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Un giorno di molti anni fa, un uomo chiamato Dante, dall'aspetto non noto, era venuto per sbaglio a

conoscenza di un luogo con un ingresso oscuro e misterioso. Si presentava come una porta nel bel
mezzo di una fitta foresta, il legno ben definito, cristalli ovali perfettamente splendenti, che
invogliavano ad essere attraversati. Una luce rossa infuocata fuoriusciva dalla serratura, e
un'illusione diede l'impressione che questo infisso avrebbe potuto perfino sdoppiarsi.
L'uomo era probabilmente preso da un malore momentaneo, ma nonostante tutto, il suo spirito
nobile e curioso, lo spingeva sempre più a voler attraversare questo spaventoso limite che lo
separava da un qualcosa di sconosciuto. E con una formula mai udita e mai letta, pronunciata dalle
sue stesse labbra, la porta si apriva, svelandone gli antri più nascosti, dove creature e lamenti erano
la giostra di quel luogo.
Nel dubbio dell'ignoto, scendeva una scala tortuosa, con una velocità tale da non ricordarsi quanti
gradini aveva, e che al termine mostrava un nuovo scenario mai visto ne ammirato.
Era un immenso parco. Colorati fiori, ed alberi molto distanti uno dall'altro.
L'uomo sentiva nella sua testa una voce squillante, che sussurrava in lui alcuni presagi su ciò che
stava guardando, e spiegandogli passo per passo, il destino delle anime tormentate, punite per i loro
errori in vita, e il motivo per cui le incontrava.
In questo grande parco erano disseminate le anime di coloro che non erano venuti a contatto con la
religione cattolica. Apparivano dal nulla delle sedie, simbolo di come gli alberi non possano
perfezionarsi senza il sussidio divino, e dei bambini, che nulla conoscevano e nulla bramavano.
Ma in un attimo, come dal nulla, il suo corpo veniva catapultato in una seconda dimensione,
probabilmente apparsa in seguito ad uno svenimento improvviso.
Si ritrova quindi ad attraversare una zona molto buia, che si distingue solo per i peccaminosi
lamenti provenienti dal fondo di questa oscura grotta.
Dal nulla apparve poi un essere immondo, simile ad un grosso ratto, che inneggiava all'atto sessuale
come se fosse in una platea, simboleggiando quanto poteva esser facile procreare in un mondo così
corrotto e ricco di creature lussuriose.
E subito dopo, il trillo di un'antico telefono, che gli mostrava l'abbondanza di materiale erotico che
sfugge agli occhi degli spettatori, ma non sicuramente al loro flebile udito.
Questo ritmo incalzante gli fa capire che gli orrori saranno perpetui, e la voce della Borra,
rieccheggerà negli animi di tutti gli uomini che l'avranno ascoltata, come punizione eterna di questa
mancanza di nettezza spirituale.
Camminando e lasciandosi indietro questi osceni riquadri, si ritrovava per finire nel terzo girone, un
posto simile ad un grande uffizio, con colori molto flebili, dove le persone che in vita erano amanti
del cibo, si trovavano costrette in pene di incommensurabile malizia, dove la simmenthal ne faceva
da padrona. Un suono continuo insisteva durante l'ingurgitare continuo dei dannati, accompagnati
ognuno da due demoni nefasti in veste di cibernetici omini bianco-neri, che accarezzavano
sadicamente il dannato, con una forte ed inquietante intimazione al suo dovere.
La visione di questi, generava nel Dante un senso di disperazione e nausea da abbandono, che lo
trasportava inevitabilmente nel proseguire il suo cammino verso coloro che del denaro ne han fatto
il loro unico amico. Le ostentazioni di questi individui, fanno rinsavire il protagonista, che resosi
conto della presenza di due individui che non conoscevano altro che la parola Gucci, e un altro che
si lamentava per un iniquo furto su un famoso gioco orientale della rete, decideva in quell'esatto
momento di non dedicargli più che un minuto ed andare oltre, cercando una via di fuga da questo
cammino che oramai vedeva come un incubo.
