo per un orecchio e strizzandoglielo
lo faccio inginocchiare e gli dico che, contrariamente a lui, le cui origini sono
per lo meno incerte, il mio nome è una garanzia ovunque e che in ogni caso io
sono a sua completa disposizione, sua e di chi gli cammina a fianco. Se non gli
sta bene, non ha che da dirlo, sono pronto ad affrontarlo dove gli pare, gli
ricordo solo che io, non a chiacchiere, sono abituato ad andare sempre ai resti,
anche a costo di morire e questo lo sapeva bene. Il giorno dopo il suo capintesta
è venuto a scusarsi per la trascuranza del ragazzo. Tipico della gente di
merda. La bugna vera scoppia dietro a un ragazzo. Questo era un
bergamasco, un bravo ragazzo caduto per rapina. In carcere era stato un po' in
mezzo ai politici. Non veniva da una batteria grossa ma da una delle tante
piccole batterie che c'erano allora. Era finito negli speciali per un tentativo
d'evasione. All'appello gli avevano riconosciuto le attenuanti e in cassazione

129
era riuscito a fare il cumulo delle sentenze, così gli rimanevano nemmeno due
anni. Se usciva dagli speciali poteva, in poco tempo, andarsene a casa. In
carcere si era anche sposato con quella che ci faceva le rapine assieme ed era,
giustamente, un po' in fibrillazione. Vuole fare la domanda per essere
declassificato. Su questo scoppia il casino. Ed è qui che si vede l'assurdo e la
paranoia del meccanismo che avevano messo in piedi. In pratica lo processano,
su niente, individuandolo come possibile traditore. La sua sorte, a quel punto, è
segnata. Che nell'aria ci sia qualcosa io e altri ce la diamo. In certe situazioni
l'aria diventa spessa, si nasa subito che si sta preparando qualcosa. Prendo
uno e mi faccio dire che cazzo sta succedendo. Avverto anche gli altri, oltre
all'interessato, e decidiamo di intervenire. Mando a dire ai rispettivi capoccia
che la mattina dopo ho bisogno di parlargli. Il mattino dopo siamo tutti al
passeggio. Siamo accavallati e posizionati nei posti strategici. I rapporti di
forza sono di uno a cinque, ma sappiamo che, nel caso scoppi il degheio,
l'importante è bloccare e neutralizzarne cinque o sei, gli altri fanno solo
numero. Così scendiamo. Da come si muovono le persone nel passeggio capisco
che è un incontro interlocutorio, c'è attenzione ma non tensione, è un buon
segno. Mi metto a passeggiare con i due capoccia e li informo che se provano a
toccare solo con un dito *** noi partiamo. Gli dico che quello che fanno non ha
alcun senso, che si tratta di una prepotenza bella e buona e che la gente, basta
che non faccia male a nessuno, è libera di fare quello che cazzo vuole. Se la loro
intenzione è far prendere l'ergastolo a tutti, allora sono loro che si stanno
comportando da sbirri e con gli sbirri noi abbiamo solo un modo di
comportarci. Gli butto lì che, comunque decidano di comportarsi, ne dovranno
rispondere in giro per le carceri. Le loro stronzate se le tengano per loro. La
storia finisce lì. Quel ragazzo ha fatto l'istanza per essere declassificato,
l'hanno rifiutata e si è fatto fino all'ultimo giorno dentro lo speciale. Tanto per
dirti come le loro inchieste del cazzo fossero frutto di pure fantasie. (V.)

Palesemente la comunità prigioniera assume sempre più contorni


difensivi. Centrale, in questa fase, diventa la costituzione di una sorta
di "Stato" nello Stato, del quale si scimmiottano tutte le prerogative.
Comincia anche a delinearsi un'idea di giustizia che trascende ed
elude il tradizionale rapporto binario noi/loro. A questa giustizia
radicale e popolare si sovrappone, pur mantenendone alcune
retoriche formali, una "giustizia" modellata su organismi autonomi e
dotati di un potere/sapere autoreferenziale (Foucault 1977; 1997, p.p.
83-165). In altre parole, nel momento in cui l'interesse della comunità
si focalizza al suo interno, vengono meno i modelli di gestione
collettiva degli affari pubblici. Se l'assemblea nel campo di Marte è
stato il modello "politico" finora prevalente, adesso il potere si
concentra nelle mani di una casta "burocratica" le cui decisioni non
possono essere oggetto di negoziazione, perchè‚ il suo giudizio sarà il
risultato di un'indagine scientificamente accertata. Un passaggio

130
gravido di conseguenze.

Gli ambiti istituzionali saranno quelli che, per almeno due motivi,
coglieranno i frutti migliori di questa trasformazione. Il primo, di
natura politica e culturale generale, consente di riportare il confronto
e il conflitto con l'"anomalia" prigioniera su un terreno che è per loro
abituale. Per anni, infatti, si erano ritrovati a rincorrere, dentro e fuori
dalle carceri, una "pratica" che, più che per il suo volume di fuoco,
aveva suscitato apprensioni e paure per il modello che aveva imposto,
completamente incentrato sulla "guerra esistenziale". Senza scoprire
in realtà nulla di nuovo, questo movimento, in senso ampio, aveva
fatto riapparire all'interno di una moderna società occidentale lo
spettro di una realtà sociale scissa, incentrata su relazioni binarie,
dove la storia, la morale e la cultura degli uni era non semplicemente
diversa, ma in opposizione a quella degli altri. Un discorso antico, in
fondo semplice, ma inquietante. La nostra storia non è la vostra. Le
vostre vittorie sono le nostre sconfitte. Se voi ridete è perchè‚ noi
piangiamo. In altre parole, tra noi e voi non può esserci pace, perchè‚
la vostra pace non è altro che la ratificazione del nostro stato di
subordinazione. E' questo sfondo, di cui le articolazioni belliche sono
solo un aspetto particolare, e in fondo minimo, a rendere realmente
"sovversivi" banditi e guerriglieri. Pericolose non sono, infatti, n‚ le
imprese militari, n‚ un non ben precisato e mediatico consenso ma,
piuttosto, la legittimità culturale che il loro agire incontra in mondi
sociali non proprio minimali o marginali. Una legittimazione che non
fa altro che riaffermare l'esistenza di due concezioni del mondo
antitetiche. Ed è proprio l'"irriducibilità", nella sua pura accezione
semantica, di una visione del mondo altra, ad attualizzare lo spettro
della sovversione. Gli apparati istituzionali per anni si sono ritrovati a
rincorrere, tamponare e arginare quella sorta di "potere costituente"
che, attraverso un permanente processo di distruzione/costruzione,
aveva permesso la ramificazione di un dualismo di potere nel quale si
riconoscevano non pochi strati sociali (Autori vari 1977; Asor Rosa
1977). Ma ciò che rendeva realmente e maggiormente inquietante, per
il potere legittimo, il delinearsi di questo strano "potere costituente"
era la sua estraneità alle tradizionali logiche politiche. Una rottura
non semplicemente, o non solo, politica e militare, ma soprattutto
culturale ed esistenziale. Le linee di condotta dell'"anomalia barbara",
anche organizzative, non fanno altro che riprodurre una logica
culturale difficilmente afferrabile da parte delle istituzioni. Da questo
punto di vista il carcere non rappresenta altro che, in micro, la sintesi
culturale e politica di quanto ha attraversato numerosi ambiti sociali.
Ed è grazie a questo modello che per anni lo sguardo del potere ha
avuto non poche difficoltà a posarsi sulla comunità prigioniera. Il

131
nuovo corso, invece, riporta tutto all'interno di logiche, pratiche e
metodi presi in prestito dai canonici modelli politici e amministrativi.
Tra i due mondi non vi è più rottura ma continuità. Per usare una
metafora calcistica: gli apparati statali passano da una partita giocata
sempre in trasferta a un campionato che si svolge interamente tra le
mura di casa. I due mondi iniziano a parlare la stessa lingua, ed è
quella che il "potere" usa d'abitudine.

Il secondo aspetto, immediatamente pratico e operativo, è dato dalla


possibilità di mettere sotto controllo il nuovo ceto burocratico che
inizia ad avere un potere pressoch‚ illimitato nelle carceri. Per le
direzioni penitenziarie, coadiuvate in questa fase da numerose
agenzie governative, diventa sostanzialmente semplice definire,
osservare e spesso infiltrarsi all'interno delle ristrette cerchie di
funzionari (Nicotri 1994). Paradossalmente, più la comunità
prigioniera è pervasa dall'ansia della sicurezza, più instabile e
vulnerabile diventa la sua condizione. Il motivo è abbastanza
semplice: a delinearsi è uno scontro tra apparati, forse contrapposti,
ma di segno sostanzialmente identico e, com'è naturale, l'apparato più
debole non può che soccombere. Questo passaggio è ben osservato da
un ex militante di un gruppo storico della guerriglia.

Quello che è successo è che, a un certo punto, si sono adottate delle soluzioni di
tipo organizzativista che hanno finito con il provocare più danni che altro.
Non si può gettare, secondo me, la colpa addosso a qualcuno in particolare. E'
stato un errore, anche parecchio ingenuo, ma senza una mente occulta e
perversa dietro. Certo, perversi sono stati gli esiti e di questo ha maggior senso
parlare. Questo passaggio tutto incentrato sull'organizzazione per
l'organizzazione ha avuto come conseguenza immediata la messa in secondo
piano della politica a discapito di un'ottica puramente tecnica. Cioè, anche tra
noi è prevalsa la linea della destra del Partito comunista cinese, quella che
diceva: il gatto mangia il topo, come se la rivoluzione comunista potesse essere
una semplice fotocopia della società borghese. In effetti quello che è successo è
stato proprio questo, ci siamo uniformati ai modelli della società attuale.
Questo è stato non solo un errore ma una catastrofe, perchè‚ ci ha posto su un
piano di immediata debolezza. E' un po' come pensare di potersi misurare con
l'imperialismo confrontandosi sul suo stesso piano militare. La guerra di
popolo, la guerra partigiana, le lotte di liberazione dei popoli colonizzati
hanno vinto perchè‚ hanno saputo spostare lo scontro su un terreno che non era
quello della tecnica. Su quel piano, con l'imperialismo, non può esserci storia.
Ma qui, mi permetto di dire, è successo anche qualcosa di più. Io sono stato uno
dei primi politici finiti in carcere. Avevo ormai un'esperienza quasi decennale
di questo mondo. Lo avevo visto crescere e cambiare. Il carcere è stato una vera
e propria scuola di rivoluzione perchè‚, in una situazione oggettivamente

132
difficile e apparentemente blindata, ha dato vita a continue forme di lotta, di
organizzazione dal basso, che il potere ha sempre avuto difficoltà a controllare.
Non che le spie e gli infami non li avesse. Però quel modello, che si basava più
che su una linea politica su una linea di condotta culturale e morale, rendeva il
loro lavoro difficile. La stagione delle lotte e delle evasioni di massa era lì a
dimostrarlo. Questo perchè‚ tra i prigionieri esiste un clima, un modo di stare
insieme che fa da argine a quelle figure che, per un verso o per l'altro, sono
estranee a questo mondo. Sembra un paradosso, ma c'era più organizzazione
quando nessuno l'aveva posta come obiettivo strategico di quando, invece, non
si parlava d'altro. In più, per il nemico, a questo punto diventava semplice
capire il funzionamento della rete organizzativa interna. Bisogna anche tenere
conto che, da un certo punto in poi, si è passati da una selezione naturale e
spontanea dei quadri a una centralizzata e formalizzata. Cioè, voglio dire che
prima si aveva un certo ruolo in virtù di qualcosa che ti veniva riconosciuto da
tutti, ed era la tua storia l'unico biglietto da visita che contava, dopo invece
molto dipendeva dalla carriera che facevi all'interno. Queste cose, in qualche
modo, io le avevo già viste nel P.C.I. Quando hanno iniziato a contare i
funzionari che si erano formati nell'apparato, quasi sempre leccando il culo a
qualche capoccia, e le avanguardie di classe e di lotta sono state accantonate, il
partito è diventato la merda che tutti sappiamo. In carcere non è molto diverso.
A tutto questo devi aggiungere che al potere, una volta preso atto del
cambiamento, bastava avere un infame dentro una struttura e aveva sotto
controllo tutto. Tra i funzionari ne ha trovati molti. Il che non mi stupisce
perchè‚, anche se in modo diverso, tradire l'hanno sempre fatto. (M.)

LA MACCHINA GOVERNATIVA.

Come in ogni processo di burocratizzazione, ad assumere importanza


sempre maggiore sono i piccoli uomini, le figure grigie, tutti coloro
che sembrano incarnare, fin dalla nascita, l'animo dell'anonimo
funzionario (Arendt 1992). Figure sempre di terza o quarta fila,
individui senza storia e dalle origini incerte che, per anni, hanno
vissuto nell'ombra coltivando spesso odi, rancori e risentimenti.
Uomini che, nonostante le modeste dimensioni, sono riusciti, passo
dopo passo, a ricoprire piccoli ma, all'occorrenza, decisivi ruoli di
potere. Sono proprio questi che cominciano ad assumere un ruolo
sempre più importante. Nelle carceri inizia a formarsi una sorta di
"polizia segreta sui generis" incaricata di vigilare, osservare e spiare i
comportamenti, i più minuti e apparentemente insignificanti, delle
"masse". Una polizia del dettaglio e dell'apparentemente
insignificante ma che, per l'improvvisata casta burocratica, diventano
il ghiotto materiale sul quale svolgere indagini, accertamenti,
ipotizzare percorsi di rieducazione o, all'occorrenza, emettere

133
sanzioni inappellabili. Ogni prigioniero finisce per essere intrappolato
in una rete d'osservazione quotidiana in cui ogni gesto è passato al
setaccio. Anche se, inizialmente, a capo di queste strutture sembrano
porsi figure in possesso di un certo carisma e altrettanta
autorevolezza sociale, gradualmente il potere effettivo tenderà a
slittare nelle mani dei "piccoli funzionari". Non solo. Come in ogni
organizzazione burocratica, la macchina amministrativa si
autonomizza, dando vita a quel processo, assai noto, in cui i "mezzi"
soppiantano i "fini" (Agamben 1996). Di questo gli uomini grigi sono
sempre stati i migliori e più fedeli interpreti. Improvvisamente, dal
nulla, saranno chiamati a decidere della vita e della morte degli altri, a
stabilire e a vagliare i processi di rieducazione e a valutare lo stato di
"salute", degli individui in osservazione.

La perversione di un meccanismo del genere che, è bene ricordarlo, è


del tutto in sintonia con i modelli di controllo sociale utilizzati
abitualmente dalla società legittima, non può che vivere sulla continua
produzione del sospetto. Così come il carcere non fa che produrre
detenuti, e gli esperti del disagio non fanno che creare disadattati, la
polizia segreta non può far altro che scovare, incessantemente,
possibili o probabili delatori. Un meccanismo che si autoalimenta in
maniera esponenziale. Gli avversari politici sono tra i primi a entrare
nel mirino. Ciò che in apparenza sembra una semplice
radicalizzazione di un conflitto presente da tempo (le diverse aree
politiche avevano sempre polemizzato tra loro) assume un significato
strategico ben diverso. Più esplicitamente, non è più il normale e
classico conflitto per l'egemonia politica ma l'impellente necessità,
tipica di tutte le "società amministrate" (Adorno, Horkheimer 1966), di
imporre l'omogeneità amministrativo-burocratica.

L'avversario politico inizia a perdere la dignità del contendente di pari


grado per diventare l'"altro", lo "straniero", il "diverso", l'"anormale"
(Foucault 1998; Pozzi 1993). La sua errata impostazione politica è tale
perchè‚ viziata da un'anomalia di fondo che, non raramente, presenta
tratti oscuri e ambigui. Il compito della nuova macchina governativa
sarà proprio quello di scoprire e rendere inoffensivi i nemici interni.
Un esempio, non eccezionale, di questo è il processo in cui incappa I.,
un piccolo rapinatore toscano politicizzatosi in carcere. Inizialmente
le sue simpatie si indirizzano verso il modello politico-organizzativo
dei Comitati di lotta, in seguito se ne distacca avvicinandosi a un'area
politica, sempre di sinistra, ma di diverso indirizzo. Una colpa che, nel
corso di una rivolta, gli farà rischiare la vita. Ovviamente questo
rimane nell'ombra, perchè‚ l'istruttoria dei suoi misfatti seguirà tutto
un rituale procedurale formalmente ineccepibile. Sarà prima

134
individuato come soggetto a rischio, quindi come probabile anello
debole, e infine come possibile collaboratore. Per rendere
inappellabile la sentenza, come in ogni processo che si rispetti, si
arrivano a produrre delle prove e dei fatti certi e oggettivi. Questo
episodio, non unico, è a suo modo paradigmatico di tutto un modello
che ormai ha preso corpo e legittimità. Sono passati solo pochi anni
dalla battaglia dell'Asinara, eppure sembrano secoli. All'ingenuità e al
candore delle dispute ideologiche, si sono sostituite le feroci e
vendicative logiche burocratico-amministrative che, notoriamente,
non amano le disquisizioni teoriche. Ma lasciamo parlare
l'interessato.

E' vero, posso considerarmi un sopravvissuto, in una circostanza ho corso il


rischio di lasciarci la ghirba. Per niente, per una tragedia che mi avevano
montato su. Queste cose, purtroppo, a un certo punto hanno iniziato ad avere
una certa frequenza e persino una loro normalità. La mia storia è semplice.
Lavoravo come apprendista in un'officina, facevo anche qualche furtarello con
degli altri ragazzi. Ci hanno presi, siamo stati al minorile, quando siamo
usciti, dopo poco, ci siamo messi a fare rapine. Facevamo soprattutto uffici
postali e qualche agenzia in zone un po' defilate. Non eravamo una grande
banda e non ce la sentivamo di fare cose troppo grosse. Mi carcerano e mi becco
una condanna a 15 anni. In carcere inizio ad avere qualche rapporto con i
politici. Prima con dei simpatizzanti dei Nap, poi entro un po' nel giro delle
B.R. Faccio un pezzo di strada insieme a loro ma a un certo punto rompo. Il
loro progetto non mi piace, sono molto più attratto da quelle che allora si
chiamavano posizioni movimentiste. Quindi inizio a muovermi dentro
un'area diversa. Chiaramente la mia scelta è criticata, ma la cosa sembra
finire lì. Il mio caso si riapre, tragicamente, qualche tempo dopo. Lì
convergono due elementi, anzi tre. Il primo è che in carcere viene meno il
principio di cooperazione e solidarietà tra i prigionieri. Non ci si muove più,
pur con le ovvie differenze, come comunità di uguali, ma come rappresentanti
delle diverse componenti. Si forma, cioè, una specie di parlamentino
burocratico che snatura completamente tutta la storia collettiva precedente.
L'apparato burocratico prende il posto dell'autorganizzazione diretta. Questo
vuol dire che, tra l'apparato e il resto dei prigionieri, si apre una frattura
permanente. L'apparato inizia a governare e a esercitare un controllo ossessivo
e maniacale sui prigionieri. Ovviamente a impossessarsi di questo strumento
sono i gruppi maggiormente propensi a fare proprie le logiche burocratiche.
Questo apparato inizia a essere più interessato a governare i prigionieri che a
combattere lo Stato. Inoltre le lotte, quando ci sono, hanno semplicemente il
compito di disciplinare ed epurare il corpo prigioniero. A questo punto chi non
ci sta diventa un possibile nemico. I principali e più entusiasti artefici di questo
meccanismo sono tutti quelli che non si sono mai dimostrati particolarmente
brillanti. Più erano ottusi e più si trovavano a loro agio nel nuovo andazzo.

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Chiaramente questo faceva sì che almeno alcuni vivessero questo momento con
un certo protagonismo e un vero e proprio spirito di rivalsa. Finalmente erano
qualcuno. Più persone inquisivano, maggiore diventava il loro prestigio. Io,
essendo uno che era passato dall'altra parte, ero un nemico ideale. In più ero
tra i più feroci critici del nuovo corso che non mi trattenevo dal definire come
procedure poliziesche, compiute dalla nuova polizia. Questo, chiaramente, li
mandava in bestia. A tutto ciò devi aggiungere che, insieme ad altri, non mi
trovo assolutamente d'accordo nei confronti di un loro progetto. Avevano in
mente, come poi hanno fatto, di far scoppiare una rivolta per rendere inagibile,
al massimo per qualche mese, un carcere. A molti di noi sembra una bestialità,
senza n‚ capo n‚ coda. In più, l'operazione è pianificata in accordo con la
criminalità organizzata che è intenzionata a usare la rivolta per regolarsi
questioni interne. A questo progetto, in molti ci opponiamo. Qua scatta il
meccanismo della costruzione dell'infame. Tutti gli indizi, che poi erano
semplicemente la diversità delle mie opinioni politiche, cominciano a diventare
una mezza prova della mia presunta e possibile delazione. Per far quadrare il
cerchio, e potermi dare tranquillamente in pasto ai sicari di turno, riescono
anche a portare un fatto incontestabile che proverebbe la mia infamia storica.
Mi accusano, grazie alla testimonianza di uno che forse era presente nel
carcere di ***, ma che io non ricordo, di aver fatto saltare, grazie al mio
comportamento vile, o forse peggio, l'evasione di tre prigionieri di
un'organizzazione. Il fatto ovviamente è esistito davvero, ma le sue dinamiche
erano diverse. All'ultimo momento c'era stato uno smarrone al quale non si
poteva più rimediare. I tre che erano davanti ormai erano stati individuati e
potevano solo arrendersi. Io e un altro, che avevamo compiti di retroguardia,
non eravamo stati visti. Il compagno che è davanti a noi ci fa segno di
rimanere coperti e cercare di tornare indietro. Inutile farsi massacrare in
cinque invece che in tre e, soprattutto, se non ci scoprivano, potevamo cercare,
come abbiamo fatto, di imboscare alcuni materiali che sarebbero sempre potuti
venir bene. Le cose sono andate così. La versione che viene fornita nei passeggi
è tutta incentrata sulla mia paura che, in realtà, potrebbe celare anche
qualcosa di più. Insomma se forse non sono uno che se la canta, sono uno che è
abituato a mollare la gente sul ciocco. Non è un caso che mi oppongo al
progetto della rivolta. Due più due fa quattro e la mia testa è appesa a un filo.
Me la sono cavata per il rotto della cuffia perchè‚ alcuni ragazzi, dei rapinatori
che conoscevo da tempo, si mettono in mezzo. Mi avvertono che sono nel mirino
ma che loro, su di me, non sono assolutamente d'accordo. Mi conoscono da
molti anni e non hanno mai avuto modo di dubitare della mia onestà, in tutti i
sensi. Per questo non sono propensi a dare credito alla versione ufficiale. Il mio
gruppo, la mia area politica, chiaramente, è pronta a battersi ma ha un peso
assai relativo. Insomma, se non ci fosse stato l'intervento deciso e risoluto di
questi, per me sarebbero stati veramente cazzi amari. (I.)

La storia di I., oltre a fornire un quadro dei meccanismi messi in opera

136
dai vari "comitati di salute pubblica", permette di gettare uno sguardo,
non privo di interesse, sul modo in cui si sedimenta e legittima, in una
sorta di autoselezione meccanica, il "materiale umano" della macchina
amministrativa. La testimonianza che segue, rilasciata da un
rapinatore genovese, ne è una buona esemplificazione, ma non solo.
Nell'intervista si evidenzia l'insorgere nella cultura della comunità
prigioniera della contrapposizione tra "istinto" e "ragione". Un
conflitto per nulla astratto che rimanda a due concezioni "pratiche"
del mondo incommensurabili. Nel caso esaminato E., un rapinatore
genovese, basandosi solo sull'istinto chiede di tenere fuori dal
movimento che è in ballo una persona che, a naso, non gli torna. Non
si tratta, come si vedrà, di una semplice e banale intuizione ma il
risultato di una valutazione sulla biografia del personaggio che,
"istintivamente", non può che essere guardato con sospetto. Dall'altra
parte, a favore della sua inclusione e legittimazione, vi è il diritto,
sostenuto da una delle componenti politiche maggiormente influenti,
della "ragione". Il comportamento di questa persona, dal punto di vista
della macchina governativa, può essere considerato addirittura
esemplare, non vi è nessun motivo logico e razionale per escluderlo.
Le vicende finirono per dare ragione alle obiezioni del rapinatore.
L'episodio ha un valore che trascende l'evento. Se mi è lecito un
paragone, mostra il passaggio in cui la scienza positiva, su cui non
può che poggiare la macchina amministrativa, ha soppiantato quella
sorta di "gaia scienza" che aveva informato l'epoca precedente . Ma
vediamo l'episodio.

In carcere era diventato tutto un mezzo casino. I fatti di cui ti parlo sono
dell'82. Il clima aveva iniziato a cambiare già da un paio d'anni, nell'82 il
delirio c'è ma è ancora un po' contenuto, anche se è palpabile. Una follia che
riguarda tutti, comuni e politici. Hai un problema: con chi stare. Cioè, mi
spiego meglio, hai questo problema se non stai con nessuno, se non appartieni
a nessuno. In quel periodo, ormai, quasi tutti stavano con qualcuno, non
appartenere, non camminare sotto a qualcuno era difficile, ma non
impossibile. Anche se un po' isolati, i bravi ragazzi continuavano a esistere e
non tutti i politici erano fuori di melone. Personalmente ho sempre avuto buoni
rapporti e mi sono sempre trovato bene con i brigatisti che chiamavano 'i
romani'. Sono quelli che, in carcere, diventeranno la minoranza brigatista.
Forse succede che tutti quelli che sono una minoranza tendono a fare gruppo.
Questo serve anche a contrastare i gruppi più forti che diventano sempre più
arroganti e prepotenti. Sì, c'è un'arroganza e una prepotenza continua da
parte di chi è più forte, anche se in realtà è una forza relativa, la forza del
numero, la qualità era un'altra cosa. Sai, quando ti puoi fare forza del numero,
dell'essere in tanti, non è che vuol dire tanto. Chi sei, sul serio, lo dimostri nelle
situazioni difficili, fare i guappi in tanti non vuol dire avere le palle, anzi

137
solitamente il contrario. Vale sempre quello che si dice dalle nostre parti: il
buon marinaio si vede nella tempesta! D'altra parte, che le cose stiano così te lo
dimostra il fatto che, nel giro di poco tempo, tutti 'sti duri del cazzo sono spariti
e che di loro non si ricorda più nessuno. A dare importanza agli uomini da
niente sono stati, più o meno allo stesso modo, la camorra e le B.R., almeno il
gruppo che, dopo che si sono divise, in carcere è diventato la maggioranza.
Anche se bisogna dire che era un atteggiamento che un po' avevano sempre
avuto. Di solito, a parte le eccezioni che ci sono sempre, ma si trattava di
ragazzi con storie di un certo tipo e datate nel tempo e che più che altro erano
stati dei Nap, le B.R. avevano sempre reclutato delle mezze figure. Alcuni
erano semplici poveracci, ma altri erano per lo meno un po' ambigui. Non che
fossero loffi o avessero dato da pensare male, ma erano gente che così, a naso,
io non avrei voluto con me. Certe cose le senti. Uno di questi, e così veniamo
all'episodio importante, ci fa saltare un possibile tentativo d'evasione e subito
dopo si viene così a scoprire che quello, da tempo, lavorava per gli sbirri. E dire
che era uno di quelli che avevano incaricato di mettere sotto controllo le sezioni,
valutare il comportamento dei prigionieri, individuare possibili delatori. Un
lavoro da sbirro, perfettamente azzeccato, visto come si è rivelato in seguito.
Veniamo ai fatti. Con un altro ragazzo e tre brigatisti del giro dei romani
riusciamo a metterci in un camerone. Ci diamo subito da fare per vedere se
possiamo provare ad andarcene. Studiamo un piano, difficile ma non
impossibile, e ci mettiamo al lavoro. Dovendo contare solo sulle nostre forze,
dato che esternamente possiamo contare solo su un appoggio logistico nel caso
il piano riesca, ipotizziamo una fuga molto tradizionale. In effetti, il carcere
speciale, che puntava tutto sul supporto tecnologico interno e il livello di
militarizzazione esterno, lasciava scoperte, o per lo meno non prendeva in
considerazione, le strategie più artigianali. Così, confidando anche nell'aiuto
di alcuni elementi climatici, ci mettiamo all'opera. Dobbiamo recuperare del
materiale per costruire dei ramponi, lenzuola con le quali tirarci fuori, una
scaletta e delle corde, degli strumenti per tagliare il filo spinato. Chiaramente
non possiamo pensare di fare tutto da soli. Occorre la cooperazione di molte
persone. Questo per recuperare i materiali, ma anche per coprirci mentre noi
lavoriamo. Possiamo contare ciecamente su qualche bravo ragazzo che, per di
più, aveva la possibilità di reperire alcune cose che ci servivano, così come
possiamo fare affidamento sui politici di un piano. Erano tutti di Prima linea e
di altri gruppi in disaccordo con le B.R. Rimane il problema delle altre sezioni
dove sono concentrati, più che altro, brigatisti e camorristi che avevano
cominciato a fare cumpari e cumparielli. Questi avevano, grosso modo, il
controllo di gran parte del carcere ed era impossibile tenerli fuori. Così finiamo
per informarli. Facciamo arrivare l'informazione a uno di loro, chiedendogli
esplicitamente di tenersi la cosa per loro e di non dire nulla a due o tre persone
che gli giravano intorno. Su uno, specialmente, io e un altro ci
raccomandiamo. Però questo ormai aveva fatto carriera ed era diventato
addirittura responsabile del loro apparato di sicurezza interno. Bisogna dire

138
che avevano proprio dell'intuito. Insomma questo, quando ha raccolto le
informazioni che gli servono e la cosa sta per diventare operativa, ci fa arrivare
a colpo sicuro la perquisa e tutto salta. Dopo poco, ma credo sia riuscito a
combinare qualche altro danno, se non sbaglio ha fatto scoprire dell'esplosivo
che i brigatisti erano riusciti a procurarsi, è sparito dalle sezioni ed è finito in
qualche circuito protetto, da lì poi immagino che sarà uscito. perchè‚ a pelle
diffidavo di questo? Intanto non aveva un passato chiaro. Stava dentro per un
omicidio di un frocio che aveva rapinato. Cosa che di per s‚ non lo qualificava
un granch‚ bene. In più sembra, ed era qualcosa di più di una voce, che non
solo rapinasse i froci ma facesse anche marchette. Ora, uno così, dal mio punto
di vista, con me non lo piglio. Queste cose non le faceva a 12 anni, ma a 20, 22.
Uno così non può valere molto. E se uno non valeva niente prima,
all'improvviso non può tirare fuori le palle. Io non ci credo a questa storia che
uno cambia. Come si nasce, si cresce e si muore. Se hai dei princìpi, li hai
sempre. Per dirti, io e un altro, una volta eravamo latitanti, in due avevamo sì
e no 50000 lire in tasca. C'era successo un casino ed eravamo dovuti andarcene
con quello che avevamo indosso. Avevamo dovuto mollare soldi, vestiti e buona
parte delle armi. Eravamo riusciti a portarci dietro solo i nostri ferri e un
lunghetto. Per qualche giorno ci siamo dovuti appoggiare a uno che, forse più
per paura che altro, si era dimostrato disponibile a ospitarci. Non è che ci
fidassimo tanto e per questo dormivamo a turno. Questo faceva il magnaccio,
anche se in giro diceva che faceva il ladro. Può darsi che ogni tanto qualche
sgobbo lo facesse, ma per lo più mangiava ricotta con i soldi della puttana.
Vuole offrirci pranzi, comprarci vestiti e via dicendo. A noi è venuto naturale
rifiutare e i giorni che siamo stati lì abbiamo mangiato scatolette comprate con
i nostri soldi. Poi abbiamo fatto un lavoro e prima di andarcene abbiamo
lasciato un pensiero alla sua donna. A lui non gli abbiamo dato un cazzo.
Questo te l'ho raccontato per dirti che, in tutte le situazioni, ognuno è quello
che è e non cambia. Da uno con una storia di rapine a froci, di marchette e
indegnità simili non ci puoi cavare un cazzo. Loro dicevano che uno prende
coscienza, potrà anche essere vero, però per prenderla bisogna trovarla e chi ha
certe storie dietro è difficile che sappia dov'è. Non era però un caso isolato, è
questo genere di persone che diventa importante. Gente che ha una mentalità
da impiegato, da fattorino, da sbirro, mica da guerriero. (E.)

Questo clima grigio e impiegatizio finisce col diventare più forte dei
tradizionali modelli relazionali incentrati sulla fiducia e la solidarietà.
A farne le spese, in prima battuta, è la validità stessa del concetto di
biografia e storia individuale. Ciò che fino a ora si è continuamente
incontrato, nella legittimazione del singolo all'interno della comunità
prigioniera, sono l'importanza e lo spessore delle storie individuali.
Una biografia al contempo individuale e collettiva che, senza troppi
preamboli, aveva una funzione inclusiva perchè‚ emanava la stessa
"aria di famiglia". A essere centrale era una biografia che si era

139
sedimentata nel tempo, in mille scontri e battaglie. Durante le ore di
socialità le gesta passate erano sempre oggetto di ricordo e di
rielaborazione, una permanente rivisitazione della memoria non
priva di innesti mitici ma che, proprio per questo, testimoniava
l'attaccamento a una storia, a un passato comune (Passerini 1978;
Portelli 1985). Secondo numerose testimonianze erano abbastanza
abituali, soprattutto quando due prigionieri si rincontravano dopo
parecchio tempo, sentire discorsi di questo genere: Ti ricordi quella
volta che ci siamo incontrati alle celle giù a ***, dove mi avevano
portato dopo la tentata evasione da ***, e tu eri lì perchè‚ ti eri
barricato in sezione su a ***?. O ancora: Chissà se riusciamo ad
andarcene anche da qua, come avevamo fatto a *** Ti ricordi quando
ancora un po' e rimaniamo sotto il tunnel che avevamo scavato?.
Rievocazioni simili erano all'ordine del giorno, così come, in
particolare tra i banditi, era abitudine ricordare le imprese esterne
compiute insieme o con amici comuni. Nel momento in cui prendono
corpo i meccanismi di controllo e vigilanza tutto ciò non sembra avere
più importanza, quasi come se le biografie fossero cancellate. Ogni
prigioniero ritorna a essere un foglio bianco la cui storia inizia a
essere riscritta "ex novo", ma sulla base delle osservazioni e delle
indagini svolte dal manipolo di funzionali. Le nuove biografie non
saranno altro che l'attenta registrazione di dettagli inessenziali che
dovranno semplicemente registrare il grado di adattabilità del
soggetto al regime. Un meccanismo ossessivo e paranoico che ricorda
da vicino le procedure della volontà di sapere (Foucault 1994).

La macchina amministrativa è permanentemente interessata a


conoscere, riportare e riscrivere di continuo le biografie individuali.
Biografie che non hanno più nulla di grandioso e glorioso, perchè‚ non
sono questi gli aspetti che rendono interessanti gli individui. A essere
oggetto di sapere e interesse sono i piccoli eventi quotidiani, le piccole
cose, le frasi sussurrate e la quota di adesione a uno stile di vita che
non è esagerato definire perbenista (Foucault 2000). Tutto questo è
possibile grazie al proliferare di una rete informativa dove tutti
diventano i controllori di tutti. I micro eventi della vita quotidiana di
ogni prigioniero inizieranno così a essere accuratamente riportati e
trascritti in appositi archivi. Ogni prigioniero, da un certo punto in
poi, avrà due schede biografiche registrate in archivi diversi ma a ben
vedere complementari. Il primo sarà quello aggiornato di continuo
dalle diverse agenzie governative, l'altro, in fondo non molto diverso,
costruito giorno dopo giorno dalla macchina amministrativa interna.
Un lavoro la cui metodologia presenta tratti identici. Il passaggio,
insomma, da una biografia scritta, o meglio narrata, attraverso le
gesta a una fondata sulla delazione. Di questo ne fornisce un

140
resoconto dettagliato un prigioniero che, per qualche tempo, ha fatto
parte della struttura di controllo, per di più in uno dei suoi centri
terminali. Al pari di tutte le strutture burocratiche, infatti, la
macchina amministrativa tendeva a non lasciare troppa autonomia
alle istanze periferiche e a centralizzare le informazioni.

A un certo punto si è deciso che di tutti i prigionieri dei Kampi era necessario
sapere vita, morte e miracoli. In più bisognava sapere cosa realmente
pensassero. All'inizio era, più che altro, un lavoro di schedatura politica. Piano
piano, però, l'orizzonte si è allargato, si è iniziato a prendere in considerazione
un po' tutti gli aspetti della vita di ognuno. Questo è diventato particolarmente
importante quando il pericolo delle defezioni era un problema all'ordine del
giorno. A quel punto il problema non era più tanto conoscere le posizioni
politiche dei singoli, ma entrare proprio nelle loro vite, nelle cose
apparentemente più insignificanti. Era sulla base di questo che venivano
classificati i vari prigionieri. C'erano tre diversi tipi di classificazione. Il primo
riguardava quelli che si consideravano sicuri. Questi, però, dovevano essere
oggetto di continue verifiche perchè‚, tra di loro, era possibile che il nemico
avesse infiltrato qualcuno. Poi c'erano quelli che stavano un po' nel mezzo.
Erano forse i maggiori. Erano persone che dovevano essere educate e, per
ognuno, era indicato sia il tipo di problema che evidenziava dal punto di vista
della coscienza, sia il tipo di percorso che si poteva ipotizzare per il suo pieno
inserimento nel primo gruppo. Infine c'era l'ultimo gruppo. In questi c'erano
inseriti tutti coloro che, per linea politica, stile di vita, modelli culturali
eccetera, risultavano incompatibili. Questa classificazione non era chiusa, ma
aperta. Sia in fase ascendente, sia discendente. Il principio era che non si
doveva dare nulla per scontato e che tutti, quotidianamente, dovevano dare
prova della loro, diciamo, integrità e della loro fedeltà. Per questo era
facilissimo il passaggio da un gruppo all'altro, in particolare dal primo al
secondo. Chi era nell'ultimo, di solito ci rimaneva. Ma su questi c'era anche
poco lavoro da fare. Le loro schede avevano poco da essere aggiornate. Invece
sugli altri due gruppi il lavoro di osservazione e raccolta di informazione era
più assiduo. Il lavoro veniva fatto utilizzando diversi sistemi. Di essere sotto
osservazione lo sapevano tutti, perciò era normale che molti collaborassero. In
questo modo era possibile avere informazioni continuamente. Ognuno era
portato a controllare il proprio vicino e a coglierne le varie sfumature. Le
sfumature, le piccole cose erano essenziali. Il cedimento non avviene mai
all'improvviso, prima che si manifesti in tutta la sua distruttività, ha
un'evoluzione, un percorso. E' questo che si doveva controllare. Anche perchè‚
non sempre il cedimento era frutto di una cattiva volontà, spesso nasceva dalla
poca chiarezza politica, dalla mancata assimilazione della linea corretta.
Preso in tempo, era facile arginarlo. Di solito si impostava un programma di
rieducazione attraverso la prassi. Chi si era mostrato debole doveva riscattarsi
guidando le lotte e mettendo tutto se stesso al servizio di tutti, senza alcuna

141
remora individualistica. La migliore prova di fedeltà la forniva chi, pur in una
posizione giuridica non troppo compromessa, accettava di guidare azioni che
avrebbero inevitabilmente danneggiato la loro situazione in qualche modo
comoda. Era un lavoro centralizzato al massimo. I rami periferici non erano a
conoscenza che di piccoli particolari, anche su come venivano valutati i singoli
le informazioni non circolavano. Quando si prendeva una qualche decisione la
si comunicava e basta. Anche la composizione dell'apparato era, almeno
ufficialmente, sconosciuta. Alcune persone che nella struttura avevano un
ruolo preminente apparivano personaggi del tutto defilati e di nessuna
importanza. Questo gli consentiva di raccogliere, con più facilità, confidenze,
malumori eccetera. (C.)

Ciò che emerge da questa situazione è la perdita di ogni spazio di


libertà individuale o di gruppo. Non eccezionale, perciò, è la scelta di
L., milanese, 50 anni, ex rapinatore che, dopo sette anni di speciale,
decide di andarsene volontario in isolamento. La drastica presa di
distanza gli consente di fornire una valutazione oggettiva dei
meccanismi e del clima che aveva avvolto l'intero pianeta degli
speciali. La testimonianza, inoltre, è interessante e curiosa perchè‚,
passando in rassegna i punti nodali che hanno portato alla
costruzione della "macchina amministrativa", fornisce una
spiegazione politica dell'assassinio di Francis Turatello, che sembra
avere non poco a che fare con quanto stava avvenendo nel mondo
carcerario. Secondo l'intervistato Francis fu ucciso perchè‚ poteva
diventare la persona ideale in grado di guidare un ipotetico fronte di
"resistenza" contro i nuovi dominatori. Un'affermazione
apparentemente contraddittoria, viste le convenzionali biografie che
televisioni e carta stampata hanno sciorinato sulla figura di Turatello,
ma a ben vedere non proprio fantasiosa. Turatello, in effetti, pur
essendo lontano dalla mentalità da "desperado" dei banditi e dei
rapinatori, per non parlare della sua incompatibilità con l'ambito
guerrigliero, era pur sempre un ragazzo che veniva dalla strada. Anche
se non disdegnava il potere il suo vero "demone" sembrava essere il
denaro. Un "mercante" più che un "eroe". Questo ne faceva una figura
distante dal "nichilismo" delle batterie, ma assolutamente
"disincantata". Per questi motivi poteva porsi come l'ideale capo
militare di tutti i possibili dissidenti. Il suo obiettivo, infatti, non
sarebbe stato imporre un nuovo ordine, ma mantenere lo "status quo".
Ma la morte di Turatello segna anche, come è stato notato di recente
(Dal Lago, Quadrelli 2003), la fine di un'epoca: quella del gangsterismo
urbano. Una forma di illegalità che si muove continuamente tra due
rive: il mondo della mala e quello dei comuni cittadini. Un'epoca in cui
il crimine è ancora appannaggio e proprietà di ambiti specialistici
caratterizzati da una spiccata professionalità. Di lì a poco il crimine si

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sfumerà sempre di più in illegalità diffusa dove gangster, banditi e
persino mafiosi saranno obbligati a cedere il passo a figure di
tutt'altro spessore: i comuni cittadini. Ma non è il caso di anticipare e
lasciamo parlare l'intervistato.

A un certo punto non ci si capiva più un cazzo, io mi sono buttato volontario


alle celle. Ho scritto agli amici la mia decisione, perchè‚ nessuno pensasse male
o qualcuno mi ci montasse sopra una tragedia, e poi me ne sono andato
volontario in isolamento. In sezione non potevi più camminare. La gente
moriva senza motivo; se poi, come me, non appartenevi a nessuno, o meglio eri
rimasto con la tua batteria senza legarti a nessuno, senza diventare compare
di questo o compariello di quell'altro, ogni giorno diventava una scommessa.
In quel periodo la gente cadeva di continuo e onestamente è difficile dire
perchè‚. Può darsi che qualcuno fosse veramente infame, qualche altro forse lo
hanno tirato giù perchè‚ era un rivale in qualche faccenda loro di fuori, anche
se lo facevano passare per infame. Tanti però sono morti, o hanno rischiato di
esserlo, solo per le tragedie che ormai venivano montate e che nessuno poteva
più controllare. Dall'81 in poi era diventato tutto un manicomio. Con la morte
di Francis si era capito che non era più come prima, che il carcere stava
cambiando e in qualche modo ci stava scappando di mano.

"In che senso?"

Sai, noi con Francis non è che fossimo amici più di tanto, anche se a un certo
punto avevamo chiarito le storie che c'erano state fuori e tra noi non c'erano più
problemi, però quello che gli hanno fatto è stato una porcata che lui non si
meritava.

"Puoi spiegare un po' meglio queste storie? Francis è sempre stato


trattato come un personaggio ambiguo, sempre tra luci e ombre, la
tua verità qual è?"

Non è che ci sono tante verità. Lui sicuramente era una cosa diversa da noi.
Ecco, forse ti è più facile se ti faccio un esempio: io e molti di noi assomigliamo
di più ai personaggi dei libri di Bunker, Francis invece era un'altra cosa. Lui
era mezzo bandito, perchè‚ le sue storie se l'era fatte, ed era mezzo
commerciante, perchè‚ più che altro si limitava a gestire i suoi affari. Era un
uomo d'azione, perchè‚ le cose era abituato a risolversele di persona, ma gli
piaceva di più vivere comodo e se poteva evitava i casini. Ma la differenza più
grossa era che lui voleva essere un uomo inciucciato con il potere e a noi invece
non ce n'è mai fregato un cazzo, anzi pensavamo sempre che potere e sbirri
andavano d'accordo. Questo in generale, senza voler dire niente di preciso nei
suoi confronti, perchè‚ dirlo sarebbe una calunnia bella e buona. Bisogna
tenere conto di una cosa, che lui era più grande di noi e veniva da un altro tipo
di mentalità. Lui era ancora la vecchia malavita, la ragionava ancora a quel

143
modo. Per questo gli veniva naturale avvicinarsi e anche stare vicino a certi
personaggi. A Cuneo, ad esempio, lui si era legato molto a Buscetta e ad altri di
quello spessore, perchè‚ per lui quella gente, che si riusciva a gestire le cose
intortando un po' qua e un po' là, era un buon modello. Insomma, per fartela
breve, per noi stare sul ciocco era proprio un modo di vivere, per lui una
parentesi che, ogni tanto, si doveva per forza aprire. Se si poteva evitare però
era meglio.

"Perchè‚ dici che la sua uccisione ha, in qualche modo, portato alle
conseguenze di cui parli?"

Perchè‚ probabilmente lui era l'unico in grado di opporsi al progetto di


egemonia dei cutoliani e degli altri gruppi che volevano prendere il controllo
del carcere. Era l'unico che, proprio perchè‚ era visto come qualcosa di diverso,
poteva unire, anche solo per un periodo, tutti quelli che non camminavano
sotto nessuno. Lo poteva fare perchè‚, alla fine, ognuno sarebbe stato libero di
continuare per la sua strada. Probabilmente tutti lo avrebbero riconosciuto
come capo momentaneo, perchè‚ sapevano che nessuno avrebbe perso la sua
autonomia. A Francis interessavano le sue bische, i suoi giri milanesi, non
voleva certo diventare il boss dei boss. Però, anche lui non aveva voglia di dover
dipendere da nessuno. Lui poteva essere un capo possibile e per questo lo hanno
ammazzato. Almeno questa è la mia idea.

"Ma in sostanza cosa succede? perchè‚ il carcere, che era il vostro


territorio, vi diventa ostile?"

Perchè‚ prima i cutoliani, poi altri gruppi dello stesso tipo impongono i loro
modelli e tutto inizia a ruotare intorno a questo. E loro ammazzavano, per una
parola, uno sguardo o anche solo per farsi un nome e aumentare il loro
prestigio. Nessuno probabilmente ci crederebbe perchè‚ sembrano cose
impossibili. Dietro ogni morto si pensa che dovevano esserci interessi di chissà
quale tipo o sgarri pesanti. In realtà era tutto molto più stupido. I cutoliani, a
un certo punto, erano diventati come un immenso corpo senza testa. Questo
ancora prima che Cutolo cadesse in disgrazia e finisse sepolto all'Asinara e i
suoi uomini più vicini e i familiari fossero tirati giù dalle spese. perchè‚ i
cutoliani erano sì un gruppo unico, ma ognuno faceva anche un po' come gli
pareva. Per loro più gente scannavano e più si facevano grandi e acquistavano
prestigio. C'era anche rivalità tra di loro e la risolvevano in questo modo. Forse
all'inizio Cutolo aveva l'idea di reclutare più gente che poteva per un suo
progetto, ma a un certo punto credo che neanche più lui, o chi gli era più vicino,
fosse in grado di controllare l'esercito che avevano messo su. E così in carcere
era una paranoia continua. A un certo momento io ho preso la mia decisione di
andarmene volontario alle celle. Andassero a farsi fottere tutti i camorristi e
tutta la loro razza.

144
"Questo, in seguito, per te è stato un problema? Hai avuto delle storie?"

No. Come ti ho detto, ho scritto a tutti gli amici e gli ho spiegato le cose. D'altra
parte di questi matti non ne poteva più nessuno. Ho fatto ancora due anni di
speciale, però mi avevano mandato in un altro carcere, dove il clima era più
normale e dove ognuno poteva farsi la sua vita e stare con chi gli pareva senza
menate. Lì ho ritrovato due della mia batteria e altri ragazzi della vecchie
batterie e stavamo insieme. Poi sono stato declassificato, sono andato a Porto
Azzurro dove ho finito la carcerazione. (L.)

Qualcosa di irreparabile è ormai avvenuto. Il carcere non appartiene


più a banditi, rapinatori e guerriglieri ma a "masse" senza storia. Un
clima che, ogni giorno, si fa sempre più pesante e paranoico. Ed è
proprio su questi aspetti che risulta di particolare interesse l'intervista
seguente. A parlare è B., 47 anni, operaio milanese ed ex militante
delle B.R.

