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Convergenze e differenze nella diffusione

dei materiali ceramici tra siti terrestri e relitti;


alcuni problemi d’interpretazione dei dati
provenienti da relitti e dei flussi
di distribuzione in età repubblicana
FRANCA CIBECCHINI

Questo contributo1 affronta problematiche sicuramente note a chi si occupa


d’archeologia marittima, forse per alcuni addirittura scontate. Tuttavia molte di esse
restano irrisolte e sono senza dubbio meritevoli di una particolare attenzione.
Premetto che si tratta di riflessioni emerse nel corso dei miei studi e che vorrei con-
dividere nella speranza di suscitare una proficua discussione. Non si offriranno dun-
que delle soluzioni ma si solleveranno piuttosto ulteriori dubbi e questioni.
Lo sviluppo dell’archeologia subacquea ha permesso di acquisire negli ultimi
cinquant’anni dati importanti sulla circolazione delle merci e sulle correnti commer-
ciali, soprattutto all’interno del Mediterraneo occidentale. Gli ormai numerosi relit-
ti di navi onerarie individuati ed indagati in maniera scientifica, forniscono in effet-
ti un punto di vista peculiare in quanto testimoni diretti e puntuali di un determi-
nato evento commerciale, presentando dati in parte diversi e complementari rispetto
a quelli forniti dagli scavi terrestri.
Come è stato più volte ripetuto, un relitto fornisce un’immagine puntuale di un
determinato tipo di commercio, un commercio mancato, fallito in corso d’opera (e
questo al contrario di un contesto terrestre dove gli oggetti testimoniano un viaggio
pienamente riuscito). Un relitto fornisce poi un insieme di merci, di oggetti che abi-
tualmente non siamo abituati a ritrovare associati, sia per cronologia, assortimento,
quantità e stato di conservazione.
Un relitto presenta però anche molti limiti: oltre a fornire minori informazioni
sulla produzione e sulla consumazione rispetto ai siti terrestri, si deve ricordare l’e-
strema casualità cui sono legate le scoperte dei siti subacquei, le difficoltà d’interpre-
tazione e di stabilire rotte precise sulla base di questi dati. Incide poi pesantemente il
fatto che, tuttora, solo molto pochi i contesti subacquei indagati e pubblicati in
maniera sistematica e scientifica.
Cercherò qui di seguito di mettere in evidenza alcune convergenze e differenze
nella diffusione tra siti terrestri e relitti, partendo dall’analisi di alcune merci particolar-
mente significative e dei relitti d’età repubblicana2 noti nel Mediterraneo occidentale.

1. Un sincero ringraziamento va ad Antoinette benevola accoglienza presso il DRASSM di Marsiglia


Hesnard per avermi dato l’occasione di partecipare atti- ed in particolare grazie alla proficua collaborazione con
vamente a questo seminario e per aver seguito con par- Luc Long, Florance Richez ed Helene Bernard, che rin-
ticolare attenzione e benevolenza lo sviluppo delle mie grazio sentitamente.
ricerche nel corso degli ultimi anni. Molti dei dati uti- 2. Per i singoli relitti si farà riferimento principalmen-
lizzati in questo lavoro sono stati raccolti grazie alla te al volume Parker 1992, con relativa precedente

