Sei sulla pagina 1di 96

www.ilmondodisofia.

it

Tutto il materiale che consulti su


www.ilmondodisofia.it è gratuito.
Ti chiediamo solo di citare, nei tuoi lavori scientifici, il
nome dell’autore della tesi o dell’articolo.
Grazie!

1
www.ilmondodisofia.it

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA TRE

FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere

TESI DI LAUREA

IN

LINGUA E LETTERATURA INGLESE

T.S.Eliot: Simbolo del Novecento e della crisi dell’uomo contemporaneo nella

prospettiva europea del ventunesimo secolo.

Relatore Correlatrice

Prof. Gilberto Sacerdoti Prof.ssa Paola Faini

Candidato :

Massimiliano Gentile

ANNO ACCADEMICO 1998/99

2
www.ilmondodisofia.it

INDICE

-Intestazione

-Introduzione

-Cenni biografici

-Capitolo primo: Il contesto storico degli anni Dieci e Venti

-Capitolo secondo: The Waste Land-considerazioni generali sull'importanza dell'opera

-Capitolo terzo:The Waste Land-prima sezione:The burial of the dead

-Capitolo quarto: Seconda sezione-A game of chess

-Capitolo quinto:Terza sezione-The fire sermon

-Appendice fotografica

-Capitolo sesto: Quarta sezione-Death by water

-Capitolo settimo: Quinta sezione-What the thunder said

-Capitolo ottavo: T.S.Eliot-La critica storica

-Capitolo nono: T.S.Eliot-La critica sociale

-Capitolo decimo: Verso il ventunesimo secolo

-Conclusione

3
www.ilmondodisofia.it

INTRODUZIONE

-Dedica

Questo lavoro, che conclude il mio cammino universitario, è il coronamento di anni di sforzi non

indifferenti, ed è mia intenzione dedicarlo alla mia famiglia e ai tutti i miei amici, che hanno fatto in modo

che io raggiungessi questa meta: è una vittoria non solo mia, ma di tutte queste persone. In particolare

rivolgo un pensiero a mio padre, che mi ha dato l’opportunità di ottenere questo traguardo, fornendomi la

concreta possibilità di raggiungere questo obiettivo. Questa breve dedica ha solo la funzione di ricordare, e

ricordarmi, che un traguardo raggiunto non è un punto di arrivo, ma è il punto di partenza verso nuovi

obiettivi.

In questa breve premessa traccerò le linee generali di sviluppo del mio lavoro, illustrando i termini in

cui si articola la tesi di laurea. Dopo i primi capitoli introduttivi, a partire dal terzo capitolo passo ad

esaminare direttamente il poema eliotiano, commentando criticamente ciascun verso, ed evidenziando i punti

di maggior rilievo storico-sociale. Al termine dell’analisi dei capitoli centrali, l’attenzione si sposterà verso

la descrizione dei contenuti più importanti del poema, collegandoli con una sorta di “critica alla critica” che

si è generata in questi decenni nei confronti della Waste Land, e del pensiero di Eliot in generale. In ultimo,

la parte finale verterà su alcune riflessioni dettati da spunti contemporanei, originati confrontando lo scenario

storico degli anni Venti con quello odierno, proprio per avvalorare il fatto che il poema, a distanza di

decenni, sia valido ed attuale ancora oggi, avendo ancora molto da dire all’uomo moderno. Debbo

aggiungere, in via conclusiva, che quest’ultimo è stato l’aspetto che mi ha portato a sviluppare questo lavoro

di tesi, ossia che ognuno di noi può specchiarsi nel poema, e ritrovare parte di se stesso; certamente sono

consapevole dell’incompletezza del lavoro e della probabile divergenza di opinione su alcuni argomenti, ma

vorrei sottolineare che l’importante è iniziare a porsi degli interrogativi, perché non tentare è peggio che

sbagliare. Vorrei inoltre evidenziare che la visione largamente pessimistica del poema non coincide con la

mia personale: come Eliot, ho solo cercato di essere fotografo ed interprete di una crisi legata alla realtà che

4
www.ilmondodisofia.it

ci circonda, condividendo tale pessimismo, senza necessariamente essere pessimista. Pur tuttavia, spero che

venga raccolto il messaggio finale del poema stesso: le deduzioni, i pareri ed i giudizi sul mio lavoro

preferisco lasciarli agli “ipocriti lettori”, con l’auspicio che al termine del viaggio non siano più tali.

Massimo Gentile

5
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO PRIMO

IL CONTESTO STORICO DEGLI ANNI DIECI E VENTI

Appare alquanto evidente che risulterebbe lacunoso analizzare l’opera di Eliot senza prima

individuare le coordinate storiche nelle quali si inquadra la Terra Desolata. Il periodo storico da me preso in

esame è un’epoca travagliata sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista prettamente politico, e

sarebbe riduttivo identificare tale periodo solo con il primo conflitto mondia le. E’ indispensabile presentare

tale panorama storico in quanto, sebbene oggi lo scenario politico e storico europeo sia ovviamente mutato,

molte circostanze si ripropongono attualmente in maniera drammatica: per certi versi, anche oggi c’è lo

stesso clima di incertezza presente in quegli anni. La mia intenzione è di affrontare in questo capitolo

solamente gli avvenimenti storici, rimandando qualsiasi considerazione. sociologica ai capitoli successivi

Anche allora, la situazione politica in Europa era alquanto instabile, perché vi era una forte rivalità

tra le grandi potenze, ossia la Gran Bretagna , la Francia, la Germania, la Russia e l’Austria; in questo

ambito non rientrava l’Italia, che aveva scarso peso politico in quanto, a differenza delle altre potenze

europee, era ancora uno stato incompleto. Non è azzardato affermare che il primo conflitto mondiale sia stato

la logica conseguenza dei contrasti tra le potenze, del fiorire degli irredentismi nazionalistici, della crisi

balcanica, della questione irlandese. In più un altro fattore sconvolse gli equilibri politici europei, ossia

l’entrata in guerra degli Stati Uniti, che irruppero massicciamente in Europa anche dal punto di vista

culturale ed economico, modificando per sempre la concezione del continente europeo quale “centro del

mondo”.

Alla vigilia della prima guerra mondiale , il quadro politico è composito, poiché l’Europa si presenta

divisa in due blocchi principali: la Triplice Alleanza (Inghilterra Francia e Russia, in funzione antitedesca ed

austriaca), e la Triplice Intesa(Italia Austria e Germania); ma era chiaro che tali alleanze erano politicamente

fragili, in quanto le stesse nazioni alleate fra loro non erano coese. Gli attriti maggiormente evidenti erano

quelli tra la Gran Bretagna e la Germania, tra la Francia e la Germania, tra la Russia e l’Austria, ma anche tra

Francia e Gran Bretagna, tra Austria e Germania, tra Italia ed Austria. La partita si giocava su due fronti: nei

6
www.ilmondodisofia.it

territori della Europa centro meridionale e nella zona dei Balcani, dove tra l’altro c’erano forti contrasti con i

turchi.

Come se non bastasse, un ulteriore motivo di contrasto era lo scontro tra due sistemi di governo: da

una parte le cosiddette democrazie francese, italiana e inglese, dall’altra gli imperi centrali tedesco, austriaco

e russo: in pratica vi erano tutte le condizioni affinché in Europa scoppiasse un unico grande conflitto quale

ovvia risultante di tutti gli attriti presenti in ogni parte del continente.

Prendendo in esame in particolare la Gran Bretagna, non si può certo dire che la politica dello

“splendido isolamento” avesse portato risultati concreti in termini di stabilità: infatti tra il 1918 ed il 1928 il

malcontento fu tale che si sviluppò fortemente il sindacalismo ,e la lotta per il diritto di voto portò per la

prima volta le donne ad essere riconosciute soggetti politici; durante il regno di Giorgio sesto (1910/1936)

iniziarono i tumulti indipendentisti in India e in Irlanda: proprio la questione irlandese sarà il problema più

spinoso che la casata Windsor dovrà affrontare nel periodo 1916/1921. A questo punto mi sembra opportuno

riepilogare i principali avvenimenti storici a cavallo tra il 1909 ed il 1929, al fine di riordinare e chiarire i

contenuti fin qui esposti, nonché di introdurre il panorama storico creatosi durante e dopo il primo conflitto

mondiale.

1909: nasce in via ufficiale l’Action Française, movimento nazionalista che influenzerà in maniera decisiva

Eliot, (vds capitoli successivi).

1910/1912: inizio del crollo dell’impero turco.

1913/1914: in virtù dell’acuirsi dei contrasti tra le potenze europee tra loro e nei confronti dell’impero

ottomano, si giunge allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914.

1915/1916: il conflitto si estende ad altre potenze, inizio delle rivolte antiinglesi in Irlanda.

1917: è una data simbolo, in quanto sembra che gli austrotedeschi siano in grado di vincere la guerra; e

questo è determinato dal fatto che scoppia ancora in maniera più imponente la rivolta in Irlanda, scoppia la

rivoluzione russa, e l’Italia, sganciatasi dall’accordo con Austria e Germania, dimostra tutta la sua debolezza

sia sul fronte carsico(zona di Trieste e dei territori della futura Jugoslavia), sia su quello tirolese(zona di

guerra trentina). Entrano in guerra Usa e Giappone, e ciò determina un ribaltamento delle sorti del conflitto,

ormai veramente mondiale; tale decisione viene presa infatti in funzione antitedesca per gli Stati Uniti, ed in

funzione antirussa per il Giappone, riguardo il fronte estremo orientale.

7
www.ilmondodisofia.it

1918: termina il conflitto, che si conclude con la disfatta degli imperi centrali e di quello turco. In Russia la

rivoluzione porta alla caduta del regime zarista

1919: nell’ambito dello sviluppo dei movimenti di massa e dei partiti di massa, in Italia nasce ufficialmente

il fascismo, destinato a cambiare i destini dell’Europa negli anni venti e trenta. A Parigi e Versailles vengono

firmati i trattati di pace, e contestualmente nasce la lega delle nazioni, in seguito denominata Società delle

nazioni con sede a Ginevra a partire dal 1923. Tale organismo si dimostra subito politicamente debole, privo

peraltro di Germania, Usa e Urss.

1920/192: in questo biennio il malcontento sociale raggiunge il culmine con una lunga serie di scioperi ,

nasce l’Ira e l’Irlanda nel I921 diviene indipendente.

1922: seconda data simbolo: nello stesso anno in cui Eliot pubblica la Terra Desolata, nasce ufficialmente

l’Urss e in Italia il fascismo prende definitivamente il potere con la marcia su Roma.

Tra il 1917 ed il 1919 nascono e si sviluppano due forme diverse di rivoluzione, fascista e comunista,

come reazione ai vecchi regimi, come risposta nuova alla crisi delle democrazie europee ed al fallimento

dello zarismo; questi due movimenti portano a far sì che in tutta Europa ci siano tumulti di notevole entità.

Per comprendere appieno i motivi della rapida diffusione di questi due movimenti,è opportuno

analizzare ora la situazione creatasi dopo la guerra. Al termine del conf litto, in Europa si ebbe una

spaventosa crisi economica e sociale:lo scenario che si presentò fu costituito da miseria, inflazione,

disoccupazione, aumento delle tasse,aumento dei prezzi, paesi disastrati dalle spese belliche, interi ordini

sociali mutati grazie agli odi tra le nazioni. Tutto questo portò ad una sorta di conflitto sociale permanente

esteso a tutta l’Europa, e proprio per questo si avvertì l’esigenza di un rinnovamento sociale e politico.

Fascismo e comunismo apparvero due chiare risposte a tale esigenza, dal momento che le

democrazie sembravano totalmente incapaci di ristabilire ordine e tranquillità, a fronte di un clima

tormentato. Soprattutto il fascismo incanalò le rivendicazioni di masse di scontenti che videro deluse molte

aspettative .

Anche da parte degli inglesi il fascismo ebbe inizialmente un ampio consenso, in quanto ritenuto un concreto

e forte baluardo contro l’espansione comunista in Europa, ma anche perché rappresentò un esempio

lampante di regime in grado di dare stabilità e nuovi equilibri in Europa.

8
www.ilmondodisofia.it

A fronte di questo però, c’è da rimarcare che il fascismo non si diffuse mai in larga misura nel

Regno Unito, proprio in virtù della radicata stabilità del sistema politico inglese: l’unico fenomeno, peraltro

di corto respiro e di scarsa rilevanza, del quale abbiamo notizia anche sulla rivista di Eliot, il Criterion, fu la

creazione intorno al 1925 del partito fascista britannico ( Union British Lions), destinato a scomparire in

breve tempo, non avendo rilevanza politica.

Dopo la tremenda crisi del 1919, nel 1929 si verificò la seconda catastrofica crisi economica,

determinata da un crollo dei prezzi delle merci agricole negli Stati Uniti,e tutto questo non fece che

aumentare il malcontento in Europa, con il conseguente aumento del consenso nei confronti di regimi bollati

come non democratici. Risulta del tutto evidente quindi la grande lungimiranza di Eliot riguardo la critica

alle democrazie, in quanto proprio queste dimostrarono tutta la loro inettitudine. Il disastro economico

statunitense portò alla rovina milioni di persone, grazie anche alle nefaste politiche economiche delle

democrazie liberiste e liberali, che diedero eccessivo spazio alla corsa al capitalismo sfrenato, provocando

distorsioni dal punto di vista sociale, nonché squilibri di reddito enormi. In secondo luogo, proprio le

democrazie con la loro miopia politica furono responsabili della nascita delle dittature, ed in particolar modo

del nazismo, in quanto durante la conferenza di pace del 1919 vollero umiliare la Germania, alimentando un

forte spirito di rivincita: basterà ricordare che i tedeschi furono sanzionati in maniera eccessiva e considerati

i primi responsabili di una guerra che invece fu iniziata dall’Austria.

FONTI STORICO/BIBLIOGRAFICHE

De Rosa: La storia La società Gli uomini Minerva italica

Storia d’Italia Rizzoli 1976

Storia della letteratura italiana del novecento Einaudi

Storia illustrata/rivista di critica storica, anni 1984/1998 Mondadori

9
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO SECONDO

THE WASTE LAND-CONSIDERAZIONI GENERALI SULL’IMPORTANZA DELL’OPERA

Nella Terra Desolata un primo, spiccante elemento è sicuramente il senso della fine: fine della vita,

della civiltà, della passione, dei valori morali, o quanto meno di una profonda crisi degli stessi . Il panorama

presente nel poema è un deserto di indifferenza, di grigia prigione, di desolazione sociale e morale, di

macerie dalle quali però si può prendere spunto per una rinascita spirituale. Infatti, nell’ambito di uno

scenario irto di rovine, anche belliche, in ultimo soffia imperioso il vento della salvezza, della possibilità di

un riscatto sociale, che però può essere concretizzato solo da noi, senza alcun aiuto esterno.

Proprio questa idea di una forte presa di coscienza, unita ad una profonda critica del mondo

contemporaneo con le sue ipocrisie sociali, rende l’opera di Eliot notevolmente attuale e “sovversiva”, in

quanto, sebbene il testo risalga al 1922,per molti versi contiene argomentazioni e verità scomode da

affrontare ancora oggi. Effettuando una operazione di lettura in chiave contemporanea, non si può fare a

meno di evidenziare il fatto che le paure ed i timori degli anni venti si ripropongono anche oggi in maniera

drammatica; troppe sono le incertezze che caratterizzano la nostra epoca, un’epoca segnata da futili valori,

dove, riprendendo concetti espressi dallo stesso Eliot, “tutti sono consapevoli di ogni domanda, ma nessuno

conosce la risposta”.

La Waste Land dà forma concreta all’immenso “panorama di anarchia che è la storia

contemporanea”, e proprio in virtù di questa visione pessimistica, che non preclude però un cambiamento,

Eliot nel poema prende le distanze dalla massa, dalle squallide ed ignave folle vaganti senza meta; e sembra

domandarsi se milioni di banderuole umane aspirino veramente ad un ruolo importante irrompendo nella

storia:domanda comprensibile se consideriamo che gli anni venti vedono lo sviluppo dei partiti di massa .

Eliot stesso rifiuta la cultura di massa perché vede la massa distante dalla cultura:oggi come allora la civiltà è

in una fase di transizione tra due mondi, uno morto e l’altro incapace di nascere.

Le molteplici terre desolate presenti nel poema si somigliano come le città contemporanee, ormai

sature di tecnologia che invece di apportare benefici concreti dal punto di vista sociale provoca una fase di

10
www.ilmondodisofia.it

regressione; assistiamo infatti ad una decadenza morale poiché le masse sono incapaci di capire e di reagire a

questa crisi di valori, avendo solo un passivo “hollow heart”, pieno di tenebre interiori che sono difficili da

esorcizzare. Che la Waste Land sia un testo simbolo della crisi del novecento è testimoniato dal fatto che
1
non sembra un testo ormai datato e superato:come afferma Trigona “La Waste Land è vicina alla realtà che

ci circonda, è un compendio che ci fa porre interrogativi...è l’Italia di oggi:miseria diffusa, gesti di follia

collettiva, noia, paura ed insoddisfazione”.

Le rovine presenti nel poema non sono solo morali, ma anche storiche, riferite alle conseguenze della

prima guerra mondiale. Al termine del conflitto, il mondo sembra essersi fermato, l’intera Europa conosce

l’incubo della guerra ma anche della oscura incognita della pace, pace piena di angosciosi interrogativi. La

Terra Desolata inizia proprio con un grande interrogativo, con una sensazione di paura presente già

nell’epigrafe, dove incontriamo la prima figura del poema:la Sibilla. La Sibilla è il compendio di tutto il

malessere europeo, del clima che si respirava negli anni postbellici, in quanto lei vede solo un muro

invalicabile davanti a sé, una strada senza uscita; è l’emblema di una condizione di morte in vita, di chi esiste

ma non vive, di chi vuole morire perché vede solo il vuoto, l’orrore del nulla. Eliot pone così un primo

elemento di riflessione:oggi, quanti provano le stesse paure della Sibilla? E’ cambiato forse qualcosa, a

distanza di 77 anni?

Si evince subito l’enorme esigenza di stabilità e di ordine, da contrapporre alla anarchia che scardinò

i valori e le certezze del tempo, facendo vacillare le coscienze e convincendo Eliot della importanza della

tradizione e del recupero delle memorie del passato, al fine di affrontare meglio il futuro già nel presente.

Che Eliot sia poi uno specchio fedele del novecento non c’è dubbio, perché molte tematiche, quali ad

esempio la critica dell’individualismo, del capitalismo sfrenato, dell’ignavia, delle colpe di presunte

democrazie occidentali, rimangono vive, nonostante cambino gli scenari della storia.

Il poema assume così importanza come documento di denuncia sociale, dove i monologhi solenni

appaiono come l’apice del mosaico eliotiano; l’oscurità interpretativa non impedisce la formulazione

esplicita, non velata, di determinati concetti , sebbene il testo sia inizialmente di difficile comprensione, sia
2
in pratica un mistero chiuso in un segreto dentro un enigma. Come sottolinea Serpieri “Il significato del

D
1Citaz. tratta da: Saggi su Eliot-introduz.
2
Citazione da: T.S.Eliot le strutture profonde, parte 2 cap 2, pag. 185

11
www.ilmondodisofia.it

poema è stato ricercato in tre direzioni, come il documento di un’epoca sotto la forma di collage poetico...è

un documento sociale che fotografava la crisi del primo dopoguerra, interpretandone il turbamento”; tale
3
concetto è ulteriormente ribadito da Praz , secondo il quale Eliot denunciò efficacemente lo smarrimento ed

il disorientamento di un’epoca che “può dirsi duri tutt’ora e non si saprebbe meglio definire come età

dell’ansia”, e nell’ambito di tale età piena di insicurezza, “la frattura col passato è evidente con la nuova

concezione di valori di Eliot”.

Nonostante si basi su una efficace tecnica del frammento, il poema è un’opera unitaria, sebbene a prima

vista possa sembrare privo di un filo logico; in realtà il concetto di frammento rispecchia in pieno il

tormentato travaglio dell’uomo contemporaneo, e sostanzialmente Eliot ci invita a non leggere

passivamente, ma ad interpretare. Tramite il frammento, il poema di Eliot diventa il chiaro simbolo delle

sfaccettature dell’io, della crisi morale contemporanea, della sintesi delle contraddizioni e delle pluralità dei

drammi sociali. Mediante il frammento si ha una caleidoscopica scomposizione della mente e del tempo, un

mosaico, uno specchio preciso ed ordinato come un piano architettonic o: una perfetta impalcatura illustrante

il viaggio dell’uomo, una struttura che solo a prima vista può sembrare disordinata. Tutto questo in una

cornice di ermetismo, utilizzando una lingua emblema di una poesia elitaria, accessibile linguisticamente ma

oscura riguardo il significato, che non tutti possono interpretare, non avendo le stesse capacità; una lingua

comunque ricca di immagini e di spunti, che riunisce in una unica voce le altre molteplici voci presenti nel

poema, il quale resta in ogni caso suscettibile di interpretazioni differenti. La Waste Land possiede infatti, a

mio parere, una particolarità finale, ossia che la fine non è ancora stata scritta, perché tocca a noi completare
4
il poema, tramite le nostre personali interpretazioni. Come afferma Valery “una poesia non è mai

completata, ma solo abbandonata”; solo chi non vuole affrontare la realtà è più cieco di Tiresia, come ad

esempio accadde negli anni venti e trenta, quando larga parte della critica marxista definì il poema una
5
“opulenta disorganizzazione di una massa di frammenti...con scarsa unità” .

I temi centrali del poema, temi che verranno ulteriormente sviluppati nei capitoli successivi, possono

essere sintetizzati nella ripercussione della crisi profonda della società occidentale dal punto di vista sociale,

nel quadro di un mondo spiritualmente arido, scosso dal conflitto mondiale; crisi che portò milioni di

3
Si veda Praz: La terra desolata-Einaudi Torino 1965, introduz.
4
Cahiers, citaz.

12
www.ilmondodisofia.it

persone, tante folle anonime, a diventare miseri e miserabili non solo economicamente, ma anche,

essenzialmente, moralmente: tutto questo senza distinzione di categorie sociali. Si creò insomma una

condizione di irreale,reale realtà, di morte in vita, di deriva dell’uomo da ogni punto di vista, deriva ben
6
diversa da quella del battello di Rimbaud, molto più simile invece a quella di Kraus e Valery .

Crisi che derivò anche dalle nefaste conseguenze dell’ individualismo, dell’industrialismo con i suoi

profumi sintetici, i motori, i gasometri, che con i loro odori e rumori ostacolano i rumori del cuore, incidendo

negativamente sui rapporti sociali, improntati sulla sterilità conversativa. Questo caos morale fu originato dai

primi sviluppi del consumismo di massa, dal progresso incontrollato in cui l’uomo è ridotto a puro anello di

congiunzione dell’ingranaggio produttivo, ad ruolo di semplice rotella:oggi vediamo le conseguenze di ciò

che si sviluppò proprio a partire dagli anni venti, e come allora, anche attualmente non si riesce, o non si

vuole, ammettere la incapacità a fronteggiare i fallimenti sociali.

Fallimenti che si traducono in alienazione urbana, nel tracollo lento della civiltà occidentale, nel

collasso sociale in Europa, nell’aumento della solitudine morale ed esistenziale di persone alle quali

mancano punti di riferimento precisi, nel ribaltamento del concetto di democrazia e di civiltà: il tutto

espresso tramite una unica grande voce eliotiana, che si frantuma caleidoscopicamente, almeno quanto le

molteplici varietà di paesaggi che incontriamo durante il lungo viaggio attraverso le terre desolate, i deserti,

le città. Il caos è il filo conduttore, il gioco al quale assistiamo nel poema, ossia un susseguirsi di contrasti, di

coincidenze degli opposti, di correlativi oggettivi, di orizzonti offuscati dalle rovine, che sono incubi,

miraggi più reali del concreto, simboli dei drammi contemporanei.

Un dramma contemporaneo espresso proprio grazie alla tecnica mosaicale è la esigenza di

comunicare veramente, ed è sintomatico come il poema rifletta un grande malessere attuale, emblema del

male di vivere: la non comunicazione. Proprio nell’epoca dello sviluppo tecnologico dei mezzi di

cominicazione, regna una forte incomunicabilità di fondo tra le persone. Tale condizione esiste in quanto le

persone sono schiave delle convenzioni sociali, dei formalismi imposti, e ciò si nota anche nella sfera

sessuale, dove oggi sono presenti ancora molti tabù, frutto di una visione distorta del sesso. E’ vero che Eliot

mostra eccessivi timori nei confronti del sesso, forse per scrupoli religiosi, però nella Terra Desolata il

problema emerge in tutta la sua sostanza; oggi il sesso viene visto come elemento centrale e trasgressivo,

5
Melchionda: The Waste Land-Mursia Varese 1976-introduz.

13
www.ilmondodisofia.it

senza esserlo in realtà, viene considerato un fine e non un mezzo per ottenere un fine. C’è una forte paura di

abbandonarsi gli impulsi, soffocando la vera passione per una effimera e falsa trasgressione, e

paradossalmente l’ossessione del sesso porta ad una inappagante sterilità morale.L’utilitarismo economico

tanto criticato da Eliot è presente anche in questo frangente, dove spesso il sesso è ridotto a pura merce di

scambio e vendita.