Io sono stato arrestato nel '79 e subito portato in uno speciale. Prima
Fossombrone, poi Cuneo. Appartengo a una generazione di brigatisti un po'
diversa, il mio rapporto con l'illegalità, se vuoi, è poco ortodosso. D'altra parte,
essendo cresciuto in un quartiere periferico di Milano come Quarto Oggiaro,
era un po' difficile separare rigidamente mondi legali e illegali. Anche se la mia
è una storia prevalentemente operaia, qualche escursione nell'illegalità l'avevo
avuta. Per dirla in chiave metaforica ho maturato la coscienza dell'esproprio
generalizzato e cosciente attraverso alcuni passaggi empirici. Una cosa che, se
venivi da certe zone, era abbastanza normale. Per questo anche se non ero mai
stato in carcere per me non era un luogo del tutto estraneo. All'inizio con molti
comuni il rapporto era nell'insieme buono. Contava molto il rapporto
personale che riuscivi a instaurare. Si trattava, per lo più, di rapinatori con i
quali facilmente si trovava un linguaggio comune.

"Quando e in che modo cambia questo clima?"

Una data precisa non c'è. Direi tra l'81 e l'82. Coincidono due cose che, almeno
secondo me, determinano questo passaggio. Negli speciali arrivano sempre più
appartenenti alle organizzazioni criminali e in particolare alla N.C.O. di
Cutolo che, all'epoca, sembrava destinata a diventare la principale e maggiore
componente della criminalità organizzata. I cutoliani sono diversi dai
rapinatori. Lo sono per origine sociale, modelli culturali e aspirazioni. Anche
se, e probabilmente merita un discorso a parte, il fenomeno Cutolo e della
N.C.O. è stato molto più complesso e non è riconducibile unicamente alla pura
e semplice organizzazione criminale classica. Dentro di loro c'erano non pochi
elementi populisti che sono stati all'origine di molti malintesi, specialmente
all'interno della mia ex organizzazione. In ogni caso, dentro il carcere, le cose
cambiano. Tra noi e i comuni, di solito, i rapporti erano buoni e privi di

145
formalismi. Può sembrare una cazzata, ma quando vivi in uno spazio ristretto
e sei di continuo alle prese con forme di repressione particolarmente dure il tipo
di rapporto che hai con gli altri è determinante per continuare a tirare avanti e
resistere. Forse finisco con l'idealizzare un po' le cose, però fino a un certo punto
credo ci fosse veramente tra tutti i prigionieri un clima comunitario e
improntato alla cooperazione. Lo vedevi in cose se vuoi banali come la
socializzazione dei pacchi. Nei periodi in cui si era riusciti a conquistare la
possibilità di ricevere cibo, libri e indumenti dall'esterno, tra i prigionieri era
abituale dividere equamente, questa era un'abitudine che valeva per tutti. Non
so, sempre parlando di cose minime e apparentemente banali - ma in carcere
sono proprio queste che definiscono una situazione e un clima sociale, in
carcere ci sei e non puoi dire vado da un'altra parte perchè‚ qua non mi trovo -
ecco, ti dicevo, com'è il clima lo capisci giocando a pallone. Se giocando facevi
un fallaccio a Vallanzasca, tanto per fare un nome che tutti conoscono, la cosa
finiva lì, era un incidente di gioco, con un camorrista invece non sapevi cosa
poteva succedere. Una volta io ho atterrato un torinese, uno famoso che era
scappato dalle prigioni di mezza Europa, è arrivato un cross, siamo saltati
tutti e due, lui è andato più alto e io invece di prendere la palla ho preso il suo
naso. E' stramazzato a terra con tutta la faccia coperta di sangue. Ovviamente
non c'era intenzionalità, e non ci sono stati strascichi, il giorno dopo eravamo
di nuovo a giocare insieme, l'unica novità era che sulle palle alte saltava
coprendosi con il braccio, ma questo lo fanno tutti i difensori. Questo clima lo
ritrovavi anche nelle questioni più importanti, ad esempio il logistico. In
carcere l'armamento è strategico e solo un'efficace cooperazione ti permette di
mantenerlo e procurarlo. Grazie a questo clima, per alcuni anni è stato
possibile mettere a punto una serie di strutture di autodifesa e di lotta rimaste
completamente sconosciute al nemico. Se pensi che tutto questo lo riuscivi a
fare in una realtà ossessiva come il carcere speciale, puoi renderti conto di
come, alla fine, l'elemento umano, i modelli di relazione sociali risultino l'unico
elemento decisivo.

"Vorrei capire cosa succede, invece, a un certo punto".

Ci arrivo. Quando i camorristi e qualche altro gruppo legato alla criminalità


organizzata inizia a prendere il sopravvento tra i comuni, la prima cosa che
salta è il tipo di relazione comunitaria tra i prigionieri. In sostanza tra i
prigionieri viene a cadere quel clima di reciproca fiducia che c'era sempre stato.
Inoltre, il rapporto con i comuni non è più sul piano individuale e amicale ma
diventa un tipo di relazione formalizzata attraverso una procedura
burocratica. A questo punto non ci sono più dei prigionieri che condividono
un'esperienza comune ma diverse componenti che iniziano a guardarsi con
sospetto. Questo ha come effetto immediato l'apertura di una fase dove i
camorristi e i loro alleati, per conquistare l'egemonia, iniziano una vera e
propria pratica del terrore, accusando di infamia chiunque non sia

146
decisamente schierato dalla loro parte. Iniziano ad ammazzarsi solo per una
pura e semplice questione di potere e prestigio simbolico. Per altri versi e con
motivazioni diverse, ma se guardiamo bene su questioni unicamente di
prestigio interno e di riaffermazione simbolica di un ruolo egemonico, le
organizzazioni combattenti, o almeno alcune loro frazioni, si muovono su un
piano analogo. Quando le B.R. si spaccano io rimango con l'Alasia, la cui
organizzazione sparisce nel giro di breve tempo. Questo mi permette, se non
altro, di non essere coinvolto nelle fasi ultime della nostra storia, potendo così
seguire gli eventi con maggiore distacco e obiettività. La storia delle B.R. e della
guerriglia in Italia si chiude, oggettivamente, nel 1980 con la sconfitta storica
della classe operaia Fiat. Quello era stato il centro, vent'anni prima, della
forma embrionale di dittatura operaia rivoluzionaria, era stato il cuore
dell'antagonismo di classe, il punto centrale dello scontro per tutti gli anni
Sessanta e Settanta. Lì era maturata l'ipotesi concreta della dittatura operaia
rivoluzionaria, e lì si era inesorabilmente consumata la sconfitta di
quell'ipotesi. Già nell'81 le nostre campagne sono una semplice ostentazione di
forza militare sullo sfondo di una debolezza politica ormai palese. In questo
periodo scoppia il fenomeno pentimento e dissociazione. Un fenomeno che, a
prescindere dagli aspetti etici, mostrava fino in fondo la fine di un'epoca. In
carcere più che non capirlo, non lo si vuole capire. Succede come quando la
medicina ti dà per spacciato, si comincia ad andare dietro a tutti gli stregoni
che si incontrano. Allo stesso modo in carcere è iniziata la campagna contro il
nemico interno. Una logica che, fatte le tare del caso, era del tutto simile alla
pazzia dei camorristi e dei comuni che gli andavano dietro. E' una storia
vecchia come il mondo, più si è impotenti più si pensa di ingannare la realtà
attraverso infiniti progetti di epurazione. Il fine, patetico ma drammatico, è
conservare un briciolo di autorità e di potere instaurando una sorta di terrore
paranoico, illudendosi in questo modo di avere ancora un qualche ruolo
politico e sociale. La campagna contro la delazione non ha limiti e avviene
all'insegna dell'interpretazione. Mentre i delatori veri se ne stanno protetti e
lontani nelle caserme, e quindi sono inarrivabili, si inizia a costruire
socialmente l'infame. Certo, non ci sono riscontri obiettivi, ma ci sono segni che
vanno interpretati. Un sacco di gente è morta, o è andata lì lì, a seguito di
questa follia paranoica. Tra i molti casi, che per fortuna non hanno avuto esiti
tragici, ti posso raccontare quello di un compagno romano del quale i
guardiani della rivoluzione - li chiamavamo così per il loro komeinismo -
volevano la testa. Era un ragazzino che aveva fatto parte, del tutto
marginalmente, di una brigata di quartiere a Roma. Un semplice
simpatizzante che da tempo svolgeva solo una militanza di quartiere con
pochissimi contatti con l'organizzazione. Il solito pentito di turno lo chiama in
mezzo e questo nel giro di 48 ore si ritrova nel carcere speciale con una serie
impressionante di ordini di cattura, tra i quali insurrezione armata contro i
poteri dello Stato. La sua condotta processuale è chiara: io non c'entro niente e
questo che mi accusa neanche lo conosco. In tutto e per tutto è lo stereotipo del

147
romano, sembrava uscito da un film di Verdone. All'epoca, in carcere, siamo
nell'83, il clima è abbastanza pesante. Ogni volta che si scende all'aria c'è il
rischio di provocazioni da parte delle guardie e quindi bisogna sempre essere
pronti a reagire. Ovviamente il ragazzo, che fino al giorno prima era
tranquillo in giro per Roma, non ha proprio idea di come girino le cose. Esce
dalla cella, le guardie gli dicono qualcosa, lui rimane un po' lì imbambolato e
queste gli saltano addosso e gli fanno un occhio nero. A questo punto i
guardiani della rivoluzione pensano bene di processarlo. Se le guardie lo
avevano attaccato era perchè‚ avevano individuato in lui un anello debole e
quindi, geniale, lui era un probabile e possibile delatore. I più fulminati
proponevano addirittura una sanzione definitiva, i più ipotizzavano un suo
percorso di riscatto. Se non voleva essere sanzionato doveva riabilitarsi
attraverso un'azione offensiva contro le guardie. Di fronte a questo delirio una
parte del carcere si è schierata compatta rifiutando di appoggiare quella
pazzia. I komeinisti se la sono tenuta e non ci sono state conseguenze. Questo
però ti può dare l'idea del clima che ormai si viveva all'interno del carcere. (A.)

Una delle ricadute immediate di questa situazione, come si è detto, è


la pratica dell'epurazione. Attraverso di essa si mette in atto il
tentativo, ingenuo e feroce al contempo, di evitare di fare i conti con la
realtà e con gli oggettivi rapporti di forza, individuando un ipotetico
nemico interno responsabile degli insuccessi e delle sconfitte che si
ripetono incessantemente.

Un significativo esempio di questo può essere l'uccisione di Claudio


Gatti (Bonini, Vallanzasca 1999), un bandito milanese legato alla
banda Vallanzasca. Gatti viene condannato a morte ed eliminato dopo
due tentativi andati a vuoto, perchè‚ ritenuto oggettivamente
responsabile del fallimento di un progetto di evasione. I fatti sono
abbastanza semplici. Nella sezione speciale del carcere di Pianosa i
detenuti erano riusciti a ottenere una certa libertà di movimento.
Questo aveva portato a ipotizzare l'ennesimo progetto di fuga. Gatti,
una sera, ubriaco fradicio, si scaglia contro un brigadiere della
custodia minacciandolo con un coltello. La reazione è immediata. Gli
agenti, supportati dai carabinieri di stanza sull'isola, irrompono nelle
sezioni picchiando e devastando. Alla fine non rimarrà più nulla di
intero, n‚ uomini n‚ cose. La concessione di spazi aveva creato, tra la
custodia, non poco malumore e in molti premevano per un ritorno alla
normalità. Indubbiamente il comportamento di Gatti finisce con il
favorire quei settori militari poco propensi a concedere condizioni di
detenzione meno pesanti. Fino a qua i fatti. Di eventi simili la storia
carceraria abbonda. Meno consuete, invece, le ripercussioni che
sull'episodio si scatenano. In tale circostanza, a mio avviso, si
intrecciano due elementi: il primo, puramente empirico, riguarda

148
l'appartenenza di Gatti alla banda Vallanzasca, un gruppo non
facilmente disposto a rinunciare alla propria autonomia e
indipendenza, e perciò inviso ai gruppi criminali organizzati; il
secondo, ed è quello più importante, ha a che fare con i processi di
epurazione interni che si stanno ormai delineando. Un meccanismo
che non ha alcun cervello pensante, ma che è il semplice effetto dei
meccanismi di potere che si sono delineati. Le organizzazioni
criminali e i gruppi politici agiscono all'interno dei meccanismi di
potere e non come agenti del potere (Foucault 1994, p.p. 17-19). E' il
meccanismo che, in piena autonomia, produce certi effetti. I vari
attori non possono far altro che recitare la loro parte all'interno di un
canovaccio che "nessuno" ha pensato anticipatamente. Insomma, i
comportamenti dei singoli non sono altro che gli effetti di "procedure"
e di "meccanismi" all'interno dei quali gli individui sono presi. La
testimonianza che segue, rilasciata da un rapinatore torinese, sembra
cogliere esattamente l'intreccio di cause che hanno portato a emettere
una sentenza a dir poco inusuale.

Mi trovavo a Pianosa quando Gatti ha cioccato con il brigadiere ed è successo


tutto il casino. Poi l'hanno tirata tutta sulla schiena a lui, ma la cosa era
nell'aria. Se non era per quello, sarebbe stato per qualcos'altro, ma alla fine
così non sarebbe durata.

"Puoi spiegare meglio?"

Non c'è molto da dire. Si era riusciti a ottenere delle condizioni di vita migliori.
Però questa era una cosa che dava fastidio. Gli sbirri erano abituati a fare un
po' come cazzo gli pareva e quel cambiamento non gli andava bene. Così alla
prima occasione hanno rimesso le cose al loro posto. D'altra parte, per come
sono andate le cose, la reazione non è sembrata troppo improvvisata. Per
qualche ora hanno abbandonato le sezioni e poi sono entrati di forza.
Sfasciavano tutto e tutti, come se non aspettassero altro da tempo. Non era la
prima volta che io mi trovavo dentro a situazioni simili. In carcere prenderle è
abbastanza normale, ma lì ho avuto la netta sensazione che non fosse la solita
cosa, c'era un odio, una voglia di far male che covava da tempo. Anche il modo
in cui hanno agito lo faceva pensare. Sono entrati incazzati ma lucidi, come
quando una cosa la si è pensata a lungo.

"perchè‚ se le cose stanno come racconti tu, viene cercato, trovato e


punito un presunto responsabile? perchè‚ tutti, o in molti, concordano
nell'attribuire a lui tutte le responsabilità?"

E' un discorso un po' lungo. Prima ti elenco i motivi e poi ti spiego la


situazione. Il primo e più banale è che Gatti era una gran testa di cazzo ed era
anche un bel po' bollito. Questo non lo rendeva un granch‚ simpatico a

149
nessuno, diciamo la verità, era uno un po' montato, non proprio all'altezza di
gran parte dei ragazzi della Vallanzasca. Uno che, almeno questa è la mia
idea, se non si fosse trovato in mezzo a quel gruppo non avrebbe fatto tanta
strada. Il coraggio non gli mancava, ma gli sarebbe servito giusto per andarsi
a fare ammazzare in qualche gioielleria di periferia. Questo, anche se non è
stato il motivo principale, ha inciso in qualche misura. Il secondo era il suo
legame con la Vallanzasca. Erano un gruppo troppo orgoglioso e geloso della
propria autonomia. Questo dava fastidio a molti, forse a troppi. L'ultimo
motivo, che è secondo me il più importante, anche se allora in pochi lo
percepivano, è che si cercavano colpevoli al proprio interno per non voler
ammettere che eravamo fottuti tutti quanti. La bufala dell'evasione, il motivo
per cui Gatti è stato condannato a morte, è lì a dimostrarlo. E qui veniamo al
dunque.

"A parte l'antipatia, sulla quale mi sembra ci sia poco da dire, puoi
spiegare, dettagliatamente, gli altri due punti?"

La prima, come ti ho detto, è quella dell'autonomia e dell'indipendenza della


Vallanzasca. In quel periodo era persino un problema essere uno che stava per
conto suo, figurati se eri un gruppo che ci teneva a essere considerato tale e che
non era disposto a sottomettersi o a patteggiare la propria esistenza con
nessuno. Io non ho avuto tanti problemi perchè sono sempre stato considerato,
insieme ai pochi ai quali ero legato, come un gruppo di lupi solitari. Siamo
sempre stati visti, forse a ragione, come dei calciatori atipici che nessuno riesce
a inquadrare. Noi, tra l'altro, eravamo torinesi per modo di dire, per una
questione d'origine, ma lavoravamo in tutta Europa, oltre che in Italia. Questo
ci dava una dimensione particolare, eravamo dei rapinatori puri, se questo
termine può essere usato, slegati da qualunque contesto malavitoso. Quindi,
per chi era interessato a mettere le mani su un territorio, eravamo poco
interessanti. Questo mi/ci ha permesso di continuare a essere lasciati in pace.
In più il mio prestigio era completamente individuale. Anche in questo
eravamo molto anomali. Non ci hanno mai chiamati la batteria deià, ma
sempre con i nostri nomi. Siamo sempre stati considerati dei solitari e degli
individualisti. Una fortuna perchè‚ ci ha permesso di starcene fuori dalla
mischia. Per la Vallanzasca il discorso era esattamente l'opposto. Loro, dentro
o fuori, continuavano a essere un gruppo e lo facevano pesare di continuo. Non
avevano un atteggiamento prepotente, però ci tenevano a essere presenti nelle
cose, nelle decisioni. Per questo danno fastidio. In quel periodo c'era Cutolo, ma
anche altri, che volevano mettere il cappello su tutto quello che si muoveva in
carcere, un gruppo autonomo e forte dava obiettivamente fastidio. Quindi,
secondo me, la condanna di Gatti era anche un avvertimento, bello pesante, a
tutti gli altri. Che io sappia, nessuno ha chiesto il parere a qualcuno di loro su
quella faccenda. Un modo come un altro per dirgli che non contavano un
cazzo. Anzi, non erano neppure pochi quelli che speravano in una loro reazione

150
per avere la scusa di aprire una guerra e berseli tutti. Questo è il motivo per cui
hanno deciso di tirarlo giù dalle spese. Lo hanno ammazzato dopo due
tentativi falliti, fatti tutti da gente che lui non conosceva nemmeno. Anche chi
lo ha ucciso probabilmente non lo conosceva. Era un altro modo per far capire
chi comandava. Se in ogni posto c'è qualcuno disposto a eseguire una sentenza,
senza neanche starsi a domandare chi e perchè‚ andava fumarsi uno,
l'avvertimento a chi rimane è eloquente: non ti allargare, non dire a, perchè‚ sei
già morto. Una cosa che, a un certo punto, è diventata tragica normalità.
Questo è stato l'aspetto scatenante, ma poi c'è dell'altro, che forse ha
un'importanza ancora maggiore.

"A cosa ti riferisci?"

Al fatto che, quando non sei più in grado di prendertela con chi comanda, ti
rifai su chi puoi. Un po' come la storia del marito che picchia la moglie perchè‚
sul lavoro lo hanno straccionato. Piuttosto che ammettere di non essere
all'altezza della situazione addossi la colpa e le responsabilità a qualcuno che
sei in grado di punire. In questo modo ti illudi di risolverti i problemi. A un
certo punto, in ogni carcere, c'era in progetto un piano di evasione che
puntualmente falliva, per colpa di questo o di quello. In realtà erano solo
fantasie. Gli unici tentativi seri, anche se modesti, sono stati condotti da
persone che, senza troppe illusioni, hanno cercato di aggiustarsi con quel poco
che avevano. I grandi progetti erano solo film che la gente si faceva, giusto per
passarsi il tempo. Per dirti quanto fossero illusori e puramente strumentali,
basta sapere che i maggiori ispiratori di questi progetti erano persone che non
si erano mai sognate di scappare, neppure quando le cose erano più
abbordabili. Gente che in carcere aveva solo pensato a farsi la galera o a farsi il
nome ammazzando qualche rivale del cazzo o, come capitava più
frequentemente, semplici poveracci. Improvvisamente, questi si mettono a
parlare di motoscafi, elicotteri, mancavano solo i sommergibili. A Pianosa la
cosa non era diversa. Tutte le volte succedeva sempre qualcosa all'ultimo
momento e puntualmente si scatenava la caccia al responsabile. Trovare un
colpevole diventava, pertanto, una cosa indispensabile, per poter continuare a
inventarsene un'altra. L'illusione, in poche parole, era: se ci liberiamo dei
nemici che sono al nostro interno tutto poi si sistema, perchè‚ noi siamo in
grado di smuovere mari e monti. Una stronzata colossale che a tanti serviva
per farsi grandi e illudersi di essere qualcuno.

"Quindi, secondo te, tutta questa storia si basa su niente?"

Di vero, anche se non è una gran giustificazione, c'è che Gatti poteva essere un
po' pesante e rompicoglioni. Tutto il resto sono semplici fantasie alle quali
molti vogliono credere, non tanto per interesse o convenienza, ma per poter
coltivare un'illusione. Poi, certo, ci sono state anche questioni di potere interno,
messaggi e avvertimenti, ma erano cose che potevano interessare più alcuni,

151
per la maggior parte si trattava di coltivare un'illusione. (D.)

La testimonianza di D. ha colto un aspetto centrale degli effetti che il


carcere speciale produce: il bisogno vitale della purificazione
permanente. Una conseguenza tipica delle condizioni "totalitarie".
Prima di implodere definitivamente, la comunità utilizza i processi di
epurazione come una sorta di pozione magica. Sullo sfondo vi è la
restaurazione immaginaria di una comunità purificata, senza
macchie e senza colpe (Arendt 1996). I primi a essere colpiti devono
essere gli infami. Ben presto, però, il termine perde ogni riferimento
empiricamente accertabile per modellarsi su chiunque non rientri nei
canoni, che peraltro sembrano mutare di continuo, della comunità.
Avversari, gruppi troppo autonomi, improbabili responsabili del
fallimento di fantomatiche evasioni pagano con la vita il bisogno di
sangue che, sempre di più, la comunità immaginata sembra
richiedere. Un esempio macroscopico di ciò è quanto racconta C., un
ex rapinatore torinese vicino a Prima linea.

Io sono un ex comune. In carcere mi ero avvicinato ai politici e quando sono


uscito sono entrato in un collettivo che, in seguito, si è trasformato in struttura
di combattimento. Eravamo vicini a Prima linea anche se mantenevamo
ancora un certo grado di autonomia. Questa nota biografica ha senso perchè‚,
secondo me, un certo tipo di mentalità storica, quella del rapinatore, incide sul
mio modo di vedere le cose nell'episodio specifico e in generale sul clima che si
era venuto a instaurare nelle carceri speciali. D'altra parte non credo neppure
fosse un caso che mi fossi orientato politicamente verso quelle aree che, almeno
come modo di agire, avevano qualche affinità col mondo delle batterie.
Veniamo all'episodio. I brigatisti, o meglio la frazione del Partito guerriglia,
erano diventati, almeno come mentalità e modo di comportarsi, non troppo
diversi dai camorristi. D'altra parte non dico niente di nuovo perchè‚ lo
avevano scritto sui loro documenti. In qualche modo è successo un fenomeno
paradossale: la camorrizzazione dei brigatisti. Un processo che loro
chiamavano la 'pipizzazione dei prigionieri', cioè l'assunzione da parte dei
prigionieri politici di un agire legato alle pratiche del proletariato prigioniero,
ma che in realtà era l'assunzione di una logica camorrista e mafiosa. Quelli del
Partito guerriglia, per dirla chiaramente e fare degli esempi espliciti, potevano
assomigliare a Cutolo, a Bardellino ma non certo a ragazzi delle batterie. Al
pari dei mafiosi sapevano vivere solo di prepotenza e fare i furbi solo quando
avevano la certezza assoluta di avere il controllo della situazione.
Un'avvisaglia di questo l'avevamo avuta quando hanno picchiato al passeggio
e condannati all'isolamento due di loro che, al momento della rottura, si erano
schierati con i romani, cioè con il P.C.C.. Avevano aspettato che il grosso dei
romani se ne andasse per un processo, quindi li avevano processati, picchiati e
condannati. Dal mio punto di vista la cosa era inaccettabile per almeno tre

152
motivi. Primo, si picchiano o si ammazzano gli infami, non chi appartiene a
un'altra parrocchia. Poi che possano nascere degli scazzi e che, sul momento, si
possa anche arrivare alle mani, ci sta anche, ma la premeditazione, col rituale
del processo, è un'altra storia. Secondo se hai qualcosa contro un altro, e non ci
sono questioni di infamità in mezzo, te lo devi andare a cercare quando questo
è in condizioni di mettersi all'altezza. Altrimenti, anche ammesso che tu abbia
ragione, comportandoti in un altro modo finisci per passare dalla parte del
torto. Terzo, ed è proprio una cosa da sbirri, come cazzo ti permetti di mettere
in isolamento qualcuno? Manca solo che ti metti la divisa addosso e sei a posto.
Questa è solo un'avvisaglia di ciò che si stava preparando. Le cose più schifose
devono ancora avvenire. L'episodio di cui ti parlo avviene qualche mese dopo
questi fatti. Per questioni puramente interne decidono di fare fuori uno di loro.
Questo stava in carcere da sette, otto anni. Faceva parte di un collettivo
operai/studenti che inizia a muoversi sul terreno della guerriglia. Decidono di
fare una rapina e la cosa finisce in un disastro. Ci scappa il morto, se li bevono
e il loro comportamento processuale, almeno inizialmente, non è tra i più
trasparenti. Di quel gruppo un po' tutti avevano fatto qualche cazzata. La
cosa, però, era morta lì. In carcere si erano sempre comportati più che
dignitosamente e nessuno aveva mai avuto a che ridire su di loro.
All'improvviso, otto anni dopo quella storia è ritirata fuori e vogliono farsi uno
di questi. Non a caso scelgono quello che non aveva entusiasticamente aderito
alla nuova linea maggioritaria delle B.R. Comunicano la notizia ai
rappresentanti delle diverse componenti del Kampo annunciando che anche lì
daranno vita alla campagna di derattizzazione. La reazione dei non brigatisti
e dei brigatisti dissidenti, i romani per capirci, è pressoch‚ unanime: non se ne
parla nemmeno. Se loro fanno un'operazione del genere non solo se ne
assumono interamente la responsabilità e quindi non coinvolgono le altre
realtà organizzate ma rompono definitivamente la già precaria convivenza
interna. Tutto ciò non sembra impressionarli troppo, anche perchè‚ è nelle loro
intenzioni scatenare una resa dei conti generalizzata e, uno dopo l'altro, fare
fuori materialmente e politicamente tutte le aree a loro non affini. Questo
produce un acceso dibattito al nostro interno. Qualcuno dice: sono affari loro,
teniamocene fuori che se la sbrighino tra loro. Altri, tra cui io, sosteniamo che
quella cosa riguarda tutti e non possiamo lasciargliela fare. Questo è un
discorso che un po' è politico e un po' no. Nel senso che, a molti di noi sembrava
più che altro una cosa moralmente inaccettabile. Su questo succede una cosa
un po' strana, si forma un'unità trasversale tra una parte dell'area
soggettivista e una dei militaristi. Cioè tra quelli che si oppongono decisamente
all'ammazzamento. Dopo vicissitudini che è inutile ricordare questa posizione
diventa ufficiale e porta alla definizione di due campi ben precisi. Il morituro,
che ovviamente avevamo informato di quanto stava accadendo intorno alla
sua testa, ha un comportamento esemplare. Non scappa e va direttamente dai
suoi boia a dirgli che lui è lì, non ha niente da rimproverarsi e che vedano loro
cosa vogliono fare. Alla fine, fortunatamente, la cosa non ha seguito ed è finita

153
lì. A farli recedere credo sia stato soprattutto il timore di doversi scontrare con
un buon numero di compagni, più che determinati a non permettergli di
disporre della vita delle persone come fossero caramelle. Un atteggiamento che
li accomunava ai mafiosi e agli sbirri: forti con i deboli, timorosi con i forti.
(C.)

Giunti a questo punto è lecito domandarsi che cosa sia intervenuto


all'interno del corpo prigioniero e quali siano state le forze che ne
hanno frantumato la coesione. E' la risposta che proverà a dare il
capitolo successivo prendendo a modello la base di massa delle
organizzazioni camorriste.

154
MASSE CRIMINALI.
CLASSE E MASSA

Nel capitolo precedente si è più volte insistito sul ruolo avuto dalle
"masse" nella costituzione della "macchina governativa" all'interno del
pianeta carcerario. Una trasformazione che ha finito con lo snaturare
e frantumare la comunità prigioniera, originando due effetti:
l'attivazione di "procedure" di sorveglianza e controllo, finalizzate alla
salvaguardia dell'integrità e della salute della popolazione prigioniera
(una versione in micro delle pratiche "biopolitiche"); la messa in opera
di un modello politico che, parafrasando Mosse, potrebbe essere
definito la criminalizzazione delle masse. Sembra pertanto giunto il
momento di descrivere il profilo di queste "masse".

All'interno delle carceri speciali la presenza sempre più numerosa di


appartenenti alla N.C.O. di Cutolo è stata sovente evocata come uno
dei principali elementi di destabilizzazione. Fenomeno che,
nell'ambito delle scienze sociali, è stato per lo più descritto come uno
dei frequenti episodi attraverso cui le mappe delle geopolitiche
criminali diventano oggetto di accese negoziazioni. In sostanza,
secondo tale interpretazione, non si tratta altro che dell'apparire di
nuove organizzazioni le quali, indipendentemente dal conflitto che
aprono con le realtà criminali preesistenti, condividono con esse stili
organizzativi e background culturali, se non identici, sicuramente
vicini (Massari 1998). Un'ipotesi che, pur contenendo qualche
elemento di verità, ha tenuto poco in considerazione la particolare
dimensione "empirica" delle organizzazioni criminali di massa che,
sul finire degli anni Settanta, cominciano a imporsi. Sicuramente il
progetto di Cutolo - ma il fenomeno può essere tranquillamente
esteso sia alle dirette organizzazioni rivali come la Nuova famiglia
(Marmo 1989), sia a fenomeni analoghi presenti in altre aree
geografiche - rientra nella tradizionale casistica delle organizzazioni
criminali; ma il materiale sociale, su cui gran parte del progetto
pretendeva di fondarsi, aveva caratteristiche originali tali da sfuggire
continuamente alla razionalità politica dei vertici organizzativi,
aspetto risultato in seguito decisivo e solitamente ignorato dagli
analisti sociali. In sostanza si è dato per scontato che, tra vertice e
base, esistesse un'identica prospettiva. Questa griglia di lettura può
essere utilizzata per un'organizzazione come la mafia siciliana, anche
se pur in quel caso, com'è stato fatto notare di recente (Dino 2002), i
giochi sembrano meno lineari e scontati di quanto solitamente
appaiano, ma difficilmente può essere applicata ai fenomeni di

155
criminalità organizzata di massa come nel caso delle diverse camorre.
(Di Fiore 1993)

La mia impressione è che, a partire dai primi anni Ottanta, più che un
conflitto tra banditi autonomi, guerriglieri e criminalità organizzata,
intesi come ambiti particolari e ben definiti, si sia verificata la
collisione tra due modelli sociali, due stili di vita e culture, le cui radici
e conflitti non si sono limitati al ristretto ambito carcerario. Per
questo, alla fine, a scontrarsi non sono stati semplicemente gli stati
maggiori delle diverse figure prigioniere, bensì due blocchi sociali i
quali, nel loro agire, non facevano altro che codificare e rendere
esplicite, all'interno di un micromondo, tensioni e trasformazioni
presenti in tutta la sfera sociale. In altre parole, il conflitto può essere
letto come uno degli aspetti che hanno caratterizzato il passaggio
dall'epoca in cui la centralità della fabbrica disegnava e influenzava, in
un processo a cascata, gli stili di vita di gran parte delle classi sociali
subalterne o dei ribelli transfughi delle classi sociali benestanti, a
un'epoca in cui, con il venir meno della centralità "politica" del
proletariato industriale (Luttwak 1998), decade ed evapora un
"modello" sociale e culturale incentrato sulla solidarietà e la
cooperazione, lasciando affiorare uno stile di vita che, fuor di
metafora, ricorda le logiche evocate dallo "stato di natura". In questo
processo elementi di arcaicità si saldano con le più innovative pratiche
cosiddette postmoderne (Bauman 2001; Mezzadra, Petrillo 2000). La
condotta delle "masse" camorriste sembra mostrare chiaramente il
riaffiorare di elementi arcaici nella definizione dei nuovi stili di vita
metropolitani.

Un aspetto centrale di questa trasformazione può essere ben


rappresentato dal differente rapporto che banditi e camorristi
instaurano con il proprio territorio, rione o quartiere. Ciò che
caratterizza la relazione tra banditi e territorio è un rapporto di
appartenenza, internità e inclusione, mentre per i camorristi si tratta
sostanzialmente di una relazione incentrata sulla dominazione. Nel
primo caso, oltre all'ambito urbano si condividono storia, memoria,
cultura e stile di vita, mentre nel secondo prevale un sostanziale senso
di estraneità. Non si abita un territorio, ma lo si domina e sottomette.
Essere un camorrista vuol dire innanzi tutto diventare qualcuno
all'interno del proprio ambito sociale e geografico per imporsi,
incutere timore ed esigere rispetto (Barbagallo 1988). A emergere, in
queste circostanze, è una dissimmetria di forza e potenza in cui la
"propria" popolazione è messa sotto controllo e governata. Noi e loro
rimandano a un rapporto, all'interno dello stesso territorio, in cui chi
si conquista il diritto a portare la spada obbliga gli altri a trascinare

156
l'aratro e a subordinarsi alla propria volontà. Non è un caso, ad
esempio, che diventare camorristi, per ampie quote della popolazione
giovanile campana, rappresenti l'appetibile percorso di
emancipazione e affermazione sociale tutto giocato all'interno del
proprio ambito urbano (Di Gennaro, Pizzuti 1991). A differenza dei
banditi che, uguali tra uguali, si legittimano socialmente affrontando
il nemico esterno, i giovani camorristi hanno come principale
obiettivo strategico emergere all'interno del proprio mondo.
Emergere, prenderne le distanze e dominarlo (Varriale 1982). In modo
esemplificativo si possono leggere due interviste. Nella prima C., un
rapinatore genovese, descrive non solo la normale e abituale
convivenza nel quartiere tra legali e illegali, ma anche il clima di
uguaglianza e di reciprocità che legava i due mondi; nella seconda S.,
un ex camorrista cutoliano degli anni Ottanta, figlio di un piccolo
commerciante, racconta come il farsi camorrista diventi soprattutto
un modo per differenziarsi, emergere e alla fine esercitare il potere
all'interno del proprio mondo. Mentre il rapinatore non tende a
distinguersi e a primeggiare - un buon indicatore è, ad esempio, la
non ostentazione di consumi vistosi - il camorrista è continuamente
interessato a rimarcare, soprattutto attraverso un certo tipo di
consumo, la differenza di "status" tra lui e gli altri. Il rapinatore, pur
non insensibile al fascino di un certo tipo di consumo, vive da gran
borghese solo fuori dal quartiere, mantenendo tuttavia un notevole
distacco da tutto ciò che rimanda alla proprietà e all'accumulazione.
Lo stile di vita del bandito è piuttosto segnato dal consumo
momentaneo, mentre il camorrista tende a renderlo stabile e visibile,
al fine di ricordare continuamente alla "popolazione" la sua
appartenenza a un grado sociale più elevato. Tipico dei camorristi che
hanno raggiunto un certo grado di potenza è trasformare, ad
esempio, la propria abitazione in una sorta di residenza nobiliare. Il
sogno, spesso realizzato, di ogni potentato camorrista è riprodurre
una microrealtà feudale concretamente accertabile nel proprio
territorio. Anche se raramente riescono a edificare veri e propri
castelli e ponti levatoi, le abitazioni dei boss camorristi ne sottendono
le pretese: la casa è sempre fortificata, fornita dei migliori sistemi di
sicurezza e guardata a vista da una sorta di guardia scelta.
Un'ostentazione di potenza finalizzata a rimarcare la "distinzione"
sociale (Bourdieu 1983) che intercorre tra il gruppo nobiliare e il resto
della popolazione. Un modo per ricordare a tutti i sottoposti il peso di
una presenza potente e inaccessibile.

In casa del potentato si accede solo attraverso un formale rituale


inclusivo che ha sempre un significato politico. I diversi modi in cui
questo si consuma indicano differenti tipologie di relazione sociale e

157
politica che il nobile si appresta a legittimare. Un accesso fastoso, con
l'intera guardia scelta schierata e il palazzo in festa, indicherà
l'incontro tra due potentati che sanciscono un'alleanza, un rituale che,
nelle logiche nobiliari dei camorristi, manifesta l'accresciuta potenza
del gruppo locale e l'obbedienza che la popolazione deve manifestare
anche nei confronti dei nuovi amici. Un ricevimento apparentemente
più informale, dove ad esempio la guardia è presente ma non
schierata, indica un legame che unisce, oltre al lignaggio, il sangue.
Chi è ricevuto in questo modo non è semplicemente alleato e amico,
bensì fratello. In questi casi il palazzo assume i toni della festa in
famiglia, senza per questo rinunciare a elargire spettacoli e
intrattenimenti per la plebe che osserva. Infine vi è il rituale
dell'inclusione sottomessa, quando un uomo del volgo è ammesso al
castello. Il plebeo si presenterà alle porte del palazzo avendo cura di
tenere, con fare impacciato, il cappello in mano, segno evidente che il
timoroso e dovuto rispetto non è venuto a mancare e, dopo una breve
anticamera che tutti avranno modo di osservare, avrà il permesso di
varcare i confini della tenuta nobiliare. In questo caso un cerimoniale
austero e senza pompa, solitamente un piccolo rinfresco, indicherà
che il plebeo è "anche" un uomo del principe e come tale deve essere
considerato. Infine, al palazzo accede il volgo per esporre ai nobili
piccoli problemi e controversie. La casta nobiliare si presta
abitualmente a intervenire con fermezza, saggezza ma anche
magnanimità affinch‚ la popolazione minuta viva, e soprattutto lavori
in pace e si senta garantita e protetta, nelle piccole cose, da chi
governa il territorio. Ma sentiamo gli intervistati.

"Come ti rapportavi, abitualmente, nei confronti degli abitanti del tuo


quartiere? Nei loro confronti assumevi un tono di superiorità, miravi
ad avere un ruolo di predominanza, pretendevi un qualche
atteggiamento di rispetto e sottomissione? Essere un bandito, e di una
certa fama, voleva dire aver raggiunto uno status sociale superiore che
tutti erano tenuti a riconoscere?"

Veramente non ho mai preso in considerazione cose del genere. Nel mio
quartiere io sono sempre stato uno come gli altri. Non ci sono mai state
distinzioni di questo tipo. Questa, inoltre, per me era una cosa che andava
proprio contro i miei princìpi. Fare una cosa simile era n‚ più n‚ meno che fare
delle prepotenze e io ho sempre considerato le persone così come degli infami.
Infami d'azione e non di questura, ma sempre infami. Queste, però, erano cose
che tra noi era abbastanza improbabile che si verificassero. Si era cresciuti
nella stessa via, giocando insieme e fino a un certo punto, quando qualcuno di
noi ha preso la sua strada, si faceva gruppo. Nella banda che avevamo messo
su da pivelli ci stavamo tutti, a parte quelli che andavano all'oratorio, solo

158
dopo c'è stata una certa divisione. Ma è stata una divisione non tanto voluta,
quanto dovuta alle vite diverse che avevamo iniziato a fare. Io in quartiere ci
stavo e non ci stavo, perchè‚ avevo i cazzi miei da farmi, oppure era meglio che
me ne rimanessi in bandiera. Per questi motivi si viene a perdere un po' la
quotidianità delle cose, però è solo una questione pratica, non c'è niente di
voluto. Quando sto lì, sto lì, e ci sto come sempre. Con la gente del posto cosa
dovevo tirarmele? perchè‚? E poi io la guerra la facevo agli sbirri e i soldi me li
andavo a prendere saltando dei banconi, non mi sarei mai sognato di fare
qualcosa contro la mia gente.

"In che senso parli di tua gente?"

Nel senso normale. Per me, per noi era come se ci fossero, chiamiamoli, dei
confini ben precisi. C'erano dei posti tuoi, che ti erano amici e dei posti no. Tu i
ciocchi li andavi a fare fuori non dentro.

"Un'ultima cosa. Nel tuo quartiere, quanto ci tenevi a ostentare il tuo,


presumo, stile di vita dispendioso?"

Intanto sai, proprio per il tipo di vita che conducevo, oggi potevo vivere da re e
domani essere senza una lira in tasca. Per me i soldi hanno sempre avuto
un'importanza, in fondo, secondaria. Mi piaceva stare sul ciocco, fare danni,
non mi sono mai preoccupato di accumulare ricchezze. I soldi come venivano
andavano. Quando li avevo li spendevo alla grande, senza remore, ma proprio
per questo non miravo a diventare qualcosa di più degli altri. Poi io ho sempre
pensato che, se sei un bravo ragazzo, se giri in B.M.W. o sulla 500 non cambia
un cazzo, non è quello a contare. Certo, ho sempre preferito cercare di girare
con un B.M.W. sotto al culo piuttosto che con un'utilitaria del cazzo. Ma
questo è normale e non vuol dire che sei uno che s'annaca. (C.)

"Nel tuo rione diventare un camorrista riconosciuto e rispettato cosa


significa?"

Che prima di tutto la gente ti guarda e considera in un altro modo, ti rispetta,


appunto, e sa che quello che tu dici ha da essere fatto, se no succedono
conseguenze che sono malamente per issi.

"Appartenere allo stesso rione, far parte dello stesso ambiente sociale,
essere cresciuti insieme, non definisce un comune senso di
appartenenza?"

Queste sono fesserie. O fotti o sei fottuto. La gente ti porta rispetto solo se sei
qualcuno, altrimenti ti monta con i piedi sulla capa. Tutti vogliono farsi
camorristi e compari, perchè‚ così diventano uomini e non stanno più in mezzo
alle pecore. Se diventi un camorrista diventi un lupo e le pecore ti rispettano

159
perchè‚ hanno paura. Se non fai paura sei solo una chiavica e tutti ti si fottono.

"Quindi, all'interno del tuo ambito sociale, non si può parlare di un


legame solidale, di un senso di fratellanza? Non c'è la condivisione di
qualcosa di comune che, indipendentemente da tutto, tiene legate le
persone?"

Ma quando mai! Tutti hanno a pensare alla propria vita, a se stessi, a come
cavarsela. Quello che dici lo puoi trovare, ma dopo, tra chi diventa uomo, cioè
camorrista. Allora lì stai dentro a una cosa dove tra tutti quelli della zona ci
sono le cose che dici. Ma non è una cosa di tutti, se emergi, ti imponi, allora la
musica può anche cambiare. Ma questo non è cosa di tutti i guaglioni. C'è chi è
nato per faticare e chi per comandare. Questa è la vera differenza, quella che
conta. Il resto sono solo chiacchiere e fesserie.

"Quindi, una volta che si diventa camorristi, ci si mette a governare


dentro il proprio territorio?"

E certo che si comanda. Se no che cazzo diventi camorrista a fare, per giocare
come le creature? Una volta che posso dire di appartenere, quel territorio
diventa mio, e tutti hanno a lavorare per me. Io poi li proteggo anche, se posso
gli faccio del bene, ma loro mi devono obbedienza e rispetto. Sono io il padrone
di quella zona, tutti hanno da saperlo.

"Si può dire che farsi camorrista vuol dire accedere a uno status
sociale di grado superiore?"

Si può dire e anche di più. Vuol dire non essere più una bestia ma un uomo. E
infatti sono le bestie che hanno a fatica per gli ommini.

"Questo rapporto di potere che ricadute ha? Ad esempio, un


camorrista che stili di vita e di consumo adotta nella propria zona?
Quanto ci tiene a rendere visibile il suo ruolo di prestigio?"

Un camorrista deve sempre far vedere, in tutto, che cos'è. Come si veste, dove va
a mangiare, le automobili che possiede, la casa dove abita. La sua potenza deve
essere continuamente mostrata. Per questo è importante la famiglia. perchè‚
non è solo isso che diventa a qualcuno ma è tutto il suo sangue che si fa, che si
eleva. Il camorrista è come un nobile, e un nobile lo si riconosce e deve farsi
riconoscere sempre. La mia casa io l'avevo fatta diventare un piccolo castello,
quando si entrava in miezzo a via tutti erano costretti a vedere il palazzo mio e
della mia famiglia. Lo chiamavano o' palazzo do principe, perchè‚ accussì
sembrava a chi lo guardava. Così subito si capiva chi lì era capobastone.
Queste cose davano subito l'idea, a tutti, di dove stava la forza. La gente ha da
sapere chi sei. Il palazzo è dove lo puoi fare vedere veramente. Lì ricevi i nuovi

160
amici e alleati, i fratelli di sangue e qualcuno del popolo che lo fai diventare il
tuo ambasciatore in mezzo alla povera gente.

"Il palazzo, quindi, più che un'abitazione privata è un luogo pubblico,


dove si riceve anzi, dove si consumano dei veri e propri rituali. Come
si svolgono?"

Dipende, non c'è un modo solo. Se devi far vedere che hai costruito un'alleanza
importante si fa una cosa grossa dove mostri all'alleato e al popolo tutta la tua
forza. Così l'alleato capisce che è una cosa alla pari, e non si mette stranezze
inta a capa, e la gente vede che tu hai fatto un'alleanza per diventare ancora
più potente assai e non perchè‚ stavi in difficoltà. Se invece ricevi chi ti è amico
ma anche fratello, perchè‚ c'è di mezzo lo stesso sangue, fai una cosa che dà più
l'idea della famiglia, un incontro tra parenti, dove si è già una cosa sola. Poi c'è
ancora quando concedi a qualcuno che non appartiene di farti visita. E' come
nominare un ambasciatore, anche se di poca importanza. In quel caso si
mantengono le distanze ma si fa vedere a tutti, con una piccola festa, che illo
dentro al popolo va ascoltato, perchè‚ porta la nostra voce. Poi ci sono le
udienze. Quando nasce qualche questione tra la povera gente, il camorrista
interviene per risolvere i problemi. Allora ascolta i problemi, dà i consigli e
aggiusta, nella giustizia e nel bene, tutte 'e cose. Anche quando ci sono le
udienze si offre sempre un rinfresco. Serve a tenere la pace e a rafforzare il
proprio prestigio tra la piccola gente.

"Un'ultima cosa. Per i camorristi, quindi, la cosa principale è imporsi


nel proprio territorio? E' lì, in fondo, che si accumula ricchezza e
potere?" Un po' è così. Governare una zona è una cosa indispensabile.
Poi ci si può anche allargare e prenderne delle altre. Però la cosa più
importante è che il tuo feudo sia intoccabile. (S.)

I mondi che le interviste descrivono non potrebbero essere più


distanti. Tuttavia è il secondo a essere in qualche modo in sintonia e
"dentro" i processi di modernizzazione contemporanei, mentre il
primo non sembra essere nient'altro che la testimonianza
malinconica del mondo di ieri. Il primo è impregnato di "tempo
storico" e di "memorie di classe" (Bauman 1987), mentre il secondo è
pervaso da una dimensione atemporale e da un "pragmatismo" tanto
cinico quanto rozzo. Una realtà solo apparentemente anomala. La
"storia" non necessariamente trascina sul suo palcoscenico e con la
stessa intensità tutti gli individui e le classi sociali. Sacche anche
consistenti di esclusi dal "tempo storico", le quali sono più una
normalità che un'eccezione, vivono in una sorta di sospensione, dove
lo spirito dei tempi passa senza lasciare tracce di una qualche
consistenza. Vere e proprie "province finite di significato",
perennemente sempre uguali a se stesse, attraversano il mondo senza

161
apparenti legami con ciò che le circonda. Le "masse" camorriste
crescono in una sorta di limbo astorico dove tutto va come è sempre
andato. Non stupisce pertanto che la memoria, per banditi e
camorristi, assuma contorni e significati diversi. Per i primi è un
legame concreto con un mondo sociale ben definito, l'assunzione di
un modello culturale e di uno stile di vita comune a un intero tessuto
sociale (Dal Lago, Quadrelli 2003), per i secondi soltanto
un'affabulazione che si perde in un passato immaginario e mitologico.

Si considerino alcuni esempi tratti dalle biografie di tre rapinatori del


triangolo industriale. Nel primo caso un rapinatore torinese, in
seguito approdato a un gruppo della guerriglia comunista, descrive il
mondo del suo quartiere e la rottura nella continuità tra alcuni stili di
vita illegali e la cultura operaia, almeno quella non codificata dai
partiti della sinistra istituzionale. Nel secondo un bandito dell'area
milanese racconta come giovani duristi e giovani operai, all'interno
del quartiere, frequentassero gli stessi luoghi, provassero a
rimorchiare le stesse ragazze, condividessero la stessa passione
calcistica e giocassero tranquillamente a biliardo con la generazione
più adulta. Infine, un rapinatore genovese racconta il suo passaggio
da apprendista metalmeccanico comunista a bandito. Un racconto di
non poco interesse perchè‚, dove sarebbe difficile pensare di trovarla,
fa riemergere una particolare memoria storica, l'antifascismo radicale
e una sua mai sopita retorica.