1
Da un recente aggiornamento (Cibecchini 2003), sono noti per il III sec.
lungo le coste del Mediterraneo occidentale 12-13 relitti che trasportavano anfore
vinarie, accompagnate o meno da ceramica a vernice nera (si tralascia quindi il relit-
to di Benisafuller a Minorca)3, considerando soltanto quelli per i quali si dispone di
sufficienti informazioni e con l’esclusione del Grand Congloué 1 (recentemente data-
to di nuovo al 200-190 a.C.)4. Ora, premesso che la cifra di questi relitti è netta-
mente salita negli ultimi 20 anni (cfr. Tchernia 1986) in nessuno di essi è al momen-
to attestato un carico complementare di ceramica a vernice nera dell’atelier des peti-
tes estampilles (Morel 1969; Pérez Ballester 1987). Le ceramiche di questa officina
non sono presenti neppure nel relitto di Montecristo (Parker 1992: 281-282; Corsi
1998): le centinaia di coppe finora recuperate in effetti non appartengono a questa
produzione (dalla quale divergono per caratteristiche tecniche, morfologia e decora-
zione, cfr. Cibecchini 2002: 221, nota 40) come si era pensato in un primo momen-
to (Morel 1985: 176). Questa assenza, com’è del resto ben noto, colpisce in quanto
i prodotti di questo atelier (o meglio gruppo di ateliers, localizzati tra Roma e l’Etruria
meridionale, con una probabile succursale anche a Populonia, cfr. Squarzanti 1994-
1995) sono ben presenti nella prima metà del III sec., spesso anche con quantità
apprezzabili, lungo tutto l’arco del Mediterraneo occidentale ed in particolare lungo
le coste meridionali della Gallia, della Catalogna settentrionale e del sud-ovest spa-
gnolo5. A giudicare dalla diffusione terrestre si tratta di una produzione strettamen-
te legata al commercio marittimo e che occupa parte del posto lasciato libero dalla
scomparsa della ceramica attica a vernice nera, precedendo l’arrivo massivo della
campana A. Del resto, viste le quantità di esemplari in gioco (basti pensare a centri
come Olbia o Lattes, per citare soltanto i più noti), non sembra verosimile pensare
che la loro diffusione sia in qualche modo connessa soltanto allo spostamento di per-
sone, come per alcune coeve produzioni ceramiche dell’area di Cales-Teano, presen-
ti soprattutto nella Penisola Iberica in quantità molto limitate (Principal 1998;
Cibecchini, Principal 2002).
Nessun relitto ha tuttavia restituito finora un solo pezzo di questa officina,
eccetto la nave punica di Marsala (Frost 1981), dove però l’associazione dei materia-
li pone notevoli problemi che non è il caso di affrontare in questa sede.
Inoltre, è stato più volte suggerito che tali ceramiche viaggiassero quale merce
complementare o, perlomeno, associata ad anfore vinarie, applicando uno schema
che sarà quello “vincente” e ben attestato per le produzioni tirreniche del II sec. (cera-
mica campana A e greco-italiche tarde; cfr. Morel 1981). Ovviamente le prime can-
didate al ruolo di carico principale sono state le greco-italiche antiche: sorgono qui
però ulteriori problemi di diffusione, in quanto queste anfore sono piuttosto rare nei
centri occidentali, soprattutto in Gallia, durante tutta la prima metà del III sec.

bibliografia, eccetto il caso di contesti editi in un bilita soprattutto sulla base della revisione dei bolli
momento successivo o di riedizioni che apportino rodii, cfr. Finkielsztejn 2001: 192)
nuovi dati sul contesto. 5. Da ultimo Principal 1998; Cibecchini, Principal
3. Guerrero, Miró, Ramon 1991; Ramon 1995: 59. 2002 con ulteriore bibliografia.
4. Sul relitto, cfr. Long 1987. La datazione è stata sta-

2
(Bargagliotti, Cibecchini, Gambogi 1997: 48-49). In mancanza di una testimonian-
za di commercio interrotto, di un relitto appunto, la questione resta quindi aperta,
perché la diffusione terrestre permette di ricostruire delle correnti commerciali (ad es.
una corrente settentrionale, lungo il Tirreno verso Marsiglia-Ampurias, ed una meri-
dionale, che tocca Cartagine verso le coste levantine), ma non permette di stabilire
con certezza con quali altre merci d’importazione queste ceramiche viaggiassero o se,
assieme ad altro vasellame di un certo pregio, potessero avere un valore tale da costi-
tuire esse stesse il carico principale dell’imbarcazione (Ibidem).
D’altro canto possiamo anche notare che due dei relitti ascrivibili a questo arco
cronologico, il relitto di Capitello (Fig. 1), dell’inizio del III sec. (Parker 1992: 396),
e quello di Montecristo, della metà del III, presentano effettivamente un carico prin-
cipale composto da greco-italiche antiche con un carico complementare composto da
ceramica a vernice nera. Si tratta però di produzioni ceramiche peculiari, scarsamen-
te attestate nei siti terrestri del Mediterraneo. Officine dunque che non devono aver
goduto di un particolare successo sul mercato, ma alle quali rischieremo di attribui-
re un’importanza eccessiva se ci basassimo troppo, o ancor peggio, soltanto sui rin-
venimenti subacquei.
Un’altra produzione di ceramica a vernice nera che ha avuto una vicenda simi-
le, ma dal diverso esito, è quella della campana A arcaica, inizialmente classificata
come una generica produzione italica a vernice nera di III sec. (Morel 1978; Py 1990:
564) I primi prodotti destinati all’esportazione delle celebri officine del Golfo di
Napoli sono ormai ben attestati in numerosi centri della Gallia meridionale e della
Catalogna già dalla seconda metà del III sec. (Principal 1998; Py, Adroher, Sanchez
2001: 435-439), momento in cui si iniziano a rilevare anche quantità apprezzabili e
crescenti di anfore greco-italiche antiche (Cibecchini 2002: 221-222; Cibecchini,
Principal 2002: 657-661). In particolare, lungo le coste Francesi, e in minor misura
lungo quelle catalane, la facies della campana A arcaica è caratterizzata dalla presenza
di una forma peculiare, una Kylix a due anse orizzontali e piede che tende progressi-
vamente ad alzarsi, definita Lamb./Bats 42 Bc. Una forma fino a pochi anni fa sco-
nosciuta in Italia, pur essendo prodotta sicuramente nel Golfo di Napoli, un vero
“mistero” per usare le parole di Morel (1990: 59).
Adesso, com’è noto, questo mistero è stato in parte risolto proprio grazie al
ritrovamento di due relitti: nel primo, quello della Meloria A (Livorno, ca. 240-230
a.C., cfr. Fig. 2), “la plus ancienne transportant de la campanienne A que nous con-
naissions” (Morel 1998: 513), abbiamo un carico d’anfore greco-italiche antiche asso-
ciate appunto a ceramica attribuita alla campana A arcaica, dove compare una delle
prime versioni di questa kilix (Cibecchini 2002). La diffusione esclusivamente occi-
dentale di questa forma lascia intuire che si trattava di una partita composta inten-
zionalmente per il commercio verso la Gallia meridionale o la Catalogna.
Il secondo è il relitto della Pointe Lequin 2 (isola di Porquerolle, Hyères, data-
bile alla fine del III-inizi II, cfr. Gallia Informations 2000), in apparenza un classico
carico d’anfore greco-italiche e ceramica campana A antica, tra la quale compare una
versione più recente della nostra Kylix, quella su alto piede ovvero il tipo più diffuso