Eliot criticò fortemente l’industrialismo e il potere finanziario, perché convinto che fossero, se

diffusi in maniera eccessiva, nocivi alla società. Pensava, a ragione, che un capitalismo incontrollato,

supportato da dissennate politiche liberistiche, stravolgesse gli equilibri sociali ed economici, scavalcando

regole chiare e precise e provocando egoismi sociali. Se nel poema Tiresia è cieco, Eliot ha paura soprattutto
7
di chi vede ma è cieco ugualmente, non riuscendo a vedere la sostanza delle cose: secondo Moretti ”Eliot

non esprimeva solo una crisi, ma il tentativo di dominare questa crisi”, quindi Eliot nel poema invitò negli

anni venti ad aprire gli occhi, al fine di non accentuare la condizione di aridità spirituale dell’uomo,

sperduto nel pur affollato deserto delle metropoli, dove quotidianamente il mondo “seguita a gridare,

inascoltato” (cfr. verso 102, seconda sezione)

In questa sede, prima di analizzare il simbolo dei simboli, La Città, ritengo sia opportuno mettere in

risalto alcune salienti caratteristiche strutturali del poema, al fine di facilitare la comprensione dei contenuti

che esaminerò nei capitoli seguenti. In via preliminare, è importante sottolineare come molte immagini diano
8
l’idea della ripetizione, della ciclicità, riaffiorando ad intervalli più o meno regolari:anche secondo Unger “I

will note what recurring images prevail, even if the most important image is IN all the others: there is just an

image that is not coordinate...the mind, or the awareness”. Le immagini frequenti sono ad esempio:

flowers/gardens, water/wind/fire/air, darkness, light/ smoke/ fog (nella città), houses/pubs, sense of

time/seasons/days, alcune parole come rock, water,empty, broken, dry, dead, tutti termini che rendono

perfettamente l’idea di morte, frantumazione, senso di vuoto.

Altre caratteristiche fondamentali possono essere individuate nella spazialità temporale (dalle guerre

puniche al ventesimo secolo), nei vari livelli temporali alternati, nel multiculturalismo, nel polivocismo, nel

polilinguismo, simbolo di una visione unitaria del mondo espressa in sette lingue, a testimoniare il messaggio

6
Vds rispettivamente: Gli ultimi giorni dell’umanità e La crisi del pensiero.
7
Citaz. da: Interpretzioni di Eliot-Savelli Roma 1975, introduz.
8
Tratto da: T.S.Eliot moments and patterns-U.M.P Usa 1966-cap 7 pag 161

14
www.ilmondodisofia.it

di tolleranza e di cambio del concetto di civiltà (ossia che noi non siamo gli unici depositari della cultura),

nell’uso delle varie lingue mediante registri linguistici diversi; inoltre è importante evidenziare come la

metrica sia libera e non fissa, come sia forte la nostalgia del passato e la convinzione della inferiorità del

presente, convinzione espressa tramite la paura della vuotezza e della ignavia delle folle metropolitane,

tramite una oscurità interpretativa che richiede un impegno culturale, non una accettazione passiva, e

quest’ultimo concetto si riflette anche nel rifiuto della società industriale, rifiuto dettato dall’esigenza di

lottare per dominare i ritmi della nostra vita, e non per esserne schiavi, facendoceli imporre. Nel corso dei

433 versi della Waste Land incontriamo 35 autori che ci illustrano una realtà deformata, ma proiettata in una

dimensione tuttavia possibile.

Ovviamente, l’analisi del simbolo dei simboli, la Città, merita un ulteriore,breve approfondimento.

Wilson afferma che la Città è il luogo dove “Milioni di individui anonimi, intenti a seguire i ripetit ivi

itinerari della grigia vita d’ufficio...luogo dove gli ideali sono falliti”, e questo è specificato anche da

Crawford :”...men and phantoms are indistinguishable from one another”, da Trigona (“Unreal city è in realtà

reale, più che reale, troppo reale ...”), e da Cianci, che evidenzia come, in presenza della città,”Siamo al

momento culminante del sovvertimento dei valori...sovvertendo ulteriormente un’opera di per sé


9
sovversiva...” . Non vi è alcun dubbio che la città sia il simbolo della crisi delle masse, ridotte al rango di

spettri vaganti senza meta, dominati dall’ignavia e dall’indifferenza, dalla passività, dalla attesa di una svolta

che non arriverà mai se non si cambia menta lità. Le folle della città eliotiana rincorrono le loro ombre, sogni

non realizzabili, illusioni, dreadful nights: siamo in presenza di uomini vuoti in una dead land. La città della

Terra Desolata, che è poi Le Città, è facilmente accostabile agli altri due modelli che influenzarono in

maniera decisiva Eliot: la dolente ed infernale città dantesca e la città tumultuosa di Baudelaire. In tutti e tre

i casi, la città è apocalitticamente deserta proprio nel momento in cui è colta nel preciso stato di

affolla mento: si ha una squallida visione di indifferenza ed emarginazione, dove galleggiano rifiuti urbani e

sociali, anche se una domanda è lecita:I veri rifiuti sono gli emarginati o chi li emargina? Chi è in realtà la

vera scoria industriale che affoga nel Tamigi? Le folle sono i fiori del male racchiusi nel grande fiore del

male per eccellenza, la città stessa,emblema di un paese guasto,dove il sole viene offuscato da un’atmosfera

9
Per un ulteriore approfondimento, si veda rispettivamente: Wilson, Il castello di Axel-cap 4 pag 181 (Studio edit.
Milano 1988)-Crawford, The savage and the City in the work of T.S.E.-cap 2 pag 47 (O.U.P. 1987)-Trigona, citaz.
tratta dal cap 5 (Cfr nota 1)-Cianci, La città 1830/1930-cap 17 pag 285 (Schena edit. Fasano 1991)

15
www.ilmondodisofia.it

di decadenza. A testimonianza del fatto che Eliot influenzò la letteratura europea, e a sua volta ne fu

influenzato, è indicativo accostare vari esempi di città, fra loro uguali, senza sostanziali differenze di fondo,

tutte quante simboli di degrado:

La Parigi di Baudelaire, la città infernale di Dante, la metropoli americana di Whitman, la Berlino di

Doeblin, la Venezia di Mann... tutti questi esempi non sono forse simili alla Londra di Eliot? Proprio in

questo elemento si rispecchia la visione di una condizione universale del poema, che investe e riguarda non

solo una città, ma tutto il mondo. Questa condizione universale si snoderà lungo l’arco delle cinque sezioni

del poema, nel quale le prime tre esprimono la paralisi e la desolazione, la quarta esprime l’idea di morte di

chi ha toccato il fondo, e che nella quinta sezione può solo risalire cercando la salvezza, che è l’unica cosa

“che giustifica il tutto, assolutamente”. Tale realtà è anch’essa attuale, perché noi tutti, o quanto meno la

maggior parte di noi, abbiamo ognuno la nostra terra desolata dentro noi, un angolo di malessere

inesplorato:parafrasando Eduardo De Filippo, i fantasmi sono i nostri fantasmi, e decifrare il poema è come

decifrare noi stessi, ed è proprio questo che cercherò di fare attraverso l’analisi delle cinque sezioni nei

capitoli immediatamente successivi.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Trigona: Saggi su Eliot-Guida edit-Napoli 1973

Serpieri: Tse le strutture profonde-Il mulino-Bologna 1973

Praz: La terra desolata-Einaudi-Torino 1965-

Melchionda: The Waste Land-Mursia-Varese 1976-

Wilson: Il castello di Axel-studio edit-Milano 1988

Crawford: The savage and the City in the work of Tse-O.U.P.1987-

Cianci: La città 1830/1930-Schena ediz-Fasano 1991-

Moretti: Interpretazioni di Eliot-Savelli Roma 1975-

Unger: Tse moments and patterns-U.M.P. Usa 1966-

16
www.ilmondodisofia.it

T.S.ELIOT: CENNI E RIFERIMENTI BIOGRAFICI

Nasce nel Missouri, St.Louis, nel 1888. Nel 1906 entra all’università di Harvard, accostandosi per la

prima volta all’opera di Dante, che per Eliot sarà l’autore che “più di tutti mi ha influenzato”.

Nel 1910 si trasferisce a Parigi, nell’ambito di una lunga serie di viaggi in Europa. In Francia entra

per la prima volta in contatto con le opere dei simbolisti francesi, e particolarmente importante sarà la

scoperta dell’opera di Laforgue; inoltre frequenta gli ambienti letterari nei quali comincia a circolare la

Nouvelle Revue Française, stabilendo una collaborazione che durerà anche quando Eliot tornerà

definitivamente in Inghilterra. Sempre in questo periodo mostra interesse per la nascente Action Française,

movimento reazionario di estrema destra francese:capeggiato da Charles Maurras, tale movimento ha nel

rifiuto della democrazia, nel nazionalismo e nella restaurazione monarchica unita ad una restaurazione di

valori legati alla tradizione, i propri punti di riferimento.

Nel 1911 torna ad Harvard per seguire i corsi di orientalistica, approfondendo le sue conoscenze del

mondo estremo orientale, in particolare dell’India, del buddismo e della lingua sanscrita, elemento che

risulterà fondamentale nella stesura della Terra Desolata.

Il 1914 è un anno importante per Eliot, denso di avvenimenti:lasciata Harvard, si trasferisce a Londra

dove incontra per la prima volta Pound; in seguito compie altri viaggi in tutta Europa, soprattutto in Italia,

Svizzera e Germania, dove completa i suoi studi umanistici a Monaco di Baviera. A causa dello scoppio

della prima guerra mondiale, decide di trasferirsi definitivamente in Inghilterra.

Il periodo tra il 1915 ed il 1918 è forse il momento più travagliato della vita di Eliot: il suo

matrimonio fallisce, gli effetti sociali negativi della guerra si ripercuotono in maniera traumatica dal punto di

vista psicologico, gli Stati Uniti entrano in guerra, si acuisce la crisi in Irlanda e scoppia la rivoluzione russa.

Proprio a partire dal 1918 è costretto a lavorare in banca a causa di una situazione economica personale

affatto florida, e questo provocherà in lui una profonda avversione per certe forme distorte di capitalismo.

Il 1919 vede la nascita e lo sviluppo del fascismo, un fenomeno nuovo nel panorama europeo che

suscita l’interesse di Eliot, in quanto egli considera il fascismo sinonimo di ordine, stabilità, legalità e

17
www.ilmondodisofia.it

salvaguardia dei valori,contro l’anarchia imperante in Europa al termine del conflitto mondiale. Tra il 1917

ed il 1919 è presente in maniera attiva in tutti gli ambienti e i circoli culturali promotori di nuove forme

artistiche e letterarie: il gruppo del Bloomsbury, i movimenti esotisti, imagisti e modernisti vedono in Eliot

un esponente di spicco.

Il biennio 1920/1921 può essere considerato il periodo di formazione della Waste Land, in quanto

Eliot ottiene la prima notorietà con il saggio “The sacred wood”, e comincia a scrivere proprio il poema “The

Waste Land” a Londra; in seguito completerà la composizione del testo a Losanna, dove si stabilì alcuni

mesi per curare un esaurimento nervoso.

Il 1922 riveste fondamentale importanza, tale da essere definito una data simbolo, un anno-

spartiacque tra il vecchio ed il nuovo Eliot. In quest’anno infatti, accadono molti avvenimenti di notevole

rilievo, che fanno quasi da cornice alla pubblicazione di “The Waste Land” (settembre/novembre 1922):in

Italia il fascismo giunge ufficialmente al potere con la marcia su Roma, suscitando gli entusiasmi di Pound,

viene pubblic ato l’Ulisse di Joyce e in Francia muore Proust; sempre nel 1922 Eliot fonda la rivista

“Criterion”, da lui diretta sino al 1939/40.

A partire dal 1925 termina di lavorare in banca e inizia a collaborare con la casa editrice Faber &

Faber, della quale in seguito diverrà direttore sino al 1965. Nel 1926 il Vaticano scomunica l’Action

Française, provocando sgomento in Eliot, che definirà tale atto apparentemente inspiegabile come “uno dei

tre fatti che hanno cambiato la storia” (insieme alla rivoluzione russa e alla nascita del fascismo). In virtù di

tale decisione da parte della Chiesa di Roma, Eliot accelerò probabilmente in maniera decisiva il suo

personale processo di rielaborazione religiosa, convertendosi nel 1927 al ramo anglocattolico della chiesa

anglicana inglese, acquisendo inoltre la cittadinanza britannica, formalizzata nel 1928. In tale circostanza si

autodefinì “anglocattolico in religione, classicista in letteratura e monarchico in politica”.

Gli anni Trenta sono caratterizzati da lunghi viaggi negli Usa, sebbene Eliot si fosse ormai

definitivamente stabilito Londra. Nel 1945 Pound viene arrestato per propaganda fascista e antialleata in una

trasmissione radio a Roma:come fece anni prima, quando fu arrestato Maurras, Eliot chiede pubblica

solidarietà per il rilascio dell’amico, ma tutto risulta vano. Nel 1948, forse con un certo ritardo, Eliot ottiene

il Premio Nobel per la letteratura, nonché l’Order of Merit da re Giorgio sesto. Nel 1958 riceve la laurea ad

18
www.ilmondodisofia.it

honorem all’università di Roma, e nel 1959 la Dante gold medal a Firenze. Nel 1968 viene ritrovato il testo

originale della Waste Land, andato perduto nel 1922: questo tre anni dopo la morte di Eliot (1965).

Principali opere di T.S.Eliot:

Essays: Tradition and individual talent 1917

The sacred wood 1920

Use of poetry and use of criticism 1931

The ideal of a Christian society 1939

Notes toward a definition of culture 1948

Plays: Sweeney Agonistes 1933

After strange Gods 1934

The Rock 1935

Murder in the cathedral 1936

The elder statesman 1959

Poems: Prufrock 1915

Gerontion 1919

The Waste Land 1922

The hollow men 1925

Journey of the Magi 1927

Ash Wednesday 1929

Four Quartets 1932/1938

Book of practical cats 1938

FONTI BIBLIOGRAFICHE

The Mirror of the Times-Morano editore 1990

19
www.ilmondodisofia.it

Serpieri-La terra desolata-Bur Milano 1982

Prima appendice biografica (estratto da:Serpieri-la Terra Desolata, Bur Milano 1982):piccolo

compendio del pensiero eliotiano raccolto in tredici frasi tratte dalla introduzione del testo del Serpieri.

- “Il pensiero eliotiano si frantuma non meno del paesaggio in cui è inserito”

- “Vari critici mi hanno fatto l’onore di interpretare il poema...come un pezzo di critica sociale. Per

me fu solo il sollievo da una personale lagnanza” (Eliot ironicamente scrive questo sul Criterion nel 1922).

- “...fa 19 pagine, e diciamo la più lunga poesia in lingua inglese”(commento di Pound).

- “The Waste Land intende formare un tutt’uno, e non vorrei che nessuno ne leggesse solo parti”

(sempre Eliot sul Criterion).

- “...le mie note hanno stimolato il tipo sbagliato di interesse tra i ricercatori...mi rammarico di aver

spedito tanti ad una vana caccia dietro i tarocchi...” (Eliot nel 1923).

-sempre nel 1923 viene mossa una critica al poema da parte di Lucas, critica che a mio parere è priva

di fondamento, e tale convinzione la motiverò nell’ambito del commento della prima sezione:”Una poesia

che ha bisogno di essere spiegata in nota non è tale...le note di Eliot sono confuse ed incomplete...Che senso

ha spiegare citando versi che non dicono nulla a chi non sa la lingua e nulla di nuovo a chi la sa? Come farà

il lettore privo di studi classici a indovinare il nome di una battaglia punica?”.

-esponendo alcune riflessioni sul poema, Eliot afferma che “Ci sono, io credo circa trenta buoni versi

nella waste land, il resto è effimero...la quinta parte non è la miglior parte, ma è l’unica che giustifica il

tutto...con questi frammenti ho puntellato le mie rovine...nel dare forma e significato all’immenso panorama

di futilità ed anarchia che è la storia contemporanea.”.

-Secondo il parere di Eliot, “E’ terribile stare soli con un’altra persona...oggi i borghesi non hanno il

coraggio di abbandonarsi agli istinti, ai propri impulsi...tutti sanno la domanda, ma nessuno conosce la

risposta”.

-Riprendendo inoltre il suo pensiero espresso nell’opera “Tradizione e talento individuale”, ribadito

anni dopo anche nelle “Note circa la definizione di cultura”, proprio secondo il parere di Eliot “la tradizione

è qualcosa di ereditato, ma deve in ogni caso essere conquistata e mantenuta. Non ci può essere tradizione

senza il senso storico. La tradizione deve essere presente nel presente, in quanto senza tradizione non c’è

20
www.ilmondodisofia.it

futuro. L’ordine dei monumenti del passato è modificato dalla vicinanza di nuove costruzioni...”. In sostanza,

poiché si avverte il pericolo di una alterazione dell’equilibrio delle regole e dell’ordine, viene evidenziata

l’esigenza di salvaguardare i valori della tradizione, che non è un patrimonio che si possa tranquillamente

limitarsi ad ereditare: chi vuole averlo e tutelarlo lo deve fare con fatica e sacrificio, essendo consapevole che

il passato è passato, ma è anche presente.

Seconda appendice biografica (estratto da Caretti/Eliot in Italia/Adriatica Bari 1968/ parte prima,

Eliot in Italia 1923-1965).

In questa seconda, breve appendice, si evince chiaramente come fossero intensi i legami culturali tra

Eliot e l’Italia, ed il fatto primario di scegliere come modello Dante e la sua lingua, testimonia come Eliot

fosse ammiratore dell’Italia quale culla della civiltà. Se per Eliot Baudelaire è “il più grande esempio di

poesia moderna”, Dante rappresenta per lui “l’artigiano della lingua per eccellenza”.

Nel 1925 Pound compie un importante viaggio in Italia quale ammiratore del fascismo:ottiene la

cittadinanza onoraria di Roma e spiana il terreno alla diffusione della Waste Land; Eliot viene subito

accostato all’ermetismo nell’ambito dei circoli letterari italiani per la prima volta proprio nel 1925. Nel 1926

appare sul Corriere della Sera il primo articolo su Eliot ad opera di Linati; Eliot viene paragonato a Proust e

Ungaretti per l’oscurità caleidoscopica della sua opera.

Nel 1930 Praz traduce Eliot per la prima volta in via ufficiale, e negli ambienti letterari fiorentini

della Fiera Eliot è accostato a Montale, e questo sarà forse il paragone più consistente e veritiero; in Italia,

dopo la waste land circola il Criterion, e Montale si occupa della diffusione e della traduzione di materiale

eliotiano. In Italia si confronta la terra desolata con gli ossi di seppia montaliani, e inoltre Eliot inizia ad

essere considerato un importante autore “di raccordo”, come fu per Pavese e Whitman .

CAPITOLI CENTRALI: COMMENTO E CRITICA DELLE CINQUE

SEZIONI DEL POEMA

In questi cinque capitoli verranno sostanzialmente ripresi e sviluppati i temi introdotti

preliminarmente nel capitolo precedente, temi che costituiscono il trait d’union tra il significato del poema

21
www.ilmondodisofia.it

nel 1922, i contenuti storico-sociali illustrati nei capitoli finali, la validità e l’attualità del messaggio eliotiano

nel periodo contemporaneo.

APPENDICE AL TERZO CAPITOLO: L’EPIGRAFE.

1922

«Nam sybillam quidem cumis ego ipse oculis meis vidi in

ampulla pendere, et cum illi pueri dic erent: ?

Respondebat illa: «

For Ezra Pound

Il miglior fabbro.

L’epigrafe «voglio morire» è già altamente indicativa, in quanto:

-Viene primariamente indicato il 1922 come data simbolo, come spartiacque della storia.

-Con questa frase viene coinvolta una civiltà intera, racchiusa in una unica frase che esprime una

crisi globale, che si snoderà lungo tutto il percorso del poema: tale frase assume la connotazione di un grido

disperato, di una implorazione di aiuto, di una testimonianza di profondo malessere che però si perde nel

vuoto dell’indifferenza, come vedremo in tutte e cinque le sezioni.

-Tramite questo iniziale imagismo evocativo, si ha la prima riflessione di critica sociale, perché

«voglio morire» è una frase esclamata da chi è, o è stato, emarginato socialmente per i motivi più disparati;

da chi non vede una via d’uscita nel futuro, intendendo proprio il futuro come una prospettiva incerta ed

inquietante; da chi è metaforicamente, ma concretamente,«vittima» de i canoni sociali, delle convenzioni, dei

formalismi che imprigionano tanto l’uomo pirandelliano, quanto quello eliotiano.

-Questa condizione di instabilità è altresì espressa mediante due elementi cardine del poema,

immediatamente presenti, e che ritroveremo durante il viaggio nelle terre desolate: il frammentarismo ed il

multilinguismo, simboli di un determinato quadro sociale.

L’epigrafe, stile presente nuovamente nella quarta sezione del poema, è dunque pienamente

funzionale al poema stesso, ponendo subito il tema del degrado morale, il quale, unito al disagio sociale e

all’incertezza del futuro, è pieno di angosciose incognite: sin dall’inizio è palpabile una netta sensazione di

22
www.ilmondodisofia.it

10
paura. Con la Sibilla, che secondo Serpieri «...sbarra il futuro...», primo personaggio in assoluto, viene

introdotta la figura del veggente, presente anche nelle sezioni prima e terza: veggente che però non vede più

nulla, se non la desolazione del presente, che vede ciò che altri non vedono o non vogliono vedere, che però

ha paura di vedere la verità ed il futuro; e questo è già un primo paradosso, in quanto un veggente

normalmente ha proprio la specifica funzione di prevedere il futuro stesso.

CAPITOLO TERZO: THE WASTE LAND-PRIMA SEZIONE:

THE BURIAL OF THE DEAD.

In questa prima sezione si può osservare una forte sensazione di smarrimento, ed analizzando

solamente il titolo, siamo già in presenza di contenuti molteplici:

-Un primo, ma solo apparente, paradosso, poiché i morti sono già sepolti.

-La paura, in quanto i morti, ossia gli abitanti della terra desolata, non vogliono essere risvegliati dal

loro sonno, quindi sono sostanzialmente morti pur essendo formalmente vivi. Vi è quindi una condizione di

«death-in-life», perché risulta del tutto evidente che i morti non possono parlare, e siccome in questo caso i

morti sono in realtà vivi, se ne deduce che la loro vita è dominata da una forte incomunicabilità; nell’ambito

della desolazione si avverte quindi una sterilità conversativa, un deserto verbale.

-L’elemento dell’inversione del ciclo classico delle stagioni, che introduce altre due riflessioni; la

prima, riguardante la effettiva ciclicità del poema, che si inquadra in una precisa ottica religiosa, come

vedremo in seguito, e la seconda, inerente la figura del morto, che preferisce un eterno inverno (simbolo di

sicurezza) alla primavera, simbolo della rinascita ma anche della paura, in quanto appare un «salto nel

vuoto», quasi peggiore del vuoto stesso (riprendendo il pensiero di Valèry, per il quale rimando anche al cap.

9).

Proprio la figura del morto assume in questa sede diverse connotazioni simboliche, che riflettono

l’attualità del poema: il mondo moderno pullulante di morti in vita, le nostre paure più nascoste, i drammi

interiori più reconditi, la paura di affrontare la realtà, ma soprattutto l’indifferenza, che porta fatalmente ad

10
Citaz da: La terra desolata, pag 73-Milano Bur 1982

23
www.ilmondodisofia.it

aver paura di prendere decisioni autonome, di fronteggiare le difficoltà immediate, di scegliere, per non

essere costretto a rischia re di vedere con turbamento la «paura in un pugno di polvere»(verso 30). In virtù del

rifiuto dell’assunzione di responsabilità e del non voler scegliere, milioni e milioni di persone decidono di

non vivere, limitandosi ad esistere passivamente; tutto questo lo ritroveremo a partire da questa prima

sezione, dove incontreremo il luogo per eccellenza dell’ignavia, ossia la Città.

Nella Città, che è poi LE Città, si assiste quotidianamente alla metaforica sepoltura di «hollow men»,

che non vogliono risvegliarsi al dramma della vita. Questa prima impressione di aridità e di totale assenza di

fertilità morale è aspramente avversata da Eliot, che riprende con spirito critico il pensiero di Baudelaire e di

Dante: la condizione di ignavia è la situazione più deprecabile in assoluto; tale condizione degli uomini che

sono «senza infamia e senza lode...tra color che son sospesi «, fluttuando alla deriva come il giunco

shakesperiano presente in «Antonio e Cleopatra», è il diretto frutto negativo della massificazione, della
11
«marea democratica che tutto livella» . Tale condizione di rifiuto di scegliere, preferendo invece la

passività, si rivela comunque assurda, perché, riprendendo un’affermazione di Sartre, «La liberté est de
12
choisir, mais aussi est la liberté de ne pas choisir, et en effet ne pas choisir est choisir de ne pas choisir» .

Esaminiamo ora il primo gruppo di versi:

April is the cruellest month, breeding

Lilacs out of the dead land, mixing

Memory and desire, stirring

Dull roots with spring rain.

Winter kept us warm, covering

Earth in forgetful snow, feeding

A little life with dried tubers.

Summer surprised us, coming over the Stanbergersee,

With a shower of rain; we stopped in the colonnade

And went on in the sunlight, into the Hofgarten, 10

And drank coffee, and talked for an hour.

Bin gar keine Russin, stamm aus Litauen, echt Deutsch.

