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Diego “Bonzo” Morgera

UN CARICO DI PORCELLANA
Una delle tante avventure di Giovanni Caracciolo Zimisce
Romanzo breve
Antefatto. Prepararsi ad una guerra
Torino, teatro Balbo, 8 settembre 1911

Uno scroscio di applausi. Senza sosta, forte e potente. Centinaia di mani applaudirono
all'unisono creando una marea, un temporale, una tempesta. Urla, grida, lanci di cappelli a tuba e
mazzi di fiori. Tutti per lei, solo per lei. La Diva. Ed ancora doveva salire sul palco.
Un attimo di pausa. Una pace temporanea.
Un piccolo uomo in vestito nero sbuca d'innanzi al pubblico. Capoccia tonda e pelata, baffi
all'insù e movenze effeminate. L'occhio di bue gli è addosso, tutti lo fissano. Sta per annunciarla, la
Diva.
Ancora qualche borbottio, un colpo di tosse. Quando l'ometto si rischiara la voce, il silenzio
è totale.
- Signori...
Una pausa, studiata. Serve ad alimentare l'attesa.
- Signori... - dice a voce un po' più alta-Signori e signori, spettabile pubblico...
Pausa.
Gli occhi degli spettatori si ingrandivano sempre di più. Si stavano cibando di quell'aria
frizzante che aleggiava prima della pronuncia, la fatale pronuncia tanto attesa. Di quel nome, il
nome della Diva.
Cosa avrebbe fatto questa volta? Come si sarebbe mostrata? Come avrebbe stupito, ancora,
il suo pubblico?
- Signori, questa sera si esibirà su questo palco la principessa... ma che dico, Regina dei
palchi italici! La ninfa che ha incantato tutti i teatri dello stivale, che ha lasciato a bocca aperta tutte
le genti del regno di Vittorio Emanuele III...
Applausi, qualche “W il re!” sparso. Dalla platea economica qualche fischio, da quelle
costose risatine e commenti a bassa voce.
- ...La bellezza che fatto innamorare poeti e scrittori, pittori e musicisti... la cantante la cui
voce è così soave e così dolce... Signori e signore, ho il piacere di annunciarvi...
Pausa. Studiata e fondamentale. Forse la più importante di tutte.
Il pubblico era una bomba carica ad esplodere.
L'ometto stava per partorire quel nome tanto atteso. Se non era accorto con i tempi avrebbe
potuto rovinare tutto. Se il pubblico veniva troppo snervato dalle pause, esplodeva prima in un
marasma caotico di insulti e quant'altro. Se si era troppo sbrigativi la bomba faceva cilecca. Quella
sera, fortunatamente, l'ometto non sbagliò.
Un ultima attesa. Era ora.
- ... La cantante Gea della Garisenda!
Il pubblicò andò in delirio. Applausi a fiumi, urla, lunghi fischi d'approvazione. Il palco
venne travolto dalle rose, che formarono un tappeto unico di rosso acceso. La Diva stava per
entrare.
Al primo passo fatto sotto le luci, l'intera sala ammutolì. Una cosa del genere non si era mai
vista prima.
Gea della Garisenda era mezza nuda, avvolta solamente da un enorme bandiera italiana.
Vilipendio alla patria? No, esaltazione nazionalistica.
La cantante si bloccò sotto la luce tonda e accecante, e fissò il pubblico. Li aveva conquistati
di nuovo. Lo vedeva dalle loro facce, dai loro sguardi. Una cosa del genere non era mai stata fatta
prima. Gea della Garisenda sarebbe stata ricordata in eterno.
La Diva lasciò cadere gli applausi, affievolire i fischi. Quietare l'aria.
Poi cantò. E tutti scattarono in piedi, come se stesse cantando l'Inno d'Italia.
Sai dove s'annida più florido il suol?
Sai dove sorride più magico il sol?
Sul mar che ci lega con l'Africa d'or,
la stella d'Italia ci addita un tesor.
Ci addita un tesor!

Tripoli, bel suol d'amore,


ti giunga dolce questa mia canzon!
Sventoli il tricolore
sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!

A te, marinaro, sia l'onda sentier.


Sia guida Fortuna per te, bersaglier.
Và e spera, soldato, vittoria è colà,
hai teco l'Italia che gridati:”Và!”

Tripoli, bel suol d'amore,


ti giunga dolce questa mia canzon!
Sventoli il tricolore
sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!

Al vento africano che Tripoli assal


già squillan le trombe,
la marcia real.
A Tripoli i turchi non regnano più:
già il nostro vessillo issato è laggiù…

Tripoli, bel suol d'amore,


ti giunga dolce questa mia canzon!
Sventoli il tricolore
sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli, terra incantata,
sarai italiana al rombo del cannon!
Capitolo 1
Monaco, 12 settembre 1911