3
in Occidente (anche in questo caso basti pensare agli esemplari di Lattes e di Olbia;
cfr. Py, Adroher, Sanchez 2001: 505-511; Bats 1988).
Siamo dunque di fronte ad un relitto che precorre, congiuntamente a quello
della Meloria A, il flusso continuo di vino e ceramiche tirreniche dei due secoli suc-
cessivi, e quel commercio “complementare e parassitario” della ceramica campana,
ritenuto finora caratteristico della fase post-annibalica (Morel 1981).
Ricapitolando, si può notare che dalla metà del III i relitti mostrano che al pre-
valere del vino campano-laziale fa non a caso da pendant la presenza di un carico
secondario di ceramica da tavola a vernice nera proveniente quasi sempre dalla stes-
sa area di produzione: su 10 dei relitti noti con relativa certezza6, 4 (Montecristo,
Meloria A, Pointe Lequin 2, Sanguinaires A7) trasportavano assieme ad anfore greco-
italiche di produzione campano-laziale anche un carico secondario di ceramica da
tavola prodotta nella stessa area e in altri 2 casi (Cala Rossa e Tour d’Agnello)8 non
vi sono al momento dati sicuri per escluderne una consistente presenza. In tutti que-
sti casi, eccetto il relitto di Montecristo, si tratta di ceramica campana A arcaica o
antica prodotta nel Golfo di Napoli (forse ad Ischia per quella arcaica)9. Si conferma
dunque nella seconda metà del III sec. l’inizio del binomio tra vino e ceramica cam-
pana A che dominerà per tutto il secolo successivo, ben illustrato dal Grand
Congloué 1 e da numerosi siti terrestri della fascia costiera di Francia e Spagna10.
Apparentemente, nessuno dei relitti noti sembra invece supportare l’idea che la
ceramica da tavola possa aver costituito il carico principale di un’imbarcazione, come
potrebbero suggerire alcune anomalie nella diffusione terrestre, soprattutto in alcune
aree occidentali. Una situazione che ha molti punti di contatto con quella della cera-
mica attica a vernice nera di IV sec. (Morel 1998: 508) e dell’atelier des petites estam-
pilles della prima metà del III sec. (cfr. Morel 1985: 73). Non si può escludere che nel
III sec. alcune produzioni ceramiche siano state oggetto di un commercio ‘meramen-
te manifatturiero e mercantilistico’ (ibidem), basato sulla forte richiesta di ceramica da
simposio da parte di alcuni centri occidentali fortemente ellenizzati, ma per il momen-
to mancano evidenze dirette e sicure di un simile commercio. D’altro canto, ben 3
relitti (Bon Capó, Tour Fondue e Terrasini B)11 non hanno restituito neppure un solo
pezzo di ceramica a vernice nera, mostrando in maniera piuttosto chiara, sempre che
ce ne fosse bisogno, che il vino poteva essere commerciato anche isolatamente o quasi.

6. Non considerando i relitti delle Eolie - Roghi e con argilla più chiara rispetto a quella classica sia stata
Capistello e quello del Grand Congloué 1. prodotta a Napoli o nell’isola.
7. Alfonsi, Gandolfo 1997. 10. Su tale diffusione e dominio della campana A la
8. Parker 1992: 90 e 431 con bibliografia prcedente. bibliografia è ormai notevole, si cfr. da ultimo Morel
9. Le uniche officine finora ben documentate si loca- 1998: 487-489. Per le importazioni di III sec. in area
lizzano a Napoli, con un’attività compresa tra la fine catalana, Principal 1998: 119-140, 153; per il
del III e il I sec. (Accarona et alii 1985; Olcese, Picon, Languedoc e la costa meridionale della Gallia, si cfr. Py,
Thierrin 1996: 23). La produzione di ceramica a verni- Adroher, Sanchez 2001 alla voce “Campana A”, con
ce nera a Ischia sembra invece mostrare il suo momen- bibliografia; su Marsiglia da ultimo Cibecchini cds.
to migliore tra IV e III sec., con una manifesta recessio- 11. Su Bon Capó, cfr. da ultimo Asensio, Martin 1998;
ne verso la fine del III (Principal 1998: 120), ma non è su Tour Fondue, cfr. Dangreaux 1996 con bibliografia
ancora chiaro il ruolo giocato dall’isola nell’esportazio- precedente; su Terrasini B, cfr. Parker 1992: 422
ne della ceramica ‘campana’, né se la campana A arcaica

