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- DISPENSA DI DRENAGGIO LINFATICO MANUALE (D.L.M.

) VODDER -
L’ingresso del Dr. Vodder nel mondo della linfologia risale al 1932, anno in cui egli iniziò, quasi per
caso, lo studio del sistema linfatico nell’ambito della messa a punto del suo metodo di D.L.M..
Infatti, il Dr. Vodder, fisioterapista e biologo, si trovò a trattare un paziente affetto da sinusite
cronica ed acne diffusa al viso ed al collo.
Dopo questo primo successo, egli approfondì gli studi e le sperimentazioni e presentò il nuovo
metodo di massaggio a Parigi, al Salone internazionale della salute, nel 1936.
Sperimentalmente si è visto, tramite linfografia, che con il D.L.M. Vodder la velocità di scorrimento
della linfa aumenta e permette così la riduzione dell’edema, sia linfatico, sia di altra origine, in
quanto favorisce l’apertura di anastomosi linfo-venose funzionalmente chiuse in condizioni
normali.
Inoltre, con il D.L.M. Vodder si potenziano le difese immunitarie proprie dell’organismo, poiché
massaggiando i linfonodi si favorisce la fuoriuscita di cellule dell’immunità, che passano nella linfa
e quindi nel sangue, aumentando la resistenza dell’organismo contro le infezioni.
Un terzo compito assolto dal D.L.M. Vodder riguarda il rinnovamento del liquido intercellulare o
interstiziale. Infatti, come dimostrato da Alexis Carrel nel 1964, che per tale motivo vinse il Premio
Nobel, l’apporto continuo di linfa <<fresca>> è indispensabile perché le cellule possano rinnovarsi
e vivere piu a lungo.
Non ultimo, il metodo è di piacevole applicazione per l’operatore, poiché non richiede l’uso di forza
muscolare e permette un rilassamento generale del cliente, oltre che una migliore nutrizione ed
ossigenazione dei tessuti trattati.

La linfa
Liquido incolore e trasparente contenuto nei vasi linfatici e nei linfonodi.
La quantità di esso normalmente presente e circolante in assenza di qualsiasi patologia è di circa 2,4
litri al giorno; ma può salire a 20 litri al giorno in caso di necessità.
Dal punto di vista rigorosamente anatomo-fisiologico si distingue una istolinfa o linfa interstiziale
dalla <<linfa propriamente detta>> o linfa vascolare, anche se questa distinzione non é sempre
valida dal punto di vista pratico, poiché le due strutture sono separate, come dice il Dr. Vodder, solo
da finissime membrane e quindi in continuo interscambio fra di loro.
L’istolinfa é data dall’ultrafiltrato del plasma che a sua volta si origina tramite il passaggio del
plasma stesso attraverso la parete dei capillari sanguigni. Alla quota plasmatica di base vanno ad
aggiungersi nella linfa i prodotti del metabolismo e soprattutto del catabolismo cellulare, potendosi
essa in questo contesto identificare con il liquido interstiziale. Tuttavia quest’ultimo non è isolabile
come tale, poiché intimamente legato alle strutture fibrillari dell’interstizio.
La linfa propriamente detta si distingue, a seconda dei suoi rapporti con le strutture linfonodali, in:
- linfa periferica
- linfa intermedia
- linfa centrale.
Linfa periferica: quella non ancora passata attraverso i linfonodi (origina dall’estrema periferia dei
tessuti, si incanala nei vasi linfatici collettori ad essa propri ed arriva al primo centro linfonodale
interposto sul cammino dei vasi linfatici stessi).
Linfa intermedia: ha gia superato una o piu barriere linfonodali, ma non ha ancora raggiunto i
tronchi linfatici principali.
Linfa centrale: (a cui si riferiscono i dati successivi riguardanti la composizione) quella contenuta
nei vasi linfatici di maggior calibro ed è sterile.

Origine e formazione della linfa


Denominiamo linfa il liquido presente nei vasi linfatici (il liquido interstiziale prende il nome di
linfa quando perde i caratteri della permeazione intercellulare ed assume una direzione ed una

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velocità di flusso proprie).
Attraverso l'endotelio del capillare del capo arterioso passano all’interstizio acqua, sali minerali,
vitamine ed elementi nutritivi di piccole dimensioni.
Queste sostanze vengono utilizzate dalle cellule dei tessuti per il loro metabolismo e vengono poi
rilasciati nello spazio interstiziale i prodotti di scarto. Questi ultimi vengono raccolti dal capillare
venoso e successivamente eliminati attraverso la circolazione venosa ed il sistema emuntorio renale.
Lo scambio di sostanze fra capillari ed interstizio é regolato dalla "Legge di Starling", secondo la
quale è il gioco pressorio che si instaura ai due lati della parete capillare a determinare la fuoriuscita
o il rientro di sostanze nel lume vasale considerato.
Quando il liquido interstiziale entra nel vaso linfatico perde le sue caratteristiche di liquido di
permeazione e prende il nome e le caratteristiche della linfa.

Composizione della Linfa


Non è possibile finora conoscere la quantità percentuale degli elementi costitutivi della linfa
periferica o intermedia per via delle difficoltà correlate al loro prelievo.
E' invece determinabile la composizione della linfa centrale umana in relazione alle variazioni
percentuali dei componenti rispetto al plasma. Di esse è inoltre interessante notare le oscillazioni
circadiane soprattutto in relazione all’assunzione di cibo o nel caso di infezioni in atto.
La linfa, cosi come il sangue, è formata da due parti:
- una parte plasmatica (il liquido ed i soluti in esso disciolti);
- una parte corpuscolata o cellulare (gli elementi figurati o cellule).
Parte corpuscolata: in massima parte sono
- linfociti
- globuli bianchi di altre serie
- globuli rossi
- cellule di transizione
- elementi cellulari non classificabili in nessuna serie
La parte corpuscolata della linfa (compresi gli organi linfoidi ed i noduli linfoidi disseminati)
costituisce il 2-3% del peso corporeo totale.
Il numero totale di linfociti che quotidianamente entrano nel sistema vascolare dell’uomo e di 150-
200 milioni. Di questi, una quota penetra rapidamente e si diffonde in tutti i tessuti ed organi,
un’altra quota rimane nei vasi e costituisce la parte circolante dei linfociti. Il DNA dei linfociti
verrebbe usato dalle cellule dell’organismo per la costruzione o la riparazione dei tessuti
danneggiati o invecchiati. Per l’apporto di linfa <<nuova>> e con essa di linfociti che recano in sé
prezioso materiale da costruzione, il processo di cicatrizzazione si verifica più rapidamente,
unitamente all’effetto <<meccanico>> dell’asportazione, con la linfa, del liquido d’edema, che
sempre è presente in caso di ferite, siano esse accidentali o chirurgiche.
Nella linfa sono rappresentate anche cellule con attività di tipo fagocitario (macrofagi), che
inglobano e digeriscono residui cellulari, agenti patogeni o comunque corpi estranei. La loro
funzione è di tipo difensivo.
Le altre cellule circolanti (globuli rossi, bianchi, ecc.) non differiscono nella loro funzione e
morfologia dalle corrispondenti cellule presenti nella parte corpuscolata del sangue.

