Sei sulla pagina 1di 140

Analisi linguistica e analisi logica: gli enunciati

(Guida alla lettura del cap. 1 del «Manuale di educazione al pensiero critico»)
Prof. Francesco Piro
Introduzione: che cosa dobbiamo saper fare per
studiare bene all’Università?
Quali sono i saperi pratici (“competenze”) indispensabili per
seguire un discorso orale (p. es. una lezione) o comprendere e
riassumere un discorso scritto, cioè un testo? Sono tre:

(1) Saper cogliere come il discorso è organizzato, riconoscendo le


singole parti e le loro funzioni (competenze linguistiche).

(2) Saper individuare il tema dell’intero discorso, quello che


l’autore vuole dire e come lo dice (competenze testuali).

(3) Saper distinguere quello che è effettivamente detto da ciò che


è negato o solo suggerito come possibile (competenze logiche).
2
Questo corso ha lo scopo di:

(1) Riattivare un po’ le competenze linguistiche che avete già


messo a punto nella scuola.

(2) Aiutarvi a perfezionare le competenze testuali, cioè di lettura


attenta di testi e di comprensione del contenuto.

(3) Darvi le conoscenze e gli strumenti necessari per ampliare e


organizzare meglio le vostre competenze logiche.

(4) Darvi le conoscenze e gli strumenti per valutare un discorso


(altrui ma anche vostro) e giudicarne la forza probante.
Queste sono le competenze critiche, le più preziose di tutte.

3
I/1: Gli enunciati. Aspetti linguistici
Un enunciato (o anche: un asserto, una proposizione) è una
sequenza di parole che esprime un pensiero in un modo che lo
rende accessibile ad altri parlanti.

[Nota: È cosa incerta se tutti i nostri pensieri abbiano una forma


enunciativa. È invece certissimo che solo il pensiero espresso in
forma proposizionale è riconoscibile dagli altri come un pensiero.
Se dico “Sto pensando a Gaspare”, ciò non chiarisce al mio
ascoltatore che cosa io pensi. Se invece dico “Penso che Gaspare
sia stupido”, sto formulando un pensiero che il mio ascoltatore
può capire e con cui può dichiararsi in accordo o disaccordo. Un
enunciato è dunque una stringa di parole che può essere
preceduta da espressioni come: “penso che…”, “sono convinto
che…” o, (più impersonalmente) “è vero che…”,”è falso che…”,
“è possibile (o impossibile) che…” e così via]
4
Un enunciato può essere semplice o composto
Un enunciato semplice è un enunciato che non può essere diviso
in parti senza diventare insensato: p. es.» «Piove, «Giorgio è
bravo», «Andrea andava a spasso», «Il medico curò la ferita».
Nella lingua italiana, però, noi siamo soliti formare frasi ben
più lunghe. Per esempio, la frase
“Il bruno e simpatico Tazio andava con passi felpati in
direzione della lontana casa del padre”
potrebbe essere parafrasata logicamente così:
“Tazio è bruno & Tazio è simpatico & Tazio andava in
direzione di una casa & quella casa era del padre & quella
casa era lontana & Tazio andava con passi felpati”
Questa parafrasi è brutta ma ci permette di contare gli enunciati
semplici di cui è composta la frase precedente, che è un
enunciato composto, ovvero che unisce più enunciati semplici.
5
Enunciati strutturalmente composti

L’enunciato “Il bruno e simpatico Tazio…” etc etc. è un


enunciato composto perché contiene molti enunciati, tutti legati
attraverso la congiunzione “e”.
Finché gli enunciati basilari sono legati con la sola “e” (ovvero
sono “coordinati”), li si può separare senza perdere informazione.
Ad esempio: “il gatto è sul tavolo e miagola” dice la stessa cosa
di “Il gatto è sul tavolo. Il gatto miagola”.

Per contro, vi sono anche frasi in cui i singoli enunciati sono in


un rapporto di dipendenza (“subordinati”). In questo caso, non si
possono separare i componenti: Es.: “Il gatto è sul tavolo
perché un cane lo ha spaventato”. “Un gatto è sul tavolo. Un
cane lo ha spaventato” non dice la stessa cosa. Questa frase
costituisce un enunciato strutturalmente composto. 6
Come esprimiamo gli enunciati composti?
Gli enunciati strutturalmente composti sono legati per mezzo di
congiunzioni diverse da «e», ovvero: mentre, quando, se, dopo
che, siccome, al fine di, per mezzo di…(“Mario cantava al fine
di compiacere Linda”)

[Come vedremo al capitolo III/1, una buona parte di queste congiunzioni è


riconducibile ai connettivi studiati dalla Calcolo Proposizionale: negazione,
congiunzione, disgiunzione, relazione condizionale.
Le congiunzioni di cui facciamo uso nella lingua comune sono molte di più
perché esse ci danno informazioni di contenuto che la logica trascura. Ci sono
congiunzioni che indicano la relazione temporale tra due eventi («mentre»;
«dopo che»), altre che specificano che tipo di relazione condizionale sussiste
tra gli eventi («al fine di», «con la conseguenza di», «servendosi di»), altre
specificano che gli enunciati congiunti non sono del tutto compatibili («ma»,
«sebbene»). Sotto un profilo strettamente logico, questi aspetti non contano]
7
Altri modi per rendere gli enunciati composti
La lingua ci dà molti strumenti per esprimere gli enunciati
strutturalmente composti, oltre alle congiunzioni.
Per comprimere molte informazioni in frasi non troppo lunghe,
possiamo fare uso di:
Gerundi e participi: “Cavalcando sulle colline, mi ponevo il
problema del senso della vita” (= Mentre cavalcavo……,……)
Aggettivi con funzione verbale: “Attento solo al suo lavoro, non
aveva seguito la malattia della moglie” (Poiché era attento solo
al suo lavoro…:”). Etc.
Per contro, per non fare frasi troppo lunghe, possiamo invece
spezzare gli enunciati composti in frasi separate legate con
connettivi inter-enunciativi: p. es. “ciononostante”, “perciò”,
“pertanto” etc: “Andrea era stanco. Perciò è andato a casa” (=
poiché era stanco, Andrea è andato a casa”).
8
Piccolo “esercizio di stile”: trasformate questa lunghissima
frase in una successione di enunciati semplici
(usando dove è opportuno i connettivi inter-enunciativi)

“In auto come ero, sulla circonvallazione esterna di una


turbolenta metropoli e con auto e autocarri e motorette che
sfrecciavano tutt’intorno, la vidi improvvisamente che procedeva
tranquillamente come se nulla fosse avvenuto, sbocconcellando
un gelato, così che il frenare a tavoletta e l’incidente che ne seguì
fu per me come un semplice punto esclamativo che concludeva il
balzo al cuore della mia sorpresa.”

Ad esempio: «Ero in auto. Ero sulla circonvallazione esterna di una turbolenta


metropoli. Nel contempo, auto, autocarri…» (continua tu)

9
“Esercizio di stile” opposto: comprimiamo tutto in
una sola frase!

1: «Sempronia non è stupida. Ma è molto disordinata.


Lo è anche mentalmente. Perciò sembra stupida».
•(Una soluzione possibile è «Essendo molto disordinata ed essendolo anche
mentalmente, pur senza essere stupida, Sempronia sembra stupida»)

2: «Sono andato a casa. Vi ho trovato Asdrubale.


Nonno era uscito. Di conseguenza, ho chiesto ad
Asdrubale quando sarebbe tornato nonno»
(una soluzione è: «Essendo andato a casa e avendovi trovato Asdrubale mentre
nonno era uscito, ho chiesto ad Asdrubale quando sarebbe tornato nonno»)

VAI ORA AGLI ESERCIZI 1.1, 1.2. 1.3 DEL «MANUALE DI EDUCAZIONE AL
PENSIERO CRITICO» (p. 41, soluzioni a p. 244)
10
Enunciati logicamente complessi: le presupposizioni

Vi sono degli enunciati che rinviano ad altri enunciati non detti:


se sono veri i primi, debbono essere veri anche i secondi.
«Bartolo ha smesso di bere» presuppone che sia vero «Bartolo
beveva». «L’attuale re di Francia è calvo» presuppone «La
Francia oggi ha un re». «Tizio si illude di avere successo»
presuppone: «Tizio non ha successo».
Gli enunciati con presupposizioni hanno una singolarità: per
negarli, si deve scegliere se contestare l’enunciato pronunciato,
quello presupposto o entrambi. Dicendo «Non è vero che
Sempronio ha smesso di bere» non è chiaro se sto contestando
l’enunciato di base o la presupposizione.
Vai agli esercizi 1.4 e 1.4bis del «Manuale..»

11
Conclusione: consigli per la parafrasi di testi
Se trovate difficile un passo da studiare, provate a farne una
parafrasi in base a queste regole:
(1) Semplificate gli enunciati troppo ricchi. Mettete tra
parentesi gli aggettivi o gli avverbi o le frasi incidentali.
(2) Sostituite le congiunzioni ai vari gerundi, participi etc.
(“Venendo egli…” = “mentre egli veniva…”).
(3) Specificate a quali precedenti enunciati si riferiscano i
connettivi inter-enunciativi usati A cosa si riferisce “perciò”?
(4) Esplicitate le presupposizioni. Chiarite tutti i sottintesi.
(5) Rendete concreti i discorsi che usano termini astratti (“Il
calore dà luogo ad assuefazione” = “coloro che sentono caldo,
prima o poi vi si abituano”).
(6) Se necessario, riassumete per punti il discorso, usando i
connettivi inter-enunciativi quando vi appaiono utili.
VAI ALL’ESERCIZIO 1.5 («MANUALE…», p. 42) 12
I/II: L’enunciato da un punto di vista logico
Quando è che un enunciato è dotato di senso?

Per essere accessibile ad altri – cioè dotato di un senso


riconoscibile - un enunciato deve essere:

1. Ben formato a un livello grammaticale, cioè capace


di rendere perspicuo il pensiero (Controesempi: “Il
saltato gatto sul tavolo è” - “Notte scesa qui era” o
anche “Picchiò il maestro l’allievo”).

2. Completo, cioè costituente una sequenza in cui non


manchi alcuna parte (Controesempi: Giacomo
è….. - Se il gatto è sul tavolo, allora...).
13
(continua)
3. Non contraddittorio ovvero non assurdo, cioè che
non leghi concetti incompatibili risultando perciò
incomprensibile (Contro-esempi: “Quel cerchio è un
quadrato” “Idee verdi incolori dormono furiosamente”,
“Mia nonna è una sinfonia”).

[Nota: Vi sono molti casi nei quali noi siamo in grado di attribuire un senso
anche a enunciati formati male (per esempio quelli di un bambino) o
incompleti (quelli di una persona che non vuole dire tutto quello che pensa).
Infine – è il caso più interessante – anche enunciati letteralmente assurdi
possono avere un senso, quando vengono usati a scopi espressivi. Le figure
retoriche di cui si fa uso nel linguaggio poetico, ad esempio, sono
contaminazioni (volute) tra campi semantici diversi tra loro. L’asserto “mia
nonna è una sinfonia” potrebbe essere una metafora poetica efficace!]
VAI ORA AGLI ESERCIZI 1.6, 1.6bis, 1.7, 1.7bis (p. 43)
Tipi di enunciato
•(1) Vi sono enunciati fatti per richiedere informazioni o opinioni
altrui, cioé enunciati interrogativi («A che ora parte il treno?») .

•(2) Vi sono enunciati che esprimono desideri (ottativi: «Oh se tu


venissi da me!») o danno ordini (imperativi: «vieni da me!»).

•(3) Vi sono enunciati che esprimono emozioni (esclamativi: «Oh,


che noia!»).

•(4) Vi sono enunciati cerimoniali o pragmatici, che svolgono


una funzione nel corso di un’azione («Dichiaro aperta la seduta»).

(5) vi sono enunciati che esprimono un’opinione o anche una


notizia che riteniamo vera. Li chiameremo enunciati tetici. Sono
di solito quelli che sono oggetto di discussione tra le persone 15
Tipi di enunciati tetici

A rigore, possiamo distinguere tre diversi tipi di enunciati tetici:


(1) Gli enunciati dichiarativi si riferiscono a una realtà
indipendente da noi e che sono suscettibili di essere veri o falsi, a
seconda della loro corrispondenza con la realtà (p.es. “2 + 2 = 4”,
“il piombo pesa più del ferro”, “la porta del giardino è aperta”).
(2) Gli enunciati normativi si riferiscono alle azioni nostre o altrui
o alle regole che tali azioni debbono seguire (“È tuo dovere
assistere i tuoi genitori”, “È mio diritto essere lasciato in pace”).
Essi non sono letteralmente «veri» o «falsi», appare più corretto
dire che essi ci appaiono moralmente validi o non validi.
(3) Enunciati valutativi che esprimono i nostri sentimenti su cose
ed eventi (“Il film era meraviglioso”, “L’Olanda è bellissima”, “La
carne di coccodrillo fa schifo”….). Anche questi non sono veri o
falsi, ma conformi o non conformi al nostro gusto.
16
(continua)

In breve, il ragionamento scientifico, il ragionamento


morale e il ragionamento estetico o di gusto sono
ragionamenti di tipo molto diverso. È bene anzi evitare
che si confondano e, per farlo, bisogna evitare parole
dal significato confuso che sembrano ondeggiare tra
fatti e valutazioni….
VAI ORA AGLI GLI ESERCIZI 1.8, 1.9 (1.9BIS E 1.9TER A PIACERE) A P. 44 DEL
«MANUALE DI EDUCAZIONE AL PENSIERO CRITICO» , LE SOLUZIONI SONO
SEMPRE A PP. 245-246.