4
Passiamo al II secolo, periodo per il quale abbiamo una documentazione più ricca
e sicura. È noto che in questo periodo si assiste ad un forte aumento dei traffici com-
merciali, un incremento riflesso anche dal raddoppiato numero di relitti, trasportanti
anfore vinarie greco-italiche tarde, attestati nei primi tre quarti del II sec. rispetto a
quelli attribuibili all’intero secolo precedente (12-13 relitti contro 24, che salgono a 26
se consideriamo anche i relitti di Riou 112 e di Isla Pedrosa13). Si può proporre il seguen-
te quadro complessivo, con i relitti divisi in tranches cronologiche per quarti di secolo:

ca. 250-225 = 4 relitti (Montecristo, Meloria, Tour Fondue, Bon Capó);

ca. 225-200 = 6 relitti (Cabrera 2, Cala Rossa, Tour d’Agnello, Terrasini B,


Sant-Hospice 214, Sanguinaires A);

ca. 200-175 = 7 relitti (Pointe Lequin 2, Grand Congloué 1, Riou 1, Redonne


B1, Secca del Bagno, Portopalo, El Lazareto)15;

ca. 175-150 = 10 relitti (Cala Scirocco, nave ellenistica di Pisa, Chrétienne C,


Heliopolis 2, Baia di Briande, Portaló, Sud Gracieuse, Punta Lazzaretto, Mont Rose,
Bregançon 2)16;

ca. 150-125 = 10 relitti (La Ciotat 1, Punta Scaletta, Formiche di Capraia,


Punta Salina, Jeaune-Garde B?, Escombreras 1, Pointe du Brouil, Pozzino, Filicudi
A, Isla Pedrosa)17.

Interessa qui prendere ancora in considerazione alcuni aspetti legati ai carichi


secondari. Innanzitutto è possibile rilevare una discrepanza nella presenza di cerami-
ca a vernice nera tra i relitti del primo quarto e quelli del secondo quarto del II sec..
Nel primo periodo su 7 relitti individuati, 4 (Pointe Lequin 2, Grand Congloué
1, Redonne B1, El Lazareto) presentano un simile carico complementare; a questi

12. Cfr. Lequement, Liou 1975: 79; Morel 1981a: 62. 16. Su Cala Scirocco, cfr. Firmati 1997; sulla nave elle-
Le informazioni disponibili su questo relitto sono nistica di Pisa, cfr. da ultimo Bruni in Tangheroni
molto scarse; il suo carico è apparentemente costituito 2003: 376-379; sulla Chrétienne C, cfr. Parker 1992:
solo da ceramica a vernice nera, piatti e coppe, di pro- 77; su Heliopolis 2, cfr. Joncheray, Long 2002: 131-
babile produzione etrusco-laziale secondo Parker (1992: 159; su Baia di Briande, cfr. Parker 1992: 77; su El
367-368), mentre dai dati conservati al DRASSM sem- Portaló, cfr. Parker 1992: 90; su Sud Gracieuse, cfr.
bra trattarsi di ceramica campana A. Datato ai primi Long 2000: 59-60; su Punta Lazzaretto, cfr. Parker
anni del II sec. (200-190). 1992: 354-355; su Mont Rose, cfr. Liou 1975: 582-
13. Dove le anfore sono considerate già delle Dressel 583; su Bregançon 2, cfr. Pomey et alii 1992: 31.
1A; cfr. Sanmartí, Principal 1998: 206-207, con biblio- 17. Su La Ciotat 1, cfr. Parker 1992: 145; su Punta
grafia. Scaletta, cfr. Firmati 1992; su Formiche di Capraia, cfr.
14. Pomey et alii 1989: 53. Firmati 1998: 166-169;su Punta Salina, cfr. cfr. Parker
15. Su Redonne B1, cfr.Long, Hoyau 1997: 66; su 1992: 358-359; su Jeaune-Garde B, cfr. cfr. Parker
Secca del Bagno, cfr. Parker 1992: 395; su Porto Palo, 1992: 222; su Escombreras 1, cfr. Metamorfosis 1999; su
cfr. Basile 1997: 147-152, con erronea attribuzione Pointe du Brouil, cr. cfr. Parker 1992: 322-323; sul
delle anfore greco-italiche al tipo MGS IV; su El Pozzino, cfr. Romualdi, Firmati 1998; su Filicudi A, cfr.
Lazareto, cfr. Parker 1992: 241. cfr. Parker 1992: 117, Pérez Ballester 1992: 125-126.

