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Relazione su qualcosa riguardo a

terroristico

il commissario di polizia Luigi Calabresi fu assassinato a Milano in via Francesco Cherubini, traversa di
corso Vercelli, di fronte al civico nº 6, vicino alla sua abitazione, mentre si avviava alla sua auto per
andare in ufficio, da un commando composto da almeno due sicari che gli spararono alle spalle.

«Uccisi due volte. Dal piombo prima e dal silenzio poi. Sono le vittime del terrorismo italiano: 365
morti. Caduti di una guerra dichiarata da una sola parte. Rischiano di venir ammazzati una terza
volta: dall’arroganza degli assassini e dall’oblio dei giusti»
Negli anni della Guerra Fredda i Servizi Segreti hanno giocato un ruolo determinante, il loro
potere è cresciuto a dismisura e per questo credo che studiare le attività, appunto, di strutture
informative come l’Ufficio Affari Riservati o di organizzazioni segrete come Gladio, al di là dei
misteri o degli intrighi (che pure vi furono e di cui parlo), sia fondamentale in primo luogo per
avere una visione davvero completa della storia dell’Italia Repubblicana. Per quanto riguarda il
Lodo Moro, si tratta di un altro snodo cruciale per comprendere a fondo la politica estera italiana
degli anni settanta e la strategia politico/diplomatica di Moro negli anni che ha passato alla
Farnesina e sarebbe davvero paradossale se uno studioso che si occupa di Storia dell’Italia
contemporanea lo ignorasse. Diciamo semmai che è vero che certa storiografia a volte ha
difficoltà a uscire da “sentieri” già ampiamente battuti e ha ancora una sorta di riluttanza (per
carità in certi casi del tutto giustificata) a fare storia su vicende che sono ancora troppo vicine
nel tempo e per le quali si ritiene non vi sia una documentazione sufficiente e scientificamente
attendibile. Va però detto che, da questo punto di vista, anche in ambito storiografico le cose
stanno ormai decisamente cambiando.

Il terrorismo italiano nelle sue peculiarità appare contraddistinguersi:


- per essere parte di un metodo di lotta politica che comporta l’uso della violenza
estrema contro persone innocenti, cioè “non combattenti”;
- per il suo aspetto spettacolare, essendo stato paragonato alla rappresentazione
teatrale proprio per evidenziarne i complessi e determinati rapporti con i mass media;
- per il suo carattere organizzativo-strutturale, non essendo un fenomeno sporadico ma
il risultato di un complesso sistema di forme politiche, tra loro legate e regolate da solidi
rapporti organizzativi;
- per la sua connotazione psicologico-motivazionale, cioè per l’elemento soggettivo che
spinge i singoli individui all’uso del terrorismo come metodo di lotta politica.
Circa l’andamento generale, il moderno terrorismo italiano, iniziatosi con la fine degli
anni ’60, dal 1963 presenta un’ascesa verticale e, raggiunta la punta massima nel 1978-
79, subisce a partire dal 1980 una verticale caduta, che appare dovuta a fenomeni
esterni, a cominciare da una più determinata reazione statale.

Circa l’etiologia del terrorismo in generale, varie teorie sono state ipotizzate:
i.teoria economica, che vede il terrorismo come scelta razionale;
ii.teoria psicologica, fondata sull’ipotesi della cosiddetta frustrazione-reazione;
iii.teoria dello squilibrio sociale, basata sulla concezione emeostatica dei sistemi sociali,
per cui, creandosi in un sistema una situazione di squilibrio e ricorrendo ad un tempo
determinate condizioni, una rivoluzione può verificarsi per riequilibrare violentemente il
sistema;
iv.teoria marxista, basata sulla concezione dialettico-materialistica della storia.
Ma si è pure suggerito di interpretare il terrorismo, come ogni complesso fenomeno
sociale, in base ad una “teoria multifattoriale”, che, pure con le sue implicite debolezze
teoriche e la difficoltà di definire la molteplice etiologia allo stato delle conoscenze
attuale, si proponga di considerare unitariamente i molteplici fattori determinanti (psico-
biologici, socio-economici, politico-ideologico-culturali)