E' proprio in questo tentativo di fuga che si ritrova bloccato insieme ad un altro uomo. Virgilio era il
nome che aveva pronunciato al suo saluto.
E in questo luogo così oscuro e non oltrepassabile, rimaneva bloccato fisicamente e mentalmente
mentre davanti gli appariva un grande mostro di fattezza ursidiana a macchie bianche e nere, due
occhi scuri come le tenebre, ed una forza smisurata. Quest'ultimo, con fare iracondo, impugnava i
bagagli di entrambi gli uomini, e dopo uno sguardo fulminante, ne gettava i contenuti lungo il
sudicio pavimento.
Si ritrovavano quindi a dover raccogliere quei due oggetti distinti, una veste color porpora ed una
foglia di alloro, simboli della loro umanità, e della caduta nel baratro dei vizi umani.
I due oramai insieme, proseguivano questo impervio cammino, trovando la strada verso la città di
Medjugorie, dove gli eretici che cercavano la loro redenzione, venivano scaldati da un fuoco eterno
che li corrodeva a partire dai loro sepolcri fino all'ascensione fuori dagli stessi, in un circolo di
ricaduta che li riportava al punto d'origine in un vortice perpetuo.
Vita e morte, in un continuo pianto disperato, in cui provavano a redimersi cercando di coinvolgere
le persone verso quel movimento che in vita avevano sempre rinnegato, come un qualsiasi posto a
sedere a donne ed anziane nei mezzi pubblici cittadini.
I due uomini, oramai subliminati da tali visioni, si trovavano quindi ad assistere alla visione di ciò
che sarebbe stato il loro avvenire, ignorando quindi le azioni che scorrevano nell'esatto momento in
cui perdevano i loro minuti volando con la fantasia, oscurati da pensieri malsani.
In questi malefici presagi, gli apparve un uomo adulto, con una giacca consunta ed una camicia
color rosa tenue, che colpo dopo colpo, uccideva delle ignare vittime, che cadevano nell'oblio in
maniera del tutto incontrollata, su supporti non immaginabili da menti limpide e stabili.
Ciò che ottenebrava il loro pensiero, era il flatulento odore di questi luoghi, che giunti ad una
profondità non dimostrabile per mancanza di luce solare, iniziava a far cedere qualsiasi correttezza
visiva e morale, portando i due ad utilizzare una lapide come riparo dai terribili miasmi organici.
Grida nefaste e blasfeme attraversavano questo clima maleodorante, come una condanna di eterno
odore in un esagerato senso di illazione verso il divino.
E questo cammino giunse ad un vicolo cieco.
Per poter arrivare nelle profondità dell'ottavo girone, si parò a loro un essere pennuto, che i dannati
chiamavano Gerione il Piccione. Apparve dal nulla, ponendo il naso al far vedere prima degli occhi
stessi, in un odore di piume intrise da sostanze fecali prodotte da lui stesso.
La discesa era stata rapida ma sicura, come un colpo di proiettile giunto al segno, arrivando
all'ottavo girone, talmente esteso da dividersi in scaglioni, chiamati Bolge.
Nella prima bolgia, esseri dall'aspetto ad apparenza naturale, si porsero al Dante. Uno era un
promotore di oggetti ed eventi, che con terminogie alquanto ricercate quali ''sbapare'', che riferiva a
del malsano fumo elettronico, traeva in inganno il suo prossimo in maniera del tutto convincente ed
ineccepibile.
Ma da dietro due grossi demoni, con facce rotonde e violacee, dal color pesto in viso, due grandi ali
amarantate ed un ghigno infernale, si avventavano continuamente sullo stesso, frustandolo allo
sfinimento e riducendolo esanime come uno straccio consunto.
Questa violenta visione fece rabbridire anche Virgilio, che pareva meno avvezzo a subire la visione
di tali orrori, ma che conosceva ciò che li aspettava oltre questo aspro e deleterio scenario.
Era il turno della seconda bolgia, un ambiente malsano, ricco di sterco e sostanze fecali in genere,
con un odore da togliere il fiato perfino ad una squallida mosca.