17
II/1: Il discorso sotto un profilo logico
Quali attività facciamo con il discorso?

Un discorso è una sequenza coerente di enunciati. Un discorso


può:
- descrivere un oggetto o più oggetti
- raccontare un fatto o una successione di fatti
- spiegare un fatto avvenuto o un insieme di fatti
- giustificare o motivare una scelta
- formulare ipotesi e previsioni partendo da ciò che è noto
La descrizione e la narrazione ci danno una successione di
enunciati: le varie parti del discorso sono collegate per
enumerazione o attraverso connettivi spaziali o temporali (“a
sinistra…., a destra…” “prima…poi…”).
Per contro, spiegazione, la motivazione di una scelta, la
formulazione di un’ipotesi, sono tipi di discorso in cui alcuni
enunciati (= premesse) vengono posti come fondamento di altri
enunciati (conclusioni). Essi esprimono cioè un ragionamento.
L’inferenza e indicatori di inferenza
L’attività di ragionare si basa sull’ inferenza.
L’inferenza è un processo che si potrebbe chiamare elaborazione
di informazione: dalle informazioni che già ho (che ritengo vere)
spremo delle informazioni ulteriori. Le informazioni di partenza
vengono chiamate premesse, le informazioni di arrivo sono
chiamate conclusioni.

INDICATORI DI PREMESSA INDICATORI DI CONCLUSIONE


Se…. allora…..
Dato che… quindi……
Siccome… dunque…..
Poiché…. pertanto……
Sulla base del fatto che… ne deriva che….
[Da Coliva – Lalumera, Pensare. Leggi ed errori del ragionamento, Carocci,
2006, p. 28].

19
Ragionamento e argomentazione

Quando un ragionamento viene esposto in modo pubblico, per


sollecitare la collaborazione o il consenso da parte degli
interlocutori, si ha una argomentazione.
Un’argomentazione può ricostruire il processo di inferenza, cioè
andare dalle premesse alle conclusioni. Ma essa può anche
seguire il percorso opposto: prima dare la tesi (conclusione) e poi
esporre le ragioni che la giustificano o la fondano (premesse).
Quando diciamo «dunque», «quindi», «pertanto» segnaliamo che stiamo
arrivando dalle premesse ad una conclusione. Usando i simboli della logica: A,
B├ C. Quando diciamo «infatti», «perché», «siccome….», indichiamo invece
che stiamo dando le ragioni di una tesi già esposta. In termini logici: C┤A, B

VAI ORA AGLI ESERCIZI 2.1., 2.2 e 22.bis DEL «MANUALE..:»


Ricostruzione logica degli argomenti
Molto spesso le nostre argomentazioni sono ellittiche, cioè noi non
esprimiamo tutte le ragioni che ci hanno portato a una data conclusione.
Per ovviare a questo difetto, è utile fare uso del modello di Toulmin.
Un’argomentazione è convincente se e solo se: (i) vi sono dei dati di partenza
sicuramente veri; (ii) vi sono delle premesse più generali che coprono il
passaggio dai dati alle conclusioni («di garanzia»); (iii) sono state considerate
le possibili limitazioni delle premesse di garanzia; (v) la conclusione tiene
conto delle limitazioni («certamente» o invece «probabilmente» o «forse»).
ESEMPIO: “Alcuni moldavi hanno commesso gravi delitti. Dunque, i moldavi
sono particolarmente pericolosi” – RICOSTRUZIONE LOGICA: “Alcuni
moldavi hanno commesso gravi delitti. [PREMESSA IMPLICITA: Se alcuni
membri di un insieme hanno determinate caratteristiche, tutti i membri
dell’insieme hanno quelle stesse caratteristiche]. Dunque….
DOMANDA CRITICA: Accettereste la premessa se applicata ad altre
comunità? Per esempio ai campani, partendo dai delitti della camorra?
ESITO: Se la premessa di garanzia non è accettabile, il ragionamento è
indifendibile….
21
Trovate la premessa nascosta! (esercizio
di riscaldamento…)
(1)Il signor Gianni sembra una brava persona. Ma non lo si vede mai a messa.
Dunque, le apparenze ingannano
[«Il signor Gianni sembra una brava persona. Ma non lo si vede mai a messa. Chi non va a
messa, non può essere una brava persona. Dunque il signor Gianni non può essere una brava
persona e, se lo sembra, è perché le apparenze ingannano»]

(2) Tazio ha incontrato Calpurnia e non ha mostrato alcun interesse per lei.
Allora non è vero che tutti i maschi sono stupidi
[Tazio non ha mostrato alcun interesse per Calpurnia. Calpurnia è il tipo di donna che suscita
l’interesse dei maschi stupidi. Dunque Tazio non è stupido, pur essendo maschio…]

(3) La dottrina esoterica afferma che esiste la magia. Pertanto, soltanto un


imbecille può accettare la dottrina esoterica [questa è facile…]

VAI ORA AGLI ESERCIZI 2.3, 2.3bis, 2.4 («MANUALE…», pp. 66-7)

22
II/2: Tipi di ragionamento
La deduzione

•Quando la conclusione di un processo inferenziale è


completamente giustificata dalle premesse, il processo prende il
nome di deduzione. La deduzione si riconosce per la sua
necessità: date le premesse, non vi è altra conclusione possibile.
Ovvero: la conclusione non aggiunge informazione rispetto alle
premesse, esplicita soltanto quella già latente in esse. Ne deriva
che, se la conclusione è falsa, una delle premesse è falsa.

Esempio: un gentiluomo si comporta sempre gentilmente.


Giorgio è un gentiluomo….[Se la conclusione non fosse “Giorgio
si comporta sempre gentilmente” dovremmo 1 negare almeno una

delle due premesse!]


Come funzionano le inferenze deduttive?
Le inferenze deduttive poggiano sulle regole di uso degli
operatori logici (vedi III/1). Tra gli schemi deduttivi più tipici:

(1)Sappiamo che, se l’enunciato A è vero [oppure: che, se gli


enunciati A, C, etc.…sono congiuntamente veri], è vero
l’enunciato B. (2) Sappiamo che l’enunciato A è vero. (3)
Dunque, l’enunciato B è vero. Questo schema si chiama
modus ponens.
(2) E’ valida anche la deduzione inversa: (1) Sappiamo che, se
l’enunciato A è vero, l’enunciato B è vero (2) Sappiamo che
l’enunciato B non è vero. (3) Dunque, l’enunciato A non è
vero. Questo schema, chiamato modus tollens, è alla base
della confutazione (“hai detto che è vero A. Ma se fosse vero
A, sarebbe vero B. B è falso, dunque.....).
2
Esempi di ragionamento deduttivo
1.Se Tazio va al cinema, lascia il gatto in cortile. Il gatto non è nel
cortile. Tazio non è andato a cinema [modus tollens]
2.Se uno è irlandese, è nordeuropeo. Jim è irlandese. Jim è
nordeuropeo [modus ponens. Riformulandolo come “Tutti gli
irlandesi sono nordeuropei. Jim è irlandese. Jim è nordeuropeo”
si tratterebbe di un tipico sillogismo. Vedi IV/1]
3. Se il gatto va nel cortile, si sporca. Se il gatto si sporca, occorre
pulirlo. Il gatto è andato nel cortile. Occorre pulirlo [sono due
modus ponens di seguito: la relazione «se….allora» è transitiva,
ovvero ammette che se A implica B e B implica C, A implica C]
4.Allorché [=Se] Ilde si pesa, si mette a dieta. Quando [= Se] si
mette a dieta, diviene di cattivo umore. Ilde non è di cattivo
umore. Non si è pesata in questi giorni [doppio modus tollens].
VAI ORA AGLI ESERCIZI 2.5 E 2.5bis («MANUALE», p. 67)

3
Altre forme di ragionamento: l’induzione

Vi sono altre forme di ragionamento, caratterizzate dal fatto che


la conclusione non sgorga necessariamente dalle premesse. Qui è
come se le premesse pagassero una parte del biglietto
inferenziale, ma non tutto! Il caso più noto è

L’induzione: questo processo inferenziale ricava un enunciato


generale dall’esame di una serie di casi particolari.
Lo schema è: (1) Esamino determinati esemplari della
categoria x (x1, x2, x3…) (2) Trovo che per tutti i casi
osservati è vero l’enunciato A. (3) Ne derivo che per tutti
gli x è vero l’enunciato A.
Esempio: ho visto molti corvi e tutti erano neri…dunque tutti i corvi sono
neri. Altro esempio: tutti i metalli osservati sono pesanti, dunque occorre una
certa massa atomica per acquisire le caratteristiche proprie dei metalli.
4
L’inferenza dei giuristi e degli storici: l’analogia

Un tipo molto diffuso di ragionamento induttivo è il


ragionamento per analogia: x assomiglia per molti tratti a y,
dunque un certo enunciato A, che è certamente vero per y,
deve essere vero anche per x. Si tratta di un ragionamento
induttivo, perché esso sottende che x e y siano i membri di una
data classe per la quale è vero A.
Tra i ragionamenti analogici più tipici vi è:

(1) L’argomentazione basata sul richiamo a un precedente storico: “Questo


uomo politico sta organizzando un corpo paramilitare, come già fecero
Mussolini e Hitler. Dunque, anch’egli si propone di distruggere la
democrazia”.

(2) L’argomentazione basata su un caso proverbiale: “G. ti sta adulando


come la volpe con il corvo: si vede che sta per tirarti una fregatura”.
5
L’induzione nell’argomentazione comune
Nell’argomentazione quotidiana, noi facciamo uso di esempi quando
vogliamo riassumere in breve un processo induttivo che ci è capitato di
fare. Infatti è sottinteso che l’esempio fatto sia solo uno dei casi che
potremmo
. citare a vantaggio della nostra tesi:
“La televisione è sempre più scadente a livello culturale. Ad esempio, i classici del
teatro sono dati sempre più di rado e ad orari impossibili”
“Il capitalismo è dappertutto in crisi. Anche negli USA i poveri crescono
continuamente”