11
Baudelaire: Les paradis artificiels, citaz.

24
www.ilmondodisofia.it

And when we were children, staying at the arch-duke’s,

My cousin’s, he took me out on a sled,

And I was frightened. He said, Marie,

Marie, hold on tight. And down we went.

In the mountains, there you feel free.

I read, much in the night, and go south in the winter.

Il mese di aprile è un simbolo ciclico, il mese dove si incontrano il presente e la memoria, il passato

ed il futuro; il dramma è che aprile rimette in moto il meccanismo del tempo, creando appunto il dramma del

presente. Un altro simbolo che testimonia la decadenza contemporanea sono i fiori di lillà, che come i

giacinti e la luce viola della città, presente più volte, richiama il collegamento tra la luce del tramonto della

civiltà e la fertilità amorosa che viene oscurata dal degrado morale ed affettivo. Il lago introduce la morte per

acqua, dove l’uomo è prigioniero delle convenzioni sociali determinate dal fatto che oggi l’apparire è più

importante dell’essere: tali convenzioni vengono «impersonate» proprio dall’acqua, che nel tempo porta

l’uomo ad annegare, travolto non dall’ondata dei formalismi, ma dall’ondata dei formalismi ipocriti, dettati

dalle mode.

Ho sottolineato l’uomo, ma la condizione di desolazione e di decadenza è universale, e Eliot

evidenzia questo elemento citando a più riprese la partic ella «noi, ci», a testimonianza che il mondo presente

è pieno di neve smemorata che non ricorda i valori del passato, sacrificati al posto di dubbi vantaggi

materialistici. Proprio in primavera l’uomo si accorge che anche l’inverno, sino ad allora considerato

simbolo di sicurezze che «tengono caldo», è in realtà anch’esso effimero, che l’Europa è solo un insieme di

tuberi secchi e di spente radici, ossia le masse disperate che tentano di aggrapparsi ad un punto di riferimento

che non c’è. Le spente radici rappresentano la desolazione, la perdita di un qualcosa che tarda a tornare,

ammesso che torni, dal punto di vista morale.

Come già evidenziato, l’acqua ha una intrinseca connotazione negativa, però c’è un’altra

considerazione da tener presente, cioé il terzo paradosso di questa prima sezione: si muore per acqua, ma

anche per troppa acqua, per gli eccessi, gli abusi, in quanto troppa acqua nuoce alla terra rimasta arida per

12
Sartre: L’etre et le néant, citaz.

25
www.ilmondodisofia.it

troppo tempo, e quindi abituata solo a lunghi periodi di siccità: questa riflessione è fondamentale, perché si

inserisce nel quadro della critica sociale alle masse incapaci di gestirsi. Abbiamo un lampante esempio sotto i

nostri occhi, ossia la rovina «democratica» di milioni di persone dopo la caduta del muro di Berlino, quando

improvvisamente, gente disabituata a gestire la propria libertà si trovò in condizioni di disorientamento,

essendo spiazzata dall’aver avuto «tutto e subito», senza considerare che ogni libertà si conquista

gradualmente.

I versi 10/18 sono un chiaro esempio di «multi»: multilinguismo, multiframmentarismo, al fine di

rappresentare il caos odierno, multicondizione, ossia la crisi europea presente in tutte le categorie sociali.

Siamo in presenza di più voci, riconducibili ( e così sarà in tutto il poema) ad un’unica grande voce;

abbiamo ad esempio tre voci espresse tramite la lingua tedesca, che illustra la crisi di tre nazioni (Austria,

Germania e Russia) derivante dal conflitto mondiale, e la crisi sociale che coinvolge tutti i Paesi dal 1914 al

1922. Il verso 17 introduce la visione della montagna, ripresa nella quinta sezione, ad ulteriore testimonianza

della ciclicità; Marie è il simbolo della decadenza aristocratica, ma anche della paura del vuoto e del futuro:

lei ha paura dell’incognito e preferirebbe non guardare il vuoto. Invece è costretta a guardarlo, però il suo

sguardo è attonito, ben più spaventato rispetto all’»estate che ci sorprese», già di per sé spiazzante. Come

ricorda Bentley, vi è appunto una condizione di sospensione e di smarrimento: Marie ricorda il passato,

intuisce la vista sul caos futuro, ma fluttua nel presente, poiché lei «is left with a vacuum in the present, an
13
absence in the middle of her life» .

A partire dal secondo gruppo di versi, c’è il primo stacco, e si passa ad un tono solenne e biblico, che

contrasta con l’idea della terra desolata intesa come terra del silenzio, immersa nelle tenebre del silenzio

stesso.

What are the roots that clutch, what branches grow

Out of this stony rubbish ? Son of man, 20

You cannot say, or guess, for you know only

A heap of broken images, where the sun bets,

And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,

13
Bentley: Reading the Waste Land-U.M.P. Usa 1990-cap 3 pag 62

26
www.ilmondodisofia.it

and the dry stone no sound of water. Only

There is shadow under this red rock

(Come in under the shadow of this red rock)

And I will show you something different from either

Your shadow at morning striding behind you

Or your shadow at evening rising to meet you:

I will show you fear in a handful of dust. 30

Frisch weht der Wind

Der Heimat zu

Mein Irisch Kind

Wo weilest du ?

«You gave me hyacinths first a year ago;

They called me the hyacinths girl»

-Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden

Your arms full, and your hair wet, I could not

Speak, and my eyes failed, I was neither

Living nor dead, and I knew nothing, 40

Looking into the heart of light, the silence.

Oed und leer das Meer.

Anche in questo secondo gruppo di versi, la tecnica mosaicale del frammento è pienamente

funzionale, esprimendo in pieno la crisi di coscienza europea, ed altamente simbolica; ad esempio i versi

19/23 inquadrano lo spettrale panorama europeo in una dimensione universale, espressa in chiave profetica:

«Son of man...» è un messaggio universale di aridità e desolazione indistinta, contenenti le macerie e le

rovine del deserto moderno. Ritorna inoltre l’immagine delle radici che si avvinghiano disperatamente, alla

ricerca di una via di uscita dalla crisi, ma quello che le radici trovano è solo un muro invalicabile, come

27
www.ilmondodisofia.it

14
quello montaliano , al quale si accompagnano le pietrose rovine, la spazzatura (the waste, appunto), ossia

l’Europa odierna ridotta ad una discarica piena di residui, di scarti, di scorie e di immagini frante, in cui si

riflette la frammentazione caleidoscopica dell’io, con tutte le sue indecisioni, i dubbi, le indifferenze, gli

individualismi.

I versi 25/30 esprimono la stessa paura presente in Marie, paura fugabile solo attraverso la fede o

comunque un recupero della tradizione e dei valori morali, riparandosi «all’ombra della roccia rossa», al fine

di esorcizzare i timori. Forse Eliot intende indicare la Chiesa come rifugio sicuro, simboleggiandola con la

roccia rossa, ma a mio parere tale accostamento risulta lacunoso, in quanto anche la Chiesa, oggi come nel

1922, offre solo una protezione effimera, un palliativo morale che solo in apparenza ci tranquillizza, poiché

sembra quasi un tentativo di fuggire dai problemi, invece di affrontarli. E’ importante altresì notare come

Eliot ponga drammaticamente enfasi sulla seconda ombra, sull’ombra sempre presente accanto a noi,

elemento che ritroveremo nella quinta sezione.

L’altra ombra rappresenta in pratica il nostro doppio nascosto che ci accompagna perennemente, il

nostro sdoppiamento della personalità in nome dell’apparenza sociale, la nostra paura nel vedere la civiltà

consumarsi, riducendosi lentamente, gradualmente e inesorabilmente ad un cumulo di polvere. Questa ultima

dimensione contiene a sua volta altre due situazioni, simbolo del disagio sociale: la prima riguarda

nuovamente il tema dell’acqua e dell’uomo-marinaio che si smarrisce alla deriva, in balia dei flutti; la

seconda amplia la condizione di infelicità derivante dal fallimento amoroso (versi 31/42). Come rimarca

Praz, «L’amore tra Tristano ed Isotta è accostabile, per fragilità, a quello della dattilografa; la vanità e
15
l’amarezza di tale amore sono espresse col richiamo desolato e vuoto è il mare» .

In quest’ultimo frangente siamo in presenza di molte «voci sociali», esponenti di ogni ceto, perché la

sterilità amorosa e l’inaridimento dei rapporti sociali investono tutta la società occidentale. Eliot si rivolge

incessantemente al lettore, incalzandolo quasi in maniera ossessiva tramite la ripetizione di «You, your»,

come se volesse presagire o introdurre l’accusa finale, nella quale tutti (o quantomeno la stragrande

maggioranza) ci rispecchiamo. Gli ultimi sei versi riprendono il concetto della morte: «dead» compare per la

terza volta, unito in questo caso al vuoto morale originato dal fallimento amoroso, sia dell’uomo nei riguardi

14
In riferimento alla poesia di Montale «Meriggiare pallido e assorto...», in particolare al muro, la cui superficie è irta di
aguzzi cocci di bottiglie di vetro, simboleggianti gli ostacoli e le difficoltà della vita.
15
Vds: La terra desolata-note critiche, pag 79

28
www.ilmondodisofia.it

della ragazza dei giacinti (il quale resta sgomento ed attonito come Marie), sia nel legame fra Tristano e

Isotta; in entrambi i casi il silenzio domina la scena, insieme ad una evidente incapacità di dialogo frutto

della superficialità morale, espressa mediante frasi presenti anche nella seconda sezione, frasi che quindi

anticipano il dramma immediatamente successivo: «Non potei parlare, non ero né vivo né morto (ignavia),

non sapevo nulla». L’uomo, come il mare, è vuoto e desolato spiritualmente,simbolo infimo di una squallida

miseria interiore.

Osserviamo a questo punto i prossimi diciassette versi:

Madame Sosostris, famous claivoyante,

Had a bad cold, nevertheless

Is known to be the wisest woman in Europe,

With a wicked pack of cards. Here, said she,

Is your card, the drowned Phoenician Sailor,

(Those are pearls that were his etes. Look !)

Here is Belladonna, the lady of the Rocks

The lady of situations. 50

Here is the man with three staves, and here the Wheel

And here is the one-eyed merchant, and this card,

Which is blank, is something he carries on his back,

Which I am forbidden to see. I do not find

The Hanged Man. Fear the death by water.

I see crowds of people, walking round in a ring

Thank you. If you see der Mrs. Equitone,

Tell her I bring the horoscope myself:

One must be so careful these days.

In questi versi compare la seconda, importante figura femminile della prima sezione, ossia

l’indovina, che si ricollega al ruolo della Sibilla dell’epigrafe. L’indovina è in sostanza una raggiratrice che

può essere paragonata ai moderni mezzi di informazione, che insieme ai poteri economici «forti», tentano

29
www.ilmondodisofia.it

con l’inganno psicologico di creare scompensi e squlibri sociali, pur di trovare nuovi mercati di sbocco e

nuove forme di profitto, oltre ogni ragionevole misura. Proprio per questo Eliot, tramite la voce di Madame

Sosostris, invita a stare in guardia: “Non si sa mai di questi tempi”, verso quanto mai indicativo, chiaro

sintomo di una palpabile sensazione di insicurezza sociale. La cartomante Sosostris storpia il futuro e

deforma la realtà a suo piacimento, ma in sostanza non riesce a vedere la carta più importante ( o non vuole

vederla, trincerandosi dietro un «mi é vietato...», al fine di mascherare la paura), cioé proprio quella del

futuro, del mistero, che dovrebbe essere ovvia peculiarità per un’indovina.

Con lieve ed amara ironia la voce narrante, il nostro invisibile Virgilio, ci fa notare come la

cartomante non riesca a spiegare la carta, simbolicamente interpretata in chiave contemporanea come il male

di vivere, come l’odierna quotidiana insoddisfazione spirituale, vanamente colmata dal benessere materiale,

che come Madame Sosostris non vediamo, o non vogliamo vedere per timore di scoprire negative novità. In

virtù di questo contegno, non riusciamo a governare la nostra ruota, il timone della nostra vita, nonostante la

voce ci inviti a «guardare»(versi 48/51); in ques’ambito il mazzo dei tarocchi riveste un ruolo fondamentale,

poiché rappresenta un piccolo compendio della società, unito al caso con le sue molteplicità ed in più è

l’emblema del ventaglio dei cosiddetti indicatori sociali, ovvero i fattori e le componenti da cui la crisi

sociale prende origine.

Il mazzo dei tarocchi è un esempio palese della degradazione dell’elemento spirituale ridotto a puro

utilitarismo economico ed a semplice superstizione mentale, paragonabile alle suggestioni moderne, dove

ormai anche le festività ad alto contenuto religioso hanno assunto la connotazione di merce, di spazio di

vendita. Sempre i tarocchi inglobano figure cardini del poema, presenti in tutto l’arco del lungo viaggio

eliotiano:l’impiccato(L’uomo«strozzato» dall’impossibilità di vivere degnamente e civilmente a causa

dell’usura economica legalizzata, in una società dove si patisca la legge del sociale al servizio del mercato, e

non vivecersa), il marinaio (l’uomo soffocato dai formalismi e imposti a scapito della sostanza, che portano

l’uomo stesso a trovarsi privo di vera solidarietà sociale, in una condizione di insoddisfazione), il mercante

(simbolo del consumismo e del capitalismo sfrenato, uomo che pensa solo al profitto anche a costo di

sovvertire le regole, che ragiona solo in base alle leggi del mercato, dove anche l’uomo ed il lavoro sono

diventati solo una merce di scambio, provocando crisi sociali, non tanto per la mancanza di un qualcosa, ma

per la comprensione dell’impossibilità di raggiungere ed ottenere quel qualcosa).

30
www.ilmondodisofia.it

Dopo aver introdotto il tema dell’uomo con le tre aste, probabilmente un primo sviluppo dei tre

dettami finali della quinta sezione, gli ultimi versi presentano un’altra componente che verrà ripresa e

sviluppata nei versi successivi: le folle di gente, e di riflesso l’argomento «Città». Si evince già un quadro

ampiamente negativo, costituito da masse anonime che vagano senza meta, dominate dalla solitudine che

regna grazie all’incomunicabilità di fondo tra coloro che non vogliono vedere la «paura in un pugno di

polvere», perché in pratica sarebbe come vedersi allo specchio. In virtù di ques’ultima considerazione,

analizziamo infine l’ultimo gruppo di versi della prima sezione, a mio giudizio il più importante e

significativo, in quanto invita esplicitamente a mettersi in discussione, uscendo «dalla condizione di

minorità».

Unreal City, 60

Under the brown fog of a winter dawn,

A crowd flowed over London Bridge, so many,

I had not thought death had undone so many,

Sighs, short and infrequent, were exhaled,

And each man fixed his eyes before his feet.

Flowed up the hill and down King Willia m Street,

To where Saint Mary Woolnoth kept the hours

With a dead sound on the final stroke of nine.

There I saw one I knew, and stopped him crying: «Stetson !

You who were with me in the ships at Mylae !» 70

That corpse you planted last year in your garden,

Has it begun to sprout ? Will it bloom this year ?

Or has the sudden frost disturbed its bed ?

O keep the Dog far hence, that’s friend to men,

Or with his nails he’ll dig it up again !

«You ! Hypocrite lecteur !-mon semblable -mon frère !»

31
www.ilmondodisofia.it

In via preliminare è curioso osservare come le tre città irreali siano presenti nelle sezioni del poema

contraddistinte da numero dispari, quasi a voler ulteriormente testimoniare l’idea della ciclicità «buddista»

della Waste Land, intesa forse come forma di reazione anche alla decadenza religiosa in Occidente. A partire

dal verso 60, sino al verso che chiude la sezione ( il 76), siamo attori e spettatori di una tipica scena inserita

in uno squallido paesaggio metropolitano ed urbano, quale possono essere ad esempio una strada affollata di

gente frettolosa, e sempre scura in volto (e quindi la strada è moralmente vuota), oppure una metroferrovia,

dove ogni giorno s’incontrano migliaia di persone vittime dello spleen ( e che quindi, di riflesso, non

s’incontrano mai veramente).

Per contrasto, questa scena misera è descritta utilizzando per la seconda volta un tono solenne e

biblico (cfr. verso 20): l’apocalisse quotidiana che si consuma nella città è il culmine del degrado, l’apice del
16
deserto sebbene la città sia affollata, il regno delle rovine già presenti in Dante, Whitman e Baudelaire. La

Città è senza dubbio un elemento focale, in quanto tutte le città sono concretamente diverse ma al tempo

stesso uguali per genesi e tessuto sociale; fiore del male per antonomasia, contiene tutti gli altri fiori del

male, e un fiore par exellence è costituito proprio dalle folle di ignavi che vagano in cerchio, disorientati

quasi come nel Girotondo di Schnitzler. Tali masse sono viste con disprezzo, perché ritenute non solo

vittime, ma corresponsabili del degrado.

Le masse sono passive, remissive, indifferenti, apatiche, prive di spirito riflessivo, contenitrici di

individui senza individualità: in sostanza l’individualismo ha danneggiato l’individuo stesso, rendendolo

egoista, e questo è il risultato, solo in apparenza paradossale e contraddittorio, dell’appiattimento

generalizzato, della demagogica politica di livellamento al posto di un giusto egualitarismo. Una situazione

ormai profondamente radicata, presente in ogni città, in ogni tempo, in ogni ora del giorno; la metropoli è

vista nel suo evolversi delle giornate, delle stagioni, degli anni...(cfr versi 61, 208 e 220) E nel quadro di

questa tecnica quasi cinematografica, viene espresso il senso di monotona solitudine delle schiere di

lavoratori, la cui vita è anonima e dettata sempre dagli stessi ritmi; nuovamente la critica è rivolta alle folle

angosciate e smarrite, poiché spesso sono schiave della vita, preferendo farsi imporre tali ritmi, invece di

dominarli.

16
Sebbene i contenuti poetici di Eliot e Whitman siano distanti, la decisione di pargonarli è dettata dal fatto che la città
eliotiana, con i suoi ignavi, è mio giudizio simile alla città di Whitman, dove vagano «cortei...di stolti»: entrambe sono
quindi gremite di anonime folle.

32
www.ilmondodisofia.it

Si avverte l’esigenza di fuggire dalla città spettrale, piena di incubi, irreale ma proprio per questo

reale ed attuale; in realtà gli spettri sono le ombre incontrate in precedenza, i nostri fantasmi, ed in

particolare, nel 1922 un ricordo tragico incombe ancora drammaticamente, nonostante il 1918 sia lontano

(solo in via temporale): il retaggio della Grande Guerra. Questo elemento appare visibilmente nei versi 69/70

e segg: la guerra viene identificata con la morte, ma anche con il nascente industrialismo, due fenomeni in

espansione in quegli anni, pur con motivazioni differenti. Il verso 70 è estremamente indicativo, perché

simboleggia la ciclicità della storia; tempi su piani diversi convergono in un’unica prospettiva temporale,

fornendo una dimensione unitaria, nella quale Stetson è sia emblema del combattente (quale nome di un

berretto militare), sia del profittatore capitalista, del fabbricante d’armi, considerando quindi La guerra tutte

le guerre, e tutte le guerre come trade wars (di nuovo il commercio viene denigrato). Se la città è simbolo

della morte in vita, Stetson, strozzino legalizzato, ne è il prototipo, presente in ogni città. A mio parere,
17
Bentley definisce erroneamente Stetson «as hypocrite», perché in realtà non è lui l’ipocrita, in quanto

compie solo il suo dovere naturale: il vero ipocrita (il lettore) compare più avanti.

Stetson è il primo riferimento esplicito al conflitto mondiale, mentre il secondo, focalizzante

l’attenzione sulla condizione disadattata del reduce, è presente nella prossima sezione; inoltre è importante

sottolineare come Stetson sia paragonato in buona sostanza alla figura del mercante, arido perché ragiona

solo in base a parametri finanziari, simbolo delle civiltà di rapina che speculano anche in occasioni luttuose,

e Milazzo ne è lampante testimonianza. Nei versi conclusivi ritornano interrogativi inquietanti, forieri di

dubbi che indicano chiari sin tomi di malessere esistenziale. Il seppellimento del cadavere è solamente una

elusione della realtà, di chi non vuole, come l’indovina, «aprire gli occhi e la porta» alla verità; il risveglio è

rifiutato, respinto perché non si vuole dissotterrare il cadavere, sorpreso dall’improvviso gelo, evitando di

ridare avvio alla vita, piena di incognite.

Eliot stesso sembra temere le incertezze, limitandosi non solo a rappresentare dall’esterno la crisi,

ma dimostrando quasi di avere anch’egli paura, o quantomeno fondati timori, dettati da scrupoli religiosi. In

ogni caso, questo non impedisce alla «sua» voce di rivolgersi al lettore con un vero e proprio capo d’accusa

nei confronti del lettore stesso, criticando la sua indifferenza, intesa come il male sociale peggiore. L’inizio

della sezione è stato caratterizzato da una citazione dantesca, ora viene inserita una citazione baudelairiana,

17
Citaz. pag 85

33
www.ilmondodisofia.it

che ci accumuna nel medesimo inferno: c’è un monito severo, un invito a sconfiggere i nostri interiori fiori

del male tramite una serie di scelte, che l’uomo attuale ha paura di compiere. Una scelta che implica

drammaticamente altre scelte, e che per questo fa paura: questo è il peccato peggiore, ossia l’ignavia attuale.

L’ipocrisia nasce dal fatto che oggi è un vizio alla moda, e milioni di persone pensano di lavarsi le macchie

della coscienza scaricando le proprie responsabilità. Come indica Melchionda, «Anche se Eliot altrove

indica nella passività il male peggiore dell’uomo moderno, qui la responsabilità del lettore imputata non è la
18
colpa d’omissione, è il deliberato assassinio della coscienza» . Ma c’è da chiedersi chi sia stato assassinato,

se la vittima della nostra ipocrisia oppure le vere vittime, noi stessi.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Serpieri-La terra desolata-Bur Milano

Bentley-Reading the Waste Land-U.M.P. Usa 1990

Praz-La terra desolata-Einaudi Torino

Melchionda-The Waste Land-Mursia Varese

18
Tratto da:The Waste Land, cap 1 pag 47-Mursia Varese 1976

34
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO QUARTO

THE WASTE LAND-SECONDA SEZIONE: A GAME OF CHESS

Il nucleo cardine di questa seconda sezione è l’amore, in misura più ampia rispetto alla sezione

precedente, inteso come simbolo negativo del degrado contemporaneo. In tutta la sezione, dove si passa dagli

esterni di Monaco e Londra agli interni di case e pubs, è infatti presente l’elemento del fallimento amoroso,

che di riflesso si rispecchia in chiave negativa anche sui rapporti sociali in generale. Per contrasto, nella

prima parte si ha una netta coincidenza degli opposti, poiché i primi versi descrivono l’esaltazione erotica e

sensuale per eccellenza, riportando un celebre passo di «Antonio e Cleopatra»; questa descrizione è intrisa di

seduzione, che coinvolge tutti e cinque i sensi, rapiti e imprigionati come in una gabbia. Proprio questo

ingabbiamento dei sensi è capovolto, assumendo una connotazione simbolica negativa, per enfatizzare il

degrado amoroso moderno; l’ingabbiamento è visto come una prigione simile a quella che ritroveremo nella

quinta sezione, una prigione sterile e superficiale, eppure pesante come un macigno, tanto che inizialmente il
19
sottotitolo originariamente previsto per la sezione era proprio «in the cage» , al fine di voler evidenziare il

soffocamento morale provocato dalla gabbia.

Nella partita a scacchi successiva, è ancora presente la seduzione, infatti ogni mossa coincide proprio

con un passo del gioco della seduzione stessa, dietro la quale però spesso c’è solo il vuoto, nel quadro di un

rigido conformismo sociale, dove regnano la noia e la monotonia delle ripetitive azioni quotidiane, e dove

uomo e donna giocano, ma alla fine vengono giocati dal tempo, come vedremo anche nella terza sezione. La

sterilità di relazioni fondate su basi effimere si nota maggiormente nell’arida capacità dialogica dei

personaggi della sezione, nella quale le classi protagoniste sono la borghesia ed il proletariato, simboli di due

situazioni squallide ambientate in miseri scenari, che contrastano con l’aulica descrizione iniziale, dallo stile

e dal linguaggio raffinatissimo. Esaminiamo quindi i primi versi della sezione, constatando come anticipino

la sezione successiva, sia per la presenza dei quattro elementi naturali, sia per l’utilizzo dei verbi ardere e

bruciare, che già anticipano l’idea del fuoco come elemento dominante, dove la donna, come indica Bentley

19
Serpieri: La terra desolata, citaz.

35
www.ilmondodisofia.it

«is a clear presence at the center of her environment», e in mezzo ai profumi sintetici, è sin dall’inizio
20
«oggetto tra gli oggetti»(Melchionda) .

The Chair she sat in, like a burnished throne,

Glowed on the marble, where the glass

Held up by standards wrought with fruited vines

From which a golden Cupidon peeped out 80

(Another hid his eyes behind his wing)

Doubled the flames of sevenbranches candelabra

Reflecting light upon the table as

The glitter of her jewels rose to meet it,

From satin cases poured in rich profusion;

In vials of ivory and coloured glass

Unstoppered, lurked her strange synthetic perfumes,

Unguent, powdered, or liquid-troubled, confused

And drowned the sense in odours; stirred by the air

That freshened from the window, these ascended 90

In fattening the prolonged candle -flames,

Flung their smoke into the laquearia,

Stirring the pattern on the coffered ceiling.