I vasi linfatici
I vasi linfatici sono distinti a seconda del loro calibro in:
capillari, vasi linfatici di piccolo, medio e grande calibro e dotto toracico.
Rispetto ai rapporti con i linfonodi: vasi linfatici pre o post-linfonodali.
Rispetto alla funzione di raccolta e convogliamento della linfa: capillari o vasi linfatici iniziali,
precollettori e collettori.

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Capillari linfatici.
I capillari linfatici sono rappresentati nell’organismo in numero superiore a quello dei capillari
sanguigni. Iniziano <<a dito di guanto>>, ovvero a fondo cieco, negli spazi interstiziali dei tessuti,
non essendoci per il sistema vascolare linfatico una sezione di <<apporto>> analoga alla sezione
arteriosa per la circolazione sanguigna generale. Sono costituiti da un unico strato di cellule
endoteliali molto sottili, che poggiano su di una membrana basale interrotta o fenestrata, comunque
discontinua. Non posseggono una tunica muscolare né una tunica collagena, né tantomeno una
membrana avventizia.
Questo ci dice che nella loro struttura non esistono tessuti rigidi che possano opporsi alla pressione
esterna. Sono effettivamente, come dice il Dr. Vodder, <<sottili come fili di seta>> e perciò
facilmente traumatizzabili.
Vasi linfatici.
I vasi linfatici fanno seguito ai capillari e convogliano la linfa verso il terminus passando
impercettibilmente in vasi di calibro sempre maggiore fino al dotto toracico. Durante il loro
percorso incontrano i linfonodi (stazioni di filtraggio della linfa).
I vasi linfatici assumono, man mano che il loro diametro aumenta, lo stesso aspetto istologico dei
vasi venosi ed arteriosi più grandi.
Vasi linfatici di piccolo calibro (o precollettori): la struttura è la stessa dei capillari linfatici, con la
presenza aggiuntiva di cellule muscolari e fibre elastiche (la partecipazione di tessuto muscolare ed
elastico alla costituzione di questi vasi rende ragione della loro contrattilità, elemento mancante nei
capillari linfatici, la cui sola possibilità di movimento è di tipo passivo).
Procedendo nella classificazione ed aumentando il calibro dei vasi linfatici incontriamo la
caratteristica peculiare del vaso linfatico: l’aspetto <<a corona di rosario>> o <<a collana di
perle>>, evidente all’esame istologico ed anche macroscopicamente in immagine linfangiografica.
Questa forma tutta particolare del vaso linfatico, data dal susseguirsi di restringimenti e dilatazioni,
è determinata dalla costituzione del vaso stesso e dalla presenza di inserzioni valvolari. Ogni unità
strutturale del vaso linfatico viene definita <<linfangione>> (lo spazio compreso fra due inserzioni
valvolari contigue).
Considerato in sezione sagittale, il linfangione presenta strutturalmente:
- un endotelio;
- una membrana basale interrotta o comunque altamente permeabile;
- una tunica muscolare (rappresentata da fibrocellule muscolari lisce disposte a spirale).
- un'ulteriore tunica, detta avventizia, in cui si riconoscono strutture di tipo connettivale (all’esterno
della tunica muscolare).
La presenza di tessuto muscolare liscio innervato dal sistema nervoso autonomo spiega la
contrattilità del vaso, la quale possiede la caratteristica di essere ritmica e costante. Le contrazioni a
riposo di un vaso linfatico, in situazione che non richieda un riassorbimento d’edema patologico,
sono in numero di 5-7 al minuto primo.
Queste aumentano quando si renda necessario un incremento della funzione di riassorbimento,
come nel caso di edema, e la loro frequenza é determinata dalla presenza di corpuscoli sensitivi
posti all’interno della parete del linfangione stesso.
Quando la pressione del liquido all’interno del vaso è tale da distendere le pareti, i corpuscoli
sensitivi qui presenti vengono compressi ed inviano un messaggio informativo di questo loro stato
al midollo spinale. Da qui partono i neuroni cosiddetti effettori, che stimolano le fibrocellule
muscolari a contrarsi in modo da diminuire la pressione sulle pareti del vaso e quindi la
compressione sui recettori di tensione.
Questo processo è detto "arco riflesso neuro-motorio" ed ha come scopo quello di allontanare lo
stimolo disturbatore (in questo caso l’aumento della pressione intravascolare).
E' un po’ lo stesso processo che ci fa allontanare la mano da una fonte di calore non appena
vengono stimolati i corpuscoli sensitivi dolorifici. Anche senza che venga portato alla coscienza, il
processo di allontanamento dell’arto avviene automaticamente.
Un'altra importante struttura anatomica presente nel vaso linfatico è l’apparato valvolare. Le valvole
linfatiche sono simili a quelle della parete venosa, in numero di una per ciascun emivaso, ed hanno,
come queste ultime, funzione antigravitazionale.

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Siccome la massima parte della circolazione linfatica avviene contro il gradiente di gravità ed in un
sistema a bassa pressione, é necessaria la presenza di valvole per assicurare la risalita della linfa.
Queste ultime sono formate da due pareti di endotelio che racchiudono nel loro spessore dei
microtubuli o microfilamenti allo scopo di conferire all’apparato una certa rigidità. Questa fa si che
i lembi valvolari si mantengano chiusi in caso di inversione di corrente e non possano fluttuare in
senso inverso. Nelle valvole non sono rappresentate fibrocellule muscolari lisce e non é quindi
possibile per esse una qualsiasi attività contrattile.
In concomitanza con l’ingresso dei vasi linfatici afferenti nella capsula linfonodale si ha un
particolare tipo di apparato antigravitazionale dotato di fibrocellule muscolari che vieta alla linfa già
entrata nel seno marginale del linfonodo di tornare nel vaso da cui proveniva. Questo sistema di
sbarramento ha una duplice funzione: impedisce una eventuale reinfezione della linfa ed obbliga
quest’ultima ad assumere unicamente una direzione centripeta, evitandone il ristagno.