L’interlocutore può però ricorrere a dei contro-esempi (cioè a casi


particolari che contraddicono la conclusione) o dare una diversa
spiegazione dei casi citati. In questo caso, egli potrà accusare l’altro di
generalizzazione azzardata, la fallacia tipica dei processi induttivi
fatti senza una sufficiente casistica e senza considerazione delle
possibili spiegazioni alternative (vedi VII/2).
L’inferenza degli investigatori: l’abduzione
L’abduzione è un tipo di ragionamento che in passato era confuso
con l’induzione, ma che oggi viene distinto da essa.
L’abduzione non consiste in una generalizzazione, ma va da
uno o più casi particolari osservati a un altro caso particolare
(non osservato) che li spiega. I fatti osservati fanno da segni o
da indizi di un fatto non osservato:
Schema:
•(1) C’è un fatto osservato x che non ha una spiegazione.
•(2) se fosse vero il fatto y, esso spiegherebbe x.
•(3) Si sono verificati altri fatti (w, z…) che si accordano bene con y.
•(4) Dunque è vero y.
Esempio: per compiere il delitto, l’assassino deve essersi bagnato le scarpe. La
sera del delitto, Tizio è stato visto con le scarpe bagnate. Dunque, Tizio è
l’assassino. Altro esempio: manca la corrente elettrica. Poco fa ho visto una
lampadina che tremolava. Deve esser stata quella lampadina, fulminandosi, a
provocare un corto circuito.
7
Un celebre esempio di Charles S. Peirce
Deduzione: so che questo sacco contiene solo
fagioli. Giudico che, mettendo la mano nel
sacco, prenderò dei fagioli.
Induzione: non so che cosa contenga il sacco
ma, mettendoci le mani dentro, ne ho tirato
fuori dei fagioli. Giudico che tutto il sacco
contiene solo o prevalentemente fagioli.
Abduzione: vedo dei fagioli per terra davanti a
un sacco che contiene fagioli. Giudico che
stanno lì perché sono caduti fuori dal sacco.
8
Induzione e abduzione sono ragionamenti?
Induzione e abduzione sono spesso soggette all’errore, sono
inferenze rischiose. Ma allora perché le usiamo?
La prima ovvia ragione è che esse ci sono indispensabili: non
potremmo ricavare un giudizio sui fatti in altri modi. Inoltre esse
ci sono naturali. Più che come ragionamenti, l’induzione e
l’abduzione sono i modi in cui la nostra mente continuamente
produce congetture a partire da ciò che osserva, in modo
quasi automatico (per molti degli esempi delle slide precedenti,
si potrebbe parlare di illazioni piuttosto che di vere e proprie
inferenze).
Soltanto quando introduciamo dei procedimenti di controllo che
diminuiscono la possibilità di errore, l’induzione e l’abduzione
divengono veri ragionamenti.
9
L’induzione ragionevole secondo J. Stuart Mill
Per esempio, un’induzione generalizzante è accettabile se e solo
se essa parte dall’esame di molti casi differenti e il confronto ci
permette di escludere tutte le generalizzazioni tranne una.
Poniamo che ci occorra stabilire se alcuni fatti somiglianti tra loro che
denominiamo fatti “a” (a1, a2, a3...) hanno come causa uno stesso fattore o
circostanza “b” (b1, b2, b3...). Secondo John Stuart Mill, dovremo:
(i) Prendere un campione vario e ampio di casi “a” e vedere se è sempre
rintracciabile in essi il fattore “b” (metodo dell’”accordo”).
(ii) Esaminare se, in circostanze in cui è assente qualunque fattore di tipo
“b”, si può produrre comunque “a” (metodo della “differenza”). Se “a” non si
produce, questo è un dato a favore della dipendenza di “a” da “b”. Si continui
comunque ancora a sperimentare insieme (i) e (ii).
(iii) Esaminare se, togliendo tutte le circostanze concomitanti a parte “b”, si
produce comunque “a” (metodo dei “residui”).
(iv) Se la presenza di “b” può essere più meno intensa, controllare se la
variazione di “b” influenza il verificarsi di “a” (metodo della variazione
concomitante) 10
Un esempio storico
Per scoprire come si trasmetteva la febbre gialla tra i soldati di
stanza a Haiti, i militari inglesi ricorsero al seguente
esperimento: costruirono una casa in cui un’ala era perfettamente
isolata dall’intrusione di zanzare e un’ala in cui le zanzare
potevano entrare.
Dei volontari furono chiusi in entrambe e ne risultò che soltanto
quelli che erano esposti alle zanzare, prendevano la malattia
(primo passo: metodo dell’accordo). Si tentò allora di infettare gli
altri con abiti di ammalati e altre sostanze infette (metodo della
“differenza”). Per contro, la parte della casa dove le zanzare
potevano entrare venne tenuta scrupolosamente pulita e priva di
ogni agente possibile di infezione (metodo dei “residui”). Poiché
la malattia continuava a colpire solo quelli punti da zanzare, si
concluse che le zanzare erano l’unico veicolo di infezione.
VAI ORA ALL’ESERCIZIO 2.6 («MANUALE» p. 67)
11
L’analogia: quando è pertinente?
Nel caso dell’analogia, è spesso impossibile ampliare il numero
dei casi considerati. In questo caso, ciò che conta è soprattutto il
numero delle somiglianze tra i casi che possiamo mettere a
confronto. Occorre che queste somiglianze siano pertinenti
(cioé abbiano un possibile ruolo causale rispetto alla
conseguenza che traiamo) e che, per contro, le dissomiglianze tra
i casi siano non pertinenti rispetto al problema considerato.

L’analogia nasce dalla capacità della nostra mente di cogliere


forme simili in oggetti diversi (di cogliere una «isomorfia»).
Ecco dei casi tipici di inferenza di tipo analogico:
ABCDE ZVUT?................(S)
EFHMQ AB???........... (DGM)
UCCELLO : NIDO UOMO: ?....... (CASA)
VAI ORA ALL’ESERCIZIO 2.7 («MANUALE..:» p. 68) 12
L’abduzione e la “scelta della migliore spiegazione”
Infine, una abduzione è un ragionamento (e non un’illazione)
quando: (a) raccogliamo tutti i possibili indizi sul fatto; (b)
formuliamo, sulla base degli indizi, tutte le possibili
spiegazioni; (c) scegliamo quella che non contrasta con nessuno
dei fatti osservati ed è più coerente con tutti.
Questo metodo si chiama scelta della spiegazione migliore.

Esempio. Mettiamo che io dica: «Ho bussato alla porta di Giorgio e non ha
aperto, deve essere uscito». Quella che ipotizzo non è certo l’unica spiegazione
possibile: il campanello potrebbe essere rotto, Giorgio potrebbe essere morto o
divenuto improvvisamente sordo. Tuttavia, dati i fatti noti (il campanello ieri
funzionava, ieri Giorgio stava bene e non era sordo…), questa spiegazione è
più semplice delle altre, è ragionevole adottarla fino a prova contraria.
VAI ALL’ESERCIZIO 2.9 (p. 68)
13
RIEPILOGO
1) Nella deduzione (il ragionamento tipico del matematico),
conta il peso delle premesse, che debbono essere tanto
forti da escludere tutte le soluzioni tranne una.
2) Nell’induzione generalizzante (tipica del naturalista),
conta il numero dei casi osservati: più sono (e più sono
tipologicamente diversi), più credibile è la conclusione.
3) Nell’induzione analogica (tipica dello storico o del
giurista), dove i casi sono forzatamente pochi, conta il
numero delle somiglianze tra i casi esaminati.
4) Nell’abduzione (tipica del detective) conta il numero degli
indizi raccolti sul singolo caso che stiamo esaminando.

14
Esempi
1. Ieri non ho digerito bene. Tra i piatti che ho mangiato, uno
conteneva i fagioli, che non avevo mai mangiato prima:
dunque è colpa dei fagioli (si parte dai dati su un singolo caso
e si fa un’ipotesi su quel singolo caso: abduzione).

2. Non riesco a digerire i ceci. Non riesco a digerire i fagioli. Non


ho mai assaggiato le lenticchie ma, poiché sono legumi, so già
che non le digerirò (si confrontano casi diversi tra loro e si
ipotizza una legge comune: induzione).
3. I fagioli sono legumi e io non digerisco alcun legume. Dunque,
non riuscirei a digerire dei fagioli (si parte da premesse forti e
se ne ricavano le conseguenze: deduzione).
VAI ALL’ESERCIZIO DI RIEPILOGO 29.BIS E FALLO TUTTO (p. 69)

15
III/1: Analisi del ragionamento deduttivo
I connettivi

Abbiamo finora definito la deduzione come: quel


ragionamento che ha premesse tanto forti (o di tale
«peso») da eliminare ogni conclusione tranne una.
Ma ora dobbiamo domandarci: e come facciamo a stabilire
quanto sono “forti” le premesse? Per aiutarci a farlo, le
lingue hanno inventato delle espressioni che ci obbligano a
precisare il contenuto di pensiero dei nostri enunciati. Sono
i connettivi logici. Da un punto di vista formale, la
deduzione non è se non un processo che segue le regole di
uso di questi connettivi, ovvero un calcolo.
Connettivi logici di uso quotidiano

Negazioni: non, è falso che, mai…


Congiunzioni: e, inoltre, perdipiù, ancora…
Disgiunzioni: o, oppure, in alternativa, invece….
Nessi condizionali: se, allorquando …..
Quantificatori: tutti, alcuni, un solo…..
Indicatori di predicazione: “è” “gli appartiene”
Indicatori di relazione: è simile a, viene prima di..
Indicatori modali: è possibile, è lecito, è plausibile che, è
probabile che ..(oppure è necessario che, è doveroso
che, è certo che….)
La formalizzazione logica

La logica formale, creata in comune da filosofi e


matematici, propone dei connettivi o «operatori»
artificiali che rispecchiano le funzioni di questi
connettivi linguistici.

Nota bene: vi sono molte congiunzioni della lingua quotidiana


che non sono formalizzate, perché non servono a dedurre, ma ad
altri scopi della comunicazione linguistica. Per esempio “benché,
sebbene, tuttavia” (congiunzioni avversative e concessive) hanno
una funzione comunicativa, non inferenziale. Dal punto di vista
logico, “tuttavia” non dice nulla di più della congiunzione (“e”,
“inoltre”), ma aggiunge l’opinione del parlante che il fatto che
sta introducendo non sia ben accordato con i precedenti.
Brevissimi cenni di storia della logica

Nella tradizione occidentale coesistono due tradizioni di studi


logici: quella di Aristotele (basata su predicazioni: A è B) e quella
degli Stoici (basata su relazioni condizionali: se A, allora B). I
logici moderni capirono che le operazioni di entrambe si
potevano formalizzare attraverso un sistema fondato su
operatori formali di tipo matematico.

Quest’approccio matematico alla logica, intuito ma non sviluppato da Leibniz,


fu introdotto da George Boole (1815-64), tocca i suoi vertici con Gottlob Frege
(1848-1925), Giuseppe Peano (1858-1932) e Bertrand Russell (1872-1970).
Quest’ultimo, con Alfred Whitehead (1861-1947), scrive i Principia
mathematica, (1910-1913). David Hilbert e altri formalizzerano poi negli anni
’20 il Calcolo dei predicati, il calcolo modale è ancora più recente (Saul
Kripke, 1960).
Il Calcolo Proposizionale (CP)

Per studiare le inferenze logiche basate sui connettivi che


collegano tra loro gli enunciati («o», «se…allora..») è stato
creato il Calcolo Proposizionale.

Questo calcolo rappresenta con singole lettere alfabetiche


qualunque enunciato: a, b, c, d, e, f, g…..p, q, r etc. Chiamiamo
variabili le lettere.

Ogni formula ben formata composta con queste variabili (e con


gli operatori che poi vedremo) può avere due e solo due valori:
V o F, vero o falso.
Il CP usa anche le parentesi per evitare possibili confusioni
(proprio come l’algebra) nonché l’operatore ├ che indica la
conclusione di un processo di inferenza («dunque», «pertanto»).
I connettivi
Per collegare le variabili, vi sono 4 connettivi fondamentali:
¬ (negazione, not)
& oppure Λ (congiunzione, et)
V (disgiunzione non esclusiva, vel)
→ (condizionale, se….allora…)

Questi 4 connettivi possono essere ridotti o ampliati, a seconda


delle esigenze. Gli ampliamenti tipici sono:
↔ (bicondizionale, se e solo se….)
/ (disgiunzione esclusiva, aut aut)
| (incompatibilità, not-and)
(Questi operatori possono essere introdotti per facilitare il calcolo, pur
essendo riducibili in modo molto preciso ai 4 operatori precedenti.
Sono formule ben formate: (1) p (2) p & q; (3) (p & q) → r; (4) (p & q)
V (r & s).
Connettivo n. 1: la negazione logica
La negazione è il connettivo che inverte il valore di
verità di un enunciato.
¬ p corrisponde a “è falso che p”.
¬ ¬ p corrisponde a “è falso che sia falso che p”
L'uso della negazione è regolato su due principi logici:
PRINCIPIO DI NON CONTRADDIZIONE: ¬ (p & ¬ p).
PRINCIPIO DEL TERZO ESCLUSO: p / ¬ p
Se si accetta il principio del terzo escluso, diviene ovvio stabilire
che due negazioni affermano: ¬ ¬ p ┤├ p.
Abbiamo così la prima (semplice) tavola di verità:
p ¬ p ¬ ¬p
V F V
F V F
Se p è vero, ¬ p è falso e ¬ ¬p vero. Se p è falso, ¬ p è vero e ¬ ¬ p
falso.
Discussione sulla negazione

Negare è escludere un enunciato da quelli accettati.


Secondo il principio del terzo escluso, se escludiamo un enunciato
da quelli validi, dobbiamo per forza includere quello logicamente
opposto. Questa tesi non è evidente. Vi sono logiche “non
classiche” per le quali escludere un enunciato non significa
affermare l'opposto (“intuizionismo”, “logiche a più valori”). Per
un intuizionista da “A non è disgiunto da B” non consegue “A è
congiunto con B”.
Va detto però che le logiche non-classiche nascono per discutere
oggetti di particolare complessità (p. es. l'infinito matematico). Su
alcuni oggetti teorici complessi, perfino il principio di non-
contraddizione può essere messo in questione! Nei ragionamenti
quotidiani, invece, il terzo escluso garantisce la possibilità di
stabilire che cosa può voler dire un enunciato con molte negazioni.
Esercizio di prova

In quali casi, si sta dicendo che l’enunciato “Giorgio


sposerà Tiziana” è vero?
(1)Penso che non sia falso che Giorgio sposerà Tiziana.
(2) Non penso che sia falso che Giorgio sposerà Tiziana.
(3) Ritengo falso che egli non menta quando nega che
Giorgio non sposerà Tiziana.
(4) Penso che non sia falsa la voce che non sia vero che
Giorgio sposerà Tiziana.
[Soluzione: inserite una ¬ sopra ogni termine che indichi o
negazione o falsità, poi contate le ¬: se sono dispari, è falso; se
sono pari, è vero]
VAI ORA AGLI ESERCIZI 3.1 E 3.2 (p. 89 del Manuale)
Connettivo n. 2: la congiunzione

La congiunzione Λ (o &, a scelta) afferma che due o


più enunciati sono tutti veri:
“Maria è bella e buona” = “È vero che Maria è bella ed è
vero che Maria è buona” = p & q
“Maria è bella, buona e simpatica” = p & q & r
La tavola della verità della congiunzione è:
p q p&q
V V V
V F F
F V F
F F F
Leggi: l’enunciato congiunto è vero se e solo se lo sono tutti gli
enunciati componenti.
Le operazioni lecite con la congiunzione

Che si può fare con diversi enunciati veri? Possiamo


combinarli (sintesi) o considerarli isolatamente (analisi).
Ecco come fare queste operazioni con il CP:
(A) l’introduzione della congiunzione (I&). È sempre lecito
unire in una sola formula diverse formule, se sono tutte vere:
(1) p (“Maria è buona”) [A: ovvero “assumiamo che”]
(2) q (“Maria è bella”) [A]
(3) ├ p & q (“dunque Maria è bella e buona”) [I&]

(B) l’eliminazione della congiunzione (E&). Se una formula


congiunge più variabili, è lecito fare una formula con una di esse.
(1) p & q (“ Maria è sia bella che buona”) [A]
(2) ├ p (“dunque, Maria è buona”) [E&].
VAI ALL’ESERCIZIO 3.3 (p. 89)
Connettivo n. 3: la disgiunzione non esclusiva
La disgiunzione ˅ (dal latino “vel”) esprime una
disgiunzione non esclusiva: almeno uno dei disgiunti
è vero, ma potrebbero anche esserlo tutti.
P.es: “O si è rotto il motore o è finita la benzina”.