"Da quale ambiente sociale provieni?"

Come origine sono di estrazione operaia. Siamo arrivati dalla Puglia a Torino
nel '59, io avevo cinque anni. Mio padre era un bracciante, come tutti i miei
parenti, sia di padre, sia di madre. A Torino ha lavorato prima in qualche
piccola officina e poi, come operaio specializzato, alla Lancia. L'ambiente in
cui sono cresciuto è questo.

"Tu hai una storia un po' particolare. Nasci dentro un ambiente


operaio, te ne distacchi diventando un rapinatore, poi addirittura vi
torni come militante politico di una formazione armata. Non è un po'
paradossale?"

Molto meno di quanto ti possa sembrare. Anche se, indubbiamente, tra fare
l'operaio in fabbrica e andare giù di dure c'è una bella differenza, però, a parte
le cazzate che hanno sempre tirato fuori i revisionisti, non è che tra i due
mondi ci fosse una barriera rigida. Noi balordi non è che vivessimo da un'altra
parte o, dentro il quartiere, facessimo una vita a parte. Bene o male, lì si stava
tutti insieme, senza tante differenze. Anche perchè‚ chi come me si era messo a
fare delle altre cose, alle spalle aveva quasi sempre l'officina e la fabbrica. Era

162
abbastanza normale, e in fondo ovvio, che, anche dopo, si mantenesse un certo
rapporto di amicizia e anche qualche cosa di più. A me è successo più di una
volta, trovandomi in qualche brutto casino all'improvviso, di appoggiarmi a
qualche amico fuori dal giro. Cioè a qualche coetaneo che al mattino si alzava
alle cinque, andava a prendersi il treno, e se ne andava in fabbrica. Eppure mi
teneva in casa senza problemi e senza interesse, solo per amicizia o anche
perchè‚, in qualche modo, quello che facevo forse non lo approvava, ma
neppure lo condannava. Noi eravamo diventati balordi, duristi, banditi,
chiamaci un po' come vuoi, ma venivamo pur sempre da lì. Quello era il nostro
mondo. E poi, scusa, per quale motivo i miei coetanei avrebbero dovuto
condannarmi? perchè‚ rapinavo le banche, gli uffici postali, le gioiellerie, le
casse dei supermercati? Che fastidio gli dava? Loro avevano il problema col
capo, col padrone, a volte con gli sbirri, se io attaccavo le banche, a loro non
davo ma neppure toglievo nulla.

"Quindi, secondo te, alla fine a essere determinante è la condivisione


di un ambiente sociale e urbano, l'appartenere a un humus culturale
in fondo comune, più che la divisione tra legalità e illegalità?"

Sì, ma in parte. Cioè, bisogna capirsi e non essere troppo generici. Il termine
illegalità non può essere assunto così, senza fare dei distinguo. Dentro il
tessuto operaio, nella cultura operaia c'è sempre stato un rigido moralismo.
Alcuni tipi e pratiche di illegalità erano di fatto coperte, altre no. I malavitosi
veri, tradizionali, con il mondo operaio hanno sempre avuto poco a che fare.
Sono sempre stati visti come parassiti, gente che sfruttava e si approfittava di
chi era più debole. Tieni conto, ad esempio, che il caporalato, molto diffuso nel
corso dei primi anni dell'immigrazione dal sud, era in mano a personaggi
legati alla piccola malavita, quindi il rapporto tra operai e malavita non
poteva essere buono. Ma noi non eravamo malavitosi, piuttosto balordi,
teppisti, tutto quello che vuoi, ma venivamo sempre da lì.

"Questa complicità, definiamola cosi, la trovi solo tra i coetanei o


anche tra gli adulti?"

Qualche differenza da parte degli adulti c'è. Diciamo che se stiamo in quartiere
bene, ma se non ci siamo è meglio. Gli adulti, nei nostri confronti, hanno un
atteggiamento simile a quello che hanno i governanti americani nei confronti
delle loro schegge militari andate un po' fuori controllo, dicono: quelli sono dei
figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana. Cioè, in fondo, eri sempre
considerato come figlio, forse un po' bastardo, di un mondo comune.

"Tutto questo quanto influisce nella tua conversione politica?"

Credo molto. Anche se la mia definitiva politicizzazione avviene in carcere, nel


corso di una carcerazione per rapina, il senso di appartenenza a una storia e a

163
un luogo ha avuto un'importanza fondamentale. E credo che, tutto sommato,
quella scelta avesse un senso. Forse, in quegli anni, abbiamo detto e fatto tante
cazzate, ma di almeno una cosa rimango profondamente convinto: quando
avevamo fatto quell'enorme scritta: Settimo come Burgos, Bussoleno come
Bilbao, con la scritta Lotta armata per il comunismo, avevamo più di una
ragione. (U.)

"Tu e gran parte della tua banda siete nati come classica banda di
balordi di periferia. La vostra frequentazione con il mondo del lavoro e
stata praticamente nulla. Che rapporto c'era con gli operai del vostro
quartiere?"

Intanto non è del tutto vero che le cose siano andate proprio così. Io e altri, è
vero, con il lavoro abbiamo sempre avuto un brutto rapporto. Io credo di aver
lavorato, in tutta la mia vita, non più di sei mesi, non c'ero tagliato. Qualcun
altro era uguale a me, ma una parte, facciamo un 50% della batteria, veniva
da quel mondo. Muratori, operai, saldatori eccetera. A un certo punto si son
rotti i coglioni di fare come diceva quella canzone: lavoro la ghisa per pochi
denari, e hanno pensato che, sempre seguendo quel ritornello: ma questa
gioventù, avrei sperato che mi avrebbe dato qualcosa di più. E siccome se le
cose non te le prendi, nessuno te le regala, si sono messi in pista anche loro e
fanculo il lavoro, la catena di montaggio, il cemento da impastare, i capi che ti
mettono il fuoco al culo, prendi un lunghetto in mano e il mondo si capovolge.
Tutti gli stronzi che ti guardavano in un certo modo con l'aria da: cazzo come
ce l'ho duro io e quanto sei stronzo te, si cagano sotto. Questo per chiarirti la
nostra origine. Quindi con gli operai, specialmente con i giovani come noi, c'è
che si nasce e si cresce nello stesso posto e, almeno fino a quando noi non ce ne
dobbiamo andare perchè‚ siamo ricercati, si cresce insieme e si fanno le stesse
cose. Si va dietro alle stesse ragazze, si gioca a biliardo, si va in giro a far
casino insieme.

"Con gli operai più grandi il rapporto è identico?"

C'è sempre una differenza che l'età comporta. Poi ci sono altre cose, come ad
esempio la musica. Quelli più anziani erano più sul genere Festival di San
Remo, noi eravamo più intrippati con la musica rock, poi anche un po' i capelli
o il modo di vestirsi. Quindi queste differenze c'erano. Però erano differenze che
non dividevano più di tanto. Il pallone, il tifo univa tutti quanti, o meglio
divideva tutti quanti allo stesso modo. Poi c'era il biliardo e quello ci metteva
tutti d'accordo. Con la stecca ce la cavavamo un po' tutti e si giocava tutti
assieme.

"Ma le vostre gesta non suscitano riprovazione?"

No, questo assolutamente no. Non vorrei essere il solito megalomane ma credo

164
che tanti fossero anche orgogliosi di noi. Di certo, in ogni caso, c'è che nessuno
ci vedeva male. Ti posso raccontare un episodio che può darti bene l'idea di
come nei nostri confronti ci fosse più appoggio che ostilità. Ti sto parlando di
gente che lavora e che non ha mai avuto storie di un certo tipo. Ero evaso
dall'ospedale, una botta di culo, mi era capitata l'occasione e l'avevo presa al
volo. Senza soldi, in pigiama e con sopra un impermeabile che mi stava due
volte, recuperato al volo da un appendiabiti. Prendo un taxi e mi faccio portare
nella mia zona. Spero di incontrare qualche amico. In giro non vedo nessuno.
Insomma, il taxi me lo ha pagato uno che lavorava all'Alfa che conoscevo così,
perchè‚ giocavamo ogni tanto a biliardo insieme. Sono stato imboscato tre
giorni a casa di una ragazza che faceva la parrucchiera e che con me non aveva
mai avuto molto a che fare. La conoscevo, mi conosceva, perchè‚ tutti ci si
conosceva. In quel momento non gli fregava un cazzo a nessuno che ero
ricercato e che darmi ospitalità poteva avere delle conseguenze spiacevoli. Ero
uno di lì, questo contava più di tutto il resto.

"Quindi, secondo te, indipendentemente dalle diverse storie che uno


ha, c'è un mondo sociale che condivide uno stesso sistema di valori,
una cultura, in senso ampio, comune?"

C'era, questa è una storia che è finita e che non trovi più, da una quindicina
d'anni almeno.

"perchè‚? Cosa è successo?"

Io ti parlo di un mondo che ha cessato di esistere. Quando sono uscito, questa


volta pulito, sono tornato a vivere da regolare nel mio quartiere, ma era come
se avessi cambiato città. Non puoi dire cos'è cambiato, perchè‚ non hai alcun
termine di paragone. Non ci sono più i luoghi, le cose e la memoria di quel
periodo. Bar, locali, posti, muretti, non c'è più niente. Negli anni Settanta,
nonostante le stronzate che raccontano, alla sera la gente usciva, il quartiere
era pieno. Forse, in quel periodo, non uscivano quelli che avevano paura di
essere sequestrati, ma in periferia era una paura che nessuno aveva. Ora non
esce più nessuno. Intanto perchè‚ per andare da qualche parte devi fare dei
chilometri. Poi non è che dici: vado a fare quattro discorsi giù e mi bevo una
birra. Ora devi prendere, metterti in tiro e andare nei locali giusti. In più da
quando è arrivata l'eroina è vero che in giro, anche se non proprio come la
fanno, c'è più paura. perchè tutto poi viene amplificato. Non è che sono stati
sequestrati 10000 industriali, ne saranno stati presi 100, 200, però è chiaro
che tutti gli altri se la facevano sotto. Adesso è uguale. Solo su un piano diverso.
Non è che tutti i giorni il tossico scippa e riduce in fin di vita la vecchietta. Ci
sono milioni di vecchiette e ne saranno state scippate 1000, 2000. Però la
vecchietta lo sente e pensa che la prossima volta potrebbe toccare a lei. Quindi
anche questo alimenta la paura. Poi, anche se nessuno lo dice, per andare in
giro ci vogliono i danè e in giro mi sa minga che chi lavura ne tira su tanti.

165
(V.)

"Tu hai una storia abbastanza singolare: nasci e ti formi come


militante di base comunista e diventi un rapinatore. Nel tuo ambiente
sociale, il quartiere innanzi tutto, com'è giudicata questa obiettiva,
almeno secondo una logica abbastanza consolidata, involuzione?"

Non è che sia stata troppo ben vista, chiaramente, ma non è che, per questo, sia
mai stato emarginato. Certo, il partito, o almeno i suoi funzionari, mi hanno
subito fatto terra bruciata intorno, però per gli altri, i miei amici, le persone del
quartiere che mi avevano visto nascere, non è che le cose siano cambiate più di
tanto. Anche la mia famiglia non ha subito conseguenze. Nessuno si è sognato
di dire: i *** hanno un figlio delinquente e bisogna tagliarli fuori. Ma anche a
me, veramente, nessuno mi ha mai tagliato fuori. In carcere ricevevo spesso
cartoline firmate da tutti i ragazzi e le ragazze del bar, altre le ricevevo dai
vicini che conoscevo meglio e con alcuni sono sempre stato in corrispondenza.
Quindi, anche se probabilmente non erano d'accordo, non erano neppure in
disaccordo. Prima della svolta, avvenuta anche un po' per caso, facevo l'operaio
ed ero uno di quelli che si dava sempre da fare, il che mi dava spesso problemi
con i capi, ma anche con i dirigenti del partito e del sindacato. Praticamente ho
chiuso la mia militanza politica nel '69, poco dopo gli scontri in piazza con i
fascisti, quando uno di loro c'ha lasciato la pelle. Lì mi sono rotto i coglioni e ho
cominciato a vedere le cose in un altro modo. Il partito aveva condannato
quegli episodi e aveva iniziato a prendere una serie di provvedimenti
disciplinari, dentro le sezioni, verso tutti coloro che erano andati in piazza
nonostante gli ordini della federazione. Per me l'antifascismo, quello vero, è
sempre stato una cosa importante. L'ho respirato in famiglia, attraverso mio
nonno materno che era stato un comandante partigiano, lo avevo appreso nelle
storie che si raccontavano in quartiere: era qualcosa di essenziale. Quando ho
visto che di tutto questo non rimanevano che chiacchiere ho pensato che stavo
solo perdendo del tempo, così ho iniziato a farmi un po' più i cazzi miei e a
mollare la militanza.

"Quindi, vuoi dire che il tuo passaggio nell'illegalità ha una qualche


motivazione politica?"

No, assolutamente. Anzi esattamente il contrario. Non c'è nulla di politico,


tranne la semplice constatazione che la politica è una bufala, una presa per il
culo. Per questo, nonostante qualche simpatia e accordi tattici momentanei su
obiettivi concreti, in carcere non mi sono mai legato a nessun gruppo. Avevo
maturato un individualismo, anche se non credo proprio borghese, un po'
esasperato e non avevo nessuna intenzione di tornare indietro. Al massimo
potevo essere un po' anarchico, alla Bonnot, ma quello è un anarchismo fatto a
modo suo.

166
"Questa scelta radicalmente individualista comporta anche la rottura
di qualunque legame con il tuo mondo originario? Intendo dire le tue
relazioni sociali, non quelle politiche".

No, ma sono due cose diverse. Io alla mia gente, al mio mondo, al mio
quartiere rimango legato, è un po' come in quel film "Questa terra è la mia
terra". Qualcosa di simile rimane sempre. E' la tua vita, la tua storia, come
potrebbe cambiare?

"Quindi, secondo il tuo racconto, la tua scelta chiamiamola criminale


non ha ricadute negative nel tuo mondo?"

No. Questo, te l'ho detto, ho potuto constatarlo durante la carcerazione, perchè‚


ricevevo sempre qualche notizia, lettere o cartoline dai ragazzi del bar e anche
perchè‚, a colloquio, i miei mi portavano sempre i saluti di qualcuno. Amici,
vicini di casa, persone di lì. Quando sono uscito non ho avuto problemi, sono
rientrato nel mio quartiere, il fatto di essere stato in carcere non mi è mai stato
fatto pesare. Devi tenere conto di una cosa, questa sì che ha importanza, io non
ho mai avuto a che fare con la droga. Non l'ho mai usata e tanto meno
venduta. Sono sempre stato contrario a questa merda. Farsi le banche è una
cosa, spacciare merda un'altra. Perciò, può sembrare strano ma neppure tanto,
io che per la legge ho commesso dei reati gravi non sono considerato un
criminale e sono accettato e persino protetto, anche se ormai sono regolare e
non ho più motivo di mettermi in bandiera se arriva la madama. Però mi è
successo più volte che qualcuno, vedendo salire su una pattuglia, passasse a
darmi la bossa. Se c'è in giro uno che spaccia sicuramente nessuno si comporta
così. Anzi è anche probabile che sia proprio la gente del posto a chiamare la
madama. Quello che conta, alla fine, non è tanto se sei regolare o meno, ma chi
sei e cosa fai. Alcune cose, legali o meno, fanno parte della nostra storia, altre
no. La differenza è rutta lì. L'eroina, la droga ha devastato tutta la zona. Ogni
palazzo ha le sue croci. Morti per overdose o per l'Aids. Però questa è una storia
che non è la mia e, anche se non mi verrebbe mai da chiamare io la madama,
gli spacciatori non ci tengo ad averli vicini. Poi la droga l'hanno sempre fatta i
fascisti, un motivo ci sarà. (P.)

Le storie riportate mostrano almeno due cose: tranne qualche


sfumatura, dove un ruolo non secondario giocano le particolarità
locali, hanno una sostanziale omogeneità ed emanano la stessa aria di
famiglia; in seconda battuta queste storie rivelano, pur in senso lato,
cultura, letture e, si potrebbe dire, una qualche frequentazione con la
tradizione culturale dell'umanesimo. Tutti gli intervistati hanno
respirato e masticato, attraverso processi non sempre lineari, il clima
dei tempi. Indipendentemente da certi gradi di politicizzazione, che
in realtà solo piccole minoranze mostrano, a far entrare nella storia i
banditi sono gli aspetti culturali, tipici di una generazione e di

167
un'epoca, come un certo tipo di musica, film, consumi e stili di vita
non convenzionali. Di tutt'altro genere le storie dei camorristi. Tra le
molte mi sono limitato a riportarne una, quella di G., che può ben
rappresentare "il tipo sociale, mediamente necessario, alla massa
camorrista". Non sarà difficile notare come lo sfondo sociale in cui si
situano queste storie ricordi da vicino i mondi in cui ha esercitato
Bardamu, il medico di C‚line (1962). Uno sfondo plebeo, senza passato
e futuro, con un presente non meno incerto, continuamente corroso
dall'invidia e dal risentimento, un presente in cui non c'è spazio per
nulla se non per le piccole rivincite, le modeste sopraffazioni, l'imporsi
e l'emergere sui propri simili. Se uno sfondo storico compare nei
racconti, questo è proiettato in epoca mitologica dove, nobili spagnoli,
cavalieri cristiani e una non meglio precisata casta nobiliare locale,
coadiuvati da personaggi d'estrazione popolana come Masaniello,
convivono in una mitica età dell'oro (De Rosa 2001; Sales 1988). Un
mondo a s‚ che, indipendentemente dai clamori che suscita, sembra
impossibilitato a emanciparsi dall'enclave astorica in cui è da sempre
confinato.

La Camorra nostra, quella di ***, era la Camorra quella vera, quella delle
origini che erano andate perdute, ma che *** ha fatto rinascere. Per questo in
tanti siamo accorsi al suo richiamo, perchè‚ la vera Camorra nobilita a chi è
uomo e si comporta con bontà, giustizia e fermezza con la povera gente.

"Qual è, se esiste, il modello politico della Camorra? O almeno di quella


che tu definisci la Camorra vera, quella delle origini?"

Quello della Camorra non è un modello politico, ma un modello del popolo. La


politica non è cosa per il popolo, che prende sempre e solo delle fregature. Il
popolo, per vivere bene e in pace, ha bisogno di essere protetto e guidato,
perchè‚ è come una creatura, bisogna volerle bene, e i politici, al popolo, bene
non ce ne vogliono. La Camorra è il bene del popolo.

"Ma come si organizza questo potere della Camorra?"

Il potere della Camorra è amministrato dai suoi affiliati che, dentro la loro
zona, decidono del bene e del male. Il camorrista diventa tale, perchè‚ la sua
origine, anche se viene dal popolo, è nobile. E' un nobile che viene dal popolo e
che diventando camorrista si eleva, viene da lui, ma ci sta sopra. Questo è
giusto perchè‚ noi, in quanto camorristi, discendiamo da uno dei tre nobili
spagnoli che, stabilitosi a Napoli insieme a tutto il suo seguito, ha dato origine
alla prima Camorra. Gli altri due sono andati uno nelle Calabrie e l'altro in
Sicilia. Però la prima e vera Onorata Società è nata a Napoli dalla Camorra.
Poi degli impostori se ne sono impadroniti e l'hanno snaturata. Ma ancora più
grave è stato il tradimento di quelli che una volta erano stati i nostri fratelli,

168
perchè‚ discendevano da noi, parlo dei siciliani, che hanno fatto dell'Onorata
Società una cosa chiusa, nascosta, della quale negano addirittura l'esistenza.
Venendo così meno alle leggi dei tre nobili spagnoli che, nel loro viaggio,
hanno portato a ciascuno la pergamena con le regole autentiche dell'Onorata
Società. Ma non solo. Hanno usato questa società per rivoltarsi e imporsi alla
prima società veramente onorata, la nostra, finendo addirittura per venire a
comandare in casa nostra. Allora quando *** ha fatto risorgere la nostra
Camorra, tutti i veri uomini di Napoli e tutta la Campania hanno messo il
loro sangue al servizio di questa santa e sacra causa. perchè‚ i nobili spagnoli
erano persone sacre che discendevano, a loro volta, dai cavalieri cristiani e da
San Giorgio che è il nostro santo e protettore. Noi, nella nostra modestia,
imitiamo a lui, che combatte il drago dell'infamità e delle ingiustizie.

"Affiliarsi, diventare un camorrista vuol dire essere riconosciuto come


un nobile?"

Si inizia a far parte della società degli uomini, e solo i nobili sono uomini veri,
per questo i camorristi hanno il diritto a non faticare, perchè‚ l'uomo vigila,
osserva, protegge, comanda e combatte ma non può abbassarsi a una cosa che
è più cosa delle bestie. San Giorgio aveva un cavallo bianco, non teneva mica
un asino o un somaro. E il cavallo va in battaglia, a caccia, vive libero nei
boschi con il suo cavaliere, mica è preso a mazzate per portare i pesi. Tra gli
uomini è la stessa cosa. Se sei accettato dalla Camorra e ci giuri che la tua vita
è dedicata a lei, cominci la tua ascesa verso le caste più nobili. Ma è una strada
lunga e difficile, dove le prove che devi superare sono tante assai. Non tutti
possono essere santisti e sperare di sedere alla tavola di tutti i Santi.

"Il popolo, in tutto questo, che ruolo ha?"

Il popolo ha una grande importanza, perchè‚ è il popolo che conserva più


gelosamente le tradizioni; è dal popolo che viene Masaniello che, quando i
nobili perdono la ragione, lui, nobile tra il popolo, insorge e riporta la verità.
Bisogna sempre stare accuorti, perchè‚ i nemici si possono sempre insidiare
anche nelle migliori e più onorate famiglie.

"Più concretamente come si articola il potere/governo del camorrista?


Che cosa comporta, per chi non è un affiliato, rapportarsi a un
camorrista?"

Tante cose. perchè, per prima cosa, puoi far valere chi sei e riparare i torti
subiti. Lo si vede subito, dalle piccole cose, che tutto è cambiato. Ti viene ceduto
il passo quando entri in un locale, puoi lasciare la macchina dove vuoi, se uno
arriva e non può uscire perchè‚ davanti c'è la tua, si siede e aspetta la tua
comodità. Tutti ci tengono a omaggiarti, a offrirti chisto e chillo. Tutte cose che
prima non te le potevi neppure immaginare. I vicini, ecco i vicini di casa sono

169
quelli che di più ti danno l'idea di come ora veramente sei potente, temuto e
rispettato. Prima c'era a qualcuno che quasi non mi salutava, che mi guardava
con la puzza al naso, perchè‚ lui faceva l'impiegato, era ragioniera o geometra
e io figlio di calzolaio. Si sentivano dei professori, dei maestri e mi guardavano
con sufficienza. Dopo però mi sono preso le mie rivincite e chilli ora stanno
accuorti, se no 'o sanno che finisce malamente.

"Quindi per te, nel tuo mondo, essere diventato un uomo di camorra
ha significato un salto sociale non indifferente?"

Certamente. Dentro la mia zona ero il numero tre. E queste cose si sapevano
pubblicamente, così tutti ne dovevano tenere conto. Tutti i giorni andavo a
farmi la barba dal barbiere, come entravo, anche se qualcuno era già iniziato,
mi lasciava subito il posto. Io però, per bontà, perchè‚ un camorrista vero è
sempre un uomo buono, lasciavo sempre che finisse, l'importante per me era
che mi dimostrassero il rispetto dovuto, poi potevo anche aspettare dieci minuti
prima di farmi la barba. (G.)

Nonostante ciò che può emergere da una prima lettura, l'intervista è


meno insolita e soprattutto inattuale di quanto appaia. Certo, nobili e
cavalieri cristiani, narrati per giunta senza alcuna cronologia storica,
sembrano, e in realtà sono, il retaggio di un mondo arcaico statico e
immobile. Ma sono così in contraddizione con il nuovo fiorire delle
varie "mitologie storiche" e "politiche" che attraversano, fino a
rifondarla, la società contemporanea? (Anderson 1996) Di cosa si
nutrono, in fondo, le infinite "comunità immaginate" che sembrano
avere un peso decisivo nella cosiddetta postmodernità? Rimanendo
nel ristretto ambito del nostro paese, qual è la differenza tra san
Giorgio che uccide il drago e i corni celtici dell'identità padana? La
pergamena portata dai nobili spagnoli, con le regole originarie della
vera camorra, in che cosa si differenzia dall'annuale rito dell'ampolla
del Po? Non si tratta in fondo di rituali identici? Non si tratta, in
entrambi i casi, della riscoperta di originari "miti fondativi"?
(Hobsbawm, Ranger 1987) Arcaicità, certo, ma una di queste almeno, i
corni celtici della Lega Nord (Biorcio 1997), è assunta e corteggiata
come modello da ampi schieramenti politici e culturali. Nello scenario
politico italiano, l'arcaica Lega Nord è stata, ed è tutt'ora, l'ago della
bilancia della politica nazionale. Destra e sinistra la corteggiano,
senza alcun pudore illuminista, giungendo a considerare i territori in
cui è maggiormente presente e radicata (l'alta Lombardia e il mitico
nord-est) come veri e propri modelli, se non da imitare, almeno da
tenere nella giusta considerazione. Non è paradossale, ad esempio,
che il cosiddetto modello di sviluppo del nord-est, dove i corni e i
giochi celtici, insieme alla xenofobia e al razzismo, sono molto più che
semplici note di colore, sia considerato il contesto sociale, culturale ed

170
economico che interpreta e anticipa al meglio gli aspetti decisivi della
cosiddetta era globale e postmoderna? Tutto ciò non è poi così
insolito. La postmodernità sembra avere soprattutto bisogno di
"masse chiuse" (Canetti 1981) prive di senso storico e politico, masse
plebee perennemente ossessionate dall'incubo della "persecuzione" e
dal bisogno di affermarsi da dominatori nel proprio ambiente sociale
e su un territorio dai confini certi e ben delineati. Una visione del
mondo in cui le retoriche delle varie camorre, almeno come cornici
culturali, sembrano inserirsi a pieno titolo.

In carcere, simili rituali assumono, se possibile, toni ancor più


grotteschi. Le gerarchie, le appartenenze, i lignaggi, una rigida
separazione tra nobili e plebei tenderanno a imporsi come pratica
"politica" abituale. Un modello di relazioni sociali che fa a pugni con il
clima che, da anni, banditi e guerriglieri hanno instaurato nelle
carceri. Ecco come M., un bandito genovese, e V., un militante
milanese di una formazione armata, rievocano l'incontro con questi
nuovi mondi.

Quando sono arrivati questi mi è sembrato di tornare indietro di dieci anni,


alle sceneggiate e alle tragedie che pensavo facessero parte di un mondo che se
n'era andato. Un'impressione giusta solo a metà. Da una parte erano simili
alla vecchia malavita, ma era solo l'aspetto esteriore. Quelli erano solo
chiacchieroni, tutta sceneggiata e basta, questi avevano sul groppone 10, 15, 20
nicchi e l'unica cosa che gli interessava era continuare a farne. Per quale
motivo, in fondo, non aveva molta importanza. Ma questo è solo un aspetto, e
forse neppure il più importante. Il problema, almeno per me, non era tanto che
questi avessero una così facile propensione a uccidere, ma come avevano
iniziato a muoversi dentro. In poche parole buttano all'aria, o almeno ci
provano e alla fine ci riescono, tutto il nostro mondo. La prima cosa che fanno è
imporre delle nuove regole di comportamento. Noi eravamo abituati a
comportarci tra noi, tutti noi, senza differenze di batterie o di gruppi politici,
un po' come dei soldati al fronte. Quando si è tutti insieme in trincea non si può
che condividere tutto. Il bene e il male. Se mangiamo, mangiamo tutti, se c'è da
soffrire nessuno si tira indietro. In un clima del genere non c'è spazio per le
gerarchie. Tra di noi eravamo abituati a comportarci come tra fratelli. Tieni
conto che a parte i pivelli che venivano dalla politica, tutti noi ci conoscevamo
da anni, e insieme avevamo fatto la storia del carcere e anche dei più grossi
ciocchi. Quindi, senza starla a tirare tanto per le lunghe, tra noi eravamo
abituati a stare sempre alla pari. Con questi tutto diventa dispari. Per prima
cosa loro si sentono una cosa a s‚, che non ha niente a che fare con noi. Ma se
non sei come loro vuoi dire che o gli sei rivale, e allora devono chiudere i conti, o
sei inferiore, e allora ti devono sottomettere. Dopo un po' hai due possibilità: o
ti scontri o diventi un affiliato. Certo, puoi anche barcamenarti, stare sulle tue,

171
tirare a vivacchiare. Non è facile ma puoi anche riuscirci. Il prezzo, però, non è
indifferente. Vuol dire che sei tagliato fuori da tutto, che praticamente è come
se stai alle celle, anche se continui a stare in sezione. Stai in mezzo a tutti ma
sei isolato. Ma anche quelli che hanno ceduto, per convenienza o altro, e si sono
fatti battezzare, non è che se la sono passata un granch‚ bene. Questo lo dico
perchè‚ conosco alcune storie. Amici che alla fine si sono mischiati a questi.
Anche se rinunciavi a quello che eri, rimanevi sempre uno che veniva da un
altro mondo. Alla fine potevi anche farti camorrista, ma eri comunque un
camorrista di serie B. Eri sempre uno che doveva dimostrare qualcosa e che,
pertanto, non riscuoteva piena fiducia. Comunque sia, in poco tempo, questi si
sono impadroniti di tutto e sono diventati i padroni. Questo è il nocciolo della
questione. In un posto che non conosceva padroni, dove ognuno era padrone di
niente ma servo di nessuno, bene che ti potesse andare eri costretto a
contrattarti anche l'aria che respiravi. Io ho avuto amici, dei bravissimi
ragazzi, che alla fine hanno preferito buttarsi volontari alle celle piuttosto che
dover sopportare quell'andazzo. Messa così sembra quasi una bestemmia, se
conti cosa siamo sempre stati, ma in certi casi era l'unica cosa possibile.
L'alternativa era, molto crudamente, o sottomettersi ai nuovi padroni o farsi
ammazzare. (M.)

Sono stato arrestato verso la metà del 1980. Avevo 22 anni. Non ero mai stato
in carcere. Dopo un breve periodo a San Vittore sono stato mandato in uno
speciale. Una cosa normale per chi veniva da una qualunque area della lotta
armata. Fuori i contatti con i giri illegali, almeno nella mia zona, non erano
buoni. In passato con questi ci eravamo scontrati, per via dell'eroina. I
malavitosi avevano iniziato a impestare di merda i quartieri operai e proletari,
producendo morte e distruzione all'interno del tessuto di classe. Per questo, una
delle nostre squadre gli aveva fatto saltare un paio di locali dove gli spacciatori
si ritrovavano e un paio di questi li avevamo anche sprangati. No, in quel
periodo l'illegalità della malavita e la classe operaia non hanno nulla in
comune tra loro. Sono due mondi che non possono coabitare. Uno non può che
negare l'altro. Per questi motivi, quando entro, non so bene a cosa posso andare
incontro e spero di poter stare solo con i compagni. Invece le sezioni sono
ancora miste. Questo, però, e per me è un po' una sorpresa, non dà origine ad
alcun problema. In realtà io mi trovo di fronte una figura prigioniera, mi
riferisco ai comuni, che fuori, almeno a Milano, praticamente non esiste più.
Cioè ho a che fare con banditi e rapinatori che sembrano però usciti da un altro
pianeta. Il rapporto con loro è buono, normale. Anzi, devo dire che molte cose,
come riuscire a cavarsela sempre, anche nelle situazioni più disperate, le ho
imparate durante quell'anno e mezzo durante il quale si è convissuto. A
differenza di noi che eravamo abituati a muoverci collettivamente loro avevano
un approccio col mondo sostanzialmente individualista. Ma un
individualismo strano, cioè un individualismo che comprendeva anche, e in
maniera forte, la dimensione collettiva. E' inutile negare che, per molti di noi, è

172
stata una buona forma di scolarizzazione. Questo anche perchè‚ loro avevano
un buon modo di rapportarsi a te, cioè non avevano un atteggiamento di
superiorità. L'unica cosa è che ti consideravano un pirla perchè‚ ti eri andato a
beccare un sacco di anni di carcere per una cosa puramente immaginaria. La
cosa che però conta sul serio è che, battute a parte, c'è un clima abbastanza
sereno e solidale. Questo lo vedi con i pacchi. Loro, di solito, ricevevano pacchi
faraonici che distribuivano indistintamente, senza guardare chi eri e chi non
eri. Anche il rapporto all'aria era decisamente informale, specialmente durante
le partite di calcio. Io non ho mai dovuto dare del lei a nessuno, o assumere un
tono ossequioso di qualche tipo. Chi avesse visto la scena da fuori, senza
conoscere le singole biografie, difficilmente sarebbe stato in grado di fare dei
distinguo. Forse la differenza la notavi il giorno dei colloqui, perchè‚ loro si
mettevano più in tiro. Questo clima cambia, e in brutta maniera, quando
arrivano i camorristi o gli appartenenti a qualche organizzazione della
criminalità organizzata. Un cambiamento che, mi viene da dire, è soprattutto
culturale. Cioè, questi iniziano a porre dei confini tra chi è dei loro, chi gli è
vicino e chi non fa parte di quel mondo. Questo, per prima cosa, gela il clima
dentro le sezioni e i passeggi e, seconda cosa, rompe quel clima di comunanza
al quale eravamo tutti abituati. Per prima cosa impongono una specie di
protocollo, una specie di galateo malavitoso, buffo e ridicolo, se lo vedi da fuori,
ma pesante e ossessivo se ci devi vivere in mezzo. In più tendono a rimarcare la
loro presenza appropriandosi di alcuni spazi. Il passeggio, ad esempio, non è
più di tutti, cioè ognuno va e parla o gioca un po' con chi gli pare, ma è
suddiviso per gerarchie e gruppi. La cosa che maggiormente mi colpisce è come
questi, attraverso tutta una serie di cerimoniali, stabiliscano una serie di
disuguaglianze sulle quali fanno ruotare le gerarchie interne. Ecco, il
problema mi sembra questo: l'arrivo della criminalità organizzata ha
rimodellato il carcere su un piano gerarchico, azzerando il senso di comunità
che c'era. Da lì in poi, questa è diventata la norma. (V.)

Per il camorrista, insomma, non si può parlare di uno stile di vita


"desperado" ma di un tentativo, per quanto comico, di rimettere in
circolo suggestioni di tipo feudale. Un aspetto arcaico che, non
sorprendentemente, ben si sposa con le logiche cosiddette
postmoderne e che, soprattutto, non mette mai del tutto in
discussione gli equilibri di potere preesistenti.

MASSE E POTERE.

Non è pertanto strano che le "masse" più che con il potere e i suoi
apparati, giochino la vera partita all'"interno" dei propri mondi. In

173
modo del tutto convenzionale alle logiche plebee, l'atteggiamento
prevalente nei confronti del potere è il risentimento, ma non la rivolta
o la sfida aperta. I camorristi, al pari di qualunque "massa", anche nei
momenti di massima potenza e espansione manterranno sempre un
oggettivo rapporto di subordinazione con il potere legittimo. Questo,
più che il risultato di una connivenza al vertice tra criminalità
organizzata e apparati istituzionali - tesi buona per tutte le stagioni e
che finisce con lo spiegare sempre tutto e nulla - sembra essere
piuttosto il tradizionale e scontato comportamento delle "masse"
perennemente estranee alle trasformazioni storiche e sociali.
Rinchiuse nella loro arcaicità, osservano impotenti e disinteressate
l'accadere del mondo, nel quale il loro spazio sembra essere sempre
troppo stretto. La subordinazione al potere, pertanto, più che l'effetto
di accordi strategici appare come un dato di fatto inamovibile; il
potere, i potenti, chi sta sopra, sono un obiettivo rapporto di forza che
la povera gente può maledire, ma mai modificare o sovvertire. Come
si è visto, in fondo il vero obiettivo del farsi camorristi non è neppure
aspirare a condizioni di vita tipiche della borghesia agiata, ma
innalzarsi, scimmiottando vaghi rituali nobiliari, a ceto privilegiato
all'interno del proprio ambiente sociale. Il potere, le istituzioni, lo
Stato rimangono sempre sullo sfondo come grandezze troppo grandi
e potenti. Le "masse" possono essere dominatrici solo al proprio
interno, per questo il vero fine è avere sempre una casta inferiore sulla
quale scaricare la propria inesauribile sete di potenza e rivalsa. In altre
parole, se le "masse" possiedono una "morale" è quella del "ciandala".

Non possono essere prese in considerazione azioni che,


obiettivamente, porterebbero a uno scontro radicale con le istituzioni,
non a causa di fantomatici accordi con il potere (se e quando i vertici
della Camorra, come nel caso Cirillo, hanno stipulato accordi di un
qualche tipo con alcuni settori delle istituzioni, lo hanno fatto
sottobanco e senza alcun coinvolgimento effettivo delle masse
camorriste), piuttosto perchè‚ un'ipotesi simile è "cognitivamente"
impensabile. Un buon esempio di tutto ciò lo fornisce il modo in cui i
camorristi gestiscono e governano il carcere napoletano di
Poggioreale. Indipendentemente dal sanguinoso conflitto che incorre
tra Nuova camorra organizzata e Nuova famiglia, non sembra esserci
una gran differenza sul modo in cui entrambe si muovono al suo
interno.

Nei primi anni Ottanta il carcere di Poggioreale è completamente in


mano ai camorristi. Nelle sezioni girano addirittura ronde armate di
detenuti e nei momenti più caldi la legalità statale sembra dissolversi
(Bassetti 2003). Eppure, nonostante questo "surplus" di forza non si

174
osa compiere alcun atto di aperta ostilità nei confronti del potere
legittimo. I camorristi, non a caso, non "immaginano" neppure di
evadere. L'esercizio di potere si riduce alla lotta mortale contro le
fazioni rivali o in operazioni di "polizia" interne e, quando lo Stato
decide di ristabilire il proprio potere legittimo, i camorristi di
entrambe le fazioni innescano una rivolta finalizzata non tanto a
conservare spazi di potere autonomo, quanto a regolare il maggior
numero possibile di conti privati. Certo, Cutolo, Bardellino e gli altri
capi camorristi non avrebbero avuto piacere che i loro affiliati
uscissero in massa, armi in pugno, da Poggioreale, ma se ciò non è
accaduto più che all'autorevolezza dei capi, si deve all'incapacità delle
masse camorriste di concepire una soluzione simile. Dal potere, in
fondo, ci si può difendere anche in maniera feroce e sanguinaria, ma
non sfidarlo apertamente. Come si potrà vedere dall'intervista che
segue i camorristi tendono a esercitare un potere parallelo a quello
legittimo, guardandosi bene dallo sfidarlo in campo aperto e metterne
in discussione la legittimità. Nonostante l'impressionante volume di
fuoco che sono in grado di esercitare non lo impiegano in modo
"offensivo". A tal proposito non possono che tornare in mente alcuni
episodi raccontati da Vallanzasca nel suo libro autobiografico. Mi
riferisco ai blocchi stradali e ai pattugliamenti con relativo disarmo
delle forze dell'ordine che la banda della Comasina faceva
abitualmente per le vie di Milano. Una pratica distante anni luce dalle
logiche dei camorristi i quali erano soliti fare i posti di blocco e i
pattugliamenti contro i comuni passanti (è sempre la popolazione il
vero obiettivo strategico) per legittimare la propria presenza sul
territorio, far sfoggio di forza e potenza o stanare eventuali nemici
interni. Ma sentiamo G., affiliato a un clan della Nuova famiglia, come
descrive l'esercizio di potere all'interno del carcere.

Le guardie a Poggioreale non contavano più un cazzo. Il carcere lo tenevamo in


mano noi. Le guardie, quelli fetienti, o lavoravano per noi o si facevano gli
affari loro senza mettersi a miezzo. Il carcere era diviso in due. Da una parte ci
stavamo noi della Nuova famiglia, dall'altra gli ommini 'e merda di
quell'infamone di Cutolo. Un mucchio di chiaviche. Noi avevamo le nostre
sezioni e loro le loro. Ma la guerra era sempre aperta. Noi stavamo armati e
pure issi tenevano e armi. Quando ci muovevamo intra a o carcere ci
portavamo sempre u' piezzo appresso. Se trovavi un rivale ci sparavi. Se non lo
facevi quello sparava a te. Per questo motivo e guardie avevano diviso i giorni
dei colloqui. Un giorno noi, un giorno loro. Una volta, ai colloqui, i cutoliani
erano scesi tutti accavallati e avevano cominciato a sparare. Armi intra o
carcere ce ne stavano assai. Ci stava pure l'esplosivo e tutte e cose. Era come
stare di fuori. Mancavano solo e zoccole, ma neanche sempre. In sezione si
girava con i piezzi in mano, e guardie si giravano dall'altra parte, erano affari

175
nostri, loro non c'entravano. perchè‚ si dovevano mettere a miezzo? I rivali
stavano dall'altra parte, ma potevano pure starci dei traditori in mezzo a noi, e
così si doveva stare attenti e magari fare giustizia. Questa situazione, un po'
più, un po' meno, è durata assai. Poi i cornuti dello Stato, i politici, i giudici,
chilli che comandano, hanno detto che accussì non poteva continuare, e allora
hanno provato a rimettere le cose a posto. Così c'è stata la rivolta. Ma più che
una rivolta è stato per difenderci. Noi pensavamo che chilli, i rivali, provavano
a venirci a prendere e così noi ci siamo detti che a chilli cornuti ce li andavamo
a prendere prima noi. La rivolta non è stata fatta contro e guardie, ma per
difenderci e colpire ai rivali. Poi abbiamo preso un po' e mazzate e ci hanno
trasferito. Chi è andato vicino, chi a Pianosa, chi su al nord. Tenevamo le
armi, dentro il carcere ce lo comandavamo noi, però a scappare non ci abbiamo
mai proprio pensato. Pensavamo ai rivali, alla guerra che tenevamo da fare.
Scappare era fare la guerra allo Stato, ma isso è sempre più forte che a te, non
ci sta che ti ci metti contro. Scappare poi è un bordello, non si teneva quella
mentalità. Noi e guardie, i sbirri non è che ce li andavamo a cercare. A noi ci
interessava aggiustarci le nostre cose, far capire chi comanda, chi deve essere
rispettato. Se trovavamo gli sbirri da miezzo, ci difendevamo, ma andarceli a
cercare non era cosa. Quelle sono fesserie del nord. Qua da noi la musica era
diversa, era una cosa dentro a noi, lo Stato doveva starne fuori. Poi di
scappare, di usare le armi per uscire non l'ha pensato nessuno, ma non stava
proprio nella nostra testa. (G.)

Un aspetto, non secondario, che differenzia non poco gli stili di vita
dei banditi e dei camorristi (o almeno di una buona parte di questi) è il
rapporto con il mondo della droga. I duri delle batterie sono contrari
all'uso della droga, o meglio dell'eroina. Cocaina e fumo, se consumati
con una certa parsimonia, erano solitamente tollerati perchè‚
considerati non pericolosi. Inoltre le batterie sono estranee e
moralmente contrarie a farne commercio. Per i camorristi il problema
non si pone. Loro sono cresciuti "anche" dentro la droga, in particolare
l'eroina. Usarla, venderla, averci a che fare è una normalità,
un'abitudine nella vita quotidiana metropolitana, così come non è per
nulla eccezionale l'uso di miscele esplosive quali psicofarmaci e alcol,
che può sembrare una dimensione appartenente solo al
tossicodipendente in stato avanzato e disperato. La biografia di R.,
descritto come un killer della camorra, è eloquente. Poco più che
ventenne è accusato e condannato all'ergastolo per una serie
impressionante di omicidi tutti legati in qualche modo a storie di
camorra. Il senso comune e la letteratura si aspetterebbero di trovarsi
di fronte a una figura oscillante tra il soldato di ventura e una
riedizione dello "Sciacallo" (Forsyth 1972; 1974). In realtà il killer è
soltanto un tipico giovane camorrista, "anche" tossicodipendente, che
nei momenti di magra non disdegna i tradizionali cocktail dei

176
tossicomani più disperati. Figure come questa, è bene ricordarlo, non
sono aporie ma la banale normalità, pur con gradazioni diverse, delle
"masse" che formano gli eserciti camorristi. Probabilmente, in un
contesto diverso, la biografia di R. non si sarebbe arricchita di omicidi
ma degli infiniti microreati tipici dei tossicodipendenti di strada.
Tuttavia, così come centinaia di suoi coetanei, la sua vita e le sue
imprese non hanno suscitato clamori. Dopo una fugace apparizione
nel "nulla" esterno è piombato nel "nulla" del carcere. Saltuariamente
gli atti giudiziari lo hanno ricondotto sul palcoscenico. Ma anche in
questi casi la sua apparizione è pura coreografia. Ammassato insieme
ad altri anonimi camorristi in qualche gabbia laterale non gli è mai
stata concessa, neppure come comparsa, una qualche scena centrale.
In carcere, velocemente consumatisi i fasti della "sua" camorra,
diventa poco più che un'ombra dove, per mantenersi, svolge un
piccolo lavoro amministrativo usufruendo di qualche permesso, da cui
rientra sempre puntualmente.

Mi facevo che c'avevo 12, 13 anni. Cocaina, eroina, da solo o insieme,


dipendeva da come capitava. La roba ce l'avevo sempre. Se non potevo
comprarla me la prendevo, e se a chillo non ci stava bene lo sparavo. Non è che
lo facevo io, era che si faceva così. Anche quando siamo diventati camorristi è
rimasto tutto uguale. Che ci facevamo eravamo tanti, anche se non tutti. Io in
mezzo alla roba ci sono cresciuto. Chi la vendeva, chi la trafficava, chi la usava
solo. Non c'era differenza tra eroina e cocaina, giravano tutte e due e si
facevano come capitavano. Per queste storie ci sono stati tanti morti
ammazzati, perchè‚ quando ti devi fare non stai a pensare a tante cose. Che
devo dirti delle armi? Ci stavano. Io le ho sempre viste, a 11 anni tenevo il pezzo
in tasca e come me tutti gli altri. Un po' più grandi, un po' più piccoli. Ma
queste cose le sanno tutti. Se non tieni le armi e devi trovare i soldi, che so, vai a
rubare, a fare lo scippo, ma se tieni le armi perchè‚ fare le cose tanto difficili?
Poi devi anche tenere a mente che, da piccolo, vai e fai come vedi fare, come
fanno quelli che hanno più anni. Se lo fa lui e se la passa bene, perchè‚ tutti
tengono paura di lui e lo rispettano, così fai anche te. Devi importi e per farlo
devi anche sparare, altrimenti trovi u fetiente che ti spara per primo e tu sei
bello che morto. Io l'ho visto di presenza che se non spari per primo sei fottuto.
Un mio amico, che stavamo sempre insieme, è crepato davanti a me perchè‚ si è
messo a parlare invece di sparare subito. Quando sono diventato camorrista
non è cambiato niente, mi facevo come prima, con più facilità perchè‚ ero più
temuto e poi la roba la tenevo anch'io. I giornalisti hanno scritto un sacco di
fesserie. Quando ci hanno preso hanno detto che eravamo i killer, i sicari, ma
sono tutte strunzate. Per carità i morti li ho fatti e li sto anche pagando assai.
Ma è che si sparava perchè‚ era un'abitudine, non è che qualcuno ti dava
l'ordine. Lo facevano tutti, o te o loro. Se capitava di mezzo qualcuno,
pazienza. Mica potevi fermarti e far togliere da miezzo uno o l'altro. Non è

177
mica u gioco de creature. E poi sai come ci dicevamo: accussì tutti si imparano
come stanno e cose. perchè‚ più fai paura e più ti portano rispetto. Se proprio
non tenevo da farmi e stavo male prendevo i calmanti e ci bevevo appresso. In
carcere ho dovuto fare così per un sacco di tempo. Poi mi sono tolto il vizio e ora
sono pulito. (R.)

Spesso l'eroina è stata la causa scatenante di feroci guerre per la


distribuzione, conflitti che, per il numero di morti, hanno conquistato
le prime pagine dei quotidiani o la notizia d'apertura dei telegiornali
nazionali. Uno scenario che può far presupporre spartizioni
miliardarie ma che, in realtà, spesso cela interessi economici di lieve
entità, stimabili in pochi milioni di vecchie lire. Il fatto nuovo è che,
per imporsi, ogni mezzo diventa legittimo. Anche se per motivi di
infimo ordine, i giovani camorristi uccidono per una parodia di potere
da esercitare qui e ora. Una pratica comune a centinaia e centinaia di
persone.