La cisterna di Pecquet e il dotto toracico.


Il dotto toracico, il principale canale linfatico dell’organismo, é strutturato in modo più complesso
di quanto non lo siano i vasi linfatici di calibro minore. Possiede infatti un endotelio, una tonaca
muscolare ed una collagena, ed è rivestito esternamente da una membrana avventiziale, esattamente
come i vasi venosi ed arteriosi più grandi.
La sua conformazione e le sue dimensioni, come avviene per tutte le strutture che compongono il
sistema linfatico, non sono costanti per tutti gli individui. A parte le naturali differenze di lunghezza
del condotto in funzione dell’altezza dell’individuo considerato, anche la localizzazione del suo
punto d’inizio e la sua conformazione non sono sempre gli stessi.
L’inizio del dotto toracico prende il nome di cisterna di Pecquet, dal nome del suo scopritore, che la
evidenziò nell'animale nel 1661. Essa é situata anteriormente alla colonna vertebrale, fra la XII
vertebra toracica e la II lombare, ma in alcuni casi possiede localizzazione <<alta>>, fra la XI e la
XII vertebra toracica oppure <<bassa>>, fra la I e la II vertebra lombare. Eccezionalmente è posta
fra la VIII e la IX vertebra toracica. Anche la sua forma, come la sua posizione, è incostante: in
circa metà degli individui ha forma conica, ampollare oppure a fuso; nell'altra metà è rappresentata
da dilatazioni dei diversi tronchi collettori linfatici che confluiscono fra di loro oppure da un
groviglio di vasi linfatici variamente collegati fra di loro.
La cisterna di Pecquet accoglie la linfa proveniente dai due collettori lombari e dal collettore
mesenterico intestinale ovvero di provenienza dagli arti inferiori e dagli organi contenuti nella
cavità pelvica ed addominale.
Essa è appoggiata al piano osseo della colonna vertebrale, per cui è praticamente impossibile poter
lavorare manualmente su di essa con il soggetto in posizione supina. E' invece possibile trasmettere
vibrazioni a questa struttura lavorando con manualità vibratoria profonda e ripetuta sulla colonna
vertebrale con il soggetto naturalmente in posizione prona.
Il dotto toracico propriamente detto é lungo dai 38 ai 45 centimetri e possiede valvole nella sua
parte iniziale, vicino alla cisterna di Pecquet, ed in quella terminale, nei pressi dello sbocco nella
vena succlavia di sinistra. Non sono in genere presenti altre valvole lungo il suo decorso.
Decorre anteriormente alla colonna vertebrale, come dotto unico o sdoppiato in due dotti paralleli
fra di loro e fra di loro collegati, perfora con l'arteria aorta il diaframma attraverso l’orifizio aortico
e sale in cavità toracica decorrendo sempre davanti alla colonna vertebrale. All’altezza circa della
VI vertebra toracica si porta al lato sinistro dell’arteria aorta e piega in avanti fino a sboccare nella
vena succlavia di sinistra. Questo dotto può essere unico, doppio oppure può dare origine,
soprattutto in sede toracica, ad una specie di rete, tramite vasi che da esso si dipartono e ad esso si
ricongiungono, fino a riunirsi, in sede toracica alta, di nuovo a formare un dotto unico.
Anche lo sbocco del dotto toracico nella succlavia (il terminus), può essere unico o duplice: in
questo secondo caso, i due dotti possono sboccare nella stessa succlavia (di sinistra) oppure può
esistere uno sbocco separato a sinistra ed uno a destra.
In casi molto rari lo sbocco può realizzarsi attraverso tre o quattro canali anastomotici con la vena
succlavia.
In alcuni casi a livello di questo sbocco, unico o multiplo che sia, esistono formazioni linfonodali

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che, se soggette ad aumento di volume per infiammazione o perché sede di metastasi tumorali,
possono impedire o rallentare lo scarico della linfa nel sistema venoso. In questi casi si viene a
realizzare una stasi in tutto il territorio sottostante, ovvero in tutto il dotto toracico, portando ad un
ristagno linfatico che coinvolge in tempi piu o meno lunghi tutto l’organismo.
Il dotto toracico raccoglie la linfa di provenienza da tutto il corpo situata al di sotto del muscolo
diaframma, dall'emitorace sinistro e dagli organi in esso contenuti, dal braccio sinistro, dalla metà
sinistra del capo, del collo e del viso. I restanti territori corporei, ovvero l’emitorace destro con i
relativi organi interni, l'arto superiore destro e metà destra del capo, del collo e del viso sono drenati
dalla <<Grande vena linfatica destra>>, che riversa il suo contenuto nella vena succlavia di destra.
Dal punto di vista fisiologico, è interessante notare che il dotto toracico, essendo per parte del suo
tragitto un organo mediastinico, é sottoposto in quella sede alle variazioni pressorie proprie del
mediastino. Esso <<aspira>> la linfa durante la fase di inspirazione, in virtù della pressione
negativa intramediastinica, e la riversa nel circolo venoso durante la fase di espirazione.

Il linfonodo
Durante il suo decorso verso il terminus, la linfa incontra più stazioni di filtraggio, tanto più
numerose quanto più lontano dal terminus è il punto di origine della linfa in questione. Tali stazioni
sono i linfonodi: generalmente rotondeggianti oppure cilindroidi od appiattite secondo uno dei loro
assi, di dimensioni variabili e che in stato di normale attività, nell’individuo <<sano>>, misurano
dai 3 ai 6 mm di diametro. Presentano in un punto una specie di intaccatura, detta ilo, dove entrano
ed escono i vasi sanguigni che irrorano il parenchima linfonodale ed il vaso efferente, che porta la
linfa filtrata alla stazione linfonodale successiva.
Il loro numero varia dai 600 ai 700.
Il sistema linfopoietico dell’organismo è completato da formazioni linfoidi diffuse, che raggruppano
ammassi di linfociti con o senza struttura follicolare; questi ammassi sono principalmente situati al
di sotto delle mucose (cavità orale, canale digestivo, albero bronchiale: le zone più a contatto con
l’esterno e quindi più soggette ad incontrare agenti patogeni), nel timo e nel midollo osseo. Dal
punto di vista topografico si suddividono in linfonodi superficiali, immersi nel connettivo
sottocutaneo e siti al di sopra delle fasce muscolari, e profondi, che comprendono le formazioni
poste al di sotto della fascia muscolare e quelle contenute nelle cavità del tronco.
Ancora, a seconda che siano o no riuniti in gruppi, si parla di <<stazioni linfonodali>> o
<<linfocentri>> e linfonodi interruttori, posti sul percorso dei vasi linfatici più lunghi (i linfonodi
interruttori sembra non abbiano funzione filtrante, ma siano dilatazioni di collaterali del vaso
linfatico che si attivano in condizioni di sovraccarico: per essi é stato proposto il termine di
<<pseudo linfonodi>>).