Questa è la tavola di verità corrispondente:


p q p˅q
V V V
V F V
F V V
F F F
Leggi: p ˅ q è falso se e solo se sono falsi tutti i componenti (cioè
se l’alternativa è incompleta, se lascia fuori altre possibilità)
Le operazioni fattibili con ˅
La disgiunzione ˅ formalizza l'atto di considerare
alternative. Possiamo elencare le alternative oppure
escluderne alcune. La prima operazione si chiama:
l’introduzione della disgiunzione (I˅) e si puo’ fare
quando si vuole, dato un qualsiasi enunciato vero:
(1) p (“domani piove”) [A]
├ p ˅ q (“ domani o piove o fa bel tempo”) [I˅]

Per contro, l’eliminazione della disgiunzione (E˅) si


può fare solo quando si sa che uno dei disgiunti è falso:
(1) p ˅ q (“domani o piove o fa bel tempo”) [A]
(2) ¬ q (“domani, non fa bel tempo”) [A]
(3) ├ p (“domani piove”) [Ev].
Altri tipi di disgiunzione

Nella lingua quotidiana, “o”, è usato anche per affermare


che tra due alternative una si realizzerà, l’altra no. Questa
è la disgiunzione esclusiva (in latino aut…aut), la quale
esclude sia VV sia FF:

“O obbedisce o se ne va di casa”: p / q
(Uno dei due deve essere vero, l'altro falso)

Inoltre “o” è usato anche per la disgiunzione n-and o di


incompatibilità, che nega che due casi possano avvenire
insieme (cioè VV) ma non esclude FF:
“O si studia o si vede la televisione”: p | q
(non puoi fare le due cose insieme, ma puoi fare una terza cosa)
Discussione: perché privilegiare il ˅?
Con il ˅ si possono costruire facilmente anche le
altre disgiunzioni (eliminando così i simboli / e |)
(1) “o obbedisce o se ne va di casa” (p/q) equivale a:
p ˅ q & ¬ (p & q), ovvero: (p ˅ q) & (¬ p ˅ ¬ q)
(2) “o si studia o si guarda la televisione” (p | q)
equivale invece a: ¬ (p & q), ovvero: ¬ p ˅ ¬ q.

Come nel caso della negazione, esistono anche sistemi logici


nei quali la relazione di incompatibilità è più basilare di quella
di semplice alternatività. Ma il CP sembra più vicino al
ragionamento comune: quando un cameriere enumera i piatti
del giorno non suppongo l’obbligo di prenderne uno solo.
VAI AGLI ESERCIZI 3.4, 3.5 («Manuale…», p. 89-90)
Connettivo n. 4: il condizionale
Il CP introduce il condizionale → per indicare il caso in
cui la verità di un enunciato fa dedurre la verità di un
altro enunciato (“se p, allora q” , “poiché p, dunque q”).

p → q (p.es.: “se bevi troppo, ti senti male”)


La tavola di verità dell’implicazione è:
p q p→q
V V V
V F F
F V V
F F V
Un enunciato condizionale è falso se e solo se
l’antecedente è vero e il conseguente falso.
Le operazioni fattibili con il condizionale
Le operazioni fattibili con il condizionale sono due:
(a) Il modus ponens:
(1) p → q (“se piove, prende l’ombrello”)
(2) p (“piove”)
(3) ├ q (“dunque prende l’ombrello”)
(b) il modus tollens:
(1) p → q (“se piove, prende l’ombrello”)
(2) ¬ q (“non ha preso l’ombrello”).
(3) ├ ¬ p (“dunque non piove”).

Il condizionale è transitivo: (p → q) & (q → r) ├ p → r.


Intertraducibilità di &, ˅ e →

Il CP ci aiuta a tradurre enunciati con un connettivo in


enunciati equivalenti con altri connettivi. Infatti, grazie
alle tavole di verità, possiamo giudicare equivalenti:
¬ p ˅ ¬ q ┤├ ¬ (p & q)
¬ p & ¬ q ┤├ ¬ (p ˅ q)
p ˅ q ┤├ ¬ (¬ p & ¬ q)
p & q ┤├ ¬ (¬ p ˅ ¬ q)
p & ¬ q ┤├ ¬ (p → q)
¬ p ˅ q ┤├ p → q
Le equivalenze disgiunzione-congiunzione prendono il nome di
“leggi di De Morgan” dal loro scopritore Augustus De Morgan.
Esercizio. Trova gli enunciati equivalenti

(1) È falso che sia stato male Giorgio e sia stato male
Andrea. Quale è l’enunciato equivalente con «o ..o..»?
Risposta: o non è stato male Giorgio o non è stato male Andrea.
(2) È falso che o è presente Giorgio o è presente Andrea.
Quale è l’enunciato equivalente con “e”?
Risposta: Non è presente Giorgio e non è presente Andrea.
(3) È falso che, se Jacopo viene, Teresa se ne va. Dunque,
Jacopo viene e Teresa….. (rispondi tu)

VAI ORA AGLI ESERCIZI 3.4bis, 3.5, 3.5bis del «Manuale..», p.. 90
Uso corretto e uso scorretto del condizionale
Il CP ci aiuta ad evitare due errori logici molto diffusi:

Fallacia della negazione dell’antecedente:


•(1) p → q (“se è bel tempo, egli va in città”)
•(2) ¬ p (“non è bel tempo”)
•(3) ├ ¬ q (“dunque egli non va in città”).

Fallacia dell’affermazione del conseguente:


•(1) p → q (“se è bel tempo, egli va in città”)
•(2) q (“egli è andato in città”)
•(3) ├ p (“è bel tempo”).
Esempio preso da un test di accesso

“Se mi alzo dal letto prima delle 6 del mattino, allora faccio
colazione con calma”. Se la precedente argomentazione è
vera, allora è necessariamente vero che:
1. Se mi alzo dal letto con calma, allora faccio colazione prima
delle 6 del mattino.
2. Se faccio la colazione di fretta, significa che mi sono alzato dal
letto prima delle 6 del mattino.
3. Se faccio la colazione con calma, allora mi sono alzato prima
delle 6 del mattino.
4. Se faccio la colazione di fretta, significa che mi sono alzato dal
letto non prima delle 6 del mattino.
5 faccio la colazione con calma se e solo se mi alzo dal letto
prima delle 6 del mattino.
Quale è l’inferenza valida? (L’unica che è un modus tollens!)
Condizionale → e bicondizionale ↔
Per evitare questo errore, occorre imparare a
distinguere “se” → da un diverso legame logico che è il
bicondizionale, ovvero “se e solo se” ↔
La formalizzazione ci aiuta a farlo:
-p → q se è bel tempo, vado in città alla luce della
tavola di verità di →, vuol dire: se sarà bel tempo,
senz’altro andrò in città, se sarà brutto tempo chi sa….
-p ↔ q se e solo se è bel tempo, vado in città vuol dire:
se sarà bel tempo, andrò in città; se non sarà bel tempo,
no, ovvero:
(p → q) & (¬ p → ¬q )
Per modus tollens (¬ p → ¬q ) equivale a (q → p). Dunque p ↔ q
equivale a: (p → q) & (q → p).
Condizioni necessarie, sufficienti, necessarie e
sufficienti
Si può chiarire l’errore, introducendo una distinzione importante,
quella tra condizioni necessarie e condizioni sufficienti.

(1) p→ q indica: p è condizione sufficiente di q.


(2) ¬ p → ¬ q indica: p è condizione necessaria di q (e, di
conseguenza, per modus tollens e doppia negazione: q → p).
(3) (p→ q) & (q → p) indica: p è condizione necessaria e
sufficiente di q (“se e solo se p, allora q”).

I test degli psicologi mostrano che è difficile per la nostra mente


distinguere le condizioni soltanto sufficienti dalle condizioni sia
necessarie che sufficienti: la nostra mente ama le seconde e le
«interpola» anche quando sono in questione solo le prime.
VAI AGLI ESERCIZI 3,7, 3.7bis, 3.7ter («Manuale» p. 91)
Esercizi con i connettivi
Formalizza queste inferenze e controllane la correttezza:
(1) Quando è sera o va al cinema o compra un DVD. È
sera e non ha comprato un DVD. E’ andato a cinema.
(2)Se compra un DVD, gli serve il lettore di DVD. Se
gli serve il lettore di DVD, me lo chiede. Non mi ha
chiesto il lettore di DVD. Non ha comprato un DVD.
(3)Se va al cinema, va prima a comprare i popcorn. Ha
comprato i popcorn. È andato a cinema.
(4) O compra i popcorn o compra le patatine. Ha
comprato i popcorn. Dunque non ha comprato le
patatine.
La 1 e la 2 sono corrette. La 3 è scorretta (confonde → e ↔), la 4 è scorretta
con ˅, sarebbe corretta con /
III/2: Applicare il CP all’arte di fare ipotesi

Il CP ci aiuta a praticare senza errore l'arte di fare


ipotesi. Prendiamo infatti in esame un ragionamento
congetturale ovvero puramente ipotetico, p. es.:
“Se Mario va a cenare fuori, mangia troppo. Se
mangia troppo, sta male. Dunque, se Mario andrà a
cenare fuori, starà male”
Qui nessuna premessa indica un fatto avvenuto. Eppure
il ragionamento è logico. Come si lavora logicamente su
semplici ipotesi? Per spiegarlo, va introdotta un’altra
operazione con il condizionale, la Prova Condizionale.
Fare e revocare congetture

La prova condizionale PC trasforma p… ├ r (partendo


da p, si dimostra r) in p → r (se p, allora r). È facile
mostrare che sono due formule equivalenti.
Il procedimento è il seguente: si assume l’ipotesi che sia
vero p; una volta dimostrato che da p segue r, ci si
ricorda di scaricare p, riscrivendolo come antecedente
di un condizionale il cui conseguente è r:
p → q [A]. (2) q → r [A]. (3) p [A!]. (4) q [MP 1,3].
(5) r [MP 2, 4]. Ed ecco: (6) ├ p →r [PC 3-5].
Ho indicato con A le premesse, ma con A! quella da scaricare
Leggi: se si verificherà mai p, ne seguirà r.
VAI ALL’ESERCIZIO 3.8 («Manuale», p. 91)
Un esempio
• “Se i nostri clienti dilazionano i pagamenti o chiediamo un
prestito o falliamo. Se chiediamo un prestito, o ci concedono
un basso tasso di interesse o ce ne chiedono uno alto. Se ci
chiedono un alto tasso di interesse, falliamo. Perciò, se i nostri
clienti dilazionano i pagamenti o qualcuno ci concede un
prestito a basso tasso di interesse o falliamo.”
• (1) p → (q ˅ r) [A] (8) ⌐ s [A!]
• (2) q → (s ˅ t) [A] (9) t [E˅ 7, 8]
• (3) t → r [A] (10) r [MP 3, 9]
• (4) p [A!] (11) ⌐ s → r [PC 8-10]
• (5) q ˅ r [MP 1, 4] (12) s ˅ r [equivalenza ˅ - →]
(6) q [A!] (13) q → (s ˅ r) [PC 6-12]
(7) s ˅ t [MP, 2, 6] (14)├ p → [(s ˅ r) ˅ r] [PC4-13]
Riduzione all’assurdo e dilemma costruttivo

Il ragionamento ipotetico dà buoni risultati soprattutto


nel caso di due schemi deduttivi tipici che sono:
(A) La riduzione all’assurdo [RAA]:
• (p → q) & (p → ⌐ q) ├ ⌐ p
Leggi: se un'ipotesi conduce a risultati contraddittori, è
falsa. Si può dimostrare che (p → q) & (p → ⌐ q)
equivale a p → ⌐ p e che quest’ultima dimostra ⌐ p.
(B) Il Dilemma Costruttivo [DC]:
• p ˅ q, p → r, q → r ├ r
Leggi: se, prendendo come ipotesi ognuno dei disgiunti
di un enunciato disgiuntivo vero, si arriva sempre a una
stessa conclusione, quella conclusione è vera.
Un esempio che ha sia RAA che DC