Se nel frattempo non fosse intervenuto il progetto Cutolo a tentare di


dare un ordine e un senso compiuto e razionale all'anarchia della
provincia e della grande periferia metropolitana del napoletano, ci
saremmo trovati probabilmente di fonte più che a storie di camorra,
di criminalità organizzata eccetera, a un fenomeno simile a quello
immortalato da film come "Colors" o descritto dai sociologi che hanno
studiato le dinamiche dei conflitti urbani in città come Los Angeles
(Davis 1999). La base di massa dell'esercito cutoliano e delle altre
organizzazioni è composta in gran parte da un soggetto ingovernabile
e acefalo. Distante, per capacità "tecnica", dalle batterie dei rapinatori
professionisti, privo di una "moralità altra", ha qualcosa di grottesco e
spaventoso. Selvaggio e arcaico, ben si sposa con il pieno
dispiegamento della postmodernità. Certo è una postmodernità che
nulla ha a che vedere con le tranquillizzanti ed edulcorate "idee" con le
quali i filosofi sono soliti descriverla. La cornice culturale in cui si
muovono questi attori sociali non ha nulla di grandioso e magnifico,
neppure in senso negativo. E' la sordida, triste e scontata vita di
anonimi personaggi che escono dal coro solo perchè‚ uccidono,
stuprano e lottano per guadagnarsi un attimo di notorietà e di
prestigio nel bar del paese o tra le quattro vie di un rione. Una
notorietà, del resto, effimera.

Certo, Cutolo perde (Barbagallo 1997) ed è sconfitto perchè‚, in un


delirio di onnipotenza, pensa di potersi imporre su tutti: mafia,
'ndrangheta, gruppi criminali organizzati; ipotizzando persino di
riuscire a condizionare, da una posizione di forza, gli apparati
istituzionali (Commissione parlamentare antimafia 1994). Una
strategia politica e militare indubbiamente suicida. In questa

178
ricostruzione, però, quello di cui non si tiene conto è il materiale
sociale con il quale opera. Lo stile di vita dei giovani camorristi non è il
risultato di un'appartenenza organizzata, ma il loro naturale modo di
essere. Il vincolo organizzativo può, al massimo, rafforzare alcuni
comportamenti anche se, in non pochi casi, far parte di una struttura
sembra essere piuttosto un elemento frenante. Molte testimonianze
concordano nell'affermare che, senza il peso di questo vincolo, la
"prassi" dei giovani camorristi sarebbe stata molto meno controllabile.
Lo stato maggiore cutoliano, ad esempio, deve continuamente
contenere le sue orde, incuranti delle usuali e necessarie mediazioni
"politiche" in uso nei mondi criminali. In realtà la stragrande
maggioranza dell'esercito cutoliano, ma la stessa cosa vale per gli
appartenenti alla Nuova famiglia, è formata da "masse" educate e
abituate, da sempre, alla dura lotta per la sopravvivenza. La morale
delle batterie può essere assimilata ancora al "nichilismo etico" di
Nietzsche; la volontà di potenza ha i tratti eroici della sfida ai forti e ai
potenti, ma per i giovani camorristi si tratta di una preoccupazione
inesistente. Non vi sono forti e deboli, bensì ostacoli che vanno
rimossi con una ferocia che non ha nulla di epico. Le gesta delle
batterie hanno la dignità delle grandi battaglie, una dimensione
eroica che suscita più ammirazione che orrore e molte di queste,
bench‚ negative, possono essere ritenute al pari di gesta eroiche. Nulla
a che vedere con i camorristi i quali, bench‚ più feroci e sanguinari,
nelle loro biografie appaiono poveri e insignificanti. Si uccide per una
parola, un posteggio, un gelato. Si pone sotto protezione una zona più
per esibizione, per far vedere chi comanda che per i soldi che si
ricavano. L'attenzione per i rituali simbolici è ossessiva. Si può
scatenare una guerra per un nonnulla e in questo conflitto,
inevitabilmente, finiscono con l'essere coinvolti interi rioni e
quartieri. La dimensione della guerra in cui le batterie sono cresciute
ha sullo sfondo la dimensione della "sfida", una dimensione in cui la
differenza tra civili e militari è ancora pesantemente segnata e
rispettata. Invece al confronto, come accade nelle guerre postmoderne
(Dal Lago 2003), i camorristi non fanno distinzione e anzi sono i civili
gli obiettivi maggiormente esposti. Nella logica delle batterie la
geografia urbana e sociale gioca un ruolo fondamentale. Sono i
confini geografici, sociali e culturali che, a ben vedere, delimitano gli
ambiti di amicizia e inimicizia. Una logica ben presente fin quando
essi fanno i primi esordi come teppe di quartiere, una dimensione
completamente estranea ai camorristi. Il rapporto con il territorio,
coerentemente con il loro stile di vita, non è segnato da alcun senso di
appartenenza ma dal puro esercizio di potere. Il territorio in cui
crescono è privo di memoria e quindi di una storia (o controstoria)
collettiva, e questo fa sì che tra loro e la popolazione minuta l'unico

179
rapporto sia quello del dominio. Per attuarlo, in molti casi devono
piegare le resistenze di altri e, una volta affermato il loro potere,
devono continuamente combattere per conservarlo.

Nonostante l'impressionante catena di morti e di reati più o meno


efferati, i loro nomi rimangono nell'oblio, ignorati persino dalla
saggistica che si è occupata del fenomeno camorristico. La distanza
tra la base sociale della camorra e i suoi vertici è ben resa da M., un
rapinatore dell'area genovese che, per il suo prestigio, era
particolarmente appetibile per i vertici camorristi e, pertanto,
continuamente sottoposto a varie offerte di affiliazione. M. e i suoi
rifiutano, anche se con garbo, le allettanti offerte, ma questo non
impedisce loro di entrare in familiarità con alcuni elementi di spicco
dell'organizzazione e di raccoglierne le confidenze a proposito della
difficoltà nel contenere coloro che corrono numerosi ad arruolarsi,
spesso strumentalmente, sotto i vessilli della potente organizzazione.

Offerte di entrare dentro la N.C.O., anche con un ruolo di peso, a noi ne sono
state fatte parecchie. Abbiamo sempre rifiutato per tanti motivi. Non era il
nostro mondo, non ci piaceva troppo quello che facevano, non abbiamo mai
avuto capi e poi il nostro modo di vivere era troppo diverso dal loro. Anzi,
spesso non era solo diverso ma in contrapposizione. Questa è una cosa.
Dall'altra c'era che, in quel periodo, con questi era impossibile non averci a che
fare. Erano dappertutto, erano potenti e potevano contare su una massa di
pazzi e fanatici che comunque facevano paura. Veramente questa forza era
anche la loro debolezza. Io ero entrato in confidenza con qualcuno di loro e, più
di una volta, si erano lasciati scappare i timori che avevano. perchè‚ loro, cioè i
vertici, quelli che si facevano chiamare i santisti, avevano certe idee e un certo
progetto, ma chi gli andava dietro non era così allineato. I capi pensavano di
fare una cosa alla siciliana e di poter addirittura imporsi o ridimensionarla.
Numericamente erano anche superiori e, per il numero di persone che
ammazzavano senza problemi, potevano sicuramente stare alla pari e
superare chiunque ma, a differenza della mafia, non potevano fidarsi
ciecamente di chi gli stava dietro. Soprattutto, questo era il vero problema che
avevano, non erano in grado di controllarli. Spesso, almeno queste sono le cose
che mi dicevano, dovevano coprire, dall'alto, le guerre che questi facevano
scoppiare senza averle decise o esserne neppure a conoscenza. Un sacco di
accordi stipulati tra i capi saltavano perchè‚ un capozona di questo o di quello,
senza alcun motivo, solo per far vedere chi comandava, rompeva il patto e
andava a tirare giù qualcuno nella zona degli altri. Avevano centinaia di
ragazzi che però rispondevano a loro in generale, ma in realtà erano legati a
un capo locale e quello che decideva lui era quello che contava veramente. Forse
potrà sembrare strano ma, almeno da un certo punto in poi, loro cercavano
soprattutto di frenarli, contenerli. All'inizio, quando gli interessava imporsi, li

180
avevano scatenati senza andare troppo per il sottile; però poi, quando sarebbe
stato il momento di darsi una calmata e raccogliere i frutti, non riuscivano più
a trattenerli. Questa cosa era diventata un po' vera anche in carcere. Solo che,
a quel punto, loro non potevano più tirarsi indietro. Per continuare a essere
ascoltati e a godere della propria posizione, non potevano andare, almeno
troppo smaccatamente, contro i loro uomini. La mia impressione era che si
erano ritrovati per le mani una bomba che non potevano disinnescare, ma di
cui non potevano liberarsi. Ormai erano un tutt'uno. Alla fine gli è scoppiata
nelle mani con il risultato che, di tutta quella forza apparente, non è rimasto
praticamente nulla. (M.)

Quella che emerge con i giovani camorristi è una criminalità


anonima, seriale e priva di qualunque legittimazione sociale. Se per le
bande, l'accostamento con Bonnot o con i proscritti è quasi naturale,
con loro sembra di precipitare nel mondo presociale di "Guignol's
band" (C‚line 1996). Alcuni dei seguenti passi sono tratti
dall'autobiografia di un camorrista condannato all'ergastolo. Al
momento dell'arresto, P. ha da poco compiuto 20 anni, siamo all'inizio
degli anni Ottanta. E' una storia che sembra nascere alla scuola
dell'"hard-boiled" o del "crime-novel" americano, ma in realtà non
occorre andare tanto lontano.

A sparare ho cominciato presto, avevo 11 anni la prima volta che ho sparato a


uno fetente. Non l'ho ucciso, perchè‚ non l'ho preso bene e la pistola non era
tanto potente, una 7,65. L'ho solo ferito. Era uno grande, c'aveva 15 anni e
faceva o guappo in coppa al quartiere. Voleva la cagnotta su tutto, ma io non ci
volevo stare e così l'ho aspettato in motorino sotto a casa e gli ho sparato. Dopo
quella cosa *** mi ha preso con lui. *** aveva 16 anni e teneva già un gruppo
che si sapeva far rispettare. Ce n'andavamo in giro a fare bordello, non è che
c'avevamo sempre uno scopo nella testa. Abbiamo fatto tante rapine, perchè‚
vedevamo un posto che ci piaceva, oppure perchè‚ ci servivano i soldi per
andarcene in giro. I benzinai erano quelli che facevamo di più, perchè‚ avevano
tanti soldi e non avevano posti dove nasconderli. Succedeva così. Ce ne
stavamo nel bar e facevamo passare il tempo. Uno poteva dire: andiamoci a
prendere una macchina. Ci cercavamo una macchina bella e ce ne andavamo
in giro. Allora ci poteva venire l'idea di andare a fare una rapina. Facevamo il
primo che ci capitava. Poteva essere un benzinaio, un ristorante, oppure anche
qualche macchina dove si mettevano a chiavare. Le armi le avevamo sempre
appresso. Non uscivo mai di casa senza, nessuno lo faceva. Ti mettevi in tasca
la pistola come ti prendi dietro le sigarette. Se qualcuno reagiva, gli sparavi.
Sparare era una cosa normale. Lo facevano gli altri, lo dovevi fare anche tu. Se
non lo facevi per primo succedeva che eri morto. Mi sono morti tanti amici,
tutti morti ammazzati. Ho pagato 16 omicidi. Se non li facevo io a loro, lo
facevano loro a me. Non potevi fare altrimenti. Tu stavi in un posto e c'era chi

181
veniva e voleva dimostrare che era più di te. Così ti occupava lo spazio, si
metteva a comandare. Cosa dovevi fare? O lo mandavi via o tutti pensavano
che tenevi paura. Così ci facevi la guerra. Arrivavi, scendevi dalla macchina e
ci sparavi, a lui e a chi c'aveva appresso. In questo modo, in una volta sola, ce
n'hanno fatti pagare sei. Due sere prima, dentro a un bar, avevano
schiaffeggiato a due di noi. Li avevano mandati via e si erano messi a fare i
padroni. Erano un altro gruppo della nostra zona, ma che stava un poco più
sopra. I fetenti si volevano allargare e venire a vendere la roba nella nostra
zona. Due sere dopo siamo tornati, siamo scesi dalle macchine e li abbiamo
sparati. Dopo sono dovuto andare latitante perchè‚ qualche infamone c'ha
raccontato tutte e cose alle guardie. Il primo ergastolo l'ho preso per quel fatto
lì, ero diventato maggiorenne da poco. L'eroina ce n'era tanta. Un po' ci
facevamo. Io la facevo solo col naso o me la fumavo, non mi piaceva di dovermi
bucare. La vendevamo in una zona, ma un poco, non è che facevamo solo
quello. Facevamo quello che capitava. Con la droga c'avevi il vantaggio di
chiavarti a chi volevi senza andare con le puttane. Gli davi la roba e ti
facevano divertire. C'era sempre qualche scappata di casa, qualche ragazza
anche dei quartieri alti che la voleva e non teneva i soldi. Quelle ce le
portavamo a casa ed erano meglio che nelle "Ore", il giornaletto porno. Quelle
erano più zoccole delle zoccole vere. Una sera a due c'abbiamo dato la roba,
eravamo in otto, e quelle gran bocchinare alla fine c'hanno scoppiato, avevano
sempre voglia di cazzo. Le donne quando le volevi te le prendevi. Se eri
rispettato e temuto nessuna ti diceva di no, poteva fare un po' di sceneggiata
ma alla fine le cosce le apriva. Le femmine sono accussì. Sono diventato
camorrista vero, affiliato alla camorra di Raffaele Cutolo, che già stavo
ricercato per otto omicidi. I sei del bar più altri due che ci sono stati in due
rapine. Un benzinaio che ha fatto u scemo e ha cercato di reagire e un barista
che non voleva aprire la cassa. Subito hanno detto che era un morto di
camorra, ma era solo una rapina che una sera ho fatto senza neanche pensarci.
Sono entrato in questo bar, che era un bel bar, perchè‚ tenevo sete. Quando
sono stato dentro mi è venuta l'idea di rapinarlo. Ho tirato fuori la pistola e gli
ho detto di aprire la cassa e darmi i soldi. Lui mi ha risposto che per fargliela
aprire dovevo sparargli. Così ho fatto. A quel gran cornuto gli ho sparato, ho
aperto la cassa, ho preso i soldi e me ne sono andato. Camorrista lo sono
diventato dopo. Ci siamo affiliati con tutto il gruppo. Io stavo con ***, tra di
noi era il più grande e quello che lo tenevamo come capo. E' venuto a cercarci
uno, un capozona. Ci ha parlato e alla fine siamo diventati una cosa sola. Non
era cambiato tanto da prima, però eravamo più forti, potenti. In zona tutti
sapevano che stavamo con la camorra. L'unica cosa che è cambiata è stata che
facevamo delle guerre anche con chi non conoscevamo, che non c'avevamo
niente di persona. Se c'erano dei rivali della camorra noi andavamo e li
tiravamo via. Sapevamo dove stavano, arrivavamo, entravamo dentro e
sparavamo. Quasi tutti gli altri morti li ho fatti in questo modo. A parte due
che li ho uccisi, ma non era per una questione di camorra come hanno detto, li

182
ho uccisi perchè‚ c'avevo avuto questioni mie. Uno non mi ha dato la
precedenza e non mi ha nemmeno chiesto scusa. Sono sceso e gli ho sparato.
Ma lì la camorra non c'entra. Un altro è stato per una questione di femmine.
Lo stronzo aveva mancato di rispetto a una mia cugina che teneva il marito
carcerato. Mi hanno arrestato dopo un conflitto a fuoco con le guardie dove
sono rimasto ferito. Dopo tutti i processi ho preso tre ergastoli e più di
novant'anni di carcere. (P.)

E' dentro questi mondi che Cutolo tenta l'impossibile impresa di


costruire un'organizzazione solida e disciplinata. Per farlo, anche se è
difficile dire con quanta consapevolezza, gioca la carta dell'"origine" e
dell'"autenticità". Attraverso un improbabile scavo archeologico,
riporta alla luce alcuni miti fondativi della camorra (De Rosa 2001;
Marrazzo 1984; Massari 1998) che gli consentono di cooptare una
massa di marginali che ricorda, per modelli e stili di vita, i senza volto
dei ghetti nordamericani.

L'assenza di storia e memoria è colmata, come si è visto, attraverso


una continua rielaborazione mitologica. E' in quest'ottica che,
probabilmente, diventa spiegabile il prestigio e la notorietà di
personaggi la cui fama agli occhi dei più, e in particolare ai banditi
metropolitani, sembra per lo meno dubbia. Si tratta di figure di un
vago sapore arcaico che, in qualche modo, riescono a incarnare i miti
fondativi della camorra. Paradigmatico è il modo in cui un bandito e
un ex camorrista raccontano la biografia della stessa persona. Due
ricostruzioni, a loro modo, fedeli e veritiere, perchè‚ rimandano a due
stili di vita e modelli culturali diversi. Nella prima intervista a parlare è
B., un rapinatore genovese, nella seconda R., un ex camorrista di
medio calibro, legato in gioventù a un gruppo cutoliano. Le interviste
sono incentrate su un personaggio mitico del mondo camorrista: un
piccolo marginale, incarcerato per motivi di poco conto nei primi anni
Sessanta. In carcere si è conquistato una certa fama uccidendo in
duelli rusticani, o in agguati coatti di ben altra fama, rivali, nemici,
nemici degli amici ma anche semplici disgraziati delle cui presunte
colpe non si è mai saputo nulla. L'eroe camorrista, inoltre, era noto per
aver sfregiato più persone ree di non avergli tributato il giusto
rispetto. Un rispetto che, il più delle volte, si doveva materializzare in
una sorta di "decima", dove il vino era il balzello più richiesto.

Di *** ne avevo sentito parlare vagamente come di uno che si era fatto il nome
in carcere, accoltellando gente di qua e di là. Per motivi di prestigio, guapparia
e altre stronzate. Stava dentro da una vita e a un certo punto ho saputo che era
diventato un pezzo da novanta della camorra, di quelli della N.C.O. Fuori,
questo, non è che avesse combinato niente di sostanzioso e che valesse più di
tanto. In carcere non è che fosse diverso. Faceva parte di quel mondo con il

183
quale noi non avevamo niente a che fare. Anzi, con quelli, nelle carceri normali
avevamo avuto anche qualche discussione, per cazzate, perchè‚ con loro si
poteva arrivare solo a quelle. In generale, però, più che altro ognuno se ne
stava per conto suo e i due mondi tendevano a ignorarsi. Erano due mentalità
diverse che non potevano trovarsi. Per me, per noi era più importante il fuori e
il modo come andarci. Noi stavamo dentro ma ragionavamo come se fossimo
fuori, in carcere ci consideravamo sempre di passaggio. Loro, anche se per caso
stavano fuori, continuavano a comportarsi come se fossero in carcere. Noi il
nome ce lo eravamo fatti saltando dei banconi, loro accoltellando altri
poveracci come loro. La differenza fondamentale rimaneva il modo di
considerare il carcere. Per me era un posto che mi ci tenevano con la forza, per
loro una villeggiatura. Questione di punti di vista. L'ho conosciuto,
personalmente, negli speciali. Se possibile, i pregiudizi che avevo si sono
rafforzati. Già il modo di parlare o di rivolgerti la parola lo trovavo
insopportabile. Per dirti una qualunque stronzata di una riga, faceva un
preambolo di dieci frasi, più altre dieci per chiudere il discorso. Non so, ti faccio
un esempio. Per chiederti se avevi ricevuto una lettera da Tizio era capace di
tirarla così: 'Scusate, permettete una domanda? Voi che siete un gladiatore per
tutte le arene e siete amico degli amici, voi che date luce a questo passeggio e
siete uomo tra gli uomini, potete dirmi, cortesemente se, il nostro buon amico
Tizio, ha mandato sue notizie? Ve lo chiedo perchè‚à', e di nuovo tutta una
tiritera così. Mi veniva sempre da pensare uno così che entrava in una banca.
L'avrebbero preso ancora prima che fosse riuscito a dire: fermi, state calmi,
vogliamo solo i soldi. Un esempio ti può chiarire il tipo di mentalità che aveva,
che non era solo sua, forse lui la esagerava soltanto un po', tanto da, almeno
davanti ai miei occhi e di un po' di altri, da farlo sembrare più che un killer un
guitto. Mi era impossibile non vederlo come personaggio comico. Dopo essere
entrato un po' in confidenza con lui, un giorno gli chiedo una cosa che mi
aveva sempre incuriosito. Per scendere all'aria indossava sempre una fascia
elastica, una panciera, intorno alla vita. Una panciera non di quelle che si
usano per tenere calda la schiena, ma quelle che di solito sono usate in caso di
strappi o stiramenti muscolari. Loro, per di più, non avevano la palla del
fitness, anzi, esibire un po' di pancetta era considerato sinonimo di benessere e
di comando. Erano tanto abituati a girare per il mondo che probabilmente si
immaginavano la gente col grano tutta obesa e con la gotta. Non è un caso che,
nella loro mentalità, chi aveva potere e ricchezza era un uomo di panza. Se
fossero andati in America avrebbero rapinato solo i poveri, perchè‚ là i ricchi
sembrano tutti delle acciughe. Allora mi voglio togliere questa curiosità e gli
domando perchè‚ si fascia in quel modo. Lui mi guarda come si guarda un
incensurato finito dentro per sbaglio e mi dice: 'Io questa la porto sempre
perchè‚ soffro di crampi al polpaccio. Se devo fare un duello e mentre faccio la
puntata mi prende il crampo mi si mette malamente. Così prendo la panciera e
la metto sul polpaccio e posso stare nell'arena senza problemi'. Sì perchè‚ per
lui i passeggi erano delle arene e lui il grande gladiatore. Io, noi lo prendevamo

184
per quello che era, ma tra i suoi era considerato un mezzo dio, avevano per lui
un'autentica venerazione. Addirittura delle sue gesta se ne parlava fuori. Non
credo fossero balle e nemmeno esagerazioni. Ho saputo da lui, ma mi è stato
confermato anche da altri, che durante la rivolta di Poggioreale due o trecento,
dalle sezioni, hanno addirittura sfondato i cancelli per arrivare al padiglione
speciale dove c'era lui e conoscerlo di persona. Forse solo Maradona era più
famoso di lui. (B.)

A *** l'ho conosciuto di presenza solo quando ci siamo presi Poggioreale, però
di lui sapevo già tutto fuori, perchè‚ per noi era come a un dio, una luce.

"Perchè tra di voi *** era così famoso?"

Perchè lui era come l'anima della camorra, un martire, un santo.

"In che senso?"

Lui aveva dedicato tutta la sua vita agli ideali della camorra, a combatterne i
nemici. Era un esempio per tutti noi. Lui era il nuovo san Giorgio, il nostro
cavaliere, il cavaliere della camorra.

"Di lui se ne parlava molto anche fuori?"

Certamente. Era una leggenda, un esempio. Lui stava carcerato da quasi


vent'anni e sempre aveva tenuto alto l'onore e il prestigio di tutta Napoli e della
camorra, in tutte le carceri. Nessuno si poteva a permettere di comportarsi
malamente, perchè‚ *** faceva giustizia di tutti gli uomini e niente, che sono
sempre troppi assai.

"Eppure di questo personaggio non si è mai parlato molto, se non in


alcune circostanze particolari, mi riferisco soprattutto alla sua
partecipazione a un omicidio di un personaggio famoso. Come mai?"

Per paura, per fare un torto a noi, ai napoletani e alla camorra. Anche a Nino
D'Angelo non lo tengono in considerazione assai, ma è il più grande cantante
di tutti i tempi, però è di Napoli, del popolo napoletano e chilli fetienti u'
snobbano. Ma lui è il più grande ugualmente, sopra tutte e cose.

"Tornando a ***, voi fuori ne seguite l'esempio?"

Noi siamo una cosa solo con lui, abbiamo la stessa luce, la stessa santità. Lui
dentro combatte tutti i nemici della camorra e noi così facimmo fuori. Chi si
mette a miezzo noi o combattiamo. Chi c'è rivale ha da morire, perchè è nemico
degli uomini giusti. (R.)

Apparentemente sembra di muoversi in un mondo puramente

185
folcloristico, ma dietro l'"innocenza" delle rievocazioni mitologiche si
cela una realtà feroce, sanguinaria e assetata di potenza. In carcere le
ricadute saranno pressoch‚ immediate. Le "masse", la cui presenza
quantitativa è sempre più rilevante, diventano ben presto anche
maggioranza politica, una maggioranza che si delinea unicamente
attraverso l'"azione". Sarebbe sbagliato, infatti, vedere in questo la
realizzazione di un qualche progetto coscientemente programmato. E'
un moto spontaneo, oserei dire naturale, quello che caratterizza
l'incedere di queste "masse". Alcuni esempi lo rendono esplicativo.
Come ho spiegato precedentemente, a caratterizzare le "masse" è uno
spirito di rivalsa, di piccole sopraffazioni e rivincite. Non esiste una
relazione razionale tra gli obiettivi da raggiungere e i mezzi che si
usano. La posta in palio, in realtà, è sempre puramente simbolica:
sancire chi domina e chi è dominato. L'utile, il guadagno, semmai, è
qualcosa che si quantifica in seguito, ma che non è di per s‚
determinante. Non si uccide, o non si tende ad agire in tal senso,
perchè‚ la posta in palio è talmente elevata da giustificare una
soluzione estrema, ma si affilano i coltelli perchè‚ "ogni" situazione in
cui c'è in gioco la potenza, il prestigio e l'affermazione di dominazione
è elevata in quanto tale. Non è solo Parigi a valere una messa ma ogni
bugigattolo in cui si deve stabilire chi comanda e chi ubbidisce. Una
logica gerarchica e in fondo apertamente "razziale" che rompe innanzi
tutto il principio di uguaglianza interno al pianeta carcerario. In
coerenza con lo stile di vita esterno, le "masse" esercitano il dominio
sugli aspetti in apparenza più banali della vita quotidiana. In poche
parole tutto si riduce a una semplice linea di condotta: io ho il diritto
di essere servito, voi il dovere di farlo. Un esempio che può sembrare
banale è la vicenda riportata nella seguente intervista. Un giovane
camorrista, con alle spalle una lunga serie di omicidi, cerca di imporre
a un rapinatore bergamasco alcune "corv‚e" domestiche. L'episodio si
situa in un periodo, inizio anni Ottanta, in cui i rapporti di forza tra
"classe" e "massa" erano ancora in equilibrio. La vicenda, pertanto, si
risolve con una momentanea rinuncia dei camorristi. La situazione
mostra, tuttavia, come la tradizionale cultura dei banditi cominci a
essere accerchiata da più parti e come l'unica dimensione praticabile
rimanga quella della "resistenza". A parlare è A., il rapinatore
bergamasco che deve rintuzzare il tentativo di riduzione in servitù da
parte di un camorrista e delle "masse" che lo spalleggiano.

L'episodio di cui ti parlo mi è successo nell'82 a Cuneo. C'erano già un po' di


cutoliani, che però non alzavano troppo la cresta. Più che altro se ne stavano
per i fatti loro. In sezione ce la vedevamo ancora noi. Non era più come un paio
d'anni prima, però si poteva vivere. Le cose cambiano di colpo quando arrivano
tre nuovi cutoliani, arrestati da poco. Ragazzi di 20, 22 anni ma che dalle loro

186
parti erano molto temuti e considerati. Avevano tutti un mucchio di morti sul
groppone. Questi arrivano e si mettono in testa di comandare. Veramente non
è neanche che se lo pensano, cioè non si può dire che lo fanno con uno scopo. Lo
fanno perchè‚ sono abituati così. Per loro è normale che, se uno è camorrista,
gli altri lo devono servire. E' una cosa che ha a che vedere con il loro modo di
vivere fuori. Loro i soldi li fanno mettendo sotto la gente o con dei traffici di
merda, forse gli capita di fare anche qualche dura, ma non è nel loro stile e
nella loro mentalità. In carcere, perciò, si comportano di conseguenza. Oltre a
una serie di menate, come cercare di imporre i loro codici del cazzo, mantenere
le distanze, dare del voi e così via, la cosa che loro considerano ovvia è liberarsi
delle menate quotidiane. Parlo del mangiare, delle pulizie, dei piatti e della
biancheria da lavare. Per loro fare queste cose è impensabile. Infatti
riprendono di brutto i pochi cutoliani che c'erano perchè‚ si facevano da soli
queste cose. Fare queste cose voleva dire essere degli uomini da niente. Qua
entra in ballo l'episodio che mi ha coinvolto. Il mio cubicolo era a fianco a uno
di questi. Le finestre dei bagni comunicavano. Due o tre giorni dopo che questo
era arrivato, un pomeriggio sento bussare alla finestra del bagno. Oltre un
generico ciao, ciao, io con quello non ero andato perchè‚ ne avevo per le palle di
starmi a sorbire le sue stronzate. Se gli davi corda non ne uscivi più. Bene che
ti andasse, dovevi starti a sentire tutti i racconti esaltati sui morti ammazzati,
sul potere della camorra e sulle loro origini nobili. Non so come, ma si erano
fissati di avere a che fare con la nobiltà spagnola. Quindi il mio rapporto con
lui è molto formale e basta. Insomma che mi bussa, apro la finestra e quello fa
per passarmi un sacco di biancheria sporca. Come se fosse la cosa più normale
di questo mondo mi dice: mettimela a bagno, che non ho quasi più niente di
pulito e non so quando farò il colloquio. Mi sembrava una cosa così fuori dal
mondo che quasi non realizzo. Guardo questo cazzo di pacco, metto a fuoco la
situazione e, assumendo un tono molto formale, che con quelli stronzi
funzionava sempre, gli dico: scusate ma voi vi state sbagliando, questa non è
una lavanderia e qua non ci stanno le serve. Detto questo gli chiudo la porta in
faccia e andandomene faccio risuonare un vaffanculo che quello sente
benissimo. Quello, offeso a morte, mi grida in napoletano che sono già morto,
che nessuno mai si era permesso di trattare così a lui, *** u' Pazzo, e che tutti
avevano a sapere con chi tenevano a che fare. Insomma, è la guerra. Poi i
giornali sono capaci di scrivere che è scoppiata una guerra tra questi e quelli
per il controllo di città e regioni, in realtà tutto si riduce a qualche mutanda
sporca. Va bene insomma, so benissimo che ora scoppierà il casino. Così
chiamo il lavorante e mando in giro un po' di bigliettini in giro ai ragazzi. In
sezione, noi del giro vecchio siamo in grado di controllare ancora la situazione.
Negli altri piani la situazione è diversa. In uno sono solo politici perciò è una
cosa che non li riguarda. Gli altri due sono dei calderoni, però in uno è al
completo una batteria con la quale ero molto legato e che è in grado di
esercitare un'influenza diplomatica importante. Loro erano un gruppo che
faceva gola alla camorra, ma che fino ad allora era riuscito a districarsi,

187
mantenendo la sua autonomia, senza legarsi a nessuno. Così, avviso i ragazzi
del mio piano, dicendogli di tenersi pronti perchè‚ non è escluso che si debba
andare ai resti e informo gli altri piani e questa batteria in particolare,
augurandomi che si possa ricorrere a una soluzione diplomatica.
Diversamente, o noi o loro, non c'erano altre soluzioni. Dei miei, che poi
bisogna capirsi, sono miei nel senso che siamo amici che ci siamo conosciuti in
carcere, perchè‚ tra tutti ce n'è uno solo che eravamo in batteria assieme,
nessuno si tira indietro. Tutti, bene o male, sapevamo che prima o poi la
partita con quelli bisognava affrontarla e non sarebbe stata una passeggiata.
Noi forse avevamo un piccolo vantaggio: eravamo abituati a cavarcela sempre
da soli, loro erano più gruppo, uno a uno non valevano molto. Però il loro
numero, già elevato, cresceva di giorno in giorno. Alla fine prevale la
mediazione diplomatica. Il gruppo che ti dicevo interviene, manda
un'ambasciata a questi dicendogli due cose: che noi è come se fossimo loro e
che, se veniamo toccati, loro diventano immediatamente parte in causa, questo
per chiarire come stanno le cose. Per dargli qualcosa anche a loro, gli mandano
a dire che loro si assumono la parte dei garanti per noi e che non vi saranno
più screzi. Il suggerimento, che è anche qualcosa di più, è che ognuno si faccia
la sua galera, ignorando l'altro. Insomma: vivi e lascia vivere. Una soluzione
che lì per lì ha funzionato, ma che ha solo rimandato il problema. Nel senso
che, in brevissimo tempo, contenerli è diventato praticamente impossibile e
realisticamente, anche se ti tenevi fuori da queste cose e da quel modo di fare,
non potevi certo pensare di metterti contro. (A.)

L'episodio riportato dice molto circa il clima che ormai si inizia a


respirare. Gradualmente, ma incessantemente, le "masse" finiscono
con l'imporre il loro modello politico-culturale su gran parte del
circuito carcerario. Chi se ne sottrae può, al massimo, cercare di
sopravvivere quasi come un'ombra, con il rischio permanente di
vedere messa in gioco la propria vita per un semplice battito di ciglia
fuori posto. E' il caso di D., un nappista napoletano della prima ora. La
sua biografia è trasparente e lineare. Cresciuto tra miseria, lavoro
nero, piccole attività legate al contrabbando (Figurato, Marolda 1981) e
microtraffici illegali, passa gran parte della sua esistenza tra
orfanotrofio, riformatorio, carcere e manicomio criminale. In carcere
si politicizza e diventa una delle prime avanguardie politiche del
movimento prigioniero. Costituisce insieme ad altri detenuti ed ex
prigionieri uno dei primi nuclei operativi dei Nap. Per questa attività è
nuovamente incarcerato e subisce alcune pesanti condanne. A
differenza di gran parte degli ex militanti dei Nap non confluisce nelle
B.R., rimanendo fedele allo spirito originario del gruppo. In carcere,
anche se col tempo la sua attività politica sembra affievolirsi,
simpatizza con le aree della guerriglia di ispirazione maggiormente
movimentista. Personaggio di spessore politico e criminale modesto,

188
in carcere è noto soprattutto per il suo fare vagamente "boh‚mien" e di
lui nessuno, forse, si sarebbe preso cura, se nel frattempo non fossero
intervenute alcune circostanze, solo in apparenza occasionali. Nel
piccolo ma drammatico episodio di E., si annodano sordidamente, e
forse proprio per questo in un modo assai esemplificativo, i fili del
discorso che iniziano a "ordinare" il pianeta carcere. E. non muore
solo per una serie di circostanze fortuite, ma rimane un obiettivo
appetibile per ogni sorta di giustizieri e/o bonificatori, perchè‚
commette, suo malgrado, due errori fondamentali. Il primo,
storicamente datato, è la sua avversione all'autocritica nei confronti
dell'esperienza politica dei Nap. Nel momento in cui si trasforma in
"macchina governativa", una parte della guerriglia modifica la
normale battaglia politica in un'esplicita caccia al nemico interno. E.,
che per di più non risparmia commenti ironici e sarcastici nei
confronti dei nuovi governanti, si attira così inevitabilmente l'odio e le
ire degli zelanti funzionari ai quali la macchina burocratica ha
consegnato un potere pressoch‚ illimitato. Il secondo errore è che, con
una mentalità più da vecchio ladrone indipendente che da militante
politico, esprime nei confronti delle camorre giudizi non proprio
benevoli. Facendo ricorso a qualcosa che può essere definito "istinto di
classe", più che a raffinate argomentazioni teoriche, definisce i gruppi
camorristi come semplice continuazione del dominio di classe sotto
altra forma. E. ha ben presente cosa significhi per la popolazione
minuta il dominio camorrista. Ne conosce la ferocia e l'iniquità ma,
soprattutto, non può accettare la divisione del mondo in caste. Una
divisione che, pur su basi e presupposti diversi, sembra
obiettivamente ben vista dalla casta dei neo-funzionari
amministrativi. Ma conviene lasciare la parola all'interessato.

Non sono morto per un pelo, si vede che non era la mia ora e quel giorno il
destino ha fatto girare le cose in un certo modo. Devo la mia vita a un pacco di
libri che mi è arrivato proprio quella mattina, alla guardia del magazzino che,
invece di rimandare la consegna al giorno dopo, mi ha fatto chiamare per
andarlo a ritirare il pomeriggio stesso e a una serie di interventi a mio favore
che ci sono stati da parte di alcuni prigionieri, sia politici, sia comuni. In ogni
caso, qualche mese dopo, ho dovuto buttarmi volontario alle celle e per uno che
aveva passato la vita a combattere contro queste cose è stato peggio che morire.
Il motivo di tutto questo è un po' lungo e complicato. E' una cosa che ho avuto
modo di realizzare dopo, quando con un certo distacco ho potuto mettere
insieme tutti i pezzi di questa storia infame. L'origine, anche se può sembrare
strano, è nell'essere rimasto fedele all'idea originaria dei Nap. Quando la
maggioranza di questi si scioglie ed entra nelle B.R. io e altri non aderiamo a
quel progetto. Rimaniamo un po' insieme e ci orientiamo verso realtà politiche
a noi maggiormente affini. Questo ci procura non poche critiche ma, almeno

189
per un po' di tempo, la cosa non ha ripercussioni di altro tipo. Nel frattempo io
comincio a essere un po' deluso da tante cose e non ho più un ruolo molto
attivo. Un po' l'età che avanza e si fa sentire, specialmente per uno che è nato e
cresciuto in carcere, passando prima per gli orfanotrofi, poi nei minorili e con
qualche escursione non proprio indolore nei manicomi criminali; un po' per le
pieghe che avevano preso le cose, o forse anche per l'incapacità di starci dentro.
Aggiungici anche che cominciavo a sentirmi inadatto, superato, legato a
un'altra epoca e a un altro mondo, per tutte queste cose messe insieme mi ero
parecchio defilato. Ero più un simpatizzante che un militante attivo. Uno così
il buon senso direbbe di lasciarlo in pace, anche perchè‚, dal punto di vista dei
miei comportamenti carcerari, nessuno poteva dire mezza parola storta.
Quando però i brigatisti, o meglio una frazione di questi ormai sconfitta e allo
sbando, decidono di serrare le fila e rilanciare l'offensiva a partire
dall'omogeneizzazione del fronte interno, chiunque non sia saldamente
allineato diventa un possibile e probabile bersaglio. Da rivale politico ti
trasformano in nemico di classe. E' l'epoca in cui i nuovi poliziotti, perchè‚
sotto sotto la mentalità era questa, cominciano a epurare e purificare le carceri
da quelli che chiamano i cancri in seno al popolo. Militaristi, soggettivisti,
individualisti, ribelli piccolo-borghesi, ce n'è per tutti i gusti, diventiamo il
nemico pubblico da esporre continuamente al giudizio delle masse. Masse che,
in realtà, coincidono con gli apparati polizieschi e burocratici che hanno
iniziato a funzionare a pieno ritmo all'interno dei Kampi. Dentro questo
scenario la mia storia, ma è vero anche per tante altre, è ripescata e raccontata
in un certo modo. L'effetto immediato è che, almeno dentro determinate aree, io
sono completamente delegittimato. Tutto questo, però, avrebbe conseguenze
limitate se, contemporaneamente, non cadessi anche nel mirino della camorra.
I camorristi li avevo visti all'opera da giovane, non erano una bella cosa e
quelli nuovi erano assai peggio. La camorra, checch‚ ne dicano certuni, non è
uno strumento della lotta di classe, o meglio lo è, ma dalla parte dei padroni,
degli sbirri e dello Stato. La camorra, sotto qualunque sigla, è sempre stata
contro il popolo, lo ha sempre dominato e asservito. Il camorrista non combatte
il potere, ne vuole una fetta. E siccome ha fame e deve conquistarselo è ancora
più fetente di chi lo ha abitualmente. La camorra delle volte, ma è solo un
incidente di percorso, può scontrarsi con chi comanda, però poi ci si mette
d'accordo, mentre con chi non ha potere si scontra sempre, e non per sbaglio.
Questi in carcere stanno diventando una potenza, trovano un interlocutore di
prestigio anche dentro la guerriglia, con la quale, almeno nei fatti, si
spartiscono il governo interno. Io, forse ingenuamente, faccio il tragico errore
di dire queste cose apertamente. Comunque non sono il solo a dirle e a
pensarle. Il risultato è che finisco con lo stare sul cazzo a troppi, e sono quelli
che contano. Così arriviamo al fatto. In carcere avevamo ottenuto il diritto a
un certo numero di ore di socialità. Dalle 16.30 fino alle 20.30 era possibile
spostarsi di cella. Un giorno, senza che io ne sapessi nulla, all'ora della
socialità mi sento aprire la porta e vedo entrare ***, un camorrista che aveva

190
una ventina di morti fatti fuori più due freschi fatti in carcere. Era entrato per
uccidermi. Lì mi va bene che prima di uccidermi mi vuole umiliare e farmi
chiedere perdono per le cose che ho detto su di loro. Così, puntandomi il coltello
alla gola, mi fa inginocchiare e mi costringe a trascinarmi fino in bagno. Mi
prende per i capelli e mi infila la testa dentro al cesso. Tira più volte l'acqua,
tenendomi schiacciata la testa, tanto che ancora un poco e soffoco.
Fortunatamente per me più che un killer è un pazzo psicotico, infatti lo
bombardavano di calmanti, così la tira alla lunga, gli piace fare un po' come il
gatto col topo. Questa è la mia salvezza. L'agonia stava andando avanti da
una mezz'ora quando si sente il rumore di chiavi e il cancello della cella che si
apre. Sono le guardie che vengono a prendermi per portarmi in magazzino a
ritirare il pacco di libri che mi era arrivato. *** molla la presa e io, senza
pensarci due volte, esco di corsa dal bagno. Le guardie capiscono che stava
succedendo qualcosa, ma non pensano certo di avermi salvato la vita. Una,
infatti, mi lancia questa battuta: non è che dopo tutti 'sti anni ci stai
diventando pure ricchione? Non gli rispondo nemmeno ed esco. Ho solo la
prontezza di spirito di rivolgermi a *** per dirgli che visto che avevo ricevuto
dei libri che era tanto che aspettavo avrei dedicato la serata alla lettura, perciò
dovevamo rimandare la nostra socialità a un altro momento. Le guardie se lo
prendono e lo riaccompagnano alla sua cella. Sono salvo, ma non so fino a
quando. L'episodio, che era stata un'iniziativa non concordata, anche se mi
viene da dire non osteggiata da chi contava, scatena un bel po' di reazioni.
Molti si mettono dalla mia parte. Oltre ai compagni della mia area sono con
me un certo numero di comuni e - ed è forse la cosa che al momento risulta più
importante - i brigatisti dell'ala militarista. Questi lì sono forti e contano.
Loro, bisogna dirlo onestamente, anche se erano distanti da me anni luce, sono
sempre stati corretti e non si sono mai macchiati di infamie simili. Poi sulla
camorra avevano il mio stesso punto di vista. Insomma me la cavo. Però è
stata una parentesi momentanea. Nel giro di sei mesi era impossibile vivere.
Mio malgrado ho dovuto decidere di andarmene volontario alle celle. Per uno
che aveva fatto della lotta alla segregazione il principale scopo della sua vita,
era più che una presa per il culo. Ma la vita va così. (E.)

In questa piccola storia si può racchiudere la fine di un'epoca, la "breve


estate dell'anarchia" volge al tramonto senza lasciare, almeno
apparentemente, alcuna traccia. Ma il vero epilogo, dotato di una
dignità morale senza dubbio superiore, si consuma dentro il mondo
femminile che rimane a lungo l'ultima e più "irriducibile" nicchia di
resistenza. A questa resistenza, tenera ed estrema, è dedicato il
prossimo capitolo.

191
LA SAGGEZZA FEMMINILE.
L'ANELLO FORTE.

Nelle carceri femminili gli ammazzamenti si limitano a pochi tentativi


fortunatamente non riusciti. Un fatto che non si può spiegare, come le
logiche di senso comune (dal quale non si discosta il cosiddetto
pensiero della differenza) potrebbero far supporre, con la particolare
"natura" femminile più propensa alla pace che alla guerra (Brock -
Utne 1989). Le logiche epurative, nei femminili, hanno un seguito
limitato per altri motivi. All'interno di questi, dopo la messa in mora
delle malavitose tradizionali all'inizio degli anni Settanta, si è
delineata una comunità prigioniera che ha prodotto un legame
solidale ben più saldo e inossidabile di quello presente nei maschili. I
motivi vanno ricercati, più che nella differenza di genere in quanto
"presupposto", nel ruolo che la condizione femminile gioca nella
costituzione dell'identità prigioniera e nel suo "farsi" bandita e/o
guerrigliera. La mia ipotesi è che nel quadro dell'obiettiva
subordinazione socio-culturale in cui le donne sono storicamente
confinate le loro scelte non convenzionali finiscono con l'essere
sempre più radicali e meno inclini alle negoziazioni rispetto a quelle
dei colleghi maschi (Far‚, Spirito 1979). Non è del tutto casuale, ad
esempio, che il fenomeno del pentitismo, politico o comune, sia stato
tipicamente maschile. A differenza degli uomini che, anche quando
imboccano vie estreme non sono mai considerati fuori posto,
l'insubordinazione femminile entra immediatamente in rotta di
collisione, ancora prima che con la legge, con un ruolo sociale e
culturale. La storia è piena di ribelli, banditi, rivoluzionari
(Hobsbawm 1966; 1971; 1975) e guerriglieri sempre declinati al
maschile, mondi pressoch‚ esclusi all'universo della donna. In altre
parole, se l'epoca della presunta incompatibilità femminile con
l'elaborazione concettuale (Lonzi 1974) è tramontata, quella
dell'"autonomia d'azione" sembra lontana a venire. Per questo quando
le donne infrangono le regole lo fanno con una coerenza e una
determinazione sconosciuta ai mondi maschili, il che contribuisce a
rendere pressoch‚ inossidabile il legame di sorellanza. Ancora prima
di essere delle comuni o delle politiche, le bandite o guerrigliere sono
donne che hanno "scelto", e per farlo non hanno dovuto
semplicemente infrangere la "legge" ma battersi e modificare i micro
rapporti di potere della vita quotidiana, i condizionamenti culturali e i
modelli di gerarchia considerati inamovibili. Per un uomo cresciuto
nelle periferie o nei quartieri delle grandi città industriali ritrovarsi
all'interno di certe situazioni criminali poteva essere la semplice

192
evoluzione di uno stile di vita abbastanza diffuso nella comunità
maschile locale (Dal Lago, Quadrelli 2002). Non troppo diversamente,
approdare a forme di lotta illegale e armata rappresentava il possibile
approdo per chi era cresciuto nella pratica dei servizi d'ordine e degli
scontri di piazza nei primi anni Settanta (Philopat 2002; Segio 2004).
Evoluzioni tutt'altro che scontate per le donne. Entrare in una banda
di quartiere o nel logistico di un servizio d'ordine poteva avvenire solo
attraverso una radicale messa in discussione delle piccole ma spesso
più soffocanti convenzioni quotidiane. Per le donne il primo e
decisivo problema è affermarsi in quanto soggetto autonomo, poter
parlare in prima persona senza appoggiarsi a una qualche figura
maschile, insomma esistere senza dover necessariamente stipulare un
qualche tipo di "contratto" (Pateman 1997) con una figura maschile.
Un passaggio che tende ad accomunare bandite e guerrigliere, come
dimostrano le due storie di vita che seguono. Nel primo caso una
giovane teppista urbana ricorda il modo in cui si è legittimata
all'interno di una banda di quartiere. Nel secondo una militante
politica, in seguito approdata a un gruppo armato, descrive
l'emancipazione sua e di altre donne dal ruolo di angelo del ciclostile.
In entrambi i casi, riconoscere loro un ruolo di pari dignità ha
rappresentato non pochi problemi ai membri maschili del gruppo, a
riprova di come anche i mondi "non rispettabili" non siano immuni da
perbenismi e convenzionalismi. Gli ostacoli più grossi nella maggior
parte dei casi dovettero affrontarli le donne militanti. Nel mondo delle
"gang", fondato quasi ossessivamente sulla belligeranza, dimostrare di
saper stare sul ciocco diventava un "passepartout" in grado di
scardinare anche i più radicati pregiudizi e annullare i retaggi
culturali prevalenti basati per lo più sulle logiche di senso comune.
Nello stile di vita delle "gang", inoltre, la predisposizione all'"azione"
non si limitava a un semplice rito inclusivo di tipo militare. L'"azione",
a prescindere dai suoi scontati aspetti bellici, come un'intervistata
puntualizza, introduceva all'interno di un mondo sociale dove era
fondamentale la condivisione di comuni affinità "morali", una
comunità che non poteva che riconoscere pari dignità a tutti i suoi
appartenenti. La "forma" banda annullava le differenze di genere, così
come aveva in precedenza azzerato i retaggi culturali di tipo
regionalista (Dal Lago, Quadrelli 2002).

A raccontare il rito inclusivo in una "gang" genovese è L., una donna di


52 anni che ha vissuto in gioventù l'esperienza di una banda di
quartiere; in seguito ha subito varie condanne per reati contro il
patrimonio e ha concluso la sua carriera illegale gestendo un giro di
gioco clandestino (Dal Lago, Quadrelli 2003).