Struttura del linfonodo


Il linfonodo riceve linfa da diversi collettori detti <<collettori afferenti>> ed essa, dopo aver
attraversato il linfonodo stesso, ne fuoriesce all’estremità opposta attraverso uno o più <<vasi
efferenti>>.
Nel linfonodo si distinguono tre strati: capsula, corticale e midollare.
Capsula: rigida, è costituita da tessuto connettivo e da fibre muscolari lisce; racchiude il linfonodo
ed è innervata. Le sue fibre muscolari lisce possono contrarsi e quindi spremere attivamente la linfa
verso il vaso efferente. Queste fibre muscolari si raggruppano attorno ai punti di inserzione dei vasi
afferenti ed efferente ed esplicano quindi funzione di <<valvola di sicurezza>> impedendo il flusso
inverso della linfa che quindi, una volta entrata nel linfonodo, non può più tornare indietro
attraverso i vasi afferenti, ma può uscirne soltanto attraverso il vaso efferente. Ancora, quando ha
imboccato il vaso efferente, la linfa non puo tornare nel linfonodo da cui proviene. Oltre che
motoria, l’innervazione della capsula ha anche funzione sensitiva: quando un linfonodo è invaso da
una carica batterica, o é coinvolto in qualche processo infettivo noi lo avvertiamo dolente.
E' questo un segnale di allarme che ci indica che il linfonodo in questione non deve essere toccato,
poiché in esso si sta combattendo una piccola <<battaglia immunitaria>>.
Il D.L.M. in questo caso è controindicato, poichè favorirebbe la fuoriuscita di batteri o di agenti

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infettanti che andrebbero così a colonizzare i linfonodi successivi più vicini disseminando
l’infezione.
La capsula linfonodale invia all’interno del linfonodo dei setti fibroelastici che delimitano degli
spazi nei quali sono posti i follicoli linfatici. Questi follicoli sono circondati da uno spazio, detto
<<seno follicolare>> o <<seno linfatico>>, in cui circola linfa che defluisce verso il collettore
efferente. Questi <<seni>> costituiscono la zona corticale del linfonodo.
I follicoli sono costituiti da cellule con funzione immunitaria: è nei follicoli che la linfa viene
<<ripulita>> da corpi estranei, batteri ed elementi del catabolismo cellulare.
La zona midollare del linfonodo, posta internamente alla corticale, è costituita sempre da cellule
dell’immunità, ma disposte in <<cordoni>> anziché in follicoli o <<seni>>. Qui la linfa riceve un
ulteriore trattamento di ripulitura prima di imboccare il collettore efferente che la trasporterà alla
stazione linfatica successiva.

Funzioni dei linfonodi


Sono molteplici:
- filtraggio della linfa, ottenuto tramite l’azione delle cellule dell’immunità e del reticolo-endotelio
contenute nel linfonodo;
- produzione di cellule con attività immunitaria;
- funzione antigravitazionale.
Il filtraggio della linfa è un processo indispensabile per il mantenimento della salute. Si esplica
all’interno del linfonodo e possiamo affermare che grazie a questo processo, nel suo viaggio verso il
terminus, la linfa ad ogni stazione linfatica è un pò più <<pulita>> rispetto alla stazione precedente.
Il requisito fondamentale per il mantenimento dell’omeostasi, ovvero dell’integrità dell’organismo,
è infatti che la linfa sia sterile una volta entrata, a livello del terminus, nella circolazione venosa
generale.
In caso contrario, vi sarebbe, tramite la circolazione sanguigna, una disseminazione batterica
generale con compromissione di tutto l’organismo (stato di sepsi o setticemia). Nei linfonodi, in
condizioni di necessità, come ad esempio dopo un taglio o un graffio o una ferita, oppure durante
una malattia infettiva, si ha un’attiva moltiplicazione di cellule dell’immunità, alcune delle quali
sono deputate ad inattivare ed uccidere eventuali batteri circolanti in seguito alle predette situazioni,
altre inglobano corpi estranei, come granuli di polvere o carboncini (tipica è la colorazione nera dei
linfonodi dell’ilo polmonare dei fumatori, per il loro contenuto di particelle di catrame) o
mantenendoli nel loro interno o costruendo attorno al corpo estraneo suddetto una specie di guscio
che non gli permetta di uscire e di passare alla stazione linfatica successiva.
In qualsiasi modo venga applicato, questo processo di inattivazione si compie quotidianamente
nell’individuo sano senza che vi sia compromissione dello stato di salute.
Esiste infine una vera e propria funzione <<antigravitazionale>> del linfonodo. Con il sistema di
valvole site a livello della inserzione capsulare dei vasi afferenti ed efferenti e con il complicato
transito della linfa al suo interno, esso impedisce il flusso linfatico retrogrado che tenderebbe a
realizzarsi secondo il gradiente di gravità.

La circolazione della linfa:


La corrente circolatoria linfatica, a differenza di quella sanguigna, è costituita esclusivamente da un
flusso a direzione centripeta, rivolto cioé dalla periferia (tessuti) verso il centro (terminus, posto alla
base del collo, nello spazio retroclavicolare, alla confluenza della vena giugulare con la succlavia).
La circolazione linfatica si svolge per la maggior parte contro il gradiente di gravità, essendo da
quest’ultimo favoriti soltanto i territori posti al di sopra del punto di arrivo, cioè il territorio del capo
e quello del collo.
Per facilitare lo scorrimento della linfa nei vasi esistono allora diverse forze o fattori che
impediscono la stasi di liquido:
- la spremitura esercitata da parte dei muscoli durante il movimento attivo (i vasi linfatici che
decorrono all’interno di un muscolo vengono compressi durante il periodo di contrazione muscolare