“Se Aldo non si dimette dal servizio, o si dimette Berta o si


dimette Ciro. Se si dimette Berta, gli assistiti protestano. Se
gli assistiti protestano, anche Aldo dovrà dimettersi. Se si
dimette Ciro, si dimette anche Berta. Quindi…”

[Simboleggiamo “Aldo si dimette” con a, “Berta si dimette” con
b, “Ciro si dimette” con c.
• (1) ⌐ a → (b ˅ c) [A]. (2) b → d [A]. (3) d → a [A]. (4) c → b
[A]. (5) ⌐ a [A!]. (6) b ˅ c [MP 1, 6]. (7) b [A!]. (8) d [MP 2,
7]. (9) a [MP 3, 8]. (10) b → a [PC 7-9]. (11) c [A!]. (12) b [MP
4, 11]. (13) a [MP 10, 12]. (14) (b ˅ c) & (b → a) & (c → a)
[I&, 6, 10, 13]. (15) a [DC, 14]. (16) ⌐ a → a [PC, 5-14]. (17) ⌐
⌐a [RAA 16]. (18)├ a [DN, 17]. Aldo si dimetterà.
VAI ORA AGLI ESERCIZI 3.9 e 3.10 (p. 92)
Conclusioni

Il CP è un potente strumento per trarre conseguenze


logiche da ipotesi. Impararne i fondamenti aiuta a saper
impostare i problemi di ragionamento in generale.
Importante è soprattutto (a) imparare a tradurre le
informazioni di partenza di un problema (= “premesse”)
in un linguaggio schematico e uniforme, per poterle
tenere sott’occhio tutte insieme. Fatto questo passo, (b)
si devono considerare accuratamente tutte le possibilità,
individuandone le varie conseguenze. Questa è la base
del ragionamento ipotetico, fatto con il CP o no.
.
Due quiz da risolvere con o senza il CP

(1)Vi è una famosa isola in cui abitano solo veritieri e mentitori. I


primi dicono sempre la verità, i secondi mentono sempre. Un
viaggiatore incontra due indigeni, A e B. A dice «Uno tra noi due
indigeni è un mentitore». B non dice nulla. B è un veritiero o un
mentitore?

(2) Sempre sulla stessa isola, l’esploratore incontra un gruppo: C,


D ed E. Dice C: “Siamo tutti e tre dei mentitori”. Dice D: “Solo
uno di noi tre è un veritiero”. E non dice nulla. A quale categoria
appartiene E?
Risolviamo il quiz n. 1 con il CP
Usiamo A per «A dice il vero» e ¬A per «A dice il falso». Le
quattro possibilità sono:
(1) (A & B) ˅ (¬A & ¬B) ˅ (¬A & B) ˅ (A & ¬B) [A].
Inoltre, se e solo se A dice il vero, vi è almeno un mentitore:
(2) A ↔ (¬A ˅ ¬B) [A].
Consideriamo ora la prima alternativa: (3) A & B [A!]. Si
dimostra facilmente che essa implica che A abbia mentito: (4) ¬
(¬A ˅ ¬B) [Df. &/˅]. (5) ¬A [MT ↔1, 3]. Ma allora (6) (A &
B) → ¬A [PC 2-4]. Per RAA, questa ipotesi si elimina: (7) ¬ (A
& B) [RAA, 5]. Passiamo alla seconda ipotesi. Si dimostra
facilmente che, se essa è vera, A non ha mentito: (8) ¬A & ¬B
[A!]. (9) ¬A [E& 7]. (10) ¬A ˅ ¬B [I˅ 8]. (11) A [MP ↔1, 9].
Dunque, (12) (¬A & ¬B) → A [PC, 7-11] e dunque anche la
seconda ipotesi va esclusa per RAA. La stessa cosa vale per la
terza ipotesi. Dunque resta solo la quarta possibilità.
Ora l’esercizio 2, senza il CP ma con lo stesso metodo
Per risolvere l’esercizio 2 con il CP dovremmo considerare 8
possibilità! Semplifichiamo e consideriamone solo 4: (1) che
non si dia nessun veritiero, (2) che tutti siano veritieri, (3) che
i veritieri siano due, (4) che ci sia un solo veritiero.
- Se fosse vero (1), allora C avrebbe detto il vero. Dunque, se
non si desse nessun veritiero, C sarebbe veritiero. Il che è
assurdo e dunque (1) è escluso per RAA.
- Se fosse vero (2), allora C e D avrebbero detto il falso.
Dunque, ipotizzando che siano tutti veritieri, C e D
risulterebbero mentitori. Escludiamo anche (2) per RAA.
- Se fosse vero (3), avrebbero mentito sia C sia D. Poiché è
impossibile che ci siano due veritieri in un gruppo di tre
persone dove ci sono due mentitori, si esclude anche (3).
- Resta solo (4) e, se è vero (4), D è l’unico veritiero.
L'arte di classificare:
sillogismi e relazioni insiemistiche
(capitolo 4 del «Manuale di educazione al
pensiero critico»)

(prof. Francesco Piro)


IV/1 Logica categorica

Chiamiamo enunciati categorici quelli in cui ricorrono i


seguenti operatori logici:
(1)La predicazione, ovvero l’operazione con la quale attribuiamo
ad un dato soggetto una o più caratteristiche (“Meo è un gatto”;
“questo maglione è variopinto”). Attualmente la si simbolizza
unendo due lettere: se gatto è G e Meo è m: Gm.
(2) I quantificatori universale e particolare che ci dicono se i
soggetti considerati dall’enunciato hanno tutti quella caratteristica
o solo alcuni la hanno: Tutti gli ischitani sono sportivi” “Alcuni
gatti sono dispettosi”. Attualmente li si rappresenta con i simboli:
∀x (Fx) : tutti gli individui che sono F
∃x (Fx): almeno un individuo tra quelli che sono F
La teoria aristotelica degli enunciati
La prima grande analisi degli enunciati categorici è
quella proposta dallo Organon da Aristotele di Stagira
(IV. secolo avanti Cristo). Aristotele era convinto
(erroneamente) che gli enunciati dichiarativi abbiano
sempre e solo la forma:
S(oggetto) è P(redicato)

Nella concezione aristotelica, anche gli enunciati su


azioni sono intesi come coppie soggetto-predicato:
“Socrate oggi mangia il formaggio” = “Socrate fa parte
dell’insieme dei mangiatori di formaggio odierni”.
Il quadrato degli enunciati possibili
Dato lo schema S è P, vi sono quattro tipi possibili di
enunciato, tradizionalmente chiamati A, E, I, O:
• Universali affermativi (A) (E) Universali Negativi
Ogni leone è forte Nessun leone è forte

• Particolari affermativi (I) (O) Particolari negativi


Qualche leone è forte Qualche leone non è forte
A ed E non possono essere entrambe veri, ma possono
essere entrambi falsi (sono contrari tra loro); I e O
possono essere entrambi veri ma non entrambi falsi
(subcontrari); A ed O nonché E ed I sono tra loro
contraddittori: se uno è vero, l’altro è falso.
Le leggi generali del sillogismo
Da queste premesse, Aristotele trasse le leggi del
“sillogismo apodittico” (= ragionamento deduttivo):
(1) Per un processo deduttivo occorrono almeno due
premesse, di cui almeno una deve essere universale e
almeno una deve essere affermativa. Da premesse tutte
particolari o tutte negative non si ricava nulla.
(2) La presenza di premesse particolari e negative
condiziona la conclusione: la conclusione prende la
qualità e la quantità della premessa più debole.
(3) La deduzione è resa possibile dalla presenza di un
termine medio in entrambe le premesse. La posizione
del medio determina la figura del sillogismo.
VAI AGLI ESERCIZI 4.2,, 4.2 bis, 4.3 (p. 107)
Le figure sillogistiche: la prima figura
Nella prima figura, il termine medio è soggetto nella
premessa più generale (“premessa maggiore”), predicato
nella premessa minore che è quella in cui compare il
soggetto della conclusione:
SCHEMA PMa: M è P, PMi: S è M, Cnc: S è P.
Esempio: Tutti gli uomini sono bipedi, Tizio è uomo, Tizio è bipede.

Occorrono due condizioni per avere un sillogismo


valido: (1) La premessa maggiore deve essere universale;
(2) La premessa minore deve essere affermativa.
I modi utili sono: Barbara, Celarent, Darii, Ferio
(se si accetta l’inferenza “di subalternazione” ovvero
dall’universale A al particolare I o da E ad O, non ritenuta valida
dai logici odierni,si può aggiungere anche Barbari e Celaro).
La seconda figura
Nella seconda figura, il termine medio si trova in
entrambe le premesse a svolgere il ruolo di predicato.
SCHEMA PMa: P (non) è M, PMi: S (non) è M, Cnc: S non è P.
Esempio: Nessun cane è uomo. Tizio è uomo. Tizio non è cane
La seconda figura ha una legge fondamentale: essa
funziona solo in negativo! Ovvero occorre che una delle
premesse sia negativa e che lo sia la conclusione.
Per esempio, “Ogni gatto è mammifero, ogni cane è mammifero”
non dà luogo ad alcuna conclusione logica. Mentre “Ogni gatto è un
mammifero, nessuna tartaruga è un mammifero” dà luogo alla
conclusione “nessuna tartaruga è un gatto”
I modi sono: Baroco, Cesare, Camestres, Festino (per
subalternazione abbiamo anche Camestro e Cesaro)
VAI AGLI ESERCIZI 4.4 e 4.5 («MANUALE», p. 108)
La terza figura

Nella terza figura, il medio è soggetto in entrambe le


premesse.
SCHEMA: PMa: M è P. PMi: M è S. Cnc: qualche S è P.
Esempio: Qualche greco è filosofo. Tutti i greci sono uomini. Qualche uomo è
filosofo.

Questa figura ha una legge: essa dà solo conclusioni


particolari, perfino se le premesse sono universali!
Per esempio: “Tutti i cani sono carnivori. Tutti i cani sono
mammiferi” non porta a “tutti i mammiferi sono carnivori”, ma a
“qualche mammifero è carnivoro” (sillogismo in Darapti).

(Modi validi: Bocardo, Datisi, Disamis, Ferison, Darapti,


Felapton)
La quarta figura

La quarta figura fu scoperta dopo Aristotele. Qui il


medio è in posti diversi nelle due premesse (come nella
prima figura), ma il soggetto della conclusione non è
mai stato soggetto nelle premesse (come nella terza).
SCHEMA PMa: P è M. PMi: M è S. Cnc: S è P.
Esempio: Alcuni gatti sono pelosi. Tutti i pelosi sono mammiferi. Qualche mammifero è un gatto.

È una figura poco intuitiva, ma valida P. es. “Nessun


banchiere gioca alle bocce. Qualche giocatore di bocce
è pensionato” non ha esito con la prima figura, ma ne ha
con la quarta: “qualche pensionato non è un banchiere”
(Fresison).
I modi sono: Bramantip, Camenes, Dimaris, Fresison e, se
accettiamo la subalternazione, Camenos e Fesapo.
VAI AGLI ESERCIZI 4.6, 4.7 (p. 108)
IV/2 La rappresentazione insiemistica
Le leggi della sillogistica non sono sempre chiare. Per
renderle facili e intuitive, un utile artificio inventato da
Leonhard Euler e perfezionato da John Venn è:
rappresentare insiemisticamente il rapporto S-P.
Universale Affermativa: inclusione di un insieme (il soggetto)
in un altro (il predicato): si disegni un cerchio dentro un altro.
Universale Negativa: esclusione, si disegnino due cerchi senza
punti in comune.
Particolare Affermativa: intersezione, cerchi che si penetrano
Particolare Negativa: non-inclusione, una parte del cerchio
minore (soggetto) è fuori dal cerchio maggiore.
Enunciati su individui (Mario, Antonio, Berta...): un puntino
dentro o fuori il cerchio (appartenenza o non-appartenenza).
VAI AGLI ESERCIZI 4.8, 4.8 bis (pp. 108-9)
Rappresentazione del sillogismo in “Barbara”,
ovvero l’inclusione perfetta

Esempio:
(Pma) Tutti i pesci
hanno le branchie.
(Pmi) Tutti i merluzzi
sono pesci.
(Cnc) Dunque tutti i
merluzzi hanno le
branchie
Il sillogismo in “Celarent”: inclusione + esclusione

• "Nessun pesce è dotato di polmoni. Tutti i merluzzi


sono pesci. Nessun merluzzo è dotato di polmoni.”

merluzzi
P pesci
Dotati di polmoni
Darii ovvero il sillogismo fondato sull’intersezione

• Tutti i pesci sono dotati di branchie. Qualche animale


di questo acquario è un pesce. Qualche animale di
quest’acquario è dotato di branchie.
Animali dell’acquario
pesci

Animali dotati di branchie


Ferio ovvero la non-inclusione

Abitanti dell’acquario
mammiferi

Animali simpatici

Nessun abitante di quest’acquario è un mammifero. Vi


sono animali simpatici che abitano in quest’acquario. Vi
sono animali simpatici che non sono mammiferi (il
ragionamento non afferma che non vi siano mammiferi
simpatici ma che esistono non-mammiferi simpatici).
La legge della seconda figura: un predicato in
comune non accomuna…
•Nella seconda figura, il termine medio è sempre nel
predicato, cioè nell’insieme più ampio. Ora, è facile
vedere che, dal fatto che due soggetti sono inclusi in
un insieme più vasto non si può dedurre nulla sulla
loro relazione reciproca.