- Di matrice marxista-leninista, è stato il maggiore, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di
sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale

Secondo fondatori e dirigenti, le Brigate Rosse dovevano «indicare il cammino per il raggiungimento del
potere, l'instaurazione della dittatura del proletariato e la costruzione del comunismo anche in Italia».
Tale obiettivo doveva realizzarsi attraverso azioni politico-militari e documenti di analisi politica detti
«risoluzioni strategiche», che indicavano gli obiettivi primari e la modalità per raggiungerli.
I brigatisti ritenevano non conclusa la fase della Resistenza all'occupazione nazifascista dell'Italia;
secondo la loro visione all'occupazione nazifascista si era sostituita una più subdola «occupazione
economico-imperialista del SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali)», diretta emanazione
dell'imperialismo capitalista rapace e sfruttatore di matrice statunitense, a cui bisognava rispondere
intraprendendo un processo di lotta armata che potesse scardinare i rapporti di oppressione dello Stato
e fornire lo spazio di azione necessario allo sviluppo di un processo insurrezionale e la nascita di
democrazia popolare di stampo sovietico, o quanto meno di matrice leninista, espressione
della dittatura del proletariato[6]. Le Brigate Rosse hanno quindi sempre rifiutato la definizione di
«organizzazione terroristica», attribuendosi invece quella l'espressione «guerrigliera».
Proprio per ribadire la ostentata «estraneità» alla natura semplicemente terroristica, dichiarata
dall'organizzazione guerrigliera[7], il professor Giovanni Senzani nei comunicati ufficiali delle BR,
nonché sugli stendardi che servivano da sottofondo per le fotografie ai cosiddetti «prigionieri politici» (le
persone sequestrate dai brigatisti e tenute prigioniere nelle cosiddette «carceri del popolo») faceva
iscrivere la frase: «La rivoluzione non si processa!»[3]. L'ideologia brigatista si riconduceva, a dire di chi
la propugnava, a una «incompiuta lotta di liberazione partigiana dell'Italia»; come i partigiani avevano
liberato il popolo dalla dittatura nazifascista, le BR avrebbero liberato una volta per tutte il popolo dalla
servitù alle «multinazionali». Un giorno, parlandone con l'avvocato Giambattista Lazagna, Franceschini
si sentì dire: «Va bene, fate pure, io intanto vado a pesca. Noi partigiani abbiamo resistito un anno, ed
era una guerra dichiarata, popolare, con scadenze prevedibili. E voi volete andare avanti vent'anni?»[3].
Il terrorismo di fabbrica proveniva dall'esasperazione delle lotte sindacali, dalla conflittualità permanente
e dal un rifiuto totale dell'economia di mercato che solo la violenza e la rivoluzione avrebbero potuto
abbatterla, costituendo una società più equa anche a costo di spargere molto sangue. In questa visione
i dirigenti di fabbrica diventavano biechi boiardi della reazione, i «capi» e «capetti» degli infami
aguzzini, mentre i buoni operai erano visti come schiavi bisognosi di uno Spartaco che risvegliasse i
loro istinti di rivolta[8]. I principali brigatisti usciti dalle fabbriche Sit-Siemens erano Mario Moretti (perito
industriale), Corrado Alunni (lascerà le BR per formare un'altra organizzazione) e Alfredo
Bonavita (operaio)[8].
L'altra anima delle Brigate Rosse fu quella della contestazione studentesca, nella fattispecie quella
sorta alla Facoltà di Sociologia dell'Università di Trento, cui appartenevano sia Renato Curcio che la
moglie, Margherita Cagol[8].
Le Brigate Rosse operarono in Italia a partire dall'inizio degli anni settanta, attraverso una struttura
politico-militare compartimentata e organizzata per cellule. Compivano atti di guerriglia urbana
e terrorismo contro persone ritenute rappresentanti del potere politico, economico e sociale (uccisione,
ferimento[9]o sequestro di numerosi uomini politici, magistrati e giornalisti).