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e spremono in tal modo il loro contenuto da un linfangione all’altro).
- le valvole unidirezionali poste all’interno del vaso linfatico ed orientate nella direzione del flusso,
impediscono il percorso inverso della linfa che non può refluire nel linfangione di provenienza, ma
solo raggiungere quello successivo con direzione <<terminus>>.
- la pulsazione cardiaca, trasmessa ai vasi arteriosi. I vasi linfatici che decorrono vicini ai vasi
arteriosi ricevono da questi ultimi impulsi di frequenza pari alla frequenza cardiaca.
- anche a livello toracico il deflusso linfatico è influenzato dalle variazioni della pressione
endopleurica e dalle escursioni della gabbia toracica la quale, alternativamente dilatandosi e
comprimendosi, esercita una specie di <<massaggio>> sulle formazioni anatomiche in essa
contenute. Nel nostro caso questa azione si eserciterà sul dotto toracico nel suo tratto
intramediastinico e sui collettori linfatici che decorrono nell'interno del mediastino: lo svuotamento
dei vasi linfatici mediastinici e quindi il maggior ingresso di linfa nel torrente circolatorio venoso si
verifica durante la fase di espirazione. Al contrario, in fase inspiratoria si ha un maggior afflusso di
linfa nel dotto toracico, richiamata dalla pressione negativa intramediastinica che esercita sul dotto
stesso una specie di azione di aspirazione.
- sui vasi linfatici addominali e pelvici agiscono in senso eccito-dinamico i movimenti peristaltici
intestinali, nonché il pulsare dei vasi più vicini e le variazioni della pressione endoaddominale.
- gli elementi di gran lunga determinanti sono dati dai movimenti propri dei vasi linfatici, a loro
volta sottoposti al controllo esercitato da parte del sistema nervoso autonomo sulle fibre muscolari
lisce del linfangione e della capsula linfonodale.
Occorre però precisare che questi fini e precisi meccanismi sono anche molto facilmente
influenzabili e che una diminuzione del potere contrattile del vaso linfatico é evenienza tutt’altro
che infrequente.
In questi casi subentrerà una stasi linfatica con dilatazione dei vasi interessati i quali, se non
verranno svuotati, potranno aumentare talmente di calibro da rendere insufficienti gli apparati
valvolari. Il vaso linfatico andrà quindi incontro a varicosità esattamente come avviene per il vaso
venoso affetto da varici. Per questo motivo é quindi importante saper riconoscere in tempo
l’insorgenza di una linfostasi e trattarla prima che il danno divenga irrecuperabile.

Le anastomosi linfo-venose
Sono le comunicazioni (anastomosi) fra il sistema vascolare linfatico e quello venoso (anastomosi
linfo-venose). Queste comunicazioni non si ritiene che siano sempre funzionanti, ma che si aprano
soltanto in caso di aumento del carico linfatico o di chiusura dei vasi linfatici di un distretto
corporeo in seguito ad alterazioni di tipo trombotico o ad asportazione chirurgica di vasi o
linfonodi.
Si è visto che questo tipo di passaggio linfo-venoso è presente soprattutto a livello della capsula
linfonodale, nelle maggiori stazioni: ascellare, inguinale, lomboaortica, addomino-pelvica. Esiste
inoltre comunicazione fra il dotto toracico ed il sistema venoso delle azygos ed emiazygos. Questo
può contribuire a spiegare come mai esistono linfedemi che periodicamente <<scompaiono>>.
Se però in questo caso può tornare utile avere delle anastomosi linfo-venose, in caso di infezione
batterica questo può contribuire alla disseminazione rapida del processo infettivo: infatti, essendo la
comunicazione a monte del linfonodo, ne deriva che esso non può esercitare la sua funzione di filtro
ed i batteri raggiungono così altri territori per la via venosa, molto meno ricca di agenti difensivi.

INDICAZIONI ED EFFETTI DEL DRENAGGIO LINFATICO MANUALE (D.L.M.) DR. VODDER

Per quanto riguarda gli effetti che possono interessare il campo dell’estetica, prenderemo in
considerazione:
l’effetto antiedematoso; l’effetto sulle difese immunitarie; l’effetto cicatrizzante; il miglioramento

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del microcircolo; l’effetto rigenerante; l’azione antalgica e rilassante.

Effetto antiedematoso: il più conosciuto e spettacolare degli effetti che si ottengono con il D.L.M.
Vodder.
Appartengono a questa categoria gli ottimi risultati che sono stati ottenuti sugli edemi, soprattutto
linfatici, sia primari che secondari ad intervento chirurgico sui linfonodi (classicamente, il
linfedema dell’arto superiore dopo mastectomia radicale allargata).
Non è possibile poter prevedere, allo stato attuale delle conoscenze, quante sedute di D.L.M.
occorrano per ottenere una riduzione duratura dell’edema.
Ogni paziente va trattato come un caso a sé stante, poiché ad uguale modalità di trattamento
corrispondono spesso differenti risposte terapeutiche. In ogni caso, si ottiene con una certa rapidità
un miglioramento soggettivo, con la scomparsa o la attenuazione delle parestesie e spesso anche del
dolore.
Per ciò che riguarda più strettamente il campo estetico si ottengono ottimi risultati sugli edemi
linfatici cosiddetti <<idiopatici>>, in cui cioè non si riconosce una causa, sugli edemi del periodo
premestruale e nel trattamento delle gravide, sulle stasi che possono residuare in persone che
abbiano subito interventi di safenectomia o sclerosanti sulle varici, sugli edemi perimalleolari che
spesso compaiono con il caldo o la prolungata stazione eretta.
Anche gli edemi alle mani o al viso se convenientemente trattati con D.L.M. regrediscono fino a
scomparire.
Gli edemi dopo gli interventi chirurgici, soprattutto nel campo della chirurgia plastica ed estetica,
risentono favorevolmente del trattamento con D.L.M., specie se questo viene applicato sia come
preparazione all’intervento che dopo che esso sia stato eseguito. Un altro caso in cui è sfruttato
l’effetto antiedematoso del D.L.M. Vodder é quello degli edemi allergici e post-traumatici, sia che si
tratti delle conseguenze della rimozione di un apparecchio gessato che di una banale distorsione.
Tutto questo va comunque inteso come misura sussidiaria e non eziologica, ovvero ogni cliente non
dovrà per nessun motivo sospendere la eventuale terapia medica o fisioterapia in atto.
Potrà essere utile negli edemi idiopatici una diminuzione della assunzione quotidiana di sale.

Effetto sulle difese immunitarie: In campo immunologico il D.L.M. trova applicazione in tutti quei
casi in cui occorra migliorare l’immunità locale, come nei casi di acne, ferite chirurgiche o
accidentali, facilità alla colonizzazione batterica o virale delle prime vie aeree (tonsilliti, sinusiti,
faringiti ripetute soprattutto nell’età pediatrica), problemi di tipo dentario quali le parodontopatie,
oppure dopo estrazioni dentarie anche multiple (in questo caso si sfrutta sia l’effetto antiinfettivo,
sia quello cicatrizzante e antiedematoso).
Non va applicato il D.L.M. in caso di infezione in fase di acuzie, poiché se ne favorirebbe la
disseminazione.
Anche il trattamento delle infiammazioni ricorrenti delle prime vie aeree va effettuato al di fuori dei
periodi di crisi.