193
Subito mi guardavano un po' così, come un animale strano. Con le donne
avevano un atteggiamento da duri, sembrava che loro fossero chissà chi. Ti
giravano intorno, ma di farti stare in mezzo a loro, dico come gruppo, non ci
sentivano tanto. Poi soprattutto avevano questa idea che gli uomini
comandano e le donne devono ubbidire, un'idea del cazzo. Forse erano, però,
più cose che dicevano così, poi non erano così stronzi, anche perchè‚, dopo, stare
nel gruppo, nella banda, era la cosa che contava di più. Se ci stavi dentro, se eri
del gruppo, essere uomo o donna aveva meno importanza, il gruppo contava di
più. L'amicizia, essere uno per l'altro era quello che contava sul serio. Però
entrarci non era proprio facile, dovevi dimostrarti all'altezza. Ti sto parlando
di un'epoca dove non si facevano grandi cose, erano più robe così, da strada. Il
resto, parlo dei furti e delle rapine soprattutto, c'è stato dopo, ma non è neanche
stata una cosa di tutti. Io ti sto parlando del '72, '73. Era più che altro una cosa
di via, di quartiere. C'erano le moto, le scianche, qualche catenata, niente di
più. C'era anche qualche furto, ma i più lavoravano, o almeno facevano
soprattutto quello. Poi qualche guaio in giro lo si poteva anche combinare, ma
niente di grosso. Ai ragazzi, a noi, più che altro gli piaceva portarci in giro.
Tra di noi c'erano le solite cose. Le più sceme facevano a gara per diventare la
donna dei più tosti. Gli piaceva fare la donna del capo. Un ruolo del cazzo.
Devo dire, però, che queste venivano prese per quello che erano, delle mezze
zoccole, e non erano tenute troppo in considerazione. perchè‚, anche se le storie
personali, più o meno di sesso, avevano la loro importanza, nel gruppo contava
proprio essere del gruppo, potersi fidare, contare uno sull'altro. Per farlo ci
doveva essere un rapporto alla pari, non potevano esserci delle differenze. E'
impossibile fidarsi se consideri un altro diverso da te. Il posto nel gruppo, una
volta per tutte, me lo sono guadagnato sulla moto. Una sera avevo una
Kawasaki, la 500, che avevo rubato da un paio di giorni, un bolide noto per
essere poco affidabile. In effetti aveva un telaio e dei freni impossibili, da
incubo. Non a caso era chiamata 'la bara'. Però io sulle moto c'ero cresciuta e
sapevo come domarla. Il trucco era dosare l'acceleratore in uscita. Oltre
ovviamente a non sbagliare l'impostazione della curva, perchè‚ con quel telaio
era impensabile modificare la traiettoria una volta impostata. Dovevi
rassegnarti a perdere qualcosa in entrata, tanto con il motore che ti ritrovavi
sotto recuperavi subito in uscita, alla grande. Così quella sera ci andiamo a
cercare la madama. Col casino che facevamo era chiaro che ci avrebbero
palettate. Io ero davanti. Ci sono due pattuglie che fanno i blocchi. Mi
segnalano di fermarmi. Rallento, faccio per accostarmi e quando sono quasi
ferma, gli porto via la paletta di mano e accelero. Scatta l'inseguimento. Non si
preoccupano neanche degli altri. Mi vengono dietro tutte e due. Ci danno
dentro ma non riescono ad avvicinarsi. A quel punto devono aver dato la
comunicazione via radio, vedo arrivare altre due pattuglie. Mi tocca cambiare
strada per forza. Me li porto su un misto che porta sulle alture. Non mollano.
Arriviamo a un bivio e me la devo giocare. Praticamente faccio una curva ad
angolo retto. Per riuscirci faccio impennare, in frenata, la moto in avanti, così

194
posso girarmi senza dover derapare, perchè‚ sapevo che non l'avrei tenuta. Loro
arrivano in velocità e per starmi dietro devono fare un testacoda. La prima
auto lo fa, l'autista era uno con le palle, ma quella che gli era subito dietro non
fa in tempo a manovrare e gli finisce dentro. Bivio bloccato e a quel punto ero
già dall'altra parte delle colline e stavo ritornando al bar. Quella è stata la cosa
che mi ha portata definitivamente, e con un bel po' di gloria, dentro la banda.
Non è che in moto, ma anche in macchina, fossero tanti quelli in grado di
starmi dietro. (F.)

Tra i politici, invece, le resistenze all'emancipazione femminile, a


prescindere dalle attestazioni di principio puramente formali, sono
maggiori e finiscono con l'evidenziare contraddizioni che hanno
accompagnato da sempre gran parte dei movimenti rivoluzionari
occidentali. A dimostrazione di come la condizione di maschio bianco,
per lo più socialmente incluso, condizionasse pesantemente l'agire di
gran parte dei militanti. Un condizionamento che impediva,
obiettivamente, di gettare lo sguardo oltre i canoni più tradizionali
della politica. In ciò, a mio avviso, c'è qualcosa di più di un semplice
ritardo della "coscienza". L'accettazione acritica e la spoliticizzazione,
perchè‚ considerate oggettive, di determinate pratiche di
subordinazione e inferiorizzazione (donne, minori, minoranze,
popoli coloniali eccetera (Dal Lago 1985) rimandano piuttosto a un
modello "evoluzionistico" della rivoluzione. Modello dal quale il
marxismo, o almeno le sue varianti "molli" (Foucault 1977), non sono
risultati immuni. Sullo sfondo non vi è altro che la santificazione della
cosiddetta teoria delle forze produttive, una teoria che obiettivamente
ha finito con il giustificare, in chiave progressista, fenomeni di
dominazione, stupro e rapina all'esterno, come nel caso del
colonialismo e dell'imperialismo, e pratiche di esclusione sociale
all'interno. La teoria delle forze produttive, a ben vedere, non è altro
che la versione di sinistra delle pratiche di civilizzazione, da sempre
alibi tardivi delle logiche imperiali e coloniali. Una logica che
organizza il mondo attraverso una sorta di scala cromatica, "la linea
del colore" (Portelli 1994), dove anche la rivoluzione può essere
appannaggio solo di chi abita ai piani alti. Gli altri, donne, minoranze,
popoli extraoccidentali, "anormali" e così via, possono, nella migliore
delle ipotesi, correre a rimorchio mantenendo però un ruolo
subordinato. Aspetti (e non è sorprendente il parallelo che
immediatamente la militante dell'intervista pone con la "negritudine")
accuratamente descritti da E., una donna milanese di 50 anni,
militante in un collettivo di quartiere prima e in una piccola
formazione armata dopo il 1977.

Quello dell'autonomia, per le donne, è sempre stato un problema. I compagni,

195
anche se a parole lo negavano, si comportavano sempre come se tu fossi
inferiore. Un atteggiamento neppure troppo ragionato, gli veniva spontaneo,
naturale. La semplice forza dell'abitudine, del mondo che è sempre andato così.
La tua inferiorità era un dato di fatto. Non c'era neppure cattiveria e
accanimento, solo abitudine. Un po' come doveva essere l'atteggiamento di un
bianco, nato in Sudafrica o in Texas, nei confronti dei neri. I neri erano neri,
non c'era tanto da discutere. Qua le donne erano donne, fine del discorso.
Mentre si elaboravano in continuazione progetti rivoluzionari, nelle cose di
tutti i giorni i rapporti di potere politico e le gerarchie sociali, tra i generi,
rimanevano inalterati. Non sto parlando della cosiddetta sfera personale, tema
che è diventato centrale nella riflessione di una parte del movimento
femminista. Mi riferisco all'aspetto pubblico, alla dimensione dell'attività
politica. Le donne erano sempre le donne di qualcuno e avevano maggiore o
minore prestigio in base al peso sociale del compagno al quale la davano. Come
nella migliore, o peggiore, a seconda dei punti di vista, retorica piccolo-
borghese, le donne erano un'appendice della figura maschile. Non è che molte
di noi, a dire il vero, facessero granch‚ per scrollarsi di dosso queste assurdità.
Molte, accettando supinamente queste logiche, finivano per enfatizzarle. Così
scoparsi il leader del momento, farsi vedere alle assemblee con questo, piuttosto
che con quello, diventava la loro attività preferita. Ciclostilare, scrivere i
tazebao, occuparsi del lavoro di segreteria, correggere le bozze, oltre a essere il
morbido riposo dei nostri guerrieri, era l'orizzonte a cui eravamo delegate. E i
nostri, del guerriero, ne avevano spesso la palla. Anche se non lo volevano
ammettere per loro il militare finiva per separarsi dal politico, non ne era più
subordinato ma assumeva una dimensione autonoma, quasi mistica. Per
molti, almeno da un punto di vista esistenziale, cessava di essere un mezzo per
diventare un fine. Una logica che tra le donne, invece, non ha mai prevalso. In
realtà per noi la dimensione politica, in senso ampio, ha sempre avuto un ruolo
centrale. Tenerci fuori dall'ambito militare, mi riferisco ancora all'epoca degli
scontri di piazza, era una cosa ovvia. Non discostandosi troppo dal modello
inaugurato dalla rivoluzione francese, anche nel movimento le donne non
avevano diritto a portare le armi. La rivoluzione, insomma, continua a essere
un modello puramente maschile. Però non tutte ci stiamo. Nel mio collettivo io
e altre cominciamo a porre la questione della partecipazione al servizio
d'ordine. La reazione dei compagni maschi è simile a quella dei bianchi
americani a proposito dei trasporti misti. L'idea è che ognuno deve stare al
proprio posto. Le donne non sono tagliate per certe cose. Qualcuno, a suo modo
più sensibile e democratico, rifacendosi all'esperienza partigiana ipotizza un
nostro utilizzo come staffette. La nostra risposta è: fottiti. Dentro le cose noi ci
vogliamo stare con pari dignità. Così li poniamo di fronte a un "aut aut": o le
cose si fanno e si decidono insieme, oppure noi ce ne andiamo per i cazzi nostri.
Se condividiamo la stessa ipotesi politica, allora condividiamo l'insieme delle
attività. Se questo non è possibile vuol dire che non esistono i presupposti
politici per stare insieme. Di fronte a questa drastica alternativa fanno buon

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viso a cattiva sorte. Provano comunque a darci un ruolo marginale. In pratica
ci promuovono dalla produzione dei volantini a quella delle bocce. Cioè
dovremmo sobbarcarci il lavoro bruto e poi starcene a guardare. L'idea è quella
di tenerci fuori dalla direzione dello Sdo, di non farci partecipare alle riunioni
con gli altri spezzoni di servizio d'ordine e, quindi, non partecipare alla
pianificazione delle operazioni che abitualmente si svolgevano dentro e ai
margini del corteo. Ovviamente ci opponiamo e chiediamo di avere alcune di
noi in direzione. Questo è stato lo scontro più duro, però la spuntiamo. Il resto
ha poco senso raccontarlo, è cronaca dei tempi. Però c'è qualcosa che vale la
pena di raccontare: la diversità di atteggiamento che noi avevamo, rispetto ai
maschi, dopo gli scontri. Questo non è banale. Dopo una battaglia di piazza
noi difficilmente la tiravamo per le lunghe. Certo, eravamo orgogliose se
avevamo raggiunto gli obiettivi o eravamo riuscite a contenere le cariche, a
contrattaccare o a colpire certi obiettivi. In questo, anche tra noi, un po' di
narcisismo c'era, ma la cosa finiva lì. I maschi, invece, su quelle cose ci
vivevano. Finendo anche per raccontare e raccontarsi un sacco di balle. In più
sputtanavano tutto, perchè‚ bastava entrare in un bar e si veniva a sapere,
nome e cognome, chi aveva fatto questa o quella cosa, con quale struttura e
appoggiandosi a quale logistico. Dei veri geni della guerriglia. (M.)

E' da questa condizione di margine che la sorellanza prenderà forma.


Nei mondi maschili, mettersi all'altezza, non tirarsi indietro sono
retaggi culturali socialmente accettati e codificati, che appartengono,
con uguale intensità, ai mondi legali e illegittimi. Gli effetti delle
pratiche illegittime, pertanto, finiscono con l'avere ricadute diverse,
perchè‚ distanti sono i punti di vista originari. La loro condizione
"esistenziale" le avvicina maggiormente ai "negri" in rivolta di Watts
(Conot 1970), ai "dannati" dell'Algeria (Fanon 1976) e ai "charlie"
vietnamiti (Mitchell K. 2003) piuttosto che ai coscienti operai bianchi
delle metropoli occidentali perchè‚, per loro come per i popoli
colonizzati la questione del potere non può risolversi semplicemente
con la sua "presa". La lotta "per" e "contro" il potere finisce con
l'investire tutti gli aspetti in cui i rapporti di dominazione si
manifestano, facendo vivere, nelle lotte, una pratica di "potere
costituente" obiettivamente inconciliabile con la tradizione politica
occidentale, modello dal quale non si sono mai discostati troppo i
classici movimenti rivoluzionari. Non sorprende perciò come per le
donne ribelli le istituzioni totali, da sempre deputate a contenere tutto
ciò che è considerato "socialmente anomalo", finiscano con il
rappresentare la forma compiuta dei rapporti di dominazione e nei
loro confronti la mediazione diventa impossibile. L'iscrizione nel
registro della "follia", come si è visto in un capitolo precedente, spesso
non era altro che l'ultima e disperata pratica di insubordinazione nei
confronti di una realtà "esistenzialmente" incompatibile (Valcarenghi

197
1975). Approdo drammatico e disperato che ben poco aveva a che fare
con una presunta inclinazione femminile, come non raramente è
stato ipotizzato, maggiormente propensa al ripiegamento su se stessa
e alla riscoperta di una dimensione squisitamente intimista. In realtà,
anche nella "follia" le donne mostrano "solo" un'irriducibile avversione
alle istituzioni totali, e per questo ne diventano le critiche più attive,
anticipando sovente i colleghi maschi. E' una radicalità in qualche
modo spontanea, priva di ideologizzazioni e forzature.

Nel corso della ricerca ho avuto modo di recuperarne un certo numero


di esempi. Nel primo, che descrive il modo in cui una giovane teppista
organizza la fuga di una sorella, a colpire è soprattutto l'assenza di
enfasi e di eccezionalità. Far evadere la sorella/amante appare
piuttosto la naturale conseguenza di un codice comportamentale
ovvio e consolidato.

Con *** era un po' che stavamo insieme, ma oltre a questo eravamo proprio
come due sorelle. Ogni tanto avevamo anche qualche ragazzo, però tra noi la
cosa era veramente speciale. Lei l'avevano arrestata e mentre era dentro le era
arrivato un definitivo di tre anni. Tra una storia e l'altra rischiava di farsi una
corsa bella lunga. Una prospettiva che non potevo accettare. Come se non
bastasse, non potevo nemmeno andarla a trovare. Non potevamo certo fare la
convivenza. Le scrivevo, le mandavo i pacchi, non potevo fare altro. Ero
perennemente incazzata. Parlando con una che era uscita da poco mi viene
l'idea per portarmela a casa. Questa era stata ricoverata in ospedale per
epatite. In carcere non avevano ancora un reparto per gli infettivi e se ti
ammalavi finivi dritta all'ospedale. Da lì, secondo questa, andarsene non era
facilissimo ma, con un po' d'aiuto, diventava possibile. Il bagno non aveva
sbarre ed era occultato alla vista della scorta. La finestra era di quelle che si
aprono solo a metà. Però si poteva abbastanza facilmente svitarne una parte,
in questo modo una donna riusciva a passare. L'operazione poteva essere
condotta in quattro, cinque volte, per non prolungare eccessivamente la
permanenza al bagno. Da lì camminando su un pezzo di cornicione si
potevano raggiungere le tubature del gas e usarle per scendere. Il problema
vero nasceva al piano di sotto. L'edificio formava come una specie di terrazzo,
cioè non scendeva giù piatto. Il tubo del gas passava dentro al muro, per
spuntare nuovamente di sotto. Dalla sporgenza, arrivarci era impossibile. Da
quella specie di terrazzino a terra c'erano almeno otto metri, un salto
proibitivo. Un aiuto esterno diventava indispensabile. Ma era un ostacolo che
non mi sembrava per nulla insormontabile. Per prima cosa vado a filarmi
l'ospedale e ad accertarmi che le notizie ricevute siano corrette. Una volta
verificatane l'esattezza, mi metto in pista. Non mi fidavo della corrispondenza,
perciò la evito. Le faccio arrivare un messaggio scrivendo tanti piccoli
bigliettini che infilo nell'orlo di una gonna. Le mando un modello e un colore

198
che lei detestava. In questo modo immagino capisca che la gonna non gliel'ho
mandata per indossarla. Infatti capisce al volo. Dopo qualche giorno ricevo
una sua lettera in cui mi ringrazia tantissimo per il bellissimo regalo che le ho
fatto, poi sul finire mi accenna che non si sente tanto bene e spera di non essersi
beccata qualche malattia, mi butta lì che, ultimamente, ci sono stati alcuni
casi di epatite. Nel giro di 15 giorni riesce ad ammalarsi. Si era mangiata una
decina di uova, messe preventivamente a marcire, oltre a della carne
putrefatta. Dentro a una camicia da notte le faccio avere le ultime istruzioni.
L'orario migliore è verso le nove di sera, perchè‚ era già buio, ma in giro per
l'ospedale c'era ancora parecchio via vai. Più tardi se qualcuno mi avesse
notato poteva anche insospettirsi. Per sapere quando lei era pronta tutti i
pomeriggi, tra le tre e le quattro, mi sarei messa in una panchina da dove
potevo guardare la finestra del bagno. Lei doveva mettere fuori il foulard che
indossava sempre. La sera sarei stata pronta. Dopo due giorni il segnale. Mi
resta solo da prendere una macchina. La rubo alle sei di sera in pieno centro,
con le chiavi dentro. Nel bagagliaio trovo anche una maxi spesa bella fatta,
tutto tempo risparmiato. Alle otto e mezza sono pronta. Posteggio la macchina
in una zona tranquilla e facilmente raggiungibile. Prendo la borsa con dentro
la corda, un paio di scarpe, un cappotto e mi avvio. Pochi minuti prima delle
nove sono sotto la finestra. Per evitare di essere notata mi nascondo tra le
piante delle aiuole. Dopo una ventina di minuti vedo un accendino che si
accende e spegne tre o quattro volte, è lei che sta per uscire dalla finestra. Le
rispondo accendendo, a mia volta, un accendino. Mi avvio e incrocio le dita. Il
vero problema è non cadere dal cornicione, c'era un attimo in cui dovevi
mollare la presa e agganciarti di corsa al tubo del gas, un attimo solo, ma
poteva essere fatale. Corro sotto il terrazzino e lancio la corda. Quasi
immediatamente *** si affaccia e inizia a scendere. Si infila scarpe e cappotto
e ce ne andiamo. (F.)

Nel secondo esempio, invece, una bandita si preoccupa di organizzare


la fuga di un fratello della batteria col quale aveva una storia
sentimentale, anche se, come chiarisce immediatamente, questo è un
aspetto secondario. Decisiva è infatti l'amicizia e il senso di solidarietà
che lega le donne e gli uomini della batteria, un sentimento che non ha
bisogno di equilibrio tra dare e avere. L'amicizia sembra sottostare a
un unico imperativo: "da ciascuno secondo le sue possibilità a
ciascuno secondo le sue necessità". Nella breve descrizione di M. sono
presenti gran parte degli stili di vita abituali delle batterie: armi,
rapine, conflitti a fuoco, latitanza, carcere, che scorrono nelle sue
parole con una naturalezza impressionante.

Avevano legato quello con cui stavo per delle armi. Siccome erano armi da
guerra gli avevano dato una bella stangata. Lo avevano sballato per una
rivolta, ma era stato un bene perchè‚ quello dove era finito era un carcere più

199
piccolo. Vado a colloquio e ridendo e scherzando gli dico se ha intenzione di
farsela tutta la corsa, se no per stargli dietro mi toccava farmi monaca. Dopo
qualche cazzata sul più e sul meno cominciamo a parlare di come è combinato
lì e se c'è la possibilità di mettere su un movimento. Io ero uscita da un mese in
scadenza e potevo muovermi abbastanza tranquillamente. Soldi ne avevamo
perchè‚ avevamo già lavorato, perciò per un po' di tempo potevo dedicarmi
completamente a lui. Tra noi il rapporto era molto liscio, alla pari, stavamo
insieme ma eravamo anche qualcosa di più, molto di più. L'amore, il sesso
contano, ma alla fine hanno una scadenza. Cioè è una palla quella che puoi
stare con uno sempre, e starci come all'inizio. L'amore finisce, la complicità, la
fratellanza o chiamala pure solo amicizia, quella vera, no. Per una sorella o un
fratello fai qualunque cosa e non è obbligatorio andarci a letto insieme, se
succede meglio, ma è un "optional" che non aggiunge o toglie niente. Al
contrario non c'è scritto da nessuna parte che se scopi con uno o una ti ci senti
legata al punto da rischiartela senza problemi. Noi scopavamo insieme ma
avrei fatto le stesse cose anche se non ci fossimo mai toccati con un dito.
L'amicizia era la cosa che contava di più. Così cominciamo a pensare in che
modo poteva andarsene. Prendiamo in esame le varie soluzioni e intanto lui si
guarda un po' intorno per verificare le varie ipotesi. Ci siamo rivisti dopo 15
giorni. Lui aveva parlato con un po' di ragazzi e alla fine l'unica via di fuga
possibile era quella che passava dall'ingresso principale. Apparentemente
sembrava la strada più difficile, ma era solo un'impressione. Il perchè‚ te lo
posso spiegare facilmente. La maggior parte di quelli che stavano dentro ad
andarsene non ci pensavano, non era nella loro mentalità. Sì, poteva succedere
che qualcuno facesse un'evasione da barzelletta, calandosi in strada con le
lenzuola arrotolate, ma erano giusto barzellette. La maggioranza in carcere ci
stava perchè‚ ci voleva stare, e se sapeva di un tentativo di evasione non solo
non ne approfittava, ma se l'andava a cantare di corsa. Loro, però, lì sono un
bel gruppetto e possono controllare abbastanza bene la situazione ed evitare di
farsi sgamare il movimento. Il problema vero è fare entrare un pezzo, dopo se
la sarebbero vista loro. Ragioniamo su questo. Non è una cosa che si può
improvvisare e va verificata con calma. Riparto e dopo tre giorni ritorno
insieme a un'amica. Affittiamo una stanza con i santini taroccati e iniziamo a
darci da fare. Siccome era una città piena di studenti ci conciamo da
studentesse, ci procuriamo anche un po' di libri che ci portiamo sempre dietro.
Troviamo un viale, abbastanza frequentato, da dove è possibile controllare la
cinta e l'entrata senza dare nell'occhio. Ci passiamo a orari diversi, così
scopriamo che, di sera, una piccola parte del muro rimane al buio. Non
dovrebbe essere impossibile scalarlo e gettare all'interno il pezzo. Facciamo
una ricognizione più approfondita e ci rendiamo conto che il muro è
attaccabile anche senza essere delle esperte di alpinismo, l'attrezzatura che
occorre è minima. Rimane da sapere se loro sono in grado di recuperare il ferro.
Torno a colloquio e gli spiego come si può fare. Mi dice che sono in grado di
arrivarci e decidiamo di partire. A quel punto ci mettiamo a cercare una

200
possibile base d'appoggio dove rimanere imboscati nel caso non fossimo riusciti
a buttarci in tempo in autostrada. Oltre a questo ci saremmo dovute
preoccupare delle auto. All'azione avrebbero dovuto partecipare anche altri
della batteria. Una settimana prima del giorno stabilito scoppia un casino. Tre
della batteria sono arrestati dopo aver forzato un posto di blocco. Stavano
spostando delle armi e sono finiti dentro a un pattuglione. E' finito con un
pandemonio e li hanno beccati. Seguono una serie di perquise e, per la
leggerezza di qualcuno, saltano anche altre cose. Tra queste, fatto non
trascurabile, gran parte dei soldi che avevamo. Per sfortuna, cazzate e
leggerezze di qualcuno ci ritroviamo nella merda. A far saltare il ciocco non ci
penso nemmeno. Per fortuna gran parte delle armi sono ancora imboscate e a
disposizione. Sottomano, perchè‚ altri si erano messi in bandiera e non riuscivo
a recuperarli in quattro e quattr'otto, c'era solo uno oltre all'altra ragazza. Lei,
più che altro, era legata a me e con la batteria ci stava e non ci stava. Per
fartela breve decidiamo di darci da fare. Ci servono dei soldi e subito. Di pronto
non abbiamo niente, però c'è una banca che avevamo fatto già tre volte, tanto
valeva farla una quarta. Ce la filiamo una mattina, vediamo che non è
cambiato nulla dall'ultima volta e il giorno dopo ce la facciamo. Non
prendiamo tanto, ma al momento bastano. Tutti quei casini ci hanno fatto
saltare un po' i tempi, non riusciamo a recuperare una base sul posto. Avevamo
ancora la stanza presa in affitto come studentesse, dobbiamo accontentarci di
quella. Questo, però, ci impedisce di portarci dietro ***, la proprietaria su
questo punto era stata fin troppo chiara: niente bordelli in casa mia. L'unica
cosa che può fare è aspettarci in un Autogrill, se tutto andava per il meglio
avremmo fatto lì il cambio auto. Se non ci vedeva arrivare poteva andarsene.
Vuol dire che le cose avevano preso una piega diversa ed era inutile farlo
rischiare per niente. Mancano tre giorni e rinviare era impossibile. In carcere
stavano facendo dei lavori di ristrutturazione e avrebbero reso inaccessibile
proprio la zona dove si poteva lanciare il pezzo. Per i motivi che ti ho spiegato
dobbiamo fare tutto all'ultimo momento. Le macchine preferiamo prenderle
con le chiavi, per evitare complicazioni. Verso le cinque ci mettiamo al lavoro.
La prima la troviamo quasi subito, è una berlina anonima e decidiamo di
usarla per il primo cambio. La seconda la prendiamo parecchio fuori zona ed è
quella che vogliamo usare per portarci subito via il mio uomo e qualche altro.
Eravamo d'accordo che, se avessimo potuto, avremmo fatto trovare anche un
altro paio di auto con le chiavi, ma visto come erano andate le cose era
impensabile. Per non lasciare nella merda chi rimaneva a piedi ci portiamo
dietro qualche ferro in più. Con quello in mano avrebbero dovuto cavarsela
ugualmente. In macchina, per noi, teniamo un pompa, un canne mozze oltre
alle nostre armi personali. Verso le 9.30 ci muoviamo. Fila tutto liscio. Scalo il
muro e lancio il pezzo. Non ci resta che aspettare. Dopo una mezz'ora scoppia
il putiferio. A un cancello dall'uscita uno sbirro li ha sgamati e ha iniziato a
sparargli contro. Sono dovuti rientrare e barricarsi. Era andato tutto a
puttane. (M.)

201
Nell'ultimo caso una militante, attivando il suo giro femminista,
predispone il piano di fuga per il proprio compagno detenuto.
Rispetto alla precedente, questa descrizione ha un'articolazione
diversa, dedica molto più spazio all'elaborazione politica del progetto,
in altre parole si tratta di una riflessione sul perchè‚ dell'agire. E' una
testimonianza importante, non tanto per l'elaborazione teorica, ma
per la messa a nudo di alcuni temi per lo più caduti nell'oblio. Per lei e
il suo collettivo il carcere diventa la materializzazione più evidente dei
rapporti di potere, una messa in discussione che, come tiene a
puntualizzare, ha un'origine prevalentemente morale. La sola
presenza del carcere suscita indignazione. Abbatterlo, disarticolarlo,
incrinarlo, metterlo in crisi è qualcosa che ha a che fare con la dignità
umana più che con la lotta politica. Una radicalità esistenziale, di
pelle, come racconta, piuttosto che una strategia politica ben definita.
E' probabilmente questa dimensione esistenziale che le permette di
non perdere l'ironia, nel momento in cui descrive le vicissitudini alle
quali lei e il suo gruppo vanno incontro per portare a compimento
l'operazione. Nel loro agire c'è una sorta di "innocenza" non dissimile
da quella delle colleghe le cui imprese sono state appena ricordate.
L'unica differenza è che, nelle prime, la dimensione dell'"azione" è
abituale, nelle seconde finisce per suscitare stupore e incredulità.

Il mio compagno lo avevano arrestato per delle bocce e una pistola. All'epoca
facevamo parte di una struttura illegale ma non clandestina. Eravamo
contrari alla clandestinità come scelta strategica, per noi il lavoro illegale era
un aspetto del lavoro politico complessivo. Come saprai, questi erano discorsi
all'ordine del giorno dentro il movimento. Non si metteva in discussione la
necessità di attrezzarsi per un salto di qualità della lotta rivoluzionaria, gli
scazzi grossi erano sui tempi e i modi. Il discorso sul carcere per molti di noi
aveva un'importanza decisiva. Simbolicamente rappresentava il punto più
alto dell'oppressione e del dominio. Forse, un po' ingenuamente, lo consideravo
la vera e propria sintesi del potere. Lottarvi contro lo consideravo, ancora
prima di un obiettivo politico, un dovere morale. Nella mia storia la morale ha
sempre avuto un'importanza fondamentale. Il carcere era una di quelle cose
che mi facevano venire un groppo allo stomaco. Avrei buttato giù quelle mura
a calci. Andavo a trovarlo tutte le settimane, il contatto con quel posto mi
faceva incazzare, se possibile, ancora di più. Diventavo sempre più furibonda e
poco disponibile alla mediazione. Farlo evadere mi sembrava il minimo. Ho
sempre avuto una grande ammirazione e considerazione per Ulrike Meinhof,
anche lei tra i primi obiettivi si era posto quello della liberazione di alcuni
compagni. Un esempio che ritenevo giusto seguire. Le nostre forze erano
limitate e tra i compagni del movimento non trovavo molte attenzioni verso le
mie richieste. E' dentro il collettivo femminista, in cui sto anche se non mi ci
identifico interamente, che trovo le risposte che cercavo. Qua apro una piccola

202
parentesi. Il movimento femminista è stato tante cose. In mezzo c'erano le
"radical chic" del cazzo, ma c'erano anche tante altre cose. Per le donne che
avevano scelto di lottare, rompere l'oppressione e il dominio era più una cosa
esistenziale che politica. Mettersi in pista per tirare fuori un compagno
rientrava in questa logica. Qua dobbiamo iniziare a fare i conti con la nostra
arretratezza di fronte agli obiettivi concreti della lotta rivoluzionaria.
Avevamo rivoltato il mondo come un calzino, scritto, detto e urlato cose
terribili, ma una volta di fronte al mostro non sapevamo neppure da che parte
incominciare per scalfirlo. E dire che abbatterlo ci sembrava la cosa più ovvia.
La decisione di portare fuori il mio compagno è stato un processo di crescita e
maturazione non indifferente. Una cosa che ha avuto un peso notevole nel
romanzo di formazione mio e di altre. Appena ho l'opportunità di incontrare
*** lo informo della nostra completa disponibilità a lavorare per la sua
liberazione. Non possiamo immaginarci cose troppo da Tupamaros, però
siamo determinate. In attesa che maturi un'idea cominciamo ad addestrarci.
Impariamo a rubare le automobili, perchè‚ sicuramente è una cosa che serve.
Impariamo velocemente a aprirle, ma quando dobbiamo fare il collegamento
con i fili andiamo in panne. Così impariamo a prenderle al volo, con le chiavi
nel cruscotto. E' stato un problema farlo la prima volta perchè‚ la paura ci
paralizzava. Si trattava di infrangere un tabù, ma questa volta oltre
all'aspetto simbolico c'erano anche una serie di risvolti pratici. Mi rendevo
sempre più conto dell'infantilismo ingenuo in cui ero cresciuta. Dopo le auto
abbiamo iniziato a porci il problema delle armi. Non era facile. Dopo non so
più quante titubanze e rinvii riusciamo a portare a termine il nostro primo
disarmo, una guardia notturna. Non era proprio come costituire l'Armata
rossa ma era già qualcosa. Alla fine dell'addestramento siamo in possesso di
ben tre pistole, ne andavamo particolarmente orgogliose. Il piano che *** ha
ipotizzato è rocambolesco ma incruento. In quel periodo i compagni tendevano
a metterli in carceri piccoli perchè‚ avevano paura del contagio rivoluzionario e
quello che temevano maggiormente era il propagarsi di cicli di lotta nelle
carceri. Così i compagni erano messi in carceri dove la composizione dei
detenuti era ritenuta immune alla propaganda rivoluzionaria. Il piano è
questo. Un'ala della cinta non ha sorveglianza perchè‚ dà su una parte di
carcere dove non ci sono detenuti. Gli edifici di quel lato sono adibiti a
lavorazione, magazzini e docce. Inoltre, l'edificio adiacente è la caserma delle
guardie. Dopo le sei è una zona morta. Dalle sezioni è possibile raggiungere
quella parte, c'è solo una porta, ma bisognerebbe avere la chiave che l'apre.
Una volta in possesso di questa basterebbe infilarsi nel magazzino, tagliare le
sbarre, scendere sul tetto della lavorazione e da lì salire sul muro e calarsi in
strada. Una volta fuori sarebbe bastata una macchina e il gioco era fatto. C'era
il problema della corda perchè‚ da quella parte il muro era molto alto e le
lenzuola non sarebbero servite. Un problema che risolviamo facilmente
imparando a lavorare a maglia. Mia madre non riusciva a capire se ero
impazzita del tutto o finalmente stavo rinsavendo: mi faccio insegnare a

203
lavorare con i ferri. Imparo io e le altre. In poco tempo confezioniamo,
utilizzando al posto della lana dei fili di nylon, un maglione a coste larghe che
era un amore. La corda era pronta. Dentro *** aveva fatto amicizia con alcuni
comuni poco propensi alla rivoluzione ma pronti a dare una mano
all'occorrenza. In più erano depositari di un sapere che si andava perdendo.
Erano ladri, scassinatori, sullo stile banda del buco. *** ne aveva una buona
impressione. Diceva che erano l'equivalente, nel lavoro illegale, dei vecchi
operai professionali soppiantati dal modello fordista. Secondo me erano dei
ladroni e basta, ma dovevano essere simpatici. Anche *** non è che fosse più
sveglio di noi, perciò il piano lo deve spiegare a qualcuno del mestiere. Così gli
dicono che il problema è solo quello di prendere l'impronta e poi farsi fare la
chiave. L'impronta gliela prende uno usando la mollica del pane, ne fa uno
stampo di gesso, la infila in una scultura e la dà al nostro compagno. A
colloquio me lo vedo arrivare con l'oggetto d'arte, neanche brutto a dire il vero.
Mi spiega cosa contiene e mi dice da chi devo andare. Un fabbro amico di
quello che ha rilevato l'impronta. Devo farmi fare solo la testa della chiave, per
farla girare userà i manici di due cucchiai saldati. Rimane il problema di come
tagliare le sbarre. Mi procuro, sempre su indicazione di quello dell'impronta,
dei capelli d'angelo che riesco a fargli avere. La testa della chiave gliela passo
mentre lo bacio, il più sembra fatto. Decidiamo che se ne sarebbe andato il
sabato successivo. A quel punto noi dobbiamo assicurarci un paio di mezzi ed
essere pronte per una, anche se improbabile, copertura. Così ci muoviamo. Due
giorni prima, però, è trasferito. Avendo l'appello fissato e dovendo fare altre
due traduzioni per la stessa destinazione ce lo avevano infilato dentro. Qualche
tempo dopo da quel carcere se ne sono andati tre rapinatori, non avevamo
lavorato per niente. (F.)

C'è, nelle donne, una sorta di "radicalismo" estremo nell'affrontare il


carcere, un'impossibilità di mediazione, anche solo concettuale, con la
sua esistenza. Il che ricorda molto da vicino l'inimicizia "tout court"
del colonizzato verso il mondo coloniale (Fanon 2000). Il carcere
finisce per sintetizzare e amplificare tutte quelle relazioni di dominio
e oppressione di cui donne, minoranze e popolazioni non bianche
sono da sempre le vittime principali. Mentre per i detenuti maschi la
rivolta contro l'istituzione totale è lotta di "potere", per le donne
sembra più realistico parlare di pratica di "liberazione" finalizzata alla
disarticolazione dei rapporti di dominio. Un'inimicizia "esistenziale"
che, in alcuni casi, può anche assumere forme politiche. Il caso forse
più eloquente è quello di Margherita Cagol, Mara, la brigatista che
guidò l'assalto al carcere di Casale Monferrato nel quale era rinchiuso
Renato Curcio. Sull'episodio si è dilungata non poca pubblicistica
alternando rigorose ricostruzioni storiche (Moretti 1994; Scialoja 1993;
Tessandori 2002) a dozzinali reportage più vicini alla cronaca
scandalistica e/o rosa che a un giornalismo degno di questo nome. La

204
testimonianza che riporto, rilasciata da un ex brigatista, non racconta
nulla di nuovo ma ne permette una lettura da un'ottica meno
convenzionale. L'episodio, liberato dalla cornice ideologica in cui, per
ovvi motivi, è stato a lungo imprigionato, sembra confermare alcune
delle ipotesi formulate in precedenza. All'interno delle Brigate rosse,
nel dibattito precedente all'azione, fu Mara a spingere maggiormente
perchè‚ l'organizzazione assumesse il progetto di evasione come un
obiettivo strategico prioritario. Su questo, il dissenso era ampio.
Alcuni obiettarono che anteponeva interessi personali - Curcio era suo
marito - alle esigenze politiche dell'organizzazione. Mara replicò a tali
accuse sostenendo argomentazioni politiche che, alla fine, furono
accolte all'unanimità da tutta l'organizzazione. Eppure qualcosa di
"personale" in quella scelta c'era, ed è per questo motivo che vale la
pena di ascoltare la ricostruzione che ne fa un suo vecchio compagno.

Col tempo ho rielaborato molte cose. Ho ripensato a tutto un percorso e a una


storia indossando delle lenti diverse. Ho abbandonato, o in parte accantonato,
un'impostazione politico-ideologica cercando di utilizzare altri strumenti. Io
non so se questo sia più vero o più falso, ma non credo sia questo il problema.
Credo sia importante cercare di ricostruire le storie mettendoci dentro tutto
quello che avevano, cercando di non tralasciare degli aspetti solo perchè‚ non
rientrano nel modello che ti eri costruito nella testa. L'evasione di Renato e
soprattutto la figura e il ruolo di Mara mi sembrano si prestino parecchio.
Sulla liberazione di Renato si è scritto e si è parlato molto. Qualcuno lo ha fatto
con onestà, altri meno. Altri ancora hanno teso a farne un evento mitologico o,
di rimando, qualcosa di demoniaco. Ma noi stiamo parlando di Mara e non è il
caso di dilungarci su altro. Per Mara l'assalto al carcere di Casale non era solo
un'operazione politico-militare e neppure, come a volte è stato detto, un atto
romantico finalizzato alla liberazione del suo uomo. In realtà era molto di più.
Era un attacco deciso, frontale, senza mezzi termini a un simbolo, quanto mai
concreto, dell'oppressione e del dominio. Io queste cose le ho capite dopo,
quando ho potuto toccare con mano come, per le donne che avevano fatto la
scelta della lotta armata, questa rottura fosse molto più di una scelta politica.
Per loro è stata, soprattutto, una rottura esistenziale e culturale. Mara spesso
prendeva ad esempio le lotte e le condizioni dei popoli del Terzo mondo. Il
colonialismo e l'imperialismo erano sempre presenti nei suoi discorsi. Io
credevo che questo avesse a che fare con la sua formazione. Lei veniva dal
cattolicesimo e mi sembrava che l'accentuazione su questi aspetti non fosse
altro che un retaggio, più che legittimo, della sua formazione. Questo, però, era
solo un aspetto, importante, ma non decisivo. La stessa attenzione, la stessa
sensibilità l'ho ritrovata in compagne che avevano una formazione di tutt'altro
tipo, comunista o laica. Il fatto è, e per noi uomini era praticamente
impossibile capirlo, che loro si sentivano simili ai popoli colonizzati. Non
elaboravano politicamente la condizione coloniale che comunque era là,

205
distante da noi, e infatti per noi il problema si riduceva alla pratica della
solidarietà internazionalista militante. Loro si sentivano come una parte
colonizzata. La stessa cosa valeva, per farti un esempio, per le Pantere nere.
Per noi erano dei compagni che lottavano contro l'imperialismo, per lei erano
un esempio di lotta di liberazione all'interno delle metropoli imperialiste. Cioè
c'era un processo di identificazione umana, ancora prima che politica. La sua
non era tanto una simpatia per i diseredati, come a volte mi era capitato di
credere, ma la coscienza di essere in qualche modo simile a loro. Si può anche
parlare di femminismo, ma non credo si sia trattato esattamente di questo. Era
qualcosa di molto più radicale e meno compatibile. In fondo il femminismo, o
almeno una parte consistente di questo, non si è mostrato incompatibile alle
logiche imperialiste. Per Mara la rivoluzione era, come per il colonizzato, non
solo conquistare il potere politico ma assumere, conquistarsi la dignità di
esistere in quanto tale, senza essere determinata da qualcos'altro. Noi, intendo
noi uomini, avevamo difficoltà a comprendere queste cose. Ma noi partivamo
da una condizione diversa. La classe operaia era sfruttata ma socialmente
legittimata. Il nostro problema era fare politica attraverso l'uso delle armi. Per
una donna l'uso delle armi non era semplicemente un modo per affermare un
progetto politico ma la costruzione di un'identità che nessuno sembrava
disposto a concederle. (M.)

SORELLANZA.

Nelle donne la critica radicale al carcere è complementare alla


costituzione di un ambito comunitario alla cui base c'è la condivisione
di uno stesso" humus" culturale e morale. Infatti le logiche epurative
non trovarono granch‚ spazio tra la sorellanza prigioniera. Alla prova
dei fatti questa si mostra un legame incomparabilmente più solido e
maggiormente ricco di significati e pertanto meno incrinabile rispetto
a quello presente nei maschili. A essere decisivo in questa fase è lo
scarto tra "affermazione di potere" e "pratica di liberazione". Le donne
sono in grado di reggere situazioni addirittura più dure del maschile,
come ad esempio le condizioni di detenzione nello speciale di
Voghera, perchè‚ nell'emergenza i legami di sorellanza non
s'indeboliscono ma si rafforzano. Come per i combattenti vietnamiti,
e qua la relazione donne/popoli colonizzati sfuma fino a confondersi,
"resistere è già vincere". Resistere, non tanto per affermare un
improbabile rapporto di potere, ma per testimoniare una presenza, un
modello di relazione, un'identità irriducibile alle logiche del dominio.
Nei maschili l'obiettiva impossibilità di continuare a combattere, sul
piano militare, finisce con il fare implodere gran parte dei rapporti
sociali e dei legami solidali, dando il via a un gioco al massacro dove
l'unica logica sembra essere: solo i più forti sopravvivono. In altre

206
parole, solo la forza individuale può garantire la possibilità di
affermazione e sopravvivenza. Nelle donne tende a prevalere, invece,
un "io collettivo". perchè‚ esse saggiamente sanno che si è deboli o
forti come collettività e comunità. Non si cede perchè‚ dal cappello
magico dell'ego si tira fuori una qualche risorsa esoterica, non si
resiste alle torture e vessazioni quotidiane in virtù di improbabili
risorse individuali, ma si continua a resistere e combattere perchè‚ la
scelta della sorellanza ha un significato che dà senso all'insieme di
tutti i propri rapporti sociali e affettivi. E non è un caso che proprio
una donna, Rosa Luxemburg (1963), abbia usato per la prima volta
l'espressione io collettivo della classe operaia per indicare l'erompere
sulla scena storica del proletariato rivoluzionario, sottolineando così
una rottura non semplicemente "politica" tra la rivoluzione del suo
tempo e quelle del passato.

Non è pertanto casuale che, a partire da questi presupposti, il


problema del tradimento tra le donne non si ponga neppure. In gioco
c'è tutta l'"esistenza", non qualche semplice frammento. In altre
parole, mi sembra di poter sostenere che, almeno in questo frangente,
la differenza tra il mondo carcerario femminile e quello maschile sia
tra la "totalità" del primo e la "parzialità" in via di frantumazione del
secondo. Un'analisi esauriente di questo è data da A., 50 anni,
milanese, legata in passato a una batteria di rapinatori.

Al femminile non ci sono stati episodi paragonabili al maschile. Solo all'ultimo


c'è stato qualcosa di simile a causa di una parte di brigatiste che si erano
bevute il cervello. I motivi perchè‚ da noi le cose non hanno preso certe pieghe
sono diversi. Per prima cosa, intanto, di donne infami ce ne sono state, in
proporzione ai maschi, pochissime. Senza stare a tirare in ballo tante storie e
teorie, è che le donne quando fanno le cose sono più decise e sicure degli uomini.
Gli uomini devono stare sempre lì a dimostrare qualcosa a qualcuno, per una
donna è diverso. Almeno se sei una donna che non si fa rinchiudere nel ruolo
che le vogliono dare. Però se stai in quel ruolo non vai neanche oltre, non
diventi una donna d'azione, invece se lo diventi non devi più dimostrare
niente. Ti fai accettare o ti imponi per quello che sei e basta. Tutti sono
obbligati a starti a sentire, perchè‚ tu hai scelto di stare all'altezza, non ti ci sei
trovata dentro per caso. Altrimenti te ne potevi stare a casa, nessuno ti avrebbe
detto o chiesto niente, tutti avrebbero semplicemente pensato che eri rimasta al
tuo posto. Per un uomo è diverso, può succedergli, e l'ho visto più di una volta,
qualcuno che s'infila dentro le storie perchè‚ se non lo fa si sente qualcosa di
meno, un tagliato fuori. Uno che non viene preso in considerazione. Così tanti
hanno finito per trovarsi dentro cose più grandi di loro e non hanno retto.
Questo, guarda, l'ho visto tra di noi, parlo delle comuni, ma anche tra le
politiche. Forse mi sbaglio, ma per una donna fare la rivoluzionaria o la

207
bandita comporta gli stessi ostacoli. Che la politica e le armi sono cose da
uomini, mentre alle donne spettano altri compiti, è una cosa che pensano in
tanti, perciò se ti metti su questa strada vuol dire che ne sei più che convinta e
difficilmente torni indietro. In più, per quasi tutti, diventi un mostro. perchè‚,
come saprai, ci si può anche innamorare di un bandito, le cronache rosa fanno
carte false per storie di questo tipo, ma se la bandita sei tu e non appartieni a
nessuno tranne che a te stessa sei una bestia feroce. Il bandito può essere
accettato, la donna bandita no. In parte ho visto che questo succedeva anche
per le politiche. Alla fine, anche loro se non erano rivoluzionarie per amore
diventavano dei mostri. Che palle 'sta storia dell'amore! Per questi motivi,
insomma, tra di noi c'era una complicità difficilmente ossidabile. L'altra cosa
che è stata importante è che donne mafiose o camorriste ce n'erano poche, e le
poche erano a rimorchio degli uomini. Cioè erano dentro per aver favorito in
qualche modo i loro uomini, erano dentro per riflesso, la vecchia storia del sole
e della luna. Anche all'aria si presentavano come la donna di Tizio e Caio,
tanto che una volta mi è proprio scappato e a una le ho detto: 'Ma scusa, tu un
nome non lo tieni?'. Quella mi ha guardato e mica ha capito cosa le volevo dire.
Queste sono poche, fanno vita per conto loro e in fondo è come se non ci fossero
nemmeno. Per noi è come se fossero un gruppo di turiste, buongiorno e
buonasera e tutto finisce lì. Figurati che un'altra volta, prima di partecipare a
una battitura, volevano chiedere ai loro uomini se dovevano o no parteciparvi.
Un'altra cosa che devi tenere presente è che i femminili erano più compatti dei
maschili. Tra di noi prevaleva un certo senso di appartenenza, come se fossimo
una comunità, senza che questo avesse qualcosa di ideologico. Anche da noi
arrivavano tutti quei documenti sul proletariato prigioniero e qualche
brigatista ci provava a tirarci tutte dentro a queste storie. Per noi, intendo noi
comuni e gran parte delle politiche, questi discorsi erano solo aria fritta,
perchè‚ tra di noi non c'era bisogno di costruire l'unità, perchè‚ per certi versi
eravamo più avanti, tra noi c'era unione, sorellanza. Certo, probabilmente
fuori avremmo finito ognuna con il fare le sue cose, perchè‚ io credo che le storie
non si possono cambiare, ma senza per questo dimenticarci. Verso l'83 anche
da noi c'è stato il tentativo di imitare i maschili. Non era una cosa che veniva
da noi comuni, ma da alcune brigatiste. In realtà, siccome di infami non ce
n'erano, pensarono di farsi qualche poveretta che al momento dell'arresto si era
limitata ad ammettere le sue responsabilità. Di queste non ce n'erano poche ed
erano tutte delle brave ragazze, forse solo un po' sprovvedute che al massimo
avevano fatto qualche leggerezza, ma non avevano tirato in mezzo nessuno.
Per alcuni anni erano state con noi, si erano comportate sempre con dignità e
ora, perchè‚ ti gira in un certo modo, le vuoi tirare giù dalle spese? Per me
questo era un comportamento indegno e al limite dell'infamità. Non si
ammazza la gente perchè‚ c'è la necessità di farlo, chi cazzo sei tu per poterlo
decidere? Dio? Così io dico che non solo non ci sto, ma che mi metto
direttamente di mezzo, chiunque tocchino è come se toccassero me. Su questo
sono d'accordo anche altre due comuni, ma subito si aggregano gran parte

208
delle politiche che di queste storie non ne volevano sapere. Una mattina scendo
al passeggio e mi prendo da parte quella che sapevo essere l'ispiratrice di questo
delirio. Le dico che, se solo lei e il suo gruppo si azzardano a toccare una, io gli
stacco la testa, e che dei loro processi del cazzo non ne voglio neanche sentire
parlare e che se proprio vuole saperlo, personalmente, una che si mette a
processare la gente vuol dire che è sbirra nell'animo e che forse starebbe meglio
con una divisa addosso. Quella prova a spiegarmi i motivi politici ma la blocco
subito. Le sue spiegazioni non mi interessano. Loro vogliono farsi una, non
perchè‚ questa è infame ma per dare un esempio e lanciare un messaggio. Per
me è infame chi ragiona così, se solo provano a muoversi per loro è finita. In
ogni caso questi sono stati episodi abbastanza rari e che non hanno avuto gran
seguito. (A.)