Era li che poterono vedere tutti i penitenti spettatori dei video pornografici della rete, osservatori
delle esposizioni mammarie di donne dai facili costumi che bramavano ardire e toccare, senza mai
riuscirci.
Andando oltre questo incubo di immonda oscenità, arrivarono con passo spedito alla terza bolgia, in
cui si trovavano tutti coloro che durante il corso della loro vita avevano perseverato sulla vendita di
oggetti sacri, o sfruttato le genti economicamente per accaparrarsi i loro danari. L'inferno li ha
collocati in una situazione scomoda in cui sarebbero stati inquisiti incessantemente da un gruppo di
spagnoli, che con abiti rossi come il fuoco a piena fiamma, li coglievano continuamente in
flagrante, punendoli con pesanti pene e torture.
Dante e Virgilio erano ormai in un flusso continuo di anime tormentate, e pareva quasi normale la
visione di tale violenza e devastastazione.
Ogni uomo in quel luogo era solo un viscido verme, che strisciava al volere di coloro che li
tormentavano, padroni che li costringevano ad espiare una pena eterna.
All'ingresso della quarta bolgia, una grande aura negativa fuorisciva come una nebbia avvelenata.
Era una maga, che nella sua vita aveva illuso molte persone, e che in questa pena veniva condannata
a ricevere perpetuamente telefonate con messaggi illusori come quelli che infondeva lei nelle menti
dei deboli ascoltatori ignari della sua malevolenza. Durante questa tortura, il suo corpo assumeva la
fattezza diabolica, portando gli occhi in una completa imbiancatura, e seguiva una scissione dal
corpo che gestualmente esortava al maledire chiunque fosse nelle vicinanze. Il Dante, spaurito da
tale atteggiamento, sfuggì velocemente, lasciando indietro il Virgilio, che partì all'inseguimento del
suo compagno di viaggio.
La corsa di Dante era quasi inarrestabile, e nel tragitto passa nella quinta bolgia, in cui le anime
venivano penetrate con l'ausilio delle polveri salate sabbiose, una pratica dolorosa abbinata al reato
della corruzione. Erano inoltre costretti, ad ascoltare un terribile suono melodico, che copriva i loro
lamenti di dolore, così come accadeva quando nella vita nessuno aveva udito le loro rappresaglie
segrete e meschine per poterli sventare.
Dante, dopo una lunga corsa, si fermava, stanco e affaticato e viene raggiungo dal Virgilio, che lo
convince a finire questo viaggio, facendogli notare quanto fosse stato fortunato a poter assistere a
tutti questi lamenti mentre era ancora in vita.
E cosi, dopo una discesa in una scala obliqua attorcigliata su se stessa, i due arrivano nella bolgia
dei bugiardi, coloro che nella vita hanno mentito pur di ottenere un qualsiasi vantaggio, sia visivo
che monetario.
La loro tortura è gravosissima, e saranno costretti ad esseri inseguiti da un Acnectu gigante, che gli
griderà alle spalle tutti i loro peccati, utilizzando come arma un grosso fusto in legno, che ha
nominato negli antri infernali come CapoBastone.
Il Dante si era quindi soffermato nell'osservare il grosso Acnectu, un po' incuriosito dalla volontà di
imprimere le sue pene con la massima violenza ma, spronato dal Virgilio, riprendeva il suo viaggio
verso la bolgia dei ladri.
Appena entrati, una strana luce blu li circondava, e dopo un messaggio incomprensibile al Dante in
lingua anglofona, apparve una enorme scritta bianca come la neve che coprimeva il soffitto nero,
accompagnata da una voce sicura e sgargiante che intimava i due all'utilizzo di cassette di un
marchio noto per il satanismo sublinale.
Presa visione di tale avviso pubblicitario, i due si spinsero quindi alla bolgia successiva, in cui si
trovarono davanti diverse persone costrette a trasportare in maniera perpetua i feretri delle persone
che, a causa dei loro consigli, in vita sono state portate verso vie impervie e pericolose, e costrette a
ballare come forsennati al ritmo dell'Oedì.