Huge sea-wood fed and copper

Burned green and orange, framed by the coloured stone,

In which sad light a carved dolphin swam.

Above the antique mantel was displayed

As though window gave upon the sylvan scene (...)

Come sottolineato in precedenza, l’intero passo aulico contrasta con il degrado moderno, espresso

tramite la tortuosità descrittiva (simbolo delle difficoltà amorose), che simboleggia a sua volta la incapacità

20
Cfr rispettivamente: Reading the Waste Land, cap 4 pag 101 - The Waste Land, cap 2 pag 50

36
www.ilmondodisofia.it

di stabilire rapporti veramente profondi, e questa incapacità relazionale viene chiaramente evidenziata

mediante il ribaltamento dell’esaltazione positiva dell’amore; inoltre l’acqua è ancora una volta vista

negativamente: i versi iniziali ed i versi 94/96 (cfr con i versi 90/100) forniscono per l’ennesima volta

l’immagine dell’acqua che annega l’uomo, questa volta insieme al progresso (i profumi sintetici), ed

entrambi gli elementi infatti rappresentano una sorta di seconda prigione. Non è azzardato affermare che la

presente sezione, dopo aver ripreso alcuni temi della prima sezione, introduca simboli facenti parte della

terza, costituendo quindi un «ponte» nell’ambito del viaggio nel poema: in questa sede il fuoco è infatti un

emblema negativo, come lo sarà nella sezione successiva. Per contrasto, non sarà così nella sezione finale (e

ciò vale anche per l’acqua).

Il verso 82 pone in risalto la figura dell’ebreo accostato alla negatività dei rapporti sociali, poiché

l’ebreo stesso è ritenuto responsabile del degrado morale, quale simbolo del potere economico che inaridisce

l’uomo; come spiegherò ampiamente nel capitolo ottavo, non credo ci sia, qui e nelle sezioni successive (in

particolare la quarta), alcuna matrice discriminatoria dal punto di vista razziale, ma solo una intolleranza

«mercantilistica». A questo punto passiamo al gruppo di versi successivo:

(...) The change of Philomel, by the barbarous king

So rudely forced; yet there the nightingale 100

Filled all the desert with inviolable voice

And still she cried, and still the world pursues

Jug Jug to dirty ears.

And other withered stumps of time

Were told upon the walls; staring forms

Leaned out, leaning, hushing the room enclosed,

Footsteps shuffled on the stair.

Under the firelight, under the brush, her hair

Spread out in fiery points

Glowed into words, then would be savagely still. 110

37
www.ilmondodisofia.it

Questi ultimi versi illustrano una condizione estremamente attuale, diretta conseguenza del degrado

sessuale, a sua volta determinato non dall’uso del corpo , ma dall’uso distorto e disordinato del corpo stesso.

Filomela è il simbolo dello stupro, della donna violata, elemento che incontreremo cinque volte tra la terza e

la quinta sezione, emblema di una degenerazione derivata dal non considerare il sesso un mezzo, ma un fine

unico, un’ossessione, una trasgressione (quando in realtà non lo è, come ci insegnano le culture orientali);

Filomela subisce tale brutalità, e di riflesso la sua vita viene segnata per sempre, poiché dopo la violenza non

sarà mai più la stessa, subendo un incancellabile cambiamento (cfr verso 161). Oltre ad essere vittima di uno

stupro «materiale», Filomela (ossia tutte le donne) è vittima di una violenza ben peggiore a livello morale,

perché la sua voce, il suo grido inascoltato, si perdono nel vuoto dell’indifferenza; la sua richiesta di aiuto è

vana (cfr verso 204), come risulta vano il gridare del mondo: il verso 101 mette in luce proprio il deserto,

dove, nel silenzio, si perde la voce inviolabile che in realtà è violata; a tutt’oggi il mondo, violato

quotidianamente e forzato dagli abusi e dai soprusi, seguita ad urlare inascoltato.

I versi 104/110 costituiscono un «raccordo» tra i versi immediatamente successivi e la sezione

precedente; anche in questa sede frammenti aridi e secchi del passato «incrociano» le forme attonite (simbolo

di fluttuazione e paura, cfr vv 2, 15 e 40) del presente, e introducono le voci del dialogo seguente, che

rappresenta un altro lampante esempio di sterilità conversativa, riducendosi ad un puro monologo tra una

donna ed un uomo (marito? amante ?) che ascolta passivamente. Questa sterilità conversativa è il sintomo

evidente della crisi della coppia e della famiglia, crisi originata dalla mancanza di dialogo, di confronto, dalla

instabilità morale ed economica, e quest’ultimo fattore richiama ancora una volta la critica al liberismo: la

crisi economica della famiglia è presente sia quando il lavoro manca, e sia quando lavorano tutti i membri

del nucleo familiare, che di conseguenza hanno poche opportunità di vedersi durante il giorno, ed è evidente

che entrambe le situazioni creino i presupposti per condizioni di crisi e di sfascio della famiglia.

Prendiamo quindi in esame i versi basati sul deserto verbale e dialogico, ennesima condizione di

morte-in-vita, dove la donna assume un ruolo cardine come simbolo della crisi, mentre «...all’inizio della

lunga, iniziale descrizione precedente la Lady era stata presentata solo come contenuto di un elemento
21
ambientale»(Serpieri) .

21
Da: T.S.E. Le strutture profonde, parte 1 cap 1 pag 47-Il Mulino Bologna 1973

38
www.ilmondodisofia.it

«My nerves are bad tonight. Yes, bad. Stay with me.

Speak to me. Why do you never speak. Speak.

What are you thinking of ? What thinking ? What?

I never know what you are thinking. Think.»

I think we are in rats’alley,

Where the dead men lost their bones.

«What is that noise ?»

The wind under the door;

«What is that noise now ? What is the wind doing ?»

Nothing again nothing. 120

«Do you know nothing ? Do you see nothing ? Do you remember

Nothing ?

I remember

Those are pearls that were his eyes.

«Are you alive or not ? Is there nothing in you head ?»

But

OOOO that Shakesperian Rag,

It is so elegant,

So intelligent. 130

«What shall I do now ?

What shall I do ?

Shall I rush out as I am and walk the street

with my hir down, so. What shall we do tomorrow ?

What shall we ever do ?»

The hot water at ten.

And if it rains a closed car at four.

And we shall play a game of chess,

Pressing lidless eyes and waiting for a knock upon the door.

39
www.ilmondodisofia.it

A mio parere, questa parte del poema è sicuramente una delle più significative, in quanto viene

espressa tutta la drammaticità di un insieme di domande che non trovano risposta, tramite uno stile diretto,

immediato, ossessivo nella ripetizione della serie di interrogativi inquietanti che si snodano in questi versi.

Vi è un graduale sviluppo di queste angosciose riflessioni: c’è un invito incalzante a pensare, al fine di

andare al di là della condizione dominante che divide uomo e donna, ossia il Nothing; c’è ancora una volta

un’implorante richiesta di aiuto e di dialogo, mediante un incessante e pressante elenco di dubbi inerenti il

futuro ed il presente; c’è un chiaro esempio del già citato sfascio familiare, poiché il dialogo è basato

sull’incapacità di dialogare, sulla nevrosi, sulla futilità, in cui la donna mostra un netto vuoto di coscienza e

l’uomo resta inerme ed incapace di comprendere ed agire (come nella prima sezione).

Questa condizione «misurabile e miserabile» è mirabilmente presentata attuando un cambio di

registro stilistico e linguistico, perché non c’è dubbio che vi sia un netto contrasto tra l’aulismo dei primi

versi, ed il tono prettamente quotidiano presente in quest’ultima parte, che comunque, se rispecchia in via

formale l’aridità e l’inaridimento moderni, sostanzialmente ha un forte significato simbolico, essendo ricca di

spunti «nascosti». Il verso 115 descrive una situazione di notevole miseria e meschinità, cioé l’accostamento

uomo-topo e topo-ossa, paragoni presenti cinque volte nel corso del poema (curiosamente come il tema dello

stupro e il monito del gestore di pub della terza sezione), indicanti palesemente la morte e l’infima

condizione morale dell’uomo contemporaneo, intrisa di squa llore presente anche nei versi 195, 318 e 390.

Il verso 125 richiama ancora una volta l’attenzione sulla condizione dell’uomo alla deriva, dell’uomo

che fluttua in una dimensione «sospensiva» (cfr vv 2, 40 e 48), dove non si è né vivi né morti e trionfa il

nulla. Il dialogo stesso è fondato sul niente, su una conversazione-frammento senza un vero confronto tra le

persone, su una inequivocabile incomunicabilità: nellatesta della donna ci sono innumerevoli pensieri che

come un vortice, una girandola, provocano una sensazione di dubbio, poiché nessun pensiero è fisso, ma tutti

sono appunto dubbi irrisolti. Sembra quasi che non serva a niente l’invito a pensare, a fermarsi, a riflettere

senza farsi condizionare dal turbine dei ritmi moderni: è un invito che non tutti raccolgono, anzi sono pochi

coloro che riescono ad interpretare il velato monito, al di là della semplice presenza nel poema. La

condizione imperante è invece quella espressa dai versi 115/120, ossia un muro invalicabile, ed un risveglio

40
www.ilmondodisofia.it

morale che tarda ad arrivare, in quanto l’Europa è «ancora niente» in termini di reazione, avendo perduto la

capacità di ricordare il passato e la sua tradizione.

Il dramma presente in questo gruppo di versi investe tutte le dimensioni temporali, e quest’ultima

considerazione è facilmente riscontrabile osservando l’ultima serie di interrogativi (vv 131/134), che a mio

giudizio rappresentano anche un monito a prendere coscienza per reagire all’ignavia, al pari del «Che fare»
22
di Silone (elemento che ritroveremo nella quinta sezione): «Cosa devo fare ? Cosa faremo domani ? Cosa

faremo mai ?» non sono solo simboli della paura del futuro, dello smarrimento moderno, della mancanza di

punti di riferimento, ma sono anche il primo esplicito richiamo a riacquistare spirito critico, per reagire al

degrado. Il verso 135 ci riporta in uno scenario di desolazione, poiché l’acqua viene nuovamente degradata a

puro elemento utilitaristico; alla domanda posta dalla donna l’unica risposta suggerita è di stampo

prettamente materialistico (acqua calda, macchina, scacchi=simboli di un limitato orizzonte di pens iero); una
23
ristrettezza di visione che è sottolineata anche da Gish : «They remain enclosed in the room, the car, the

game, a cage without exit», in sostanza proprio la gabbia del sottotitolo originario; la donna isterica continua

ad esprimere noia e nevrosi, attraverso i tre piani temporali delle mosse degli scacchi del tempo: il presente

desolato, il passato ormai lontano, il futuro incerto dove l’unica certezza è l’incertezza, il «nothing». L’unica

forma di salvezza suggerita velatamente, per non soccombere all’assurdità quasi beckettiana della partita a

scacchi, è il farci trovare pronti nell’attesa di una svolta: «Aspettando...(verso 137), attendendo qualcosa, o

un fatto, che cambi la nostra vita radicalmente ed improvvisamente.

Analizziamo ora gli ultimi 34 versi, sino al verso finale (172):

When Lil’s husband got demobbed, I said

I didn’t mince my words. I said to her myself, 140

«Hurry up please it’s time»

Now Albert’s coming back, make yourself bit smart.

He’ll want to know what you done with that money he gave you

To get yourself some teeth. He did, I was there.

You have them all out, Lil, and get a nice set

22
Espressione presente nel romanzo Fontamara.

41
www.ilmondodisofia.it

He said, I swear, I can’t bear to look at you.

And no more can’t I, I said, and think of poor Albert,

He’s been in the rmy four years, he wants a good time,

And if you don’t give it him, there’s others will, I said.

Oh is there, she said. Something o’that, I said. 150

Then I’ll know who to thank, she said, and give me a straight look.

«Hurry up please it’s time»

If you don’t like it you can get on with it, I said.

Others can pick and choose if you can’t.

But if Albert makes off, it won’t be for lack of telling.

You ought be ashamed, I said, to look so antique

(And her only 31).

I can’t help it, she said, pulling a long face.

It’s them pills I took to bring it off, she said.

(She’had five already, and nearly died of young George). 160

The chemist said it would be all right, but I’ve never been the same

You are a proper fool, I said.

Well, if lbert won’t leave you alone, there it is, I said,

What you get married for if you don’t want children ?

«Hurry up please it’s time»

Well, that Sunday Albert was home, they had a hot gammon,

And they asked me in to dinner, to get the beauty of it hot

«Hurry up please it’s time»

«Hurry up please it’s time»

Goonight Bill Goonight Lou Goonight May Goonight. 170

Ta ta Goonight Goonight Goonight.

Good night ladies good night sweet ladies good night good night.

23
The Waste Land-T.M.S. Boston 1988-cap 7 pag 64, citaz.

42
www.ilmondodisofia.it

A partire dal verso 140 cambiano lo scenario sociale ed il registro linguistico, perché in questa

sottosezione l’amore degradato è al livello delle classi popolari, ed infatti l’ambiente non è più quello interno

di una casa, ma è quello di un anonimo pub, luogo di ritrovo del proletariato, presente in qualsiasi oscuro

angolo di una qualsiasi metropoli, dove si respira un’atmosfera di squallore. Si ha l’unico esplicito

riferimento, insieme allo Stetson della prima sezione, alla guerra ed alla condizione di disadattato sociale del

reduce. Il verso 141, tipico richiamo del gestore di pub, ripetuto ossessivamente cinque volte (come cinque

sono i riferimenti allo stupro e all’aborto), è il simbolo della fretta tipica dei tempi moderni, che non lascia

spazio alla riflessione, ma è anche il simbolo di un ennesimo monito all’Europa, ossia un invito a svegliarsi,

a colmare il ritardo nella regolazione dell’orologio dei valori. Se è vero che il verso si identifica con un forte

senso della fine, riscontrabile peraltro anche nel «good night» finale (ripetuto anch’esso cinque volte), è

altrettanto vero che, interpretandolo in chiave diversa, rappresenta un’esortazione a «cogliere l’attimo»,

poiché la vita è breve e fugace, nonché a scegliere («altri prendono se tu non sai scegliere», verso 155), e

quindi occorre sbrigarsi prima che sia troppo tardi, e prima che sul palcoscenico cali il sipario della

buonanotte e scenda la metaforica chiusura della vita.

Il verso 145 pone enfasi su un elemento presente anche nella quinta sezione: i denti malati.

Metaforicamente, i mali dei denti indicano i mali d’Europa, il marcio morale che si sta lentamente

espandendo nelle società occidentali, mali che spesso non si vogliono vedere, proprio come nel verso 146

«Non riesco a guardarti». Lo stesso Albert incarna la spaesata condizione sociale di morte in vita del reduce

che, sebbene vivo, è vittima di un disagio sociale frutto dell’incapacità di adattarsi, spesso non per sua colpa,

al mutato ordine sociale; tale difficoltà di inserimento in un contesto differente crea i presupposti per la

nascita di contrasti e conflitti sociali, chiari sintomi di malcontento. Questo scenario si sta riproponendo

ancora oggi, sebbene non esista la figura del reduce e nonostante si tenti di dimostrare che in Europa gli

squilibri sociali siano ridotti. Al contrario, altre figure di emarginati hanno preso il posto del reduce, e a

distanza di quasi 80 anni, i denti guasti riaffiorano drammaticamente.

I versi successivi, ed in particolare il gruppo 155/161, rivestono una notevole importanza, in quanto

evidenziano tematiche anch’esse attuali: il problema di coscienza derivante dall’aborto, il confine morale sin

dove possono arrivare il progresso e la scienza, la decadenza della donna, la quale, come Filomela, vede la

43
www.ilmondodisofia.it

sua vita cambiata per sempre, poiché lei si accorge di «non essere più la stessa». Tutto questo in una cornice

di seconda sterilità dialogica, messa in risalto dalla ossessiva ripetizione, in tutto il gruppo di versi, di

continui «I said-she said», in nome della ricerca di una conversazione che non c’è, ed il tentativo di

instaurarla fallisce miseramente. Simbolicamente i trentuno anni della donna potrebbero riferirsi al Paese che

più di ogni altro incarna la crisi della transizione storica e morale di un Europa violata: la Russia,

identificando i 31 anni col periodo 1890-91/1921-22, ossia dall’inizio della costruzione della Transiberiana e

dalla fine del sistema bismarckiano, alla creazione dell’Unione Sovietica tramite la rivoluzione ed il

riconoscimento ufficiale. Sulla Russia e sull’Europa in generale, calano le tenebre del dubbio, che

simboleggiano il presagio di una lungo letargo, con una doppia chiave di lettura, cioé la speranza, o la paura

del risveglio.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Serpieri-T.S.Eliot-Le strutture profonde-Mulino Bologna 1973

Melchionda-The Waste Land-Mursia Varese 1976

Gish-The Waste Land-Tms Boston 1988

Bentley-Reading the Waste Land-Ump Usa 1990

44
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO QUINTO

THE WASTE LAND-SEZIONE TERZA: THE FIRE SERMON.

Questa terza sezione rappresenta il punto focale dell’opera, non per caso è la sezione centrale del

poema. Gli elementi cardine si snodano attraverso le trasposizioni temporali all’interno della città (versi 180,

190,199, 207 e segg), e sono comunque riconducibili al titolo della sezione, che indica il fuoco come

elemento principale di purificazione, in una sezione dove l’autunno è lo sfondo dominante, seguito poi dalle

altre stagioni; inoltre siamo in presenza del primo, chiaro ed esplicito riferimento al mondo ed alla cultura

orientali, ossia il sermone di Budda contro gli eccessi della lussuria. Il sermone è il simbolo dell’inizio del

viaggio al di là della terra desolata, nonché dello spostamento baricentrale del concetto di civiltà, già
24
presente, ad esempio, in Shakespeare, Swift, Montesquieu . Prendiamo in esame il primo gruppo di versi:

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf

Clutch and sink into the wet bank. The wind

Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.

Sweet Thames, run softly, till I end my song.

The river bears no empty bottles, sandwich papers,

Silk handerchiefs, cardboard boxes, cigarette ends

Or other testimony of summer nights. The nymphs are departed.

And their friends, the loitering heirs of city directors, 180

Departed, have left no addresses.

By the waters of Leman I sat down and wept...

Sweet Thames, run softly till I end my song,

Sweet Thames run softly, for I speak not loud or long.

24
Rispettivamente in: Antonio e Cleopatra, I viaggi di Gulliver e le Lettere persiane.

45
www.ilmondodisofia.it

A partire dal primo verso viene ripresa la simbologia dell’acqua: »La tenda del fiume è rotta»

assume un duplice significato; il primo riguarda nuovamente lo stupro, che sarà presente anche

successivamente (vv 200/300), il secondo, a mio giudizio di portata più ampia, indica una lampante

condizione di malessere e di disagio sociale, nella quale «il vaso è colmo», poiché lentamente nell’ambito

delle società occidentali si sta raggiungendo il limite di tolleranza delle disuguaglianze e degli abusi sociali:

un limite non più sopportabile, un limite che sta portando inevitabilmente ad un livello di saturazione. Il

fiume che compare quasi immediatamente è lo squallido sfondo di un paese contaminato dalla civiltà urbana

ed industriale (cfr verso 270), nel fiume vi si scarica di tutto, anche se ironicamente, la voce narrante indica

volutamente che non c’è niente. Sulle rive del fiume si consuma un altro dramma sociale, quello della

prostituzione, dove spesso la ninfa è solo vittima di clienti ricchi economicamente, ma poveri moralmente,

squallidi diffusori di una mentalità che crede di poter comprare tutto col denaro. La ninfa , non diversamente

dalla dattilografa e da altre figure femminili del poema, vende l’amore come una semplice ed utilitaristica

merce di scambio, sottostando alle aride leggi economiche del mercato e della domanda/offerta, nel cui

quadro risalta appunto non tanto la lussuria, ma la distorsione sociale dell’abuso dell’amore, amore che in

realtà non esiste, essendo privo di contenuti affettivi.

Come nella prima sezione, si ha quasi un grido rabbioso (espresso con un appello dal tono calmo e

dolce, ma allo stesso tempo drammatico), un monito inascoltato, e contemporanemente uno sguardo intriso

di pianto e desolazione, per come appaiono le sponde del fiume. Le dita che s’avvinghiano disperatamente

sono sempre quelle delle radici, quindi dell’uomo, il quale affonda nell’indifferenza delle folle

metropolitane, nella solitudine morale della terra desolata, che è anche terra del silenzio (in un mondo pieno

di rumori), sprofondando nelle soffocanti acque inquinate del fiume «industriale», colme di rifiuti, in uno

scenario di desolazione, determinata dalla consuetudine delle civiltà consumistiche di sprecare, buttando via

tutto quello che ormai sembra non servire più al ciclo produttivo, ma che forse può ancora svolgere una

importante funzione sociale: il problema dell’emarginazione degli anziani non è forse un riflesso diretto di

questa politica di eliminare le scorie inutili ? Il fiume è inoltre inserito nell’ambito della City, anticamera

dell’Unreal city successiva, e proprio la City è il luogo misero moralmente, punto di ritrovo di schiere di

lavoratori vittime della monotonia quotidiana, crocevia di incontro di anonime ed ignave masse, vittime del

capitale inteso ancora come puro profitto, non come mezzo ma come fine: quest’ultima critica ha un netto

46
www.ilmondodisofia.it

stampo autobiografico, venendo evidenziata l’avversione di Eliot per l’impiego forzato in banca, dove fu

costretto ad accettare di lavorare a causa di difficoltà economiche.

Analizziamo a questo punto il secondo gruppo di versi:

But at my back in a cold blast I hear

The rattle of the bones, and chuckle spread from ear to ear.

A rat crept softly through the vegetation

Dragging its slimy belly on the bank

While I was fishing in the dull canal

On a winter evening round behind the gashouse 190

Musing upon the king my brother’s wreck

And on the king my father’s death before him.

White bodies naked on the law damp ground

And bones cast in a little low dry garret,

Rattled by the rat’s foot only, year to year.

But at my back from time to time I hear

The sound of horns and motors, which shall bring

Sweeney to Mrs Porter in the spring

O the moon shone bright on Mrs Porter

And on her daughter 200

They wash their feet in soda water

Et O ces voix d’enfants, chantant dans la coupole !

Twit twit twit

Jug jug jug jug jug jug

So rudely forced

Tereu

47
www.ilmondodisofia.it

I versi 185/196 sono sostanzialmente analoghi, in quanto esprimono la sensazione di paura provocata

da qualcosa che si trova alle nostre spalle, sebbene cambino le stagioni, che via via diventano «departed»,

per far posto alle stagioni seguenti, e di conseguenza a nuove paure; tali paure sono mirabilmente enfatizzate

tramite il drammatico accostamento di simboli di uno scenario infimo: il topo, la morte, le ossa, perfetti

emblemi della misera decadenza contemporanea. I versi 187/194, da confrontare con i versi 31 e 120,

illustrano proprio il cupo senso di morte mediante le ossa secche, ossa presenti in tutto il poema, in ogni

sezione, a testimonianza dell’efficacia evocativa di questa immagine. Immagine che si accompagna al

mosaico del degrado socio-morale, anch’esso misurabile e miserabile, formato da più componenti: lo

squallido panorama urbano identificato con la drammatica ma suggestiva immagine del gasometro, lo

scenario dove compaiono ancora stupro, prostituzione e incapacità amorosa (questi ultimi due elementi

incarnano il fallimento amoroso di Sweeney), il tutto in una cornice di tempo che sembra immutabile poiché

si ripete, ma che in realtà passa velocemente provocando «naufragi morali», paradossalmente proprio perché

le folle -giunco privilegiano l’immobilismo. Infine c’è il ritorno della negatività del progresso, non più coi

suoi profumi, ma (verso 197) con i suoi rumori.

Passiamo ora alla descrizione dell’Unreal City:

Unreal City

Under the brow fog of a winter noon

Mr Eugenides, the Smyrna merchant

Unshaven, with a pocket full of currants 210

C.i.f. London: documents at sight

Asked me in demotic French

To luncheon at the Cannon Street Hotel

followed by a weekend at the Metropole.

At the violet hour, when the eyes and back

Turn upward from the desk, when the human engine waits

Like a taxi throbbing waiting,

I, Tiresias, though blind, throbbing between two lives,

48
www.ilmondodisofia.it

Old man with wrinkled female breasts, can see

At the violet hour, the evening hour that strives 220

Homeward, and brings the sailor home from sea,

The typist home at teatime, clears her breakfast, lights

her stove, and lays out food in tins.

Out of the window perilously spread

her drying combinations touched by the sun’s last rays

On the divan are piled (at night her bed)

Stocking slippers camisoles, and stays.

I, Tiresias, old man with wrinkled dugs

Perceived the scene, and foretold the rest

I too awaited the expected guest. 230

He, the young man carbuncular, arrives,

smll house agent’s clerk, with one bold stare,

One of the low on whom assurance sits

As a silk hat on a Bradford millionaire.

The time is now propitious, as he guesses,

The meal is ended, she is bored and tired,

Endeavours to engage her in caresses

Which still are unreproved, if undesired.

Flushed and decided, he assaults at once,

Exploring hands encounter no defence, 240

His vanity require no response

And makes a welcome of indifference.

(And I Tiresias have foresuffered all

Enacted on this same divan or bed;

I who have sat by Thebes below the wall

And walked among the lowest of the dead)

49
www.ilmondodisofia.it

Bestows one final patronising kiss,

And gropes his way, finding the stairs unlit...