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vanno aggiunti il relitto di Riou 1, dove la ceramica a vernice nera sembra l’unico
materiale attestato, e il giacimento B del Puntone di Scarlino (Gr - Bargagliotti,
Cibecchini 2003: 54-56), dove verosimilmente era presente anche un lotto di cera-
mica da tavola. Possiamo inoltre notare come questa classe ceramica sia attestata in
tutti i relitti noti diretti ai mercati occidentali.
Nel quarto di secolo successivo, al contrario, nessuno dei 10 relitti individuati
sembra possedere un carico secondario costituito da ceramica a vernice nera, eccetto
la nave ellenistica di Pisa, destinata probabilmente alla re-distribuzione nel territorio
circostante (ceramica in prevalenza prodotta in Etruria settentrionale).
Nel relitto della Chretiènne C si tratta di pochi pezzi pertinenti alla dotazione
di bordo; nel relitto di Mont Rose abbiamo con certezza soltanto un piatto in cam-
pana A. Questa differenza risulta ancora più notevole se consideriamo che i relitti con
carico complementare di ceramica a vernice nera sembrano concentrarsi al passaggio
tra III e II sec., grosso modo tra 210-190 (Sanguinaires 1, Pointe Lequin 2, Grand
Congloué 1, Redonne B1, Riou 1), ed in seguito nel terzo quarto del II sec. Su 10
relitti soltanto 2 (Punta Salina e Jeaune-Garde B), destinati entrambi alla piccola
redistribuzione, non presentano un carico secondario di ceramica a vernice nera. A
questi si può aggiungere forse quello del Pozzino, dove non è chiaro se il vasellame
in campana A rinvenuto facesse parte della dotazione di bordo o del carico.
Sfortunatamente non disponiamo di dati sufficienti per verificare se nei siti
terrestri si ripeta lo stesso scenario, ovvero se si registri una forte flessione delle
importazioni di ceramica a vernice nera, soprattutto della campana A. Possiamo
osservare che a Lattes nell’ultimo quarto del III sec. si registra un impressionante
salto quantitativo nell’importazione della campana A, che resta però stabile fino al
150, per poi salire ulteriormente e toccare le massime percentuali tra 125 e 100 (Py,
Adroher, Sanchez 2001: 435, fig. 59). Nella stessa direzione sembrano condurre i
dati rilevati a Marsiglia per le ceramiche d’importazione dell’area ‘Musèe Cesar’, ma
il campione appare troppo limitato per poter trarre delle indicazioni certe (Cibec-
chini cds).
Una tale flessione delle importazioni è difficile da spiegare: potrebbe essere con-
nessa alla pausa ‘momentanea’ nell’impegno bellico da parte di Roma in Occidente,
dopo la creazione delle province di Hispania Citerior e Ulterior nel 197 e la repres-
sione degli Iberi nel 195. Usando la stessa chiave di lettura, il rifiorire del commer-
cio delle ceramiche che avviene dopo il 150, dedotto sulla base dei relitti, potrebbe
essere collegato alla terza guerra punica, alle nuove operazioni contro i Celtiberi, alla
distruzione di Corinto, etc. Simili parallelismi sono però pericolosi: gli eventi bellici
non sembrano influenzare in maniera determinante i commerci18, e, comunque, nel
nostro caso non si comprenderebbe perché il commercio del vino non ne sia stato in
ugual misura influenzato. Se la presenza fissa di eserciti e di vari personaggi legati alla
gestione romana delle nuove province costituì sicuramente una delle fonti principa-

18. Come ben specifica anche Morel (1990a: 406) “l’a- un secolo quella degli eserciti e degli amministratori di
zione dei negotiatores italiani precede talvolta di più di Roma”.