•?? gatti

cani mammiferi
(15) …ma un predicato non in comune basta a
differenziare!

Al contrario, la non-inclusione di uno dei due soggetti alla


classe in cui è incluso l’altro conduce a conclusioni certe:
•Esempio:
•“Tutti i gatti sono mammiferi. Nessuna tartaruga è un
mammifero. Nessun gatto è una tartaruga.”

Tartarughe Mammiferi

Gatti
Terza figura: inferenze sull’ intersezione
•Altrettanto ovvia risulta ora la legge della terza figura.
Se il termine medio è soggetto in entrambe le premesse,
ciò vuol dire che esso costituisce un insieme più piccolo
incluso in due insiemi più grandi. Ma questa posizione
non dimostra se non che i due insiemi più grandi hanno
dei punti di intersezione e dunque la conclusione deve
essere particolare.

Tutti i cani sono mammiferi.


Tutti i cani sono carnivori.
Qualche mammifero è carnivoro carnivori
Canimammiferi
(sillogismo in Darapti)
Prima conclusione: aiutarsi con l’insiemistica
Il sillogismo nasce dalla nostra capacità di classificare
oggetti: esso non fa altro che mettere in relazione le
classificazioni per ricavarne inferenze. L’insiemistica
ci aiuta a vedere meglio queste inferenze, come mostra
questo esempio tratto da un test:

“Pochi Z sono M, tutti gli Z sono F; alcuni F sono R”.


Se queste affermazioni sono vere, allora è vero che:
1.Alcuni R sono M
2.Alcuni M sono R. R? F
3.Tutti gli F sono M. z
4.Alcuni F sono M. M?
5.Alcuni R sono Z.
Risposta: l’unica conseguenza certa è la 4!
Seconda conclusione: imparare a lavorare con le
classificazioni

Imparare a trarre inferenze dalle classificazioni è


importante, ma lo è anche imparare a mettere in
relazione delle classi di oggetti e anche qui
l’insiemistica aiuta. Quasi sempre i test di accesso
contengono esercizi di questo tipo:
Definisci le relazioni insiemistiche tra:
- pecore, lupi, mammiferi, coccodrilli, carnivori.
- Enti pubblici, Comuni, Uffici giudiziari, Imprese,
Cooperative, Asili di infanzia.
L'invenzione di relazioni insiemistiche è uno strumento
per ordinare i pensieri. Vale dunque la pena di studiarla.
VAI AGLI ESERCIZI 4.9, 4.9bis, 4.10, 4.11 (pp. 109-10)
Altri esercizi di prova
1. Disegnate il diagramma che soddisfa la relazione
insiemistica tra i termini: cavallo/equino/pennuto. Costruite
su di esso un sillogismo in Celarent (prima figura) e un
sillogismo in Cesare (seconda figura).
2. Costruite un diagramma che soddisfi la relazione
insiemistica Saune, Supermercati, Locali pubblici francesi.
Si può costruire un sillogismo sulla sua base?
Risposta a 1: Celarent: «Nessun equino è pennuto. Ogni cavallo è equino.
Nessun cavallo è pennuto». Cesare: «Nessun pennuto è equino. Ogni cavallo è
equino. Nessun cavallo è pennuto».
Risposta a 2: supponendo che nessuna sauna sia un supermercato e alcune
saune (ma non tutte) siano locali pubblici francesi e alcuni supermercati (ma
non tutti) siano locali pubblici francesi, si può costruire un sillogismo in Ferio:
«Nessuna sauna è un supermercato. Alcuni locali pubblici francesi sono saune.
Alcuni locali pubblici francesi non sono supermercati». Ma con la stessa
relazione potete costruire perlomeno altri 7 sillogismi sempre in F: provateci!
Perché sbagliamo? Tipi di errori
(Capitoli 7-8 del «Manuale di educazione
al pensiero critico»)

Francesco Piro
VII/1 Perché sbagliamo?
Si chiamano fallacie quegli argomenti che, pur
apparendoci convincenti a prima vista, contengono
degli errori.
Le fallacie state studiate da Platone (Eutidemo) e da
Aristotele (Confutazioni sofistiche), da Locke e da altri .

Si tratta però di un tema ripreso negli ultimi anni perché


gli psicologi cognitivi ci avvisano che molti errori di
ragionamento sono tanto diffusi da suggerire che essi
siano lasciti delle fasi “più antiche” della nostra mente.
L’inferenza più “naturale” non è sempre la più
razionale.
A. Fallacie deduttive

A.1 Fallacie legate all’uso dei condizionali


Noi usiamo bene il condizionale, quando affermiamo:
“Se A, allora B. Si dà A. Dunque si dà anche B”
(modus ponens)
“Se A, allora B. Non si dà B. Dunque non si dà
nemmeno A” (modus tollens)
Sono invece errori:
“Se A allora B. Non si dà A. Dunque non si da B”
(fallacia della negazione dell’antecedente)
“Se A allora B. Si dà B. Allora si dà anche A”
(fallacia della affermazione del conseguente).
Un esempio classico di confusione
In molti casi, le persone non sembrano in grado di evitare
queste fallacie. Ecco un esempio classico (esperimento di P.
Wason, 1966):

Domanda: quante carte tra quelle che vedete dovete per


forza girare se volete verificare il seguente enunciato: «Se
sul dorso c’è una vocale, la carta è pari»?
Analisi dell’errore
Bisogna voltare solo la carta A e la carta 7.
Chi volta anche la carta D, commette una fallacia della
negazione dell’antecedente.
Chi volta anche la carta 4, commette una fallacia
dell’affermazione del conseguente.
Ora, i soggetti che sbagliano sono numerosi. Perché?
Perché noi tendiamo a confondere l’operatore “se” (→)
con un altro operatore, ovvero “se e solo se” (↔), cioè
una condizione sufficiente (ma non necessaria) con una
condizione necessaria e sufficiente. Noi tendiamo cioè a
simmetrizzare il rapporto condizionale.
VAI ALL’ESERCIZIO 7.1 (p. 167)
Casi tipici di “simmetrizzazione indebita”
(1) L’esclusione immotivata di spiegazioni alternative:
- Tizio odiava Caio tanto da volere ucciderlo. Caio è
stato ucciso. Dunque lo ha ucciso Tizio .
(2) Negare che un fatto si sia verificato perché non
c’erano le circostanze con cui lo associamo di solito:
- Antonio non può essersi innamorato di Pina.
Antonio si innamora delle bionde e Pina è bruna.
(2) Il «falso sillogismo della seconda figura»
identificare cose diverse per un tratto simile:
Le prostitute vestono in modo vistoso. Quella
ragazza veste in modo vistoso. È una prostituta.
A.2 Fallacie deduttive con il tutto e la parte

Un’altra nostra tendenza è credere che le totalità siano


più omogenee di quanto non siano. Ne derivano:

- La fallacia di composizione attribuisce al tutto le


proprietà delle parti: “Molti carichi di questa nave non
galleggiano. Dunque la nave non può galleggiare”.
- La fallacia di distribuzione attribuisce alle parti le
proprietà del tutto: “La nave galleggia. Dunque tutti gli
oggetti che sono sulla nave galleggiano”; “Napoli è
popolosa. Dunque la famiglia Lanzolli, che è
napoletana, deve avere molti figli”
- VAI AGLI ESERCIZI 7.2 e 7.2 bis(p. 167-8)
A.3 Qualità e quantità: la vaghezza
Altre fallacie nascono dalla vaghezza di determinate
quantità, p.es. “un sacco”, “un mucchio”. “troppo” o
“molto” o “poco” o qualità, come “ricco” o “calvo”.
Qui nasce la difficoltà di capire quando si passa il
confine da “molto” a “poco” e così via.
Un esempio di fallacia che ne deriva è il classico sorite:
“Tu hai un sacco di soldi. Se ne prendo un poco, te ne resta
sempre un sacco; se ne prendo un altro poco, te ne restano ancora
molti. Dunque, posso prenderne quanti voglio senza farti torto”.
Anche pronunciare enunciati “vaghi” è una propensione
delle menti umane. Il dubbio è se la vaghezza vada
eliminata o piuttosto delimitata (quest’ultima è la proposta
della logica fuzzy: vedi gli esercizi 7.4 e 7.4 bis, pp. 168-9).
VII/2 Fallacie dell’induzione

(1) Generalizzazione azzardata. E’ il caso,


frequentissimo, di una generalizzazione basata su un
campione preso senza criterio: “Ho piantato tre vasi di
fiori e sono tutti morti. Sono sfortunato con le piante”.
“Quelli con cui ho parlato sul bus voteranno per
Giacomo. Quindi Giacomo sarà eletto”.
(2) Analogia impropria. E’ il caso in cui si stabilisce
una analogia tra cose, che si somigliano in modo solo
superficiale. Per esempio: “Questo consulente
finanziario parla proprio come un grande manager.
Dunque, mi posso fidare di lui”.
(3) Errori con la relazione causa-effetto

Non causa pro causa ovvero post hoc, propter hoc.


Con queste espressioni latine, si indicano gli errori del
ragionamento causale nati dal giudicare troppo
frettolosamente (senza esaminare le alternative e
scartarle a buona ragione) due fatti come concatenati:
“Ha mangiato i funghi e poi è stato male di stomaco:
dunque è colpa dei funghi”.
“La situazione economica è peggiorata (o migliorata)
dopo l’arrivo al potere dell’attuale governo. Dunque è
colpa (merito) dell’attuale governo”
VAI AGLI ESERCIZI 7.5, 7.5 bis, 7.6 (pp. 169-70)
(4) La fallacia della “china scivolosa”
La fallacia della “china scivolosa” è una variazione
sul tema del non causa pro causa. Si afferma che un
dato fatto A condurrà inevitabilmente a una serie di
altri fatti (B. C, D...), sopravvalutando il potere causale
di A e trascurando i possibili fattori impedienti.
L’uso principale di questa fallacia è la minaccia:

“Se oggi, invece di studiare, vai al mare, ti abituerai a


non studiare e diventerai un fallito.”
“Se lasciamo libere le persone di drogarsi, tutti si
drogheranno e la civiltà umana scomparirà”.
VAI ALL’ESERCIZIO 7.6 bis (p. 170)
(5) Errori di valutazione della probabilità

Il tipo più frequente è l’illusione del giocatore


d’azzardo: “il 28 non esce da 10 giocate sulla ruota di
Napoli…dunque uscirà questa volta”.

Ma vi rientrano anche tutti i casi in cui vediamo come


“probabile” un evento, che in realtà lo è meno di altri,
perché si adatta meglio a ciò che consideriamo
“tipico” ovvero: interpretiamo la “probabilità” in
termini di conformità alla nostre aspettative.
VAI ALL’ESERCIZIO 7.7 (p. 170)
Discussione del caso

Se gioco ripetutamente a testa e croce, quale


successione di risultati è più probabile?

1) Testa – Testa – Testa – Testa – Testa – Croce

2) Testa – Croce – Testa – Croce – Testa – Croce

La maggior parte delle persone risponde che è più


probabile la 2. In realtà, sono del tutto equiprobabili. La
seconda ci appare solo più “tipica” come esempio di una
successione casuale.
Un esempio “classico”: Linda

Negli anni ’80, Daniel Kahneman raccontava ai suoi


studenti la storia di “Linda”:
(1) Linda, all’università, militava in un movimento
ecologista e era iscritta al WWF. (2) Linda mangia solo
cibo macrobiotico ed è vegetariana.
Chiedeva poi quale fatto fosse più “probabile”, cioè (A)
Linda ora fa l’impiegata; (B) Linda fa l’impiegata e
inoltre gestisce con amiche un negozio di cibi biologici.
Circa l’80% degli studenti di Kahneman rispondeva (B).
Ma una combinazione di due eventi è per definizione
meno probabile dell’accadere di un solo evento!
Conclusioni: le “euristiche” spontanee
Secondo D. Kahneman, noi ricorriamo a delle “euristiche”
spontanee per affrontare delle situazioni nuove.
(1) Euristica della rappresentatività. Esempio: Tizio ha
comprato un uccello. Subito penso che sarà un canarino o un
pappagallino, non un pinguino o uno struzzo…
(2) Euristica della disponibilità. Ricordiamo i fatti se sono vividi
e ci “impressionano”. Ma poi riteniamo «probabile» ciò che
ricordiamo, mentre è solo ciò che ci ha colpiti.
(3) Euristica dell’aggiustamento. Devo rappresentarmi una
situazione nuova: parto da una situazione che già conosco,
“aggiustando” i dati nuovi nello schema vecchio.
Queste tendenze spontanee ci fanno fare tanti più errori quanto
più i problemi che ci poniamo sono complessi.
VAI ALL’ESERCIZIO 7.8 (p. 171)
VIII/1: i sofismi e le fallacie argomentative

Esiste una terza classe di fallacie:


gli errori che facciamo tipicamente nella discussione
con altri e che sono tutti legati o al nostro bisogno di
“vincere” a tutti i costi o alla nostra tendenza a
valutare gli argomenti sulla base di simpatie e
antipatie che proviamo per le persone che li
sostengono (anche queste due sono propensioni
naturali, ma meno innocenti delle precedenti….)