Le sottili vetrate sgargianti tremavano ogni volta che arrivava o partiva un treno. Assieme al
fumo scuro, che fuoriusciva dalle locomotive come la lava dai vulcani, ogni treno era accompagnato
da una miriade di inservienti che trasportavano i bagagli o accompagnavano i passeggeri ai posti. Il
tutto seguito dal rumore metallico delle ruote e la puzza dei freni, centinaia di voci e sirene
industriali.
Il capitano Pettazzoni, seduto in un bar nella stazione di Monaco, stava leggendo un giornale
tedesco mentre sorseggiava un caffè lungo. Con un gesto di stizza posò sul tavolino la bevanda e
ripiegò i giornali.
- Signore lo finisce il caffè?
Antonio Sanesi, caporale dell'esercito e aiutante di Pettazzoni, afferrò la tazza prima di una
risposta e ingollò tutto il liquido.
- Sanesi lo volevo finire il mio caffè - sussurrò ancora più stizzito il capitano, che intanto si
era alzato e si era messo il giornale sotto il braccio.
- Scusi capitano, non lo sapevo! Avevo visto che lei lo lasciava! Scusi capità...
- Basta caporale, le ricordo che siamo in incognito! Siete tutti così caciaroni voi napoletani,
non prendete mai nulla sul serio. Le ricordo, inoltre, che siamo in missione per conto del Regno
Italiano in territori stranieri! Non è un gioco, non una sceneggiata questa qui!
Mordendosi la lingua il brigadiere Sanesi seguì il capitano fuori dal locale. Conosceva
abbastanza l'animo iroso del suo superiore, e sapeva che sarebbe stato inutile replicare. Il problema,
in realtà, era che Pettazzoni prendeva tutto troppo sul serio. Una vacanza di un mesetto in giro per
l'Europa, diventava una segretissima missione del governo. E poi allo Stato Maggiore e all'Ufficio 1
pochi leggevano i rapporti del capitano, e quasi nessuno li prendeva veramente sul serio. In tutto
ciò, l'unico a rimetterci era il povero Sanesi, che doveva sorbirsi le lamentele di Pettazzoni e dire
sempre di “si”.
I due, senza fiatare, attraversarono il lungo marciapiede che costeggiava uno degli ultimi
binari, dove era appena arrivato un carro merci, e subito deviarono verso la zona magazzini. Nel
breve tratto di terra battuta, i due agenti camminarono a passo svelto e in allerta. Quella zona non
era aperta al pubblico e, in special modo, il capannone 54 era parecchio sorvegliato dalle guardie
ferroviarie. Se fossero stati scoperti avrebbero avuto parecchi problemi, ma questo non doveva
accadere. Pettazzoni pretendeva che tutto andasse perfettamente; desiderava collezionare una bella
medaglia sul petto, e magari pure un bell'incarico importante.
Arrivati nei pressi della grande costruzione di acciaio, Sanesi perlustrò l'area circostante,
non trovando nessuno. Era tutto deserto.
Pettazzoni, ricevuto il segnale, tentò di aprire la porta d'ingresso del magazzino, ma non ci
riuscì.
- E' chiusa - commentò il capitano.
Sanesi, sicuramente con più forza del grassoccio capitano, con un paio di spallate riuscì a far
cedere la serratura e i due entrarono. L'oscurità li accolse, fino a quando non accesero il sistema di
illuminazione. Un ronzio metallico precedette una luce accecante. Il magazzino si rivelò pieno di
enormi scatole di legno, tutte della stessa forma e tutte sistemate con un rigore geometrico
ineccepibile.
- Hai capito questi germanici, capità! Guardate che ordine e precisione.
Pettazzoni non parlò. Come colto da una visione mistica avanzava a caso tra le scatole di
legno, accarezzandole.
- Porcellane... caporale Sanesi, la dicitura sulle scatole dice : PORCELLANE, FRAGILE.
Dopo aver dato uno sguardo alle scritte in tedesco stampate in rosso sul legno, Antonio
Sanesi pensò che avevano sbagliato tutto. Erano da più di due mesi in Germania per seguire un
carico di fucili diretti in Turchia, ed ora si ritrovavano con un migliaio di porcellane. Decisamente
un fallimento. Già immagazzinava lo svilimento e le conseguenti lamentele durante il viaggio di
ritorno da parte del suo superiore.
Improvvisamente il capitano Pettazzoni si aggrappò ad una cassa e salì in cima, non senza
serie difficoltà causate dalla sua poca prestanza fisica. Sfoderò la pistola e prendendola dalla parte
della canna iniziò a martellare con il calcio sul coperchio di legno.
- Capitano, così ci sentiranno.
- Senesi taci!
Le parole furono seguite da un crack. Il legno si era sfondato e una nuvola di pagliuzza si
liberò nell'aria. Oramai, preso dalla curiosità, anche Sanesi salì in cima ed aiutò il suo capitano ad
aprire completamente la cassa. Il tesoro si rivelò come da scritto: una lunga fila di caraffe e
bicchieri di ogni misura in porcellana bianca decorata di blu.
- Porcellana...
- Si capitano, c'era pure scritto sulla scatola!
Senza dare retta alle parole del caporale, il capitano scostò un paio di fila di quella
cianfrusaglia da mercato ed infilò tutto braccio dentro. Come un mago con le colombe dal cilindro,
il capitano Pettazzoni tirò fuori un fucile Mauser nuovo di pacco, lucido e ingrassato.
- Fucili nascosti sotto le porcellane, un trucchetto alquanto banale.
Sanesi intanto scostò le altre file di porcellana, rivelando una ventina di moschetti tutti
uguali poggiati l'uno sull'altro, ognuno con un libretto di istruzioni scritto in tedesco e turco. Anche
tutte le diciture e i marchi sui fucili erano in turco.
- Sanesi ce l'abbiamo fatta, l'abbiamo intercettato il carico di fucili.
Il caporale si stava guardando attorno facendo un conto forfettario sul numero di armi
presenti in quel magazzino. Ammutolito ripeté il calcolo, ma purtroppo era giusto.
- Sanesi questi sono destinati a sparare sui nostri soldati, lo capisce? Ci sarà una guerra tra
l'Italia e l'Impero Ottomano tra pochissimo, lo capisce?
- Capità e io lo capisco, ma come facciamo a fermare il carico?
- Non lo dovremo fare noi. Ora dobbiamo solo riuscire a comunicare al ministero tutto e al
più presto. L'importante è che abbiamo localizzato i fucili. Rimarremo nei pressi della stazione per
qualche giorno, per vedere quando verranno caricati sul treno, così potremmo sapere anche in che
città precisamente sono diretti. Sanesi, per questo mi dovranno dare come minimo un paio di
medaglie e un avanzamento di grado.
- A me basterebbe un piccolo aumento sullo stipendio, capità!
Urgente. Riservato
Destinatario : Tenente Colonnello Negri Silvio, Ufficio I

Qui in Tripolitania e negli altri territori libici la situazione sta diventando tesa. L'esercito
Ottomano sta ultimando trattative segrete con i ribelli di tutta la zona. Conteggio approssimato di
25.000/30.000 irregolari pronti ad unirsi all'esercito Ottomano. Il numero potrebbe aumentare
anche di altre 10.000 unità nei prossimi giorni. La situazione a Tripoli è gravosa. L'odio anti-
italiano, alimentato dalle autorità turche, si sta diffondendo. Possibilità di accoglienza pacifica da
parte della popolazione araba nei confronti degli italiani, molto scarse. La mia copertura come
ispettore postale
sta cedendo. Possibili ritorsioni nei prossimi giorni a Tripoli contro italiani o società e agenzie
italiane. Sospetto arrivo nei giorni 28/29, di questo mese, di un URGENTE CARICO DI
PORCELLANE dal porto di Salonicco su un mercantile denominato DERNA.