Effetto cicatrizzante: ben noto effetto (anche in caso di piaghe torpide o di ulcerazioni difficilmente
curabili con i comuni metodi di disinfezione). E' anche indicato nel trattamento delle ferite in
persone affette da diabete in cui sia compromesso il processo di cicatrizzazione, oppure in terapia
con farmaci che potrebbero svolgere un effetto ritardante sulla cicatrizzazione.
Il meccanismo con cui agisce il D.L.M. in questo senso si spiega con l’accelerazione della corrente
di flusso linfatico. Con la linfa che ristagna vengono asportate, grazie alle manovre del D.L.M.,
anche le sostanze ad azione irritante che impediscono la detersione della ferita, e con l’arrivo di
linfa <<fresca>> giungono nella zona lesa anche principi nutritivi con azione plastica e ricostruttiva
sul tessuto.
In questo modo va utilizzato il D.L.M. in caso di ulcere varicose, che, come è noto, cicatrizzano con
difficoltà ricostruendo una cute sottile e facilmente traumatizzabile. Il trattamento con D.L.M.
Vodder permette una rapida guarigione dell’ulcera con la ricostituzione di una superficie cutanea
tonica e compatta, molto più resistente di quella che altrimenti si verrebbe a costituire in assenza di
trattamento. Ancora, si utilizza dopo interventi chirurgici, in caso di piaghe da decubito, ustioni (a

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monte della zona interessata e tutto attorno alla sede della lesione), in caso di tendenza alla
formazione di cheloidi cicatriziali, ecc.
Miglioramento della microcircolazione: con il D.L.M. Vodder si raggiunge lo scopo di migliorare la
motilità intrinseca dei vasi agendo sulla efficacia dello svuotamento del linfangione e sulla ripresa
della ritmicità delle contrazioni della sua muscolatura liscia.
Inoltre, con la liberazione dei tessuti dal liquido interstiziale in eccesso, si ottiene anche una
migliore ossigenazione cellulare ed una accelerazione dei processi di filtrazione-riassorbimento a
livello capillare sanguigno.
Tutto questo si traduce in un miglioramento del tono e dell’aspetto generale cutaneo, così che si
rende indicata l’esecuzione del D.L.M. nel caso di persone dall’aspetto grigio o come valido
complemento a tecniche di rivitalizzazione cellulare. Il rniglioramento del microcircolo viene
sfruttato nel trattamento della cellulite, unitamente all’effetto antiedematoso, in qualsiasi stadio essa
si trovi. Se unito a sedute di mesoterapia, il D.L.M. Vodder andrà applicato prima della seduta
stessa, per ottenere una migliore diffusione del liquido che verrà iniettato, e non dopo, poiché,
asportando il cocktail mesoterapico, renderebbe vana l’inoculazione di quest’ultimo.
Anche dopo le sedute di agopuntura può trovare indicazione l’esecuzione del D.L.M., così come il
trattamento di affezioni circolatorie quali:
sindrome di Raynaud, claudicatio intermittens, affezioni circolatorie periferiche manifestantisi
spesso con l’evidenziazione di un circolo capillare superficiale.

Effetto rigenerante: Si esplica soprattutto in campo geriatrico, con un miglioramento della


nutrizione e della respirazione cutanee e con il promuovere un lento ma visibile miglioramento
dell’aspetto della persona: la pelle perde il colorito grigio-giallastro proprio di alcune persone della
cosiddetta <<terza età>> e si fa piu rosea ed elastica. Con il miglioramento della nutrizione dei
tessuti anche le aree piu disidratate tornano ad avere compattezza e tono e la pelle perde l’aspetto
desquamato e asfittico. Anche nel caso di interventi di dermoabrasione si otterrà, con il D.L.M.
Vodder, una più rapida ricostituzione di un normale assetto cutaneo applicandolo sul collo e sulle
spalle. Così anche nel caso di fratture composte o dopo il riposizionamento ortopedico dei due
monconi di frattura, applicando il D.L.M. al di sopra della zona fratturata si è evidenziata
radiologicamente una più rapida costituzione del callo osseo e spesso in questi casi non si rende
necessario posizionare un secondo apparecchio gessato.
L’effetto rigenerante si evidenzia anche sulle ragadi del capezzolo che spesso compaiono durante
l’allattamento. Esse cicatrizzano molto velocemente, così come anche quelle delle commessure
labiali, in cui va tuttavia corretto il deficit vitaminico che in genere le causa.

Azione antalgica e rilassante: i movimenti del D.L.M., così lenti e ritmati, hanno spesso effetto
sedativo e rilassante, favorendo in molti casi il sonno fisiologico in soggetti stressati o
particolarmente affaticati. Si può dire che proprio per questa sua proprietà è il massaggio ideale per
le stazioni termali e le <<cliniche della salute>>, dove i pazienti ricercano il benessere psicofisico
unitamente ad un periodo di riposo. Potrebbe rappresentare la valvola di sicurezza per molte
persone che sommano ad una giornata faticosa un riposo notturno non ristoratore o
quantitativamente insufficiente.
Come effetto antalgico si esplica soprattutto sulle contratture muscolari, sugli strappi o sulle
distorsioni, cui si associa utilmente anche l’effetto antiedematoso. Sono attualmente allo studio,
pare con buoni risultati, gli effetti sulle spasticità infantili.

Controindicazioni
Distinguiamo due tipi di controindicazioni al D.L.M.: assolute e relative.
Controindicazioni assolute: infezioni in fase acuta; tubercolosi; tumori maligni accertati o sospetti.
Controindicazioni relative: insufficienza renale; insufficienza cardiaca; asma; ipertiroidismo;
vagotonia.
Esaminiamo ora dettagliatamente le Controindicazioni assolute (quelle che precludono la
possibilità di trattamento con D. L. M. Vodder).