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li, ma certo non l’unica, di assorbimento di prodotti italici, e quindi un importante
motore commerciale (Molina 1997: 185-189), è altrettanto vero che tale presenza si
mantenne più o meno costante durante tutto il II sec. Inoltre, la maggior parte dei
relitti esaminati aveva verosimilmente come destinazione non la Spagna, ma la Gallia,
dove, com’é noto, l’elemento militare ha avuto scarsa rilevanza a livello commerciale
(Tchernia 1986: 87-90).
Nel complesso si ha la conferma di una netta prevalenza del commercio del vino
su quello delle ceramiche anche per il II sec., fatto che non è sorprendente e che
riflette la preminenza della produzione agricola su quella artigianale, anche quando
questa raggiunge un livello quasi industriale (come nel caso delle officine della cam-
pana A e B campana; cfr. Morel 1996: spec. 183).
L’invasione del mercato occidentale da parte della ceramica campana A è un
dato ormai ampiamente acquisito. Questa ceramica, a diffusione esclusivamente
marittima, si ritrova lungo tutte le coste e le isole del Mediterraneo occidentale, in
alcune aree con quantità tali da costituire quasi l’unico vasellame fine da tavola pre-
sente durante l’arco di oltre un secolo.
I relitti citati confermano un’esportazione diretta prevalentemente verso
l’Occidente settentrionale, in particolare verso Marsiglia e Ampurias, almeno fino al
terzo quarto del II sec.
La preferenza accordata alla rotta settentrionale per questa merce si deduce non
solo dalla localizzazione dei relitti, ma anche dalla diffusione di alcune forme parti-
colari. Ad es. la coppa biansata Morel 68b-serie 3131, presente sul Grand Congloué
1 e forma peculiare della campana A, è capillarmente diffusa nella Penisola Iberica a
partire dalla fine del III sec.19; tuttavia è molto meno frequente in Gallia, pur essen-
do ben attestata entro la prima metà del II sec.20, e piuttosto rara in Italia. In Etruria
si ritrova tuttavia significativamente in alcuni scali e centri costieri centro-settentrio-
nali, quali Populonia, Castiglioncello, Luni e nell’isola d’Elba (Cibecchini 1999: 42,
Eadem 1999a: 75). In Gallia questa coppa per bere sembra subire la concorrenza della
kylix Lamb./Bats 42Bc, vista sopra, attestata con entrambi le varianti cronologiche.
La diffusione di queste forme suggerisce già di per sé la presenza di aree commercia-
li differenziate e la presenza di circuiti marittimi diretti, che toccano lungo la navi-
gazione soltanto marginalmente alcuni scali o porti principali del Tirreno (come
sembra indicare il caso delle coppe Morel 68).
La differenza di diffusione delle merci tra Gallia e Penisola Iberica appare ancor
più evidente se consideriamo le altre due produzioni ceramiche tirreniche che a par-
tire dalla metà del II sec. sono state oggetto di un rilevante commercio d’oltremare:
la Campana B etrusca e assimilate (come ad es. la Volterrana D) e la campana B cam-
pana, in particolare la produzione calena21.

19. Ad es. ad Ampurias sono presenti 13 exx., cfr. 21. Per tale definizione e il recente dibattito sulle pro-
Sanmartí 1978: 52-196, passim; Principal 1998: 129- blematiche legate al circolo della B cfr. Cibecchini,
130. Principal cds; Empuries 2000: passim. Per la ceramica
20. Per un quadro della situazione e delle attestazioni in calena cfr. da ultimo Pedroni 2001 con bibliografia
Gallia, cfr. Cibecchini cds. precedente.

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È ormai appurato che la campana B etrusca ha avuto una diffusione marittima al
di fuori dell’Etruria molto più ristretta di quanto ritenuto in passato. Proprio per que-
sto motivo acquista particolare rilievo la sua presenza, ridotta ma costante, nella Penisola
Iberica e a Cartagine, a dimostrazione dell’inizio di un suo ‘commercio marittimo’ a par-
tire dalla metà del II sec. o poco prima. La campana B etrusca si ritrova in quantità
apprezzabili ad Ampurias, Valenza, Cartagena, in Andalusia occidentale (negli insedia-
menti costieri, ad Hispalis e a Corduba)22, a Pollentia (ovviamente post 123)23 e, soprat-
tutto, negli accampamenti numantini, dove rappresenta la ceramica a vernice nera più
utilizzata tra 153-133 (Principal 2000: spec. 270). In particolare, il repertorio formale
attribuibile alla fase dell’assedio del 153 trova precisi confronti con quello attestato a
Cartagine (Sanmartí, Principal 1998: 203-204), dove la produzione etrusca sembra
molto frequente (ibidem), anche con numerose coppe del tipo ‘des anses en oreilles’ (F.
4111), che sono invece assenti negli accampamenti numantini. Di fronte a queste chia-
re evidenze ‘terrestri’ di un commercio d’oltremare, non abbiamo alcun relitto con pre-
senza, anche minima, di vasellame attribuibile con certezza a tali produzioni etrusche24.
In Gallia meridionale invece questa produzione è molto rara ed è assente anche
a Marsiglia o nei centri del Languedoc, con forse l’eccezione di Ruscino e di Lattes
(ammesso che le coppe ansate Pasquinucci 127-F. 3121, qui presenti in fasi datate tra
150-125 a.C., appartengano realmente alla produzione etrusca e non a quella calena,
come sembra più probabile)25. Bisogna arrivare a Genova per ritrovare di nuovo quan-
tità apprezzabili di vasellame di produzione etrusca (Melli, Gambaro 2000: 21-22).
Una diffusione simile si registra anche per le prime importazioni di campana B
campana, in particolare per la calena liscia antica e media. Nella Penisola Iberica la
calena antica e alcune forme della ‘media’ sono già ben attestate nel terzo quarto del
secolo, soprattutto a Cartagena, Tarragona e Ampurias26. In pochi decenni queste
ceramiche inondano la Penisola Iberica e occupano un’ampia fetta del mercato
monopolizzato, fino a quel momento, dalla campana A napoletana, raggiunta e supe-
rata tra la fine del II sec. e i primi decenni del I sec. Al contrario, in Gallia queste
ceramiche sono completamente o quasi assenti, eccetto i casi isolati di Ruscino e di
Lattes, fino all’ultimo quarto del II sec. Soltanto nel terzo quarto del I sec. raggiun-
gono quasi ovunque percentuali apprezzabili, ma sempre nettamente inferiori a quel-
le della campana A (Arcelin 2000: spec. fig. 16).
L’altra area interessata da una precoce e rilevante importazione della ceramica
calena antica è notoriamente Cartagine, dove la percentuale delle attestazioni ha fatto
a lungo pensare ad una produzione locale (la classe definita appunto da Morel «Byrsa
661», cfr. Morel 1986: 31-34; Pedroni 2001: 321).