Questo punto di vista, che a prima vista sembra appartenere solo al


mondo della strada, è spesso condiviso dalle donne militanti,
specialmente da quelle meno inquadrate ideologicamente, il che non
deve sorprendere. Non bisogna dimenticare che, a differenza dei
carceri maschili, i femminili iniziano a popolarsi di detenute politiche
dopo il '77. La scelta della lotta armata, per gran parte di loro, non ha
grosse motivazioni ideologiche, politiche e strategiche, aspetto
prevalente nella generazione precedente. Piuttosto sono la rabbia,
l'odio, l'insofferenza e l'impazienza a spingerle verso una pratica di
lotta estrema. Sentimenti non troppo diversi da quelli che animano le
donne delle batterie. Ma oltre a ciò vi è la condivisione di una cultura
giovanile che, fatte le tare necessarie, odora di familiarità. L'immagine
messicana della rivoluzione, un misto di festa, rivolta e carnevale
(Anonimo 1977) è un immaginario accattivante tranquillamente
condiviso e fatto proprio da chiunque si percepisca come ribelle
(Bianchi 1997). La sintetica esposizione di F., un'operaia torinese, ex
militante di Prima linea, è a proposito esauriente. Il suo punto di vista
può apparire bizzarro e marginale solo a chi, pensando la rivoluzione
in senso tradizionale, cerca di analizzare il fenomeno rimanendo
imbrigliato nei rigidi schemi della politica. In realtà, il racconto di F.
non ha nulla di folklorico e marginale ma rappresenta, quasi come
una sorta di modello "ideale", la storia di vita di gran parte dei
"combattenti" dell'epoca.

Anche al femminile alla fine il carcere è diventato un vero bollito.


Fortunatamente è successo solo per un breve periodo e senza troppi deliri. Da
noi fortunatamente, diversamente che al maschile, non c'è stata la stagione
delle rivolte cogestite insieme alle camorre, quella fase ce la siamo
fortunatamente risparmiata.

"Per quali motivi?"

209
La storia dei femminili, al suo interno, è stata diversa. Soprattutto non c'era
una presenza di donne legate alla criminalità organizzata. Nei femminili
c'eravamo noi legate alla guerriglia, le donne delle batterie o comunque
malavitose di un certo tipo, cioè autonome e toste, oppure le detenute
tradizionali che però facevano vita per conto loro, più insieme alle guardiane
che a noi. C'erano anche le prime dentro per roba, spaccio, piccoli furti, ma
all'epoca erano solo piccoli gruppetti. Quando hanno iniziato a essere la
maggioranza noi, insieme alle comuni più battagliere, eravamo già negli
speciali o in qualche carcere periferico che non era speciale ma aveva la
funzione di tenerci distanti dai grossi giudiziari dove eravamo in grado di
organizzare più facilmente lotte, proteste e soprattutto avere un contatto
maggiore con le realtà metropolitane esterne. Per questi motivi la nostra è una
comunità abbastanza circoscritta e chiusa che si ingrossa soltanto in seguito
alle varie ondate di arresti. Però è sempre una comunità omogenea. I rapporti
tra di noi sono generalmente buoni, anche se apparteniamo a organizzazioni
diverse almeno nei primi anni tendiamo a mettere in secondo piano le
differenze e far fronte comune. D'altra parte il carcere non è il luogo ideale per
affrontare sofismi ideologici. Una qualche differenza, se vuoi, la si può trovare
con alcune delle brigatiste storiche. Una differenza proprio generazionale. Le
brigatiste storiche erano proprio brigatiste di testa, dopo, diciamo dal '77 in
poi, finire in B.R., in P.L., nelle F.C.C. o in qualcos'altro ancora dipendeva da
dove ti trovavi, finivi in un'organizzazione piuttosto che in un'altra più per
legami personali, per casualità che per linea politica. Per la generazione che ci
ha preceduto il problema era combattere per la rivoluzione, per noi dare forma
e spessore al nostro odio e all'impazienza che ci caratterizzava. Per noi le
parole di Jim Morrison vogliamo il mondo e lo vogliamo ora valevano di più di
tutte le risoluzioni strategiche. Quella era la nostra strategia. Di questo te ne
potevi rendere ben conto una volta prigioniera. Ora io non so se questi sono i
termini giusti, però mi sembra che quelle prima di noi fossero spinte da una
grossa motivazione politica e ideologica, la nostra era più una cosa di pelle,
chiamiamola esistenziale. Per questo dentro ci veniva più facile stare insieme
piuttosto che dividerci sulle questioni strategiche. Noi avevamo dentro rabbia,
odio e la voglia di buttare tutto all'aria. Per me, ma poi ho scoperto che
eravamo la maggioranza, la rivoluzione era quella messicana o comunque di
un qualche paese del Sud America. Non è che ne sapessi molto. Però l'idea che
avevo era quella di una rivoluzione fatta sparando, cantando e ballando. Non
è che prima del carcere avevo letto molto, però più che Lenin avevo letto
Amado, Marquez e in carcere preferivo "Il signore degli anelli", "La storia
infinita" ai trattati di economia politica o alle mattonate politiche. Questo, alla
fine, era vero un po' per tutte. Anche per questi motivi il rapporto e l'amicizia
con molte comuni mi/ci era facile. Loro, in fondo, non erano tanto diverse da
noi. Erano donne che avevano rapinato, sparato, aiutato i loro amici a
scappare, o almeno c'avevano provato. Non erano le donne dei malavitosi,
erano delle donne che se l'erano giocata e avevano la nostra stessa rabbia e

210
impazienza. Con loro i rapporti non potevano che essere buoni. I veri problemi
noi li abbiamo sempre avuti con la custodia e per noi garantirci degli spazi di
sopravvivenza è sempre stata dura.

"Quand'è che invece le cose cambiano?"

Al nostro interno le cose cambiano verso la fine, dopo l'83, con l'apertura di
Voghera. Lì si mettono insieme due cose: da una parte il progetto di
annientamento dello Stato nei nostri confronti, Voghera era un luogo
allucinante che sommava la brutalità umana a quella tecnologica; dall'altra
l'impazzimento di un pezzo delle B.R., quelli del Partito guerriglia che ormai
completamente bolliti avevano iniziato la grande epurazione. Fortunatamente
da noi questo ha degli effetti limitati. Tranne qualche invasata il progetto è
stato abbastanza arginato senza grossi danni. Tuttavia questo, per circa un
anno, ha reso insopportabile, ancora più di tutto il resto, il carcere. (F.)

Il clima sopra descritto, tuttavia, entra ben presto in conflitto con


quelli che, in definitiva, non possono essere definiti nient'altro che
processi di modernizzazione. Nelle carceri, e nei femminili con
un'intensità maggiore, la "resistenza" alle logiche della modernità ha
giocato un ruolo fondamentale. Tacciare di tradizionalismo lo stile di
vita delle prigioniere può dar adito a qualche malinteso che è bene
chiarire. Nonostante le filosofie del progresso, figlie più o meno
legittime dell'"illuminismo", siano da tempo state messe in mora
(Lowith 1963) - anche nella loro versione "dialettica" (Foucault 2001,
p.p. 241-267) che ne ha rappresentato a lungo la loro forma più radicale
- l'idea che la modernità e i suoi processi rappresentino pur sempre un
miglioramento (Berlin 1998) è cosa che appare ovvia. Allo stesso modo,
tutto ciò che passa per tradizione o conservazione è immediatamente
arruolato tra le schiere della reazione e dell'oscurantismo. In realtà i
processi di modernizzazione, per lo più, non sono altro che fenomeni
di omologazione e di adesione indifferenziata alle logiche e alle
convenzioni della società ufficiale e legittima. Perciò l'appassionata
difesa dei modelli tradizionali, ben lungi dal rappresentare una
pratica reazionaria, spesso non è altro che la resistenza estrema di stili
di vita e morali "particolari" che, come si vedrà tra poco, si oppongono
ai processi di omologazione (Berlin 1994). Nell'intervista che segue A.,
un'ex rapinatrice di 51 anni, milanese d'adozione, in un caso si
oppone, mettendosi in gioco personalmente, alla messa in atto di
pratiche epurative di segno ideologico-politico; in un altro assume
immediatamente toni e metodi giustizialisti nei confronti di una
detenuta moralmente incompatibile. Un comportamento feroce, e
apparentemente contraddittorio, ma in fondo ingenuo. Il tentativo
"militare" di conservare un senso morale al proprio agire di fronte alle
trasformazioni sociali che hanno frantumato le realtà di classe non è

211
altro che la testimonianza dell'inattualità del mondo di ieri.

Certo non eravamo per tirare il collo alla gente per passatempo, ma questo non
significava che rinunciavamo a mantenere le sezioni pulite. Eravamo
contrarie ai pretesti, a toccare la gente a convenienza. Queste sono cose da
mafiosi. Cioè sono cose dove una, perchè‚ cammina sotto qualcuno che conta,
diventa intoccabile, indipendentemente dai suoi comportamenti. Un modo di
fare e di pensare che a me non è mai piaciuto, perchè‚ non tiene conto di chi sei
veramente, di cosa hai fatto, di come ti sei sempre comportata. Poi c'è anche
un'altra cosa che in questo modo di fare non mi va giù: quello di appartenere a
qualcuno. Gli schiavi, forse le bestie, appartengono a qualcuno, io appartengo
solo a me stessa. Questa è la prima cosa. Da noi, però, problemi così, cioè con
donne che appartenevano a qualcuno, ce n'erano pochi. Quelle che c'erano
stavano per i fatti loro. Non ci tenevano a mischiarsi. Un comportamento
reciproco. Quindi i problemi ci sono stati quando hanno cominciato a girare le
tossiche, o donne legate a quei giri. Con queste il rapporto è brutto, perchè‚ loro
non sono solo diverse da noi, sono soprattutto contro di noi. Lo sono
indipendentemente dalla loro volontà. E' uno scontro che non si può evitare
perchè‚ sono due modi di vedere le cose opposti. Queste non sono altro, mi
riferisco ai loro comportamenti, che sbirre. Non mi riferisco solo al fatto che di
solito se la cantano. Anche quando, raramente, sono oneste in questura, sono
infami d'azione. E lo sono in un modo che per me, per noi, è inaccettabile. Sì,
si può dire che la cosa principale è che la loro condotta morale, se vuoi
chiamarla così, è incompatibile con la nostra. Quando abbiamo deciso di
punire una lo abbiamo fatto per le porcate che aveva fatto. Non sapevamo
neppure che poi se l'era anche cantata. Sui giornali poi sono uscite fuori le
solite cazzate, cioè che questa era stata aggredita perchè‚ aveva parlato e la
criminalità organizzata le aveva fatto avere un avvertimento. Cazzate.
Intanto quelli che aveva chiamato dentro erano tutta gente che valeva tanto
quanto lei. Un giro di zanza, pappa, morti di fame che con la droga si erano un
po' tirati su. Gente che nessuno ha mai preso in considerazione. Figurati che
quello che sembrava il capo, e che probabilmente lo era, quando io ero fuori
faceva il barista in un locale in cui mi capitava spesso di andare. Puoi capire
quanto cazzo contasse. Queste cose, comunque, le sono venute a sapere dopo. A
questa decidiamo di darle una lezione per quello che aveva fatto fuori e per
come si comportava dentro. Dentro faceva la ruffiana e la cocca delle
guardiane, fuori andava a rapinare le vecchiette. Ora una che fa 'ste cose in
sezione con me non ci deve stare. Prendersela con i vecchi è un'infamità bella e
buona, non ha scusanti. Sì, è vero, su queste cose da parte nostra c'era
un'intolleranza che non ammetteva mezze misure. Se te la prendi e ti
approfitti dei più deboli vuoi dire che, d'animo, sei sbirra, e dove sto io non puoi
stare tu. (A.)

In pratica non siamo altro che di fronte a un ulteriore passaggio dalle

212
"concrete" società di classe alle "astratte" società di massa (Arendt
1996). Il più delle volte, come presto si vedrà, l'ordine discorsivo della
conservazione non è altro che il tentativo estremo di difendere
un'autonomia sociale, culturale e politica, fondata sull'irriducibile
antagonismo di classe nei confronti della società delle "masse". Si
tratta, insomma, di continuare ad affermare l'esistenza di un rapporto
binario (noi/voi) all'interno di una società che si fa omogenea, più che
per gli effetti del cosiddetto pensiero unico in seguito all'imporsi di
stili di vita e di consumo indifferenziati. Il tentativo, patetico finch‚ si
vuole, da parte della tradizione è mantenere in vita un punto di vista
morale "altro" in grado di affermare continuamente l'esistenza di due
mondi nemici in chiave "esistenziale". Il senso di ciò è chiarito dal
termine irriducibili con il quale una quota consistenti di
prigioniere/prigionieri si identificherà. A spiegarlo è O., torinese,
militante di un piccolo gruppo armato proveniente dall'area
dell'Autonomia.

Il termine 'irriducibile' ha finito con l'assumere, nel linguaggio comune, un


significato molto diverso da quello originario. Alla fine, semplificando di molto
le cose, è stato utilizzato per indicare lotta armata sì, lotta armata no. Una
semplificazione che coglieva solo un aspetto, e neanche il più importante, del
senso originario. Dopo tanti anni è forse possibile riparlare di questa storia
senza scatenare polveroni, levate di scudi, caccia alle streghe e amenità simili.
La prima cosa da chiarire è che con il termine irriducibile non si intendeva
sottolineare un progetto o una strategia politica. Il termine irriducibile
rivendicava la legittimità di un modello esistenziale, mi sembra il termine più
appropriato, non compatibile con i modelli sociali e relazionali dominanti.
Qualcosa che, ovviamente, non si esauriva nell'affermazione o meno di un
determinato progetto politico. D'altra parte, se si esclude la storia e l'esperienza
B.R., il movimento della guerriglia comunista sorto nel nostro paese non si
esauriva, o almeno ne aveva la pretesa o forse la presunzione, in un semplice e
asettico modello politico. Noi, mi riferisco almeno a chi ha impugnato le armi
nel 1977, avevamo in mente una trasformazione sociale, culturale e esistenziale
che non si esauriva, unicamente, con la fatidica presa del potere. Il termine
irriducibile, quindi, sta a testimoniare soprattutto la nostra, voluta, alterità.
L'uso delle armi, in tutto questo, gioca un ruolo, a ben vedere, secondario.
Quello che in primo piano emerge è l'affermazione e la legittimazione della
differenza. Un'idea che, nel corpo prigioniero, porta ad esempio all'esperienza
delle comunità belligeranti. Un'esperienza contrassegnata non tanto dal
militarismo ma dal tentativo di articolare lo scontro su tutti i rapporti sociali.
Tentativo naufragato ma che può indicare il senso del nostro agire. Tutti questi
discorsi, spesso fumosi, concretamente non vogliono dire altro che una cosa: la
nostra identità politica, culturale, sociale ed etica non è la vostra, tra noi e voi
l'unico rapporto possibile è la guerra. In questo frangente quando parliamo di

213
guerra intendiamo qualcosa che non si esaurisce nel conflitto bellico, attraverso
l'uso delle armi. Noi sosteniamo che il rapporto di guerra esiste a prescindere e
nonostante l'utilizzo o meno delle armi. Quello a cui disperatamente ci
opponiamo, attraverso una resistenza a volte tragica, è l'appiattimento verso
un generale processo di omologazione. Una battaglia persa in partenza. Il
carcere, nonostante il microcosmo sociale che rappresenta, è una buona cartina
di tornasole delle trasformazioni sociali. Io, e gran parte di noi, le irriducibili
esistenziali, termini che uso per differenziarmi/ci dalle irriducibili politiche,
capiamo l'inconsistenza del nostro progetto attraverso tutta una serie di atti,
apparentemente banali, ma non per questo privi di significato. L'incontro con
le tossicodipendenti, da questo punto di vista, è esemplificativo. Per anni
eravamo state abituate a condividere, all'interno del carcere, un clima di
sostanziale affinità culturale. Questo valeva non solo per noi provenienti dal
movimento ma anche per gran parte delle cosiddette comuni. La sintonia che
con queste si era instaurata aveva poco di politico, era una sintonia di pelle, di
affinità. Nonostante le diversità di percorsi avevamo un "background" molto
simile: lo stesso atteggiamento conflittuale nei confronti del potere, una forte
solidarietà, una pressoch‚ identica visione di ciò che è bene e ciò che è male e,
aspetto non secondario, la stessa colonna sonora. Dico questo perchè‚ uno degli
aspetti che mi ha maggiormente colpita nell'impatto con le tossiche è l'assenza
di sintonia sulle cose che noi consideravamo ovvie e scontate. Trovarti
improvvisamente di fronte persone che canticchiano continuamente Albano e
Romina Power è qualcosa di sconvolgente. Così come scoprire che Janis Joplin è
una sconosciuta, neppure illustre, ti racconta molte più cose di tanti trattati di
sociologia. La musica di fondo, insomma, cambia. Una modifica che non ha
delle ricadute semplicemente artistiche. In realtà la nuova colonna sonora
indica che, nel mondo, la pluralità musicale, culturale, morale e così via è
scomparsa, si suona e si balla, tutti, sulle stesse note. In altre parole tu sei un
puro residuo di un passato. Ti accorgi, cioè, che la tua storia, il tuo mondo è
scomparso, volatilizzato e a quel punto ti senti come uno dei personaggi di
Roth, un ospite precario del mondo. E' la consapevolezza non tanto di una
sconfitta politica, le rivoluzioni sono più quelle che hanno perso che quelle che
hanno vinto, ma della fine di un'epoca, del mondo di ieri. E' una sconfitta che
sfiora l'angoscia, perchè‚ non ha appelli. E tu puoi solo marciare o morire,
senza però andare da nessuna parte, perchè‚, non tanto diversamente dai
tossici, puoi solo sbatterti per arrivare alla fine della giornata. (O.)

Quello che inizia a evidenziarsi è un senso di estraneità tra il mondo


delle sorelle e il resto del corpo prigioniero. Un'estraneità causata non
solo dalla diversa tipologia di prigioniere che inizia a diventare
quantitativamente sempre più rilevante, ma dalle profonde modifiche
che investono l'insieme delle logiche di "governamentalità" (Foucault
1994, pp. 43-67) dell'istituzione totale. Fino a ora la società ufficiale, e il
carcere in particolare, nei confronti di banditi, guerriglieri eccetera si

214
è difesa e ha contrattaccato utilizzando appieno tutti gli strumenti del
suo apparato militare e burocratico, una strategia spesso dura e non
certamente indolore ma che, in qualche modo, riconosceva loro una
dignità. Questi erano considerati socialmente indesiderati, banditi,
criminali, estremisti, terroristi eccetera ma non erano svalutati
umanamente, non erano cioè collocati nell'ambito della patologia.
Percepiti e trattati come problema sociale, e in alcuni casi politico,
non erano però oggetto di medicalizzazione, un problema che andava
arginato, represso ma sicuramente non curato. D'altra parte occorre
una buona dose di fantasia per considerare patologica l'avversione dei
ragazzi delle periferie e dei quartieri popolari verso i coetanei delle
zone bene, così come considerare follia sfidare, a bordo di auto e moto
rubate, le forze dell'ordine in inseguimenti per la città, ma anche
rapinare una banca, evadere da un carcere o pensare di fare, qui e ora,
la rivoluzione. Fino a tutti gli anni Settanta questi comportamenti
sono interpretati semplicemente per quello che in realtà sono:
varianti, forse estreme, del conflitto sociale. E' sul finire di questi anni
che il conflitto inizia a essere squalificato come tale per essere
riclassificato e allocato nell'"ordine discorsivo" del disagio.
L'atteggiamento istituzionale nei confronti dei comportamenti
considerati illegittimi inizia a modificarsi, non sono più trattati in
termini di repressione, o meglio non solo, ma prevalentemente di
cura. Le pratiche illegali, indipendentemente dalla loro natura, non
configurano più, pertanto, l'esistenza di un'"altra" città, di un'"altra"
morale o di stili di vita forse illegittimi, ma profondamente radicati e
completamente normali in determinati mondi sociali. Il
riconoscimento, almeno implicito, da parte della società ufficiale
dell'esistenza di una pluralità di norme comportamentali ed
esistenziali, in conflitto tra loro, si eclissa.

Nei primi anni Ottanta si assiste, a un'autentica rivoluzione


copernicana per quanto concerne la percezione e le risposte
istituzionali nei confronti delle culture e degli stili di vita conflittuali.
In realtà più che di una rivoluzione sembra sensato parlare di una
rivincita tardiva delle logiche positiviste, almeno nella gestione del
conflitto sociale da parte delle istituzioni. Spostando l'attenzione dal
conflitto alla patologia esplicitamente si ammette che la società è
"una" ed è tale perchè‚ comunemente condivide "un" unico insieme di
valori (Dal Lago 2000). Su questo solco si giunge facilmente al
corollario che chiunque se ne sottragga rappresenti un'anomalia
patologica. Da questo momento iniziano a proliferare una serie di
discorsi che, oltre alla neutralizzazione di certe pratiche, hanno come
obiettivo il recupero attraverso la cura. Non più, o non solo, teppisti,
banditi e ribelli ma soprattutto vittime del "disagio" e "disadattati". Si

215
riannodano, in questo preciso momento, i fili di un discorso che ha
fatto la sua comparsa nella società europea sul finire del Settecento,
quello che è possibile definire come pedagogico-sociale. Compito
prioritario della società, la cui unicità è indiscutibile, è educare "tutti" i
suoi figli e riportarli nell'ambito dei "valori" comuni. Chi, attraverso
pratiche sconsiderate, se ne sottrae più che un criminale è una
vittima, perchè‚ non è stato sufficientemente o opportunamente
educato e corretto. Un cambiamento di paradigma che, nel momento
in cui limita e parzialmente imbriglia la natura politico-militare della
gestione del pianeta carcere, consegna drasticamente ai "saperi
umani" (Foucault 1978) i destini dei prigionieri; una modifica del
controllo sociale, condotta con estrema serietà e rigore; un passaggio
che, inizialmente, conduce a non pochi malintesi e anche a qualche
resistenza. L'intervista a E., una militante politica di una piccola
formazione armata, assume, in proposito, una valenza paradigmatica.

Pur non riconoscendomi nella logica della dissociazione, e ovviamente del


pentitismo, nel 1984 decido di prendere le distanze dalla lotta armata. Una
decisione comune a tante altre che, come me, erano definite irriducibili. Questo
lo dico solo per introdurre l'argomento di cui dobbiamo parlare. Il primo atto
simbolico che decidiamo di fare è, scusa il termine, "dialettizzarci" con lo Stato
e le istituzioni. Io e qualche altra che abbiamo residui pena limitati decidiamo
di fare l'istanza per la liberazione anticipata. A quel punto entriamo in
qualcosa di vagamente kafkiano. perchè‚? La direzione del carcere e i
carabinieri, che la supervisionavano, capiscono immediatamente di che cosa si
tratta: un atto formale di resa e la conseguente scelta di instaurare un rapporto
con lo Stato non segnato da criteri di belligeranza. Un discorso ovvio. E' chiaro
che il problema è: se queste fanno un'istanza del genere e poi se ne tornano
tranquillamente in sezione, non sono isolate ma continuano a stare con le
altre, qualcosa di importante è successo. I carabinieri sono i primi a capirlo e,
non a caso, da quel momento la pressione interna inizia a calare. Fatto credo
impensabile, visti i tradizionali tempi degli apparati burocratici, dopo un paio
di giorni siamo chiamate dal magistrato di sorveglianza. La pratica per la
nostra liberazione anticipata parte immediatamente. Il colloquio col
magistrato è interamente politico. Lui è, ovviamente, interessato a capire cosa
bolle in pentola e noi utilizziamo quel momento per far conoscere il nostro
punto di vista su quella che in seguito si chiamerà 'ipotesi di soluzione politica'.
Il magistrato non è solo, con lui c'è un uomo, in borghese, di una quarantina
d'anni, che si mostra ancora più attento e interessato del magistrato stesso.
Probabilmente era un ufficiale dei carabinieri. Lo dico perchè‚, in un paio di
occasioni, è intervenuto, appropriatamente devo dire, durante il mio colloquio,
perciò non penso si trattasse di un semplice segretario. A quel punto tutto
sembra chiaro: il nostro problema è iniziare a contrattarci spazi di prigionia
cercando di individuare una soluzione dignitosa al problema della prigionia di

216
guerra. Senza ragionarci troppo sopra individuiamo nella riforma
penitenziaria un possibile strumento. Il guaio è che noi, e una parte di loro,
cioè direzione penitenziaria e carabinieri, leggiamo questo passaggio nella sua
dimensione puramente politica. Ma la riforma era sostanzialmente impolitica.
Cioè noi leggiamo la riforma con le nostre lenti, ma questa era stata scritta su
tutt'altro registro. Finire nelle mani degli esperti, degli educatori, di coloro che
ti devono reinserire ci ha fatto rimpiangere, paradossalmente, i tempi duri ma
certi, di quando ci dovevamo misurare solo con l'apparato politico e militare.
Ora ti racconto il mio percorso. Per ottenere la liberazione anticipata devi
sottostare a tutta una serie di esami e di procedure di osservazione da parte di
un certo numero di esperti. Questi non si occupano di reati, di leggi o di
politica, il loro mondo è l'animo umano. Mondo che, in realtà, dovrebbe essere
appannaggio solo dei poeti e non degli scienziati. Cominci così una serie di
incontri in cui l'esperto si preoccupa di sapere chi sei. Questo, e qua viene il
bello, perchè‚ il suo presupposto è che tu sei, in qualche modo, portatrice di una
patologia. Non sei più una guerrigliera, una terrorista, ma sei una malata. Il
suo problema è capire fino a che punto è possibile considerarti guarita e qual è
il tipo di cura è più idonea per te, una volta fuori. Cioè entri in un meccanismo
dal quale, se non riesci a sottrarti, non esci più. Al secondo colloquio con la
psicologa, che continuava a trattarmi come un animale strano, ho preso e me
ne sono andata dicendole che lì se c'era una con dei problemi era lei, non io. La
mattina dopo mi fa subito chiamare il direttore che, chiaramente, non vuol
vedersi sfumare tra le mani la possibilità di diventare uno che ha contribuito a
chiudere la stagione dell'emergenza. Gli spiego cos'è successo e gli dico che
io/noi siamo completamente disponibili a chiudere con il passato, ma non a
farci trattare come delle dementi. Lui, mettendosi a ridere, mi assicura che si
darà da fare per evitare tutti i possibili malintesi. Mi richiama, insieme a tutte
quelle che avevano fatto la domanda, dicendoci che sta trovando più resistenze
di quelle che era lecito aspettarsi. Anche lui non si era ben reso conto che il suo
regno cominciava a essere governato da logiche diverse. Gli esperti non
vogliono sentire ragioni. Non tanto, e questo bisogna rimarcarlo, per una
specie di accanimento politico nei nostri confronti. Non si accaniscono perchè‚
ce l'hanno con noi per quello che abbiamo rappresentato, di questo non gli
frega niente, per loro noi siamo dei malati, dei deviati o che altro ancora, che
devono essere trattati e riadattati. Per loro, paradossalmente, aver preso le
distanze dalla lotta armata non vuol dire praticamente nulla. Per loro siamo
poco più che bambini scemi e così ci trattano. Alla fine, io e quelle con più poco
da fare ce la siamo cavata. Siamo andate all'udienza e ci hanno dato i giorni, e
la cosa è morta lì. Ma per chi aveva situazioni giuridiche più complesse
l'incubo del riadattamento è stato un calvario non proprio indolore. (E.)

Ciò che inizia a emergere è che la società deve condividere e farsi


carico delle colpe del soggetto anomalo. In questo discorso non vi è
spazio per alcuna pluralità e tanto meno autonomia individuale, di

217
gruppo o di classe. Tutto è ricondotto all'unicità della società ufficiale,
la quale deve espellere la patologia dal suo corpo sociale,
rinchiudendola prima e curandola poi attraverso la scienza medica e
pedagogica. Di questo si occuperanno gli specialisti dei diversi
"saperi" umani. Un'operazione che ottiene un duplice effetto: in prima
battuta delegittima qualunque cultura e pratica conflittuale
disconoscendone l'autonomia e patologizzandola; in seconda
permette di estendere una rete di saperi sull'intero corpo sociale in
grado di controllare e prevenire l'insorgere, anche latente, della
cosiddetta malattia. Contrariamente alle semplici logiche repressive
che consegnavano alle forze dell'ordine il compito di mantenere e
garantire la stabilità della società legittima, ma che non potevano
intervenire sulle origini dei problemi e si limitavano a contenerne gli
aspetti debordanti, i saperi umani si occupano di scavare a fondo, di
andare alla radice del problema e soprattutto sono in grado di
programmare e progettare, attraverso un appropriato trattamento, il
percorso di riadattamento sociale del soggetto preso in cura. Questa
modifica, come potrebbe apparire di primo acchito, non è il risultato
di un progetto coscientemente studiato e predisposto, ma l'effetto di
un intervento improvvisato che inizia a prendere forma nel momento
in cui il fenomeno eroina assume sempre più i tratti dell'emergenza.
Da corpo ribelle, il mondo carcerario si trasforma in corpo malato,
sostanzialmente docile e mansueto.

Le detenute tossicodipendenti sembrano collaborare appieno col


nuovo regime carcerario, mentre le donne della malavita tradizionale,
riconvertitesi in pusher di piccolo o medio calibro, ottengono
un'insperata rivincita nei confronti delle donne delle "gang" che le
avevano relegate nell'ombra. Eroina, medicalizzazione del conflitto e
rilegittimazione della malavita tradizionale finiscono col mandare in
frantumi il mondo della sorellanza. Ecco come L., un'ex bandita della
provincia torinese, descrive, tra spavento e riprovazione, gli effetti che
l'eroina e il ritorno delle vecchie malavitose hanno sul pianeta carcere.

Il carcere cambia, completamente, nei primi anni Ottanta e in poco tempo non
ha più nulla a che vedere con quello in cui per anni eravamo state. Io c'ero
cresciuta, quando sono entrata c'erano ancora le monache e il letto di
contenzione, per dirti che non c'ho passato dentro due giorni, eppure non mi ci
ritrovavo più. Prima di ritornare nelle sezioni normali mi ero fatta Messina e
Voghera, e lì il mondo era come se si fosse fermato. Quando sono tornata in
sezione non capivo più se ero in un ospedale o in un manicomio. C'erano tutte
queste ragazze che si facevano e poi qualche stronza che invece la roba la
vendeva. Io su quello ho avuto anche i miei bei casini, vabbè ma poi te la
racconto bene, perchè‚ una mia amica, che per me era come una sorella, dietro

218
all'eroina c'è morta e quella storia non mi è mai andata giù. Di questo poi ne
parliamo. Sai dell'eroina, allo speciale, se ne sentiva parlare, però non è che ti
potevi rendere conto bene di che cosa fosse e soprattutto che cosa aveva
provocato in giro. L'idea di sballarci noi non è che l'avessimo più di tanto. In
carcere poteva girare qualche volta del fumo, fuori mi poteva capitare di farmi
qualche pista di bonza o dell'amfe, ma erano cose che succedevano ogni tanto.
Io non avevo quest'abitudine e nemmeno quelli che ci camminavo assieme. La
stessa cosa valeva per l'alcol. Fuori qualche stordimento me lo sono preso, ma è
una cosa che facevano tutti. In carcere, per abitudine, non toccavo alcol. Era
una cosa che avevo imparato fin dalle prime carcerazioni, tra le vecchie
detenute l'alcol, spesso, era la cura per il carcere, ma non faceva per me. Io sono
cresciuta con la palla della donna fiera, che è sempre all'altezza della
situazione, che non si tira mai indietro e l'alcol era il modo migliore per
spegnersi giorno dopo giorno. Quelle che in carcere bevevano le ho sempre,
forse anche esagerando, disprezzate, considerate delle donne da niente, da
vino. Queste, però, erano cose che ormai non ce le ricordavamo neanche più.
Improvvisamente, invece, mi ritrovo dentro un casino ancora peggiore. Una
prima cosa che ti colpisce è il silenzio. La mattina non esiste, le celle sono
aperte ma non circola nessuno. La vita se la passano in branda e si muovono
solo per procurarsi qualche pastiglia o qualche intruglio. Quando non sanno
più cosa trovare ripiegano sul gas della bomboletta o sulla colla. Continua
l'abitudine di imboscare le cose, solo che adesso i nascondigli servono per fare
scorte di Mogadon, Roipnol, Tavor, Valium e tutto quello che può servire a
stordirsi. In mancanza di meglio c'è anche chi si beve i profumi perchè‚ hanno
una base alcolica consistente. Non è che le tossiche sono stronze, sono un'altra
cosa e non puoi ragionare con loro come con chi non si fa. Per loro parole che
per noi avevano un valore praticamente sacro erano poco più che parole. Sul
momento possono anche sentirsi come una tua sorella, ma il giorno dopo, o
anche solo un momento dopo, ti possono fottere tranquillamente, senza
neppure sentirsi in colpa. E' proprio un modo di fare, di vivere che era
cambiato, non ci potevi fare niente. Le vere stronze e troie erano quelle che
vendevano e che in carcere si comportavano da boss. Loro avevano i soldi e
qualche traffico continuavano a farselo. I soldi, come si sa, piacciono a tutti e
con l'eroina i soldi giravano. Tante di queste, quando ancora stavano fuori,
potevano al massimo fare le puttane o le ricetta, non valevano e non contavano
un cazzo. Ma poi è arrivata l'eroina e queste nella merda ci si sono trovate
bene, insieme ai loro uomini che non valevano certo più di loro. Ancora più che
fuori, lì dentro potevano esercitare il loro potere sulle tossiche. Un potere
illimitato perchè‚ difficilmente per una pera, del vino e qualche pastiglia una
che si fa si rifiuta di fare qualcosa. A quelle che avevano dietro una famiglia
continuavano a fargli fuori i soldi. Le famiglie, l'ho visto troppe volte, non
riescono mai a dire di no a una figlia tossica. Tra i soldi che gli lasciavano alla
porta e quelli che riuscivano a passargli liquidi, anche in carcere il traffico gli
funzionava bene. Anche perchè‚ dentro tutto costa dieci volte di più. I cavalli

219
era facile trovarli tra gli sbirri. Non dico niente di nuovo perchè‚, ogni tanto, ne
hanno legati a mucchi. Chi non poteva pagare si indebitava. In questo modo
diventava il loro divertimento dentro e, una volta fuori, le tenevano in mano.
Dentro gli facevano di tutto, dalle sguattere ai filmini, cioè si divertivano a
vederle lesbicare tra di loro oppure, quando stavano per andare in crisi, se le
portavano in cella e se le usavano in tutti i modi, poi gli davano la roba.
Quando uscivano se volevano campare tranquille dovevano fare i cavalli,
lavorare nei locali o quello che gli faceva comodo. Tutto questo d'accordo con
quelle merde dei loro uomini. Era diventato tutto uno schifo. Di queste cose un
po' sapevo perchè‚ me le scriveva ***, che era fuori e aveva incominciato a
farsi. L'ultima volta che l'ho vista è stata a un mio processo, era irriconoscibile,
gonfia come una mongolfiera e con più pochi denti. E' morta qualche mese
dopo. Alla fine si era messa a battere perchè‚ non riusciva più a combinare
niente, doveva farsi ogni due o tre ore. In carcere trovo una di quelle che so che
le aveva venduto la roba negli ultimi tempi. Non c'ho pensato due volte, la
doveva pagare. Mi sono fatta una lama che ho usato solo per tenere buone le
altre che erano in cella con lei. Le sono entrata in cella, ho tirato fuori il coltello
e ho messo a sedere su una branda le altre due. Le sono andata vicina e le ho
tirato due schiaffi. Senza darle neanche il tempo di aprire bocca le ho tirato
prima una testata sul naso e contemporaneamente una ginocchiata nella fica.
E' andata giù. L'ho presa per i capelli e le ho fatto dare un paio di facciate
contro il ferro della branda, quindi l'ho trascinata fino nel cesso, le ho messo la
testa dentro. Lei era terrorizzata e non provava neanche a reagire o
semplicemente a muoversi. Ho tirato tre o quattro volte lo sciacquone che
ancora un po' annega. Le ho ordinato di non muoversi, di tenere la testa dentro
al cesso, perchè‚ quello era il suo posto e me ne sono andata. Prima di uscire le
ho tirato ancora un calcio su un fianco e uno nel culo, tanto forte che sembrava
che la testa le si fosse incastrata nella tazza. Alle altre due gli ho fatto ballare il
coltello davanti alla faccia e, premendolo sulla gola di una, le ho avvertite che
per adesso finiva lì, ma che una volta fuori le andavo a cercare. Solo che ho
dovuto pazientare ancora qualche anno. (L.)

Palesemente un'epoca è tramontata e della sorellanza, come l'ultima


testimonianza ha mostrato, non resta altro che una tenue memoria.
Così come poco più che un ricordo rimangono i rumori delle battaglie
che hanno caratterizzato il pianeta carcere. Ma anche se le armi
tacciono la guerra non è finita. In realtà, più che di pacificazione ha
senso parlare di un modo nuovo di condurre la guerra. Quello che è
prevalso, a partire dall'emergenza eroina, è un modello di gestione del
conflitto sociale focalizzato sulla dicotomia normale/patologico,
sano/malato (Foucault 2000). L'effetto immediato è stato la messa in
mora della tradizionale relazione (politica) amico/nemico e la
conseguente svalutazione di ogni forma di "alterità". Ma questo cosa
significa? Che ricadute operative ha? La prima, e fondamentale, è

220
l'obiettiva inferiorizzazione di coloro che diventano oggetti dei
"saperi". Un buon esempio è dato dalla perdita della parola da parte
dei soggetti presi in cura, i cui enunciati, in quanto contaminati da
una qualche patologia, devono essere continuamente oggetto di
traduzione e decodificazione ad opera di esperti. Tutto ciò,
indipendentemente dalle singole volontà, non può che determinare
pratiche di "potere" incentrate non tanto sulla dissimmetria delle
forze quanto sull'oggettivo scarto tra chi è legittimato a parlare e chi è
deputato a tacere. A emergere è il potere della "parola" e di chi lo
detiene, mentre gli altri diventano semplici "cose", qualcosa che
ricorda molto da vicino la riduzione a nuda vita (Agamben 1995).
Questo scarto, questa differenza però, sanciti da una diseguaglianza
che i "saperi" hanno resa oggettiva, rendono possibile una procedura
permanente di differenziazione e inferiorizzazione, adattabile a ogni
circostanza, una pratica che, con l'arrivo in carcere degli stranieri,
troverà la sua forma compiuta.

La presenza di donne straniere in carcere inizia a diventare un fatto


abituale a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta (Anastasi,
Gonnella 2002), una presenza che suscita non poco stupore, e non
solo, tra le vecchie prigioniere. La lunga intervista a M., una donna di
50 anni, ex militante di una formazione combattente, è una
testimonianza importante perchè‚ descrive e analizza, grazie alla sua
presenza sul campo, l'inizio di questo processo. Si tratta di una
testimonianza in cui vengono immediatamente al pettine alcuni nodi
fondamentali, a partire dall'importanza che "la linea del colore" ha
avuto e continua ad avere nella nostra storia. M., dopo un qualche
imbarazzo iniziale, fa i conti con i nostri pregiudizi, coloniali e
razziali, che sembrano essere radicati persino là dove sarebbe
impensabile trovarli. Fare i conti con il colonialismo, infatti, vuol dire
ripensare, qua e ora, tutta la nostra storia e i rapporti di dominazione
che la "nostra" civiltà ha imposto al resto del mondo. Ma vuol dire
anche pensare il mondo, la sua storia e le sue lotte, chiudendo
definitivamente con il capitolo della "civilizzazione".

La presenza di detenute straniere è incominciata a essere un fatto normale


dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi. La mia esperienza diretta si
conclude alla fine dell'88, dopo sono andata in semilibertà. Con queste donne
sono stata sia a San Vito, sia a Rebibbia. L'impatto con loro non è stato facile.
Ti faccio subito un esempio, così capiamo subito di cosa si parla. Un giorno a
Rebibbia tre nigeriane hanno iniziato a cioccare. Tre ragazze che saranno
state sui 70, 75 chili, belle spesse come sono loro. Erano ubriache, si sono
spogliate nude e spalmate d'olio dappertutto. Così combinate si sono messe in
mezzo alla sezione spaccando tutto quello che capitava a tiro. Nel frattempo

221
invitavano le guardie a farsi sotto. Alla fine sono riuscite a prenderle, ma non è
stata una passeggiata. Questo esempio non è così estremo e inusuale come può
sembrare a prima vista. Anche altri comportamenti, anche se meno pittoreschi,
erano per lo meno anomali. In quel frangente, anche se non è bello dirlo, io e
altre compagne abbiamo avuto una reazione che non può che essere definita
razzista. Eppure, anche se avevamo posto fine al rapporto di belligeranza con
lo Stato, la nostra storia carceraria non era certo stata contrassegnata da un
atteggiamento sottomesso. Oltre alle abituali colluttazioni, io e altre due che
erano lì con me, solo tre anni prima avevamo sequestrato una guardiana.
Insomma non è che lotte, scontri anche duri ci scandalizzassero. Eppure quella
volta trovammo la cosa se non riprovevole almeno sconveniente. Sicuramente
noi, una cosa simile, in quel modo, non l'avremmo mai fatta. Questo, di per s‚,
poteva anche starci, non ci stava la reazione inconscia che abbiamo avuto.
Dovevamo ammettere che noi, combattenti comuniste, avanguardie di questo e
di quello, alla fine non eravamo tanto diverse da qualunque coglione? Che di
fronte ad aspetti inconsueti e nuovi non riuscivamo a comportarci e a pensare
diversamente dall'odiato e deriso uomo della strada? Finivamo anche noi per
essere, n‚ più n‚ meno, come la cosiddetta gente? La cosa meritava qualche
approfondimento. Tieni presente che la difficoltà di rapportarsi alle detenute
straniere c'era anche nelle cose più banali. Loro erano imprevedibili, almeno
secondo la nostra logica, comportandosi in maniera del tutto irrazionale.
Soprattutto mi colpiva la loro naturale tendenza all'eccesso. Questo soprattutto
nel bere, nel mangiare e nel sesso. La nostra cultura le avrebbe sicuramente
classificate come fobiche. Mangiavano e bevevano, quando potevano, sempre
come se fosse l'ultimo pasto della loro vita, dopo di che si producevano in
orgasmi, singoli o di gruppo, che richiamavano l'attenzione dell'intero carcere.
Uno spettacolo che riscuoteva non poco successo tra la custodia. Infatti, le
guardie facevano a gara per venire in sezione a ristabilire l'ordine. In realtà
venivano a godersi lo spettacolo, anche perchè‚ queste di fronte alla presenza
maschile assumevano atteggiamenti ancora più espliciti e provocanti. Questa
assenza di pudore, questa ostentazione animalesca del corpo, per noi era
incomprensibile. Un altro aspetto poco comprensibile erano le loro crisi
improvvise. Crisi che finivano sempre con qualche gesto autolesionista.
Qualcuna si tagliava, ma c'era anche chi si spaccava la testa sbattendola
furiosamente contro il muro. Quello che mi colpiva era come queste donne
giocassero sempre pesantemente con il loro corpo. Come se, al pari di un
animale, questa fosse la loro principale dimensione. E qua vengo al punto. E'
innegabile che tra noi e loro la differenza era abissale. Negarlo sarebbe stato
non solo sciocco ma inutile. Il problema per me, per noi, era capire che cosa ci
separasse. perchè‚ lì, a prima vista, la differenza sembrava quella tra chi
appartiene al genere umano e chi è poco più di una bestia. Le differenze
culturali potevano anche entrarci, ma lì, a guardar bene, sembrava che la
distanza tra il mondo della cultura, il nostro, e il mondo dei bisogni
elementari, il loro, non presentasse alcuna possibile mediazione. In effetti è

222
così. La distanza tra noi e loro, banalmente, me l'ha spiegata una di queste
ragazze attraverso un esempio molto concreto: l'acqua. Questa mi ha detto:
'Vedi, se tu qua non puoi comprarti la minerale e bevi l'acqua del rubinetto,
non ti succede niente. Da noi, è quasi certo che prendi qualche malattia'. Un
fatto apparentemente stupido, ma che rendeva bene la situazione. Ma gli
esempi potevano andare avanti all'infinito. La facilità con cui si poteva morire
o finire in prigione, il potere assoluto dei militari, della polizia e degli uomini
bianchi, che dei neri, e ancor più delle donne, potevano fare quello che
volevano. Nei racconti di questa ragazza c'era l'abitudine alla violenza,
all'oltraggio ai quali il corpo del nero è continuamente sottoposto, al ricatto del
cibo e dell'acqua. Di colpo la mia vita, la nostra storia, mi è sembrata ridicola e
banale. La nostra rivoluzione, le nostre scelte così estreme, di fronte alla vita
quotidiana di queste donne, erano poco più di una tempesta in una tazzina da
caffè, a parte il periodo Dozier. E' vero, si comportavano da animali, ma per
noi erano mai stati qualcosa di diverso? Quanta violenza si è riversata su
queste popolazioni? Ora le avevamo davanti e anche noi, che almeno in teoria
avevamo lavorato anche per la loro liberazione, finivamo per rinchiuderci nel
nostro mondo, dove si può bere dal rubinetto senza rischiare di morire. E non è
facile venirne a capo. In carcere queste differenze non si smussano, anzi si
amplificano. Cos'è il colonialismo l'ho imparato a Rebibbia e ti parlo di un
carcere che, in confronto agli altri, è tutt'altra cosa. Il problema è che queste
donne, e immagino anche gli uomini, ancora prima di essere dei prigionieri
sono un'altra specie e così vengono trattati. Io ho chiesto a una perchè‚ si
comportano così. perchè‚ si ubriacano, si denudano e danno fuori di matto. La
sua risposta, in fondo ineccepibile, è stata che non fanno altro che quello che
noi ci aspettiamo. In effetti, tutta la letteratura coloniale, specialmente quella
incentrata sul continente africano, non ha fatto altro che rimandarci
l'immagine del nero come propaggine lussuriosa della natura. Le donne e gli
uomini africani sono sempre stati descritti eccessivi, nel mangiare, nel bere, nel
sesso. Queste, alla fine, non fanno altro che confermare un modello letterario e
culturale. Mi sembra evidente che, da quell'epoca in poi, parlare di carcere vuol
dire fare i conti con una storia completamente diversa da quella che noi
avevamo conosciuta e in gran parte costruita. Prima di chiudere vorrei
ricordarti ancora un altro episodio, non più di Rebibbia, ma di San Vito. E'
una storia solo leggermente postdatata. Nel '94, per una questione burocratico-
formale sono tornata dentro per tre mesi e quello che cinque anni prima
sembrava solo una curiosità esotica era diventata la norma. Mi riferisco ad
alcune ragazze albanesi. Queste erano finite dentro per prostituzione e rapina.
Si prostituivano e, in alcuni casi, derubavano i clienti. Quasi tutti i soldi
finivano nelle tasche dei loro fidanzati. Eppure loro continuavano a difenderli
e si rifiutavano di denunciarli. Il risultato era che loro rischiavano di prendere
una condanna molto più alta, perchè‚ in realtà facevano tutto loro. Anche lì,
per me, per noi, la cosa era inconcepibile. Sapevamo, perchè‚ ce lo avevano
detto loro, che oltre a portargli via i soldi, a obbligarle a lavorare sul

223
marciapiedi, pomeriggio e sera, ogni tanto le picchiavano anche. Tanto per
ricordargli chi era a comandare. Eppure loro, non solo non si ribellavano, ma
li proteggevano. Stupidità, differenze culturali, ignoranza? Sì, anche. Ma non
era il motivo principale. La ragazza con la quale ero diventata un po' amica mi
ha raccontato che la violenza, lo sfregio, lo stupro, la negazione della dignità,
lei li aveva conosciuti prima di venire in Italia, ed erano stati gli europei civili,
piombati in Albania come liberatori, in realtà come avanguardie del libero
mercato, a esercitarli. Chiunque arrivasse si sentiva come il cacciatore che,
finalmente, ha una riserva di caccia a sua completa disposizione. Con in più il
vezzo di poter cacciare animali esotici in un paese esotico. Le prime violenze le
ha subite nel laboratorio di scarpe dove aveva trovato lavoro. Da lì era
scappata, era finita in città ma la cosa non era migliorata. Così aveva trovato
un ragazzo e con questo era scappata in Italia. perchè‚ lo proteggeva? perchè‚,
nonostante lo sfruttamento, gli rimaneva attaccata? Semplicemente perchè‚ lui
era meno peggio degli altri. Anche se raramente, ogni tanto la trattava da
essere umano, gli altri come una macchina. Macchina per costruire scarpe, per
produrre orgasmi, per pulire i pavimenti. Una risposta banale, quanto
drammatica. Queste prese dirette con il colonialismo mi hanno fatto tornare in
mente Nietzsche quando, non mi ricordo più dove, parla dell'abitudine al
dolore dei popoli non europei sulle carni dei quali, per secoli, si è continuato a
incidere il bisturi senza alcuna cura. Un'immagine letteraria che ora
diventava drasticamente reale. (M.)