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Infezioni acute: sono in genere caratterizzate da iperpiressia, dolore in determinate zone (ad
esempio: gola, orecchio, articolazioni) con tumefazione della parte dolente; é quindi in genere
difficile vedere in studio un cliente con questi problemi. Può comunque succedere che qualcuno non
voglia rinunciare all’appuntamento. In questi casi il D.L.M. non va effettuato perché la presenza di
una zona dolente con febbre ed aumento di volume dei linfonodi satelliti della zona interessata sta
ad indicare un processo infiammatorio in atto. In pratica, nel linfonodo dolente vi é stata una
riproduzione attiva di cellule dell’immunità sotto stimolo antigenico (batterico, virale) che ha
portato ad un aumento numerico delle cellule in esso contenute.
La ghiandola linfatica viene quindi ad essere sottoposta a tensione nella sua porzione capsulare
dove i corpuscoli nervosi, compressi, inviano impulsi al sistema nervoso centrale in forma di
stimolo dolorifico.
Praticando il D.L.M. su di un linfonodo in queste condizioni, noi non faremmo che diffondere
l’infezione al linfonodo o alla stazione linfatica successiva ed apporteremmo in definitiva un danno
al nostro cliente. Nel caso invece in cui la situazione acuta si sia risolta e residuino dei segni di
cronicizzazione, ma senza febbre nè dolore (ad esempio una certa difficoltà alla deglutizione dopo
una tonsillite o un senso di stordimento dopo un’otite o anche dolore dopo un episodio di herpes
zoster), il D.L.M. Vodder può essere indicato per ripulire perfettamente il tessuto da eventuali
ristagni che possono essere rimasti. La frequenza di trattamento sarà almeno bisettimanale fino a
risoluzione del problema.
Tubercolosi: malattia a decorso insidioso, che purtroppo sta conoscendo un nuovo periodo di
diffusione. Il problema della diagnosi esula dalle competenze di questo libro. Dovremo invece porre
attenzione in soggetti in cura presso sanatori o dispensari antitubercolari (perché il bacillo di Koch,
agente responsabile della tubercolosi umana, possiede un elevato linfotropismo, ovvero una affinità
elettiva per il tessuto linfatico ed i linfonodi). Agendo con D.L.M. in persone affette da tubercolosi,
anche se già sottoposte a terapia medica, stimoleremmo, come nel caso della infezione acuta, la
migrazione del bacillo di Koch e quindi la diffusione e l'aggravamento della malattia.
Quindi in tutti i casi sospetti e comunque sempre nel caso di persone che abbiano innalzamento
della temperatura corporea occorre astenersi dal praticare D.L.M..
Tumori maligni: qui il discorso si fa un po’ più complesso. In persone con neoformazioni in corso di
accertamento diagnostico ci si asterrà dal praticare qualsiasi tipo di massaggio o intervento di tipo
estetico soprattutto sulla zona interessata, fino a che il cliente non sarà stato adeguatamente studiato
e non sia stata formulata una diagnosi di certezza.
Il classico esempio è quello della donna che scopre per caso di essere portatrice di una tumefazione
al seno: fino a quando non sarà stata esclusa una patologia tumorale, e possibilmente con referto
scritto, non va trattata. Nel caso invece in cui i dubbi siano stati chiariti e fugati e la diagnosi parli di
tumefazione di tipo benigno senza possibilità di trasformazione maligna, allora può essere indicato
il trattamento con D.L.M.
Nel caso invece di tumore maligno in cui sia in corso un intervento terapeutico, sia di tipo
chirurgico che medico che radioterapico, ed anche dopo un periodo di tempo inferiore a cinque anni
dalla presunta guarigione (per guarigione si intende un periodo di almeno 5 anni senza che
compaiano complicazioni o metastasi), i1/la cliente non va trattato, a meno che il D.L.M. non sia
espressamente richiesto per iscritto dal medico curante della persona interessata, sia esso
l’oncologo, il chirurgo o il fisiatra.
A onor del vero, sono stati effettuati studi (Leduc) su due gruppi di pazienti mastectomizzate: un
gruppo è stato trattato con D.L.M. dopo l’intervento e l’altro non è stato trattato. Si è visto che i due
gruppi hanno sviluppato metastasi nella stessa percentuale; a questo punto si è autorizzati a pensare
che il D.L.M. non è in grado, da solo, di provocare la migrazione di cellule metastatiche maligne;
tuttavia è anche vero che chi lavora in campo estetico é abilitato a trattare esclusivamente persone
sane e sarebbe quindi molto vulnerabile in caso di azione legale da parte di clienti particolarmente
sospettosi.
Se invece fosse l’operatore ad accorgersi per primo di qualcosa che non va nel cliente (tumefazioni
prima mai notate, nei che cambiano il loro aspetto, facendosi più grandi o sanguinanti), ne avviserà
con tatto e delicatezza il cliente, rifiutandosi di proseguire il trattamento fino a che egli non avrà
compiuto il necessario iter diagnostico.