22. Cfr. i contributi sui vari siti citati in Empuries 2000. sono invece più verosimilmente pertinenti a quella
23. Dove forse raggiunge percentuali molto elevate, di calena.
poco inferiori alla campana A. Non è però chiaro se 25. Arcelin 2000; Marín, Ribera 2001: 280.
una parte di questo vasellame vada o meno attribuito 26. Sulla diffusione in Spagna della ceramica calena e B
alla calena (Sanmartí et alii 1996). campana in generale, cfr. Empuries 2000: passim. Utile
24. Ricordo che le ceramiche a vernice nera del relitto il quadro della situazione tracciato in Marin, Ribera
di Filicudi A, a lungo ritenute di produzione etrusca, 2001, sebbene con qualche dubbio.

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Possiamo cercare di ricostruire le rotte seguite da queste merci anche tramite i
pochi ma importanti, relitti con carico secondario di ceramica calena e grazie soprat-
tutto all’analisi della diffusione terrestre di alcune forme altamente significative (cfr.
Fig. 2), quali la coppa con pieducci a maschere teatrali F. 2132 (calena antica) e il cra-
tere F. 4753 (calena media). La prima forma la ritroviamo in abbondanza, oltre che
a Cales, in siti costieri dell’Etruria (Populonia, Castiglioncello, isola d’Elba)27 e, con
attestazioni puntuali, a Genova (Melli, Gambaro 2000), nel relitto della Pointe du
Brouil, ad Ampurias e a Tarragona28; a Sud a Cartagine (Morel 1986: 46), a
Cartagena, e a Lucentum/Albufereta29. Quanto al cratere F. 4753 (Pérez Ballester
1992) si hanno attestazioni oltre che a Cales, in Etruria (Cosa, Populonia,
Castiglioncello, Luni, Isola d’Elba), a Genova (Melli, Gambaro 2000), a Cartagena,
Cordoba (Ventura 2000), Valenza e in vari altri siti lungo la costa fino ad Ampurias,
a Ruscino, a Ensérune e anche a Glanum (Marín, Ribera 2001: 281). Un esemplare
è noto anche in Marocco, a Tamuda30. Molto significativa la sua presenza nei relitti
di Filicudi A (Sicilia) e di Spargi (Sardegna; Pallares 1986).
Nei relitti di Escombreras 1(Cartagena) e Filicudi A (Fig. 4) si incontra per la
prima volta un carico complementare di campana B campana, mentre il vasellame in
campana A è minoritario e sicuramente pertinente alla dotazione di bordo.
La Gallia meridionale, in particolare Marsiglia ed il suo territorio, non sembra-
no in conclusione venir toccate dalla diffusione delle produzioni ceramiche etrusche
e campano-settentrionali e mantengono un legame privilegiato con il Golfo di
Napoli. Si evidenziano dunque diverse aree di diffusione dei materiali, servite da navi
che seguono chiaramente rotte varie e per lo più dirette: quella settentrionale, che
costeggia il Tirreno, attraversa l’Arcipelago Toscano e, in apparenza saltando quasi
completamente la Gallia, fa capo verosimilmente ad Ampurias, che re-distribuisce le
merci su un ampio territorio. Probabilmente è proprio da questo centro che arriva-
no, prima della fondazione di Narbona, le ceramiche della cerchia della B attestate
nei siti del Languedoc-Roussillon, mentre dall’altro lato resta da chiarire il ruolo eco-
nomico di Tarragona31. La rotta meridionale serve invece l’Africa settentrionale, in
particolare Cartagine fino alla sua distruzione, ma doveva far capo principalmente a
Carthago Nova, centro economico fondamentale della Penisola Iberica, la cui sfera
d’influenza si incrocia con quella di Ampurias probabilmente a Nord del Cabo de la
Nao (Molina 1997: 203-228). Sembra probabile che un terzo polo d’attrazione fosse
costituito dal centro di Cadice, come sostenuto da Molina (ibidem: spec. 197-198).
Quest’analisi incrociata mi sembra inoltre che possa confermare la presenza nel
II sec. di rotte più dirette verso i grandi centri portuali occidentali, che si occupava-
no poi della re-distribuzione delle merci sul territorio32. Lungo queste rotte si effet-
tuavano al massimo brevi scali tecnici o, comunque, scambi di merci di piccola entità