She turns and looks moment in the glass

Hardly aware of her departed lover 250

Her brain allows one half-formed thought to pass

«Well now that’s done: and I am glad it is over»

When lovely woman stoops to folly and

Paces about her room again, alone,

She smooths her hair with automatic hand,

And puts a record on the gramophone.

In questa parte della sezione si ha la seconda apertura evocativa urbana, e di riflesso la critica sociale

diventa più acuta; per la seconda volta nel poema c’è un palese riferimento alla città industriale,

caratterizzante i sistemi economici liberisti del tempo, quale simbolo e contenitore dei fiori del male

moderni. Il primo evidente elemento è l’aridità morale del mercante omosessuale, emblema sia del degrado

amoroso, sia della decadenza originata dal puro e freddo calcolo del profitto, che sfocia in un’aridità anche

sociale; il mercante si identifica con quello presentato nella prima sezione, quello suggerito da Sosostris,

dettato da una previsione in apparenza fittizia, ma che si rivela drammaticamente reale. Anche secondo

Serpieri, riprendendo il verso 209, «Eugenides, il mercante di Smirne, deve essere identificato col mercante
25
con un occhio solo, ed è il moderno esempio di degrado» . Degrado espresso maggiormente con il secondo

frammento «economico» negativo, ovvero Smirne: «Nel primo dopoguerra la questione di Smirne (nel
26
quadro della crisi economica balcanica) riempiva le pagine dei giornali» (Melchionda) . A conferma della

ciclicità del tempo, il verso 208 (cfr con i vv. 61 e 220) è indicativo, in quanto, a differenza della città

precedente, non siamo più in presenza dell’alba invernale, ma dell’autunnale pomeriggio, inoltre l’ora della

sera racchiude simbolicamente il giorno intero, tranne la notte (cfr. verso 19), ed altrettanto simbolicamente

il giorno intero racchiude un’intera epoca, sebbene solo una città sia vista nella sua evoluzione temporale,

colta in questa sede nel momento del tramonto (inteso anche come tramonto della civiltà).

25
La terra desolata, pag 101, citaz.

50
www.ilmondodisofia.it

Il verso 214 risalta lo squallore della pensione, luogo di consumo di amori «senza amore», anch’essa

avvolta nelle nebbie (vv 60 e 209) che circondano le immagini spettrali delle nostre ombre, che ci avvolgono

e ci disorientano. Come sottolineato in precedenza, il mercante è la figura introdotta dal verso 52: la sua

merce è solo la volgarità, frutto del degrado amoroso. Avendo un occhio solo, il mercante ha una visione

parziale della realtà, poiché riesce a ragionare solo in funzione del profitto, della contropartita, della vendita,

fattori ironicamente criticati tramite l’inserimento di un dato economico pedante e a prima vista inutile.

Mediante un’analisi approfondita, ci accorgiamo di essere giunti al centro del viaggio, e di conseguenza al

centro del poema, dove incontriamo Tiresia, che assume quasi lo stesso ruolo della voce narrante, ossia

quello di un invisibile Virgilio. Il monologo di Tiresia ha valenza universale, perché egli incarna entrambi i

sessi, in una prospettiva unificatrice; tale prospettiva è difatti sintomatica : mentre il mercante vede a metà, e

mentre Sosostris non vede (o non vuol vedere) nonostante abbia la facoltà della vista, Tiresia vede tutto

benché cieco, e quel tutto costituisce la sostanza del poema. Egli vede quello che noi non vediamo, o non

vogliamo vedere, ossia la caotica attualità, vale a dire quello che proprio il lettore ipocrita è invitato a vedere.

Tiresia intuisce che l’unica vera alternativa al futuro negativo è metafisica, perché egli, come la Sibilla,

prevede morte.

L’ora e la luce viola rivestono notevole importanza, essendo immagini di una civiltà al tramonto, e

risulta lampante come questo frammento fermi una dimensione universale come un fotogramma: l’ora e la

luce viola sono l’ambito temporale in cui le masse terminano la giornata lavorativa, ed in cui si avverte un

senso della fine cupo proprio come il tramonto. Gli ignavi tornano a casa come marinai alla deriva, ma la

loro condizione è intrisa di noia, passività, rassegnazione causate da un lavoro che non nobilita in quanto

monotono e non dignitoso. Proprio la noia della ripetitività arida del quotidiano è l’oggetto principale

presente nei versi successivi, dove lo scenario cambia, perché dalle strade piene di folla ci si sposta in un

ambiente interno, cioé la trasandata casa della dattilografa, che già ad un primo superficiale esame rivela

tutto il suo squallore.

Nel gruppo di versi 222/256 si evince ancora una volta come l’amore venga degradato a livello di

pura merce di consumo a beneficio di persone insoddisfatte e frustrate. Oltre alla miseria morale c’è anche

una infima condizione economica (verso 226, immagini del divano/letto e delle cose sparse qua e là), e

26
The Waste Land, cap 3, citaz.

51
www.ilmondodisofia.it

questo lo si avverte immediatamente: il monolocale dove vive la dattilografa ha un’atmosfera desolata che

fornisce subito un quadro negativo, nel quale domina una forte sensazione di disordine e sregolatezza;

proprio nella monocamera verrà consumato l’amore distratto e frettoloso, in maniera esattamente uguale alla

consumazione del frugale pasto precedente (avanzi di cibo in scatola) . Il verso 233 ed i seguenti forniscono

un limpido esempio di disprezzo nei confronti del popolo, della massa, nonché ennesimo disprezzo nei

riguardi del cafone arricchito, simbolo di una società che vorrebbe dimostrare come la facile ricchezza conti

più della cultura e del senso civico; il giovane amante della dattilografa è un misero esponente della massa,

anch’egli come il mercante ha un viso trascurato ed imperfetto, simbolo di trasandatezza e di decadenza dei

valori, eppure, invece di essere respinto, godrà delle attenzioni, seppur effimere e futili, della donna.

La scena successiva si sviluppa essenzialmente tra i versi 240/250: c’è un misto di sensualità ed

indifferenza, languore ed apatia. Nell’unica parte del poema dove la sensualità è appena accennata, l’amore

viene consumato senza passione, tanto che viene subito cancellato, e l’amante fuggevole viene ricordato a

stento. Il sesso non ha neanche la connotazione del piacere sessuale: l’assalto non incontra difesa, ma, come
27
evidenzia Gish , «...the typist and the clerk give and receive nothing». In pratica non restano tracce amorose

concrete, perché l’amore stesso non è stato assaporato dolcemente e lentamente, anzi, è stato vittima dei ritmi

moderni basati sulla fretta: la donna si guarda allo specchio e non si vede, non vede niente, soltanto un

«pensiero filtrato» che fluttua nel cervello, vagando senza meta. «The meal is ended»: l’amore diventa così

frugale come il pasto in scatola: a sua volta anche l’amore contemporaneo spesso diventa in scatola, come il

cibo, anche se c’è da chiedersi cosa sia in realtà il pasto, il vero pasto da consumare (vds foto al centro-tesi).

Passiamo ora agli ultimi versi della sezione:

«This music crept by me upon the waters»

And along the Strand, up Queen Victoria Street

O City city, I can sometimes hear

Beside a public bar in Lower Thames Street 260

The pleasant whining of a mandoline

And a clatter and a chatter from within

27
The Waste Land, cap 7 pag 64, citaz.

52
www.ilmondodisofia.it

Where fishmen lounge at noon: where the walls

Of Magnus Martyr hold

Inexplicable splendour of Ionian white and gold

The river sweats

Oil and tar

The barges drift

With the turning tide

Red sails 270

Wide

To leeward, swing on the heavy spar.

The barges wash

Drifting logs

Down Greenwich reach

Past the Isle of Dogs

Weialala leia

Wallala leialala

Elizabeth and Leicester

Beating oars 280

The stern was formed

A gilded shell

Red and gold

The brisk swell

Rippled both shores

Southwest wind

Carried down stream

The peal of bells

White towers

Weialala leia 290

53
www.ilmondodisofia.it

Wallala leialala

«Trams nd dusty trees.

Highbury bore me. Richmond and Kew

Undid me. By Richmond I raised my knees

Supine on the floor of a narrow canoe.»

«My feet are at Moorgate, and my heart

Under my feet. After the event

He wept. He promised a new start.

I made no comment. What should I resent ?»

«On Margate Sands. 300

I can connect

Nothing with nothing.

The broken fingernails of dirty hands.

My people humble people who expect

Nothing.»

La la

To Chartage then I came

Burning burning burning burning

O Lord Thou pluckest me out

O Lord Thou pluckest 310

Burning

I versi 260/275 ci presentano un secondo sfondo popolare, stavolta vicino al porto; l’ambiente è lo

stesso del pub precedente, del gasometro, delle rive del Tamigi. L’acqua trasporta ancora scorie industriali,

ma come naturale conseguenza, collegata ai versi iniziali della sezione, questa volta trascina anche altri

residui, ossia chiatte di tronchi alla deriva, che altro non sono che gli uomini annegati e soffocati

dall’indifferenza, dai conformismi sociali e dal progresso esasperato che non apporta benefic i uguali per tutti

, rivolgendo «le sue attenzioni» solamente verso alcuni settori. Nei versi seguenti ritorna il tema dello stupro,

54
www.ilmondodisofia.it

ma con una componente nuova, ovvero il nostalgico ricordo del passato e della mancanza di una vita diversa

dall’attuale: un interrogativo che anche noi ci poniamo spesso, senza considerare che le situazioni nella vita

si ripetono, ma le occasioni capitano una sola ed unica volta, pur essendo simili; e che dimensioni temporali

diverse convergano in un unico piano temporale è testimoniato dalla citazione dei luoghi londinesi dove il

poema ebbe genesi, luoghi che si ricongiungono idealmente al riferimento geografico svizzero di inizio

sezione (anch’esso «luogo di origine» della Waste Land).

Il verso 307 presenta una connotazione cartaginese che è perfettamente paragonabile al verso 70

della prima sezione (Milazzo), come simbolo bellico, ma anche come riferimento «romano»: è infatti

interessante constatare ( e lo vedremo anche nella sezione finale) come Roma non venga mai considerata

Unreal City, ed una spiegazione è forse contenuta nel fatto che Eliot ritenesse Roma simbolo della cristianità

e della civiltà dei valori e della tradizione, e che quindi non la considerasse una moderna città infernale. Nei

versi finali c’è un nuovo richiamo all’Oriente ed all’incontro tra mondo orientale e occidentale, espresso con

la citazione di frasi di Budda e Sant’Agostino; come specifica anche Praz «Il ravvicinamento dei due
28
rappresentanti dei due ascetismi non è casuale» . A conferma dell’importanza attribuita al fuoco come

simbolo purificatore, la sezione si chiude con un ennesimo, esplicito riferimento al sermone del fuoco

buddista: il «burning» finale è ripetuto ben cinque volte, (proprio come l’»Hurry up...»), al fine di rimarcare

come il fuoco, in un’ottica contemporanea, possa aiutarci ad eliminare veleni e tossine moderne, a non avere

una ancora più parziale visione della realtà, che già di per sé è parziale, in quanto è impossibile avere una

visione completa. La verità è costituita da molte altre differenti verità, come in un prisma ottico, e la

prospettiva caleidoscopica di Tiresia può probabilmente invitare alla riflessione, affinché l’uomo non diventi

maggiormente una semplice merce inscatolata, riducendosi come il pasto frugale della dattilografa,

sacrificando valori importanti in favore di altri poco rilevanti, col pericolo di ritrovarsi nel tempo solo tasche

piene di uva passa, avanzo avvizzito del vino che fu.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Serpieri-La terra desolata-Bur Milano 1982

Praz-La terra desolata-Einaudi Torino

28
La terra desolata, pag 84, citaz.

55
www.ilmondodisofia.it

Melchionda-The Waste Land-Mursia Varese

Gish-The Waste Land-T.M.S Boston 1988

56
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO SESTO

THE WASTE LAND-QUARTA SEZIONE: DEATH BY WATER

La quarta sezione è in egual modo una parte del poema densa dal punto di vista contenutistico,

sebbene sia nettamente la più breve nell’ambito dell’opera. Un primo elemento di originalità appartiene però

all’aspetto stilistico, in quanto la sezione è modellata secondo uno stile epigrammatico funerario,

direttamente collegabile all’epigrafe iniziale: in entrambe le parti del poema, domina un chiaro senso di

morte ed angoscia (simboleggiato da un elemento presente in tutte le sezioni, ossia le ossa, qui al verso 317),

espresso tramite uno stile cupo, ed al tempo stesso solenne. La fine di Fleba è una fuga dal mondo degli

affari quotidiani, dal profitto e dalla perdita economica, dalla drammatica atmosfera della città irreale.
29
Melchionda definisce molto opportunamente la sezione «frammento tra i frammenti» , dove la voce narrante

parla con tono calmo ed uniforme: a mio parere anche questo, pur nella sua tragicità, vuol essere un modo

diverso di invitare a pensare, a meditare, ad uscire da una condizione di frenesia, caratterizzante l’epoca

contemporanea. Il mare domina la scena, mare che è calmo (come anche nella sezione successiva), ma anche

vuoto e desolato, poiché assume ancora una connotazione di aridità. Il ruolo del mare riveste importanza di

pari passo con quello della ruota: proprio la ruota indica il grado di volontà di dirigere la nostra vita (per non

farci dominare), ma di riflesso la aridità del nostro mare nasce dal fatto che «rivolgersi al lettore...vuol dire
30
che il lettore è complice dello sfascio...» (Gish) . Tale condizione è presente anche sia nella prima sezione,

sia nella quinta, e in tutte e tre le circostanze l’invito è rivolto al lettore ipocrita, affinché si responsabilizzi,

poiché in caso contrario non esistono mondi alternativi, senza cambiamento.

Passiamo ora all’analisi dei versi della sezione (312/321):

Phlebas the Phoenician, a fortnight dead,

Forgot the cry of gulls, and the deep sea swell

And the profit and loss.

A current under sea

29
The Waste Land, pag 72 cap 4, citaz.

57
www.ilmondodisofia.it

Picked his bones in whispers. As he rose and fell

He passed the stages of his age and youth

Entering the whirlpool

Gentile or Jew

O you who turn the wheel and look to windward 320

Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you.

In questa sezione l’acqua è un valore dominante e simbolicamente negativo, direttamente accostato

alla morte, e rispecchia in primo luogo proprio il dualismo morte/vita, ed in secondo luogo la solo apparente

e paradossale negatività dell’acqua stessa che, nonostante si trovi nel deserto dell’arida terra desolata, non è

affatto portatrice di sollievo. La morte fa rivivere in un istante la vita, come in un flashback, l’orrore è

maggiore per chi non ha una prospettiva metafisica, in quanto gli si apre davanti solamente un immenso

vuoto; la morte per acqua richiama nuovamente, in chiave moderna, la morte-in-vita dell’uomo, annegato dai

pregiudizi, da convenzioni sociali ipocrite, dai formalismi, dalle etichette di convenienza che hanno la

capacità di rovinare la vita, ben al di là di un ragionevole limite. Il verso 314 pone l’enfasi sulla fredda

aridità del calcolo economico, criticando implicitamente la frenetica corsa all’accumulazione consumistica,

fattore che porta verso una condizione di malessere, non tanto per la mancanza di un bene materiale, quanto

per la cosciente impossibilità di averlo.

Il verso 318 descrive pienamente (per contrasto, mediante uno stile calmo e pacato) la nevrotica

condizione del marinaio alla deriva, trascinato dagli eventi (cfr versi 180 e 270), vittima del vortice che

simboleggia il turbinio della vita moderna, dove si corre il rischio di essere travolti proprio da un

incontrollabile vortice materialistico; il pericolo è palpabile, poiché l’uomo rischia di non essere

gradualmente più padrone della sua vita, trasformandosi metaforicamente in un giunco in balia dei flutti

marini. Per questa ragione è importante «girare bene la ruota» (verso 320, la voce si rivolge al lettore con il

pronome «You»), ossia il timone della nostra esistenza, e questo appello è rivolto simbolicamente a TUTTA

l’umanità, tramite il verso 319, verso oggetto nel tempo di forti contestazioni e critiche, in quanto

considerato come un sorta di «appendice antisemita»(vds rimando storico-cfr cap.8). Questo verso cardine

30
The Waste Land, cap 9, citaz.

58
www.ilmondodisofia.it

indica idealmente tutti i popoli, perché è presente non solo il giudeo, quale emblema negativo del potere

capitalistico, ma anche il Gentile: è altrettanto evidente che il monito non sia rivolto ai cristiani, in quanto

essi possiedono la visione metafisica suggerita implicitamente nei versi precedenti. Il verso 320 (cfr verso

51) è anche simbolo della ciclicità della vita, rappresentando idealmente il samsara, la ruota della vita

buddista, fornendo quindi un «anticipo» della quinta sezione. Il verso 321 chiude la sezione con un richiamo

alla meditazione spirituale, non solo sulla vanità e fugacità della vita, non solo sul richiamo nostalgico del

passato che non ritorna, ma anche, in chiave interpretativa attuale, sulla opportunità di «cogliere la rosa»

della vita stessa al momento giusto.

FONTI BIBLIOGRAFICHE : Melchionda-The Waste Land-Mursia Varese

Gish-The Waste Land-Boston 1988

59
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO SETTIMO

THE WASTE LAND-QUINTA SEZIONE: WHAT THE THUNDER SAID

In questa ultima sezione si giunge al termine del lungo viaggio attraverso le terre desolate incontrate

nel corso del poema. I contenuti di quest’ultima parte sono il conseguente sviluppo e completamento del

percorso iniziato a partire dalla terza sezione; siamo dunque al culmine del viaggio, dove Eliot, sebbene in

via indiretta tramite la voce «virgiliana», si rivolge in maniera ancora più pressante ed esplicita al lettore,

anzi, ai lettori, inviando per mezzo della poesia un messaggio a carattere universale. L’apice di tale

messaggio è proposto in chiave cristiana, quale via di uscita dalla terra desolata e di salvezza per il futuro, e

in una dimensione più ampia, in chiave «reattiva», formulando l’invito a reagire alla desolazione mediante

una presa di coscienza morale. Curiosamente, la sezione (definita da Bentley «a perspective on


31
perspectives») è caratterizzata dal numero tre, forse simbolo di perfezione, della santa Trinità cristiana, ma

anche emblema di altri importanti elementi: per la terza volta siamo in presenza della Città dalla irreale luce

viola, per la terza volta ritorna ossessivamente l’incubo della nostra ombra che ci accompagna nel

viaggio,per la terza volta emergono angosciosi dubbi ed interrogativi di portata universale; inoltre per tre

volte compare il tema del crollo della torre (simbolo delle civiltà), della ideale distruzione del ponte di

Londra, ed in più, a coronamento del viaggio, i tre dettami del tuono (D-D-D) trovano la naturale chiusura

nei tre «Shantih».

Abbiamo nuovamente una concreta testimonianza del retroterra culturale di Eliot, che prende spunto

dall’unica tradizione che sembra essere ancora incontaminata, ossia quella religiosa estremo-orientale. Dopo

il sermone del fuoco, incontriamo il discorso del tuono, tratto a sua volta dal sermone della montagna, uno

dei fulcri della religione buddista, estrapolato dal libro sacro indiano Upanishad, testo recitato per tradizione

dai bramini, utilizzando esclusivamente la lingua sanscrita. Viene quindi evidenziato il concetto di tradizione

e di esigenza di una unità culturale (insieme ad una coesione linguistica) a livello europeo: Eliot si richiama

31
Reading the Waste Land, pag 188, citaz.

60
www.ilmondodisofia.it

al sanscrito non solo in quanto oggetto dei suoi studi giovanili, ma anche perché è la madre delle lingue

indoeuropee.

Esaminiamo a questo punto i primi versi della sezione:

After the torchlight red on sweaty faces

After the frosty silence in the gardens

After the agony in stony places

The shouting and the crying

Prison and palace and reverberation

Of thunder of spring over distant mountains

He who was living is now dead

We who were living are now dying

With a little patience 330

Questi primi versi concentrano ancora una volta la nostra attenzione sul silenzio, l’agonia, le grida

(che si perdono nel vuoto del silenzio stesso dell’indifferenza) dell’uomo prigioniero del deserto della SUA

terra desolata: l’uomo non è ancora asceso alla montagna, e i versi d’apertura sottolineano la sua

disperazione; gli stessi versi descrivono metaforicamente la morte di Cristo e la nostra, noi che stiamo

morendo lentamente insieme alla nostra civiltà. Sulla base di questi riferimenti, si ripete in sostanza la

condizione di morte in vita (per due volte il «dead» compare nell’estratto), simboleggiata mirabilmente dal

pronome «We», che esprime, come nei versi iniziali della prima sezione, una condizione individuale e

generale, ossia la «voce di tutti». Tale voce sarà enfatizzata maggiormente nei versi successivi, dove Eliot

identificherà la crisi con due dimensioni di ignavia, e di riflesso con due tipologie di folla: la folla

occidentale, nel quadro della crisi delle democrazie liberali (di cui il nascere delle dittature sarà la ovvia

conseguenza), e la folla orientale, nell’ambito della situazione creatasi negli anni Dieci e Venti in Russia ed

nell’Europa dell’Est (dove la decadenza assumerà connotazione di «esodi biblici» di milioni di persone).

Queste due folle rispecchiano i due aspetti della stessa città, dove coesistono gli ignavi economici, schiavi

del capitalismo liberale e liberista, che però non è garanzia di libertà, e gli ignavi anonimi (in quanto anche

61
www.ilmondodisofia.it

32
l’ignavia è una scelta, seppur condannabile) rappresentati dalle emergenti masse comuniste, simboli di

caos, paura e miseria morale, poiché si illudono di conquistare realmente il potere.

Analizziamo la seconda sottosezione, che anticipa ed introduce le considerazioni espresse in ultimo.

Here is no water but only rock

Rock and no water and the sandy road

The road winding above among the mountains

Which are mountains of rock without water

If there were water we should stop and drink

Amongst the rock one cannot stop or think

Sweat is dry and feet are in the sand

If there were only water amongst the rock

Dead mountain mouth of carious teeth that cannot spit

Here one can neither stand nor lie nor sit 340

there is not even silence in the mountains

But dry sterile thunder without rain

There is not even solitude in the mountains

But red sullen faces sneer and snarl

From doors of mudcracked houses

If there were water

And no rock

If there were rock

And also water

And water

A spring 350

A pool among the rock

If there were the sound of water only

32
Riprendendo la frase di Sartre citata nel capitolo 3

62
www.ilmondodisofia.it

Not the cicada

And dry grass singing

But sound of water over a rock

Where the hermit-thrush sings in the pine trees

Drip drop drip drop drop drop drop

But there is no water

A partire dal verso 331 comincia il viaggio verso la montagna, al fine di cercare la salvezza. Questa

parte della quinta sezione riveste una fondamentale importanza, in quanto l’acqua viene simbolicamente

«ribaltata»: se fino ad ora era stata puramente un frammento altamente negativo, in questa sede viene

invocata per dissetarsi, a conferma del fatto che un cambiamento morale e sociale è possibile, se vi è la

volontà di cambiare; l’esigenza di dissetarsi è particolarmente avvertita perché il deserto non è ancora

completamente alle nostre spalle, ed in più siamo ancora intrisi di desolazione ed aridità, che sono due

scorie, due rifiuti difficili da scrollarsi. L’acqua si sta così tramutando in simbolo di vita, in netto contrasto

con le sezioni precedenti, soprattutto con la quarta: sembra quasi che questa netta svolta voglia indicare che

l’uomo, dopo aver toccato il fondo, può solo risalire. Il viaggio è comunque difficile, presenta dei rischi, ci

sono l’ansia e l’angoscia del fallimento, in quanto il «dry»(presente tre volte) è sempre presente, e questo lo

si nota osservando la frenetica sequenza, caratterizzata da un tono nevrotico, ossessivo ed incalzante, basata

sulla contrapposizione del binomio roccia/acqua, dove si raggiunge il punto più alto del correlativo oggettivo

espresso onomatopeicamente, soprattutto nei versi del canto d’acqua stillante. Stilisticamente rilevante è

l’osservazione evidenziata da Melchionda, a proposito del verso 346, riguardo un errore che porterebbe il

numero dei versi totali del poema da 433 a 434: «Si segnala qui l’errore compiuto da Eliot nel conteggio dei

versi. Per comodità si è seguita la numerazione eliotiana. Formalmente quindi il verso va da From... a Water
33
« . Nonostante il tuono sia ancora lontano, la montagna si sta avvicinando, e anche se si invoca l’acqua, non

ci si deve fermare per bere, in quanto il sollievo è effimero, è solo un palliativo che non risolve i mali

moderni (rappresentati dal ritorno dei denti cariati della seconda sezione, verso 339).

Consideriamo il terzo estratto della sezione (vv 359/376):

33
The Waste Land, cap 5 pag 78, citaz.

63
www.ilmondodisofia.it

Who is the third who walks always beside you ?

When I count, there are only you and I together 360

But when I look ahead up the white road

There is always another one walking beside you

Gliding wrapt in a brown mantle, hooded

I do not know whether a man or a woman

-But who is that on the other side of you ?