La denuncia di Rossa contro un brigatista infiltrato è la prima che avviene dalla loro formazione e
rischia di costituire un pericoloso precedente per cui le BR decidono di reagire. La prima ipotesi è
quella di catturarlo e lasciarlo incatenato ai cancelli della fabbrica, con appeso un cartello infamante, in
una sorta di gognaintimidatrice. Tuttavia questa ipotesi di azione viene scartata venendo giudicata
irrealizzabile; ne viene così decisa la gambizzazione, pratica frequente a quel tempo[2].
Il 24 gennaio 1979 alle 6:35 del mattino, Guido Rossa esce dalla sua casa in via Ischia 4 a Genova per
recarsi al lavoro con la sua Fiat 850. Ad attenderlo su un furgone Fiat 238 parcheggiato dietro c'è un
commando composto da Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I brigatisti gli sparano
contro uccidendolo. È la prima volta che le Brigate Rosse decidono di colpire un sindacalista organico
alla sinistra italiana: l'omicidio sarà seguito da una forte reazione da parte di partiti e sindacati e della
società civile, in particolare quella legata al partito comunista.
Al funerale, cui partecipano 250.000 persone, presenzia il Presidente della Repubblica Sandro
Pertini in un'atmosfera tesissima. Dopo la cerimonia Pertini chiede di incontrare i “camalli” (gli
scaricatori del porto di Genova). Racconta Antonio Ghirelli, all'epoca portavoce del Quirinale, che il
Presidente era stato avvisato che in quell'ambiente c'era chi simpatizzava con le Brigate Rosse ma che
Pertini rispose che “proprio per quello li voleva incontrare”. Il Presidente entrò in un grande garage
pieno di gente, “saltò letteralmente sulla pedana” e con voce ferma disse: “Non vi parla il Presidente
della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto
con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”. Ci fu un momento di silenzio, poi un
lungo applauso[4]. La salma di Rossa venne infine tumulata presso il cimitero monumentale di
Staglieno.
L'omicidio di Rossa segna una svolta nella storia delle Brigate Rosse, che da quel momento non
riusciranno più a trovare le stesse aperture nei confronti dell'organizzazione interna del proletariato di
fabbrica. In effetti, proprio per la delicatezza dell'obiettivo, si è ritenuto probabile che le BR avessero
intenzione di punire Rossa, ma senza ucciderlo. La vittima, probabilmente, doveva essere
solo gambizzata. Tale ipotesi sembra essere confermata dalle perizie e dalle successive testimonianze:
Vincenzo Guagliardo, il componente del commando che esplode tre colpi calibro 7,65 alle gambe con
una Beretta 81, ha raccontato che a gambizzazione avvenuta Riccardo Dura, capo della colonna
genovese delle BR, dopo essersi allontanato come gli altri brigatisti dal luogo dell'operazione, era
tornato indietro per esplodere l'ultimo colpo, quello che aveva ucciso Guido Rossa. L'autopsia rivela
infatti che su Rossa furono esplosi quattro colpi alle gambe e uno solo mortale al cuore. Guagliardo
aggiunge che il giorno dopo il delitto i membri dell'organizzazione chiesero spiegazioni sull'accaduto, al
che Dura giustificò l'omicidio affermando che le spie andavano uccise.
Sempre secondo Guagliardo le BR valutarono seriamente l'espulsione di Dura, rinunciandovi però per
non provocare fratture all'interno dell'organizzazione. Dura continuò quindi la sua militanza nelle BR,
partecipando ad altre azioni ed entrando nel Comitato Esecutivo. La ricostruzione dei fatti di Guagliardo
suggerisce che la causa dell'omicidio di Guido Rossa sarebbe da ricercare nell'iniziativa individuale del
capo dei componenti del commando e non in una volontà politica delle BR di eliminare il sindacalista.
La colonna genovese delle BR si assunse comunque l'intera responsabilità dell'omicidio[2][3]. Nel 2008
la figlia Sabina, deputata eletta nel Partito Democratico, si è espressa contro la decisione con cui
il giudice di sorveglianza di Roma aveva negato la libertà condizionale a Vincenzo Guagliardo, che lei
ha incontrato.[5]