27. Cibecchini 1999a: 96-97. questo seminario.


28. Marín, Ribera 2001: 254-277, 291. 31. Cfr. Molina 1997: 223.
29. Ibidem. 32. Su tale argomento si vedano gli interventi di J.
30. Da comunicazione di Aziz El Khayiari nel corso di Nieto e di G. Vivar in questo stesso seminario.

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(come sembra rilevabile negli scali costieri dell’Etruria) e non vere e proprie ‘rotture
dei carichi’.
Al volgere del secolo, con l’affermazione delle Dressel 1, sembra accentuarsi il
ruolo di merce complementare del vino per la campana B campana, che però nei
relitti non è mai presente in percentuali eccessivamente elevate33 come accadeva in
alcuni casi con la campana A del secolo precedente (ad. es. nei relitti del Grand
Congloué 1, Punta Scaletta, Isla Pedrosa). Al contrario, sono ora più frequenti i relit-
ti d’imbarcazioni di medie e grandi dimensioni che trasportavano quasi esclusiva-
mente diverse migliaia d’anfore. Un paio di casi esemplari tra tutti: nella Madrague
de Giens a fronte di un carico di vino di 6.000-7.000 anfore sono presenti alcune
centinaia di pezzi in campana B campana e campana C34; nel Grand Congloué 2 a
fronte di 1.200-1.500 anfore Dressel 1 prodotte in Etruria vi sono soltanto 18 pezzi
pertinenti alla cerchia della campana B (campana o etrusca?), ai quali si possono forse
aggiungere altri 20-40 pezzi se si considerano come parte del carico alcune cerami-
che comuni, i bicchieri a pareti sottili e le coppe ‘megaresi’ (Long 1987: 11-14).
Le produzioni a vernice nera napoletane sono ormai relegate quasi esclusiva-
mente alla dotazione di bordo, con rare eccezioni, e anche in questi casi, comunque,
le quantità restano esigue, come nel relitto di Riou 3 (Long, Ximenes 1988: 159-183).
Questi dati contrastano però con quelli forniti in media dai siti terrestri della
Gallia meridionale, dove la campana A tocca le punte massime di attestazioni pro-
prio tra l’ultimo quarto del II e l’inizio del I sec., restando ben presente fino alla metà
di quest’ultimo, momento in cui le importazioni iniziano chiaramente a diminuire35.
Come spiegare dunque tale discrepanza? Un attardamento d’uso e problemi legati
all’ammortizzazione della ceramica fine nei siti terrestri costituiscono alcune tra le
risposte più semplici/pacifiche a questo problema, così come l’incidenza della casua-
lità dei rinvenimenti e la mancanza di dati quantitativi precisi nel caso dei siti subac-
quei. Si tratta in entrambi i casi di aspetti che senza dubbio hanno un peso, talvolta
anche rilevante, ma non sembra verosimile che una discrepanza così marcata possa
essere spiegata con un attardamento nell’uso o una scarsa valutazione del fenomeno
d’ammortizzazione. Quanto ai problemi legati all’individuazione e allo studio dei
relitti, si deve considerare che i contesti tardo-repubblicani, ed in particolare i relitti
con Dressel 1, sono proprio quelli più noti, i più numerosi e quelli indagati con mag-
giore cura del Mediterraneo occidentale.
Occorrerà dunque anche in questo caso cercare ulteriori spiegazioni e non
accontentarsi delle “risposte più semplici”.

33. Per una rapida sintesi sui relitti con ceramica calena pesante (su gentile indicazione di A. Hesnard nel corso
cfr. Ribera 2001. del seminario).
34. Tchernia, Pomey, Hesnard 1978; Parker 1992: 249- 35. Arcelin 2000: 295-296. Ci sono però alcune aree,
250. Il numero di pezzi di vasellame poteva tuttavia come Lattes, dove le percentuali di ceramica a vernice
essere ben più elevato se si considera il fatto che le cera- nera crollano clamorosamente dopo il 75 (Py, Adroher,
miche sembravano stivate al di sopra delle anfore ed Sanchez 2001: 435, fig. 59).
avere di conseguenza subito un saccheggio molto

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14
fig. 1 – Relitto di Capistello.

15
fig. 2 – Relitto della Meloria A.

16
fig. 3 – Carta di distribuzione delle forme Morel F. 4753 e F. 2132.

17
fig. 4 – Relitto Filicudi A.

18