What is that sound high in the air

Murmur of maternal lamentation

Who are those hooded hordes swarming

Over endless plains, stumbling in cracked earth

Ringed by the flat horizon only 370

What is the city over the mountains

Cracks and reforms and bursts in the violet air

Falling towers

Jerusalem Athens Alexandria

Vienna London

Unreal

In questi versi domina una chiara sensazione di paura, dettata dal timore dell’ incognito e dalla

perdita delle certezze. Questa sensazione si riflette negli interrogativi presenti nei versi sopracitati,

interrogativi che verranno ripresi nei versi finali della sezione, e che sono collegabili a tutti gli inquietanti

punti di domanda incontrati nel corso del poema, in tutte le sezioni: la questione essenziale è proprio trovare

una risposta per affrontare il futuro, per combattere la paura del confronto sociale originata dal caos, simbolo

stesso dell’incognito, a sua volta identificato con la non esatta conoscenza delle orde incappucciate (vv

359/363/365), che altro non sono che le orde delle masse comuniste. Tali masse incutono paura in quanto

rappresentano certamente un novità, però sono anche simbolo di confusione, distruzione, anonimato,

64
www.ilmondodisofia.it

fanatismo ideologico; se una possibile «terza ombra» può essere identificata con il viso incappucciato di un

probabile comunista, è anche possibile che il tema dell’ombra riprenda il concetto dell’indifferenza sociale,

che ci porta ad ignorare e a non conoscere neanche il nostro vicino più prossimo. In realtà non sappiamo chi

sia il terzo che cammina sempre accanto a noi, proprio perché non conosciamo noi stessi: in sostanza, la

terza figura richiama le ombre presenti nelle sezioni precedenti, ossia la nostra coscienza, con la quale

occorre fare i conti prima o poi, in quanto non possiamo chiuderci in eterno nella nostra torre d’avorio, senza

far finta che il nostro vaso di Pandora non esista; presto o tardi le torri sono destinate a crollare, se le basi su

cui si fondano non sono solide.

Nei versi immediatamente successivi (366/376) si identifica tutta la crisi dell’Europa: per ben due

volte (terza in totale nella sezione) viene ripetuto il «crack», che indica un vero e proprio tracollo, per la

seconda volta appaiono esplicitamente le orde incappucciate, e per la terza volta assistiamo alla descrizione

del collasso metropolitano ed urbano, poiché la città (e poi le città) è ancora una volta colta nell’ora viola

della decadenza, dello sconvolgimento, del tramonto, dove si scorge solo un piatto orizzonte senza

prospettiva. L’unica visione spettrale è quella delle orde che avanzano su pianure sconfinate (che lasceremo

dietro noi solo a partire dal verso 424), che evidentemente possono solo essere quelle dell’Europa orientale,

dove appunto sciamano apocalitticamente folle di milioni di persone che spaccano le città, facendo crollare

le torri delle civiltà, cioé gli antichi valori e le sicurezze del passato, per far posto ad un presente privo di

ordine, di regole e di equilibrio. Per i motivi esposti precedentemente (sezioni 1 e 3), Roma è

simbolicamente esclusa dal processo di decadenza occidentale, e difatti non viene citata come unreal city.

L’Europa è dunque sulla via del caos, ebbra di fugaci illusioni ideologiche e materialistiche, foriere di un

benessere fittizio: le orde sono incappucciate perché non vedono , o non vogliono vedere la realtà, in quanto

è più comodo che altri pensino per loro, al posto di responsabilizzarsi. C’è implicitamente un’ennesima

critica sociale, anche oggi estremamente attuale, perché in tutta Europa si sta riproponendo lo stesso scenario

di crisi, sia per fenomeni di flussi migratori, sia per conflitti scaturiti dal malcontento sociale, sia per eventi

di natura bellica o politica; a fronte della ripetizione ciclica di questo drammatico clima, le masse

preferiscono delegare passivamente, invece di assumere un ruolo importante nel contesto del panorama

politico e culturale europeo, col pericolo di minare la loro peculiare identità di popolo.

65
www.ilmondodisofia.it

A questo punto passiamo all’analisi dei versi successivi, dal 377 fino al verso 394, per poi passare in

seguito al punto di svolta focale della sezione e del poema, rappresentato dagli ultimi 33/40 versi (395/399,

dopo c’è uno «stacco» passante per i versi 399/400, per terminare col discorso del tuono).

A woman drew her long black hair out tight

And fiddled whisper music on those strings

And bats with baby faces in the violet light

Whistled, and beat their wings 380

And crawled head downward down a blackened wall

And upside down in air were towers

Tolling reminiscent bells, that kept the hours

And voices singing of empty cisterns and exhausted wells.

In this decayed hole among the mountains

In the faint moonlight, the grass is singing

Over the tumbled graves, about the chapel

There is the empty chapel, only the wind’s home.

It has no windows, and the door swings,

Dry bones can harm no one. 390

Only a cock stood on the roottree

Co co rico co co rico

In a flash of lightning. Then a damp gust

Bringing rain

In via più sottile e molto meno esplicita, questa breve parte è un oscuro invito ad abbandonare

l’ignavia che alberga nei nostri animi e nelle nostre menti (le cisterne ed i pozzi inariditi), mediante la

raccolta del segnale inviato dalle cmpane, che ci ricordano che la vita esiste e non muore, e che dobbiamo

evitare di soccombere all’ «And and and» derivato dal crollo della torre, al fine di eliminare il vuoto (vv

384 e 388) che c’è dentro e fuori noi. Il passo è da interpretare in duplice chiave: da un lato il terzo

66
www.ilmondodisofia.it

riferimento ad atmosfere belliche, dopo la figura di Stetson e la scena del reduce Albert, dove domina il

senso di morte delle ossa secche; dall’altro l’attesa della pioggia dilavante che colmi e riempia il vuoto

lasciato dalla distruzione e dal fallimento delle civiltà. La pioggia è un simbolo di attesa, di riscatto, della

speranza di un cambiamento, proprio come i giocatori di scacchi nella seconda sezione (cfr, vds verso

138), con la differenza che qui c’è un labile segno di risveglio, in quanto per la seconda volta (verso 386,

cfr verso 354) osserviamo che l’erba, finora custode del cadavere e del non risveglio, «canta», in questo

caso sopra la tomba divelta.

A partire dai versi successivi giungiamo all’inizio della fine del viaggio :

Ganga was sunken, and the limp leaves

Waited for rain, while the black clouds

Gathered far distant, over Himavant.

The jungle crouched, humped in silence.

Then spoke the thunder

In questo gruppo di versi assistiamo ad una sorta di cambio della guardia: come Virgilio, che ad un

certo punto non proseguì con Dante il cammino, essendo inadatto, la «voce ombra» abbandona il lettore e lo

lascia in consegna alla voce del tuono. In sostanza si interrompe un cammino ma il viaggio prosegue, poiché

dopo 400 versi, gli ultimi 33 (simbolicamente come il numero degli anni di Cristo) sono quelli dedicati alla

svolta decisiva per la salvezza dell’uomo. Proprio da questi versi si ha l’inizio di una metamorfosi spirituale,

un passaggio da una fase terrena ad una fase in prospettiva metafisica; in uno scenario di silenzio si impone

la voce del tuono, sparisce il deserto pieno di vuoto contraddistinto dal terreno Tamigi , per far posto al

metafisico Gange, fiume che nasce proprio dall’Himavant, montagna vicina all’Himalaya, al confine tra

Nepal e India. E’ importante evidenziare come Eliot per la prima ed unica volta si sposti geograficamente

fuori dall’Europa. Col Gange non solo inizia a delinearsi il discorso del tuono con il suo messaggio

metafisico, ma vi è anche l’ennesimo riferimento simbolico all’India, quale patria originaria dei popoli e

delle lingue indoeuropei: l’esigenza di esprimere il disagio ed il malessere occidentali tramite una voce

orientale, ed in più l’utilizzo del sanscrito nei passi successivi, richiamano nuovamente l’attenzione sul

67
www.ilmondodisofia.it

concetto di salvaguardia dell tradizione e della lingua, intesi come patrimoni e ricchezze peculiari di ogni

popolo, ma soprattutto come elementi cardine della unità culturale europea.

Analizziamo ora i contenuti del discorso del tuono, che per matrice e fonti religiose è direttamente

collegabile al sermone del fuoco della terza sezione.

DA 400

DATTA: What have we given ?

My friend, blood shaking my heart

The awful daring of a moment’s surrender

Which an age of prudence can never retract

By this and this only we have existed

Which is not to be found in our obituaries

Or in memories draped by the beneficent spider

Or under seals broken by the lean solicitor

In our empty rooms

Il primo monito del tuono presente in questi versi è chiaramente collegabile agli interrogativi

inquietanti ed angosciosi presenti nella seconda sezione. Anche in questa sede, e sarà così anche nelle parti

successive della sezione, si ripropongono domande ossessive che quotidianamente ci mettono in discussione

con noi stessi, domande che talvolta vorremmo eludere, ma che invece ci fanno riflettere, perché non è mai

semplice rispondere alla domanda del verso 401, come d’altronde non è semplice sfuggire alla condizione di

pregiudizio introdotta dal verso 402, interpretabile con una doppia chiave di lettura. La prima riguarda

proprio la difficoltà di modificare negli altri un’opinione errata nei nostri confronti, in quanto (forse talvolta

anche per colpa nostra) gli altri ricordano di noi solo quello che vogliono ricordare; la seconda descrive una

sensazione che Eliot espresse anche in altri suoi scritti, ossia la incapacità contemporanea borghese di

abbandonarsi agli impulsi veri, ripiegando su altri istinti, accontentandosi di piaceri apparenti, proprio come

l’impiegato e la dattilografa. Eliot utilizza strumentalmente la cultura buddista per far tuonare la sua voce,

che si snoda su tre livelli: DA-DAYADHVAM-DAMYATA, cioé Dai-Comprendi-Controlla. Il primo livello

68
www.ilmondodisofia.it

consiste proprio nel chiedersi cosa abbiamo dato a noi stessi e agli altri nel corso del nostro viaggio, e quale

importanza attribuiamo al viaggio stesso: le risposte le possiamo cercare e trovare solo nella nostra

coscienza, e solo dopo aver completato i livelli del discorso del tuono, a cominciare dal secondo.

DA 410

DAYADHVAM: I have heard the key

Turn in the door once and turn once only

We think of the key, each in his prison

Thinking of the key, each confirms a prison

Only at nightfall, aethereal rumours

Revive for a moment a broken Coriolanus

Il secondo dettame del tuono è un invito ad ascoltare altre voci, al fine di contrastare la condizione

negativa incontrata particolarmente nella seconda sezione, dove la voce inascoltata del mondo ancora seguita

a perdersi nel vuoto del silenzio. Questo gruppo di versi si ricollegano sia al verso 325 (concetto metaforico

della prigione), sia al verso 138 ( elemento simbolico della chiave, che può fornire una svolta alla nostra

vita); viene spontaneo equiparare la prigione dei versi 412/413 alle prigioni morali ed economiche moderne

(che simbolicamente possono essere anche paragonate alle orde incappucciate, le quali possono essere

sconfitte solo applicando le tre regole del tuono), nonché alla morte per acqua della quarta sezione, in quanto

la prigione (che spesso è una condizione di comodo, perché è più facile che altri scelgano per noi) soffoca

irrimediabilmente l’uomo, costringendolo nell’ambito di una condizione di solitudine spirituale. La prigione

sembra quasi un immenso ed unico gulag terreno, da dove si entra per non uscirne più, dove resta solo la

notte per pensare, dove si paga forse ad un prezzo troppo alto un errore solo, che una vita intera non può

riscattare (versi 402/403), dove la chiave non riesce a scardinare la serratura della cella, simbolo di una

condizione di negazione della libertà. Ed è proprio per liberarsi in via definitiva, che il tuono rivolge il terzo

ed ultimo monito, a coronamento del solenne discorso.

DA

69
www.ilmondodisofia.it

DAMYATA: The boat responded

Gaily, to the hand expert with sail and oar

The sea was calm, 420

Your heart would have responded

Gaily, when invited, heating obedient

To controlling hands

Il terzo invito del tuono ci suggerisce un elemento fondamentale per la nostra salvezza, ossia il

controllo, perché senza controllo qualsiasi tentativo risulterebbe vano. Per la prima volta nel poema il mare è

realmente calmo, simbolo del fatto che il marinaio della terra desolata, dopo aver vagato in ogni porto del

mondo, ha trovato la via della pace interiore, recuperando la sua moralità mediante una presa di coscienza

priva del senso di morte che contraddistinse la tranquillità del mare della quarta sezione. Il controllo è

sicuramente l’ultimo importante frammento da seguire, per aspirare ad un aprile meno crudele ed a una

speranza di rigenerazione, che però solo noi possiamo e dobbiamo ottenere. Il controllo è certamente simbolo

di equilibrio, ma, e qui riaffiora la mentalità «elitaria» di Eliot, l’equilibrio stesso può essere raggiunto solo

da mani capaci di controllare, e pochi posseggono questa capacità, sottolineando quanto sia remota la

salvezza per una coscienza attutita. Giungiamo a questo punto agli ultimi versi del poema:

I sat upon the shore

Fishing , with the arid plain behind me

Shall I at least set my lands in order ?

London Bridge is falling down falling down falling down

Poi s’ascose nel foco che gli affina

Quando fiam uti chelidon - O swallow swallow

Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie

These fragments I have shored against my ruins 430

Why then Ile fit you. Hieronymo’s mad againe.

Datta. Dayadhvam. Damyata.

70
www.ilmondodisofia.it

Shantih Shantih Shantih

In questa parte finale del poema gli ultimi residui di scorie moderne vengono progressivamente

eliminati, a testimonianza di una graduale purificazione; a conferma del fatto che i rifiuti siano ormai quasi

un ricordo vi è il verso 424: l’arida pianura del verso 369 è ormai dietro noi , alle nostre spalle

definitivamente, ormai è solo una sfocata e lontana visione. C’è un cambio di orizzonte, in quanto la caduta

del ponte londinese, accostabile al crollo delle torri, rappresenta non solo il crollo delle civiltà, ma anche la

speranza della vittoria dell’uomo sulla città materialistica: ricompare la primavera, ma finalmente sembra

che significhi speranza per un futuro migliore. E’ evidente però che i dubbi non siano del tutto infranti,

infatti il cammino verso la salvezza è difficile, irto di ostacoli, pieno di incognite, racchiuse nel verso 425

(Cosa farò ? Sarò in grado di governare la mia vita e di riordinarla ?). Si avverte una sensazione di

incertezza, ma c’è anche la consapevolezza del tentativo di provare a «coltivare il nostro giardino», al di là

delle nostre puntellate rovine novecentesche, delle quali Eliot ha voluto puramente essere interprete e

fotografo, accumulando frammenti di un crollo che si ripropone nel tempo.

Come nel verso 431, non si possono cambiare le cose senza un poco di «sana pazzia», in quanto solo

chi è così pazzo da essere convinto di poter cambiare, è così pazzo da riuscirci veramente; per riuscirci la

condizione essenziale è quella espressa dal verso 433, cioè la pace interiore, ben diversa dalla buonanotte

della seconda sezione, in quanto stavolta il sipario non cala definitivamente, ma solo momentaneamente,

perché la salvezza non è cercabile nel poema, e perché la fine del poema in realtà ancora non è stata scritta,

poichè ognuno di noi, a modo suo, può interpretarla. In sostanza lo spettacolo della terra desolata è finito

solo in questa sede, ma continua su altri palcoscenici. Questo è il messaggio finale del tuono all’uomo

contemporaneo: il futuro ci appartiene solamente se noi ci apparteniamo.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Bentley-Reading the Waste Land-U.M.P. Usa 1990

Melchionda-The Waste Land-Mursia-Varese 1976

71
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO OTTAVO

T. S. ELIOT: LA CRITICA STORICA

Non vi è alcun dubbio che sia difficile comprendere appieno l’opera ed il pensiero di Eliot, senza

analizzare obiettivamente la sua concezione della storia, dissipando e chiarendo i troppi equivoci maturati

intorno al suo presunto o reale “fascismo”. Molti pregiudizi sono nati in ogni caso in maniera strumentale, ad

opera di una critica marxista non certo razionale nel prendere in esame il pensiero eliotiano nella sua

completezza: spesso tali pregiudizi sono stati appositamente voluti e creati in nome del trionfo della

demagogia, dell’ipocrisia politica, del falso moralismo, dell’apologia ideologica rispetto alle idee. In questo

capitolo cercherò di esaminare i punti di maggior rilievo del pensiero eliotiano dal punto di vista storico,

illustrando nella maniera più obiettiva possibile i più clamorosi “misunderstandings”, ovviamente tenendo

conto del fatto che la mia non costituisce l’unica e assoluta interpretazione.

Una prima certezza è data dal fatto che la critica peggiore sia originata dalla mancanza di una

approfondita conoscenza storica, che conduce verso riflessioni errate: con Eliot si assiste in pratica ad una

ripetizione di quello che accadde a Pound. Come Eliot stesso specifica nel saggio “L’uso della poesia e l’uso

della critica” , “...benché Pound sia largamente noto (...) , non è altrettanto vero che la sua opera sia
34
seriamente conosciuta” , costituendo chiaramente un esempio di filtro ed oscuramento culturale e storico, in

quanto un autore può essere giudicato pienamente solo conoscendone a fondo l’intero pensiero, e non

analizzandone solo alcune parti, magari estrapolando una frase snaturando un intero contesto, come successe

proprio ad Eliot, il quale a partire dal 1934 fu considerato un poète maudit, a causa del suo presunto

antisemitismo.

Al fine di evidenziare i punti più importanti del pensiero di Eliot, non si può prescindere

dall’analizzare l’evoluzione ideologica, a partire dal primo fenomeno di diffusione di ideali reazionari che

influenzò Eliot in modo decisivo a partire dagli anni dieci: la nascita e lo sviluppo dell’Action Française.

Proprio all’inizio del 1910 Eliot cominciò ad interessarsi alla rivista letteraria Nouvelle Revue Française, che

34
Citaz da: L’uso della poesia e l’uso della critica-Bompiani Milano 1974 parte 2 cap 2 pag 151

72
www.ilmondodisofia.it

continuò a ricevere anche in Inghilterra; durante il suo soggiorno a Parigi conobbe Charles Maurras, futuro

accademico di Francia nel 1938, già noto all’epoca come figura politica, essendo fondatore di un movimento

reazionario denominato appunto Action Française, movimento al quale Eliot dedicò, negli anni successivi,

ampio spazio e risalto sul Criterion.

In quegli anni in Francia governava il regime della terza repubblica, mentre Maurras era un

nazionalista monarchico, che a partire già dal 1898, diede vita alla lega patriottica di Francia, fondando un

giornale omonimo, ed arrivando nel 1910, alla fondazione ufficiale dell’A.F., movimento antirepubblicano,

antidemocratico, a favore della restaurazione di valori passati, movimento che fomentò moti e rivolte sociali

e studentesche, creando un clima di disordine e favorendo episodi di violenza gratuita nel quadro di

dimostrazioni non autorizzate. Maurras era antisemita convinto, al contrario di Eliot, che riguardo tale

elemento si dissociò da Maurras, rispettandone però le motivazioni, seppur non condividendole, rifiutando ad

esempio in futuro le due facili equazioni destra=antisemitismo e fascismo=antisemitismo (come se fossero

due considerazioni automatiche).

Tutto questo non impedì ad Eliot di scrivere nel 1948 che “Maurras representait une sorte de
35
Virgile” , tanto più che anche Maurras amava Dante quale simbolo della cultura latina, ed era

antimonetarista, antimaterialista e a favore del recupero dei valori tradizionali. Ma perché Eliot fu

influenzato in maniera decisiva da Maurras, al punto da difendere e giustificare il fatto che l’A.F. non

potesse essere definita di “estrema destra”? La risposta è contenuta proprio in alcune considerazioni

puramente storiche, determinate dal fatto che Eliot volle chiarire nel corso degli anni trenta molti equivoci e

pregiudizi, anche se il tentativo fu parzialmente vano.

Considerare l’A.F. primo germe del fascismo fu un errore, in quanto ufficialmente negli anni dieci il

termine fascismo non esisteva, essendo un fenomeno tipicamente italiano posteriore all’ A.F.; inoltre

l’antisemitismo fu un fenomeno presente anche in Unione Sovietica (ma non si volle mai far emergere

apertamente il problema), e nei paesi cosiddetti democratici già da secoli, mediante la creazione dei ghetti.

Altro errore fu quello di mettere sullo stesso piano fascismo e nazismo, e fascismo e A.F.: il movimento di

Maurras fu elitario e non di massa, non era un partito con una solida base ideologica e programmatica, non

guidò mai le masse sino a rappresentarle. In più, la critica di sinistra sbagliò nel considerare uguali fascismo

35
Kojecky: T.S.Eliot’s social criticism-Farrar, New York 1971/72, citaz. cap 3

73
www.ilmondodisofia.it

e nazismo perché il nazismo era implicitamente antisemita, mentre il fascismo assunse tale connotato solo a

partire dal 1938, e solo per convenienza politica, non certo per convinzione ideologica.
36
Eliot è stato definito fascista e conservatore, ma in realtà, come afferma Spender ,“was a reactionary

against liberalism, was non-conformist...”, che si lamentava del fatto che l’opera di Maurras non fosse

sufficientemente conosciuta, ma fosse solo oggetto di equivoche interpretazioni, quali ad esempio il

paragone tra Maurras e Pound, e tra Maurras e Celine. Eliot stesso fu spesso ingiustamente bollato come

fascista convinto, e invece non fu mai tale perché era molto più cristiano che fascista convinto; nel 1928

scrisse sul Criterion che quello che lo attraeva del fascismo già l’aveva visto anni prima in Maurras, che lui

si definiva “royalist in politics”, mettendo al primo posto i suoi ideali religiosi e che a suo parere non potesse

esserci un concreto sbocco per lo sviluppo dell’anglofascismo in Inghilterra,anche se considerava il fascismo

un modello di riferimento, tanto che, a seguito della marcia su Roma, nel 1923 Eliot scrisse, nell’ambito

dell’epistolario con Maurras, una poesia celebrativa: la Triumphal March.

Oltre alla marcia su Roma ed alla rivoluzione russa, il terzo evento epocale che colpì profondamente

Eliot fu la scomunica dell’A.F. da parte del Papa, che nel 1926 condannò apertamente il movimento di

Maurras, disorientando Eliot e accelerandone probabilmente la conversione religiosa, che avvenne nel 1927.

Il Papa si schierò contro l’A.F. perché Maurras divenne più estremista ed intollerante, non certo compatibile

con gli ideali cristiani che diceva di voler salvaguardare in Francia. Poiché Maurras cominciò a diventare una
37
figura scomoda per la Chiesa di Roma, “by 1926 the rupture became inevitable” , perché la stessa autorità

ecclesiastica sembrava essere messa in discussione. Solo ne l 1938/39 Pio XI riabilitò il movimento, forse

per convenienza politica, al fine di dimostrare che Vaticano, Francia ed Inghilterra non avevano niente a che

fare col fascismo.

Sempre negli anni Trenta Maurras fu imprigionato per motivi ideologici, come lo fu negli anni

Quaranta, quale collaborazionista di Vichy. Eliot, come fece per Pound tra il 1943 ed il 1945, scrisse un

pubblico appello di solidarietà, in cui si affermava che “It is misleading to term Maurras fascist. He had

formulated his philosophy long before Fascism...and if I am not mistaken, Fascism and royalism are

36
Da: Eliot-Fontana paperbacks-Glasgow 1975-cap 2 pag 215
37
Cfr. Canary: T.S.Eliot, the poet and his critics-A.L.A. Chicago 1982-citaz. pag 125 cap 3

74
www.ilmondodisofia.it

38
incompatible” . Ma poiché la storia è scritta dai vincitori, anche questo appello fu vano, si verificò

un’ennesima mistificazione storica piena di velate menzogne, come fu per Pound, e come è accaduto a tanti

scrittori europei circondati dall’oblio del silenzio, la cui unica colpa è stata quella di non essere marxisti,

offrendo una visione dell’altra faccia della stessa medaglia: Havel e Solzenicyn sono i due esempi più fulgidi

di quegli attacchi ideologici che colpirono Eliot stesso.

Riprendendo una acuta affermazione di Carosso, “Appare necessario rimuovere molti dei luoghi
39
comuni intorno ai quali si è consumata la canonizzazione di Eliot...al di là dei condizionamenti...” ; a

testimonianza del fatto che Eliot proiettò nella Waste Land anche la sua concezione della storia, credo sia

importante evidenziare alcuni concetti che Eliot espresse negli anni della maturazione e della composizione

della Terra Desolata: per Eliot la storia è fondamentale per comprendere presente,passato e futuro, ed occorre

avere una visione d’insieme per capire tutto, o solo una parte, del panorama “di futilità ed anarchia che è la

storia contemporanea”. Così pensava anche della Waste Land, riprendendo una sua stessa considerazione in

merito alla Divina Commedia :”E’ un tutt’uno, ed alla fine, bisogna arrivare a capirlo tutto per poter

comprendere una parte qualsiasi...”. Nel 1918 Eliot affermò che “una grossa parte dell’ispirazione deve

venire dalla profonda conoscenza della storia...dallo studio della storia capiamo ciò che ora in realtà
40
siamo” ; tutti questi concetti erano evidentemente, e lo sono tutt’ora, scomodi, e in virtù di questo, forse

capendo anche l’inutilità di ogni spiegazione, Eliot giustificò raramente il suo presunto antisemitismo.