Capitano Pietro Verri


Tripoli, 18 settembre 1911.
Capitolo 2
Salonicco, 21 settembre 1911.

Era quasi mezzogiorno e i gabbiani stavano eseguendo un concerto di rara bellezza e


magnificenza.
Volavano radenti sul mare piatto, per poi risollevarsi e compiere giri vorticosi in aria.
Danzavano con gli altri loro simili, osservando il mondo dall'alto. Agli occhi di quei pennuti,
Salonicco doveva comparire come un complicatissimo dedalo bianco, popolato da formiche
variopinte e frenetiche che affollavano i vicoli, assediavano i bar e i mercati. Un gran bel posto per
vivere, tra oriente e occidente, tra cristo e maometto.
Seduto al Selanik, un caffè molto occidentale, Giovanni Zimisce Caracciolo seguiva con lo
sguardo il movimento di quegli uccelli mentre sorseggiava un liquore a base di anice. Il calore lo
stava attanagliando, e la sua giacca bianca candida stava iniziando ad essere macchiata da visibili
aloni di sudore. Era una situazione che non sopportava. L'unica cosa che lo rallegrava era quella
città. Ci sarebbe rimasto ancora per un po'. Non era mai stato in Grecia prima d'ora, ma ne era
rimasto affascinato. L'intromissione della cultura mussulmana nel gusto classico ellenico creava una
magia particolare. Non era un imposizione culturale, era un sincretismo antico quello che univa i
due mondi. Nelle strade di Salonicco, tra colonne greche e minareti, rivedeva un po' quel
decadentismo francese, quel Verlaine e quel Rimbaud di cui si era saziato da giovane, quella magia
segreta necessaria all'uomo. Le città europee erano diventate troppo materiali, zeppe di ferro e di
lampioni che illuminavano tutto e spegnevano le notti. Salonicco era una di quelle città che
sopravviveva nella zona di confine tra antico e moderno, in cui l'uomo si poteva ancora smarrire.
La zona del porto era molto animata, Salonicco era uno dei scali marittimi più importanti del
Mediterraneo e di tutto l'Impero. Navi mercantili, provenienti da tutta Europa, arrivano e
scaricavano grossi quantità di merci di ogni genere. L'impero si stava “occidentalizzando”, anche se
non in maniere molto evidente. Forse, tra qualche anno, tutti i turchi si sarebbero vestiti in giacca,
tuba e cravatta. Forse, tra qualche anno, la lunga fila di studenti coranici non sarebbe più passata di
lì. Forse, il tempo avrebbe rivelato il vero.
Un mercante aveva catturato l'attenzione di Giovanni. Il grasso uomo, che indossava una
grossa tunica dai colori accesi, tentava, con modi plateali e persuasivi, di vendere una partita di
pesce a delle donne. Giovanni seguì la scenetta, alquanto comica per le mosse e le facce del
mercante, cercando di capire cosa si stavano dicendo. Il suo turco non era buonissimo, conosceva
molto meglio l'arabo. Il mercante insisteva che il suo pesce era ottimo ed appena pescato. Le donne,
quattro in tutto, con attorno una piccola flotta di figli irrequieti, replicavano che il pesce puzzava e
che era di qualche giorno prima. Scene quotidiane che si potevano vedere in ogni città del mondo.
Ma la lingua e la mimica orientale rendevano anche il più piccolo gesto, qualcosa di affascinante.
Giovanni distolse lo sguardo e si accese una sigaretta. Si accorse di essere accerchiato da
europei, ( francesi, tedeschi, inglesi ) che con le loro lingue forti e dominatrici distruggevano
l'armonico vociare greco-turco. Ai signori del vecchio continente non bastava avere il mondo,
volevano che il mondo fosse come casa loro. Una piccola Parigi in Guinea, una Londra tra le foreste
indiane, una Berlino nel cuore dell'Africa. Manie di grandezza decisamente sproporzionate, ma
dannatamente reali.
Gettò la cicca a terra e la schiacciò. Stava per alzarsi e tornare nella sua camera d'albergo
quando, dal nulla, sbucò un uomo in divisa che gli si parò d'avanti, bloccandolo.
- Lei deve essere il signor Zimisce, vero?
Prima di rispondere Giovanni studiò l'individuo. Basso di statura e media corporatura,
andatura fiera e marziale, sguardo profondo. Indossava la divisa dell'esercito imperiale, gradi ben in
mostra e fez rosso pendente da un lato. Sulla cintola una grossa pistola Mauser, di fornitura tedesca.
Era già qualche anno che quasi tutto l'armamento turco proveniva dalla Germania. Molti
degli ufficiali dell'impero andavano a studiare nelle accademie prussiane. La macchina bellica
ottomana si doveva rinnovare e per farlo stavano scegliendo i leader nel settore.
- Conte Giovanni Caracciolo Zimisce, questo è il mio nome - rispose in un turco abbozzato.
L'uomo senza fare troppi complimenti, prese una sedia e si accomodò. Sfilò con tutta calma
una pipa dal taschino, la caricò di tabacco e si mise a fumare.
- Mi perdoni signore. Lasci che mi presenti, sono il colonnello Fehim. Io e lei ci dovevamo
incontrare più di una ora fa, ma per questioni di altra natura ho dovuto tardare.
- E chi mi assicura che lei sia davvero chi dice di essere?
L'ufficiale prese un pezzetto di carta e ci scrisse sopra una parola - Le dice niente questo?
Giovanni prese in mano il fogliettino e subito lo accartocciò, se lo ficcò nella tasca.
- Questo cambia tutto – Scandì le parole in turco. I muscoli della faccia gli si rilassarono.
- Lei conosce il turco, Monsieur? - Il colonnello parlò in un francese assolutamente perfetto.
- A causa del mio lavoro viaggio molto, e negli affari conoscere più lingue può risultare
determinante. - Ora Giovanni parlò in tedesco, lingua che conosceva molto bene - Immagino che
conosca anche questa lingua.
Il colonnello comprese a pieno e replicò – Sono stato tre anni a studiare in diverse
accademie militari in Germania ed i rapporti tra il nostro impero e quello del Kaiser sono frequenti
ed ottimi.
- Come in questo caso colonnello... - Giovanni incalzò, riferendosi al carico di moschetti che
aveva appena trasportato proprio per conto della principale fabbrica di armi tedesche, la Mauser. –
Allora, colonnello - continuò - avete esaminato la merce, tutto regolare?
- Tutto perfetto, la “porcellana” è di ottima fattura, i tempi di consegna perfetti. Un lavoro
impeccabile, signor Caracciolo. I pagamenti alla fabbrica già sono stati spediti, per quanto riguarda
il suo onere... - Il colonnello si guardò intorno notando i molti europei e le loro orecchie - ...perché
di questo non ne parliamo da un altra parte?
Giovanni non rispose subito. Gettò a terra la cicca e la schiaccio con la scarpa. Si alzò dalla sedia e
attese che il colonnello facesse lo stesso.
- Con tutto il fracasso che fanno dubito che riescano a sentire qualcosa. Comunque sia,
andiamo. Non sarà una passeggiata ad uccidermi.
- Allah non voglia.