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Le Controindicazioni relative sono date dalle situazioni che potrebbero risentire sfavorevolmente
del D.L.M. globale o eseguito senza alcuna precauzione; ma che sono favorevolmente influenzate
da una manualità di D.L.M. ben eseguita e soprattutto dal rispetto di alcune fondamentali regole,
quale quella di distribuire il lavoro settorialmente durante l’arco di tempo di settimane e non di soli
pochi giorni.
Insuffcienza cardiaca: la persona affetta presenta edemi declivi che compaiono all’inizio solo alla
sera o dopo una prolungata stazione eretta.
In seguito si fanno piu persistenti, fino a perdurare tutta la giornata, anche se si accentuano in
posizione ortostatica. Sono situati nelle zone declivi: dorso dei piedi, malleoli, zona pretibiale; sono
caldi e trattengono l’impronta del dito di chi li esamina (segno di fovea). La pelle al di sopra della
zona edematosa è tesa, lucida ed arrossata ed è facilmente traumatizzabile. lnoltre tende a
lichenificare e a desquamarsi. La temperatura é quella di un edema <<caldo>>.
Come per tutti gli edemi, con il passare del tempo anche quello da insufficienza cardiaca tende poi a
sclerotizzarsi, facendosi sempre più duro e poco trattabile.
In questi casi esso si forma per via di una aumentata ritenzione di sali e liquidi e per un aumento
della pressione idrostatica sia a livello dell’arteriola che della venula, per cui si accentua il
fenomeno della filtrazione al capo arterioso del capillare ed insieme si riduce il riassorbimento al
capo venoso. Come risultato finale si ha un aumento del liquido interstiziale e quindi la comparsa di
edema. Occorre aggiungere che alcune persone portatrici di insufficienza cardiaca possono
associare alla condizione di base un danno a livello epatico (fegato da stasi), cui consegue un calo
della sintesi di proteine che a sua volta porta ad una riduzione della pressione oncotica interstiziale.
Tutto questo permette la presenza dell’edema, indicazione principe del trattamento con D.L.M..
Tuttavia, nei casi di insufficienza cardiaca il cuore, pur lavorando al massimo delle sue possibilità,
non riesce a smaltire tutto il liquido che dovrebbe nell’unità di tempo. Quindi, poiché noi sappiamo
che la linfa, tramite il terminus, si immette nella circolazione generale, e quindi deve passare
attraverso la pompa cardiaca, dovremo applicare il D.L.M. in modo da aiutare il nostro cliente senza
provocare al suo cuore un sovraccarico di lavoro.
Il D.L.M. si applicherà quindi in modo settoriale, trattando ad esempio un arto inferiore all’inizio
della settimana e l’altro alla fine, gli arti superiori nella settimana successiva e così via fino ad
eseguire, secondo l’indicazione, il trattamento completo del cliente in 10 - 15 giorni. In questo
modo si evita l’arrivo al cuore di ingenti quantità di liquido e si permette allo stesso tempo al cliente
di alleggerire il volume ed il peso dei suoi liquidi interstiziali.
Insufficienza renale: Salvo le situazioni di acuzie, per le quali si rimanda al capitolo delle
controindicazioni assolute, nella patologia renale molto spesso si evidenziano edemi, per via della
perdita di proteine con le urine a causa della mancata selettività di riassorbimento ad opera dei
glomeruli e dei tubuli renali.
Caratteristico è l’edema della sindrome nefrosica, che verrà qui descritto.
Esso è presente già al mattino al momento del risveglio come imbibizione della regione palpebrale
o come edema perimalleolare, di cui spesso il cliente si accorge nell’atto di calzare le scarpe. Spesso
all’inizio questo edema compare saltuariamente, ad esempio come edema della fase premestruale,
per farsi poi permanente e sempre più voluminoso. E' esteso a tutte le zone dove il connettivo è più
lasso (ad esempio la zona papebrale) o nelle regioni più declivi (regione sacro-coccigea, arti
inferiori, zona genitale).
In alcuni casi é talmente evidente da arrivare ad ostacolare la visione nel caso dell’edema
periorbitario o la parola nel caso della localizzazione periorale. L’edema di tipo renale é pallido ed
in genere freddo, spesso associato, a livello delle estremità, ad alterazioni trofiche ungueali (unghie
gialle o presenza di banda biancastra estesa per i due terzi dell’unghia o di numerose striature
bianche che attraversano il letto ungueale). L’edema in questione può essere trattato con D.L.M.
allo stesso modo e con le stesse precauzioni dell’edema di tipo cardiaco.
Per tutti e due i tipi di edema descritti è comunque meglio che il cliente sia seguito da vicino dal
medico responsabile dell’Istituto e qualora questa figura non fosse presente, che l’operatore di
D.L.M. si tenga in contatto con il medico curante del cliente stesso.

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Ipertiroidismo: E' relativamente difficile che un soggetto ipertiroideo abbia necessità di essere
trattato con D.L.M.. In genere si tratta di persone magre <<costituzionalmente>> o che presentano
un dimagrimento dovuto alla particolare eccitazione metabolica, conseguenza della loro malattia di
base.
A volte é tuttavia possibile che una persona con ipertiroidismo richieda un ciclo di trattamento per
una condizione del tutto peculiare, che è il mixedema circoscritto pretibiale o <<edema duro degli
arti inferiori>>. Questa condizione si manifesta in soggetti già in trattamento con farmaci
antitiroidei e dopo la remissione clinica della malattia. Colpisce elettivamente la zona inferiore e
laterale delle gambe, simmetricamente. A volte può arrivare fino al ginocchio o estendersi in basso
fino al dorso del piede o alle dita. La cute sovrastante la zona edematosa assume un aspetto a buccia
di arancia e conserva il segno di fovea. Il suo colore passa dal giallastro al rosso al cianotico, come
si osserva nei casi di flebotrombosi. L’edema, a mano a mano che la sua consistenza aumenta,
diviene freddo e la pelle secca può indurirsi e formare delle placche o lesioni papulari e rilevate. E'
aggravato da traumatismi occasionali o da microtraumi ripetuti nella zona interessata.
Il D.L.M. in questi casi è indicato. La precauzione necessaria riguarda il primo percorso dei quattro
movimenti principali di scarico di apertura: profundus-terminus. Il pompaggio sul terminus va
eseguito cercando di restare il più possibile laterali alla zona tiroidea, per non rischiare di
comprimere la ghiandola provocando una fuoriuscita massiva di colloide che potrebbe portare allo
scatenamento di una crisi tireotossica. Se questo non é possibile si eseguirà lo scarico partendo dalla
regione occipitale e trattando: occipite-trapezio-terminus, evitando di toccare la loggia anteriore del
collo, ovvero la zona posta davanti ai muscoli sternocleidomastoidei.
Asma: Il problema che si può porre nel trattamento delle persone asmatiche é esclusivamente di tipo
metodologico.
Occorre ricordare che, al di là di ogni considerazione circa l’origine allergica, psicosomatica o
idiopatica dell’attacco asmatico, le persone affette da questo tipo di patologia riferiscono un senso
di permanente oppressione toracica e di compressione intorno alla base del collo. Pertanto, all’inizio
del trattamento, che dovrà essere eseguito per le prime volte in posizione seduta, occorre avvisare il
cliente e rassicurarlo circa la modalità di esecuzione dei quattro movimenti principali dello scarico
del collo. Nell’ambito del trattamento del torace le manovre di drenaggio intercostale e vibrazione
sternale non andranno eseguite.
Se, nonostante le vostre rassicurazioni, il cliente non dovesse sopportare i movimenti sul collo,
evitare di insistere e passare senz’altro ad un trattamento di altra natura.
Non eseguite mai un D.L.M., soprattutto su un soggetto asmatico, se non lo avrete fatto precedere
dai quattro movimenti principali di scarico del collo. Per il senso di <<impaccio>> alla deglutizione
che potrebbe derivarne a fine trattamento vi trovereste nell’impossibilità di scaricare il terminus ed
aggravereste il senso di malessere.
Vagotonia: Nei casi di persone vagotoniche, coloro cioè che non compensano facilmente rapidi
sbalzi pressori, occorre tener presente che dopo il trattamento con D.L.M. andrebbero tenute
sdraiate sul lettino per qualche minuto. Al momento di alzarsi non devono effettuare movimenti
bruschi, ma sollevare gradualmente il busto (alzando voi la parte corrispondente del lettino da
massaggio) e poi altrettanto gradualmente si dovrebbero alzare in piedi.
Questo perché non sono in grado di compensare il momentaneo ipoafflusso cerebrale dovuto ad un
rapido movimento nel mettersi in posizione seduta. Se non si osservassero questi piccoli
accorgimenti queste persone potrebbero manifestare vertigini e senso di mancamento, sia dopo
D.L.M. che dopo qualsiasi altro trattamento che le mantenga in posizione sdraiata per un certo
periodo di tempo.

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