Alcune di queste fallacie sono sofismi, cioè “trucchi”


intenzionalmente adottati per confondere l’interlocutore.
.
I veri e propri «sofismi»

(1) La Quaternio terminorum è lo sfruttamento


dell’ambiguità delle parole. “Il vino che mi hai
offerto era una cannonata. Le cannonate possono
assordare. Dunque mi volevi assordare”
(2) L’Anfibolia è lo sfruttamento dell’ambiguità nella
costruzione delle frasi: “Mario ascolta Guido mentre
tace” “E come può ascoltarlo se Guido tace?”.
(3) L’Accento è lo sfruttamento della sovrabbondanza
informativa degli enunciati: “Non voglio più averla tra
i piedi qui a Fiandrate! – E dov’è che vuole avermi tra
i piedi?”
(4) La falsa definizione o falsa alternativa

“Tu hai ciò che non hai perduto. Hai tu perduto delle
corna? No. Dunque tu hai le corna”
Questo sofisma antico si basa su un meccanismo che
causa anche errori innocenti: non tenere presenti le
precondizioni di un’alternativa ovvero: credere che le
alternative siano solo due, quando sono tre o più.
In termini formali, si afferma:
¬ B → A ovvero: B ˅ A
Mentre, la formulazione vera sarebbe “se possedevi le
corna (C), allora, se non le hai perdute, ce le hai ancora”
C → (¬ B → A ) ovvero: ¬ C ˅ B ˅ A
VAI ALL’ESERCIZIO 8.1 (p. 195)
(5) Le fallacie di rilevanza, ovvero quando
confondiamo ragioni e persone
Le fallacie di rilevanza sono fallacie commesse anche in
buona fede, a differenza dei sofismi.

Tuttavia, esse sono meno innocenti dei semplici errori


cognitivi del capitolo 7, perché esse nascono dal
desiderio di fare «vincere» nella discussione qualcosa
che ci sta a cuore, semplicemente perché ci sta a
cuore: una tesi, una tradizione, una persona simpatica (o
al contrario fare perdere nella discussione una che ci è
antipatica), la massa di cui sentiamo di fare parte etc.
Tipiche fallacie di rilevanza
5.1 La fallacia ad verecundiam consiste nell’abuso
dell’autorità di una persona: “Il grande Aristotele ha
sostenuto una tesi diversa da te. Come osi contestarlo?”.
5.2 La fallacia ad misericordiam è l’abuso di sentimenti
pietosi verso chi sostiene una data tesi.
5.3 La fallacia ad hominem, ovvero l’abuso di
sentimenti negativi e pregiudizi verso chi sostiene una
tesi: “Se lo dice Aronne, che è un ebreo, tu che sei
cristiano devi pensare il contrario…”.
5.4: La fallacia del consensum gentium: “se lo dicono
tutti, deve essere vero”.
5.5: La fallacia ad ignorantiam: “se non è provato il
contrario, è vero” (non si sa se è falso = non è falso).
Problemi con le fallacie di rilevanza

Le fallacie di rilevanza sono soggette a molte discussioni


perché vi sono casi “borderline”, cioé in cui non è chiaro
se il soggetto commetta una fallacia o meno. Per esempio:
(1) Se dico a mia moglie “Il medico mi ha detto che ho
questa malattia e io ascolterò lui e non te” commetto
una fallacia ad verecundiam?
(2) Se dico: “Quel signore predica la castità, ma io so
che non la pratica. Dunque la castità non è un valore
serio” commetto una fallacia ad hominem. Ma se dico
“Dunque , non gli affiderò i miei figli”, sbaglio?
Risposta 1: che cosa è “affidabile”?

Ogni uomo ha bisogno di affidarsi ad altri per le


questioni per le quali non ha un sapere specialistico.
Fidarsi del medico, dell’avvocato (del sacerdote per chi
è credente) è necessario. Ma (1) la decisione di fidarsi di
un altro deve essere fondata su ragioni di pertinenza
(un medico ortopedico può essere un pessimo
pneumologo!); (2) la fiducia è sempre provvisoria: in
caso di prove contrarie abbiamo diritto a ritirarla!
In breve, la decisione di fidarsi del giudizio altrui è
figlia di un ragionamento induttivo, è dunque aperta a
revisioni.
Risposta 2: quando il comportamento conta

Ragionamento simmetrico e inverso vale per le fallacie


ad hominem. Un precedente comportamento scorretto
di una persona (o anche un suo interesse personale in
un determinato caso) non diminuisce il peso delle
ragioni che costui adduce nel discorso. Ma essa
diminuisce la fiducia che possiamo avere in lui ovvero:
(i) nelle sue promesse, nonché nei (ii) fatti che cita a
suo favore, se non ci sono prove indipendenti di essi!
In breve: a nessuno può essere tolto il diritto di
partecipare alla discussione, ma io ho diritto a mia
volta di concedere la mia fiducia solo a ragion veduta.
VAI AGLI ESERCIZI 8.2, 8.3,8.3 bis (pp. 196-7)
(C6) Ignoratio elenchi

Un’altra fallacia di rilevanza è la ignoratio elenchi (ignoranza del


tema) che si ha quando si usano argomenti fuori tema ma
emotivamente efficaci per provare la propria tesi.

P. es., un procuratore che insista sulla gravità del crimine commesso


(suscitando la volontà di punire dei giurati) invece di provare che è stato
commesso proprio dall’accusato.

Un caso tipico di ignoratio elenchi è il cosiddetto «uomo di


paglia», cioè quando propongo un’interpretazione ridicola e
assurda di una tesi, rendendomi facile il compito di confutarla:
- Per i teorici dell’intelligenza artificiale, la mente non è che un computer …
- Per i credenti, qualunque cosa dica un prete è sempre vera e santa….
E via insultando….
VAI AGLI ESERCIZI 8.4 E 8.4bis (p. 197)
(C7) Petitio principii e ragionamento circolare

La petitio principii si ha quando ci si rifiuta di dare


una prova a favore di una tesi sostenuta, che gli
interlocutori mettono in dubbio.
Il ragionamento circolare è una strategia per fare una
petitio principii senza che gli altri se ne accorgano. Io
giustifico la tesi A con la tesi B, ma B non è se non
un’altra formulazione (o una conseguenza) di A.
“Il mondo è stato creato da qualcuno. Dunque, Dio esiste, perché
altrimenti chi sarebbe stato?
“Nilde ha detto che mi ama e so che ha detto il vero perché non si
mente a un uomo che si ama”.
VAI ALL’ESERCIZIO 8.5 (p. 198)
Conclusioni 1

Abbiamo analizzato tre diversi tipi di errori:


Gli errori strettamente logici nascono dalla nostra
difficoltà a fare un uso corretto delle relazioni logiche
(relazioni condizionali, tutto-parte etc.)
Gli errori metodologici nascono da giudizi troppo
affrettati e ispirati alle “euristiche” spontanee della
nostra mente, veloci ma poco precise.
Infine, i passi falsi nell’argomentazione nascono dalla
propensione a difendere con le unghie e con i denti le
nostre opinioni, senza cercare mai di capire quelle altrui.
Conclusioni 2
La logica e la metodologia della ricerca possono aiutarci
a tenere “sotto controllo” la nostra tendenza all’errore
logico ovvero la tendenza a “saltare alle conclusioni”.

Ma solo l’abitudine al confronto e all’obiezione ci


libera dal terzo tipo di errori. E solo chi abbia fatto i
conti con il terzo tipo di errori ha imparato a ragionare
“criticamente”. Ragionare criticamente è imparare a
farsi obiezioni da soli prima di prendere decisioni e a
tenere in debito conto le obiezioni altrui.
Ricapitolazione: le regole della discussione utile
(«Manuale di educazione al pensiero critico», pp. 184-5)

1. Non è consentito impedire di avanzare una tesi. 2. Chi avanza una


tesi deve saperla difendere. 3. Non è consentito attribuire alla
controparte una tesi che non ha avanzato (ignoratio elenchi). 4. Non è
consentito difendere una tesi con qualcosa che non sia un argomento
(minacce, etc.). 5. Le premesse lasciate implicite vanno esplicitate e
giustificate. 6. Non si può considerare condivisa una premessa se non
lo è (contro la petizione di principio). 7. Un argomento non può essere
considerato conclusivo se è logicamente scorretto. 8. Una tesi può
essere difesa solo attraverso schemi argomentativi corretti. 9. Non si
può mantenere una tesi che non è stata difesa in modo conclusivo, né
evitare di accettare una tesi che lo sia stata. 10. Non è ammesso usare
formulazioni oscure o ambigue che creino confusione (sofismi).
Comporre e leggere testi

Comporre e leggere testi argomentativi


(capitoli 8 e 9 del “Manuale di educazione al pensiero critico”)

(Francesco Piro)
Il primo passo: farsi una mappa di quello che si vuole dire

Passiamo ora all'analisi del testo argomentativo. Un articolo o


un saggio, diversamente da un intervento in una discussione,
sono atti pianificati e organizzati .
Le fasi della composizione sono: (i) l’inventio: farsi un elenco
delle cose essenziali e sicuramente vere da dire (non tacere
nulla di importante, ma dire solo l’essenziale); (ii) la dispositio:
stabilire come sono collegate tra loro, magari facendosi una
mappa della disposizione degli argomenti; (iii) l’elocutio:
stabilire quale linguaggio usare per esporre i vari temi, su quali
insistere, come sottolineare i collegamenti.
Come farsi venire idee: i “luoghi dell’invenzione” della
retorica classica
(1) Considera la natura della cosa stessa! Ovvero: parti da una definizione di ciò di
cui parlerai.
(2) Considera il tutto prima della parte! Ovvero: spiega in quale contesto la cosa di cui
vuoi parlare è inserita.
(3) Considera il fine preminente dell’ambito di attività di cui stai parlando (se parli di
un’attività).
(4) Considera il valore della cosa di cui stai parlando, mettila in una gerarchia rispetto
ad altre .
(5) Considera le conseguenze, i rischi, la propagazione causale del fatto o dell’attività
di cui parliamo.
(6) Considera i casi precedenti, vedi se essi presentano delle regolarità che sicuramente
si troveranno anche nel caso esaminato (ragionamento a fortiori).
(7) Se devi chiarire una parola, parti dalla sua etimologia, quali ne sono le componenti
e che cosa significavano da sole (“Filosofia”: amore per il sapere etc.)
Riflessioni critiche sui luoghi a priori dell’invenzione

Questi “luoghi” dell’invenzione sono utili per trovare collegamenti, ma


possono portarci a falsi collegamenti se usati con rozzezza. Per evitarlo
basta tenere a mente l’elenco delle fallacie e dei rimedi contro di esse!
●Il luogo “considera la natura della cosa” è fondamentale, ma può portarci
a petizioni di principio se non si sa distinguere tra necessario e
,
accidentale, tra universale e particolare, tra effettivamente probabile e
soltanto tipico! Il luogo “considera il tutto” va usato evitando fallacie di
composizione e distribuzione, cioè tenendo conto delle specifiche
relazioni interne al tutto considerato. L’argomento delle conseguenze non
deve portarci alla fallacia della “china scivolosa”! L’argomento del
precedente deve evitare il rischio dell’analogia impropria, etc.
● VAI ALL’ESERCIZIO 8.7 (p. 198-9)
Argomenti confutatori: quando si scrive contro una tesi altrui
A volte un testo è dedicato alla confutazione di una tesi altrui. La migliore confutazione è
ovviamente dimostrare che la tesi è logicamente contraddittoria o smentita dai fatti. Ma
vi sono anche altri argomenti di critica, non molto meno distruttivi. Eccoli:
(1)La tesi dell’ avversario (A) sarebbe esposta all’autofagia: ovvero essa renderebbe
inutile o insensato l'atto di esprimerla. P. es. se A sta dicendo: “Nessuna discussione
serve a qualcosa”, il fatto che A ne discuta contraddice ciò che afferma.
(2) la tesi di A creerebbe un dilemma: essa non ci darebbe una soluzione alla questione,
ma molte diverse soluzioni , senza darci modo di scegliere tra esse.
(3) vi sarebbe una incoerenza con i fatti della tesi sostenuta da A: affermo di non aver
mai rubato, ma ho la casa piena di oggetti altrui. Tutti trovati per caso?
(4) difficoltà: la tesi che A sostiene sarebbe troppo arzigogolata per essere vera.
(5) la tesi di A avrebbe cattive conseguenze: conseguenze immorali oppure ridicole
(6) La tesi di A si presterebbe alla ritorsione: A mi nega il diritto di fare B, ma io potrei
negarlo a lui per le stesse ragioni: posso quindi chiedere “E tu che diritto ne hai?”
VAI ALL’ESERCIZIO 8.8 (p. 199)
Riflessioni critiche sui luoghi confutatori
Le uniche confutazioni conclusive sono (i) provare che una data tesi è
autocontraddittoria (riduzione all’assurdo); oppure (ii) contraddetta da
fatti certi (modus tollens).
Gli altri schemi confutatori non sono perfettamente conclusivi. Il migliore
è autofagia che rileva la presenza di una contraddizione pragmatica tra
il contenuto di ciò che dico e l’atto di dirlo (altri esempi: “io non esisto”,
“vietato vietare”, “siete troppo stupidi per capirmi”). Gli altri luoghi
invece sono validi solo comparativamente: essi rilevano una difficoltà o
un’imperfezione della tesi sostenuta dall’interlocutore, ma, se io non sono
in grado di proporre nulla di meglio, la tesi resta in piedi.
Anche qui vi è il rischio di cadere in fallacie: ad baculum o ad
verecundiam nel caso delle "conseguenze immorali", ignoratio elenchi nel
caso dell’argomento delle "conseguenze ridicole".
Schemi per motivare una decisione (luoghi “deliberativi”)