Eliot era un cosmopolita fautore di una unità culturale europea, da realizzarsi tramite una stabilità

politica che solo uno stato totalitario poteva garantire, ed è importante specificare che Eliot parlò sempre di

totalitarismo e mai di dittatura (anche una democrazia può essere dittatoriale). Che fosse simpatizzante del

fascismo era indubbio, ma come scrisse nel 1929, prima di essere fascista era antiliberale,

anticapitalista,anticomunista, a favore di una società di cui la religione è il pilastro cardine:”Noi, in quanto


41
europei, deriviamo tutti da Roma e Israele” . Sottolinea ancora Carosso che “Affermare l’adesione di Eliot

al fascismo ed al nazismo è una strada sbrigativa”; la verità risiede nel fatto che, come disse Eliot nel 1937,

38
Ibidem, pag 153
39
Citaz. tratta da: Carosso-T.S.Eliot e i miti del moderno-ediz. dell’orso, Alessandria 1995-introduz. pag 8
40
Ibid., parte 1 cap 2 pag 53
41
Ibid., parte 2 cap 3 pag 65

75
www.ilmondodisofia.it

“alla maggior parte della gente dei paesi democratici non piace scoprire che un altro non sta dalla loro
42
parte...” . E soprattutto, che ha persino ragione.

Probabilmente Eliot non indicò nel poema Roma quale Unreal City perché la ritenne culla della

civiltà, della cristianità, del passato glorioso della tradizione. Tradizione ormai contaminata dalla modernità:

Eliot era a favore delle teorie antimonetariste di Maurras e Pound; per lui, obbligato a lavorare come

bancario per necessità, fu una esperienza negativa constatare come le leggi spietate e distorte dell’economia e

del mercato ostacolassero la cultura e limitassero l’uomo, rovinandolo tramite lo sfruttamento e la politica

dell’individualismo sociale. Nel 1928 scrisse sul Criterion che “modern crisis and wars and conflicts are

caused by economic and financial matters”. Proprio il fascismo fu visto come argine ai regimi liberisti, ma

cosa “salvò” Eliot dal diventare un fervente sostenitore del fascismo, come invece lo diventò Pound ? Eliot

restò sempre defilato dalla politica, assumendo un distacco dettato dal fatto di voler restare distante dalle

masse; grazie al suo contegno, Eliot non fu oggetto di persecuzione politica, e il suo riserbo “saved him from
43
excessive simpathy with the English Fascists” .

Spender afferma che “Quando una nostalgia intensa opera sull’azione, si ha o si è avuto il fascismo
44
(...) , che apparve come un modello, un programma in cui si proclamava l’uso di tecniche moderne...” . Lo

stesso Spender dimentica però alcuni elementi importanti, in quanto il fascismo volle comunque basare la

società sui valori morali del passato, valori su cui fondare il progresso, tramite la famosa “terza via”. Almeno

inizialmente rappresentò una positiva novità nel panorama storico, se non altro come reazione al malcontento

popolare, alla debolezza politica delle democrazie liberali, democratiche solo formalmente, ma fallimentari

dal punto di vista delle politiche sociali, incapaci di fronteggiare le emergenze postbelliche. Inoltre, indicare

il fascismo come unico ed esclusivo denomeno negativo è alquanto strumentale, perché negli stessi anni

venti crimini ben maggiori vennero perpetrati altrove, in tutta Europa: questo è un elemento valido ancora

oggi, poiché, come in quel periodo, le cosiddette democrazie occidentali altro non sono che dittature

oligarchiche mascherate, proprio per il fatto di non essere democrazie reali, ma vere solo dal punto di vista

formale, non sostanziale: in pratica, Paesi dove quotidianamente i più elementari diritti vengono ignorati.

42
Ibid., cfr. rispettivamente parte 2 cap 3 pag 77 e cap 5 pag 131
43
Cfr Canary, citaz. pag. 125 cap. 3
44
Nell’opera: Moderni e contemporanei-Mondadori Milano 1975-pag 237

76
www.ilmondodisofia.it

Altra macroscopica contraddizione che riguardò direttamente Eliot fu l’equiparazione tra fascismo e

nazismo, e di riflesso considerarlo un fascista antisemita, mentre essere di destra non vuol dire
45
necessariamente essere altro. Come apprendiamo da Austin , nel saggio “ Idea of a Christian society” del

1939, Eliot rie labora alcuni concetti espressi negli anni precedenti, rimarcando che “what is most important
46
is that society be religious” , auspicando che la religione costituisca il pilastro su cui fondare un nuova

società. Subito dopo Austin esprime un suo commento, peraltro totalmente errato, affermando che “Eliot
47
asserts that a Christian society is the only alternative to a socialist or fascist society” . Perché tale commento

é sbagliato ? Perché nel saggio Eliot fa riferimento alla Germania e all’Urss, ed in Germania non c’era il

fascismo, ma il nazismo, che proprio per origine non può essere accostato al fascismo: come già detto,

entrambi i movimenti si svilupparono in ambiti differenti e su pia ni diversi, in quanto il nazionalsocialismo

nacque già con una matrice razzistica ed antisemita. Non bisigna dimenticare inoltre che sino al 1934

Mussolini era ostile nei confronti di Hitler e Stalin, raccogliendo il plauso e l’appoggio franco-inglese.

La critica eliotiana prese corpo nei confronti delle democrazie liberali, da lui ritenute oligarchie

finanziarie, e tale critica era pericolosa in quanto metteva in discussione intere verità e interi sistemi politici;

Eliot era a favore di una democrazia totalitaria, simbolo di ordine e legalità, contro l’arrivismo, la

concorrenza senza regole, la competizione consumistica sfrenata, il dominio incontrollato del capitale: tutti

valori artificiali che potevano essere contrastati solo con un governo forte e carismatico, adatto a guidare le

masse, incapaci di gestirsi da sole. Come ho precedentemente osservato, la democrazia è una parola a cui

tutti possono dare il significato che vogliono, ed Eliot a suo modo fornì il suo ideale di democrazia e di

religione come alternativa ai regimi materialistici:”If you will not have God, you should pay your respect to
48
Hitler or Stalin” . Dov’è il fascismo in questa frase ?

Eliot giustificò l’autoritarismo perché convinto che le masse non fossero capaci di avere una matura

coscienza politica: se la gente dimostra scarse capacità di governo, deve essere guidata dallo stato, non solo

controllata, ricollegandosi al fatto che egli è per la tolleranza ma contro il permissivismo eccessivo. In

sostanza e dobbiamo imparare a guidarci gradualmente (seguendo i moniti sanscriti della quinta sezione

45
Austin: T.S.Eliot/ Social and literary criticism-London 1971-cap 5
46
Citaz. pag 71
47
Ibid. pag 72
48
Cfr nota 56

77
www.ilmondodisofia.it

della Waste Land): è forse questa rigidità mentale di un uomo di destra, o non è invece una non ipocrita

apertura mentale ? Egli affermò che una società stratificata in uno stato autoritaristico avrebbe giovato alla

cultura, che le classi sociali sono elementi incontrovertibili, non precludendo però un miglioramento, perché

la stratificazione fondamentale è culturale e non economica: Eliot rigettò l’idea di ugualitarismo d’arrivo,

non di uguaglianza in partenza. A questo proposito, vorrei specificare e puntualizzare un aspetto che reputo

molto importante, ossia la “democraticità” di Eliot rispetto alla “non democraticità” delle democrazie

liberali: certamente Eliot non è definibile democratico, ma prima di essere non democratico è un antiliberale,

a favore di una società settoriale ed elitaria, favorevole ad un regime dove esistano regole rigide ed ordine,

che non vuol dire necessariamente auspicare un sistema sociale chiuso ermeticamente, rifiutante ogni fattore

esterno di influenza. Proprio questo concetto della società da parte di Eliot è, a mio parere, testimone ed

interprete di una reale giustizia sociale, rappresentata proprio dall’esigenza di un rispetto dei ruoli e delle

gerarchie in un contesto sociale, o in un determinato ambito economico-culturale. E’ proprio il rispetto dei

ruoli, connesso ad un’assenza di giustizia sociale, che non è presente nelle democrazie odierne: così come

negli anni Venti, le democrazie sono fallimentari, in quanto, come società degradate, sono caratterizzate

dall’indifferenza, dal pregiudizio e dall’ipocrisia, cioé i veri mali moderni. Se democrazia vuol dire

mancanza di giustizia sociale, allora non credo sia azzardato affermare che la vera democrazia sia ancora da

venire, sia ben lontana dall’essere realizzata, a meno che non si reputino democratici alcuni concetti espressi

dal non democratico Eliot. E’ facile giudicare i pensieri di Eliot come sovversivi a distanza di decenni, ma

prima di condannarli bisognerebbe valutarli nel contesto storico del periodo 1918/1922/1934: chi avrebbe

immaginato in quegli anni il successivo tragico futuro ? Se pensiamo che in quel periodo Churchill scriveva

sul Popolo d’Italia, come si può biasimare Eliot se vide il fascismo con occhi diversi dai nostri ?

Siamo ora giunti ad esaminare l’aspetto più spinoso e controverso di Eliot: fu veramente razzista ed

antisemita ? Cercherò anche in questa sede di fornire motivazioni esaustive, ponendo su binari differenti

storia e ideologia. Una frase incriminata riguardo il presunto antisemitismo eliotiano, insieme al verso 319

della quarta sezione della Waste Land “Gentile or Jew...”, è tratta da After Strange Gods del 1934, e descrive

il pericolo, o perlomeno il timore, derivante dai “free-thinking Jews undesiderable”. Appare già strumentale

estrarre una singola frase dal suo naturale contesto, senza vagliare l’importanza di un’analisi globale, in

quanto se ne snaturano il vero significato e la reale portata ideologica. A mio giudizio, la negatività indubbia

78
www.ilmondodisofia.it

che Eliot ha sempre attribuito agli Ebrei è sempre stata di matrice economica e mai razziale, perché egli

vedeva loro come simbolo del potere e del dominio del capitale. Sbagliò quando affermò che gli Ebrei

dovessero essere relegati ai margini della società , ma occorre dire che non fu l’unico a sbagliare, perché i

crimini non hanno colore o bandiera. Certamente Eliot si espresse in maniera azzardata, ma fu anche

scomodo quando aggiunse nel 1936 che “Usa e Gran Bretagna non hanno più diritto della Germania per
49
definirsi democrazie” , a testimonianza del fatto che ogni regime ha segreti nascosti, come ad esempio i

massacri dei pellerossa in America e degli Indiani in Asia.

Si preferì vessare Eliot di critiche, piuttosto che riflettere che storicamente Francia, Inghilterra,

Vaticano e Urss ebbero le stesse, seppur differenti, responsabilità della Germania nei confronti

dell’Olocausto. Già dal 1933 alcuni lager erano operativi, ma nessuno contrastò i crimini tedeschi per

convenienza politica, e se i Tedeschi furono esecutori materiali dello sterminio ebraico, i paesi sopracitati lo

furono in termini morali. Inoltre, come mai nessuno gridò allo scandalo riguardo i crimini contro gli Ebrei

commessi (sino al 1989) in Urss e in tutta l’Europa orientale ? Sulla base di questi elementi, posso affermare

che Eliot fu vittima della vergognosa ipocrisia storica del suo tempo.
50
Eliot comparò “the large number of free-thinking Jews” con “the hated forces of progress” ,

scardinando negli anni venti e trenta molte coscienze, che ad esempio non considerarono fondamentale la

dissociazione eliotiana dalle leggi razziali. I difensori di Eliot affermarono che, mentre lui veniva aspramente

ed apertamente criticato, era in realtà molto meno moralista ed ipocrita di molti leaders politici marxisti,

avendo il coraggio di esprimere opinioni senza vergognarsi d’essere condannato da persone che poi magari

dietro le quinte realizzavano praticamente quello che Eliot si limitava a scrivere solo in funzione

anticapitalista. Eliot non fu a mio parere sereno nel giudicare gli Ebrei , non considerandoli parte della sua

società ideale, ma in ogni caso gli va riconosciuto un merito, sconosciuto invece alle democrazie occidentali

d’allora e di oggi: il merito di essere coerente e non ipocrita.

Riprendendo alcuni giudizi riportati dal Ricks, Eliot fu anche influenzato dal fatto che

l’immigrazione ebraica negli Usa fu massiccia, e in America gli Ebrei acquisirono preminenza commerciale,

49
Ricks: T.S.Eliot and prejudice-Faber and Faber London 1988-parte 2 citaz pag 35
50
Ibid, citaz pag 40, cfr nota 58

79
www.ilmondodisofia.it

51
diventando emblema del mercantilismo, del profitto e dell’utilitarismo economico. “The Jew is all Jews” :

nella quarta sezione della Terra Desolata c’è proprio un verso che critica specificatamente il profitto, che

viene identificato con l’Ebreo, ma senza riferimenti razzistici. Eliot fu oggetto di un forte razzismo

ideologico, e per chiarezza, riporto il passo completo tratto sempre da After Strange Gods:”What is still more

important is unity of religious background, and reasons of race and religion combine to make any large

number of free-thinking Jews undesiderable. There must be a balance between urban and rural, agricolture
52
and industry. A spirit of excessive tolerance is to be deprecated” . A questo punto, solo chi non vuole

comprendere il significato, può continuare a considerare Eliot antisemita, ed ad ulteriore supporto del passo

appena citato, c’è da aggiungere un altro importante elemento.

A partire dalla fine degli anni venti Eliot iniziò ad esporre le sue teorie e le sue considerazioni sulla

storia contemporanea:”sin dal 1928, sul Criterion, in un articolo intitolato The literature of Fascism, dedicò
53
un lungo capitolo all’antisemitismo ed al fascismo” , come concezione di stato forte contro le fragili

democrazie parlamentari. Nel 1940, quasi a coronamento della condanna dei fiori del male della decadenza

moderna, che coinvolge il lettore della Waste Land dall’inizio alla fine, Eliot volle rispondere alle accuse di

antisemitismo in via definitiva, ammettendo errori ma non colpe. Disse che era sempre stato riduttivo

limitarsi ad analizzare i contenuti di un’unica frase, ma “I mean Jews who have given up their own religion,

without attach themselves to any other religion. It ‘d be obvious that I think a large number of free thinkers

of any race. Jews are only a case...my view does not imply any prejudice of race, but of historical and social
54
situation...I am not, and never have been, an antisemitic.”

Citando Melchiori, Eliot fu in un’ epoca di precarietà un “ protagonista del funambolismo,


55
intendendo l’artista che riesce a restare in equilibrio in un’epoca caratterizzata dal senso di ansia” ; certo è

che Eliot dovette combattere una dura lotta ideologica in condizioni problematiche, viste anche le difficili

condizioni storiche e la facilità nella formulazione di comodi pregiudizi. Egli ebbe il coraggio di evidenziare

il marcio morale di tanti paesi guasti interiormente, ossia le democrazie (e anche oggi è così, sebbene la

facciata non mostri la verità), di far emergere scottanti verità oscurate dalla critica di sinistra, di tuonare

51
Citaz pag 44
52
Vds nota 60
53
Citaz tratta da: Bergonz: T.S.Eliot-Kronenberg Macmillan 1972-cap 3
54
Ibid., cfr nota 62

80
www.ilmondodisofia.it

contro la censura ( in democrazia!!!) nei confronti di Pound, censura che esiste ancora oggi, in quanto

proprio un film su Pound e Eliot (Il complotto tradito) , pur inizialmente in progetto, è stato bloccato, e mai

più trasmesso nei cinema, da ben due/tre anni, come è anche accaduto ad esempio, per il film “Porzus”

(riguardante i massacri delle foibe).

Specificando che il tema del concetto di democrazia verrà approfondito anche nel capitolo

riguardante la critica sociale, vorrei concludere con un’ultima considerazione: è vero che nel 1919 Eliot
56
mostrò notevole apprezzamento per il programma fascista sansepolcrista , ma questo è sufficiente per

definire Eliot fascista ? In virtù di tutte le considerazioni fin qui esposte, come “etichettare” Eliot ? Di destra

sociale, fascista sociale, socialfascista o socialista di destra ? Semplicemente, un democratico in mezzo ai

tanti ed ipocriti democratici del suo tempo e dei giorni nostri.

FONTI BIBLIOGRAFICHE DELLE CITAZIONI

Eliot: L’uso della poesia e l’uso della critica-Bompiani, Milano 1974

Kojecky: T.S.Eliot’s social criticism-Farrar N.Y. 1971/72

Spender: Eliot-Fontana paperbacks-Glasgow 1975

Canary: T.S.Eliot the poet and his critics-A.L.A Chicago 1982

Carosso: T.S.Eliot e i miti del moderno-edizioni dell’orso-Alessandria 1995

Spender: Moderni e contemporanei-Mondadori Milano 1975

Austin: T.S.Eliot literary and social criticism-London 1971

Ricks: T.S.Eliot and prejudice-Faber & Faber-London 1988

Bergonz: T.S.Eliot-Kronenberg Macmillan 1972

Melchiori: I funamboli-Einaudi Torino 1965

55
Da: Melchiori: I funamboli-Einaudi Torino 1963-cap 4
56
In riferimento al programma politico che il nascente movimento fascista decise di presentare a partire dalla sua
nascita, avvenuta in San Sepolcro, a Milano, il 23 marzo 1919.

81
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO NONO

T. S. ELIOT: LA CRITICA SOCIALE

Il capitolo riguardante l’attualità del messaggio eliotiano in chiave sociale e sociologica è

strettamente collegato al capitolo precedente, in quanto pone il problema del significato reale del concetto di

democrazia nella società europea occidentale. Anche in questo caso, non ci si può esimere dall’esaminare i

contenuti “sociali” dell’opera di Eliot, senza procedere su due binari differenti, ossia l’analisi dei problemi

sociali negli anni venti, e di riflesso il confronto con gli squilibri, i conflitti e le distorsioni sociali

contemporanei.

La prima guerra mondiale fu, come tante volte sottolineato in precedenza, una esperienza traumatica

per l’Europa intera, ed innescò un processo di sconvolgimento morale e di trasformazione tecnologica, che

portò milioni di persone verso una drammatica crisi di identità, con il risultato che in ogni Paese

cominciarono a diffondersi insicurezza e malcontento. Nel 1919 si assistette in pratica alla morte della

civiltà, così come era stata concepita sino al 1914; si guardò al passato con nostalgia e al futuro con angoscia,

fluttuando nel presente, completamente alla deriva. Il dramma era rappresentato dal fatto che il passaggio

dalla guerra alla pace sembrava più oscuro ed incerto del già tragico passaggio inverso: in quegli anni si

prospettò un orizzonte spettrale pieno di incognite, una sensazione di notevole smarrimento, il pericolo del

trionfo del materialismo a fronte di una diffusa miseria. Uno scenario che sembra ripetersi oggi in maniera

molto concreta, poiché alcune condizioni negative si stanno riproponendo paurosamente.

Un autore francese che interpretò pie namente la crisi dell’epoca, rappresentando come Eliot uno

specchio dei tempi, fu Valéry, che influenzerà proprio Eliot in modo decisivo con l’opera “La crisi del

pensiero”. In questo libro, già a partire dal titolo altamente indicativo, la sensazione di paura è palpabile sin

dall’inizio:”Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali...l’abisso (delle nostre colpe) della storia è grande
57
per tutti..la fragilità di una vita (...) , non è bastato alla nostra generazione imparare” . Come Eliot, anche

Valéry vide il pericolo di una demagogica creazione di una democrazia di massa, da lui definita “disordine

57
Valéry: La crisi del pensiero-Il Mulino Bologna 1994-cap 1 citaz pag 27

82
www.ilmondodisofia.it

allo stato puro”, allineandosi a quanto disse Baudelaire decenni prima (“La crescente marea democratica che

tutto livella...”). L’inizio della pace risultò oscuro e angoscioso in quanto tale pace venne considerata “figlia
58
della lotta della produzione” , che, in tempo di pace, genera striscianti conflitti sociali che altro non sono

che silenziose guerre quotidiane.

Valéry, Eliot e in Italia Montale, avevano timore che il sapere potesse diventare, in maniera

incontrollata, una semplice merce di consumo, proprio a causa dello sviluppo della cultura di massa

indiscriminata: non un bene fruibile, ma una sorta di prodotto di fabbrica, inquadrato in un’ottica puramente

utilitaristica e di mercato, una merce in vendita disordinatamente, a disposizione di tutti, ma non in maniera

giusta e razionale. Tutti e tre erano a favore di una diffusione non effimera della cultura, affinché il più

ampio strato di persone potesse fruire del sapere, ma erano contrari ad una erudizione astratta, frutto magari

di una cultura filtrata e imposta impercettibilmente dal potere politico; e poi, riguardo la cultura, si può

decidere cosa scartare e cosa no, come in un reparto industriale, dove vengono accumulate scorie inutili ?

Un altro importante elemento, strettamente legato all’idea della cultura facile, che si può trovare in

un qualsiasi angolo di una qualsiasi metropoli, fu la critica al consumismo sfrenato, fenomeno che va ben al

di là del semplice soddisfacimento dei bisogni dell’uomo. Sempre Valéry affermò che il consumismo “tende
59
a renderci indispensabile un intero sistema di meraviglie” , che da inutili, dopo un inconscio lavaggio del

cervello, dopo un controllo subliminale del pensiero (che va appunto in crisi), diventano necessarie anche se

non servono: non si riesce, o non si vuol riuscire, in quanto è più facile assumere un contegno passivo, a

farne più a meno. Più un oggetto ci appare utile e più questo lo diventa:l’uomo perde la sua libertà, diventa

schiavo dell’oggetto, perdendo però il reale valore dell’oggetto stesso, apprezzandolo solo in chiave

economica.

Si evince con chiarezza che uno scenario così negativo sia oggi facilmente osservabile, poiché a

distanza di decenni, determinate condizioni si stanno ripetendo drammaticamente: il mondo sta lentamente,

ma inesorabilmente, passando da una fase di produzione ad una fase di sfruttamento morale e materiale; oggi

come allora gli organi di informazione, controllati dal potere politico e da quello del capitale, “creano di sana

58
Ibid., pag 31
59
Ibid. cap 3 pag 89

83
www.ilmondodisofia.it

60
pianta bisogni inediti partendo dai mezzi per soddisfarli” , dimenticando le reali e più urgenti esigenze delle

masse. E’ altrettanto evidente che le masse sono corresponsabili paritariamente di questa situazione di

degrado, perché non si sono assunte precise responsabilità, e le conseguenze sono sotto i nostri occhi

giornalmente: l’uomo è intossicato dalla fretta, dall’insoddisfazione, dal malessere morale, drogato da questi

abusi materialistici; un veleno che ogni giorno ci fa ricercare paradisi artificiali, e siamo così assuefatti che

non ci accorgiamo che spesso si scopre solo il vuoto, il deserto della nostra personale terra desolata.

Come nel romanzo di Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, oggi, se i mezzi di

informazione non ci comunicano notizie drammatiche ed eclatanti, milioni di persone pensano “oggi non è

successo niente”, mentre non è ovviamente vero che niente sia successo; dipende che valore viene attribuito

al niente. Questa mentalità arida, o meglio, inaridita, è sintomo di apatia, indifferenza, remissività, che oggi

sono sempre più generali e crescenti. Questo perché ci vengono inoculati desideri futili proprio da chi

ipocritamente per primo critica il degrado morale, ossia i mezzi di informazione, mentre sono i primi

responsabili di tale situazione. Ho detto i mezzi di informazione, ma è più corretto dire coloro che gestiscono

tali organi: non è il progresso in sé che è nocivo, ma chi lo manipola. Certamente occorre distinguere tra

soddisfacimento di bisogni ormai essenziali per una buona qualità della vita e esigenza di circondarsi de l

superfluo: oggi c’è il superfluo del superfluo, e tale fenomeno cominciò a svilupparsi proprio negli anni

venti, e proprio in buona parte della Waste Land, come abbiamo avuto modo di osservare, c’è una palese

testimonianza della decadenza dettata dal consumismo sfrenato.

Anche in questa circostanza Eliot ebbe una visione sicuramente reazionaria, infatti, mediante la

tecnica del frammento volle esprimere la frammentazione dei valori morali, una “espressione globale della
61
vita contemporanea”(Spender) . Insieme a Pound, più di ogni altro intuì, nell’ambito della letteratura inglese

dell’epoca, il pericolo della metamorfosi meccanica, dove l’uomo viene ridotto a puro e passivo consumatore

(anche per colpa sua), annullando qualsiasi spirito critico e riflessivo. Eliot è accostabile a Durrenmatt, nel

quadro della critica inerente i pericoli della manipolazione della tecnologia, e non della scienza in sé stessa,

della contemporanea vuotezza spirituale, del caos sociale, caos deprecato da Eliot, che riteneva essenziali

ordine, regole e stabilità, al fine di un miglioramento sociale della civiltà. L’incompletezza funzionale del

frammento riveste un ruolo preciso per formare un insieme organizzato. Proprio l’operazione di rottura

60
Ibid., pag 90

84
www.ilmondodisofia.it

portata avanti da Eliot inquadra perfettamente il poema, definito da Moretti “un prodotto di confine...onni-
62
inclusivo” .

Nella Terra Desolata alcuni temi proposti da Valéry vengono ripresi e sviluppati in maniera ampia:

nella società dell’illusione e dei consumi bisogna provare tutto, come se ci fosse un comando assillante, però

quel tutto è sterile, perché non lo decidiamo noi. Così si genera l’ansia, in quanto sostanzialmente non è male

provare tutto, il male è non sapere cosa provare, tentando sempre di afferrare qualcosa che ci sfugge sempre,

in apparenza in modo inspiegabile. Perché tutto ciò ? Perché oggi, come i personaggi della Waste Land, le

masse non prendono coscienza dei loro diritti e doveri sociali, preferendo il ruolo di rotella anonima di un

ingranaggio; in realtà non è negativo tale ruolo, è negativo non dare valore specifico alla rotella, accettando

di essere guidati e non di guidarsi, riducendosi a semplice pedine, che però non sanno quali mosse compiere.