Senza attendere oltre, si ficcarono con passo lesto nei vicoli della città. Colorati e ostruiti da
bimbi, bancarelle e riunioni di anziani, questi vicoli erano il vero cuore pulsante di Salonicco. Ogni
visitatore estraneo veniva assaltato da venditori di frutta fresca, carne speziata o tabacco. Giovanni,
che seguiva l'ufficiale, non ebbe tempo di soffermarsi, anche se avrebbe voluto comperare delle
tuniche di seta blu che aveva intravisto tra la bolgia. Uno strano gusto per l'orientale lo stava
attanagliando. Forse era semplicemente la sua voglia di fuga che lo portava a desiderare l'esotico, il
lontano. Nell'attraversare un vicolo, aveva scorto una cappelletta. Avvicinandosi aveva scorto dei
mosaici sacri rappresentanti un santo cristiano. Di fianco la piccola costruzione, un uomo vecchio e
barbuto, vestito di nero e con un cappello lungo sul capo. Un prete ortodosso. Giovanni lo fissò per
qualche minuto. Era rimasto affascinato dalla pace che regnava in quel luogo. Un piccolo tempio di
silenzio, in mare di voci.
- Signor Caracciolo non si fermi, mi segua.
Ogni vicolo era collegato agli altri da piccoli tunnel scavati tra le case; scale e rampe
dimezzavano i vari dislivelli, ma toglievano anche il fiato ad un fumatore incallito. Giovanni
distolse lo sguardo e seguì l'effendi. Girato un angolo, l'ufficiale si infilò dapprima in un cortile di
un palazzo, poi ancora in un vicolo strettissimo ma deserto. Infine sbucarono su una via affollata del
centro.
- Finalmente la luce...- mormorò Giovanni.
- Già, eccoci arrivati! Quel piccolo edificio grigio.
Camminando, ora a passo lento, passarono di fronte un bel palazzo che occupava gran parte
del lato destro della via, trafficata da qualche automobile e ricchi signori. La costruzione dominava
sulle altre in grandezza e si distingueva per essere totalmente occidentale. Il grosso casermone era
pieno di bandiere ottomane e protetto da parecchi militari. Giovani, passando proprio d'avanti
l'entrata, notò sacchi di sabbia a protezioni e circa trenta soldati con mitragliatrici tedesche pronte a
fare fuoco. Sopra l'entrata, una grossa scritta in rosso recitava : COMITATO UNIONE E
PROGRESSO.
- E lì cosa ci tenete? - Chiese in tono beffardo Giovanni - Un capo politico avverso, un
religioso non ortodosso... Cosa? Un arma potentissima?
- No. Lì dentro c'è il futuro dell'Impero e con esso di tutto il mondo arabo.
- A si?
- Da dove viene lei, non si è parlato dei “Giovani Turchi”?
Fehim accelerò il passo, si sistemò la divisa e aprì con forza la piccola porticina che dava
accesso alla costruzione indicata prima all'interlocutore.
-“Giovani turchi”? Si ho sentito qualcosa in merito. Nel 1908 hanno costretto il sultano a
concedere la costituzione e da quando al trono c'è Mehemet V, hanno un potere enorme. Male
lingue dicono che sono loro a comandare veramente, non il sultano.
La porticina si apriva su un corridoio lunghissimo e senza finestre, tombale. Dopo averlo
attraversato tutto, Fehim entrò in un altra porta, questa blindata e con guardie, che permetteva
l'accesso ad un ufficio grigio e spoglio.
- E cosa ci sarebbe di male? La vecchia e grassa Europa ha paura che a governare l'impero
ora non ci sia più un sultano, ma dei giovani ufficiali con idee nuove? - il colonnello parlava con
sicurezza. Conosceva molto bene gli occidentali e la loro logica.
- Questo non lo so. La vecchia Europa al momento sta pensando a come utilizzare tutte le
armi che produce. Ma che posto è questo?
- Servizi segreti, signor Caracciolo. E' sconvolto? Ne dovrebbe avere visitati parecchi in giro
per il mondo, o sbaglio?
- Quello inglese ha degli ottimi biscotti e delle segretarie molto cortesi.
- Si segga signor Caracciolo, vuole bere qualcosa?
Giovanni si accomodò e si accese l'ennesima sigaretta. Prima di rispondere osservò
attentamente la stanza. Le pareti erano vuote, tranne per qualche cartina geografica sistemata qua e
là. La luce entrava da una finestra offuscata da una pesante tenda scura e l'aria stagnava come in una
palude.
- No grazie, ho ancora il sapore di quel liquore all'anice tipico, com'è che si chiama?
- Il Raki. Non le piace?
- Si è buono, ma preferisco sempre un buon vino.
Il viso di Fehim era diventato molto più rilassato ed ora si era messo comodo sulla sua sedia.
Il suo mondo era dietro la scrivania. Lì passava la sua vita, quello era il suo trono.
- Già. Sa che se ne producono di ottimi ad Ankara? Ma purtroppo alcuni religiosi non
gradiscono un eccessivo consumo di alcol.
- I religiosi di tutto mondo non gradiscono un sacco di cose, colonnello.
- Questo è vero. Ma le cose cambieranno per noi. Troppi secoli abbiamo sopportato
l'ingerenza del Corano sulle nostre vite, e questo ci impedisce di ammodernarci. Fuori da qui stanno
succedendo delle cose... Socialismo, marxismo! E' arrivato anche per noi il momento di fare il passo
da gigante, non pensa?