Anche quando si deve motivare una decisione presa o da prendere, si


ricorre spesso a schemi argomentativi di routine. Ecco i più diffusi:
(1)Scelta di un modello: “prendiamo esempio da A, che era tanto bravo”
(2) Antimodello: “Non facciamo come A, che era così cattivo”
(3) Continuità con il passato: “Si è sempre fatto così, continuiamo a fare
come si è sempre fatto”
(4) Giustizia, equità, eguale trattamento delle persone: “Se A lo ha
avuto, lo deve poter avere anche B”
(5) Riconoscimento del sacrificio o dell’impegno: “Se A crede così
fortemente a ciò che ci propone, avrà le sue ragioni”.
Riflessioni critiche sui luoghi deliberativi
I luoghi deliberativi non sono logicamente conclusivi. Bisogna anzi
avere cura di usarli senza cadere in fallacie come ad verecundiam
con “modello”, ad personam con “antimodello”, ad misericordiam
con “sacrificio”. Quanto a continuità e giustizia, si tratta di schemi
analogici: come tutte le altre analogie, essi vanno bene o male a
seconda del numero di somiglianze tra le situazioni confrontate.
Eppure, non soltanto questi luoghi ci aiutano a trovare i contenuti di
cui parlare (inventio), ma sono molto convincenti, piacciono molto
alla nostra mente. Come farebbe il politico a suscitare commozione
senza un modello a cui richiamarsi? O combattività senza un
antimodello? Conoscere questi luoghi ci aiuta a capire meglio come
è fatto il discorso pubblico e come usarne bene le tecniche.
VAI ALL’ESERCIZIO 8.9 (p. 199)
IX/1: leggere testi argomentativi

Il modo più facile per imparare ad argomentare è vedere come lo fanno


altri. Leggere testi argomentativi (“saggi”) è una parte importante della
formazione universitaria, soprattutto di quella filosofica.

Un testo è un grande ragionamento, fatto in modo da condurre da


premesse (informazioni accertate) a tesi intermedie (p. es. la conclusione
di un capitolo o di un paragrafo) e da queste alle tesi conclusive.
Il percorso premesse – tesi intermedie – tesi conclusive può essere seguito
“bottom up”, quando si passa dall’esame di singoli fatti a conclusioni più
generali (induzione) o da problemi irrisolti a un’ipotesi che risolverebbe
tutto (abduzione). Può essere seguito “top down” quando si stabiliscono
prima dei fatti certi e poi se ne traggono conseguenze certe o probabili,
con una deduzione. Un testo può anche alternare tali strategie.
Un esempio breve di argomentazione con tappe intermedie
“Se uccidere un animale costituisse una violazione dei suoi diritti, non
potremmo mai eliminare per nostra convenienza il cucciolo di una
nidiata, o aprire venti ostriche quando ne sarebbero sufficienti
diciannove, o accendere una candela in una sera d’estate per puro
piacere, casomai una disgraziata falena dovesse fare una fine
prematura. Tutto ciò è sicuramente infantile. Dal momento che è
assolutamente disperato pensare di tracciare da qualche parte una
linea di separazione, ne concludo che l’uomo ha un diritto assoluto di
infliggere la morte agli animali…” (Lewis Carroll, citato in M.
Santambrogio, Manuale di scrittura (non creativa), 2008, p. 72).

[Qui è facile identificare la conclusione: l’autore ci dice “ne


concludo che..:”. Ma quali e quanti sono i passaggi intermedi?]
Analisi del testo di Carroll
Vi sono solo due passaggi:
- primo passaggio: se gli animali avessero i nostri stessi diritti, vi
sarebbero molte conseguenze assurde, pertanto l’ipotesi è essa stessa
assurda, “infantile”(lo schema argomentativo è tipicamente “conseguenze
ridicole”: se A, allora B, ma B è troppo ridicolo, dunque non-A).
- secondo passaggio: non vi è una via di mezzo tra avere diritti e non
averli (lo si dice con la metafora della “linea di confine”).
Conclusione: poiché è assurdo che gli animali abbiano i nostri stessi
diritti e non vi è via di mezzo, non hanno alcun diritto.

(Se doveste contestare Carroll, critichereste la tesi intermedia 1 o la 2? O


entrambe?)
Un esempio un po' più difficile

Platone, Liside, 217. Socrate spiega che tipo di uomo è il filosofo:

“Consideriamo un uomo sano. Non ha alcun bisogno dell’arte medica né di aiuto,


si trova infatti in condizioni di autosufficienza. Pertanto, nessuno, quando è in
buona salute, cerca il medico, proprio perché è in salute. Per contro, un uomo
malato cerca il medico, proprio in ragione della malattia che lo affligge. La
malattia costituisce il male, l’aiuto del medico è il bene, mentre il malato non è né
il bene né il male, ma ciò che dalla presenza in lui del male è costretto a ricercare
il bene. Dunque, chi cerca il bene lo cerca perché in lui è presente il male”
continua….
" Fai ora attenzione a ciò che dico: alcune cose sono manifestate da ciò che è
presente in esse, altre invece no. Se uno spalma un colore su un oggetto, il
colore è presente in quell’oggetto ma non ne manifesta l’identità. Se infatti non
ammettessimo questa differenza, non ci sarebbe differenza se io tingessi i tuoi
capelli – che sono biondi - di bianco con la biacca e se i tuoi capelli fossero
invece diventati bianchi per la vecchiaia. Io dico che, nel primo caso, il bianco è
presente in essi, ma non manifesta ciò che essi sono mentre, nel secondo caso,
il bianco li manifesta quali sono.
Possiamo ora stabilire come è fatto colui che ricerca la sapienza. Non può
essere qualcuno che sia già sapiente, perché costui non ha bisogno di cercare
ciò che già possiede. Ma non ricercano la sapienza nemmeno coloro che sono
totalmente ignoranti, perché costoro non sono in grado di trovarla né la
desiderano. Restano quelli che, pur possedendo questo male, l’ignoranza, non
sono da questo resi ottusi e incolti, ma ancora ritengono di non sapere ciò che
non sanno.”
Che cosa ha detto Socrate?
● Primo passaggio: Socrate è arrivato alla tesi: chi ricerca un bene, lo fa per
liberarsi da un male. Egli ha usato un procedimento induttivo basato su un
esempio: se si cerca un medico, lo si fa per guarire da una malattia. Dunque
anche per gli altri casi deve essere così.
● Secondo passaggio: Socrate è arrivato alla tesi che alcune proprietà sono
accidentali e mutevoli, altre essenziali e definitive (partendo da una
similitudine: se a Liside, che è giovane, dipingessero i capelli di bianco, egli
avrebbe i capelli bianchi, ma non nel modo in cui li ha un vecchio).
● Sintesi e conclusione: (1) applicazione della prima tesi al caso del sapere
(che è un tipo di bene): il filosofo non è un sapiente, perché altrimenti non
cercherebbe il sapere; (2) applicazione della tesi sulle proprietà accidentali
all’ignoranza: il filosofo non è essenzialmente ignorante perché altrimenti
nemmeno cercherebbe. Conclusione: il filosofo deve essere a metà strada
tra non-sapere e sapere, deve “sapere di non sapere”.
Leggere a “spirale” e annotare i passaggi

● Per individuare i passaggi di un testo, vi è una sola via:


leggere “a spirale” il testo.
● Leggere a spirale significa: (i) dapprima arrivare
rapidamente alla conclusione e poi (ii) tornare indietro per
trovare tutti i passaggi cruciali che portano alla conclusione
● Si sottolineino o si riepiloghino brevemente nei propri
appunti queste tesi intermedie, che esprimono le conclusioni
provvisorie che faranno poi da premesse alle conclusioni
vere e proprie.
●VAI ALL’ESERCIZIO 9.1 (pp. 220-1)


La dinamica del testo: le obiezioni
Ogni testo è un dialogo nascosto con interlocutori reali o
immaginari
In ogni argomentazione, l’autore anticipa (o registra) delle
obiezioni, esprimendole spesso impersonalmente con «ma»
«sebbene», «tuttavia», «si potrebbe obiettare che…».

Un testo argomentativo ha dunque una dinamica che non


dipende soltanto da ciò che si vuole dimostrare, ma anche dai
colpi da parare. Questa esigenza porta a digressioni che spesso
servono anche ad approfondire le idee espresse.
Le strategie di risposta alle obiezioni
Si può rispondere a un’obiezione in diversi modi:
(a) confutazione, rifiuto. Io affermo A, tu affermi B. Io dimostro che A è
vera e B falsa, o che comunque A è preferibile a B.
(b) Concessione, chiarimento. Io affermo A, tu affermi B. Io accetto B,
ma dimostro che B non contraddice A.
(c)Integrazione,inglobamento. Io affermavo A, ma mi accorgo che B è
vero e può confutare A. Propongo una versione emendata di A (A1) che
regge anche se ammettiamo B.
A seconda della prevalenza di questi schemi, si ha una disputa o una
polemica, una discussione o la proposta di soluzione di una controversia.
VAI AGLI ESERCIZI 9.2 E 9.3 (pp. 220-1)
Lo stile: lo scrittore fa appello al lettore

Le componenti stilistiche o propriamente retoriche di un testo


sono modi in cui l’autore si rivolge al lettore.

Lo stile può essere enfatico, ovvero può fare uso di


interrogativi retorici («chi crederebbe mai a quello che dice il
mio avversario?») di iperboli (esagerazioni), di ironia, per
attirare l’attenzione e imprimersi nella memoria.

Un caso opposto e ormai raro è uno stile allusivo, pieno di


eufemismi, usato per non dire a chiare lettere una verità
proibita. In altri tempi, per sfuggire la censura, tali strategie di
diminuzione o addirittura di occultamento erano importanti.
●Metafore, similitudini, immagini

Alcune figure retoriche, come la similitudine («come…») e


soprattutto la metafora hanno una funzione ulteriore: essi fanno
capire meglio il punto di vista dell’autore, ci offrono uno
schema che condensa molte idee non espresse esplicitamente,
ma che la metafora ci lascia intuire.

Per esempio il fatto che Cartesio, nel Discorso sul metodo, ci offra diverse
metafore edilizie per parlarci della scienza (è una città da costruire, una
casa da riedificare etc.) ci fa capire la visione costruttivistica e non più
speculativa che Cartesio ha del conoscere.
VAI AGLI ESERCIZI 9.4 (p. 222)
Dalla lettura alla scrittura

Leggere e scrivere hanno una cosa in comune:


dobbiamo tener conto sia dei temi, degli
argomenti, dei quali dobbiamo sapere dare un
concetto (magari con una mappa delle relazioni
tra i vari temi), sia delle tesi, degli enunciati e del
loro ordine logico. Guardate, p. es. la doppia
schematizzazione del passo di Darwin nel
Manuale, pp. 215-217
Per imparare a pensare: misurarsi con un tema difficile, che
ci dà inquietudine e sul quale dobbiamo fare qualche ricerca
Prendete l’esercizio 9.7 del Manuale (pp. 222-3).
Scegliete uno dei due casi (a o b), fate qualche ulteriore
ricerca su Internet, poi provate a comporre un breve
saggio in cui: (a) esponete brevemente quello che avete
appreso, (b) vi ponete una domanda che il testo ha
suscitato in voi; (c) individuate una possibile risposta,
dando un elenco numerato di argomenti che vi portano
a crederla vera. (d) Spiegate perché non aderite ad altre
possibili soluzioni. Buon lavoro!
●Se vi è piaciuto il tema, vi potrebbe piacere
leggere…..
F. D’Agostini, Logica in pratica. Esercizi per la filosofia e il
ragionamento comune, Carocci, Roma
A. Iacona, L’argomentazione, Einaudi, Torino 2010
Paoli – Crespellani Porcella – Sergioli, Ragionare nel quotidiano,
Mimesis, Milano 2007
M. Santabrogio, Manuale di scrittura (non creativa), Laterza, Roma-
Bari 2008.
Luca Serianni, Leggere scrivere argomentare. Prove ragionate di
scrittura, Laterza, Roma-Bari 2013 ù
van Eemeren- Grotendorst, Una teoria sistematica dell’argomentazione,
L’approccio pragma-dialettico, Mimesis, Milano 2008.