Invece sarebbe importante saper giocare la propria partita a scacchi, ponendosi domande in maniera attiva, e

non preferendo morire “per acqua”: spesso la pedina, unita ad altre pedine, mangia il re dandogli scacco.

Eliot definì Baudelaire “il più grande esempio di poesia moderna”, e anch’egli era certamente

contrario all’idea di una pericolosa marea democratica incontrollata, non ritenendo le masse adatte a gestire

il potere, e proprio in virtù di questo sentiva l’esigenza di una guida carismatica in uno stato forte, proprio

per guidare le masse; implicitamente criticava nuovamente la democrazia sia come regime in quanto tale e

sia come elemento negativo originato dal momento in cui la democrazia stessa cessa di essere realmente

espressione di un popolo. I paradisi artificiali delle loro Città sono quelli effimeri rincorsi inutilmente dalle

masse stesse, i fiori del male dentro IL fiore del male per antonomasia; è giusto inebr iarsi, ma non degradarsi

con gli abusi e gli eccessi, che sono solo sintomi di un desiderio di fuga, non immaginando certo la tragicità

del risveglio: spesso non si vuole essere svegliati dal sonno, proprio come il cadavere eliotiano nel deserto

morale della Waste Land. L’abuso è un artificiale ed effimero surrogato del sogno, e spesso il lettore non

vuole vedere la realtà effettiva: al lettore, che poi è tutti noi, sia Eliot sia Baudelaire rivolgono una severa

critica, definendolo ipocrita e mascherato pirandellianamente, poiché non vuole vedere i veleni e le malattie

della società, delle quali anch’egli ne è la causa, essendo una persona che “pensa di aver lavato le macchie
63
con lacrime vili di ogni giorno” : anche oggi, anzi soprattutto oggi, l’ipocrisia è un “vizio alla moda”.

61
Citaz da: Moderni e contemporanei, parte 2 cap 2 pag 92
62
Si veda: Segni e stili del moderno/Dalla terra desolata al paradiso artificiale, citaz. pag 195
63
Baudelaire: Les Fleurs du mal, citaz.

85
www.ilmondodisofia.it

Prima appendice di critica sociale.

In questa prima appendice analizzerò il pensiero di Eliot esaminando direttamente le sue opere

critiche, al fine di evidenziare la evoluzione del pensiero stesso nel corso degli anni trenta e quaranta,

evoluzione che in sostanza è il frutto della rielaborazione di alcune convinzioni formatesi negli anni venti.

Rimarcando fondamentali esigenze culturali, Eliot nel saggio “L’uso della poesia e l’uso della critica”,
64
afferma che “il popolo che cessa di curare la propria eredità letteraria e linguistica va verso la barbarie” ,

ossia verso una condizione di insoddisfazione sociale esplosiva ed incontrollabile che può scoppiare da un

momento all’altro: in pratica, se la poesia cessa di essere espressione di un popolo, si va verso una solitudine

morale. Sempre nel medesimo saggio vi è un’altra dichiarazione improntata sul pessimismo:”Credo che il

poeta preferisca scrivere per un pubblic o più ampio e composito possibile, e che è il pubblico di cattiva
65
cultura, più che quello incolto, che gli blocca la strada...ed è un segno di disintegrazione sociale” ;

quest’ultimo concetto trova ampi riscontri anche nella realtà odierna, infatti molti artisti vengono snobbati in

quanto, non essendo “servi di regime”, sono però vittime della cattiva cultura deprecata da Eliot, nonché

vittime del parere di persone culturalmente inferiori, ma che hanno il potere di sbarrare la strada gli artisti

che vorrebbero emergere o riemergere.

In un’altra opera focale, “Notes towards the definition of culture”, del 1948, Eliot ribadisce

ulteriormente cosa intenda per cultura. La persona che contribuisce alla cultura, qualunque sia il livello, non

sempre è necessariamente una persona dall’elevato tenore economico; il termine “cultura” è esteso a tutti i

soggetti sociali:”We only mean that the culture of the individual cannot be isolated from that of the group, of

the whole society”. Esistono pluralità culturali necessarie ad un cambiamento culturale continuo, anche se

Eliot ritiene, con ovvio rincrescimento, che cultura e progresso non vadano di pari passo, poiché esiste una

distanza tra la cultura e le masse, che aderiscono ma non partecipano attivamente, precludendosi le

condizioni essenziali per un miglioramento sociale. E di questo Eliot è perfettamente consapevole, perché

sempre nel medesimo testo sottolinea che “one symptom of the decline of culture is indifference...”, e ciò si

riflette palesemente dal punto di vista dei rapporti sociali, ed in virtù di quest’ultimo elemento, è lapalissiano

che egli critichi fortemente le masse ed il loro individualismo, che si traduce in un egoismo che rovina

64
Citaz. tratta dall’introduz.

86
www.ilmondodisofia.it

l’individuo: “Population should have an active part in culture”, perché senza cultura un nazione non possiede

neanche l’ideale di patria, è solo “an illusion of unity”, unità tanto invocata da parte di Eliot.

Eliot odiava le città industriali, anche perché a suo parere erano simbolo di degrado non solo morale,

ma anche spirituale, e di riflesso emblema di decadenza culturale. La civiltà dei consumi, tanto all’epoca

della Waste Land, quanto nel periodo attuale, antepone, anche a causa della miopia morale di milioni di

persone, il vero benessere, sacrificandolo in nome di un progresso esasperato, che solo in apparenza ci fa

stare meglio, ma che in realtà annulla anche gli indubbi benefici che il progresso in se stesso apporta alla

nostra vita quotidiana. Oggi siamo in presenza di una civiltà dominata dal deserto de i non valori, dall’usura

economica più o meno legalizzata, dal culto dell’illegalità, il tutto in una cornice di forte perdita di senso

civico, al posto di effimeri vantaggi materiali. Tutto ciò si rispecchia anche nell’evoluzione e nello sviluppo

del linguaggio e delle lingue, e anche in questo frangente Eliot, tramite i suoi scritti, lancia un chiaro appello,

un monito che è anche politico. La cultura non deve essere manipolata e filtrata, al fine di servire come puro

strumento di tornaconto politico, la cultura deve fiorire spontaneamente, e non essere imposta; inoltre deve

essere alla portata di tutti, ma non per tutti ( e non è un paradosso, perché solo chi dimostra di essere migliore

deve avere la possibilità di emergere in un settore specifico, fermo restando che tutti, alla base, devono avere

le stesse agevolazioni).

Un importante valore da salvaguardare, da proteggere da ogni forma di possibile degrado, è proprio

l’unità culturale e linguistica europea, con le sue peculiarità e differenti varietà; il rischio è che l’Europa

diventi solo una massa di persone parlanti lingue diverse, in quanto i popoli, trascurando la conservazione e

la difesa delle loro lingue, rischiano di perdere parte del loro prezioso patrimonio culturale, un elemento

cardine di qualsiasi civiltà o nazione, il fulcro della “tradizione”. La diffidenza di Eliot è riscontrabile anche

in questa occasione:”...democracy, is a term which needs to be, not only defined, but illustrated every time
66
we use it. It is necessary to be clear about what we mean by culture and democracy...” . Nuovamente Eliot

esprime le sue forti riserve nei riguardi delle cosiddette democrazie liberali occidentali, ponendo un altro

“sovversivo” interrogativo: possono essere definiti democratici, paesi dove non esiste giustizia sociale ?

Sono paesi civili, oppure è necessario rimettersi in discussione, rivedendo le nostre concezioni di civiltà,

libertà e democrazia ? Se democrazia significa assenza di libertà culturale, allora non è azzardato affermare

65
Ibid., pag 145

87
www.ilmondodisofia.it

che oggi la democrazia è solo un contenuto formale, ma sostanzialmente inesistente, poiché siamo solo liberi

di non essere tali; e di questo Eliot, con la sua lungimiranza, era pienamente consapevole.

Seconda appendice di critica sociale.

Questa seconda appendice mira ad evidenziare come siano strettamente connesse la poesia inglese e

quella italiana, ed in modo specifico Eliot, Pavese,Ungaretti e soprattutto Montale. In sostanza, come

abbiamo avuto modo di osservare nella sezione biografica, un elemento accumuna, nel contesto europeo,

Eliot e l’Italia dell’ermetismo e del realismo: il male di vivere. In questa sede esaminerò proprio tale

fenomeno dal punto di vista oggettivo, tenendo presente proprio lo stretto rapporto tra la Terra Desolata e

Montale, ed eventuali collegamenti e riferimenti con altri scrittori europei.

Una locuzione estremamente simbolica dell’epoca contemporanea è “male di vivere”, emblema di

inspiegabile vuoto interiore, insoddisfazione, apatia e indifferenza; malessere del quale siamo vittime ed

artefici, poiché non facciamo nulla per modificare tali condizioni, lamentandoci, ma evitando di cambiare

cercando i rimedi, preferendo fluttuare passivamente, come il marinaio eliotiano, e non invece come il

marinaio di Whitman. Nel novecento il senso di solitudine, di ansia, di angoscia è una costante ossessiva,

unita ad una sensazione di incertezza e di precarietà nei confronti del futuro. Nel 1925 Montale fornì un

chiaro esempio del male di vivere:”Spesso il male di vivere ho incontrato, era il rivo strozzato che gorgoglia”

,a causa di un ostacolo che, come per il fiume eliotiano, impedisce il defluire delle acque.

Con tutti i dovuti crismi del caso, sono esempi di chiaro malessere esistenziale l’amaro destino finale

del soldato di Remarque, vittima dell’indifferenza dei mezzi di informazione, che ignorano la realtà con un

“niente di nuovo sul fronte occidentale”(titolo quanto mai indicativo della morte dell’occidente); l’amara ed

assurda condanna dello Straniero di Camus, vittima delle convenzioni, della forma avversata da Pirandello,

dei pregiudizi dei giudici che esprimono sentenze ipocrite; lo sconvolgimento esistenziale kafkiano. Perché

oggi esiste diffusamente il male di vivere ? Una parte di responsabilità è da attribuire agli organi di

informazione, che non vagliano col giusto peso, la portata delle notizie, misurando strumentalmente tali

notizie, amplificando deliberatamente fatti poco importanti, e tacendo le reali verità, fornendo una visione

66
Le citazioni sono tratte rispettivamente da: cap 1 pag 24 e 27, cap 2 pag 38 e 82, cap 5 pag 119

88
www.ilmondodisofia.it

distorta del mondo, offrendo una immgine che non corrisponde alla realtà; e tutto ciò anche a causa del

disinteresse e dell’accettazione passiva delle masse.

Come nella Waste Land, spesso si è soli anche in gruppo, o con un’altra persona, o in gruppi:

l’immediata conseguenza dell’indifferenza è un invisibile razzismo morale, una mentalità che porta a non

voler aprire gli occhi, preferendo chiudere la porta alla realtà che ci circonda; il male di vivere è un

interrogativo drammatico frutto del fittizio benessere materialistico, una domanda irrisolta senza una chiara

risposta, risposta che solo noi, esplorando la nostra terra desolata, possiamo trovare, come Eliot ci invita a

fare nella quinta sezione del poema. Gli uomini di Montale sono “sballottati come l’osso di seppia dalle

ondate...alle spalle dell’uomo c’è il vuoto, il nulla dietro me...”, vittime della morte morale per acqua, in

balia delle onde, alla deriva: questo è determinato dal fatto che non si vuole affrontare apertamente le nostre

personali Corrispondenze, poiché per la stragrande maggioranza delle persone, il bilancio risulterebbe

alquanto negativo.

Le realtà presenti nei poemi eliotiani e montaliani sono estremamente aderenti alla realtà odierna, a

conferma del fatto che, nonostante siano trascorsi molti decenni, il panorama non ha subito modifiche

epocali dal punto di vista sociale. Entrambi criticano la desolazione contemporanea, la degradazione della

cultura, ridotta a puro utile e tornaconto economico, la forte crisi di valori unita ad una perdità di identità e di

punti di riferimento. Niente in contrario a che la cultura sia anche una merce: purtroppo oggi è solo una

merce, un puro oggetto di consumo, in quanto la società si sta democraticizzando nel senso peggiore ed

ipocrita della parola, grazie ad un permissivismo barattato per tolleranza, e d una assenza di regole e di

legalità, che influisce negativamente sui rapporti sociali. L’enorme serbatoio potenziale culturale in Europa

non viene sfruttato o viene incanalato male: in questo ci sono grande aridità, grande sterilità ed una grande

sfiducia verso il futuro.

L’indifferenza, che è la peggiore malattia sociale, genera l’orrore del vuoto, vuoto incolmabile dai

beni materiali; tali beni sono sempre più diffusi, ma la gente non è felice perché alla distanza tali merci non

appagano, perché la forbice dello squilibrio sociale economico si sta allargando e perché l’insoddisfazione

nasce non tanto dalla mancanza di un bene, quanto dalla impossibilità di ottenerlo: non siamo forse in

presenza della sfrenata corsa al consumo tanto avversata da Eliot ? Tali condizioni di disagio creano i

presupposti per lo sviluppo dei conflitti sociali, proprio in virtù di una distorsione originata dalla iniqua

89
www.ilmondodisofia.it

distribuzione del benessere e del lavoro. In questo quadro, i mezzi di informazione, tramite i loro “profumi

sintetici”, combattono la solitudine portando alla ribalta falsi valori, aumentandola, poiché è molto meglio

non pensare che riflettere, è molto meglio imporre modelli basati sull’ipocrisia e sui simboli di un radicato

vuoto morale, “unreal”, ma proprio per questo “real”.

La crisi espressiva della cultura è il risultato della mancanza di sbocchi espressivi dell’uomo, capace

solo di sfociare nella sterilità; perché noi pensiamo illusoriamente di essere privilegiati, crediamo con

presunzione di essere i soli depositari della civiltà, e riteniamo i valori attuali i veri valori. Al contrario,

stiamo lentamente raggiungendo l’apice del degrado sociale, e le cinque sezioni del poema possono senza

problemi riferirsi ad una qualsiasi situazione, in una qualsiasi città moderna, in un qualsiasi giorno; il male

oscuro del disagio esistenziale non può essere annullato da palliativi materiali, il rimedio è un qualcosa che

solo noi possiamo comprare: nessuno può vendercelo, il vero problema è che stiamo vendendo noi stessi per

un profitto non certo equo e ragionevole, poiché il rapporto con gli oggetti sta sostituendo quello con le

persone, al di là dei filtri dell’informazione e della comunicazione di massa. Oggi regna l’incomunicabilità di

fondo, sebbene ci sia un frenetico sviluppo tecnologico dei mezzi per comunicare: ma a cosa servono se,

come nella Waste Land, non si sa cosa dire ? Parlare senza essere ascoltati è come non avere la possibilità di

parlare.

E’ certamente vero che il livello di sopportabilità di tale situazione dipende dal grado sino al quale

siamo disposti a tollerarla, ma è essenziale sottolineare che solo un profondo rinnovamento sociale, una

“rivolta” radicale, una svolta profonda( in pratica, una rivoluzione morale ad ampio raggio), rappresentano

l’unica via d’uscita e di salvezza. Nella quinta sezione del poema, Eliot ci invita a non farci cogliere

impreparati, a farci trovare pronti seguendo le in dicazioni del tuono: rivolgendosi un’ultima volta al lettore,

Eliot ci suggerisce che non è possibile rimettere indietro l’orologio della storia. Meglio dunque vivere nel

miglior modo possibile la vita, con la consapevolezza, acquisita proprio mediante il viaggio attraverso la

terra desolata ( intorno a noi e dentro noi), che quel che resta del giorno, ossia la parte migliore, è quella che

deve ancora venire.

90
www.ilmondodisofia.it

FONTI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Valéry- La crisi del pensiero-Il Mulino Bologna 1994

Spender- Moderni e contemporanei-Mondadori Milano 1975

Moretti- Segni e stili del moderno (dalla terra desolata al paradiso artificiale)

Eliot- L’uso della poesia e l’uso della critica-Bompiani Milano 1974

Eliot- Notes towards the definition of culture-Faber &Faber London 1948

91
www.ilmondodisofia.it

CAPITOLO DECIMO

VERSO IL VENTUNESIMO SECOLO

In quest’ultimo, breve capitolo, analizzerò la situazione storico-sociale dell’Europa contemporanea,

operando un collegamento col capitolo primo, ad ulteriore finale conferma della attualità, della validità e

della “ciclicità contenutistica” della Waste Land. Anche oggi, come negli anni Venti, l’Europa è

politicamente ed economicamente instabile, in quanto da anni lo scenario europeo è caratterizzato da un

periodo di crisi non solo economica, ma anche, soprattutto, sociale, e questa crisi è determinata dagli stessi

fattori legati al capitale incontrati tante volte nel corso del poema. Attualmente il continente europeo deve la

sua instabilità non solo allo sviluppo dei nazionalismi e degli irredentismi moderni, non solo alla mancanza

di una forte autorità sovranazionale in sede comunitaria, ma anche al fatto che stanno lentamente emergendo

le contraddizioni di un benessere che non raggiunge tutti gli strati sociali, che è conseguenza di un progresso

virtuale e non reale, proprio perché è rivolto solo verso alcuni settori che non soddisfano le vere esigenze

della collettività. Non c’è dubbio che oggi sia profondamente cambiato il panorama storico, ma a distanza di

77 anni certi problemi restano immutati: anche oggi c’è il desiderio di una autorità super partes, che permetta

all’Europa di raggiungere una condizione di tranquillità e sicurezza, al di là di regionalismi e particolarismi

nazionalistici, originati da un permanente egoismo tra le potenze europee: un’autorità carismatica europea

può forse rappresentare una via di uscita, una via di salvezza contemporanea, per combattere i mali di

Europa, costituendo una prima via per una rivoluzione sociale e culturale, individuando non solo le cause,

ma anche i rimedi.

Una dimensione basata sulla certezza dei valori è auspicabile anche dal punto di vista sociale,

sebbene il cammino sia lungo,difficile, irto di ostacoli e di sforzi che si frappongono all’idea di unificazione

europea, che per certi versi vedrebbe Eliot “idealmente favorevole” (come chiarirò più avanti). Oggi ci sono

ancora troppi nodi irrisolti socialmente, e le conseguenze sono quelle presenti nel poema: i risvolti negativi

generano nell’uomo un senso di sfiducia, malessere, indifferenza, e gli effetti possono essere devastanti in

termini morali, col risultato di creare i presupposti di una profonda crisi di identità, della quale

92
www.ilmondodisofia.it

l’impoverimento culturale e la corruzione linguistica sono due lampanti sintomi. Anche oggi la perdita

graduale di certi valori è causata dalla incomunicabilità tra la gente, tra le masse degli enormi agglomerati

urbani metropolitani: le megalopoli europee sono il simbolo del degrado dettato dal consumismo sfrenato,

dalla incontrollata corsa verso un benessere effimero e fittizio, dall’arido dominio delle leggi del mercato,

tutte situazioni delle quali anche le folle sono responsabili. Non è azzardato affermare che il consumismo stia

consumando l’uomo, anche dal punto di vista culturale, in quanto la cultura è al servizio dell’economia,

mentre dovrebbe essere il contrario; si assiste invece ad un lento sradicamento culturale, determinato dalla

fragilità del tessuto sociale europeo.

Per ovviare alle carenze dal punto di vista sociale, l’Unione Europea ha preso alcune iniziative, di

concerto con altri paesi europei, emanando direttive che non sempre vengono recepite tempestivamente, a

conferma del fatto che spesso manca la volontà di risolvere i problemi. Le decisioni più importanti

riguardano i settori sociali e culturali, al fine di ridurre le disparità ed i disagi sociali, mettendo l’economia al

servizio del sociale, al di là degli sprechi determinati dal mercato: la carta sociale europea, il fondo sociale ed

i fondi strutturali per la cultura sono tre passi fondamentali per giungere ad una condizione auspicata da Eliot

nel 1922. In quell’anno Eliot scrisse infatti sul Criterion:”...la cultura dovrebbe uscire dal provincialismo e

proiettarsi in uno spazio, in una dimensione europea...”; pur con tutte le diversità del caso, concordo

pienamente con questa affermazione, in quanto, pur salvaguardando le peculiarità di ogni paese, è importante

che in Europa vi sia una coesione culturale di fondo, perché una radicale svolta dal punto di vista culturale,

mirante a rivalutare la cultura stessa, è certamente il primo, basilare passo verso gli Stati Uniti di Europa,

ossia verso una condizione di stabilità; e credo che a suo modo, pur con le dovute differenze storiche, Eliot

aspirasse alla medesima stabilità, così importante in un’epoca di notevole disorientamento, quale fu il

periodo degli anni Venti.

FONTI BIBLIOGRAFICHE (per le informazioni UE)

Selezione rapporti euro-sicurezza sociale/anni 97-99-Centro documentazione commissione europea.

93
www.ilmondodisofia.it

CONCLUSIONE

In queste poche righe conclusive, vorrei ribadire nuovamente l’importanza del messaggio di speranza

della sezione finale del poema, speranza per un rinnovamento, una rivoluzione morale, che costituisce

l’unica via d’uscita dalla crisi che investe l’Europa contemporanea. L’ultimo pensiero che resta al termine

del viaggio è l’esigenza di “scoprire, al di là di questa sede rigidamente finita,misurabile e miserabile,


67
veramente un nuovo cielo ed una nuova terra” : quello di Eliot è un forte invito a pensare, e oggi le masse

sono disabituate al pensiero, eppure l’unico modo per liberarsi da libertà apparenti è solo questo, poiché

solamente chi riconosce e rispetta certe regole e certi valori è in grado di criticarli, metterli in discussione e

contestarne la validità. L’esortazione a non far tacere certe verità è fondamentale in particolar modo per la

nostra coscienza, perché non si può sempre restare indifferenti alla realtà esteriore ed interiore: bisogna

aprire gli occhi volontariamente, in quanto solo noi possiamo evitare di continuare ad essere ignavi. Nella
68
prima redazione della Terra Desolata si legge : “Londra, la brulicante vita che tu uccidi e generi, stipata fra

il cemento ed il cielo, sensibile ai bisogni momentanei, inconscia del tuo destino formale...Londra, la tua

gente è incatenata sulla ruota ! Spettrali gnomi rintanati in mattoni di pietre ed acciaio ! Alcune menti,

aberranti dal normale equilibrio, registrno i movimenti di questi giocattoli d marciapiede...”; e questa

condizione è determinata dall’ignavia delle folle, che viene mirabilmente rispecchiata da questo pensiero di

Gandhi (ancora un riferimento indiano quindi) : “Il nazionalismo non è un male, sono un male l’egoismo,

l’ipocrisia, l’esclusivismo, che sono il flagello delle nazioni moderne, dove ciascuno vuole avvantaggiarsi a
69
spese dell’altro” . La speranza è che ci sia presto un nuovo orizzonte nell’attuale Waste Land, con una luce

non più viola.

Massimiliano Gentile

67
Sacerdoti: Nuovo cielo, nuova terra-Il Mulino Bologna 1990, citaz.
68
Serpieri: La terra desolata, citaz. pag 165

94
www.ilmondodisofia.it

FONTI BIBLIOGRAFICHE

The Mirror of the times-Morano editore 1990

Serpieri-La terra desolata-Bur Milano 1982

Caretti-Eliot in Italia-Adriatica Bari 1968

De Rosa-La storia, la società e gli uomini-Minerva italica

Storia d'Italia-Rizzoli 1976

Storia della letteratura italiana del novecento Einaudi

Storia illustrata-Mondadori

Trigona-Saggi su Eliot-Guida editore Napoli 1973

Serpieri-T.S.Eliot:Le strutture profonde-Il Mulino Bologna 1973

Praz-La terra desolata-Einaudi Torino 1965

Melchionda-The Waste Land-Mursia Varese 1976

Moretti-Interpretazioni di Eliot-Savelli Roma 1975

Wilson-Il castello di Axel-Studio editore Milano 1988

Cianci-La città 1830/1930-Schena edizioni Fasano 1991

Crawford-The savage and the City in the work of Eliot-OUP 1987

Unger-TSEliot moments and patterns-UMP 1966

Bentley-Reading the Waste Land-UMP 1990

Gish-The Waste Land-Tms Boston 1988

Eliot-L'uso della poesia e l'uso della critica-Bompiani Milano 1974

Kojecky-Eliot's social criticism-Farrar NY 1971/72

Spender-Eliot-Fontana Glasgow 1975

Canary-Eliot the poet and his critics-ALA Chicago 1982

Carosso-Eliot ed I miti del moderno-eidz dell'Orso-Alessandria 1995

Spender-Moderni e contemporanei-Mondadori Milano 1975

69
Gandhi, Opere, citaz.
95
www.ilmondodisofia.it

Austin-Eliot literary and social criticism-London 1971

Ricks-Eliot and prejudice-Faber & Faber London 1988

Bergonz-Eliot-Kronenberg 1972

Melchiori-I funamboli-Einaudi Torino 1965

Valéry-La crisi del pensiero-Il Mulino Bologna 1994

Moretti-Segni e stili del moderno (dalla terra desolata al paradiso artificiale)

Eliot-Notes towards the definition of culture-Faber & Faber London 1948

Centro documentazione commissione europea

96

Potrebbero piacerti anche