- Dipende in che direzione. Gli stati europei sembrano tanti cani famelici che cercano di
sbranare pezzettini di mondo all'altro. Si dividono brandelli di cartine geografiche. A cosa
servirebbe un altro cane che vuole mangiare dalla ciotola?
- Signor Caracciolo non venga a fare l'ingenuo ed il pacifista qui. Noi abbiamo già un
impero, e di certo molto più antico e glorioso di tanti altri! Ma veniamo cose più urgenti, avremo
modo, o almeno lo spero, di parlare di politica. Come le ho detto, lei ha fatto un ottimo lavoro con
quei moschetti e l' impero Ottomano mantiene sempre le promesse. - Dicendo queste parole tirò
fuori una cartella di pelle rigida – Ecco, qui ci sono le carte che attestano l'apertura di un conto
riservato in Svizzera a nome suo, come richiesto.
I fogli nella cartella, letti accuratamente da Giovanni, contenevano timbri e firme ed infine
una lunga cifra piena di zeri. Qualche anno di vita agiata assicurata. Giovanni aveva terminato il
lavoro. Soldi in tasca, avrebbe viaggiato un po'. Un altro periodo nullafacenza senza senso e poi
qualche altro piccolo lavoretto. Cosa da nulla, da non rischiarci la pelle. Erano finiti per lui gli
eroismi, aveva solamente voglia di girovagare. La fiamma che lo aveva alimentato per molti anni
s'era spenta. Nessuna fenice sarebbe rinata da quel mezzo cadavere. La sua mente, ora, era solo
concentrata a pensare a quanto oppio doveva comperare per la sua permanenza a Salonicco.
- Perfetto, a questo punto direi che il nostro incontro finisce qui.
Fehim allungò la mano e strinse il braccio di Giovanni, bloccandolo. - Aspetti, avrei un altra
proposta per lei, un lavoro.
Giovanni si sedette di nuovo e si sistemò la schiena. - Mi dica, che tipo di lavoro?
- Trasportare questi fucili attraverso il mediterraneo. E' un lavoro facile. Secondo le nostre
informazioni tra uno o forse due mesi inizierà una guerra con l'Italia per il controllo delle regioni
libiche. Questi Mauser sono diretti lì.
Fehim fece una lunga pausa fissando negli occhi l'interlocutore. Doveva riuscire a
convincerlo ad accettare il lavoro. La persona che aveva d'avanti, al di là dell'aspetto fine e cordiale,
era uno dei più gradi mercenari d'Europa.
- La nave partirà fra due giorni. La “Derna” è un piroscafo civile. Viaggeremo senza
bandiera o armamento, tenendoci all'infuori delle rotte più battute, ed inoltre...
Giovanni si grattò il mento. La cosa non gli era esattamente chiara.
- Colonnello, ma lei ha appena detto che l'inizio dei conflitti avrà luogo fra un mese o forse
due, perché dovremmo viaggiare in incognito? Forse non siete sicuri delle vostre informazioni?
Fehim non rispose. Si alzò e fece due passi, circumnavigando la scrivania della stanza.
Appoggiandosi alla finestra e scansando le tende, si accese la pipa.
- Signor Caracciolo cos'è, ha paura? - Ora era lui ad usare un tono provocatorio. Colpire un
uomo del genere nell'orgoglio era una mossa interessante. - Il viaggio sarà un autentica passeggiata.
Stiamo prendendo queste precauzioni solamente per maggior sicurezza. I nostri servizi
d'informazione sono eccellenti, come eccellente è il nostro Impero. Vede, tutti pensano che la
potenza ottomana sia conclusa, ma si sbagliano. In questo momento siamo solo assediati da migliaia
di questi piccoli roditori che sognano di distruggerci e strappare un loro piccolo pezzo di libertà. Ma
sbagliano. Un gigante rimane pur sempre un gigante. L'Italia, i sceriffi di Medina, i movimenti
indipendentisti, i rivoluzionari balcanici, possono solo graffiarci, succhiarci e nutrirsi di qualche
goccia del nostro sangue, nulla più. Quando decideremo che è venuta l'ora, tutti questi animaletti
verranno spazzati via come mosche nel suq.
Giovanni non si fece per nulla coinvolgere da quel discorso. Lui non credeva in niente, non
ci aveva mai creduto. Con un espressione alquanto scocciata stava per alzarsi e andarsene.
- Signor Caracciolo si fermi. Le daremo il triplo della cifra che le abbiamo dato per questo
lavoro, e se vorrà rimanere un po' di giorni con noi in Libia ad addestrare le truppe nella guerriglia,
le daremo quattro volte questa cifra.
Giovanni aveva compreso. Trasportare fucili, addestrare truppe. Tutte cose che
inevitabilmente ti portavano a combattere e morire. - Colonello Fehim non penso che accetterò, per
due semplici ragioni. Uno, i soldi non mi interessano. Ne ho parecchi per scolarmi quanto vino
francese voglio per qualche anno buono...
Fehim rimase colpito da quell'atteggiamento spavaldo, quel ragazzetto lo stava prendendo in
giro, disprezzava la sua autorità.
- ...E poi - riprese Giovanni, che intanto si era alzato ed aveva raccolto la sua cartella -
Soffro di mal di mare.
Silenzio.
I due uomini si fissavano. Uno severo, l'altro sfuggente.
- Detto questo Tenente Fehim, io mi congederei.
Il turco senza fiatare, gli aprì la porta e lo fece passare.
Capitolo 3
Villa Vera, campagne nei pressi di Orleans, 1894