Virgilio si soffermava a spiegare anche che queste anime erano fastidiosamente tormentate, in
quanto all'interno delle loro calzature erano presenti formiche a testa rossa affamate, che
pizzicavano i piedi in continuazione creando forti dolori e tormenti nel camminare.
I due presi dalle chiacchiere, sono costretti a bloccarsi davanti ad un ondata di persone infinita. Si
trattava della bolgia dei seminatori di discordia, più conosciuti nel linguaggio virtuale come
flamers, che ingiuriavano le altre persone allo scopo di far rivalere la loro idea su atteggiamenti o
presupposti che nel loro pensiero ritenevano erronei. Ad essi si univano tutti coloro che imprimono
odio gratuito nel commentario, spesso per mancanza di maturità o per qualche discostamento
spirituale. La loro condanna era quella di comprare crediti per i giochi virtuali, usando dei codici
palesemente altrui, simbolo di come l'imposizione delle idee può essere deleteria anche per coloro
che cercano di imporle.
E dopo un veloce sguardo al pozzo dei giganti, ci ritroviamo in uno dei cerchi più scabrosi
dell'intero Inferno. In questo luogo si ode una voce proveniente da un trasmettiore esterno, posto in
qualche dove, che porta alla luce una voce che descrive ogni fatto.
Dante e Virgilio rimangono attoniti all'ascolto, cogliendo il lamento di Saluda Andonio
probabilmente in fuga dal demone più pericoloso degli inferi. Questo demonio è di fattezza molto
minuta, e pare un ingenuo cucciolo di umano femmina, con capelli lunghi e una voce stridula che
pare alla ricerca dell'appagazione di un proprio vizio personale di golosità. In realtà, il Virgilio
racconta che questo angelo satanico sembra essere un vero distruttore, causando la caduta nel
mondo reale di elementi infiammati quali asteroidi e meteore nei luoghi più disparati compresi
ospedali e cimiteri.
E' inoltre l'assassino dei suoi stessi genitori, ed ha cospirato contro il mondo intero, meritando così
la punizione di un completo bagno nel ghiaccio fino al collo insieme agli altri traditori della patria.
Così, come hanno avuto il cuore di ghiaccio durante la vita, allo stesso modo saranno costretti a
tenerlo congelato per il resto dell'eternità.
Ed infine nell'ultimo baratro, il più buio, si trova il peggiore dei demoni, ossia l'angelo caduto
Lucifero. Il suo aspetto è terribilmente sgradevole. Grandi ali nere simili a quelle dei pipistrelli, in
un lago di lava impenetrabile. Il suo corpo, ricoperto di peluria sintetica, che si scoglie e si rigenera
nella lava stessa, dando origine ad un odore di plastica nauseabondo. Questa creatura possiede tre
teste, ognuna con un proprio volto, con lingue di pingu, di heidi e di errori di blocco applicazioni,
che rappresentano i mali peggiori di questa umanità.
Il pinguino Pingu, come simbolo della malalingua e della scorrettezza, relegato nei ghiacciai nordici
per tale motivo; Heidi, respinta nelle alte montagne per il suo assurdo senso di presunzione nei
confronti di Clara, che intimava a correre in continuazione, oltre che una sfacciata fattanza di
droghe pesanti, con la quale sosteneva discorsi culturali con caprini ed ovini; ed infine il blocco, il
più comune degli errori, che aiuta ogni umano medio a ricordare le blasfemie più insite
dell'immaginario collettivo.
Dante ancora una volta devastato da questa visione, decide quindi di abbandonare questo luogo così
oscuro. E con un gesto di ringraziamento, sale dal collo del Virgilio, risalendo alla luce.
Ma la sua vita non sarà mai più la stessa.
E con un mantra de La selva oscura, abbandonava questo luogo, continuando a proferire parole, e
lasciando indietro gesti, ricordi, ed esperienze disturbanti.
E con il cielo ormai sbiadito dal tramonto, l'uomo sparisce nell'eterno e vasto mondo.