I corpi ubriachi, nudi e oliati delle ragazze nigeriane pronte alla


battaglia che la guerrigliera osserva stupita segnalano che qualcosa di
inusuale è accaduto non solo in carcere ma nella nostra società. Sono
soprattutto gli stranieri che, a partire dai primi anni Novanta,
sostituiscono, in quanto "nemico pubblico" (Dal Lago 1999), il vuoto
lasciato da guerriglieri e banditi. Prima di passare in rassegna le
tipologie e le strategie di annientamento/contenimento messe in atto
dalle nostre società contro i nuovi nemici, è necessario tirare le fila
proprio sulle sorti dei guerriglieri e dei banditi. Descrivere il modo in
cui le loro vicende si concludono non è una semplice curiosità storica,
ma serve per disegnare un efficace paradigma delle trasformazioni
sociali, culturali ed economiche che hanno investito la nostra società a
partire dai primi anni Ottanta.

224
CRONACHE MARZIANE
ADDIO ALLE ARMI.

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta il rapporto tra gran
parte dei militanti della guerriglia, i duri delle batterie, anche se nel
loro caso in una forma più sotterranea, e le istituzioni è segnato da un
processo di graduale pacificazione. Il modo in cui questo atto si
consuma merita di essere analizzato in profondità perchè‚, a
prescindere dalle contingenze che lo hanno animato, non rappresenta
un semplice "escamotage" per venire a capo di una situazione
eccezionale, ma un modello di "governamentalità" (Foucault 1994, p.p.
43-67) che si pone come "frame" normativo delle nostre società. In
micro, guerriglieri e banditi forniscono il materiale umano su cui
sperimentare con successo nuovi modelli "disciplinari". Ciò non è il
frutto di un piano o di un progetto, bensì l'effetto di "pratiche
disciplinari" che si mostreranno efficaci, efficienti e soprattutto in
sintonia con le forme di controllo sociale che le cosiddette società
postmoderne richiedono.

Solitamente si sono individuate nelle cosiddette leggi sui pentiti e


dissociati, specialmente in relazione agli appartenenti alla guerriglia
comunista, gli strumenti che hanno permesso la fuoriuscita da una
situazione che rischiava di consegnare il conflitto armato a uno stato
di stallo permanente, con la conseguenza di dare avvio a una forma
endemica di guerriglia, priva di prospettive politiche ma
sporadicamente operativa sul piano militare. Su questo passaggio
occorre soffermarsi. Le due iniziative legislative hanno, in realtà, ben
poco di eccezionale o, meglio, rientrano appieno nella tipica accezione
dello "stato di eccezione" (Schmitt 1972). I due provvedimenti,
insomma, appartengono alla tradizionale gestione e risoluzione dei
conflitti, politici e sociali, all'interno dei quali la relazione di
"inimicizia" è giocata in tutta la sua intensità. Nel caso dei pentiti la
cosa appare quanto mai evidente. In ogni situazione bellica chi passa
dall'altra parte e collabora attivamente ottiene in cambio la vita, la
libertà e non di rado anche la ricchezza. E' esattamente ciò che è
successo. La legislazione sui pentiti, nonostante il nome un po'
fantasioso, non è altro che la classica legge di guerra sempre applicata
nei confronti di chi decide di saltare il fosso e collaborare attivamente
con il nemico. La stessa legge sulla dissociazione non è estranea alle
consuete categorie del "politico" perchè‚, anche in questo caso, se si va
al sodo non si troverà altro che la ratificazione sul piano giuridico-
formale di quella che comunemente è la resa di un esercito. La fine di

225
ogni conflitto incentrato sulla "guerra" non può che passare
necessariamente attraverso l'abbandono e la consegna delle armi.
Questo è il nocciolo della questione. Che in alcuni casi, vista la
discrezionalità che la legge lasciava, una quota di magistrati, e in
particolare coloro maggiormente legati all'area del P.C.I., non
chiedessero semplicemente la consegna delle armi ma subordinassero
l'applicazione della legge a una pubblica abiura è cosa che
probabilmente ha più a che fare con la tradizionale avversione di
questo partito per i movimenti che lo hanno criticato da sinistra che
con gli scopi "pratici" della legge. In linea di massima la magistratura,
specialmente se di ispirazione democratica, liberale o conservatrice, si
limitò a prendere atto del distacco dalla pratica armata applicando la
legge senza eccessivi accanimenti e ossessivi rituali di degradazione.
L'aspetto propriamente politico di questi provvedimenti è inoltre
confermato dalla loro dimensione esclusivamente pubblica. I pentiti
sono premiati perchè‚ raccontano come sono andate le cose e
permettono di far luce su numerosi episodi, oltre, ovviamente, a
consentire l'arresto di numerosi militanti e l'annientamento di gran
parte delle strutture logistiche della guerriglia. L'interesse che si nutre
nei loro confronti è esclusivamente militare. I dissociati - che a
differenza dei pentiti non rappresentano un blocco omogeneo, dato
che la presa di distanza dalla lotta armata segue percorsi abbastanza
differenti - usufruiscono di una serie di benefici perchè‚, su un piano
puramente politico, decretano l'addio alle armi. In tutto ciò prevale un
discorso collettivo e pubblico. Allo Stato, nella sua rappresentanza
politico-militare, poco interessa del singolo individuo, a essere
determinante è unicamente la sua appartenenza politica. Stato e
guerriglieri stanno di fronte come due corpi collettivi, il primo come
vincitore, il secondo come vinto. L'applicazione della legge avviene
attraverso un passaggio individuale, e non potrebbe essere altrimenti,
perchè‚ è il singolo che deve chiarire la sua posizione rispetto all'uso
delle armi, ma in questo non vi è nessun processo di
"individualizzazione" e/o "differenziazione". La legge si limita ad
accertare i comportamenti politici di ogni singolo militante e in base a
questi ne stabilisce i destini. Il guerrigliero è "nemico" in quanto tale e
la sua "nemicità" è legata alla sua pratica politica e pubblica, in ciò non
vi è nulla di personale. Così come non deve essere necessariamente
brutto e cattivo mentre combatte, non è obbligato a diventare bello e
buono nel momento in cui depone le armi (Schmitt 1972). Le
valutazioni "individuali" rimangono estranee alle trattative della resa e
nonostante il clamore che questi provvedimenti hanno suscitato non
possono essere considerati un modello normativo di carattere
generale. "Stato d'eccezione" nella sua forma più trasparente, ha
potuto al massimo tracciare la strada per situazioni altrettanto

226
"eccezionali". A distanza di pochi anni, ad esempio, all'interno della
cosiddetta emergenza mafia si sono visti riprodurre meccanismi
giuridici non troppo diversi (e molto più realisticamente il termine
pentito è stato sostituito con collaboratore di giustizia).

Tuttavia, la normativa sulla dissociazione è una legge politica solo a


metà. Mentre nei confronti dei pentiti è applicato integralmente il
codice di guerra - la libertà e in qualche caso la ricchezza sono
concessi immediatamente - nei confronti della stragrande
maggioranza dei prigionieri la legge si limita a ridurre le pene
precedentemente inflitte, dove è possibile, senza esercitare fino in
fondo il diritto di "eccezione". Non riapre, ad esempio, le sentenze
passate in giudicato e non riduce più di tanto le condanne
precedentemente inflitte; è una legge dell'"eccezione" che deve
modellarsi all'interno della normale procedura ma che, per risolvere
definitivamente la questione della prigionia, lascia aperto un grosso
spazio: la riforma penitenziaria. La stragrande maggioranza dei
guerriglieri, ma anche dei banditi e dei rapinatori, troverà all'interno
della nuova legge penitenziaria lo strumento, apparentemente
"tecnico", per porre fine allo stato di guerra degli anni precedenti. E'
questa "tecnica disciplinare" (Foucault 1976) che, a differenza delle
leggi di guerra (le quali possono avere un carattere limitato nel tempo
e essere applicate solo su particolari soggetti), può estendersi all'intero
corpo sociale, il vero nocciolo della questione. Un modello di governo
che, con caratteristiche non troppo dissimili, si è visto affiorare, in
precedenza, all'interno della stessa comunità prigioniera. La
"macchina amministrativa" analizzata in un capitolo precedente,
anche se più rozza e priva del supporto dei "saperi umani", è
informata da princìpi di "disciplinamento" e "individualizzazione"
non dissimili. All'interno della riforma si assiste a uno spostamento
prospettico dello sguardo del potere. Le cosiddette leggi emergenziali,
in fondo, si occupavano unicamente di tutto ciò che stava in
"superficie". Per i contendenti di entrambi i fronti sono decisive le
funzioni che l'"uomo/nemico" avverso svolge. Non vi è nessun
interesse a scavare in profondità nell'animo del singolo avversario. Il
nemico si combatte in virtù di una sua valenza strategica o tattica,
senza curarsi d'altro, tanto meno di ciò che cela negli abissi
dell'anima. La riforma ribalta completamente questa logica. A
diventare centrale è l'"anima" (Foucault 1976) del prigioniero, mentre
la sua storia e biografia (pubblica) diventano inessenziali, superflui o
addirittura ingombranti. Il prigioniero appare come un foglio bianco
su cui, con il supporto del trattamento rieducativo, si dovrà scrivere
una biografia "ex novo", ma questa volta sotto la rassicurante guida del
"sapere". Una biografia fondata sulla "scienza" e non sull'istinto. Inizia

227
così un percorso di perenne osservazione sotto il "potere" delle scienze
dell'uomo. Un potere che osserva e valuta "tutti" gli aspetti della vita
individuale. Una procedura non dissimile da quella messa in atto dai
"comitati di salute pubblica" all'interno delle carceri che, non
incidentalmente, si preoccupa in prima battuta di azzerare le
biografie individuali sedimentate dagli eventi storici per sostituirle
con le biografie "legittime" costruite dal potere-sapere degli apparati
di controllo. E' questa "tecnica", in grado di spostare l'ordine del
discorso dalla storia al patologico, dal pubblico al privato, dal collettivo
all'individuale, che pretende di risolvere, una volta per sempre, la
questione delle anomalie presenti e future. Lo fa senza clamori,
silenziosamente e con il massimo riserbo, come conviene a uno
scenario clinico (Foucault 2000). E' una "tecnica" che non agisce in
"superficie" ma in "profondità" per cercare di sradicare alle origini il
problema. La soluzione in fondo è semplice e non completamente
inedita. Si tratta di delegittimare sul nascere ogni forma possibile di
conflitto, trasformando i probabili antagonisti politici e sociali in
soggetti "patologici". Questi, una volta resi innocui dai tradizionali
dispositivi militari - le scienze umane non si contrappongono alle
pratiche militari ma operano in sinergia con quest'ultime (Foucault
2000) - attraverso un processo di "individualizzazione" (la cura non
può che avere un iter individuale) e di "differenziazione" (l'intensità
terapeutica non può che essere graduata in base alla gravità clinica),
devono essere sottoposti a una costante osservazione in grado di
rilevare progressi, mancanze, volontà di guarire eccetera. Uno
strumento "tecnico" che si rivela molto più politico, per la gestione dei
conflitti sociali, delle stesse leggi "eccezionali". Il senso "politico" della
riforma è colto lucidamente da V., una guerrigliera torinese.

Come molti, per uscire, ho usufruito delle opportunità presenti nella riforma
penitenziaria. Quando collettivamente abbiamo deciso di mettere la parola
fine alla pratica della lotta armata le mie sentenze erano abbondantemente
passate in giudicato. La riforma è diventato lo strumento tecnico che
permetteva di velocizzare i tempi di uscita. Tutti, per lo più, l'abbiamo
considerata come un semplice strumento, un mezzo e nulla più. In realtà, ma
questa è stata una scoperta successiva, quella legge non è un mezzo ma un fine
perchè‚, contrariamente alle diverse leggi legate alla stagione dell'emergenza, e
che pertanto non possono considerarsi come norme applicabili all'intero corpo
sociale, la riforma è un modello di governo che si estende, almeno in potenza, a
ogni sfera della vita sociale. Tutto può spiegarsi con la cosiddetta
individualizzazione del trattamento. Vedo di spiegarmi. Anche le varie leggi
emergenziali avevano un fondo individuale, legato però a una storia collettiva
e pubblica. La magistratura e quindi lo Stato, in poche parole, volevano sapere
una cosa sola: ti riconosci ancora dentro l'ipotesi della lotta armata? Rimani

228
ancorata a una pratica del conflitto politico e sociale attraverso l'uso delle
armi, o riconosci la necessità di ricondurre il conflitto dentro una cornice che
esclude il ricorso alle armi? Insomma: armi sì, armi no. Lo Stato, alla fine,
voleva sapere questo. Il suo interesse si limitava alla tua biografia politica e
collettiva, senza alcun interesse per la tua, chiamiamola, personalità.
Rinunciando pubblicamente alla lotta armata, la tua pericolosità cessava. Il
resto, tutto sommato, erano affari tuoi. Una logica puramente politica che si
poneva di riconsegnare alla sfera politica normale i soggetti che vi si erano
posti fuori. Si potrebbe parlare di ri-politicizzazione di una generazione, più
che di risocializzazione. La riforma, invece, parte proprio da questo
presupposto. La riforma non agisce su un corpo politico ma sociale. La sua
valenza non è particolare ma generale. Di fronte non ha un guerrigliero, come
nel nostro caso, ma un soggetto deviato, deviante, anomalo, asociale o
patologico che deve dimostrare di essere socialmente adatto. Questa riforma,
infatti, prende in carico l'intero corpo prigioniero, senza distinzioni. Le
biografie pubbliche e collettive non hanno alcuna importanza. Il suo è un agire
profondamente democratico, anche se in un'accezione poco usuale. Tutti i
prigionieri sono uguali, perchè‚, anche se con gradi diversi, sono ugualmente
malati. Inizia così un processo di ricollocazione sociale che azzera la tua storia
o, meglio ancora, di questa se ne frega. Per uscire dal carcere devi dimostrare
una compatibilità sociale che non può essere altro che l'adesione a un modello
uniforme e completamente omologato. La riforma ha un solo problema: la
normalizzazione e l'omologazione degli individui all'interno di uno standard
che non ammette anomalie. Un processo che passa attraverso una serie infinita
di piccole e quotidiane osservazioni e una continua investigazione dei dettagli.
L'interesse si focalizza sui microscenari, sono questi che si vuole conoscere. Nel
momento in cui entri in osservazione il tuo passato si cancella, diventi un
individuo senza storia e senza memoria, intorno a te si confeziona l'abito del
disadattato e del deviante. Per uscire non dovrai abiurare nulla,
semplicemente dimostrare di non essere più malato. Ma c'è qualcosa di più in
tutto questo. La premessa dell'osservazione è la rinuncia a qualunque vincolo
collettivo. Solo accettandoti come individuo solo e isolato è possibile essere
riammessi nella società. Un processo che ben si sposa con i modelli sociali
esterni. In fondo il nocciolo duro della riforma non è altro che piegare alla
solitudine e quindi all'insicurezza gli individui recalcitranti. Un modello che
non ha nulla a che fare con la risoluzione di un problema politico, come
erroneamente spesso noi abbiamo creduto, ma che sperimenta un modello di
governo riferito all'intera società. (V.)

V. centra perfettamente il senso della riforma penitenziaria la quale


non fa altro che anticipare, sperimentare e velocizzare un modello di
controllo sociale che, modificato in base alle specifiche circostanze,
diventa in breve tempo un modello di controllo per tutta la sfera
sociale. In questo senso il carcere riformato può considerarsi un

229
eccellente banco di prova per la messa a punto di una serie di
"tecniche disciplinari" particolarmente interessanti e appetibili per
estirpare dal corpo sociale l'idea stessa del conflitto, e controllarlo
mettendo in mora il riaffiorare di dinamiche in grado di far
riemergere la spettralità della dicotomia politica "amico/nemico". Non
si tratta, come ingenuamente in prima battuta verrebbe da dire, di
una strategia repressiva, piuttosto di un modo di governare
finalizzato alla produzione di "corpi docili" e "disciplinati" facilmente
incatenabili alla macchina produttiva. Come ha ben evidenziato
Foucault (1978), questo è poco interessato alla repressione in quanto
tale, mentre molto più appetibili appaiono quelle pratiche di
"disciplinamento" dei corpi in grado di garantire una proficua
produttività. In parole più semplici: il "potere" è interessato a tutto ciò
che gli può garantire una non problematica estorsione di ricchezza da
parte degli individui messi al lavoro. In fondo è sempre l'"economia" a
svolgere un ruolo centrale nelle società contemporanee e, pur
all'interno di condizioni strutturali che si sono modificate, la
ricchezza è sempre data dalla quantità di lavoro che si è in grado di
estorcere dai proletari (Dal Lago 1997). E' noto come più gli individui
vivano in una condizione di isolamento maggiore sia il loro grado di
sottomissione e minime le forme di resistenza che sono in grado di
mettere in campo contro la "macchina produttiva". Meno resistenze,
meno lotte, quindi più produzione e maggiore accumulo di ricchezza.
Il nocciolo della questione è tutto qua. In questo senso la riforma
penitenziaria assume una valenza strategica di carattere generale e
non una semplice e periferica "procedura disciplinare" relativa a
limitate quote di popolazione. Ma come opera la riforma? La sua
prima preoccupazione è ridurre il corpo prigioniero a un insieme di
monadi isolate. Per usufruire dei benefici della riforma il prigioniero
deve innanzi tutto rinunciare a ogni legame sociale e a una storia
collettiva (Verde 2002). Essere nudo e isolato è la condizione
indispensabile per essere inserito in uno dei programmi della
cosiddetta risocializzazione (il trattamento rieducativo). In seconda
battuta deve rinunciare a ogni forma di negoziazione. L'unico suo
diritto è accettare di buon grado le condizioni che la macchina
rieducativa gli prospetta. Infine deve diventarne lui stesso il
principale agente e fautore, una specie di autoimprenditorialità della
risocializzazione. Insomma, oltre che essere preso in cura il
prigioniero deve attivarsi nell'autocura. Una riedizione in chiave
postmoderna della "servitù volontaria" che, se si osservano le
trasformazioni intervenute nella società contemporanea, in
particolare nel mondo del lavoro, sono tutt'altro che eccentriche. E'
noto come, a partire dallo smantellamento della grande fabbrica
fordista, lo statuto sociale del lavoro (Ewald 1985) abbia conosciuto

230
una costante erosione fino a rendere normali, almeno per le quote di
popolazione socialmente più deboli (in particolare i migranti),
condizioni lavorative non dissimili dal servaggio (Dal Lago, Quadrelli
2003). A questa realtà estrema e ancora limitata, ma tendenzialmente
in espansione, bisogna aggiungere la condizione di precarietà e
incertezza in cui vivono e lavorano quote di popolazione non
minimali. A caratterizzare questa condizione è un sostanziale
isolamento sociale, la mancanza di un legame collettivo con gli altri
individui/lavoratori, l'accanita competizione tra loro (che non
raramente si manifesta in aperta delazione a favore delle direzioni
aziendali di turno) e l'obbligatoria rinuncia a instaurare una
qualunque forma di negoziazione conflittuale con i datori di lavoro.
Per finire, è il caso dei cosiddetti lavoratori autonomi di seconda
generazione (Bologna, Fumagalli 1997), non sono pochi coloro
costretti a dover estorcere plusvalore da se stessi, dando vita a forme
di autodisciplinamento particolarmente dure e feroci. Un modello di
governo dei viventi che non ammette resistenze. Per chi si mostra
recalcitrante si aprono immediatamente le porte dell'esclusione
sociale, della marginalizzazione fino ad arrivare ad autentici processi
di criminalizzazione (Dal Lago 2001). Così come in carcere la non
adattabilità al trattamento comporta il passaggio a forme di
detenzione più dure e l'esclusione dai benefici previsti dalla riforma
(Verde 2002), all'esterno il rifiuto alla subordinazione comporta
licenziamenti, retrocessioni a mansioni di sempre più basso profilo,
espulsione dalla società legittima eccetera. A ragione si può ben dire
che il carcere si è socializzato, ma questo non perchè‚ nella nostra
società sia diminuita la presenza del carcere, piuttosto perchè‚ la
"forma-carcere" si è dilatata e ha fornito un modello generale di
governo (Gallo, Ruggiero 1989). Per questi motivi, il tema della riforma
penitenziaria e il suo rapporto con le leggi che hanno chiuso la
stagione dell'emergenza meritano di essere minimamente
approfonditi. Questa è stata sovente considerata un "continuum", nel
senso di una pacificazione generalizzata, con la legge sulla
dissociazione, dando vita a non pochi malintesi (Verde 2002). A
proposito mi sembra utile riportare l'intervista a T., un ex militante di
un gruppo armato. A partire dal "malinteso" tra dissociazione e
riforma penitenziaria, si sofferma sugli aspetti di quest'ultima che,
indipendentemente dalle buone intenzioni, non ha sicuramente
contribuito a "decarcerizzare" la società ma, semmai, a dilatare,
estendere, fino a rendere normale e trasparente la "forma carcere" ben
oltre le sole mura penitenziarie.

"Qual è il rapporto tra la legge sulla dissociazione e la riforma


penitenziaria?"

231
Su questa cosa c'è stato un grosso malinteso che è il caso di spiegare. Anche
perchè‚, su molte cose, solo ora, o da poco, probabilmente è possibile iniziare a
dire delle cose. Diciamolo subito: la legge sulla dissociazione è stato un
obiettivo legittimo perseguito dal corpo prigioniero e da quel particolare ceto
politico che rappresentavamo. Chiudere la stagione della lotta armata per il
comunismo, come progetto strategico era doveroso oltre che indubbiamente
realistico. Quel progetto era morto con la sconfitta che tutta la classe operaia, e
non solo le sue avanguardie armate, subisce nei primissimi anni Ottanta.
Chiudere quella stagione era pertanto necessario. La legge sulla dissociazione
ha fatto questo. Una legge politica, concepita per un ceto politico. Una legge
che ha chiuso un'epoca e che non ha avuto particolari ricadute sui modelli di
gestione e governo del conflitto sociale, anche perchè‚ si rivolgeva ai residui di
una storia ormai superata. Il rapporto con la riforma è stato una conseguenza,
in fondo contingente, utilizzata per chiudere, non solo sul piano formale, la
stagione del conflitto armato. In poche parole, chi rimaneva dentro, attraverso
la riforma aveva modo di accelerare notevolmente i tempi di uscita. Per noi, in
quanto ceto politico, la riforma è stato un semplice strumento, si potrebbe dire
semplicemente tecnico. Però la tecnica che informava questa procedura, come
si è visto nel tempo, sottaceva a un modello di governo del sociale le cui ricadute
non si limitavano al ristretto ambito carcerario ma sono servite a sperimentare
e affinare una tecnica di governo che è diventata una norma generalizzata.
Inizialmente, e in quel particolare momento, era anche possibile confondere il
processo di pacificazione politica tra Stato e Organizzazioni combattenti con
un'analoga procedura di pacificazione tra stato e società. Molti, e non gliene si
può fare un grosso rimprovero, hanno considerato dissociazione e riforma come
due aspetti dello stesso processo. In realtà la prima ratificava la pacificazione
nei confronti di un'istanza politica ormai completamente delegittimata e fuori
dalla storia, mentre la seconda apriva una nuova stagione, almeno in senso
foucaultiano, della guerra sociale. Noi, o almeno molti di noi, non è il caso di
fare stupide e inutili polemiche, abbiamo letto questo passaggio rimanendo un
po' troppo legati a Clausewitz, alla guerra come continuazione della politica e
a considerarla, in fondo, come situazione eccezionale. In realtà, come ha
giustamente evidenziato Foucault, il paradigma deve essere rovesciato: è la
guerra la trama permanente che attraversa la vita sociale. La riforma bisogna
leggerla in questa direzione.

"In che senso?"

E' presto detto. In carcere si sperimenta e prende forma un modello di controllo


e gestione che, per gradi, finirà per investire tutti gli ambiti sociali. Per prima
cosa si assiste alla negazione dell'idea stessa di conflitto. Non esistono più
soggetti conflittuali o antagonisti ma solo disadattati, disagiati, emarginati
eccetera, in parole povere chi rompe i coglioni non è un ribelle ma un malato.
Come tale deve essere oggetto di cura. Questo, come conseguenza immediata,

232
comporta la perdita della parola. Parlare vuol dire esistere, ma per esistere
bisogna essere riconosciuti, i malati non esistono, se non in relazione alla loro
malattia. Questo è un primo passaggio. Il secondo, non meno importante, è che
con la perdita della parola si perde anche il diritto alla propria biografia. Se
non si può parlare, non è pensabile potersi raccontare. A quel punto l'unica
biografia possibile è quella che i vari specialisti del disagio, con i loro
linguaggi, cominciano a riscrivere. L'unica storia che inizia a essere scritta,
raccontata e soprattutto interpretata è quella del tuo malessere e del tuo
disagio. Infine, tutto ciò, comporta la perdita di qualunque legame collettivo,
di storia, cultura e stili di vita comuni. Tu esisti solo, come individuo, solo e
atomizzato, attraverso le parole che ti dedicano gli specialisti che si occupano
di te. Queste sono le condizioni per accedere ai benefici della riforma. In base al
tuo grado di adattamento a questo meccanismo accedi a un determinato livello
di carcerizzazione. La condizione di detenzione si dilata dalle forme più brutali
come quelle del 41 bis fino alle più trasparenti delle cosiddette pene alternative.
In questo modo viene a cadere qualunque idea di collettività. Non esiste più un
corpo prigioniero con la sua storia, le sue lotte eccetera, ma singoli individui
incasellati in una delle tante e molteplici forme di carcerizzazione. Il succo
della riforma è questo.

"Perchè‚ secondo te, questo modello non si limita al mondo carcerario


ma rappresenta un modello di governo che investe gran parte degli
ambiti sociali?"

Perchè i suoi presupposti sono: individualizzazione, isolamento e


desolidarizzazione. Meccanismi che informano, con gradualità diverse, la
società contemporanea a partire, e questo è il vero nodo centrale, il mondo del
lavoro. A partire dal momento in cui la grande fabbrica, dove maggiore era la
concentrazione della forza operaia, è stata smantellata, il mondo del lavoro è
stato oggetto di una riorganizzazione improntata su princìpi non dissimili da
quelli che hanno ispirato il mondo della prigione. Non solo, ma anche dentro il
lavoro l'insorgere del conflitto o di qualche fenomeno antagonista è relegato nel
mondo del patologico. Per poter lavorare bisogna sempre più accettare un
rapporto personale e individualizzato con l'azienda, non rivendicare diritti, e
soprattutto non provare a dare forma a una qualche istanza di contrattazione
o lotta collettiva. Se lo fai diventi un indesiderato, un matto, un malato e vieni
fatto fuori. C'è infine un altro aspetto che vale la pena di evidenziare e che ha
uno stretto legame con le procedure messe in atto dalla riforma. Mi riferisco
all'amministrazione del sociale. Nel momento in cui, in carcere, si è iniziato a
trattare il conflitto come malattia, le istituzioni hanno iniziato a colonizzare il
sociale fino ad arrivare al paradosso per cui il sociale è soltanto ciò che è
istituzionalmente amministrato. L'ultima estensione della forma carcere nella
società, se ci pensi bene, è rappresentato da gran parte del terzo settore. E' al
suo interno che si chiude il cerchio e che il carcere si fa trasparente e morbido,

233
senza per questo perdere la sua funzione di governo e di comando. (T.)

Le donne e gli uomini della guerriglia, quando escono definitivamente


dal carcere, non sono accolti n‚ da applausi n‚ da simbolici lanci di
pomodori o peggio. Ciò che trovano è il "nulla", ed è questa la
dimensione in cui si ritroveranno a vivere. Una dimensione che li
omologa immediatamente alla condizione di vita media di gran parte
della popolazione (Bauman 2002). Escludendo minime quote che, per
appartenenza di classe, hanno di fronte le tradizionali opportunità
tipiche dei ceti sociali elevati, tutti gli altri ritornano all'interno della
loro dimensione, prevalentemente operaia o piccolo-borghese. Sono
proprio questi i mondi dove, più visibilmente, si possono notare e
toccare con mano le conseguenze causate dalla fine della centralità del
lavoro operaio e della fabbrica. Banalmente, chi è inserito ai livelli più
alti della scala sociale casca, secondo un consueto detto popolare,
sempre in piedi. Solitamente ha a disposizione denaro, cultura,
relazioni e flussi di comunicazione tali da consentirgli di attraversare
le fasi della mutazione sociale senza eccessivi traumi. Difficilmente,
infatti, la sua ristretta cerchia sociale finisce in frantumi. Al massimo
è qualche individuo a rimanere stritolato dai processi di
trasformazione, ma il "ceto" solitamente fa quadrato e dalle
innovazioni esce per lo più rafforzato. Coloro che, provenendo da
questi settori sociali, rientrano nei ranghi sono i pochi a poter
usufruire ancora di un forte collante di classe e a non dover affrontare
in completa solitudine il "nulla". Per tutti gli altri lo scenario sarà ben
diverso. A venir meno è, innanzi tutto, quell'insieme di relazioni
sociali del quartiere operaio e la condivisione di una cultura e uno stile
di vita vagamente comunitario (Bauman 1999). In questi quartieri a
dominare, ora, è l'eroina e/o uno stile di vita incentrato sul consumo
indifferenziato, mentre la fabbrica, il luogo all'interno del quale la
cultura operaia si era trasformata in progettualità politica di potere, è
stata progressivamente esautorata. Il mondo del lavoro assume
contorni inimmaginabili. E' di questi tempi, infatti, il fiorire del
cosiddetto lavoro autonomo (Bologna, Fumagalli 1997) che, come
spiegherà bene una testimonianza successiva, si basa in sostanza
sull'estorsione di plusvalore da se stessi. In contemporanea, uno dei
settori lavorativi maggiormente in espansione è il cosiddetto terzo
settore o del privato sociale dove, quasi come per una beffa del
destino, trovano occupazione non pochi ex guerriglieri.

La loro "solitudine" non ha nulla di eccezionale. Non è il frutto di una


esclusione politica o sociale dovuta alle scelte radicali del passato. Nei
loro confronti non sembra esserci alcun tipo di accanimento. Nella
stragrande maggioranza dei casi conducono una vita normale, uguale

234
a quella di milioni di persone. Sono "soli" non perchè‚ è negato loro un
qualche diritto di cittadinanza, ma proprio in virtù del loro essere
"cittadini" (Bauman 2002). Le storie di vita che seguono non hanno
nulla di eccezionale. A parlare sono tre militanti, una donna e due
uomini, presenti in altri capitoli anche se per vicende che suscitano un
"pathos" diverso. Le banalità che ora raccontano sono la pura e nuda
realtà di una qualunque vita all'interno di una qualsiasi metropoli
contemporanea. Storie che, solo del tutto incidentalmente, hanno alle
spalle biografie di un certo tipo. In realtà potrebbero essere le storie di
chiunque. Nella banalità del presente si conclude quell'azzeramento
delle biografie iniziato pochi anni prima in carcere. Da queste storie
non traspare nulla, se non la condizione di isolamento e solitudine che
sembra dominare, senza soluzione di continuità, la nostra società. Si
tratta in fondo di una conferma di quanto affermato in precedenza:
paradossalmente, nell'epoca in cui a dominare era un "io collettivo"
emergevano biografie "individuali"; al contrario, in un mondo fondato
su un individualismo esasperato sembrano prodursi solo biografie
seriali, dove il tempo non ha alcuna dimensione n‚ prospettiva
"storica".

A dominare è semplicemente un tempo "pragmatico" in cui l'unico


orizzonte possibile e pensabile è rimanere a galla, visitare un centro
commerciale, mantenersi il lavoro e non precipitare nell'abisso
dell'esclusione sociale. L'unica cosa che rende gli ex qualcosa diversi
rispetto alla stragrande maggioranza delle persone è la chiara
percezione di essere dentro un meccanismo perverso e annichilente.
Una percezione che ha ben poca utilità perchè‚, realisticamente, tutti
concordano che dal meccanismo se ne esce solo se si è stritolati. In
questo caso l'uscita, in realtà, non è altro che una delle tante forme di
rottamazione con cui la nostra società si libera di tutto ciò che è
vecchio, sorpassato o non facilmente addomesticabile. Non rimane
che "marciare o morire", nel più cinico disincanto. Infine, non va
sottovalutato il ripristino delle "naturali" gerarchie di genere che la
normalizzazione si porta appresso. Le ex guerrigliere e bandite, una
volta risocializzate, tornano a essere semplici donne a tutti gli effetti.
A loro, tranne i casi in cui l'appartenenza a un "ceto" dominante le
emancipa dal "naturalismo" di senso comune, aprendo loro
prospettive di vita non convenzionali, sono riservati ruoli
tradizionalmente subalterni. Lavori domestici, pulizie, cura delle
persone e così via. Tutto ciò non ha alcun carattere punitivo ed è una
condizione che condividono, senza particolari discriminazioni, con
milioni di altre donne. Il mondo femminile, l'universo della
"sorellanza", come si è visto, è stato con ogni probabilità il luogo che ha
prodotto le forme più alte di cooperazione e socialità antagonista.

235
Dentro la "guerra", le donne sono state coloro che hanno indicato,
concretamente, le vie possibili per una condizione umana diversa. Un
ruolo decisivo che ha non poche analogie con quello avuto, ad
esempio, dalle combattenti algerine (Fanon 1976) nel corso della
guerra anticoloniale. Di ciò non rimane nulla. Non è per caso, quindi,
che la prima intervista che riporto sia di una donna: O., una militante
operaia di un gruppo armato che ha agito tra Milano e Torino. Una
storia esemplare che in poco più di due pagine è in grado di
sintetizzare il declino della più grande città operaia italiana (Torino),
gli effetti devastanti del ciclo dell'eroina all'interno dei quartieri
operai, la banale lotta per la sopravvivenza a cui si riduce la vita
quotidiana contemporanea, il senso di isolamento e solitudine che
permea la vita sociale della metropoli e il "naturale" ripristino delle
gerarchie di genere.

La mia storia carceraria si chiude definitivamente verso la fine degli anni


Ottanta. Torino è forse una delle città che meglio sintetizza l'idea del
cambiamento epocale che c'è stato. Ora è ancora più marcato, ma già verso la
fine degli anni Ottanta la grande città operaia non esiste più. La Fiat, in
confronto a prima, è ridotta a una di quelle fabbrichette che erano il suo
indotto. Ma non è certo solo quello che è cambiato. Io esco e intorno mi ritrovo
il vuoto. Gran parte della mia gente è morta o morirà di lì a poco. La causa è
sempre la stessa: l'eroina. Chi non è morto in seguito a un'overdose è stato
vittima di qualche complicazione, come cirrosi, polmonite eccetera. Altri
ancora sono morti scappando da qualche furto di poche lire o da rapine
improvvisate. Altri ancora sono morti in seguito a qualche stupida lite di
strada, per una busta, uno stereo o semplicemente perchè‚ gli intrugli che si
calavano li avevano resi completamente bolliti. Alla fine è sopraggiunto l'Aids
a decimare gli ultimi sopravvissuti. Questa era una realtà che accomunava un
po' tutte le zone. Era come se un'intera generazione fosse stata spazzata via. In
fondo chi era dentro, chi aveva fatto le scelte più radicali se l'era cavata meglio.
Chi per paura, poca convinzione o altro ancora si era chiamato fuori è stato
stritolato da quell'orrendo meccanismo che è stata la diffusione del ciclo
dell'eroina. Intorno ti ritrovi il vuoto, devi ricominciare e sei completamente
sola. Intorno a te c'è solo indifferenza. Una indifferenza che non è riservata a
te, in quanto ex combattente, è il modo in cui si sono sedimentate le relazioni
sociali a essere incentrato sull'indifferenza. Non c'è alcun accanimento
particolare. Non posso certo dire di essere stata discriminata, di essere stata
tenuta ai margini per le mie presunte colpe. La mia biografia è evaporata
insieme alla storia di questa città, alle sue lotte e alla sua memoria. Uno dei
soliti intellettuali che, ci tengo a precisarlo, non sono mai stati nostri, ha scritto
qualcosa elogiando l'assenza di memoria, una bestialità, ma che coglieva nel
segno. La sensazione che ho avuto due giorni dopo essere uscita è stata proprio
questa. E non è stata una bella sensazione. Come tutti devo lavorare. Qua

236
inizia il secondo incubo. L'unico settore in espansione è quello delle cooperative
di servizio, declinate prevalentemente nell'ambito del sociale. Trovo lavoro in
una di queste. La prima cosa di cui mi accorgo è di trovarmi dentro un campo
minato. E' impensabile costruire un minimo di rapporto solidale con le persone
con cui lavori. Tutti, indipendentemente dalla miseria che si guadagna, si
comportano come manager in erba. Il trip è quello di fare carriera e di avere un
ruolo sociale, all'interno della cooperativa, di un qualche privilegio. Una lotta
al coltello solo per potersi appioppare il titolo di coordinatore, capo di questo e
di quello e poter dare qualche ordine. Una specie di volontà di potenza degli
impotenti. Questo, però, mi dà l'idea di come siano cambiate le cose. La mia
precedente esperienza lavorativa era Lingotto, una cosa un po' diversa.
Ripensare al clima che si respirava in fabbrica in quel periodo, confrontato alle
dinamiche del mondo del lavoro in cui mi ritrovo, è come parlare di due pianeti
diversi, una riedizione delle "Cronache marziane" di Bradbury. Ma quello che
mi sembra incredibile è il senso del nostro lavoro. Noi lavoriamo sul disagio
sociale. Cioè noi, in parole povere, dobbiamo educare e contenere quelli che, più
che disagiati, sono incazzati. Noi dobbiamo, insomma, costruirgli dei percorsi
di socializzazione. perchè‚, e questa è l'altra grande scoperta - si fa per dire -,
l'unica socialità legittima è quella amministrata e organizzata da qualcuno
che, anche se in forma privata, ha un ruolo istituzionale. Chi non accetta
questo tipo di discorso rientra immediatamente nelle fila del disagio. Se questo
discorso fosse esistito 15 anni prima, invece che in carcere ci avrebbero infilate
tutte dentro una comunità di recupero. In questo settore duro poco e alla fine
mi metto a lavorare con gli anziani. Lì, se non altro, la cosa ha un minimo di
senso. Questi sono lasciati completamente in balia di se stessi, perchè‚ ormai se
sei vecchio e non hai soldi, diciamolo chiaramente, sei considerato un peso da
tutti, e allora il tuo lavoro, se non altro, riesce a dargli sì e no un decimo di
quello di cui avrebbero bisogno. Per il resto la mia vita corre, letteralmente, tra
un'incombenza e l'altra. Arrivo ogni sera a casa stravolta come se avessi fatto
chissà che cosa e in realtà ho solo addosso la fatica di questo stile di vita.
Quando va bene riesco a ritagliarmi un'ora di tempo per leggere un po' di
letteratura. Poi crollo e la mattina dopo si riparte. Ma non è una vita
particolarmente sfigata, è la stessa vita di milioni di persone. Questa,
ovviamente, non è una consolazione, è semplicemente un fatto. Ho mantenuto
un po' di rapporti con le compagne. Ogni tanto riusciamo a vederci. Anche
loro, per un motivo o per un altro, hanno vite molto simili alla mia. Una
risocializzazione migliore non la potevamo avere. Siamo esattamente nella
condizione di tutte/i. Fortunatamente, almeno da un punto di vista
individuale, una biografia, una storia diversa l'abbiamo avuta. Quella storia,
lo dico da un punto di vista puramente esistenziale, è stata l'unica cosa degna
di essere vissuta, per dirla tutta: "en tout cas aucun regret". Abbiamo vissuto
dentro un tempo in cui storia e utopia si sovrapponevano, con la tenerezza e la
determinazione di tutte le rivoluzioni. Oggi vivo in un tempo concreto, senza
ieri e con un domani che, nella migliore delle ipotesi, potrà riservarti le stesse

237
cose dell'oggi. Sì perchè‚, tra l'altro, l'incubo del presente te lo devi anche saper
conservare. Basta nulla per scivolare nella marginalità e nell'esclusione. Così
tiri a campare, ad aspettare che arrivi venerdì sera, solo perchè‚ così puoi
staccare un paio di giorni. In realtà non stacchi un bel cazzo di niente perchè‚
passi il sabato tra spesa, lavori domestici arretrati e commissioni da sbrigare.
La domenica puoi solo ricaricare le batterie per poter ripartire il giorno dopo.
Questo quando va bene. perchè‚ non è raro che usi la domenica per lavorare un
po' in nero e tirarti su due soldi per andare in vacanza. Due parole infine sulla
condizione femminile. Questo probabilmente è il rospo che non mi va giù.
Senza che accadesse nulla di particolare, le donne, tutte le donne, a parte quelle
che appartengono alle ristrette cerchie dell'alta borghesia, sono ritornate a fare
le donne a tutti gli effetti. Il nostro ruolo sociale è quello, non ci sono
discussioni. Lo sei in casa e sul lavoro. Alle donne spettano alcuni ruoli, da
questo non si esce. In questo la nostra storia è veramente azzerata. Se oggi
racconto a una ragazza più giovane cosa siamo state, cosa abbiamo fatto, come
siamo state in grado di esistere autonomamente e di praticare un modello
inusuale di relazioni che prefigurava una tipologia umana diversa, o mi
prende per matta o per un'extraterreste. Da questo punto di vista la nostra
storia più che lontana sembra appartenere a un altro pianeta. (O.)

Un secondo esempio è la storia di P., un militante politico genovese


che, dopo un periodo di lavori saltuari come operaio, apre una piccola
attività imprenditoriale nell'ambito di uno dei mercati emergenti
degli anni Ottanta: l'industria del corpo (Quadrelli 2001). Un caso
indicativo proprio per la sua non eccezionalità. Al pari della
maggioranza dei suoi coetanei, indipendentemente dalle scelte
radicali del passato, verso la metà degli anni Ottanta farsi di eroina o
sollevare dei pesi sembrano le uniche alternative possibili. Un "aut
aut" solo apparente. La sua testimonianza è utile perchè‚ focalizza un
problema che la dissoluzione del mondo di ieri pone, anche se forse
inconsciamente, al centro dell'agire dei giovani proletari degli ex
quartieri operai: l'identità. Nella ricostruzione fornita da P., eroina e
palestra (quest'ultima se portata agli estremi) non appaiono altro che i
due lati della stessa medaglia. Entrambe sembrano colmare il vuoto e
il "nulla" che inizia a fare da sfondo alla normale vita quotidiana della
metropoli.

Sono uscito a metà degli anni Ottanta. La mia posizione, dentro, non era nè
con gli irriducibili, nè con i dissociati. Pensavo bisognasse lavorare per una
soluzione politica della prigionia di guerra cercando di non svendere e buttare
a mare tutta la nostra storia. Pensavo, erroneamente visto come sono andate le
cose, che si dovesse cercare una strada non troppo diversa da quella che nel '45
era stata trovata per i fascisti. Questa soluzione era forse auspicata da una
parte della D.C. e del P.S.I., ma trovava la più ostile opposizione nel P.C.I.

238
Che la nostra storia fosse finita lo si era capito in maniera chiara e
inequivocabile dopo la sconfitta che la classe operaia Fiat aveva subito nel
1980. Solo che quella sconfitta non è semplicemente una modifica dei rapporti
di forza tra le classi, è molto di più. E' una sconfitta che segna, non solo
simbolicamente, la fine di un'epoca. Penso che possa essere assunta come una
specie di spartiacque tra due epoche. Più che una sconfitta, segna la fine di una
particolare composizione di classe operaia che aveva informato l'intero ciclo di
lotte degli ultimi vent'anni. Noi, in tutte le nostre declinazioni, piaccia o meno,
siamo stati i figli di quelle lotte. Comincia in quel momento, anche in Italia, a
prendere forma un nuovo ciclo di accumulazione del capitale fondato non sulla
concentrazione della forza-lavoro ma sulla sua frantumazione,
parcellizzazione e dislocazione. In altre parole inizia un'era nuova rispetto alla
quale noi siamo un semplice reperto archeologico. Probabilmente
l'impossibilità di ipotizzare una soluzione interamente politica per i militanti
della guerriglia si deve, più che all'opposizione di alcune forze politiche, alla
pura residualità sociale che noi rappresentiamo. La radicale trasformazione
mi è immediatamente visibile appena metto piede fuori e ritorno nel mio
quartiere. Quello che trovo è eroina e consumismo. Due aspetti che, d'altra
parte, non sono in contraddizione. Siamo nell'epoca del disimpegno e
dell'edonismo reganiano, sembrano semplici luoghi comuni ma corrispondono
alla realtà. Il numero di morti che, di lì a qualche anno, ci saranno nella mia
zona è impressionante e chi non ci lascia la pelle rimane comunque fottuto
dentro le varie strategie alternative. Dal metadone, all'alcol, agli psicofarmaci.
Di un'intera generazione se ne salvano ben pochi. Io, probabilmente perchè‚
vaccinato su queste questioni, ho sempre considerato l'eroina e un po' tutte le
droghe strumenti che l'imperialismo usa per procurarsi, oltre a cospicui
profitti, un terreno pacificato e completamente annichilito, e ne rimango fuori.
Inizio a lavorare come operaio. Lavoro nei ponteggi e nei traslochi. In
quartiere le alternative non sono molte. O ti fai, o vai in palestra. Dentro,
nonostante tutto, mi ero sempre un po' allenato, da giovane avevo sempre fatto
sport e mi veniva naturale continuare a farlo. Così comincio ad allenarmi. Nel
giro di un paio d'anni passo all'agonismo. Prendo un diploma da istruttore e,
alla sera, vado in palestra oltre che per allenarmi per lavorare. Come ti ho
detto, eroina o palestra sono le due alternative che ti si pongono di fronte. Si
tratta di due alternative solo apparentemente contrapposte. Lo sono negli
effetti ma non nelle motivazioni. Il problema di fondo è quello dell'identità.
Un'identità forte, in grado di riempirti l'esistenza. Chiunque ha avuto a che
fare con chi si fa, sa benissimo che l'eroina non ti prende solo come sostanza
ma anche come tipo di vita. L'eroinomane ha sempre uno scopo nella vita:
farsi. Questo vuol dire entrare in quel meccanismo dello sbattimento che non è
solo una dannazione. Dal mattino alla sera, l'eroinomane ha l'ansia di farsi,
trovare i soldi, trovare la roba, e così via. Un'ansia paranoica ma che alla fine
ti riempie la vita. Sai sempre chi sei e perchè‚ ti sbatti. La palestra, se portata
agli estremi, non è molto diversa. E' un formidabile meccanismo di

239
autodisciplinamento, dove tutte le tue attenzioni sono rivolte alla cura di te
stesso. Riposo, mangiare, allenamento, recupero e così via definiscono la tua
esistenza per l'intero arco della giornata. In più, al pari dell'eroina, hai un
rapporto totale con te stesso. Invece di essere continuamente in balia degli
eventi, li domini, perchè‚ li riconduci all'unica cosa che per te ha importanza:
la costruzione del tuo corpo. Dopo poco ho l'occasione di rilevare una palestra.
Mi metto in proprio. Al mattino vado a trasportare pianoforti, e pomeriggio e
sera sto in palestra. Questo è diventato il mio lavoro. Ci vivo. A metà degli anni
Novanta ho dovuto fare i conti con la grossa crisi che c'è stata, ma ne sono
uscito. Quella è stata una specie di selezione naturale. A picco ci sono finiti in
molti. Il mio passato, che d'altra parte non rinnego, mi sembra qualcosa che
appartiene a un'epoca remota. Innanzi tutto è questa dimensione
assolutamente individualizzata dell'esistenza, dalla quale sembra impossibile
uscire, a renderti distante quell'epoca. Secondariamente, e le due cose sono
legate, c'è questa condizione lavorativa a porti in una condizione in cui è
obiettivamente impossibile pensare di avere dei legami sociali che vadano oltre
le pure convenzioni. Oggi si vive tutti, o in gran parte, in una condizione di
guerra di tutti contro tutti. Questo non ha nulla di eroico ma è la semplice lotta
per la sopravvivenza e le piccole affermazioni individuali. Il numero di persone
che, per campare, ha dovuto improvvisarsi imprenditore di se stesso è enorme.
Questo comporta una continua e estenuante battaglia per rimanere a galla
all'interno di uno scenario dove chiunque può essere interessato ad affogarti. In
un clima del genere cosa vuoi che esistaà Noi siamo cresciuti dentro un
immaginario collettivo, oggi si vive dentro una cornice individuale e solitaria.
(P.)