- Jean? Dove sei, Jean?


Una voce femminile percorreva la scalinata della grande villa, fino ad arrivare nelle orecchie
dell'interessato.
- Jean! Non devi salire in soffitta! Ma mi ascolti? Jean?!
Jean non stette a sentire la madre, e dopo essersi guardato un attimo indietro, furtivamente
scalò l'ultima rampa di scale fino ad arrivare su un pianerottolo minuscolo, dove c'era spazio
solamente per una piccola porta. Sapeva che era chiusa a chiave, ma sapeva pure che il padre la
nascondeva il passepartout sotto una delle mattonelle su cui stava camminando.
- Lodovico, vai a recuperare Jean, io sono impegnata qui giù con le domestiche.
Il cuore di Jean iniziò a battere forte. Si voltava in continuazione per vedere se arrivasse il
padre, ma non vedeva nessuno. Aveva ancora un po' di tempo. Con le dita sottili controllava tra una
mattonella e l'altra cercandone una mobile. Tastò tutta l'area, ma nulla. E pure era sicuro che la
chiave doveva essere lì. Ancora uno sguardo giù. Tutto deserto, il padre probabilmente non aveva
sentito. Osservava, ora, di nuovo tutto il pavimento cercando dislivelli, rigonfi, incastri non perfetti.
- Ma certo... - mormorò fra se e se.
Si spostò dalla mattonella dove poggiava i piedi e cercò di sollevare quella. La sorpresa fu
rovinata da una voce maschile, severa. - Giovanni scendi immediatamente da lì, altrimenti non
giocherai più con i soldatini di piombo e non ti regalerò più libri d'avventura... Giovanni sto per
salire!
“Libri d'avventura”, “soldatini”, tutte cose secondarie rispetto a quello che c'era nascosto lì
dentro. Un rischio accettabilissimo. Afferrò avidamente la chiave d'ottone tra le mani e la infilò
nella porta, entrava. Uno... due... tre scatti, e la serratura si aprì. La piccola saletta che si rivelò era
angusta ed oscura, priva di finestre. Ma per una spedizione bisognava prepararsi a dovere. Giovanni
frugando nelle tasche della giacchetta cacciò fuori una piccola candela e dei cerini.
- Giovanni... Giovanni scendi! E' un ordine!
La voce del padre si faceva sempre più vicina. Doveva agire alla svelta. Dopo aver accesso
la piccola candela e averla poggiata a terra, si chiuse dentro a chiave e si inoltrò tra meandri di bauli
e valige. Cercava freneticamente, Giovanni, tra quegli enormi cassoni, che sembravano tanti scrigni
del tesoro e forse lo erano, colmi di qualunque cosa. Spostando due grossi mucchi di lenzuola e
biancheria, riuscì a infilarsi nella parte più interna della stanzetta. Quasi come se qualcuno le avesse
voluto nascondere anche lì sopra, in un angolo c'erano due bandiere bianche piegate con un fregio
nel centro. Improvvisamente due forti colpi alla porta spezzarono l'incanto del silenzio.
- Giovanni! E' un ordine, apri! Lì dentro è pericoloso... Apri -
No, non poteva farlo.
Era arrivato lì e doveva continuare.
Scansò le due bandiere che coprivano una lunga cassetta di legno con i bordi rinforzati in
metallo ed una bella placca dorata nel centro. Era quello che stava cercando da tempo. La valigetta
dove il padre teneva la sua divisa e la sciabola e tutte gli effetti di quando era un giovane ufficiale
del Regno delle Due Sicilie.
Con forza lo aprì e gli sgranò gli occhi. Il colore azzurrino della giacca era rimasto
assolutamente intatto, ed i bottoni dorati riflettevano quel poco di luce che emanava candela. Ma
ora bramava l'oggetto più prezioso. Buttò fuori la giacca, altre bandiere, un incartamento di lettere e
finalmente la trovò. Tirandola fuori, la tenne stretta fra le due mani come se fosse l'excalibur tanto
famosa. Subito sfoderò la lama dal fodero e la provò a tenere con una mano sola, ma faceva fatica.
Non curante di tutto il resto, si mise a menare fendenti all'aria e a mettersi in posa, fissando
l'orizzonte, immaginando di stare sugli spalti di Sebastopoli o a Waterloo, di fianco a Napoleone.
Poi uno scatto.
La porta si aprì inondando di luce spazio. Il volto del padre era severo e nervoso,
inquisitorio quasi.
- Vieni qui.
Giovanni rimase immobile. Aveva paura di avvicinarsi, sapeva benissimo cosa gli sarebbe
aspettato. Il conte Lodovico Caracciolo fece qualche passo in avanti, poi si fermò di nuovo,
rimettendo qua e là le cose in ordine.
- Giovanni ubbidisci, vieni qui!- Sbottò con l'ira in volto.
Giovanni lo fece. Con la spada stretta in petto e le lacrime al volto si trascinò fino sotto gli
occhi severi del padre e poi lo fissò.
- Perché piangi?
Nulla. Non voleva rispondere.
- Ti avevo detto mille volte di non salire qui sopra, lo sapevi benissimo. Pensi che ti dia
degli ordini per farti del male?
Quelle parole, quelle frasi lo facevano arrabbiare. Stringendo il labbro decise di parlare.
- Volevo la tua spada, di quando combattevi anche tu. Di quando eri un soldato giovane e
coraggioso. Di quando eri un eroe.
Le parole non caddero nel vuoto. Lodovico Caracciolo, zoppo per una ferita riportata
nell'assedio di Gaeta, incassò. Il suo volto per un attimo diventò grigio, i suoi occhi spenti.
- A te non deve importare di questo. Sono cose che non avrei neanche dovuto raccontarti, ora
dammi quella spada e corri giù, dopo pranzo avrai la tua punizione.
- No.
Il volte del conte cambiò colore. Esterrefatto da quel colpo di mano, si sentì per un attimo
impreparato.
- Io la spada non te la do. Padre, dammi tutte le punizione che ritieni necessarie, ma non mi
strapperai di mano questa.
Colto dall'ira, il conte con un rapido gesto diede uno schiaffo in pieno viso al figlio. Non ci
fu quasi reazione. Il piccolo Giovanni si strinse quell'oggetto prezioso al petto e fissò il padre, come
per sfidarlo.
- Vuoi quella spada? Pensi di essere già un uomo? Pensi col tuo atteggiamento di piegare il
mondo intero al tuo volere? Anche tu dovrai scappare e arrenderti figlio mio. Ora vattene in camera
tua. Puoi tenere la spada, e vedi di non farti del male, tienila sempre nel fodero.
Detto questo, il conte girò i tacchi e con passo lento e marziale scese al piano inferiore.
Capitolo 4
Uomo nel deserto

La chiave nella porta non entrava bene. Provò a forzarla, ma niente. Giovanni si voltò più
volte cercando qualche facchino o cameriere, ma il suo piano pareva deserto. Riprovò ancora. Con
un po' più di forza, finalmente riuscì ad aprirla ed entrare nella sua camera d'albergo.
Gettando la cartellina scura per terra, e levandosi i panni che aveva in dosso, si lasciò cadere
sul letto privo quasi di forze. Quella era stata una giornata decisamente troppo stancante, ma ora
tutto era finito.
Avrebbe trascorso qualche giorno a Salonicco e poi sarebbe partito di nuovo. Dove
esattamente non lo sapeva. Erano troppi anni che non aveva una casa fissa e girovagava solo tra
alberghi, ostelli e bettole. Cercando un attimo di lucidità si mise a ragionare. In Francia, la sua
“mezza casa”, era un indesiderato, in Italia era ricercato, Spagna altrettanto. Oramai erano pochi i
paesi che potevano accogliere quella “mina vagante”, come lo definivano alcuni amici. In Germania
non aveva problemi in quanto lavorava saltuariamente con la Mauser, ma lì il vino non era buono e
la compagnia manco. Forse l'Inghilterra o qualche paese sperduto del sud America. Sbuffò e scansò
via per un attimo tutti i suoi problemi come si fa con le mosche nel suq. Non aveva molta voglia di
pensare, anche se le situazioni lo richiedevano.
Si alzò dal letto ed andò verso il narghilè che regnava solitario sul pavimento. Caricò
l'aggeggio con alcuni pezzettini di oppio ed iniziò a fumare lentamente. Poggiando la testa al letto si
lasciò trascinare via dal profumo intenso e dalle proprietà di quella sostanza. Da tempo oramai
faceva costante consumo di oppiacei e altre sostanze a base di morfina, per calmare le sue emicranie
e riuscire a trovare la calma nella sua anima. Troppe cose esigevano una risposta e forse non bastava
più fuggire e correre per il mondo intero.
Dopo che l'amico Elias Ducrot lo aveva tradito a Livorno non aveva quasi più voglia di fare
nulla. Si era spenta quella carica, quell'energia nascosta che lo aveva portato a intraprendere quella
vita così movimentata. Vedendosi allo specchio, spesso non si riconosceva più. Non teneva più alla
cura del proprio corpo, lasciava che i capelli e la barba si allungassero per poi tagliare tutto nelle
notti insonni e nervose. Non intratteneva più rapporti con nessuno, non vedeva il corpo di una
donna nuda da troppo oramai. Proprio lui che per una donna scappò dall'accademia militare, che per
una donna sperperò denaro a non finire.
Spesso gli era capitato, quando era sotto effetto dell'oppio, di portarsi alla testa la sua pistola
e provarsi a sparare, ma non aveva mai concretizzato. Era arrivato a pensare che l'unica cura ai suoi
continui incubi era la pace totale, l'assenza. E quella cercava. Non aveva più voglia di sparatorie,
continui viaggi in incognito, beghe fra potenti dove lui era solo una minuscola pedina. Gli enormi
ingranaggi lo avevano schiacciato.
I suoi nervi avevano ceduto del tutto. Doveva smettere di vivere così e andarsi a trincerarsi
in qualche posto dove non rincorresse in guai continui, così da fare pace con il suo cervello. Da
firmare un accordo di non belligeranza con la sua anima.
Riprendendo lucidità, smise di fumare e si andò al lavare la faccia. Notando la mano che gli
tremava, appurò che neanche quella dosa così massiccia di oppio, oramai, era sufficiente. Decise di
andare a dormire per riposarsi e l'indomani farsi un giro a Salonicco. Forse avrebbe trovato
dell'oppio migliore e più potente.
La proposta del turco Fehim poteva andare a quel paese, non si sarebbe fatto trascinare di
nuovo nel bel mezzo di una guerra. Neanche per tutto l'oro del mondo.
Capitolo 5
Roma, 21 settembre 1911

Quattro locali quasi indecorosamente ammobiliati, in un ammezzato del ministero della


Guerra, che davano su un cortiletto interno, con un soffitto così basso da dare il senso della
soffocazione e così oscuro che vi si teneva la luce accesa anche in piena mattina. Questa era la sede
dell'Ufficio I, il servizio informazioni del Regio Esercito.
Pettazzoni camminava velocemente, o almeno ci provava, seguito dal suo fido Sanesi. Dopo
aver oltrepassato due porte sorvegliate da guardie in grigioverde e annoiate, sbucò nell'angusto
spazio. Ad accoglierlo un movimento frenetico di militari che lavoravano incessantemente. Tutti gli
fecero il saluto militare e si congratularono con lui per la riuscita missione, e ad ogni persona
Pettazzoni raccontava particolari sempre nuovi. Avrebbe potuto parlare per ore e ore, godendosi i
complimenti e crogiolando come una lucertola al sole.
Dopo una mezz'oretta, in cui aveva praticamente dato fondo a tutti gli aneddoti sulla
“segretissima impresa”, come l'aveva chiamata, una porta si spalancò di colpo e ne uscì un uomo in
divisa, piuttosto alto e con la barba folta ma ordinata. Il viso scuro e l'atteggiamento imperioso fece
calare il silenzio nell'ufficio.
- Capitano Pettazzoni ma le pare questo il modo? Comportarsi come una perpetua in una
chiesa di campagna! Venga dentro, immediatamente.
A testa bassa il capitano e Sanesi entrarono nell'ufficio chiudendo la porta. Diverse carte
geografiche colorate e piene di segni erano l'unico ornamento che le pareti avessero. Oltre la
scrivania, traboccante di fogli, cartelline di pelle, lettere e francobolli, e due scaffali di ferro,
l'ambiente era vuoto. Né una pianta, né un modellino di corazzata, né una foto di famiglia. Il tenente
colonnello Silvio negri era l'immagine perfetta dell'impegno e della dedizione al lavoro. Nessuno
svago, nessuna frivolezza. Era così da quando era entrato nell'esercito e sarebbe rimasto così fino
alla fine.
- Capitano, complimenti per la missione. Ho letto tutti i particolari e ne sono rimasto
contento. Caporale Sanesi, anche lei si è distinto. Non era una missione difficilissima, nemmanco
facile. Voi l'avete portata avanti con silenzio e indiscrezione, e questo deve essere il modus operandi
adatto.
- Grazie signore. Proprio a questo proposito le vorrei presentare una richiesta di congedo...
Sa il lavoro è stato molto...
- No. Lei in questo momento, con la guerra contro la Turchia alle porte, vorrebbe andare a
fare delle passeggiate con la sua donna? - Il tono imperioso di Negri si fece sentire per tutte le
stanze confinanti l'ufficio.
- No signore. - Rispose con la coda fra le gambe, ancora una volta, Pettazzoni.
- Benissimo. Sapevo che potevo contare su di lei, il suo impegno non verrà dimenticato mai.
Ora veniamo a noi. Dal suo collega Verri, a Tripoli, ho saputo che il “carico di porcellane” deve
essere imbarcato a Salonicco su un mercantile civile, la Derna.
- Quando dovrebbe partire la nave?
- Fine del mese di questo mese.
- E la guerra non sarà iniziata per allora?
Negri fece uno sbuffo e grattò il pizzetto – Probabilmente no. Il nostro generale Caneva è
titubante. Un giorno mette in stato dall'erta le truppe, l'altro giorno no. Al contrario, la marina preme
per iniziare l'offensiva il prima possibile. La situazione non è chiara capitano, anche per noi dei
servizi informazioni. In tutto questo Giolitti danza tra ambasciate e emissari esteri... -Negri fece
cadere la parole sulla scrivania. Rivolse gli occhi al soffitto e sbuffò ancora.
Sanesi, che era stato zitto tutto il tempo, sussurrò – Un bel casino.
Pettazzoni lo fulminò con lo sguardo, poi si rivolse al suo superiore – Signore, e lei cosa
intende fare? Cosa ha in mente per la Derna?
- Pettazzoni, l'esercito turco sta armando tutti i ribelli della Tripolitana e della Cirenaica,
quei fucili sono sicuramente per loro. Le nostre truppe e lo stato maggiore è preparato a
fronteggiare un esercito regolare, non una rivolta. Se quei fucili arrivano a Tripoli i ribelli
potrebbero combattere per anni e anni senza mai essere scovati e battuti. Io so come sono fatte le
montagne libiche!Labirinti di roccia perfetti per la guerriglia... E poi ci sono voluti 20 anni per
sedare il brigantaggio nel nostro territorio, quanti in Africa? Dovremmo agire da soli ed al più
presto, questa è l'unica possibilità.
- Agire da soli? Senza che Caneva sappia nulla? E il governo? Giolitti?
- Pettazzoni cos'è, si interessa di politica ultimamente? Caneva saprà a cose fatte, Giolitti
deve essere all'oscuro di tutto. Ho preso accordi particolari con l'ammiraglio Aubrey, a cui è stata
affidato il comando dellaflotta per l'invasione, è già tutto pronto. Una piccola corvetta, piena di
marinai addestrati, andrà alla caccia della Derna per il Mediterraneo e la catturerà.
- Catturare? - Pettazzoni non era affatto attratto dalle parole del capitano.
- Si capitano. Di certo la nave verrà scortata da qualche agente del servizio segreto nemico e
la cattura di uno di questi ci permetterebbe di ottenere informazioni vitali, capisce?
- Capisco, capisco. Si tratterebbe di una missione segreta anche alla stessa Italia.
- Già, ma in fondo è questo il lavoro di noi agenti, capitano. Pensi che qui all'ufficio I si
ottengano cimiteri di medaglie sul petto? Per quello c'è la fanteria! Carne da cannone...
Negri disse le ultime parole con vigore. Era entusiasta della sua operazione e gli lo si
leggeva negli occhi. Alzandosi dalla sedia, sfilò un sigaro da una tabacchiera in argento e iniziò a
fumare.
- Pettazzoni, lei e il suo caporale domani mattina dovete prendere il primo treno per Bari. Lì
vi imbarcherete sulla Anita, comandata dal capitano Guido Zonzoli, un uomo fidato di Aubrey.
Questi sono gli ordini per lei. Sono segretissimi, li apra soltanto quando la nave è in mare aperto,
intesi?
Pettazzoni era senza parole. Un nuovo viaggio, una nuova missione e niente medaglie. Stava
seriamente pensando di farsi trasferire ad una caserma dei carabinieri e lì trascorrere la vita in pace.
Poi, con l'orgoglio che gli muoveva il braccio, afferrò la lettera e si alzò per congedarsi. Anche
questa volta avrebbe servito la sua patria con silenzio e dedizione. