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CHE SERVE

A CHE SERVEL'ITALIA
L'ITALIA

Buongiorno Italia

N OI ITALIANI SIAMO ABITUATI ALL’IDEA DI NON ESSERE UNA VERA NA-


zione. In realtà, a modo nostro, lo siamo più di quanto crediamo di esserlo. Certo non come
gli inglesi, i francesi o gli americani, ma, appunto, all’italiana. Forse non avevamo nemmeno
il coraggio di dirlo a noi stessi fintanto che il tema della nazione è rimasto sepolto nel ben cu-
stodito deposito delle rimozioni collettive. Poi, negli ultimi anni la crisi terminale della Prima
Repubblica e l’esplosione della Lega Nord ci hanno ricordato la dimensione geopolitica della
nostra vita associata. La stessa utilità dello Stato unitario è stata messa in discussione. Infranto
il tabù, non è più possibile esorcizzare la questione nazionale.
Questo volume di Limes vuole contribuire a chiarirne i termini. Anzitutto stabilendo
che cosa vuol dire l’Italia per gli italiani. L’interesse del sondaggio Limes-SWG qui pubblicato
consiste infatti nel tentativo di tracciare un modello italiano di nazione. Esso conferma anzi-
tutto che il nostro sentimento nazionale non poggia sull’appartenenza allo Stato ma sull’idea di
nazionalità, cioè di italianità. Quando riconosciamo un compatriota in un fiorentino, in un
palermitano o in un veneziano, non ci riferiamo primariamente allo Stato ma a un insieme
geopolitico che da sempre chiamiamo Italia.
Ma questo senso di italianità non è semplice né immediato. Emerge anzi un tratto peculia-
re del nostro modello, l’identità multiscalare: la nostra rappresentazione dell’Italia tiene insieme
diverse dimensioni territoriali, dalla locale alla nazionale. Non è perché siamo attaccati al no-
stro campanile che dimentichiamo di essere italiani. Anzi, il sondaggio dimostra che l’adesione
alla patria prevale su ogni altro sentimento di appartenenza subnazionale.
A che serve questa idea dell’Italia, dove può condurci? Nell’attuale contesto geopolitico la
«nazione all’italiana» può rivelarsi un atout o rovesciarsi in un boomerang, a seconda della 7
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nostra capacità di inquadrarla o meno in un vero Stato nazionale. In questa condizione anto-
nimica, tocca a noi scegliere se utilizzare la complicazione della nostra identità per far crescere
insieme l’Italia e gli italiani o se indulgere piuttosto a una deriva anti-statuale assolutamente
incontrollabile. Scegliere di non scegliere, come finora abbiamo inclinato a fare, significa accon-
ciarsi a un rapido declino. Il tempo è scaduto, e l’arte di arrangiarsi non basta più. Un breve
sguardo al nostro recente passato e alle opportunità del presente dovrebbe renderlo evidente.

Il dispatrio
Per quasi mezzo secolo noi italiani abbiamo creduto che l’Italia non servisse. Non solo:
l’idea di nazione, più che inutile, era diventata un ingombro. L’Italia aveva combattuto la guer-
ra mondiale sperando di perderla - un cupio dissolvi più unico che raro nella storia universale.
Aveva sostenuto o almeno tollerato i «disfattisti», accolto trionfalmente i vincitori, accettato il
Trattato di pace con le sue clausole territoriali «ripugnanti ad ogni senso di giustizia» (Gaetano
Salvemini) come pegno per entrare in Occidente e goderne le libertà e le ricchezze. Dopo le
sbornie di retorica nazionalistica e le miserie dell’autarchia, gli italiani volevano entrare nel
mondo grande e libero delle democrazie occidentali. E per esservi ammessi pensarono bene di
farsi piccoli.
Se i francesi per rimuovere il trauma del 1940 seppero, grazie a de Gaulle, reinventarsi
la grandeur, noi italiani, allo stesso scopo, scoprimmo le virtù della petitesse. Come se il «non
essere» per noi fosse più redditizio dell’«essere». Così cancellammo dal nostro orizzonte qualsiasi
riferimento alla patria e su questa rimozione fondammo la Repubblica.
Il dispatrio è il preambolo non scritto della nostra costituzione. Se un’identità abbiamo
coltivato in tempi di Prima Repubblica, ebbene essa è stata quella americana - formidabile
riferimento culturale, molto più di quanto non volessero ammetterlo, financo per i comunisti
adoratori delle sovietiche glorie.
La «morte della patria» (Salvatore Satta) era coltivata per opposte ma convergenti ragioni
da comunisti e democristiani, liberali e qualunquisti. Già nel 1945 il liberalradicale Ernesto
Rossi scriveva: «Ormai non sono più un italiano; sono un europeo che si propone di svolgere la
sua attività politica in Italia solo perché in Italia la sua azione è più efficace». Quasi identiche
le parole di don Giuseppe De Luca, nel 1946, quando osservava che «non si può parlare in
Italia di una vita politica “italiana”, e cioè di ispirazione italiana, di contenuto italiano, di fini
italiani», né si può parlare di partiti «italiani» ma solo di partiti «in Italia».
Persa la guerra, vincemmo così il dopoguerra. Sbarazzandoci dell’Italia, ci sentimmo
schiettamente italiani. Dunque astuti fino al cinismo, pronti alla più feroce autodenigrazione
(se utile), eppure brava gente e solidale - non per senso civico ma per innata bontà di cuore. E
comunque protetti dall’italico «stellone».
Dal dispatrio traemmo inizialmente, e almeno fino allo scorso decennio, straordinari van-
taggi e qualche svantaggio, peraltro gravido di pessimi auspici. Grazie soprattutto all’irripetibile
costellazione geopolitica prodotta dalla guerra fredda e alla fortuna di essere stati assegnati, senza
particolari meriti, alla metà giusta del mondo.
8 Nella colonna dei plus possiamo infatti allineare: a) una stagione di pace, di libertà e di be-
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nessere che ha trasformato l’Italia in uno dei paesi più ricchi del mondo; b) la garanzia militare
esterna offerta dagli Stati Uniti, codificata nella Nato, che caricava i costi della nostra sicurezza
sulle spalle del maggiore alleato; c) questa geopolitica inespressa e parassitaria ci consentiva, so-
prattutto nel Mediterraneo e all’Est, di obliquamente gestire i nostri interessi, o quelli che il ceto
politico-economico dominante riteneva tali, evitando comunque di evocarli o di farne oggetto di
pubblico dibattito; d) infine, non minacciando più nessuno, ci aprimmo al mondo. Nei paesotti
della provincia profonda si discuteva di Russia o di Congo, di Vietnam o di America, sulla spin-
ta della vocazione internazionalistica del Pci e dell’universalismo di Santa Romana Chiesa.
Vantaggi enormi, che ci impedirono di scorgere l’altra faccia della medaglia. Anzitutto,
la sindrome dell’8 settembre: per noi l’inizio della rinascita, per il resto del mondo la ripro-
va dell’inaffidabilità italiana. Persino agli occhi dei nostri amici americani, se è vero che
Eisenhower lo bollò come il «più grande tradimento della storia» e che ancora nel febbraio
1991, durante la guerra del Golfo, un ufficiale americano si rivolse sarcasticamente a un
nostro aviatore chiedendogli: «E stavolta, quando passerete dall’altra parte?».
Poi, il disprezzo per il senso dello Stato, per la legge come valore. Il fenomeno ha radici
medievali, ma il cinquantennio postbellico lo ha certamente accentuato. La nostra repubblica
si è precipitata fra le braccia delle consorelle occidentali, dimenticando che esse fondano le pro-
prie istituzioni liberali e democratiche nella nazione. Non c’è Occidente, non c’è democrazia
senza un senso di appartenenza condiviso e comunque incardinato nella concorde rappresen-
tazione del territorio nazionale. Noi invece dimenticammo che il «patriottismo della costitu-
zione» non potrà mai surrogare la radice geopolitica della communis patria, come anche le
evoluzioni parallele di Germania e Giappone sembrano suggerire.
Un terzo minus riguarda i limiti geopolitici della nostra potenza economico-com-
merciale. Ci siamo illusi di poter espandere l’industria italiana nel mondo solo per virtù
propria, senza un sistema-paese che sostenesse la penetrazione nei mercati esteri, stabilisse
priorità e stimolasse sinergie nel quadro degli interessi nazionali.
Con ciò non sfruttando la geopolitica mercantile delle nostre aziende per aumentare
l’influenza dell’Italia in regioni più o meno prossime (anche qui valga il paragone con
Germania e Giappone, abili nel trasformare il fattore commerciale in plusvalore geopoli-
tico).
Ma se anche volessimo restare nient’altro che una potenza commerciale, non potremmo
permetterci di omettere la definizione dei nostri interessi nazionali. È la nostra stessa ric-
chezza che ci costringe a crescere, a mostrarci all’altezza di responsabilità forse inattese.

A che serve la geopolitica


La Prima Repubblica è morta, la Seconda stenta alquanto a nascere: l’Italia, come l’Euro-
pa, come l’Occidente, è in mezzo al guado.
Paghiamo il conto della denazionalizzazione, o meglio di aver voluto fondare, contro
ogni logica, istituzioni nazionali sulla denegazione della nazione. Dovremmo forse riscoprire
la lezione di due grandi giuristi italiani, Pasquale Stanislao Mancini e Arturo Carlo Jemolo,
che a cento anni di distanza l’uno dall’altro ammonivano sul valore del radicamento na- 9
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zionale delle istituzioni. Affermava il deputato di Ariano Irpino alla Camera, il 19 agosto
1870: «Il medesimo principio che nel diritto pubblico interno si chiama sovranità nazionale,
e si realizza nel suffragio universale, è quello che, nel diritto internazionale, chiamasi princi-
pio di Nazionalità». Gli faceva eco nel 1969 il canonista cattolico, in margine alla sua auto-
biografia: «Osservo con qualche meraviglia il tono compiaciuto con cui i giornali benpensanti
delle varie gradazioni constatano ch’è finita l’era delle sovranità nazionali, che i confini di
Stato non hanno più senso. (...) è in relazione alla reale fine della sovranità nazionale che si
è anche attenuato fino a scomparire il senso della sovranità interna?».
Intuizioni fin troppo attuali. Esse ci richiamano al dovere di pensare l’Italia. È qui che
la geopolitica può soccorrerci. Ricordandoci intanto il peso della nostra storia, prima che ce lo
rinfaccino, spesso maliziosamente, amici o avversari d’oltre-frontiera.
Ciò significa essere consapevoli di come l’Italia sia stata coinvolta nel processo di degrada-
zione successiva delle potenze continentali prodotto dalla prima guerra mondiale. Una guerra
persa dall’Europa intera, infatti, dopo il 1919 non era più possibile per una singola nazione
europea pretendersi superpotenza. Lo hanno dimostrato, a contrario, le avventure belliche di
Mussolini e Hitler.
La geopolitica, in quanto dibattito sugli interessi nazionali, può suggerire un’inclinazione
al pragmatismo, alla moderazione, a quel senso della misura che ci è spesso mancato. Abbiamo
voluto essere o troppo grandi o troppo piccoli.
Ora conviene essere noi stessi. Non c’è più alta garanzia contro le tentazioni nazionalisti-
che aggressive, contro la xenofobia, contro le pulsioni centrifughe e particolariste, della risco-
perta di un consapevole, misurato rapporto con la nazione e con lo Stato che la rappresenta.
Non è compito di giorni o di anni, forse solo di generazioni. Ma senza avviare una grande
pedagogia nazionale, non solo negli ambiti d’élite ma alla radice della società e delle istituzioni,
dalla scuola ai mezzi di comunicazione di massa fino al parlamento, non procederemo su questa
via maestra.
Né potremo rispondere alle campagne di stampa anti-italiane - non sempre pretestuo-
se, anzi talvolta fondate su fatti piuttosto sgradevoli. Su questa strada, forse, l’Italia potrà
scoprirsi di nuovo utile, e diventare un laboratorio geopolitico per l’Europa intera.

A chi serve l’Italia


Noi italiani non possiamo fare a meno dell’Italia. La disgregazione o l’ulteriore declassa-
mento del nostro paese nella gerarchia internazionale colpirebbero i molto concreti interessi di
tutti noi e di ciascuno. Uno Stato unito e rispettato serve quindi anzitutto ai cittadini della
repubblica.
Pensiamo infatti a cosa accadrebbe se il nostro paese fosse spartito in tre, secondo il peraltro
vago progetto leghista di Unione italiana rappresentato nella nostra cartina a colori: un’idea
politicamente improbabile, e tuttavia interessante perché esprime rappresentazioni diffuse nella
nostra società ben prima del nascere della Lega e che probabilmente sopravviveranno alla sua
10 scomparsa.
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In un colpo solo, com’è evidente, tutti gli italiani sarebbero declassati rispetto agli altri
europei. Varrebbe infatti il principio geopolitico di non omotetia: non è perché uno Stato si de-
compone che altri decidono di seguirne il destino. Anzi, in genere avviene il contrario, e i grandi
ingoiano i piccoli. Potrebbe accadere anche alle tre repubblichette auspicate dai leghisti puri e
duri. Non basta certo parlare la stessa lingua per sentirsi parte di un tutto comune: Germania-
Austria, Francia-Belgio, Croazia-Serbia docent.
Le tre mini-Italie sarebbero probabilmente inghiottite da insiemi geopolitici maggiori.
Un’occhiata alla carta: gli Italiani del Nord diventerebbero i ticinesi d’Europa. Condizione
godibile in Svizzera, ma non troppo esaltante nel contesto paneuropeo. Gli italiani del Centro
si rinserrerebbero in una riserva monumentale. Quanto ai meridionali, potrebbero aspirare a
confederarsi con Tripolitania, Cirenaica e Malta in un «Baltico del Sud».
L’Italia serve poi agli italiani nel mondo. Se sommiamo gli italiani d’Italia agli emigrati
della Diaspora, otteniamo un totale di circa cento milioni. Un giacimento geopolitico che atten-
de di essere sfruttato. E che deve essere sottratto alle beghe partitico-elettoralistiche come pure ai
rigurgiti di retorica patriottarda o all’avventurismo nazionalistico. Avremmo così un allarga-
mento dello spazio geopolitico nazionale, e quindi un plus di apertura italiana al mondo e di in-
fluenza italiana nel mondo. Tanto più che gli «italiani nel mondo» godono di una collocazione
geopolitica molto favorevole, dal Canada agli Stati Uniti, dall’Argentina all’Australia.
Infine gli italiani possono servire agli europei e agli altri partner occidentali. Questo signi-
fica smettere la ridicola pretesa di esprimere gli «interessi europei» per stabilire invece quali siano
gli interessi italiani in Europa e per l’Europa.
Si dimentica spesso che l’europeismo originario poggiava sulla reciprocità e sulla pari di-
gnità di tutti i paesi. Oggi l’Europa sembra invece dare ragione al vecchio principe Bismarck:
«Notion géographique». L’Unione europea (raramente definizione si rivelò più paradossale) si
aggrappa alle bardature protezionistiche e alle grettezze economicistiche che le impediscono di
assurgere a fattore politico nel contesto planetario.
Allo stesso tempo, e contraddittoriamente, si allarga a Nord-Est, dunque diventa an-
cora più fluida e ingovernabile. La Kerneuropa proposta dalla CDU non è che l’epitaffio
sul sarcofago dell’Unione europea, prefigurando una grande Germania al centro di un
sistema satellitare multiplo, ciascun paese percorrendo orbite e perseguendo scopi propri. E
come si può immaginare che un nucleo europeo ruotante attorno all’asse - peraltro sempre
più improbabile - Berlino-Parigi possa surrogare il bilanciamento dall’esterno fino a ieri
assicurato dall’America? E come credere che l’asse Berlino-Parigi non sia altro che la pro-
secuzione di quello fra Parigi e Bonn? L’asse originario servì egregiamente a rimuovere le
terribili memorie del pasasto, mentre il nuovo serve alla Germania come cauzione per la
sua espansione pacifica a Est.
Dal punto di vista italiano, questa rielaborazione dell’«Europa carolingia» significa scade-
re a provincia, ad appendice peninsulare inchiodata alla dimensione mediterranea.
D’altronde, saremmo noi i primi responsabili della nostra emarginazione, giacché non riu-
sciamo ad articolare un nostro progetto europeo. Siamo tuttora afflitti dal complesso della dining
power: l’importante è avere un posto al tavolo d’onore, anche se non abbiamo nulla da dire (ma
alla fine paghiamo il conto quanto e più di chi decide davvero). Solo così si spiega certa frenesia
diplomatica per guadagnare all’Italia una poltrona nel Consiglio di sicurezza (a meno di non 11
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considerarla una machiavellica manovra per affossarlo definitivamente, essendo facile divinare
quanto poco esso conterebbe se ci annoverasse fra i suoi membri più o meno permanenti).
Sarebbe forse più proficuo avere il coraggio di dire qual è il nostro interesse geopolitico per
l’Europa e per l’Occidente. Noi siamo stati e restiamo europeisti perché senza Europa saremmo
scaraventati fuori dell’Occidente. Non siamo nati occidentali, come gli americani, gli inglesi o
i francesi. La nostra occidentalità è un plebiscito di tutti i giorni, come la democrazia. È per
questo che vogliamo un equilibrio europeo e avversiamo ogni egemonismo, soprattutto se dissi-
mulato.
Dal punto di vista italiano, in Europa non servono né nuclei né satelliti. Gli Stati europei
sono diversi e hanno funzioni diverse in base alla loro collocazione geografica. Di qui la neces-
sità delle aree di responsabilità geopolitica. Si tratta di mettere insieme piccoli gruppi di paesi
europei, sulla base dei loro interessi, per iniziative comuni in spazi geopolitici definiti. Un modo
concreto per costruire l’Europa sulla solida base degli interessi e dei valori comuni, piuttosto che
sulle enunciazioni di principio o sul puro economicismo.
Per capire che cosa significa questo per la nostra politica estera, prendiamo tre esempi di aree
per noi particolarmente importanti: il bacino danubiano, l’ex Jugoslavia, il Nordafrica.
Bacino danubiano. La moda delle rappresentazioni neoasburgiche che mirano a rein-
ventare la Mitteleuropa va contro i nostri interessi. Come sempre, l’Austria ci serve, anche per
non riattizzare il focolaio alto-atesino. Ma soprattutto noi possiamo servire, insieme all’Austria
e agli altri paesi danubiani, per progetti di ricostruzione in regioni e nazioni abbandonate a
se stesse, la cui stabilità è a rischio. Ottima occasione, fra l’altro, per suscitare una regia statale
che coordini le iniziative delle nostre imprese per ricavarne vantaggi in termini di sicurezza e di
influenza politica.
Ex Jugoslavia. Abbiamo la fortuna di non far parte del gruppo di contatto sulla Bosnia, e
quindi di non essere coinvolti, anche militarmente, nella polveriera balcanica. Proprio per que-
sto possiamo avere il coraggio e il vantaggio dell’eterodossia. Ad esempio, l’Italia può offrire alla
Serbia una sponda in Occidente, purché Milosevic freni i suoi appetiti territoriali e accetti una
transazione realistica, verificabile carte alla mano, per pacificare i Balcani (non la sola Bosnia).
In particolare, è nostro interesse che il governo di Belgrado non apra il fronte albanese (Kosovo e
Macedonia). Inoltre, l’Italia può utilizzare la sua influenza a Tirana per frenare gli irredentisti
che sognano la Grande Albania. Se in questa iniziativa l’Italia si associasse ad altri paesi vicini,
contribuirebbe a creare un vero forum geopolitico adriatico.
Nordafrica. Dobbiamo impedire altre Algerie. Ad esempio in Tunisia, paese che in passato
divise l’Italia dalla Francia. Già possesso francese, ma ricca di coloni italiani, la Tunisia potreb-
be essere campo di applicazione di un progetto comune italo-francese nel quadro delle aree di
responsabilità. Comune è l’interesse, in Tunisia come in altri paesi nordafricani, alla prevenzio-
ne, stavolta bene organizzata, di crisi provocate dagli estremisti islamici o dai governi. In questo
modo proteggeremmo meglio i nostri importanti interessi in Libia, associandoci con altre potenze
in una sorta di divisione dei compiti per fronteggiare le turbolenze nel mondo arabo-islamico
che nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, può affrontare da solo.
Ciò rafforzerebbe la collaborazione fra Italia e Francia, paesi cugini ma che, in realtà,
coltivano un’amicizia piuttosto formale. La Francia soccombendo all’ipnosi tedesca, l’Italia
12 mancando d’iniziativa.
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I progetti qui tratteggiati possono apparire velleitari. Lo saranno senz’altro se il nostro paese
continuerà a oscillare fra ostentazioni di fiducia e rassegnazione, fra rapsodiche intuizioni che
restano tali per la discontinuità delle politiche e delle amministrazioni, e ricadute nel parassiti-
smo, inseguendo le sempre più corte ombre di giganti presunti. Eppure dalla politica estera - da
un suo nuovo primato - non possiamo prescindere se vogliamo valorizzare le radici, attualizzare
le ragioni e ristabilire le regole della nostra unità nazionale.

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A CHE SERVE L'ITALIA

ORGOGLIOSI
DI ESSERE
ITALIANI di Ilvo DIAMANTI e Paolo SEGATTI

Da un sondaggio geopolitico Limes-SWG emerge il nostro modo


di essere italiani. Un’identila pluralistica, in cui convivono
campanile e nazione. Crescono insieme orgoglio nazionale,
cosmopolitismo e sentimento democratico (1).

N EGLI ULTIMI ANNI, IL TERRITORIO È DIVENUTO


un riferimento di prioritaria importanza per il sistema politico italiano. Tutte le formazioni
politiche che, dopo aver vinto le elezioni del 27-28 marzo, oggi partecipano alla coalizione
di governo, attribuiscono a questa dimensione un ruolo determinante, al punto tale da
richiamarla esplicitamente nella loro denominazione.
La Lega Nord riflette la grande rilevanza assunta dalle tensioni fra centro e periferia,
fra Nord e Sud, fra lo Stato centrale e le regioni settentrionali; non a caso il suo progetto
politico ha fatto del federalismo un tema-chiave, anche se mai compiutamente definito.
Per contro, Alleanza nazionale, elettoralmente radicata nelle regioni meridionali, si
richiama, coerentemente con l’ispirazione fascista mai rinnegata, a una concezione dello
Stato centralizzato, interventista soprattutto in ambito sociale, identificato con la Nazione
intesa come comunità organica di valori e tradizioni sociali.
Forza Italia, infine, elettoralmente insediata in tutto il paese, elude riferimenti terri-
toriali troppo forti e rigidi, il che le permette di coesistere con formazioni politiche tanto
diverse e caratterizzate. Fa richiamo diretto, comunque, all’Italia, il che la sottrae ai timori
suscitati dall’identificazione con un’area specifica (il Nord) oppure con la specifica idea
dello Stato (il «nazionalismo») espressa dagli alleati.
Negli schieramenti che stanno all’opposizione, invece, non si trovano forze poli-
tiche la cui identità territoriale abbia una sagoma altrettanto chiara. Anzi, il territorio,
nei loro messaggi, in questi anni è comparso prevalentemente in funzione «oppositi-
va»: per contrastare le tensioni divaricanti e i pericoli di scissione sottesi alle proposte
della Lega; oppure, al contrario, per contrapporsi alle tentazioni «espansioniste», di
matrice nazionalista, emerse dalle file di Alleanza nazionale. Meno chiaro, tuttavia, è
quale riscontro trovino queste posizioni fra i cittadini.
Non è chiaro, cioè quale diffusione abbiano, sul piano sociale, i diversi tipi di concezione 15
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

del territorio di nazione e di nazionalismo, di Italia e di regione che oggi si confrontano in


Italia. Né risulta chiaro in che modo e in che misura, agli occhi dei cittadini, queste definizio-
ni del territorio si colleghino all’immagine degli schieramenti e dei partiti e, più in generale,
agli orientamenti e ai valori politici della società. È per questo che abbiamo ritenuto interes-
sante svolgere, su questi argomenti, un sondaggio nazionale, che Limes ha affidato alla SWG
di Trieste. Cinque sono i temi attorno ai quali abbiamo costruito il questionario sottoposto
agli intervistati: (a) l’importanza degli ambiti territoriali come riferimento geopolitico per gli
individui; (b) i significati attribuiti all’identità nazionale; (c) le ipotesi di riforma territoriale
dello Stato; (d) la collocazione dell’Italia in ambito internazionale: nei rapporti con i nuovi
Stati confinanti, in relazione all’unificazione europea e, più in generale, nel quadro dell’al-
leanza con i paesi occidentali. Inoltre (e), sono state raccolte informazioni circa le preferenze
partitiche, gli schieramenti e gli orientamenti politici individuali, per poter delineare con
maggiore chiarezza il rapporto fra identità politica e territoriale. Nelle pagine seguenti pre-
sentiamo e commentiamo alcuni fra i risultati del sondaggio, consapevoli che non possono,
certo, risolvere i problemi che abbiamo sollevato, ma che, al tempo stesso, possono riuscire
utili quanto meno a precisarne i termini meglio di quanto non sia avvenuto finora.

Le appartenenze territoriali
È certo che l’esito delle elezioni politiche di marzo ha sollevato ragionevoli dubbi
sulle opinioni maggiormente diffuse a proposito del rapporto fra l’identità politica e ter-
ritoriale presso gli italiani. Il ridimensionamento della Lega e il concomitante successo di
formazioni politiche esplicitamente ispirate alla nazione o al nazionalismo hanno infatti
gettato almeno qualche ombra sull’idea che il sentimento «localista» e «regionalista» avesse
indebolito il senso di appartenenza nazionale. Il sondaggio Limes-SWG conferma questi
dubbi e contraddice inoltre l’ipotesi, molto diffusa anch’essa in questi anni, circa il pre-
sunto contrasto fra i vari ambiti territoriali nella concezione e nelle rappresentazioni degli
individui. Quasi che le appartenenze territoriali si distribuissero secondo le regole di un
gioco a somma zero.

L’orgoglio nazionale
Come si può osservare dalla tabella 1 (che presenta la graduatoria degli ambiti territo-
riali in base alla percentuale di coloro che si dicono «molto orgogliosi» dell’identità relativa
a ciascun ambito), l’«orgoglio nazionale», lungi dall’apparire un sentimento marginale, si
presenta, al contrario, come l’orientamento più esteso e diffuso in Italia. Né, al contem-
po, la centralità del sentimento «nazionale» implica la marginalità degli altri orientamenti
territoriali. Fra gli italiani, suggerisce il sondaggio, non esiste un solo specifico riferimento
che fa velo sugli altri. Al contrario, tutti i contesti territoriali, quelli periferici come quello
nazionale e quello sovranazionale, si dimostrano in grado di suscitare sentimenti di appar-
16 tenenza e di orgoglio molto estesi.
A CHE SERVE L'ITALIA

Tabella 1. Quanto si sente orgoglioso di essere...


(percentuale di chi risponde «molto» sul totale degli intervistati)

1994 1991
Milanese, romano, torinese 50,9 n.p.
(cittadino della sua città)
Veneto, siciliano, umbro 62,463,3
(cittadino della sua regione)
Settentrionale, del Centro, meridionale 56,4 n.p.
Italiano 71,9 63,1
Europeo, cittadino del mondo 66,4 48,5*
(Numero degli intervistati) 1.019 1.931

Fonte: I dati del 1991 sono tratti da un’indagine dell’Eurisko.


*Nell’indagine Eurisko era prevista la sola definizione «Europeo».

I maggiori consensi, comunque, vengono attribuiti agli ambiti più ampi, l’Europa,
il mondo e l’Italia. Proprio quest’ultimo appare, contrariamente a ciò che le discussioni
di questi anni potevano lasciare intendere, il riferimento che suscita maggiore attrazione.
Il 72% degli intervistati, infatti, sostiene di essere «orgoglioso di essere italiano». Il senti-
mento cosmopolita riguarda, invece, il 66% del campione. Tuttavia, anche gli ambiti su-
bnazionali appaiono in grado di attrarre quote di popolazione molto ampie e, comunque,
sempre maggioritarie: il 51% il Comune, il 56% la Regione, il 62% le macro-aree (Nord,
Centro, Sud).
In generale, il sentimento di «orgoglio territoriale» appare più diffuso nel Sud e, al
contrario, meno diffuso a Nord qualunque sia il contesto di riferimento, ad esclusione
dell’orientamento cosmopolita, che si distribuisce senza troppi squilibri fra le zone. Le
differenze più evidenti, comunque, riguardano l’«orgoglio di area» (l’essere «nordisti»
oppure «meridionali»), che, contrariamente alle attese, mostra basi assai più estese a Sud
(69%) che a Nord (45%), mentre nel Centro Italia si osserva una situazione intermedia.
Ciò può risultare in contrasto con le indicazioni offerte dal successo ottenuto dalla Lega
Nord nell’ultimo decennio. Tuttavia, proprio questo dato può fornire, al proposito, un’indi-
cazione utile a chiarirne meglio le ragioni sottese. Dietro al successo leghista, infatti, come ab-
biamo avuto il modo di sottolineare in altre occasioni (2), vi sarebbe non tanto il riemergere
di un’identità storica profonda, ma piuttosto l’insoddisfazione crescente di aree e settori che si
percepivano «centrali» economicamente ma politicamente «periferici». Il consenso alla Lega
non ha tratto alimento tanto dall’orgoglio di essere settentrionali, lombardi oppure veneti,
ma piuttosto dalla convinzione, diffusa fra chi risiede nelle aree più sviluppate del Nord, di
essere parte di una «comunità economica e di interessi» penalizzata dall’inefficienza dello
Stato centrale, delle cui degenerazioni il Sud è ritenuto lo specchio fedele. Valutate in base allo
schieramento politico e alle preferenze di partito, queste indicazioni ottengono conferma e
ulteriore precisazione. Gli elettori della Lega, infatti, mostrano un orgoglio regionalista e di 17
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area più elevato della media, ma non dissimile a quanto si registra fra gli elettori dei partiti
alleati e fra quelli dei popolari. Anzi, l’orgoglio di area appare più elevato fra gli elettori di
Alleanza nazionale, quello regionalista fra gli elettori di Forza Italia (tabella 2).

Tabella 2. Sentimento di orgoglio territoriale in base al partito o allo schieramento


votato alle elezioni politiche del marzo 1994
(percentuale di chi risponde «molto» sul totale degli intervistati)

Progressisti Ppi-Patto Forza Italia Lega An


Municipalista 50 64 52 45 47
Regionalista 60 66 70 68 61
Nordista, centrista, sudista 46 66 58 63 68
Italiano 64 88 79 61 78
Cosmopolita 65 79 68 62 76

Infine, gli elettori progressisti si caratterizzano, comunque, per una minore incidenza,
rispetto alla media, del sentimento territoriale, a qualunque ambito si riferisca. Ciò, in fon-
do, riflette gli orientamenti espressi al proposito dalle forze politiche cui essi si rivolgono.
Rispecchia, cioè, il limitato peso attribuito a sinistra alla dimensione territoriale. Forse, anche
questo aspetto contribuisce, in qualche misura, all’esito delle elezioni politiche di primavera.
Una questione risultata in questi anni politicamente e socialmente così rilevante, infatti, pare
aver trovato risposta (in tutte le sue possibili varianti) solo nello schieramento di destra.

Un’identità territoriale articolata


Tutto ciò suggerisce come, piuttosto che fare riferimento a un’identità territoriale chia-
ramente orientata e caratterizzata, nel caso italiano convenga oggi parlare di un’identità ar-
ticolata e composita. Tuttavia, a questo proposito, occorre chiarire due ulteriori questioni.
La prima riguarda il carattere di continuità/novità di questi orientamenti. È infatti
utile verificare quanto gli attuali atteggiamenti risentano del mutato clima politico e spe-
cialmente del differente peso assunto dagli attori politici, in particolar modo dalla Lega, le
cui radici «autonomiste» oggi conoscono un’estensione più limitata rispetto a qualche anno
- ma forse meglio sarebbe parlare di qualche mese addietro.
Il confronto con un sondaggio svolto dall’Eurisko nel 1991, quindi nel cuore della fase
di affermazione della Lega e delle tematiche autonomiste, conferma la plausibilità di questa
ipotesi (tabella 1). Facendo riferimento agli ambiti per cui è possibile la comparazione,
risulta evidente come sia avvenuto, in pochi anni, un sensibile mutamento relativamente
all’intensità dell’attaccamento espresso. Infatti, assistiamo: (a) a una crescita molto netta
dell’orgoglio nazionale (+9%) e, ancor più, (b) di quello cosmopolita (+18%), mentre
(c) l’orgoglio regionalista si mantiene su livelli analoghi. Pur valutando questi dati con
18 prudenza (anche se ricavati da sondaggi nazionali svolti su campioni estesi da istituti de-
A CHE SERVE L'ITALIA

moscopici senz’altro rigorosi), possiamo considerare queste differenze il riflesso dei cam-
biamenti intervenuti sulla scena politica e sociale e, in particolar modo, della riduzione
di peso registrata dal conflitto fra centro e periferia e dagli attori politici che ne hanno
tratto legittimazione. Il successo di Forza Italia, il ridimensionamento della Lega Nord, in
altri termini, avrebbero determinato una ripresa del sentimento nazionale e cosmopolita;
ma è vero anche l’inverso: il mutamento elettorale rifletterebbe, cioè, il logoramento del-
l’offerta di identità territoriale della Lega perché impostata su una logica di «opposizione»
(fra l’ambito locale, regionale e di area nei confronti di quello nazionale) poco aderente alla
realtà. Tant’è vero che, comunque, anche nel 1991, nonostante tutto, sentimento nazio-
nale e regionalista mostrano di avere una base di consensi di pari grandezza, superiore in
entrambi i casi al 60% della popolazione. Il che smentisce, fra l’altro, le ipotesi che vede-
vano l’appartenenza nazionale, in quegli anni, come un orientamento scarsamente sentito.
Qui si inserisce la seconda questione, che emerge da una prima lettura dei dati: riguarda
la coerenza e l’intreccio fra i diversi riferimenti territoriali negli orientamenti dei soggetti.
A questo fine abbiamo fatto ricorso a una tecnica statistica che permette di raggruppare
le persone intervistate in diversi tipi, in base all’omogeneità dimostrata rispetto ad alcuni
specifici aspetti, costituiti, nel nostro caso, dal sentimento di orgoglio suscitato dai diversi
ambiti territoriali analizzati (3).

Cinque tipi di identità territoriale


Ne emergono cinque tipi di individui, che si specificano per il diverso modo di com-
binare gli orientamenti territoriali.
Il fatto più significativo, ai fini del nostro discorso, è che due di questi «tipi», ai quali
è riconducibile oltre il 70% degli intervistati, presentano, come caratteristica di fondo, il
coesistere di un elevato grado di orgoglio nei confronti di tutti i diversi contesti territoriali.
La differenza, fra i due tipi di individui, riguarda l’intensità del sentimento territoriale.
(A) Il più ampio di essi (raggruppa quasi il 50% degli intervistati) comprende infatti
individui che, nella grande maggioranza dei casi, definiscono «molto» elevato l’orgoglio susci-
tato dalle diverse appartenenze territoriali. Si tratta di un orientamento che attraversa un pò
tutte le fasce di cittadini, senza connotazioni troppo evidenti. Gli unici aspetti che concorrono
a precisarne il profilo sono di segno politico. Questo atteggiamento, che potremmo definire
di multiappartenenza territoriale forte, si presenta, diffuso un pò più della media, fra gli elettori
del Partito popolare e di Forza Italia, quindi presso i settori moderati e conservatori della so-
cietà. Parallelamente, il suo peso appare più limitato a sinistra, fra gli elettori progressisti.
(B) Il secondo gruppo di cittadini, selezionato in base a questo procedimento, mostra
anch’esso un orientamento di multiappartenenza, ma più tiepido. Prevale, infatti, l’atteggia-
mento di chi descrive come «abbastanza», piuttosto che molto elevato l’orgoglio di appar-
tenere ai vari ambiti. Anche questo atteggiamento appare diffuso un pò in tutti i settori
sociali. Registra, comunque, una frequenza un pò maggiore al Nord e nel Centro Italia, tra
le persone con un livello di istruzione medio-basso.
Più caratterizzata e definita è l’identità territoriale e sociale degli altri tre tipi, i quali, 19
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

peraltro, si presentano assai più circoscritti dei precedenti (comprendono, ciascuno, fra
l’8% e il 10% del campione).
(C) Il primo (10% del campione) è costituito da individui che combinano un alto
livello di orgoglio nazionale con un buon grado di identità locale (nei confronti sia del
Comune che della Regione e della macro-area), cui contrappongono un forte distacco nei
confronti dell’atteggiamento cosmopolita. È decisamente sovrarappresentato a Sud e nel
Centro e, per contro, assai più raro a Nord, ed è particolarmente legato al voto per Alleanza
nazionale.
(D) Il secondo tipo di orientamento (8%), anch’esso diffuso tra gli elettori di Alleanza
nazionale ma soprattutto fra i progressisti, è contrassegnato dall’associarsi di un elevato
orgoglio nazionale e cosmopolita, cui si contrappone la sostanziale assenza di attaccamento
verso gli altri ambiti locali.
(E) Infine, l’ultimo gruppo di individui che emerge da questa analisi (circoscritto
all’8%) è anche l’unico a mostrare indifferenza o rifiuto verso il contesto nazionale, come
ambito di riferimento. Ad esso oppone il binomio Regione-Europa (oppure mondo). È,
secondo le previsioni, l’orientamento privilegiato dagli elettori leghisti, ma trova spazio
anche a sinistra, fra gli elettori progressisti. Questa tipologia conferma, quindi, che fra
gli italiani il rapporto con il territorio è concepito secondo modelli compositi, che fanno
coesistere riferimenti diversi.
Su tutti, comunque, prevale il riferimento nazionale, il quale, dunque, non si presenta
quasi mai contrapposto agli altri riferimenti territoriali, in particolar modo a quelli subna-
zionali. Lo stesso, a maggior ragione, vale per le identità subnazionali (centrate su Comune,
Regione e macro-area), le quali trovano quasi sempre nell’appartenenza nazionale un am-
bito integrativo, piuttosto che oppositivo. L’identità territoriale degli italiani, dunque, si
presenta come un bricolage, al quale concorrono una pluralità di altri riferimenti. Il che ne
spiega il basso grado di strutturazione e, di conseguenza, la relativa vulnerabilità di fronte
alle tensioni e alle contraddizioni interne, dovute, fra l’altro, al fatto che le specifiche appar-
tenenze locali si presentano spesso in competizione e in conflitto fra loro. Tuttavia, questa
identità-bricolage costituisce, nel lungo periodo, una risorsa, in quanto garantisce flessibi-
lità e adattamento di fronte ai mutamenti e alle tensioni che investono i diversi punti del
sistema. In questa chiave, è possibile fornire qualche ulteriore elemento di spiegazione alla
parabola leghista all’interno del sistema politico nazionale. La Lega ha conquistato spazi di
consenso e di rappresentanza politica in tanto in quanto la sua rivendicazione territoriale ha
permesso alle aree del Nord di «riequilibrare» a loro favore, nei confronti dello Stato e delle
altre aree, i loro interessi, la loro identità, il loro ruolo politico. Ma ha incontrato un limite
quando le identità regionale e di area sono apparse alternative a quella nazionale. Quando
l’identità territoriale da una risorsa per la rivendicazione si è trasformata in fattore di rottura
di quel mosaico che si rivela essere l’identità italiana.

Che significa essere italiani?


20 L’identità-bricolage, chiave di lettura del rapporto degli italiani con il territorio, sem-
A CHE SERVE L'ITALIA

bra informare anche l’immagine che essi hanno di sé come popolo. È ciò che emerge
dall’orientamento espresso dagli intervistati nei confronti di una serie di definizioni ri-
guardanti le specificità degli «italiani» rispetto agli altri popoli. Le definizioni proposte
riproducono, in parte, alcuni stereotipi sull’italianità di senso comune, ma prendono
spunto anche dal dibattito condotto fra esperti e studiosi sull’argomento, traducendone
attraverso formule di facile comprensione alcune fra le ipotesi. Le opinioni espresse dagli
intervistati, ovviamente, non servono a delineare lo specifico degli italiani. Forniscono,
piuttosto, indicazioni circa la percezione e il giudizio (o forse il pregiudizio) che gli ita-
liani hanno di se stessi e, a maggior ragione, degli altri italiani.
La graduatoria (tabella 3), realizzata in base alla frequenza registrata dalle definizio-
ni proposte, riflette il loro grado di radicamento (e quindi la loro «stereotipizzazione»)
sociale e quindi non appare troppo sorprendente. Essa delinea un quadro coerente con
il profilo dell’identità territoriale delineato in precedenza. A un’identità territoriale fles-
sibile, che al riferimento nazionale associa le diverse cornici dell’identità subnazionale,
corrisponde infatti l’importanza attribuita allo spirito adattivo e creativo e alle istituzioni
sociali minime, per definire l’identità degli italiani. Quasi 8 intervistati su 10, infatti,
ritengono che gli italiani si distinguano molto dagli altri popoli per l’«arte di arrangiarsi»;
per i due terzi del campione, inoltre, gli italiani si caratterizzano per «la creatività nelle arti
e nell’economia»; inoltre, 7 intervistati su 10 colgono lo «specifico nazionale» nell’attac-
camento alla famiglia e oltre 6 nel legame con la città e con la propria comunità locale.
Per contro, minimo è il rilievo attribuito ai valori fondativi della nazione come comunità
solidale; sulla nazione come «demos» e come «plebiscito che si rinnova tutti i giorni» (4),
per utilizzare una formula suggestiva oltre che nota. Lo testimonia il limitato grado di con-
senso riconosciuto quale carattere distintivo, all’«adesione ai valori democratici» (36%) e al
«senso civico e alla fiducia nello Stato» (16%).

Tabella 3. Caratteri che distinguono gli italiani dagli altri popoli


(percentuale sul totale di chi dice molto d’accordo con le definizioni proposte)

L’arte di arrangiarsi 79
Interessi familiari 70
Creatività (nell’arte, nell’economia) 65
Municipalismo, localismo 64
Patrimonio artistico, culturale, storico 59
Tradizione cattolica 54
Capacità imprenditoriale 49
Individualismo 47
Adesione ai valori democratici 36
Senso civico, fiducia nello Stato 16
Gli italiani non sono un popolo. Popoli sono i veneti, i lombardi, i siciliani 6
(Numero degli intervistati) 1.016 21
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Fra questi due estremi si situano le altre definizioni, che fanno riferimento a caratteri
di differente segno: il patrimonio artistico, storico e culturale, la tradizione cattolica, lo
spirito individualista, la capacità imprenditoriale.
Si tratta di aspetti importanti, che segnano a fondo l’immagine del paese, ma che,
evidentemente risultano meno efficaci degli altri nel marcare con forza, in positivo o in ne-
gativo, il suo profilo specifico. Gli italiani, cioè, preferiscono immaginarsi e rappresentarsi
in base a requisiti di creatività e adattamento sostenuti e rialimentati dai legami comunitari
e familiari; mentre, per contrasto, essi ritengono i vincoli di cittadinanza democratica e il
senso dello Stato delle peculiarità solo se guardate in controluce, per la bassa incidenza che
rivestono. Se un’italianità esiste, dunque, questa per gli italiani scaturisce per il prevalere
delle competenze individuali e per le risorse solidali e informali «minime» e per la latenza di
quelle istituzionali e pubbliche. I due aspetti, fra l’altro, appaiono reciprocamente connessi.
Verrebbe da accreditare l’idea dell’Italia come «paese» a identità debole, piuttosto che come
«nazione», fondata su valori e istituzioni comuni (5). Ciò, tuttavia, non induce a mettere
in discussione la specificità degli italiani come popolo. L’ipotesi «etnoregionalista», che
vede nelle regioni il vero territorio nazionale, raccoglie, infatti, consensi molto ridotti (si
dice molto d’accordo con essa il 6% degli intervistati, mentre è abbastanza d’accordo un
altro 3%).
È interessante osservare come lo schieramento politico influenzi in modo piuttosto
chiaro questi giudizi. A destra si delinea, infatti, un’immagine dell’identità degli italiani
fondata sui valori e sulle istituzioni tradizionali - la famiglia, l’individuo, la Chiesa e la cat-
tolicità - riconoscendo, inoltre, un ruolo maggiore anche al senso civico. A sinistra, invece,
l’immagine degli italiani appare più sfuocata e viene definita soprattutto in «negativo»:
per il deficit di sentimenti democratici e di senso civico. Inoltre, gli elettori della Lega, in
particolare, danno molta importanza allo spirito imprenditivo e creativo, alla connotazione
economica dell’identità italiana.
Trasversale rispetto agli schieramenti politici e alle scelte partitiche, invece, è
l’importanza attribuita all’«arte di arrangiarsi». A conferma di una rappresentazione
dell’identità nazionale che non sembra reggersi su riferimenti culturali, etnici e di
valore forti, ma piuttosto, su uno «spirito adattivo» e «creativo», coerente con i confini
instabili del quadro di riferimento territoriale e istituzionale in cui gli italiani tendono
a situarsi.

Tra periferia e centro: ipotesi sull’organizzazione territoriale dello Stato


Se le risposte sul «sentimento di appartenenza territoriale» potevano suscitare sorpresa,
le opinioni circa l’organizzazione e i poteri delle principali istituzioni territoriali appaiono
assai più coerenti con le indicazioni offerte dal dibattito politico svoltosi in questi anni.
Come si può rilevare dalla tabella 4, infatti, c’è una netta maggioranza di intervistati, su-
periore al 70%, che sostiene l’opportunità di aumentare le competenze degli enti locali
- Comuni e Regioni - mentre questo orientamento, riguardo allo Stato, coinvolge una
22 quota più limitata: il 44%.
A CHE SERVE L'ITALIA

Tabella 4. Secondo lei le competenze in campo sociale ed economico dovrebbero essere...


(suddivisione territoriale)

Nord Centro Sud Totale


Per i Comuni
Aumentate 81 70 78 78
Diminuite 5 8 10 7
Rimaste uguali 14 22 12 15
Per le Regioni
Aumentate 77 64 67 71
Diminuite 7 16 13 11
Rimaste uguali 16 20 20 18
Per lo Stato
Aumentate 39 44 50 44
Diminuite 43 36 30 37
Rimaste uguali 18 20 20 19

Tuttavia, l’entità di questo dato appare comunque molto elevata. Tanto più in quanto
risulta superiore a quello di chi sostiene, all’opposto, la riduzione delle competenze dello Stato:
37%. L’ipotesi del trasferimento di poteri e di risorse dal centro alla periferia, attorno a cui si
è sviluppato gran parte del confronto politico degli anni Novanta, pur incontrando consensi
molto estesi non appare del tutto consolidata. Se ne trova conferma osservando le opinioni
espresse in merito a una serie di ipotesi di riforma dell’organizzazione territoriale dello Stato,
fra le più ricorrenti (tabella 5). I consensi più estesi (34%), infatti, vanno a favore del manteni-
mento dell’attuale struttura. Quote di minore, anche se significativa entità (23%) vanno, in-
vece, alle ipotesi di decentramento, che mirano a potenziare l’autonomia dei Comuni oppure
delle Regioni. Più circoscritta, invece, è la quota di chi accetta esplicitamente una prospettiva
federalista e anche qui prevalgono coloro che, comunque, preferiscono fare riferimento all’at-
tuale articolazione in Regioni (15%), piuttosto che muovere verso aggregazioni più ampie, se-
condo i progetti avanzati, in passato, dalla Lega Nord (5%). Questi orientamenti, ovviamente,
variano molto in base all’area territoriale e allo schieramento politico degli intervistati.

Tabella 5. Con quale tipo di riforma dello Stato lei si sente maggiormente d’accordo?

Nord Sud Centro Totale


Va bene così 25 39 42 34
Più potere ai Comuni 21 21 27 23
Più potere alle Regioni 27 25 16 23
Federalismo con le attuali Regioni 21 10 10 15
Federalismo con le macroregioni 6 5 5 5 23
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Il sostegno alle ipotesi di potenziamento dell’autonomia delle Regioni, anche in senso


federalista, raggiunge il massimo livello a Nord, il minimo nel Mezzogiorno. Nel Sud,
infatti, la domanda di potenziare il ruolo dello Stato coinvolge il 50% della popolazione
intervistata (contro il 40% a Nord); inoltre, in quest’area il 42% si dimostra soddisfatto
dell’attuale struttura dello Stato, mentre a Nord la quota scende al 25%. Nel Mezzogiorno,
semmai, la domanda di ulteriore crescita di risorse e poteri riguarda i Comuni. D’altronde,
questi orientamenti riflettono il modello tradizionale che ha improntato le politiche di in-
tervento nel Sud; e, al tempo stesso, il sistema di relazioni fra governo e ceto politico locale.
Il Centro Italia, largamente riconducibile alla «zona rossa», si situa in posizione intermedia
fra questi due poli, anche se l’opposizione verso le ipotesi federaliste e, simmetricamente,
l’ampia adesione al quadro istituzionale vigente lo avvicinano maggiormente agli orienta-
menti del Mezzogiorno.
L’orientamento partitico degli intervistati fa emergere differenze altrettanto vistose,
che prefigurano, però, schieramenti diversi da quelli attuali, in particolar modo attorno alle
ipotesi di decentramento dei poteri fra Stato e Regioni (tabella 6). È, infatti, fra gli elettori
della Lega e dei progressisti che si registrano le percentuali più alte di sostegno all’aumento
di competenze alle Regioni e alla concomitante diminuzione di poteri allo Stato. Non mol-
to dissimile appare l’orientamento degli elettori di Forza Italia, anche se meno marcato. È,
comunque, fra i progressisti che si osserva la vocazione statalista meno accentuata. Mentre
l’orientamento simmetrico riguarda gli elettori del Partito popolare e di Alleanza nazionale,
i quali dimostrano così una spiccata vocazione «statalista».

Tabella 6. Secondo lei le competenze in campo sociale ed economico dovrebbero essere.....


(suddivisione partitica)
Progressisti Ppi-Patto Forza Italia Lega An
Per i Comuni
Aumentate 80 75 81 88 72
Diminuite 5 4 10 5 8
Rimaste uguali 15 21 9 7 20
Per le Regioni
Aumentate 77 67 72 80 66
Diminuite 6 11 11 10 13
Rimaste uguali 17 22 17 10 21
Per lo Stato
Aumentate 35 44 42 42 45
Diminuite 44 29 42 46 38
Rimaste uguali 21 27 16 12 17

Peraltro, gli elettori leghisti si distinguono da tutti gli altri per il grande rilievo che assu-
me al loro interno la rivendicazione «federalista», anche se questa viene collegata all’attuale
24 articolazione regionale, piuttosto che a una nuova partizione del territorio, imperniata su
A CHE SERVE L'ITALIA

poche macroregioni. Un orientamento analogo, anche se molto più stemperato, caratteriz-


za anche gli elettori di Forza Italia, mentre per i progressisti e, ancor più per i popolari e per
i pattisti, il federalismo presenta un basso grado di attrazione. Si tratta di indicazioni che
possono apparire non del tutto coerenti. Servono, tuttavia, a chiarire come il problema del
rapporto fra Stato e Regioni possa venire interpretato in modo diverso, anche quando c’è
accordo sull’esigenza di trasferire poteri dal centro alla periferia. Fra i progressisti ciò viene
concepito in termini di «decentramento», fra i leghisti in termini di federalismo. Differenze
che possono apparire «nominaliste», trattandosi di ipotesi scarsamente precisate. Ma su
questi temi, com’è noto, il «nome» e la «cosa» sono in larga misura coincidenti.

Geografia e demografia virtuale dell’Italia


Vivere e risiedere in una determinata località costituisce in Italia un fatto che, perlo-
più, sfugge alle possibilità di scelta degli individui. Dipende infatti da motivi biografici,
familiari, di studio o lavoro. Gli spostamenti di residenza che caratterizzano gli italiani sono
determinati quasi sempre da necessità e risultano, nella grandissima parte dei casi, di raggio
limitato: fra Comuni interni alla stessa provincia.
Certamente rarissimi sono i casi di migrazioni determinate dalla ricerca di una diversa
qualità della vita, dell’ambiente, dei servizi; da «virtualità» piuttosto che da «necessità».
Tuttavia, può essere interessante tentare di tratteggiare una mappa su queste basi, utilizzan-
do, cioè, come criterio il «desiderio» e la «valutazione» dei cittadini. Può servire a verificare
quanto l’attuale struttura demografica e residenziale degli italiani sia condizionata dalla
tradizione e dalla necessità, quanto si discosti da quella «desiderata», quanto, infine, le
indicazioni fornite dalle numerose graduatorie «oggettive» sul benessere delle realtà locali
coincidano effettivamente con una graduatoria «soggettiva», riconducibile alle opinioni
degli individui.
A questo fine nel sondaggio Limes-SWG è stato chiesto agli intervistati (campionati,
lo ricordiamo, in modo da riflettere la struttura demografica per regione) di indicare sino
a tre regioni nelle quali avrebbero gradito vivere e altrettante nelle quali, al contrario, non
avrebbero mai voluto vivere. Una prima osservazione riguarda la coerenza fra residenza
«reale» e «virtuale», che risulta non molto alta.
Quasi il 58% del campione, infatti, inserisce, fra le regioni in cui vivrebbe volentieri,
quella nella quale già risiede. Ma ciò implica che oltre 4 italiani su 10, se fosse loro pos-
sibile, si trasferirebbero altrove. Vediamo ora, per capire meglio secondo quali modalità e
indirizzi si redistribuirebbe la popolazione, le graduatorie delle regioni in base ai «desideri»
espressi, in positivo e in negativo, dagli intervistati. Se si ricostruisce la «geografia virtuale»
facendo riferimento ai desideri «in positivo» (tabella 7), si osservano tre differenti situazio-
ni. La prima riguarda le regioni in cui vivrebbe volentieri oltre il 15% degli italiani: si tratta
di due regioni «rosse», Emilia-Romagna e Toscana, e, inoltre, della regione-guida dell’Italia
economica, la Lombardia. Tuttavia, il gradimento espresso nei confronti delle prime due
regioni risulta forte fra i residenti, ma molto più fra coloro che vivono in altre regioni, men-
tre sulla posizione della Lombardia influiscono in misura determinante i residenti. 25
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Tabella 7. Mi può indicare in quale delle regioni italiane le piacerebbe di più vivere?
(in percentuale sul totale degli intervistati. Erano possibili tre risposte)
Toscana 24
Emilia-Romagna 19
Lombardia 15
Liguria 11
Piemonte 10
Lazio 10
Umbria 9
Veneto 8
Trentino-Alto Adige 7
Sicilia 6
Sardegna 5
Valle d’Aosta 5
Marche 5
Puglia 4
Campania 4
Abruzzo 3
Calabria 3
Fruili-Venezia Giulia 3
Molise 1
Basilicata 1
(Numero degli intervistati) 1.016
Un secondo gruppo di realtà territoriali nelle quali ritiene positivo risiedere fra il 6,5%
e il 10% degli intervistati comprende 6 regioni, 4 del Nord (Liguria, Piemonte, Veneto e
Trentino) e 2 del Centro (Lazio e Umbria). Il rimanente gruppo di regioni, alle quali va
l’indicazione di frazioni inferiori al 3,5% degli intervistati, tiene dentro realtà molto diverse
composite. Due sono i caratteri che spiegano il basso numero di indicazioni. Da un lato
l’immagine effettivamente poco positiva che contrassegna parte di queste regioni, in par-
ticolar modo quelle del Mezzogiorno, tutte comprese in questo gruppo. D’altro canto, in
tal senso pesa, in modo determinante per alcune di queste regioni, la limitata dimensione
demografica, che riduce il contributo essenziale della residenzialità, fattore, come si è visto,
importante condizionamento delle scelte. Ciò penalizza, in particolar modo, la posizione di
regioni come la Valle d’Aosta, che fra i non residenti ricevono un gradimento più elevato.
La graduatoria delle regioni in cui gli italiani non vorrebbero vivere è, invece, molto più
chiara e netta (tabella 8). Tre regioni, infatti, si staccano da tutte le altre, in quanto raccolgono,
ciascuna, l’indicazione di oltre il 18% degli intervistati. Circa 1 italiano su 5, infatti, afferma di
non voler vivere in Sicilia, Calabria e Campania, regioni che compongono una sorta di «trian-
golo del malessere» nel quale più stretto appare l’intreccio fra declino economico, degrado della
26 vita sociale, crescita della violenza e dell’organizzazione criminale. Elevata (fra il 6% e il 10%
A CHE SERVE L'ITALIA

degli intervistati) è anche la quota di indicazioni negative che ottengono altre cinque regioni:
Lombardia, Puglia, Sardegna, Basilicata, Piemonte. Nel caso della Basilicata e soprattutto della
Puglia vale, seppure in misura più ridotta, il discorso fatto riguardo al «triangolo del malessere».
Diverso è il caso della Lombardia e del Piemonte, realtà la cui situazione socio-economica e dei
servizi appare ben più positiva rispetto alle regioni precedenti. Tuttavia, evidentemente, altre
ragioni inducono un settore molto esteso di popolazione a ritenerle poco vivibili. Per chiarire
questo problema occorrerebbero informazioni e dati che nel sondaggio non sono stati raccolti.
Tuttavia, un’ipotesi plausibile può essere data dall’identificazione delle regioni con le loro aree
metropolitane, riconducendo l’immagine della Lombardia a quella di Milano e l’immagine del
Piemonte a quella di Torino. L’estensione all’intera regione dell’immagine negativa acquisita
dalle realtà metropolitane, colpite negli ultimi anni da processi di profondo degrado del tessu-
to sociale e ambientale, può render conto, almeno parzialmente, dell’atteggiamento espresso
dagli intervistati. Peraltro, in qualche misura, il giudizio sulla Lombardia risente dell’ostilità che
può aver suscitato nei suoi confronti l’essere divenuta il principale riferimento del fenomeno
leghista. A conferma di questa ipotesi c’è il fatto che oltre metà degli orientamenti negativi al
proposito (55%) giunga da persone residenti nel Mezzogiorno.

Tabella 8. Mi può indicare in quale delle regioni italiane non le piacerebbe vivere?
(in percentuale sul totale degli intervistati. Erano possibili tre risposte)
Sicilia 24
Calabria 24
Campania 18
Lombardia 10
Puglia 10
Sardegna 8
Basilicata 7
Piemonte 6
Lazio 5
Veneto 3
Molise 2
Liguria 2
Valle d’Aosta 2
Trentino-Alto Adige 2
Abruzzo 1
Friuli-Venezia Giulia 1
Marche 1
Emilia-Romagna 1
Toscana 1
Umbria 0
(Numero degli intervistati) 1.016 27
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Dunque, la geografia virtuale disegnata dagli italiani risente della percezione relativa
a tre aspetti: lo sviluppo economico, la qualità della vita (definita in rapporto all’offerta
di servizi, alla sicurezza sociale e, parallelamente, alla diffusione della criminalità comune
e organizzata), l’immagine dell’ambiente (influenzata non solo dal patrimonio artistico e
naturale, ma anche dalla densità e dalla struttura demografica e urbana). Le scelte espresse
dagli intervistati, in positivo e in negativo, ripropongono quindi le tensioni tradizionali,
messe in luce un pò da tutte le indagini sul benessere delle realtà locali in Italia: fra Nord
e Sud; fra realtà economicamente dinamiche e stagnanti; fra aree metropolitane e aree a
urbanizzazione diffusa; fra contesti con un’ampia ed efficiente rete di servizi e contesti nei
quali i servizi appaiono carenti oppure funzionano male.
Ne possiamo trarre una rappresentazione efficace ricostruendo la mappa dell’Italia a
partire dalle due graduatorie precedentemente illustrate; utilizzando, cioè, come base di
riferimento, la differenza percentuale, per ciascuna regione, fra le componenti che la indi-
cano come un ambito di vita privilegiato, da un lato, e quelle che invece la indicano come
un luogo di vita sgradito. Emergono, così, quattro Italie (figura 1 sull’originale a pag. 29).
La prima Italia, nella quale il saldo «migratorio» virtuale, fra chi vorrebbe viverci e chi
no, raggiunge il livello più alto (fra il 9% e il 25%) comprende tre «regioni rosse», Toscana,
Emilia-Romagna, Umbria, oltre alla Liguria (considerata anch’essa, fino a qualche anno ad-
dietro, area «rossa»). Va sottolineato che il saldo positivo, per le prime due regioni, Toscana
ed Emilia, è davvero altissimo: rispettivamente 18% e 23%. Evidentemente qui sviluppo,
qualità della vita, dei servizi e dell’ambiente, gli aspetti a nostro avviso determinanti nel det-
tare l’immagine della «vivibilità», si combinano e concorrono a generare un forte grado di
attrazione. La seconda Italia, caratterizzata da un saldo sostanzialmente positivo (fra il 3% e
il 5% di persone che la sceglierebbero per viverci di più rispetto a quelle che la reputano in-
desiderabile), comprende tutte le altre regioni del Nord e del Centro, ad eccezione del Friuli.
Una terza Italia, composta dalle regioni che registrano un certo equilibrio (da +2% a
-2%) fra chi desidera e chi ritiene indesiderabile viverci, comprende la regione del Nord più
periferica, il Friuli, e le regioni del Mezzogiorno che dal Sud in questi ultimi anni paiono,
per ragioni socio-economiche, distaccarsi: l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna.
C’è, infine, la quarta Italia, avversata, come luogo di vita, da una quota di italiani
assai superiore a quella che, invece, la vedrebbe come un ambiente desiderabile.
Comprende le regioni del Mezzogiorno maggiormente incalzate dalla crisi econo-
mica, dalla criminalità, oltre che attraversate da profondi processi di decomposizione del
tessuto sociale e istituzionale. Ai margini di questa Italia gli italiani inseriscono la Puglia,
la Basilicata (-5/6%). Al centro, però, vengono collocate la Campania (-14%), la Sicilia (-
18%) e la Calabria (-21%). Il che significa che la geografia «virtuale» dell’Italia, disegnata
in base alle percezioni e ai desideri degli italiani, ricalca largamente quella «reale», definita
in base alla condizione e alle tendenze dello sviluppo, del benessere, dei servizi.

Una rivoluzione immaginaria?


28 Rivoluzione è uno dei termini più usati nei commenti della stampa per descrivere
A CHE SERVE L'ITALIA

quanto è successo nel nostro paese negli ultimi due-tre anni. Ce n’è abbastanza per dire che
lo sconquasso elettorale è la conseguenza di un cambiamento radicale degli orientamenti di
fondo degli elettori italiani? Molti ne sono convinti. Ma quanto c’è di vero?
Poco, verrebbe da dire, osservando le risposte di un campione di elettori a due do-
mande del sondaggio Limes-SWG. Le domande riguardano la questione fondamentale
della legittimità della democrazia e mirano a cogliere, in particolare, due delle dimensioni
di questa. Da un lato la legittimità come preferibilità in astratto di un regime democratico
rispetto a quelli autoritari e dall’altro la legittimità per difetto, la percezione cioè che la
democrazia è legittima perché in buona sostanza non sono più credibili i concorrenti ideo-
logici che ha avuto in questo secolo.
Il tema è evidentemente cruciale. Il successo elettorale di Alleanza nazionale - Msi ha
suscitato molto allarme sullo stato della cultura democratica degli italiani, anche fuori dei
confini nazionali. Ebbene, come si può vedere dalla tabella 9, rispetto a nove anni fa poco
è cambiato negli orientamenti degli elettori italiani. 29
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Tabella 9. Opinioni sulla democrazia e sul passato fascista nel 1994 e nel 1985

1994 1985*
Opinioni sulla democrazia
È preferibile la democrazia 77 70
È preferibile la dittatura 9 13
È indifferente 9 10
Non sa 5 7
Opinioni sul passato fascista
Il fascismo è stato una brutta cosa 43 37
In parte buona, in parte brutta 46 43
Il fascismo è stato una buona cosa 7 6
Non sa 4 14
(Numero degli intervistati) 1.019 2.074

* I dati del 1985 sono tratti da un’indagine comparata sugli atteggiamenti di massa in Italia, Spagna,
Portogallo, Grecia.

Cresce il numero di coloro che valutano la democrazia il regime migliore in assoluto


mentre diminuiscono quelli per i quali è da preferire un regime autoritario.
Ma le differenze sono piccole. E anche chi in questi mesi si è chiesto se gli
italiani condividessero le affermazioni di Fini secondo cui il regime fascista non è
stato un fatto completamente negativo può mettersi il cuore in pace. Gli italiani del
1994 la pensano sull’esperienza fascista, grosso modo, come gli italiani del 1985, in
un’epoca nella quale le fortune elettorali del Msi non erano certamente brillanti.
Se questo dato viene disaggregato per aree geografiche di residenza emerge
quanto già era risultato quasi due lustri fa. Ancora una volta sono soprattutto gli
italiani che risiedono nelle regioni meridionali a giudicare la passata esperienza
fascista una cosa complessivamente positiva (11% contro il 4% degli italiani delle
altre regioni). Si tratta di una minoranza la cui opinione testimonia per altro che
la memoria del volto violento del fascismo come anche della lotta antifascista
continua ad essere più debole nelle parti del paese che furono coinvolte di meno
in quelle vicende.
Le risposte date alle due domande sulla legittimità della democrazia consentono di
classificare gli elettori in cinque tipi di orientamenti culturali. Da una parte vi sono coloro
che hanno orientamenti coerenti: e cioè che preferiscono in astratto la democrazia e riten-
gono completamente negativa l’esperienza fascista (democratici puri), ovvero coloro che
preferiscono un regime autoritario e che giudicano integralmente positivo il passato fascista
(autoritari puri).
Dall’altra vi sono coloro che mostrano orientamenti incoerenti vuoi perché combi-
30 nano un giudizio positivo in tutto o in parte sul fascismo con una scelta a favore della
A CHE SERVE L'ITALIA

democrazia (neo-democratici) vuoi perché ritengono oggi preferibile un regime autoritario


anche se danno un giudizio in tutto o in parte negativo del fascismo (neo-autoritari). Da
ultimi quelli per i quali democrazia o dittatura pari sono e giudicano il fascismo un insieme
di cose buone e negative (indifferenti).

Tabella 10. Atteggiamenti verso la democrazia e il regime autoritario

1994 1985*
Democratici 37 37
Neo-democratici 41 39
Indifferenti 12 9
Neo-autoritari 7 12
Autoritari 3 3
(Numero degli intervistati) 1.019 1.710

* I dati del 1985 sono tratti da un’indagine comparata sugli atteggiamenti di massa in Italia, Spagna,
Portogallo, Grecia.

Come si può osservare dalla tabella 10, i cinque tipi di orientamento si distribuiscono
tra gli elettori quasi nelle stesse proporzioni di nove anni fa. E là dove c’è uno spostamento,
è in meglio. Nel 1985 quasi un elettore su sette era contro la democrazia, oggi si dichiara a
favore di sistemi dittatoriali solo un italiano su dieci.
Se sulla democrazia e sul fascismo la stragrande maggioranza degli italiani non cambia
idea, è vero però che in molti casi dà a quest’ultima un’etichetta diversa. Nel 1985 Morlino
e Mattei (6) avevano trovato che tanto i neo-democratici che i neo-autoritari si collocavano
al centro dello spazio politico.
Ora invece queste due categorie sembrano collocarsi più a destra. Il 70% dei neo-au-
toritari si dichiara di centro-destra e di destra, mentre i neo-democratici sono sparpagliati
in uno spettro di posizioni più ampio. Stabili invece a destra rimangono gli italiani che
mostrano un orientamento autoritario, mentre i democratici continuano a collocarsi più
a sinistra.
Ciò che cambia in profondità, ma era prevedibile, è il voto dei cinque tipi di
elettori. Nove anni fa quasi un terzo dei neo-democratici votava per la Dc. Il 23%
degli elettori neo-autoritari sceglieva il Pci, mentre il Msi faceva il pieno degli elet-
tori autoritari. Oggi le scelte sono diverse. I neo-democratici si sparpagliano in un
arco ampio di partiti, mentre i neo-autoritari e gli autoritari sembrano aver votato
soprattutto An.
Non dobbiamo però dimenticare che, rispetto al 1985, da un lato sono un pò dimi-
nuiti gli elettori neo-autoritari e dall’altro il cataclisma elettorale del marzo scorso ha modi-
ficato l’estensione degli elettorati degli altri partiti. Questi due fatti ovviamente modificano
l’incidenza dei vari tipi di elettori all’interno degli elettorati dei singoli partiti. Le variazioni
più ampie riguardano il Msi, come appare dalla tabella 11. 31
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

Tabella 11. Atteggiamenti verso la democrazia per voto

1985
Pci Dc Laici+Psi Msi
Democratici 52 33 35 2
Neo-democratici 22 50 42 27
Indifferenti 9 5 7 13
Neo-autoritari 15 10 12 19
Autoritari 2 2 4 39
Totale 100 100 100 100

1994
Progressisti Ppi-Patto Forza Italia Lega Msi-An
Democratici 61 35 27 37 13
Neo-democratici 27 55 49 44 51
Indifferenti 9 6 11 12 5
Neo-autoritari 3 3 9 2 20
Autoritari - 1 4 5 11
Totale 100 100 100 100 100

Nel 1985 il 58% del suo elettorato preferiva altri regimi alla democrazia, oggi invece
a esprimere questa preferenza è rimasto circa il 30%. Un miglioramento dunque, prodotto
forse più dalla straordinaria crescita di voti che ha annacquato la presenza dei vecchi elettori
non-democratici missini che dalla «conversione», ai valori della democrazia di quest’ultimi.
Le proporzioni con le quali si ripartiscono i vari tipi di elettori tra i votanti di Forza Italia
e della Lega appaiono poi abbastanza simili a quelle che erano presenti nove anni fa tra gli
elettori della Dc, dei partiti laici e del Psi. Ed è ovvio che sia così dal momento che da questi
partiti è venuta gran parte dei voti delle due nuove formazioni.
Pur in mezzo a processi elettorali molto mobili, gli orientamenti di fondo degli italiani
sembrano dunque rimanere stabili. In qualche caso paiono addirittura andare in senso par-
zialmente diverso dalla direzione presa dalle dinamiche di voto. Ad una conclusione simile
si arriva esaminando le opinioni degli intervistati sul processo di unificazione europea.

Europeisti e occidentalisti, malgrado tutto


Le elezioni del marzo scorso hanno portato al potere forze e uomini che con motiva-
zioni diverse hanno avuto e hanno posizioni sull’Europa sensibilmente diverse da quelle
dei vecchi partiti e del vecchio ceto dirigente. Nell’ultimo programma elettorale di An
32 continuano ad esser sviluppate da un punto di vista nazionalista critiche al processo di
A CHE SERVE L'ITALIA

unificazione europea. Nel caso di Forza Italia le dichiarazioni di fedeltà formale ai trattati
costitutivi l’Unione europea vanno bilanciate con le posizioni prese nel passato da impor-
tanti leader del movimento, tra cui quelle del nuovo ministro degli Esteri, tutte ispirate a
un profondo scetticismo verso la direzione che Maastricht ha impresso al processo di inte-
grazione. L’Europa sognata dai leader della Lega infine è cosa ben diversa da quella che si è
venuta costruendo in questi lustri. Fin dalla sua nascita la Lega è per la cosiddetta Europa
delle regioni, mentre è fortemente critica verso l’Europa di Bruxelles, giudicata un’entità
politica dominata dagli Stati centralizzati. Di tutto ciò non si è molto discusso nel corso
della campagna elettorale. Ma è interessante osservare che, nonostante un’offerta politica
non entusiasta verso il concreto processo di integrazione europea, gli italiani si dichiarano
in misura maggiore del passato convinti che il nostro paese ha tratto più vantaggi che svan-
taggi dall’Europa, come si può vedere dalla tabella 12.

Tabella 12. Opinioni sul processo di integrazione europea

1991* 1994
Più vantaggi 47 61
Vantaggi pari agli svantaggi 27 8
Più svantaggi 11 22
Non sa 15 9
Numero degli intervistati 1.931 1.019

* I dati del 1191 sono tratti da un’indagine Eurisko.

Nel 1991 coloro che ritenevano l’Italia avesse beneficiato dal processo di integrazione
europea erano il 47%, nel settembre del 1994 erano divenuti il 61%. Anche i pessimisti,
tuttavia, quelli che giudicano che il paese abbia avuto più svantaggi che vantaggi, risultano
in crescita. Passano infatti dall’11% al 22%, a scapito con molta probabilità delle categorie
intermedie. C’è quindi in atto una sorta di polarizzazione dell’opinione pubblica le cui
cause sono difficili da identificare. C’entra forse il voto. Per esempio quasi il 40% degli
elettori leghisti ha posizioni scettiche sull’Europa. Ma c’entra anche la parte dell’Italia in
cui si risiede e si lavora.
Nel 1994 nel Nord-Ovest risiede la quota più alta degli europessimisti, mentre quella
più bassa si incontra nelle regioni del Nord-Est. Tre anni fa queste differenze non c’erano.
È possibile che in queste opinioni conti anche il diverso andamento dell’economia nelle
due aree. Da diversi indicatori economici risulta infatti che la recente grave recessione non
ha impedito alle regioni del Nord-Est di migliorare i propri livelli di integrazione con le
economie degli altri paesi europei, al contrario di quanto è successo alle altre regioni del
Nord.
Abbiamo infine chiesto agli intervistati di scegliere fra tre giudizi sul ruolo avuto dalla
Nato nella storia del nostro paese. Per un terzo degli elettori la Nato ha assicurato prote- 33
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

zione al nostro paese in questi anni, ma ne ha limitato l’indipendenza. Per altrettanti inter-
vistati il ruolo principale della Nato è stato quello di garantire la democrazia in Italia. Un
altro 30% ritiene infine che la partecipazione alla Nato ci è stata imposta dalla collocazione
geopolitica del nostro paese durante la guerra fredda.
Mentre il consenso alle prime due opinioni viene indifferentemente da destra e da
sinistra, l’idea che la Nato ci è stata imposta dalla collocazione occidentale del nostro pae-
se è condivisa soprattutto a sinistra. La sceglie infatti il 50% di chi si colloca a sinistra.
Valutazioni di questo tipo rappresentano forse il punto di approdo, il risultato di continui
aggiustamenti ideologici da parte di quegli italiani che hanno visto nell’organizzazione
militare dell’Alleanza atlantica solo ed esclusivamente il bastone dell’«imperialismo» ame-
ricano.
In definitiva, per quanto profonde siano state le convulsioni politiche degli ultimi
anni, non solo la cultura politica degli italiani nei suoi orientamenti centrali non è cambia-
ta rispetto al passato ma essa risente ancora, e profondamente, delle esperienze che l’hanno
plasmata nei decenni addietro. Il che significa ribadire una verità ben nota agli studiosi,
ma spesso dimenticata nella girandola dei commenti a caldo. L’evoluzione della cultura
politica e delle rappresentazioni geopolitiche non solo è più lenta dei processi elettorali, ma
ne rimane anche parzialmente autonoma. Tra la prima e i secondi vi è un gap strutturale
colmato da fenomeni congiunturali.

Ma i confini non sono intoccabili


Sarebbe tuttavia un errore sottovalutare la capacità della politica di suscitare correnti
d’opinione di un certo peso, in grado, date talune circostanze, di consolidarsi in nuovi
atteggiamenti di massa. Questo pare essere il caso delle dichiarazioni e iniziative prese nel
corso dell’inverno-primavera ‘94 da esponenti di An a favore di una modifica dei confini
orientali del nostro paese da raggiungere per via negoziale.
Secondo un sondaggio Famiglia Cristiana-SWG degli inizi di maggio ben il 44% degli
italiani riteneva giusta l’iniziativa di An e il 10% si dichiarava incerto. Dal nostro sondaggio
risulta che questa opinione è condivisa dal 33% degli intervistati con un 13% di incerti. Di
meno quindi, ma sempre ad un livello elevato. La volatilità di questa opinione non deve
impedire di cogliere l’elemento di straordinarietà contenuto nella sua diffusione.
La perdita dell’Istria dopo la guerra e il seguente esodo di alcune centinaia di migliaia
di profughi da quelle terre per tutti questi decenni sono stati un non-evento, nonostante
che fatti di questo genere di solito dovrebbero incidere in profondità nella memoria nazio-
nale. La rimozione invece è stata radicale e si è sviluppata probabilmente fin dall’inizio. A
tal punto che quasi tutti gli studiosi che negli ultimi anni hanno cercato di tracciare le linee
generali di una storia di questo dopoguerra hanno ritenuto di poter trascurare il problema.
D’altra parte le proposte degli esponenti missini non sono nuove né sembrano indicare una
linea d’azione effettivamente praticabile.
Insomma, tanto il problema quanto le proposte avanzate da An non hanno mai avuto
34 né sembrerebbero avere di per sé una grande capacità di attrazione sull’opinione pubblica.
A CHE SERVE L'ITALIA

E invece poche settimane di dichiarazioni di stampo revisionista sono State sufficienti per
suscitare una reazione così estesa. Non ci può essere ombra di dubbio sul fatto che questa
attenzione al tema dei confini si accompagni a posizioni di destra. Il 56% di chi si colloca
in questa posizione ritiene giusta l’iniziativa di An. Ma non va sottovalutato che la con-
divide anche un quinto di coloro che si collocano all’estrema sinistra e un terzo di quelli
che stanno al centro. Tra gli elettori di Forza Italia è sulla stessa lunghezza d’onda il 36%
e lo è uno su tre dei popolari e dei leghisti. È vero che tra gli intervistati contrari al regime
democratico i favorevoli all’iniziativa «revisionista» del presidente della commissione Esteri
della Camera Mirko Tremaglia sono il 62%, ma un quinto dei democratici puri pare essere
d’accordo con una proposta di tipo apertamente nazionalistico.
Sul tema poi permane una spessa coltre di ignoranza. Solo uno su tre degli intervistati
sa che la presenza italiana in quella regione è autoctona. Per il 52% gli italiani sono immi-
grati in Istria al tempo del fascismo inseguendo opportunità di lavoro e il 6% pensa che vi
siano andati al tempo della Jugoslavia per costruire il socialismo. L’ignoranza circa la prove-
nienza degli italiani è grande in tutte le classi d’età e muta un pò a seconda della regione di
residenza. Minore nel Nord-Est e massima nel Sud. Inoltre chi ignora come stanno le cose
adotta con più facilità la prospettiva revisionistica in materia di confini.
L’iniziativa missina non ha dunque spostato di una virgola la tradizionale ignoranza
degli italiani sulla complessa problematica del confine orientale. Non ne aveva forse nem-
meno l’intenzione e ciò complica ulteriormente l’eventuale definizione di una linea di
azione adeguata ai problemi, dal momento che An è ora forza di governo. La loro iniziativa
però deve aver in qualche modo colto una sensibilità a tematiche nazionalistiche, che pare-
va quasi scomparsa o comunque coperta negli ultimi anni da conflitti nei quali le identità
regionali o locali venivano enfatizzate e contrapposte a quella nazionale. Tutto ciò farebbe
pensare che vi sia spazio per tentativi di rinazionalizzare l’opinione pubblica.
Partendo dalla premessa che un forte senso di identità non esprime solo un legame
emotivo al gruppo di appartenenza ma fornisce anche dei criteri di valutazione, ci siamo
chiesti se uno spiccato orgoglio nazionale aumentasse il consenso verso l’iniziativa missi-
na. A questo fine abbiamo calcolato lo scarto esistente, da una parte, tra le percentuali di
chi aveva uno spiccato orgoglio verso la propria identità nazionale e verso le altre identità
subnazionali e, dall’altra, le percentuali di chi ne aveva poco o nulla e riteneva giusta la pro-
posta di modificare i confini orientali. I dati ci fanno intravedere una situazione alquanto
complicata.

Tabella 13. Scarto tra chi ha molto orgoglio locale, regionale, macroregionale e nazionale
e chi ne ha poco o nulla, nella valutazione dell’intangibilità dei confini

Localisti Regionalisti Macroregionalisti Nazionalisti


È giusto modificare i confini +10 +7 +9 +10

Come si può vedere dalla tabella 13, non è solo lo spiccato orgoglio nazionale a deter-
minare una valutazione positiva della proposta missina ma anche l’orgoglio nei confronti 35
ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

di altre identità. Le differenze tra gli scarti sono infatti piccole. Tutto ciò sembra voler dire
che un’iniziativa chiaramente nazionalistica non trova maggiori consensi solo tra coloro
che si sentono molto orgogliosi di essere italiani, ma anche tra coloro che si sentono molto
orgogliosi delle loro identità locali, regionali e macroregionali (un po’ meno nel caso delle
identità regionali). Evidentemente a reagire positivamente a proposte nazionalistiche non è
un’identità nazionale separata e contrapposta a quelle subnazionali, ma un’identità nazio-
nale che è parte di un’identità italiana di cui sono elementi costitutivi di pari livello anche
altri tipi di identità.
Detto altrimenti, da questo caso emerge che l’identità italiana, anche quando prende
una piega nazionalistica, poggia su una multiappartenenza. È bene ricordarlo ora, dopo
aver vissuto una stagione in cui sembrava che il composto magmatico dell’identità italiana
potesse scindersi nei suoi elementi costitutivi.

Note

1 Questo sondaggio è stato condotto dalla SWG su incarico di Limes. Il questionario è stato definito e redatto da
Ilvo Diamanti e Paolo Segatti, i quali hanno curato l’elaborazione e l’analisi dei risultati. All’elaborazione hanno
collaborato Luigi Leccarini e Luca Tonelli, del Laboratorio di sociologia dell’Università di Urbino. Il sondaggio
è stato realizzato mediante interviste telefoniche a un campione di 1.019 individui, selezionato secondo criteri
probabilistici, stratificato per sesso, classe di età, regione di residenza, in modo da rappresentare la struttura della
popolazione nazionale Le interviste sono state condotte fra l’1 e il 3 settembre 1994.
2. Cfr. I. DIAMANTI, La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Roma 1994, Donzelli.
3. Abbiamo realizzato una cluster analysis (aggregazione non gerarchica) secondo il metodo delle nubi dinamiche
di E. Diday. A questo fine ci siamo serviti del package ADDATI. La soluzione da noi scelta prevede l’aggrega-
zione delle unità del campione (ridotte a 864, per l’esclusione dei non rispondenti) in cinque classi. La quota di
inerzia spiegata è del 54%, il che significa che i tipi individuati coincidono, in larga misura, con «classi natura-
li».
4. In E. RENAN, Che cos’è una nazione?, Roma 1993, Donzelli.
5. Troppo lunga sarebbe la bibliografia relativa al dibattito sull’identità nazionale. Ricordiamo, perché, nella diver-
sità degli approcci e delle interpretazioni offerti, risultano rappresentativi delle principali definizioni utilizzate in
questa sede, P. GINSBORG, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino 1994 Einaudi; S. LANARO, Storia
dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, Venezia 1992, Marsilio; G.E. RUSCONI, Se
cessiamo di essere una nazione, Bologna 1993, il Mulino; R. ROMANO, Paese Italia, Roma 1993, Donzelli;
R.D. PUTNAM, La tradizione civica in Italia, Milano 1993, Mondadori.
6. L. MORLINO-F. MATTEI, «Vecchio e nuovo autoritarismo nell’Europa mediterranea», Rivista Italiana di
36 Scienza Politica, n. 1, aprile 1992.
A CHE SERVE L'ITALIA

GEOPOLITICA
DEL BLUFF
FEDERALISTA di Ilvo DIAMANTI

Per conquistare Roma la Lega ha perso la sua identità territoriale.


Come Berlusconi e Fini hanno scoperto il gioco di Bossi.
I ‘senza terra’ di Forza Italia e la ‘Lega Sud’ missina.
Perché i leghisti non usano più la minaccia secessionista.

P ROVIAMO A CAPIRE L’ULTIMO PARADOSSO


della scena politica italiana: come è possibile che i tre alleati di governo, che nel loro stes-
so nome richiamano il territorio (Forza Italia, Lega Nord, Alleanza nazionale), abbiano
relegato in second’ordine quel dibattito geopolitico su federalismo, regionalismo e unità
nazionale che aveva segnato la parabola finale della Prima Repubblica? Come si spiega che
proprio mentre la Lega conquista Roma la voglia di federalismo stagni e il sentimento
nazionale riprenda quota?
Per capirlo occorre fare riferimento al «prezzo» del successo. Al prezzo che la Lega deve
pagare per dare uno sbocco di governo alle sue tematiche privilegiate. Al prezzo che deve
pagare il «territorio» per divenire riferimento centrale della scena politica. Più in generale,
occorre confrontare i «modelli territoriali» di Bossi, Fini e Berlusconi, e vedere come inte-
ragiscono fra loro.
Cominciando da quello della Lega, marcato da quattro caratteri essenziali (7):
1) La polivalenza e la flessibilità. La Lega, infatti, non definisce mai rigidamente né
i confini, né i termini progettuali del territorio cui si riferisce. I confini, di conseguenza,
variano nel corso del tempo: dall’ambito locale a quello regionale al Nord nell’insieme.
Così come variano i significati, che oscillano fra una concezione «etnonazionalista» (luogo
di identità storica e culturale) e una concezione realista e utilitarista (centro di interessi e di
valori economici). Sotto il profilo progettuale, infine, la scelta esplicita del «federalismo»
quale modello istituzionale di riferimento non viene tradotta mai in modo preciso e arti-
colato. Questo modo «indefinito» di «definire» il territorio consente alla Lega di captare e
di tenere assieme settori sociali animati da domande e orientamenti differenti, plasmando
e riplasmando la sua offerta di rappresentanza. 37
GEOPOLITICA DEL BLUFF FEDERALISTA

2) La connotazione «oppositiva». Il territorio può venire «stirato» concettualmente e


nei riferimenti territoriali soprattutto perché la Lega ne enfatizza la connotazione «oppo-
sitiva». Il legame con il territorio, infatti, quanto più è flessibile, tanto più trova significa-
to in una logica di contraddizione e di contrasto: fra la periferia laboriosa e produttiva e
il centro inefficiente, degradato e dissipativo; parallelamente, fra Nord e Sud, tra Milano
e Roma, tra le «forze vive» della società e del mercato e le «organizzazioni malate» del
sistema politico tradizionale. Ciò consente alla Lega, fra l’altro, di trasformare il conflitto
territoriale nella metafora di altre «battaglie», riassumibili nella lotta fra il Vecchio e il
Nuovo.
3) La reciprocità fra insediamento elettorale e messaggio simbolico. Il Nord, infatti, è per
i militanti, elettori, simpatizzanti della Lega motivo di riconoscimento e distinzione. Al
tempo stesso, però, il Nord è il centro specifico e pressoché esclusivo dell’insediamento elet-
torale leghista. È il suo terreno di caccia esclusivo. E, progressivamente, per gli elettori del
Nord (dapprima nelle aree più industrializzate, poi anche in quelle urbane e terziarizzate),
la Lega diviene il referente privilegiato, da cui attingere identità e al quale attribuire rap-
presentanza. È per questo che il territorio smette di essere, a un certo punto, un contenuto
démodé e un po’ folkloristico, per trasformarsi in «questione» nazionale.
4) L’uso strategico, come minaccia in ambito politico e istituzionale. È, infatti, evi-
dente che la Lega usa il riferimento territoriale, in alcune fasi, come una «minaccia»,
tanto più grave ed efficace in quanto si rivolge all’unità e alla solidarietà nazionale.
Periodicamente e mai a caso, infatti, Bossi agita la dimensione territoriale come una
clava, «minacciando» la separazione del Nord, oppure la rottura del patto di solidarietà
su cui si regge lo Stato nazionale. Si tratta di proposte e di iniziative che non arrivano
mai ad ottenere concreta attuazione e che, comunque, quando vengono effettivamente
promosse (come nel caso dello «sciopero dei Bot»), trovano adesione molto limitata.
Tuttavia, esse si presentano come minacce che la base dei consensi di cui dispone la
Lega e la concomitante crisi di legittimità del sistema politico tradizionale rendono
verosimili, permettendo alla Lega di giocare sullo scacchiere politico nazionale un
ruolo molto importante, pur essendo «esclusa» dai luoghi di governo e di controllo
dell’informazione (8).
Questo modello, però, dopo aver garantito l’affermazione della Lega, ne segna i
limiti insuperabili, quando si tratta di andare oltre la crisi e di avviare, quantomeno, la
transizione verso una nuova repubblica. Ciò che smette di funzionare, a gioco lungo,
è la «minaccia» separatista. Questa, infatti, si rivela, alfine, inapplicabile, per evidenti
vincoli di ordine nazionale e, ancor prima, internazionale; soprattutto, però, appare evi-
dente che essa riceve scarsissima adesione fra gli elettori in generale, ma anche fra quelli
della Lega, presso i quali, come dimostrano numerosi sondaggi sull’argomento, è una
frazione minima (il 6%) a prendere in considerazione questa eventualità (9). Per acqui-
sire legittimità, la Lega deve affidarsi sempre più alle risorse di consenso disponibili sul
mercato elettorale. Peraltro, sotto questo profilo la marcata impronta oppositiva assunta
dall’identità territoriale della Lega ne delimita notevolmente la possibilità di espansione.
Si tratta di problemi che la tornata di elezioni amministrative anticipate, svoltasi nel
38 novembre-dicembre 1993, rende palesi.
A CHE SERVE L'ITALIA

Alleanza nazionale come Lega Sud


La definizione data al territorio dalla Lega ha, infine, l’effetto imprevisto e senz’altro
non desiderato di contribuire alla legittimazione del Msi nel Mezzogiorno, quale principale
beneficiario del voto conservatore e moderato. È indubbio che il Msi debba in parte la tra-
volgente crescita di consensi registrata nella consultazione di autunno alla sua connotazio-
ne «nazionalista». Alla minaccia espressa dalla Lega Nord nei confronti dell’unità nazionale
e del sistema di interventi e di assistenze pubbliche, ampi settori sociali del Meridione, la
cui condizione è largamente sussidiaria di questo modello di Stato, reagiscono orientandosi
verso il Msi, opponendo il suo «nazionalismo» al «nordismo» della Lega. Il che lo configura
come una sorta di Lega Sud.
La leadership del Msi, d’altronde, sviluppa appieno questa indicazione, promuovendo
un soggetto politico la cui connotazione è sottolineata dalla stessa denominazione prescel-
ta: Alleanza nazionale. Il documento costitutivo del Comitato per l’Alleanza nazionale (Idee
per un manifesto), d’altra parte, si presenta come un controcanto alle posizioni leghiste. Vi
si propongono, infatti, l’accentramento dello Stato, attraverso il presidenzialismo e la de-
mocrazia diretta; la «ricomposizione del tessuto morale politico e sociale della nazione, se-
riamente minacciato sia dalla degenerazione del vecchio sistema dei partiti, sia dalle spinte
secessionistiche che sfruttano il giusto sentimento di rivolta dei cittadini»; la solidarietà na-
zionale ed economica, attraverso un’azione dello Stato che stimoli lo sviluppo e l’iniziativa
privata, ma che, inoltre, «garantisca una più equa redistribuzione delle risorse». Ne emerge
una definizione del territorio impostata sull’«affermazione dell’identità nazionale» e su una
concezione dell’Italia «non come espressione geografica, ma come il frutto storico di un
sentimento comune, una cultura unitaria, una lingua forgiatasi nel cammino dei secoli».
Ciò conduce a contrapporre all’Europa delle Regioni, di cui parla la Lega, l’affermazione
che «si può essere europei perché si è prima italiani».

Il federalismo come provocazione


La Lega, dunque, per affrontare le elezioni politiche di primavera, ritenute il punto
di svolta verso la nuova repubblica, si vede costretta a cercare alleati che le permettano di
far fronte ai limiti e ai problemi emersi nelle elezioni di novembre. L’eredità del passato le
impedisce di allearsi con soggetti politici tradizionali, in antitesi ai quali si è formata la sua
identità. Peraltro essa deve guardare all’elettorato di centro e di destra, il quale costituisce il
suo naturale bacino di consenso. Per questo, la Lega si rivolge ai soggetti politici nuovi che
afferiscono esplicitamente all’area moderata e conservatrice: il movimento referendario di
Segni (che però ha il vizio del legame con la Dc) e la nuova formazione politica promossa
da Berlusconi, con l’esplicito proposito di «far diga contro la sinistra».
L’apertura del dialogo con le nuove componenti del sistema politico avviene al con-
gresso celebrato ad Assago il 12 dicembre 1993. In questa occasione, infatti, Bossi dichiara
l’obiettivo di realizzare una grande aggregazione di centro. Il piano di riferimento program- 39
GEOPOLITICA DEL BLUFF FEDERALISTA

matico, sulla cui base realizzare le alleanze, è costituito dal «federalismo», modello istitu-
zionale di riferimento per la Lega. Il compito di tratteggiare in modo più preciso la base
di confronto è affidata al senatore Gianfranco Miglio, scienziato della politica eminente
e ideologo della Lega, il quale presenta ad Assago il testo provvisorio di una costituzione
federale, che costituisce il primo (e sino ad ora l’unico) modello strutturato della riforma
dello Stato prefigurata dalla Lega. Si tratta di una bozza articolata in dieci punti, che dise-
gnano l’Italia non più come nazione, ma come «Unione», frutto della «libera associazione
di tre Repubbliche»: la Padania a Nord, l’Etruria al Centro e, infine, privo di altra defini-
zione specifica, il Sud. Il fondamento dell’identità e dell’organizzazione del paese passa,
quindi, alle «macroregioni», di cui l’Italia diviene la «proiezione», non necessariamente
permanente. La definizione chiusa di questo schema è solo in apparenza contraddittoria
rispetto all’apertura del dialogo, cui è finalizzata. In effetti, essa ha senso soprattutto come
«messaggio», come forma di «comunicazione». Serve a rafforzare l’identità interna, nel
momento in cui ci si appresta a ridefinirla attraverso l’accordo con altri soggetti. E serve,
ovviamente, ad alzare preventivamente la posta della trattativa rispetto agli interlocutori
possibili, delimitando in modo molto netto i termini del confronto e imponendo, quindi,
agli altri la propria centralità.
Lo riconosce, amaramente, lo stesso Miglio, nel «diario segreto» degli anni trascorsi
sul Carroccio, citando un articolo di Bossi sul Sole 24-Ore, all’indomani del Congresso,
nel quale il leader leghista affermava che «la costituzione di Assago era una provocazione»
(10).

L’Italia ‘aterritoriale’ di Berlusconi


La fondazione politica promossa da Berlusconi, invece, non ha vincoli territoriali.
Non solo perché, dal punto di vista territoriale, ancora non esiste. Ma soprattutto perché
la sua identità e il suo modello organizzativo prescindono dal rapporto con il territorio. Si
tratta, infatti, di una rete di club, di un sistema di agenzie locali di marketing elettorale, la
cui immagine, la cui legittimità sono riassumibili in quella del leader - Berlusconi - e del-
l’impresa di cui egli è titolare - la Fininvest. Senza l’immagine di Berlusconi e senza le reti
televisive private attraverso le quali viene «venduta», il prodotto «Forza Italia» non avrebbe
mercato. Il richiamo territoriale, quindi, per Forza Italia non risulta condizionante, né
determinante.
L’Italia di Berlusconi è infatti un’entità socio-culturale «aterritoriale»: la società me-
dia, ancorata ai valori e ai luoghi istituzionali della tradizione - la famiglia, il mercato, la
Chiesa - caratterizzata da una domanda di stabilità e di ordine. Una società trasversale a
tutte le aree del paese, rappresentata, in passato, dai partiti di governo e ora «spaesata», ma
al tempo stesso un po’ intimidita da formazioni politiche tanto segnate, quali la Lega e il
Msi. A questa società media Berlusconi propone, quale modello nel quale riconoscersi,
«l’Italia vincente», la formula che il politologo Giuliano Urbani adotta come parola e im-
magine-chiave del manifesto a cui si ispira il movimento Forza Italia. Il riferimento all’Italia
40 richiama, quindi, un’entità virtuale, aterritoriale, che ha nel desiderio di modernizzazione,
A CHE SERVE L'ITALIA

di ripresa, di normalità, di sicurezza i principali orientamenti comuni. Ciò che permette a


Berlusconi di realizzare accordi separati sia con la Lega, al Nord, che con Alleanza nazio-
nale, al Sud. Nel programma presentato in febbraio da Forza Italia, in vista delle elezioni
politiche, trovano dunque posto sia la Camera delle Regioni che un federalismo fiscale
temperato - per richiamare latamente il progetto leghista - sia il presidenzialismo e la garan-
zia di un’ampia quota di intervento pubblico in ambito sociale - in coerenza con le ipotesi
di An. Così, l’Italia di Berlusconi si affianca al Nord-macroregionalista della Lega e al Sud-
nazionalista di An. E, rispetto ai due modelli, si propone come collante e, al tempo stesso,
come framework, cornice che ricompone e rende compatibili (se non coerenti) logiche e
definizioni tanto diverse e contrastanti.
Tuttavia, è evidente che l’incontro fra i tre soggetti non lascia immodificata la loro
identità, né quella del loro progetto. Il territorio di Berlusconi, infatti, è assai più coerente
con quello di An di quanto non lo sia rispetto a quello della Lega. La Nazione di An, infat-
ti, si nutre di molti elementi che Berlusconi utilizza per disegnare la sua «Italia vincente»:
l’identificazione nel leader nazionale, l’importanza attribuita alle istituzioni tradizionali,
all’autorità, all’ordine. E ciò serve ad An per legittimarsi ulteriormente, in ambito demo-
cratico, senza dover rompere con la tradizione fascista. Lo «scambio» con la Lega Nord, in-
vece, risulta assai più asimmetrico. Berlusconi, tutt’altro che estraneo al vecchio sistema, ne
trae motivo di ridefinizione, legittimandosi come soggetto di innovazione politica. Inoltre,
la Lega offre a Berlusconi quell’immagine di «radicamento» che egli non ha né intende
costruire. Ma la Lega, per le stesse basi sulle quali essa imposta il gioco, si vede «svuotata»
di una parte importante delle sue basi di consenso.
La causa di ciò risiede proprio nella definizione dell’identità e della proposta leghista,
troppo rigidamente legata a un’idea oppositiva del territorio e a una concezione del federa-
lismo che indebolisce la nazione. L’incontro con Berlusconi, infatti, apre uno sbocco alter-
nativo a quella parte, molto ampia, di elettori che nel corso degli anni Novanta e soprattut-
to dopo le elezioni politiche del ‘92 si erano rivolti alla Lega vedendo in essa uno strumento
per riformare e rinnovare lo Stato, piuttosto che per ridefinirne radicalmente l’identità e
l’organizzazione territoriale. Berlusconi agisce invertendo il «modello» della Lega: dà subito
rilievo ai temi dell’economia e mette in secondo piano il dibattito geopolitico. Si tratta
di una scelta che si dimostra efficace. Come emerge da un’interessante ricostruzione dei
temi dominanti nel corso della competizione elettorale (11), nei mesi di gennaio-febbraio,
«il tema del federalismo/neoregionalismo praticamente scompare», mentre guadagnano
spazio i temi socio-economico-finanziari, fra i quali il tema fiscale «ora non più ricondotto
al federalismo fiscale». Infine, l’ultimo periodo precedente le elezioni «viene praticamente
monopolizzato dal tema occupazionale e da quello fiscale».

Uno scambio ineguale


Lo stesso Bossi, d’altronde, si rende conto come l’alleanza con Berlusconi non solo
non gli permetta di forzare i confini della sua «riserva», ma abbia, anzi, fortemente inde-
bolito la base elettorale acquisita dalla Lega negli ultimi anni. Perché proprio il suo alleato 41
GEOPOLITICA DEL BLUFF FEDERALISTA

appare il concorrente che insidia maggiormente il suo territorio di caccia. Ciò lo induce,
nelle settimane prima del voto, a spostare proprio sull’alleato il fuoco della propaganda,
facendone il principale bersaglio polemico. A questo fine, Bossi sceglie quale piano di rife-
rimento la questione vecchio/nuovo in politica. Egli, cioè, richiama i legami di Berlusconi e
di molti uomini della sua compagine con il passato sistema politico e rivendica per la Lega
il ruolo di garante del «nuovo» e per se stesso la parte di unico credibile traghettatore verso
il nuovo sistema politico (12). In questo modo, però, egli rinunzia a rilanciare, al centro
del confronto politico, il «territorio», e, implicitamente, rafforza la posizione di Berlusconi,
utilizzando un tema politico che l’«imprenditore politico» di Forza Italia, anche grazie al
sostegno venuto dalla Lega, mostra di gradire.
I risultati delle elezioni riflettono fedelmente l’esito di questo scambio ineguale tra i
soggetti della coalizione vincente (13). La perdita di centralità del territorio, fra i riferimen-
ti del confronto politico, si rispecchia nel ripiegamento elettorale della Lega. La Lega si
rafforza solamente nelle zone periferiche a maggiore industrializzazione: nelle province del
Veneto centrale e in quelle più settentrionali della Lombardia. Dove, cioè, era sorta e aveva
conosciuto i primi successi, negli anni Ottanta. Perde sensibilmente terreno, invece, dove
era cresciuta negli anni Novanta, quando alla rivendicazione territoriale aveva agganciato
altre tematiche e altre domande, legate al rinnovamento e alla riforma (ma anche, più di
recente, alla stabilizzazione) del sistema politico ed economico: nelle aree urbane e a eco-
nomia terziaria del Nord. Al contrario, Alleanza nazionale raddoppia i consensi rispetto a
due anni prima. Le caratteristiche degli elettori e delle aree in cui essa registra le maggiori
performance confermano, da un lato, la continuità rispetto al retroterra missino, dall’al-
tro, l’efficacia del modello di offerta elaborato in prospettiva simmetrica rispetto a quello
leghista. Essa, infatti, trova un ambiente favorevole fra i lavoratori pubblici e privati, come
fra i giovani disoccupati di aree che molto avrebbero da perdere dallo smantellamento dei
sistemi di «protezione» pubblica. Il che suggerisce la riuscita di un’offerta politica impostata
su un’idea nazionalista e ancor più interventista dello Stato.
Forza Italia, infine, si presenta come un partito «nazionale» sotto ogni profilo. Essa,
infatti, si sviluppa nel Mezzogiorno, riesce a penetrare nel Centro-Italia, nella «zona rossa»,
dove la Lega non era mai riuscita ad attecchire né il Msi ad affermarsi, e, infine, «sfonda» a
Nord, sottraendo alla Lega un’ampia quota degli elettori conquistati negli anni Novanta e
attraendo gran parte del voto moderato lasciato libero dai tradizionali partiti di governo. Il
ridimensionamento del riferimento territoriale in ambito politico, dunque, ridimensiona
anche la Lega (che ne aveva imposto i termini e la centralità), mentre premia Alleanza
nazionale e permette a Forza Italia di agire da «partito pigliatutto».

Conclusioni
L’esito delle elezioni e le vicende che lo preparano contribuiscono a spiegare come il
«territorio» possa perdere di rilevanza politica proprio quando vanno al governo le com-
pagini e i partiti che, seppure in modo diverso, lo utilizzano per definirsi. Il fatto è che
42 vengono meno le principali premesse che ne avevano fatto il riferimento del confronto
A CHE SERVE L'ITALIA

e del conflitto politico. Il territorio, infatti, (a) non rappresenta più il filo attorno a cui si
annodano tutte le maggiori questioni e tensioni sociali, politiche ed economiche; (b) non è
più, di conseguenza, motivo di «opposizione», ma, semmai, di progettazione.
La frattura fra il centro e la periferia e in particolare quella fra il Nord e lo Stato non
è riassorbita, ma ha perduto senza dubbio di drammaticità. Questa frattura e le «minacce»
all’unità e alla solidarietà nazionale che ne conseguivano garantivano rilievo politico alla
dimensione territoriale e alla Lega Nord. Il declino elettorale della Lega rispecchia dunque
molto puntualmente questo processo e contribuisce ad accentuarne l’incidenza.
Le complesse trattative fra i partiti che, dopo aver vinto le elezioni, hanno dato
vita al governo guidato da Berlusconi forniscono in tal senso molti elementi di confer-
ma. La questione territoriale, in effetti, mantiene una certa rilevanza, soprattutto nella
fase preliminare, quando la trattativa verte sulla composizione e su i programmi della
compagine di governo. Il federalismo viene, infatti, utilizzato dalla Lega come tema di-
scriminante, in base a cui verificare la «compatibilità» con gli altri alleati. Risulta però
evidente come si tratti di una questione non più in grado di discriminare. Per Forza
Italia, infatti, continua ad essere una tematica scarsamente rilevante. Per Alleanza na-
zionale, invece, il problema ha grande importanza.
Ma in negativo. E, in effetti, le difficoltà maggiori riguardano il rapporto fra Lega
e Alleanza nazionale. Non occorre, però, molto tempo per comprendere che le rigidità
poste dalle due forze politiche hanno una funzione «rituale» e «simbolica», piuttosto
che sostanziale. È sufficiente, infatti, un incontro fra le delegazioni dei due partiti (il 9
aprile) per verificare come il federalismo abbia perso la forza discriminante degli anni
precedenti. La Lega, infatti, accetta la richiesta di An per un federalismo che rinunzi al
principio della doppia sovranità di Stato e macroregione. Ciò che disinnesca, di fatto,
la «minaccia separatista». D’altra parte, come Franco Rocchetta, allora presidente della
Lega Nord (e oggi «scissionista»), confessa a Domenico Fisichella (intervista al Corriere
della Sera, 10/4/1994), politologo assai noto, tra i fondatori di Alleanza nazionale,
«a questo proposito anche la Lega al suo interno è federalista». La «flessibilità» che
caratterizza la concezione leghista del territorio, dunque, da risorsa conflittuale o di
rappresentanza, si trasforma in strumento tattico, di mediazione politica. Ma questo è
un ulteriore segno del mutamento avvenuto. È, infatti, evidente che la Lega mira piut-
tosto ad accreditarsi a sua volta come forza politica nazionale e, proprio per questo,
sceglie come terreno di scontro non più la questione territoriale, ma quella assai più
tradizionale del controllo dei centri di potere (dal governo alla Rai).
Il federalismo, invece, entra nel programma di governo, come obiettivo da discutere e
da progettare istituzionalmente. Senza, però, che siano fissati, al proposito, vincoli e termi-
ni normativi e di tempo. La rottura di Miglio con Bossi (accusato di aver messo da parte il
federalismo in cambio di qualche posto di potere) sancisce definitivamente questa svolta.
Intendiamoci bene: non è che il territorio non abbia più importanza nella strategia leghista.
Anzi, ora che la presenza di Forza Italia e di An ha circoscritto drasticamente i margini di
crescita della Lega, il federalismo tende a costituire per essa una necessità, una soluzione
di sopravvivenza, volta a tracciare un perimetro delimitato, ma importante - le regioni del
Nord produttivo - all’interno del quale le sia possibile consolidarsi. È, tuttavia, significa- 43
GEOPOLITICA DEL BLUFF FEDERALISTA

tivo che per perseguire questo e altri obiettivi, la Lega oggi non ricorra più alla minaccia
«secessionista» o al richiamo territoriale, ma alla ben più tradizionale risorsa contrattuale
costituita dal peso in ambito parlamentare e governativo, oggi assai più esteso di quello
elettorale. Fino a un anno fa avveniva il contrario: era il fondamento territoriale a sopperire
alla ridotta incidenza della Lega nel parlamento e soprattutto nel governo. Il che significa
che per la Lega, e più in generale nel sistema partitico italiano, dopo una breve stagione la
«politica» ha ripreso il sopravvento sulla «geopolitica».

Note

7. Cfr I. DIAMANTI, La Lega, Roma 1994, Donzelli.


8. È evidente, in questa definizione del «modello territoriale leghista», il richiamo alle concezioni dell’agire politico
riconducibili alle teorie dell’agire strategico. Ha sollecitato la mia attenzione sull’utilità di questo approccio per
valutare la vicenda leghista Gaspare Nevola, del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Torino.
Cfr. G. E. RUSCONI, Scambio, minaccia, decisione, Bologna 1984, il Mulino.
9. Cfr. I. DIAMANTI, op. cit., p. 101.
10. G. MIGLIO, Io, Bossi e la Lega, Milano 1994, Mondadori, p. 52.
11. G. NEVOLA, «Uso strategico dei temi e società neomaterialista. La campagna elettorale del 1994», Oltre il
Ponte, n. 46, 1994.
12. L’«accordo fra gli opposti» e la «polarità fra vecchio e nuovo» sono due chiavi di lettura proposte in una stimo-
lante analisi della campagna elettorale svolta da G. GUIZZARDI, «Messaggi e immagini», in I. DIAMANTI
- R. MANNHEIMER, (a cura di), Milano a Roma, Roma 1994, Donzelli.
13. Per una ricognizione sul voto del 27 e 28 marzo mi permetto di rinviare a I. DIAMANTI - R. MANNHEI-
44 MER, (a cura di), Milano a Roma, Roma 1994, Donzelli.
A CHE SERVE L'ITALIA

CARTOGRAFIA

La nuova geografia elettorale di Luigi CECCARINI

L E CARTE QUI RIPORTATE OFFRONO UN


quadro della nuova situazione politica ed elettorale italiana, evidenziando l’elemento spaziale
del cambiamento avvenuto negli ultimi anni. L’unità territoriale della base-dati, da cui siamo
partiti per disegnare la cartografia, riportava il risultato relativo ai singoli collegi elettorali. Pur
non disponendo del dato a livello comunale e quindi provinciale, abbiamo ugualmente proposto
una serie di cartografie che disaggregano il voto e il territorio nazionale nelle singole province.
Considerato che su un totale di 475 ben 430 dei nuovi collegi uninominali per l’elezione
della Camera appartengono ad una sola provincia (44 a 2 mentre solo uno tocca 3 province),
e che per oltre il 90% sono composti da Comuni appartenenti ad una sola provincia, è stato
adottato il seguente criterio per riaggregare i dati dei collegi nella dimensione provinciale. I 475
collegi, costituiti con il decreto legislativo n. 536 del 20 dicembre 1993, vengono contraddistinti,
oltre che con il numero ad essi attribuito nella circoscrizione di appartenenza, con la denomi-
nazione del Comune più popoloso; ogni collegio è stato assegnato alla provincia della città che
denomina il collegio stesso.
Tutte le forze politiche rappresentate vengono distinte secondo l’intensità del voto in quattro
classi. Si è perseguito l’obiettivo di visualizzare le diverse gradazioni di forza elettorale dei vari
schieramenti e dei maggiori partiti adottando un criterio omogeneo. Per calcolare i livelli di inten-
sità del voto si è fatto riferimento alla media e a un indice di variabilità (Standard Deviation) che
i singoli partiti hanno ottenuto a livello nazionale. Ogni provincia apparterrà, così sulla base dei
risultati relativi ad ogni forza politica, ad una delle quattro classi.
Il livello di intensità è stato definito: «MASSIMO», quando il dato risultava maggiore del
valore di (Media + Sd); «MINIMO», se minore di (Media - Sd); le due restanti classi di centro
saranno: «MEDIO ALTO», se la percentuale di voto è compresa tra il valore della MEDIA e la
soglia inferiore di quello MASSIMO; «MEDIO BASSO», invece, se compresa tra la MEDIA e
la soglia maggiore di quello MINIMO. 45
LA NUOVA GEOGRAFIA ELETTORALE

46
A CHE SERVE L'ITALIA

47
LA NUOVA GEOGRAFIA ELETTORALE

48
A CHE SERVE L'ITALIA

COME BERLUSCONI
HA INVENTATO
IL PRIMATO DI MILANO di Federico RAMPINI

Il re della televisione commerciale ha sconfitto Bossi


e conquistato l’Italia perché ha capito che per portare Milano
a Roma occorreva una forza politica nazionale, moderata
e rassicurante. Ma lo Stato italiano è un’altra cosa.

M ILANO VUOLE GOVERNARE L’ITALIA?


Può governare l’Italia? Sta governando l’Italia? Il dibattito su «Milano a Roma» si è acceso
nell’estate 1994, dopo l’insediamento del governo Berlusconi e le prime turbolenze (politi-
che, economico-finanziarie, giudiziarie) che lo hanno investito.
La discussione, che ha occupato le prime pagine dei giornali, ha due origini. Anzitutto,
l’impressione che le elezioni legislative della primavera ‘94, l’irruzione del fenomeno Forza
Italia sulla scena politica e la formazione del primo governo presieduto da un imprenditore
lombardo abbiano segnato un mutamento negli equilibri geopolitici nazionali, modifi-
cando i rapporti di forza Nord-Sud e alterando la ripartizione di ruoli fra Milano e Roma.
Questa rottura è diventata visibile con l’occupazione di posti-chiave del potere da parte di
personaggi provenienti da Milano: non solo Berlusconi presidente del Consiglio, ma i pre-
sidenti del Senato e della Camera, diversi ministri tra cui quello dell’Interno, la presidente
della Rai-tv.
In secondo luogo, i numerosi incidenti di percorso in cui è incappata la maggioranza
governativa hanno fatto presagire una bocciatura della novella classe dirigente milanese
messa alla prova nella gestione della cosa pubblica.
A definire le novità emerse dal voto del 27 e 28 marzo 1994 è stato anzitutto il sag-
gio di Ilvo Diamanti e Renato Mannheimer, Milano a Roma. Secondo gli autori quello
scrutinio ha ribaltato le tradizioni dell’Italia repubblicana. «Viene meno», hanno scritto
Diamanti e Mannheimer, «quella configurazione geopolitica del paese che vedeva nel
Nord il contesto più competitivo sul piano elettorale, nel Sud l’area più aderente allo
schieramento governativo, con il Centro a fare da cuscinetto stabilmente identificato 49
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

con la sinistra. Il Sud e il Nord in questa occasione si sono scambiati i ruoli e oggi il
Mezzogiorno si presenta come l’area in cui la competizione è più aperta, mentre il Nord
appare come la zona che garantisce un compatto e solido retroterra di voti e di seggi allo
schieramento di governo. Milano è andata a Roma, mentre Napoli si è posta all’oppo-
sizione» (14). L’affermazione di Forza Italia, mentre recupera certi contenuti ideologici
della Lega Nord, li nazionalizza e lancia così il progetto egemonico di Milano capitale.
«La Lega rappresentava l’Italia dei produttori, la cui capitale è Milano, contrapposta a
Roma, capitale della partitocrazia e del centralismo statale. (...) Berlusconi porta Milano
a Roma: trasferisce a Roma la leadership del Nord produttivo. Ma in questo modo na-
zionalizza e quindi normalizza le tensioni innescate in passato dalla Lega, smorzando le
contraddizioni emerse nei confronti del Sud» (15).
L’altro tema, cioè l’eventuale fallimento di una modernizzazione dell’Italia affidata
alla nuova classe dirigente di estrazione lombarda, è stato lanciato sul Corriere della Sera
da Ernesto Galli della Loggia. Il 31 luglio, in un editoriale del quotidiano (milanese, ma
antiberlusconiano), Galli della Loggia ha definito i connotati dell’ideologia milanese. A
cominciare dall’avversione per la politica. «Milano è contro la politica nel senso che ten-
denzialmente si rifiuta di riconoscere alla dimensione della politica una specificità. (...)
Roma ha voluto e vuol dire lo Stato. Verso lo Stato l’ideologia milanese mostra la stessa
sottovalutazione-incomprensione che verso la politica. (...) Alla statualità oggi geografica-
mente lontana la città lombarda contrappone la dimensione e il significato del municipio,
da sempre in lei vivissimi. (...) A Milano un tessuto produttivo minuto e diffuso, permeato
dell’elemento commerciale e finanziario, popolare e democratico, fa rinascere di continuo
l’idea che la politica possa essere ridotta alle semplici ragioni dell’amministrare e del pro-
durre».
Ma ecco incombere l’insuccesso. «Se Milano rompe i giochi, distrugge», ha scritto
Galli della Loggia, «non riesce mai, però, a governare. Glielo impedisce proprio l’ideologia
che essa inalbera per rompere e distruggere. Quell’ideologia amante della semplificazione,
con la sua congenita idiosincrasia per le procedure, per la scansione dei tempi necessari alle
cose, non riesce né a identificarsi né a produrre alcuna presa egemonica su quella partico-
lare complessità che, specie in un paese come il nostro, è la sostanza della politica e dello
Stato. A Milano non è mai riuscito di governare l’Italia, neppure di darle la sua impronta
decisiva».
L’articolo di Galli della Loggia ha suscitato molte reazioni. Sulla Repubblica Eugenio
Scalfari ha ricordato i tre personaggi partiti da Milano per marciare su Roma in questo
secolo: Mussolini, Craxi e Berlusconi. Ma Scalfari respinge l’analisi geopolitica, preferen-
dole concetti più socio-politici. «Il tratto distintivo della borghesia italiana è sempre stato
il decisionismo, cioè l’irresistibile attrazione verso una società connotata da forti poteri di
comando e da deboli istituti di controllo. Come dire: la struttura gerarchica dell’azienda
trasferita all’interno del sistema politico. (...) Il berlusconismo non trae dunque origine da
una supposta ideologia milanese. Le sue radici affondano nella cultura aziendalistica e in
quel settore della borghesia italiana che in essa si identifica». Donde il rischio che la recente
calata dei milanesi a Roma sia soltanto la ripetizione di un vecchio copione: lo Stato visto
50 come luogo da occupare a vantaggio d’interessi particolari.
A CHE SERVE L'ITALIA

Anche per Giuseppe De Rita non è Milano a prendere il potere. Il sociologo nota che
la neoborghesia più dinamica è piuttosto quella della Terza Italia: Veneto, Emilia, Marche,
Toscana. «L’Italia di oggi non è né romana né milanese, sta spostando a Nord-Est il ba-
ricentro economico». Giorgio Ruffolo, da parte sua, scrive che in Italia la questione set-
tentrionale non è altro che una forma di quella rivoluzione privatistica in atto nel mondo
intero.

Italia geografica, Italia politica


È antica la frustrazione di Milano, città-leader nell’economia nazionale ma che non è
mai stata capitale d’Italia. Orgoglio e rabbia si sono cristallizzati in quell’autodefinirsi «ca-
pitale morale», sfortunata consolazione che la città lombarda si diede in tempi non sospetti,
senza immaginare a quali facili ironie si sarebbe prestata in seguito. E il fiorire di una let-
teratura meneghina contro Roma («il monumentale capoluogo della Regione Lazio» nella
definizione di Gianni Brera) non riesce a nascondere un certo complesso d’inferiorità, che
deriva soprattutto dal constatare la sostanziale sterilità degli attacchi contro la capitale vera.
Almeno fino a Bossi e Berlusconi.
L’avversione milanese per Roma (capitale dei burocrati e della politica, quindi paras-
sita per definizione, Roma ladrona e lazzarona da tempo immemorabile, ben prima che il
leghismo spuntasse all’orizzonte politico del paese) si innesta su una storia nazionale in cui
la geografia dei partiti e la geografia tout court sono sempre state strettamente collegate.
A partire da quella originaria, insanabile commistione che ha visto la più grande potenza
ideologica del paese, la Chiesa, occupare un territorio e amministrare uno Stato tra gli altri
della penisola.
Non è quindi ovviamente la Lega ad avere introdotto la dimensione territoriale nella
politica italiana, neanche in quella del dopoguerra. Espressioni come il «Veneto bianco»
(cioè cattolico-democristiano) o l’«Emilia rossa» hanno avuto corso per quarant’anni di
storia della Prima Repubblica. Per quel che riguarda Emilia, Toscana e Umbria, prima
comuniste e oggi pidiessine, l’egemonia regionale di un partito regge alla sfida del tempo.
Il territorio è in Italia un fattore-chiave nella formazione dell’identità politica. Sulle ra-
dici regionali e municipali si innestano forme di identità storico-culturale, e comunanza di
interessi socio-economici. Infine, nelle crisi più acute il territorio serve anche a individuare
i nemici, a differenziarsi da loro, ad escluderli.
L’Italia, si sa, ha una storia unitaria recente, una fragile identità nazionale, è il paese dei
regionalismi, dei localismi, delle città-Stato. Ma non è certo l’unico paese in cui una rottura
degli equilibri e degli orientamenti politici possa passare attraverso uno spostamento dei rap-
porti di forza tra le aree geografiche interne. Basti pensare a quel che è avvenuto in Belgio nel
dopoguerra con il passaggio dall’egemonia economica e politica della Vallonia a quella delle
Fiandre. Più di recente, la rivoluzione reaganiana in America ha fatto seguito allo spostamen-
to del baricentro demografico e del potere economico dalla costa orientale a quella occiden-
tale. Come per la calata dei milanesi a Roma, anche negli Stati Uniti l’ondata liberista è stata
accompagnata dall’occupazione della Casa Bianca (e dintorni) da parte del clan californiano. 51
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

Storia di Milano capitale mancata

Il più irriducibile assertore dell’incapacità di Milano a governare l’Italia è, paradossal-


mente, proprio il vate della Padania, il precursore del leghismo, il cultore della milanesità.
Gianfranco Miglio, nell’appendice storica al suo ultimo saggio, teorizza l’essenza antipo-
litica della Lombardia. Scrive Miglio che «nulla fornisce un’idea più chiara del carattere
“serviente” assunto dalla politica nella concezione lombarda, che l’aprire gli Statuti tar-
do-medioevali di una nostra città: le norme “costituzionali” relative all’organizzazione dei
poteri e degli uffici sono soltanto la parte introduttiva di un contesto il cui corpo principale
è rappresentato dalle regole di diritto sostanziale e processuale, civile, commerciale e penale.
(...) è forse l’istituto del podestà che meglio incorpora la vocazione privatistica dei lombar-
di. La città si affida a un tecnico straniero, pagato come un professionista, e assunto per
tempo determinato; lo si cerca neutrale (...)» (16).
Più avanti nel tempo, il municipalismo impedirà alla Lombardia perfino di diven-
tare una sottopotenza regionale. «Malgrado la razionale coerenza della sua struttura e
delle retrostanti forze economiche», scrive sempre Miglio, «non si può dire tuttavia che la
Signoria viscontea e sforzesca abbia raggiunto l’obiettivo di fondare un vero Stato regio-
nale. Glielo impedì proprio l’atavico particolarismo delle città lombarde, ora rafforzato
dalla presenza in ogni centro di un ceto economico analogo a quello attestato a Milano.
Questa aristocrazia urbana, forte delle proprie risorse economiche e soprattutto delle
garantite autonomie giurisdizionali, consolida il suo predominio sul rispettivo contado
e perpetua la realtà della città lombarda come duro nocciolo, indissolubile in qualsiasi
quadro politico più vasto» (17).
Fin qui le ricostruzioni storiche di Miglio, suggestive nel loro estremismo. Ma nella
storia dell’Italia unita la cultura politica della classe dirigente milanese ha sempre oscillato
fra due rappresentazioni alternative del proprio ruolo rispetto alle altre capitali (Torino,
Roma) e al resto del paese. Da un lato il sogno ricorrente di Milano capitale nazionale,
cioè l’aspirazione a trasferire sul piano statuale l’egemonia economica, di modernizzare il
paese intero inquadrandolo nei progetti della sua città più ricca e più avanzata. Dal lato
opposto c’è invece la tentazione di scindere la propria collocazione geopolitica dal resto
d’Italia: abbiamo allora il secessionismo, il municipalismo, le periodiche velleità delle
aree lombardo-padane di agganciarsi da sole all’Europa forte (lotaringia, borgognona,
franco-tedesca), senza trascinarsi la zavorra del Centro-Sud. In mezzo a questi due poli
c’è un ampio ventaglio di posizioni miste e intermedie, dal federalismo alle euroregioni.
Ma alcuni ingredienti si ritrovano un po’ in tutte le metamorfosi della milanesità: per
esempio l’attaccamento al primato della società civile e una certa fedeltà al liberismo
economico.
Una vasta rassegna di queste posizioni si può trovare nel saggio dello storico Aurelio
Lepre Italia, Addio? (18). Si parte col municipalismo di Carlo Cattaneo, liberista in econo-
mia e liberaldemocratico in politica, che già nel 1848 invoca i tecnici al governo (economi-
sti, esperti, scienziati) per conciliare amministrazione ed efficienza e soprattutto per ripulire
52 la politica dai suoi connotati più spregevoli.
A CHE SERVE L'ITALIA

Negli anni Sessanta del secolo scorso, Agostino Depretis riconosce che «il nerbo d’Ita-
lia è nella valle del Po e tutta la forza della nazione si appoggia sopra un triangolo che ha
per vertici Torino, Milano, Genova». Ma in quel tempo, osserva Lepre, «la nuova Italia
stava nascendo altrove e i milanesi sembravano disinteressarsene: i loro uomini più rappre-
sentativi pensavano più al potere locale che a quello centrale e la loro attenzione andava,
comunque, soprattutto ai problemi dell’economia. La politica era lasciata a Roma. I lom-
bardi sembravano guardare all’Europa più che all’Italia. Al centro dei loro interessi non era
né lo Stato né la nazione: essi guardavano soprattutto al lavoro, che sembrava unire tutti i
ceti sociali della città».
La priorità assegnata all’economia porta Milano ad opporsi all’avventura coloniale di
Francesco Crispi, accusandolo di megalomania, di sprecare nei costosi sogni imperiali ri-
sorse preziose per la crescita economica del paese. I sostenitori della repubblica ambrosiana
vogliono dare priorità al benessere. Sono accusati a loro volta di «micromania». Se avessero
vinto loro, forse l’Italia non sarebbe finita in mezzo a due guerre mondiali e la Padania
sarebbe una grande Svizzera. Già allora, del resto, il tema dello Stato minimo si coniuga in
due dimensioni: quella territoriale e quella fiscale. Quei moderati milanesi che nel 1893
lanciarono la campagna contro le imposte non volevano pagare né le spese militari, né i
sussidi al Sud. Altro che colonie, l’Italia era già troppo larga per le tasche milanesi. Come
diceva Eugenio Torelli-Viollier, direttore del Corriere della Sera fino al 1900, «ogni lira che
si spende dallo Stato inutilmente, è da ogni milanese considerata come toltagli di tasca: non
c’è altro popolo che abbia più vivo il rapporto che passa fra le spese dello Stato e la fonte
delle entrate».
Come simbolo del capitalismo più avanzato formatosi a Milano, e avverso al-
l’espansione in Africa, Indro Montanelli (19) ricorda l’ingegner Giuseppe Colombo
fondatore della Edison, il quale voleva «che tutte le forze della nazione fossero volte
allo sviluppo industriale del Nord sotto la spinta del quale - poi - l’Italia avrebbe potu-
to portarsi al livello delle altre nazioni europee». A questa visione nordista-egemonica,
ma nazionale e unitaria, si contrapponeva incessantemente l’alternativa municipalista,
come nel progetto dello Stato di Milano voluto dai repubblicani federalisti. Così nel
1895 la rivista Italia del Popolo scrive: «Stato di Milano vuol dire la Lombardia gover-
nata dai lombardi, senza che nelle cose loro, non aventi relazione con ciò che concerne
l’amministrazione generale dello Stato (armi, poste, dogane), altri abbia il diritto di
mettere il naso».
Questo oscillare tra grandi disegni velleitari e subalternità furbescamente gestita nel
proprio interesse particolare si prolunga nella storia dell’Italia repubblicana. Continua in
quel secondo dopoguerra che pure vede affiorare, con il boom economico e l’integrazione
nel Mercato comune europeo, le precondizioni materiali per l’affermarsi di una forte bor-
ghesia industriale e quindi di una leadership milanese in Italia. Ma tant’è. A illustrare il vero
ruolo politico di Milano nella ricostruzione postbellica e nella grande crescita degli anni
Sessanta possono bastare due immagini.
La prima è quella dell’ordine del giorno votato dal Consiglio comunale di Palazzo
Marino il 10 giugno 1958 per candidare Milano quale capitale d’Europa. Un’idea che
allora (forse) era meno tragicomica di oggi, e fu sottoscritta dai parlamentari e dai rappre- 53
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

sentanti locali di tutta la Lombardia. Ma che non arrivò neppure alle orecchie degli altri
partner della Cee, talmente era stata presa sul serio dal governo italiano.
La seconda immagine è quella dei rottami dell’aereo di Enrico Mattei, caduto tra le
nebbie nei pressi di una cascina alla periferia di Milano, alle sette di sera del 27 ottobre
1962. La figura di Mattei, fondatore dell’Eni, condensa in sé i limiti della Milano dina-
mica, aggressiva e rampante del boom economico. Fu un imprenditore geniale, capace
di grandi intuizioni sugli sviluppi dell’industria petrolifera e sulle opportunità aperte
dall’evoluzione politica del Medio Oriente. Seppe anche valorizzare alcuni punti di forza
dell’economia mista - capitale pubblico, gestione privatistica - sperimentata in Italia con
la formula delle Partecipazioni statali, e che all’estero in quegli anni veniva accreditata
di grandi meriti. Ma con Mattei e con la corrente di Base della Dc, nata a Milano e
generosamente finanziata dall’Eni, proliferarono i germi della commistione tra indu-
stria pubblica e partiti che sarebbe degenerata fino a Tangentopoli. Mattei fu un grande
corruttore di tutti i partiti, un cinico teorizzatore dell’illegalità, sicuramente uno dei
padri fondatori di Milano capitale immorale. D’altra parte il suo progetto industriale e
di politica estera finì miseramente, forse ancora prima che il bireattore Morane Saulnier
si schiantasse a terra in quell’autunno di 32 anni fa. Checché si pensi dell’ipotesi del
sabotaggio, sta di fatto che il milanese (d’adozione) Mattei si era già votato alla sconfitta
battendosi vanamente contro il potere, troppo più forte di lui, delle «sette sorelle», le
multinazionali del petrolio. Giusta o sbagliata che fosse, la velleità di smarcarsi dall’Ame-
rica si scontrava comunque con la realtà di un’Italia che non poteva sostenere sfide così
ambiziose. La morte di Mattei già rivelava ciò che sarebbe risultato ancora più evidente
in seguito. L’intraprendenza, l’ingegno e l’operosità delle genti lombardo-padane pote-
vano e possono fare miracoli, ma sempre entro i limiti invalicabili tracciati dall’assenza
di un sistema-paese.
La debolezza politica della classe dirigente milanese balza alla ribalta negli anni
Settanta. A cavallo tra due shock petroliferi, la prima grossa crisi economica del dopoguer-
ra, l’iperinflazione, il rapido aumento della spesa pubblica e del debito, una conflittualità
sociale endemicamente elevata dopo le battaglie sindacali, l’Italia registra un tentativo della
grande borghesia industriale di «conquistare» Roma. Ma l’offensiva parte da Torino, non
da Milano, perché è nel capoluogo piemontese che -grazie alla monocultura dell’auto - si
è affermata la dinastia familiare degli Agnelli che impone la sua egemonia politica alla
Confindustria e al sistema delle grandi imprese.
Gianni Agnelli lancia nel ‘76 un duro attacco al modello democristiano di gestione
del consenso attraverso il clientelismo e l’ipertrofia del settore pubblico. In nome dei va-
lori di un capitalismo moderno il numero uno della Fiat trascina con sé altri grandi im-
prenditori, disposti a scendere personalmente nell’arena politica. Il progetto è quello di
candidare figure prestigiose dell’industria nei partiti laici di centro (Pri, Pli) per mettere
alle strette la Dc e imporre una svolta liberista nella gestione del paese. Ma il bluff viene
rapidamente «visto» dai dirigenti democristiani, che non hanno difficoltà a spiegare agli
industriali quale sarebbe il conto da pagare. La grande industria è tra i beneficiari della
spesa pubblica, sia sotto forma di commesse statali e di un mercato domestico ancora
54 ben protetto, sia per gli ammortizzatori sociali e l’assistenzialismo che servono a ridurre
A CHE SERVE L'ITALIA

la conflittualità. La rivolta degli industriali rientra rapidamente, e il fratello cadetto di


Gianni, Umberto Agnelli, finirà per essere eletto in parlamento proprio nelle liste della
deprecata Dc.
Un’interessante coincidenza di tempi - sottolineata nella Storia della Prima Repubblica
di Lepre - fa sì che nella stessa epoca della fallita offensiva confindustriale contro la Dc si
riaffacci nel dibattito politico l’idea aggiornata della Padania, alleanza in chiave autonomi-
sta tra le regioni della valle padana (20). La lancia alla fine del 1975 il comunista Guido
Fanti, presidente della Regione Emilia-Romagna. La raccoglie Gianfranco Miglio, a quei
tempi costituzionalista rispettato ma poco noto al grande pubblico. Un incoraggiamento,
presto rientrato, viene pure dalla Montedison che tenta di organizzare un convegno sul
tema.
Alla fine l’assalto torinese, sconfitto sul piano politico, finirà per trionfare sul terreno
sociale. Nell’autunno del 1980 la Fiat vince la «battaglia dei 35 giorni» contro il segretario
del Pci Enrico Berlinguer e la Cgil. La lunga occupazione della fabbrica di Mirafiori, voluta
dai comunisti per protestare contro alcuni licenziamenti, viene interrotta dopo una grande
manifestazione di quadri della Fiat per le vie di Torino. Il colosso dell’auto dimostra così
che il vento è cambiato, e la maggioranza silenziosa può sfidare apertamente il potere della
sinistra. Torino guida la riscossa capitalista. Milano applaude ma sta a guardare.

Il patriottismo dei mercati


Tuttavia viene da Milano l’uomo che saprà meglio gestire politicamente la crisi del
Pci e la riscossa di un capitalismo settentrionale pur sempre largamente assistito e com-
promesso col potere pubblico. Il 4 agosto 1983 Bettino Craxi forma il primo governo a
guida socialista della storia italiana. Il suo Psi ha un’immagine anticomunista, occidenta-
le, moderna, efficientista, decisionista. È il partito che inventerà la «Milano da bere», la
forza politica più rappresentativa dei ceti emergenti, del terziario avanzato, della media
borghesia opulenta e spregiudicata che si sta arricchendo nell’Italia del Nord e non solo
in quella. Craxi, pur essendo ancora legato a idee e programmi delle socialdemocrazie
europee, non esita a sfruttare il successo del reaganismo, dandosi una spruzzatina di ver-
nice liberista. (Il reaganismo aiuterà Craxi soprattutto nei fatti, garantendogli attraverso
la locomotiva dell’economia americana uno dei più lunghi periodi di crescita economica
del dopoguerra.)
La vera milanesità di Craxi non sta tanto in questa superficiale adesione ai valori del
mercato, quanto in una riedizione dell’eterno disprezzo per lo Stato. In nome dell’efficien-
tismo, l’èra craxiana legittima più che mai l’arte di «ungere le ruote» per far girare a Milano
come a Roma una macchina amministrativa al collasso. L’amministrazione pubblica - loca-
le o centrale - non è riformabile, quindi bisogna comprarla per scavalcarla. Quasi subito il
Psi perde di vista la funzione della macchina, e delle ruote, e la sua gestione si riduce a un
continuo e costosissimo ungere se stesso, a vuoto.
C’è anche un altro ingrediente dell’ideologia lombarda che si afferma col craxismo.
Ha scritto Gian Enrico Rusconi: «La prima gestione socialista del governo è sembrata coin- 55
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

cidere con una breve congiuntura politico-culturale tesa a promuovere una sorta di ripresa
di orgoglio nazionale, collegato ad alcune prestazioni socio-economiche. Un nazionalismo
da made in Italy» (21). Chi ha detto che la merce non ha un’anima? Il cosmopolitismo
spesso rinfacciato ai lombardi non esclude che i loro muscoli pettorali possano gonfiarsi di
commozione patriottica, di fronte alla superiore qualità della mercanzia nostrana.
Milano si era conquistata i galloni di capitale immorale prima dell’ascesa di Craxi
e ben al di là dei suoi meriti. Abbiamo visto Mattei, non possiamo omettere gli scandali
Sindona e Calvi, che avevano trascinato nel fango alcune istituzioni storiche della città tra
cui il Banco Ambrosiano e il Corriere della Sera.
E tuttavia è la gestione socialista che regala a Milano l’appellativo di Tangentopoli,
quando nel ‘92 i giudici del pool Mani Pulite attaccano frontalmente il clan politico-ma-
fioso costruitosi attorno alla famiglia Craxi e che aveva il controllo dell’amministrazione
comunale. Con la messa sotto inchiesta dei due sindaci socialisti, Paolo Pillitteri e Carlo
Tognoli, l’èra Craxi si chiude. Sconfitto dai giudici nel suo feudo milanese, il leader socia-
lista perde il consenso degli elettori e la sua presa anche su Roma. Naturalmente, com’è
stato detto più volte, il fatto che l’operazione Mani Pulite sia scoppiata proprio a Milano
non vuoi dire che la corruzione vi fosse superiore ad altre città italiane, anzi. Semmai è la
riprova di una pervicace vitalità della società civile ambrosiana, inquinata e compromessa,
eppure ancora capace di sussulti in nome del primato dell’economia e dell’autonomia dal
Leviatano burocratico.
All’orizzonte politico irrompono allora i battaglioni della Lega Nord, che sen-
za saperlo spianano già la strada in quella primavera del ‘92 alla successiva ondata
elettorale di Forza Italia. La Lega non è un fenomeno milanese, ma della profonda
provincia lombardo-veneta, visto che è nata alle elezioni del 1987 nelle province di
Varese, Como, Sondrio, Bergamo e nel Veneto (e lì tende naturalmente a ritirarsi una
volta indebolita).
Ma nella fase del suo massimo sviluppo il leader leghista Umberto Bossi sembra
farsi interprete di una strategia geopolitica che incorpora interessi, umori e timori della
metropoli milanese. Come quando dichiara: «Se la Germania si mette a posto e l’Est
decolla e noi siamo sempre qui con questo Sud assistito, tutti capiscono che prima o
poi si arriva a una divisione dell’Italia. Ma non sarò io a provocarla. Sarà la situazione
economica, la competitività internazionale. E proprio per evitare questo che da anni
propongo lo Stato federalista e una diversa politica per il Sud» (22).
Affiora qui una preoccupazione reale della classe dirigente milanese all’inizio degli
anni Novanta: quella di restare tagliata fuori dell’Europa di Maastricht che seleziona
il suo nucleo duro intorno al duo franco-tedesco. Nel momento in cui il Trattato di
Maastricht viene firmato, l’industria italiana sente la pressione formidabile del model-
lo germanico che s’impone a tutta l’Europa. La politica della lira forte perseguita dalla
Banca d’Italia fino al ‘92 schiaccia la sua competitività all’esportazione. L’apertura
del grande mercato unico acutizza la competizione, elimina le ultime protezioni, at-
tira i concorrenti stranieri anche nei settori dei servizi e delle forniture pubbliche.
L’inasprimento della pressione fiscale - necessario per adeguare l’Italia ai parametri di
56 convergenza per l’unione monetaria - toglie i residui margini per pagare la corruzione
A CHE SERVE L'ITALIA

e più in generale le inefficienze statali. In questa fase Milano teme di non farcela, teme
di essere risucchiata negli abissi dalle pesantezze romane, perdendo il treno della ger-
manizzazione economica.
La svalutazione della lira nel settembre ‘92 e poi l’ulteriore rottura del Sistema mo-
netario europeo nel ‘93 risollevano le sorti dell’industria settentrionale. Nonostante tut-
to, proprio la politica romana con le sue debolezze e le sue doppiezze, con le sue finte
Caporetto e il suo fatalismo levantino, ha salvato ancora una volta le fortune milanesi.
Si fa strada così, anche nella parte più illuminata della classe dirigente ambrosiana, una
lettura molto meno negativa e catastrofista del nostro essere in serie B, in seconda ve-
locità, ovvero nel cerchio distante della nuova geometria europea. Mario Monti, presi-
dente dell’Università Bocconi (fucina di formazione della classe dirigente milanese), per
anni gran sacerdote inascoltato della migliore tradizione liberista e liberaldemocratica
lombarda, infine candidato (mentre scriviamo) designato dal governo Berlusconi alla
Commissione di Bruxelles, interviene il 10 settembre 1994 nel dibattito sulle «due ve-
locità», con un interessante articolo sul Corriere della Sera. Lungi dallo stracciarsi le vesti
- costume folkloristico molto diffuso in questi casi - di fronte ai palesi disegni franco-
tedeschi sul nucleo duro dell’unione monetaria che lascerà fuori l’Italia, Monti adotta
una prospettiva storica che gli fa emettere un giudizio sereno e disincantato. Dopo aver
passato in rassegna le diverse fasi in cui l’Italia si è messa (o si è lasciata mettere) in pan-
china mentre altri paesi procedevano più speditamente verso i traguardi comuni, Monti
conclude: «In retrospettiva, l’essersi trovata, per sua scelta, in seconda velocità non ha
impedito all’Italia di compiere, dal 1958 ad oggi, passi formidabili nell’integrazione con
il resto della Comunità, passi decisivi per l’ammodernamento economico, sociale e po-
litico del nostro paese».
Vien voglia di aggiungere che l’esserci trovati in serie B non solo non ha impedito
nulla, ma ci ha spesso aiutati. Ha aiutato soprattutto l’industria settentrionale e lombarda,
che ha saputo lucrare sugli alibi offerti dalla parte più arretrata del paese. Grazie al dissesto
di un’Italia malata - della politica, dei debiti, della mafia - si è fatta ingoiare a tedeschi e
francesi una svalutazione del 30% della lira in pochi mesi, che ha rimesso durevolmente a
posto i bilanci delle imprese nell’Italia forte. Milano è oggi più prospera che mai. Milano
ringrazia Roma di essere così poco europeista.

Le sfide all’egemonia economica milanese


Il grande scossone al sistema politico della Prima Repubblica, come abbiamo accenna-
to, è venuto da una forza - la Lega Nord - che nacque non a Milano ma anzitutto nel Veneto
e poi nelle piccole province lombarde. La Lega è molto più espressione della Terza Italia che
del triangolo industriale nord-occidentale. Il suo humusè nelle zone della piccola industria,
non in una città postindustriale, finanziaria, di servizi e terziario come Milano. Per certi
versi, inizialmente la Lega si afferma non solo contro Roma ma anche contro Milano. Nel
senso che è l’espressione di una Terza Italia che sorpassa e sconfigge Milano sul piano della
competitività industriale, della flessibilità, del dinamismo nei mercati stranieri. 57
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

C’è poi un latente conflitto di valori tra Milano e la periferia lombarda, che si
può cogliere nella fase emergente della Lega. Milano è città aperta per definizione, da
sempre melting pot di grandi flussi migratori. Milano non può essere e non è mai stata
razzista, autarchica, xenofoba.
La provincia lombarda, al contrario, vive le tensioni di un processo di indu-
strializzazione rapido e recente, che sconvolge vecchie forme di identità. Gli slogan
iniziali della Lega contro i terroni e contro gli immigrati sono la prova evidente
delle tensioni tra Milano e la sua periferia. Inoltre la base sociale della Lega è più
sinceramente liberista e antistatale di quanto non lo sia la classe dirigente milanese.
La piccola e media impresa della periferia lombarda e del Triveneto, i lavoratori
autonomi e i liberi professionisti della ricca provincia nord-orientale sono ceti che
non dipendono dagli aiuti statali (commesse, cassa integrazione, sussidi per gli inve-
stimenti nel Mezzogiorno) o dalle banche pubbliche come la Montedison, la Fiat o
la Olivetti. L’arrampicata sociale di questi ceti deve molto di più all’assenza di Stato
che allo Stato (un po’ come per la Fininvest di Berlusconi). Si pensi al fenomeno
dell’evasione fiscale diffuso prevalentemente in queste categorie, all’uso di lavoro
nero e sommerso. Infine, per la natura flessibile di queste piccole imprese familiari,
esse soffrono meno l’assenza di un sistema-paese (infrastrutture, ricerca scientifica)
rispetto alla grande industria classica.
Perciò in definitiva la classe media che ha fatto la forza iniziale del leghismo è ancor
più risolutamente antiromana di quanto non lo sia la società civile milanese.
Ma la stessa crescita della Lega, tra il 1987 e il 1994, l’ha costretta a «milanesizzarsi».
La capitale lombarda, che negli anni Ottanta ha completato la sua mutazione da città
industriale a centro del terziario avanzato, ha sviluppato un nuovo tipo di leadership cui il
resto del Nord non può sottrarsi. Milano resta l’area metropolitana demograficamente più
importante di tutta l’Europa meridionale, è il cervello finanziario e informativo d’Italia, è il
centro dell’innovazione tecnologica, la piattaforma degli scambi commerciali internaziona-
li, la meta preferita degli investitori stranieri, il polo nazionale dell’import-export. Perciò la
Lega, nella fase della sua ascesa, supera le varie tappe del separatismo, del neoregionalismo e
delle macroregioni, per approdare all’obiettivo di portare il «Nord che produce» al governo
del paese. Cioè Milano a Roma.

Milano-Texas, la capitale virtuale


Per portare Milano a Roma ci vuole però una forza nazionale, e qui la Lega viene sop-
piantata brutalmente nel 1994 dallo scatto di Berlusconi, che lancia sul mercato politico
la novità di Forza Italia. Berlusconi ruba gran parte dei temi che hanno reso forte Bossi,
li propone in maniera più rispettabile e meno eversiva, è una figura di leader prestigiosa,
infine rassicura l’Italia del Sud: i milanesi occupano Roma per rimettere le cose in ordine,
non per spezzare l’unità nazionale.
Nell’analisi delle motivazioni di voto degli elettori di Forza Italia fatta da Mannheimer
58 risaltano tre orientamenti. Eccoli, in ordine d’importanza crescente: l’idea di un’autonomia
A CHE SERVE L'ITALIA

territoriale e della maggiore credibilità del Nord; il liberismo economico, con una simpatia
più marcata per la piccola impresa che per la grande industria infine «una fortissima affe-
zione, se non una vera e propria identificazione, con le reti Fininvest».
Fin dalla sua apparizione Forza Italia ruba elettori alla Lega tanto più facilmente nelle
grandi aree urbane, nelle zone dominate dai servizi e dalla grande impresa. La Lega canni-
balizzata si ritira a difendere le sue ultime roccaforti nella Terza Italia. Berlusconi occupa
Milano, che si propone come capitale politica perché è la città che effettivamente produce
e diffonde i valori dominanti nella società italiana (e non solo settentrionale) degli anni
Novanta.
La televisione commerciale modello Fininvest è stata l’arma segreta di Berlusconi.
Non per una inesistente manipolazione delle coscienze degli elettori attraverso il controllo
dell’informazione. Ma perché i valori Fininvest - molto più presenti nella tv di spettacolo
e di intrattenimento che nei telegiornali d’informazione - hanno costruito il successo del
personaggio Berlusconi. Il voto ha premiato quel modello culturale, che è poi la versione
italiana del modello americano, consumista e antistatalista, capitalista e cultore del successo
economico, un po’ darwiniano nell’ammirazione del più forte, ma temperato dalla giusta
dose di Dio-Patria-Famiglia.
Grazie a Berlusconi, Milano corona il suo sogno di essere capitale. Ma non perché ha
spedito qualche milanese nelle insidiose stanze del potere romano. Milano con l’industria
dei mass media che vi è largamente concentrata è la capitale virtuale dell’Italia televisiva, è
il crogiuolo di simboli di un paese iperconsumista e allergico alle leggi dello Stato, è capitale
terziaria nella società dell’informazione. Milano ha milanesizzato l’Italia attraverso il picco-
lo schermo, è la porta dell’Italia sull’America o su di un’Europa americanizzata.
Questa egemonia milanese sull’Italia, però, può difficilmente rilanciare lo Stato
italiano. I lombardi non sanno rinnegare le loro radici che affondano nell’Europa lo-
taringia, quella nata dopo la spartizione dell’impero di Carlo Magno, nel Trattato di
Verdun dell’843. E l’Europa che va dalla Frisia e dal plat pays fiammingo fino alle col-
line senesi, includendo l’Alsazia-Lorena, la Borgogna, un pezzo di Renania, la Svizzera,
la Lombardia e tutta la Terza Italia.
È un’Europa che per quasi un millennio ha difeso orgogliosamente la sua micro-
statualità, garanzia di autonomia per una società civile evoluta e intraprendente. È
la culla del capitalismo, custodita in una miriade di città-Stato e repubbliche demo-
cratiche. È stata da tempo immemorabile la terra dello Stato minimo, della libertà
d’impresa, delle poche tasse.
Perciò Milano, che viene da questa storia e che non sa immaginarsi un futuro molto
diverso dalle pagine migliori del suo passato, ha dapprima flirtato con le euroregioni, poi
con il federalismo, con Maastricht, infine con l’Europa anglosassone a dodici velocità, vasta
area di libero scambio.
È capitale di un paese lombardo-veneto destinato ad accomodarsi assai bene nella
futura Europa egemonizzata dalla Grande Germania, poiché la complementarità dell’Italia
settentrionale con l’economia tedesca è evidente da sempre. All’Italia intera questa Milano
non può proporre grandi progetti statuali. Può dare al paese solo il meglio di se stessa: una
forte spinta all’emancipazione della società civile, al far da sé. 59
COME BERLUSCONI HA INVENTATO IL PRIMATO DI MILANO

Note

14. I. DIAMANTI - R. MANNHEIMER, Milano a Roma. Guida all’Italia elettorale del 1994, Roma 1994, Don-
zelli, pp. XVI-XVII.
15. Ivi, p. IX.
16. G. MIGLIO, Io, Bossi e la Lega, Milano 1994, Mondadori, p. 77.
17. Ibidem.
18. A. LEPRE, Italia, Addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi, Milano 1994, Mondadori.
19. I. MONTANELLI, Milano ventesimo secolo. Storia della capitale morale da Bava Beccaris alle Leghe, Milano
1990, Rizzoli.
20. A. LEPRE, Storia della Prima Repubblica, Bologna 1993, il Mulino.
21. G. E. RUSCONI, Se cessiamo di essere una nazione, Bologna 1993, il Mulino, p. 10.
22. «Caf ti ho liquidato io», intervista con U. BOSSI di G. TURANI, la Repubblica, 13/1/1993.

60
A CHE SERVE L'ITALIA

ROMA CAPITALE
STA IN FONDO
ALLO STIVALE di Alberto CARACCIOLO

Dal Risorgimento a oggi, la Città Eterna ha perso la sua centralità


nelle rappresentazioni geopolitiche degli italiani. Non più
baricentro neutro del paese, ora è considerata parte del Sud e dei
suoi problemi. Un fenomeno accentuato dal trionfo di Berlusconi.

N EI DISCORSI CORRENTI AL GIORNO


d’oggi, Roma (con la sua provincia) viene indicata generalmente come appartenente al
Mezzogiorno d’Italia. Certo, la tradizione e la definizione geografica indicano sempre Roma
come parte integrante del Centro (comprendente con essa anche le antiche Legazioni pon-
tificie di Umbria e delle Marche, e poi la Toscana, e in rari casi l’Abruzzo). Però nel senso
comune e nell’«immagine» un po’ tutti coloro i quali abitano in località anche di poco più
settentrionali scontano invece, non senza qualche venatura di disprezzo, che Roma è Sud.
E dunque i romani sono «terroni», non meno di tutti gli altri che vivono al di sotto della
«linea gotica» dell’Appennino. Di conseguenza, non sarebbe lì che batte il cuore compatto
della nazione, anzi ci si troverebbe già nel pieno della «questione meridionale», con tutto
quel che ne discende, nella polemica politica attuale e nelle proposte neoregionaliste e neo-
federaliste.
La vittoria di Berlusconi ha spinto Roma, nella rappresentazione corrente, ancora più
in fondo allo Stivale. Gli homines novi del governo e del parlamento scendono nella capitale
con ostentato fastidio, avendo affidato la gestione delle loro aziende o dei loro uffici a figli
o fiduciari con la promessa che, una volta messe le cose a posto nell’accidiosa atmosfera
del Palazzo, faranno rientro alla base. E in cuor loro, temono di essere «infettati» dall’aria
gommosa di Roma, o quantomeno di suscitare tale sospetto nei loro elettori fieramente
nordisti.
Ma come si è giunti a questo modo di vedere (e al la buona dose di realtà che esso
contiene), se è vero che invece al momento in cui la città venne prescelta al vertice del gio-
vane Regno d’Italia le osservazioni che si facevano andavano quasi tutte in senso opposto? 61
ROMA CAPITALE STA IN FONDO ALLO STIVALE

Come, quando, attraverso quale itinerario si verificò (o fu sentito) questo processo di «me-
ridionalizzazione» e dunque anche di perifericità rispetto al contesto statuale e nazionale?
Sono domande che meritano qualche riflessione retrospettiva, storica.
Per la scelta della capitale va ricordato che l’opzione Roma, sul finire del Risorgimento,
non fu subito unanime. Nel 1860-’61, cioè quando venne a compiersi la maggior parte
dell’unificazione della penisola e delle sue isole, quella rivendicazione di un primato del
«Campidoglio» - così si usava dire - come simbolo della nuova unità era sì nel programma
della parte democratica, mazziniana, garibaldina (e neppure tutta), ma trovava deboli ed
esitanti consensi fra i moderati: era caduta la ingenua speranza di poter contare con Pio IX
su di un pontefice che fosse insieme capo della Chiesa cattolica romana e capo di una libera
confederazione di Stati, convergenti in Roma. Soprattutto dal Piemonte giungevano idee
«antiromane», che volevano la perpetuazione di Torino nella funzione di capitale anche del
nuovo Regno, e alla Camera subalpina si creò perfino un partito che si batteva per questo,
detto «la Permanente».
È anche noto come in quel marzo del 1861, cruciale per tutte le decisioni sull’assetto
dello Stato in fieri, la questione della capitale venisse presa di petto dal premier, il conte di
Cavour, e da lui riassunta in un’unica e netta decisione: la capitale predestinata non poteva
non essere Roma. E fra i diversi motivi che accreditavano tale decisione, molto carichi di
valenze morali, ideali, diplomatiche, trovò un posto di rilievo in quella storica discussione
parlamentare l’esigenza di massima centralità rispetto alle antiche capitali e per conseguen-
za il bisogno di trovare un luogo quanto più possibile equidistante rispetto a queste ultime.
Altrove, in Europa, più che la centralità aveva contato la grande dimensione urbana, som-
mata a lunga tradizione di presenza della Corte. Nel caso italiano occorreva in certo senso
l’opposto: darsi una capitale non troppo forte, non troppo periferica, non identificabile
con una singola dinastia ereditaria. Più piccola di due pretendenti come Napoli e Milano
ma anche più centrale: a parte Firenze, che aveva funzionato da sede provvisoria fino al
1870 e che era carica di illustre passato, c’era solo Roma.
Dunque, sotto ogni aspetto, una città «neutrale». Ma ovviamente la neutralità sul
territorio è un dato che non può risolversi nella scelta di un sito o in una misura geodetica,
che per definizione sono stabili. Se diciamo che Roma capitale nell’ultima parte dell’Otto-
cento non venne da molti italiani ritenuta tale, la causa di questo rifiutato riconoscimento
va cercata sotto altri profili, secondo altri elementi. Dai quali va escluso preventivamente
quello delle sue dimensioni demografiche: tanto è vero che come crescita, comparata a
quella delle maggiori città italiane, fu Roma a guadagnare di più, a superare tutte le rivali,
in definitiva a escluderle ormai dal «pericolo» di poter sbilanciare sotto questo profilo una
o l’altra delle sue concorrenti.
Ancora verso gli albori del nostro secolo la città di Roma, malgrado l’accelerato pro-
cesso di immigrazione da altri luoghi, non poteva pensare di riuscire a far ombra alle altre
e rimaneva in un ruolo neutrale e sentito anche geograficamente come centrale, a metà
strada fra un orgoglioso «Stato di Milano» e i grandi spazi verdi del Mezzogiorno.
La constatazione, la consapevolezza di una perdita di centralità di Roma si affacciano
- si consenta questa inconsueta periodizzazione - negli anni che nella «grande politica»
62 corrispondono alle guerre dell’Italia contro la Turchia prima, contro gli Imperi centrali
A CHE SERVE L'ITALIA

poi. Anni nei quali sono comprese fra l’altro due circostanze esteriori ma emblematiche in
quanto estremo tentativo di confermare in Roma il centro riconosciuto e riconoscibile del-
lo Stato: l’Esposizione internazionale del cinquantenario della proclamata capitale e l’inau-
gurazione del colossale monumento a Vittorio Emanuele II, entrambe avvenute nel 1911.
A quanto pare, nella classe di governo e nella pubblica opinione prese rilievo solo allora la
polemica, prima piuttosto sotterranea e marginale, contro una capitale meridionalizzata e
ingiustamente eccentrica rispetto al Settentrione.
Ma questa visione ancora abbastanza idillica dei divari regionali, che evidentemente si
giudicavano non irrimediabili e comunque esorcizzabili con la celebrazione e con la spet-
tacolarità orchestrata grazie alla regia dello Stato, non corrisponde all’aggravarsi concreto e
misurabile del divario regionale fra due Italie, delle quali alla capitale non riesce più di esser
mediatrice. Essa si gonfia sì di popolazione, ma come assetto produttivo e sociale appare
essere come risucchiata nel sottosviluppo meridionale, ora che il Nord «decolla» lungo
direttrici di tipo europeo.
è dopo di allora - diciamo dall’età giolittiana in poi - che Roma, con le aree conter-
mini, può a buon titolo essere considerata come facente parte del Mezzogiorno d’Italia.
A livello economico il sigillo verrà posto dagli atti legislativi con i quali l’applicazione dei
benefici privilegiati della cosiddetta Cassa del Mezzogiorno viene estesa a una parte della
provincia romana e del Lazio: dunque, mezzo secolo dopo la data convenzionale del 1911.
E a livello sociale si riscontrerà un apporto dominante dei flussi dal Sud già in fenomeni di
importazione linguistica da Napoli e da altre zone meridionali, amplificati dal «modello» di
lingua offerto da radio e televisione, che si appropria sempre di più di vocaboli e inflessioni
tratte dall’idioma romanesco.
Qui si potrebbe continuare con ben maggiore documentazione e con analisi speci-
fiche in varie direzioni Ad esempio, sarebbero da chiamare in causa tanti altri terreni, sui
quali i valori attribuiti alla città di Roma o al Lazio si sono avvicinati nel corso del nostro
secolo ai valori attribuiti a Bari o a Palermo o a intere regioni meridionali, mentre si sono
resi più distanti dai valori sui quali si attesta il Nord nei suoi vari comparti e nei suoi mag-
giori centri urbani.
E c’è un terreno, che riassume questa dinamica in modo evidente: la persistente resi-
stenza di Roma a farsi industriale, tecnicamente moderna, imprenditoriale, in modo con-
frontabile anche da lontano a quanto accade nello stesso lasso di tempo in tre o quattro
regioni italiane della Valle Padana. I tentativi di sviluppare Roma al passo con tali regioni
e con i relativi reticoli urbani più dinamici sono sempre falliti. E sì che in alcuni casi, rifiu-
tando la logica retriva secondo cui la capitale doveva tenersi alla larga da fiumi di ciminiere
e da pericolosità di classi operaie, a più riprese governi e amministrazioni civiche cercarono
di favorire il circolo vizioso per il quale sembrava impossibile esercitare un forte richiamo
in una metropoli tutta «terziaria» e impigrita nella routine dei ministeri, dei pubblici ser-
vizi, di una sorta di parassitismo improduttivo e mediocre. Cominciò Giolitti con leggi
speciali intese a creare un nucleo industriale in certi quartieri, seguitò un comitato «per
il risorgimento economico di Roma», che fra l’altro spingeva ad espandere Roma fino al
mare (si era intorno alla Grande Guerra), venne poi il governatorato fascista dell’«Urbe» a
provarsi a disseminare intorno a Roma fabbriche di interesse bellico. Fallite queste prove, 63
ROMA CAPITALE STA IN FONDO ALLO STIVALE

si è ancora immaginato di potere dar vita a installazioni di fabbriche capital intensive di


prodotti chimici e farmaceutici; anch’esse però non hanno potuto resistere alla concorrenza
in momenti di cattiva congiuntura come quello dei nostri anni Novanta. Seguendo anche
in ciò gli sforzi e i disastri dei tentativi pubblici e privati di industrializzare e mobilitare il
Mezzogiorno.
Un ultimo passo nella stessa direzione si è avuto, infine, come conseguenza dell’assetto
europeistico comunitario. È ben vero che tutto o quasi tutto cominciò con il Trattato di
Roma del 1957. Ma dopo di allora le spaccature fra l’area forte settentrionale della Ue e
l’area più depressa dei paesi mediterranei hanno finito per aumentare il divario anche fra
due Italie: quella tendenzialmente «europea» di Milano e del Nord e quella ritardataria e
sempre in cerca di aiuti e incentivi che va precisamente dalla zona di Roma fino all’estremi-
tà dei territori che si inoltrano verso la sponda islamica e verso le altre penisole di Spagna e
di Grecia, arretrate anch’esse.
La meridionalizzazione ormai compiuta per intero della città del Tevere non si mi-
sura dunque più in base alla prossimità o meno all’«ombelico» di Rieti, vero centro
geografico dell’Italia (e neppure dal numero di cittadini nati a sud di Roma, dato che
tanti figurano residenti sì, ma sono tali in realtà soltanto per seconda o terza generazio-
ne). Si misura nella involuzione della struttura sociale ed economica quale qui è dato
individuare a tutt’oggi; che continuamente torna a inglobare e «contaminare», con il
Mezzogiorno, la città e l’area di Roma in un modello che la estranea dagli sviluppi euro-
centrici dell’altra parte del paese.

64
A CHE SERVE L'ITALIA

PERCHÉ IL PAPA POLACCO


VUOLE SALVARE
L’UNITÀ D’ITALIA di Marco IMPAGLIAZZO

Il nostro paese è il perno della visione geopolitica di Giovanni


Paolo II. Ad esso, polo magnetico dell’Europa cristiana, Wojtyla
guarda come al trampolino geopolitico per l’evangelizzazione
del Sud del mondo. Una peculiare teologia della nazione.

I L 6 GENNAIO 1994 GIOVANNI PAOLO II HA


rivolto una pubblica lettera ai vescovi italiani parlando dell’Italia. È un documento in cui
ribadisce il significato del nostro paese per la Chiesa cattolica: «Come vescovo di Roma»,
scrive, «mi rivolgo con profondo affetto a voi, vescovi delle chiese che sono nella penisola
e nelle isole, vescovi del Nord, del Centro e del Sud dell’Italia, per condividere preoccupa-
zioni e speranze e, in particolare, per render testimonianza a quell’eredità di valori umani
e cristiani che rappresenta il patrimonio più prezioso del popolo italiano». Per la Chiesa
di Roma l’Italia unita ha un senso e una funzione. Il papa fa pesare tutta l’autorità sua e
della sua Chiesa in favore dell’unità del paese: «(...) L’eredità dell’unità, anche al di là della
sua specifica configurazione politica, maturata nel corso del secolo XIX, è profondamente
radicata nella coscienza degli italiani che, in forza della lingua, delle vicende storiche, della
comune fede e cultura, si sono sempre sentiti parte integrante di un unico popolo. Questa
unità si misura non sugli anni, ma su lunghi secoli di storia» (23).
Tali affermazioni acquistano un significato ancor più forte se inserite nel clima e nel
dibattito politico-culturale italiano attuale. Il papa interviene direttamente, seppure con il
linguaggio tipico dei documenti ecclesiastici. Per lui la questione dell’unità nazionale non
può essere abbandonata ad un dibattito politico contingente: il papa la vede sub specie ae-
ternitatis, forse perché la sente strettamente congiunta alla «missione» della Chiesa di Roma
nel mondo. Si può restare stupiti di simili posizioni, se si pensa all’estraneità storica della
Santa Sede al processo di unificazione nazionale, quando gli Stati pontifici venivano con-
siderati un insostituibile baluardo per l’indipendenza del papato da ogni potere temporale.
Per papa Wojtyla non bisogna ritornare su questa storia risorgimentale: sono contingenze
politiche, mentre il vero problema è difendere l’Italia unita e proiettarla nel futuro. 65
PERCHÉ IL PAPA POLACCO VUOLE SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

Il papa di origine polacca parla da italiano, quando sottolinea il valore politico e cul-
turale dell’Italia. Il papa polacco si presenta quasi più italiano dei suoi predecessori italiani.
Gli ultimi pontefici, a partire da Pio XII, avevano, infatti, cercato di disincarnare il papa
dalla sua origine italiana: questo era una delle conseguenze della politica di internaziona-
lizzazione del papato. Pio XII, in particolare, tendeva a trasmettere l’immagine di un papa
«cittadino del mondo e padre comune». Quando si rivolgeva agli italiani, addirittura, era
solito dire «vostra patria», non nostra (24).
I papi italiani avevano messo in ombra la loro origine nazionale, pur non riuscendo
a non partecipare alle vicende italiane. Pio XII aveva seguito ansiosamente la vita politica
italiana tra guerra e dopoguerra. Paolo VI era legato personalmente a una parte della classe
dirigente democristiana, segnatamente a De Gasperi e poi a Moro. Qualche studioso ha
parlato di lui come del «primo papa democristiano». Da molte parti, soprattutto all’inter-
no della stessa Chiesa cattolica, si sperava, dopo la morte di Paolo VI, nell’elezione di un
papa meno italiano, non legato ad una nazione, che potesse rappresentare meglio il respiro
universale della Chiesa e la rottura con ogni continuismo nazionale.
In questo clima nacque l’idea di un papa non italiano tra i cardinali e nell’opinione
pubblica. Ha scritto Jemolo dopo l’elezione di Giovanni Paolo II: «Per l’Italia è stato un
bene, in quanto ha reciso quei fili che avevano tenuto fin qui unita la Curia romana ad una
certa formazione politica italiana: almeno questo è un pontefice che non ha nessun amico
intimo e non ha nessun contrasto con personalità politiche italiane. È un uomo veramente
nuovo per l’Italia» (25).

Teologia della nazione


Giovanni Paolo II non ha nascosto la sua origine polacca e slava spersonalizzandosi
sotto l’autorità papale (26). Nel primo messaggio Urbi et Orbi, indirizzato alla Chiesa e al
mondo, il giorno successivo all’elezione, il 17 ottobre 1978, il papa cita con commozione
la sua patria: «Consentiteci di aggiungere, per l’amore incancellabile che portiamo alla terra
d’origine, un distinto, specialissimo saluto sia a tutti i concittadini della nostra Polonia
semper fidelis, sia ai nostri vescovi, sacerdoti e fedeli della Chiesa di Cracovia: è un saluto
nel quale ricordi e affetti, nostalgia e speranza indissolubilmente s’intrecciano» (27). Non
si tratta di un saluto occasionale; c’è in Wojtyla la convinzione del senso provvidenziale
del legame tra il nuovo papa e la sua terra d’origine. Il papa non rinnega o scolora la sua
provenienza polacca, anzi ne fa una delle chiavi di lettura del suo pontificato. Nel primo
viaggio in Polonia, il papa dichiara di portare «nel suo animo profondamente impressa
la storia della propria nazione dai suoi stessi inizi, ed anche la storia dei popoli fratelli e
limitrofi» (28).
Il papa sa di essere espressione di quella Polonia in cui si era sviluppato a partire dal
XIX secolo un forte messianismo nazionale. Tale messianismo polacco non si fondava sol-
tanto sulla difesa dell’identità nazionale, ma rappresentava un’idea spirituale in cui le sorti
della Polonia, «Cristo tra le nazioni», finivano per identificarsi con quelle del cattolicesi-
66 mo. La Polonia, come un antemurale, incarnava la Chiesa di Roma di fronte all’Oriente
A CHE SERVE L'ITALIA

ortodosso. Ma forse il paese di origine del papa rappresentava qualcosa di più, per la sua
partecipazione alla comunità dei popoli slavi, per la sua collocazione nell’Est comunista.
Quando il papa parla della Polonia allude spesso all’unione con i popoli limitrofi, al «com-
monwealth» polacco realizzatosi in alcune stagioni della storia nazionale.
L’elezione di un papa polacco confermava l’idea di un ruolo particolare del cattoli-
cesimo polacco, premiava il suo grande contributo al cristianesimo europeo. È un’idea
ignorata molto spesso dal resto dell’Europa, ma popolare tra i polacchi e radicata nella
cultura del paese . Il cardinale Wyszynski ha espresso questa idea in vari suoi interventi:
«Bisogna difenderci contro l’occidentalizzazione della Chiesa cattolica. Se ci fossero state
solo le Chiese germaniche e romane senza la Chiesa slava, allora la Chiesa non avrebbe
avuto più consistenza». È una vera «teologia della nazione», piuttosto ignorata dalla cultura
teologica contemporanea, ma diffusa tra i cattolici polacchi. Nel 1982 un teologo polacco
scriveva: «La nazione polacca è cosciente che Dio le assegna un doppio compito: l’uno in-
terno, che tocca essa stessa e i suoi membri, e l’altro esterno che tocca le altre nazioni e tutta
l’economia divina. Grazie alla sua identità e alla sua individualità essa serve le altre nazioni,
completa quello che manca loro (...)» (29).
Lo stesso Wojtyla condivide questa sensibilità, quando solennemente proclama, nel-
l’enciclica Slavorum Apostoli, di essere «il primo papa chiamato dalla Polonia e quindi dal
cuore delle nazioni slave» (30). In una lettera «ai fedeli polacchi» dell’ottobre 1978, rivol-
gendosi al cardinale Wyszynski, presenta la storia della Chiesa polacca come una premes-
sa necessaria e provvidenziale al suo pontificato: «Venerabile e diletto Cardinale Primate,
permetti che ti dica semplicemente ciò che penso. Non ci sarebbe sulla cattedra di Pietro
questo papa polacco (...) se non ci fosse la tua fede, che non ha indietreggiato dinanzi al
carcere e alla sofferenza. Se non ci fosse Jasna Gora, e tutto il periodo della storia della
Chiesa della nostra patria» (31).
Per Giovanni Paolo II, non solo la Polonia ha una missione, ma tutte le nazioni e in
particolare l’Italia. E la missione nazionale è spiegata da Giovanni Paolo II sia sul versante
interno della società come su quello esterno delle relazioni internazionali e del rapporto
con gli altri popoli. Il papa non giunge all’universalità facendo astrazione dalle storie e dalle
identità nazionali, ma quasi ricomponendole tutte in una lettura generale. Si muove, quin-
di, in un senso differente da coloro che auspicavano un papato sovranazionale. Nel concla-
ve da cui uscì eletto il primo papa polacco della storia, i cardinali italiani non erano più stati
in grado di esprimere un proprio candidato. Il cardinale Marty, allora arcivescovo di Parigi,
ha ricordato a proposito di quel conclave: «Si era perduta una giornata per sapere se ci diri-
gevamo in Italia oppure no». Come ha notato Andrea Riccardi, «nella contrapposizione tra
i candidati italiani pesarono, in un certo senso, anche i problemi nazionali. Non ultimo ci
fu l’atteggiamento che la Santa Sede avrebbe dovuto assumere di fronte al comunismo, in
un’Italia dove il governo Andreotti si reggeva sull’appoggio dei comunisti» (32).
L’elezione di un papa non italiano, dopo quattro secoli, fu peraltro il frutto di un
lungo processo di internazionalizzazione della Curia e del Sacro Collegio inaugurato da
Pio XII e attuato da Giovanni XXIII e Paolo VI. Con l’elezione di Karol Wojtyla il papato,
e non solo il papa, si «snazionalizza» senza cancellare l’origine nazionale del pontefice (si
era auspicato, al contrario, che i suoi predecessori italiani mettessero sempre più tra paren- 67
PERCHÉ IL PAPA POLACCO VUOLE SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

tesi la provenienza nazionale per esaltare la figura di un papa cittadino del mondo) (33).
L’itinerario di papa Wojtyla è particolare: non rinuncia alla sua identità, valorizza le altre
identità nazionali, e giunge all’universalità quasi «passando» per le nazioni e indicando le
loro diverse vocazioni in un’armonia generale.

‘Vescovo di Roma, polacco di origine’


Il papa è anzitutto vescovo di Roma, ma pure primate d’Italia. La storia della Chiesa
polacca, soprattutto recente, aveva enfatizzato il ruolo del primate come punto di forza del-
l’unità tra i vescovi. Era stato il primate Wyszynski a dettare la strategia della Chiesa sotto
il regime comunista, nonostante le perplessità della Santa Sede e di alcuni settori cattolici
polacchi. Giovanni Paolo II insiste sull’essere vescovo diocesano di Roma. Vuole conoscere
la diocesi e gira per le sue parrocchie. Roma diventa il punto centrale della geografia del
papa.
Giovanni Paolo II si definisce «nuovo vescovo di Roma, polacco di origine» (34),
adombrando quindi un’implicita provocazione nella sua provenienza geografica diversa
rispetto ai predecessori. Del resto è normale, eccetto nei territori di missione dove non
esiste ancora un clero autoctono maturo, che il vescovo sia originario del paese, se non della
stessa regione. Il papa ha ammesso l’esistenza di questa provocazione nella sua origine: «Si
e preteso, non senza ragione, che il papa, in quanto vescovo di Roma, dovesse appartenere
alla nazione dei suoi diocesani». E aggiunge: «Esprimo gratitudine ai miei diocesani roma-
ni che hanno accettato questo papa venuto dalla Polonia come un figlio della loro stessa
patria» (35). E il papa polacco sente, agisce e parla come un vescovo italiano dal momento
della sua elezione.
Spesso ci si è soffermati ad analizzare l’impostazione teologica di questo papa o la
sua cultura filosofica. Tuttavia accanto a queste non si può sottovalutare la sua visione
geopolitica. Il papa è un uomo venuto dall’Est, ma bisogna anche notare il suo interesse
per il mondo (fin da quando era arcivescovo di Cracovia si distingueva per i suoi nume-
rosi viaggi). Nel suo pontificato è presente l’aspirazione all’universalità, ma non come un
fatto teorico quanto nel senso di una ricomposizione dei diversi destini nazionali, come si
vede dai numerosi viaggi in tutte le parti del mondo. Si potrebbero rileggere i discorsi di
Giovanni Paolo II, specie durante le sue visite, per trarne quasi una «geografia spirituale»
della vocazione delle nazioni.
In questo quadro l’Italia ha una sua funzione. Si può dire che Giovanni Paolo II riversa
sulla «nazione italiana» quella stessa enfasi che mostra nel considerare la vocazione della
Polonia. Anzi, in un certo senso, nella visione geopolitica del papa, l’Italia ha un posto
preminente rispetto agli altri popoli europei. Nel 1986 il papa si reca al Quirinale, un luogo
delicato per essere stato in passato residenza di tanti pontefici, dove, dopo la drammatica
visita di Pio XII ai sovrani italiani nel 1939, ogni passaggio dei suoi predecessori aveva
avuto un forte rilievo. Nella residenza del presidente della Repubblica, di fronte a Cossiga,
Giovanni Paolo II traccia la vocazione dell’Italia nella sua visione: «Il Popolo italiano è de-
68 stinatario e custode privilegiato dell’eredità degli apostoli Pietro e Paolo: un’eredità squisi-
A CHE SERVE L'ITALIA

tamente spirituale, vale a dire culturale, morale e religiosa insieme; un’eredità viva, come di-
mostra non solo una secolare ininterrotta testimonianza di santità, di carità, di promozione
umana, ma anche il creativo inserimento della comunità dei credenti nell’odierna realtà
sociale, un’eredità, infine, che dà quasi particolare connotazione al riconosciuto apporto
dell’Italia a favore della comprensione, della fratellanza e della pace fra i popoli del mondo»
(36). L’Italia non ha una sua importanza solo per la Chiesa cattolica, ma ha una sua funzio-
ne politica internazionale in Europa, tra Est e Ovest, tra Nord e Sud. Si comprendono così
le preoccupazioni del papa per l’unità d’Italia.

L’Italia secondo papa Wojtyla


Infatti la citata lettera ai vescovi italiani colloca l’Italia di fronte alle sue respon-
sabilità nel mutato quadro geopolitico post-Ottantanove. Crescono, secondo il papa,
le responsabilità del paese: i prossimi anni sono ricchi di «grandi sfide e nuovi scena-
ri». Da qui la domanda: «Quali sono le possibilità e le responsabilità dell’Italia?». La
risposta del papa è immediata: «Sono convinto» egli dice, «che l’Italia come nazione
ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa». (...) All’Italia, in conformità alla sua storia,
è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio
religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. «Di questo preciso
compito», prosegue il papa, «dovrà avere chiara consapevolezza la società italiana nel-
l’attuale momento storico, quando viene compiuto il bilancio politico del passato, dal
dopoguerra ad oggi».
L’Italia non può buttare via tutta la sua storia antica e recente, perché ha una fun-
zione in Europa come l’ha per l’intero cattolicesimo universale. La presenza del papa a
Roma non riguarda solo la città, ma l’intero paese.
La vera novità geopolitica dell’attuale pontificato sta nello spostamento ad orien-
te. Giovanni Paolo II ha potuto condurre con maggior forza una politica verso l’Est che
Giovanni XXIII e Paolo VI avevano appena abbozzato. A partire dalle radici cristiane del-
l’Europa, Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo ministero, mentre si è ancora in un’Eu-
ropa uscita dagli equilibri di Jalta, immagina il vecchio continente unito «dall’Atlantico
agli Urali» (37). Per il papa l’Europa, malgrado la profonda divisione in due sistemi, rap-
presenta un unicum inscindibile. Il riscatto della Polonia, la fraternità con i popoli slavi,
il superamento della spartizione di Jalta e la riconciliazione tra cattolici e ortodossi sono
i cardini della sua visione europea. Già nel 1979, nella cattedrale di Gniezno in Polonia
antica sede primaziale, si era chiesto: «è possibile che Cristo non voglia, che lo Spirito Santo
non disponga, che questo papa polacco, questo papa slavo, proprio ora manifesti l’unità
spirituale dell’Europa cristiana?» (38).
Uno dei suoi più grandi problemi è quello di compiere l’unità spirituale di questa
Europa dall’Atlantico agli Urali. E proprio a partire da questa «spiritualità geografica» -
come egli stesso l’ha definita - il posto e il ruolo di Roma e dell’Italia sembrano decisivi. «Il
papa deve avere una geografia universale», ha detto durante uno dei suoi viaggi; in questa
geografia Roma e l’Italia diventano un punto determinante, centrale. Ovunque, nel mon- 69
PERCHÉ IL PAPA POLACCO VUOLE SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

do, Giovanni Paolo II si presenta come il «vescovo di Roma». Da Roma affronta i problemi
del mondo, anche se sceglie il viaggio come strumento di contatto e di irradiazione del suo
messaggio. «Il papa», ha detto ad Assisi nel 1978, «che a motivo della sua missione deve
avere dinanzi agli occhi tutta la Chiesa universale, nelle varie parti del globo, ha bisogno in
modo particolare nella sua sede di Roma dell’aiuto del santo Patrono d’Italia, ha bisogno
dell’intercessione di S. Francesco d’Assisi» (39).
Ma Roma non è avulsa dall’Italia. L’Italia, secondo Wojtyla, ha un patrimonio storico,
culturale e religioso unico tra le nazioni. C’è in Giovanni Paolo II una fiducia nell’Italia
che configura quasi un patriottismo sui generis. All’Italia il papa affida con grande solennità
«il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a
Roma dagli apostoli Pietro e Paolo» (40). Roma e l’Italia sono, nel pensiero di questo papa,
l’antemurale del cristianesimo in Europa e da qui nel mondo. Un secondo documento
accanto a quello citato del gennaio 1994 è molto interessante. Si tratta di una meditazione
fatta dal papa nel marzo ‘94 sulla tomba di S. Pietro con i vescovi italiani. E la meditazione
che apre «la grande preghiera per l’Italia» voluta da Giovanni Paolo II per rilanciare la pre-
senza cattolica nel nostro paese e per ribadire il ruolo dell’Italia nella ricostruzione dell’Eu-
ropa cristiana. In questo documento, il papa ripercorre la bimillenaria storia cristiana del
paese, ricordando l’opera e la testimonianza dei più grandi santi italiani. E conclude con un
accorato appello al popolo italiano: «Questo popolo, con la sua tradizione mediterranea,
e con le sue ascendenze greco-romane, questo popolo protagonista di eventi di carattere
decisivo per la storia umana, sta davanti a noi (...). Preghiamo, in modo particolare, per
gli attuali figli e figlie dell’Italia, perché diventino degni di una così significativa eredità, e
sappiano esprimerla nella loro vita presente individuale, familiare e sociale nell’economia e
nella politica» (41). A partire dall’Italia e dalle sue radici cristiane il papa può realizzare quel
disegno unitario per l’Europa. L’interesse per l’Italia, perché sia all’altezza della sua storia, gli
interventi in difesa dell’unità italiana, l’attenzione ai problemi sociali, politici ed economici
del paese, le forti prese di posizione contro i fenomeni mafiosi, le visite ai luoghi colpiti da
calamità naturali (viaggi in Val Nerina e in Irpinia dopo il terremoto) nascono dalla sua
coscienza di essere il primate della Chiesa italiana che deve guidare l’Italia ad assumersi le
sue responsabilità. Il papa vuole conoscere il paese e compie un numero impressionante
di viaggi su tutto il territorio nazionale: dall’inizio del suo pontificato si contano ben 116
«visite pastorali» in Italia.
Roma e l’Italia, dunque, diventano il punto di partenza della missione universale di
Wojtyla, la sua visione geopolitica mondiale, tendente ad eliminare ogni impedimento
politico e ideologico alla missione della Chiesa e all’evangelizzazione dei popoli, ha il suo
baricentro a Roma. Dice nel novembre 1978, dopo la sua elezione: «L’Italia! Roma! Questi
nomi mi sono stati sempre vicini e cari. La storia della Polonia, la storia della Chiesa, sono
piene di avvenimenti che mi avvicinavano Roma e l’Italia, e che me le rendevano care,
direi mie. Cracovia, la città dalla quale provengo, spesso viene chiamata la “Roma polacca”.
Spero che, venendo dalla “Roma polacca” alla Roma eterna potrò, come Vescovo di Roma,
servire (...) tutti» (42). Roma è per lui l’inizio di un cammino universale tra le nazioni e nel
mondo che, però, parte e torna, nella città e nella nazione italiana.
70 L’Italia, con la sua posizione geografica protesa tra Europa e Africa e tra Europa occi-
A CHE SERVE L'ITALIA

dentale e Balcani, rappresenta per papa Wojtyla un punto privilegiato di osservazione da


cui rivolgersi ai paesi situati al di là del mare o delle Alpi. Significativo è il caso delle visite
pastorali in Puglia nel corso degli anni Ottanta, utilizzate per parlare all’Albania ancora
chiusa nel regime comunista. Anche in tempi più recenti, dall’Italia e ancora dalla Puglia
(come nella visita a Lecce) si è rivolto «alle Nazioni che si trovano sull’altra sponda del-
l’Adriatico. Penso», ha detto il papa, «all’amata Albania, giovane nella sua ritrovata demo-
crazia; alla Grecia, faro di civiltà e sorella nella fede; alle travagliate regioni dei Balcani, e in
special modo a Sarajevo, città martire di questo ultimo scorcio di millennio» (43).
Proprio da una città italiana, Ravenna, Giovanni Paolo II ha lanciato l’idea della neces-
sità di rifondare la cultura europea. È un compito che il papa sente come «impresa decisiva
e urgente del nostro tempo» (44). Questa città italiana per il papa ha rappresentato nella
storia «il ponte ideale tra Oriente e Occidente da cui (...) si avviò quell’ininterrotto scambio
di fede, di cultura e di civiltà tra i popoli e le Chiese, che tanto contribuì all’affermarsi di
un’Europa unita nella fede, pur nella pluralità delle tradizioni locali». Dall’Italia, dunque,
il papa immagina il suo disegno di riconquista di un’Europa che va rievangelizzata per poi
ritrovare la sua vocazione mondiale. È vero che il papa polacco ha spostato l’attenzione
della Chiesa verso il Sud del mondo, ma per compiere questa operazione l’Europa diviene
decisiva, quasi un «trampolino geopolitico». Per Giovanni Paolo II, infatti, la premessa
fondamentale per l’evangelizzazione del mondo intero sta proprio nella rievangelizzazio-
ne dell’Europa. La sua visione per il vecchio continente è chiara e impegnativa: «Oggi,
dopo venti secoli», dice nel 1986, «la Chiesa avverte l’urgenza e il dovere di portare avanti
con rinnovata efficacia l’opera dell’evangelizzazione nel mondo e della rievangelizzazione
dell’Europa. È una scelta pastorale, riproposta nella prospettiva del Terzo Millennio, che
scaturisce dalla missione di salvare tutto l’uomo e tutti gli uomini nella verità di Cristo.
Oggi più che mai, l’evangelizzazione del mondo è legata alla rievangelizzazione dell’Eu-
ropa. (...) La gloriosa tradizione culturale europea, se riscoprirà se stessa e le proprie radici
cristiane, non mancherà di contribuire alla crescita in civiltà e alla promozione della pace
nel mondo intero» (45). E l’Italia sembra essere la premessa indispensabile per realizzare
questa visione.

Note
23. Lettera di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani, 6 gennaio 1994, in Il papa all’Italia, Bologna 1994, Edizioni
Dehoniane.
24. Per una visione complessiva del pontificato di Giovanni Paolo II si vedano in particolare A. RICCARDI, Il
potere del papa. Da Pio XII a Giovanni Paolo II, Roma-Bari 1993, Laterza; L. ACCATTOLI - D. DEL RIO,
Wojtyla. Il nuovo Mosè, Milano 1988, Arnoldo Mondadori; N’ayez pas peur! André Frossard dialogue avec Jean-
Paul II, Parigi 1982, Robert Laffont; G. ZIZOLA, La restaurazione di papa Wojtyla, Roma-Bari 1985, Laterza;
M. MALINSKI, Le radici di papa Wojtyla, Roma 1980, Borla; B. LAI, I segreti del Vaticano da Pio XII a papa
Wojtyla, Roma-Bari 1984, Laterza; J. GAWRONSKI, Il mondo di Giovanni Paolo II, Milano 1994, Arnoldo
Mondadori. La citazione di Pio XII è in A. RICCARDI, Il potere del papa, cit., p. 352. 71
PERCHÉ IL PAPA POLACCO VUOLE SALVARE L’UNITÀ D’ITALIA

25. A.C. JEMOLO, «Recisi i fili con la Curia», in A. BISCARDI - L. LIGUORI, (a cura di), Il papa dal volto
umano, Milano 1979, Rizzoli.
26. A RICCARDI, Il potere del papa..., cit., p. 353.
27. Primo radiomessaggio Urbi et Orbi di Giovanni Paolo II, 17 ottobre 1978, in Insegnamenti di Giovanni Paolo
II, Città del Vaticano 1979, Libreria Editrice Vaticana, tomo I, pp. 4-25.
28. Insegnamenti..., cit., tomo II, 1, pp. 1399-1406.
29. R. LUNEAU, (a cura di), Le rêve de Compostelle. Vers la restauration d’une Europe chrétienne?, Parigi 1989,
Centurion, pp. 54-55.
30. Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II, Slavorum Apostoli, Bologna 1985, Edizioni Dehoniane.
31. Lettera di Giovanni Paolo II ai fedeli polacchi, 24 ottobre 1978, in Insegnamenti..., cit., t. I, pp. 51-54.
32. A. RICCARDI, Il potere del papa, cit., p. 349.
33. Ivi, p. 351.
34. Omelia di Giovanni Paolo II durante il rito della presa di possesso del Laterano, in Insegnamenti..., cit., tomo
I, pp. 142-146.
35. L. ACCATTOLI - D. DEL RIO, Wojtyla. Il nuovo Mosè, cit., p. 94.
36. Allocuzione di Giovanni Paolo II al Quirinale, 18 gennaio 1986, in Insegnamenti..., cit., tomo IX, 1, pp. 137-
141.
37. Omelia di Giovanni Paolo II nella cattedrale di Spira, 4 maggio 1987, in Insegnamenti.., cit., tomo X, 2,
pp.1593-1602.
38. Omelia di Giovanni Paolo II nella cattedrale di Gniezno, 3 giugno 1979, in Insegnamenti..., cit., tomo II, 1,
pp. 1399-1406.
39. Discorso di Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Francesco ad Assisi, 5 novembre 1978, in Insegnamenti...,
cit., tomo I, pp. 96-99.
40. Lettera di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani, 6 gennaio 1994, in Il papa all’Italia..., cit.
41. Meditazione di Giovanni Paolo II con i vescovi italiani, 15 marzo 1994, «La grande preghiera per l’Italia e con
l’Italia», supplemento a L’Osservatore Romano, 15/3/1994.
42. Saluto di Giovanni Paolo II ai fedeli in piazza S. Pietro, 5 novembre 1978, in Insegnamenti..., cit., tomo I, pp.
94-95.
43. L’Osservatore Romano, 19-20/9/1994, p. 5.
44. Omelia di Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Apollinare in Ravenna, 11 maggio 1986, in Insegnamenti. cit.,
tomo IX, 1, pp. 1373-1380.
45. Discorso di Giovanni Paolo II al convegno europeo dei missionari di emigrazione, 27 giugno 1986, in Inse-
gnamenti..., cit., tomo IX, 1, pp. 1949-1952.

72
A CHE SERVE L'ITALIA

LA RIMOZIONE
DELLA
DISUNITÀ di Aurelio LEPRE

La responsabilità degli intellettuali nella rimozione delle cause


geopolitiche e culturali delle nostre divisioni interne. Le eredità
degli Stati preunitari e delle ‘nazioni’ italiane. Rileggiamo
Durando, Niceforo e Gramsci per capire Bossi e Miglio.

N ON C’È ALCUN DUBBIO CHE LA CUL-


tura italiana sia stata colta di sorpresa dall’apparizione del leghismo e che abbia reagito,
all’inizio, in maniera irrazionale invece di chiedersi quali erano le ragioni che stavano pro-
vocando un così forte e diffuso rifiuto dell’unità nazionale, gli intellettuali hanno fatto
ricorso soprattutto all’irrisione, liquidando le improvvisazioni verbali di Umberto Bossi
come l’espressione di sentimenti e passioni da «brigate rozze» (46) e le provocazioni dot-
trinarie di Gianfranco Miglio come stramberie intellettuali. Soltanto con molto ritardo
hanno cominciato ad analizzare che cosa c’era di duraturo e profondo dietro di esse.
Si trattava invece nel primo caso dell’emergere improvviso di mentalità diffuse e ra-
dicate che si erano formate già a metà Ottocento, negli anni del processo di unificazione
nazionale, e nel secondo caso della ripresa di polemiche, politiche e culturali, che avevano
fatto la loro prima apparizione negli ultimi decenni di quel secolo. Il terremoto provocato
dal tramonto e poi dalla fine della Prima Repubblica stava portando alla luce stratificazioni
geologiche profonde, di cui si conosceva l’esistenza ma che, per molteplici ragioni ideolo-
giche, si era spesso preferito ignorare.
Tra gli intellettuali, una particolare responsabilità andrebbe attribuita agli storici che
erano, o sarebbero dovuti essere, più attrezzati degli altri a individuare in tempo non solo le
motivazioni economiche del leghismo (cioè il tentativo di evitare le conseguenze della crisi,
staccandosi dalle parti più deboli dell’Italia e unendosi a quello che appare il nucleo forte
dell’Europa), ma anche le sue basi culturali, altrettanto importanti. Analisi del genere sareb-
bero tanto più proficue quanto più gli storici abbandonassero il terreno, più sicuro perché 73
LA RIMOZIONE DELLA DISUNITÀ

molto più frequentato, dell’analisi delle vicende politiche ed economiche, per avventurarsi
su quello, senza dubbio più arduo da percorrere, della storia delle mentalità oppure per
quello, minato da alcune incursioni che vi avevano fatto i fascisti, della geopolitica.
Solo così si potrebbe dare il peso dovuto alla grave questione della disunità d’Italia,
conseguenza dell’esistenza, nell’Italia preunitaria, al momento dell’unificazione, di diversi
Stati e di diverse società: una disunità non solo istituzionale, ma anche territoriale, politica
e culturale (non tanto nella cultura dei dotti, quanto nelle subculture degli strati popolari).
La questione non fu risolta nei primi decenni di vita unitaria del nuovo Stato e fu poi ri-
mossa, e non solo dall’attenzione dei politici ma anche dalla memoria storica.
In realtà, nel corso del processo risorgimentale si era avuta piena consapevolezza del-
l’esistenza del problema. Tra le molte pagine che si potrebbero citare (47) vorrei ricor-
darne alcune, particolarmente significative, del piemontese Giacomo Durando. Nel 1846
Durando scrisse che la «giacitura geostrategica» dell’Italia aveva carattere «misto», poiché
partecipava delle caratteristiche sia dei paesi che lui, portando come esempio la Liguria,
definiva «marittimi» e che non avevano «nessuno sviluppo dalla parte di terra», sia di quelli
che definiva «mediterranei», e che esemplificava nell’Eridania (48).
L’insediamento e il radicamento delle diverse «razze» o «schiatte» che nel tempo ave-
vano popolato l’Italia era avvenuto sulla base delle condizioni naturali. La natura, «circon-
dandola e facendola svolgere in un’ossatura di terreni propria ed esclusiva di lei», aveva reso
la «subnazionalità ligure», «tutta sui generis, e la più caratteristica delle sue consorelle della
penisola». E la natura aveva dato specifici caratteri «etnografici e sociali» a ciascuna sub-
nazionalità, da quella eridania esclusivamente mediterranea a quella ligure esclusivamente
marittima, passando per l’etrusca, la romana, la tiberina e la napoletana, che risentivano
delle influenze proprie sia dei paesi marittimi che di quelli mediterranei.
Ma Durando era un patriota e non voleva accettare come un dato immutabile le
«condizioni dispositive del suolo». Faceva perciò appello alla «civiltà», che considerava
come «una riazione» contro «le opere della natura»: a mano a mano che la civiltà riesce
a domare le resistenze e a spianare gli ostacoli, «l’applicazione dei princìpi geostrategici»
si va modificando. Nel caso italiano la civiltà era rappresentata dal «futuro nostro risor-
gimento politico», a cui toccava rompere le barriere che tenevano divise le cinque, sei o
dieci «subnazionalità» continentali, peninsulari o insulari e fondere insieme i tre elementi
principali e costitutivi della nazionalità italiana, «l’eridanio», «l’appenninico» e «l’insulare».
Ma, secondo Durando, questo compito non poteva essere risolto dai contemporanei e nel
secolo XIX, ma soltanto «dai posteri». Durando aveva torto e ragione insieme. L’Italia si
sarebbe fatta soltanto quattordici anni più tardi, ma il problema della fusione di tutte le sue
parti sarebbe rimasto in parte irrisolto e avrebbe rappresentato una pesante eredità. Eppure
i protagonisti dell’unificazione non ignoravano la gravità dei problemi posti dai «princìpi
geostrategici». Gli stessi democratici si riferirono talvolta al Sud come all’Africa, non di-
stinguendosi, in questo, dai moderati, per i quali l’Africa fu sempre, nei primi anni postu-
nitari, un termine ricorrente di paragone, ogni volta che si occupavano del Mezzogiorno.
La definizione del Mezzogiorno come Africa aveva un significato molto forte: voleva dire
che la sua diversità si poneva in termini di alterità. Non è che dell’Africa si sapesse molto in
74 quegli anni, ma proprio il fatto che se ne aveva un’immagine in gran parte mitica dava un
A CHE SERVE L'ITALIA

senso più forte al paragone: collocava il Mezzogiorno fuori della geografia (e della storia)
europea, dando inizio alla costruzione di un mito negativo che avrebbe resistito a tutte le
vicende politiche.
Nelle pagine di Durando il compito della fusione era stato affidato al «futuro
risorgimento», cioè a una soluzione tutta politica: la forza della politica avrebbe con-
sentito di superare i condizionamenti posti dalla geografia e anche dalla storia. Fino ad
allora questo tipo di soluzione era stato prospettato soprattutto dai democratici e in
particolare da Mazzini: dopo il 1848 (anche per la grande accelerazione che il processo
risorgimentale aveva subìto in quell’anno proprio grazie all’esasperazione della politi-
ca, intesa anche nella sua forma estrema di scontro militare) i moderati cominciarono
ad accettare questo punto di vista. In loro però, sia pure spesso con funzione strumen-
tale, rimase ancora forte, fino ai primissimi anni di vita postunitaria, il riferimento
alla frammentazione dell’Italia: continuarono spesso a ricordare, anche per contrastare
l’unitarismo repubblicano di Mazzini, l’esistenza di molte società non solo statual-
mente ma anche culturalmente diverse.
Fu con il 1860 che la differenza tra Nord e Sud venne ad assorbire, almeno a livello
d’immagine, le molte altre differenze, tra Piemonte e Lombardia, tra Emilia e Toscana, tra
Romagna ed Emilia. Il passaggio fu importante e segnò profondamente la storia degli anni
successivi. Ci fu un avvicinamento tra le regioni del Nord (ancora nel 1859 i volontari che
si arruolavano in Piemonte si erano sentiti chiedere: «Vieni dall’Italia, tu? E perché ti sei
arruolato in Piemonte?» (49), mentre esse, nel loro complesso, si allontanavano da quelle
del Sud. Il Nord fu immaginato sempre più come Europa e il Sud sempre più come Africa.
Le stesse definizioni di Alta e Bassa Italia implicavano un giudizio morale, per il significato
fortemente pregnante che si dava ad Alta e a Bassa: sopra, come osservava qualcuno, c’era
tutto il bene e sotto c’era tutto il male. La divisione tra Europa e Africa, come luoghi della
civiltà e dell’inciviltà, fu spostata all’interno dell’Italia.
Più tardi, quando Roma diventò la capitale dell’Italia, il Nord, nonostante le diffe-
renze che al suo interno ancora persistevano, si sentì ancora più unito di fronte a Roma,
la città desiderata e disprezzata, pigra e superba, il cui popolo, scrivevano a Firenze nel
1871, non aveva mai lavorato «né per sé, né per gli altri» (50). Un atteggiamento analogo
si sarebbe riscontrato cinquant’anni più tardi tra i nuovi conquistatori di Roma, i fascisti.
Quando, un anno prima della marcia su Roma, vi calarono una prima volta per il con-
gresso di fondazione del Pnf, uno di loro, lo squadrista toscano Mario Piazzesi, scrisse
nel suo diario: «Porca città veramente questa Roma, fiacca, inerte, senza midollo, vile».
A Roma, secondo Piazzesi, si aveva la sensazione netta di «quanto di marcio, quanta
pantofolaia lentezza, quante corruttele, quanto degenere meridionalismo opprimesse il
cuore della Patria» (51).
Era il fiume sotterraneo delle mentalità che riemergeva alla superficie nelle parole di
Piazzesi, e proprio mentre si compiva un grosso tentativo, politico e ideologico, di dare
come risolta per sempre la questione della disunità italiana. In quel congresso Mussolini
disse: «Il fascismo deve volere che dentro i confini non vi siano più veneti, romagnoli,
toscani, siciliani e sardi; ma italiani, solo italiani. E per questo il fascismo sarà contro ogni
tentativo separatistico, e quando le autonomie che oggi si reclamano dovessero portarci al 75
LA RIMOZIONE DELLA DISUNITÀ

separatismo, noi dovremmo essere contro. Noi siamo per un decentramento amministra-
tivo, non per la divisione dell’Italia» (52).
La politica e l’ideologia trionfavano sulle mentalità e anche sulla geografia e sulla sto-
ria. Non era la prima volta che si cercava di risolvere la questione attraverso la tensione
politica e ideologica. L’avevano già tentato i protagonisti del Risorgimento e più tardi ci
aveva riprovato Francesco Crispi, per il quale una «prova di sangue» (la guerra in Africa)
avrebbe dovuto unificare gli italiani. E non a caso, tra tutti i politici del Risorgimento e dei
primi decenni postunitari, Mussolini preferiva Crispi. Ne avrebbe ripreso proprio il tema
della necessità di una prova di sangue, per fare, finalmente, gli italiani. Per Mussolini gli
uomini del Risorgimento non c’erano riusciti. In un discorso pronunciato il 2 agosto 1924
affermò che nel Risorgimento «probabilmente c’era stata una promiscuità, non veramente
una giuntura, fra Nord e Sud, perché non bastano le ferrovie e i viaggi a determinare l’unità
spirituale di un popolo» (53). La Grande Guerra aveva cominciato l’opera di fusione che
toccava ora a lui portare a termine. Non si può dire che Mussolini non si rendesse conto
delle differenze: le conosceva a tal punto che, quando gli faceva comodo, se ne serviva a so-
stegno della sua politica, indicando, per esempio, il comportamento demografico di alcune
regioni meridionali come un modello per l’intera nazione. E sapeva benissimo com’era
grave l’arretratezza di alcune parti del Mezzogiorno, ma negava che ciò costituisse un pro-
blema, negava l’esistenza di una questione meridionale (esistevano soltanto le «questioni
meridionali»). Egli cercò di «fare gli italiani» e di risolvere la disunità d’Italia attraverso le
guerre e attraverso un’estrema esasperazione dell’ideologia.
Anche dalla parte opposta la soluzione del problema della disunità italiana era cercata
nell’ideologia. A questo riguardo, sono molto significative le posizioni di Antonio Gramsci.
Gramsci aveva abbandonato l’autonomismo sardo della prima giovinezza quando aveva
conosciuto la classe operaia di Torino. Alla nazione di Mussolini (una nazione, è bene
ricordarlo, creata dallo Stato) Gramsci contrapponeva, negli anni Venti, la classe, in cui si
unificavano tutti gli operai, fossero torinesi o sardi. Ma già a proposito dei contadini riaf-
fioravano le differenze territoriali che erano date per annullate nella concezione della classe,
dato che in Italia i rapporti tra operai e contadini si ponevano «anche e specialmente come
un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale» (54). Un
problema che nel settembre 1923 Gramsci aveva ritenuto dovesse trovare la soluzione, se-
guendo il modello sovietico, in una «repubblica federale degli operai e contadini». Quando
scriveva queste affermazioni, e anche quando, più tardi, scrisse Alcuni temi della questione
meridionale, il suo più celebre lavoro su questo argomento (rimasto comunque incomple-
to), Gramsci non aveva nessuna conoscenza diretta del Sud (se non della Sardegna, che
considerava come un’entità separata, con caratteri del tutto peculiari). Fu in carcere che
conobbe gli «strati sommersi» del popolo, che vivevano «una vita primitiva ed elementare».
Ma proprio in quella vita si riflettevano in maniera più evidente e immediata le stratificazio-
ni sommerse delle mentalità: «Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno,
rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo princìpi
che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari più sommersi.
Quattro divisioni fondamentali esistono: i settentrionali, i centrali, i meridionali (con la
76 Sicilia), i sardi. I sardi vivono assolutamente appartati dal resto. I settentrionali hanno una
A CHE SERVE L'ITALIA

certa solidarietà tra loro, ma nessuna organizzazione, a quanto pare; essi si fanno un punto
d’onore del fatto che sono ladri, borsaioli, truffatori, ma non hanno mai versato sangue.
Tra i centrali, i romani sono i meglio organizzati; non denunciano neanche le spie a quelli
delle altre regioni, ma riserbano per loro la diffidenza. I meridionali sono organizzatissimi,
a quanto si dice, ma tra di loro ci sono delle sottodivisioni: lo Stato Napoletano, lo Stato
Pugliese, lo Stato Siciliano. Per il siciliano, il punto d’onore consiste nel non aver rubato,
ma nell’avere solo versato del sangue» (55).
La consapevolezza dell’esistenza di certi atteggiamenti mentali non significava la loro
accettazione. Per Gramsci le mentalità dovevano essere distrutte dall’azione della politica
e dall’ideologia. Avevano sbagliato, per Gramsci, quei socialisti che avevano accettato la
«concezione biologica della “barbarie” attribuita ai Meridionali (anzi ai Sudici)» dai Ferri,
dai Niceforo, dai Lombroso e dai Sergi (56).
In realtà, era stato proprio con Niceforo, alla fine dell’Ottocento, che la disunità d’Ita-
lia aveva ricevuto la più forte e anche la più discutibile espressione teorica. Lo studioso
l’aveva vista in termini rigidamente razziali. «Oggi», scriveva nel 1898, «l’Italia è (...) divisa
in (...) due zone abitate da (...) due razze diverse, gli arii al Nord e fino alla Toscana (celti e
slavi), i mediterranei al Sud. E gli attuali arii dell’Italia settentrionale, vale a dire i piemonte-
si, i lombardi, i veneti, i romagnoli che appartengono a quella stirpe che venne ad invadere
l’Europa primitiva, sono perciò - antropologica - mente - fratelli dei tedeschi, degli slavi,
dei francesi celti. Gli attuali mediterranei d’Italia del Sud invece - che appartengono alla
stirpe mediterranea venuta dall’Africa - sono antropologicamente fratelli degli spagnuoli,
dei francesi del Sud, dei greci e di gran parte dei russi meridionali. (...) Un siciliano dunque
è - antropologicamente - più vicino allo spagnuolo, al greco, che non al piemontese; e vi-
ceversa il Piemonte - se è - per razza - più fratello di uno slavo o di un tedesco di quel che
non sia un siciliano» (57). Dalla diversità razziale derivavano grosse conseguenze sul piano
sociale: «Gli arii - vale a dire l’Italia del Nord - hanno un sentimento di organizzazione
sociale più sviluppato di quel che non sia presso i mediterranei - vale a dire nell’Italia del
Sud - i quali hanno invece più sviluppato il sentimento individualistico. Mentre nella stirpe
aria - al Nord - l’individuo facilmente si fonde nell’aggregato e si considera parte dell’unità
sociale, sulla quale non aspira elevarsi per dominarla, nella stirpe mediterranea invece - al
Sud - ogni individuo vuole emergere, anche quando sia necessario rimanere come molecole
dell’unità indivisa» (58).
In Niceforo c’era già tutto Miglio e anche gran parte di Putnam, il sociologo ameri-
cano le cui tesi hanno avuto negli ultimi mesi, in alcuni ambienti giornalistici e scientifici,
una immeritata fortuna (59). Una lettura parallela di Niceforo e Miglio può essere partico-
larmente interessante, perché fa comprendere come siano ancora radicate certe mentalità
e come possano riemergere con forza a ogni momento e anche sotto una veste apparen-
temente scientifica. Questa persistenza mostra che esse hanno, comunque, una base reale
e questa base va conosciuta e studiata. L’Italia potrà diventare pienamente una nazione
soltanto se avrà consapevolezza del fatto che ancora non lo è diventata. Il rifiuto delle inter-
pretazioni ideologiche del processo unitario italiano, dalla risorgimentalista alla marxista,
non significa necessariamente rifiuto delle ideologie nella progettazione del futuro. Anche
i movimenti che nascono in uno spirito antisistematico finiscono con il costruire una loro 77
LA RIMOZIONE DELLA DISUNITÀ

ideologia, e non infondatamente si è parlato di recente, per la Lega e per alcuni settori di
Forza Italia, di «ideologia milanese». Si tratta di un’ideologia che apparve già nel corso del
processo di unificazione e trovò nuova forza alla fine del secolo scorso.
Non è stato Umberto Bossi nel 1993 ma Eugenio Chiesa nel 1895 a sostenere che i
lombardi avevano finalmente capito che federalismo significava «che le forze e i quattrini
del paese servissero soprattutto per il paese, per il proprio paese e non per
mantenere ministri imbroglioni e giornalisti dello sbruffo» (60). E non è stato Bossi
ma un suo antesignano di quegli anni ad affermare che «in fatto di criteri morali a Roma e
a Napoli è tutto un altro mondo che non a Milano e a Torino» (61).
Ecco un’affermazione di tipo leghista che nessun dirigente di Forza Italia farebbe sua.
L’Italia, infatti, non si governa da Milano, ma da Roma. Se si vuole essere forza di go-
verno, quali che siano state le posizioni assunte prima della conquista del potere, si deve
necessariamente annacquare o anche trasformare del tutto l’«ideologia milanese». Tutta la
storia dell’Italia unita ne è una conferma: il trasformismo parlamentare dei Depretis e dei
Giolitti fu un necessario strumento di governo per uscire dalla crisi e per evitare che l’Italia
si frantumasse.
La soluzione trasformistica non fu adottata solo in regime liberaldemocratico: per
ragioni analoghe ci fu molto trasformismo anche nella traduzione in azione di governo dei
programmi fascisti e Mussolini, milanese d’adozione, una volta al potere dovette rapida-
mente romanizzarsi. A Milano era diventato decisamente antistatalista in materia d’econo-
mia. Prima di conquistare Roma aveva pubblicato, il 7 gennaio 1921, un vero e proprio
manifesto del liberismo spiegato al popolo: «Lo Stato è oggi ipertrofico, elefantiaco, enorme
e vulnerabilissimo, perché ha assunto una quantità di funzioni d’indole economica, che do-
vevano essere lasciate al libero gioco dell’economia privata. Lo Stato oggi fa il tabacchino, il
postino, il ferroviere, il panettiere, l’assicuratore, il navigatore, il caffettiere, il biscottiere, il
bagnino, ecc. ecc. (...)» (62).
Ma, una volta arrivato al potere, Mussolini non solo abbandonò il suo programma di
lotta allo Stato postino e ferroviere, ma lo trasformò in senso statalista, anche perché solo
con un massiccio intervento dello Stato in economia poteva tenere insieme l’Italia.
Anche oggi, mentre da un lato si propongono come vie d’uscita federalismo e rifiuto
dello Stato assicuratore e biscottiere, dall’altro si delineano, come portatrici di soluzioni
meno traumatiche, tendenze trasformistiche, sia sul piano politico che su quello ideolo-
gico. È possibile che in un paese socialmente e territorialmente fragile come l’Italia queste
ultime prevalgano ancora una volta, come alternativa a una crisi drammatica; è auspicabile
che restino almeno sul piano parlamentare, alla Giolitti e non alla Mussolini.

78
A CHE SERVE L'ITALIA

Note
46. Si veda, per esempio, il volume di MAX OTTOMANI, Brigate rozze, Napoli 1992, Pironti.
47. Mi permetto di rinviare ad A. LEPRE, Italia, addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi, Milano 1994, Monda-
dori, pp. 3-27.
48. G. DURANDO, Della nazionalità italiana, Losanna 1846, ora in D. MACK SMITH, Il Risorgimento italia-
no, Roma-Bari 1968, Laterza, p. 119.
49. A. LEPRE, op. cit., p. 7.
50. Ivi, p. 68.
51. Cit. in E. GENTILE, Storia del partito fascista. 1919-1922. Movimento e milizia, Roma-Bari 1989, Laterza, p.
363.
52. B. MUSSOLINI, Opera omnia, Firenze 1951 e ss., La Fenice, vol. XVI, p.101.
53. Ivi, vol. XXI, p. 38.
54. A. GRAMSCI, «Lettera per la fondazione dell’Unità», Rinascita, 8/2/1964.
55. A. GRAMSCI, Lettere dal carcere, a cura di Sergio Caprioglio ed Elsa Fubini, Torino 1965, Einaudi, pp. 21-
22.
56. A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, Torino 1975, Einaudi, vol. II, pp. 879.
57. A. NICEFORO, L’Italia barbara contemporanea, Milano-Palermo 1898, Sandron, ora in V. TETI, La razza
maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Roma 1993, Manifesto libri, p. 78.
58. Ivi, p. 79.
59. R. D. PUTNAM, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano 1993, Rizzoli.
60. A. LEPRE, op. cit., p.79.
61. Ivi, p. 80.
62. B. MUSSOLINI, op. cit., vol. XVI, p. 101.

79
A CHE SERVE L'ITALIA

NORD E SUD:
SE IL BELPAESE
SI SPEZZA di Carlo TRIGILIA

Permane nel Mezzogiorno l’esigenza di un governo centrale


in grado di guidare, e ‘foraggiare’, lo sviluppo. Nel Settentrione cre-
sce invece la tendenza alla regionalizzazione. La questione
dei nazionalismi periferici. Si profila un conflitto insanabile?

L A FRATTURA SOCIO-ECONOMICA TRA


Nord e Sud è un antico problema dell’Italia unita. Mai prima d’ora, tuttavia, si era mani-
festata in forme consistenti la possibilità che essa si proiettasse sul piano politico, alimen-
tando forze e movimenti che si richiamano a un’identità territoriale e contrappongono
esplicitamente gli interessi territoriali del Nord a quelli del Sud. Quali sviluppi può avere
questa minaccia all’unità del paese? Si può immaginare che essa si rafforzi e che finisca per
innescare una reazione tale da portare a forme di mobilitazione politica territoriale anche
nel Sud? Allo stato attuale questa ipotesi appare poco probabile. Possiamo invece aspettarci
che il problema della redistribuzione delle risorse pubbliche tra le varie regioni, e con esso
quello della riforma dei governi locali e regionali, acquisti un peso rilevante nell’agenda
politica. In questo senso, più che sviluppi in direzione di forti «nazionalismi periferici» con
orientamenti separatistici, possiamo prevedere una tendenza alla maggiore regionalizzazio-
ne degli interessi, che significa una tendenza da parte delle istituzioni regionali a rappre-
sentare più direttamente gli interessi territoriali nel processo politico, sostituendosi di più
alle tradizionali strutture di rappresentanza verticale come i partiti. Per argomentare questo
giudizio daremo anzitutto uno sguardo all’indietro. Ci chiederemo per quali motivi la frat-
tura Nord-Sud non ha mai dato luogo in passato - con eccezioni relativamente marginali
- a movimenti e forze politiche a base territoriale. Questo potrà aiutarci a comprendere
perché una mobilitazione politica territoriale si è invece realizzata nella fase più recente e
quali conseguenze possono discenderne. 81
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

Perché manca una tradizione di identità politiche territoriali

La frattura Nord-Sud presenta storicamente un aspetto paradossale che le vicende


contemporanee ci aiutano a cogliere meglio. Essa è stata caratterizzata da profonde disu-
guaglianze economiche e sociali tra due parti di uno Stato unitario, che non trovano pro-
babilmente situazioni paragonabili, per entità del territorio e soprattutto della popolazione
coinvolta, in altri paesi europei. Eppure tali disuguaglianze non hanno alimentato, fino al
periodo più recente, forme di mobilitazione politica a base territoriale consistenti e dura-
ture (63). L’analisi comparata suggerisce in proposito che è cruciale la fase costitutiva del
sistema politico nazionale quando, in seguito all’allargamento del suffragio, nascono i par-
titi. È in questo momento che possono prendere forma identità politiche a base territoriale,
ovvero movimenti autonomisti o separatisti. Se queste forze sono consistenti, si costituisce
una tradizione che successivamente può essere più o meno attivata e radicalizzata, a secon-
da degli sviluppi del sistema politico nazionale.
Lipset e Rokkan (64), nella loro classica analisi della formazione dei partiti, hanno
messo in evidenza come nel contesto dei paesi europei, coinvolti alla fine del secolo scorso
nel processo di democratizzazione, emergano alcune condizioni tipiche che portano a mo-
vimenti territoriali. Anzitutto, questi ultimi tendono a costituirsi nelle regioni periferiche
rispetto a quelle che hanno avuto un ruolo centrale nel processo di unificazione nazionale
e di costruzione dello Stato. Ma perché la mobilitazione di difesa territoriale della periferia
nei riguardi del centro si affermi è necessario che una forte frattura socio-culturale si sommi
a una frattura economica, ovvero che ci sia una consistente eterogeneità culturale, etnico-
linguistica e/o religiosa, tra centro e periferie, e che ad essa si accompagnino basi economi-
co-sociali nettamente differenziate (in particolare più agricole da un lato e più industriali
dall’altro). È il cumulo delle due linee di frattura che sembra decisivo. Esso tende a sua vol-
ta a manifestarsi quando il sistema politico non riesce a favorire alleanze e integrazioni tra
interessi economici distinti. Quando tali alleanze si formano e si riduce l’isolamento delle
diverse parti, la frattura socio-culturale si attenua; nel caso contrario invece essa si rafforza,
sostenendo identità politiche territoriali più o meno conflittuali nei riguardi del centro.
Se guardiamo in questa chiave alla situazione italiana, possiamo tentare di spiegare
perché la frattura Nord-Sud non ha alimentato, nel momento costitutivo del sistema po-
litico, la formazione di movimenti politici territoriali, e non ha quindi lasciato tradizioni
significative di questo tipo. La frattura Nord-Sud era consistente sotto il profilo economi-
co-sociale, ma non lo era altrettanto sotto quello culturale. D’altro canto il sistema politico
è stato in grado di favorire un’alleanza tra gli interessi economici eterogenei del Nord e del
Sud, ed ha quindi scoraggiato una mobilitazione territoriale.
Con riferimento alla fase postunitaria, Luciano Cafagna (65) ha di recente messo
in evidenza alcune peculiarità che caratterizzano a livello culturale i rapporti tra le due
parti del paese. Anzitutto, per quel che riguarda la cultura d’élite, vi è la condivisione
di una tradizione intellettuale omogenea che precede l’unificazione politica. E Cafagna
sottolinea come la stessa unificazione sia stata sollecitata e sostenuta da élite culturali, di
82 formazione recente, poco integrate nella struttura sociale dei piccoli Stati preunitari, più
A CHE SERVE L'ITALIA

che dal mutamento e dagli interessi di tipo economico. Tali gruppi cercavano uno spazio
di identificazione più ampio, definito dai confini della tradizione intellettuale e linguistica
di cui si sentivano parte. Si noti anche che la spinta unitaria è addirittura più forte al Sud.
La tradizione intellettuale alta del Mezzogiorno - da De Sanctis ai fratelli Spaventa per poi
arrivare a Croce - vedeva infatti nello Stato unitario e liberale uno strumento indispensabile
per il riscatto economico-sociale, civile e morale del Mezzogiorno.
Questo aspetto della cultura d’élite è importante per comprendere un’altra peculiarità
della tradizione intellettuale del Sud che ad esso si collega: il meridionalismo. Nei decenni
successivi all’unificazione, quando si fa strada la delusione per gli esiti del processo unitario
e si avvertono sempre più le disuguaglianze economiche e sociali tra le due aree del paese,
si comincia a parlare di «questione meridionale». Ci sono posizioni diverse all’interno di
questa tradizione. Diverso, in particolare, è il giudizio sulle responsabilità del Nord e dello
Stato per i problemi dello sviluppo del Sud. In genere però i meridionalisti sono accomu-
nati dalla richiesta di una maggiore presenza statale. Essi guardano al centro per trovare il
sostegno necessario a superare il degrado del Sud (66). È stato giustamente notato che in
altri paesi gli squilibri territoriali non hanno prodotto una tradizione politico-culturale pa-
ragonabile a quella del meridionalismo, e che tale tradizione ha contribuito notevolmente
a plasmare l’immagine stessa del Mezzogiorno (67). Ma non è solo la cultura d’élite a non
offrire risorse per una mobilitazione politica territoriale del Meridione d’Italia. Anche a
livello di cultura di massa non vi erano quelle identità territoriali forti che altrove hanno
sostenuto processi di mobilitazione politica. Non ci sono differenziazioni a base etnico-lin-
guistica significative. La stessa appartenenza religiosa, pur dedicandosi secondo tradizioni
diverse, non dà luogo a concentrazioni territoriali e contrapposizioni come per esempio
quelle che hanno altrove riguardato protestanti e cattolici. Infine, va ricordato che anche
le identità politiche che si sviluppano con l’avvento della politica di massa non vedranno
contrapposizioni nette tra le varie regioni, pur se ci sono differenze consistenti nel grado di
sviluppo del movimento socialista e di quello cattolico. Accanto alla sfera culturale occorre
però considerare anche quella politica. Da questo punto di vista va anzitutto ricordato
come l’affermarsi della politica di massa, legato all’estensione del suffragio, non è accom-
pagnato da consistenti processi di mobilitazione collettiva, come quelli che vedono nel
Centro-Nord la crescita del movimento socialista e di quello cattolico. Di conseguenza la
nuova classe politica che si viene formando è sostenuta solo marginalmente da un consenso
diffuso di tipo ideologico, ma si costituisce invece e si riproduce attraverso un clientelismo
dei notabili. D’altra parte, come ha messo in evidenza Paolo Farneti (68), la piccola bor-
ghesia meridionale si trova di fronte a scarse opportunità di mobilità sociale in campo eco-
nomico e incontra anche difficoltà a entrare nei ruoli alti della burocrazia civile e militare
del nuovo Stato. Da qui la tendenza precoce a considerare l’impegno politico come una
carriera (molto più alta è la stabilità parlamentare degli eletti nel Sud). La classe politica
delle regioni meridionali tende dunque a porsi come mediatrice tra centro e periferia; costi-
tuisce e riproduce il suo potere politico influenzando le modalità di intervento dello Stato
nella realtà locale (peraltro ancora modeste). Per poter svolgere questo ruolo e mantenere le
sue posizioni, essa offre sistematicamente il suo consenso ai governi che via via si formano,
a prescindere dalla loro connotazione politica. 83
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

Insomma, come e noto, il ministerialismo della classe politica meridionale si lega


al clientelismo. Ma ciò che interessa qui sottolineare è che si costituisce in tal modo
una forma specifica di integrazione politica del Sud in cui la difesa degli interessi ter-
ritoriali esclude una mobilitazione di identità politiche di tipo territoriale. Non solo
mancano le risorse di identità culturali necessarie per tale mobilitazione, ma una simile
ipotesi contrasterebbe con gli interessi costituiti della classe politica meridionale e
- fattore certo non secondario - con quelli del gruppo sociale dominante: i proprietari
terrieri. Questi ultimi non vedono infatti messi in discussione i loro interessi dallo
stato unitario e spendono quindi la loro influenza notabilare a sostegno del modello di
integrazione politica basato sulla coppia clientelismo-ministerialismo. E in tal modo
non si pongono neanche le condizioni per un allargamento del consenso al nuovo
Stato tra le popolazioni meridionali.

Come la frattura Nord-Sud è stata mediata


dal sistema politico dell’Italia repubblicana

Che cosa è cambiato, rispetto allo schema che abbiamo delineato, nel secondo do-
poguerra? Consideriamo anzitutto quel che è successo al Sud (69). La deprivazione eco-
nomico-sociale nei riguardi del Nord si è ridotta. Il divario nel campo sociale è diminuito
più che in quello economico. Ma il dato essenziale di cui tener conto è che in termini di
crescita del reddito pro capite le regioni meridionali hanno tenuto il passo con quelle del
Centro-Nord, cioè con delle aree che hanno visto ritmi di sviluppo tra i più alti nel mondo
occidentale. Di conseguenza, il reddito reale è più che triplicato, non ci sono più quelle
condizioni di miseria diffusa che erano presenti ancora nell’immediato dopoguerra anche
se permangono sacche di povertà e di marginalità certo più consistenti di quelle riscontra-
bili nel Centro-Nord.
Tuttavia, occorre tenere presente che tale miglioramento non si è accompagnato a
una maggiore autonomia in termini di capacità di produzione. Nonostante la crescita
dell’industrializzazione e i progressi dell’agricoltura, l’economia delle regioni meridio-
nali è rimasta largamente dipendente dalla spesa pubblica. Non che la spesa pro capite
sia superiore al Sud, anzi è lievemente inferiore a quella del Centro-Nord. Lo Stato
incassa però complessivamente molto meno di quello che spende (secondo alcune sti-
me, circa la metà). Vi è quindi una consistente redistribuzione che opera dal lato delle
entrate ed è prevalentemente ordinaria (contrariamente a quanto si crede, l’intervento
straordinario, legato alla Cassa per il Mezzogiorno, ha costituito una quota molto
piccola della spesa). L’incremento del reddito è stato dunque sostenuto soprattutto
dall’estensione dei programmi nazionali nel campo delle politiche ordinarie, cioè dalla
crescita dello Stato sociale.
Ma perché una consistente e prolungata redistribuzione di risorse pubbliche ha con-
tribuito notevolmente a innalzare il reddito ma non è riuscita ad innescare uno sviluppo
84 autonomo? Per rispondere occorre guardare alle caratteristiche del sistema politico meri-
A CHE SERVE L'ITALIA

dionale e ai suoi rapporti con quello nazionale. L’ipotesi che si può avanzare in proposito
è che l’intervento politico nelle regioni meridionali abbia avuto come «effetto perverso»
quello di plasmare progressivamente un ambiente sociale sfavorevole allo sviluppo eco-
nomico autonomo. Laddove per ambiente sfavorevole si fa in particolare riferimento alla
scarsa capacità delle istituzioni locali di creare una rete di servizi economici e sociali effi-
cienti, ma ancor di più al la pervasività della politica nella società meridionale, che ha in-
fluenzato orientamenti culturali e comportamenti, e ha finito per favorire la formazione di
un’imprenditorialità politica o criminale piuttosto che di un’imprenditorialità economica.
Perché si è verificata questa particolare pervasività della politica? E perché l’uso delle risorse
pubbliche da parte della classe politica ha avuto degli effetti perversi e ha alimentato uno
sviluppo senza autonomia? Ritroviamo qui quella «bassa legittimazione» della classe politi-
ca meridionale che abbiamo già incontrato nel momento costitutivo del sistema politico.
Naturalmente, È vero che questa caratteristica non è propria solo del Mezzogiorno. Ma è
anche vero che qui più che altrove i politici hanno goduto di tanto consenso ma di poca
legittimazione; hanno avuto cioè un consenso basato sulla capacità di soddisfare continua-
mente domande particolaristiche più che un consenso fondato su identità allargate e valori
condivisi. A un certo punto i politici meridionali si sono trovati a gestire risorse pubbliche
crescenti. Non avendo un consenso di tipo ideologico alle spalle, la classe politica locale ha
usato tali risorse per interventi particolaristici e clientelari. Era la sua strada per affermarsi
nella competizione politica. D’altra parte questo tipo di interventi è anche richiesto dagli
elettori, proprio perché sono più carenti valori condivisi e perché il sistema economico è
più arretrato, e quindi si guarda soprattutto alla politica per migliorare le condizioni di vita
individuali e familiari. È in queste condizioni dell’«offerta» e della «domanda» di politiche
che ha trovato alimento quella cultura (dei politici e della popolazione) che ha finito per
plasmare un ambiente sfavorevole allo sviluppo. Ma la classe politica meridionale ha po-
tuto giocare questo ruolo perché ha funzionato come un potente «trasformatore» della de-
bolezza economica in risorsa politica. I voti del Sud sono stati fino alla fase più recente una
risorsa essenziale per la classe politica di governo, stretta al Nord da un movimento operaio
forte, ma congelato all’opposizione per la presenza consistente di un partito comunista. Il
Sud è stato così sistematicamente sovrarappresentato nei governi del dopoguerra, e questo
ha certo favorito quei comportamenti della classe politica locale e quei rapporti tra centro
e periferia che hanno prodotto effetti perversi sullo sviluppo di quell’area (compresi i lega-
mi tra politica e criminalità), contribuendo anche all’accrescimento del debito pubblico.
È dunque evidente che in questo quadro le forze politiche di governo (in particolare Dc
e Psi) sono riuscite a mediare - seppure in termini progressivamente più costosi e distorti
- gli interessi delle regioni meridionali attraverso le strutture partitiche tradizionali toglien-
do qualsiasi spazio a eventuali movimenti politici a base territoriale, che del resto - come
abbiamo visto - non avrebbero potuto contare su delle risorse e delle tradizioni culturali
mobilitabili a questo fine.
È inutile dire che questa forma di integrazione del Sud ha a lungo «funzionato»,
almeno fino alla metà degli anni Ottanta, senza generare tensioni nel Nord del paese. A
questo proposito si tenga presente che essa ha portato a lungo dei benefici non trascura-
bili anche all’economia delle regioni settentrionali. Nel ventennio postbellico le grandi 85
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

aziende della produzione di massa hanno dapprima tratto vantaggio, dal punto di vista
del costo del lavoro, dalle grandi ondate migratorie provenienti dalle zone più arretrate
del Sud. Queste stesse imprese, insieme alle piccole aziende cresciute tra la fine degli anni
Sessanta e gli anni Settanta, hanno poi potuto usufruire di un mercato di sbocco crescen-
te per i loro prodotti nelle regioni meridionali, via via che miglioravano le comunicazioni
e si elevava il reddito attraverso il sostegno pubblico. A ciò è da aggiungere che soprat-
tutto i grandi gruppi industriali privati, oltre alle imprese pubbliche, hanno anche go-
duto di consistenti incentivi, messi a disposizione dalla politica di industrializzazione del
Mezzogiorno. Insomma, nei decenni trascorsi si era determinato una sorta di equilibrio
politico-economico a base territoriale. Le imprese private, grandi e piccole, prevalente-
mente concentrate al Nord, hanno visto crescere in modo consistente aree di inefficienza
nei settori di produzione di beni e servizi non esposti alla concorrenza internazionale,
come effetto delle politiche di reperimento del consenso intraprese dalla classe politica di
governo. Per molto tempo queste aree scarsamente produttive - particolarmente, anche
se non esclusivamente, concentrate nel Mezzogiorno - hanno però alimentato un mer-
cato di consumo sostenuto, che si è rivelato vantaggioso per le imprese. D’altra parte, i
settori politicamente protetti hanno introdotto elementi di forte rigidità nel sistema di
rappresentanza, opponendo strenue resistenze, con le loro capacità di ricatto elettorale, ai
tentativi di modernizzazione intrapresi in varie occasioni, e specialmente nei primi anni
Sessanta e alla fine degli anni Settanta.
Il mancato adeguamento istituzionale ai problemi posti dall’industrializzazione influì
certamente sulla gravità della crisi italiana negli anni Settanta. Le nuove domande, alimen-
tate dallo sviluppo economico, non trovando risposta si radicalizzarono. Esse erano troppo
forti nelle zone più sviluppate del Nord per poter essere controllate con gli strumenti tra-
dizionali, ma erano complessivamente deboli nel paese per trovare piena soddisfazione. Da
qui il perpetuarsi, anche alla fine degli anni Settanta, di un compromesso tra due opposte
esigenze: tra la necessità di rispondere alle nuove domande politiche, da un lato, e quella di
difendere i settori tradizionali e meno efficienti, ampiamente concentrati nel Mezzogiorno,
dall’altro.
L’espansione della spesa in condizioni di scarsa efficienza delle politiche pubbliche
e di bassa pressione fiscale si inserisce in questo quadro; così come in tale processo pos-
sono essere trovate le radici socio-politiche del deficit pubblico italiano, poi accresciutosi
negli anni seguenti. Non era più possibile opporsi alle nuove domande di intervento,
che avevano rafforzato i sindacati e il partito comunista, ma non si poteva incidere sulle
politiche tradizionali per non colpire le aree di consenso prevalente per la coalizione di
governo. D’altra parte, a facilitare questo compromesso era nel frattempo intervenuto
un fenomeno inatteso: lo sviluppo di piccola impresa concentrato nel Centro-Nordest,
nelle regioni della Terza Italia. Compensando le difficoltà delle grandi aziende, questo
fenomeno attenuava la crisi economica e consentiva al rinato centro-sinistra degli anni
Ottanta di finanziare la ristrutturazione delle grandi imprese senza intaccare le tradizio-
nali forme di intervento nel Mezzogiorno. Da qui quella particolare combinazione tra
dinamismo privato e disordine pubblico che ha caratterizzato l’esperienza italiana degli
86 ultimi decenni.
A CHE SERVE L'ITALIA

La crisi del vecchio modello e la mobilitazione territoriale al Nord

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta il quadro si è però modificato radi-
calmente il reperimento del consenso nelle forme tradizionali è diventato più costoso ed
e entrato in crisi il vecchio equilibrio tra le diverse aree territoriali del paese. L’intervento
pubblico e i consistenti meccanismi redistributivi (non solo a favore del Sud) hanno conti-
nuato ad alimentare un’inflazione più elevata di quella di altri paesi concorrenti e un deficit
pubblico nettamente superiore, che si è avvitato su se stesso per effetto degli interessi sul
debito. In questa situazione le imprese grandi e piccole più orientate all’esportazione - che
sono nettamente concentrate nel Centro-Nord - vengono penalizzate in misura crescente
dai costi di funzionamento dello Stato (in termini di inflazione, pressione fiscale, alti tassi
di interesse, oltre che di scarsa efficienza dei servizi e delle politiche pubbliche). Ne risulta,
in particolare, una lievitazione dei costi che non possono essere scaricati sui prezzi all’espor-
tazione per l’appartenenza della lira al Sistema monetario europeo. L’integrazione in tale
sistema non consentiva infatti la svalutazione della moneta, come era invece avvenuto negli
anni Settanta.
C’è poi un ulteriore aspetto su cui richiamare l’attenzione: la forte crescita in termini
relativi della pressione fiscale. I problemi di gestione del debito spingono infatti inevita-
bilmente ad accrescere le entrate. Negli anni Ottanta l’Italia è il paese in cui la pressione
fiscale cresce maggiormente (quattro volte di più della media dei paesi Cee). È vero che il
livello di partenza, alla fine degli anni Settanta, era molto più basso, ma resta il fatto che un
aumento così forte in un lasso di tempo ridotto è particolarmente avvertito dalle imprese
e dalle famiglie. Si tenga inoltre presente che cominciano ad essere colpiti strati di lavoro
autonomo che in precedenza erano stati fortemente protetti, e che la pressione si concentra
particolarmente al Nord, dove i redditi sono mediamente più alti. È in questo quadro
che possiamo collocare il manifestarsi di un fenomeno nuovo: lo sviluppo del movimento
leghista che alimenta una mobilitazione politica a base territoriale con un esplicito orien-
tamento antimeridionale.
È bene chiarire subito che i fattori economici prima ricordati (difficoltà competitive
per le imprese esportatrici, crescita forte della pressione fiscale) sono importanti, ma essi
non vanno intesi come espressione di una deprivazione socio-economica in atto. Al contra-
rio, uno sguardo alle aree dove il fenomeno delle leghe si manifesta originariamente (70),
verso la metà degli anni Ottanta, mette in evidenza come sia le aree che i gruppi sociali più
coinvolti abbiano sperimentato una crescita socio-economica recente, rapida e intensa. Si
tratta, in effetti, delle zone settentrionali del Veneto e della Lombardia caratterizzate, negli
anni Settanta e nei primi anni Ottanta, da un forte sviluppo di piccola impresa; i gruppi
sociali più interessati sono appunto gli imprenditori e i lavoratori delle piccole imprese, e
i lavoratori autonomi connessi anch’essi alla rete dei servizi che cresce intorno a quest’uni-
verso produttivo. Si noti inoltre che le aree in questione erano storicamente segnate dalla
presenza di una radicata subcultura «bianca», con una forte influenza della cultura cattolica
e dell’insediamento politico-elettorale democristiano.
Non è dunque una situazione di mera crisi economica a stimolare l’emergenza del 87
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

leghismo, ma piuttosto il manifestarsi di fattori di minaccia di un benessere acquisito di


recente. La reazione a questa minaccia è influenzata dal fatto che i soggetti coinvolti nello
sviluppo economico hanno maturato, proprio in ragione di tale processo, una crescente
consapevolezza dello scarto tra la forza economica delle realtà locali e la loro debole rap-
presentanza politica. La forza economica sembra riflettere l’impegno e la capacità delle
comunità locali, che vengono invece compromessi e «traditi» dalla rappresentanza politica
tradizionale, per le inefficienze e i costi crescenti dell’intervento pubblico. Di qui la sfiducia
verso la Democrazia cristiana, che era stata peraltro preparata dal processo di laicizzazione
degli anni precedenti, incoraggiato anche dallo sviluppo economico locale. Si noti però
che le forme originarie di rappresentanza politica hanno lasciato un’eredità rilevante su
cui il leghismo ha potuto costruire. Con il procedere della laicizzazione che svincolava il
consenso dall’influenza dell’identità religiosa, la subcultura politica «bianca» si era via via
proposta con forza come rappresentanza degli interessi di natura interclassista del territorio,
della comunità locale, anche se tali interessi dovevano poi essere mediati da una struttura
partitica nazionale ispirata a criteri ideologici, e non esplicitamente territoriali. La sfiducia
crescente proprio nei riguardi di un’effettiva tutela degli interessi territoriali ha aperto il
campo a un’offerta politica nuova che si poneva ora come forza politica esplicitamente
e coerentemente di rappresentanza territoriale. Naturalmente, tutto ciò ha richiesto una
difficile azione da parte di nuovi imprenditori politici locali, su cui non ci soffermiamo in
questa sede, senza la quale non è possibile comprendere lo sviluppo concreto del leghismo.
Va però rilevato che la difficoltà forse più grossa era costituita dalla carenza, che abbiamo già
ricordato, di forti elementi etnico-linguistici sui quali costruire un’identità politica a base
territoriale. Da qui lo sforzo «mitopoietico» volto a inventare improbabili tradizioni venete,
lombarde o piemontesi (71), che ha caratterizzato la prima fase di emergenza del fenomeno
delle leghe. Da qui anche la necessità di sostenere questo sforzo di definizione culturale del
territorio con una contrapposizione di tipo razzistico nei riguardi dei meridionali. Come
ha mostrato Ilvo Diamanti, questo sforzo segna però anche i pesanti limiti di penetrazione
che il fenomeno leghista non riesce a superare fino al 1989. È a quel punto che la leadership
leghista intuisce le nuove potenzialità di crescita che si aprono da un lato con la caduta del
Muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti e dall’altro con l’accelerazione della crisi
economica e politica. Tali potenzialità vengono colte con successo attraverso un’azione che
tende ad attenuare i fondamenti etnico-culturali dell’identità territoriale, e la connessa con-
trapposizione di tipo razzistico nei riguardi dei meridionali. Al secessionismo xenofobo si
sostituisce ora la polemica antipartitica, antistatalista e antifiscale, unita alla richiesta di un
federalismo che dovrebbe mantenere l’unità nazionale. E tutto ciò paga, consentendo una
penetrazione in aree urbane e in strati sociali diversi da quelli originari (72). Naturalmente,
non è che i precedenti fondamenti della delega vengano accantonati, anzi è necessario di
tanto in tanto riattivarli con manifestazioni e riti che sono importanti per alimentare la
militanza.
La lettura che abbiamo avanzato consente anche di non considerare lo sviluppo del
leghismo come un’esperienza isolata, legata alle vicende italiane. A questo proposito può
essere utile richiamare uno schema analitico proposto alcuni anni fa da Peter Gourevitch
88 (73) per interpretare la riemergenza di un «nazionalismo periferico» in vari paesi (tra cui
A CHE SERVE L'ITALIA

Scozia, Catalogna, Paesi baschi, Québec, Fiandre). Un elemento preliminare che secondo
Gourevitch è necessario considerare per esaminare il nazionalismo periferico è costituito
dal potenziale etnico mobilitabile. Quanto più questo fattore è presente, tanto più elevate
saranno le probabilità di sviluppo e di radicalizzazione del fenomeno in senso separatista.
Tuttavia, il potenziale etnico da solo non è sufficiente. Occorre considerare un altro ingre-
diente essenziale. Si tratta del grado di congruenza territoriale tra dinamismo economico
e leadership politica. Quando si manifesta un’elevata incongruenza tra forza economica e
leadership politica in una regione con un elevato potenziale etnico, è probabile lo sviluppo
di un nazionalismo periferico.
Gourevitch mette in evidenza soprattutto il caso di regioni periferiche sotto il profilo
politico, come per esempio la Catalogna o la Scozia, che sono invece forti - o si rafforzano
- economicamente rispetto alle regioni politicamente centrali (la Castiglia e l’Inghilterra
negli esempi in questione). Ma ai nostri fini è utile tenere presente la possibilità inversa,
cioè quella di regioni economicamente e politicamente centrali che nel corso del tempo
perdono capacità di leadership politica. È importante notare che vi può essere una sorta
di compensazione tra identità etnica e incongruenza economico-politica, nel senso che
quando la prima e forte, non e necessario che l’incongruenza sia altrettanto pronunciata
perché si inneschino forme di nazionalismo periferico. Se invece l’identità etnica è debole,
non solo è necessaria una forte incongruenza per far crescere forme di mobilitazione politi-
ca territoriale, ma è probabile che queste alimentino una richiesta di maggiore autonomia
regionale piuttosto che movimenti separatisti. Infine, va tenuto anche conto di un fattore
di sfondo rilevante: il grado di apertura internazionale dell’economia. In un contesto in
cui cresce l’apertura del sistema economico internazionale l’opzione dell’exit può diventare
più attraente per regioni con una forte capacità di esportazione. Lo è invece di meno per
regioni la cui economia è più orientata al mercato interno, o in un contesto internazionale
meno aperto.
Uno schema analitico di questo tipo, pur con qualche adattamento, può essere uti-
le per interpretare l’emergenza dei nuovi movimenti politici a base territoriale del Nord
d’Italia. Ma esso può anche aiutarci a mettere a fuoco alcuni interrogativi che si aprono sui
possibili sviluppi di tale fenomeno e sulle eventuali ripercussioni che possono discenderne
anche per le regioni meridionali. Effettivamente lo sviluppo del movimento leghista al
Nord sembra collegabile al manifestarsi di un’incongruenza tra dinamismo economico e
leadership politica. Ciò è evidente nelle aree dove il fenomeno si è originariamente manife-
stato. Si tratta di zone il cui successo economico è recente e si basa soprattutto sulle piccole
imprese. Quest’ultime sono più estranee all’establishment tradizionale della borghesia indu-
striale italiana e ai suoi circuiti politici, e d’altra parte sono più esposte ai costi di funziona-
mento dello Stato (inefficienze, tassi di interesse, pressione fiscale).
Il contesto socio-economico delle aree in questione tende quindi ad avvertire mag-
giormente lo scarto tra contributi fiscali versati e benefici in termini di spesa pubblica;
scarto che è stato ovviamente sottolineato dal movimento leghista (secondo le stime
della Fondazione Agnelli (74), il fenomeno riguarda effettivamente Lombardia, Veneto,
Piemonte ed Emilia). Lo schema analitico prima richiamato sottolinea però la difficoltà
del nazionalismo periferico laddove manchi un forte potenziale etnico mobilitabile. Anche 89
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

questo elemento sembra confermato dall’esperienza leghista. Abbiamo infatti ricordato la


difficoltà di costruire un’identità politica territoriale su base etnico-culturale, e il successo
che invece è arrivato quando l’attenzione si è spostata sulle tematiche della lotta allo stata-
lismo e alla partitocrazia, sulla pressione fiscale e sulla richiesta del federalismo. Ma come
possono giocare questi elementi in prospettiva? Possiamo aspettarci un rafforzamento di
spinte verso un nazionalismo periferico?

Nazionalismi periferici o regionalizzazione degli interessi?


È ovviamente azzardato formulare previsioni, ma alcuni dilemmi che stanno di fronte
al leghismo possono essere dedotti dal ragionamento che abbiamo fatto fin qui. Lo svilup-
po di un forte nazionalismo periferico appare poco probabile per tre motivi. Anzitutto - lo
abbiamo appena ricordato - sembra esservi una relazione inversa tra rafforzamento eletto-
rale e radicalizzazione ideologica nel senso del nazionalismo periferico e del secessionismo.
Quest’ultima opzione potrebbe essere ripresa in una situazione di debolezza politica, come
quella che vide il primo sviluppo delle leghe, ma è probabile che sfocerebbe allora in un
fenomeno subculturale di scarsa influenza politica. Il secondo motivo da prendere in con-
siderazione riguarda la concorrenza forte che esercita la nuova compagine di Forza Italia
sulla componente più moderata dell’elettorato leghista, più estranea alla prospettiva del
nazionalismo periferico. Nel breve periodo almeno, è necessario per la Lega cercare di rassi-
curare questa parte dell’elettorato, che peraltro alle ultime elezioni politiche l’ha già in parte
abbandonata, specie nelle aree di insediamento più recente, per approdare al liberismo più
tranquillo e nazionale promesso da Forza Italia (75). Infine, vi è un terzo elemento di par-
ticolare rilievo. La Lega non è più un partito solo di lotta, ma un partito di governo. Con
le ultime tornate elettorali ha acquisito consistenti posizioni di potere sia a livello locale che
centrale. Per il governo formatosi nel 1994 si è addirittura parlato di un «partito del Nord»
al potere. E l’osservazione è fondata. Nel dopoguerra la rappresentanza del Nord non è mai
stata così consistente; e in ciò si riflette lo spostamento verso le regioni settentrionali del ba-
ricentro elettorale della coalizione di governo. C’è quindi un vistoso recupero di leadership
politica che tende a ridurre l’incongruenza tra rappresentanza politica e forza economica di
cui abbiamo prima parlato. Ci si può aspettare che questo fattore non giochi a favore del
nazionalismo periferico. D’altra parte, l’accesso al potere politico è di per sé un elemento
che scoraggia la radicalizzazione ideologica, perché è ora possibile fondare il consenso sulla
distribuzione di risorse concrete e non solo simboliche, e anche perché si creano inevitabil-
mente interessi dei rappresentanti al mantenimento delle posizioni acquisite.
Naturalmente, il mantenimento di tali posizioni appare minacciato - lo abbiamo già
ricordato - dalla concorrenza portata da Forza Italia. Ciò mette la Lega nella difficile situa-
zione attuale di dover differenziare la sua «offerta politica» oltre che mantenendo alta la
polemica con le altre forze della coalizione di governo, anche attraverso il periodico ricorso
alle parole d’ordine del radicalismo territoriale. Con il rischio evidente, ma difficilmente
evitabile, di alienarsi l’elettorato moderato. Tutto ciò potrebbe però in un certo senso essere
90 già stato messo in conto dalla leadership leghista, nell’ambito di una prospettiva che consi-
A CHE SERVE L'ITALIA

dera inevitabile un ridimensionamento della forza attuale a livello nazionale. Proprio per
questo diventerebbe essenziale spendere la capacità di contrattazione attuale per ottenere
una riforma delle istituzioni locali e regionali tale da ampliare il più possibile l’autonomia
della periferia. In tal modo, più che la prospettiva del nazionalismo periferico, si aprirebbe
per la Lega la strada di un forte partito regionale all’interno di regioni con un’autonomia
politico-amministrativa e fiscale molto più forte di quella attuale. Ne verrebbe una spinta
alla regionalizzazione degli interessi, nel senso che gli interessi territoriali troverebbero ora
un canale di rappresentanza più rilevante nelle istituzioni regionali, a scapito della tradizio-
nale rappresentanza politica dei partiti a livello centrale. Ma se sviluppi in direzione di un
forte nazionalismo periferico sembrano essere poco probabili al Nord, potrebbero invece
attecchire al Sud? Questo interrogativo è stato già formulato, e qualcuno ha anche parlato
della possibilità che la criminalità organizzata possa essere interessata a una prospettiva di
questo tipo. Francamente non sembra però che allo stato esistano argomenti forti a suppor-
to di tale ipotesi. Molto e cambiato nel Sud: il vecchio modello di integrazione delle regioni
meridionali nello sviluppo nazionale è stato rimesso in discussione. Due aspetti meritano
in particolare di essere ricordati. Anzitutto, con le ultime elezioni amministrative e poli-
tiche si è avuto il più drastico e rapido cambiamento della classe politica del dopoguerra.
Nel 1992 quasi la metà dei deputati della Dc e oltre il 43% di quelli del Psi erano eletti nel
Mezzogiorno (la popolazione del Sud è pari al 36% di quella nazionale). Il Mezzogiorno
era dunque un bacino cruciale per le principali forze di governo, mentre l’opposizione di
sinistra era particolarmente debole. Alle elezioni politiche del 1994, con il nuovo sistema
elettorale, il Polo delle libertà ha ottenuto solo il 32% dei seggi alla Camera nelle regioni
del Mezzogiorno. Per la prima volta il governo costituitosi nel 1994 vede così un drastico
calo della rappresentanza meridionale, e i voti del Mezzogiorno sono molto meno rilevanti
per la coalizione di governo. Il secondo aspetto da ricordare è che nel dicembre del 1992 è
stato convertito in legge il decreto che ha stabilito la cessazione dell’intervento straordinario
e la sua trasformazione in intervento ordinario nelle aree depresse del territorio nazionale.
Come si vede, siamo in presenza di mutamenti di grande rilevanza in alcuni aspetti cruciali
del sistema politico che hanno condizionato lo sviluppo delle aree del Mezzogiorno. Il
drastico cambiamento nella composizione della classe politica locale e nazionale, seguito al
dissolvimento delle principali forze di governo, Dc e Psi, ha spezzato quelle «cordate» tra
politici locali e nazionali che fungevano da strumento di controllo e di allocazione delle
risorse tra centro e periferia. Allo stato attuale diventa più difficile per i politici locali seguire
il tradizionale percorso che ne vedeva la specializzazione e le carriere costruite sulla capa-
cità di portare risorse dal centro alla periferia, piuttosto che sulla capacità di amministrare
efficacemente. Non solo mancano, almeno per il momento, referenti forti nel governo
- dove il Sud è ora sottorappresentato - ma con il venir meno dell’edificio dell’intervento
straordinario, non esiste più uno strumento istituzionale essenziale dei vecchi rapporti con
il centro. Come si combinano questi cambiamenti con la situazione economica? Fino alla
crisi del 1992, conclusasi con la svalutazione della lira, la situazione delle regioni meridio-
nali aveva risentito meno dell’aggravamento della situazione economica degli ultimi anni
Ottanta, propri per la maggior dipendenza dell’economia meridionale dalla domanda in-
terna, sostenuta dalla spesa pubblica. Le cose sono cambiate nella fase successiva, quando la 91
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

svalutazione ha rilanciato le esportazioni e quindi ha favorito le aree del Centro-Nord dove


sono concentrate le imprese grandi e piccole che esportano maggiormente. Si è così avuta
nel Sud una diminuzione del prodotto e degli investimenti e la situazione occupazionale
resta dunque particolarmente pesante. Ma il dato essenziale che occorre tenere presente è la
maggiore dipendenza dell’economia meridionale dalla spesa pubblica. È evidente dunque
che una contrazione della spesa non accompagnata da una crescita delle attività produttive
aggraverebbe la situazione economico-sociale del Mezzogiorno. È difficile immaginare che
in una situazione come quella tratteggiata si possano sviluppare forti forme di mobilita-
zione politica a base territoriale in direzione di un nazionalismo periferico. Lo schema di
Gourevitch che abbiamo prima utilizzato può esserci utile anche in questo caso. Si ricordi
in proposito che le possibilità di sviluppo di un nazionalismo periferico sembrano associate
a una situazione di dinamismo economico alla quale non corrisponde una forte leadership
politica. Ma non è questo il caso delle regioni meridionali. È vero infatti che nell’attuale
congiuntura politica esse hanno visto decrescere la tradizionale capacita di rappresentanza
al centro e di influenza sul governo. Ciò si accompagna però a una situazione di debolezza
economica e di forte dipendenza dell’economia dal mercato interno e dalla spesa pubblica
che non rende attraente la prospettiva di un exit. Si ricordi infine che non vi è un potenziale
etnico mobilitabile al Sud, come al Nord; ciò che indebolisce fortemente la formazione di
movimenti a base territoriale. Con l’aggravante, nel Mezzogiorno, costituita dall’influenza
a livello di cultura d’élite e di massa di quell’orientamento rivendicazionista nei riguardi
dello Stato centrale che abbiamo prima ricordato. È peraltro significativo, in proposito, che
nella leadership del nuovo associazionismo culturale delle regioni meridionali appaia più
attenuato il rivendicazionismo nei riguardi dello Stato tipico del passato, ma la richiesta di
una maggiore autonomia politico-amministrativa non sfocia in prospettive di autonomi-
smo separatista (76).
Tutto ciò non toglie che non possano svilupparsi forme di mobilitazione territoriale,
specie in concomitanza con un aggravamento della situazione economica. Ma si trattereb-
be, come del resto si è già verificato a volte in passato, specie negli anni Settanta, di una
mobilitazione per sostenere la richiesta di aiuto e protezione da parte del centro, non certo
di autonomia dal centro. In realtà il rischio più forte per il Sud del paese è che in questa
situazione si rafforzi la tentazione della continuità con l’esperienza del passato. Di fronte
all’acuirsi dei problemi economico-sociali e alle conseguenze per la stabilizzazione dei ri-
sultati elettorali potrebbe cioè farsi strada il tentativo di un uso assistenziale, clientelare e
privatistico delle risorse pubbliche al centro e alla periferia, così come potrebbe manifestarsi
il pericolo di nuove forme di compromesso con la criminalità organizzata. Verrebbe invece
ostacolata l’ipotesi di una regionalizzazione forte, perché prevarrebbe il timore che essa pos-
sa risolversi in un minor impegno redistributivo dello Stato centrale a favore delle regioni
meridionali, e anche in una perdita di potere a livello periferico, a causa del rafforzamento
elettorale delle sinistre in molte aree del Mezzogiorno e dell’insediamento che ancora man-
tengono le forze di centro. In proposito, si tenga presente che la coalizione di governo si
basa sull’apporto decisivo di Alleanza nazionale, che ha un elettorato fortemente concen-
trato nel Sud e inoltre ha una tradizione ideologica più orientata a riconoscere uno spazio
92 rilevante all’intervento pubblico e allo Stato centrale. In conclusione possiamo dunque solo
A CHE SERVE L'ITALIA

rilevare che il cambiamento politico sembra portare in direzioni diverse e contrastanti al


Nord e al Sud. Al Nord le spinte verso un nazionalismo periferico tendono a essere incana-
late verso la richiesta di una forte regionalizzazione che darebbe alle istituzioni regionali un
maggior peso nella rappresentanza degli interessi territoriali a scapito dei partiti. Tuttavia,
nella proposta leghista, la regionalizzazione assume anche una forte valenza liberista, che
implicherebbe una drastica riduzione dell’impegno redistributivo a favore delle regioni me-
ridionali. Al Sud, al contrario, il venir meno del vecchio modello di integrazione politica
potrebbe ostacolare la regionalizzazione per difendere la redistribuzione a favore delle aree
meridionali e mantenere il potere del centro. Naturalmente, come mostra l’esperienza di
molti paesi a struttura federale, regionalizzazione e redistribuzione a favore delle aree più
deboli non sono necessariamente antitetiche. E si potrebbe argomentare che un decen-
tramento più efficace e responsabilizzante di quello del passato - ma anche solidaristico
- non sarebbe solamente nell’interesse delle regioni forti, ma favorirebbe uno sviluppo più
autonomo e più solido del Sud. Resta però da vedere se i contrasti presenti nella coalizio-
ne di governo - in particolare tra Lega e An - consentiranno di cogliere l’occasione che
sembra oggi aprirsi per una regionalizzazione efficace e solidaristica o genereranno invece
un blocco decisionale. Naturalmente, su questi esiti peserà anche la capacità delle forze di
opposizione, e di quelle della società civile, di giocare un ruolo responsabile su una tematica
tipicamente non partigiana che può essere decisiva per il futuro del Paese.

93
NORD E SUD: SE IL BELPAESE SI SPEZZA

Note

63. L’eccezione più significativa è costituita, come e noto, dal separatismo siciliano alla fine degli anni Quaran-
ta, ma lo sviluppo di questo fenomeno è molto legato a un fattore esterno contingente come l’occupazione
della Sicilia da parte degli Alleati: si veda R. MANGIAMELI, «La regione in guerra (1943-1950)», in M.
AYMARD - G. GIARRIZZO, (a cura di), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sicilia, Torino 1987,
Einaudi.
64. «Cleavage Structures, Party Systems, and Voter Alignments: An Introduction», in S.M. LIPSET, S. RO-
KKAN, (eds.), Party Systems and Voter Alignments, New York 1967, The Free Press.
65. L. CAFAGNA, Nord e Sud, Venezia 1994, Marsilio.
66. Ci sono ovviamente eccezioni illustri, come quelle del primo Salvemini, di Sturzo e di Dorso, che hanno
sottolineato l’importanza dell’autonomia politico-amministrativa. Ma in nessun caso il meridionalismo ha so-
stenuto la necessità di una mobilitazione politica a base territoriale.
67. P. BEVILACQUA, Breve storia dell’Italia meridionale, Roma 1993, Donzelli, pp. VII ss.
68. P. FARNETTI, Sistema politico e società civile, Torino 1971, Giappichelli.
69. Le osservazioni seguenti si richiamano all’analisi del problema meridionale che ho proposto in Sviluppo senza
autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Bologna 1992, il Mulino.
70. Cfr. I. DIAMANTI, La Lega, Roma 1993, Donzelli, che è la migliore sintesi sullo sviluppo del fenomeno
leghista.
71. Come nota G. E. RUSCONI, Se cessiamo di essere una nazione, Bologna 1993, il Mulino, p. 12.
72. R. MANNHEIMER, (a cura di), La Lega Lombarda, Milano 1991, Feltrinelli.
73. P. GOUREVITCH, «The Reemergence of “Peripheral Nationalisms”: Some Comparative Speculations on
the Spatial Distribution of Political Leadership and Economic Growth», Comparative Studies in Society and
History, n. 3, 1979, pp. 303-333.
74. «Nuove regioni e riforma dello Stato», XXI Secolo. Studi e ricerche della Fondazione Giovanni Agnelli, giugno
1993.
75. Si veda l’analisi dei risultati delle elezioni politiche del 1994 in I. DIAMANTI - R. MANNHEIMEN, (a cura
di), Milano a Roma, Roma 1994, Donzelli.
76. IMES, Le associazioni culturali nel Mezzogiorno, Roma 1994.

94
A CHE SERVE L'ITALIA

PER BATTERE COSA NOSTRA


BASTA SEPARARE LA SICILIA
DALL’ITALIA conversazione con Luca PASTORELLI

Un paradosso geopolitico spiega come la mafia siciliana


abbia bisogno dello Stato per condurre la sua esistenza
parassitaria. La carta mentale di un uomo d’onore.
Come i mafiosi controllano il territorio. Trapani non è Italia.

M AFIA... COMINCIAMO A CHIAMARE


le cose con il loro nome: in Sicilia la mafia non esiste. Il suo vero nome è Cosa Nostra. Si
è sempre chiamata così e chissà per quanto tempo ancora ne sentiremo parlare. Ma per
capirne qualcosa di più, e anche per poterla combattere meglio, non possiamo servirci
solo dello strumentario sociologico. Anche in questo caso, la geopolitica serve. E allo-
ra, cominciamo con il tratteggiare le rappresentazioni geopolitiche degli affiliati a Cosa
Nostra. Nella carta mentale di un mafioso (se vogliamo servirci del termine corrente) la
Sicilia è il centro del mondo. Egli si considera anzitutto un siciliano che crede in Dio e
ama la sua terra, le sue tradizioni, i suoi codici non scritti. La sicilianità è la componente
essenziale e indistruttibile della mentalità di ogni membro di Cosa Nostra, dall’ultimo
picciotto al capo dei capi. C’è in tutti un latente sentimento separatista, che però non
assurge a progetto geopolitico, al tentativo di separare l’isola dal resto d’Italia. L’ideale
degli uomini di Cosa Nostra è di non mettere il naso fuori della Sicilia, e di impedire
che altri estranei al loro ambiente, ce lo ficchino. Certo, si sentono anche italiani, guai a
toccargli la nazionale di calcio, ma fuori dell’isola si sentono spaesati e la loro attività ex-
trasiciliana è quindi limitata. Il controllo del territorio siciliano da parte di Cosa Nostra è
estremamente pervasivo. La sua è una geopolitica parassitaria: i mafiosi vivono all’ombra
di uno Stato debole, quando non inesistente, e si fanno forti della sua incapacità - o scar-
sa volontà - di affermare il dominio della legge in un’isola abitata da oltre cinque milioni
di abitanti (più di Stati come la Norvegia, la Finlandia o l’Irlanda). Infatti, nella struttura
di Cosa Nostra il mandamento è l’unità fondamentale e la sua sede è il centro dove sta-
ziona la compagnia dei carabinieri. Sicché il «parassita» Cosa Nostra si modella seguendo 95
PER BATTERE COSA NOSTRA BASTA SEPARARE LA SICILIA DALL’ITALIA

nelle minime pieghe l’organismo statale, di cui succhia la linfa vitale. Ciò gli permette
di esaltare tutta la sua superiorità nei confronti dello Stato, di mostrare ai siciliani chi è
il vero padrone dell’isola. E, naturalmente, consente di controllare da vicino l’attività del
nemico, infiltrandosi al suo interno.
Ai singoli mandamenti fa capo un certo numero di famiglie mafiose, che possono
essere anche minime: tre o quattro persone. Sopra ai mandamenti, invece, troviamo le
commissioni provinciali e infine la commissione regionale, la famosa Cupola che però,
dopo l’avvento di Totò Riina, ha visto diminuire il suo potere. Dalla base al vertice, dalla
stazione dei carabinieri all’ente Regione, la mafia si modella dunque secondo lo schema
dello Stato «occupante».
Non è facile essere ammessi in Cosa Nostra. Innanzitutto, a meno che non si sia figli
di boss eccellenti, occorre essere scelti. In genere, gli uomini d’onore individuano in seno
alla piccola malavita locale i giovani «migliori». Si selezionano elementi intelligenti, corag-
giosi e spietati, ma anche riservati. Non devono essere strafottenti, atteggiarsi a guappi. I
giovani vengono iniziati con una cerimonia che varia di luogo in luogo. In genere viene
praticata la puntura rituale che fa sgorgare da un dito qualche goccia di sangue. Perché in
Cosa Nostra si entra col sangue e da Cosa Nostra si esce col sangue.
In Cosa Nostra non si fanno domande, si eseguono ordini. Un uomo d’onore informa
i «colleghi» di ciò che ritiene opportuno essi sappiano, nulla di più.

Non è la Spectre
Per fare il «business» i mafiosi sono costretti a tenere rapporti con il resto del mondo.
Ma sono rapporti di carattere puramente affaristico. Certamente gli uomini di Cosa Nostra
non coltivano miti cosmopoliti né ambizioni imperialistiche. Un disegno di espansione
planetaria è la negazione stessa della mafia come fenomeno siciliano.
È assurdo per un mafioso pensare di trasferire Cosa Nostra al di là dello Stretto di
Messina: il resto del mondo non è abitato dai siciliani. Quante volte ho potuto constatare
lo stupore dei mafiosi quando si accorgono che anche i non siciliani possono essere furbi
e intelligenti!
Lo scopo di Cosa Nostra è il business, i soldi, e per farli a palate i mafiosi hanno
bisogno di controllare capillarmente la loro base, che è la Sicilia. Le necessità degli af-
fari li inducono a cercare punti di appoggio altrove. Le loro reti si spingono fino alla
Germania e al Nord Europa, all’Australia, al Brasile, ma non esistono per fare «opera
missionaria», controllano semplicemente alcuni capisaldi, un po’ come i fortini della
Legione straniera.
Gli uomini d’onore hanno una certa familiarità con il loro Sud, la sponda nordafri-
cana. Molti latitanti vi trovano rifugio, specialmente in Tunisia. Cosa Nostra ha sempre
mantenuto discreti contatti con la Libia di Gheddafi e con Malta, dove, soprattutto nel
passato, si svolgevano strani traffici fra libici, maltesi, mafiosi e palestinesi dell’Olp.
A Malta hanno sede infatti molte società d’investimento libiche che, a causa del-
96 l’embargo contro Tripoli, non possono risultare ufficialmente come tali. Entrano quindi
A CHE SERVE L'ITALIA

in scena i mafiosi, che agevolano gli affari libici ottenendone in cambio notevoli van-
taggi. Nelle ville e nei grandi alberghi maltesi costruiti in alcuni casi con capitali mafiosi
hanno trovato ospitalità i dirigenti dell’Olp. Come contropartita, Cosa Nostra ha otte-
nuto facilitazioni sul mercato della droga mediorientale. Tutt’altro il contesto di Cosa
Nostra americana. Lì esiste una comunità siciliana in cui è stato possibile ricreare una
struttura mafiosa ispirata a quella della terra madre sicula. Ma con notevoli differenze:
non dimentichiamo che Cosa Nostra in Sicilia nasce nelle campagne per diffondersi
poi nelle città, mentre negli Stati Uniti essa si concentra in alcune grandi metropoli ed
è priva di una dimensione rurale. È infine sbagliato assimilare le altre mafie italiane a
quella siciliana. Gli uomini d’onore si considerano diversi dai camorristi napoletani o dai
calabresi della ’ndrangheta. I quali, a loro volta, soffrono di un complesso di inferiorità,
affascinati dalla straordinaria potenza di Cosa Nostra che hanno vanamente cercato di
imitare. Insomma, la mania non è la Spectre e non è nemmeno una Internazionale del
crimine, perché il suo radicamento territoriale in Sicilia e parte ineliminabile della sua
identità. Nel momento in cui diventasse una qualsiasi organizzazione criminale senza
frontiere, Cosa Nostra sarebbe morta.

La riforma geopolitica di Totò Riina


Da quando, a partire dagli anni Settanta, Cosa Nostra ha potenziato il traffico degli
stupefacenti, la sua costituzione materiale e la sua geopolitica sono profondamente cambia-
te. In vent’anni la mafia siciliana ha centuplicato il suo volume d’affari. I soldi hanno pro-
vocato una rivoluzione. Quelli che erano poveri villici abituati vivere con un niente sono
diventati straricchi. Hanno cominciato a girare il mondo a godere degli agi e del benessere
dell’Occidente sviluppato. A scapito ovviamente delle tradizioni basate sul sangue e sul-
l’onore. Per gli uomini di Cosa Nostra questa improvvisa ricchezza è stata destabilizzante.
La base mafiosa non era abituata a tanto ben di Dio e non sapeva come gestirlo. Sicché ha
dovuto servirsi dei consigli e dell’aiuto di finanzieri, di manager esperti nel riciclare denaro
sporco. I quali però, non essendo educati alla mentalità di Cosa Nostra, non sempre aveva-
no un senso di lealtà verso l’organizzazione. Catturati, talvolta parlavano.
Bisogna riconoscere a Totò Riina di aver intuito i rischi di questa rivoluzione. Il capo
della mafia corleonese, che ha tenuto sotto la sua dittatura l’organizzazione negli ultimi
anni, fino al suo arresto, è un mafioso all’antica. Per capire Totò o’curto bisogna partire
dal suo luogo di nascita. Corleone, nell’entroterra siciliano, non è Palermo. In questo am-
biente rurale, imbevuto di tradizioni mafiose, si è formato un capo tanto spietato quanto
intelligente e soprattutto furbissimo - «scarpe grosse e cervello fino». Riina capisce che
il problema è Palermo. È nella capitale siciliana il centro dell’infezione che minaccia di
contagiare il resto dell’isola. Vivendo nella grande città i mafiosi ne hanno assimilato le
abitudini, si sono «imborghesiti» a contatto con la ricchezza procurata dai traffici di stupe-
facenti. Hanno cominciato a girare il mondo, a capire che c’è dell’altro oltre alla Sicilia. A
metà degli anni Ottanta o’vittano, come chiamano anche Riina, elimina alcuni dei capi che
considera ormai perduti alla causa della tradizione mafiosa, si allea con altri, briga, uccide, 97
PER BATTERE COSA NOSTRA BASTA SEPARARE LA SICILIA DALL’ITALIA

divide e alla fine diventa il signore incontrastato di Cosa Nostra. (Il paradosso è che Riina
non ha mai ricoperto alcuna carica classica del cursus honorum mafioso, non è stato nean-
che capo-mandamento di Corleone.)
Dal punto di vista geopolitico, Riina opta poi per il declassamento di Palermo, spo-
stando il baricentro di Cosa Nostra verso la provincia. Qui, nel territorio d’elezione, segna-
to dalle tradizioni e dalle arretratezze, dalla povertà e dall’omertà, la mafia è più sicura e più
protetta contro la vertigine del suo stesso successo finanziario, che potrebbe trasformarsi
nell’anticamera della sconfitta. Oggi Palermo è cambiata. È molto più libera e aperta di
qualche anno fa, grazie anche all’iniziativa di alcuni uomini coraggiosi. Ma in provincia,
specialmente nella Sicilia occidentale, si continua a respirare un’aria pesante.

Trapani, Italia?
Un solo esempio del Far West siculo: la provincia di Trapani. È sicuramente la pro-
vincia più mafiosa d’Italia, anche se di rado sale agli onori delle cronache. Se ne parla poco
proprio perché a Trapani la mafia comanda davvero. A suo modo Cosa Nostra garantisce
l’ordine pubblico, cerca di tenere la città «tranquilla» per evitare clamori e non obbligare
lo Stato a intervenire. Qui i testimoni non parlano. Anzi non vi sono mai testimoni. Può
accadere che un uomo sia ammazzato sulla pubblica piazza davanti a decine di persone,
nessuna delle quali ammette di aver visto o sentito qualcosa.
Come magistrato, mi sono imbattuto nelle storie più assurde. E forse non tutti sanno
che ad Alcamo, in provincia di Trapani, c’è una Casa del Tortellino, specializzata nella
vendita di questo tipo di pasta. Orbene, accade che un poveraccio venga liquidato a schiop-
pettate sulla pubblica via, a pochi passi da detto spaccio. Interroghiamo diverse persone che
erano sul luogo dell’omicidio. Tutti dicono di non aver visto nulla perché erano intenti a
comprar tortellini. Se fosse stato vero, al momento del crimine la Casa del Tortellino sareb-
be stata stipata di folla come piazza San Pietro il giorno di Natale! Qualche coraggioso si
spinge ad ammettere di aver sentito dei botti, da lui attribuiti allo scoppio di petardi. Nulla
più. Ecco la provincia di Trapani nell’anno di grazia 1994.
In questa provincia di quasi mezzo milione di abitanti, dalla peculiare geomorfolo-
gia ricca di anfratti difficilmente accessibili e quindi ideale per stabilirvi basi logistiche, il
rapporto parassitario Cosa Nostra-Stato italiano è evidentissimo. I mafiosi hanno un loro
uomo di fiducia in ogni ufficio pubblico. Dove c’è il potere (teorico) dello Stato, lì c’è
anche il potere (effettivo) di Cosa Nostra. Ad esempio, se la polizia indaga sul patrimonio
di un personaggio sospetto negli uffici del catasto, costui viene direttamente informato da
un uomo di fiducia, non necessariamente un mafioso, infiltrato in quegli stessi uffici. La si-
tuazione è tale che a Trapani non facciamo più intercettazioni telefoniche. È inutile, perché
tanto c’è sempre qualcuno alla Sip pronto a comunicarlo all’interessato.
In questa città i rappresentanti dello Stato sono considerati degli ospiti mal tollerati,
che con le loro iniziative possono mettere a repentaglio la quiete pubblica. Per diretta
esperienza, posso affermare che l’appartenenza della provincia di Trapani alla Repubblica
98 italiana è puramente formale.
A CHE SERVE L'ITALIA

Il dopo-Muro
Negli ultimi anni lo Stato ha conquistato qualche importante posizione nella lotta a
Cosa Nostra, grazie anche all’insofferenza della pubblica opinione nazionale per i crimini
commessi da questa efferata organizzazione. Il crollo della Prima Repubblica travolge de-
finitivamente l’equilibrio geopolitico che per quasi mezzo secolo, dall’epoca dello sbarco
americano in Sicilia, aveva strutturato la precaria coesistenza fra Stato e Cosa Nostra.
I politici siciliani che avevano operato come luogotenenti del Palazzo non sono più
in grado di garantire il patto di non belligeranza che, quasi come una legge non scritta
ma molto più cogente di qualsiasi codice, aveva legato Roma e Palermo. In sostanza: nel
mondo diviso dalla frattura Est-Ovest, comunismo-anticomunismo, alla mafia spettava di
orientare il voto e il potere politico siciliano per evitare rischi di slittamento verso il campo
comunista. In cambio, il potere centrale evitava con cura di stimolare lo sviluppo economi-
co e sociale dell’isola, e del Sud in genere, che considerava un serbatoio di voti essenziale per
bilanciare l’avanzata delle sinistre al Nord. Di questo scambio geopolitico hanno fruito per
decenni i potenti di Roma, i loro rappresentanti a Palermo e naturalmente Cosa Nostra.
Ora che il vecchio equilibrio è crollato e il nuovo potere spesso esibisce le stesse facce,
appena imbellettate, del passato regime, siamo in una fase di stallo. Agli occhi di Cosa 99
PER BATTERE COSA NOSTRA BASTA SEPARARE LA SICILIA DALL’ITALIA

Nostra, lo Stato è una «cosca» vasta, ma debole. Può anche arrestare Totò Riina, ma l’orga-
nizzazione resta indirettamente sotto il suo controllo. Gente come Provenzano e Bagarella
è sangue del sangue di Riina e agisce in nome e per conto del boss incarcerato. Intanto la
mafia aspetta qualche segnale dallo Stato, come l’allentamento della rigida disciplina car-
ceraria per i suoi capi. Bisogna anche vedere che cosa potrà significare il passaggio da una
classe politica prevalentemente meridionale a una che è espressione delle «fabbrichette»
padane. Ad ogni modo, Cosa Nostra non è prossima al collasso. Non bisogna farsi pren-
dere dagli entusiasmi o credere, seguendo i giornali e la tv, che ci sia una via giudiziaria
alla liquidazione della mafia siciliana. Cosa Nostra ha una struttura indistruttibile, che si
rinsangua continuamente: per ogni mafioso preso vi sono decine di aspiranti sostituti. Per
molti siciliani Cosa Nostra significa ancora possibilità di status e di rapido arricchimento,
quasi una sorta di Stato sociale gestito da criminali. Finché lo Stato non sarà in grado di
offrire sviluppo e benessere nella legalità e nella democrazia, Cosa Nostra continuerà a
imperversare. Purtroppo non ci sono scorciatoie. Questa è la sola strada da percorrere per
sradicare, un giorno, il dominio della mafia.
Concludo con un paradosso: l’unico modo di distruggere Cosa Nostra sarebbe di ab-
bandonare la Sicilia a se stessa. Una Sicilia indipendente costringerebbe la mafia ad uscire
allo scoperto, ad assumere direttamente su di sé il peso e la responsabilità delle funzioni sta-
tali. Perderebbe così il vantaggio del parassitismo e la gente scoprirebbe che feroci criminali
come Riina possono certo guidare Cosa Nostra, mai però uno Stato. Cosa Nostra non ha la
cultura e i talenti per far funzionare un’amministrazione. Già stenta a gestire il suo business,
figuriamoci una repubblica. L’Antistato non può diventare Stato dalla mattina alla sera. E
sarebbe la mafia stessa, allora, a implorare gli italiani di tornare. Per poter continuare a far
soldi e a uccidere all’ombra di Roma.

(a cura di Lucio Caracciolo e Giovanni Orfei)

100
A CHE SERVE L'ITALIA

GEOPOLITICA
DELLA
MAGISTRATURA di Carlo GUARNIERI

I singoli uffici giudiziari esprimono ormai una sovranità


assoluta sui rispettivi territori. Perché un reato è tale a Milano non
ad Avellino. Magistrati ‘locali’ e magistrati ‘centrali’.
I pericoli derivanti dalla disunità della giustizia.

C ERCARE DI RICOSTRUIRE UNA «GEOPOLI-


tica della magistratura» in Italia può sembrare, a prima vista, un’impresa non molto signifi-
cativa. L’Italia non è, o almeno non lo è stata fino ad oggi, un sistema federale e la giustizia
viene amministrata in modo unitario su tutto il territorio nazionale. I magistrati, quindi, in
quanto sottoposti esclusivamente alla stessa legge uguale per tutte le zone d’Italia, devono,
o almeno dovrebbero, agire in modo sostanzialmente omogeneo, senza grandi differente da
luogo a luogo. In realtà, le cose sembrano essere più complicate. Già a prima vista, anche
al lettore frettoloso dei giornali appaiono delle differenze nei comportamenti della nostra
magistratura, a seconda delle aree territoriali del paese o, meglio, a seconda dei vari uffici in
cui essa è articolata.

L’organizzazione territoriale della magistratura in Italia


Effettivamente, nel campo dell’amministrazione della giustizia l’Italia presenta oggi
un volto unitario. Dopo l’unificazione, nel 1865, le magistrature dei vecchi Stati vennero
integrate in quella piemontese. Un po’ più lento è stato il processo di unificazione del
sistema giudiziario che verrà completato solo nel 1923 con l’abolizione definitiva delle
cassazioni regionali. A partire però da quella data, l’assetto della nostra magistratura e del
nostro sistema giudiziario è sempre stato, almeno formalmente, unitario, senza conoscere 101
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

sostanziali modificazioni neanche durante la transizione dal regime autoritario fascista a


quello democratico repubblicano.
Così, il reclutamento avviene a livello nazionale con un concorso pubblico che
si rivolge a giovani laureati in giurisprudenza, più o meno come per tutte le altre
branche della pubblica amministrazione (77). Contrariamente a quanto avviene in
varia misura in tutti gli altri paesi democratici, non esistono di fatto altre forme di
reclutamento: l’unico modo per diventare magistrati è quello di affrontare il concorso
nazionale. Quindi, i magistrati costituiscono un corpo unico e, almeno formalmente,
sono ancora oggi ordinati lungo un’unica scala gerarchica che prevede un certo nume-
ro di gradi.
In realtà, grazie ad una serie di provvedimenti legislativi emanati negli anni Sessanta
e Settanta e al modo in cui sono stati applicati, la carriera si svolge ormai quasi esclusiva-
mente per anzianità, nel senso che per essere promossi ad un grado superiore basta di fatto
maturare una certa anzianità di servizio nel grado inferiore. La «carriera» dei magistra-
ti, così come tutti i provvedimenti che li riguardano (trasferimenti, disciplinari eccetera),
sono, da più di trent’anni, di competenza non più del ministero della Giustizia ma di un
organo collegiale: il Consiglio superiore della magistratura (Csm), composto per due terzi
da magistrati eletti direttamente da tutti i loro colleghi e per un terzo da avvocati o profes-
sori universitari di diritto eletti dal parlamento. Esso è comunque un organo centrale con
competenza su tutta la magistratura, che viene pertanto gestita in modo unitario sull’intero
territorio nazionale. Nel suo lavoro il Csm è coadiuvato dai Consigli giudiziari - composti
solo da magistrati, sono attualmente 25, uno per ogni Corte d’appello - che, fra l’altro,
elaborano delle valutazioni preliminari su tutti i magistrati che devono essere promossi.
Di fatto, il ruolo di questi organi non è di grande rilievo: ad esempio, le valutazioni per
le promozioni tendono ad essere unanimemente positive e a non evidenziare differenze
sostanziali fra i magistrati.
Come conseguenza di questo assetto organizzativo, i requisiti, professionali e non,
richiesti per entrare nel corpo sono stabiliti centralmente e non differenziano gli aspi-
ranti per luogo di nascita o residenza (78). Diverso è invece il discorso sulle reali origini
socio-territoriali dei magistrati, anche se va notato che la magistratura presenta un pro-
filo non molto diverso da quello degli altri corpi della pubblica amministrazione. Infatti
- ma la cosa non dovrebbe certo sorprendere i magistrati provengono socialmente da
ceti medi, con una buona componente che annovera genitori in qualche modo attivi
nel pubblico impiego o nel mondo della giustizia, non discostandosi però di molto da
quanto avviene nelle altre magistrature dell’Europa continentale (79). Dal punto di vista
territoriale il corpo giudiziario, nel suo insieme, non è - e non è mai stato - molto rap-
presentativo. Nell’Italia liberale, la magistratura - come peraltro tutti i corpi dello Stato
- mostrava, soprattutto nei suoi gradi elevati, una forte presenza di personale proveniente
dal Piemonte e comunque dai territori dell’ex Regno di Sardegna. A partire dagli inizi di
questo secolo, si è invece affermata una forte prevalenza di magistrati provenienti dalle
regioni centro-meridionali del paese e formatesi soprattutto nelle università di Roma
e Napoli. Si tratta di una tendenza molto forte che ha fatto sì che spesso anche nelle
102 regioni settentrionali prevalessero gli elementi di origine meridionale e che quindi la
A CHE SERVE L'ITALIA

composizione dei magistrati addetti ai vari uffici non variasse poi di molto sul territorio.
Solo di recente si è assistito ad una leggera inversione di tendenza, dovuta soprattutto alla
crescita delle donne magistrato di origine settentrionale (80).

Il Csm e le divisioni ‘partitiche’


Se a prima vista la nostra magistratura sembra essere un corpo abbastanza omo-
geneo regolato da un complesso di norme chiaro, dettagliato e soprattutto unitario,
in realtà, a un’analisi più approfondita, le cose appaiono un po’ diverse. Innanzitutto,
bisogna soffermarsi su quella istituzione cruciale che è il Csm, un organo che nella realtà
mostra profonde divisioni al suo interno. Infatti, le modalità di elezione della compo-
nente togata - proporzionali con scrutinio di lista - fanno sì che essa sia di solito divisa fra
i rappresentanti delle diverse correnti in cui la magistratura italiana è tradizionalmente
frammentata. Le correnti giudiziarie - che così si chiamano perché formalmente fanno 103
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

tutte parte dell’Associazione nazionale magistrati italiani, l’associazione professionale


della magistratura - sono delle vere e proprie organizzazioni politiche, dotate di un’em-
brionale struttura organizzativa, con propri organi di stampa, in grado di elaborare poli-
tiche nel campo della gestione del personale giudiziario, così come in quello dei rapporti
fra magistratura e altre istituzioni pubbliche, e di organizzare attorno a queste politiche
il consenso elettorale dei magistrati elettori. In altre parole, sono pur in un contesto tutto
particolare, dei veri e propri partiti in miniatura che concorrono all’elaborazione e all’at-
tuazione delle politiche della giustizia soprattutto attraverso la loro influenza sul Csm:
negli ultimi anni tutti i magistrati eletti nel Consiglio hanno fatto parte di una corrente
organizzata (vedi tabella 1).
Dopo le recenti elezioni del luglio 1994, quattro sono le correnti rappresentate in
Consiglio. Con una certa approssimazione esse possono essere collocate da sinistra a destra:
Magistratura democratica (Md), Movimento per la giustizia (Mg), Unità per la costituzio-
nale (Uc), Magistratura indipendente (Mi). Certo, le correnti sono organizzazioni nazio-
nali ma, come del resto i partiti politici, hanno le loro zone di forza: ad esempio, Md è da
sempre molto presente a Milano, così come Uc a Napoli, mentre Mi, almeno un tempo,
era forte a Torino e a Palermo. Comunque, il punto da sottolineare è che la divisione in
correnti si riflette sul funzionamento del Csm, tanto più che la stessa componente «laica»,
di estrazione parlamentare, risulta diversa. Dato l’elevato quorum richiesto per l’elezione,
i membri laici rispecchiano i rapporti di forza fra i principali gruppi parlamentari. Nel
periodo 1976-1990 quattro rappresentanti appartenevano alla Dc, tre al Pci, due al Psi e
uno ai partiti minori di centro. Dopo i mutamenti del 1994, tre componenti sono stati
espressi dall’area progressista, uno dai popolari e due ciascuno dai tre gruppi della nuova
maggioranza: Lega, Forza Italia e An.
Per comprendere però il quadro organizzativo all’interno del quale oggi i magi-
strati italiani operano, bisogna aggiungere che, come abbiamo visto poco sopra, la tra-
dizionale carriera è stata di fatto abolita. Pertanto, i superiori gerarchici o comunque i
magistrati di grado più elevato, non controllando più le promozioni, non dispongono
di questo strumento per influenzare i comportamenti dei magistrati di grado meno
elevato. Anche i poteri di indirizzo e coordinamento, pur in qualche caso ancora pre-
senti - per esempio, negli uffici del pubblico ministero - sono stati progressivamente
limitati, sia nelle norme, sia nelle prassi. Così, la gerarchia che un tempo assicurava
una certa, anche se discutibile, omogeneità di orientamenti fra i magistrati non e più
in grado di operare in questa direzione. In realtà, dato che il meccanismo di recluta-
mento e rimasto un concorso pubblico che al massimo è in grado, ma non sempre,
di valutare la preparazione universitaria di neo laureati - e quindi di un personale non
ancora formato, la cui identificazione con i valori della professione giudiziaria è tutta
da costruire - si può tranquillamente affermare che l’organizzazione della giustizia
in Italia, a paragone di tutte le altre che operano nei regimi democratici, difetta di
strumenti per assicurarsi che i propri membri tendano a perseguire davvero i suoi fini
istituzionali. In altre parole, da un punto di vista organizzativo, i nostri magistrati
godono di margini di libertà molto elevati e non sono «costretti» a qualche disciplina
104 né dagli incentivi né dai comuni valori professionali.
A CHE SERVE L'ITALIA

Tabella 1. Elezioni per il Csm con il sistema elettorale proporzionale


(voti, percentuali e seggi)

Anno Md Mg Uc* Mi Altri** Votanti


1976 755 2.526 2.156 506 5.943
13% 42% 36% 9%
(2) (9) (8) (1)
1981 803 2.557 2.263 297 5.920
14% 43% 38% 5%
(3) (9) (8)
1986 1.107 2.517 2.087 402 6.104
19% 41% 34% 6%
(3) (9) (7) (1)
1990 1.337 714 2.236 1.828 6.115
22% 12% 36% 30%
(4) (3) (8) (5)
1994 1.620 1.133 2.854 1.230 6.837
24% 16% 42% 18%
(5) (4) (8) (3)

* Vengono sommati i voti delle varie correnti (Terzo potere, Impegno costituzionale) che poi con-
fluiranno in Unità per la costituzione.
** Si tratta di altre correnti che in seguito si sono sciolte: nel 1976 l’Unione magistrati italiani, con-
siderata conservatrice; nel 1981 e 1986 il Sindacato della magistratura.

Quindi, qualunque decisione significativa che riguardi un magistrato - trasferimenti,


assegnazioni di funzioni più importanti, procedimenti disciplinari eccetera - viene presa
dai Csm che assomma ormai in questo campo tutti i poteri. D’altro canto, lo smantella-
mento della tradizionale carriera gerarchica ha privato il Consiglio di criteri per valutare i
magistrati, come nel caso della nomina ad uffici direttivi o in generale nel decidere i trasfe-
rimenti, quando per lo stesso posto si trovi a scegliere fra più aspiranti. In questi casi, dato
che i tradizionali strumenti gerarchico-burocratici di valutazione (concorsi interni, scrutini
eccetera) non sono stati sostituiti da altri di natura professionale, in grado di accertare le
effettive qualificazioni professionali dei candidati, aumenta ai fini della decisione il ruolo
delle connessioni correntizie o partitiche. In altre parole, poiché, grazie alla carriera per an-
zianità, tutti i concorrenti risultano formalmente di eguali (qualificazioni, il trasferimento
o la «promozione» a un dato incarico avvengono - quando non sulla base della semplice
anzianità di servizio, un criterio non sempre ottimale - mediante accordi fra le correnti e i
partiti, che spesso si sostanziano in scambi di favori reciproci. In questo modo i comporta-
menti dei magistrati, o almeno di quelli che sono in qualche misura «interessati» a provve- 105
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

dimenti del Csm, e che non sono pochi, non possono non tener conto della logica con cui
(quest’organo prende le sue decisioni, e quindi della complessa costellazione di partitiche e
correntizie, che lo influenzano. Così, gli interventi del Csm tendono ad essere condizionati
- e soprattutto ad essere percepiti come condizionati - da una logica politica (81).
Lo smantellamento della carriera e l’istituzione del Csm hanno avuto degli ovvi riflessi
anche all’interno del settore politicamente più delicato, quello dell’iniziativa penale (82).
In Italia, infatti, caso unico fra i paesi a regime democratico, l’azione penale esercitata dallo
stesso corpo di magistrati indipendenti che svolge anche funzioni giudicanti e che si auto-
governa tramite il Csm. In questo settore non esiste più una gerarchia unitaria sul territorio
nazionale: da quando i poteri del ministero della Giustizia sono venuti meno, ogni ufficio
è più o meno autonomo dagli altri (83). Solo nel settore della lotta alla criminalità organiz-
zata, dopo molte polemiche e una forte opposizione da parte della magistratura associata, è
stata di recente istituita una struttura di coordinamento, la Direzione nazionale antimafia,
che non sembra però - almeno a giudizio del Csm - aver avuto un impatto particolarmente
rilevante (84). Comunque, per tutti gli altri reati i singoli uffici si comportano in pratica
come sovrani: anche i conflitti di competenza, che teoricamente potrebbero essere risolti da
un intervento della Corte di cassazione, tendono ad essere regolati - peraltro sfruttando una
possibilità prevista dal nuovo codice di procedura penale - con accordi diretti fra le singole
procure che «si spartiscono» così la competenza a perseguire questo o quel reato (85).
Che in tutti i sistemi politici democratici l’esercizio dell’azione penale sia funzione
politicamente di rilievo non è certo una novità. Nel nostro paese però essa ha assunto una
particolare importanza politica. Diverse ne sono le ragioni, oltre a quanto appena ricorda-
to, e cioè l’essere affidata ad un corpo di magistrati indipendenti che svolge anche funzioni
giudicanti. Com’è noto, e come viene ripetuto a ogni pie’ sospinto, in Italia l’esercizio
dell’azione penale è obbligatorio per mandato costituzionale: secondo l’articolo 112 infatti,
«il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». Di fatto, l’obbligo costitu-
zionale non può cancellare i margini di discrezionalità che sono inevitabilmente presenti in
tutte le numerose decisioni connesse all’esercizio dell’azione penale, anche se, forse, li può
far diventare formalmente «invisibili».
Infatti, il principio di obbligatorietà è stato fino ad oggi interessato nel senso di rende-
re superflua, anzi pericolosa, qualunque forma di valutazione pubblica sull’attività del pub-
blico ministero. Spesso, l’obbligo di agire viene inteso in senso formale, cioè come semplice
«apertura di un fascicolo». Anche nelle polemiche che di tanto in tanto si aprono su questo
tema, si può arrivare a discutere la decisione di agire o meno, ma raramente ci si sofferma
sulle modalità con cui si agisce e sull’efficacia dell’azione penale. Ora, talvolta può apparire
che un’azione sia iniziata senza che ci sia da parte del magistrato che la dirige una reale
volontà di arrivare a risultati concreti (86). Così, con l’eccezione dei poteri del Csm, che
però li esercita con le modalità che abbiamo appena visto, la principale conseguenza della
presenza del principio di obbligatorietà nel nostro ordinamento è stata quella di rendere di
fatto irresponsabili i comportamenti dei magistrati del pubblico ministero.
Alcuni aspetti «tecnici» hanno poi teso, almeno negli ultimi tempi, a magnificare la
portata delle iniziative del pubblico ministero. Certo, come è stato ormai messo in luce
106 da un’autorevole letteratura internazionale (87), l’esercizio dell’azione penale e lo stesso
A CHE SERVE L'ITALIA

processo penale sono già di per sé di fatto una forma di sanzione, per i costi che comunque
impongono all’accusato. In Italia si può dire che qualcosa di analogo ormai avvenga anche
con la cosiddetta informazione di garanzia - con la quale viene notificato ad un cittadino
che si sta indagando su di lui - o addirittura talvolta con la semplice iscrizione nel registro,
segreto, degli indagati. Il fatto che l’emissione di tali avvisi sia regolarmente diventata,
almeno nei casi politicamente più rilevanti, di dominio pubblico - e che anzi venga talora
addirittura annunciata con un comunicato alla stampa (88) - ha un forte impatto sul-
l’opinione pubblica e tende a far sì che gli indagati siano considerati comunque colpevoli.
Anche se tale percezione va sicuramente interpretata anche come un segno della debolezza
dei valori garantisti della nostra cultura politica, resta il fatto che la semplice emissione di
un avviso di garanzia da parte del pubblico ministero - che di per sé non implica alcun
grado di colpevolezza, anzi in regime di obbligatorietà dell’azione penale è un atto dovuto
- costituisce, non solo per il semplice cittadino, ma soprattutto per un uomo pubblico, un
‘evenienza gravemente negativa.
Infine il potere del pubblico ministero è molto elevato anche per la possibilità che ha
di ordinare in molti casi la custodia cautelare in carcere dell’indagato. Certo, la richiesta del
pubblico ministero deve sempre essere accolta da un giudice e anche la decisione di que-
st’ultimo è soggetta a riesame da parte di altri organi giudiziari. Di fatto - ma la questione
richiederebbe senz’altro un approfondimento - almeno nei casi più clamorosi le richieste del
pubblico ministero sembrano avere migliori possibilità di accoglimento. Svariati possono
essere i motivi di questa tendenza: la struttura stessa del nostro processo penale che tende
a privilegiare l’accusa soprattutto nella fase preliminare, la pressione dell’opinione pubblica
- che sembra avere, almeno nei casi di corruzione politico-amministrativa, un pregiudizio
sfavorevole all’accusato - o anche il fatto che giudici e pubblici ministeri, appartenendo allo
stesso corpo, presentano in pratica un legame organizzativo che risulta ovviamente assente
nel caso del rapporto fra il giudice e l’avvocato difensore.
Riassumendo i risultati di questa rapida analisi, la gestione della nostra magistratura è
ormai opera soprattutto del Csm, un organo centrale, che presenta però una composizione
notevolmente «pluralistica», con le sue già ricordate divisioni partitiche e correntizie, por-
tatrici di diversi orientamenti politici e gestionali. Anche nei settori dell’iniziativa penale,
quello politicamente più rilevante, il nostro sistema giudiziario mostra un assetto di fatto
abbastanza «policentrico». Non esiste più una gerarchia organizzativa. I singoli uffici - e
anche i singoli magistrati - possono agire con notevole autonomia, e quindi anche con
una certa libertà di dialogare con l’ambiente in cui operano, anche se devono sempre tener
conto degli equilibri prevalenti all’interno del Csm.
La debolezza dei meccanismi organizzativa rende, perciò, molto difficile fare delle
ipotesi generali sugli appartenenti al corpo: molto, anche se non tutto, dipende dagli
orientamenti politico-culturali dei singoli magistrati e dalle modalità con cui defini-
scono il proprio ruolo. Così, per cercare di capire come si muoverà un certo ufficio è
necessario conoscere nei dettagli i caratteri dei suoi dirigenti degli altri componenti
dell’ufficio. Una distinzione di una certa utilità può essere quella fra magistrati locali,
che tendono a permanere a lungo nello stesso luogo (89) e il cui gruppo di riferimento
è costituito prevalentemente dall’ambiente locale - che va quindi ricostruito di volta 107
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

in volta con difficili analisi specifiche - e che solo indirettamente sono influenzati
da quanto avviene nel sistema politico nazionale, e magistrati centrali, che guardano
soprattutto ad altri uffici e al centro del sistema politico. Resta comunque che le con-
dizioni istituzionali rendono possibili, anzi probabili, comportamenti molto differen-
ziati a seconda degli uffici.
Il valore di quest’ultima affermazione può essere messo alla prova cercando di analiz-
zare come la magistratura si è mossa in un settore importante come quello della lotta alla
corruzione politico-amministrativa. È questo infatti un campo di analisi di sicuro rilievo,
non solo perché le indagini di questi anni - con più di seimila persone indagate e circa
tremila avvisi di garanzia e custodia cautelari (90) - hanno mostrato come il «sistema della
corruzione» fosse estremamente diffuso e come esso trovasse collegamenti e connessio-
ni nei leader nazionali delle principali forze politiche, ma soprattutto perché da tempo
se ne segnalava la sua più o meno capillare presenza su tutto il territorio nazionale (91).
Comunque, fino a poco tempo fa, e più precisamente fino ai primi mesi del 1992, non si
può certo dire che da parte della magistratura si avessero grandi iniziative in questo campo.
Anche il reato di finanziamento illecito dei partiti, connesso spesso a quelli di corruzione
e concussione, non era mai stato oggetto di serie indagini, nonostante fossero emersi di
tanto in tanto fatti clamorosi: si pensi, ad esempio, alla candida ammissione fatta nel corso
di un’intervista, nel 1980, dall’onorevole Evangelisti. Solo nel 1992, specie dopo che le
elezioni di aprile avevano segnato una svolta nel comportamento elettorale degli italiani,
le cose hanno cominciato a cambiare, anche se, come vedremo, con rilevanti differenze fra
ufficio e ufficio.

Milano, Torino, Roma, ‘Italia rossa’, Sud:


cinque modi di fare giustizia
Il caso della procura di Milano è ormai emblematico: qui l’ondata di iniziative giu-
diziari contro la corruzione ha preso inizio, si è allargata a macchia d’olio ed è stata gestita
da magistrati che non solo guardavano, e guardano, al centro del sistema politico ma che
ormai sono diventati dei veri attori politici nazionali. Gli esempi non mancano. Si pensi al
caso della ventilata partecipazione di Di Pietro al governo Berlusconi, dove sembrava che
solo quella partecipazione avrebbe potuto garantire la qualità morale del nuovo esecutivo,
o al dialogo fra il procuratore capo Borrelli e il ministro Biondi sulle eventuali modifiche
del codice di procedura penale, con il ministro che dichiarava che tali modifiche sarebbero
state prese solo in accordo con la procura di Milano (e, in verità, il non avrà tenuto fede
a questa promessa, per quanto curiosa, pare gli sia costato politicamente caro) o ancora
all’intervento di Di Pietro al Convegno di Cernobbio, dove davanti all’élite politico-eco-
nomica del paese ha presentato la «sua» soluzione a Tangentopoli, provocando il noto
pandemonio.
È impossibile ricordare tutte le singole iniziative e il loro impatto sulla dinamica del
108 sistema politico: va comunque notato che i magistrati milanesi sembrano essersi mossi sulla
A CHE SERVE L'ITALIA

base di una propria logica, relativamente autonoma da tutte le forze politiche. Alla base
del loro potere sta senz’altro anche il continuo e intenso rapporto coi media, che ha visto
i magistrati dell’ufficio, così come il suo capo, intervenire in questi due anni su quasi tutti
i temi oggetto di discussione politica e che è culminato - forse - nella dichiarazione letta
davanti alle telecamere da Di Pietro dopo l’emanazione del decreto Biondi sulla custodia
cautelare, che tanto ha contribuito al suo affossamento. Inoltre, importante è anche stato
il grado piuttosto elevato di coesione - almeno in senso relativo - mostrato dai magistrati
della procura di Milano: nulla è emerso al di fuori del caso Parenti e della latente ma sempre
controllata competizione fra il procuratore capo Borrelli e l’aggiunto D’Ambrosio emersa
pubblicamente dopo Cernobbio. Le inchieste milanesi, al di là appunto delle singole ini-
ziative penali che sembrano assumere un carattere quasi secondario, sono diventate veri e
propri interventi sul processo politico nazionale: che questi interventi siano un mandato
di cattura, un’intervista a un giornale o una dichiarazione alla televisione non fa poi una
radicale differenza.
È interessante invece confrontare il caso milanese con quello di Torino. Non si può
dire infatti che la procura torinese sia stata inattiva nel perseguire i reati contro la pubblica
amministrazione (92). Forse, una certa differenza sta nel tipo - meno eclatante - di casi
trattati, differenza che può essere attribuita al diverso contesto economico, più stabile in
quanto dominato da una grande azienda, al contrario dell’area lombarda, molto più «poli-
centrica» e quindi molto più aperta alla competizione e al conflitto.
Quello che pero colpisce è la diversa modalità di azione dei magistrati torinesi. Non
mi riferisco qui agli aspetti processuali - che richiederebbero specifiche analisi - ma alla loro
maggiore prudenza nel rapporto con i media. Sembra quasi emergere la scelta di non assu-
mere un ruolo politico nazionale e pertanto di non agire, per quanto possibile ovviamente,
come attori politici. È una scelta che può essere collegata a un maggiore attaccamento a una
concezione tradizionale - e più riservata - del ruolo della magistratura, forse ancora forte
nel capoluogo subalpino.
Diverso ancora il caso di Roma. Qui bisogna ricordare l’ovvia crucialità degli uffici
giudiziari della capitale, sede di tutti i principali organi politico-amministrativi e quindi
di naturale depositaria della competenza a svolgere indagini sul loro conto. La procura di
Roma è sempre stata considerata una posizione di particolare rilievo politico: forse proprio
per questo motivo, nel passato - fino alla recente nomina di Coiro, da sempre appartenen-
te a Md - è sempre stata diretta da un magistrato considerato «vicino» alla Democrazia
cristiana. I comportamenti di questo ufficio sono stati molto spesso oggetto di polemica:
giudicati troppo prudenti - per usare un eufemismo - hanno valso a questa procura il noto
appellativo di «porto delle nebbie».
Proprio questa reputazione ha fatto sì che, fin dall’estate del 1992, la stampa parago-
nasse spesso l’attivismo di Milano all’eccessiva prudenza di Roma.
Da qui la difesa preventiva del nuovo procuratore Mele che, intervistato nell’agosto ‘92,
subito dopo la sua nomina, preannunciava iniziative nel campo dei reati contro la pubblica
amministrazione e ancora nel dicembre dello stesso anno doveva difendersi dalle accuse di
eccessiva prudenza, assicurando che la procura stava «operando senza sosta» in questo settore.
Nel complesso, la procura di Roma, nonostante ci si potesse anche aspettare il contrario, 109
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

dopo qualche schermaglia iniziale, non ha contrastato questa volta le iniziative di Milano e si
è mossa poi nella stessa direzione anche se con più cautela - si veda ad esempio il caso Sisde
- e magari sfruttando altri filoni, come l’inchiesta sull’Olivetti. Semmai nel caso romano le
divisioni interne all’ufficio - molto forti e che hanno portato, fra l’altro, ad un contenzioso che
è sfociato nell’annullamento della nomina di Mele a procuratore capo - ne hanno probabil-
mente condizionato l’impatto eterno, come abbiamo visto potenzialmente elevassimo.
Il caso della «zona rossa» - cioè degli uffici situati in Emilia Romagna, Toscana e Umbria
- è senz’altro il più interessante ed è quello che meriterebbe un lavoro di ricerca più approfon-
dito. In quest’area le iniziative giudiziarie risultano molto meno numerose e quando vengono
avviate, lo sono con minor clamore da parte dei media. Un’ipotesi di spiegazione - che viene
con una certa frequenza avanzata e che qui i magistrati siano in una certa misura condizionati
dall’ambiente politico-economico locale (93). Esempi, anche clamorosi, di acquiescenza - o
comunque di un certo «riguardo» - della magistratura verso il Pci e le sue organizzazioni sono
stati anche di recente ricordati così come si è notato che negli ultimi anni i magistrati di Md
- la corrente di sinistra - hanno acquistato una crescente influenza su molti uffici giudiziari
(94). Dall’altra parte si risponde che forse è più vicina al vero l’ipotesi contraria, e cioè che i
politici, e magari anche gli imprenditori, siano qui meno corrotti, anche se un ipotesi inter-
media potrebbe essere quella che in queste zone, proprio per la loro alta stabilità politica, il
meccanismo della corruzione sia meglio organizzato o che comunque i rapporti fra politica
ed economia vengano regolati con maggiore fluidità (95).
Un altra area, non certo esente da fenomeni di corruzione politico-amministrativa ma
in cui, almeno fino a poco tempo fa, la magistratura ha mostrato una notevole prudenza, è
il Sud. Certo, è possibile che in zone come la Sicilia per lungo tempo il problema più im-
portante sia stato quello della mafia più che quello della corruzione, anche se naturalmente
non si tratta di due fenomeni distinti. Esistono però casi particolarmente significativi. Ad
esempio, un forte contrasto corre ormai fra Napoli e Avellino, contrasto molto significa-
tivo perché le sue aree in buona parte condividono la stessa esperienza, quella sull’uso dei
fondi per la ricostruzione dopo il terremoto del 1980. Mentre da un certo momento in poi
- grazie anche alle divisioni interne fra i politici napoletani - la procura di Napoli si muove,
allargando poi le sue iniziative anche ad altri settori, lo stesso non può dirsi di Avellino che,
come gli altri uffici dell’Irpinia, agisce sempre con estrema prudenza - e con pochissimo
clamore - tanto da meritarsi l’invio di ispezioni da parte del Csm e del ministero della
Giustizia, iniziative che fino ad oggi non hanno però portato a provvedimenti concreti.
Anche se si tratta solo di uno fra i tanti elementi di spiegazione, non si può non rilevare
che l’Irpinia ha mostrato nel passato, e in una certa misura ancora oggi, una classe politica
caratterizzata, almeno al livello locale, da un grado molto elevato di compattezza.

Conclusione
C’è chi ha attribuito le differenze nei comportamenti dei vari uffici non alle scel-
te dei magistrati che vi operano ma al differente contesto ambientale. In altre parole, la
110 magistratura potrebbe intervenire solo dove chiamata in causa. È la cosiddetta teoria del
A CHE SERVE L'ITALIA

juke-box: se la moneta è buona, suona, cioè se la notizia di reato è fondata le iniziative della
magistratura seguono naturalmente. C’è senz’altro qualcosa di vero in questa analogia, che
peraltro richiama quella della slot-machine diffusa nel mondo anglosassone (96). È però
inesatta se intende attribuire alla magistratura, e in questo caso al pubblico ministero, un
ruolo esclusivamente esecutorio. Non è solo - come è stato correttamente osservato - che
il volume della musica, e quindi il tipo di iniziative giudiziarie che seguono alla notizia di
reato, dipende in buona misura da chi dirige il juke-box. E anche che negli ultimi venti anni
la nostra magistratura si è progressivamente allontanata da una concezione ristretta, passiva
del proprio ruolo, con il magistrato che «attende» che gli pervenga la notizia di reato per
poi iniziare le indagini al fine di valutarne la fondatezza. Ormai in molti casi le notizie di
reato i magistrati le cercano loro, di propria iniziativa, senza aspettare nel proprio ufficio
(97).
Quindi, al di là di un assetto formalmente ancora centralizzato, lo smantellamento
dei tradizionali controlli organizzativi - che non è stato accompagnato dall’introduzione
di forme di controllo di tipo diverso ma comunque di qualche efficacia - ha portato alla
costruzione di un assetto di fatto fortemente policentrico che fa sì che la nostra magi-
stratura presenti nei suoi comportamenti forti variazioni territoriali. Le più rilevanti - ma
non le sole, anche se su queste abbiamo qui concentrato la nostra attenzione - sono quelle
che riguardano le funzioni della pubblica accusa un settore non solo di notevole rilievo
politico ma anche di per sé connotato da maggiori spazi di discrezionalità. Così, l’esercizio
dell’azione penale - il se perseguire ma soprattutto il come perseguire e con quali risultati -
sembra nei fatti condizionato non solo da pur comprensibili differenze nell’ambiente in cui
i magistrati lavorano, ma soprattutto dai loro orientamenti e dagli assesti che prevalgono
all’interno dei singoli uffici così come dai rapporti fra questi e il Csm.

Note

77. Per un’ampia descrizione dell’assetto istituzionale della magistratura e dei suoi rapporti con il sistema politico
mi si consenta di rinviare al mio Magistratura e politica in Italia, Bologna 1993, 2a ed., il Mulino.
78. Fanno eccezione i concorsi speciali indetti per gli uffici giudiziari della provincia di Bolzano, cui si applicano le
norme sul bilinguismo e sulla «proporzionale etnica».
79. Vedi G. FEDERICO, (a cura di), Caratteristiche socio-culturali della magistratura, Padova 1989, Cedam.
80. Vedi G. FEDERICO, op. cit., e G. FEDERICO - A. NEGRINI, «La Grazia e la Giustizia», in P. DAVID - G.
VICARELLI (a cura di), Donne nelle professioni degli uomini, Milano 1994, Angeli, pp. 83-131, che fra l’altro
evidenziano come quasi il 40% dei magistrati entrati nel corpo fra il 1967 e il 1985 si sia laureato a Roma o a
Napoli.
81. Nonostante di tanto in tanto il Csm faccia qualche tentativo per limitare o strutturare la sua discrezionalità, in
questo campo la sostanza della questione non è fin ad oggi mutata. E non potrebbe essere altrimenti dato che
il Consiglio non dispone di sufficienti informazioni sistematiche sulle capacità professionali dei candidati. 111
GEOPOLITICA DELLA MAGISTRATURA

82. Su questo punto e su quanto segue vedi G. DI FEDERICO, «Obbligatorietà dell’azione penale, coordina-
mento delle attività del pubblico ministero e loro rispondenza alle aspettative della comunità», La giustizia
penale, XCVI, 1991, pp. 148-171.
83. Oltre alla procura generale presso la Corte di cassazione e alle 25 procure generali presso le Corti d’appello,
esistono circa 160 procure presso i tribunali di prima istanza e altrettante presso le preture circondariali.
84. Il giudizio del Csm è contenuto nella relazione per l’anno 1993 sulla Direzione nazionale antimafia. Va anche
ricordato che con lo stesso provvedimento in ogni distretto di Corte d’appello sono state istituite delle Dire-
zioni distrettuali antimafia, con competenza per i reati di criminalità organizzata.
85. In questo modo sono stati affrontati, nel biennio 1992-’94, i ricorrenti conflitti tra le varie procure nelle nu-
merose inchieste sulla corruzione politico-amministrativa.
86. è quanto sottolinea F. CAZZOLA, «Tangentopoli e magistratura», La Magistratura, XLVII, n. 4, 1993. Inte-
ressanti esempi di azioni penali «finte» o promosse con scopi «non istituzionali» sono raccontati da un magi-
strato, G. DI LELLO, Giudici, Palermo 1994, Sellerio.
87. Vedi M. M. FEELEY, «The Process is the Punishment», New York 1979, Russel Sage.
88. Vedi, ad esempio, la trattazione del caso dell’emissione di informazioni di garanzia a carico di alcuni dirigenti
di Mediobanca da parte della stampa del 31/5/1994.
89. In questo favoriti dalle modificazioni che abbiamo sopra illustrato. Contrariamente al passato, infatti, oggi è
possibile fare «carriera», cioè essere promossi ai gradi superiori, senza dover necessariamente cambiare posi-
zione. Si può così indefinitamente continuare a svolgere le stesse funzioni pur essendo stati «promossi» ad un
grado superiore.
90. I dati sono contenuti nel Sole-24 Ore, 17/2/1994.
91. Si vedano i dati presentati da R.D. Putnam (Macking Democracy Work, Princeton 1993, Princeton University
Press, p. 111, traduzione italiana La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano 1993, Mondadori) e basati
su sondaggi e su interviste a leader locali. Putnam segnala comunque la percezione della corruzione risulta più
elevata nelle regioni meno dotate di spirito civico, e cioè in quelle meridionali.
92. Va per altro ricordato che negli anni Ottanta la procura prese l’iniziativa di condurre in prima persona un’in-
dagine per verificare la posizione patrimoniale e contributiva dei cittadini di Torino per individuare eventuali
reati di evasione fiscale, iniziativa che portò poi ai numerosi processi e condanne. Vedi G. DI FEDERICO
«Obbligatorietà ...», cit., p.153.
93. È questa per esempio, l’ipotesi pubblicamente avanzata, nella primavera del 1994, da un noto magistrato della
procura di Bologna, al momento di lasciare il proprio incarico per passare al ramo giudicante.
94. Vedi , ad esempio, Il Sole-24 Ore, del 3 e 22/3/1994.
95. Se una delle motivazioni della corruzione è quella di reperire risorse da spendere nella lotta elettorale, magari
per accaparrarsi il voto di preferenza, bisogna ricordare che almeno tradizionale, l’apparato del Pci, soprattutto
nelle regioni rosse, è sempre riuscito ad orientare i comportamenti di voto del proprio elettorato, abbattendo
così i costi delle compagne elettorali dei singoli candidati, la cui elezione dipendeva in misura notevole dalle
decisioni degli organi - centrali e locali - del partito.
96. E oggetto di feroci critiche da tutta la moderna analisi del diritto. Per un contributo ormai classico vedi J.
FRANK, Courts on Trial, Princeton 1949, Princeton University Press.
97. Vedi G. DI FEDERICO, «Obbligatorietà ...», cit.

112
A CHE SERVE L'ITALIA

DUE ESERCITI
PER DUE
REPUBBLICHE? di Gianlorenzo STACHI e Jacopo TURRI

I rapporti fra Forze armate e Regioni illuminano alcune linee


di frattura territoriale, geopolitica e geoeconomica.
Le conseguenze ipotizzabili in caso di riforma regionalistica
delle istituzioni. La meridionalizzazione dei volontari.

C HE COSA SIGNIFICHEREBBE PER


le Forze armate un’Italia federale o comunque una riforma istituzionale basata sull’accor-
pamento di alcune macroregioni? Una risposta precisa non è ancora possibile, stante la va-
ghezza dei progetti di riforma federalista o regionalista che dovrebbero segnare il passaggio
dalla Prima alla Seconda Repubblica. Ci troviamo infatti in mezzo al guado, presi tra l’al-
ternativa di un radicale rinnovamento e quella del gattopardismo per cui la «rivoluzione»
di Mani Pulite confermerebbe che in Italia ogni tanto si propone di cambiar tutto affinché
nulla cambi. Come ogni altro settore dello Stato, anche la difesa esita sulla soglia di questo
processo di rinnovamento. Nell’ambito militare oltretutto il ritardo accumulato per disin-
teresse di governi e inadeguatezza costante di mezzi è ormai tale da rendere un eventuale
balzo in avanti assolutamente indifferibile, se non si vuole che l’intera struttura rischi di
afflosciarsi su se stessa come un castello di carte. Da tempo, per la precisione dal 1991, gli
Stati maggiori hanno elaborato in merito un documento, il cosiddetto Nuovo modello di
Difesa che congloba i cahiers de doléance delle Forze armate e prospetta un’inedita ipotesi di
struttura militare, più idonea ad affrontare le sfide del futuro. Lo studio soffre però di un
vizio di origine che ne mina parzialmente la credibilità; il lavoro infatti resta necessariamen-
te nel vago allorché si tratta di esaminare il modo in cui le nuove Forze armate dovrebbero
inserirsi nella nuova repubblica.
In particolare, nell’ambito dei problemi istituzionali non ancora risolti, l’interroga-
tivo connesso all’eventuale evoluzione dell’Italia verso una forma federale o un maggiore
regionalismo è fra quelli che si sono rivelati maggiormente condizionanti per i responsabili
della Difesa. 113
DUE ESERCITI PER DUE REPUBBLICHE?

I ministri dei diversi governi che si sono succeduti nel corso della recente crisi si
sono raramente espressi in merito e, per di più assumendo atteggiamenti che variano
grandemente dall’uno all’altro Il ministro Andò (Psi), nel corso di un convegno svoltosi
a Catania nell’aprile 1993 - vale a dire dopo la fine del suo mandato - sosteneva come
l’indicazione più feconda del federalismo fosse «un processo verso l’integrazione sempre
più ampia di soggetti differenti, gli attuali Stati europei, piuttosto che, come vorrebbero
alcuni, la disintegrazione di soggetti, le parti che formano una nazione, che proprio
nell’unita possono valorizzare le differenze». Sottolineava altresì come «la nuova strut-
tura che le Forze armate si apprestano ad assumere, rinnovate negli ordinamenti, nelle
tecnologie e negli organismi, continuerà a far riferimento costante a questo richiamo
unitario che - nella sostanza - costituisce patrimonio irrinunciabile non solo dei cittadini
alle armi, ma di tutto il paese» (98).
Il ministro Fabbri (Psi), che gli successe, non affrontò mai direttamente l’argomento.
Si limitò soltanto ad emanare disposizioni che ribadiscono quanto già sancito dalla legge
958 del 1986 in merito al servizio di leva che, compatibilmente con le esigenze operative,
dovrebbe essere svolto nella regione di appartenenza del giovane chiamato alle armi (99).
Il ministro Previti (Forza Italia), infine, non si è ancora espresso in merito, nell’attesa
che sul problema del federalismo venga assunta una posizione precisa da parte di una
maggioranza che non ha ancora scelto fra le diverse opzioni. Ciò fa sì che, nelle relazioni
programmatiche che egli ha presentato alle commissioni Difesa dei due rami del parlamen-
to (100), il Nuovo modello soffra ancora di quella fondamentale indeterminatezza cui si è
fatto cenno e che si riflette, con infinite sfumature, in tutti i settori di attività delle Forze
armate.
In realtà, i rapporti fra Forze armate e Regioni sono ben più profondi e complessi
di quanto non sia mai apparso ad una classe politica, a dei mass media e ad un’opinio-
ne pubblica abituati da un lato ad esaminare unicamente il lato macroscopico del pro-
blema - vale a dire la struttura e le dipendenze della Difesa nel caso di un’evoluzione
della Repubblica italiana verso una qualsiasi forma federale - dall’altro a semplificare
indebitamente il problema identificandolo con quello, molto più ristretto, della «re-
gionalizzazione» del servizio militare. Sicché quando si discute dell’ipotesi federalista si
finisce col creare un dubbio proprio ove allo stadio attuale dei fatti il dettame costitu-
zionale è talmente chiaro e lineare che dubbi non dovrebbero e non potrebbero esiste-
re. La materia specifica è infatti «regolata dagli articoli del Titolo V della Costituzione.
Più precisamente gli articoli 117 e 118 contengono un’elencazione delle aree nelle
quali le Regioni possono esercitare le proprie potestà rispettivamente legislativa ed
amministrativa che - per quanto passibili di estensione in virtù delle riserve di legge
contenute nell’articolo 117, 2° comma, e 118, 2° comma - vengono ritenute esaustive
dalla maggioranza della dottrina. In entrambi i casi la funzione Difesa non compare, e
appare estremamente improbabile un’interpretazione estensiva dell’attività di politica
locale citata nell’art. 118, volta a ricomprendere in essa compiti di tutela dell’ordine
pubblico attualmente svolto dalle Forze armate» (101). Parimenti anche nel caso in
cui in futuro si dovesse giungere, secondo quanto sancito dall’art. 132, alla fusione di
114 due o più Regioni, il rapporto con le Forze armate resterebbe impostato su parametri
A CHE SERVE L'ITALIA

che non ne muterebbero l’essenza. Ciò a meno che non si desse vita a forme regionali
assolutamente inedite, dotate di qualcosa in più dell’autonomia; dunque a Regioni
dotate di una propria sovranità, cosa che le porrebbe in grado di esercitare - al pari di
uno Stato indipendente - il monopolio della forza legittima. L’ipotesi appare però così
spinta da poter essere considerata di mera fantasia. Molto più che in questo settore,
dunque, l’incidenza che un eventuale passaggio ad una diversa repubblica, segnata da
più marcate autonomie regionali, potrebbe avere sul rapporto Difesa-Regioni e sul-
l’efficacia dello strumento difensivo nazionale nel suo complesso è da indagare soprat-
tutto sotto i seguenti aspetti a) impatto economico prodotto sulle varie Regioni dalla
presenza militare nel territorio; b) problemi connessi all’occupazione del territorio
stesso per esigenze militari e di difesa; c) interventi vari e per pubbliche calamità svolti
a differenti livelli dalle Forze armate; d) ciò che è più importante, gli eventuali lega-
mi fra reclutamento e regionalizzazione o federalizzazione. Esaminiamo partitamente
questi punti.
A) L’aspetto economico-finanziario del rapporto Difesa-Regioni è stato in par-
ticolare approfondito di recente nell’ambito di una ricerca che il Centro militare di
studi strategici e alcuni enti locali - Regione, Provincia, Comune, Ervet e Camere di
commercio - hanno affidato alla Nomisma di Bologna, incaricata di studiare il caso
generale dell’Emilia-Romagna e alcune realtà particolari, quali quelle di Bologna, di
Budrio e del cosiddetto «triangolo aeronautico romagnolo» (Ravenna-Cervia-Rimini)
(102).
Ne è risultato uno studio innovativo e complesso, che ha richiesto la raccolta
e l’esame di una sconfinata serie di dati e ha tra l’altro costretto gli autori a forgiare
strada facendo gli strumenti del proprio lavoro. Nella pressoché assoluta assenza di
ricerche precedenti che potessero fungere da punti di riferimento, la Nomisma ha così
definito un’intera serie di regole e formule risultate valide per i casi presi in esame e
che dovrebbero, con limitati adattamenti, essere utilizzabili per qualsiasi altra Regione
e città del territorio nazionale.
Tra i punti evidenziati appare di particolare interesse l’incidenza economica della
presenza militare, incidenza che in una regione come l’Emilia-Romagna, che ospita
un numero di reparti e di installazioni relativamente limitato, si situa intorno allo
0,5% del prodotto regionale lordo. Una percentuale che soltanto a prima vista può
apparire come limitata, giacché è superiore a quella riferibile ad ogni altro singolo
polo industriale o economico comunque operante nella regione. Essa presenta poi
una distribuzione estremamente irregolare, sia dal punto di vista territoriale che da
quello delle categorie di operatori che fruiscono dei benefici: può quindi risultare
condizionante in settori come la ristorazione e in località come Piacenza, ove ha rilievo
particolare la presenza dell’arsenale, o in piccoli centri quali Budrio, ove tra l’altro è
considerevole l’incidenza dell’occupazione generata dalla presenza militare valutabile
orientativamente in un posto di lavoro per ogni tre effettivi presenti nella sede. Un
rapporto dunque in cui viene chiaramente evidenziato, attraverso lo studio dei para-
metri di spesa diretti e indiretti (103), il vantaggio economico che la presenza militare
comporta per le varie regioni. 115
DUE ESERCITI PER DUE REPUBBLICHE?

Per una complessa serie di motivi, che potrebbero essere definiti come storico-
operativi, detto vantaggio è stato sino ad oggi ripartito fra le regioni italiane in maniera
molto diseguale. A parte quanto riscontrabile nel lavoro della Nomisma che riguarda
solo l’Emilia-Romagna, e in un altro studio in corso a cura della medesima società e
riferito all’area di Taranto, non esistono però sino a questo momento dati verificati
e probanti relativi alle singole regioni e che consentano di valutare con precisione le
varie differenze.
Incontrovertibile appare in ogni caso il fatto che le commesse industriali maggiori
si sono sino ad ora ripartite soprattutto nelle quattro regioni - il Lazio, la Liguria, il
Piemonte e la Lombardia - in cui più accentuata è la presenza di grandi complessi
industriali che lavorano totalmente o parzialmente per la Difesa. Un discorso legger-
mente diverso ma sempre condizionato da accumuli in corrispondenza dei maggiori
poli è poi quello relativo ai subcontraenti, su cui parimenti non esistono dati probanti
anche perché molte ditte non amano far sapere che contribuiscono, anche indiretta-
mente, allo sviluppo di programmi d’armamento.
Se le commesse industriali hanno favorito il Lazio e il Nord-Ovest del paese,
la massa dell’impatto economico dovuto alla presenza di reparti e truppe si è invece
scaricata sul Nord-Est, vale a dire sulle tre Venezie, per l’intero quarantennio del con-
fronto bipolare. Ne ha altresì beneficiato in maniera considerevole anche il Lazio, e
soprattutto Roma, sia per la presenza degli organi centrali e dei supporti destinati a
sostenerli che per quella di un’elevata concentrazione di scuole.
Una distribuzione nel complesso estremamente disarmonica, che ha penalizzato
pressoché tutta l’area a sud del Po con l’eccezione della capitale e dei dintorni e che
dovrebbe comunque risultare modificata e corretta dal Nuovo modello di Difesa. Il
modello prevede infatti una distribuzione delle unità, specie di quelle dell’esercito,
la Forza armata più ricca in personale, molto più armonica della precedente ed equa-
mente ripartita su tutto il territorio nazionale senza concentrazioni da un lato e zone
vuote dall’altro.
Più difficile, se non impossibile, da correggere, risulta invece il parametro delle
commesse industriali; anche in tale caso comunque una legge che fissasse obblighi
precisi relativi ad una eventuale distribuzione regionale percentuale dei subcontraenti
potrebbe contribuire in maniera consistente ad attenuare dette disparità.
B) Un altro rapporto «forte» fra regioni e Forze armate è quello costituito dalla
cosiddetta «occupazione militare» del territorio, generatrice di effetti di vario tipo e
tutti comunque strettamente connessi al settore economico Essa si esplica, in primo
luogo, sulle aree del Demanio militare, cioè quelle comprendenti le opere espressa-
mente destinate alla difesa nazionale, le strade militari, gli aerodromi, le fortificazioni
permanenti della difesa antiaerea... Si riferisce inoltre anche alle aree sottoposte al
regime dei beni indisponibili, cioè quelle che lo Stato ha affidato temporaneamente in
gestione alla Difesa per essere utilizzate quali caserme, depositi, magazzini e ospedali.
Comprende infine anche zone sottoposte per motivi operativi a limitazioni particolari,
le cosiddette servitù militari.
116 Per lungo tempo dal punto di vista economico le occupazioni sono state consi-
A CHE SERVE L'ITALIA

derate come un danno, una diseconomia che sottraeva alla disponibilità locale beni
che avrebbero potuto invece avere una destinazione maggiormente produttiva. Negli
ultimi anni ha cominciato pero ad evidenziarsi una valutazione di ben diverso tenore.
L’occupazione dei beni da parte militare ha infatti finito col produrre anche effetti
positivi di rilevante importanza. Gli edifici di interesse storico hanno goduto di una
costante manutenzione che in non tutti i casi sarebbe stato possibile assicurare qualora
essi fossero transitati in differente disponibilità (104). La presenza e i vincoli militari
hanno inoltre preservato dallo scempio molte aree che ora si rivelano importanti dal
punto di vista naturalistico e paesaggistico (105). Il migliore esempio è forse quello
del poligono di Nettuno entro il cui perimetro si è salvato l’unico tratto di costa laziale
che non sia ancora stato sepolto da un’interrotta colata di cemento. La già citata ricer-
ca Nomisma ha infine evidenziato, con uno studio storico riferito al caso particolare
della città di Bologna (106), come il passaggio dei beni dalla disponibilità delle Forze
armate a quella di Regioni, Province e soprattutto Comuni altro in realtà non sia che
una tappa verso la loro privatizzazione.
Storicamente questo tipo di processo e stato sperimentato due volte, la prima in
data di poco successiva all’unificazione d’Italia e poi agli inizi del Novecento, allorché
il governo Giolitti finanziò l’ammodernamento dell’artiglieria proprio attraverso la
cessione a carattere oneroso delle aree e degli edifici che risultassero esuberanti rispetto
alle necessita di Forze armate che stavano riducendo le proprie dimensioni. Situazione
che tra l’altro ricorda molto quella attuale; e in effetti a più riprese una simile forma
di cessione è stata invocata anche in sede autorevole (107) come uno dei modi in cui
reperire parte dei fondi necessari per incrementare la percentuale del bilancio della
Difesa destinata al rinnovo di armamenti ed equipaggiamenti. Come già si è accen-
nato, in entrambe le precedenti occasioni l’acquisto da parte di Regioni, Province,
Comuni è stato comunque soltanto transitorio. In brevissimo volgere di tempo e con
le giustificazioni più disparate i beni sono stati rimessi sul mercato e ceduti a privati.
Nel giro di dieci, massimo quindici anni la privatizzazione era un fatto compiuto.
Conclusione che dovrebbe indurre per lo meno a riflettere, visto che ora in molti casi
le «aree militari», specie all’interno delle grandi città, costituiscono l’ultima riserva
disponibile per realizzare opere di elevato interesse pubblico.
Qualora in futuro queste cessioni dovessero realmente avvenire e le Regioni ne risul-
tassero beneficiarie sarebbe quindi opportuno trarre ammaestramenti dall’esperienza per
evitare di ripetere i medesimi errori compiuti nel passato. Un provvedimento che può ap-
parire quale un vantaggio immediato potrebbe altrimenti, col tempo e ad un più accurato
esame, evidenziarsi come una penalizzazione.
C) Parimenti dubbio è l’effetto che la nuova distribuzione territoriale delle forze previ-
sta dal modello potrà produrre nel settore cosiddetto «dei concorsi», in particolar modo di
quelli effettuati dalle Forze armate a favore delle popolazioni colpite da calamità naturali.
La distribuzione più uniforme sul territorio, specie dei reparti operativi che sono quelli più
idonei alla bisogna per preparazione di uomini e dotazione di mezzi, permetterà certamen-
te una maggiore tempestività nei primi interventi, specie in quelle zone del Centro e del
Sud dell’Italia in cui in passato non esisteva una immediata disponibilità (108). 117
DUE ESERCITI PER DUE REPUBBLICHE?

Le ridotte dimensioni dello strumento, che dovrebbe scendere ad un livello di forza


pari al 60% circa di quello attuale, non consentirebbero però più di realizzare masse consi-
derevoli né tantomeno di sostenere sforzi intensi per tempi prolungati. Si dovrebbe quindi
cessare di considerare le Forze armate, come è stato fatto fino ad ora quale il naturale sosti-
tuto di quel servizio di protezione civile ancora non esistente nel nostro paese.
Un esercito a ranghi ridotti e composto in buona parte di volontari a ferma prolun-
gata (109), destinati per di più ad operare soprattutto all’estero in azione di proiezione
della forza a braccio lungo, avrebbe inoltre le proprie energie pressoché totalmente im-
pegnate dai cicli addestrativi ed operativi. Sparirebbero così di necessità le migliaia di
altri «concorsi» di vario tipo forniti ogni anno a livello regionale e che sono di norma
tanto più frequenti quanto più stretto e il legame delle Forze armate con il territorio che
le ospita.
In definitiva quindi, ciò che si prospetta è una complessiva rivoluzione del nu-
mero e dell’entità dei «concorsi» che il nuovo strumento militare sarà in condizione
di fornire alle regioni, una riduzione che inciderà anche sul settore delle pubbliche
calamità, pur se in maniera decisamente ridotta rispetto a quello dei «concorsi di varia
natura» destinato all’estinzione anche in zone, come quelle alpine, in cui esso assume-
va dimensioni più estese e forme che potevano essere definite tradizionali. La presenza
di reparti in tutte le regioni italiane consentirà in compenso una distribuzione del
beneficio molto più armonica ed equilibrata che nel passato Vantaggio che soprattutto
nel caso di pubbliche calamità si tradurrà in una tempestività di intervento notevol-
mente maggiore.
D) Per chiudere questo esame dei rapporti passati e futuri fra regioni e Forze armate
rimane ora da affrontare soltanto il punto che è quello di maggiore attualità e interesse,
vale a dire la possibilità di porre in atto forme di reclutamento che conducano a disporre
di reparti strutturati su base più o meno rigidamente regionale e destinati altresì a man-
tenere nella regione d’origine la loro sede stanziale. Dal punto di vista teorico-dottrinale
il dibattito sui vantaggi e gli svantaggi del ricorso a tale tipo di reclutamento è da sempre
aperto, senza che sia stato sino ad ora possibile giungere a conclusioni definitive. Si
può comunque orientativamente dire che la scelta nazionale aveva una sua ben precisa
ragion d’essere nel passato, allorché il servizio militare serviva da strumento per per-
mettere l’amalgama di cittadini provenienti da origini regionali diverse e che senza di
esso avrebbero avuto ben poche occasioni di incontrarsi e di conoscersi. Decaduto tale
motivo con l’evolvere dei tempi, prevalgono probabilmente oggi i vantaggi tecnici, che
condurrebbero ad optare per una composizione e una dislocazione dei reparti attuate su
base regionale. Si pensi alla favorevole incidenza della regionalizzazione sullo spirito di
corpo e sulla coesione delle unità nonché sul morale del personale che compie il servizio
nel medesimo ambito in cui è nato e vive e non soffre quindi di alcun fenomeno di
emarginazione ed estraniazione dal contesto socio-culturale di origine Ragioni che insie-
me ad altre hanno contribuito a rendere le unità alpine, che ricorrevano a questo tipo di
reclutamento, corpi fra i più solidi delle nostre Forze armate. L’unico svantaggio tecnico
del reclutamento regionale - unico ma rilevante! - è quello riferito ai drammatici effetti
118 che esso può avere sulla popolazione maschile di determinate zone, qualora gli eventi
A CHE SERVE L'ITALIA

bellici coinvolgano a fondo e spietatamente alcune unità. Si pensi al caso della brigata
alpina «Julia», distrutta due volte nel corso del secondo conflitto mondiale, o alla brigata
«Sassari», leggendaria durante il primo per il suo valore e di cui si diceva fosse stata «dieci
volte distrutta e dieci volte ricostituita».
Nel passato comunque, e lasciando da parte il caso degli alpini, la concentrazione
delle forze nel Nord-Est dell’Italia rendeva impossibile pensare ad un reclutamento e ad un
servizio che fossero svolti su base regionale (110).
L’armonica distribuzione prevista dal nuovo modello sembrerebbe invece ora riaprire
il dibattito, ove non ostassero situazioni di fatto ben difficili da modificare nel breve e nel
medio periodo. Indicativo, a tale riguardo, può risultare l’esame delle quattro cartine allega-
te. La prima (figura 1 sull’originale a pag. 121) fotografa, quale essa era antecedentemente
i mutamenti negli organici e nella struttura delle forze armate innescati dal crollo del bipo-
larismo, la percentuale dei giovani che effettuava il servizio nella propria regione di origine,
nel rispetto della normativa. Un quadro che vedeva nettamente favorite alcune regioni
(Piemonte, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lazio...) a scapito di tutte le altre.
La seconda e la terza cartina (figura 2 e figura 3 sull’originale a pag. 121) sono inve-
ce riferite alla provenienza regionale degli ufficiali e dei sottufficiali dell’esercito in servi-
zio (111). Impressionante il livello di «meridionalizzazione» dei quadri. Per gli ufficiali,
Campania, Puglia e Sicilia coprono da sole più del 40% del totale. Per i sottufficiali, le tre
regioni insieme superano il 55%.
Se poi si passa ad esaminare la provenienza dei volontari riferita alle tre Forze armate
e all’ultimo quinquennio per cui si dispone dei dati (figura 4 sull’originale a pag. 121) si
vede come il totale giunga addirittura oltre il 60%. Si tratta di dati che riflettono una situa-
zione in atto e di cui occorrerà necessariamente tenere conto nel programmare ogni futura
architettura delle Forze armate.
Non che la «meridionalizzazione» del personale a lunga ferma, i volontari di ogni
livello, sia di per sé un fenomeno negativo sul piano della mera attitudine alla professione
di soldato un piemontese, un toscano, un laziale, un campano, un siciliano si equivalgono.
Non è quindi possibile stilare a priori graduatorie, esprimendo giudizi che risulterebbero
validi soltanto se riferiti all’individuo, e non alla categoria, e se stilati a posteriori, cioè sulla
base dei risultati effettivamente conseguiti dai singoli.
La concentrazione di percentuali tanto elevate nelle regioni che hanno i maggiori
problemi di occupazione denuncia però come nella maggior parte dei casi la scelta militare
non sia stata motivata da quel complesso di motivazioni «eroico-guerriere» che dovrebbe
costituire la cosiddetta vocazione, bensì dal desiderio di poter disporre sin dalla giovane
età di un posto di lavoro garantito dallo Stato e tutto sommato ben retribuito. Questa
prevalenza della motivazione «burocratico-impiegatizia» nella scelta militare italiana era del
resto una delle principali, e più negative, conclusioni a cui giungeva già la prima ricerca so-
ciologica su La professione militare in Italia condotta dal professor Gian Paolo Prandstraller
dell’Università di Bologna.
In effetti nessuna grande istituzione, nemmeno la stessa Chiesa, è stata mai im-
mune da fenomeni di questo genere. A «vocazioni» sincere si sono sempre affiancate
scelte motivate dalla ricerca di una sistemazione di comodo. Fino a quando riman- 119
DUE ESERCITI PER DUE REPUBBLICHE?

gono confinate entro una percentuale relativamente ridotta degli effettivi esse non
nuocciono all’organizzazione, che da un lato dispone di una certa aliquota di posti e
incarichi per cui anche i reprobi possono risultare idonei, dall’altro riesce ad esprimere
una forza trainante tale da costringere nel tempo la maggior parte delle «pecore nere»
a mutare mentalità e comportamento. Una percentuale eccessiva può invece incidere
negativamente sull’istituzione, al punto tale da giungere addirittura a stravolgerne il
carattere. In un certo senso è quanto stava avvenendo con le Forze armate italiane, che
soprattutto negli anni Settanta si erano progressivamente convinte di essere destinate
a fare tutto tranne che la guerra.
Un’idea deviante che iniziò a decadere soltanto allorché la missione nel Libano richia-
mò Esercito, Marina e Aeronautica alle loro orginarie responsabilità operative. Si tratta
comunque di un processo di recupero che non è ancora interamente compiuto, anche se
l’infittirsi delle missioni oltremare sotto bandiera internazionale ha contribuito ad accele-
rarlo considerevolmente.
Non è quindi la «meridionalizzazione» del volontario che è temuta dagli Stati
maggiori, bensì quella mentalità burocratico-impiegatizia cui si è fatto cenno e che
ha contrassegnato sino ad ora questo tipo di reclutamento. Difficile comunque che
nell’immediato futuro le cose cambino.
Nonostante ogni sforzo che potrà essere fatto, almeno per qualche anno la massa
di coloro che chiederanno di essere ammessi al volontariato continuerà a provenire
da quei bacini di reclutamento che sono ormai divenuti tradizionali. Anche la tanto
discussa apertura della carriera alle donne dovrebbe lasciare più o meno inalterate le
statistiche relative alla provenienza. È possibile in simili condizioni continuare a par-
lare di reclutamento regionale e di servizio da svolgersi nella regione di origine? Per
quanto riguarda le unità di volontari certamente no, a meno che non si sia disposti a
schierarli tutti nei pressi di Napoli, Bari e Palermo, con tre consistenti distaccamenti
anche nel Lazio, nella Sardegna e nella Calabria.
Questo, ovviamente, qualora non si rivoluzionino completamente i sistemi di recluta-
mento oggi in vigore, riservando precise aliquote percentuali a ciascuna regione. Il rischio
in quel caso sarebbe quello del calo del livello qualitativo dato che in mancanza di offerta
la domanda finirebbe con l’essere coperta da uomini dotati di scarsissima attitudine fisica
e vocazionale. Con maggiore efficacia potrebbe forse operare un sistema di incentivi che
renda il volontariato competitivo rispetto alle altre forme di impiego che la gioventù può
reperire nelle regioni del Nord e Centro Italia.
Diverso il problema per le unità destinate a ricevere anche in futuro dalla leva la loro
alimentazione. Non dovrebbero in questo caso presentarsi difficoltà insormontabili ad una
eventuale regionalizzazione, salvo forse l’inconveniente derivante dal calo della natalità nel
Nord e nel Centro che ha finito col concentrare a Sud un’elevata percentuale del gettito del
contingente di leva.
Sorge comunque spontaneo a questo punto un interrogativo: quale in pratica il van-
taggio ad accentuare vieppiù, con regole di reclutamento ad assegnazione di sedi differenti,
quel fossato fra volontari e militari di leva, fra Forze armate di prima e Forze armate di
120 seconda classe, che già in condizioni normali risulterà difficile colmare?
A CHE SERVE L'ITALIA

121
DUE ESERCITI PER DUE REPUBBLICHE?

Note
98. S. ANDÒ, «Si può decentrare la difesa?», Mondo Operaio, aprile-maggio 1993.
99. Art. 1 (Norme di principio), comma 4 di detta legge: «Norme sul servizio militare di leva e sulla ferma di leva
prolungata».
100. Seduta di martedì 5 luglio 1994 alla Camera e di giovedì 30 giugno 1994 al Senato - Commissioni Difesa.
101. S. ANDÒ, op. cit..
102. Lo studio relativo all’Emilia-Romagna è già stato pubblicato nella collana CeMISS edita dalla Rivista Milita-
re: A. BOLOGNINI - M. SPINEDI per Nomisma s.p.a., L’impatto economico delle spese militari in Emilia-
Romagna, vol. 49 della collana.
103. Commesse industriali, acquisto di beni e servizi effettuato ai vari livelli ma con ricaduta locale, stipendi, salari
ed altre entrate dei dipendenti della Difesa, redditi delle «famiglie militari» comunque residenti, nella regio-
ne, contributi erogati dalle famiglie d’origine ai propri figli in servizio di leva, redditi dei lavori comunque
occupati in posti di lavoro generati dalla presenza militare.
104. C. PRESTA, (a cura di), Castra et Ars, Roma-Bari 1987, Laterza.
105. F. MANCINI, (a cura di), Esercito ed ambiente, Novara 1988, Istituto Geografico de Agostini.
106. Volume in pubblicazione nella già citata collana CeMiSS-Rivista Militare.
107. Ad esempio il cosiddetto «Rapporto Silvestri» sulla riforma delle Forze armate preparato nel 1992 per il mi-
nistro della Difesa.
108. Il caso più disagevole che dovettero affrontare fu quello del terremoto dell’Irpinia, in cui la massa delle grandi
unità di soccorso dovette affluire dalle tre Venezie con percorsi su strada di parecchie centinaia di chilometri.
109. Cinque brigate delle dodici previste per l’esercito. Aeronautica e marina utilizzano già da tempo ridotte per-
centuali di militari di leva.
110. Fra gli altri numerosi autori che hanno trattato l’argomento, vedasi V. ILARI, Storia del servizio militare in
Italia, collana CeMISS, volumi dall’1 al 5, Edizioni Rivista Militare.
111. Per ulteriori approfondimenti vedasi il volume III dell’Opera del Prof. M. MAROTTA, La condizione milita-
re in Italia, collana CeMISS, n. 55, Edizioni Rivista Militare.

122
A CHE SERVE L'ITALIA

MAPPE DI UN POTERE: DOSSIERMEDIA


I MEDIA REGIONALI
E IL LORO TERRITORIO di Enrico BORELLINI

Mentre i giornali nazionali si mostrano sempre più inefficienti


politicamente, la stampa e soprattutto le tv locali assumono
un valore strategico essenziale grazie al loro radicamento
geopolitico. Una linea filogovernativa o almeno neutrale.

S E, CON I SUOI 20 MILIONI DI TELESPETTA-


tori al giorno, la televisione è il mezzo più invadente e omologante per quel che riguarda l’infor-
mazione e la formazione delle coscienze, alla stampa quotidiana va riconosciuto il merito di essere
in molti casi l’unico portavoce di quelle realtà locali trascurate dalla televisione nazionale. Merito
soprattutto ascrivibile ai giornali provinciali, regionali e pluriregionali che rappresentano, in quasi
ogni regione, il 50% della vendita dei quotidiani. E se la grande stampa nazionale sembra non
aver più nessun ruolo di indirizzo delle coscienze (lo dimostrano il successo elettorale di Berlusconi
e il risultato sui referendum per la giustizia, entrambi opposti alle aspettative e allo schieramento di
tutta la grande stampa nazionale), i quotidiani, che per collocazione geografica, vocazione, scelta
e ruolo adempiono al quotidiano compito di farsi portavoce delle realtà locali, sembrano invece
godere ottima salute. In termini di bilancio come di vendita e, di conseguenza, di influenza sulle
comunità locali.
L’esempio macroscopico di informazione locale è rappresentato dalla Lombardia, la regione
più policentrica d’Europa sotto il profilo dell’informazione. Tanti quotidiani locali; uno per ogni
capoluogo di provincia, in qualche caso anche due come a Brescia, Bergamo e Mantova (solo
Sondrio ne è sprovvista), e con il più venduto dei quotidiani nazionali, il Corriere della Sera,
che anche grazie alle cronache locali vende in regione oltre il 50% delle copie e può dunque essere
considerato, in Lombardia, il più grande dei quotidiani locali. Analogo ragionamento vale per
La Stampa di Torino, che in Piemonte vende oltre il 75% delle copie diffuse. In questo senso
l’unico quotidiano di informazione veramente nazionale resta la Repubblica, omogeneamente
diffuso su tutto il territorio.
Ma la Lombardia è una delle isole felici di un’Italia che per vendita di quotidiani, con le
sue 115 copie per 1000 abitanti, è agli ultimi posti della classifica europea seguita soltanto da
Grecia e Spagna. Ben lontani dalle medie di Germania, Danimarca, Olanda (tutte intorno 123
MAPPE DI UN POTERE: I MEDIA REGIONALI E IL LORO TERRITORIO

124
A CHE SERVE L'ITALIA

alle 335) o Belgio e Francia (170). Per non parlare degli irraggiungibili Giappone, Svezia e
Norvegia, che veleggiano sulle 600 copie diffuse ogni 1000 abitanti. La Lombardia, che vende
da sola tante copie quante insieme ne vendono le otto regioni del Nord, è insomma la punta
di un iceberg di un’Italia a due velocità che vede al Nord una Liguria con 213 copie per 1000
abitanti e al Sud un Molise con 39 e una Basilicata con 46 copie.
Il giornale locale si presenta agli occhi dei lettori come lo specchio fedele della città dove è
diffuso capillarmente. Un giornale contenitore di notizie e di problemi locali, portavoce di valo-
ri, interessi e istanze così radicate in loco da risultare congeniali per una stampa «da territorio».
Il foglio locale affonda le sue radici nella tradizione, nella cultura e nella storia locale e trova nel
flusso di cronaca che attraversa il territorio la sua ragion d’essere.
La tv locale invece non riesce ad adempiere a questo compito. Per questo la linea filogover-
nativa o quanto meno neutrale della stampa locale è un fattore strategicamente più rilevante ai
fini elettorali di quanto non lo sia quella d’opposizione rappresentata dai grandi fogli nazionali.
Indubbiamente questi ultimi mantengono un’elevata influenza su categorie economicamente
molto importanti (ad esempio gli investitori stranieri), ma la cui forza elettorale appare limi-
tata.

Quanti e quali giornali si vendono nelle 20 Regioni

125
MAPPE DI UN POTERE: I MEDIA REGIONALI E IL LORO TERRITORIO

126
A CHE SERVE L'ITALIA

127
A CHE SERVE L'ITALIA

STAMPA LOCALE
E REALTÀ VIRTUALE:
IL CASO VERONA di Enrico BORELLINI

La rappresentazione idilliaca della città proposta dai media


scaligeri nasconde uno scenario di lotte feroci per il controllo
del potere e degli ‘schei’. La difficoltà di far sentire una voce fuori
del coro. I casi di Arena e Cronaca, di Telearena e Telenuovo.

C HE BRUTTA GIORNATA IL 15 MAGGIO


1994 alla Cronaca. A uno stupefatto comitato di redazione del giornale nato nel giugno
del ‘92 per tentare di scalfire il monopolio dell’Arena, testata storica di Verona con oltre 55
mila copie vendute al giorno, la proprietà annuncia il cambio del direttore. Se ne va Paolo
Pagliaro, già vicedirettore dell’Espresso, e a sostituirlo l’editore chiama Giuseppe Brugnoli,
direttore per oltre 12 anni dell’Arena. La restaurazione è compiuta. Una testata non al-
lineata, peraltro marginale sia in termini di vendite che di prestigio, viene messa in riga.
Formalmente nulla è successo: l’editore ha deciso di cambiare il direttore di un giornale che in
due anni non è riuscito a imporsi come valida alternativa al principale organo cittadino e ha
vivacchiato sempre fra le due e le tremila copie, un risultato lontano dalle cinquemila necessa-
rie per raggiungere il punto di pareggio nel bilancio. Sostanzialmente però il quadro non è così
semplice: Verona, dopo le elezioni politiche che hanno visto trionfare l’alleanza Lega-Forza
Italia, si prepara ad affrontare un difficile turno amministrativo, d’estate, con l’elezione del
sindaco. In ballo c’è il nuovo piano regolatore della città e, nel clima di incertezza politica
del momento, la grande finanza e la grande industria veronese non hanno voluto rischiare
che una voce cantasse fuori del coro. Naturalmente nulla cambia negli assetti azionari. Sulla
carta e nelle dichiarazioni alla relazione il riassetto è stato opera solo dell’editore, il marchese-
avvocato Gelmi di Caporiacco, proprietario unico della Net, la Nuova editrice trentina, che
pubblica oltre alla Cronaca anche L’Adige di Trento e il Mattino dell’Alto Adige di Bolzano.
Gelmi ha semplicemente «deciso» di rilanciare il giornale, chiamando alla guida un veronese
doc come Brugnoli. 129
STAMPA LOCALE E REALTÀ VIRTUALE: IL CASO VERONA

Ma i bene introdotti nella finanza e nell’imprenditoria delle grandi famiglie veronesi


sussurrano che il cambio di direzione alla Cronaca è un’operazione sostenuta economica-
mente da un industriale locale e messa in piedi con il beneplacito della proprietà dell’Arena.
Due gli obiettivi: il primo, riallineare una voce scomoda, il secondo, impedire l’operazione
«tandem» e cioè che anche a Verona la Net venda in edicola il quotidiano locale insieme a un
grande giornale nazionale come La Stampa. L’operazione è stata già tentata con successo da
alcuni piccoli editori di quoditiani locali. Essa è contestatissima dagli editori dei quotidiani
provinciali e regionali più venduti. Il «due al prezzo di uno» fa paura e quindi tutti i metodi
sono buoni per bloccare l’operazione: o facendo intervenire il pretore come si è fatto a Trieste
(ma dopo un primo intervento favorevole al Piccolo, che aveva fatto ricorso, il pretore ha
stabilito la legittimità dell’operazione) o disegnando una strategia comune all’interno della
Federazione editori giornali, dove gli editori dei quotidiani locali più venduti hanno minac-
ciato di creare un fronte interno. Verona rischia così di diventare un terreno di sperimentazio-
ne di strategie editoriali. Quel che sembra certo è che la grande industria e la grande finanza
cittadina decidono di chiudersi a riccio e non sono disposte a far partecipe degli affari della
città uno «straniero» come l’avvocato Gelmi di Caporiacco.
Quello che può apparire come un fatto minore è invece sintomatico di una realtà chiusa
come quella veronese, tesa a difendere non tanto un’identità cittadina, quanto la società degli
«schei»; degli affari, valore primo della laboriosa società veneta. Verona è una città ricca di
soldi e anche di prodotti, dove pure giornali e televisioni rischiano di diventare esclusivamente
tali, confezionati solo per essere venduti. I media cittadini infatti, pur tra mille differenze,
tendono a registrare quanto avviene a Verona provincia senza preoccuparsi di rivestire un
qualche ruolo formatizio. Una stampa prona che, quando non lo fa per servire una parte,
spontaneamente rinuncia a qualsiasi rappresentazione della città che non sia più che idillia-
ca. E questo fenomeno abbraccia tutti gli organi di informazione: dalla corazzata L’Arena ai
piccoli incrociatori quali La Cronaca e Il Nuovo Veronese (edizione locale del Gazzettino
di Venezia, ma che a differenza delle altre province esce a Verona come testata autonoma); da
Telearena, la tv del gruppo Athesis, editore dell’Arena, a Telenuovo, l’emittente del Nuovo
Veronese, che solo negli ultimi tempi ha variato il suo assetto proprietario tentando una
separazione e una distinzione dei ruoli.
Da questa tendenza non sono poi esenti i due settimanali Verona Sette e Verona Fedele.
E se per il primo, di proprietà di un industriale privato con bilanci sempre in rosso, il fatto è
comprensibile, meno lo è per il periodico diocesano che con ventimila copie è il secondo gior-
nale della provincia per diffusione, anche se da qualche tempo ha cessato di essere soltanto il
bollettino delle parrocchie per aprirsi un po’ di più al mondo laico. Anch’esso, però, complici la
scarsità dei mezzi e la forma volontaristica da cui trae alimento, non è motore dello sviluppo
culturale e sociale, almeno non nella misura in cui lo stesso don Bruno Fasani, raro esempio di
prete-giornalista, o come preferisce lui giornalista-prete, vorrebbe che fosse. In questo quadro
l’unica vera opposizione è rappresentata da Verona Infedele, mensile satirico che fa il verso nel
titolo al giornale della Curia.
Chi domina il panorama dell’informazione locale, dall’alto delle sue 55 mila copie ven-
dute, è L’Arena. Le altre testate, La Cronaca e il Nuovo Veronese, quest’ultimo in gravi
130 difficoltà economiche, sotto la minaccia della cassa integrazione, si sono rivelate avversari
A CHE SERVE L'ITALIA

abbastanza marginali, poco convinti e poco credibili. Tra i lettori e il giornale si è instaurata
quasi una corrispondenza genetica, per cui L’Arena è letta dai veronesi di tutti gli strati sociali
e di tutte le classi. Un legame profondo che lega il giornale ai suoi lettori con un comune sen-
tire che si esprime nella trattazione di qualsiasi argomento con toni moderati; mai in termini
di sensazionalismo e di scandalismo: insomma lo specchio di quanto avviene ogni giorno in
città come vorrebbe sentirselo raccontare l’uomo della strada. Un moderatismo che ben soste-
neva e puntellava il vecchio regime democristiano. Non va infatti dimenticato che a Verona,
anticamera di Vicenza «sacrestia d’Italia», la Democrazia cristiana è arrivata anche al 60%
dei voti occupando quasi ogni spazio di potere economico, politico e sociale. Di conseguenza
era obiettivamente difficile per L’Arena non essere il giornale della Dc, dato che il quotidiano
locale per avere le notizie necessita di un rapporto privilegiato con il Palazzo. Ora, dopo anni
passati a sostenere lo scudo crociato, il quotidiano veronese più diffuso non ha ancora scelto
chi sostenere.
Prima delle elezioni del 27 marzo il giornale ha cambiato direttore. Il candidato do-
veva essere un nome di prestigio che potesse essere buono sia in caso di vittoria della sinistra,
pericolo incombente e confermato dal successo dei sindaci progressisti nelle grandi città, sia
in caso di affermazione di quelle forze che sostituivano la Democrazia cristiana nel ruolo di
diga contro le sinistre e di rappresentante del ceto moderato. Chi meglio di Albino Longhi, di-
rettore del Tg1 in partenza dalla Rai dopo l’avvento dei «professori» alla televisione di Stato?
Poteva essere l’uomo della continuità se avessero vinto i moderati e l’uomo del dialogo, lui con
cucita addosso l’etichetta del cattocomunista, se avessero vinto i progressisti. A trionfare però
è stato Berlusconi e le contingenze hanno consigliato all’establishment di non esporsi. Così
per l’elezione del sindaco il giornale non si è schierato decisamente per nessuno dei due prin-
cipali candidati, il progressista Donella e l’«azzurra» di Forza Italia Sironi, come neanche
per nessuno dei candidati minori del l’atto Segni e del Partito popolare. Ha aspettato e sta
ancora aspettando, probabilmente, l’evolversi degli eventi ritenendo poco stabile la situazione
attuale. E così sul principale giornale della città una mera registrazione dei fatti continua a
dare l’immagine di una Verona bella, tranquilla, ricca, benpensante, moderata, poco amante
degli scontri e delle polemiche.
Ma nel panorama informativo veronese grande importanza rivestono le due televisioni
locali, Telenuovo e Telearena, anche se l’ufficialità della notizia a Verona e rappresentata dal
suo giornale storico. Mentre infatti la fiducia degli italiani nella notizia è totale se emessa dal
mezzo elettronico, a Verona, per dare ufficialità a un avvenimento locale non si dice ancora
«l’ha detto la tv», ma «è scritto sull’Arena». Quella della tv a Verona è una storia travagliata.
La prima emittente veronese, Telearena, nasce nel ‘79 per volontà di alcuni imprenditori
locali, che hanno fiutato il business sottinteso allo sfruttamento dell’etere, costretti però ben,
presto a farsi da parte per gli scarsi risultati. Nel giro di qualche anno i progetti riprendono
vigore e a cavallo fra l’83 e l’84 riapre Telearena e nasce Telenuovo. Entrambe sopravvivono
in attesa di tempi migliori, che arrivano a cavallo dell’88 quando l’Athesis, la società editri-
ce dell’Arena, assume il controllo di Telearena mentre Telenuovo attua un programma di
rilancio. Risale a quel periodo la nascita dei notiziari: più ufficiale quello di Telearena (esat-
tamente come il giornale edito dal suo gruppo), più aggressivo quello di Telenuovo che anche
tecnicamente e per dispiegamento di mezzi (scenografie più curate, grande e accattivante uso 131
STAMPA LOCALE E REALTÀ VIRTUALE: IL CASO VERONA

della videografica) appare più moderno. Se nella carta stampata la leadership appartiene sen-
za ombra di dubbio all’Arena, in campo televisivo le due emittenti sono pressoché appaiate.
Entrambe, sono gli editori a dichiararlo, chiudono i bilanci in pareggio, dopo aver raccolto 2
miliardi e 700 milioni (Telearena) e 3 miliardi e 200 (Telenuovo) di pubblicità.
Le due strutture giornalistiche sono pressoché identiche: cinque redattori a Telearena;
sei a Telenuovo. Non così i notiziari. La tipologia giornalistica prescelta dalla prima non
è certo quella del giornalismo di denuncia, ma della registrazione dei fatti. Il commento è
riservato al direttore che interviene però solo per i problemi politici cittadini, con particolare
attenzione agli schieramenti. Telenuovo invece ha addirittura creato a ridosso del telegiorna-
le uno spazio per il commento, non solo sui fatti politici; ma anche 521 quelli di costume che
riguardano la città o più in generale i cittadini.
Fare informazione in televisione costa e la scarsità di mezzi delle due emittenti si percepi-
sce ogni giorno nella scelta delle notizie e delle immagini dei notiziari, nei quali grande spazio
trova l’informazione sui partiti, sui gruppi politici o sugli uomini del Palazzo. Semplicemente
perché sono spazi che costano meno in termini di fatica e di tempo di realizzazione. Un po-
litico qualunque, pronto a parlare di un problema, lo si trova comunque ed è disposto pur di
apparire in tv, a farsi convocare a qualsiasi ora per registare la dichiarazione.
In questo contesto, la rappresentazione, l’immagine e l’identità della città nell’informa-
zione televisiva sono necessariamente parziali (nel doppio significato di schieramento e di
rappresentazione della società). Parla sempre chi ha più mezzi per comunicare per cui; ad
esempio, trovano più spazio i commercianti e le associazioni dei coltivatori che non i dipen-
denti comunali.
La rappresentazione del quadro politico tende a privilegiare i partiti o i gruppi al potere
che, proprio in quanto sono al governo della città, hanno più messaggi da «recapitare». Questo
vale anche nei confronti del «nuovo» ceto politico e amministrativo che stenta a trovare il
giusto approccio con le televisioni e, in generale, con i media locali. Per cui l’inesperienza
e la rissosità sono l’elemento più evidente della vita politica degli ultimi mesi. Ma ad essere
più «esposte» e questo è assai più evidente in tv che sulla carta stampata, sono le classi ricche.
Di contro, in un territorio dove la Lega è molto forte, la televisione e i media non sembrano
rappresentare quella voglia di localismo propagandata dal movimento autonomistico di Bossi.
Perché a Verona il federalismo e la secessione, se non portano «schei», sono solo parole.

132
A CHE SERVE L'ITALIA

L’ALTO ADIGE DOSSIERPOSTFASCISTI


TRA VOTO ‘NERO’
E VOTO ‘ETNICO’ di Maurilio BAROZZI

La peculiare geopolitica altoatesina tinge di tricolore la scelta


per il Msi. Simboli territoriali e toponomastica come fattori
della battaglia politica. Per i postfascisti è ora difficile trovare
un equilibrio tra istanze regionali e alleanza di governo.

I N NESSUNA REGIONE ITALIANA EMERGO-


no come in Alto Adige le contraddizioni geopolitiche che dividono le attuali forze di governo.
In questa zona, infatti, l’identificazione degli interessi (intesi soprattutto come bisogni) pri-
vilegia la dimensione linguistica e geopolitica rispetto a quella più tradizionalmente politica,
identificabile nell’opposizione «destra» contro «sinistra». E questa prevalenza dell’asse lingui-
stico-geopolitico su quello «sinistra-destra» è percepibile in particolar modo se l’appuntamento
elettorale è locale, dunque intimamente connesso con il territorio e con le tensioni che esso
talvolta (spesso!) produce.
In Alto Adige sono infatti presenti tre gruppi linguistici diversi - tedesco, italiano, ladino
- e la volontà di garantire ad ognuno di essi la propria dignità ha prodotto uno speciale statuto
di autonomia. In questo contesto da circa un decennio il Msi (oggi Alleanza nazionale) ri-
copre un ruolo fondamentale, in particolare a Bolzano, il capoluogo della provincia dell’Alto
Adige. Tale ruolo (e i risultati elettorali ad esso connessi) è legato a una politica strettamente
concentrata sul territorio: una geopolitica altoatesina, con le sue parole d’ordine e i suoi temi
dominanti. E proprio in relazione a questa peculiarità geopolitica altoatesina, non sembra un
caso che le flessioni (comprese le recenti) del Msi siano registrate in concomitanza di scadenze
nazionali (le elezioni politiche) o europee (nel 1989, ad esempio, nel giro di pochi mesi i con-
sensi missini a Bolzano sono diminuiti dal 27,1% delle comunali di maggio al 17,48 delle
europee di giugno!), scadenze percepite come molto più «distanti» rispetto al voto comunale
o regionale. 133
L’ALTO ADIGE TRA VOTO ‘NERO’ E VOTO ‘ETNICO’

Il quadro di riferimento

Dunque le caratteristiche etnico-linguistiche dei gruppi presenti nella provincia di


Bolzano sono il principale argomento di confronto tra i partiti della zona. Tra S. Michele
all’Adige e Salorno, salendo da sud rispettivamente l’ultimo comune del Trentino e il primo
dell’Alto Adige, ci sono solo una decina di kilometri; entrambi i paesi fanno parte del mede-
simo Stato nazionale e della stessa regione, ma - a livello politico - mostrano delle differenze
macroscopiche. Tensioni diverse, esigenze diverse, aspettative diverse, partiti diversi, slogan
diversi. E la situazione si ripropone, e diventa paradigma, tra Bolzano e Trento, i due capo-
luoghi di provincia.
Trento, pur con qualche ovvia peculiarità, riflette le tematiche politiche del resto d’Italia,
è angosciata dai temi di politica nazionale come può esserlo Verona o Bari, e gli elettori si
contano e si organizzano politicamente secondo i simboli classici (eccezione fatta per il locale
partito autonomista, la cui presenza comunque, a mio avviso, non cambia sostanzialmente
questo quadro). Per Bolzano la situazione cambia radicalmente. Lì, a fianco dei simboli tra-
dizionali, sono schierati numerosi «partiti peculiari» che - già nel nome - individuano la loro
matrice di stampo etnico-linguistico. La Südtiroler Volkspartei, Ladins, Die Freiheitlichen,
Union fur Sudtirol, che ha preso il posto del Südtiroler Heimatbund, sono esempi concreti
di un modello di partito che ho definito «peculiare» e che esplicita il principale obiettivo poli-
tico e quelle che saranno le caratteristiche su cui farà leva per acquisire consensi già nel nome.
Tra questi il principale, il più consistente, è la Südtiroler Volkspartei (SVP), un partito che
si è distinto per aver sempre considerato l’autonomia dell’Alto Adige come il suo fine ultimo.
Ma la peculiarità geopolitica dell’Alto Adige si può anche vedere da come i partiti com-
petono per le poste in gioco su scala locale. I partiti tendono infatti ad adeguarsi ai temi che
fanno maggiormente presa sugli abitanti della zona in questione. E questo fatto è evidente
soprattutto se l’appuntamento è locale, nel momento in cui i partiti politici sono impegnati
nella fase organizzativa di una scadenza elettorale: il reclutamento avviene all’interno di una
cerchia di individui che - per la quasi totalità - abitano la zona e dunque sono esposti costan-
temente ai temi dominanti della quotidianità. Inoltre questo adeguamento è evidente anche
nella fase di trasmissione della domanda politica della cittadinanza (le istanze comuni): un
partito che non è in grado di farsi portatore dei bisogni e delle necessità della popolazione che
si candida a rappresentare si chiama implicitamente fuori, a meno che non sia guidato da
un’élite così autorevole da riuscire a creare essa stessa dei valori aggreganti.
Il diffondersi delle esigenze e delle identità territoriali, che in questi ultimi anni ha
acquisito sempre maggiore peso, ha causato, anche in Alto Adige, una politica che privilegia
sempre più i conflitti orientati sui beni simbolici. La posta in gioco diviene così la stessa
per i contendenti (i partiti politici), i quali non scelgono più di affrontarsi facendo leva su
quelle che sono le proprie caratteristiche classiche (asse «destra-sinistra»), ma si sfidano sulle
tematiche che nella zona si dimostrano essenziali, e in particolare su quelle ad alto contenuto
simbolico e geopolitico.
La stessa situazione economica riflette le particolarità linguistiche e ne amplifica il clea-
134 vage. Il gruppo italiano è principalmente legato al settore pubblico e alla grande industria,
A CHE SERVE L'ITALIA

dunque è insediato al «centro». L’italianizzazione fascista e l’industrializzazione hanno fatto


sì che in Alto Adige giungessero essenzialmente amministratori pubblici e burocrati preparati
per sostenere il regime fascista e operai che - attraverso la creazione di una zona industria-
le - avrebbero dovuto trasformare la struttura sociale della regione. Il gruppo tedesco, che
con questa operazione - congiunta all’evacuazione studiata dall’accordo Hitler-Mussolini del
1939 - sarebbe dovuto essere eliminato, si «ritirò» nella «periferia» e occupò la zona rurale. A
tutt’oggi la situazione riflette grosso modo questo schema. A ciò però va aggiunto che anche il
turismo e la piccola e media impresa (settori tradizionalmente legati al territorio) sono quasi
esclusivamente «feudo» del gruppo tedesco.
Nella peculiarità di questo quadro geopolitico, ha ottenuto consensi chi della frattura
territoriale ha fatto la sua bandiera e il suo unico scopo politico (sul modello tipico dei mo-
vimenti sociali). Ha sempre vinto (sulla base dei consensi dell’elettorato tedescofono) la SVP
partito che ha come principale obiettivo quello di massimizzare i vantaggi dell’etnia tedesca.
Sul versante italiano invece, sta facendo da una decina di anni incetta di voti - fino a divenire
(con l’eccezione del ‘92 e delle europee del ‘94) il primo partito a Bolzano - il Movimento
sociale italiano che catalizzando un numero notevole di suffragi «italofoni» cerca di negare
ogni privilegio o diritto ai «tedescofoni».
La situazione potrà però essere ridefinita dopo aver capito come si comporterà il nuovo
Msi, ovvero Alleanza nazionale, e dopo aver determinato con precisione come si collocherà la
forza nuova della politica italiana - Forza Italia - e soprattutto quale sarà la sua politica in
Alto Adige. 135
L’ALTO ADIGE TRA VOTO ‘NERO’ E VOTO ‘ETNICO’

Tabella 1. Andamento elettorale dell’ultimo decennio a Bolzano città (%)


(Dati relativi a: Msi-Alleanza nazionale, SVP, Dc-Partito popolare italiano, Forza Italia)

Data Msi-An SVP Dc-Ppi F.Italia


Aprile ‘83 (politiche) 8,18 20,91 22,17 --
Novembre ‘83 (regionali) 15,43 20,28 18,78 --
Maggio ‘85 (comunali) 22,28 20,28 18,44 --
Giugno ‘87 (politiche) 25,58 18,7 15,1 --
Novembre ‘88 (regionali) 26,7 19,5 17 --
Maggio ‘89 (comunali) 27,1 19,5 17 --
Giugno ‘89 (europee) 17,48 15,75 16,6 --
Aprile ‘92 (politiche) 17,65 18,31 14,59 --
Novembre ‘93 (regionali) 33,08 17,47 8,86 --
Marzo ‘94 (politiche) 29,45 18,8 5,01 15,6
Giugno ‘94 (europee) 21,92 16,87 5,02 23,2

Di fatto finora, in questa provincia, la dimensione linguistica della politica ha urtato e


superato i tradizionali interessi di classe. Ed è stato proprio il Msi (oggi An), visto il suo retag-
gio culturale e le sue radici fasciste, il partito che negli ultimi anni ha approfittato di questa
situazione per amplificare e portare all’esasperazione il messaggio etnico. Sembra pertanto
inevitabile analizzare oggi la geopolitica dell’Alto Adige in relazione al successo che da anni
il Msi ottiene nella provincia altoatesina, e in particolare nel capoluogo.

Il voto missino
Già il fascismo si era distinto per la sua particolare forma di statalismo centrista.
Osteggiate erano le peculiarità regionali, negate quelle etniche. In questa tradizione centrali-
sta la nuova destra missina (anche An?) affonda le sue radici.
Il tema della comunità costituisce una costante in continuum con gli approcci fascisti.
I concetti di tradizione e di centralismo vengono ricuciti assieme per produrre una solida
base sulla quale costruire l’idea di comunità: così il Msi è l’unico partito che, in Alto Adige, è
interessato esclusivamente a tematizzare in modo conflittuale la questione etnica dalla parte
degli italiani.
Queste radici, condite con la perpetua opposizione alla chiusura del «pacchetto» hanno
conferito al gruppo missino in Alto Adige una credibilità particolare su questi temi, una cre-
dibilità storica costantemente riproposta.
«La posizione del Msi - per usare le parole di Piero Agostini, per molti anni diret-
tore del quotidiano locale L’Adige - non è mai stata ambigua in Alto Adige. Nel 1985
una petizione fra gli italiani dell’Alto Adige annunciava che il Msi avrebbe proposto in
136 parlamento un’ampia epurazione dello speciale statuto di autonomia. Almirante e i suoi
A CHE SERVE L'ITALIA

avevano promesso che avrebbero fatto saltare le norme speciali sul bilinguismo, quelle sulla
proporzionale etnica nell’assegnazione dei posti di lavoro e nella distribuzione delle risorse
economiche, e quelle sulle restrizioni in materia di elettorato attivo e passivo che colpiscono
prevalentemente l’elettorato meno radicato in Alto Adige e cioè quello italiano: per questo
gli italiani avrebbero dovuto firmare». E in questi casi, quando si cavalcano i malumori,
si propongono obiettivi divisori, si lanciano affermazioni nette, spesso populiste, non è
nemmeno necessario dare giustificazione di come si intende raggiungere lo scopo. «Il Msi,
allestendo a Bolzano le sue bancarelle per la raccolta di firme davanti alla sua sede in piaz-
za della Vittoria, nei crocevia più frequentati, sui ponti e, più in generale, ovunque fosse
possibile imbattersi nell’obbligato andirivieni dei cittadini, non aveva nemmeno spiegato
dove avrebbe trovato gli appoggi politici per raggiungere, in parlamento, la qualificata
maggioranza ch’è necessaria per cambiare norme che - come lo statuto di autonomia - sono
leggi costituzionali. E nessuno, francamente, gliel’aveva chiesto. In questo senso - come ebbe
a dire Piero Mitolo, figura storica del fascismo e principale protagonista del successo missino
a Bolzano - “il voto dei cittadini di Bolzano, di Merano, del Brennero e via dicendo non
è che in parte un voto missino e sicuramente non è un voto fascista. È un voto italiano
che esprime con grande eloquenza una verità. Questa: in Alto Adige la misura è colma, gli
italiani sono esasperati e hanno dimostrato votando per noi che da anni, anzi da sempre,
dichiariamo che qui, con l’autonomia, lo Stato ha abdicato ai suoi doveri e ha eretto a
sistema la discriminazione di un gruppo, quello italiano”» (112).
I missini tendono così a elaborare un nucleo ristretto e antagonistico di valori, limitato
alla comunanza «famigliare». È il tema dell’«italianità tradita». Il sentirsi in condizione
d’inferiorità rispetto al sistema di valori prevalente sul territorio costituisce una delle prin-
cipali caratteristiche di questo approccio. Si costruiscono fronti geopolitici delimitati proprio
dalle differenze più evidenti, che determinano la condizione di reale o presunta inferiorità;
ad esempio la lingua. Sta di fatto che in Alto Adige da una parte vi è il gruppo tedesco, mino-
ranza secondo l’ottica nazionale, che cerca di mantenere a tutti i costi la propria peculiarità e
diversità e dall’altra quello italiano che, maggioranza nella prospettiva nazionale, ma mino-
ranza de facto in provincia, si considera discriminato.
In questa situazione ha gioco facile chi porta a vanto questa presunta o reale discrimi-
nazione. La recente campagna elettorale provinciale missina in Alto Adige (novembre 1993)
ne ha portato un esempio significativo: un adesivo raffigurante la bandiera tricolore italiana
con, nello spazio bianco, la scritta:«E me ne vanto».

Il simbolo territoriale nella politica del Msi:


la toponomastica e il Monumento della Vittoria
Le battaglie politiche che, negli ultimi anni, hanno maggiormente caratterizzato il
Msi in Alto Adige sono state quelle territoriali sulla toponomastica (ogni zona deve essere
segnalata con il suo nome tedesco e con il suo corrispettivo italiano, non solo con quello ori-
ginario tedesco) e sulla necessità di salvaguardare il Monumento della Vittoria, costruito da 137
L’ALTO ADIGE TRA VOTO ‘NERO’ E VOTO ‘ETNICO’

Piacentini (architetto legato al regime fascista) nel 1928. Per quanto riguarda i toponimi,
la valenza simbolica della posta in gioco è immediatamente percepibile. L’uso dei propri
nomi per definire una zona contribuisce in modo sostanziale a stabilire un legame con la
terra. Alcuni indicatori fanno ritenere che già oggi le radici territoriali siano sentite debol-
mente da parte del gruppo italiano in Alto Adige: l’efficientissimo e consistente colpo dei
Vigili del Fuoco (volontario) è costituito quasi esclusivamente da abitanti di lingua tedesca;
la coltivazione della terra è appannaggio di contadini «tedescofoni» e in generale nelle zone
di periferia c’è una netta prevalenza del gruppo linguistico tedesco.
Così se già oggi (con la doppia toponomastica) si può notare una scarsa affezione per
il territorio da parte del gruppo italiano, è presumibile che essa verrebbe completamente
a mancare, nel corso degli anni, se dovesse essere eliminata la denominazione italiana
dei vari centri o luoghi. Contro questo pericolo si è sempre battuto il Msi, che si è così
contrapposto in nome dell’«italianità» alla SVP che, viceversa, sostiene la dicitura tedesca.
Ogni volta che tale questione è stata affrontata in momenti prossimi a scadenze elettorali,
il gruppo italiano si è rifugiato in massa nel voto missino, un voto che offre sicurezza, pro-
tezione e controllo.
A tal proposito può essere interessante ricordare che qualche mese prima delle elezioni
regionali del 22 novembre 1993, la SVP aveva manifestato l’intenzione di risolvere a
breve (prima delle elezioni, la questione dei toponimi, eliminando la dizione italiana.
Il Msi ha presentato ben 5 mila emendamenti a tale proposta di legge, affossando così (a
prescindere dal fatto che in seguito anche il Consiglio provinciale avrebbe deciso di rinviare
il problema) l’operazione di «germanizzazione toponomastica». Questi segnali di tutela del
gruppo italiano, ad altissimo contenuto simbolico, hanno consentito al Msi di dichiararsi
«il partito politico difensore dell’italianità» e questa locuzione gli ha fruttato - in termini
numerici - un buon successo elettorale.
Il valore simbolico del Monumento della Vittoria nella città di Bolzano ha una doppia
chiave di lettura per il locale gruppo dirigente del Msi. Da una parte esso rappresenta la me-
moria storica del fascismo. Dall’altra delimita quello che può essere considerato il confine tra
la Bolzano «tedesca» e quella «italiana».
Dopo la prima guerra mondiale Mussolini favorì l’immigrazione in Alto Adige allo
scopo di italianizzare la zona. Il capoluogo altoatesino fu la principale meta degli im-
migrati e la sua conseguente espansione edilizia avvenne sul lato est dell’originario borgo
medievale.
Il Monumento della Vittoria segna dunque l’italianizzazione della zona e, posto sul-
la riva est del torrente Talvera, indica l’inizio della «sponda italiana» caratterizzata da
un’architettura propriamente fascista, monumentale e nel contempo razionalista, in netta
contrapposizione con l’architettura del nucleo originario, di stampo tedesco, tipicamente
gotico-romanica.
Ecco dunque che la salvaguardia di questo monumento (che una parte del gruppo te-
desco vorrebbe distruggere e dimenticare) assume la caratteristica di un simbolo, di un mito
politico. Il simbolo dell’italianità in contrapposizione all’essere tedesco. Il confine di una zona
riconoscibile immediatamente, connotata chiaramente, all’interno della quale un italiano
138 può recuperare la sua coscienza nazionale anche a livello visivo: si sente a casa.
A CHE SERVE L'ITALIA

L’elettorato altoatesino: una doppia geopolitica

Una doppia caratteristica geopolitica contrassegna così l’Alto Adige. In primo luogo,
questa regione fa politica con l’occhio rivolto soprattutto all’appartenenza etnica. E in questo
senso non sembra inopportuno ricordare che da quando la SVP, sotto la guida di Durnwalder;
ha impostato la «politica del sorriso», perde consensi, accusata di essere «troppo buona con gli
italiani». La SVP oggi si sta muovendo, a differenza dei nuovi partiti nazionalisti di «ceppo
tedesco», verso un atteggiamento più moderato, anche nel linguaggio. I dirigenti non parlano
più di autodeterminazione (termine lasciato a Eva Klotz e Alfons Benedikter, i leader del-
l’Union für Sudtirol), ma puntano al consolidamento dei diritti (o, secondo parte dell’eletto-
rato altoatesino, dei privilegi) acquisiti. Sicché oggi la frattura etnico-linguistica è enfatizzata
soprattutto dai gruppi più estremistici.
L’altra caratteristica riguarda la geografia del voto missino in Alto Adige. Il Msi fa in-
cetta di voti a Bolzano, ma tende a perdere progressivamente a mano a mano che ci si sposta
in periferia. Le ragioni possono essere molteplici, ma due sembrano essere degne di menzione.
Innanzitutto la più banale: a Bolzano - per il consueto effetto prodotto dai movimenti mi-
gratori - ci sono molti più italiani che nel resto dell’Alto Adige, e il voto missino è stato un
voto esclusivamente italiano (con il trapasso ad Alleanza nazionale si vedrà). Ma a Bolzano
sembra comunque esserci stato maggior attecchimento delle politiche missine anche all’interno
dell’elettorato italiano, rispetto alle altre cittadine altoatesine: questo può essere ricollegato
al fatto che la «proporzionale etnica» viene calcolata sulla base delle presenze provinciali.
A livello provinciale i tedescofoni sono circa il 68%, mentre essi diminuiscono vertiginosa-
mente nel capoluogo (circa il 27%). Questo iato non modifica però la quota proporzionale
nel capoluogo, e pertanto la città concede benefici ai tedeschi in misura largamente superiore
rispetto a quanto consentirebbe la percentuale ivi registrata. Da qui nasce l’esigenza di un
voto di difesa, più sentito a Bolzano che in periferia. Vi è poi - come ricordato più sopra - la
situazione socio-economica. Pure essa riflettente il cleavage linguistico, ma che propone anche
una frattura geografica. E anche in questo campo il gruppo italiano si sente minacciato - oggi
più di ieri. L’industria (che occupa principalmente operai «italiani») è in crisi e la pubblica
amministrazione, per tradizione «italiana», dall’entrata in vigore dello statuto di autono-
mia comincia ad essere ripartita proporzionalmente tra i gruppi linguistici e, gradatamente,
porterà i pubblici uffici ad essere composti dai diversi gruppi linguistici secondo il rapporto
vigente sul territorio: e il capoluogo è il centro della burocrazia e dell’industria.
Viceversa il gruppo tedesco, da una parte mantiene saldi i suoi settori economici attra-
verso particolari tutele, dall’altra riesce ad occupare in modo rilevante (nel corso del tempo
questa rilevanza diverrà predominanza) gli uffici pubblici. Infatti l’agricoltura è considerata
un tratto caratteristico dell’Alto Adige, un patrimonio da salvaguardare, anche attraverso
l’erogazione di contributi economici mentre il turismo e la piccola media impresa - settori
propulsivi - sono legati, per ovvie questioni geografiche, al bilinguismo. In questo senso li-
mitare la conoscenza del tedesco nella provincia di Bolzano significa impedire ad una parte
della popolazione l’accesso agli entitlements indispensabili per proporsi come soggetto eco-
nomico competitivo. A farne le spese sono principalmente gli italiani che oltre a non essere 139
L’ALTO ADIGE TRA VOTO ‘NERO’ E VOTO ‘ETNICO’

troppo portati per le lingue straniere, subiscono anche gli effetti delle politiche della SVP in
materia di bilinguismo. È da ricordare come la SVP si sia (forse per reazione alle politiche
linguistiche fasciste) tenacemente opposta all’insegnamento precoce della seconda lingua nelle
scuole materne della provincia. In questo senso il gruppo tedesco può dare l’impressione di
«accerchiare» Bolzano, di poter «conquistare» anche quello che era rimasto l’ultimo baluardo
a maggioranza italofona.
Questa rappresentazione, assieme alla percezione di essere il gruppo economicamente a
rischio contribuisce a radicalizzare le posizioni e ad aumentare il disagio del gruppo italia-
no, un gruppo che si sta lentamente assottigliando, avvolto dalla spirale senza via d’uscita
costituita dalla «proporzionale» meno residenti, dunque meno rappresentanza, meno tutela,
maggior emigrazione e, così, ancora meno quota proporzionale e meno potere, in una spirale
perversa e inquietante.

E oggi?
Con i nuovi risultati elettorali la situazione sembra in mutamento. Infatti Alleanza
nazionale dovrà riuscire a far convivere una politica di opposizione dura in Alto Adige (per
continuare a raccogliere consensi sulla base della continuità con il Msi), con una di governo
a livello nazionale. E la cosa potrebbe rivelarsi alquanto impegnativa se Forza Italia dovesse
mantenere l’altissimo numero di voti raccolto alle ultime elezioni europee anche alle prossime
amministrative e si candidasse così a ricoprire un ruolo di governo.
Oggi comunque è ancora presto per capire se la transizione da Msi ad Alleanza nazio-
nale, la netta affermazione (anche in Allo Adige) di Forza Italia nelle ultime due tornate
elettorali (politiche ed europee) di primavera e l’attuale presenza al governo di entrambe
queste forze politiche in coabitazione con la Lega Nord (che ha sempre fatto - diversamente da
An - del decentramento il suo cavallo di battaglia) contribuiranno a mitigare in Alto Adige
le posizioni più estreme. O se invece i leader di questi nuovi (o rinnovati) gruppi troveranno
altre formule per sciogliere quella che oggi costituisce un’evidente contraddizione geopolitica
in seno all’alleanza di governo.

Note

140 112. Cfr. P. AGOSTINI, Alto Adige. La convivenza rinviata, Bolzano 1985, Ed. Praxis, p. 16.
A CHE SERVE L'ITALIA

PER LA SUA PUGLIA


TATARELLA HA UN’IDEA NUOVA:
LA PRIMA REPUBBLICA Raffaele GORGONI di

Nella più ricca fra le regioni meridionali i postfascisti hanno


costruito la loro roccaforte trasformandosi in postdemocristiani.
La continuità con il recente passato si esprime nel rapporto
con Roma. Il vero antagonista è Berlusconi.

P ERCHÉ SOPRATTUTTO IN PUGLIA, NELLE


elezioni amministrative, politiche nazionali ed europee, tra il 1993 e il 1994, trionfa la
destra la risposta, più che nel flebile dibattito politico delle forze locali, potrebbe essere cercata
in alcune pagine remote. Potrebbero tornare utili, per una qualche spiegazione, Gaetano
Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Manlio Rossi Doria e Giustino Fortunato.
Quell’articolazione di borghesie, di ceti popolari, di dialettica politica, di lotta sindacale
abbozzata dai partiti democratici negli anni cinquanta e sessanta, ha finito, sin dagli ultimi
anni Settanta, con il dissolversi nella crisi di quegli stessi partiti, ripiombando la Puglia nel
neofedalesimo della partitocrazia. E le mappe di questo percorso sono, di fatto, anticipate in
molte pagine di letteratura meridionalista. Scriveva Fortunato, negli anni Venti: «Vassalli un
tempo de’ baroni, cui il re aveva delegato i suoi poteri, domani saremmo sudditi di tutte le
organizzazioni, le quali esercitino attribuzioni di Stato: e come una volta il re trattava con i
baroni, così è facile il Parlamento scenda a patti con i rappresentanti di quelle» (113).
Quando la Grande Mediazione tra centro e periferia, tra Roma e Bari, si esaurisce,
dinnanzi alla «piccola borghesia, troppo imbevuta del proprio egoismo di classe, e troppo
aliena dal sentimento della comune utilità» (114) (è sempre Fortunato che parla) non resta
che rifluire verso un ricordo. Non che la destra in Puglia stimoli il ricordo del Ventennio, tut-
t’altro. La pratica politica dei suoi esponenti di maggior rilievo, Giuseppe Tatarella e Adriana
Poli Bortone, in nulla induce a rammemorazioni fasciste, anzi. La destra, in Puglia, molto
più che altrove, tenta la costituzione di un fronte moderato alieno da nostalgie reazionarie.
Tatarella è certamente il regista di un’operazione di fuoriuscita del vecchio Msi dal ghetto 141
PER LA SUA PUGLIA TATARELLA HA UN’IDEA NUOVA: LA PRIMA REPUBBLICA

dell’inspendibilità politica, verso la legittimazione di Alleanza nazionale. Il suo modello geo-


politico è una Prima Repubblica ammodernata non certo il ritorno all’Italia mussoliniana. I
dirigenti pugliesi di An sono insomma dei postdemocristiani, senza progetti grandiosi ma con
l’idea che Alleanza nazionale debba offrire ai pugliesi, in concorrenza anche con i «corsari»
di Forza Italia, una sana gestione del vitale rapporto con Roma, con lo Stato erogatore di
risorse. Per nulla erede del sovversivismo caradonniano, Tatarella allude alla destra dei lavori
pubblici, della prima Fiera del Levante. I suoi antecedenti sono Gaetano Postiglione, Araldo
di Crollalanza, il fascismo più favorevole - come ricorda lo storico Luigi Masella - «alle ini-
ziative imprenditoriali dei costruttori contro la rendita urbana e (a) una politica di lavori
pubblici in grado di inserire i temi della viabilità, della bonifica e dell’irrigazione in un
quadro non padroneggiato dalla proprietà fondiaria» (115).
Una destra è essenzialmente urbana che oggi trova interlocutori tra gli esponenti del
commercio barese, l’area delle professioni e, ovviamente, raccoglie anche i nostalgici.
Ma a destra è andato compatto il mondo agricolo con la più forte delle sue organizzazio-
ni, la Coldiretti, un tempo democristiana. La storica bonomiana, la diga contro il comuni-
smo, con un milione e centomila famiglie iscritte ha in Puglia una sua roccaforte. La voglia
di fischiare il «rompete le righe» era cominciata da tempo con lo «sgarbo» di Giovanni Goria
per il crack della Federconsorzi, sepolta da migliaia di miliardi di debiti. Poi l’inaridirsi dei
flussi di danaro pubblico verso l’agricoltura aveva esasperato i rapporti, allontanando sempre
più Palazzo Rospigliosi da Piazza del Gesù, fino alla svolta. A destra naturalmente. Quanto
alle polemiche tra fascismo e antifascismo, la Puglia è certamente il luogo meno adatto per
simili esercitazioni. Le violenze che pure vi furono, e terribili, hanno lasciato labili ricordi;
la polizia di Scelba non fu certo meno aspra dei mazzieri degli agrari. La guerra poi fu tale
solo per coloro che andarono a farla. Per la popolazione civile ci furono soltanto alcuni bar-
damenti: Foggia, Taranto, Bari; ma nessun fronte di guerra attraversò la Puglia. Per forza di
cose l’antifascismo, pur ritualmente celebrato, altro non poteva essere che una stentata retorica
d’élite.
I voti della destra pugliese vengono comunque dai serbatoi democristiani, socialisti, laici
dove si erano accumulati per decenni con sistemi che nulla hanno a che fare con un moderno
partito conservatore. Non è un caso che, in campagna elettorale, la destra abbia civettato
anche con quei metodi. La cambiale è stata quindi firmata e l’elettorato, che prima o poi la
porterà all’incasso, sembra al momento disposto a più di un rinnovo. Che di contro sia pos-
sibile, da parte della destra, una pedagogia politica che strappi la borghesia pugliese alle sue
consolidate culture, è cosa ancora tutta da dimostrare. Se ciò avvenisse sarebbe opera meritoria
e comunque positiva non solo per la destra ma per tutto lo scenario politico. L’impresa non
si presenta facile. I conti con la borghesia «lazzarona» insediata nel Borgo Murattiano sono
aperti da troppo tempo. Sarà Giuseppe Tatarella lo sceriffo che porrà termine a quella che
Benedetto Croce definiva «l’incessante rapina»? Certo Tatarella, cui tutti riconoscono abilità
di manovra e astuzia, conosce alla perfezione i molti vizi e le poche virtù di quel «blocco
sociale» che ora ha decretato il trionfo della sua parte politica e probabilmente sa che si tratta
di un materiale con il quale è arduo solo il pensare di plasmare un partito conservatore pre-
sentabile in Europa.
142 Appena differente la vicenda a Lecce, altro punto di forza della destra. Irreprensibile
A CHE SERVE L'ITALIA

sul piano etico e professionale, Adriana Poli Bortone, esponente di buon ceppo almirantiano,
seduce la borghesia urbana moderata. Compradoras ma non arraffone, le borghesie della
campagna e delle città salentine ritirano la delega a Pino Leccisi e Biagio Marzo, screditati e
coinvolti in Tangentopoli, per convergere, in gran parte, sulla destra, ma in misura consistente
anche sulla sinistra, rappresentata da Giovanni Pellegrino, avvocato di gran fama, un pro-
gressista moderato. Sia Pellegrino che Poli Bortone divengono quindi interlocutori di un’area
fortemente deideologizzata, bisognosa di un rapporto con la politica sospeso su un crinale tra
il consulting e la clientela. Il centro democristiano e socialista scompare anche perché, meno
che altrove, ha saputo creare intorno a se un sistema di interessi. Gli interessi coincidevano di
fatto con una rete, neppure tanto vasta, di clientele, e con gli affari; questi effettivamente vasti
e articolati, dei singoli esponenti politici. In questo la Dc e il Psi a Bari, come a Lecce, Taranto
e altrove sono stati accomunati dal medesimo itinerario e quindi dal medesimo destino.
Sarà forse un caso ma la mafia in Puglia, duramente colpita dall’azione della magistra-
tura e delle forze dell’ordine, sembra entrare nel 1994, in una crisi profonda. Una crisi che
coincide con l’avvento della destra. Tra i due fatti non vi è un rapporto di causa-effetto, ma la
destra sembra alludere alla rifondazione di un rapporto di dialettica politica tra maggioranza
e opposizione, libero da consociazioni. Lo scenario possibile appare quello di un ritorno alla
politica dopo la stagione degli avventurieri degli affari. Un evento che potrebbe significare
anche una politica che ritorna a mediare gli interessi, dopo che i vecchi partiti avevano
abbandonato il campo in favore delle mediazioni occulte affaristico-mafiose quando non
propriamente mafiose.
Giuseppe Tatarella quindi, Adriana Poli Bortone e - ma non assimilabile ai primi due
- Giancarlo Cito a Taranto sembrano ben rispecchiare la caratura politica di tre elettorati
molto diversi per cultura e aspettative.
Comunque, là dove i partiti tradizionali hanno fallito, facendosi inglobare nella dege-
nerazione centrista, soprattutto dei briganteschi anni Settanta e Ottanta, ora prova la destra
che ha davanti a se, da una parte, l’impervio sentiero di urla battaglia per il ripristino della
legalità democratica, dello Stato di diritto, almeno di una parvenza di economia di mercato
e, dall’altra, la scivolosa discesa del sostituirsi in tutto o in parte a chi l’ha preceduta nel go-
verno e nella lusinga di quella «classe priva di memoria storica».
Una classe, giova ricordarlo, che, in Puglia, ha mancato tutti gli appuntamenti: nel
1799, nel 1848, nel 1859, fino alla Resistenza e, sostanzialmente, al referendum tra mo-
narchia e repubblica. Una borghesia che per costruirsi una tradizione ha avuto bisogno di
inventarsela, risalendo nel tempo, all’ombra delle cattedrali romaniche e barocche (116).
Certo nessuno dimentica che il 28 e 29 gennaio del 1944 nel Teatro Piccinni di Bari,
accanto a Croce, Sforza, Rodinò, Spano c’erano anche i leccesi Michele De Pietro, Pietro
Massari, Vito Mario Stampacchia, i baresi Eugenio Laricchiuta, Raffaele La Volpe, Tommaso
Fiore e poi Felice Assenato, Alfredo Bernardini, Giulio Sansonetti e tanti altri pugliesi. Una
stagione esaltante che dura lo spazio di un mattino se, già nei primissimi anni Settanta,
Pasquale Saraceno, ospite fisso delle Giornate del Mezzogiorno della Fiera del Levante, parla
ad una platea sorda e muta, appagata dal fallimento del primo tentativo di riforma urbani-
stica (legge Sullo). Proprio quel fallimento avrebbe consentito a palazzinari e speculatori di
perseverare, nell’anarchia, nel saccheggio del territorio e delle città. Saraceno continua, come 143
PER LA SUA PUGLIA TATARELLA HA UN’IDEA NUOVA: LA PRIMA REPUBBLICA

un’educanda in un bordello, nei torridi settembre baresi, a tuonare contro il potente coacervo
di forze sociali; imprenditoriali, politiche e amministrative, dedito all’uso distorto delle risorse
pubbliche. Intanto, per tutti gli anni settanta, si legifera allegramente sui lavori pubblici, si
aboliscono di fatto legare d’appalto, si stravolge l’istituto della concessione, consentendo anti-
cipazioni fino al 50% dell’importo dei lavori.
In Puglia una mafia vera e propria non c’è ancora ma il miracolo californiano è in-
delebilmente segnato dalla mafiosità, in altre parole da tutte quelle condizioni necessarie e
sufficienti perché si realizzi quella crisi di legalità che consentirà alla mafia di attecchire e
prosperare.
Tra il 1993 e il 1994, mentre si celebrano i grandi processi, la mafia pugliese appare
silente. La parola non è più alle armi. Sembra che un ciclo rapidissimo e sanguinoso si sia con-
cluso e che le feroci fiammate che hanno insanguinato Taranto, il Salento, il Foggiano, Bari,
il Brindisino siano placate. Si potrebbe sbrigativamente concludere che lo Stato ha vinto, o
meglio, che la parte sana dello Stato è riuscita a controllare la sua parte malata e a sconfiggere
il male che l’affliggeva.
L’avvento della destra coincide anche con questa fase che sottrae alla sinistra un suo tradi-
zionale terreno di mobilitazione popolare partito dell’Antimafia, nell’immaginario collettivo,
paga anche un prezzo all’indebolimento del proprio avversario.
La formazione del governo Berlusconi, all’inizio dell’estate del 1994, segna per la Puglia
un evento di grande rilevanza. Dopo anni la regione trova una rappresentanza ministeriale
di altissimo rilievo. Tatarella vicepresidente del Consiglio e ministro delle Poste, Adriana Poli
Bortone ministro perle risorse agricole, alimentari e forestali, colmano un vuoto di potere
ministeriale che dura dagli anni di Signorile, Lattanzio, Formica.
Al di là delle intenzioni dei protagonisti, di fatto, si coglie, tra gli umori delle comparse,
l’attesa di una riapertura di quel circolo più o meno virtuoso tra centro e periferia che aveva
conosciuto, negli anni del primo Moro, i suoi maggiori fasti. Certo non è un caso la collocazio-
ne ministeriale di Tatarella e Poli Bortone. Entrambe figure strettamente di partito, come un
tempo furono Lattanzio, Signorile, Formica. Il potere di governo infatti, nell’ottica di Alleanza
nazionale che ha deciso di fare della Puglia la propria roccaforte, è una cosa troppo seria per
lasciarlo nelle mani inesperte di neofiti, men che meno in quelle dei corsari di Forza Italia.
Anzi il movimento di Berlusconi sembra essere, più che la sinistra, il debole antagonista che la
destra ha l’obiettivo di cancellare totalmente dalla faccia della Puglia. Ricollocare la Puglia nel
grande circuito della politica nazionale è l’obiettivo che la destra sembra porsi per consolidare
la propria vittoria. Poca chiacchiera retorica e molta concretezza di opere soprattutto pubbliche
è il messaggio che il busto arcigno di Araldo di Crollalanza lancia alla posterità tatarelliana,
così come il neo-ministro dell’agricoltura sa che, almeno per un attimo, deve regalare al mondo
agricolo il sogno di contare ancora qualcosa nella piana di Foggia, tra gli uliveti dal Barese al
Brindisino, nei vigneti del Salento. Anche se la storia non si ripete, qualche tono del rivendica-
zionismo staraciano, all’epoca esercitato in materia di concessioni di tabacco, pare affiorare. E
ancora oggi sono necessarie concretezze di crediti agevolati, mano fiscale leggera e qualche lira
dall’esausto bilancio regionale. Il plebiscito leccese c’è stato ma, come ricorda la strofetta satirica
del Ventennio, se «Taranto esulta quando Starace arriva / Brindisi piange quando Starace parte
144 / Lecce città dell’arte / se ne frega di quando arriva e quando parte».
A CHE SERVE L'ITALIA

Elettorati laici fino alla spregiudicatezza, abituati a scambi tra voto e consenso leciti e
meno leciti, attendono al varco. Una porta stretta al di là della quale c’è il bisogno che con-
duce, da una parte, verso una moderna dialettica tra interessi che le forze politiche devono
saper aggregare e, dall’altra, verso il continuismo dello spezzettamento clientelare e segmentato
delle neo corporazioni. Nelle masserie, dalla Puglia piana alle Murge e alle Serre, come negli
studi professionali del centro delle città, come nelle esauste periferie industriali, l’idea di essere
tornati a contare qualcosa a Roma può passare per una strada molto vecchia o aprirne una
nuova.
D’altra parte persino la nomina di Massimo Dalema, deputato di Gallipoli; a segretario
del Pds e le sue frequentazioni estive del segretario del Ppi, Buttiglione, sulle spiagge joniche
sono servite a vagheggiare un ritorno del protagonismo pugliese.

Note

113. G. FORTUNATO, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano, 1926, (nuova ed.: Le due Italie, Lecce 1994, Argo),
p. 236.
114. G. FORTUNATO, op. cit., p. 43.
115. L. MASELLA, «La difficile costruzione di un’identità», in Storia d’Italia, Le Regioni, La Puglia, Torino 1989,
Einaudi, p. 359.
116. Sull’«invenzione della tradizione pugliese», vedi L. MASELLA, op. cit., pp. 334-350. 145
A CHE SERVE L'ITALIA

IL NOSTRO DOCUM ENTO


PROGETTO
GEOPOLITICO A cura della FONDAZIONE AGNELLI

Dalla politologia alla geopolitica: come nasce e quali obiettivi si


pone la proposta di un’Italia federale divisa in dodici Regioni. Non
un esercizio geometrico astratto, ma una base di dibattito civile.
L’importanza della taglia media dei nuovi organismi regionali.

1. L A CULTURA FRANCESE CI HA ABITUATO


a considerare la prospettiva geopolitica come repertorio di strumenti concettuali ap-
plicabile a orizzonti ben diversi da quelli classici, incentrati sul sistema degli Stati e
sul discorso della guerra. Ma la prospettiva così aperta, come è noto, e come Limes
ha messo ampiamente in luce, non sembra esser stata pienamente utilizzata in Italia,
soprattutto rispetto alla lettura delle questioni nazionali.
Certo non manca un’abitudine della nostra cultura alla utilizzazione della chiave
spaziale o territoriale per l’analisi degli ambiti più vari; così come sono tutt’altro che
rare le letture, ad esempio, del comportamento elettorale o delle culture politiche che
utilizzino strumentazioni del genere. Ma, a ben vedere, la dimensione spaziale o ter-
ritoriale non sembra, in queste analisi, uscire da una funzione poco più che ancillare.
Il territorio è una variabile sintetica che ci permette di cogliere in forma abbreviata il
risultato di processi storici e sociali, un contenitore assai più che un ambito autono-
mamente leggibile e direttamente influente.
Al di fuori della tutt’altro che sparuta pattuglia dei geografi, e anche qui non sen-
za riserve, un’attitudine siffatta pare ampiamente predominare gli studi che possono
andare sotto l’etichetta di geografia politica.
La stessa comparsa sulla scena nazionale di un partito politico dalla forte conno-
tazione territoriale, quale la Lega, ha sì arricchito l’ambito delle intersezioni tra letture
politiche e letture territoriali, ma essenzialmente nel senso di indurre gli osservatori
a porsi il problema di come si fosse riusciti a trasformare un dato geoeconomico in 147
IL NOSTRO PROGETTO GEOPOLITICO

una issue politica; un classico interrogativo politologico, assai più che geopolitico,
risolto il più delle volte sottolineando quanto poco di territoriale (in contrapposizione
all’economico e al sociale) vi fosse in tale processo, e come semmai spazio e territorio
avessero giocato un ruolo soprattutto in quanto rappresentazioni, pretesti per una
retorica politica colorata di territorialità.
Varrebbe allora la pena di chiedersi se accanto alla lettura del territorio italiano
come contenitore di sindromi culturali-storiche, pur con tutto il loro spessore, o (ed
è già cosa diversa) di strutture e flussi economici, informativi e fisici (117), si possano
immaginare accostamenti in qualche modo più «strutturali», se vogliamo più geografi-
ci, volti all’esplorazione di questioni pur sempre politiche. Accettando quest’ulteriore
apertura di orizzonti sarebbe possibile porsi, ad esempio, un classico interrogativo
geopolitico: se il livello territoriale (con tutte le mediazioni e le complessità del caso)
possa dirci qualcosa sulla più auspicabile articolazione delle sovranità (quand’anche
«amministrative») nello spazio, e/o sugli eventuali conflitti che una loro riarticolazione
porterebbe con sé. O anche, chiedersi se a tale livello si collochino fattori che valgano a
determinare non solo flussi elettorali e appartenenze partitiche, ma più profonde e du-
rature strutture di interessi, e persino orizzonti o schemi di comportamento delle élite
politiche. E, infine, domandarsi se tra le determinanti della vita politica nazionale, nel
senso del prevalere di certi stili, di certe agende delle priorità, di certe letture dell’Ita-
lia e dei suoi interessi, non vi sia soltanto uno spazialmente indifferenziato mercato
politico-elettorale, con i suoi tempi e i suoi flussi «mercuriali», ma anche un più lento
insieme di movimenti tellurici, che registra il variare degli equilibri tra gli aggregati
subnazionali che compongono il nostro paese.
Chiaramente, si potrà obiettare che alcuni di questi interrogativi sono poco fe-
condi sul terreno scientifico, e che altri incorporano dubbi apparati ideologici. Resta
tuttavia notevole il fatto che gran parte di queste possibili domande non compaia, se
non con modalità del tutto secondarie o ampiamente depotenziata, nella pur ricca
agenda della nostra ricerca sociale, nemmeno per ricevere risposte negative.
E dobbiamo ammettere che nemmeno le esperienze di «geopolitica progettuale»
messe a punto dalla Fondazione sono nate da un’attenzione programmatica a questo
corpus disciplinare; semmai, la si è acquisita nel corso del processo, alla cui partenza
stanno tuttavia ispirazioni di altro genere, che vanno dalla valorizzazione di alcune
scelte etico-politiche a più generali preoccupazioni per l’economia italiana. Ma in
qualche modo proprio il nostro approdo involontario alla geopolitica, a partire da una
riflessione sulle riforme istituzionali, può valere a testimoniare la fecondità di questa
prospettiva.
Ovviamente, l’esercizio da noi condotto attraverso i programmi dedicati ai temi
della «capitale reticolare» e delle «nuove Regioni» non ha certo esplorato tutte le pos-
sibili declinazioni di un interesse geopolitico rivolto allo spazio domestico italiano.
Tuttavia, si è cercato di far riaffiorare almeno una delle questioni citate, quella del
rapporto ottimale tra istituzioni di governo e basi territoriali.
Non è possibile illustrare qui le riflessioni di ordine generale che hanno spinto
148 la Fondazione Agnelli ad affrontare il tema della revisione della forma dello Stato,
A CHE SERVE L'ITALIA

e a suggerire in merito un’ispirazione federalista (118). È comunque da sottolineare


come più ordini di considerazioni di carattere geopolitico e geoeconomico stiano tra
le premesse della proposta.
Un primo tipo di considerazioni muove da questioni di carattere interno, e in-
corpora una diagnosi tipicamente geopolitica: l’esistenza di una contraddizione tra
assetti spaziali e forme istituzionali. L’Italia è l’unico paese nel mondo euro-america-
no a combinare una struttura urbana ed economica di tipo policentrico (che anzi è
per più versi l’archetipo di qualunque modello «renano») con un assetto istituzionale
straordinariamente centralizzato(119).
Tale contraddizione è risolvibile in due sensi: o lasciando che, in parallelo al cen-
tralismo politico-amministrativo, si rafforzino le tendenze alla centralizzazione eco-
nomico-funzionale, che sul piano territoriale porterebbero dal pluralismo urbano e
regionale ad un duopolio Roma-Milano (120), pericoloso tanto sul piano economico
che su quello politico; oppure trasformando l’assetto istituzionale e la geografia del
potere pubblico per renderli più coerenti con la natura policentrica tipica della storia,
della geoeconomia e della cultura italiane. La seconda strada sembra preferibile per
molte ragioni: la maggior flessibilità e resilienza di un sistema economico-territoria-
le policentrico, la migliore utilizzazione del capitale fisico esistente, l’abbassamento
delle diseconomie da congestione. Sul piano istituzionale ciò implica privilegiare, in
un quadro di rinnovata unità nazionale, una ispirazione federalista, che miri a dare
alle Regioni italiane forme di governo autonome, responsabili ed efficienti. E implica
anche, sebbene il tema non possa qui essere approfondito, una scelta a favore della
equilibrata distribuzione sul territorio nazionale di alcune funzioni centrali, cioè la
realizzazione di una «capitale reticolare» anche per quelle funzioni che restano di rango
federale (121). Ma, se questa è la strada maestra sulla quale muoverci, non possia-
mo accontentarci di una riforma che si limiti a ridefinire il rapporto Stato-Regioni
sul terreno delle competenze. È essenziale una radicale terapia ricostruttiva dell’attore
Regione, nei suoi aspetti istituzionali, organizzativi, culturali ma plausibilmente anche
territoriali.
Un secondo ordine di osservazioni muove da considerazioni geoeconomiche di
rango globale (122). Le grandi trasformazioni in atto sui mercati mondiali sono am-
piamente note. Ma un tratto comune su cui si riflette di meno è la trasformazione
della «territorialità» che i nuovi termini della competizione economica portano con
sé. Se non è ancora del tutto chiaro quale forma potrà assumere un più adeguato
rapporto tra terra, mercato e politica, ovvero tra spazio, vita economica e istituzioni,
sappiamo che il ruolo dei vecchi Stati-nazione potrà risultarne indebolito (se non altro
sul piano, certo non secondario, della sicurezza); mentre già abbiamo ampie prove
della crescente importanza assunta da regioni, metropoli, distretti. Per affrontare con
successo la riorganizzazione mondiale dell’economia, le imprese non possono né agire
da sole, né contare sulla tradizionale alleanza con uno Stato capace di gestire mercati
in buona misura confinati da barriere nazionali. È sempre più frequente che le imprese
facciano invece affidamento sulle capacità del sistema territoriale di insediamento di
creare e attrarre risorse economiche, finanziarie e umane, attraverso la predisposizione 149
IL NOSTRO PROGETTO GEOPOLITICO

di positivi fattori di sviluppo. La competizione associa fortemente il livello dell’im-


presa a quello dei sistemi territoriali, con i loro molteplici e frammentati governi. Al
tempo stesso, questi governi devono poter contare su un ventaglio di risorse adeguate
che eviti di dar vita a programmi di piccolo respiro, o a petulanti poteri campanilistici.
Non possiamo dunque affidare il governo territoriale dei processi di sviluppo ad un
potere centrale; ma nemmeno al respiro limitato del Comune e della Provincia. Anche
di qui nasce la necessità di avere in Italia istituzioni regionali in grado di esercitare un
ruolo forte e autonomo nella regolazione dei fenomeni economici e sociali, per mezzo
di adeguati strumenti legislativi, amministrativi e finanziari. Si tratta, tra l’altro, di
ricostruire poteri territoriali veri ed efficaci là dove la Prima Repubblica ha lasciato in
eredità parvenze di potere.

2. Sul terreno delle competenze, e più in generale degli equilibri di potere tra
Stato e Regioni, la Fondazione ha ipotizzato una soluzione che dia vita ad un assetto
autenticamente federale; rispetto alle famiglie di proposte nate dall’esperienza o nel-
l’ambito della commissione Bicamerale, ciò implica uno spazio decisamente più am-
pio (in conformità con le premesse geoeconomiche citate) per le competenze regionali
in materia di politiche dello sviluppo, compreso l’ambito del capitale umano, e per le
competenze in materia di cultura e beni culturali (123).
La Fondazione ha tuttavia voluto porsi un ulteriore interrogativo, di fronte al
quale sembra invece arrestarsi gran parte delle altre proposte: quali Regioni devono
essere le destinatarie delle nuove competenze? Quelle attuali, semplicemente investite
di poteri assai più incisivi e di risorse più abbondanti, o nuovi soggetti per una nuova
repubblica?
Nessuno ignora i gradi molto diversi di efficienza ed efficacia mostrati dalle diver-
se amministrazioni, ma nell’insieme sembra difficile sostenere che le attuali istituzioni
regionali abbiano le carte in regola per sopportare agevolmente la transizione ad un
assetto federale, di cui dovrebbero diventare una struttura portante.
Per le Regioni ordinarie, la transizione a un assetto federale comporterebbe ri-
spetto ai livelli attuali una moltiplicazione per tre dell’ammontare di risorse globali,
una moltiplicazione per cinque dei livelli di spesa gestiti in regime di effettiva discre-
zionalità e, volendo garantire un’effettiva autonomia fiscale, una moltiplicazione per
dodici delle risorse reperite attraverso la propria fiscalità (124). È facile concludere che
si tratterebbe di chiedere uno sforzo davvero straordinario, se non temerario, a buro-
crazie e organizzazioni che hanno incontrato seri problemi nella gestione delle attuali
routine (si pensi alla modesta prestazione di gran parte delle Regioni sul terreno della
formazione). Sul piano dell’efficienza, come su quello della legittimazione, l’esigenza
di una riforma del livello regionale si impone con forza.
Proprio a partire da queste considerazioni la Fondazione suggerisce di rivolgere
una maggiore attenzione all’istituzione regionale e alle modalità con cui operare per la
sua trasformazione, mentre l’attenzione pubblica si è finora concentrata sul versante
alto dell’innesco di una strategia federale. Si tratta di preparare adeguatamente il cam-
150 po di atterraggio della riforma dello Stato per assicurare il massimo possibile di inno-
A CHE SERVE L'ITALIA

vazione, di efficienza, di legittimità allo stesso attore regionale. Il che può implicare la
consapevole ricerca di una discontinuità, di una rottura tra le attuali Regioni e i nuovi
meso-governments del nuovo sistema.
È allora opportuno riflettere sulla possibilità che ipotesi di ridefinizione terri-
toriale rappresentino un elemento importante, forse fondamentale, per la ricerca di
quest’innovazione forte. Dobbiamo, in quest’ottica, chiederci se l’apparato delle circo-
scrizioni statistiche vecchio di 130 anni, e da allora marginalmente ritoccato (in peg-
gio), debba rappresentare l’impalcatura territoriale su cui riversare una vera e propria
rivoluzione istituzionale, dopo che questo apparato ha sostenuto con difficoltà i ben
più leggeri compiti dell’attuale fase regionale. Ma data per necessaria una revisione
dell’assetto delle Regioni italiane, compresa, eventualmente, la loro dimensione ter-
ritoriale, a quali criteri ispirarci per tale compito? La Fondazione ha consolidato in
materia alcune tesi.
La prima suggerisce che la riforma costituzionale sia un’occasione per riesaminare
la dimensione stessa della «regionalità» (125). Il potenziamento della Regione non può
prescindere da una rivisitazione critica, in quadri geopolitici e geoeconomici profon-
damente mutati, di questo concetto-chiave, il cui senso è oggi certo diverso da quello
che avevano in mente i costituenti. Lo sviluppo, qualitativo, sostenibile e autorifles-
sivo, può essere tra i criteri guida in questa ricerca: la Regione come progetto per lo
sviluppo alla ricerca di adeguate traduzioni territoriali.
La seconda tesi è che la riforma non può essere intrinsecamente contraddittoria,
affidando oneri e onori dell’autonomia a entità che per natura non possono realmen-
te essere autopropulsive. Se autonomia deve essere, che sia effettiva. La creazione di
nuove dipendenze sarebbe un fallimento, e se l’errata identificazione dimensionale dei
nuovi attori porterà in questa direzione, si sarà messa in piedi una debole forma di
decentramento di superficie.
Ciò pone seri problemi alle piccole Regioni: sappiamo ormai al di là di ogni
dubbio che esiste un rapporto diretto tra piccola dimensione regionale ed elevati livelli
di spesa pro capite. L’autonomia comporta d’altra parte una revisione sostanziale dei
meccanismi fiscali e delle vecchie logiche di redistribuzione opaca e incontrollata: solo
responsabilizzando le Regioni su obiettivi di autosufficienza sarà possibile realizzare
con efficacia politiche di solidarietà in una situazione di risorse scarse.
La terza tesi è che una rivisitazione della concreta taglia territoriale delle Regioni
possa essere parte della soluzione, e vada quindi posta fin d’ora tra le opzioni possibili.
Un rimescolamento di carte territoriali, costringendo le Regioni a fare i conti con
nuovi interessi, nuovi orizzonti, nuove risorse, può rendere più plausibile e incisiva la
riorganizzazione funzionale e organizzativa.
Ultima ma fondamentale, viene la necessità di realizzare alcuni equilibri politici
e istituzionali attraverso un accorto uso della leva territoriale. Si tratta innanzitutto di
equilibri tra Regione e Regione: una federazione che veda perfino rapporti dell’ordine
di 90 a 1 tra le grandezze demografiche ed economiche dei suoi membri (126), e che
al tempo stesso postuli la loro perfetta eguaglianza, potrebbe avere qualche proble-
ma di funzionamento. Federazioni caratterizzate da marcate differenze nella taglia dei 151
IL NOSTRO PROGETTO GEOPOLITICO

membri non sono certo sconosciute; ma proprio i problemi innescati da tali differenze
hanno rappresentato una tipica falla nei modelli federali, attraverso la quale si è ripro-
posto un forte ruolo dello Stato centrale.
L’incapacità di gestire compiti complessi o di garantire equilibri finanziari da par-
te dei più piccoli Stati federati è stata alla base delle tendenze alla ricentralizzazione
tanto negli Usa quanto nella Germania federale (127).
In effetti, la questione della taglia media delle unità è essenziale anche dal punto
di vista dei rapporti tra Stato e Regione. Unità troppo grandi, ed in numero troppo
limitato, non possono che rappresentare un elemento di turbolenza nelle relazioni con
lo Stato, soprattutto quando alcuni loro interessi divergano marcatamente: anche per
questo la vecchia ipotesi macroregionale della Lega sembra incompatibile, quali che ne
fossero le intenzioni, con un assetto federale.
Ma unità troppo piccole e troppo numerose non possono rappresentare un effi-
cace contropotere rispetto allo Stato, non possono gestire efficacemente compiti im-
pegnativi, non garantiscono equilibri finanziari, e sono quindi destinate a ricreare le
condizioni per un assetto centralista.
Se tale rischio è elevato con l’attuale assetto basato su venti Regioni, diventerebbe
elevatissimo se ci si muovesse nelle direzioni accennate da esponenti della maggioran-
za, sia pure in documenti non ufficiali, che non rispecchiano dunque orientamenti di
governo (128). La proposta di riarticolare in cento o cinquanta nuove macroprovince
la realtà italiana, eliminando gli altri livelli di governo locale o regionale, sembra, al di
là della difficile praticabilità, postulare per queste entità una riduzione a ruoli mera-
mente amministrativi, per di più di non altissimo livello.
Sembra in effetti impossibile che entità del genere possano avere potestà legislati-
va, o esercitare competenze anche soltanto analoghe a quelle che l’attuale costituzione
riserva alle Regioni.
Non a caso proposte simili sono state avanzate in Francia da esponenti della tra-
dizione centralista, preoccupati di ridimensionare i già modesti connotati (e le am-
bizioni «girondine») del regionalismo francese: è il caso dell’ipotesi presentata a suo
tempo da Michel Debré, orientata a creare una quarantina di superdipartimenti (129).
Ma non è nemmeno un caso che, ancora in Francia, il dibattito recente più sensibile
alle istanze regionaliste abbia ripreso in considerazione l’ipotesi di puntare verso realtà
territoriali più ampie.
Ciò permette di introdurre il terzo equilibrio da realizzare: quello tra Regioni
italiane e Regioni (o omologhi livelli di meso-government) degli altri paesi europei.
Dobbiamo progettare entità che siano abbastanza solide da reggere il confronto eu-
ropeo con aree come Baviera, Nord-Reno-Westfalia, Rodano-Alpi, Catalogna; e an-
cor più che abbiano risorse sufficienti per configurarsi come credibili interlocutori di
Bruxelles. La prospettiva di un ruolo diretto delle Regioni nell’architettura istituziona-
le europea non è più relegata tra le utopie federaliste (130), ma potrà trovare effettiva
realizzazione solo a patto di essere sorretta da soggetti di adeguato respiro.
Possiamo dunque concludere che potenti fattori, tra cui l’obiettivo del raggiun-
152 gimento di una taglia critica nell’«Europa delle regioni» che converge con la ricerca di
A CHE SERVE L'ITALIA

efficienza legata alle economie di scala in molti comparti della spesa pubblica, spingo-
no verso un ridisegno del riparto regionale italiano quale oggi lo conosciamo.
Questa esigenza risulta anche in sintonia con tendenze e propensioni espresse dal-
le varie «territorialità» italiane, dalle economie localmente insediate, dalle loro esigenze
di governo: con fattori, dunque, geoeconomici. Anche di qui ricaviamo l’impressione
che venti Regioni siano troppe; e che, peraltro, tre o quattro macroregioni siano una
semplificazione troppo brutale, e perciò inefficace, della complessa realtà del paese. La
stessa Padania conosce sindromi ben diverse tra il suo Est e il suo Ovest: un panorama
mosso, che ne giustifica la definizione come un «sistema di sistemi», ma non depone
a favore dell’ipotesi di un’unica macroregione; così come non vanno in questo senso
la varietà e la potenziale contraddittorietà degli interessi e delle formazioni sociali pre-
senti in questo bacino (131).

3. Come è ormai ampiamente noto, la Fondazione Agnelli ha proposto in que-


st’ottica alcuni esercizi di ridisegno dei profili regionali italiani, sintetizzati, anche sul
piano delle conseguenze sul terreno fiscale, nella cartina allegata (132). (vedi cartina
sull’originale a pag. 155).
Una prima ipotesi, più direttamente legata alle esigenze dell’autonomia finanzia-
ria, suggerisce un’Italia articolata in dodici mesoregioni. I criteri che hanno ispirato
tale ipotesi sono stati, da un lato, l’esigenza di ridurre l’area della non-autosufficienza
fiscale, pur una volta operati i necessari interventi perequativi; dall’altro, la necessità
di definire aggregazioni caratterizzate da accettabili combinazioni tra omogeneità e
complementarità delle vocazioni territoriali. In questa ipotesi potrebbero nascere una
nuova Regione del Nord-Ovest, che inglobi Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, e una
nuova Regione del Nord-Est, che comprenda il Triveneto. Marche-Abruzzi-Molise da-
rebbero vita a una nuova Regione Mesoadriatica, mentre più a ovest si integrerebbero
Toscana e Umbria, e a sud Puglia e Basilicata.
Una variante più rispettosa dei quadri geoeconomici può prevedere l’introduzio-
ne di nuovi ritagli provinciali: ad esempio, un accorpamento di Perugia alla Toscana
e di Terni al Lazio; di Potenza alla Campania e di Matera alla Puglia; di La Spezia e
del Pontremolese all’Emilia. In ogni caso va sottolineato come non si tratti di «annet-
tere» le piccole Regioni ai loro vicini; si tratta, invece, di azzerare le Regioni esistenti
e far nascere nuovi organismi, caratterizzati da un’ampia reticolarità delle istituzioni
regionali.
La Fondazione non si è mai nascosta che, in un paese intriso di particolarismi, la
proposta di far nascere nuovi soggetti regionali di grande respiro (e di superare con-
testualmente la logica dello statuto speciale) possa creare innumerevoli resistenze. Si è
comunque più volte chiarito come nessuno, e tanto meno la Fondazione, pensi a un
ridisegno imposto a recalcitranti realtà locali.
Sembra saggio piuttosto puntare a far funzionare, in un primo momento, il nuo-
vo assetto costituzionale e fiscale a parità di base territoriale, introducendo peraltro
una semplificazione delle procedure dell’art. 132 della costituzione, e lasciando spazio
a un processo di apprendimento degli oneri e onori della nuova autonomia. Ma in 153
IL NOSTRO PROGETTO GEOPOLITICO

quest’ottica vanno evitate regole fiscali e perequative che, garantendo una protezione
artificiosa alle realtà di piccole dimensioni, cristallizzino al tempo stesso un uso inef-
ficiente delle risorse. È anche possibile che esistano soluzioni alternative alla ridefini-
zione territoriale, ad esempio più coraggiose forme di cooperazione interregionale;
ma non si può disattendere l’esigenza di un reale recupero di effettive capacità di
autonomia, e sembra comunque difficile trovare su questa strada una risposta adeguata
alla ricerca degli equilibri geopolitici e istituzionali prima richiamati. Un’Italia federale
articolata né in macroregioni, come sembrava volere la Lega, né in microregioni, come
accade oggi, ma in mesoregioni, sembra un organismo statuale più adatto ad affronta-
re le competizioni di fine secolo. Nell’ottica che la Fondazione ha cercato di illustrare,
un foedus nuovo è indispensabile per ridefinire le ragioni della nostra convivenza: non
più tra partiti, e non soltanto tra ceti e subculture, come nel patto che per alcuni versi
era inscritto nella costituzione della Prima Repubblica; ma anche tra economie e so-
cietà territorialmente insediate, che attenuino le ragioni di attrito e potenzino quelle
di cooperazione.
Grazie alla confluenza tra più filoni di opinione, e all’effetto cumulativo di diverse
dinamiche degli interessi, si può ritenere che oggi ipotesi di tipo federalistico godano
in Italia di un consenso più vasto di quanto sia mai accaduto nella storia recente.
Ai federalisti «storici», un nucleo ristretto ma ideologicamente intenso, si è aggiunta
la cospicua pattuglia dei regionalisti delusi, forte soprattutto tra la sinistra, e ormai
convinta dell’impossibilità di un rilancio dell’esperienza regionale se non in una pro-
spettiva di riforma costituzionale profonda. Ma va riconosciuto che la Lega ha saputo
creare un «senso comune» di stampo federalista in molti gruppi che non erano mai
stati coinvolti dalle precedenti esperienze autonomiste. Si può discutere, come hanno
fatto molti degli studi dedicati all’elettorato leghista, se alla base delle rivendicazioni
federaliste di ampi strati dell’elettorato settentrionale stiano profondi convincimenti,
o piuttosto istanze liberiste, autodifese di gruppi sociali, malessere fiscale. Di fatto, la
convergenza, nel Nord, tra questione fiscale e questione federale sembra aver lasciato
sedimentazioni non superficiali nell’opinione pubblica. lì dibattito sul federalismo ha
comunque innescato un processo di apprendimento che ha reso l’opzione federale del
tutto accettabile nel lessico politico (il che non era certo vero non più di due anni fa) e
diffusa tra l’opinione pubblica informata. Tuttavia, se dall’accettazione di una qualche
forma di istanza federale si passa alla questione del ridisegno territoriale delle Regioni,
sembra difficile ipotizzare l’esistenza di un vasto consenso, o individuare riconoscibili
interessi che spingano in tale direzione. In qualche modo la Fondazione ha scontato
questa situazione, giustificando la formulazione del progetto come risposta ad un in-
teresse nazionale latente, ben più che come presa d’atto di una riconoscibile domanda
diffusa.
Come ogni proposta complessa, anche quella della Fondazione si nutre certo di
precedenti, di conoscenze e di umori stratificati; ma non ha mai preteso di avere radici
più solide di quelle che nascono dalla riflessione sull’interesse collettivo, qualificato
alla luce di precise opzioni valoriali in campo etico-politico.
154 È piuttosto quanto è accaduto dopo la circolazione della proposta sulle dodici
A CHE SERVE L'ITALIA

Regioni ad aver mostrato come l’esigen-


za di un ridisegno territoriale fosse già
avvertita, con intensità diverse, in alcu-
ne aree del paese; ma, ancor più, come
in molte altre fossero maturi i tempi per
innescare un processo di verifica critica
della regionalità e delle sue basi terri-
toriali. Proprio in questo stava il senso
del nostro intervento: non nell’invocare
un processo giacobino di ridefinizione
territoriale, geometricamente deter-
minato e imposto a recalcitranti realtà
locali, ma nell’innescare un processo di
apprendimento, una nuova considera-
zione degli spazi regionali all’interno
di quadri nazionali e globali in rapida
evoluzione. In Umbria come in Liguria
e in Basilicata, dopo un fuoco di fila di
proteste emotive (talvolta legate a scarsa
informazione), ha preso piede un dibat-
tito vivace e aperto. Per la prima volta
da decenni, una questione geopolitica
posta dal mondo della ricerca ha tro-
vato la strada per diventare, in Italia,
elemento di cultura civile. Se anche la
proposta non producesse altri risultati,
non si tratterebbe di una magra conso-
lazione.

155
IL NOSTRO PROGETTO GEOPOLITICO

Note

117. Un saggio di geoeconomia applicata ad un insieme di regioni italiane è il lavoro di AA. VV., La Padania, una
regione italiana in Europa. Torino 1992. Edizioni della Fondazione Agnelli.
118. Si può rinviare per una disamina più articolata a M. PACINI, Scelta federale e unità nazionale, Torino 1994,
Edizioni della Fondazione Agnelli.
119. È difficile definire misure accettabili del grado di centralizzazione di un sistema. La variabile fiscale, in quanto
riassuntiva di diversi altri equilibri, può tuttavia dare un’indicazione accettabile. In questo campo vediamo
come negli ultimi anni la quota media di entrate derivate dallo Stato centrale sia stata in Italia del 91% per
le Regioni e del 72,5% per i Comuni. Questa quota e invece del 20-23% negli Usa, del 15-20% in Canada
e Svizzera, del 15% per i Länder e del 27% per i Comuni tedeschi. Sono questi i valori che permettono di
parlare di sistema federale.
120. Tendenza peraltro gia abbastanza visibile, come dimostrano le analisi sintetizzate nel periodico della Fonda-
zione Agnelli, XXI Secolo, n. 1, novembre 1989.
121. Sul concetto di «capitale reticolare», anch’esso sviluppato nell’ambito delle attività di ricerca della Fondazione
Agnelli, si può vedere il volume di AA. VV., La capitale reticolare, Torino 1994, Edizioni della Fondazione
Agnelli, e XXI Secolo, n. 9, gennaio 1994.
122. Non andrebbe sottovalutato nemmeno l’impatto sulle trasformazioni dello spazio italiano determinato da al-
cune variabili geopolitiche di rango globale, a partire dall’emergere dell’area est-asiatica, fino alla ridefinizio-
ne dello spazio dell’Unione europea e alle conseguenze della fine della guerra fredda. In maniere più o meno
dirette, tutti questi processi sembrano aver messo in crisi il «compromesso territoriale» tra Nord, Sud e città
capitale su cui si era basata la sistemazione dello spazio italiano nel secondo dopoguerra.
123. Per una più specifica individuazione delle ipotesi sulle competenze si rinvia a XXI Secolo, n. 11, ottobre 1994.
124. Le stime si basano sulle elaborazioni sviluppate nella ricerca curata da G. BROSIO - G. POLA - D. BON-
DONIO, Una proposta di federalismo fiscale, Torino 1994, Fondazione Agnelli. Il calcolo non considera
come tributi propri delle Regioni gli attuali contributi sanitari, cui mancano i requisiti minimi per potersi
considerare fiscalità regionale autonoma.
125. Una ricostruzione storica del dibattito sulla dimensione regionale nell’Italia del dopoguerra sta in P. BONO-
RA, Regionalità. Il concetto di regione nell’Italia del secondo dopoguerra (1943-1970), Milano 1984, Franco
Angeli. Tra i costituzionalisti, il più attento alle esigenze di revisione della base territoriale delle istituzioni è
da tempo il direttore dell’Isap, Ettore Rotelli, mentre sul versante della geografia storica restano insuperati i
contributi di Lucio Gambi.
126. È all’incirca il rapporto che intercorre tra popolazione o pil della Lombardia e i corrispettivi indicatori di Val
d’Aosta o Molise.
127. Un’utile guida ai conflitti e alle contraddizioni dei regimi federali è G. BROSIO, Equilibri instabili, Torino
1994, Bollati Boringhieri.
128. Come risulta da un articolo di Antonio Martino su Mondo Economico, n. 3/1994.
129. Si veda in merito J. LABASSE, L’Europe des Régions, Parigi 1991, Gèographes-Flammarion, p. 39. L’attuale
dibattito francese su sette «espaces d’aménagement» di taglia macroregionale (Le Monde, 19/5/1994, p. 7)
parte dalle ricerche sintetizzate in DATAR, Document d’étap pour le débat national pour l’aménagement du
territoire, Parigi, aprile 1994.
130. Sui risvolti costituzionali del tema si può rinviare al contributo di A. COMBA E. GREPPI, Revisione costitu-
zionale, federalismo e dimensione europea, Torino 1994, Fondazione Agnelli.
131. Varietà e contraddittorietà presenti anche sul terreno degli orientamenti geopolitici verso lo spazio europeo.
Ad un Piemonte tradizionalmente orientato verso l’Europa occidentale, le cui trame di rapporti passano
da secoli attraverso Ginevra, Lione, Parigi, e oggi Londra, si contrappone una Lombardia più globista, ma
decisamente impostata sull’asse renano, e crescentemente attenta agli orizzonti che si aprono nell’Europa
centro-orientale; quadrante dove si colloca anche l’apertura europea dell’area veneta, incerta, semmai, tra la
forza degli assi verticali che puntano verso Germania e Austria e il possibile riemergere di un arco adriatico
e danubiano.
132. Per una più articolata esposizione della ratio economico-finanziaria della proposta si può rinviare, oltre al
citato volume di M. Pacini, anche a: AA.VV., Nuove Regioni e riforma dello Stato, Torino 1992, Fondazione
Agnelli; XXI Secolo, n. 8, giugno 1993; P. GASTALDO, «Ipotesi di lavoro per un federalismo su base regio-
156 nale», Federalismo e Società, I, 1.
A CHE SERVE L'ITALIA

PERCHÉ
GLI ITALIANI
SI DISPREZZANO di Sergio ROMANO

‘La guerra l’ha persa solo Mussolini’: una comoda menzogna


che ha fatto da sfondo alla Prima Repubblica e che ha consentito
agli italiani di dimenticare le proprie colpe. Ma insieme ad esse
è svanito anche il rispetto di sé e della propria storia.

U NA FRASE DI UMBERTO ECO A BUENOS AIRES


nello scorso giugno («In questo momento mi sento anti-italiano. Voglio farmi cittadino di
Sarajevo») ha suscitato un «dibattito», vale a dire la solita tempesta in un bicchier d’acqua.
Intervistate dai giornalisti, le grandi ombre della letteratura italiana hanno ripetuto le loro
classiche invettive: «Ahi serva Italia, di dolore ostello... Come cadesti e quando da tanta al-
tezza in così basso loco... le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse veggio... O d’ogni
vizio fetida sentina... vecchia, otiosa, lenta....». Abbiamo letto per qualche giorno una cre-
stomazia delle ingiurie e dei vituperi che gli italiani hanno indirizzato a se stessi da Dante a
Flaiano, da Leopardi a Zeri, da Pascoli a Biagi. E ne abbiamo tutti concluso che nelle parole
di Eco non c’è nulla di nuovo sotto il sole, che gli italiani hanno sempre detestato se stessi,
che non v’è altro popolo in cui l’«odio di sé» sia radicato e diffuso sino al punto di diventare
gioco, vezzo, insopprimibile meccanismo mentale e verbale.
Presso gli italiani, quindi, l’autodenigrazione e l’autolesionismo non sarebbero occa-
sionali manifestazioni di rabbia civile. Sarebbero l’espressione di un disprezzo profondo
che ogni italiano tiene chiuso in se stesso, sul fondo della propria coscienza. Qualcuno lo
ostenta, altri lo nascondono con pudore, altri ancora se ne liberano con l’ironia o con il
sarcasmo. Ma tutti hanno lo stesso virus e sanno di averlo. Abbiamo approvato o disappro-
vato le parole di Eco perché si riferivano a una questione - l’esito delle ultime elezioni e la
formazione di un governo di destra - su cui siamo divisi. Se le elezioni fossero state vinte dai
progressisti e un Eco di destra avesse dichiarato «voglio farmi cittadino svizzero», i campi 159
PERCHÉ GLI ITALIANI SI DISPREZZANO

si sarebbero rovesciati. Ma non vi e italiano che non tenga chiuso in petto, per i giorni
dell’ira, un moto di collera contro la razza dannata a cui è stato assegnato nel giorno in cui
Dio ha creato i popoli e le nazioni.
Se non c’è nulla di nuovo sotto il sole non mette conto parlarne. I sentimenti immu-
tabili e indistruttibili si sottraggono alle analisi, diventano tare morali e psicologiche che
la Provvidenza storica ha iscritto nel codice genetico di un popolo. Potremmo chiudere
l’episodio, depositarlo nel grande libro dell’aneddotica nazionale, aspettare che un altro
intellettuale cancelli il ricordo della battuta di Eco dicendo parole ancora più caustiche. Ma
commetteremmo l’errore di confondere due sentimenti diversi. Il primo, quello dell’auto-
denigrazione corrente e banale, appartiene alla tradizione culturale dei popoli latini, è una
sorta di «mugugno» terapeutico che rinvia a vecchie condizioni storiche e può rapidamente
trasformarsi in orgoglio o superbia, come è accaduto altre volte nella storia del paese. Il
secondo è un sentimento più recente, più profondo e più «serio». Non è vero che «non c’è
nulla di nuovo sotto il sole». Di nuovo da cinquant’anni a questa parte c’è una mancanza
di «rispetto per sé» che gli italiani non avevano mai sperimentato con tale virulenza dal
momento della creazione dello Stato nazionale.
All’origine, naturalmente, vi è la sconfitta. Perdere una guerra, se il conflitto non si
conclude con la morte dello Stato, non è la fine del mondo. È capitato ai russi nel 1855
e nel 1905, agli austriaci nel 1859 e nel 1866, ai danesi nel 1864, ai francesi nel 1870 e
nel 1940, agli spagnoli nel 1898, ai tedeschi nel 1918 e nel 1945. Ma una guerra perduta
esige una grande terapia nazionale. Occorre, se possibile, volere fermamente e tenacemente
la rivalsa. Quando dovettero abbandonare l’Alsazia e la Lorena nel 1871, i francesi non
perdettero mai di vista l’esortazione che Gambetta pronunciò il 16 novembre 1871 a un
banchetto per la commemorazione della nascita del generale Hoche: «Non pronunciate
mai parole temerarie, non si adatterebbero alla nostra dignità di vinti, giacché vi è anche
una dignità del vinto quando non è caduto vittima delle proprie colpe, ma della sorte.
Custodiamo questa dignità ed evitiamo di parlare di problemi internazionali; ma sia ben
chiaro a tutti che non smetteremo mai di pensarci».
Vi sono circostanze in cui la rivalsa è impossibile o inopportuna. Occorre allora esa-
minare attentamente le cause della guerra e della sconfitta, fare un processo al paese e se
necessario a se stessi. Quando perdette la guerra di Crimea la Russia di Alessandro II ri-
formò radicalmente lo Stato. Quando perdette Cuba e le Filippine la vecchia Spagna ebbe
un soprassalto d’orgoglio, e la «generazione del ‘98» - Unamuno, Perez Galdos, Ganivet,
più tardi Ortega - invitò il paese a interrogarsi sulle cause della propria decadenza. Dopo
le sconfitte del 1870 e del 1940 la Francia creò due grandi scuole - l’Ecole libre de sciences
politiques e l’Ecole nationale d’administration - per la formazione di una migliore classe
dirigente. I paesi si misurano dalla severità con cui giudicano se stessi dopo una guerra
perduta, dal processo che essi intentano alle proprie responsabilità.
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa
né processo alla nazione. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio la grande maggioranza
del paese si è ritirata nell’«attendismo» e si è limitata a guardare dalla finestra il resto del
dramma misurando diplomaticamente e prudentemente il proprio consenso alle forze in
160 campo. Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista ha stretto un patto taci-
A CHE SERVE L'ITALIA

to con l’antifascismo trionfante i cui termini, grosso modo, erano questi. Avrebbe permesso
alla nomenklatura antifascista di governarla purché essa non le chiedesse conto di ciò che
aveva fatto nei vent’anni precedenti. Il patto conveniva a entrambi: all’antifascismo perché
nessuno in tal modo lo avrebbe messo a confronto con le proprie responsabilità fra il 1919
e il 1922, al paese perché nessuno gli avrebbe contestato l’entusiastica adesione al fascismo.
Gli uomini politici antifascisti potevano proclamare d’essere stati ingiustamente e violente-
mente espropriati del potere, gli italiani potevano sostenere d’essere stati oppressi e asserviti
da una dittatura aliena. Era una menzogna, naturalmente, ma presentava molti vantaggi,
fra cui quello di permettere all’Italia di finire la guerra nel campo dei vincitori.
Gli alleati dovettero stare al gioco. Se il fascismo era davvero, come essi avevano so-
stenuto per meglio vincere la guerra, una sorta d’incarnazione satanica, un «male» genera-
to dal male, nessuna potenza vincitrice era tenuta a interrogarsi sulle cause della seconda
guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il
fascismo al rango di «male assoluto» gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro
passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo, Mussolini.
Gli italiani, quindi, non avevano perduto la guerra. E se non l’avevano perduta non
era necessario intentare un processo alla nazione, individuare gli errori materiali e morali
che avevano portato il paese alla disfatta. In realtà tutti sapevano che le cose erano anda-
te diversamente, che il consenso aveva accompagnato Mussolini sino alla fine degli anni
Trenta e che si era gradualmente dissolto soltanto dopo i bombardamenti e le prime scon-
fitte. Sapevano che l’antifascismo era stato, nella migliore delle ipotesi, un approdo tardivo
e che quasi tutti gli italiani, anche se in misura diversa e in momenti diversi della loro vita,
erano stati fascisti. Ma continuarono a mentire perché avevano concluso con l’antifascismo
e con gli alleati un patto conveniente.
Una menzogna - «non abbiamo perso la guerra» - divenne così l’ideologia fondante
della Repubblica democratica. Naturalmente come tutte le menzogne anche questa ebbe
l’effetto di provocare qualche turba psicologica e molto malessere, morale e linguistico.
Come definire la presa di Roma nel giugno del 1944? Occupazione o liberazione? Come
parlare degli anni di guerra e soprattutto di coloro che erano caduti combattendo contro
gli Alleati? Eroi? Vittime? Ragazzi fuorviati da un’ideologia esecrabile? Come interpretare
la lettera di Bobbio a Mussolini, quella di Moravia a Ciano e quelle del senatore Einaudi
al Duce perché non infierisse sulle marachelle politiche del figlio Giulio? Come descrivere
l’archeologo Pericle Ducati, ferito a Bologna nel febbraio del 1944, e il filosofo Giovanni
Gentile, ucciso a Firenze nell’aprile dello stesso anno? Vittime? Intellettuali che hanno
sbagliato? O traditori e camorristi, come Togliatti definì Gentile? Il linguaggio ecumenico
usato dai vertici delle Forze armate e dagli uomini politici in ricorrenze e circostanze «deli-
cate» - El Alamein, la carica del Savoia cavalleria sul fronte russo - era un vuoto esercizio di
parole che non parlava al paese ed era motivo di grave imbarazzo per le persone serie.
Non basta. L’impossibilità di parlare della seconda guerra mondiale se non in termini
ambigui e vittimistici si ripercosse all’indietro su tutto il passato nazionale e colpì a morte le
memorie della prima guerra mondiale. Se Mussolini aveva portato al re «l’Italia di Vittorio
Veneto», come egli disse al Quirinale il 30 ottobre del 1922, era impossibile ormai parlare
di Vittorio Veneto con accenti patriottici. L’orgoglio nazionale fu sequestrato dalla destra 161
PERCHÉ GLI ITALIANI SI DISPREZZANO

radicale d’ispirazione fascista e divenne ancor più anomalo, illegittimo, «eterodosso». Si


creò in tal modo un vuoto di coscienza storica in cui si precipitarono, per riempirlo, le
forze politiche che non erano mai state risorgimentali. Intellettuali marxisti e cattolici ri-
scrissero la storia patria secondo una diversa prospettiva. La nuova sequenza cronologica
comprendeva soltanto sconfitte, ribellioni, moti popolari, repressioni militari e poliziesche.
Custoza e Lissa divennero più importanti di San Martino e Solferino, le jacqueries dei
briganti meridionali divennero guerra di popolo contro l’oppressore piemontese, Adua fu
descritta con compiacimento i fasci siciliani e i moti di Milano del 1898 furono esaltati
come sintomi di rivoluzione nascente, la guerra di Libia fu rappresenta come un’arrogante
operazione coloniale e Omar el Mukhtar, leader della resistenza in Cirenaica negli anni
Venti, assunse maggiore rilievo nella storiografia coloniale dei bersaglieri trucidati nell’oasi
di Tripoli nell’ottobre 1912.
Letta in negativo la storia nazionale registrava soltanto date infauste o truci: non più
la presa di Gorizia e l’affondamento della Viribus Unitis, ma Caporetto e le decimazioni
dell’esercito in fuga dopo la rottura del fronte; non più la conquista dell’Amba Alagi e la
presa di Addis Abeba, ma l’uso dei gas asfissianti durante le operazioni militari e le repres-
sioni dopo l’attentato a Graziani nel febbraio 1937. Si affermò una letteratura storica che
raccontava il colonialismo italiano come storia di soprusi e le due guerre mondiali come
storia di masse popolari sacrificate nelle trincee dell’Isonzo e sulle sterminate pianure russe.
Scomparvero Cesare Battisti, Nazario Sauro, Enrico Toti, Francesco Baracca; apparvero gli
«uomini contro», i «sergenti nella neve», e le «centomila gavette di ghiaccio». Dopo essere
stati sottoposti alla retorica eroica e patriottarda della pedagogia fascista gli italiani furono
sottoposti alla retorica populista dell’ideologia antirisorgimentale. La accettarono perché
era parte integrante della bugia su cui la repubblica era stata fondata. Qualcuno finì per
crederci e per recitarla volonterosamente, molti si sbarazzarono della patria come di un
bagaglio inutile e ingombrante, molti infine presero a odiare un paese che li costringeva a
mentire quotidianamente.
Il disagio e il sentimento della menzogna erano resi più acuti da un’evidente contrad-
dizione. Il fascismo era stato generalmente ripudiato come fenomeno estraneo alla sensi-
bilità e alla cultura del paese, ma lo Stato elargiva sussidi, distribuiva pensioni, rimborsava
spese mediche, gestiva banche e imprese, reclutava funzionari e conferiva diplomi secondo
norme che risalivano al fascismo. Certo i partiti si accusavano a vicenda di «criptofasci-
smo», ma soltanto quando una particolare istituzione - il codice Rocco, ad esempio - era
utile agli uni e dannosa agli altri. Di fatto quel che non piaceva ai primi piaceva ai secondi
e complessivamente gli italiani, senza mai essere stati fascisti, hanno continuato a vivere
imperturbabili in uno Stato fascista che fu modificato solo gradualmente, a mano a mano
che le nuove condizioni del paese esigevano nuove leggi e strutture.
Un paese di cui non si può parlare con orgoglio e che vi costringe a mentire diventa
detestabile o risibile. La soppressione del sentimento nazionale ha avuto l’effetto di spingere
molti italiani a ritrovare rifugio nel municipalismo, nel localismo, nel campanilismo. «Right
or wrong my country» significa, tanto per fare un esempio, che il palio, per Siena, è una sorta
di 14 luglio, molto più entusiasmante di qualsiasi festa nazionale. Abbiamo assistito a una
162 spartizione del patrimonio culturale nazionale nel corso della quale ogni città regione ha
A CHE SERVE L'ITALIA

orgogliosamente rivendicato la propria parte ed è diventata spiritualmente autosufficiente.


E poiché ciascuno ha diritto a una quota parte di poesia, musica, pittura, scultura, scien-
za, eroismo, santità e ricerca scientifica, il panorama culturale italiano si è rimpicciolito e
appiattito.
Non esiste più una gerarchia nazionale di valori intellettuali e morali; esiste una selva
di torri e campanili. Se ogni patria locale viene prima del cuore di chi vi è nato le patrie si
equivalgono. Se Recanati ha Leopardi, Vicenza ha Zanella e Fogazzaro, se Asti ha Alfieri,
Dronero ha Giolitti e Stradella ha Depretis, se Macerata ha Matteo Ricci, Rovereto ha
Rosmini, se Bomba ha i fratelli Spaventa, Molfetta ha Salvemini, se Barletta ha De Nittis,
Messina ha Antonello e Ferrara ha Boldini, sé Pesaro ha Rossini, Busseto ha Verdi e Lucca
ha Puccini. Donde un profluvio di convegni, mostre e festival in cui ciascuno celebra i
«propri». Non esiste più una grande «cucina» culturale nazionale in cui si confeziona il
meglio per i bisogni spirituali del paese. Esistono soltanto i vins du pays che si consumano
sul posto. Alcuni sono buoni, molti viaggiano male.
L’altra conseguenza della menzogna è l’italofobia. Costretti a mentire su se stessi e sul
loro passato, obbligati a dimenticare o a ricordare selettivamente, gli italiani hanno finito
per disprezzarsi, per rovesciare sull’italiano collettivo l’imbarazzo e il disagio che ciascuno
di essi prova per se stesso. Non basta. Per evitare che altri dica male dell’Italia occorre
precederlo e surclassarlo. L’orgoglio che ogni uomo prova nell’identificarsi con la propria
patria si è rovesciato nel suo contrario. Siamo tanto più bravi e intelligenti quanto più ci
affrettiamo a parlare male dell’Italia.
Intravedo all’orizzonte un’altra menzogna. Dopo avere rifiutato di considerare il fa-
scismo un peccato nazionale e dopo essersi assolti «per non avere commesso il fatto», gli
italiani stanno addebitando Tangentopoli a Bettino Craxi e a qualche centinaio di uomini
politici, imprenditori, funzionari. Sanno che è una bugia ma cederanno probabilmente alla
tentazione di credervi per assolversi in tal modo anche da questo peccato. E dopo, temo,
avranno un’altra ragione per disprezzarsi.

163
A CHE SERVE L'ITALIA

SCUOLA E NAZIONE:
UNA RAPPRESENTAZIONE
DA MANUALE di Giovanni ORFEI

L’immagine dell’Italia che deriva dai testi scolastici è segnata


da un’aporia di fondo: conciliare la storia patria con i valori
fondanti della repubblica. Di conseguenza, rimane il mito
della Resistenza mentre il fascismo viene ‘snazionalizzato’.

«L’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato.


Forse però non è meno vano affaticarsi a comprendere il passato,
ove nulla si sappia del presente».
Marc Bloch, Apologia della storia

L A SCELTA PER DUE ANNI CONSECUTIVI


della storia come materia obbligatoria negli esami di maturità, l’interesse mostrato dall’opi-
nione pubblica per la trasmissione Combat film e l’entrata nell’area di governo di forze che
si riallacciano più o meno esplicitamente al fascismo sono solo alcune delle cause che hanno
consentito la ripresa del dibattito, in precedenza ristretto all’ambito accademico, sulla no-
stra storia recente e sull’identità nazionale italiana. I paesi più progrediti sono caratterizzati
da una comune caratteristica: l’assimilazione della loro storia. Questo fenomeno, segno di
forte coesione nazionale, non si è verificato in Italia, nonostante la crescita degli ultimi de-
cenni. Le cause sono molte, ma qui si cercherà di coglierne solo una, analizzando i manuali
di storia in uso nelle scuole. Da questi mezzi didattici, fondamentali per la formazione
della coscienza storica e nazionale, emerge una rappresentazione del paese rispecchiante la
considerazione che l’Italia nutre di sé. Definire le sfuocate forme di tale immagine, fissando
le rappresentazioni manualistiche dei momenti essenziali della storia recente, può aiutare a
capire perché l’Italia appare ancora alla ricerca di un’identità. 165
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

Il Risorgimento

Periodo «aureo» della storia d’Italia, nonché oggetto fino al fascismo e anche oltre di
un culto di Stato, il Risorgimento è andato incontro a un profondo processo di revisione,
iniziato negli anni Venti, che ne ha mutato la rappresentazione tradizionale. La contestazio-
ne delle interpretazioni classiche dell’epoca che vide la nascita dello Stato unitario è ormai
riscontrabile pure nei testi per le scuole. L’argomento appare ridimensionato anche se solo
a livello concettuale. Sul piano quantitativo, i manuali dedicano tuttora ampio spazio al
moto risorgimentale, complice una programmazione ministeriale ancora incentrata sul-
l’Ottocento; in questa situazione oggettiva impossibilità a svolgere l’intero programma (che
termina ai giorni nostri è un buon risultato se nei licei si arriva a studiare la prima guerra
mondiale (133).
Svuotato dei contenuti iconografici («Il grido di dolore», «Qui o si fa l’Italia o si
muore», l’incontro di Teano eccetera, svelati invece nel loro aspetto mistificatorio),
il Risorgimento diventa terreno per una spietata analisi socio-economica, tendente
a mettere a nudo il deplorevole stato del paese durante e dopo il processo d’unifica-
zione. Di quest’ultimo, viene sovente messo in evidenza l’aspetto fortuito eprecario
Così il Camera-Fabietti, uno dei più diffusi manuali orientato a sinistra: «Durante
decennio 1861-70 il Regno d’Italia fu considerato dipendenten tutto e per tutto dalla
Francia di Napoleone III (...) e fu guardato con sospetto soprattutto per la fragili delle
sue strutture economico-finanziarie e la sua presumibile inefficienza milire.(...) Tutte
queste diffidenze avevano la loro giustificazione oggettiva nelle gravi difficoltà che
angustiavano la vita del nuovo stato, costituitosi per una serie favorevoli circostanze
abilmente sfruttate dalla diplomazia del Cavour e dal genero volontarismo mazziniano
e garibaldino» (134). Questo «paradigma» è in genere completo dall’immagine di un
Risorgimento fatto da pochi: «(...) La costruzione dello Stato unitario era stata opera
di alcune frange della borghesia liberale e quindi di una parte piuttosto limitata dell’in-
tera classe borghese.
C’è di più. Gli strati popolari - particolare le grandi masse contadine - avevano
assistito sostanzialmente indifferenti alle lotte per l’unità. L’Italia, dunque, era stata
unificata soltanto territorialmente. Il nuovo Stato era espressione non già di tutto un
popolo, ma di una piccola parte di esso» (135). La rappresentazione gramsciana del
Risorgimento - «la rivoluzione fallita» ove le forze più avanzate, i democratici, non
erano riusciti a coinvolgere le masse - è una chiave di lettura ben accetta a molti autori.
L’unità non è l’inevitabile sbocco di un processo storico, scrive uno dei più noti storici
di area progressista, Massimo Luigi Salvadori, ma la messa in pratica del «metodo
cavouriano, fondato sulla semplice estensione degli ordinamenti amministrativi dello
Stato sardo» (136).
Palese appare dunque la tendenza a una rappresentazione dove gli attori sono go-
verni e gli Stati, mentre la nazione rimane confinata, come il coro dell’Adelchi, osservare
eserciti e sparuti gruppi di patrioti al servizio degli attori che si contendono l’Italia.
166 D’altra parte, appena il popolo cerca di essere protagonista incorre nel baionette, sia-
A CHE SERVE L'ITALIA

no esse garibaldine (Bronte) oppure dei soldati «italiani» impegnati nella repressione
del brigantaggio. L’assimilazione della parte meridionale del penisola nel regno d’Italia
appare assai ardua fin da quando l’«eroe dei due mondi» sbarca a Marsala. Pochi sono i
manuali che riportano i ridondanti proclami di Garibaldi, mentre quasi tutti ricordano
le esecuzioni di Bronte.
L’immagine tradizionale di un Sud oppresso dai Borboni e ansioso di unirsi ai
«fratelli» settentrionali viene ormai sostituita da una ben diversa rappresentazione:
«Fra i patrioti giunti dal Nord (...) e i contadini insorti (...) nacque così un contrasto
insanabile, sfociato in episodi di dura repressione. (...) Ma intanto i proprietari terrieri,
spaventati dalle agitazioni agrarie, guardavano sempre più all’annessione al Piemonte
come all’unica efficace garanzia per la tutela dell’ordine sociale» (137). Il brano riporta
anche un’altra tendenza ormai comune ai testi scolastici. Si tratta dell’esplicito riferi-
mento all’atteggiamento dei proprietari terrieri del Sud basato sul principio descritto
nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Il
fenomeno del brigantaggio e la relativa repressione militare sono il banco di prova del
nascente regno.
Alla sfida dei briganti meridionali, che i manuali spiegano o giustificano con seco-
li di ingiustizia e sfruttamento, lo «Stato italiano risponde quindi con provvedimenti
di polizia e con l’intervento militare. (...) Un esercito vero e proprio conduce una vera
e propria guerra nelle regioni del Sud.
È questa la prima guerra combattuta dal nuovo Stato» (138). Gli studenti ap-
prendono così con dovizia di particolari che i rapporti iniziali fra «terroni» e «polento-
ni» sono contraddistinti da scambi di fucilate. L’incidenza di queste descrizioni nelle
rappresentazioni che si possono formare oggi nei giovani futuri cittadini è intuibile.
L’ultima annotazione relativa al Risorgimento riguarda Manzoni. È noto che le rap-
presentazioni dell’Ottocento che gli studenti acquisiscono a scuola non si formano
solo sui manuali di storia, ma anche su quelli di letteratura.
L’impostazione scolastica anteguerra, ancora in buona parte recepita, insiste nel
mettere in stretta correlazione gli sviluppi letterari del secolo scorso con quelli storici.
Senza qui negare l’evidenza di questo fenomeno, sarebbe utile riflettere se l’ottica del
Manzoni relativa al processo di unificazione sia in qualche modo utile ai fini di una
rappresentazione equilibrata del periodo in questione. L’opera manzoniana tende alla
valorizzazione dello spirito nazionale, che deve trovare realizzazione nell’indipendenza
dallo straniero e nella formazione dello Stato unitario. Ma il metodo attraverso cui rag-
giungere questi obiettivi deve, nella visione manzoniana, tenere conto della necessità di
imbrigliare e contenere quell’universo di valori che ha origine dall’Ottantanove francese.
Tale impostazione ideologica è stata funzionale per diversi motivi sia allo Stato risorgi-
mentale, bisognoso di un’opera letteraria fondante lo spirito nazionale, sia al fascismo,
per la radice antirivoluzionaria, sia all’Italia della Dc (titolare pressoché ininterrotta del
ministero della Pubblica Istruzione), poiché la dottrina manzoniana della solidarietà ha
influenzato la corrente «cattoprogressista» dossetto-lapiriana, che ha esercitato un peso
notevole nella cultura politica scudocrociata. La domanda a questo punto è: Manzoni è
ancora funzionale all’Italia attuale? 167
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

Fascismo e Resistenza

Sebbene il programma effettivamente svolto nell’ultimo anno di scuola raramente


superi la prima guerra mondiale, il periodo fascista è oggetto di notevole attenzione da
parte dei manuali. Non così nel passato, quando per ragioni di opportunità politica gli
studenti dei primi anni della repubblica dovevano avere cognizione delle glorie patrie solo
fino a Vittorio Veneto (139). L’argomento è riaffiorato negli anni Sessanta, in relazione
all’aumentato interesse per la Resistenza. Il dibattito su questi due temi era però riservato
alle sfere alte della cultura. È passato del tempo prima che la manualistica scolastica, ferma
all’impostazione risorgimentale, iniziasse a considerare i temi più recenti della nostra storia;
ancora nel 1972, il testo curato da Rosario Villari, pietra miliare della cultura scolastica
di sinistra, dava a fascismo e Resistenza un risalto alquanto marginale (140). I primi testi
«sessantottini» si limitavano in prevalenza ad analizzare la politica estera del regime e l’anti-
fascismo, tralasciando l’analisi socio-economica del ventennio. Tuttavia nello stesso perio-
do su un altro manuale di largo successo, il Gaeta-Villani, si coglieva l’anticipazione di un
dibattito che avrebbe caratterizzato gli anni successivi. Il giudizio sul fascismo - un regime
incapace di scalfire l’apparato di potere politico-economico preesistente al ventennio, ma
capace di mobilitare e illudere i ceti medi e popolari - dava per la prima volta risalto alla
questione del consenso a Mussolini (141).
A partire dagli anni Ottanta, la pubblicazione degli ultimi volumi di Renzo De Felice
dedicati alla biografia del duce ha riaperto il dibattito sull’interpretazione del fascismo
(142). Non è stato un processo indolore. Le rappresentazioni del ventennio «suggerite»
dai manuali liceali risentono delle polemiche che hanno accompagnato la discussione. La
maggior parte dei testi stenta ad accogliere le conclusioni defeliciane, in particolare quella
che identifica il fascismo non tanto come l’espressione della crisi dei ceti medi, quanto della
loro voglia di emergere. Altrettanto palese è però il rifiuto della lettura crociana del fascismo
come parentesi nella storia d’Italia. La negazione della valenza storica della nazione durante
l’èra fascista è un fenomeno che si sta esaurendo, anche se le rappresentazioni oggi correnti
danno risalto allo Stato autoritario piuttosto che alla società. Ne esce un guazzabuglio in
cui De Felice tende a confondersi con Gramsci: «Il fascismo realizzò (...) un regime reazio-
nario di nuovo tipo. Si creò cioè uno Stato autoritario fondato su una relativa base di massa,
attraverso un processo storico complesso, ma nel quale era evidente la volontà di fondo
di controllare rigidamente e dirigere i ceti medi e le classi lavoratrici, togliendo loro ogni
possibilità di organizzazione autonoma» (143).
L’uso del termine «complesso», classico refugium peccatorum, appare come un’implici-
ta ammissione di incapacità a spiegare un fenomeno che va condannato aprioristicamente;
il risultato però non convince. Di conseguenza agli autori, se vogliono conservare qualche
speranza di spiegare (e condannare) il fascismo, non resta che addentrarsi nel vischioso
tema del consenso al regime. Ma ciò è un’arma a doppio taglio. L’accettazione o la negazio-
ne di esso influenza infatti in modo determinante l’immagine che emerge dell’ltalia fascista.
Perciò anche su questo tema prevalgono le rappresentazioni ambigue: «Per le donne, come
168 per i giovani e per altri strati il consenso non fu adesione consapevole e attiva, ma indotta e
A CHE SERVE L'ITALIA

passiva, vera e propria coartazione». Accanto all’immagine della manipolazione delle mas-
se, nella stessa pagina si pone però in evidenza che il regime, pur in modo sbagliato, riuscì a
parlare a strati sociali completamente dimenticati nel passato dal potere politico (144).
Spesso il tema del consenso si confonde con un altro elemento fondamentale della
problematica storica, la questione se il fascismo sia stato un regime totalitario, in linea cioè
con nazismo e stalinismo: «Ottenuto il controllo della società civile e di quella politica,
grazie a un forte apparato repressivo Mussolini cercò anche di ottenere un largo consenso.
È per questo che gli storici hanno definito il regime fascista un regime autoritario di massa
più che un regime totalitario; in effetti in Italia, a differenza di quanto era accaduto nella
Germania nazista, la Chiesa e la monarchia, seppure private di molti poteri, restarono
due istituzioni separate dallo Stato fascista» (145). Pur accettando il termine «totalitario»,
anche Salvadori fa qualche distinguo: «La capacità (...) del nazismo di avvolgere la società
nelle maglie del totalitarismo fu senza paragone più integrale rispetto a quella del fascismo»
(146). Di «totalitarismo imperfetto» parla invece il Giardina-Sabbatucci-Vidotto, dove il
fascismo risulta un regime desideroso di attuare un programma totalitario, ma incapace di
realizzarlo. L’Italia fu «fascistizzata», ma il fenomeno riguardò solo i ceti medi. Alta borghe-
sia e classe operaia risultarono impermeabili alla propaganda di regime (147). Emerge un
quadro ambiguo. Il termine «totalitario» stride con la constatazione che nell’Italia fascista
permangono sacche incontaminate dalla cultura di regime. Il tema del consenso riesce
anche a scatenare la passione politica in alcuni autori, come l’Ortoleva e il Revelli, che nel
loro manuale non esitano a definire «espressione ambigua» la teoria defeliciana. Il richiamo
diretto ad essa è tutt’altro che infrequente, anche se quasi nessuno è disposto a sottoscriver-
la (148). Unica eccezione è il Brancati, che, caso unico nel panorama manualistico, fa sue
le conclusioni di De Felice (149). In definitiva pero l’impressione è che la lectio defeliciana
sia in parte penetrata nei manuali. Ma preso atto del consenso al regime, quali sono i limiti
cronologici di questo fenomeno? Molti testi individuano l’apice del successo mussolinia-
no nella proclamazione dell’impero. Da quel momento inizia il declino, complici le leggi
razziali e l’alleanza con la Germania (150). Questi due avvenimenti risultano estranei alla
volontà nazionale, soprattutto quello della scelta di campo filonazista. Emerge un’ltalia pas-
siva e inerte («L’Italia nella morsa tedesca» (151)), incapace di contrastare la decisione del
duce. La trattazione manualistica del fascismo può essere ritenuta senz’altro soddisfacente
dal punto di vista quantitativo. La maggior parte dei testi tratta il periodo con dovizia di
particolari. Ma nella rappresentazione globale - geopolitica - del fenomeno, permane la
tendenza a giudicare invece di analizzare. Soffia tuttora nei nostri manuali il vento del-
l’antifascismo militante, anche se aggiornato, che attinge alla condanna morale più che
alla critica storica. Se la rappresentazione manualistica del fascismo soffre della sindrome
dell’«antifascismo militante», l’immagine della Resistenza è fortemente condizionata dal
mito positivo e dalla cappa retorica che avvolge l’atto fondativo della Prima Repubblica.
Esauritasi infatti la fase centrista del primo dopoguerra, caratterizzata dal tentativo delle
forze moderate di mettere in sordina l’eredità resistenziale, si rafforzò nella cultura politi-
ca della classe dirigente la volontà di cogliere nello spirito dei con il momento fondante
dell’Italia postfascista. Di conseguenza, i manuali sono tuttora segnati da questa eredità
«mitologica», sebbene il contesto politico sia cambiato. Ciò si è tradotto in una rappre- 169
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

sentazione in cui: a) la portata politico-militare dell’avvenimento è stata esagerata; b) il


giudizio sui leader politici emersi dalla lotta partigiana è stato viziato dal fatto che spesso si
trattava di «padri della patria»; c) agli sconfitti è stata negata ogni pulsione ideale; d)il moto
resistenziale è stato ridotto a strumento di propaganda politica, in particolare da quella di
sinistra.
Questa rappresentazione è ancora in buona parte recepita dagli autori dei manuali
scolastici, anche se, come per il fascismo, le polemiche degli ultimi anni hanno contribuito
ad ampliare l’ambito del dibattito. La maggior parte dei testi, con qualche eccezione (152),
dedica alla Resistenza ampio risalto. Il tono è talvolta retorico e anche un po’ oleografico:
«Nasceva così nell’Italia divisa (...) una riscossa nazionale e popolare che ebbe un grande
significato morale, poiché dimostrò che gli italiani non intendevano subire passivamente
gli effetti del disastro a cui li aveva condotti Mussolini ma volevano partecipare alla grande
lotta contro il nazismo e contribuire quanto più possibile a ridare all’Italia il suo posto tra
le nazioni libere e civili». La Resistenza diviene un «Secondo Risorgimento», rispetto al
quale però vi fu «una partecipazione popolare molto più vasta, segno di uno spontaneo e
unitario impegno di lotta e di riscatto civile, a cui i partiti politici, primi fra tutti il Partito
comunista e il Partito d’Azione, seppero dare subito un indirizzo pragmatico e una salda
organizzazione» (153). In questo sforzo di «dimostrazione» che la Resistenza fu moto di
popolo si percepisce l’ombra della teoria gramsciana del Risorgimento incompiuto appli-
cata a questo contesto (un metodo che forse l’intellettuale sardo non avrebbe sottoscritto).
Questa rappresentazione popolar-classista non è comunque un caso isolato: il Salvadori
scrive che «il proletariato urbano fu in prima linea», mentre lo stesso «illuminato» Brancati
si affretta a ricordare che «la lotta partigiana si trasformò (...) nella lotta di un popolo per
la libertà» (154). Un altro testo abbastanza diviso parla di quasi unanime resistenza passiva
delle popolazioni ai tedeschi, un’espressione che può significare tutto e il suo contrario
(155). Come si può vedere, nell’analisi del fascismo c’è una certa difficoltà ad ammetterne
il carattere di massa, mentre nel considerare il fondamentale ma per molti versi elitario
fenomeno della lotta partigiana si inclina a una sua decisa sopravvalutazione quantitativa.
Ma più che dalla questione della partecipazione popolare, lo spartiacque attraverso cui va-
lutare le rappresentazioni manualistiche è costituito dall’accettazione del concetto di guerra
civile. In questo campo si può dire che il saggio di Claudio Pavone apparso nel 1991 abbia
aperto uno squarcio nel dibattito storico dimostrando come la Resistenza non fu solo lotta
di classe o di liberazione, ma anche di italiani contro italiani (156). Una Guerra Civile ha
provocato un dibattito sulla Resistenza di dimensioni simili a quello suscitato da De Felice
sul fascismo. La differenza sta nel successo delle tesi contenute, accolte con qualche distin-
guo anche dalla storiografia di sinistra, da cui pure lo stesso Pavone proviene.
I manuali più recenti hanno già fatto propria la lezione di Pavone: «Le ostilità contro
l’invasore tedesco, che già avevano rivelato un carattere di “guerra di liberazione nazionale”,
venivano assumendo anche la forma di una “guerra civile”, cioè di uno scontro tra due
schieramenti appartenenti alla stessa nazionalità, ma contrapposti da concezioni del mon-
do e da modelli politici antitetici». A questa interpretazione va però aggiunto che qualche
riga prima, nel descrivere l’esercito di Salo, si cita solo la Guardia nazionale repubblicana,
170 reclutata «attraverso “bandi” nei quali veniva minacciata la pena di morte ai giovani di leva
A CHE SERVE L'ITALIA

Questa cartina (rielaborazione da M.L. Salvadori, L’età contemporanea, Torino 1990, Loescher, p.
486) mostra in modo estremamente scarno l’andamento della guerra in Italia. L’autore usa il termine
“occupate” per indicare le zone controllate da tedeschi e alleati. A questo tentativo di “uniformare”
il ruolo politico degli opposti eserciti che si fronteggiano nella penisola, si accompagna il risalto dato
alle zone d’attività partigiana, che sembra quasi suggerire che solo esse sono le uniche zone veramente
libere della penisola. Nessuna distinzione viene poi fatta nell’Italia settentrionale fra i territori for-
malmente controllati dalla Repubblica sociale italiana e quelli annessi al Reich. Infine, sono ignorati
gli sbarchi alleati ad Anzio e a Salerno, i cui nomi sono ricordati sulla cartina solo come località. 171
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

che non si fossero arruolati», mentre si omette di testimoniare l’esistenza di reparti volon-
tari di fama sinistra ma animati esclusivamente dalla fede nel fascismo (157). In generale
il giudizio dei manuali sulla Rsi e ben esemplificato da questa definizione: «una macchina
repressiva all’ombra dei tedeschi» (158). La legittimazione dell’avversario resta parziale; in
quanto servi dei tedeschi, i soldati di Salo sono italiani solo a meta. Sebbene alcuni parlino
delle esecuzioni partigiane all’indomani del 25 aprile (159), la maggioranza dei testi utilizza
ancora il termine «nazifascista» per evitare un’attribuzione nazionale alla controparte.

La Prima Repubblica
Dal punto di vista della rappresentazione storica, il periodo compreso fra il 1945 e
i giorni nostri si caratterizza rispetto al Risorgimento, al fascismo e alla Resistenza, non
come un processo concluso ma attuale, in cui il passato non può fungere da filtro. Queste
considerazioni sono valide anche per i manuali, costretti per ragioni di marketing a ripor-
tare le vicende patrie fino a Tangentopoli. Ai fini della rappresentazione delle fasi iniziali
della storia dell’Italia repubblicana, i temi principali che emergono dall’analisi dei manuali
sono due: a) la collocazione geopolitica del nostro paese; b) il mancato rinnovamento e
l’instaurazione di un governo centrista. Riguardo al primo tema, consideriamo due brani
di opposta tendenza: «L’Italia era un Paese di frontiera tra i due schieramenti internazionali,
perché collocata geograficamente in una regione, quella del Mediterraneo, di rilevanza stra-
tegica fondamentale. La presenza, inoltre, del Partito comunista più forte di tutta l’Europa
e in quel periodo rigidamente legato all’Unione sovietica, rendeva la posizione internazio-
nale del nostro Paese particolarmente importante. L’Italia, allora guidata da De Gasperi, si
schierò progressivamente a fianco degli Stati Uniti, sino ad aderire nel 1949, nonostante
l’opposizione dei partiti della sinistra, al Patto Atlantico. Questa scelta politica era la con-
dizione necessaria per accedere ai finanziamenti del piano Marshall, che prevedeva aiuti
solo per i Paesi con una Costituzione democratica e alleati degli Stati Uniti. Da allora, fino
ai nostri giorni, l’Italia ha mantenuto una linea di fedele appoggio all’alleanza occidentale.
La sua politica estera ha costantemente seguito una linea omogenea, non diversa da quella
degli altri Paesi dell’Occidente» (160). Così la vulgata «centrista». La sinistra vede le cose di-
versamente: «In seguito all’andamento delle operazioni belliche e agli accordi tra gli Alleati
l’Italia venne così a trovarsi nella sfera d’influenza anglo-americana, nella quale acquistarono
presto un peso preponderante gli orientamenti degli Stati Uniti: e furono questi la potenza
egemone che avrebbe condizionato in misura determinante l’andamento della politica in-
terna ed estera del nostro paese, costretto in una condizione di sovranità limitata» (161). Il
primo brano tende a mettere in evidenza il ruolo «attivo» dell’Italia, un paese che non com-
pattamente ma consapevolmente decide la propria collocazione. L’ottica è completamente
rovesciata nel secondo, dove non si fa alcun riferimento alla volontà italiana, del tutto sca-
valcata dai veri possessori della forza, gli americani, che non esitano a porre l’Italia in uno
status di «sovranità limitata». Quello che però accomuna i due brani è il fatto che entrambi,
il primo fra le righe, il secondo in termini assai espliciti, palesano il ridimensionamento
172 dell’Italia sulla scena internazionale all’indomani della sconfitta dell’Asse.
A CHE SERVE L'ITALIA

Il tema della collocazione geopolitica è connesso a quello del mancato rinnova-


mento politico-istituzionale. Molti manuali insistono sul fatto che una parte del paese,
quella che si identificava nei valori della Resistenza, vide deluse le proprie aspettative,
allor quando, nel 1948, la maggioranza del popolo italiano votò per partiti che erano
in larga parte estranei alla lotta partigiana se non addirittura ostili ad essa. Alcuni autori
evidenziano anche la contrapposizione fra un Nord «partigiano» e un Sud arretrato, mo-
narchico e anche un po’ nostalgico. Prendiamo ad esempio questa descrizione dell’Italia
meridionale nell’immediato dopoguerra: «Il cosiddetto “vento del nord”, lo spirito cioè
del cambiamento e della Resistenza, trovava qui la dura opposizione e la sorda inerzia
dei settori sociali rimasti più estranei all’esperienza antifascista e più vincolati dai residui
delle forme più arretrate di produzione: la stessa scelta repubblicana fu posta in mino-
ranza nell’Italia meridionale e nelle isole» (162). Quella che emerge da questo brano è
una sorta d’Italia di serie B che, guarda caso, diventa la base del consenso elettorale dei
partiti moderati.
Non tutti i testi esprimono però giudizi così negativi sulle forze «non resistenziali»
che guidano la fase della ricostruzione. Di De Gasperi, molti autori mettono in luce
la capacità e l’indissolubile fermezza nel non cedere a sinistra come a destra (163).
Questa benevolenza termina però nella descrizione della vicenda della legge truffa.
I manuali - scritti quando vigeva e veniva esaltata la legge proporzionale - tendono
infatti ad assumere una posizione critica verso questa proposta: «De Gasperi (...) cercò
di creare un antidoto alla temuta perdita di voti mediante un nuovo progetto di legge
elettorale, definita legge truffa dalle opposizioni. Si trattava, per la verità, di un espe- 173
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

diente destinato a fare recuperare alla Democrazia cristiana e ai partiti di centro quella
forza in Parlamento che avrebbe senz’altro perso nel Paese: esso prevedeva infatti non
più una divisione dei seggi secondo un criterio proporzionale rispetto agli effettivi
voti raggiunti, bensì una assegnazione del 65% dei seggi al partito o alla coalizio-
ne “apparentata” che avesse ottenuto la maggioranza assoluta delle preferenze e che
pertanto avrebbe avuto la possibilità di governare senza alcun condizionamento da
parte delle opposizioni» (164). Come ha recentemente concluso un noto osservato-
re, quell’«espediente» avrebbe in realtà potuto agevolare la crescita politica dell’Italia
(165). Ai fini del nostro discorso rimane da chiedersi come possano gli insegnanti
spiegare perché recentemente l’Italia ha optato per un sistema maggioritario che fa-
vorisce la governabilità, mentre sui testi la difesa della proporzionale (assai evidente
nella trattazione della legge truffa) è dogma. In realtà, l’interpretazione dei manuali
è funzionale al principio rappresentativo su cui era fondata la Costituzione materiale
della Prima Repubblica. Esso creava quell’arco costituzionale di forze, riecheggiante
la struttura del Cln, che trovò senso compiuto nel centro-sinistra e poi nel compro-
messo storico berlingueriano. A riprova si può osservare come alcuni manuali trattano
il progetto del leader comunista. La tesi consolidata che identifica quel periodo come
la causa di molti dei nostri mali non sfiora il Camera-Fabietti che così descrive la
fine di quell’esperienza: «Questa situazione (l’ingovernabilità, n.d.a.), che impedisce
di affrontare adeguatamente i problemi gravissimi del paese (...), deriva in buona parte
dalla decisione del XIV Congresso nazionale democristiano (febbraio 1980) di escludere a
tempo indeterminato i comunisti dalle responsabilità di governo: una decisione gravida
di conseguenze che costringe i comunisti ad abbandonare la politica del compromesso
storico (...)» (166).

Conclusione
L’analisi delle ricostruzioni scolastiche del Risorgimento, del fascismo, della
Resistenza e del dopoguerra suggerisce l’esistenza di un’aporia di fondo relativa all’Ita-
lia che fu. L’impossibilità e l’incapacità di storicizzare il fascismo da parte della Prima
Repubblica, che si è invece legittimata ponendosi come antitesi a quell’esperienza, ha
impedito una visione coerente della nostra storia. Nell’attuale contesto d’incertezza e di
cambiamento, questa rappresentazione, congeniale al precedente assetto politico, impe-
disce di cogliere nella storia i nuovi momenti fondanti della nostra nazione. Purtroppo,
i manuali su cui si formano i futuri cittadini sono ancora, e non potrebbero essere altri-
menti, intrisi di quello spirito che è stato alla base della repubblica fino a Tangentopoli:
la rimozione della nazione (167).
Come rimedio, qualcuno, forse un po’ nostalgico dei roghi nazisti, ha attaccato
l’impostazione «di “sinistra” dei manuali, nel desiderio di “bruciare”», assieme ai testi,
anche lo spirito antifascista della Prima Repubblica (168). L’ultima cosa che serve alla
scuola italiana è che all’attuale «ideologizzata» manualistica se ne sostituisca un’altra di
174 opposta tendenza. Il problema non è il manuale in quanto tale, ma l’importanza attri-
A CHE SERVE L'ITALIA

buitagli come strumento didattico. Proviamo però a limitare quest’assioma. Al posto


di lunghe, noiose e inevitabilmente parziali trattazioni storiche non sarebbe più utile e
meno dispendioso far leggere qualche opera letteraria sul periodo in questione? Non è
più semplice comprendere l’Ottocento aggiungendo alla lettura obbligatoria dei Promessi
Sposi quella del Gattopardo? E per stabilire se la Resistenza sia stata una guerra civile non
potrebbe giovare qualche pagina di Fenoglio?

Note

133. Un’indagine svolta a Padova su 400 matricole universitarie ha dato i seguenti risultati: il 37% ha studiato
fino agli inizi del Novecento, il 21 fino alla prima guerra mondiale, un’altro 21 fino al periodo fa le due
guerre, il 15 fino al 1946 e infine il 6 ha studiato oltre quella data.
134. A. CAMERA - R. FABIETTI, Dal 1848 ai giorni nostri, terza edizione, Bologna 1993, Zanichelli, p. 914.
135. A. BRANCATI, Popoli e civiltà 3, Firenze 1994, La Nuova Italia, p. 248.
136. M. L. SALVADORI, L’età contemporanea, Torino 1990, Loscher, p. 151.
137. A GIARDINA - G. SABBATUCCI - V. VIDOTTO, Uomini e storia, Dal Novecento al Duemila, Roma-
Bari 1994, Laterza, p. 1034. 175
SCUOLA E NAZIONE: UNA RAPPRESENTAZIONE DA MANUALE

138. R. FINZI - M. BARTOLETTI, Storia: Verso una storia planetaria, Bologna 1991, Zanichelli, p. 1073.
139. Una buona ricostruzione delle vicende dell’insegnamento della storia e dell’evoluzione dei programmi mini-
steriali è quella di E. LASTRUCCI, «L’insegnamento della storia nella scuola secondaria in Italia», Cadmo,
agosto 1993, pp. 77-93.
140. Nell’edizione del 1972 Villari affronta l’evoluzione politica mondiale fra le due guerre (fascismo incluso) in
due capitoli. Cfr. R. VILLARI, Storia contemporanea, Bari 1972, Laterza.
141. F. GAETA - P. VILLANI, Corso di storia 3, terza ristampa, Milano 1979, Principato Editore, pp. 434-435.
142. Cfr. in particolare R. DE. FELICE, Mussolini il duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Torino 1974, Einau-
di; ID., Lo stato totalitario 1936-1940, ivi 1981; ID, Le interpretazioni del fascismo, Bari 1986, Laterza.
143. Cfr. CAPRA - G. CHIOTTOLINI - F. DELLA PERUTA, Corso di storia 3 - L’Ottocento e il Novecento,
Firenze 1993, Le Monnier, p 673.
144. R. FINZI - M. BARTOLETTI, op. cit, p. 1223.
145. P. FROIO SCARELLI - S. LUNADEI, Le radici del presente, Torino 1994, Mursia, p. 280.
146. M. L. SALVADORI, op. cit, p. 400.
147. A. GIARDINA - G. SABBATUCCI - V. VIDOTTO, op. cit., pp. 1430-1432.
148. P. ORTOLEVA - M. REVELLI, Storia dell’età contemporanea. Dalla seconda rivoluzione industriale ai giorni
nostri, Milano 1993, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, p. 546; A DE BERNARDI - S. GUARRA-
CINO, I tempi della storia. Dall’affermazione della società industriale al mondo attuale, ivi l993, pp. 315-316;
C. DE BONI - E. NISTRI, Europa e gli altri, Messina-Firenze 1992, Casa editrice D’Anna, pp 365-366; C.
CAPRA - G. CHIOTTOLINI - F. DELLA PERUTA, op. cit., p. 690; C. GIARDINA - G. SABBATUC-
CI - V. VIDOTTO, op. cit., p. 1450.
149. A. BRANCATl, op. cit., p. 596. Nel presentare un brano defeliciano sul consenso, Brancati annota: «Scrive
giustamente Renzo De Felice» (il corsivo è nostro).
150. C. GIARDINA - G. SABBATUCCI - V. VIDOTTO, op. cit., pp. 1449-52; A. BRANCATI, op. cit., p. 687;
C. DE BONI - E. NISTRI, op. cit., p. 653-654.
151. C. VIVANTI, L’età contemporanea, Casale Monferrato 1988, Marietti Scuola, p. 567.
152. Il Salvadori vi dedica in tutto poco più di due pagine.
153. G. CANDELORO - V. LO CURTO, Mille anni - 3, Firenze 1992, Editoriale Paradigma, p 520.
154. M. L. SALVADORI, op. cit., p. 487; A. BRANCATI, op. cit., p. 729.
155. A. CAMERA - R. FABIETTI, op. cit., p. 1258.
156. C. PAVONE, Una Guerra Civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino 1991, Bollati-Borin-
ghieri.
157. P. ORTOLEVA - M. REVELLI, op. cit., pp. 619-621.
158. C. DE BONI - E. NISTRI, op. cit., p. 499.
159. M. L. SALVADORI, op. cit., p. 488; sulle uccisioni nel dopoguerra cfr. P. FROIO SCARELLI - S. LUNA-
DEI, op. cit., p. 319.
160. P. FROIO SCARELLI - S. LUNADEI, op. cit., p. 402.
161. C. CAPRA - G. CHIOTTOLINI - F. DELLA PERUTA, op. cit., p. 865.
162. P. ORTOLEVA - M. REVELLI, op. cit., p. 741.
163. A. GIARDINA - G. SABBATUCCI - V. VIDOTTO, op. cit., p. 1579; C. DE BONI - E. NISTRI, op. cit.,
pp. 564 565.
164. A. BRANCATI, op. cit., pp. 792-793; sempre su questo tema cfr. A. DE BERNARDI - S. GUARRACI-
NO, op. cit., p. 425: «Dopo una campagna elettorale incandescente, le sinistre, che si erano battute contro
la modifica del sistema elettorale (la cosiddetta «legge truffa») ottennero un notevole successo (...)». In realtà,
l’incremento elettorale del Pci e del Psi non superò il 4%.
165. S. ROMANO, La Stampa, 14/8/1994.
166. A. CAMERA - R. FABIETTI, op. cit., p. 1387.
167. Il problema della memoria storica in Italia è ben affrontato nell’intervista di A. Folin ad Armando Bauleo,
L’Unita, 30/5/1994. Analogamente, cfr. anche l’intervista di A. Papuzzi a Renzo De Felice, «Tuttolibri», La
Stampa, aprile 1994.
168. A.A. MOLA, «Fatti e misfatti dei manuali di storia», L’Italia Settimanale, n. 17/1994; ID., «Repubblica senza
memoria», ivi; F. ANDRIOLA, «La fabbrica degli ignoranti», ivi.

176
A CHE SERVE L'ITALIA

LA PATRIA CANTATA
DA DESTRA
E DA SINISTRA di Felice LIPERI

Dalle canzoni nazional-risorgimentali alla rimozione postbellica,


al ritorno delle etnie: come la musica popolare ha contribuito
a formare le nostre rappresentazioni geopolitiche.
L’invenzione delle molte patrie e la retorica etnicista.

L ’EPISODIO, RITRASMESSO NELLE NO-


stre case dalla tv, ha fatto scalpore: ai campionati mondiali di calcio la nostra Nazionale
era l’unica a non cantare l’inno. Non sappiamo se ciò sia avvenuto perché i nostri cal-
ciatori non conoscono il testo dell’Inno di Mameli - come ha sinceramente dichiarato il
portiere della Nazionale Gianluca Pagliuca - o perché semplicemente non sentono il de-
siderio di cantarlo. In realtà gli italiani non hanno mai mostrato molto amore per il loro
inno; per questo motivo ai primi di agosto un’agenzia pubblicitaria di Milano ha propo-
sto la sua sostituzione con un motivo scelto tra un elenco di brani molto popolari. E poco
dopo, a conferma di questa disaffezione, un’inchiesta di RadioRai ha registrato che ben
il 40% degli intervistati è comunque favorevole a cambiare l’inno. Pochi però sanno che
esso divenne nel 1946 inno nazionale della Repubblica italiana solo provvisoriamente, in
attesa di un concorso ufficiale che ne confermasse la scelta definitiva!
Ma perché gli italiani non amano questa marcia legata al Risorgimento, periodo glo-
rioso della storia patria? L’inno nazionale italiano, meglio noto come Inno di Mameli, è
infatti del 1847, scritto dal poeta Goffredo Mameli e musicato dal direttore di banda Mi-
chele Novaro. Proprio nel Risorgimento ha avuto grande popolarità grazie ad una mar-
zialità in linea con il grande fervore patriottico dell’epoca, finendo poi in disgrazia dopo
l’unità quando venne soppiantato dalla Marcia Reale e talvolta dalla Leggenda del Piave di
E. A. Mario. 177
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

È evidente che il distacco mostrato dagli italiani nei confronti dell’inno va ben al
di là di quel canto che accomuna e affratella tutto il popolo italiano; probabilmente
gli italiani non si affezionerebbero a nessun inno in particolare perché nel nostro paese
esiste un’idea di patria che non accetta questo senso corale di appartenenza. È già ab-
bastanza singolare che di patria si parli solo in occasione di avvenimenti sportivi come
una regata o un campionato di calcio. Ma lo sport ha un impatto popolare del tutto
particolare nel nostro paese, tanto da sostituire talvolta la passione retorica normalmen-
te destinata a un inno nazionale con quella per i canti dei tifosi. Basti pensare ai motivi
scritti per le squadre di calcio, come nel caso di Francesco Baccini (Genoa), Antonello
Venditti (Roma), Tony Renis (Milan), assimilabili ai vari God Bless America, This Land
Is Your Land, God Save The Queen, espressi da nazioni «vere» come Stati Uniti e Gran
Bretagna.

Primo Novecento e fascismo


Il nostro patrimonio canoro è una conferma di come gli italiani abbiano rimosso il
sentimento patriottico, almeno nel senso tradizionale del termine. Se lasciamo da parte lo
straordinario repertorio della canzone napoletana, al suo massimo fulgore fra Ottocento
e Novecento, la prima canzone nazionalpopolare italiana decolla in un periodo domina-
to da vicende belliche che pongono in primo piano l’idea e la costituzione della patria.
Sono gli anni della guerra di Libia, 1911-’12, e della prima guerra mondiale, 1915-’18,
gli unici forse in cui l’idea di nazione si esprime in modo positivo attraverso le canzoni. Il
repertorio legato agli avvenimenti bellici, Tripoli e La leggenda del Piave su tutti, divenne
patrimonio di tutti gli italiani. L’imperialismo e il patriottismo furono i primi temi canori
della canzone italiana moderna. Sono molti i titoli: L’Italia a Tripoli, Viva L’Italia, Tripoli
bel suol, Le campane di S. Giusto, L’Italia ha Vinto, Inno di Oberdan, Italia liberata. La for-
za di trascinamento delle canzoni guerrier-nazionalistiche sul tema della patria sarà ancora
più forte che nel Ventennio fascista, quando invece la censura finirà per colpire un po’ a
caso tutte le canzoni non allineate, senza lasciare spazio neanche a quelle che parlavano
dell’Italia.
Il fascismo invece, incarnando per un ventennio l’ideale di patria e di nazione in
modo retorico e ridicolo, ha condizionato tutta la produzione della canzone italiana mo-
derna, mirata su alcuni passaggi fondamentali nella vita del regime: bonifica pontina (No-
stra casa), la battaglia del grano (Din, don, dan! Sposi) o alla lotta al celibato (Signorine...
sposatevi), più che a temi esplicitamente patriottici. Un’operazione che ha messo in primo
piano un’idea della patria «nazionalpopolare» più che strettamente propagandistica. Evi-
dentemente nessuno, se non i retori di regime, riusciva a cantare un ideale che neanche al
fascismo era riuscito raggiungere: una vera unificazione della nazione italiana.
A scatenare la produzione di canzoni patriottiche e belliciste è invece l’avventura
coloniale etiopica degli anni Trenta. In questo caso la retorica di regime ha buon gio-
co nel presentare l’occupazione dell’Africa orientale come una guerra di liberazione
178 dall’oppressione del colonialismo britannico e, naturalmente, come ulteriore occa-
A CHE SERVE L'ITALIA

sione di conquistarsi Un posticino ar sole, come proponeva esplicitamente un motivo


firmato dal trio Martelli-Neri-Simi e interpretato dal celebre Miscel. Nacquero così
La canzone dei legionari, Zuena, Ti saluto (vado in Abissinia) e soprattutto la celeber-
rima Faccetta nera, firmata nel 1935 da Giuseppe Micheli e Mario Ruccione, uno dei
motivi più amati dell’intero Ventennio e forse l’unico a mantenere ancora oggi una
popolarità che va al di là della sua collocazione storico-politica. D’altra parte, nel pe-
riodo bellico, leggende come Alberto Rabagliati, Natalino Otto e le grandi orchestre
di Barzizza e Angelini contribuiranno in modo determinante all’innamoramento per
il modello americano, che sarà vincente nel dopoguerra e soffocherà i temi naziona-
listici.

Il dopoguerra
La fine del fascismo e il secondo dopoguerra non hanno cambiato molto i termini
della questione, dato che il regime democristiano non ha fatto nulla per dare un valore
alto, importante, alle idee di patria e di nazione. Al contrario, è stato un regime basato
sul binomio Dio e famiglia più che sulla classica triade Dio, Patria e Famiglia. Non a
caso neanche i cantori di area cattolica hanno mai valorizzato l’idea nazionale. Siamo ben
lontani dall’indissolubile connubio americano fra religione e patria - God Bless America,
appunto.
La canzone italiana del primo dopoguerra viene utilizzata invece in funzione sta-
bilizzatrice e conservatrice realizzando sul piano musicale, anche se non in modo orga-
nico al mondo dei partiti, quello che già stava avvenendo sul piano politico. In questo
senso va interpretata l’opposizione ai nuovi ritmi provenienti da oltreoceano che stava-
no svecchiando il patrimonio canoro del vecchio continente. Punto di forza di questa
operazione è il gruppo di cantanti che lavora intorno al maestro Angelini, il quale, do-
po essere stato alla fine degli anni Trenta uno degli innovatori della canzone italiana,
si ritrova a capo della «resistenza» nazional-melodica ai ritmi stranieri. Interpreti come
Nilla Pizzi, Achille Togliani, Gino Latilla, Carla Boni, il Duo Fasano, Oscar Carbo-
ni, Claudio Villa sono i protagonisti della reazione melodica «all’italiana». Il Festival
di Sanremo che nasce nel 1951 si costituisce come la roccaforte delle tendenze conser-
vatrici della canzone italiana. Lo spirito un po’ bigotto e provinciale dell’Italia demo-
cristiana si esprime attraverso il trionfo delle canzoni: sulle mamme (Tutte le mamme,
Alla mamma, Mamma dei sogni), su temi mistici (Una donna prega, Chiesetta alpina,
Campane di Montenevoso, Borgo antico, Vecchio scarpone, Campanaro), sui sentimenti
presentati sotto una luce soporifera e strappalacrime (Ti scrivo e piango, Cantando con le
lacrime agli occhi, Addio sogni di gloria, Addormentarsi così, Malinconico autunno, Viale
d’autunno, Concerto d’autunno).
Tutti temi ben lontani da patria, nazione e dall’Italia in genere. Unica eccezione è Vo-
la Colomba: “Dio del ciel / se fossi una colomba / vorrei volar laggiù / dov’è il mio amor /
che, inginocchiato / a San Giusto / prega con l’animo mesto / Fa che il mio amore torni
/ ma torni presto / Vola colomba bianca vola / diglielo tu che tornerò / dille che non sarai 179
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

più sola / e che mai più la lascerò». È un motivo di Cherubini e Concina con cui Nilla
Pizzi vince il Festival di Sanremo del 1952 e che rappresenta, con stucchevole patriot-
tismo, un’allegoria del ritorno di Trieste all’Italia. Nonostante la struttura musicale non
particolarmente originale, il testo reazionario e la languida interpretazione di Nilla Piz-
zi, la canzone è importante perché ebbe un successo clamoroso non solo fra il «popolo»
sanremese ma in ogni parte del mondo dove si affacciavano gli italiani. La sua popolarità
fu tale che divenne anche oggetto di parodie politiche: durante gli scioperi gli operai la
trasformavano in «Vola, bandiera rossa, vola» a dimostrazione ulteriore che anche in am-
biente operaio e contadino ogni riferimento patriottico diventava superfluo.
Per rimanere a Sanremo, che si deve comunque considerare uno specchio fedele del
gusto nazionalpopolare nel nostro paese, le successive edizioni del Festival hanno propo-
sto motivi improntati ad un sentimentalismo languido e caramelloso. 1953: vittoria di
Viale d’autunno (più nota per Vecchio scarpone); 1954: vittoria di Tutte le mamme, ma
l’edizione è più nota per Aveva un bavero e Berta filava; 1955: vince Buongiorno tristezza;
1956: Aprite le finestre; 1957: Corde della mia chitarra (edizione famosa per Casetta in Ca-
nadà e Il pericolo numero uno). E se dal 1958 l’impennata imposta da Modugno con Vo-
lare modernizza la canzone italiana, nel complesso le canzoni di Sanremo, becere o valide,
non propongono mai un riferimento all’idea di patria.
Nel 1983 si incontra il primo quadretto dell’italiano medio, proposto da Toto
Cutugno (L’italiano di Minellono-Cutugno), e poi nel 1984 le disquisizioni sull’ecu-
menismo ruspante di Eros Ramazzotti in Terra promessa. Ma anche in questo caso il
mondo migliore è un altro e di idealismo patriottico non si parla. Vanno poi ricordate,
nell’edizione 1986, No East No West di Scialpi, surreale rifiuto degli opposti estremismi
internazionali. E Italia di Umberto Balsamo del 1988 in cui, dopo molti anni, viene
proposta da Mino Reitano, anche se in modo molto ingenuo, un’accorata dichiarazio-
ne d’amore per la propria terra. Un caso, come si vede, molto raro che trova qualche
riferimento, ancora più banalizzato, nel «discorso» sulla nazione-terra di Cara terra mia
presentata da Al Bano e Romina Power nel 1989, proprio nella stessa edizione in cui
ricompare il tema della mamma che nel dopoguerra aveva sostituito l’idea di patria (Le
mamme, ancora di Toto Cutugno). Solo nell’edizione del 1992 con L’Italia d’oro di Pie-
rangelo Bertoli, troviamo una proposta di reale livello culturale. È una poesia-denun-
cia sul paese distrutto dalla corruzione: «Italia d’oro frutto del lavoro cinta dall’alloro /
trovati una scusa tu se lo puoi / Italia nera sotto la bandiera vecchia vivandiera / te ne
sbatti di noi mangiati quel che vuoi / fin quando lo potrai / tanto non paghi mai... /
Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta / dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa» .(169) La patria-
Italia è rappresentata come matrigna e sfruttatrice, e la citazione finale dall’Inno di Ma-
meli è ancora una volta non un omaggio alla madrepatria bensì una denuncia ironica
della retorica patriottica. L’assenza del tema patria è ancora più evidente se consideria-
mo i reperti canori presenti nei nostri archivi nazionali. Come è noto sono solo due
quelli degni di nota: l’archivio della discoteca di Stato e la discoteca della Rai. In que-
st’ultima basta un semplice comando al terminale per scoprire che sul soggetto Italia
la Rai possiede appena 378 documenti sonori comprensivi di dischi a 78, 45, 33 giri e
180 CD. Un dato risibile se si pensa che vi sono molte ripetizioni nei titoli e che le canzoni
A CHE SERVE L'ITALIA

strettamente patriottiche o di argomento storico non arrivano a venti. Una cifra vera-
mente esigua se consideriamo ad esempio quante canzoni esistono nel nostro paese sul
soggetto America. Anzi, se cercassimo nel repertorio degli ultimi venti anni della nostra
canzone, troveremmo molti più brani dedicati all’America che all’Italia. Se si volge uno
sguardo attento ad altri repertori di canzoni pubblicati negli ultimi anni, il dato di fon-
do non cambia. Il Dizionario della canzone italiana (170), che raccoglie le mille canzoni
più significative della nostra storia canora, presenta solo due brani che trattano direttamente
l’argomento Italia, è l’Italia che va di Ron e la già citata L’italiano di Toto Cutugno,
mentre, per esempio, sono decine le canzoni dedicate a luoghi e campanili del nostro
paese: Romagna mia, Trieste mia, Ciao Turin, Innamorati a Milano, Genova per noi, Chi
guarda Genova; senza contare le numerosissime dedicate a Roma e Napoli: Roma ca-
poccia, Roma forestiera, Roma nun fa’ la stupida stasera, Venticello de Roma, Napule ca se
ne va, Napule è, Simmo ‘e Napule paisà, Napulitana, Napoli, tutta luce... eccetera. Su un
terreno che invece allude al tema patriottico troviamo la già ricordata Vola colomba e
sulla sostituzione patria-mafia la più recente Don Raffaè di De André-Pagani-Bubola.
Ma anche nel resoconto finale dell’opera di Red Ronnie, Quei favolosi anni ‘60 (171),
che propone le oltre mille canzoni che hanno dominato il decennio, il tema è assente: non
figura infatti neanche una sola canzone che parli esplicitamente dell’Italia.

La canzone politica militante


La situazione non cambia se prendiamo in considerazione anche i canti e le me-
lodie politiche e di tradizione. Nel volume Canti socialisti e comunisti (172) si trovano,
ovviamente, accanto ai brani di lotta comunisti e socialisti, canti internazionalisti (Inno del
Komintern) e alla madre Russia (O Russia bella, La Guardia Rossa, Il mio partito saluta
Mosca), mentre i riferimenti patriottici sono presenti solo in chiave negativa (Il venti-
cinque luglio, Lettera al Parlamento, Il feroce monarchico Bava) e l’unica nazione che vie-
ne riconosciuta è quella dove si svolge la lotta socialista (Siamo l’Emilia rossa, Per i morti
di Reggio Emilia, Orsù compagni della capitale, Noi siamo la canaglia pezzente, La lega,
Stornelli pisani, Son la mondina, La Comune di Parigi). Una posizione messa in luce
molto chiaramente da Le tre bandiere, una canzone del periodo risorgimentale trasfor-
mata dai militanti della sinistra a partire dal periodo della Resistenza. Dopo essere stata
infatti la canzone che inneggiava all’unificazione nazionale sotto il tricolore, è divenuta
invece un’esplicita dichiarazione di scelta in favore della bandiera rossa, cioè dell’ideale
socialista, contro quello della patria.
Per rimanere ancora alla canzone politica, il repertorio proposto dal volume Canti
della lotta dura (173) è orientato chiaramente verso la lotta operaia e l’azione della sinistra
rivoluzionaria. E dato che la generazione che ha animato questa canzone politica è com-
posta da cantautori militanti - i vari Piero Nissim, Rudy Assuntino, Pino Masi, Alfredo
Bandelli, Paolo Pietrangeli - spesso affiorano anche i temi più privati dei giovani attivisti.
Ma, ancora una volta, riflessioni su patria e nazione sono inesistenti se non come tema di
battaglia politica. 181
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

La canzone d’autore

Con l’affermarsi, alla fine degli anni Sessanta, della canzone d’autore, l’attenzione
verso la cultura nazionalpopolare è diventata molto più forte. La sensibilità dello sguardo
poetico di tanti artisti mette in primo piano temi che fino a quel momento erano affron-
tati in modo solo propagandistico o ideologico.
Sono Enzo Jannacci (Vincenzina e la fabbrica, Sei minuti all’alba, Dagalterun fandan-
go, Quelli che), Giorgio Gaber (Il signor G, I Borghesi), Francesco Guccini (Il sociale, L’an-
tisociale) e Fabrizio De André i primi ad avviare una riflessione sui rapporti fra politica e
identità nazionale. è, però, Fabrizio De André quello che propone più esplicitamente il
tema della patria come metafora sull’uso abusivo del potere: «Si sa che la gente dà buoni
consigli / sentendosi come Gesù nel tempio / si sa che la gente dà buoni consigli / se non
può più dare cattivo esempio / (...) / spesso gli sbirri e i carabinieri / al loro dovere vengo-
no meno / ma non quando sono in alta uniforme / e l’accompagnarono al primo treno»
(174). Il brano è tratto da Bocca di rosa, una canzone che tratta la vicenda di una prostitu-
ta amatissima dal suo pubblico, ma l’accenno a sbirri e carabinieri è interessante perché i
rappresentanti dell’ordine statale sono disegnati come avveniva nella canzone politica.
Successivamente De André ha avviato un lavoro sulle radici etniche della musica po-
polare italiana, con gli album Indiano, Creuza de ma e Le nuvole, e quindi è stato fra i
primi a legittimare e dare cittadinanza alle altre «patrie» esistenti nel nostro paese.
Come si è accennato, la canzone d’autore ha dimostrato un’attenzione particolare
verso il tema della patria. Così la prima produzione di Edoardo Bennato «è attraversata da
un tema chiave: l’utopia, l’aspirazione a un mondo ideale, la realizzazione del quale passa
attraverso la ribellione al sistema» (175). Ne è un esempio una delle sue prime canzoni di
successo, In fila per tre: «Presto vieni qui, ma su non fare così / ma non li vedi quanti altri
bambini / che sono tutti come te / che stanno in fila per tre / che sono bravi e non pian-
gono mai / è il primo giorno, però domani ti abituerai / e ti sembrerà una cosa normale:
/ fare la fila per tre, rispondere sempre di sì / e comportarti da persona civile / (...) / Vi
insegnerò la morale e a recitare le preghiere /e ad amare la patria e la bandiera; / noi siamo
un popolo d’eroi e di grandi inventori /e discendiamo dagli antichi romani / (...) / Sei già
abbastanza grande, / sei già abbastanza forte, / ora farò di te un vero uomo: / ti insegnerò
a sparare, ti insegnerò l’onore / ti insegnerò ad ammazzare i cattivi / e sempre in fila per
tre, marciate tutti con me / e ricordatevi i libri di storia / noi siamo i buoni, perciò abbia-
mo sempre ragione / e andiamo diritti verso la gloria» (176).
La seconda generazione dei cantautori, quella che ha cioè cominciato a produrre
nei primissimi anni Settanta, è in vario modo figlia della contestazione giovanile e ha
continuato a crescere nel decennio seguendo passo passo la maturazione della coscienza
politica giovanile. Per questo non c’è artista di questa generazione, accomunata da un
libertarismo un po’ anarcoide, che non abbia affrontato accanto a questioni politiche
e sociali discorsi sul potere, sul militarismo e sulla patria. Claudio Lolli è stato uno dei
più assidui su questi temi. Basti ricordare alcuni titoli come Morire di leva, La guerra è
182 finita. Ma se ne sono occupati anche Vecchioni, Ciampi, Venditti, quest’ultimo fra i
A CHE SERVE L'ITALIA

183
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

primi ad anticipare una rappresentazione localistica dell’idea di patria con le sue famose
Roma capoccia e Grazie Roma.
Vanno ricordate a parte alcune testimonianze importanti perché rappresentano una
novità nell’atteggiamento di autori di sinistra - nei confronti dell’Italia-patria. Dopo aver
presentato un po’ ideologicamente l’immagine della propria patria, proprio alcuni dei
cantautori più politicizzati come De Gregori, Finardi, Fossati hanno cantato dichiarazioni
di sincero affetto per il proprio paese. Evidentemente la crisi dell’impegno politico ha li-
berato questi autori da alcuni tabù, fra cui quello di avere un rapporto sereno con la terra
madre. È proprio Francesco De Gregori, alla fine del 1979, a pubblicare una canzone dal
provocatorio titolo «Viva l’Italia», in cui viene presentata una patria sì scalcagnata e prova-
ta da eventi luttuosi, ma a cui si è legati da grande amore per la sua capacità di mantenersi
miracolosamente ricca di energie sane. Il brano non ha attraversato indenne i terribili an-
ni Ottanta. L’autore l’ha dovuto difendere dalle mire di partiti politici che volevano farne
il loro inno. Sia Craxi che Fini hanno tentato di utilizzarlo, ma dopo un’immediata azio-
ne legale dell’autore hanno desistito dall’iniziativa.
Il quadro più idilliaco e inedito per ciò che riguarda l’Italia è proposto da Eugenio
Finardi in Dolce Italia: «A Boston c’è la neve e si muore di noia / urla tristi di gabbiani
sull’acqua della baia / gente dalla pelle grigia che ti guarda senza gioia / tutti freddi e si-
lenziosi / chiusi nella loro storia / Ma in Italia, oh dolce Italia / in Italia è già primavera
/ in Italia, oh dolce Italia / la gente è più sincera / la vita è più vera / E poi tornati qua a
Milano sembran tutti americani / vivono vite di sponda / ciechi ai loro problemi / vorrei
metterli su un Jumbo / e fargliela vedere / questa America senza gioia / sempre in vendita
come una troia» (177).
Se non sapessimo che è un testo scritto da un «arrabbiato» come Eugenio Finardi,
forse non ci crederemmo. Pur con delle distinzioni e un amore neanche tanto sotterra-
neo, era sempre stata l’America il mito ideale per artisti come Guccini e De Gregori. In
questo caso l’America diviene il simbolo della degradazione morale contemporanea in
contrapposizione al proprio paese, che ritrova una dimensione positiva, senza precedenti
nel repertorio «intelligente» della canzone d’autore. Forse solo Mino Reitano nel passato
aveva presentato, da inguaribile ottimista, un’immagine nazionale tanto idilliaca. Il moti-
vo di questo mutamento forse sta in un positivo superamento da parte di questi cantanti
di certe convinzioni ideologiche. Ne è conferma per ciò che riguarda Finardi Millennio, il
brano che dà il titolo al suo penultimo album: «E così siamo all’ultimo decennio / di que-
sto millennio / e ovunque crollano gli schieramenti / e si apre un’era / di dubbi e rivolgi-
menti / c’è confusione nel mondo, c’è instabilità / sono finite le ideologie / c’è spazio per
le idee / è morto il dogma, si può cercare la fede / Solo qui da noi non cambia mai niente
/ le stesse vecchie facce / la stessa brutta gente / gli stessi ladri / i soliti vecchi quattro im-
broglioni / e siamo ancora servi degli stessi padroni» (178).
Probabilmente se fosse stata scritta negli anni Settanta quel «da noi» sarebbe stato
rappresentato con «in Italia» ma forse la risposta sta in un’altra frase di Finardi, quando
egli sottolinea che il mondo è cambiato e ci si è liberati di dogmi e ideologie a vantaggio
di idee e convinzioni. Un mutato atteggiamento che ha cancellato il luogo comune patria
184 = potere + repressione + ingiustizia.
A CHE SERVE L'ITALIA

Nella stessa parabola esistenzial-intellettuale vanno inseriti due brani molto più re-
centi, che presentano in modo totalmente nuovo la polizia, cioè l’organo che incarna lo
Stato-repressore, sempre vituperato dalla schiera di cantautori e interpreti vicini alla sini-
stra: l’ormai notissima Signor tenente di Giorgio Faletti e la splendida Per la bandiera degli
Stadio, con testo di Francesco Guccini. L’epiteto iniziale nel brano di Faletti - «Minchia
signor tenente» - è una novità assoluta sotto ogni punto di vista; anche se la canzone de-
nuncia un chiaro intento retorico, rimane una testimonianza di grande coraggio intellet-
tuale.
Da questo punto di vista può essere proposto come chiusura di un ciclo Una notte
in Italia. Una canzone di Ivano Fossati che presenta un quadro del paese estremamente
intenso e per certi versi inedito perché può essere considerata come il passaggio da una
rappresentazione universalistica ad una fondata sulla nazione come luogo in cui convivo-
no genti diverse. Infatti l’Italia che abbiamo di fronte è un paese di «gente così diversa»:
«è una notte in Italia che vedi / questo taglio di luna / freddo come una lama qualunque
/ e grande come la nostra fortuna / la fortuna di vivere adesso / questo tempo sbandato /
questa notte che corre / e il futuro che arriva chissà se ha fiato / è una notte in Italia che
vedi / questo darsi da fare / questa musica leggera, così leggera/che ci fa sognare / questo
vento che sa di lontano / e che ci prende la testa / il vino bevuto e pagato da soli / alla no-
stra festa / è una notte in Italia anche questa / in un parcheggio in cima al mondo / io che
cerco di copiare l’amore / ma mi confondo / e mi confondono più i suoi seni / puntati
dritti sul mio cuore / o saranno le mie mani / che sanno così poco dell’amore / ma tutto
questo è già più di tanto / più delle terre sognate / più dei biglietti senza ritorno / dati
sempre alle persone sbagliate / più delle idee che vanno a morire / senza farti un saluto /
di una canzone popolare / che in una notte come questa / ti lascia muto (...)» (179).

La svolta degli anni Novanta: da nessuna patria a tante patrie


Il passaggio dagli anni Ottanta ai Novanta coincide con un mutamento sostanziale
nei riferimenti culturali dei musicisti arrivati alla maturità artistica proprio in questo ulti-
mo decennio. Se fino a tutti gli anni Ottanta le fonti di ispirazione e le radici culturali ve-
nivano cercate nel mondo della canzonetta o nell’immaginario occidentale, nel nuovo de-
cennio invece si assiste a una progressiva cancellazione di questi riferimenti e a una sempre
più approfondita ricerca e riscoperta delle radici culturali del paese. Due sono i principali
motivi che spiegano l’avvio di questo percorso. Prima di tutto il successo enorme in tutto
il mondo della cosiddetta World Music, cioè di quella musica, prodotta o meno in Occi-
dente, costituita da elementi musicali di estrazione extraoccidentale. Una vicenda che ha
visto negli anni Settanta il trionfo del reggae caraibico, negli anni Ottanta l’emergere dei
suoni del continente africano e, più di recente, la scoperta delle musiche provenienti dal-
l’area islamica e dal Medio ed Estremo Oriente. Questa presenza in primissimo piano di
diverse lingue musicali ha portato alla riscoperta delle radici etniche. Gli artisti hanno ini-
ziato a proporre la loro musica nelle lingue originali, accantonando in molti casi l’ingle-
se come lingua internazionale e riscoprendo soggetti, personaggi, temi provenienti dalla 185
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

tradizione. Secondo importante motivo è stato l’esplodere, dalla metà degli anni Ottanta
della musica rap, componente musicale della cultura hip-hop afro-americana, che pone al
centro del suo messaggio l’affermazione orgogliosa delle proprie radici etniche. Questo ha
portato negli Stati Uniti al rilancio, sul piano politico, della figura di Malcolm X e del po-
tere nero e, su quello culturale, al richiamo alla Madre Africa, pescando negli idiomi etni-
ci e nelle usanze tradizionali. L’affermarsi del rap, e di quella coscienza che riconosce come
essenziale per un artista la realtà delle proprie radici culturali, ha comportato il ritorno
anche nel nostro paese al dialetto e l’accettazione di appartenere a «patrie» etniche diverse.
Ecco quindi le dichiarazioni orgogliose di sardismo in lingua gallurese o l’esaltazione di
essere nati in Calabria ma di parlare la lingua albanese o grecanica, o addirittura di aver
preso coscienza di appartenere alla nazione mediterranea più che a quella italiana. Questo
è il tipo di rappresentazione geopolitica della generazione musicale oggi emergente.
Una delle formazioni che per prime hanno proposto il discorso dell’identità etnica
è quella dei piemontesi Mau Mau. Nel primo album, con la famosa Traversado raccon-
tavano della «festa-incontro» di S. Lucio de Coumboscuro dove si ritrovano accomuna-
te popolazioni occitane provenienti dall’Italia e dalla Francia e che stava a rappresentare
simbolicamente l’identità etnica contro quella «istituzionalmente statale». E poi ancora
più esplicitamente, nel secondo album Bàss paradis l’omonima canzone che propone, con
convinzione sempre maggiore, l’idea di far parte di una nazione più ampia di quella ita-
liana: «Guardare lontano, guardare / seguire la scia del sole / montagne di acqua profonda
e salata / che uniscono tutte le rive / quest’ombra bollente mi abbraccia / (...) / mi sento
sempre più leggero / tra noia saggezza e torpore / ecco Sardegna e Andalusia / Siviglia,
Conil de la Frontera e l’Africa / che si sta confondendo / qui rivedo il passato/e queste
coste scardinate / mi attirano giù / Mediterraneo / E via che si torna a fissare / il vecchio
orizzonte scompare / il gioco cattura e l’afa tradisce / toccare, vedere, incontrare, scambia-
re / poi oltre, verso il Medio Oriente / Musiche ipnotiche e aroma di menta / tra pietre,
orgoglio e deserto / scorrono Turchia, Atene, Albania, il Montenegro / e l’Istria al confine,
che chiude l’anello / E qui ritrovo il presente / di geografia tormentata, ma / è parte di me
/ questo Mediterraneo»(180).
Al Sud è ancor più sentito il tema delle radici etniche. Molte formazioni lo pongono
al centro dei loro «discorsi» musicali, come, ad esempio in Fuecu dei Sud Sound System,
una delle più note formazioni della scena salentina: «Prendi il tempo segui lo stile / ma
stai attento, tu puoi cambiare / questo ritmo ti fa pensare / senza farti schematizzare /
(...) / de lu Salentu enimu / cuccuamri mangiamu / e a ‘dunca sciamu, sciamu / men-
timu fuecu e mpzzecamu / hip ho, house, disco / funky, reaggae soul calypso / in tutte
le piste da ballu, camina, Mstamu culla capu an friscu / Chiaru! E simu de lu Salentu /
e tenimu lu core ardente / rispettamu sempre tutta la gente / e nu te penzare ca sta sulu
sciucamu / ca intra stu modu cultura sta fascimu» (181), il riferimento diretto alle radici
viene chiaramente espresso attraverso il ritmo - mistura di raggamuffin e suono tradizio-
nale - e dall’impiego del dialetto, diventato ormai strumento legittimo anche per la mu-
sica leggera. Ne sono dimostrazione i molti esempi in circolazione: i Tazenda (Sardegna),
Pitura Freska (Veneto), Kaballà (Sicilia), Antonello Ricci (Calabria), Novalia (Lazio), 99
186 Posse, Bisca (Campania), Mauro Pagani (Lombardia). Questa scelta di utilizzare il dialet-
A CHE SERVE L'ITALIA

to mostra un desidero di ritrovare la propria identità etnica attraverso una dichiarazione


di appartenenza alla propria «patria» etnica. Ormai non si contano le produzioni musicali
che si rifanno alla tradizione locale anche con soluzioni bizzarre e inaspettate come nel
caso dei Sensaxiou, formazione genovese che arriva a mescolare lo stile raggamuffin’ con il
ritmo dell’antico trallallero locale.

Infine, ancora la questione meridionale, ma con una novità


C’è un ulteriore settore della nostra musica che merita una particolare considerazione
in quanto propone una stretta connessione fra la riscoperta delle radici etniche e un’idea
completamente nuova di patria e nazione. È un gruppo consistente di artisti che ha por-
tato alle estreme conseguenze il lavoro di riscoperta, fino ad arrivare ad affermare una
nazionalità nuova. In questo modo si è realizzato un vero e proprio ribaltamento di posi-
zioni nei confronti dell’idea di patria: quest’ultima viene ampiamente rivalutata ma all’in-
terno di un nuovo contesto culturale. È un punto di vista che ha dei precedenti nel lavoro
dell’autore tarantino Mimmo Cavallo, che l’ha affrontato nel 1980 con il suo provocato-
rio brano Siamo meridionali: «Siamo meridionali, abbiame abbituate male / sospettate di
noi / fate pure / siarno meridionali / dove costruite le centrali nucleari / siamo qua noi /
approfittate di noi/Che fate non ne approfittate? / siamo mezzo marocchine / che vuoi,
teniamo l’Africa vicina / e stampiamo creature nire / picciurate / ci vengono naturalmente
affumicate / siamo meridionali / e teniamo tutti la terza elementare / approfittate di noi
che siamo una razza di merda / e siamo abituati a perdere / ghetto / siamo meridionali /
siamo fatti alla maniera tradizionale / cardinali vescovi / mezzi bianchi mezzi neri / quelli
che non sono preti son carabinieri / (...) / se ci date aiuto ci basta un mese/e parlammo
tutti quanti piemontese / noi meridionali stammo dappertutto / se ci danno una mano
ci pigliammo tutto / siamo neri / brutti / inutili nei / e rumpimmo ‘e palle peggio degli
ebrei / (...)» (182). Questo brano è molto interessante perché propone la prima rabbiosa
invettiva sul Meridione visto da sud, lontana mille miglia dalle malinconiche rappresen-
tazioni della realtà meridionale di tante canzoni napoletane come Simmo ‘e Napule paisà
o Gente di fiumara di Mino Reitano. Ci sono stati anche altri autori che da tempo hanno
affrontato il tema con lo stesso spirito. Sono indimenticabili le immagini e gli spunti nei
racconti firmati dal binomio Dalla-Roversi in Un’auto targata TO o nella struggente Terra
mia di Pino Daniele. Ma oggi la questione meridionale è stata cancellata da una visione
inedita del problema che apre il discorso ad una visione multietnica dell’area meridionale
e mediterranea. Nei suoi primi lavori, Figli di Annibale e Anima migrante, la formazione
napoletana degli Almamegretta ha ribaltato completamente il discorso sulla diversità dei
meridionali: «Annibale grande generale nero / attraversasti le Alpi e ne uscisti tutto intero
/ a quei tempi gli europei non riuscivano a passarle neanche a piedi / ma tu Annibale
grande generale nero / tu le passasti con un mare di elefanti / lo sapete quanto sono gran-
di e grossi e lenti gli elefanti? / eppure Annibale gli fece attraversare le Alpi / con novanta-
mila uomini africani Annibale sconfisse i romani / restò in Italia da padrone per quindici
o vent’anni / ecco perché molti italiani hanno la pelle scura / ecco perché molti italiani 187
LA PATRIA CANTATA DA DESTRA E DA SINISTRA

hanno i capelli scuri / ecco perché molti italiani hanno gli occhi scuri / un po’ di sangue
di Annibale è rimasto a tutti quanti nelle vene...ecco perché noi siamo figli di Annibale/
(...) / sangue mediterraneo / sangue di Africa» (183). In questa descrizione la diversità
diventa orgoglio razziale e il meridionale parte di una nazione nera che comprende pezzi
d’Europa, Mediterraneo, Africa. Ecco perché l’idea di patria proposta dagli artisti emer-
genti si è definitivamente trasformata. Essa è ormai legata a una rappresentazione «etnica»
che fonda una retorica completamente diversa da quella delle nostre tradizioni risorgi-
mentali o nazionalpopolari.

Note

169. Dell’album omonimo (Ricordi, 1992) di Pierangelo Bertoli.


170. G. CASTALDO, (a cura di), Dizionario della canzone italiana, Roma 1989-’90, Armando Curcio Editore.
171. R. RONNIE, (a cura di), Quei favolosi anni ‘60, Milano 1992-’94, Fabbri Editori.
172. L. SETTIMELLI - L. FALAVOLTI, (a cura di), Canti socialisti e comunisti, Roma 1973, Savelli.
173. P. NISSIM, (a cura di), Canti della lotta dura. Dal luglio ‘60 alla strage di Brescia, la sinistra rivoluzionaria
attraverso le sue canzoni, Roma 1974, Savelli.
174. Dall’album Fabrizio de André (cfr. nota 1).
175. Da G. BALDAZZI - L. CLAROTTI - A. ROCCO. I nostri cantautori, 1990, Thema Editore, p. 180.
176. Dall’album, Capitan uncino (Ricordi, 1982).
177. Dall’album, La forza dell’amore (Wea, 1990).
178. Dall’album, omonimo (Wea, 1991).
179. Dall’album di Ivano Fossati, La forza dell’amore, cit.
180. Dall’album omonimo (Emi, 1994).
181. Dall’omonimo mix (Century Vox, 1993) .
182. Mimmo Cavallo, Siamo meridionali (Cgd, 1980).
188 183. Dall’album degli Almamegretta, Anima migrante (Anagrumba, 1993).
A CHE SERVE L'ITALIA

e\piéderma 1

Left or right,
my country di Miriam MAFAI

1. « O PATRIA MIA VEDO LE MURA


E gli archi...». No, questo fu dopo, assieme al
e patriottica, mentre le mie compagne di clas-
se si abbracciavano e baciavano. Io «sapevo»
terribile «Chi per la patria muor vissuto è che era tutto sbagliato: il fascismo, la guerra
assai » e al sincopato «Il combattere fia gioia, d’Abissinia. L’esultanza delle compagne di
fia il morire a noi vittoria: pugnerà con noi scuola, la maestra secchetta con il grembiule
la gloria». E così via. Tutto questo fu dopo, nero e il gessetto nelle tasche che ci obbligava
negli anni del ginnasio, che allora cominciava a mandare a memoria stupide poesie. Io tut-
a dieci anni; la scuola dell’obbligo finiva con to questo lo disprezzavo, lo odiavo. Se quella
la quinta elementare. Ma prima di affrontare era la Patria io ero fuori, ero senza. Non ne
quei versi nobilmente patriottici, alle elemen- sentivo la mancanza. Questo mio sentimento
tari imparavamo a disegnare la bandiera ita- di estraneità si accentuò quando, dopo pochi
liana. Ne riempivamo gli spazi di verde e di anni vennero promulgate le leggi razziali che
rosso, con attenzione, con i pastelli Giotto. E mettevano ufficialmente in dubbio la mia ap-
sotto la fila di bandierine italiane ben ordina- partenenza, e quella delle mie sorelle, alla na-
te scrivevamo la frase: «Io amo la Patria», e di zione italiana. Ho sognato per qualche tempo
seguito «Il Duce difende la Patria». E ancora: di essere apolide, una condizione che imma-
«Io amo il Duce». Questa fu la nostra educa- ginavo molto privilegiata e romantica. (Non
zione civica, nei primissimi anni Trenta. Io ebbi mai, però, nemmeno quando entrai a
però non amavo né la Patria né il Duce. Ciò far parte della comunità, la percezione di una
non mi impediva, naturalmente, di disegna- mia appartenenza ad una possibile nazione
re, come tutte le mie compagne di classe, una ebraica).
fila ordinata di bandierine e di scriverci sotto 2. Il mio incontro con la Patria fu dunque
le mie prime bugie. Un giorno, ero in quinta tardivo. Mi sono riconosciuta italiana solo
elementare, l’altoparlante della scuola (Enrico dopo il 25 luglio del 1943, dopo la caduta
Pestalozzi, Via S. Martino della Battaglia, del fascismo. Genova, dove allora vivevo,
Roma) ci annunciò che il generale Badoglio aveva subito durante i tre anni di guerra ter-
era entrato ad Addis Abeba. L’Italia aveva fi- ribili distruzioni. La città, bellissima città di
nalmente il suo impero. La notizia illuminò giardini e di carrugi, indifesa, era stata sven-
il volto della maestra, una biondina secchetta trata dai bombardamenti, colpita dal cielo e 189
LEFT OR RIGHT, MY COUNTRY

dal mare. E tuttavia quelle distruzioni e la Alcuni di quei compagni ai quali portavo
sconfitta militare sembrarono, a me come ad i giornali e che a loro volta li distribuivano
altri, un prezzo equo da pagare per la liqui- nel quartiere furono arrestati e fucilati. «Da
dazione del fascismo. Le prime manifestazio- questa casa dove abitava uscì per andare al
ni alle quali ho partecipato, in quei giorni, martirio e alla morte Antonio Bussi, com-
a Genova, avevano una forte impronta pa- battente della libertà», dice la lapide affissa
triottica, qualcuno gridava persino «Viva a via di Campo Marzio, e, poco distante da
il Re» e io non lo trovavo ridicolo. Alcuni lì, in via della Stelletta, un’altra lapide ri-
studenti parlavano dell’Italia con toni vaga- corda «Domenico Iaforte, detto Menicuccio,
mente risorgimentali. «O patria mia, vedo che lottò fino all’estremo martirio per la li-
le mura egli archi...» Perché no, dopotutto? berazione dell’Italia dal secolare oppressore».
La caduta del fascismo mi riconciliava con il Che Toto Bussi o Menicuccio Iaforte fossero
mio paese sofferente e distrutto. comunisti ce lo ricordiamo in pochi ormai.
Il passante che alzasse lo sguardo a quelle la-
3. Non pretendo che la mia esperienza sia pidi non ne saprebbe nulla: ognuno di loro
stata comune ad una generazione. Gli stessi viene ricordato solo come italiano, come un
avvenimenti possono venir vissuti in modo patriota che ha combattuto «fino all’estremo
diverso da chi vi partecipa. Arrivai a Ro- sacrificio» per il suo paese. Tutto questo non
ma, con la mia famiglia, pochi giorni pri- è senza significato. Il partito al quale ap-
ma dell’8 settembre. Dalla finestra di una partenevano volle cancellarli come militanti
pensione al terzo piano di via Depetris, dove politici e riconsegnarli al loro quartiere uni-
eravamo provvisoriamente alloggiati, vidi camente come patrioti italiani. E gli articoli
alcuni reparti tedeschi occupare il Viminale. sull’Unità, i proclami i comunicati i volanti-
Gli italiani, in borghese e in divisa, uscivano ni diffusi clandestinamente avevano lo stesso
con le mani in alto in segno di resa. Me ne tono, patriottico e risorgimentale. Il nemico
sentii umiliata. Alla Biblioteca nazionale, principale, come durante il Risorgimento,
dove andavo a studiare per preparare un esa- era il tedesco, il fascista era indicato come
me di riparazione, conobbi alcuni studenti «servo dello straniero», l’impegno nostro era
universitari che si dichiaravano comunisti. per il «riscatto» del nostro paese.
«Vuoi fare qualcosa anche tu?» Sì, volevo Giovani, e immersi in una eccitazione car-
fare qualcosa anch’io. Fui incaricata di di- bonara, non potevamo saper nulla delle divi-
stribuire la stampa clandestina L’Unità, un sioni che laceravano il Cln, o meglio sapeva-
foglio leggerissimo di carta riso, arrivava più mo soltanto che alcuni dei partiti antifascisti
o meno regolarmente dal compagno Toto, in avevano una deplorevole posizione «attendi-
via di Campo Marzio. Io salivo fino a casa sta», non intendevano cioè portare avanti,
sua, all’ultimo piano, lo aiutavo a piegare fino in fondo, la battaglia contro i tedeschi e
quei giornali e a farne pacchetti che poi con- i fascisti, come voleva invece il Pci. Ma tutto
segnavo ai compagni della zona: falegnami, sommato, non era successo qualcosa di ana-
barbieri, bottegai, un oste, che a loro volta logo anche durante il nostro Risorgimento?
li distribuivano ad altri. Il settore nel quale (Inutile dire che ci sentivamogli eredi delle
operavo era il vecchio centro di Roma, il re- impazienze di Garibaldi, e non amavamo
ticolo di strade tra il Pantheon e piazza Na- Cavour.) Tutto questo per spiegare perché
190 vona, tra via della Scrofa e via di Ripetta. accogliemmo con entusiasmo la «svolta di
A CHE SERVE L'ITALIA

Salerno», la decisione con la quale Togliatti, che abbiamo verso le potenze democratiche
appena sbarcato in Italia, decise di accanto- anglosassoni, i loro popoli i loro capi e i loro
nare tutte le pregiudiziali antimonarchiche e eserciti. (...) Ma vogliamo che sia concesso al-
antibadogliane, accettando di entrare a far la gioventù italiana, facendo proprie e rinno-
parte di un governo di unità con il compito vando le tradizioni di volontariato del nostro
di promuovere prima di tutto e soltanto la Risorgimento, di prendere le armi e schierarsi
lotta «contro i tedeschi e i loro servi fascisti». in campo per riuscire ad affrettare, fosse solo
L’Italia prima di tutto. di un mese di una settimana o di un giorno,
l’ora della liberazione completa del territorio
4. La Resistenza e la lotta antifascista ci nazionale...». Tutto il resto, non dico la rivo-
hanno riconciliato con l’idea di Patria, di luzione di cui Togliatti non fece mai parola,
Nazione. Se uso una prima persona plura- ma persino le rivendicazioni sociali, che pure
le è perché, senza voler generalizzare, penso erano drammaticamente urgenti, restava in
tuttavia di non essere stata la sola a seguire secondo piano. In uno di quei primissimi di-
questo percorso. Fummo comunisti e patrio- scorsi Togliatti ricorderà le parole premonitri-
ti, senza «doppiezza» Nelle sezioni di Ro- ci di Gramsci di fronte al Tribunale speciale
ma, subito dopo il 5 giugno e l’arrivo degli fascista: «Voi condurrete l’Italia alla rovina,
Alleati, si organizzavano feste per salutare i e a noi comunisti toccherà salvarla...». Non
giovani comunisti che si arruolavano come so se Gramsci ha mai pronunciato davvero
volontari nel Corpo italiano di liberazione, quelle parole, ma quella frase, ripetuta in
indossando la divisa con le stellette e met- mille occasioni, avrà un peso decisivo nella
tendosi agli ordini di ufficiali monarchici. formazione della coscienza dei militanti, per
E lo spirito «patriottico» era tale che si pre- lo meno di quelli più giovani: buon comuni-
tese e si ottenne persino la costituzione di sta perché buon italiano e viceversa.
un Corpo ausiliario femminile, nel quale si Per me, che ignoravo tutto della lotta di
arruolarono alcune delle ragazze che a Ro- classe e avevo riempito i miei primi quader-
ma avevano svolto attività clandestina. ni di bandierine con la scritta «Io amo la
Non per ingenuità ma forse proprio per la Patria» (e che dalla manifestazione colletti-
voglia di riassumere un’identità nazionale va di quell’amore mi ero autoesclusa quan-
della quale ero stata privata, ho vissuto la do il maresciallo Badoglio aveva conqui-
Resistenza, nei mesi di occupazione tedesca stato Addis Abeba) fu molto emozionante,
a Roma, come una guerra di liberazione, quasi un risarcimento, poter festeggiare as-
una guerra patriottica (né guerra di classe, sieme a centinaia di migliaia di romani la
dunque, né guerra civile). È per questo pro- Liberazione del Nord e la fine della guerra.
babilmente che ricordo dei primi discorsi di
Togliatti (a Roma al Brancaccio, a Firenze 5. Immagino che fossero assai più comples-
alla Pergola) soprattutto gli appelli, da lui si i sentimenti egli umori di coloro che, più
rivolti ai comunisti, ad operare per il «riscat- vecchi di età e di militanza, conservavano il
to», la «salvezza», la «resurrezione» dell’Ita- ricordo di un’altra stagione politica e di altre
lia. Nel discorso della Pergola il riferimento speranze di redenzione. Che le cose non fos-
risorgimentale è esplicito, insistito: «Non sero facili come io immaginavo, mi apparve
possiamo dimenticare e non dimentichere- chiaro quando conobbi altri compagni, gli
mo mai il debito profondo di riconoscenza edili e gli operai delle fabbriche in fondo alla 191
LEFT OR RIGHT, MY COUNTRY

via Ostiense, i disoccupati di Ponte Milvio, e dei propri diritti. I contadini marciavano
gli sfollati delle borgate e dei campi-profu- sui feudi con la banda in testa, le bandiere
ghi, certi giovani romani che avevano fatto rosse e la bandiera tricolore. Un espediente
attività clandestina nelle borgate assieme alle propagandistico? Può darsi, ma anche la
formazioni di Bandiera rossa. Insomma, mi Costituzione era la Patria. Così andarono
resi conto che il partito era fatto di tanti pez- le cose, nella mia esperienza, e faticosamen-
zi diversi, e quello che io avevo conosciuto e te il paese si avviava sulla strada della mo-
nel quale in quei mesi mi ero educata anche dernizzazione.
all’amor di patria ne era soltanto un pezzo.
Un altro pezzo, assai consistente, era diviso 6. Da allora sono passati quasi cinquant’an-
tra amor di patria e internazionalismo pro- ni, gli italiani non parlano più il dialetto,
letario, o meglio ancora, tra amor di patria e girano il mondo, nelle terre strappate al feu-
l’amore per una possibile Patria sovietica. Io do ha trionfato la speculazione edilizia. Ma
non ho mai sofferto di questa scissione. Nem- questo è il mio paese. Il mio amor di patria
meno quando come centinaia, forse migliaia è più materno che filiale. Amo questo paese
di giovani intellettuali comunisti dell’epoca con tenerezza e preoccupazione più che con
scegliemmo di fare i «rivoluzionari di profes- orgoglio. I figli e i nipoti spesso non sono co-
sione». me li avevamo immaginati e desiderati ma
E il Pci ci spedì in Sicilia, in Calabria, in non per questo li rinneghiamo.
Abruzzo, nelle zone del latifondo: miseria Così l’Italia di oggi è diversa, terribilmente
e degradazione da Terzo Mondo che oggi è diversa, da quella che avevo immaginato
persino difficile immaginare. Lì dovevamo negli anni in cui, dopo il fascismo, mi ero
organizzare il partito e le lotte contadine, la- riconciliata con l’idea di patria. Ma non mi
vorare «per il riscatto di quelle popolazioni». sogno di ripudiarla, e non mi stanco di vo-
Metto la frase tra virgolette perché, a scriver- lerla diversa. Conosco bene i difetti del mio
la adesso, sembra solo retorica e invece allora paese e li detesto. Vorrei vivere in un paese
era vera, corrispondeva al nostro compito e al più sobrio più serio più onesto. Ma non sono
nostro stato d’animo. E la scoperta di questa tra coloro che dopo la vittoria di Berlusconi
Italia che non conoscevamo, di questa folla hanno preparato le valigie e hanno procla-
di diseredati, affamati e generosi, fu ancora mato di «vergognarsi» di essere italiani. Non
una volta la scoperta di una Patria che ci c’è nessun particolare motivo di essere «orgo-
apparteneva e che bisognava servire. Il pro- gliosi» di essere italiani (salvo il fatto, forse,
blema della terra rinviava al problema dello di avere costruito Siena e aver dato i natali
Stato e della democrazia. Leggevamo Guido a Piero della Francesca). Ma trovo detesta-
Dorso, Gramsci, Danilo Dolci, Rossi Doria, bile l’accanimento con il quale ci esercitiamo
persino Rocco Scotellaro. Non avemmo vo- in una costante autodenigrazione: «Gli ita-
glia o tempo di leggere Koestler. Al riparo di liani sono fatti così....». Un modo come un
questa ignoranza, forse involontaria certo altro di sfuggire alle nostre responsabilità, di
colpevole (non sapevamo cosa succedeva a affidarci, rassegnati, a un presunto carattere
Mosca, ma quello che succedeva a Portella nazionale che ci inchioderebbe per l’eternità
della Ginestra o a Melissa), continuammo ai nostri vizi e ci impedirebbe, per l’eterni-
per molti anni a svolgere un faticoso lavoro tà, di diventare un paese serio onesto sobrio
192 per dare ai ceti più diseredati coscienza di sé disciplinato.
A CHE SERVE L'ITALIA

e\piéderma 2

Right or left,
my country di Virgilio ILARI

F INI RACCONTA DI ESSERSI ISCRITTO AL


Msi perché gli avevano impedito di vedere
fa crudele che non fosse andata così, che gli
americani avessero barato sbarcando dalle
John Wayne in Berretti verdi. Liberty invece di fare come Caio Duilio che
E io? vinceva con gli opliti anche le battaglie na-
All’inizio ci furono le tavole di Beltrame vali. A pensarci era ovvio, visto che erava-
sulla Domenica del Corriere del 1939- mo noi gli eredi dei romani, e loro, appun-
’43, lette e sognate all’incirca nel 1958-’60. to, i figli della Punica Fides: ma appunto
E l’iniziazione alla geopolitica fu un fumet- tutto indicava anche qui qualche diabolica
to del Corriere dei piccoli del 1942-XX trama demoplutogiudaicomassonica. Allora
e.f. (splendido retaggio rilegato delle sorelle sapevo vagamente che verso la fine c’erano
maggiori): gli americani cercavano di vin- stati traditori e vigliacchi, ma per me era
cere la guerra, ovviamente, «all’americana», ovvio che quella guerra dovessimo e dunque
mobilitando media e industria per lancia- volessimo vincerla. Ignoravo il De pro-
re un megaponte attraverso l’Atlantico; e fundis di Satta. Almeno su questo, ancor
mentre lo inauguravano con le majorette, oggi non ho dubbi: «Right or wrong, my
dall’altra parte sbucavano due carri armati country». Pro aris et focis, lessi, approvan-
con tanto di svastica e di tricolore sabaudo, do pensoso, sui monumenti eretti ai Reggi-
e tutti scappavano a gambe levate. Geniale! menti britannici. Hitler impose a Vichy di
Allora non potevo cogliere l’incomprensione sospendere il processo di Riom contro i pre-
del Sea power che traspariva da quelle stri- sunti responsabili della sconfitta. Noi, più
pes: ero istintivamente continentalista an- saggiamente, approfittammo dell’articolo
ch’io, come al fondo tutto questo «popolo di 16 del Trattato di pace per archiviare l’im-
navigatori» (per gli italiani le navi sono la barazzante questione. In tutta la mia vita
«barca» e i «bastimenti» degli emigranti). l’ho sentita sollevare una volta sola, quando
Più ci pensavo, più mi sembrava una bef- un ex senatore socialista che era stato agen- 193
RIGHT OR LEFT, MY COUNTRY

te dell’VIII Armata britannica in Egitto, nel suo retrobottega fantasticando sui ma-
udito il racconto di un sommergibilista, gli nichini femminili, o accompagnarlo nelle
chiese sinceramente stupito: «Ma, ammira- passeggiate prima di cena, ridacchiando
glio, lei voleva che vincessimo la guerra?». alle battute contro «i democristi» e condi-
Tutti ebbero le loro buone ragioni, anche videndo l’omaggio deferente rivoltogli dai
gli irriducibili di Nettuno, Gorizia e della consoci della Deputazione di storia patria
Garfagnana, figuriamoci il capo dello Sta- e dalle ex camicie nere del suo battaglione.
to quando ha ringraziato il presidente degli Allora non sospettavo che quella era anche
Stati Uniti per «averci liberati». Però ho la sua rivalsa di piccolo gerarca di provincia
dovuto indorarmi la pillola, pensando che sui tempi dorati in cui l’ingestibile gloria
intendesse dire dal tedesco, non da noi stessi della famiglia era la parentela acquisita col
(in fondo l’anniversario era quello di Anzio podestà, poi penultimo segretario del Pnf.
e del D-Day, non dello sbarco in Sicilia). Ma erano tante le storie di cui si parlava
Comunque, Delors mi perdoni, neanche poco o niente, un velo steso sugli anni della
oggi, dopo tanti studi e pensieri, ho gioito guerra civile. Era uscito di memoria quel
sentendo Furio Colombo ricordare in tv che tribunale militare che aveva condannato a
in qualche famiglia italiana si era pianto morte renitenti alla leva e partigiani (avevo
quando la Wehrmacht era entrata a Parigi. appreso di sfuggita, da mio padre, la versio-
Ma allora in fondo sentivo che quella guer- ne dello zio, che l’avevano costretto i tede-
ra l’avevamo persa perché non c’ero io. Mio schi a farne parte). La zia paterna, prima
padre, classe 1902, era troppo giovane per anoressica e poi schizofrenica, aveva evitato
la prima e non fu chiamato per la seconda. a stento la fucilazione andando incontro ai
Porto il nome di uno zio materno, speranza partigiani in divisa da giovane fascista: da
della famiglia (era medico e suonava il vio- allora l’avevamo seppellita in manicomio,
lino!), caduto ventiseienne in Albania: giu- placando il rimorso con una frettolosa visi-
rai di far mie, in pace e in guerra, le parole ta annuale. Dedussi che l’altra zia, quella
che mia nonna, dura maestra di campa- materna, avesse accoppato un tedesco col
gna, aveva voluto scrivere sulla sua tomba: ferro da stiro, trovando in una scatola di
«Concepì e visse la sua giovane vita come legno il cranio che seppi poi usato dal fra-
un dovere». Mi urtò qualche raro accenno tello studente in medicina. Ma avvampai
di mia madre contro Mussolini che aveva di vergogna quando scopersi in un cassetto
mandato a morire il fratello complice della il mazzetto di tessere Dc, dal ‘48 all’anno
sua infanzia: del resto le donne non possono della morte, col nome del nonno materno
(e non debbono!) intendere il sacrificio viri- (di lui sapevo solo che era maestro, aveva la
le, altrimenti chi lo piangerebbe? E rimossi gotta e in campagna ci andava a cavallo).
gli accenni sarcastici al sollecito rimpatrio Certo, la mia era una famiglia «di destra».
dello zio paterno «antemarcia» «seniore» Formatasi nel ‘31, piccolo-borghese, cattoli-
della Milizia, spedito dalla moglie in Alba- ca, approdata a Roma seguendo la carriera
nia («così ti metti un altro nastrino», oltre paterna e legata al luogo d’origine solo dalle
quello dell’Etiopia) e che dal fronte scriveva noiose deportazioni estive spacciate per va-
disperato «qui si muore come cretini». Bo- canze (in realtà calcolati risparmi a spese
nario, rassicurante, rotariano, consigliere dei nonni), aveva attraversato il fascismo
194 comunale missino, era piacevole curiosare come quella di Vivere! aveva attraversato il
A CHE SERVE L'ITALIA

comunismo cinese: gli «avvertimenti» sbir- cabile foto scollacciata: arrossii, pescato con
reschi a non affittare case «umide», la scoc- le mani nel sacco, quando seppi che Il pen-
ciatura dell’orbace e dei rapporti al Fascio siero nazionale lo chiamava, credo proprio
rionale, il piacere delle barzellette scontato per quella foto, «Il Porchese»). L’educazione
con l’ansia per il ritardato rinnovo della politica avveniva a pranzo, tra le misurate
tessera di iscrizione. Ma anche, nel ‘35, la obiezioni della sorella «brava», spodesta-
fierezza autentica dell’oro alla Patria con- ta dal maschietto «eccezionale» ma ormai
tro le «inique sanzioni» (forse gettare quelle polarizzata fuori della famiglia. Benché
«fedi» benedette nel crogiolo del Vittoriano in Fuci fosse considerata troppo modera-
era per una madre ventiduenne anche un ta, la militanza cattoprogressista le fruttò
mezzo divorzio inconscio. Del resto alla un riclassamento dell’epiteto paterno: da
nonna quello scambio con le fedi di ferro «spiccialetti» a «suffragetta». Di nascosto le
sembrò truffaldino: rimproverò la figlia rubavo Notizie Radicali e poi Settegiorni
«scema» e corse a ricomprarne d’oro. Non (protestai con una lettera ad Orfei per un
riusciva a sopportare quell’affronto al sim- articolo contro la deterrenza nucleare tous
bolo contadino della duplice sicurezza, ma- azimuts). Il 3 giugno ‘68 tentò invano di
teriale e magico-religiosa, della famiglia). eseguire il mandato familiare di riportarmi
Della guerra vissuta in viale del Re si ricor- a casa, proprio sul più bello della mia gior-
davano l’itterizia materna curata col latte, nata di gloria controrivoluzionaria, quan-
il mastello di marmellata che era costato do in cinque «guardie bianche» sfondam-
uno stipendio, l’uscita dal rifugio sotto i mo con un ariete improvvisato i cancelli
bombardamenti per raccogliere la bambola dell’università occupata mettendo in fuga il
di pezza caduta alla sorella, le sparacchiate corpo di guardia nazimaoista («tenemmo»
badogliane contro il vicino attendamento un’ora la posizione sotto la controffensiva
dei battaglioni Emme (che proclamavano della riserva mobile motociclata, inveendo
di voler resistere fino alla morte e vennero contro i pavidi moderati che si tenevano a
poi fuori a braccia alzate), la paura delle legalitaria distanza di sampietrino: ignari
retate tedesche. Il dopoguerra furono i «GIs» che stavamo offrendo il pretesto al successi-
a pranzo che scrivevano «arivedercee» sulle vo intervento della «celere». E fu poi di non
cartoline, la paura della sinistra montante, poco dispetto e vergogna sapere di aver retto
il voto per la monarchia, quello per la Dc, la staffa agli sbirri). Lei passò il Rubicone
io, e finalmente, arginato il comunismo e del voto rosso credo solo nel ‘75: l’antivigilia
liberata Trieste, il voto per i liberali contro del ballottaggio per le comunali di Roma,
l’«apertura a sinistra», la nazionalizzazio- ormai rifondazionista, mi ammonì anco-
ne dell’Enel e quel finocchio criptocomuni- ra, fraternamente, per scarico di coscienza:
sta di Fiorentino Sullo che, facendosi beffe «Dio ti vede, Fini no».
del diritto romano, voleva soffiarci il do- La gerarchia «Dio, Patria, Famiglia» era
minium usque ad infera sulla casa appena turbata da una grave incertezza etica sulla
comprata con tanti sacrifici. debita precedenza tra i primi due termini:
La transizione da affittuari a proprietari il che, con una certa esperienza, consentiva
culminò col nuovo rito dell’acquisto setti- non poche trasgressioni giocandoli uno contro
manale del Borghese (cominciai ad apprez- l’altro. Alla Patria, cioè allo Stato, dovevamo
zarlo dopo la pubertà, per via dell’imman- il rango sociale (e mio padre anche la rivin- 195
RIGHT OR LEFT, MY COUNTRY

cita del primogenito escluso dalla «bottega» universitario che costituiva il vero movente
avita). Ma Dio, ossia la Chiesa, teneva in della delazione. Anzi, proprio in quell’occa-
terra le chiavi della sessualità e in cielo quelle sione toccai con mano che non era questio-
della vita eterna. Ne derivarono trasgressioni ne di fede politica, ma di dignità e di spina
dannunziane, ansiose autodenunce all’oc- dorsale: il più tiepido fu il liberaldemocra-
chiuta e tollerante polizia ecclesiastica, una tico, e il più deciso a difendere il «fascista»
punta di satanismo carducciano, e l’ultimo fu un grande gentiluomo della sinistra indi-
vezzo di dare allo Stato l’8 per mille (bi- pendente (che indipendente lo era sul serio e
lanciato dall’indicazione coniugale per la da tutto, salvo che dall’eterno femminino:
Chiesa cattolica). In Opium, Jean Cocteau oh gran bontà dei cavalieri antiqui!).
racconta di un’infermiera che tutti chiama- In via degli Scipioni si fronteggiarono a lungo
vano «la boche» sol perché, rimasta nel ‘14 le sedi di Ordine nuovo e dell’Anpi. Varcai
in territorio occupato dai tedeschi, si ostina- entrambe le soglie, in tempi diversi e non so-
va a negare di aver visto bambini con le ma- spetti, e solo dai vecchi partigiani mi sentii un
ni mozzate dall’Unno. Da anni un amico po’ a casa mia. Come non scrivere su una ri-
mi ammonisce che una vox populi mi vuole vista che si chiamava Patria indipendente? E
«comunista», mettendola in conto alla «stra- i contributi riguardarono una storia obiettiva
nezza» del carattere e al «machiavellismo» delle Forze armate della Rsi, una della Mili-
imputatomi. Una scommessa studentesca sul zia volontaria e un’appassionata difesa del
mio voto al ballottaggio Fini-Rutelli si con- valore nazionale e non antifascista della Resi-
cluse fifty-fifty. stenza italiana, l’unica in Europa occidentale
Infatti neanche a me è poi andata troppo che abbia davvero combattuto contro il seco-
male sotto il regime dei «rossi». A parte il lare nemico. Una sera dissi ad alcuni che io lo
famigerato veterostalinismo di Limes, le sapevo il vero motivo per cui erano andati in
uniche censure comminatemi sono state montagna: «Perché siete dei ragazzacci». Loro
paraecclesiastiche. La prima, durante il si guardarono, poi uno per tutti mi decorò
ritiro spirituale per la Prima Comunione, toccandomi la spalla: «Questo è “a posto”».
consisté in vaghi accenni alla dannazione (L’altra decorazione della mia vita fu quando
quando, consigliato a leggere Il Vittorioso un collega più giovane, socialista, mi disse:
e L’Intrepido, osai contrapporgli Il Corrie- «Dicevano che eri di sinistra, ma io lo sentivo
re dei piccoli (non ero laicista, volevo solo che non era vero. Tu sei umano». Feci l’errore
marcare una differenza di classe e cultura di gloriarmene con Baget-Bozzo, e la sua di-
con quel plotone di piccoli teppisti proletari vina risposta mi fece girare le scatole: «Se lo
che non mi facevano giocare a pallone). consideri un valore... »). Al fondo, concepivo
Anche la mia facoltà attraversò indenne gli la «politica» in due sole dimensioni. Una al-
anni «formidabili» issando il drappo rosso ta, la funzione nazionale di governo, per for-
sul pennone. Io non lo feci e non penso che tuna delegata ai grands commis, nonostante
ciò abbia inciso in alcun modo sulle mie le indecenti intromissioni partitocratiche im-
mediocri fortune accademiche. Nel ‘73 ci posteci dalle baionette straniere. L’altra era
fu, è vero, una goffa e controproducente l’autodifesa anticomunista, un male necessa-
«controinformazione» anonima sulle mie rio visto com’era ridotto il paese, ma almeno
tendenze politiche: ma oso sperare di non senza abbassarsi a ludi cartacei e aule sorde e
196 dover solo ad essa l’incarico di assistente grigie. Un po’ come tutti quelli che hanno di
A CHE SERVE L'ITALIA

meglio da fare, non riuscivo a cogliere la dif- lamentare e del sottobosco che costituiva il
ferenza tra i luoghi della democrazia e le as- continuum culturale tra neofascismo e Dc
semblee di condominio (solo col tempo, a for- (mi misero in mano Guénon, che mi intristi-
za di occuparmi di difesa nazionale, riuscii a va: Evola proprio non ce la feci. Tolkien lenì
fare un’eccezione al meno per il parlamento). un poco il rimorso per la morte di mio padre:
Al liceo ero iscritto (ma io mi consideravo chiara regressione all’infanzia determinata
piuttosto arruolato) alla precaria sezione del dal fortissimo rapporto edipico rimosso). Nel
Msi Gianicolense, passando poi all’antagoni- ‘74-’77 (periodo «junghiano-niccian-clau-
sta sezione Monteverde. Nonostante gli incre- sewitziano») mi imbarcai, trascinato da ami-
dibili personaggi che la frequentavano, non ci più ambiziosi, in una bislacca crociata
era già più la stessa degli anni Cinquanta de- per«laicizzare» la Dc trasformandola in «polo
scritta in Una vita violenta. Figuriamoci se democratico», facendo gran conto sull’annun-
allora leggevo Pasolini; ma una volta ero an- ciato «sorpasso» comunista, che nelle mie
dato ad ascoltarlo alla sezione del Pci. Parla- aspettative doveva funzionare da big bang.
va di un viaggio a Mogador, in Marocco: e Ma allora il regime aveva ancora parecchie
non volevo confessarmi che quel finocchio verghe da squagliare e Berlusconi cominciava
m’aveva incantato (i film degli anni Sessanta appena a mettere insieme le sue. Io stesso, nel-
li vidi tutti al cineforum della parrocchia: ov- l’intimo, fui contento della tenuta Dc alle po-
viamente censurarono quello con Guareschi, litiche del ‘76. Era di moda leggere Gramsci e
Visto da destra/visto da sinistra). In realtà Mao Zedong: ma io li leggevo come il prota-
giracchiavo abbastanza, curiosando, attorno gonista di Arancia meccanica leggeva la Bib-
alla sinistra, tanto per conoscere il nemico. A bia. Lui si deliziava di Sodoma e Gomorra,
parte la roccaforte rosso-bianca dei «grattacie- io di quelle versioni consentite e allora osan-
li» di Donna Olimpia (le case popolari co- nate del fascismo «nazional-popolare» (mette-
struite dal fascismo), in un quartiere medio- vo solo un po’ di enfasi sul primo dei due ag-
borghese come Monteverde anni Sessanta il gettivi). Mi dette forza per resistere alla pres-
Pci pigliatutto era insopportabile: lì non c’era sione psicologica del conformismo di sinistra
traccia di cultura operaia, solo perbenismo un acuto commento dei Quaderni ad una
progressista, fatuità americanista e piagnone- superficiale «Postilla» crociana contro la tesi,
ria cattolica. Già incubava i germi dell’ecolo- corrente negli anni Trenta, che «il mondo
gismo, del craxismo, dello snobismo scalfaria- (andasse) a destra». Ovvio, osservava Gram-
no, fino all’inevitabile bagno lustrale del- sci, che il mondo non andava da nessuna
l’oblio, il ritorno all’innocenza neonatale del parte, come credevano solo «gli imbecilli e gli
consumismo forzista. Lo sentivo come una ignavi», ma, appunto, bisognava mandarlo
pena segreta, ma non avevo parole per dirlo: da quella giusta. E alla fine Yu Kung aveva
a Monteverde vedevo un altro segmento del rimosso la montagna. «Ci sarà sempre un
genocidio italiano che Pasolini cantava già partito comunista», ribatté Angelo Magliano
dal Prenestino (il matrimonio volle che anni alla mia tesi che bisognava distruggerlo per li-
dopo lo seguissi anche in quel quartiere: ma si berare l’Italia dal Novecento, farla finita in
ripercorrono sempre, ignari, le tappe di un al- un colpo solo con la questione cattolica, la
tro, fino alla sua tomba). Il Sessantotto mi questione fascista, la subalternità agli Usa.
consentì di compiere quasi en touriste una Sarebbe stato meglio anche per loro finire in
breve discesa agli inferi della destra extrapar- piedi, con la dignità delle loro ragioni, anzi- 197
RIGHT OR LEFT, MY COUNTRY

ché farsi svuotare poco a poco da Pannella, la contro me stesso. Nessuno, pensavo, ha il di-
Repubblica e MicroMega, fino a farsi stru- ritto di disprezzare i valori che la sorte gli ha
mento del definitivo genocidio culturale e po- assegnato per connotarlo. Bisogna invece co-
litico della nazione, della liquidazione del- noscerli per riconoscere quelli degli altri. È
l’«azienda Italia» tentata da Cuccia, Ciampi, l’insieme che forma la nazione. Solo la storia
Agnelli e De Benedetti in nome del libero- libera dalla storia, come la natura dalla na-
scambismo dirigista e assistenzialista di Maa- tura. Apprezzavo il dono di Zelig, diventare
stricht. Disprezzavo gli «utili idioti» della ba- il proprio interlocutore. Il voto antinucleare,
se rossa, gli abietti Gunga Din dell’interna- le scemenze su Maastricht, l’abietta propa-
zionalismo occidentalista, che si lasciavano ganda «interventista» e il fatuo pacifismo pa-
sempre più intruppare dietro il pifferaio ma- palino durante la guerra di Bush murarono
gico osannando i valori reazionari e occiden- la solitudine. Affrontai una carica di sbirri
talisti (antinuclearismo, ecologismo, antina- con la retro guardia del leoncavallo, cantai
zionalismo, pacifismo, antimilitarismo, fem- piangendo l’internazionale, bella come l’Inno
minismo). Mi indignavano la pena di morte, dei Battaglioni Emme. «Un pugno di vilissi-
il razzismo, il dipietrismo ante litteram. Un mi traditori» (e tra loro perfino amici di ieri)
volantino del Msi giunse a salutare la visita martellava dal video ed ai giornali strillando
di Nixon a Roma in questo modo: «Take ca- che la patria era finita, che il nuovo ordine
re, Nixon! I Badogliani si preparano a tradir- mondiale e l’Europa avevano ormai salvato
ti!». Nonostante tutto, continuai sempre a le carogne dalla resa dei conti. Qualcosa rug-
dare il voto al Msi bendandomi gli occhi e giva dentro di me: in un lampo mi vidi sfo-
turandomi le orecchie come i compagni di gare l’odio calpestando le rovine della Prima
Ulisse: e lo facevo quasi proprio per sprecarlo, Repubblica. Da qualche parte doveva pur ar-
per negarlo al centrosinistra senza avvantag- dere segretamente un nocciolo irriducibile di
giare troppo il Pci. In un certo senso il mio lungimirante patriottismo. La morte, fisica o
voto era davvero «nostalgia del futuro»: ma civile, sembrò svelarmi uno a uno i veri e si-
non come intendeva Almirante. Solo due vol- lenti patrioti del tempo dell’espiazione nazio-
te potei dare con soddisfazione un voto diver- nale: Mattei, Togliatti, Pasolini, Moro, Paolo
so, «geopolitico»: a Taradash per l’antiproibi- VI, Andreotti. Il Sessantotto italiano fu anche
zionismo e a Sbardella per premiarlo di aver di spiriti weimariani: piaceva la frase di Bre-
votato contro la guerra del Golfo. Il bivio era cht: «Beato il popolo che non ha bisogno di
allora tra l’incipiente craxismo e il «compro- eroi». «Mishima, eroe, sei vivo più di prima»,
messo storico». L’anticomunismo era dunque risposero i giovani neofascisti dopo il gesto del
la carta d’imbarco sul Magic Christian? Il Pasolini nipponico. Fece seppuku nel ‘70,
Psi era la fazione: il mio cuore scelse l’Italia, dopo aver invano arringato le Jieitai (le forze
benché a rappresentarla fossero ancora Dc e di autodifesa giapponesi) a salvare lo spirito
Pci. Occuparmi di difesa nazionale mi con- del Giappone. Ma era lui a tradirlo per pri-
sentì di costeggiare la politica a debita distan- mo usando l’esercito del suo paese per mettere
za da qualsiasi «area» di partito. Ma l’attra- in scena il suo bovarismo. La Prima Repub-
versai in tutti i sensi la mia patria, in tutte le blica fu anche l’«Italia senza eroi» descritta
dimensioni che potevo. Non feci agli altri da Ludovico Garruccio. Ma nonostante ciò
l’insulto della tolleranza, né a me stesso quello non fummo «beati» perché degli eroi restava
198 della conversione. Fu obiezione di coscienza il bisogno.
A CHE SERVE L'ITALIA

LA NOSTRA SICUREZZA
NEL MONDO
BALCANIZZATO di Carlo JEAN

Linee-guida per una politica estera e di difesa coerente


con gli interessi nazionali. A che cosa servono le Forze armate.
Concentriamo le nostre risorse sull’Est e coordiniamo
la Ostpolitik italiana con quella tedesca. La priorità della Nato.

N EL PERIODO BIPOLARE ERANO ABBA-


stanza evidenti sia l’utilità delle Forze armate per l’Italia sia le capacità operative che dove-
vano possedere. Erano altresì chiari i motivi per cui l’Italia dovesse far parte dell’Alleanza
atlantica e partecipare ai tentativi di costruzione di una politica di difesa e al limite di
Forze armate comuni europee. La frammentazione del sistema internazionale sta invece
riproponendo il problema. Ancorché in termini alquanto diversi da quelli esistenti alla fi-
ne degli anni Quaranta-inizi Cinquanta, l’Italia, come tutti gli altri paesi, deve rispondere
ai quesiti: quale sia l’utilità reale del mantenimento delle Forze armate; quale significato
abbiano la Nato e la difesa europea per la sicurezza italiana e quale l’Italia per l’Alleanza e
per l’Europa; quale politica militare adottare; quali capacità operative siano necessarie per
il nostro paese.
Sono problemi tutt’altro che semplici. Finora non hanno trovato risposte esaurienti,
come dimostra il dibattito in corso da più anni ma non concluso sul cosiddetto «nuovo
modello di difesa». Esso è distorto da un vizio di origine. Gli interessi che l’Italia deve per-
seguire in campo internazionale sono trattati in termini astratti e di principio, ponendosi
quasi l’angelico obiettivo di costruire un mondo perfetto.
Dovrebbero invece essere definiti più concretamente, tenendo conto che la perfe-
zione non è di questo mondo e quindi non è della politica. Occorre precisare che cosa
possa e voglia fare l’Italia per proteggere i propri interessi, la propria sicurezza e la propria
prosperità, pur promuovendo la formazione di un sistema internazionale coerente con i
princìpi e i valori dei suoi ordinamenti e della sua civiltà. Insomma il dibattito strategico
va preceduto da un dibattito politico sugli interessi nazionali italiani. 201
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

L’utilità reale della forza militare per l’Italia resta quindi un interrogativo ancora senza
risposta. In questa sede cercheremo se non proprio di dargliela, almeno di riflettere sugli
interessi nazionali di sicurezza e su quali siano i ruoli delle Forze armate per conseguirli.

Una mappatura degli interessi di sicurezza dell’Italia


L’Italia è per peso economico, politico e culturale una media potenza. Alcuni aggiun-
gono «regionale». L’interdipendenza e la globalizzazione dell’economia, dell’informazione
e della tecnologia fanno però sì che una media potenza o è globale, cioè è partecipe del
governo del mondo, o non è media potenza.
L’Italia è membro del G7, ha l’ambizione di partecipare al Consiglio di sicurezza
allargato che ha proposto alle Nazioni Unite e fa parte dell’Alleanza atlantica e del-
l’Unione europea. Quindi gli interessi politici italiani superano il quadro geografico
regionale, anche se la loro intensità diminuisce con la distanza. Tale gradiente non è
lineare. Gli interessi non possono essere delimitati da cerchi concentrici che determina-
no zone in cui hanno un’intensità decrescente. Gli unici parametri oggettivi per indi-
viduarli sono l’intensità dell’interscambio economico e il numero dei cittadini italiani
presenti nelle varie aree. La «mappa degli interessi» economici, politici eccetera è quindi
«a pelle di leopardo».
La «mappa» degli interessi di sicurezza è analoga, anche se ha un andamento
differente. Essa dipende dalle capacità militari disponibili, che a loro volta dipen-
dono da scelte politiche precise. Se i bilanci e la pianificazione militari non saran-
no valutati in termini di capacità operative prodotte e queste ultime in termini di
obiettivi politici cioè di interessi da conseguire, la politica militare rimarrà affidata
sostanzialmente alle decisioni dei ministri finanziari. In Italia è stato quasi sempre
così, non solo perché la divisione ideologica del paese aveva impedito ogni serio di-
battito sugli interessi nazionali e sulla politica di difesa, ma anche perché nel mondo
bipolare la questione non aveva poi molta importanza. Il sistema di sicurezza europea
era basato sull’integrazione delle difese convenzionali con le armi nucleari. Poiché era
convinzione diffusa che non fosse possibile difendersi solo convenzionalmente, quale
che fosse il livello di potenza disponibile, si sarebbe dovuto far ricorso prima o poi
al deus ex machina costituito dalle armi nucleari. Possedere più forze convenzionali
non aveva, quindi, nell’opinione dei più, molta importanza. Si sarebbe ritardato solo
il momento dell’impiego delle armi nucleari. Le Forze armate rappresentavano un
gettone di presenza per poter fruire della garanzia dell’Alleanza o più concretamente
degli Stati Uniti. Quello che sarebbe capitato in caso di aggressione sovietica non po-
teva essere sotto il controllo del governo italiano. Questo era un motivo in più per-
ché i responsabili politici guardassero con sostanziale disinteresse allo stato reale delle
Forze armate. In sostanza, bastava che non dessero troppe grane e non richiedessero
troppi soldi. Tanto, ci avrebbe pensato l’America!
Ora non esistono più minacce militari dirette al territorio italiano, eccetto quella de-
202 rivante dalla proliferazione missilistica e dalle armi di distruzione di massa in paesi del
A CHE SERVE L'ITALIA

Terzo Mondo potenzialmente ostili all’Occidente. Solo il possesso di tali armi potrebbe
metterli in condizione di acquisire una capacità di ricatto politico e una potenza strategica
significative per un paese come il nostro. La guerra del Golfo ha dimostrato che i paesi in
via di sviluppo non possono competere con i megasistemi tecnologici occidentali. I missili
e le armi nucleari svincolano invece la potenza militare dal livello di sviluppo di un paese.
Per contrastare tale minaccia, che quasi sicuramente diventerà una realtà nel primo
decennio del prossimo secolo, l’Italia deve dotarsi di una capacità difensiva e dissuasiva,
cioè offensiva. Non può farlo da sola, ma solo in ambito atlantico o europeo. L’Europa,
anche se avesse una volontà politica comune, non disporrebbe comunque delle capacità
operative e di tutte le tecnologie necessarie. La riduzione dei bilanci europei della difesa fa
prevedere che non ne disporrà neppure nel lungo termine. Ma un programma europeo di
difesa antimissili potrebbe anche dare un poderoso impulso all’unificazione politico-stra-
tegica dell’Europa e avrebbe quindi un’utilità non solo diretta ma anche indiretta.
L’utilità delle Forze armate risulta evidente anche per il recupero di cittadini ita-
liani all’estero, minacciati da conflitti civili locali o presi in ostaggio. Infine, essa è
indiscutibile anche in taluni altri casi marginali, come per contrastare un minamento
terroristico degli accessi ai nostri porti. Negli altri casi, cioè negli interventi all’estero,
cosiddetti di stabilità e di pace, o nelle cosiddette operazioni di polizia internazionale,
termine creato dalla gentile fantasia giuridica nazionale durante la guerra del Golfo
per non impiegare quello più proprio di guerra, l’utilità di disporre e di impiegare la
forza militare è meno evidente. Più che di una necessità si tratta di un optional. Non
si tratta di difendere interessi vitali, ma di andarci ad impicciare degli affari altrui,
beninteso con le migliori intenzioni, in aderenza all’impostazione pacifista dell’art.
11 della costituzione. Ma in sostanza si tratta sempre di andare in un altro paese,
magari proprio per aiutarlo con interventi umanitari, ma pronti a impiegare la forza
sia per autodifesa, sia per disarmare i briganti, sia per impedire a fazioni in lotta di
tagliarsi reciprocamente la gola.
Mentre la difesa degli interessi vitali è talmente naturale da non richiedere nessun
particolare contrasto politico, poiché in ogni caso non ci si può esimere dal farla, gli altri
casi, quelli cioè meno importanti, hanno quasi paradossalmente una maggiore rilevanza
per il dibattito politico interno. Si tratta infatti di confrontare benefici, costi e rischi di
un intervento. Si tratta di decidere anche se, tenendo conto del ruolo che l’Italia intende
svolgere nel mondo o più concretamente nelle istituzioni multinazionali di cui fa parte - il
G7, l’Onu, la Csce, la Nato, l’Unione europea, l’Ueo e così via - il costo politico del non-
intervento sia maggiore o minore di quello di un intervento.
Il problema non è più tecnico-militare, ma è diventato politico e geopolitico. In
questo quadro un paese può anche decidere di non intervenire con le proprie forze,
rifugiandosi caso mai, come hanno fatto tedeschi e giapponesi, dietro discutibili di-
vieti costituzionali d’impiego della forza militare all’estero, e di mantenere il proprio
ruolo internazionale pagando gli interventi altrui. Nulla di male! Lo hanno fatto la
Germania e il Giappone per la guerra del Golfo. Ma se la politica italiana decide
altrimenti, come è avvenuto in passato e come sembra ancor più orientato a fare il
nuovo governo, allora si pone il problema di definire quali capacità operative siano 203
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

necessarie, quanto spendere per la difesa, quale sia il significato delle alleanze, a che
cosa servono le Forze armate. Le Forze armate non sono un valore in sé. Vanno man-
tenute solo se sono utili. Vanno strutturate, equipaggiate ed addestrate in modo da
esserlo. Ma per farlo si deve precisare che cosa si voglia da esse. L’utilità delle Forze
armate nel loro complesso e nelle loro singole componenti non può essere definita
dai vertici della Difesa e tanto meno da quelli militari. Devono definirla i respon-
sabili politici dello Stato. Lo possono fare solo se hanno un’idea abbastanza precisa
e realistica di come funziona la forza militare e quali ne siano le possibilità, le limi-
tazioni tecniche e i condizionamenti. Devono perciò possedere una cultura militare
e una comprensione della natura del sistema internazionale ragionevolmente appro-
fondite. Non devono indulgere a luoghi comuni radicati da cinquant’anni di smili-
tarizzazione e di de nazionalizzazione, in molta della cultura o, meglio, dell’incultura
politico-militare italiana. Occorre tenere costantemente presente quanto diceva Sun
Zu: «La guerra è una cosa seria per la sopravvivenza di una nazione. Comprenderne
meccanismi ed effetti costituisce il primo dovere del reggitore di uno Stato».
Parlare di esercito della salvezza o di brigate umanitarie o della solidarietà internazio-
nale è valido solo come espediente retorico funzionale alla lotta politica interna. Occorre
che lo si faccia ammiccando, per far capire agli interlocutori stranieri che non si fa sul
serio e che si vogliono cose del tutto diverse. Si sarebbe non solo ridicoli, ma si confer-
merebbe anche la nomea dell’inaffidabilità militare e della scarsa volontà degli italiani di
combattere. Piaccia o no, questo non giova all’immagine del paese nel mondo.
Lo si è visto anche recentemente con l’autolesionismo dimostrato dall’Italia con una
normativa tanto limitativa delle esportazioni di armi, da farci quasi escludere dai mercati
mondiali. Si voleva dare il buon esempio, con grande divertimento degli altri Stati espor-
tatori. Il risultato è stato quello di aver rischiato l’esclusione del nostro paese dai consessi
internazionali in cui si regolamenterà l’esportazione di armamenti. Ci siamo entrati solo
per la porta di servizio, per la benevolenza degli Stati Uniti, o più concretamente, per il
fatto che Washington ha ritenuto conveniente appoggiarci, sperando di essere ripagata
con il sostegno italiano alle sue tesi.

Un’idea nazionale della sicurezza


Se l’Italia non cambia cultura politica e non si dota degli strumenti istituzionali per
la gestione degli interventi militari, che ora sono particolarmente carenti a livello gover-
nativo, è meglio che si astenga dal farlo. Per evitare ogni tentazione e pressione da parte
dei nostri alleati tanto varrebbe addirittura eliminare ogni nostra significativa capacità di
intervento e limitare le capacità militari nazionali alla sola difesa del territorio contro le
minacce dirette residue.
Si adotterebbe così una specie di autarchico isolamento dalla comunità internaziona-
le, come d’altronde ha recentemente deciso di fare la Svizzera rinunciando a porre propri
contingenti militari a disposizione dell’Onu. È stata una scelta politica, che ha almeno
204 il merito della coerenza e che è allineata con la decisione di non entrare a far parte del-
A CHE SERVE L'ITALIA

l’Unione europea. Tale scelta sembra però impraticabile per l’Italia. Essendo media po-
tenza è in competizione con gli Stati di uguale peso. Se si rinchiudesse nel suo guscio
verrebbe emarginata, riceverebbe grandi danni o comunque non potrebbe far valere i suoi
valori e princìpi nel mondo.
Ammesso che ciò sia vero, occorre definire l’utilità che hanno per l’Italia gli inter-
venti esterni, i criteri generali che devono determinare la decisione se intervenire o no e
la priorità dei vari interventi. Occorre una grande chiarezza e l’esplicitazione del perché si
effettua un determinato intervento e dei suoi limiti e condizionamenti. Le recenti prese di
posizione dei responsabili della politica estera e di difesa italiani fanno sperare che ci si stia
muovendo sulla buona strada. L’ideale sarebbe poter pervenire a una definizione di criteri
generali cui fare riferimento per le decisioni contingenti riguardanti i vari interventi. Non
solo essi renderebbero più chiare ai nostri alleati le posizioni italiane ma servirebbero an-
che come riferimento per la definizione degli obiettivi di forza e delle priorità della piani-
ficazione militare.
È questo un aspetto che viene spesso ignorato anche nell’ambito delle stesse Forze ar-
mate. Esse, naturalmente, tendono ad autodefinire le proprie missioni e i propri obiettivi,
in funzione delle autopercezioni dei rispettivi ruoli e identità, salvo poi lamentarsi che i
politici non l’abbiano fatto e non abbiano dato le risorse necessarie.
La mancata definizione dell’utilità della forza militare per la politica estera italiana
fa sì che la reale politica militare sia fatta dai ministri finanziari e che, anziché pensare ad
ottimizzare le risorse disponibili per obiettivi politici e quindi limitati, le Forze armate
si propongano spesso obiettivi incompatibili con le allocazioni di bilancio, disperdendo
a pioggia le risorse sui programmi più disparati. Il fenomeno ha negli ultimi vent’anni
assunto proporzioni macroscopiche nell’Esercito e nell’Aeronautica, per cui ci si trova poi
nell’impossibilità di impiegare più di qualche migliaio di uomini sui 200 mila effettivi
dell’Esercito o 4-5 aerei da trasporto medio. Gran parte delle risorse sono state disperse
su una base ampia di reparti e di enti territoriali, destinati alla difesa diretta, ovvero per
l’acquisto e il mantenimento di pressoché inutili cacciabombardieri o aerei da trasporto
leggeri di produzione nazionale.
Beninteso siamo in buona compagnia. La recentissima pianificazione statunitense
denominata Bottom-Up-Review (BUR) è stata redatta senza attendere le decisioni sulla po-
litica estera e sulla strategia nazionale degli Stati Uniti. Il Libro Bianco francese è segnato
dalla discrasia fra il quadro politico-strategico, forse indefinito anche per i differenti orien-
tamenti del presidente della Repubblica e del primo ministro, e la pianificazione delle
Forze armate.
Il problema comunque esiste. La sua soluzione sta divenendo determinante per la
pianificazione delle Forze armate e le conseguenti capacità operative da predisporre.
Il contesto in cui ci si deve muovere è molto diverso da quello della guerra fred-
da. Allora la sicurezza nazionale era assorbita pressoché integralmente nell’ambito
della Nato o per meglio dire della garanzia militare degli Stati Uniti. In caso di attac-
co al territorio i nostri alleati avrebbero concorso poderosamente alla nostra difesa.
Esistevano i piani, che seppur formalmente non automatici, possedevano un’altissima
affidabilità di essere attuati, ad esempio per quanto riguardava l’appoggio aereo e ae- 205
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

ronavale statunitense alla difesa italiana. L’entità della minaccia, i tempi di preavviso
disponibili e l’ampiezza dei settori da presidiare alla frontiera nord orientale erano
determinabili con sufficiente precisione e sulla loro base potevano essere definiti in
ambito più tecnico che politico gli obiettivi di forza a cui tendere. Ora l’«elegante
semplicità» del mondo bipolare è scomparsa. Gli interessi vitali da difendere sono ri-
dotti ai pochi che abbiamo ricordato prima. La coesione delle alleanze e l’affidabilità
del loro intervento si sono erose notevolmente anche se non sono scomparse. Quella
della Nato può ancora ritenersi solida per i compiti previsti dall’articolo 5 del Trat-
tato di Washington, ma non per gli interventi nel «fuori area» o per gli impegni che
potranno derivare dalla partnership for peace. Quella dell’Ueo non ha importanza,
poiché non esiste un’Europa politica e strategica o quanto meno essa non conta. Si
tratta di un’utopia o tutt’al più di una speranza più che di un progetto, nonostante
le gesticolazioni dell’Eurocorpo franco-tedesco, il cui unico effetto concreto è stato
quello di far risfilare dopo cinquant’anni, fra il sollazzo di molti, delle unità Panzer-
grenadier tedesche lungo i Campi Elisi.
Le alleanze organiche si sono trasformate in alleanze a geometria variabile a cui gli
Stati membri partecipano a seconda dei loro interessi e delle loro politiche. Si sono tra-
sformati in serbatoi di forze e di capacità operative e logistiche a cui attingere in caso di
necessità.
Si è quindi confrontati a una triplice incertezza: contro chi, per che cosa e come si
dovrà intervenire; quali sono le forze necessarie per gli interventi; quali saranno gli alleati
con cui agire. Sono veri e propri dilemmi soprattutto per una media potenza per la quale
interventi militari che non siano di entità molto limitata possono essere prevedibili solo
in un contesto multinazionale.
È quindi ineludibile l’esigenza di precisare interessi e obiettivi concreti cioè limitati e
selettivi, da definire in base al livello di risorse allocate alla difesa. Tali interessi e obiettivi
devono essere nazionali, e vanno distinti anche se possono essere complementari e coe-
renti con quelli del sistema internazionale che si desidera o della cosiddetta comunità in-
ternazionale che di fatto non esiste nella realtà. È in questo quadro che va effettuata ogni
riflessione seria nella politica militare, sul significato delle alleanze a cui partecipa l’Italia
e sulla struttura delle Forze armate italiane. A premessa di questo è necessario spendere
qualche parola sui rapporti esistenti fra la forza militare e la diplomazia nel mondo post-
bipolare.

Forza militare e diplomazia


La fine del mondo bipolare ha modificato i concetti di sicurezza e di strategia mili-
tare prima esistenti. Cessa il ruolo del generale guerriero della deterrenza nucleare e della
guerra totale. Riemerge quello clausewitziano del generale diplomatico delle guerre selet-
tive e limitate. Diplomazia o peace-keeping preventivi non sono solo che eleganti espres-
sioni. Esse mascherano il fatto che la presenza e l’uso delle forze non sono più solo mezzo
206 di ultimo ricorso, ma sono divenuti componenti strutturali e costanti della diplomazia
A CHE SERVE L'ITALIA

della force in being come era la Royal Navy, al tempo della pax britannica. La prevenzio-
ne dell’instabilità, delle crisi e dei conflitti richiede l’utilizzazione tempestiva della forza.
Lo si è visto come esempio negativo in Bosnia e come esempio, almeno finora positivo,
in Macedonia. La mancata tempestiva reazione americana all’ammassamento delle forze
irachene sulla frontiera settentrionale del Kuwait è addirittura interpretata da taluni come
prova della volontà di Washington di far scoppiare il conflitto per poter giustificare il suo
intervento e la sua influenza sugli Stati petroliferi del Golfo.
In questo quadro perde in parte valore la usuale quadriripartizione degli interessi (di
sopravvivenza, vitali, importanti, attivi) e la limitazione della politica ad ambiti regionali,
geograficamente limitati. Nessun angolo del mondo è ormai così lontano da poter essere
ignorato. La tecnologia dell’informazione ha reso la terra più piccola e più piena. Con la
guerra fredda è finito il periodo della pace gestibile pacificamente e della sicurezza collet-
tiva credibile. In tutto il mondo è in atto un fenomeno di frammentazione e di balcaniz-
zazione. Rimangono le particolarità e gli interessi nazionali. Le vecchie alleanze vengono
modificate. Si assiste a un grande rimescolamento delle carte del gioco. Sta emergendo
una naturale convergenza fra gli Stati Uniti e la Russia, unici Stati che si affacciano sul-
l’Atlantico e sul Pacifico. Alla tradizionale opposizione fra potenze marittime e continen-
tali, concetto centrale della geopolitica della guerra fredda e della dottrina Truman del
containment, con le sue successive varianti della teoria del domino e di quella del linkage,
sta subentrando un’alleanza fra Mosca e Washington diretta o a contrastare la forza dei
due Rimland, cioè della fascia peninsulare e insulare dell’Europa e dell’Estremo Oriente,
ovvero a raccordare tali quattro componenti in un blocco compatto degli Stati ricchi del
Nord.
Secondo questa interpretazione, il Nord starebbe più o meno consapevolmente adot-
tando una strategia del tipo di quella seguita da Bisanzio e non una del tipo di quella
adottata da Roma. Entrambe sono perdenti, poiché il calo demografico è sempre sinto-
mo di stanchezza storica e quindi di sconfitta per una civiltà. Assimilando gli altri po-
poli Roma aveva accelerato la propria fine, assicurando però la continuità della propria
civiltà. Mantenendo un’apartheid tecnologica e una superiorità militare nei settori critici,
giocando sulle divisioni degli altri popoli e impedendo le immigrazioni nel suo impero
(evitando quindi la costituzione di quinte colonne interne), Bisanzio ha garantito la pro-
pria sopravvivenza per un millennio, crollando solo quando non aveva più uomini da far
combattere.
L’intero mondo industrializzato deve fare una scelta fra tali opzioni. La politica di
interventi all’estero e la valutazione costi/benefici di ciascun intervento dipenderanno
proprio da essa. La scelta è particolarmente importante per l’Italia, collocata nella zona
di frattura fra il Nord e il Sud e che partecipa alle alleanze del Nord, che non hanno
la coesione dell’impero bizantino, ma sono costituite da Stati-nazione aventi interessi e
percezioni differenti e talvolta divergenti, almeno potenzialmente. La peculiarità geopoli-
tica italiana, di essere uno Stato al tempo stesso continentale e mediterraneo, nonché so-
stanzialmente mercantile, forte economicamente ma debole militarmente, membro delle
principali alleanze del mondo industrializzato, costituisce il riferimento per definire l’uti-
lità e il ruolo della forza militare nel nostro paese. 207
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

Comunque sia e proprio il rapporto costi/benefici dei vari interventi e non l’im-
portanza relativa agli obiettivi che sta divenendo il criterio-guida secondo cui deci-
dere se intervenire o no, oltre che beninteso la possibilità di definire precisi obiettivi
politici e militari, la fattibilità tecnica del raggiungimento di tali obiettivi e l’indivi-
duazione del cosiddetto «criterio di vittoria», cioè quando ci si possa disimpegnare
perché il compito è stato assolto o quanto meno affermare di aver vinto o di aver
fallito. Ad esempio, mentre l’intervento in Albania è stato sicuramente un successo, è
discutibile se quello in Somalia sia stato tale. Sicuramente lo è stato all’interno, come
si è visto quando l’intero popolo si è stretto attorno all’Esercito dopo l’agguato a Mo-
gadiscio del 2 luglio.
All’estero non si può affermare altrettanto, poiché si è consolidato il giudizio nega-
tivo sull’affidabilità politica e militare dell’Italia e sulla sua volontà di combattere. Sono
fatti che i responsabili politici e militari e i settori più consapevoli dell’opinione pub-
blica (quelli che non si fanno prendere in giro dai discorsi sui «massimi sistemi») do-
vrebbero serenamente approfondire. Per quanto riguarda l’Italia è evidente che il nostro
paese debba essere in grado di definire interessi, obiettivi e politiche per conseguirli e di
gestire crisi, emergenze e conflitti limitati. Per far questo occorre una riforma istituzio-
nale che riguardi i settori sia della progettazione sia della gestione della politica estera e
militare e un recupero della cultura politica circa l’utilizzazione della forza militare nelle
relazioni internazionali. Se entrambe tali premesse non potranno essere realizzate, sarà
preferibile astenersi dall’intervenire, per non rischiare disastri e non ridursi al semplice
ruolo di portatori d’acqua a favore di alleati più potenti e più consapevoli dei propri
interessi e obiettivi.
A questo punto è necessaria una riflessione sulla reale utilità per l’Italia delle varie
alleanze e istituzioni internazionali cui partecipa. Essa è strettamente collegata con quella
dell’importanza e del significato dell’Italia per tali alleanze e istituzioni.

A che cosa servono la Nato e l’Europa strategica all’Italia e viceversa


La minaccia da sud non è un principio organizzativo della sicurezza occidentale, e
quindi italiana, come lo era quella del Patto di Varsavia. Il Sud è in realtà solo un’espres-
sione geografica. Politicamente e strategicamente significa poco, perché non è né unifi-
cato né unificabile. Panconcetti come quello dell’«arco della crisi» di Brzezinski e dello
«scontro di civiltà» di Huntington potranno avere tale funzione solo se il Nord supererà
le sue divisioni (sistema di sicurezza da Vancouver a Vladivostok o a Tokyo) e se l’azione
convergente della balcanizzazione, della proliferazione e del fondamentalismo consentirà
l’emergere di princìpi unificatori del Sud. È evidente che il Nord avrà tutto l’interesse ad
impedire l’unificazione del Sud con interventi selettivi non militari e, in casi eccezionali,
anche militari, per sostenere i propri alleati e per mantenere lo status quo e la divisione del
Sud. Il principio del diritto-dovere d’ingerenza a scopi umanitari è estremamente funzio-
nale a tale obiettivo. Esso non è derivato solo da nobili propositi etici o dall’incestuoso
208 connubio tra l’effetto dei media e la cattiva coscienza del mondo industrializzato, ma an-
A CHE SERVE L'ITALIA

che dall’esigenza di contenere gli effetti dei fallimenti della decolonizzazione, dello svilup-
po e della democratizzazione soprattutto nel continente africano.
In assenza di una precisa minaccia, il Nord non può unificarsi né politicamente
né strategicamente. Le varie sintesi politiche in esso esistenti, cioè gli Stati ancorché
indeboliti rispetto al passato sia dall’alto, cioè da organizzazioni multinazionali, come
l’Onu e la Csce, o sovrannazionali come l’Unione europea (Ue); sia trasversalmente,
dalla globalizzazione dell’economia, della finanza e dell’informazione; sia dal basso, dai
tribalismi, localismi e regionalismi vari - hanno interessi nazionali specifici, in parte
sovrapposti ma non completamente identici né sempre convergenti. Le alleanze pos-
sibili non sono più organiche, come era ed è tuttora la Nato limitatamente ai compi-
ti connessi con l’articolo 5 del Trattato di Washington. Saranno di tipo tradizionale,
a geometria variabile. Il perseguimento di interessi nazionali costituirà comunque un
prius rispetto all’azione collettiva. Gli interventi beninteso saranno sempre giustificati
in nome di princìpi universali e astratti. Ciascuno Stato agirà per tutelare la propria vi-
sione delle cose in funzione dei condizionamenti che ha e degli obiettivi che si è posto.
Essi possono consistere anche nel rafforzamento della propria immagine e del proprio
ruolo internazionali, come ha fatto l’Italia a Beirut, in Somalia o in Mozambico o per
perseguire obiettivi indiretti, come aveva fatto Cavour impegnando più di un quarto
dell’Armata sarda nella guerra di Crimea e inviando una fregata nel Mare Arabico per
crearsi benemerenze presso la Marina britannica.
Con la fine della guerra fredda la sicurezza dell’Europa si è trasformata da in-
divisibile in divisibile. Questo spiega la proliferazione delle istituzioni preposte alla
sicurezza europea e l’emergere di sistemi di sicurezza subregionali. In questo contesto
l’Italia, che ha dimensioni sia centro-europee che mediterranee, sarà chiamata non
solo a definire i propri interessi, ma anche a scegliere i propri alleati preferenziali
sul continente e nel Mediterraneo. Il periodo della guerra fredda era stato fortunato.
Tale problema non esisteva, dato che gli Stati Uniti erano la principale potenza sia
continentale in Europa sia marittima nel Mediterraneo. Essi garantivano la sicurezza
italiana. L’importanza per gli Usa della dimensione mediterranea aumentava il «peso»
dell’Italia consentendole di avere in Europa un ruolo paritario con quello delle altre
potenze europee. L’Italia disponeva allora di una vera e propria rendita di posizione
geostrategica, che aveva saputo sfruttare con abilità, utilizzando ogni qualvolta possi-
bile le «nicchie» disponibili per una sua politica autonoma. Ora le cose sono cambia-
te sia per la scomparsa della minaccia sovietica sia per l’unificazione della Germania,
che costituisce un polo di attrazione per la Padania e soprattutto per la Lombardia e
le regioni nord-orientali. A questo si è unita la diminuzione della presenza e dell’im-
pegno americani in Centro-Europa. Si rischia una divaricazione, soprattutto perché
gli Stati Uniti sembrano sempre più orientati all’unilateralismo che al multipolari-
smo, fatto peraltro esistente già prima nel Mediterraneo data la loro preminenza stra-
tegica, politica ed economica. In Europa d’altronde sta affermandosi la tendenza o ad
un’integrazione polarizzata attorno alla Germania o alla costituzione di un direttorio
franco-tedesco o franco-britannico-tedesco che ci renderebbe difficile non solo in-
fluire sul destino dell’Europa ma anche proteggere i nostri interessi. 209
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

Mentre dal punto di vista puramente economico disponiamo di una certa libertà
d’azione, sotto il profilo politico, che richiede come si è visto un’integrazione diplomati-
co-militare, dobbiamo fare i conti con la presenza americana, che finirebbe per porre ogni
nostra iniziativa in posizione subordinata. Non ha quindi significato pensare di contare di
più nel Mediterraneo per aumentare il nostro peso in Europa. Gli stessi interventi devono
essere limitati al minimo, per non subordinare i nostri interessi a quelli del nostro princi-
pale alleato. È logico che la nostra partecipazione debba essere più rilevante ove esista un
nostro interesse vitale, ad esempio nel caso dell’antiproliferazione. Anche allora però oc-
correrà valutare accuratamente se non sia più opportuno per noi stare a guardare, appog-
giando i nostri alleati solo indirettamente. Dalla loro azione comunque trarremo benefici
senza doverne sopportare i relativi costi e rischi.
In Europa centro-orientale e nell’ex Unione Sovietica le prospettive sono più fa-
vorevoli, nonostante la massiccia presenza tedesca. Poiché non possiamo comunque
contrastarla, sarà inevitabile allearsi con essa. Per questo motivo l’iniziativa Nato del-
la partnership for peace dovrebbe suscitare in Italia maggiore impegno e interesse
di quanto sia avvenuto sinora. La Russia sta riprendendo, nel Caucaso e nell’Asia
centrale, il controllo del vecchio impero zarista. Lo sfruttamento del petrolio del Ka-
zakistan e del gas del Turkmenistan dipenderà molto più da accordi con la Russia
che con la Turchia. In sostanza, il missionarismo, l’ecumenismo e il terzomondismo
italiani ci attirano verso il Sud, mentre la ragione delle nostre ridotte risorse econo-
miche e militari ci porta verso l’Est e a un accordo generale con la Germania, pur
mantenendo finché possibile la presenza equilibratrice degli Stati Uniti sia in Europa
che nel Mediterraneo.
Dobbiamo essere consapevoli che potremo tutelare i nostri interessi solo se avremo la
capacità di farlo. Nulla può più essere dato per certo o per acquisito. Da semplice premio
di assicurazione o gettone di presenza per partecipare all’alleanza e fruire della garanzia
americana, le somme spese nel bilancio della Difesa stanno divenendo un investimento
più direttamente utilizzabile dalla politica nazionale.
Come ogni investimento anche quello nel campo della sicurezza deve essere selettivo,
cioè finalizzato a garantire dei vantaggi competitivi politici ed economici. Non deve tra-
dursi in una dispersione delle nostre risorse nella funzione statica di garantire all’Europa
centrale la protezione del suo fianco meridionale dalla instabilità del Mediterraneo. Non
devono essere neppure disperse correndo dietro alle utopie di un primato italiano che non
è mai esistito. Ne deriverebbe un onere per il nostro paese a cui non corrisponderebbe al-
cun vantaggio significativo.
Se, con la logica dell’Europa a due velocità e del direttorio franco-britannico-
tedesco, siamo esclusi di fatto dal governo dell’Europa, o se gli altri partner cedessero
alla tentazione di volerci far pagare la carta della difesa al Sud per poter continuare a
stare paritariamente in Europa, non resterebbe all’Italia che riconsiderare il suo ruo-
lo europeo, appoggiandosi agli Stati Uniti e alla Russia, ed eventualmente alla sola
Germania, contrastando un’ormai anacronistica politica agricola comune e preten-
dendo che le somme versate a Bruxelles rientrino interamente in Italia. Non pos-
210 siamo permettere che l’Italia serva all’Europa senza che quest’ultima serva all’Italia.
A CHE SERVE L'ITALIA

In questo contesto appare del tutto discutibile l’obiettivo di partecipare al governo


del mondo, cercando di entrare a far parte di un Consiglio di sicurezza allargato. Il
prezzo che dovremmo pagare - lo abbiamo già incominciato a fare con gli oltre mille
miliardi spesi in Somalia, in Mozambico eccetera - è troppo elevato non solo rispetto
ai vantaggi che ne potremmo trarre, ma anche rispetto alla scarsa probabilità di po-
ter conseguire tale obiettivo. Molto più determinante è il rafforzamento della nostra
posizione nel G7, destinato prima o poi a divenire G8 con l’entrata della Russia. Nei
riguardi di quest’ultima e subordinatamente all’Ucraina dovrebbe essere rivolto ogni
possibile sforzo di cooperazione economica, militare e politica. Per quanto riguarda
la politica estera e di sicurezza comune europea (Pesc), appare del tutto corretta, nel
breve periodo, la posizione assunta dall’Italia di subordinarla al mantenimento per
quanto possibile di una presenza americana, anche essa divenuta episodica. L’Italia
deve continuare a giocare la carta americana nei riguardi ed eventualmente contro
l’Europa. Non è vero che gli interessi nazionali italiani siano stati assorbiti da quelli
europei come è stato pomposamente annunciato di recente da responsabili politici,
che non avevano alcun senso del ridicolo e che tutt’al più suscitano la tenerezza dei
miliziani della Repubblica sociale italiana che, di fronte al plotone d’esecuzione, gri-
davano «Viva l’Europa!».
La cultura politica italiana deve abituarsi a considerare le istituzioni multilate-
rali per quelle che sono: non un modo per realizzare un accordo perfetto o princìpi
astratti, ma uno strumento per affermare nel modo migliore e più economico gli in-
teressi nazionali. In tale contesto, la forza aeromarittima e quella di intervento rapido
congiunta italo-franco-spagnola per il Mediterraneo non devono essere sopravvaluta-
te. Non solo nel breve, ma anche nel medio periodo gli Stati Uniti rimarranno il no-
stro alleato principale nel Mediterraneo, specie ora che, con l’entrata di altri quattro
membri, l’Europa subirà un’inevitabile ulteriore attrazione verso il Nord-Est. È per
questo che la Nato rimarrà fondamentale per la sicurezza italiana e per il suo collega-
mento con il Centro-Europa. La Nato è divenuta la metafora dei rapporti euroame-
ricani. Qualsiasi iniziativa di difesa europea che possa indebolire la Nato deve essere
contrastata dall’Italia.
Se l’Europa rimane essenziale per il nostro sviluppo economico, la priorità del-
la nostra sicurezza sta nella Nato. Nelle condizioni attuali di un’Europa della difesa
troppo polarizzata sull’asse franco-tedesco, un’integrazione militare europea sareb-
be contraria ai nostri interessi. Rischierebbe di trasformarci in una zona-cuscinetto
per la protezione dell’Europa centro-settentrionale. L’Italia servirebbe all’Europa, ma
l’Europa in questo settore non servirebbe all’Italia. Alla Nato, cioè agli Stati Uniti,
l’Italia servirebbe sia per la posizione geostrategica nel Mediterraneo che come ap-
pendice dell’Alleanza verso il Nord africa. Riceverebbe però benefici ben precisi dal-
l’Alleanza, in termini sia di apporti diretti ben superiori a quelli europei, sia di colle-
gamento con il Centro-Europa. Evidentemente esiste la possibilità che gli Stati Uniti
spostino il loro interesse strategico più ad est, nella Turchia e nell’Egitto, o si ritirino
dal Mediterraneo e dall’Europa. Entrambi tali scenari sembrano poco probabili. Però
occorre prepararsi ad essi. 211
LA NOSTRA SICUREZZA NEL MONDO BALCANIZZATO

Considerazioni conclusive: sopravvivere anche senza gli americani


L’unico modo per contare di più in Europa e per proteggere meglio i nostri interessi
appare quello di puntare ancora più ad est, sulla Russia, sull’Ucraina e sulla Turchia, coor-
dinando la nostra politica con quella tedesca.
L’Europa potrebbe servire alla sicurezza italiana solo se il nostro paese, contando
maggiormente ad Est, aumenterà la sua importanza per la Germania rendendo possibile
un coordinamento politico fra Berlino e Roma. Esso si integrerebbe in Europa allo stesso
modo con cui «l’asse» Parigi-Bonn tende ora ad escluderci e a marginalizzarci.
è in vista di tale possibilità che l’Italia dovrebbe dedicare ogni possibile risorsa all’Est
europeo, all’Ucraina e alla Russia per aumentare il suo peso sia nella Nato sia nell’Europa
che emergerà da un eventuale ritiro militare statunitense e che sarà sicuramente diversa sia
dall’attuale che da quella delineata nel Trattato di Maastricht.

212
A CHE SERVE L'ITALIA

DOVE STANNO
I NOSTRI INTERESSI
ECONOMICI di Patrizio BIANCHI

L’Europa è la principale direttrice geopolitica dei nostri


investimenti, ma il ‘modello Maastricht’ non basta più.
L’espansione verso l’Est. Perché è importante tenere la ‘testa’
delle nostre industrie in Italia, diramandone il ‘corpo’ all’estero.

D OVE STANNO GLI INTERESSI ITALIANI,


oggi, nel mondo? La domanda è legittima perché una politica estera che afferma di non
avere interessi è spesso una politica dagli interessi indicibili. Non di meno, in un’epoca di
globalizzazione dell’economia è sempre più difficile avere una visione unitaria degli inte-
ressi di un paese, proprio perché il processo di integrazione economica a livello continen-
tale, ed ora anche mondiale, moltiplica gli interessi in gioco e divarica, all’interno di uno
stesso paese, gli interessi dei diversi gruppi economici.
In una fase di rapida apertura al commercio internazionale, ad esempio, le imprese
locali che servivano essenzialmente il mercato interno possono trovare molte difficoltà nel
confronto internazionale, e pertanto per loro l’apertura internazionale sarà vista soprattut-
to in termini di invasione di prodotti stranieri. Per le imprese invece in grado di esportare,
l’apertura sarà una grande opportunità, che comporterà un cambiamento sostanziale nel-
le loro prospettive di crescita e quindi anche nel loro peso «politico» interno. Così ogni
apertura viene accompagnata da una spaccatura interna tra coloro che ritengono di per-
dere peso economico ma anche politico e quanti ritengono invece di migliorare le proprie
posizioni. E siccome ogni apertura economica diventa anche un notevole stravolgimento
delle posizioni di forza dei gruppi economici interni ad un paese, si creano tendenze a re-
sistere al cambiamento e spinte a favore di un’accelerazione nel cambiamento (184). 213
DOVE STANNO I NOSTRI INTERESSI ECONOMICI

Diventa pertanto sempre più arduo parlare di un paese come di un tutto uni-
tario, usando ad esempio la metafora dell’«Azienda Italia», e nel contempo diventa
sempre più difficile che il governo nazionale possa compensare i perdenti con sussidi
alla loro sopravvivenza.
In un mondo sempre più integrato pertanto si giocano contemporaneamente di-
versi giochi e per un paese come l’Italia sarebbe pericoloso ridurre l’interesse del paese
alla sola difesa degli interessi attuali, misurata ad esempio in termini di esportazioni
o di investimenti diretti.
Questo non significa affatto che non sia possibile identificare dove stiano i no-
stri interessi economici all’estero e in particolare dove sia necessario un intervento di
salvaguardia di tali interessi. Significa invece che bisogna avere una visione fortemen-
te strategica dei comportamenti collettivi e significa mettersi in grado di delineare
possibili scenari evolutivi in cui questa azione collettiva si potrà svolgere, così da ri-
durre l’incertezza per le imprese che decidono di riconoscersi negli interessi di questo
paese.

A che ci serve l’Europa


Dove stanno allora i nostri interessi? Che si voglia o no i nostri interessi stanno
innanzitutto in Europa. L’Europa ha rappresentato negli ultimi dieci anni metà del
nostro interscambio internazionale, sia in uscita che in entrata. Essa rappresenta lo
zoccolo duro della nostra internazionalizzazione, e quindi si tratta dell’interscambio
meno soggetto a fluttuazioni.
Si ricordi ad esempio che in termini di numeri si tratta di metà circa delle im-
portazioni e delle esportazioni, metà degli investimenti diretti all’estero o dall’estero,
metà delle operazioni di fusione e acquisizione internazionali che hanno coinvolto le
imprese italiane.
Nel periodo gennaio-maggio 1994 gli acquisti italiani all’interno dell’Unione
europea ammontano a 60 mila miliardi di lire e 64 mila miliardi di cessioni, contro
48 mila miliardi di importazioni da paesi esterni alla Ue e 56 mila miliardi di espor-
tazioni al di fuori della Ue.
In termini di investimenti diretti all’estero, nel periodo 1986-1993 il 49,2% del-
le operazioni si dirige verso paesi della Ue, ma con una forte spinta negli ultimi anni
verso i paesi ex socialisti. In termini di acquisizioni italiane all’estero invece resta,
oltre alla Ue, una forte presenza negli Stati Uniti. Si ponga attenzione a questi ulti-
mi due aspetti: aumentano gli investimenti diretti in un’area in forte trasformazione,
l’Europa dell’Est, dove - nonostante i fallimenti recenti - restano grosse aspettative
e dove del resto è stato possibile investire anche in questo ultimo anno in cui la no-
stra moneta si è svalutata, rendendo più difficile investire in paesi a moneta forte
(185). Le acquisizioni invece si fanno laddove vi sono capacità tecniche da acquista-
re e quindi nonostante tutto si investe nei paesi tecnicamente ed economicamente
214 avanzati (186).
A CHE SERVE L'ITALIA

Tabella 1. Nuove partecipazioni dirette dell’industria italiana all’estero nel biennio


1992-1993, per paese ed area geografica dell’impresa partecipata

Totale partecipazioni Partecipazioni di controllo


Imprese Addetti Imprese Addetti
n. % n. % n. % n. %
Polonia 17 5,0 23.993 17,7 14 6,1 23.545 23,2
Francia 43 12,5 23.880 17,6 36 15,7 22.373 22,1
Romania 8 2,3 11.440 8,4 6 2,6 11.370 11,2
Germania 22 6,4 7.203 5,3 19 8,3 6.383 6,3
Spagna 28 8,2 7.069 5,2 22 9,6 5.863 5,8
Russia 27 7,9 6.202 4,6 6 2,6 1.007 1,0
Usa 29 8,5 5.839 4,3 24 10,5 4.699 4,6
Brasile 6 1,7 5.780 4,3 4 1,7 5.740 5,7
Albania 4 1,2 5.500 4,1 1 0,4 100 0,1
Svizzera 6 1,7 5.250 3,9 4 1,7 150 0,1
Ungheria 8 2,3 5.170 3,8 6 2,6 3.120 3,1
Giappone 4 1,2 252 0,2 0 0,0 0 0,0
Altri paesi 141 41,1 28.013 20,7 87 38,0 17.082 16,8
Europa Occidentale 143 41,7 52.960 39,1 116 50,7 41.451 40,9
- di cui Ue e 12 132 38,5 47.280 34,9 110 48,0 41.231 40,6
Nord America 32 9,3 9.139 6,7 26 11,4 7.399 7,3
America Latina 24 7,0 8.053 5,9 13 5,7 6.843 6,7
Europa dell'Est e Ex Urs 93 27,1 58.532 43,2 54 23,6 42.549 41,9
Estremo Oriente 25 7,3 2.682 2.0 7 3,1 450 0.4
Altri paese asiatici e Oceania 26 7,6 4.225 3,1 13 5,7 2.740 2,7

Totale 343 100,0 135.591 100,0 229 100,0 101.432 100,0

Ma al di là di questo l’Unione europea resta il luogo in cui si definiscono le regole a


cui, nel bene e nel male, le nostre imprese si debbono attenere; non solo il presidio, ma
un’attiva partecipazione nella gestione della macchina comunitaria è il primo atto di po-
litica «estera» che l’industria italiana richiede. In questo caso, la parola «estera» dovrebbe
essere sostituita da «interna», perché gli affari comunitari dovrebbero essere intesi come
parte ordinaria dell’amministrazione italiana. Purtroppo è evidente che tuttora questo
non avviene e c’è bisogno di un’azione strategica per capire quale ruolo giocare in Europa,
nei fatti e non solo nelle dichiarazioni. Bisogna ricordare infatti che, per un lungo periodo
di tempo, pressoché tutte le leggi di incentivazione industriale italiane sono state in con-
tenzioso con la Cee, proprio perché non pensate come azioni nell’ambito comunitario ma 215
DOVE STANNO I NOSTRI INTERESSI ECONOMICI

come fatti interni semplicemente sottoposti ad un vincolo esterno. Egualmente, i fondi


per le aree meno favorite sono stati malamente utilizzati dalle regioni italiane, che trova-
vano più conveniente rivolgersi al governo italiano che sottoporsi ai controlli di Bruxelles.
In questa fase di crisi dell’Unione europea sarebbe un grave errore non ritenere che
qui si trova ancora il centro dei nostri interessi, così come sarebbe sbagliato ritenere che
il destino dell’Europa possa essere legato al solo raggiungimento dell’unione monetaria,
evidentemente crollata sotto il peso delle differenze ancora esistenti tra i paesi europei.
Questo ultimo punto è cruciale. Anche per le attività industriali ormai ci sono di-
mensioni minime, che sono necessarie per raggiungere l’efficienza: per le piccole e medie
imprese italiane ragionare almeno sulla dimensione europea è lo strumento necessario per
identificare un livello di specializzazione tale da permettere loro di competere a livello in-
ternazionale. Nelle attività di ricerca neppure Francia e Germania possono più ragionare
da sole e la linea intrapresa, sia pure tra molte difficoltà, dalla Commissione, è quella di
promuovere programmi di innovazione che si basino sulla creazione di reti transnazionali
di imprese e di centri universitari e di ricerca; questa è la base per una politica industriale
che superi il vecchio metodo basato su incentivi diretti o indiretti per far sopravvivere le
imprese italiane, ritenute fatalmente più deboli di quelle di altri paesi.
La nuova frontiera dell’internazionalizzazione delle nostre imprese implica però che
esse, anche se piccole, si ripensino a loro volta come reti transnazionali, come struttu-
re che organizzano attività di produzione e di distribuzione sparse per il mondo. Senza
dubbio oggi nel mondo fa moda il caso Benetton, che di fatto è ormai un’organizzazione
logistica che gestisce due reti, l’una che organizza produttori sparsi nei quattro continen-
ti, l’altra che gestisce negozi nei quattro continenti, ma tiene saldamente al centro, cioè
in Italia, il controllo dei fattori determinanti lo sviluppo del sistema e in particolare gli
elementi di controllo del mercato, cioè la progettazione del prodotto, la sua industrializ-
zazione, la pubblicità, il controllo della finanza, la logistica. Egualmente, la Fiat può ge-
stire una gamma di prodotti italiani, in parte costruiti in Polonia, in parte in Sudamerica,
proprio perché mantiene qui in Italia una propria identificazione nella testa del sistema:
ricerca, finanza, industrializzazione, controllo del mercato nel suo insieme. Nella stessa lo-
gica molte piccole imprese oggi stanno tentando operazioni di internazionalizzazione, at-
traverso investimenti diretti o accordi con operatori presenti in paesi diversi, nel tentativo
di produrre in paesi a minore costo del lavoro beni di consumo per paesi ricchi. Ciò vale
anche per imprese di grande dimensione che producono parti e componenti elettroniche
nell’Estremo Oriente, ove ormai vi è una forte specializzazione su taluni prodotti elettro-
nici di massa.
Stiamo vivendo una fase di forti mutamenti e settori solo pochi anni fa chiaramente
identificabili in termini nazionali ora sono del tutto internazionalizzati, con una netta ge-
rarchia di attività tra paesi. Si pensi ad esempio ad un settore come quello dei giocattoli,
che in pochissimo tempo è diventato fortemente internazionalizzato, con poche, grandis-
sime imprese distributrici che operano a livello mondiale (Fisher Price, Little Tikes, Mat-
tel), tenendo la testa negli Stati Uniti, ove si svolge la ricerca sui materiali, la progettazione
sui prodotti, si gestisce lo sviluppo di mercato, ma producendo sempre di più in Cina e
216 negli altri paesi estremo-orientali. Si pensi al settore, fino a poco tempo fa «italiano», del-
A CHE SERVE L'ITALIA

l’abbigliamento e delle calzature sportive, oggi dominato da grandi distributori americani


e giapponesi, con produzioni nel Far East e in alcuni paesi dell’Europa orientale, ma con
ricerca, progettazione, controllo del mercato saldamente nei paesi di origine. Del resto si
pensi quanto rapidamente un paese come la Cina ha raggiunto la capacità di produrre
secondo gli standard internazionali o si consideri per altro la quantità di ricerca e innova-
zione contenuta non tanto in un personal computer ma in un paio di scarpe per atletica
o in una giacca a vento per alpinismo, per avere un’idea, forse vaga, ma impressionante
della rapidità dei cambiamenti in corso.
è bene ricordare che in questo gioco «internazionalizzazione» non significa diventare
mercanti levantini, perché la capacità di giocare globalmente si basa sulla capacità di ag-
giungere un valore proprio ad attività che possono anche essere realizzate da altri o che
comunque sono realizzate in paesi diversi. Ora, il valore aggiunto più importante è pro-
prio la garanzia che si offre al cliente, la certezza dei contenuti qualitativi che si vendono.
Apporre il proprio marchio non è un fatto marginale per speculare un qualche soldo di
passaggio, ma è la prova di una ricerca
propria, di una propria assistenza, di una propria capacità di garantire il cliente diver-
samente dai molti operatori «mordi e fuggi» che si affacciano oggi sul mercato, potendosi
giovare della possibilità di utilizzare condizioni di lavoro spesso disperate.
Ciò vale particolarmente per i beni di investimento, dove si fronteggiano produttori
di qualità - che possono garantire l’investimento realizzato dal cliente - e produttori che
invece tendono a vendere stracciando i prezzi, senza però dare nessuna garanzia, saltellan-
do qua e là da un mercato all’altro. In questo momento si possono fare soldi, e tanti, an-
che facendo operazioni «mordi e fuggi», ma non c’è dubbio che l’interesse del paese non
può basarsi su una visione della nostra industria fondata su un’economia da corsari.
Da ultimo vorrei ricordare che nei paesi più avanzati la frontiera della ricerca indu-
striale si sta spostando molto rapidamente. Ad esempio, negli Stati Uniti molte delle atti-
vità di ricerca sviluppate in ambiente militare, all’epoca del progetto «guerre stellari», stan-
no ora cercando di riversarsi sul mercato civile, sia dei prodotti manufatti che dei servizi.
Il rilancio di investimenti pubblici in reti di comunicazione, dalle autostrade informatiche
dell’amministrazione Clinton alle reti infrastrutturali transeuropee, previste dal Piano De-
lors, non è solo occasione per qualche appalto in più ma è il modo con cui si ridisegnano
le esternalità, cioè i vantaggi ambientali per lo sviluppo. Esserne fuori vuol dire doversi
poi ridurre al ruolo di inseguitori, inseguiti a nostra volta da decine di paesi più arretrati
ma anche più lanciati di noi.

Tenere l’industria in Italia


Ma non basta interrogarsi su dove stiano «storicamente» gli interessi dell’industria
italiana nel mondo. Ritengo necessario in questa nuova fase invertire la domanda: cosa
bisogna fare per mantenere qui, in questo nostro paese, gli interessi strategici dell’industria?
Credo che porsi all’inseguimento dei paesi che possono oggi disporre di un costo del la-
voro più basso sarebbe una follia. Non si tratta più di contrapporsi alla Francia o alla Ger- 217
DOVE STANNO I NOSTRI INTERESSI ECONOMICI

mania, dove le differenze stanno in pochi punti percentuali, ma bisogna confrontarsi con
paesi che hanno un costo del lavoro più basso di decine di punti percentuali, e che pure
hanno capacità di organizzare produzioni a buoni standard produttivi. Non è solo il caso
della Cina e dei «nuovi Giapponi», ma anche quello della Slovenia, appena girato l’ango-
lo. Bisogna ristabilire in Italia la convenienza a ricercare, progettare, formare le persone, a
gestire macchine organizzative che possano spargersi per il mondo. Questo implica tenere
qui anche una parte di manifattura, quella in cui si sviluppano i prodotti più avanzati, le
linee su cui imparare le nuove procedure.
In questo senso una strategia per lo sviluppo industriale del nostro paese deve non
inseguire le situazioni esistenti, sparse e in conflitto tra loro, ma basarsi su una strategia
dell’autorità di governo che dia indirizzo ai comportamenti collettivi, assumendosene poi
la responsabilità di fronte agli elettori. Ciò significa spingere l’industria italiana verso i
segmenti alti della produzione, aumentando il valore aggiunto delle imprese, puntando su
ricerca, finanza, logistica, controllo del mercato. Queste azioni richiedono che le imprese
tra loro e con le istituzioni pubbliche «facciano sistema». Può essere un discorso abusato,
ma nella realtà sembra ancora lontano, perché l’autorità di governo, nei fatti realizzati,
che personalmente non ritengo affatto scarsi, ha dato invece un indirizzo chiaro nel verso
opposto, cioè verso una strategia dominata da azioni individuali sorretta da incentivi fi-
scali, senza vincoli pubblici sull’uso del lavoro e dell’ambiente. Così si spinge l’Italia a una
competitività verso il basso, con una forte dinamica, al margine del sistema industriale, da
parte di microimprese industriali, che entrano ed escono, e un’assoluta stabilità di un pic-
colo gruppo centrale di grandissime imprese fortemente orientate al controllo del merca-
to interno italiano. Una strategia di questo tipo non ha alcuna prospettiva internazionale,
se non legata alla difesa di specifici interessi di questa o di quell’azienda. Una prospettiva
basata sul mutamento strutturale invece richiede innanzitutto un’Europa più forte e le-
gittimata, perché ricerca, finanza, produzioni avanzate, controllo del mercato richiedono
la ricerca di partner internazionali stabili, regole certe almeno a livello continentale, la
possibilità di promuovere grandi progetti infrastrutturali, quindi una dimensione almeno
europea. In questo senso noi finora - né prima né adesso - non stiamo cogliendo tutte le
opportunità implicite nella creazione dell’Unione europea, ma stiamo solo tentando di
contare di più misurandone gli effetti sui sussidi di ritorno da Bruxelles, secondo la vec-
chia, banale contabilità introdotta dalla signora Thatcher.
Certamente questa idea di Europa implica che l’Unione europea non sia solo un’en-
tità economica, ma assuma responsabilità politiche chiare nei confronti delle aree di crisi
che la attorniano, dai paesi dell’Est al Nordafrica. Questo implica una chiara azione di go-
verno, passando ad un europeismo di fatto e non solo di facciata, di cui le imprese italiane
non potranno che godere.
In questo momento, ad esempio, molte imprese italiane stanno investendo in Russia
e nei paesi ex socialisti, stabilendo dopo anni di tentativi anche fallimentari alcuni presìdi
che dovranno trovare riferimento certo nell’azione delle nostre autorità nazionali, ma che
necessariamente dovranno essere visti innanzitutto come pezzi di una più vasta presenza
europea, per non essere fatti isolati, facilmente risucchiabili dalle vicende interne di quei
218 paesi e, aggiungerei, anche di questo paese.
A CHE SERVE L'ITALIA

Una forte iniziativa, o almeno una vigile attenzione, all’evoluzione dei paesi dell’Est
europeo, o del Mediterraneo, ma anche iniziative nei paesi più avanzati, implicano non
solo un sostegno consolare alle singole iniziative, ma la capacità di considerare come si
possa evolvere la nostra industria nazionale in una prospettiva di globalizzazione dell’eco-
nomia. Non è possibile vedere quei paesi solo come mercati in cui vendere beni finiti
o macchinari, si tratta anche di delineare la possibilità di ripensare la nostra produzione
interna in una logica internazionale. Ciò vuol dire ripensare la stessa azione del governo,
eliminando la separazione per materie che isola nettamente le attività interne da quelle
esterne.
La separazione tra autorità preposte alla promozione dell’attività produttiva e autorità
preposte al commercio con l’estero è un limite allo sviluppo delle nostre imprese. Ricom-
porre in un forte dipartimento della Produzione le attività del ministero dell’Industria, del
Commercio estero e, date le competenze sulle telecomunicazioni, delle Poste, appare oggi
uno strumento necessario, insieme alla ripresa di una chiara capacità programmatoria sul-
le opere pubbliche di infrastrutturazione del paese, anche in questo caso riorganizzando
competenze nazionali e regionali, e a una decisa azione sulle attività di ricerca, educazione
e formazione, rivedendo le strutture dei ministeri nazionali, delle regioni e anche quelle
universitarie, da rendere più autonome.
Una proiezione internazionale dell’industria richiede una forte e chiara sottolineatu-
ra dei vantaggi a tenere qui la testa di sistemi di produzione che possono anche diramarsi in
diverse parti del mondo. Mantenere qui la testa implica una netta volontà di modernizzare
il paese nel suo complesso, per evitare che questa azione di internazionalizzazione venga
condotta a macchie, con l’esito di esaltare le differenze e le disparità tra aree e gruppi so-
ciali. Ad un’azione di questo tipo è senza dubbio necessaria la stabilità macroeconomica,
perché tutte queste attività «di testa» richiedono di investire sul lungo periodo, e richie-
dono quindi anche un quadro politico e normativo che non si ponga continuamente alla
ricerca del consenso immediato.

Note
184. Il caso oggi più rilevante in questo senso è dato dalla rapida apertura al commercio internazionale dei paesi
ad economia pianificata. Prima le grandi imprese nazionali costituivano il perno del sistema, non solo eco-
nomico ma anche sociale, ad esempio in Unione Sovietica; i lavoratori e i dirigenti di queste imprese erano
le élite del sistema, mentre i commercianti restavano ai margini; con l’apertura del sistema questa scala di
valori si inverte e i commercianti diventano il centro del sistema, mentre i dipendenti dei grandi complessi
industriali sottoposti alla concorrenza internazionale si spostano al margine. Il capovolgimento determina
il ritorno di queste categorie verso forme di resistenza al cambiamento. Per una lettura più approfondita di
questi fenomeni si permetta di inviare a P. BIANCHI, «Industrial Policy in an Open Market», in P. BIAN-
CHI - R. SUGDEN - K. COWLING, Europe’s Industrial Challenge, Londra 1994, Routledge.
185. Si veda il pregevole lavoro su Italia Multinazionale 1994 - Gli investimenti diretti italiani all’estero ed esteri in
Italia nel biennio 1992-’93, Rapporto preliminare di R&P al Cnel sull’internazionalizzazione dell’industria
italiana, a cura di S. Mariotti, febbraio 1994.
186. Si veda M. BRIOLINI - E. ZANETTI, «Note sull’evoluzione del mercato M&A 1983-1993», Nomisma,
Laboratorio di politica industriale. Acquisizioni fusioni e concorrenza, giugno 1994, n.1, pp. 11-38. 219
A CHE SERVE L'ITALIA

ITALIANI
DI TUTTO
IL MONDO... di Abdrea BIANCHI

I connazionali all’estero sono stati ‘dimenticati’ dalla Prima


Repubblica per celare la realtà scomoda dell’emigrazione. Privati
di attenzioni e diritti, gli oriundi hanno perso fiducia nella patria
d’origine. Un ‘giacimento geopolitico’ ancora da utilizzare.

U NO DEI NODI IRRISOLTI CHE LA SE-


conda Repubblica eredita dalla Prima è il rapporto tra il paese e milioni di italiani che
vivono oltre confine. Alla fine del secolo scorso, quando il fenomeno migratorio era in
pieno sviluppo, i governi liberali consideravano con un misto di rassegnazione e fastidio
le schiere di emigranti che lasciavano la penisola.
Basta ricordare il giudizio pronunciato nel 1887 dal presidente del Consiglio France-
sco Crispi: «L’emigrazione è un fatto che non si ha diritto di sopprimere e non si hanno i
mezzi per impedire».
Oggi l’Italia è diventata un paese d’immigrazione, soggetta alla pressione demografi-
ca dal Sud e dall’Est. Ma si scopre anche erede di una ragguardevole presenza nel mondo,
senza paragoni con le altre nazioni europee. Erede negligente, perché poco o nulla è stato
fatto per consolidare i legami con le comunità italiane all’estero e utilizzare l’italianità, in
senso lato, come fattore geopolitico.
Due attenti osservatori, Piero Bassetti e Giuseppe De Rita, hanno recentemente sol-
levato il problema del coordinamento, sullo scenario mondiale, tra la presenza dell’Italia
e quella degli italiani. Spiega De Rita, presidente del Cnel: «Per elevare la politica italiana
va ricordato che il rapporto con gli italiani all’estero è essenziale per il nostro processo
d’internazionalizzazione. In verità fanno più internazionalizzazione reale nel paese milioni
d’italiani all’estero, con la loro presenza diffusa, che le migliaia di piccoli imprenditori che
trattano i mercati internazionali. 221
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

Una tale importanza socio-economica va riconosciuta nelle sue diverse forme di im-
pegno e di rappresentanza» (187). Intanto il governo di centro-destra, espressione del par-
lamento eletto il 27-28 marzo, si è solennemente impegnato ad attuare una nuova più
incisiva politica per gli italiani all’estero.
Con un obiettivo ambizioso: integrare meglio nel «sistema Italia» i connazionali spar-
si per il mondo e assicurare un forte sostegno alla politica estera del nostro paese. Ma le
prime iniziative concrete, come l’istituzione di un apposito ministero, si sono arenate tra
polemiche e veti. Fortunatamente lo Stato non è l’unico interlocutore degli italiani d’oltre
confine. Tuttora, come nel passato, svolgono una funzione essenziale soggetti non istitu-
zionali: le associazioni, i partiti, le categorie produttive. Anche perché, molto prima dei
governanti, hanno compreso che il raccordo con l’italianità nel mondo è un ragguardevo-
le fattore di successo.

La Seconda Italia
L’Italia è stata punto di partenza per il più grande flusso migratorio nella storia
moderna dell’Occidente. Tra il 1876 ed il 1987 hanno lasciato la penisola circa 26,7
milioni di italiani, di cui 12,5 verso paesi extraeuropei (soprattutto le Americhe e
l’Australia). Altri 14,1 milioni si sono stabiliti in Europa (188).
Il risultato è una «diaspora» che abbraccia almeno sessanta milioni di persone,
fuori dei confini nazionali.
A qualcuno piace immaginarla come una Seconda Italia, con un peso demogra-
fico ben superiore a quello dell’Italia geografica. Ma la realtà è molto diversa. Il suc-
cedersi delle generazioni, le scelte matrimoniali, la mobilità territoriale, l’inserimento
sociale, il successo economico rendono sempre più tenui i legami con la terra d’ori-
gine e meno immediata l’identificazione culturale. Perciò, nonostante l’ampiezza del
fenomeno migratorio, non si può dire che esista una koiné italiana nel mondo. È
invece fondamentale per l’analisi la distinzione tra gli emigrati propriamente detti
(italiani ancora in possesso della cittadinanza) e i loro discendenti (naturalizzati nei
paesi d’adozione). Alle due condizioni corrispondono atteggiamenti diversi dei diret-
ti interessati, dello Stato, dei movimenti politici italiani.
Solo in tempi relativamente recenti la pubblica amministrazione ha avviato
un’operazione preliminare come il censimento dei cittadini stabiliti oltre confine. Le
Anagrafi degli italiani residenti all’estero (Aire) sono state introdotte, dopo infinite
discussioni, dalla legge 470 del 1988. Si tratta di schedari tenuti dai Comuni e ag-
giornati con un continuo scambio d’informazioni tra amministrazioni locali, mini-
stero dell’Interno e uffici consolari.
Sistema complicato in teoria e in pratica, che non soddisfa neppure gli addetti
ai lavori e ha dimostrato ancora tutta la propria fragilità in occasione delle elezioni
europee. Comunque, al 31 dicembre 1993, risultavano censiti in Aire o nelle anagra-
fi consolari 3,5 milioni di cittadini italiani, di cui 2,1 residenti in Europa e 1,1 nelle
222 Americhe.
A CHE SERVE L'ITALIA

Tabella 1. Numero di connazionali registrati tra ministero dell'Interno (Comuni)


e ministero degli Esteri (uffici consolari) al 31 dicembre 1993 la cui verifica è in corso

Dati presenti in Aire Dati presenti in Dati presenti sia in


e non presenti in anagrafe consolare e anagrafe consolare Totale
anagrafe consolare non presenti in Aire che in Aire
Sud e Centroamerica 106.343 456.137 216.538 799.008
Nordamerica 160.837 123.480 80.996 365.313
Europa 487.112 868.308 799.033 2.154.453
Oceania 39.284 26.323 35.701 101.308
Asia 6.234 9.038 16.602 31.874
Africa 14.818 32.440 25.243 72.501
Totale 815.628 1.515.726 1.174.103 3.505.457

Fonte: Ministero degli Affari esteri.

Molti meno di quanti ne evidenziavano le stime annuali che il ministero degli Esteri
ha effettuato fino al 1986: circa 5,1 milioni, di cui 2,1 in Europa e 2,2 nelle Americhe.
Importante come manifestazione di principio, ma deludente per i risultati, è stato il cen-
simento degli italiani all’estero condotto nel 1991 contemporaneamente alle rilevazioni
sul territorio nazionale. Per la prima volta dagli anni Venti, lo Stato italiano ha tentato
d’individuare e «conoscere» i cittadini residenti oltre confine, anche se, dei 5 milioni di
formulari stampati e distribuiti attraverso gli indirizzari della rete consolare, solo 1,5 mi-
lioni sono tornati alla Farnesina. L’Istat ha ricevuto i supporti informatici molto tardi, nel
maggio del 1994. Perciò l’elaborazione dei dati richiederà ancora qualche mese. L’impre-
sa, testimonianza di un rinnovato interesse per le collettività all’estero, ha probabilmente
stimolato l’iscrizione in Aire di parecchi cittadini che prima non s’erano preoccupati di
«segnalare» la propria presenza.
È molto più difficile valutare il numero dei discendenti di italiani nel mondo. Per al-
cuni paesi (Stati Uniti, Canada, Australia) sono disponibili i dati ufficiali dei censimenti,
per altri occorre accontentarsi di stime fondate sulla consistenza dei flussi migratori del
passato. Nelle terre d’immigrazione oltre oceano, le Americhe e l’Australia, vivono quasi
cinquanta milioni di persone d’ascendenza italiana, con punte di 15 milioni in Argentina
e 12 in Brasile (vedi cartina alla pagina seguente).
Mancano valutazioni aggiornate e attendibili sulla popolazione europea d’origine ita-
liana. Per questa massa imponente - discendenti di seconda, terza, quarta generazione o
più - l’italianità non può essere che una scelta, condizionata da innumerevoli fattori. Cer-
to lo Stato ha fatto ben poco per incoraggiare l’identificazione, mentre le singole colletti-
vità, originariamente chiuse, andavano soggette alle forze d’erosione che agiscono in qua-
lunque melting pot: istruzione, scelte matrimoniali fuori del proprio gruppo etnico, inse-
rimento con crescente successo nel tessuto economico della nuova patria. Probabilmente
ha ragione chi preferisce indicare come esito di questi processi una cultura genericamente 223
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

224
A CHE SERVE L'ITALIA

«euroamericana», all’interno della quale strategie personali o circostanze specifiche potran-


no indebolire o rafforzare la tendenza a riconoscersi in una determinata nazionalità (189).
In teoria la propensione a scegliere l’italianità potrebbe essere misurata dal numero
dei riacquisti di cittadinanza, ai sensi della legge 91 del 1992, tra i figli di italiani che
non abbiano mai optato per un diverso status. Mancano ancora i dati definitivi, perché il
termine ultimo per la presentazione delle domande ai Comuni o alle autorità consolari è
scaduto il 15 agosto 1994 e da più parti si chiede una proroga. Le cifre parziali mostrano
che il totale dei riacquisti è di gran lunga inferiore al numero dei potenziali richiedenti: al
30 aprile del 1994, ultimo aggiornamento disponibile, erano complessivamente 39.465,
di cui 5.764 minorenni che ottengono automaticamente la qualifica di cittadino. Ma,
secondo i funzionari del ministero degli Esteri, il basso numero di riacquisti non è segno
di disinteresse da parte dei connazionali. Piuttosto, pesano negativamente altri fattori: la
scarsa informazione sulle possibilità offerte dalla legge, le distanze da coprire per raggiun-
gere il più vicino ufficio consolare, le legislazioni straniere che vietano la doppia cittadi-
nanza (mentre quella italiana la consente), gli obblighi connessi allo status di cittadino
italiano. Dunque la frequenza dei riacquisti non è uno strumento attendibile per misura-
re l’attaccamento alla madrepatria degli italiani nel mondo. In effetti, dal gennaio l991 al
giugno l994, circa 200 mila persone hanno ottenuto la condizione di cittadini in base alla
legge del 1912 che permette agli eredi degli emigrati di ricostruire la cittadinanza.

Una lobby mai nata


L’Italia repubblicana non ha mai tentato di valorizzare le comunità italiane all’estero
come fattore di politica internazionale. Per quasi cinquant’anni, quando non subentrava
la pura e semplice indifferenza, i problemi dell’emigrazione sono stati affrontati dai gover-
ni tutt’al più con un taglio assistenziale, giustificato soprattutto dal desiderio di catturare i
voti dei parenti rimasti a casa. Caso tipico, l’estensione del trattamento previdenziale: con
5 anni di lavoro in Italia un emigrato ha diritto alla pensione sociale minima (600 mila
lire). I 200 mila pensionati italiani all’estero ricevono circa 3 mila miliardi l’anno in lire
correnti. Poco s’è fatto, invece, per consolidare i legami culturali ed economici con la ma-
drepatria, a vantaggio di tutto il «sistema Italia». Questa carenza, che suscita stupore tra
gli studiosi, è determinata da fattori storici, culturali e politici. Innanzitutto dall’atteggia-
mento di rimozione verso un’imbarazzante realtà di miseria, atteggiamento che affonda le
sue radici nella concezione elitaria della vita pubblica propria dell’Italia liberale. Ma non è
tutto. A motivare l’inerzia della Prima Repubblica concorrono anche l’esempio negativo
del nazionalismo fascista, che non aveva esitato a utilizzare le comunità all’estero come
canali di propaganda, e il profilo relativamente debole della nostra politica estera, fino a
ieri adagiata nel comodo alveo della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello
comunista.
Non a caso, le iniziative volte a promuovere la «partecipazione» degli italiani all’estero
si sono moltiplicate a partire dal 1985, cioè durante la transizione verso un nuovo ordine
mondiale: l’istituzione dei Comitati per l’emigrazione italiana (oggi Comites), l’istituzio- 225
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

ne del Consiglio generale degli italiani all’estero, l’approvazione delle leggi sull’anagrafe
degli italiani all’estero e sulla cittadinanza. Sembrava giunta a un passo dalla soluzione
anche l’annosa vicenda del voto. Ma nell’autunno del 1993, il Senato ha lasciato cadere
la proposta di legge costituzionale che avrebbe aperto le porte del parlamento ai rappre-
sentanti delle comunità italiane. Se dopo le elezioni politiche del 27-28 marzo sia davvero
cominciata un’èra nuova, è ancora incerto. Le forze uscite vincitrici, che sostengono il go-
verno Berlusconi, hanno manifestato l’intenzione di voltar pagina. Anzi, il rafforzamento
della presenza italiana sullo scenario internazionale è uno dei vessilli programmatici che
l’esecutivo agita più volentieri. In questo quadro, tra forti limiti e contraddizioni interne,
vanno lette iniziative come l’istituzione del ministero per gli Italiani nel mondo, la pre-
sentazione reiterata delle proposte di legge per garantire l’esercizio del diritto di voto ai
cittadini residenti oltre confine, l’avvio, alla commissione Esteri della Camera, di un’inda-
gine conoscitiva (stato d’attuazione dell’Aire e motivazioni della scarsa affluenza alle urne
durante le elezioni europee dell’11 - 12 giugno) e il progetto di una seconda (condizione
degli italiani all’estero).
In realtà, almeno per ora, il ministero rimane una creazione cartacea. Il presidente
del Consiglio l’ha affidato a Sergio Berlinguer, ex direttore generale dell’Emigrazione e
degli Affari sociali del ministero degli Esteri. Ma nessuna delega operativa è stata dav-
vero conferita. Quindi il ministero degli Esteri conserva tutte le competenze in materia.
La Farnesina sostiene che il nuovo dipartimento dovrebbe occuparsi esclusivamente dei
problemi degli emigrati all’interno dei confini nazionali, mentre l’ambizioso obiettivo di
Berlinguer è «l’istituzione di un centro di riferimento unitario ed esclusivo degli interessi
delle nostre collettività nel mondo» che assorbirebbe le funzioni attualmente delegate agli
Esteri e ad altri dicasteri: tutela e assistenza agli italiani nel mondo, sicurezza in situazioni
di pericolo o di crisi, esercizio del diritto di voto, anagrafe degli emigrati e loro organismi
rappresentativi, circolazione dei lavoratori italiani nell’Unione europea e nei paesi extra-
comunitari, pensioni, assistenza sanitaria, obblighi militari, trattamento fiscale, scuole e
università all’estero, istituti di cultura, stampa e radiotelevisione. Lo strumento origina-
riamente predisposto da Berlinguer per l’attivazione del ministero era un disegno di legge,
illustrato il 1° luglio all’assemblea del Cgie ma mai approvato dal Consiglio dei ministri,
oggetto di vivaci proteste da parte dell’Associazione nazionale diplomatici italiani e del
sindacato dei dipendenti della Farnesina. Ai primi di settembre, il nodo è venuto al petti-
ne. In una lettera a Berlusconi, resa pubblica il giorno 9, Berlinguer spiega d’aver tentato
invano la strada della mediazione. Accusa di «chiusura pregiudiziale» la burocrazia degli
Esteri e il ministro Antonio Martino. Chiede una «deliberazione collegiale» del governo e
un dibattito parlamentare per risolvere la controversia. Di fatto minaccia le dimissioni, se
dovesse rimanere vuoto il «contenitore» di cui è titolare. Ai primi di ottobre, un compro-
messo sembra garantire a Berlinguer la delega riguardo alla legge per il voto degli italiani
all’estero, senza però ottenere di utilizzare la rete consolare. Intanto il ministro degli Esteri
ha tracciato le grandi linee della politica per le comunità oltre confine. Nel suo intervento
del 30 giugno davanti al Cgie, Martino indica due mete essenziali: «Da una parte, portare
a compimento per i cittadini e solo per questi il concetto di piena partecipazione alla vita
226 anche politica del paese; dall’altra, evitare che si verifichi una frattura nella storia persona-
A CHE SERVE L'ITALIA

le e collettiva degli italiani all’estero e, nello stesso tempo, favorire la riscoperta e il recupe-
ro di tutto il perduto, la ricerca di tutti coloro che dal 1870 in poi hanno lasciato il nostro
paese e che a un certo punto non si sono più ricordati di essere italiani, smarrendo la loro
identità». Dunque una politica «a geometria variabile», per «catturare» sia i cittadini resi-
denti all’estero (soprattutto con l’esercizio del voto) che le larghissime fasce degli oriundi
(con iniziative di informazione e sensibilizzazione): «La promozione dell’immagine del-
l’Italia nel mondo deve assurgere a obiettivo prioritario, che individui l’iniziativa culturale
e la diffusione della lingua e cultura italiana come strumenti di divulgazione e conoscenza
del nostro paese, attraverso i quali è possibile anche assicurare un sostegno alla credibili-
tà della nostra azione sul piano internazionale, sia politico che economico-commerciale».
La ricerca di un «nuovo dialogo» tra istituzioni e comunità di connazionali coinvolge di-
rettamente le scuole italiane nel mondo e soprattutto l’inesplorata galassia degli istituti
di cultura (ben 101, secondo l’elenco ufficiale della Farnesina). Da esponenti del nuovo
governo sono partite accuse pesanti alle strutture del ministero degli Esteri: sostanzial-
mente d’aver creato «canali sclerotizzati ed elitari» per convogliare «scelti brandelli» della
nostra cultura, ignorando completamente le comunità italiane nei vari paesi (190). Due
casi clamorosi, le dimissioni di Furio Colombo dalla direzione dell’istituto di New York
e il licenziamento di Fiamma Nirenstein da quello di Tel Aviv, hanno subito rinfocolato
le polemiche. Ma non sorprende che la nuova maggioranza voglia gestire direttamente,
occupando tutti i posti-chiave, la fase del reinserimento nella vita nazionale di milioni di
potenziali elettori.
Meriterebbe una trattazione a parte il capitolo della stampa d’emigrazione. Nel mon-
do esistono centinaia di testate giornalistiche o radiotelevisive in lingua italiana, che il mi-
nistero degli Esteri sta tentando di censire. Ma la dispersione di competenze tra il diparti-
mento per l’Informazione della presidenza del Consiglio e la direzione generale dell’Emi-
grazione della Farnesina non ha certo favorito interventi incisivi in un settore che tutti
riconoscono vitale per le relazioni tra la madrepatria e le comunità di connazionali.

Il diritto di voto e la mano dei partiti


Tra le rivendicazioni degli italiani all’estero un posto di rilievo spetta all’esercizio del
diritto di voto. Questa richiesta non manca mai nelle risoluzioni delle Conferenze del-
l’emigrazione o del Cgie (191). Grande è stata la delusione per la mancata approvazione
della legge costituzionale che avrebbe portato in parlamento 10 senatori e 20 deputati
degli italiani nel mondo. A botta calda, il 10 novembre 1993, il Cgie esprimeva «rabbia
e sconcerto» per il «tradimento» di palazzo Madama (192). Anche la disaffezione manife-
stata in occasione delle elezioni europee dell’11-12 giugno 1994 è stata attribuita al man-
cato riconoscimento di questo fondamentale diritto politico (193). Ora la maggioranza di
centro-destra intende riportare la questione all’ordine del giorno, trasformando in realtà
il sogno di mobilitare una considerevole massa di voti, circa due milioni. Spinge in que-
sta direzione soprattutto Alleanza nazionale, erede del Msi-Dn e della sua pluridecennale
battaglia per il pieno inserimento degli italiani all’estero nella vita politica. 227
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

La prima proposta per il voto ai cittadini d’oltre confine risale al lontano 1908. Fu
avanzata durante il Congresso degli italiani all’estero tenuto a Roma, poi ripresa nel 1911
al secondo Congresso, nel 1919 al primo Convegno delle collettività all’estero e nel 1946 al
primo Convegno nazionale sull’emigrazione. Nel 1908 furono costituite due commissioni
parlamentari per studiare il problema, ma i lavori si conclusero con un parere sfavorevole.
Non ebbe miglior fortuna, per l’avvento del fascismo, il tentativo di creare Consigli distret-
tuali degli italiani all’estero, i cui delegati avrebbero dovuto formare un Consiglio centrale
da convocare a Roma una volta ogni due anni. La commissione, incaricata nel 1921 di pre-
disporre il progetto di legge, era presieduta da Vittorio Emanuele Orlando.
Nell’Italia repubblicana il tema è ripreso, e mai abbandonato, dal Msi-Dn. Tra il 1955
e il 1992 sono ben 14 le proposte di legge in materia ad avere un esponente missino come
primo firmatario, dal senatore Ferretti al deputato Mirko Tremaglia (oggi presidente della
commissione Esteri). Anzi, in quattro decenni d’attività parlamentare, il partito di destra
ha elaborato e sostenuto un «pacchetto emigrazione» pressoché completo: l’istituzione del-
l’anagrafe (divenuta legge nel 1988), il divieto di cancellazione dalle liste elettorali (legge nel
1977), la pensione sociale, i comitati consolari, la tutela dei lavoratori al seguito di imprese
italiane operanti all’estero, l’assunzione obbligatoria, la stampa all’estero, l’indennità integra-
tiva speciale a pensionati e mutilati di guerra, gli istituti di cultura all’estero, il Consiglio
generale degli italiani all’estero, il funzionamento delle scuole italiane bilingui, la parteci-
pazione del Cgie all’elezione del presidente della Repubblica. Un’indagine di Carlo Fusa-
ro sull’iniziativa legislativa per il voto degli italiani all’estero nel quarantennio 1948-1988
conferma la preminenza del Msi-Dn (194). L’autore, che considera anche le proposte di
legge costituzionale e le proposte sottoscritte dagli esponenti di tutti i partiti non come pri-
mi firmatari, elenca 19 iniziative del Msi, 17 della Dc, 9 del Psdi, 7 del Pli, 5 del Psi, 2 del
Pri, nessuna del Pci. L’ultima proposta in ordine di tempo (agosto 1994) è stata avanzata
dal gruppo del Ppi nel consiglio regionale del Piemonte. Riguarda il riconoscimento del di-
ritto di voto per le Camere e prevede che gli emigrati piemontesi possano votare anche per
l’elezione del consiglio regionale. Ma l’azione in sede parlamentare è solo uno degli stru-
menti, il più visibile, per gettare il ponte verso le comunità di connazionali oltre confine. Il
ricchissimo e poco conosciuto mondo delle associazioni italiane all’estero, idealmente eredi
delle antiche società di mutuo soccorso, rappresenta tuttora il canale di comunicazione più
efficace e vitale. L’ultima edizione dell’albo delle associazioni italiane nel mondo, pubblicato
dal ministero degli Esteri, è però vecchia di dieci anni (195). Nel 1984 si contavano 5.384
associazioni, di cui 2.746 in Europa e 2.142 nelle Americhe. Si tratta di una realtà comples-
sa e disomogenea, dove certamente prevalgono interessi diversi da quelli politici, con attività
per lo più autofinanziate e, in minima parte, sostenute dai contributi del ministero degli
Esteri o delle Regioni. Tuttavia alcune associazioni hanno una sede centrale in Italia e, più
o meno esplicitamente, sono o erano collegate a partiti o movimenti politici. Per esempio la
Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie, d’ispirazione comunista, o l’Associazione
nazionale famiglie emigrati, a lungo presieduta dal senatore Dc Learco Saporito. O ancora
l’Istituto Fernando Santi, d’area socialista.
Anche nel mondo dell’associazionismo vale la pena di osservare quel ch’è successo a
228 destra. Infatti il volontariato missino ha creato una delle organizzazioni più efficienti e capil-
A CHE SERVE L'ITALIA

larmente diffuse: il Comitato tricolore per gli italiani nel mondo, fondato da Tremaglia ed
altri nel 1968. Il Ctim è strutturato per delegazioni nei singoli paesi, federazioni nei centri
principali, circoli o sezioni di almeno 7 soci, corrispondenti dove non è possibile costituire
un circolo. Conta attualmente circa 31 mila iscritti e 22 delegazioni. Fino a qualche anno
fa disponeva di un proprio organo di stampa, il mensile Oltreconfine, prodotto a Roma e
diffuso per posta. Oggi sopravvive una testata erede, Nuovo oltreconfine, che il Registro del-
la stampa italiana all’estero, a cura della Farnesina, così caratterizza: «è dichiaratamente un
periodico politico (Msi). La pubblicazione, pur con un taglio spesso non obiettivo, affronta
tematiche generali e specifiche dell’emigrazione. Nello stesso tempo, indulge spesso a pole-
miche e critiche non sempre fondate verso avversari politici ed istituzioni italiane».
Secondo lo statuto, invece, il Ctim «non è legato ad alcun raggruppamento politico»
ma stabilisce «utili contatti» con partiti e parlamentari. Scopo sociale è «il rafforzamento
dei legami tra le varie comunità italiane nel mondo e la madrepatria». L’associazione si
propone di tutelare gli interessi degli italiani all’estero, di prospettare «adeguate soluzio-
ni» ai loro problemi, di promuovere iniziative parlamentari e d’altra natura a favore dei
connazionali. In realtà il livello di politicizzazione è piuttosto elevato, anche se l’urgenza
di affrontare le questioni concrete dell’emigrazione fa passare in secondo piano lo slancio
anticomunista delle origini (196).
Nulla di paragonabile a questa struttura, consolidata in oltre venticinque anni d’atti-
vità, possono opporre i «debuttanti» della Seconda Repubblica. Dopo l’affermazione elet-
torale sono spuntati come funghi club Forza Italia in Europa e negli Stati Uniti, mentre la
Lega ha avviato contatti con le comunità all’estero. Al 1° luglio 1994 esistevano 47 club
berlusconiani oltre confine: 23 in Europa (compreso 1 in Russia), 16 in Nordamerica, 5
in Sudamerica, 3 in Australia, mentre prossime aperture sono segnalate in Irlanda, Lus-
semburgo, Montecarlo, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Nuova Zelanda. Ma la costruzione
di un’adeguata presenza oltre confine, non sempre e non da tutti considerata una priorità,
richiederà ancora molto tempo.
Molte incertezze dipendono da un’incognita di fondo: quali effetti avrebbe un even-
tuale ampliamento della base elettorale sugli attuali rapporti di forza tra i partiti? Inte-
ressante, pur con tutti i limiti del caso, il test delle ultime elezioni europee. La tornata
del 1994 è stata caratterizzata da un bassissimo livello di partecipazione, causato in buo-
na misura da alcuni intoppi politico-burocratici che la commissione Esteri della Camera
sta accertando con la citata indagine conoscitiva. Hanno votato solo 149.972 elettori su
882.883 aventi diritto: il 17% contro il 37,1 registrato il 18 giugno 1989. Nonostante
l’assenza pressoché totale di iniziative propagandistiche fra gli italiani residenti nell’Unio-
ne europea, dalle urne è uscito un panorama non troppo dissimile da quello nazionale
(tabella 2).
Balza agli occhi la notevolissima affermazione di Forza Italia (35,9%) con il Pds ben
staccato come secondo partito (10,6%). Ma è altrettanto vero che gli italiani dell’Ue non
hanno ancora familiarizzato con il nuovo quadro politico. Rispetto agli elettori metropo-
litani, sembrano diffidare delle formazioni ribattezzate di recente (per esempio An e Ppi)
mentre risparmiano il naufragio a liste che sul territorio nazionale sono state praticamente
cancellate, come il Psi-Ad (5,4%) e il Psdi (3,4%). 229
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

La business community
L’affermazione nel mondo delle business communities è un fatto intuitivo. Gli esempi
sono sotto gli occhi di tutti, dalle lavanderie cinesi che pullulano nei film americani alla
grande finanza ebraica. Joel Kotkin, fellow della Pepperdine University di Los Angeles, ha
recentemente coniato l’espressione «tribù globale» per designare le collettività che domi-
nano, e probabilmente domineranno, l’economia planetaria.

Tabella 2. Elezioni europee dell’11-12 giugno 1994

Italiani Europei Terrritorio nazionale


Iscritti 882.883 100,0% 47.489.843 100,0%
Votanti 149.972 17,0% 35.505.023 74,8%
Forza Italia 47.337 35,9% 10.076.595 30,6%
An 7.354 5,6% 4.125.479 12,5%
Lega Nord 3.155 2,4% 2.172.317 6,6%
Liberali 1.962 1,5% 52.646 0,2%
Pannella 1.847 1,4% 704.151 2,1%
Pds 13.928 10,6% 6.285.752 19,1%
Rifondazione comunista 12.771 9,7% 1.995.055 6,1%
Psi-Ad 7.074 5,4% 600.157 1,8%
Verdi 9.527 7,2% 1.047.739 3,2%
Rete 2.015 1,5% 366.397 1,1%
Ppi 10.313 7,8% 3.289.102 10,0%
Segni 3.236 2,4% 1.073.424 3,3%
Pri 1.737 1,3% 241.561 0,7%
Psdi 4.497 3,4% 223.094 0,7%
Lega Alpina 1.662 1,3% 108.812 0,3%
Lega Azione Meridionale 1.472 1,1% 222.294 0,7%
Svp 759 0,6% 197.972 0,6%
Uv 823 0,6% 126.660 0,4%
Solidar. 398 0,3% 14.910 0,0%
Totale validi 131.867 100,0% 31.924.117 100,0%

Fonte: Ministero dell’Interno

Nel suo saggio ne considera cinque: britannici, giapponesi, cinesi, indiani, ebrei. Il
loro successo è attribuito a tre fattori: una fortissima identità etnica e un senso di mutua
dipendenza che favoriscono l’adattamento senza perdita di unità, l’esistenza di una rete
230 globale fondata sulla fiducia reciproca, la passione per lo sviluppo tecnologico e scientifi-
A CHE SERVE L'ITALIA

co. Kotkin osserva che gli italiani, con la notevole eccezione della mafia, non potenziano
la loro forza economica all’interno del proprio network etnico. Secondo lo studioso ame-
ricano, pagano uno scotto comune ad altre «antiche» diaspore europee, che nel momento
della massima mobilità non disponevano di adeguate tecnologie per la comunicazione
con la madrepatria e il resto del mondo (197).
In effetti la business community italiana non sembra assimilabile al modello della tribù
globale. L’accurata indagine di Assocamerestero (198) fornisce il quadro di una communi-
ty culturale più che strettamente nazionale, un sistema aperto e flessibile. Lo studio è stato
condotto nel 1991 attraverso la rete delle camere di commercio italiane all’estero, allora
47 con 23 mila aziende iscritte, oggi 57 con circa 25 mila associate in 39 paesi. I questio-
nari validi per l’analisi sono stati circa 4.700, pari al 20% del totale delle imprese: un cam-
pione considerato sufficientemente rappresentativo. La popolazione è formata soprattutto
da aziende nate dopo il 1946 e iscritte alle Camere dal 1980 in poi, di dimensioni medio-
piccole per numero di dipendenti (3-99) e fatturato (1-6 milioni di dollari), con una pre-
minenza del terziario avanzato (26,4%). Agli imprenditori è stato chiesto di classificarsi
in una di queste quattro categorie: diretta emanazione di un’impresa italiana, ufficio di
rappresentanza di un impresa italiana, impresa locale fondata da italiani, impresa locale.
In quest’ultima definizione si riconosce il 42% del campione, mentre il 26% dichiara
la propria origine etnica. Ma ha dato risultati interessanti una controprova fondata sulla
distribuzione dei cognomi italiani tra i titolari delle imprese di tutte le categorie: il 36%
degli imprenditori che si definiscono locali porta cognomi italiani. Evidentemente l’inte-
grazione nel tessuto economico del paese ospitante è stata tale da far passare in secondo
piano le radici etniche dei titolari. Dall’indagine emerge anche un altro fatto significativo,
che conferma la tesi di Kotkin sulla tarda fioritura economica dell’emigrazione italiana: la
maggior parte delle imprese iscritte alle Camere di commercio estere è nata tra il 1967 e
il 1991. Precisamente il 35,3% in Europa e il 38,3 oltre oceano. Il ritardo riguarda sia le
aziende etniche che le imprese locali. Nel primo caso è facilmente spiegabile per la man-
canza di adeguati strumenti culturali e tecnologici durante la fase delle grandi migrazioni
dall’Europa. Nel secondo perché la globalizzazione dei mercati, che favorisce la nascita e
la crescita di imprese fortemente orientate verso l’esportazione, è un fenomeno piuttosto
recente. La business community all’estero manifesta una notevole propensione a fare affari
con l’Italia e con gli italiani, anche se è arduo stimare, in valore assoluto, il volume degli
scambi generato. Nell’indagine di Assocamerestero le imprese sono state invitate a dichia-
rare la quota di fatturato derivante, rispettivamente, da rapporti con l’Italia e con la comu-
nità italiana locale. I risultati sono ambivalenti. C’è una percentuale elevata di aziende che
attribuisce solo quote minime del proprio fatturato (0-10%) a rapporti economici con
l’Italia (32,5%) e a quello con gli italiani del luogo (25%), mentre un gruppo più ristretto
di imprese imputa oltre il 40% dei propri ricavi alle medesime fonti (rispettivamente il
18 e il 10%). Le cifre confermano che l’Italia è un partner privilegiato, ma sarebbe neces-
saria un’altra indagine - all’inverso - per capire se e quanto la presenza di forti comunità
d’origine italiana favorisca la penetrazione del made in Italy sui mercati esteri. In generale
non sembra che le nostre imprese facciano leva sull’italianità per esportare di più né che
si rivolgano specialmente ai discendenti degli emigrati. Fanno eccezione, naturalmente, i 231
ITALIANI DI TUTTO IL MONDO...

settori produttivi in cui il made in Italy è di per se un valore riconosciuto a livello mondia-
le. Per esempio la moda, l’arredamento, le auto sportive. Altrove il prodotto italiano trova
difficoltà, anche perché vengono spesso delegate a promuoverlo persone che non cono-
scono la cultura e le abitudini del paese ospitante. Gli oriundi italiani potrebbero essere
protagonisti di un auspicabile passaggio dal sistema statico della «rappresentanza» a quello
dinamico dell’«integrazione culturale» con il mercato da conquistare. Un ruolo importan-
te, nel favorire la riscoperta delle radici e la diffusione del prodotto italiano, spetta anche
alle regioni e alle Camere di commercio italiane. Finora non sono mancate ne iniziative
pretestuose, buone soltanto per ampliare l’esperienza turistica di assessori e funzionari, ne
efficaci azioni di marketing per i prodotti tipici. Già nel lontano 1917 Giuseppe Prezzolini
ricordava che l’italiano è innanzitutto veneto, ligure, piemontese o siciliano. Un’osserva-
zione ancor più valida oggi, nell’epoca del localismo orgogliosamente sbandierato: nulla
risveglia la memoria come il profilo del campanile.

Note

187. Panorama, 2/9/1994.


188. P. BACCHETTA - R. CAGIANO DE AZEVEDO, Le comunità italiane all’estero, Torino 1990, Giappi-
chelli, p. 46.
189. G. ROSOLI, «Da italoamericani ad euroamericani», in XXI secolo, studi e ricerche della Fondazione Giovanni
Agnelli, dicembre 1990.
190. Franco Rocchetta, sottosegretario agli Esteri, citato da S. De Lellis, in «Cultura e propaganda», La Repubbli-
ca, 7/7/1994.
191. Cfr., per esempio, il documento finale della II conferenza nazionale dell’emigrazione, Roma, 28 novembre - 3
dicembre 1988.
192. Comunicato diffuso dal Cgie il 10 novembre 1993: «Il Cgie denuncia fermamente che oggi in Senato sono
state clamorosamente tradite le legittime aspettative degli italiani all’estero e che di tutto si è discusso tranne
che di effettivo esercizio del diritto di voto per gli italiani fuori d’Italia. Sono state invece privilegiate istanze
diverse, quali la data delle elezioni, e le osservazioni circa le modalità d’attuazione delle riforme sono state
utilizzate in modo strumentale e contraddittorio». Avevano dichiarato la propria contrarietà Pds, Rifonda-
zione e verdi, mentre i senatori della Lega erano liberi di decidere secondo coscienza. Servivano 163 voti
favorevoli. Ne sono arrivati 148, contro 62 astenuti e 42 contrari.
193. Cfr. l’intervento di Graziano Tassello, rappresentante del Centro studi emigrazione Roma, in Atti dell’indagi-
ne conoscitiva sullo stato d’attuazione della legge 27 ottobre 1988 n. 470 e sulle motivazioni della scarsa affluenza
alle urne in occasione della consultazione elettorale europea dell’11-12 giugno 1994, commissione Affari esteri,
Camera dei deputati, seduta del 21 giugno 1994, p. 65.
194. C. FUSARO, relazione al seminario «Esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero», Quaderno di docu-
mentazione preparatoria, n. 5, Seconda conferenza nazionale dell’emigrazione, Firenze 1988, pp. 40 ss.
195. MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, Associazioni italiane nel mondo, Roma 1984.
196. COMITATO TRICOLORE ITALIANI NEL MONDO, Indicazioni e suggerimenti per una più grande or-
ganizzazione al servizio degli italiani all’estero, Stoccarda 1986, p. 5: «Quello che andava bene dieci anni fa,
non va più bene adesso. Allora il compito primario del Ctim era quello di chiamare a raccolta gli emigrati
anticomunisti, quanti, sparsi in tutti i continenti, avevano a cuore la fiamma dell’idea. Adesso è quello di
affrontare i problemi concreti dell’emigrazione».
197. J. KOTKIN, Tribes, New York 1993.
198. AA. VV., «La business community italiana nel mondo», Impresa e Stato, rivista della Cciaa di Milano, supple-
232 mento al n. 22, giugno 1993.
A CHE SERVE L'ITALIA

‘TALIÁN’
IN TERRA
BRASILEIRA di Emilio FRANZINA

Come si crea l’identità nazionale all’estero: il caso degli immigrati


veneti e lombardi nel Rio Grande do Sul. Una straordinaria
vicenda iniziata nel 1875, che ha trasferito in Brasile storie
ed esistenze sempre legate ai campanili della patria lontana.

L ’EMIGRAZIONE DI MASSA, IN PIÙ DI


cent’anni, ha disseminato nel mondo, a milioni, gli italiani e i discendenti d’italiani che
non hanno più fatto rientro definitivo in patria (199). La regola del ritorno, numerica-
mente maggioritaria e meglio verificata da quanti ebbero per meta gli Stati Uniti o l’Eu-
ropa continentale, non vale per questi italiani all’estero ai quali è stato di recente intitola-
to, per scelta demagogica e strumentale, ma sostanzialmente anacronistica, addirittura un
ministero. Con le integrazioni più modeste dell’emigrazione in Australia e in alcune parti
dell’Africa, si tratta comunque di un’eccezione più che corposa relativa soprattutto alle
popolazioni stanziatesi e cresciute, al di là dell’Atlantico, in America(200).
Quando in Italia si parla oggi di emigrazione transoceanica, in effetti, il pensiero
corre spontaneo al caso degli Stati Uniti e alle caterve di meridionali che vi si portarono
all’inizio di questo secolo. Ma, al di là della frequente provvisorietà già ricordata di molti
trasferimenti, sfugge di norma che si trattò di un fenomeno complesso, stratificato e non
privo di contraddizioni (201). Le comunità o collettività italiane a cui esso diede vita fu-
rono prevalentemente urbane: little Italies, appunto, in seno a grandi o meno grandi città
sia nel Nord che nel Sud del nuovo continente (202). Non mancarono però altri tipi
d’insediamento, come quello agricolo che fu più massiccio e ricorrente in alcuni paesi
dell’America Latina. Anche di qui, col tempo, scaturirono risultati importanti ed ebbero
luogo evoluzioni destinate a trasformare i nuclei rurali originari in centri urbani bene at-
trezzati e le occupazioni economiche elementari prevalenti tra gli antichi coloni (appunto
l’agricoltura, l’allevamento, la viticoltura, il piccolo commercio eccetera) in attività mo-
derne e non di rado industriali (203). 233
‘TALIÁN’ IN TERRA BRASILEIRA

Stretta in uno schema così angusto, la storia di varie generazioni di emigranti dive-
nuti via via, in America, immigranti, immigrati e infine italo-americani ovvero americani
di più e meno remota origine italiana, rischia di appiattire ancora di più sullo sfondo di
una generica percezione la molteplicità dei casi a cui cronologicamente e sostanzialmente
si riferisce. E annebbia le distinzioni anche più elementari tra le quali, in molta sinte-
si, una riguarda le matrici regionali dei flussi che indirizzarono al Nord del continente i
meridionali e che dislocarono viceversa nel Sud, sempre in prevalenza, i settentrionali.
Mentre dell’emigrazione dal Mezzogiorno son noti, per lo più, gli esiti in Canada e negli
Stati Uniti (204), dell’emigrazione piemontese e lombarda, veneta e friulana, in Argenti-
na, Uruguay e Brasile soprattutto, molti stentano a ricordare le conseguenze e le «prece-
denze». L’avvio dell’esodo popolare di massa dalla penisola, infatti, venne preceduto dalle
partenze (e spesso dai ritorni) di forti contingenti di emigranti del Nord che seguivano,
a propria volta, le piste e i tracciati, in Sudamerica, dei previous migrants liguri, la vera e
propria avanguardia del movimento (205).
Nell’area platense, in particolare, ossia in città come Buenos Aires, Montevideo, Ro-
sario e nelle campagne della Pampa gringa, furono moltissimi i settentrionali che intrapre-
sero, con nuove esperienze di vita e di lavoro, la via della propria americanizzazione spesso
mantenendosi fedeli a tradizioni culturali e linguistiche di stampo regionale. Al pari degli
Stati Uniti, inoltre, anche fra loro riuscì a svilupparsi un senso di appartenenza nazionale
mancante o incerto in patria all’atto di partire. L’opera interessata di sensibilizzazione pa-
triottica svolta dalle élite neoborghesi, sorte su basi economiche, e non senza legami con
la storia del profugato politico risorgimentale, quasi in ogni località d’immigrazione non-
ché, a mano a mano, una lunga serie di altri fattori interni ed esterni (i giudizi e i pareri
delle autorità e dell’opinione pubblica nativa, il bisogno di autodifesa, la politica estera
crispina e poi quella del fascismo eccetera), finirono per determinare dunque l’acquisi-
zione di un’identità «italiana». Senza mai cancellare il retaggio o il sostrato di quelle locali
e regionali, essa venne usata, sin quasi ai giorni nostri, per «negoziare» al meglio le forme
d’inserimento del nostro gruppo etnico dentro a realtà sì ricettive, ma spesso, nel fondo,
anche sospettose e a tratti ostili.

Il caso del Rio Grande do Sul


La persistenza ancor oggi, in tutta l’America, di comunità italiane fiere o non dimen-
tiche delle proprie radici «paesane», che si riflettevano persino nel permanere di contrasti
campanilistici assai accesi e di una certa contrapposizione fra meridionali e settentrionali
(cosa di più «italiano»?), non coincide però con la sopravvivenza o meglio con la nascita
di un vero e proprio sentimento regionalista. In un unico caso esso ha avuto modo di
imporsi, sebbene non «allo stato puro», per la tendenziale convergenza di svariati elementi
d’ordine culturale non solo, bensì pure geografico-insediativo, economico e politico. Il
caso è quello del Brasile meridionale e più nello specifico della zona di colonizzazione ita-
liana in Rio Grande do Sul, con diramazioni significative in Santa Catarina e Parana. Fra
234 il 1875 e il 1975 poco meno di un milione e mezzo di emigranti giunsero nell’ex colonia
A CHE SERVE L'ITALIA

portoghese dall’Italia, ma quasi un milione vi si portò fra il 1875 e il 1902, anno in cui
una misura restrittiva del governo italiano pose argine agli «arruolamenti» indiscriminati
di contadini e di lavoratori a cui veniva pagato in anticipo il viaggio (206).
L’epicentro di tale fenomeno, abbastanza noto perché a promuoverlo furono i celebri
fazendeiros delle regioni caffeifere, si ebbe a Sao Paulo dove si concentrò la massa maggio-
re dei nostri immigrati (207). Coloni dapprima e, dopo un rapido inurbamento, operai e
lavoratori inseriti ad ogni livello nella produzione locale, gli italo-paulisti, la cui più pre-
coce presenza si può far risalire ai primi anni Ottanta dell’Ottocento, furono i più lesti a
brasilianizzarsi. Benché nascesse tra loro, e per merito loro, il fiore del primo movimento
anarchico e socialista di tutto il paese e quantunque non mancassero quelli che, fatta for-
tuna, si candidarono ad assumerne la leadership etnica proprio in nome di un’idea gene-
rica d’italianità, gli italiani di Sao Paulo, passato il primo ventennio del secolo, si fusero
in un crogiolo inevitabile: la miscelaçao brasileira, che si può apparentare allo statunitense
melting pot e a cui si adeguarono, successivamente, gli ultimi venuti: oltre ai 300 mila
entrati dal 1903 al 1920, i quasi 90 mila affluiti tra le due guerre e 111 mila giunti tra il
1946 e il 1960. Naturalmente anche una parte di questi ultimi venuti, in buona maggio-
ranza ora meridionali (specie campani e calabresi) (208), si diresse verso gli Stati del Sud e
verso quel Rio Grande che fra il 1875 e il 1914 aveva accolto circa 100 mila immigranti
provenienti dalla penisola per lo più contadini e per lo più settentrionali (209).
Anche per altri motivi, però, il caso riograndese merita un’attenta analisi. La sua ori-
ginalità nel contesto della storia dell’immigrazione italiana in America non dipende tanto
dalle proporzioni numeriche, di gran lunga inferiori a quelle fatte registrare ad esempio,
per restare al Brasile, da Sao Paulo, né dalla sostanziale interruzione dei flussi d’entrata
principali già ai primi del nostro secolo. Per coesione e continuità culturale nonché per
vivacità di crescita economica dagli antichi nuclei coloniali, imperniati sulla concessione
di lotti di terreno in proprietà da riscattare mediante un duro lavoro agricolo, quello che
si sviluppa qui è infatti un processo di trasformazione originalissimo e fondato su basi
linguistiche, religiose e di costume di netta impronta italiana o, per meglio dire, «lombar-
do-veneta» (210).
Gli inizi della colonizzazione agricola da cui nacquero i municipi di Caxias, di An-
tonio Prado, di Bento Gonçalves e in generale della Encosta Superior da Serra do Nor-
deste, giusto alle spalle della capitale federale (allora provinciale) di Porto Alegre, furono
caratterizzati dalla compattezza delle catene migratorie, quasi tutte di tipo familiare e di
estrazione appunto veneta e lombarda (211). La toponomastica dei luoghi (Nova Milano,
Nova Vicenza, Nova Bassano eccetera), quantunque non priva di riscontri in America
e stravolta da successivi interventi normalizzatori delle autorità locali, tradisce le origini
provinciali degli immigrati. Nei villaggi e nei borghi da loro fondati e trasformatisi poi in
vere e proprie città, talora di cospicue dimensioni (oggi Caxias do Sul sfiora ad esempio
le trecentomila unità), i contadini provenienti dal Veneto e dalle campagne del Milanese
e del Mantovano diedero vita a comunità che rimasero come impermeabili, per lunghis-
simo tempo, agli influssi americanizzatori e agli stessi contatti con gli altri gruppi etnici,
in particolare quello dei tedeschi che li avevano preceduti in zona sin dalla prima metà
dell’Ottocento accaparrandosi le terre migliori e precostituendosi (qui e ancor più nella 235
‘TALIÁN’ IN TERRA BRASILEIRA

limitrofa Santa Catarina e in Parana) posizioni di privilegio economico e politico (212).


Senza dimenticare altri apporti, ad esempio quello dei polacchi, l’andamento delle cifre
delimita le dimensioni demografiche del fenomeno (213), come si vede da questa tabella.

Tabella 1. Principali gruppi etnici del Rio Grande do Sul e di Santa Catarina

1881 1905 1934


Rio Grande do Sul
teutobrasiliani 102.000 235.000 510.000
italobrasiliani 20.000 160.000 405.000
Santa Catarina
teutobrasiliani 40.000 80.000 235.000
italobrasiliani – 30.000 100.000

Tale fenomeno presuppone ritmi di crescita naturale e tassi di fecondità della po-
polazione assai elevati. È stato calcolato che il numero medio dei figli per famiglia in età
coloniale fu di circa 7-10 tra i tedeschi e di 10-12 tra gli italiani, ossia ancora più alto di
quello, già considerevole, registrato in Italia negli stessi ceti sociali delle zone d’origine.
Il comportamento riproduttivo e quello matrimoniale si modificarono con l’andar
del tempo, ma non valsero a incrinare il grado di coesione sociale raggiunto dai nostri im-
migrati. Essi mantennero intatti, per circa cent’anni, dialetti, costumi e abitudini alimen-
tari portati dall’Italia ovvero dai villaggi e dalle campagne dell’alta pianura padana (214).
Sebbene l’arrivo, in tempi successivi e ancora dopo la seconda guerra mondiale, di altri
connazionali (campani e calabresi come si è detto, ma anche toscani, abruzzesi e lucani,
fissatisi per lo più a Porto Alegre e nelle città del litorale atlantico) (215) abbia concorso
ad alterare apparentemente il quadro della situazione immigratoria, si può tranquillamen-
te dire che la prevalenza relativa dei veneti e dei lombardi nelle aree di prima diffusione
della presenza italiana non rimase solo affidata ai numeri (in virtù dei quali e trascurando
la componente trentina o «tirolese» dei sudditi austriaci di lingua italiana i «lombardo-
veneti» corrispondono a quasi il 30% dell’immigrazione globale in Rio Grande do Sul).
Il loro primato, se di primato è lecito parlare senza essere sospettati di razzismo, dipen-
deva infatti dall’uso comune della koiné dialettale veneto-vicentina con apporti feltrini e
mantovani (216) e dalle modalità di sviluppo di un modello economico passato in cin-
quant’anni dalla foresta vergine all’industrializzazione per impulso di alcune circostanze
destinate a ricordare l’evoluzione dei distretti manifatturieri dalla Lombardia e del Veneto
fra Otto e Novecento: familismo e individualismo competitivo, cultura e quasi culto del
lavoro e del risparmio, predisposizione agli investimenti anche rischiosi, competenze tec-
nologiche pregresse, disponibilità all’associazionismo economico e al cooperativismo in
campo agricolo (questo più marcato, per la verità, in Santa Catarina) e, last, but not least,
adesione totale ai dettami di un cattolicesimo fattivo. costantemente alimentato dalla in-
236 discussa religiosità di base delle popolazioni (217).
A CHE SERVE L'ITALIA

In Rio Grande do Sul, anche per motivi pratici e concreti (emigrazione di parroci
e di sacerdoti al seguito dei coloni contadini, collegamento assiduo con l’Italia «intran-
sigente» tramite pubblicazioni e giornali in arrivo per decenni dal Veneto, creazione ex
novo di una rete di cappelle, di chiese, di fabbricerie, di parrocchie eccetera in sintonia
colle iniziative del clero italiano e missionario, partecipazione diretta dei figli e dei ni-
poti degli immigrati ai processi educativi pilotati nei seminari e nelle scuole italiane
eccetera) (218), si ripropone, con tutte le varianti imposte dal caso brasiliano, una ver-
sione interessante del rapporto bene indagato dagli storici in Veneto e nella Lombardia
veneta. (Bergamasco, Bresciano e Mantovano) tra movimento cattolico e sviluppo capi-
talistico (219).
L’isolamento dei nuclei rurali d’apertura e il regime economico che vi si connetteva,
basato sulla piccola proprietà contadina a gestione familiare, subì una prima evoluzione
verso traguardi, culturalmente compatibili con le tradizioni degli immigrati, che agli ini-
zi del secolo coincisero con la specializzazione vitivinicola (il Rio Grande do Sul è tra i
maggiori produttori di vino dell’America Latina e si sprecano, entro i suoi confini, nelle
zone italiane, le feste o le sagre dell’uva) e con l’ascesa del commercio dei prodotti agricoli
(220). Superata la fase dell’assestamento e della prima accumulazione, da questo settore e
da quello dell’artigianato rurale cominciarono a sorgere le principali iniziative di tipo ma-
nifatturiero e propriamente industriale che condussero anche alla nascita di alcune grandi
imprese («firme» famose in tutto il Brasile come la metallurgica Abramo Eberle e Cia,
creata dal figlio di un immigrato scledense) (221) senza mettere in discussione il tessuto, a 237
‘TALIÁN’ IN TERRA BRASILEIRA

tratti pervasivo, delle piccole e medie aziende che formano, attualmente, il nerbo dell’eco-
nomia più vitale e moderna dello Stato e dell’intero Brasile.
In qualche caso il passaggio all’industria fu marcato da più evidenti nessi di colle-
gamento immediato con le esperienze italiane, come accadde per il Lanificio Sao Pedro
aperto a non molta distanza da Caxias da un gruppo di tessitori veneti (222). Alcuni di
loro, licenziati dal protezionista senatore Alessandro Rossi, uno dei padri fondatori del-
l’industria veneta e italiana, dopo uno sciopero disastrosamente fallito nel 1891 a Schio
(223) (da cui partirono allora quasi tremila persone provocando i risentimenti liberisti di
Vilfredo Pareto), diedero vita ad una cooperativa che s’incaricò non solo di costruire e di
far funzionare l’opificio, eretto sul genere di quelli di casa, ma anche di dotarlo d’un pic-
colo contorno d’infrastrutture abitative che configurano la ripresa, in Brasile, del modello
paternalista dei quartieri operai. L’impresa del Lanificio Sao Pedro fu proseguita poi da
uno dei soci subentrati ai primi fondatori, il lombardo Ercole Gallo che la portò nella pri-
ma metà del secolo a livelli competitivi su scala nazionale e in onore del quale la località
dov’era sorto il primo stabilimento venne chiamata, alla brasiliana, Galopolis (224).
Allo scadere degli anniversari giubilari (nel 1925, nel 1950 e nel 1975) (225) furono
poi gli stessi coloni e i loro discendenti a stilare un bilancio di questa evidente vivacità
che già negli anni Venti impressionava e suscitava una benevola invidia nei connazionali
fissatisi in zone del Brasile, come Sao Paulo (226), dove alla bracciantizzazione era seguita,
con modeste eccezioni di arricchimento individuale di pochi «re» del caffè alla Lunardel-
li (Geremia Lunardelli, un altro veneto di famiglia trevigiana) e di altri maggiorenti alla
Matarazzo, una proletarizzazione diffusa o, al massimo, la terziarizzazione di buona parte
delle popolazioni di origine italiana. Che il successo arriso alle iniziative economiche dei
«lombardo-veneti» del Rio Grande do Sul potesse essere già registrato con ammirazione e
con soddisfazione da osservatori quali il socialriformista di Sao Paulo Antonio Piccarolo,
giustifica in qualche modo le prese d’atto positive, di poco più tarde, dell’Italia ufficiale,
sia fascista che del primo periodo repubblicano. In entrambi i casi, però, si trattava di
semplici attestati formali e privi d’impegno perché le autorità consolari e di governo del
paese di origine - vuoi per incapacità, vuoi per scarsa volontà - trascurarono quasi sempre
d’interessarsi ai problemi di queste come di molte altre comunità immigratorie pur man-
tenutesi ostinatamente «italiane».
«Talián», per la verità, in Rio Grande do Sul stava per veneto, avendo i veneti assimi-
lato via via i lombardi e costretto gli altri a venetizzarsi: non solo i meridionali della peni-
sola, più numerosi, come i calabresi, a Porto Alegre, ma anche gli appartenenti a diverse
etnie (neri compresi, si ama dire ancor oggi a Caxias) si videro indotti a imparare qualche
parola della koiné dominante e si adattarono ai costumi locali. Questi ultimi, naturalmen-
te, subirono qua e là significative contaminazioni e non solo nel parlar mescidato con
parsimonia, ossia con l’inserzione di pochi vocaboli e costrutti sintattici portoghesi. Sul
piano alimentare l’ostinato attaccamento dei «taliani» alla polenta e uccelli e al vino d’uva
(ma anche ai tortellini, agli agnolotti e ad altre paste padane e mantovane più che venete)
si combinava con l’affezione, specie festiva, per il gaucho churrasco o per l’ancor più gau-
cho chimarrao.
238 L’avvento inoltre delle quarte generazioni e il concomitante dilagare della televisione,
A CHE SERVE L'ITALIA

intorno alla metà degli anni Settanta, concorsero sulle prime ad omogeneizzare e a brasi-
lianizzare i più giovani fra i quali si conserva oggi la conoscenza passiva della koiné vene-
ta, parlata ancora con proprietà solo da una minoranza, ma in compenso prepararono la
strada al boom dell’emittenza radiofonica privata (sono circa una ventina, in Rio Grande
do Sul, le radio che trasmettono programmi in «talian») e a una più capillare e agevole
diffusione di libri e di giornali realizzati, per i motivi che diremo, in dialetto veneto o
venetizzante.
Il 1975, l’anno del centenario, costituì una data cruciale per questa evoluzione nella
quale al definitivo consolidamento di un modello di sviluppo economico di tipo senz’al-
tro «veneto» cominciò a corrispondere il rilancio pieno e consapevole di un’ideologia al-
trettanto veneta, come la designò fra i primi Mario Isnenghi (227), per impulso di preti,
di frati e di altri sacerdoti. Cogliendo l’occasione offerta dall’anniversario che ebbe alcuni
riscontri anche in Italia e più in particolare nelle antiche zone di partenza, in Rio Grande
do Sul presero il via iniziative pubblicistiche ed editoriali destinate a non più arrestarsi e
quasi a risarcire un silenzio durato ben più di mezzo secolo. Assieme a una quota-parte di
studi d’impianto storico e sociologico non sempre irreprensibili, ed anzi talora ripetitivi o
di scarso rilievo (228), prese slancio soprattutto una produzione memorialistica e narrati-
va animata e «sospinta» da ricercatori instancabili come Arlindo Battistel e Rovilio Costa,
entrambi naturalmente di origine veneta (229).
Ebbe luogo così anche il recupero di testi e di reperti folklorici legati da un lato al-
l’esperienza dell’antica immigrazione e da un altro alla cultura ecclesiastica e religiosa di
coloro che avevano agito da guida e da testa pensante delle popolazioni locali in chiara
funzione di supplenza rispetto alle manchevolezze di una «patria lontana».
Di qui il rilancio in grande stile di opere e operette in veneto che sino alla proibizio-
ne imposta in tempore belli dal governo di Vargas (1942) già avevano goduto di estrema
popolarità fra gli immigrati e che erano comparse originariamente sulle pagine della ri-
gogliosa stampa etnica e clericale della regione. Rese disponibili in Italia in un’antologia
sintomatica per edizione e intenti (quella curata da Ulderico Bernardi, un antesignano
del regionalismo soft di ascendenza democristiana del Veneto doroteo) (230) tali opere,
di scarso valore in sé, ma d’indubbia presa, costituiscono un interessante specchio del-
l’«ideologia veneta», clericale ed ecclesiastica, che accompagnò le principali fasi della tran-
sizione alla modernità di «genti» rurali accomunate da uno stesso destino e da un uso
corrente delle parlate «natali». Frutto dell’inventiva di alcuni frati come Aquiles Bernardi,
Riccardo Liberali e Carlo Porrini, esse risalivano in realtà agli anni cruciali del primo ac-
cesso all’industrializzazione e, pervase di nostalgia e di valori tradizionalisti, s’erano assun-
te il compito di raccontare la storia dell’immigrazione a coloro che ne erano stati i pro-
tagonisti. Il best seller del genere era stato senz’altro un libro del Bernardi (padre Aquiles
cioè) - Vita e storia de Nanetto Pipetta, nassùo in Italia e vegnudo in Merica per catare la
cucagna - in cui si narravano le traversie e la sventura finale di uno sprovveduto giovinetto
italiano negli anni del primo insediamento dei coloni. Seguita a lunga distanza dalla Sto-
ria de Nino, fradello de Nanetto Pipetta dello stesso autore e da un testo ben più «politiciz-
zato» come quello del Liberali - Togno Brusafrati: braure de do compari - i racconti base del
Bernardi e quelli se possibile ancor più tempestivi di don Carlo Porrini - Masticapolenta e 239
‘TALIÁN’ IN TERRA BRASILEIRA

Il vangelo di un colono - condividevano un’impostazione e tecniche compositive per niente


ignote alla produzione similbrescianesca dei preti e dei clericali intenti a fabbricare storie
scherzose e ammiccanti per il popolo fedele delle campagne del Nord Italia (231).
Ispirati in realtà tanto all’esperienza dei coloni immigrati quanto al modello dei vari
Fric e Froc venetizzanti di monsignor G. Flucco, gli scritti di cui parliamo hanno finito,
ai giorni nostri, per apparire un po’ troppo originali e testimoni dell’irriducibilità di una
cultura popolare veneta nativa sia agli occhi dei loro estimatori d’Oltreoceano che a quelli
dei loro scopritori di casa nostra. Leghisti della prima ora come Franco Rocchetta (colui
che all’indomani della sconfitta calcistica subita dall’Italia ai recenti mondiali per opera
del Brasile si consolava comunicando ai giornali d’essere soddisfatto perché almeno il por-
tiere della nazionale avversaria, Taffarel, era un veneto del Rio Grande do Sul) e una serie
fattasi ultimamente assai folta di ammiratori tardivi e di visitatori interessati evitano per
lo più di storicizzare le circostanze di stesura e di pubblicazione di lavori che in origine,
come s’è detto, comparvero a puntate sui giornali italiani fatti allora come oggi dal clero
seppur di origine veneta. Il Masticapolenta di Porrini, un carlista, vide la luce, ad esempio,
sul Corriere d’Italia di Bento Goncalves tra il 1916 e il 1922 quando, a distanza di un
paio d’anni, cominciò ad uscire pure a puntate sulla Staffetta Rio-Grandense dei cappuc-
cini di Caxias l’opus maius di padre Aquiles Bernardi (1924-1926, mentre l’edizione in
volume delle due opere in questione risale a circa dieci anni più tardi, rispettivamente al
1936 e al 1937) (232). La citata Staffetta Rio-Grandense, pubblicata sino al 1941 in ita-
liano, si chiama oggi Correio Riograndense ed è uno dei giornali più diffusi non solo nello
Stato, ma anche in quelli limitrofi.
Per ironia del destino, insomma, le stesse zone che furono teatro delle gesta rivolu-
zionarie di Giuseppe Garibaldi, dei farrapose dei loro seguaci, laici, massoni e anticlericali,
negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, subirono con l’immigrazione un processo
accentuato di cattolicizzazione a sfondo popolar-clericale che spiega a sufficienza le ra-
gioni del distacco e della prolungata astensione dalla lotta politica brasiliana (ma non da
quella locale) dei coloni e dei loro discendenti: i primi rimasti per lo più estranei alle ri-
volte federaliste di fine secolo (1893) e i secondi avvicinatisi con circospezione ai colpi di
Stato e alle grandi competizioni elettorali del Novecento.
Anche in essi, peraltro, qualcosa residua delle attitudini secessioniste gauche (il Rio
Grande do Sul è tradizionalmente regionalista e comunque, da cent’anni, con Sao Paulo,
uno dei due Stati che danno quasi regolarmente alla guida del paese i loro capi: lo stes-
so Getulio Vargas veniva di qui) (233): un sentimento di superiorità «sudista», condiviso
ben s’intende anche dai luso-brasiliani e dagli altri gruppi etnici d’origine europea sia qui
che in Santa Catarina, pervade gli atteggiamenti di larga parte dell’opinione pubblica sul
riograndense. il bersaglio delle critiche più in uso fra i lombardo-veneti della zona di colo-
nizzazione italiana riguarda gli sprechi fatti nella capitale (l’artificiale Brasilia) e nelle città
spensierate del nord, a partire dalla carioca Rio de Janeiro. L’equivalente della diffidenza
e del disprezzo nei confronti dei vu cumprà ultimamente giunti nell’antica madrepatria si
materializza qui in forme d’insofferenza per i marginali e i senza lavoro locali (portatori
d’una cultura dell’ozio aborrita dai «taliani», come già segnalava negli anni Cinquanta
240 Thales de Azevedo) (234) e di rifiuto dei nordestini migranti nonché in genere - ma si
A CHE SERVE L'ITALIA

tratta di una prevenzione assai antica e riflessa a dovere nella letteratura immigratoria dei
preti citati - dei neri.

L’uso geopolitico dei ‘talián’


Va da sé che date queste premesse vecchie e nuove la zona di colonizzazione italiana
in Rio Grande do Sul non poteva non diventare la Terra Promessa per i sostenitori di
un nazionalismo periferico e regionalista che rischiano di trovarvi la conferma a tutte le
proprie peggiori e più infondate vedute: lingua, cultura e tradizioni congiurano qui ad
avallare l’idea che esista una nazione veneta «quia nata» e, se non sottoposte al vaglio di
un’analisi storica stringente, possono servir di sgabello per operazioni spericolate come
quelle di cui han dato conto, fra l’autunno del 1993 e la primavera elettorale del 1994,
alcuni giornali italiani.
Non solo emissari leghisti, che vantano un radicamento relativamente più antico da
queste parti dove esistono da vari anni sezioni e simpatizzanti del movimento, ma già
anche i plenipotenziari di Forza Italia guardano con interesse al Brasile meridionale in
cui certo la latitanza dello Stato è durata assai a lungo, ma in cui non sono mancati, negli
ultimi vent’anni per lo meno, momenti di contatto ed episodi di concreto collegamento
(occorre ricordare, ad esempio, che alla «riscoperta» delle radici italiane e alla circolazio-
ne della pubblicistica folklorica e scientifica sui lombardo-veneti del Rio Grande do Sul
han dato un impulso decisivo gli appoggi e i finanziamenti della torinese Fondazione G.
Agnelli) (235). La Liga Veneta, però, e non già tanto Umberto Bossi costituisce, stando ai
brillanti reportage di Maurizio Chierici (236), un punto di riferimento per molti brasilia-
ni lombardo-veneti la cui iniziazione alla politica italiana, peraltro, risale a periodi di poco
precedenti la nascita in Veneto del leghismo. I viaggi apostolici di Rocchetta e di Marilena
Marino dell’ex missino veneziano Fabrizio Comencini, accuditi dal referente locale Darcy
Loss Luzzato, un prolifico autore di storie e di frottole in dialetto e animatore del circolo
«El massolin de fiori», il terminale riograndense della Liga, non costituiscono, in realtà,
una novità assoluta.
Si tenga infatti conto che dal 1975 le anime protoleghiste della Dc bisagliana, nel-
l’accezione segnalata in un suo libro da Ilvo Diamanti (237) e nella pratica delle corri-
spondenze a stampa assicurate dai molti organi dei «Veneti nel Mondo» di osservanza Dc
(238), avevano già provveduto a colmare il vuoto lasciato per cent’anni dalle istituzioni
statali attraverso un intenso lavorio d’interscambio (non escluso quello economico e com-
merciale). Se all’alba della cosiddetta Seconda Repubblica da Caxias e da Bento Gonçal-
ves possono partire per Conegliano, officiati e spesati dalla Lega, sociologi di sicuro affida-
mento come il professor Lorival Belè in traccia di prove anagrafiche inoppugnabili della
«veneticità» dei compaesani italo-brasiliani, negli ultimi anni della Prima Repubblica era
stato il Veneto, inteso anche come ente Regione, a sollecitare rapporti e contatti affidati
per lungo tempo a studiosi come quelli posti al vertice del Centro interuniversitario di
studi veneti dal potere politico e accademico democristiano (i vari Padoan e Meo Zilio,
quest’ultimo approdato poi non per caso, al Senato, nelle file della Lega).
Nel 1981, per non citare che un aneddoto fra i molti possibili, i notabili dc delle 241
‘TALIÁN’ IN TERRA BRASILEIRA

zone di maggior deflusso emigratorio del Veneto (Vicenza, Treviso e Belluno-Feltre) si


mobilitarono per creare un istituto a tutela della cultura veneta in Brasile e colsero l’oc-
casione offerta da una visita in regione dell’allora magnifico rettore dell’Università degli
studi di Caxias do Sul, Abrelino Vicente Vazatta, onde ufficializzare e pubblicizzare l’at-
tività dell’Unione delle province venete per i rapporti col Sudamerica escogitata dalla fer-
tile mente di Gianni Pandolfo, futuro protagonista eccellente delle cronache 1992-’94 di
Tangentopoli in Veneto, rimasto a lungo latitante (si dice appunto in Brasile dove come
altri uomini politici e affaristi veneti aveva effettuato importanti investimenti fondiari e
finanziari). Pandolfo e Vazatta, anche se con enfasi meno pronunciata di quella dei leghi-
sti a venire, già in quell’occasione avevano battuto la grancassa dell’identità veneta quale
basamento e presupposto di una solidarietà etnica sovranazionale che forse serviva a co-
prire interessi diversi da quelli elettoralistici odierni dei fautori di un improponibile voto
agli americani di origine italiana. Ma del tutto analogamente avevano posto l’accento sui
nessi di retaggio etnico e di sangue che in epoche precedenti erano stati utilizzati e tirati
in ballo in Italia tutt’al più per garantire l’agibilità calcistica di giocatori oriundi come il
polesano di Giacciano con Barucchella, linguisticamente tuttora poco acculturato, José
Altafini, goleador di un indimenticato Milan preberlusconiano. Pandolfo e Vazatta, in-
fatti, secondo le cronache del tempo, avevano «soprattutto messo a fuoco l’importanza di
tutelare e valorizzare gli aspetti culturali che la comunità di discendenza veneta continua a
trasmettere di padre in figlio come “valori” distintivi della propria terra: il dialetto, le tra-
dizioni, gli usi e la storia complessiva di una emigrazione che ha inciso sensibilmente sulla
storia del Brasile» (239).
C’è da augurarsi che i furori regionalistici ed etnici degli odierni seguaci di Franco
Rocchetta, appoggiandosi alla peculiare esperienza lombardo-veneta in Rio Grande do
Sul, non abbiano a ritorcersi più di quanto non sia già capitato o stia capitando sulla
storia del nostro paese. In fin dei conti, infatti, anche in Brasile e a dispetto della tenuta
di mille preconcetti campanilistici o della reviviscenza di dialetti e di culture regionali,
veneti, lombardi e molti altri venuti dalle più diverse parti della penisola o discesi da loro
hanno imparato, spesso a proprie spese, ad essere (o «di essere»?), come assai spesso succe-
de in emigrazione, italiani.

242
A CHE SERVE L'ITALIA

Note

199. L. FAVERO - G. TASSELLO, «Cent’anni di emigrazione italiana (1876-1976)», in G. ROSOLI, (a cura di),
Un secolo di emigrazione italiana: 1876-1976, Roma 1978, Cser, pp. 9-63.
200. A. ALBóNICO - G. ROSOLI, Italia y América, Madrid 1994, Editorial Mapfre, pp. 205-410.
201. E. SORI, L’emigrazione italiana dall’unità alla seconda guerra mondiale, Bologna 1979, il Mulino.
202. R. F. HARNEY - V. J. SCARPACI, (a cura di), «Little Italies negli Stati Uniti tra ‘800 e ‘900», Milano 1981,
numero speciale di Storia Urbana, luglio-settembre 1981.
203. E. FRANZINA, Stranieri d’Italia. Studi sull’emigrazione italiana dal Risorgimento al Fascismo, Vicenza 1994,
Odeon Up.
204. A. PAPARAZZO, Italiani del Sud in America. Vita quotidiana, occupazione, lotte sindacali degli immigranti
meridionali negli Stati Uniti (1880-1917), Milano 1990, Franco Angeli.
205. Nel volume a cura di A. GIBELLI e P. RUGAFIORI, Storia d’Italia. Le regioni dall’unità a oggi. La Liguria,
Torino 1994, Einaudi, cfr., in ordine, F. SURDICH, «I viaggi, i commerci, le colonie: radici locali dell’ini-
ziativa espansionistica», pp. 357-512; A. GIBELLI, «La risorsa America», pp. 585-652 e F. J. DEVOTO,
«Liguri nell’America australe: reti sociali, immagini, identità», pp. 653-692.
206. 8. A. TRENTO, Là dov’è la raccolta del caffe. L’emigrazione italiana in Brasile 1875-1940, Padova 1984, Edi-
trice Antenore.
207. C. VANGELISTA, Le braccia per la fazenda. Immigrati e caipiras nella formazione del mercato del lavoro pauli-
sta (1850-1930), Milano 1982, Franco Angeli .
208. N. SANTORO DE CONSTANTINO, O italiano da esquina. Imigrantes na sociedade porto alegrense, Porto
Alegre 1991, Est-Educs.
209. M. SABBATINI, «Il significato storico della colonizzazione», in ID, (a cura di), La regione di colonizzazione
italiana in Rio Grande do Sul, Firenze 1975, Cnr-Cultura Cooperativa Editrice, pp. XXI-XXXIX.
210. M. SABBATINI - E. FRANZINA, (a cura di), I veneti in Brasile nel centenario dell’emigrazione (1876-1976),
Vicenza 1977, Edtzioni dell’Accademia Olimpica.
211. AA. VV., As colonias italianas Dona Isabel e Conde d’Eu, Torino-Porto Alegre 1992, Fondazione G. Agnelli
- Est, e R. COSTA - M. GARDELIN, Os povoadores da colonia Caxias, ibidem 1992.
212. J. ROCHE, La colonisation allemande et le Rio Grande do Sul, Paris 1959, e D. VON DELHAES GUEN-
THER, «La colonizzazione italiana e tedesca in Rio Grande do Sul», Studi Emigrazione, nn. 38-39,1975,
pp. 342-355.
213. «Da italoamericani a euroamericani», XXI Secolo - Studi e ricerche della Fondazione G. Agnelli, II, n. 2, dicem-
bre 1993, pp. 10-11.
214. Cfr. T. AZEVEDO, Italianos e gaúchos. Os annos pioneiros da colonização italiana no Rio Grande do Sul, Porto
Alegre l975; R. COSTA, Imigração italiana no Rio Grande do Sul, ibidem 1988, Est; e R. COSTA - L. A.
DE BONI, (a cura di), La presenza italiana nella storia e nella cultura del Brasile, Torino 1991, Fondazione
G. Agnelli.
215. N. SANTORO DE COSTANTINO, «L’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul (Brasile): I meridio-
nali nella struttura sociale di Porto Alegre (1884-1914)», Dedalus, n. 4, 1990, pp. 97-110.
216. G. B. PELLEGRINI, «L’onomastica veneta di Rio Grande do Sul», in M. SABBATINI, (a cura di), La regio-
ne di colonizzazione italiana..., cit., appendice.
217. G. ROSOLI, «L’emigrazione italiana nel Rio Grande do Sul, Brasile meridionale», Altreitalie, V, n.10, 1993,
pp. 5-25 e R. GROSSELLI, La colonizzazione nel sud del Brasile: un «fallimento» da rivalutare, intervento
al Convegno internazionale di studi su «I fattori culturali dello sviluppo: italiani e tedeschi in due Stati del
Brasile (Rio Grande do Sul e Santa Catarina)», Trento 6-7 dicembre 1990.
218. G. ROSOLI, «Il ruolo della Chiesa nella colonizzazione italiana del Rio Grande do Sul», in G. MASSA, (a
cura di), Contributo alla storia della presenza italiana in Brasile, in occasione del 1° centenario dell’emigrazione
agricola italiana nel Rio Grande do Sul, 1875-1975, Roma 1975, Iila; pp. 55-69.
219. E. FRANZINA, La transizione dolce. Storie del Veneto fra ‘800 e ‘900, Verona 1990, Cierre Editrice, pp. I-
LXIV.
220. P. L. BERETTA, La colonizzazione italiana nel Rio Grande do Sul (Brasile). Contributo a una ricerca geogra-
fica sull’insediamento e sulle attività economiche dei coloni di origine italiana nella regione vitivinicola di
Caxias do Sul (Encosta da Serra), Istituto di scienze politiche dell’Università di Pavia, Pavia 1976. 243
OVUNQUE E DI MENO! LA POTENZA USA NEL MONDO

221. V. A. LAZZAROTTO, Pobres construtores de riqueza, Caxias do Sul 1981, Est.


222. A. FOLQUITO VERONA, «A imigraçao da Schio para o Brasil», Insieme (Revista de Apiesp), Sao Paulo, n.
3, 1992, pp. 53-65.
223. E. FRANZINA, La grande emigrazione. L’esodo dei rurali dal Veneto durante il secolo XIX, Venezia 1976, Mar-
silio, pp. 199-200 e pp. 221-222.
224. V. B. MERLOTTI HEREDIA, «Considerazioni sull’industrializzazione nell’area di colonizzazione italiana di
Rio Grande do Sul», Dimensioni dello sviluppo, IX, nn. 3-4, 1992, pp. 161-183.
225. Cfr. AA. VV., Cinquantenario della Colonizzazione Italiana del Rio Grande do Sul, Porto Alegre 1925, Livraria
do Globo; «Album commemorativo do 75° Aniversario da Colonizaçao no Rio Grande do Sul», Revista do
Globo, ivi 1950; e AA. VV., Centenario da imigraçao italiana; Rio Grande do Sul-Brasil, ivi 1975, Edel.
226. ROBUR, «L’emigrazione italiana nel Rio Grande do Sul», La difesa, Sao Paulo, n. 19, 1/5/1925 e «Immigra-
zione e colonizzazione», ivi, n. 31, 2/8/1925. Dietro allo pseudonimo di Robur si celava con ogni probabili-
tà il socialriformista Piccarolo, su cui cfr. A. HECKER, Um socialismo possivel. Attuaçao de Antonio Piccarolo
em Sao Paulo, Sao Paulo 1989, T.A. Queiroz Editor.
227. M. ISNENGHI, «Il Veneto nella “Merica”. Tracce di una letteratura popolare in emigrazione», in E. FRAN-
ZINA, (a cura di), Un altro Veneto. Saggi e studi di storia dell’emigrazione durante i secoli XIX e XX, Abano
Terme 1983, pp. 461-481.
228. Per un elenco cfr. comunque R. COSTA - I. MARCON, (a cura di), Imigraçao Italiana no Rio Grande do
Sul: fontes historicas, Porto Alegre 1988, Est Educs.
229. Cfr. L. A. DE BONI - N. R. GOMES, Entre o passado e o desencanto: entrevistas com imigrantes italianos e seus
descendentes no Rio Grande do Sul, Porto Alegre 1983, Est; e A. I. BATTISTEL - R. COSTA, Assim vivem os
italianos, Porto Alegre-Caxias 1982-’83, Est Educs, 3 voll.
230. U. BERNARDI, A catàr fortuna. Storie venete d’Australia e del Brasile, con due interventi di G. B. Pellegrini,
Regione Veneto-Fondazione G. Cini, Vicenza 1994, Neri Pozza Editore.
231. E. FRANZINA, «Brasile: fra storia e romanzo», in J. J. MARCHAND, (a cura di), La letteratura dell’emi-
grazione. Gli scrittori di lingua italiana nel mondo, Torino 1991, Edizioni della Fondazione G. Agnelli, pp.
213-228.
232. Cfr. M. GARDELIN, Imigraçao italiana no Rio Grande do Sul: fontes literarias, Porto Alegre 1988, Est-
Educs.
233. J. LOVE, Rio Grande do Sul and Brazilian Regionalism, 1882-1930, Stanford 1971, Leland Stanford Junior
University.
234. Cfr. E. FRANZINA, «Prefazione ai taccuini di Thales», in T. DE AZEVEDO, Os italianos no Rio Grande do
Sul. Cadernos de pesquisa, Caxias do Sul 1994, Educs, pp.7-23.
235. Molti dei titoli della «Coleçao Imigraçao Italiana» coordinata per i tipi dell’Escola Superior de Teologia Sao
Lourenco da Brindes (Est) da frei Rovillo Costa e, con lui, da Luis Alberto De Boni e da Italico José Marcon
(ormai più di 100 volumi) sono usciti «com apoio da Fondazione G. Agnelli». L’opera più vasta e impegna-
tiva promossa dalla Fondazione torinese resta, per il Brasile, il 3° volume di Euroamericani. La popolazione di
origine italiana negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile, 1987.
236. M. CHIERICI, «Raid in America Latina a caccia di voti», Corriere della Sera, 4/ 10/1993.
237. I. DIAMANTI, La Lega. Geografia, storia e sociologia di un nuovo soggetto politico, Roma 1993, Donzelli, pp.
47-48.
238. E. FRANZINA, Storia dell’emigrazione veneta dall’unità al fascismo, Verona 1992, Cierre Edizioni, pp. 21-45.
239. «Un istituto a tutela della cultura veneta», Giornale di Vicenza-L’Arena di Verona, 30/9/1981.

244
A CHE SERVE L'ITALIA

QUESTIONE ISTRIANA
O ISTRIANISCHE
ANGELEGENHEIT di Antonio SEMA

Un approccio puramente economicistico al problema dell’Istria


può risvegliare i fantasmi dell’irredentismo italiano
e dell’imperialismo germanico. Nella penisola adriatica sono
in gioco gli interessi di molti Stati. Una proposta al nostro governo.

P ICCOLA PENISOLA DELL'ALTO ADRIA-


tico passata attraverso diverse dominazioni (di cui quella veneta fu la più importante),
sempre abitata da popolazioni diverse, l’Istria perse l’essenziale componente italiana con
l’arrivo di Tito, quando se ne andarono in 350 mila (gli esuli). A rinsanguare gli sloveni
e i croati rimasti, arrivarono genti slave di varia provenienza. Nel 1991, il confine slo-
veno-croato divise in due la regione, e nel 1992 si aprì il contenzioso tra i nuovi Stati e
l’Italia, sulla revisione degli Accordi di Osimo con cui era stata ceduta a Belgrado la parte
dell’Istria che già controllava - pur senza piena sovranità - mentre il resto ce l’avevano già
tolto col Trattato di pace. Intanto, sul versante italiano del confine, si lucrava sul piccolo
traffico di frontiera e sull’import-export verso i Balcani. Fu bello e conveniente, allora, gio-
care alla piccola vetrina dell’Occidente per gli slavo-comunisti.
Fu quando ridivennero slavi, che non bastò più conciliare gli affari con la corrosione
ideologica dell’avversario nelle zone più suscettibili a tale strategia. E anche questo fu Alpe
Adria. Già alla fine degli anni Ottanta il mercato dell’Europa orientale era un magnete
che attirava politici e imprenditori del Nord-Est. L’Italia nord-orientale, uscita dal domi-
nio asburgico tra il 1866 e il 1918, non ci mise molto a convincersi che il suo futuro eco-
nomico, culturale e financo etnico, sarebbe stato meglio tutelato da un solido aggancio
con i paesi dell’Est, inglobati nella Mitteleuropa. Nomen est omen: tutto riconduceva ai
vecchi padroni d’oltr’Alpe, e tutti lo sapevano, ma senza farci caso. Importava di più che
l’anello di congiunzione tra il Nord-Est e l’Eldorado mitteleuropeo fosse la Slovenia, dove
già operavano precursori quali Standa, Pacorini e Tripcovich. Li seguirono Melzi Segre, 245
QUESTIONE ISTRIANA O ISTRIANISCHE ANGELEGENHEIT?

Fiat Iveco, Zoppas, Illy; e con loro Saffa, Benetton e tante altre aziende del Nord-Est. Per
tutti, il buon andamento dei rapporti con la Slovenia era garanzia di buoni affari.
Ma la Slovenia era pure l’anello di congiunzione tra l’Italia e i due piccoli Stati balca-
nici insediatisi in Istria, come eredi di quella Jugoslavia che, 45 anni prima, aveva strappa-
to quella terra proprio all’Italia. E nel 1918 l’Italia l’aveva tolta all’Austria-Ungheria, più
di un secolo dopo che gli Asburgo avevano ricevuto la penisola dalla Francia, che l’aveva
acquisita a sua volta dalla Serenissima all’atto della sua scomparsa... Solo storia? Anche,
ma se agli Stati qui ricordati (o ai loro successori) si aggiungevano Germania e Stati Uniti,
era fatto anche l’elenco degli Stati che, solo nel 1994, avevano ritenuto di esser titolati a
interloquire nella questione istriana. Poi, naturalmente, c’erano gli istriani.

Interesse nazionale e interessi di confine


Con tanti interessi attorno all’Istria, pare evidente che la revisione di Osimo debba
uscire dalla routine per identificare e tutelare interessi chiari per la controparte, come per
l’Italia. Valorizzare la questione in veste di tutela degli esuli anche per coinvolgere precisi
interessi elettorali... È stato fatto, e pesantemente, pure nel 1994. Poi le elezioni finiscono,
la Farnesina spiega che non è revanscista, Lubiana fa intravedere possibili turbamenti dei
rapporti economici e gli imprenditori del Nord-Est spiegano quanto poco contino gli in-
teressi degli esuli rispetto al valore «infinitamente maggiore» della posta economica in gio-
co (240). I politici appena eletti li ascoltano compunti. Il richiamo di Alleanza nazionale
ai «diritti storici» dell’Italia su Istria, Fiume e la Dalmazia, risuona così bene a Nord-Est
da averne motivato l’esclusione dalla nuova giunta regionale del Friuli-Venezia Giulia for-
mata da Lega Nord, Forza Italia e Partito popolare.
La scelta del fattore economico come unico interesse da tutelare al confine nordorienta-
le significa allineare il Nord-Est con Lubiana perché ambedue premano su Roma per scon-
giurare contromisure economiche slovene. Una paura profonda, incentivata da politici ita-
liani e sloveni abili nel disegnare scenari esaltanti a cui far seguire delusioni, su cui imbastire
nuove promesse. Ad esempio, nel 1992 il Friuli-Venezia Giulia era convinto che sul suo
territorio si sarebbero incrociate ben quattro direttrici: la Trieste-Lubiana-Budapest-Kiev, la
Trieste-Fiume-Spalato-Tirana, l’asse Adriatico-Baltico e il rafforzamento della ferrovia Vene-
zia-Trieste-Tarvisio-Vienna. Il primo passo, modesto «ma strategicamente importante», era
il collegamento fra le reti autostradali di Italia e Slovenia (da Gorizia e Trieste a Prevallo).
Già allora la società Adria aveva ottenuto l’assegnazione del progetto da parte del governo
sloveno, ma nulla era successo (241), né alcunché successe più tardi, anche se ancora a gen-
naio del 1994, il sindaco Illy assicurava che i lavori sarebbero partiti «presto» (242).
A giugno, Adria si sciolse causa gli «ostacoli insormontabili» da parte slovena, nono-
stante l’Italia avesse già stanziato 98 miliardi. E sfumava pure il coinvolgimento italiano
nell’autostrada da Lubiana all’Ungheria, un affare da un miliardo di dollari, che «sembra-
va» a portata di mano dei soci di Adria, ossia Fiat Impresit, Autovie Venete e Autostrada
Venezia-Padova (243). Il miraggio svanì, danneggiando imprese del Nord-Est, giusto due
246 settimane prima dell’incontro italo-sloveno di Trieste. Una settimana dopo l’Araba Fenice
A CHE SERVE L'ITALIA

volava nuovamente lungo una direttrice ad alta velocità fra Trieste e il Nord Europa sino
a Mosca e San Pietroburgo, completata da un corridoio dall’Adriatico al Mar Nero attra-
verso i Balcani (244).
In predicato non era la serietà delle proposte, ma l’uso politico che ne veniva fatto
per condizionare forze costrette a subire. Come poteva reagire l’industria friulana, che rea-
lizzava circa un terzo dell’export con la Slovenia e per il resto dipendeva dall’area tedesca,
donde e soltanto partiva la distribuzione per il suo «triangolo della sedia», che fatturava
duemila miliardi all’anno (245)? Come spiegava Melzi Segre, al Friuli serviva integrarsi
con Austria, Slovenia e Croazia e sistema Nord-Est per proiettarsi verso l’area danubiana.
Dunque, Slovenia e Croazia dovevano entrare in Europa (246), e pazienza se ciò annulla-
va l’intera strategia negoziale della Farnesina, basata proprio sul controllo dell’accesso alla
Ue. Alla Confindustria bastava rafforzare l’integrazione e la cooperazione industriale con
la Slovenia, come area di transito verso l’Europa centrale e orientale. La finanza veneta
voleva gestire il Nord-Est, lasciando il Nord-Ovest alla Cariplo. Ma poi l’accorpamento
delle varie Casse di Risparmio dell’area doveva agganciarsi con Baviera e Austria, alla luce
delle grandi intuizioni di Alpe Adria e di stimati politici locali come Biasutti, Bernini o
De Michelis (247). Ed erano nomi e progetti che circolavano anche in Friuli, e a Trieste,
con la «forte coincidenza di idee» tra il ministro Andreatta e l’Assindustria triestina (248). 247
QUESTIONE ISTRIANA O ISTRIANISCHE ANGELEGENHEIT?

Invero, qualcuno vedeva nella Slovenia un concorrente anziché un partner, ma ve-


niva rapidamente zittito asserendo trattarsi di mero conflitto di interessi tra chi aveva già
investito a Capodistria (come l’imprenditore-sindaco Illy) e chi era rimasto fermo a Trie-
ste (249). Per i valori ideali dell’apertura a Est, andava bene tutto, purché fosse mitteleu-
ropeo. Il nemico da battere era il nazionalismo irredentista: prima di Mani Pulite era lo
stesso.
Dal 1994 entrava nel quadro anche Silvio Berlusconi. Negli anni Ottanta egli aveva
lavorato con Telecapodistria, e nella guerra del 1991 i suoi ponti-radio erano pronti a ga-
rantire i collegamenti di Lubiana col mondo esterno. E già un mese dopo le elezioni, Illy
segnalava l’accordo tra Lubiana e la nuova maggioranza sul rispetto di «alcune condizioni»
per rivedere Osimo: pur con differenze sui «modi» dell’accordo, l’intesa sugli obiettivi era
già raggiunta (250). Poi, con una calcolata gaffe, Berlusconi rovesciava una posizione sto-
rica della Farnesina rivendicando la «reciprocità di trattamento tra le diverse minoranze»
(251) e, per concludere, il 16 luglio spiegava come Osimo riguardasse questioni «impor-
tanti forse nel principio, ma non nelle dimensioni concrete» (252). Illy confermava che
i due imprenditori-politici erano d’accordo sulla «piena collaborazione» con la Slovenia
(253).
Ma col «buon senso» imprenditoriale non si arrivava molto lontano, se (con azzecca-
ta scelta dei tempi) si faceva coincidere la riunione dell’iniziativa centroeuropea a Trieste
con il decreto Biondi. Le richieste italiane si riducevano infatti sino a diventare micro-
scopiche: restituzione agli esuli dei beni confiscati e ancora posseduti dallo Stato sloveno,
modifica della legislazione slovena in materia di proprietà immobiliari e ricorso al veto so-
lo se Lubiana fosse stata «intransigente» (254). Così, dunque, la nuova maggioranza aveva
cominciato a muoversi sul terreno internazionale. Tre mesi prima, il ministro degli Esteri
Martino aveva promesso che Lubiana non sarebbe entrata nella Ue «senza aver smantella-
to» il confine interno dell’Istria e restituito i beni agli esuli, anticipando per il dopoguerra
un «ruolo di tutela» italiano sulla penisola, sulle linee di quello austriaco per l’Alto Adige
(255). Ma come riuscirci quando proprio allora la stampa slovena paragonava l’Italia «a
una sorta di repubblica delle banane» (256)?

I confini intoccabili e gli altri


Nella parte litoranea dell’Istria slovena (di antica tradizione italiana) si trova l’unico
porto della Slovenia, rinserrato fra tre confini internazionali, di cui uno marittimo, tutti
gravati da qualche contenzioso. Il confine più tranquillo è quello italo-sloveno, intocca-
bile per definizione. Per primo il segretario di Stato americano aveva ammonito l’Italia
a non toccare i confini della seconda guerra mondiale con la ex Jugoslavia, mettendo in
discussione Osimo (257). Poi, dopo che il presidente francese Mitterrand e quello tede-
sco Herzog avevano messo in guardia l’Europa sui «pericoli del modello italiano» (258)
alla Conferenza sulla stabilità in Europa, l’Italia e la Russia bloccavano l’inserimento di
Lubiana nella lista dei candidati all’ingresso nell’Ue (259); o forse erano state Germania e
248 Francia a caldeggiarne l’inserimento ricevendone «un rifiuto molto energico» (260).
A CHE SERVE L'ITALIA

A luglio l’Austria criticava le pretese italiane di bloccare l’accesso sloveno nella Ue,
che rischiavano di creare un «precedente» in tutta Europa. Confermando la disponibilità
a mediare tra Roma e Lubiana, Vienna negava di voler riaprire «l’altro punto dolente su-
balpino», quello altoatesino (261). In realtà, Eva Klotz era già in piena attività, e più tardi
il terrorista Karl Ausserer avrebbe ricominciato a minacciare. Da Bonn, intanto, giungeva
la «preghiera» di non esacerbare la polemica con la Slovenia per non scatenare le richieste
dei profughi tedeschi (262). Ad agosto, infine, Bonn comunicava i termini dell’arbitrato
sul confine italo-sloveno. La formula era quella di un’intervista alla Repubblica del mi-
nistro degli Esteri tedesco Kinkel, ma il significato era inequivocabile. I successori della
Wilhelmstrasse interloquivano nelle faccende adriatiche perché «estensione» e «capacità
economiche» della Germania avevano conferito a quel paese «un peso particolare» all’in-
terno e all’esterno della Ue. Il diritto di Bonn discendeva dunque dalla sua forza, e questa
dispensava dalle sottigliezze diplomatiche. La Germania aveva così deciso che: la questio-
ne dei beni e dei risarcimenti era già definita da accordi vincolanti; le «singole questioni»
andavano discusse a livello bilaterale, ma non in relazione «con l’avvicinamento della Slo-
venia alla Ue»; Lubiana doveva garantire parità di trattamento per l’acquisto di beni pa-
trimoniali. Bonn riteneva superflua una sua eventuale mediazione (263). La sistemazione
riguardava solo uno dei tre confini internazionali del litorale sloveno, lasciando impregiu-
dicati gli altri due tra Slovenia e Croazia, all’interno dell’Istria e lungo il mare davanti a
Capodistria. Su questi gravavano «irrisolti problemi confinari», per giunta incattiviti da
«una serie di incomprensioni» che stavano condizionando a tale punto i rapporti tra i due
paesi, che l’interscambio era sceso dagli 8 miliardi di dollari del 1990 a 1,3 miliardi nel
1993. Nel 1994, le previsioni si fermavano a 800 milioni (264).

Prospettive dell’Istria slovena


L’intangibilità del confine italo-sloveno non garantiva i confini vicini, non assicura-
va l’impermeabilità dell’area italiana dai contraccolpi del contenzioso sloveno-croato, non
tutelava la minoranza italiana: garantiva solo che quest’ultima avrebbe subito il destino
degli abitanti dell’Istria. In altri termini, se l’Italia doveva curarsi degli esuli e della mino-
ranza italiana in Istria (3 mila individui in Slovenia e 27-30 mila in Croazia) non poteva
trascurare come i beni dei primi e le vite dei secondi condividessero la sorte della popo-
lazione dell’Istria, circa trecentomila persone, per lo più croati e sloveni, ma anche slavi
immigrati dopo il 1945 e istriani che si riconoscevano solo come abitanti della loro terra.
Attraverso il confine intoccabile l’Italia si agganciava all’Istria e alla sua gente che per co-
modità (ma impropriamente) chiameremo «istriani». I quali istriani, dalle prime elezioni
libere del 1990 a quelle del 1993, avevano sempre votato in controtendenza rispetto ai
loro concittadini. Nel 1990, a fronte del trionfo nazional-liberale di Demos in Slovenia e
dell’esaltato nazionalismo dell’Hdz in Croazia, gli istriani votarono a sinistra finché non
si affermò un partito locale, la Dieta democratica istriana (Ddi), che nel 1993 aveva il
72% dei voti nell’Istria croata. Nella parte slovena prevaleva ancora la sinistra, con la Ddi
al 6%. Questa zona aveva caratteri particolari, in parte tipici dell’area confinaria che da 249
QUESTIONE ISTRIANA O ISTRIANISCHE ANGELEGENHEIT?

Capodistria a Nuova Gorizia presentava caratteristiche omogenee e un alto sviluppo eco-


nomico, paragonabile solo a quello di Maribor. Ma il Capodistriano era specifico perché
aveva l’unico tratto di costa della Slovenia, l’unico porto e un fiorente turismo balneare,
nonché due confini terrestri, l’uno segnato dalle spinte verso l’integrazione transfrontalie-
ra verso l’Italia, l’altro dal disinteresse verso la Croazia, e uno marittimo carico di proble-
mi. In questa parte dell’Istria, spiegava il giornalista del Piccolo Paolo Rumiz, un’immigra-
zione senza radici aveva ridotto gli istriani a una minoranza, mentre si era affermata una
nuova classe dirigente legata a Lubiana. Ma ogni delegazione internazionale in visita al
porto rendeva questa élite capodistriana più sicura della sua forza economica rispetto al
resto del paese. Non casualmente, quando Lubiana aveva tentato di sminuzzare gli enti
locali per rafforzare la sua autorità centrale, Capodistria aveva risposto con l’accorpamen-
to intercomunale dell’intera area costiera.

I molti problemi dell’Istria croata


Le più chiare indicazioni sulla peculiarità istriana arrivavano dall’Istria croata che
non ce l’aveva fatta ad uscire «dal grigiore generale» dell’economia croata: nel primo
trimestre del 1994 l’export della penisola era sceso del 54% rispetto al 1993 (265).
Ma l’istriano aveva cominciato a riflettere e a far di conto. S’era accorto che Zagabria
attuava una strategia per controllare «in tutto e per tutto» la vita politica, economica,
sociale e culturale dell’Istria (266). Sapeva che il partito di Tudman, l’Hdz, aveva ac-
quisito il controllo delle prime dieci banche della Croazia, e tra queste c’erano la Banca
Fiumana (18,5% del capitale bancario croato) e la Banca di Pola (267). Poi vedeva che
nel 1993 Zagabria aveva speso in armamenti oltre tre miliardi di dollari, cioè più di tre
volte l’introito complessivo del turismo istriano. Alla fine, l’istriano concludeva che la
Croazia era la palla al piede dell’economia istriana, se non la sanguisuga che assorbiva
la linfa vitale della penisola; perciò votava la Ddi, che spiegava le «pessime condizioni»
dell’economia istriana con il controllo statale sulle aziende e con quello dell’Hdz sui
loro consigli di amministrazione (268).
La posta in gioco era il controllo dell’economia istriana, e soprattutto del suo
turismo. La Ddi aveva successo perché lottava contro lo strangolamento dell’Istria da
parte di Zagabria. Il suo regionalismo era una strategia credibile, e non violenta, per
assicurare quella ricchezza agli istriani, in cui la parità linguistica fra italiano e croato
era cruciale per sostanziare l’identità della regione e poter chiedere una specifica am-
ministrazione regionale. I guai veri sarebbero arrivati con la pace, quando le ricchezze
istriane avrebbero pagato le spese della guerra croata.
Per alcuni osservatori, proprio questo aveva causato e incancrenito la «grandissi-
ma frattura» fra Tudman e «tutta la gente, filocroati in testa, della costa» (269). Gli
istriani dovevano difendere la propria ricchezza, ma Zagabria doveva impadronirse-
ne, liquidando al tempo stesso la Ddi. Doveva riuscirci, perché altrimenti i croati
avrebbero regalato alla Krajina molto di quello per cui s’era combattuto dal 1990: in
250 una Croazia ristabilita nei suoi confini, infatti, ogni risultato acquisito dall’Istria, nel
A CHE SERVE L'ITALIA

settore dell’autonomia, diventava uno «scomodo precedente» per lo status della Kraji-
na (270). Peggio ancora se questa fosse rimasta libera, perché Zagabria avrebbe avuto
bisogno di rivalersi altrove.

Ipotesi per un’azione italiana verso l’Istria


L’interesse per la questione istriana nasce dal pensiero che il passaggio cruciale per
l’Italia non è la guerra nei Balcani, che non la riguarda, ma la pace che la concluderà.
Allora l’Istria e la Krajina condizioneranno la vita politica croata assieme ai contrasti tra
sloveni e croati. Milioni di persone cominceranno a fare i conti con la spoliazione delle
loro ricchezze da parte di élite corrotte e voraci, scatteranno le richieste salariali ingabbiate
dalla guerra e nuovi leader cercheranno di affermarsi. Molti, allora, guarderanno all’Istria,
alle sue ricchezze, alla pace goduta mentre gli altri combattevano. Come essere certi che
nessuno attenti alla loro sicurezza, quando per rabbonire le popolazioni disorientate le éli-
te locali son solite inventarsi perfidi nemici interni? E questo accadrà a ridosso del Nord-
Est, là dove sagaci imprenditori nostrani hanno investito e trescato con quelle élite che
ora presenteranno il conto. Per non rischiare una tragedia, converrebbe cautelarsi affinché
nulla accada alla penisola e ai suoi abitanti. La minaccia non viene solo da Zagabria. La
trama diplomatica italo-sloveno-croata nel 1994 evidenzia come la Slovenia abbia usato
lo spauracchio del fascismo irredentista per mascherare una profonda crisi interna, con un
ministro della Difesa (Janez Jansa) destituito per oscure trame e (forse) un tentato golpe, e
una mezza dozzina di ministri sostituiti, per lo più per corruzione. È legittimo che Austria
e Germania tutelino questo Stato, ma l’accurata sistemazione che Bonn ha tracciato per il
nostro confine pare oltrepassare l’amicizia e rivelare il filo del burattinaio. E se non è que-
sto, allora segnala la presenza di forti interessi germanici lungo il medesimo confine: tutte
cose improprie, e spetta a Bonn, Vienna e Lubiana garantirci che così non è.
Si faccia salva la certezza dei confini, bene, ma si chiedano compensi per non impu-
gnare la successione slovena e croata negli Accordi di Osimo su cui i giuristi sono tutt’al-
tro che concordi. L’Italia non ha interesse a escludere la Slovenia e nemmeno la Croazia
dall’Ue, ma non può rischiare di introdurvi situazioni conflittuali senza prima averle risol-
te. Lubiana, che pure ha un pluriennale contenzioso territoriale in Istria con la Croazia,
dice di aver concordato con Zagabria una linea comune su Osimo: le crediamo, ma così il
contenzioso tra Roma, Lubiana e Zagabria s’è fatto interdipendente (271), moltiplicando
i dubbi sul suo futuro europeo. E quale spazio può trovare nella Ue uno Stato che (Adria
docet) effettua rappresaglie economiche? Quella immagine da piccolo gangster balcanico
non si addice alla civilissima repubblica mitteleuropea nostra vicina. O forse sì? Ma posso-
no i gangster entrare in Europa? Fin da subito, invece, si impari da chi è più bravo di noi.
In sintesi: perché accettare che altri chiedano all’Italia di moderare le sue richieste per non
scatenare i profughi tedeschi o, addirittura, gli estremisti sloveni, e non pretendere invece
la ragionevolezza altrui per non lasciare via libera ai pericolosi irredentisti di Alleanza na-
zionale? Non sono provocazioni, ma constatazioni: e se agli altri è concesso e all’Italia no,
c’è il rischio che dalla preghiera all’arbitrato si arrivi al Befehl. 251
QUESTIONE ISTRIANA O ISTRIANISCHE ANGELEGENHEIT?

Nell’attesa, conviene impostare la questione istriana legando la tutela degli attuali in-
teressi del Nord-Est alle garanzie per il loro sereno futuro, nel mantenimento della piena
sicurezza ai confini nordorientali dell’Italia. Questa esigenza primaria della pace a ridosso
dei nostri confini impone di considerare l’Istria terra di interesse italiano in qualità di area
d’insediamento della nostra minoranza, e zona a rischio nella situazione attuale e in quel-
la potenziale della crisi balcanica. L’interesse italiano primario è di lasciare che le cose si
sviluppino senza prevaricazioni da parte di alcuno. Il regionalismo non è al servizio degli
interessi italiani, tutt’altro, ma non ne urta alcuno, mentre si trova in rotta di collisione
con quelli croati e sloveni. Per garantire pace e stabilità ai nostri confini occorre evitare
questa fatale collisione lasciando che le libere forze dell’economia e della politica facciano
democraticamente il loro corso in terra d’Istria, eliminando l’assurdo confine interno che
danneggia tutti.
Occorre dunque che in una matura concezione dell’interesse nazionale italiano trovi
spazio una nuova percezione della questione istriana che sostituisca al ricordo nostalgico
o rancoroso la concreta valutazione dei molti risvolti della presenza italiana nell’area. Per
dare continuità a tale nuovo approccio potrebbe essere utile un’Agenzia istriana (modella-
ta sull’Agenzia ebraica) che rappresenti uno stimolo all’azione governativa, esplichi un’ef-
ficiente lobbying ai livelli richiesti, accentri e potenzi il know-howe disponga delle risorse
finanziarie per affrontare organicamente e continuativamente le problematiche dell’area
istriana e adriatica, a difesa di una terra che non si protegge con le armi, ma con la colla-
borazione culturale ed economica.
Che le cinque potenze attuino la pace di Bosnia, se ne saranno capaci. L’Italia, intan-
to, esiga che la Croazia rispetti i diritti umani e quelli delle minoranze, ben sapendo che la
pace dell’Istria garantirà indirettamente una sistemazione accettabile per altre aree di crisi,
tra cui le Krajine. Una serena revisione di Osimo, che stabilizzi la frontiera nordorientale,
servirà alla causa della pace nei Balcani. Ma per essere coerente e amichevole, tale inter-
vento dovrà valutare nella sua interezza la questione istriana, e affinché Zagabria non sia
spinta ad azioni inconsulte per depredare le ricchezze istriane converrà assicurarle risorse
adeguate perché non sia tratta a passi estremi. Dunque il nostro paese deve impegnarsi
nella ricostruzione postbellica della Croazia, cominciando intanto a costruire quelle stra-
de verso l’Europa sempre bloccate da Lubiana (ma può entrare in Europa uno Stato che
impedisce ad un altro di comunicare con essa?), a garanzia che l’Istria possa svilupparsi in
pace e l’Italia possa avviare i suoi commerci nelle direzioni più convenienti. Non si tratta
di filantropia: in un contesto balcanico pacificato si aprirebbero migliori prospettive per
l’economia italiana, e ne guadagnerebbe la stabilità ai nostri confini.
L’esigenza di proiettarsi lungo le coste adriatiche è sentita anche nel Nord-Est, che
non potrebbe rifiutare un nuovo mercato che da Venezia via Trieste e l’Istria si estendesse,
attraverso Dalmazia e Albania, sino alla Grecia. Conveniamo: qui si mastica poco di Mit-
teleuropa, ma in compenso vi si può trovare ancora il Leone di San Marco.
Dunque pace e collaborazione internazionale, aperta a tutti. Ne beneficierà il Nord-
Est, che potrà fare i suoi affari con i paesi dell’Est e ne beneficierà ogni azienda italiana
desiderosa di accedere alle facilitazioni di una «legge adriatica di sviluppo» in cui troveran-
252 no adeguata sistemazione tutti gli strumenti di legge e finanziari per impostare un’organi-
A CHE SERVE L'ITALIA

ca azione di ricostruzione e collaborazione con gli Stati vittime della guerra nei Balcani.
E andrà coordinata anche l’azione delle Regioni italiane, oggi orientate in ordine
sparso verso la zona, valutando il caso di completare Alpe Adria con una Fraternità adria-
tica che raggruppi le regioni e gli Stati le cui coste si bagnino nell’Adriatico. C’è molto
da fare per lo sviluppo e la razionalizzazione del turismo balneare, della pesca, dei tra-
ghetti e dei porti nonché dell’ecologia, in un arco che dalla Puglia risalga sino al Golfo
di Venezia e ridiscenda lungo la costa istriana e della Dalmazia, sino a quella albanese
e greca. Il cuneo mitteleuropeo che si protende verso l’Adriatico deve essere imbrigliato
dalla collaborazione tra le due sponde dell’Adriatico che si saldano in Istria. Per suggellare
questo futuro sarebbe opportuno studiare una grande cerimonia di riconciliazione delle
genti di confine, che potrà essere fatta una volta sola, e dovrà restare incisa nella sensibilità
degli uomini e delle donne di quelle zone. La storia delle nostre genti e la loro voglia di
futuro indicheranno la strada. Agli amici tedeschi spiegheremo quali e quanti fantasmi
susciti un’egemonia germanica anche nell’Alto Adriatico. Hanno a loro disposizione un
continente; lascino ad altri le sue coste, e dimostrino, e non solo lungo il Reno, che non
sono quelli che furono. Quale migliore garanzia di un’equilibrata leadership germanica in
Europa della rinuncia ai «mari caldi»? Aboliamo gli imperialismi, amici tedeschi, e aboli-
remo anche gli irredentismi. E poi, così saremo più tranquilli che dietro alla deriva mitte-
leuropea del Nord-Est ci sia solo un’intensa voglia di fare affari e di recuperare le proprie
tradizioni culturali.

253
QUESTIONE ISTRIANA O ISTRIANISCHE ANGELEGENHEIT?

Note

240. P. B. DEGANO - R. ILLY, «Economia in pericolo», Il Piccolo, 22/4/1994, p. 10.


241. E. RAGUSIN, «Collegamento con l’Oriente carta vincente per il futuro», Il Sole-24 Ore, 13/12/1992, p. 18.
242. M. CREMA, «Trieste. Un futuro con la Slovenia», Il Gazzetino, 31/1/1994, p. 5.
243. E. RAGUSIN, «Autostrade: la Slovenia boccia i progetti italiani», Il Sole-24 Ore, 30/6/1994, p. 8.
244. «Trieste, un corridoio europeo», Il Piccolo, 23/7/1994, p. 29.
245. A. VERONESE, «I friulani mettono tutti a sedere», Il Gazzettino, 20/6/1994, p. 5.
246. P. FIUMANò, «Melzi: “Un annus horribilis”», Il Piccolo, 19/6/1994, p. 25.
247. G. PAGAN, «Nordest: le Casse guardano al Centro Europa», Il Gazzettino, 27/3/1994, p. 9.
248. «E l’Assindustria “promuove” Andreatta», Il Piccolo, 25/3/1994, p. 14.
249. M. MOUSSANET, «Trieste, la bella addormentata», Il Sole-24 Ore, 18/5/1994, p. 7.
250. R. MORELLI, «Trieste, si riaccende la miccia. In allarme la comunità slovena», Corriere della Sera,
22/4/1994, p. 2.
251. M. TEDESCHINI LALLI, «Alleanza Nazionale frena su Osimo», La Repubblica, 30/4/1994, p. 13.
252. M. MANZIN, «Ritornateci i beni, poi entrerete in Europa», Il Piccolo, 17/7/1994, p. 2.
253. F. BALADASSI, «La crisi? Voglio un dossier», Il Piccolo, 17/7/1994, p. 13.
254. R. BRANCOLI, «Berlusconi, un “aut aut” agli sloveni», Corriere della Sera, 17/7/1994, p. 7.
255. G. A. STELLA, «Martino: i confini non si toccano», Corriere della Sera, 1/5/1994, p. 4.
256. Cfr. M. MANZIN, «Slovenia/Delo: “Da Berlusconi a Baggio l’Italia è simile a una repubblica delle bana-
ne”», Il Piccolo, 19/7/1994, p. 6.
257. E. CARRETTO, «Washington agli sloveni: “Osimo non si cambia”», Corriere della Sera, 13/5/1994, p. 5.
258. B. VALLI, «Attenzione pericolo!», La Repubblica, 26/5/1994, pp. 2-3. Cfr. anche, «Martino polemico con
Mitterrand», Il Piccolo, 27/5/1994, p.4.
259. F. FABIANI - G. MARTINOTTI, «Lo schiaffo di Martino. “Slovenia fuori dall’Ue”», La Repubblica,
28/5/1994, p. 7.
260. U. MUNZI, «Fallisce il Patto d’armonia tra le minoranze dell’Est», Corriere della Sera, 28/5/1994, p. 7.
261. F. FORANDINI, «L’Austria boccia il “veto” italiano», Il Piccolo, 22/7/1994, p. 7.
262. A. TARQUINI, «Bonn apre all’Italia per guidare l’Europa», La Repubblica, 24/7/1994, p.12.
263. A. TARQUINI, «”Niente veti a Lubiana” L’invito della Germania al governo italiano», La Repubblica,
9/8/1994, p. 12.
264. M. WALTRISCH, «Interscambio a quota zero», Il Piccolo, 27/7/1994, p. 27.
265. «Povera Istria, che crisi», Cronaca, 4/5/1994, p. 9.
266. F. D., «Istria, regionalismo a rischio», Il Piccolo, 3/8/1994, p. 9.
267. «L’Hdz ha requisito il controllo delle dieci maggiori banche», Cronaca, 8/7/1994, p. 13.
268. «L’Istria verso il collasso», Cronaca, 2/6/1994, p. 19.
269. L. MONUTTI, «Zara, provincia di Trieste», Il Gazzettino, 13/2/1994, p. VI.
270. M. MANZIN, «E Tudman minaccia “Invio l’esercito...”», La Repubblica, 23/4/1994, p. 4.
271. M. MANZIN, «Zagabria sulla via verso l’Europa trova il nodo dei beni abbandonati», Il Piccolo, 22/7/1994,
p. 6.

254
A CHE SERVE L'ITALIA

LA DIPLOMAZIA
COME ARTE
DEL ‘FAI DA TE’ di Luigi Vittorio FERRARIS

I nostri ambasciatori sono spesso costretti a ‘inventare’


una politica estera, perché da Roma non ricevono direttive precise.
Gli anni bui della partitocrazia e il rapporto compiacente
con gli uomini politici. Come riscoprire il senso di una missione.

U N GRANDE AMBASCIATORE, CHE HA ONORA-


to il servizio diplomatico italiano anche in tempo di Prima Repubblica, Pietro Quaroni,
usava dire: «I diplomatici italiani sono troppo poco pagati per compensarli delle cattive
figure che sono costretti a fare». Aveva ragione? Ora i diplomatici italiani «vivono sul-
le montagne russe», come l’attuale ministro degli Esteri Antonio Martino ironicamente
descrive lo stato delle loro personali finanze: alti compensi all’estero e modesti stipendi
all’interno, privi dei tanti vantaggi di cui beneficiano tanti loro colleghi ministeriali a Ro-
ma. Eppure le indennità all’estero, per demagogia oggetto di tante indignate controversie,
devono sostenere la cosiddetta rappresentanza, un impegno non sempre divertente, ma
che con la buona cucina e la sapiente tavola riesce a far dimenticare agli ospiti stranieri le
incongruenze o la nebulosità dell’azione politica o la vaghezza dei propositi degli uomini
politici italiani in trasferta all’estero. Le sarcastiche, anzi offensive considerazioni di Kis-
singer sull’inutilità di colloqui con esponenti italiani sono così contrastate dall’ospitalità
italiana, cui le mogli sono costrette a contribuire con una partecipazione non abbastanza
ripagata da un’amministrazione burocratica poco flessibile.
Le cattive figure rimangono e inducono il diplomatico ad uno strano giuoco delle
parti: egli cerca di farsi considerare rappresentante di un’Italia che appaia diversa e presun-
tivamente migliore di quella dei politici. Un’arte che la diplomazia italiana ha sviluppato
ampiamente e con un successo che si può riassumere semplicemente così: il peso dell’Ita- 255
LA DIPLOMAZIONE COME ARTE DEL ‘FAI DA TE’

lia all’estero è maggiore di quanto la sua classe politica giustificherebbe; e ciò grazie ad
una consumata arte di rappresentazione sino alla falsificazione - a fin di bene certo - della
realtà, in cui noi diplomatici siamo diventati espertissimi.
Il diplomatico della repubblica è convinto - o almeno era convinto - di sapere rap-
presentare gli interessi costanti del paese. Segue gli orientamenti generali che vengono dal
governo, ma li isola per farsene portavoce nei fatti, a modo suo. Esiste un indirizzo della
politica estera della repubblica con obiettivi razionali e ragionevoli; non è giusto negarlo
affermando trattarsi di esternazioni della politica interna. È invece vero che la diplomazia
italiana è costretta a leggere, quasi a scoprire, in quelle generiche direttive quali siano le
effettive volontà da attuare e come trovare poi i modi per trasfonderle in azioni concrete,
lontane da vaniloqui ottativi. Si produce così una discrasia, da sempre lamentata, fra la
politica estera «ufficiale», presentata in termini generali dagli uomini politici, e la politica
estera che i diplomatici sono chiamati a fare ogni giorno. La quotidianità della politica
estera sfugge ai politici, perché non intendono divenire competenti in un settore che poco
ripaga in termini elettorali. Essi hanno di fatto abbandonato la politica estera nelle mani
dei diplomatici, i quali alla fine, attraverso le piccole cose di tutti i giorni, non si limitano
a eseguire direttive politiche, bensì costruiscono una loro politica.
Il diplomatico italiano all’estero gode così di una straordinaria fortuna: non è obera-
to né appesantito dalle pastoie delle istruzioni del suo governo. Può liberamente, o quasi,
inventarsi una sua politica nei confronti del paese in cui è chiamato a operare. «Inventare
una politica» non vuol dire essere bizzarro nel suo agire, bensì trovare da sé e in sé i modi
per tradurre in realtà quelle che egli ritiene essere le costanti degli interessi italiani e, in
seconda linea, gli intendimenti del governo. Essendo poi i governi della repubblica da
sempre di coalizione fra partiti e correnti sarà la sua abilità a individuare le linee di forza,
sicuro poi di trovare all’interno della compagine qualcuno che condivida le sue opinioni.
Gli ambasciatori - anche quelli in sedi importanti - partono per la loro destinazione
senza alcun viatico. Il ministro in carica e in genere persino i più alti funzionari del mi-
nistero ritengono eludibile il dovere di intrattenerli sugli obiettivi della loro missione. Se
lo fanno, si tratta di consigli episodici e spesso marginali, senza alcuna architettura com-
plessiva. Ancora meno immaginabile è che le commissioni Esteri del parlamento sentano
il bisogno, come avviene in altri paesi, di conoscere il loro pensiero o di ascoltarli durante
l’espletamento della loro missione. Più che disinteresse, questo conferma la difficoltà di
capire che la politica estera si costruisce ogni giorno e non solo con grandi scelte. Questa
abitudine del «fai da te» si traduce in un vantaggio per quei diplomatici che riescono ad
esprimere al meglio la loro individualità e la loro inventiva. Non è un problema di oggi:
Quaroni lo descrive gia per gli anni Trenta, sia pure in un diverso contesto (272), ma
oggi l’assenza di interesse dei politici a consultarsi con i diplomatici è più grave poiché
ben altre sono le urgenze. Paradossalmente, gli ambasciatori italiani sembrano dunque
essere gli ultimi a rappresentare un’antica tradizione di indipendenza e di autonomia, per
loro volontà e più ancora per altrui carenza. Il diplomatico italiano, all’estero e all’interno,
diventa un «cavaliere di ventura» con la sua spada al servizio di interessi collettivi e non di
vantaggi individuali (almeno nella maggioranza dei casi). Diventa consulente del politico
256 e riesce a guidarlo inserendosi nel contesto politico. È presente nei vari ministeri, anche
A CHE SERVE L'ITALIA

quelli lontani dai propri interessi, ad attestare la propria versatilità e anche in fin dei conti
la propria indipendenza, oramai in analogia ai consiglieri di Stato. Ed eccolo dunque di-
ventare «consigliere diplomatico» di questo o di quel ministro. Gli ultimi lustri hanno vi-
sto la partitocrazia impiantarsi anche al ministero degli Esteri. Attentati all’indipendenza
della fortezza diplomatica, chiusa in se stessa e con un forte spirito di appartenenza, erano
stati già perpetrati negli anni Cinquanta, quando fazioni esterne abbassarono il ponte le-
vatoio e chiamarono a soccorso all’interno della fortezza estranei - i politici - per dirimere
lotte di potere. Negli anni Ottanta il sostegno politico, o meglio partitico, diventa pro-
tezione. Qualcuno aveva sarcasticamente proposto di annotare nell’elenco del personale
accanto al nome anche l’indicazione del santo politico protettore per semplificare le deci-
sioni!
L’indipendenza, tanto spesso invocata, dovrebbe avere un suo preciso contenuto cul-
turale. In un famoso discorso del 1946 ai giovani diplomatici americani, George Kennan
sosteneva che il mestiere che si accingevano a intraprendere era soprattutto intellettuale: a
ragione. Il livello della cultura del diplomatico italiano era nel complesso elevato, anche
se inegualmente distribuito, ma soprattutto la sua cultura era partecipe di un clima omo-
geneo della cultura alto-borghese, cui si adeguava qualunque fosse il suo lignaggio. La
massificazione della cultura e in certo senso anche la sua diversificazione disturba questa
omogeneità, che pur spesso banale assicurava una comune identificazione. Il simbolo è
stato posto, persino inconsapevolmente, dall’amministrazione De Michelis, quando è riu-
scita a sopprimere fra le lingue obbligatorie per i concorsi diplomatici il francese: d’ora in
avanti, almeno teoricamente, un diplomatico italiano potrà ignorare il francese e con que-
sto suggellare l’allontanamento dal contesto culturale italiano, nelle cui linfe vitali scorre il
francese, la lingua di quella comunanza borghese di cui si diceva.
La lacuna della cultura non ha solo un valore astratto. Il telegramma in cifra mec-
canica può essere lungo: ben diverso il caso quando il giovane funzionario doveva con-
tribuire a cifrare, o cifrare a mano lui stesso, testi contenuti nello stile telegrafico. Può
ora scrivere in fretta, appunto per telegramma via satellite, e perde il gusto del bello stile,
talvolta in passato inutilmente retorico o presuntuosamente erudito. Un grande amba-
sciatore, Roberto Gaja, impreziosiva i suoi rapporti con citazioni in greco, disperazione
delle segretarie e persino dei lettori al ministero; un altro grande ambasciatore, Roberto
Ducci, amava dire il suo pensiero consegnandolo allo scritto elegante e pieno di conte-
nuto. Entrambi, fra i molti altri che si possono leggere in pubblicazioni stimolanti, erano
espressione di finezza culturale: sentivano il bisogno insopprimibile di scrivere, di sentirsi
partecipi della letteratura, con una cultura che non era solo sfoggio di sapienza stilistica.
Il gusto dello scrivere induceva a consegnare al testo le proprie opinioni per «consiglia-
re il principe». Ora si preferisce sussurrare, magari per telefono, quasi nel timore che ne
rimanga traccia certa. Ed è evidente perché. Non conoscendo bene gli umori di alcuni
principi o conoscendoli troppo e più prudente astenersi dal consigliarli. Al massimo lo
si fa nascondendo loro in parte la verità per non irritarli o per non deluderli. Non è forse
utile cautela chiedere a colleghi compiacenti vicini al principe in che modo una notizia
potenzialmente sgradita debba essere presentata, coartandola? (273).
Un esempio fra i tanti: l’Italia si decide a presentare un suo candidato di rilievo per 257
LA DIPLOMAZIONE COME ARTE DEL ‘FAI DA TE’

un’importante carica internazionale; le ambasciate si affannano ad assicurare che gli altri


paesi, futuri elettori, molto apprezzano la personalità del candidato italiano e la sua ido-
neità, poiché questo la centrale romana voleva sentirsi dire. Alcuni pochi ritengono dover
rivelare la verità, cioè che il concorrente di altro paese è meglio piazzato, a seguito di un
lungo e sotterraneo lavorio diplomatico. Forte delle informazioni ricevute, non attendibi-
li, il candidato italiano si presenta all’elezione e viene sconfitto da una decisa maggioran-
za a favore del concorrente. Una più fedele rappresentazione dei fatti avrebbe evitato lo
smacco. Ed allora ci si chiede se quanto riferisce il diplomatico abbia il sapore della verità
o non piuttosto quello della contingenza. Questa compiacenza, questa acquiescenza può
andare anche oltre sul piano tecnico del comportamento. Si preferisce rimanere in ufficio,
alla stregua di un impiegato senza iniziativa, per redigere un telegramma destinato ad es-
sere fuggevolmente letto al ministero, piuttosto che approfondire la propria conoscenza
e la propria cultura con un colloquio fuori dell’ufficio. La buona tavola può rivelarsi più
importante di un buon telegramma!
Non è la politica estera nel suo valore più alto succube della politica interna, bensì il
diplomatico strumento di politica interna per sua convenienza o talvolta per sua pavidità.
Un episodio illustra bene alcuni di questi aspetti. Nel settembre 1984 l’allora ministro
degli Esteri Andreotti avventa un giudizio sulla divisione in due Stati della Germania, da
considerare permanente: molti lo avevano detto, tutti lo pensavano, ma dirlo così brutal-
mente non era proprio il caso. Ne scaturisce una violenta polemica sulla stampa tedesca,
certamente esagerata ma egualmente idonea a danneggiare l’immagine italiana. Cosa de-
ve fare l’ambasciatore, ovvio bersaglio di questa reazione? Attendere istruzioni da Roma.
Invece nulla, neppure a parlarne, anche se dalla Farnesina diramano smentite che non
servono a placare l’opinione pubblica tedesca. E allora l’ambasciatore d’Italia a Bonn «in-
venta» una spiegazione della sortita per renderla, se non accettabile, almeno razionale, e
per sminuirne il significato offensivo. Cioè si «immaginano» le motivazioni politiche del-
l’infelice affermazione per influenzare l’opinione pubblica attraverso i mezzi di comunica-
zione di massa. Si ricorre cioè a individuare le costanti della politica italiana per smussare
gli angoli di una dichiarazione e limitarne i danni.
All’autore della dichiarazione inopportuna (Andreotti) occorre poi spiegare il perché
delle reazioni tedesche, esprimendosi con chiarezza, cedendo alla tentazione di suonare
didattici, il tutto poco apprezzato dalla cerchia dei suoi collaboratori, piccoli uomini - con
eccezioni al loro vertice certo - ansiosi per amor di servilismo di dar ragione al capo, che
ragione non aveva, irridendo alle reazioni altrui (274).
Un modesto episodio, che serve solo a puntare il dito sul clima provinciale al cen-
tro e sulla riluttanza a comprendere le ragioni degli altri, oltre frontiera. Una correlazione
complessa, che induce i diplomatici - e lo scriveva in modo molto spiritoso ed eloquente
Quaroni - a condursi verso i politici come delle «bambinaie», giacché costoro sono «da
non lasciare mai soli» se si vuole evitare che facciano dei guai (275).
Gli anni della Prima Repubblica hanno visto l’Italia cercare, affannosamente e spes-
so in modo velleitario, i modi per affermarsi sulla scena internazionale. Il rovescio della
medaglia è noto: la cosiddetta «politica della sedia», anche se poi una volta seduti non
258 si sa bene cosa dire. Sarebbe troppo facile cedere alla tentazione di vantare i meriti dei
A CHE SERVE L'ITALIA

diplomatici nel resistere a lungo, con un forte spirito di corpo, alla lottizzazione e alla po-
liticizzazione, per cedervi poi, lentamente prima e negli anni Ottanta con una progressiva
accelerazione. Era difficile pretendere altro quando larga parte della burocrazia italiana
smarriva il senso della sua imparzialità e preferiva accettare patteggiamenti per «fare car-
riera» e per avere potere. I sindacati hanno contribuito al degrado con una demagogia
- ora in parte rinnegata - la quale andava ben oltre i desideri della cosiddetta base, che era
e rimane, nonostante l’incitamento demagogico, consapevole dei suoi doveri.
La deresponsabilizzazione e quindi lo spirito di resistenza e di indipendenza si sono
poi diffusi con l’affievolirsi delle competenze ai gradi medi e il concentrarsi ai gradi più
elevati del potere decisionale, fenomeno d’altra parte riscontrabile nel resto della pubblica
amministrazione. Ne è uscita stravolta la collegialità di un servizio che aveva una delle
fonti della sua forza nella compattezza sociale e intellettuale della sua base. La «demo-
cratizzazione della diplomazia» è stato a lungo uno slogan ridicolo di partiti politici e di
sindacati, che denotava solo ignoranza sulla storia della diplomazia italiana. Essa infatti ha
avuto da sempre il grande merito di accettare chiunque si dimostrasse in grado di farne
parte, cercando poi di plasmare tutti secondo un modello di comportamento e si potreb-
be dire di civiltà.
Sarebbe tuttavia difficile disconoscere che proprio questa omogeneità, anche se af-
fievolita nei comportamenti quotidiani, permette una riforma dall’interno senza bisogno
di avvalersi di imposizioni dall’esterno. Anzi il servizio diplomatico italiano - e non solo i
diplomatici propriamente detti, ma in certo senso tutto il personale - vuole e sa di poter
riformarsi da sé, ma anche di aggiornarsi e - sebbene questo possa apparire quasi un assur-
do - riprendere tradizioni perdute o affievolite.
Oggi si parla con maggiore coraggio e con maggior realismo degli interessi italiani,
per i quali la geopolitica da un lato e le esigenze della società dall’altro tracciano cammini
che occorre esplorare, approfondire, elaborare, in modo da sapere bene a che cosa serva
l’Italia, partendo dalla certezza che l’Italia serve a se stessa certo, ma anche agli altri. Il
compito che la diplomazia deve porsi è di sapere essere al servizio di questi interessi. E
allora curiosamente si ritorna a quanto si diceva sulla diplomazia che interpreta, quasi in-
dipendentemente dai politici, le costanti della politica estera. Se si dovesse dirlo in poche
parole, si potrebbe tranquillamente affermare che la diplomazia italiana deve dimenticare
la politica interna, in quanto condizionamento di partiti o di gruppi e strumento di favori
e di vantaggi, per favorire invece il collegamento dell’Italia con il resto del mondo. Così
influendo sulla politica interna invece che lasciandosene influenzare.
Un aggiornamento di queste tradizioni è peraltro necessario, e va fondato su due
aspetti interconnessi. Il primo è richiamarsi alla persuasione di fare un mestiere intellet-
tuale e quindi riprendere a pensare, a consigliare, a suggerire, a scrivere e non solo a par-
lare (o a telefonare); e il secondo è convincersi che oramai la politica estera deve essere
proiettata all’esterno, verso l’opinione pubblica, e quindi è d’uopo farla conoscere. Lonta-
no è il tempo in cui si poteva proclamare con orgoglio che il miglior diplomatico è quello
di cui non si parla. Oggi l’unica politica estera efficace e produttiva è quella di cui si parla.
Nella reticenza della stampa italiana quando deve affrontare la politica estera in generale e
quella italiana in particolare (facendo salve le pochissime eccezioni, ma non dimenticando 259
LA DIPLOMAZIONE COME ARTE DEL ‘FAI DA TE’

le scarse due paginette dei quotidiani italiani dedicate agli eventi internazionali e non alla
politica estera), occorre che la diplomazia italiana si faccia portavoce di se stessa.
Se serve l’Italia, serve a questa Italia anche la diplomazia, come dimensione e come
strumento. Malgrado tutte le involuzioni e gli arretramenti, se ai diplomatici italiani si
assegna un fine più chiaro, sarà poi loro compito costruirsi i mezzi per conseguirlo.

Note

272. P. QUARONI, Inchiesta sulla politica estera italiana, Roma 1970, Lerici, pp. 91 ss. Cfr. anche E. SERRA, La
diplomazia in Italia, Roma 1987, Franco Angeli, pp. 58 ss.
273. Cfr. L. V. FERRARIS, «Il rapporto diplomatico quale strumento di politica estera», Comunità Internazionale,
4/1984.
274. Cfr. per una descrizione più dettagliata L. V. FERRARIS in E. SERRA, (a cura di), Professione diplomatico,
Roma 1990, Franco Angeli, pp. 105 ss.
260 275. P. QUARONI, op. cit., p. 96.
A CHE SERVE L'ITALIA

LE IDEE ARCHIVIO 1
DEL SIGNOR
GUALTIEROTTI di Michel KORINMAN

Un testo poco noto degli Anni Trenta propone un ‘nucleo


duro’ italo-fancese come base di un’Europa unita.
I rischi della rinascita tedesca per le potenze latine.
Le complementarità fra Roma e Parigi

N ON HO INVENTATO IL PROFESSOR FE-


derico Torquato Leopoldo Gualtierotti, autore nel 1935 - come stupirsene? - di Tre saggi
sul pensiero fascista (Firenze, La Nuova Italia) e soprattutto, lo stesso anno, di Le ore deci-
sive dell’Europa-Paneuropa? Mitteleuropa? Finis Europae? presso Ulrico Hoepli a Milano
(276). Questo testo fu redatto essenzialmente dopo il 1932. Per Gualtierotti le principali
nazioni europee, di fronte alla crescente potenza degli Stati Uniti, del Giappone e poi del-
l’Urss, sono tutte, in definitiva, le grandi perdenti della prima guerra mondiale. Non resta
loro che un’opinione: l’unione europea.
L’avversario di questo progetto è la Gran Bretagna. Paradossalmente, del resto. Giac-
ché il suo «organismo» presenta i tratti di un impero senza impero. Da una parte, i domi-
nions si sono proclamati autonomi sin dalla conferenza imperiale del 1926; d’altra parte,
essi non vogliono lasciare il Commonwealth, che assicura loro un grande mercato e la
sicurezza strategica. La base imperiale dell’impero, il Regno Unito, non ha cioè alcuna
autorità su Wellington, Canberra e Ottawa, ma non ha altra scelta, se vuole evitare di
disintegrarsi, di sostenerle con tutti i mezzi.
Scrive Gualtierotti:
Finché essa (la Gran Bretagna, M.K) conserverà tutti i suoi domini e tutte le sue colonie, essa
sarà anti-europea; e tanto più ferocemente, quanto più, col passare del tempo, la sua funzione
in pan-Britannia verrà affievolendosi e si farà secondaria. Sembra strano: perché da un esame
spassionato ed obiettivo della sua vita passata, della presente e della avvenire, risulta evidente
come essa possa sperare molto di più - come lavoro, come potere e come pace - in una pan- 261
LE IDEE DEL SIGNOR GUALTIEROTTI

Europa europea, che non in una pan-Britannia anti-europea. Ma essa è vincolata alla «sua»
via fatale, e la seguirà finché non sarà violentemente respinta dal suo impero, sfasciatosi sotto
le troppo forti pressioni dei continenti massicci e omogenei. Fino a quel momento - che sa-
rà un duro momento per lei e per noi - cercherà con ogni suo potere di impedire ad Italia,
Francia e Germania la stipulazione di un qualsiasi ragionevole accordo che le metta fianco a
fianco anziché l’una contro l’altra. Pur di mantenere divisi - non certo in stato di guerra, che
le conviene, ma rivali - latini e tedeschi, consentirà a giuocare sulle loro aspirazioni e sui loro
bisogni immediati e particolari, non esitando a perdere nel giuoco ed a sacrificare i lembi dei
suoi possedimenti, lieta anzi ad ogni suo nuovo sacrificio accettato - piccolo sacrificio, natu-
ralmente - perché sarà una nuova spina nel piede di Europa. La coerenza inglese nella fedeltà
alla tradizione è irresistibile, e se gli uomini che nascono sono all’altezza di quelli che sono
morti vedo un fosco orizzonte alla vita politica del continente.
A meno che il continente «voglia» davvero, e prime tra tutte le nazioni vogliano Italia e Fran-
cia: oppure a meno che il cerchio britannico intorno al mondo si rompa, senza che sia pos-
sibile ritornare sui passi fatti, prima che nuove guerre europee siano preparate. Il Canada ed
il Mediterraneo sono i punti più deboli della potenza mondiale inglese e della sua potenza,
quindi, anti-europea: e se un grande conflitto nell’estremo oriente dovesse precedere un con-
flitto in Europa, non è improbabile che la partita volga a nostro vantaggio, e che Albione, per
salvare da una grande rovina ciò che le resterà, con quel suo intuito straordinario della con-
tingenza, diventi addirittura l’elemento catalizzatore della nostra unione.
Ipotesi, naturalmente.
Il professor Gualtierotti, d’altra parte, dichiara il suo amore per la Francia. La Repub-
blica, patriottica, fiera, orgogliosa, non si dà mai per vinta. Tutta la sua storia, da Water-
loo a Sedan e poi a Versailles, lo testimonia. Il suo errore è stato di volere, nel 1919, una
pace francese per ristabilire la sua egemonia sul continente. Ma, la vittoria è stata ottenuta
senza vere garanzie. Anche gli accordi di Locarno (1925) sulle frontiere occidentali sono
ormai lettera morta. L’interesse della Francia sarà, invece, di affaticarsi a consolidare un
fragile réseau attorno alla Germania, di partecipare alla prima fase dell’unificazione euro-
pea, formando con l’Italia, con la fusione immediata dei due paesi, il nocciolo del noccio-
lo dell’Europa da costruire.
Seguiamo sempre Gualtierotti:
Politicamente ed economicamente, per razza, per spirito, per abitudine, i nostri due popoli
sono fatti per procedere affiancati. Quanto sangue italiano non scorre, attraverso una immi-
grazione che dura da lungo tempo, nelle vene del più francese dei francesi?
Quanta coltura francese non costituisce il fondo della coltura moderna italiana? Basta guar-
dare e voler vedere per accorgersi che i problemi «nazionali» dei due paesi trovano la loro so-
luzione nella cooperazione totale dell’uno con l’altro; mentre dalla rivalità che li divida, quegli
stessi problemi si inaspriscono e si esasperano, conducono alla pazzia la Francia e l’Italia alla
guerra. Tra i due Stati latini una indifferenza cordiale non può, non potrà mai aver luogo: o
del tutto «con», o del tutto «contro»; e se non è del tutto «con», ecco moltiplicarsi nel quoti-
diano, inevitabile contatto gli urti, i contrasti, i dissidi; ecco quella diffidenza nelle relazioni,
262 quel rancore, che costituiscono la forma di inimicizia più da temersi, e che sono all’ordine del
A CHE SERVE L'ITALIA

giorno italo-francese dal 1861 in poi. Perché, sostanzialmente e nell’ordine, la Francia ha bi-
sogno: a) nei confronti di Europa: di essere sicura sui suoi territori tanto metropolitani quanto
non metropolitani; b) nei confronti del mondo: di valorizzare il suo suolo, campi e miniere, sì
da essere «potenza», come sono «potenza» la Germania o il Giappone; c) al tempo stesso e nei
due confronti: di incrementare al massimo, di assorbire, di conquistare «socialmente» le sue
terre d’Africa. Scopo: non rimanere indietro rispetto alle altre società, continuare anzi ad esse-
re uno degli elementi attivi e determinanti della vita internazionale.
E l’Italia ha bisogno di estendersi in tutti i sensi, ha bisogno di superficie da coltivare, di
sottosuolo, di vie di commercio per rispondere alla chiamata della storia. Ma da questa situa-
zione di fatto, che dovrebbe essere la causa della più intima amicizia, traggono invece origine
tutte le diffidenze e tutti i timori francesi. Parigi si ripete che aver favorito l’unificazione della
penisola è stato un errore sufficiente; che quanto più essa diviene grande, tanto più arduo
è resisterle; e, meno le si resiste, più diventa grande. È un ragionamento che si comprende
benissimo; che pecca, tuttavia, per un doppio ordine di motivi: dapprima, perché non sono
di fronte soltanto l’Italia e la Francia, ma entrambe si muovono in un ambiente che dà alla
questione un denominatore c