Ma la vera storia paradigmatica è la seguente. F. è un militante


milanese delle B.R. che approda al lavoro informatico. La sua
condizione lavorativa è quella che meglio si sposa con le logiche della
cosiddetta postmodernità. Come si vedrà tra breve, tutto si riduce a
cercare di estorcere la maggiore quantità di plusvalore da se stessi.
Una condizione paradossale, perchè‚ associa a una condizione
materiale non distante dalla servitù uno "status" formale da libero
professionista. Parafrasando Polany (1974), si può sostenere che la
grande trasformazione dell'epoca contemporanea si riduca all'obbligo
dei dipendenti di diventare dipendenti di se stessi. Questo,
ovviamente, non può che determinare ricadute decisive sugli stili di
vita e i modelli culturali degli individui. In primo luogo, in quanto
servi oggettivi, per non incorrere nelle ire del padrone devono sempre
anticipare le sue aspettative; secondariamente, in quanto liberi
imprenditori, devono saper fare i conti con le logiche del mercato,
formarsi in continuazione in modo tale da essere servi sì, ma
appetibili. Se i servi dell'epoca classica avevano solo il timore della
frusta, i servi/imprenditori contemporanei devono temere

240
maggiormente l'essere messi da parte. Il padrone/capitale è poco
interessato a esercitare, se non eccezionalmente, l'arcaico "diritto di
spada", più pragmaticamente si limita a "lasciar morire" i servi
inefficaci.

A San Vittore ho seguito dei corsi di informatica, grazie a questi ho appreso un


sapere che mi ha consentito di svolgere un'attività appetibile per le aziende. Ho
iniziato a lavorare nel settore già nel periodo della semilibertà e ho continuato
a farlo in seguito. All'inizio eravamo in una cooperativa ma, quando la
vicenda giudiziaria si è definitivamente chiusa, più o meno tutti si sono
trasformati in ditta individuale. Questo, di per s‚, dice molto. Inevitabilmente
ognuno di noi è precipitato in una dimensione individuale. D'altra parte i
modelli di vita sono, più o meno, determinati da come gira il mondo, tu puoi
anche pensare delle altre cose ma, alla fine, nel mondo devi starci. Comunque
la storia della ditta individuale è un modo di lavorare che, ormai, è comune a
una quantità di popolazione non indifferente. Il paradosso e - se vogliamo -
anche la genialità del capitalismo è che questo modello ti obbliga a sfruttare te
stesso. Se ti spiego come funziona il mio lavoro è più facile capirlo.
Formalmente sono un libero professionista. Ho la partita Iva, il mio fatturato e
così via. Lavoro, occupandomi da solo dell'intero sistema informatico, con una
grossa azienda. Il nostro contratto di lavoro è molto semplice: abbiamo un
accordo, formalmente alla pari, di reciproca collaborazione. Entrambi
abbiamo il diritto di sciogliere questo vincolo in qualunque momento.
Ovviamente tutto ciò comporta che io devo lavorare non solo il giusto ma di
più, molto di più, sempre di più. In pratica, per non correre rischi, devo
anticipare continuamente le possibili esigenze dell'azienda. E' come se fossi
sempre sotto esame. In più non posso chiedere una retribuzione intera per il
mio lavoro, se lo faccio il mio costo sale e dietro ci sono altri dieci pronti a
sostituirmi. Per questo, da me stesso, devo ricavare sempre di più. Tra viaggio
e lavoro, la mia giornata lavorativa è sempre tra le 12 e le 14 ore. Sabato e
domenica non è raro che li passi a organizzare il lavoro della settimana. La
mia vita è così. Può sembrare un supplemento di condanna per le mie presunte
colpe giovanili, ma in realtà questo è lo stile di vita di qualche milione di
persone che non hanno neppure pensato minimamente di fare la lotta armata.
La mia vita è questa ma non ha nulla di speciale, è la vita di tutti. Questa è la
vera rivoluzione che c'è stata. I nostri sogni si sono trasformati nei peggiori
incubi, siamo diventati degli individualisti realisti ma non perchè‚ ce lo siamo
scelto, perchè‚ questo modello ce lo siamo ritrovati davanti, quasi senza
accorgercene. (F.)

Una piccola minoranza rifiuterà questo ritorno alla normalità,


cercando di trasformare lo stile di vita da "desperado" in un progetto
esistenziale "sui generis". Un fenomeno di modeste proporzioni che
attraversa l'intera area dell'ex guerriglia. Ma anche questa scelta

241
estrema, in realtà, non può sottrarsi alle logiche della "società
individualizzata" e alla frantumazione sociale che la caratterizza. Ben
presto, gli ultimi irriducibili devono smettere i panni della "comunità
belligerante" per assumere quelli più modesti del piccolo gruppo
braccato. Tutto ciò provoca un veloce disincanto, e il sogno di vivere e
morire come novelli Bonnot si trasforma nella prosaica dimensione
della sopravvivenza quotidiana, nella dura constatazione che non si
hanno più compagni o fratelli ma, al massimo, complici interessati, e
che il denaro e i consumi sono l'unico equivalente generale esistente.
Ben presto il tentativo di far vivere, anche se con le bombole
d'ossigeno, i fasti dell'"orda d'oro" (Balestrini, Moroni 1997) si converte
in uno stile di vita dove l'accesso a un certo tipo di consumi diventa
l'unico obiettivo realisticamente perseguibile. Obiettivo che, ben
presto, si infrange in qualche incidente di percorso che si trasforma in
una nuova carcerazione e per di più senza il calore della vecchia
comunità prigioniera. La storia di vita che segue è esemplare. F., nato
politicamente sull'onda del movimento del '77, nella seconda metà del
'78 entra in una formazione armata. Catturato agli inizi dell'80, in
piena emergenza terrorismo, subisce in primo grado una pesante
condanna. Nel corso del processo d'Appello, in un clima politico e
giudiziario meno forcaiolo, la sua posizione, a dire il vero di modeste
proporzioni, è ridimensionata. Nel 1988 i conti con la legge sono
definitivamente chiusi. F. fa parte di quella minoranza che non
accetta supinamente il processo di pacificazione e di chiusura con
un'epoca storica, che nel corso degli anni Ottanta sembra ormai un
dato di fatto. Il suo, però, è un "irriducibilismo" sostanzialmente
impolitico. Quello che cercherà di mantenere in vita è un modello
esistenziale. Non cercherà, infatti, alcun contatto con i piccoli gruppi
armati che, su un piano puramente politico, si preoccuperanno di
mantenere una continuità con le vicende degli anni Settanta. Questa è
un'ipotesi che non lo sfiora minimamente, perchè‚ quel progetto, da
un punto di vista esistenziale, non ha nulla a che vedere con le "cose"
del passato. La sua scelta, condivisa da pochi altri, sarà quella di
continuare a combattere senza nessuna bandiera. Se un modello gli
appartiene è Bonnot, anche se, in micro, sembra più assomigliare a un
Proscritto. Modelli che ben presto si dimostrano puramente letterari e
immaginari. F. deve fare i conti con un mondo dove lo spazio per
aspiranti Bonnot e/o Proscritti è nullo. Nonostante gli epici
presupposti, la sua vicenda si conclude come una qualunque banale
vicenda criminale di medio livello, senza emanare "pathos" e lasciare
una qualche traccia. Ma ascoltiamone la testimonianza.

Sono entrato nella lotta armata, così come tanti dopo il '77, non tanto sulla
base di una linea politica, ma perchè‚ solo quello mi sembrava il modo per

242
distruggere tutta la merda che avevamo intorno. Una scelta in verità più
esistenziale che legata ai tradizionali modelli della politica. Combattere era un
modo, forse l'unico, per cambiare la tua vita, e una rivoluzione che non ti
cambia la vita che cazzo di rivoluzione è? Come tutti non ho retto molto e sono
finito in carcere. Subito mi tiravano di tutto e in primo grado mi sono beccato
26 anni, poi in Appello sono sceso a 11. Questo perchè‚ il clima era cambiato da
entrambe le parti e le cose iniziavano a essere viste in un modo un po' più
realistico. Iniziava cioè quel processo di pacificazione e il tentativo di attuare
una soluzione politica agli avvenimenti degli anni Settanta. Io rispetto a
questo ho un atteggiamento un po' contraddittorio. Anche se è una
contraddizione apparente. Che quella stagione sia morta e sepolta io ne sono
convinto, però io non ho voglia di tornare a casa come se niente fosse e
ricominciare la solita vita di merda. Per certi versi sono stato un irriducibile,
ma senza che la cosa avesse un qualche risvolto politico. Infatti non mi passa
neanche per l'anticamera del cervello l'idea di cercare un qualche contatto con i
gruppi che continuano a praticare la lotta armata. In fondo un vero progetto
politico non l'avevo prima, tanto meno mi sembrava il caso di averlo adesso
che, di quelle storie, non c'era più niente in piedi. Non penso, quindi, a
rimettermi in pista con un qualche gruppetto di sparuti superstiti, ma di fare le
cose per conto mio. Insomma il mio e quello di qualche altro è un
irriducibilismo da banda. Certo qualcosa di politico, in senso molto ampio,
rimane. In pratica è la suggestione che ho sempre avuto verso le storie di
Bonnot e i suoi. Quindi io non sono tanto contrario a chiudere politicamente la
partita, sono contrario a chiuderla sul piano personale, in qualche modo,
insomma, mi illudo di mettere tra parentesi tutto quello che è successo e
proseguire, anche se come semplice banda, come se niente fosse. Questo è un
discorso che ci facciamo, dentro, tra di noi. Anche questo noi è un noi che può
sembrare difficile da capire o decifrare. Non si può riferire a un'area politica
precisa. L'idea di non mollare, su un piano puramente individuale, la ritrovi in
soggetti che hanno le più diverse provenienze. perchè‚ non si tratta di
un'ideologia, anche se alla fine è stata questa, ma di una dimensione
esistenziale che non vogliamo abbandonare. Così, in effetti, faccio. Esco e dopo
poco mi rimetto in pista. Alla fine mi ritrovo con altri due più qualcuno che,
con molta cautela, è disposto a darci una mano. Mi accorgo abbastanza presto
che il nostro irriducibilismo esistenziale non ha alcun terreno sociale dentro il
quale trovare una qualche forma di legittimazione. Nonostante le nostre
illusioni, non possiamo fare altro che diventare dei piccoli professionisti con il
solo problema di reggere un giorno di più. Inevitabilmente finiamo con
l'assumere stili di vita del cazzo, a cominciare dalla cocaina, a spendere il più
possibile cercando nei consumi una qualche forma di giustificazione e
gratificazione. Chi, in qualche modo, ci spalleggia ci chiede sempre più
insistentemente dei soldi. Tra di noi, inoltre, il clima cambia ben presto. Lo
spirito di gruppo, l'idea comunitaria che avevamo naufraga nel più squallido e
scontato individualismo. A tenerci insieme è solo l'impossibilità a separarci.

243
Cadiamo, dopo poco. In carcere, intanto, le cose sono uguali a fuori. Ognuno se
ne sta lì ad aspettare Godot. Mi sono scoppiato altri dieci anni e ora faccio il
muratore. (F.)

Le vicende diventano ancora più grottesche per chi pensa di riportare


il suo "irriducibilismo" esistenziale all'interno dei quartieri di
provenienza. Come all'interno di una tardiva reminiscenza
rousseauiana, G., un militante B.R. dell'ultima generazione,
proveniente da uno dei tanti quartieri della periferia milanese, si
illude di trovare nella classe un'eterna disponibilità alla lotta.
Provenendo da un ambiente urbano storicamente antagonista e
conflittuale, pensa di ricominciare da capo, come se nulla fosse. Nel
suo agire c'è una convinzione tradizionalmente radicata nel
movimento rivoluzionario: le masse non sbagliano mai, sono le
avanguardie che, solitamente, perdono la bussola della rivoluzione.
Accanto a questa vi è un'altra convinzione non meno radicata:
l'eccessiva presenza degli intellettuali non fa altro che snaturare e
imbastardire il movimento di classe, allontanando le masse dalla
rivoluzione. Il patteggiamento politico di gran parte dei prigionieri ne
sarebbe una conferma inconfutabile. Si tratta allora di ripartire da
zero. Per questo, insensate e prive di prospettive sembrano essere le
logiche continuiste che, non meno delle prime, hanno ormai perso lo
spirito delle origini. La "guerra" va continuata ma non sul piano della
politica, bensì nella pratica sociale. Una visione in fondo olistica della
storia dove le masse, al pari del buon selvaggio, sono sempre protese
alla realizzazione dell'utopia. L'ipotesi di G. è semplice: riparto dal mio
territorio che è, perchè‚ non potrebbe essere altrimenti, integro. Le
vicende alle quali va incontro fanno cadere in breve tempo l'eccesso di
ottimismo "illuminista".

Dunque io, dentro, maturo la convinzione che la nostra storia si è esaurita ma


non è finito l'antagonismo proletario. I residui delle organizzazioni
combattenti non mi interessano perchè‚ sono solo l'appendice, morta e sepolta,
della stessa storia. Secondo me, anzi, le involuzioni partitiste e
organizzativiste che le organizzazioni combattenti hanno praticato sono alla
base della disfatta. Inoltre credo che uno dei loro errori peggiori sia stato un
graduale ma progressivo allontanamento dalle masse, un distacco provocato
soprattutto dal ruolo sempre più decisivo che, da un certo punto in poi,
intellettuali e professorini hanno incominciato ad avere. Quando esco io sono
ancora convinto che la classe sia quella di sempre e che i suoi livelli di
conflittualità e antagonismo siano intatti. Inoltre, e questo è ciò che mi lega al
passato, al suo spirito originario, voglio continuare a praticare uno stile di vita
non omologato e compatibile con le logiche del capitale. Il mio vano, col senno
di poi, ritorno allo spirito delle origini mette insieme politica, stili di vita, un

244
modo altro di concepire relazioni, socialità e vita collettiva. In questo, lo
riconosco, c'è molto naturalismo, nel senso che concepisco la classe non come
processo storico-culturale ma come dato oggettivo, immodificabile.
L'antagonismo, insomma, è qualcosa di insito nella classe stessa. La pratica
illegale, l'esproprio mi sembra l'unica via percorribile. Nel mio quartiere ho
mantenuto una certa fama, per i ragazzi, i più giovani, sono una specie di
mito. Questo, in qualche modo, rafforza le mie convinzioni. Questo era vero,
ma era altrettanto vero che tutto un mondo sociale, un modo di vivere se n'era
andato. La spiegazione è molto semplice: l'eroina. Questa ormai è presente
dappertutto e anche quelli che mi si legano intorno non ne stanno fuori. Così,
ed è stata probabilmente una fortuna, tutto finisce ancora prima di
cominciare. Avevamo recuperato qualche vecchio pezzo, un paio di colt e una
doppietta tagliata. I due che le vanno a prendere incappano in un controllo
della narcotici. Gli trovano le armi e li blindano. Nel giro di una notte si
cantano tutto, compreso l'ufficio postale che dovevamo fare. La mattina stessa
mi legano, insieme a una ragazza che faceva parte della banda in erba e la
storia finisce lì. Faccio altri tre anni e chiudo. Quell'esperienza chiude anche la
mia idea naturalista sulla classe. Ma in fondo la classe non ha fatto altro che
essere sussunta dalle logiche che dominano il mondo complessivamente. Oggi
siamo tutti individui senza legami. (G.)

ILLEGALITA' IMPRENDITORIALE.

Non molto diversi sono la frantumazione e il senso di isolamento che


attraversano il mondo dei banditi e dei rapinatori. In non pochi casi
gli epiloghi delle loro storie sembrano la semplice fotocopia di quelli
delle ex guerrigliere/i. Ciò è particolarmente evidente per coloro che,
usufruendo delle aperture della riforma penitenziaria, hanno potuto
seguire percorsi finalizzati alla cosiddetta risocializzazione. Questo ha
consentito loro di seguire corsi di formazione, spesso finalizzati
all'apprendimento di un sapere informatico non proprio rudimentale.
Altri, sempre sull'onda della riforma, hanno dato vita a una qualche
forma di cooperativa in grado di inserirsi all'interno del mercato dei
servizi. Alcuni, più modestamente, hanno ripiegato su forme di auto-
imprenditorialità di basso profilo o si sono impiegati come forza-
lavoro subordinata, riprendendo alcuni mestieri imparati in gioventù.
Come nel caso degli ex guerriglieri, le loro storie sono interessanti per
l'assoluta normalità che emanano. A parlare sono un ex rapinatore
milanese, una bandita toscana e un ex rapinatore bergamasco.

In carcere ho seguito alcuni corsi di informatica. Questo è successo tra la fine


degli anni Ottanta e i primi dei Novanta. L'informatica non era ancora diffusa
come adesso, perciò chi ne aveva una discreta conoscenza poteva piazzarsi in

245
giro anche discretamente. Io avevo deciso di dare un taglio col passato. Un po'
l'età, un po' la criminalità che c'era non mi piaceva più. Per tanti motivi non si
poteva più andare in giro a saltare dei banconi, vendere droga non è mai stato
il mio genere, tanto valeva mettere una pietra sopra al passato e ricominciare
da capo. In carcere siamo un gruppo che seguiamo questi corsi e, quando ci
mettono in semilibertà, ci aiutano a formare una cooperativa di servizi
dandoci anche qualche aiuto iniziale per trovare del lavoro. Fino a quando
rimaniamo nella condizione di semiliberi, tra noi rimane un rapporto
abbastanza fraterno. Cioè c'è sempre un po' questo spirito di gruppo a unirci.
Ci aiutiamo uno con l'altro, se uno non è tanto bravo non viene tagliato fuori
ma gli altri lo coprono. In quel periodo prevale ancora l'idea che siamo degli ex
detenuti legati da un passato comune. Questo, però, dura giusto il tempo della
semilibertà. Dopo incominciano a nascere una serie di problemi, tanto è vero
che, un po' alla volta, la cooperativa si sfascia. Una volta completamente liberi,
ognuno finisce per pensare solo a se stesso. Chi è più sveglio va avanti, gli altri
si perdono. Questo anche perchè‚, fino a quando eravamo ancora mezzi
detenuti, più che alla qualità del nostro lavoro tutti guardavano alla
cooperativa come forma di sperimentazione finalizzata al reinserimento
sociale. Dopo, il problema era unicamente il grado di professionalità che potevi
dimostrare. A questo punto tutti si sono messi contro tutti. Molti hanno dovuto
mollare, io, che me la cavavo discretamente, ho messo su una ditta individuale
e con quella sono andato avanti. Come si dice: ognuno per s‚ e Dio per tutti.
Una volta entrato in questo giro devo dirti che non ho mai avuto problemi
rispetto al mio passato. Cosa sono stato non ha nessuna importanza. L'unica
cosa che conta è la qualità del mio lavoro e la competitività che riesco a avere.
Se ci sto dentro bene, altrimenti amen. Una condizione del tutto identica a tutti
quelli che svolgono attività del genere. In questi anni il numero di ditte
individuali che ho visto fallire è a dir poco impressionante. In molti casi i più
hanno mollato perchè‚ non reggevano la tensione e la quantità enorme di
lavoro che dovevano svolgere. Per me, se confronto la mia situazione attuale
con Pianosa o l'Asinara, tutto mi sembra rose e fiori, ma per uno normale
capisco che sia dura. perchè‚, se ci pensi bene, il tipo di vita che fai è un po'
come essere dentro una prigione trasparente. (A.)

Ho ottenuto la semilibertà nel '92. Per facilitare la nostra uscita ci hanno


aiutate a mettere su una cooperativa di servizi. Un lavoro che ho continuato a
fare. Adesso facciamo pulizie di tutti i tipi. Nel tempo la cooperativa si è
modificata, nel senso che, anche se mantiene un canale privilegiato con il
carcere, il personale che ha proviene da ogni parte. All'inizio, sai com'è, ci
sembrava una grande cosa, adesso non saprei che dirti. Non è n‚ buona n‚
cattiva. Tiriamo a sopravvivere, con i problemi che hanno tutte le cooperative.
Cioè riuscire a farsi rinnovare l'appalto, diminuirsi il salario perchè‚ la
concorrenza è spietata, cercare di arrivare sempre prima degli altri, per non
essere superati. Un paio di sere alla settimana lavoro come cameriera in un

246
pub, mi serve per tirare su qualche soldo in più. Per il resto non faccio
letteralmente nulla. Arrivo a casa sempre troppo stanca per pensare di riuscire
a fare ancora qualcosa di sensato. Al lavoro devi aggiungerci la bambina, la
spesa, i lavori di casa. Al massimo riesco a rimbambirmi un'ora davanti alla
televisione, mi faccio un paio di canne e poi crollo e la mattina dopo si riparte.
Del resto questa è la vita che vedo fare a tutte/i. Non è che mi è toccata a me
perchè‚ sono una pregiudicata. Rispetto all'epoca del carcere c'è che non hai
più quel legame, quello stare insieme, quella cosa di dire: noi siamo noi. Non ce
l'hai sul lavoro perchè‚ c'è una competizione sfrenata, per cazzate, ma c'è. Non
ce l'hai in giro perchè‚ tutti vivono come se fossero in isolamento. Poi sei
continuamente presa dall'ansia di farcela, di tirare avanti, di sopravvivere.
Hai sempre il pensiero: mi rinnoveranno il contratto, arriveranno quei soldi?
Oppure a pararti il culo dalle piccole stronzate che ti capitano sul lavoro. (F.)

Ho fatto una corsa di quasi vent'anni, per rapina, evasione e un po' di altre
cose. Gli ultimi tre li ho fatti da semilibero. Quando sono uscito, nel
bergamasco tutto era cambiato. Della mia batteria tra morti e dispersi non
c'era più nessuno. Qualcuno dei vecchi tirava a campare con qualche
traffichetto. Io, forse per orgoglio, senso della dignità e dell'onore, sinceramente
non mi sembrava il caso di fare una fine tanto misera. Meglio andare a
lavorare. Da giovane avevo fatto il muratore, me la cavavo, e ho ricominciato
da lì. I primi tempi sono andato a lavorare un po' a giornata, poi con un altro
ho messo su una piccola ditta. All'inizio lavoravamo completamente da
abusivi. Cosa che del resto fanno in tanti. Poi abbiamo fatto le cose un po' più
in regola. Ristrutturiamo alloggi o lavoriamo in subappalto. Tutto qua. Non è
che ci sia molto da dire o raccontare. Devi lavorare tanto, chiedere poco perchè‚
la concorrenza è fortissima e tra chi fa questi lavori non c'è nessun accordo. Se
in giro si sa che chiedi dieci c'è subito qualcuno che si offre per nove. Puoi
giocartela un po' se lavori bene. Ma è una cosa che funziona sulle
ristrutturazioni private. Allora lì, se ti conoscono di nome, preferiscono pagare
un po' di più ma avere la sicurezza di un lavoro ben fatto. Ma sulle commesse
più grosse, che vanno un tanto al mucchio, quello che conta sono solo i costi.
(C.)

Chi, una volta uscito dal carcere, non trova una qualche sistemazione
legale, non può che assoggettarsi ai modelli prevalenti dell'illegalità.
Prima di riportarne a titolo puramente esemplificativo un paio di
esempi, è utile soffermarsi sulle trasformazioni che hanno segnato il
mondo dell'illegalità. L'epoca dei banditi e dei rapinatori giunge al
termine non solo in seguito alle contromosse militari messe in atto
dallo Stato e dai suoi apparati. Certo, il ruolo delle forze dell'ordine, le
dure condizioni di detenzione imposte dalle carceri speciali e così via
hanno avuto la loro importanza, è innegabile. Tuttavia queste, se si
osservano le cose non lasciandosi imbrigliare dalle contingenze

247
momentanee, appaiono per quello che sono: vittorie militari,
tatticamente importanti ma non risolutive da un punto di vista
strategico. Battaglie, scaramucce, spostamenti di fronte che, a ben
vedere, fanno parte del normale rapporto tra classi dominanti e classi
subalterne. La vittoria strategica avviene, però, su tutt'altro fronte. A
venir meno è il terreno sociale all'interno del quale alcune pratiche
illegali trovavano, con diversi gradi di approvazione, una sostanziale
legittimazione. Non si tratta, insomma, della vittoria della legalità
sull'illegalità ma della messa in mora di una "particolare" illegalità. Del
resto, a partire dagli anni Ottanta per arrivare ai giorni nostri, le
pratiche illegali non si sono certo attenuate, ma al contrario hanno
conosciuto un proliferare la cui progressione è di tipo geometrico.
Una diffusione dell'illegalità che, però, sembra sostanzialmente
compatibile e ampiamente integrata all'interno del modello culturale,
sociale ed economico predominante. Un'illegalità che coabita
tranquillamente con la società legittima e dallo spiccato sapore
perbenista (Dal Lago, Quadrelli 2003).

In altre parole, nella società contemporanea il crimine, o tutto ciò che


può essere considerato da un punto di vista giuridico un'attività
illecita, non fa altro che fornire servizi alla società legittima. Non a
caso è una criminalità di natura prevalentemente commerciale e
imprenditoriale che, con la sola esclusione di minime frange
superprofessionalizzate (i gruppi in grado di compiere assalti a
furgoni blindati, furti di notevole entità, neutralizzando sistemi
d'allarme particolarmente sofisticati eccetera) o sbandate (mi
riferisco a coloro che si dedicano ai cosiddetti reati predatori di
strada), non pratica alcuna forma di "esproprio". La criminalità
contemporanea non sembra minimamente interessata a intaccare la
"proprietà" ma piuttosto ad accumulare denaro, ricchezza e potenza
attraverso attività imprenditoriali e commerciali, anche se
formalmente "illecite". Una criminalità in piena sintonia con le
retoriche neoliberiste delle società contemporanee che, com'è noto,
sono molto più attente e rispettose dei "codici" imposti dal mercato
(Boltanski, Chiapello 1999) che delle fastidiose e superate regole dei
codici di procedura penale. Tra mondi legali e illegali si è venuta a
costituire una sintonia di "senso" che colloca il mondo illegale in una
sorta di zona grigia, dove lo scarto tra legittimità sociale e illegittimità
giuridica è oggetto di continue negoziazioni. Un'eccellente
descrizione di questo mutamento la fornisce W., un rapinatore
genovese che ha scontato circa 22 anni di carcere, anche se li ha
intervallati con tre evasioni. Entrato nel 1976, ha chiuso la sua carriera
nel 1998. Come molti altri ex rapinatori ha potuto usufruire,
nell'ultimo periodo di detenzione, di una serie di benefici previsti

248
dalla riforma penitenziaria. Nel '98 ottiene tre anni di libertà
condizionata e attualmente vive svolgendo, con gli immancabili alti e
bassi che il lavoro autonomo comporta, una delle tante attività
cosiddette immateriali. In carcere, una volta chiusa la parentesi degli
speciali, ha iniziato a studiare frequentando anche un corso
universitario. Per una di quelle coincidenze non così infrequenti per
chi è abituato alla ricerca sul campo, la sua intervista più che una
testimonianza è un piccolo saggio sociologico. W., infatti, fornisce
una descrizione sintetica delle trasformazioni intervenute nel campo
dei mondi criminali, dove alla conoscenza diretta si aggiunge una
capacità analitica di buon livello. Condizioni che ne fanno un
etnografo di prim'ordine.

Forse, oggi, dei mondi criminali possono parlarne meglio coloro che
con questi giri non hanno mai avuto a che fare. Può sembrare una
battuta ma, come ti spiegherò, non lo è per niente. Quando io sono
finito in carcere, per alcune rapine, la criminalità, l'illegalità era divisa
in due tronconi. C'era la vecchia malavita, a Genova era quella dei
vicoli: papponi, contrabbandieri, ricetta, ladruncoli, qualche
truffatore. Tutta roba da poco. Era un mondo che se ne stava per conto
suo. Succube del codice penale e della madama. Un mondo ripiegato
su se stesso, sempre pronto a scendere a patti, se non proprio a
collaborare, con gli sbirri. Un mondo che tirava a campare e che aveva
paura anche della sua ombra. Poi c'eravamo noi, i bravi ragazzi, quelli
delle batterie e delle rapine. Noi con il mondo della malavita non solo
non avevamo nulla a che fare, ma con loro eravamo proprio in
contrasto. Il nostro motto era andare ai resti, cioè non pensare alle
conseguenze penali delle nostre imprese. Anzi, più le cose erano
rischiose, più cercavamo di realizzarle. Per noi, questo era quasi più
importante del denaro che potevamo tirare fuori da un lavoro. I soldi
ci piacevano, certo, ma più che altro ci piaceva stare sul ciocco. La
sfida, forse più che il denaro, era quello che ci attirava. Se il denaro ci
fosse interessato veramente lo avremmo accumulato. Invece come
arrivava se ne andava. Lo spendevamo, lo regalavamo a chi si trovava
in difficoltà, non ce n'è mai fregato più di tanto. Se non c'erano soldi
ce li andavamo a prendere. Filavamo un lavoro, entravamo, saltavamo
il bancone e il gioco era fatto. Guardioni, scorte, allarmi,
pattugliamento del territorio, se ci pensi bene, non sono mai serviti a
un cazzo. Noi ce ne siamo sempre andati. Questo perchè‚ andavamo
sul ciocco pronti a ogni evenienza e preparati al livello di scontro che
era pensabile doversi trovare ad affrontare. Come loro hanno iniziato
a giocare più duro, noi non ci siamo tirati indietro. Fucili automatici,
pompa, mitra e giubbotti antiproiettile facevano parte del nostro kit
operativo. In realtà potevamo fare tutto questo perchè‚, intorno a noi,

249
avevamo un mondo che in qualche modo ci proteggeva. Non ti parlo
della vecchia malavita, quella se poteva, e non lo faceva solo per paura,
ci avrebbe fatti legare più che volentieri. Ti parlo della gente con la
quale eravamo cresciuti assieme che, anche se faceva altre cose, cioè
andava a lavorare, una mano se poteva te la dava. Questo
atteggiamento lo avevamo perchè‚, non del tutto erroneamente,
eravamo convinti che, anche se fossimo caduti, in carcere non ci
saremmo rimasti più di tanto. Per dirti, una cosa che era abituale
sentire dopo una condanna era: tanto - riferito agli anni che ti avevano
appena dato - se li fanno loro. Io me ne vado a casa. L'idea di
andarsene a casa non era una semplice spacconata. Per molti anni è
stato così. Io sono evaso tre volte e altre tre mi è andata male per un
pelo. Più bisognerebbe contare tutti i progetti abortiti, quelli sfumati
in seguito a un trasferimento improvviso, la caduta di qualcuno o altro
ancora. Bisogna tenere presente che, in quel periodo, era normale, e
anzi era un obbligo morale, almeno per tutti i ragazzi delle batterie,
portarsi a casa i fratelli e gli amici. Questo è stato il mondo del
crimine, dell'illegalità o chiamalo come ti pare, fino all'inizio degli
anni Ottanta. Di questo mondo non esiste più traccia. Non che non
esistono più le attività illegali, anzi, solo che sono diventate tutta
un'altra cosa. Il mondo illegale è diventato soprattutto una serie di
attività commerciali, illecite da un punto di vista legale, ma molto
richieste da gran parte della società che possiamo definire legittima e
rispettabile. Può sembrarti paradossale ma le attività illegali sono
profondamente perbeniste. La loro logica non è in contraddizione o in
conflitto con quelle della società rispettabile. Al pari di questa, la
criminalità è interessata a accumulare denaro, a investirlo, a tirarci
fuori dei profitti sempre più alti. Si tratta, insomma, di un'attività
imprenditoriale, anche se formalmente illegale. Basta vedere come la
gente valuta queste attività. Nessuno le demonizza anche perchè‚ i più
se ne servono. Questo è un cambiamento che ho visto, prima in
carcere, poi una volta fuori. Si è trattata di una vera e propria
rivoluzione. Tra noi e i nuovi non c'è praticamente nulla di comune.
Durante il periodo che ho trascorso in semilibertà mi sembrava di
essere un marziano. Con tutti gli altri non avevo nulla in comune. Una
cosa che, comunque, oggi è abbastanza normale anche in carcere.
Questo perchè‚ il carattere commerciale e imprenditoriale
dell'illegalità non può che determinare modi di vita legati a quel
modello. Inoltre, questo mi sembra importante sottolinearlo,
l'illegalità oggi è principalmente appannaggio di persone normali che,
dentro i vari mercati, trovano delle opportunità di guadagno. Dietro
non vi è nulla, non vi è neanche il mondo vagamente pittoresco della
vecchia malavita. Dietro alle forme criminali attuali, se si escludono
gli stranieri, che però con i business che contano non c'entrano quasi

250
mai un cazzo, ci sono persone assolutamente normali. Questa
trasformazione è iniziata con lo spaccio d'eroina. All'inizio è stata la
vecchia malavita, almeno ai livelli bassi e intermedi, a buttarcisi
dentro ma, un po' alla volta, a trafficarla sono diventate persone di
tutti i tipi. Anche perchè‚ il consumo era talmente elevato che, a giro,
chi si faceva finiva anche per diventare un cavallo o un piccolo pusher.
Inoltre, l'eroina fa venire meno il legame solidale che c'era tra le
persone. A quel punto ognuno pensa a se stesso. Parole come
fratellanza e amicizia non vogliono più dire un cazzo. L'eroina, però, è
solo un inizio. Anche quando questa comincia a essere meno
importante, le logiche non cambiano. Le attività illegali diventano il
gioco clandestino, quello su grande scala, come il toto, il lotto o i
videopoker, il traffico di cocaina o di pastiglie, l'usura e la
prostituzione. Giri che coinvolgono sempre di più persone senza
legami particolari con la malavita. Questo lo puoi vedere chiaramente
soprattutto nel traffico delle droghe o nel prestare soldi a strozzo. Chi
vende non necessariamente deve avere un passato di un certo tipo. Al
massimo, come pregiudicato, può avere un suo giro, tutto sommato
limitato, che convive con una quantità di altri giri gestiti e organizzati
da persone legali. L'unica cosa che cambia è che, se sei pregiudicato e
vendi, hai più possibilità di finire dentro di uno che è regolare. Nei
prestiti poi, il che mi sembra ovvio, sono coinvolti soprattutto persone
regolari che, solo in determinati casi e per compiti di pura
manovalanza, possono rivolgersi a pregiudicati. Il mondo delle droghe
sintetiche, da questo punto di vista, è estremamente indicativo. Per
starci dentro devi essere anche uno che di quel mondo fa parte. Cosa
abbastanza impensabile per gente con alle spalle un certo passato.
Dovresti avere, obiettivamente, delle affinità che non hai. Insomma se
tu togli il ruolo che hanno le organizzazioni criminali, un ruolo che
alla fine c'entra poco o nulla con la diffusione delle attività illegali, la
percentuale di pregiudicati che si è ritagliata qualche spazio in uno dei
tanti business è molto bassa, il resto è tutto in mano a persone che
svolgono un'attività illegale come se andassero a lavorare in Comune.
Spesso, basta vedere come girano questi mondi, le attività illegali sono
una specie di secondo lavoro che si affianca a quello legale. Ti parlo di
casi che conosco. Il broker che traffica anche cocaina, la commessa
che fa anche i passaggi o li organizza, il barista che ha il suo giro di
pastiglie, l'orafo che presta soldi, la parrucchiera che gestisce un giro
di macchinette. Questo è il mondo vero dell'illegalità. O almeno quella
dove girano i soldi. Poi c'è l'illegalità di strada, degli stranieri, degli
sbandati, ma quella non è una vera e propria criminalità. Più che altro
è teppismo, roba da ragazzi, ma lì i soldi sicuramente non li trovi. (W.)

Gli ex banditi che non mollano il colpo possono, al massimo,

251
ritagliarsi una condizione marginale e di modesta rilevanza all'interno
dei mercati illegali diffusi. Una condizione che è ben resa dalle due
interviste seguenti. Nella prima C., un ex rapinatore di Bergamo,
racconta come si è inserito in un piccolo giro di cocaina e paragona la
sua attività e il suo stile di vita a quello di un rappresentante di
elettrodomestici o di un piccolo manager in carriera. Nella seconda V.,
un rapinatore milanese, spiega come sia finito a gestire un piccolo
traffico di droghe leggere e di sintesi. La sua intervista, inoltre,
fotografa in poche battute la morale individualista che caratterizza i
mondi illegali. Uno stile di vita che potrebbe riferirsi a qualunque
ambito sociale. Interessarsi solo ed esclusivamente al proprio piccolo
mondo, non cercarsi grane, farsi furbi e provare a sopravvivere al
meglio non possono essere considerati come stili di vita specifici dei
mondi illegali. Nei frammenti di vita seguenti appare in tutta la sua
evidenza come i processi di modernizzazione abbiano frantumato
ogni idea di mondo collettivo e di "valori" diversi, in contrapposizione
a quelli della società legittima.

La mia batteria è stata praticamente decimata. Sono quasi tutti morti sul
ciocco. Una volta fuori c'era da pensare a come campare. Non c'erano molte
alternative, l'unica cosa era mettersi nel giro della coca. E così faccio. Il perchè‚
mi metto in questo giro è semplice: è il settore che va di più, c'è posto per tutti e
non ti dà problemi. Certo, prima o poi, anche lì puoi cadere, a me è successo,
ma con la coca non entri nell'occhio del ciclone e se hai preso qualche
accorgimento e ti sei saputo muovere con un po' di accortezza la cosa te la
risolvi senza tanti casini. Praticamente faccio la vita di un commerciante o
forse, ancora meglio, di un rappresentante. Vendo in giri bene, dove non ci
sono mai problemi di soldi o altro. Non so nemmeno più cosa sono pistole,
mitra, giubbetti, inseguimenti e sparatorie. Vendo coca ma potrei vendere
benissimo televisori, la mia vita sarebbe la stessa. Ripensando a quello che ero
io ed era il nostro mondo solo dieci anni prima mi sembra di essere davanti
alla televisione a guardare Piero Angela, "Novecento" o qualche altra
trasmissione sulla storia. Oggi tutto quello è veramente impensabile. Vivi nel
tuo piccolo, ti girano anche dei bei soldi, la coca rende, ma è sempre una
dimensione piccola senza mordente, senza niente di sostanzioso. Una volta ti
alzavi e andavi incontro al mondo col gusto della sfida, era una vita in fondo
esaltante. Adesso, quasi come un manager, prendi l'agenda degli
appuntamenti e vai. Per essere completo ti manca solo la segretaria. Tiro su
del grano ma senza entusiasmo. Ogni giorno è uguale all'altro. Poi un'altra
cosa che è proprio diversa è come stai con gli altri. Non hai più amici, almeno
nel senso che davamo noi alla parola amicizia. Persino i conoscenti di allora
erano più legati a te degli amici di adesso. L'amicizia si risolve tutta nel
continuo confronto fra chi ha il vestito migliore, la macchina più grossa o è
andato a fare le vacanze nel posto più caro. Tutto qua. (C.)

252
Finita la cavallina, una volta fuori c'era da pensare a come cavarsela. Non è
che avevi tante soluzioni. Di quello che avevi lasciato non c'era più niente.
Soprattutto non c'era più quella mentalità. Prima c'era un po' questa idea di
fare i ciocchi, di fare danni senza stare a guardare tanto alle conseguenze. Ora,
invece, era come se tutti avessero paura e si fossero piegati. Poi c'era quest'altra
cosa che ognuno pensava ai cazzi suoi e non gli fregava un cazzo di niente. Sì,
un po' a chiacchiere, tutti si comportavano come se nulla fosse cambiato, ma i
fatti erano diversi. Una cosa che si vede palesemente con gli infami. Mentre
sono al bar entra uno che se l'era cantata alla grande. Entra come se niente
fosse, tutti lo salutano, gli parlano e ci scherzano insieme. Io prendo uno e gli
dico: 'Ma che cazzo fate, quello è una carogna, un infame e confidente'. Questo
mi prende da parte e mi dice: 'Ma lascia perdere, non è più tempo di queste
cose, se non gli dicono niente i suoi che li ha chiamati dentro, che cazzo te ne
frega a te? Poi sai, sotto sotto, ormai, chi più chi meno i suoi intrallazzi con la
madama se li fa. Se vuoi vivere è così'. In effetti aveva ragione. Tutti
pensavano a campare alla meno peggio e a farsi gli affari loro. Alla fine, cosa
vuoi, anch'io mi sono un po' adeguato. Mi sono messo a fare i miei traffici,
fumo e pastiglie, mi faccio gli affari miei e tiro a campare. (V.)

Per chi si sottrae alle logiche della nuova criminalità non rimangono
alternative. In alcuni casi l'"individualismo" delle origini è foriero di
scelte di vita dove il gusto della sfida e dell'avventura assume toni
romanzeschi. E' il caso di P., un ex rapinatore dell'area milanese che,
rifiutando di omologarsi alle regole del nuovo corso, emigra in un
altro continente. La sua storia, se da una parte è curiosa e intrigante,
dall'altra mostra come all'interno dei nostri mondi lo spazio per uno
stile di vita non convenzionale, legale o meno, sia del tutto inesistente.
P. decide di emigrare proprio in seguito alla nuda constatazione che,
nella nostra società, non vi è spazio per l'"utopia". Un racconto per
certi versi fiabesco ma al contempo duro e malinconico.

Ho finito di scontare tutto nei primi anni Novanta. L'ultimo periodo l'ho
trascorso in semilibertà. Quando sono uscito, della vecchia batteria ci siamo
ritrovati in pochi. Molti erano morti, altri ancora dentro e con delle prospettive
di uscita non proprio dietro l'angolo. Ci vediamo e discutiamo un po' cosa fare.
Io, anche se avevo già intuito che le cose erano molto cambiate, pensavo di
rimettermi in pista alla vecchia maniera. Soprattutto volevo sbattermi per i
ragazzi dentro. Un discorso che non trova ascoltatori troppo interessati. Sì, a
parole tutti dimostrano una certa disponibilità, in realtà quando il discorso
inizia ad assumere aspetti più concreti tutti cominciano a svicolare. Io non
credo, come in un primo momento, che fossero diventati tutti dei cagasotto,
penso che loro, molto più realisticamente di me, avessero un'idea più chiara di
come aveva iniziato a girare il mondo. Cioè, non c'era più quel modo di stare
insieme di prima, ma non c'era soprattutto una realtà, un ambiente dove era

253
possibile essere così. Dopo qualche scazzo con loro, un giorno *** mi prende e
mi dice: 'Tu sei convinto che io e gli altri ci siamo tutti rincoglioniti e che ce la
facciamo sotto. Può darsi che tutta la casanza e le storie che ci siamo passati ci
abbiano lasciato qualche brutto segno, non lo escludo ma, oltre a questo, forse è
meglio che ti rendi conto di come girano le cose ora e che noi non ci possiamo
fare un cazzo'. Così mi porta un po' in giro. Mi porta prima in una zona dove
c'è un giro di prostituzione. Mi fa vedere le ragazze, tutte straniere, che
lavorano e vicino il bar dove stanno i loro paesani papponi. Insieme a loro
riconosco uno che era un guappetto da quattro soldi che nella vita non aveva
mai combinato un cazzo e che, come mi dice il mio amico, adesso affitta alle
ragazze le case per lavorare ed è trattato come una specie di padrino. Ma, e qui
viene il bello, chi controlla tutta la zona è ***, uno che se l'era cantata alla
grande, e la cosa era nota a tutti, e che non solo camminava tranquillamente
per strada ma era palesemente rispettato e portato da tutti. Mentre siamo lì
inguattati che filiamo tutti 'sti movimenti passa una macchina della madama.
Si ferma, entra nel bar, conversa amichevolmente con l'infamone e i suoi
amici, si prende un caffè e se ne va. Il mio amico mi dice che la madama li
lascia tranquillamente gestire i loro traffici in cambio di informazioni.
Qualcuno aggiunge che in questo patto c'è anche il via libera per andare con le
ragazze ma, onestamente, non si sa se è verità o solo dicerie. Dopo questo
primo giro mi porta da un'altra parte a vedere lo spaccio di eroina. A farla sono
tutti cavalli marocchini, chi la gestisce, nella zona, è un vecchio ricottaro noto
a tutti per essere una carogna infame e sbirra. Secondo più voci, l'infame
periodicamente fa cadere qualche cavallo con non tanta roba e di pessima
qualità, così tutti sono contenti e lui si può tenere la zona. Dopo mi porta in un
locale, questi pieni di ragazzi, dove si vede chiaramente un continuo giro di
buste e di queste pastiglie. La sicurezza è gestita dalla madama. Alla fine mi
dice: 'Questo che ti ho fatto vedere è solo una piccola parte di quello che succede.
Il resto è peggio. Il mondo oggi funziona così'. Sembrava di essere tornati
indietro di più di vent'anni. Tutta la gente di merda che quando ci incontrava
chinava la testa e cercava un buco dove andarsi a nascondere aveva alzato la
testa e la cosa andava bene a tutti. perchè‚ se uno che è infame e carogna se ne
può andare in giro tranquillo vuol dire che essere una carogna, per i più, non è
poi così grave. Mi rendo conto che le mie idee erano solo sogni. Loro, i miei
della batteria, hanno deciso di mettersi su un giro di coca e di vendere in certi
locali. Lo hanno deciso considerandolo un lavoro tranquillo e senza troppi
problemi. La coca va più dell'acqua, non ci sono problemi di zone perchè‚ è
talmente alta la richiesta che nessuno deve fare le scarpe a un altro e noi,
comunque, siamo abbastanza noti da sconsigliare a chiunque di venirci a
rompere i coglioni. Li capisco ma la cosa non mi piace e non mi interessa. Si
tratterebbe di fare il commerciante e non è mai stata la mia aspirazione. Così
prendo la mia decisione risolutiva e do un taglio con tutto e tutti. E' una scelta
non facile, anche dolorosa, è stato come, di punto in bianco, ritrovarsi senza un
passato, una storia. Mollare tutto quello che ero stato, ma in giro ormai era

254
solo merda e non mi ci ritrovavo. Metto insieme qualche soldo e parto. Voglio
cambiare definitivamente aria, scelgo l'Africa. Non ho alcuna idea precisa in
testa, non so tanto cosa voglio ma semplicemente quello che non voglio. Non
voglio ritrovarmi a fare una vita da stronzo in mezzo a un mare di stronzi.
Non ho molti soldi ma in Africa sono più che sufficienti per tirare avanti e
guardarsi attorno. Poi penso che se sono sempre stato in grado di cavarmela
qua, non vedo perchè‚ dovrei avere problemi a farlo in un altro posto. Gli
uomini sono uguali dappertutto, nel bene e nel male. Passo qualche mese
andandomene in giro. Alla fine, casualmente, capito in un posto fantastico, nel
***. Ho una storia con una tipa del posto e così mi fermo più del solito. Sono in
riva all'oceano, in un posto che è difficile immaginare che esista sul serio.
Parlando con il cugino di questa ragazza, grazie a una specie di inglese che lì
tutti parlano e che è facile imparare, ci viene l'idea di mettere su una specie di
villaggio turistico completamente primitivo. Cioè, non il classico villaggio per
coglioni ma un villaggio che ospiti poche persone, lasciando pressoch‚ intatto il
paesaggio. Costruiamo una decina di capanne. Ci appoggiamo inizialmente a
una piccola agenzia turistica della città più vicina, dopo un po' usiamo
semplicemente la rete. Iniziamo a lavorare e otteniamo un successo insperato.
Non ci montiamo la testa e, anche se abbiamo costruito qualche altra capanna,
abbiamo lasciato tutto come all'inizio. Per dirti, non abbiamo neanche la luce
elettrica e usiamo le torce. Viviamo, per tutte le necessità, in simbiosi con il
villaggio che non è molto distante. Un sogno ma, come ti dicevo, gli uomini e le
cose sono uguali sotto tutte le latitudini. Diventiamo famosi e quindi entriamo
nel mirino di queste multinazionali del cazzo del turismo coglione. Chi li può
spalleggiare? Gli sbirri, tanto per cambiare. Come si comportano i boss del
turismo? Come mafiosi. Non cambia mai niente. Prima ci vengono sotto con le
buone, facendoci la classica offerta che non si può rifiutare. Quando li
mandiamo a fare in culo cambiano argomenti. Solo che non avevano messo in
conto due cose: primo la gente del villaggio non era assolutamente disponibile
a farsi fottere da loro. I bianchi non è che li amino eccessivamente, ma ancora
meno amano i neri che fanno i servi dei bianchi. Questi, per loro, sono un po'
com'erano gli infami per noi. Secondo, scusa la megalomania, non pensano di
trovarsi di fronte un bianco tanto testa di cazzo da rifiutare le loro proposte e
con i coglioni per ribaltargli le carte in tavola. Se avessi accettato le loro
proposte sarei diventato il loro uomo, strapagato e con tutta una serie
considerevole d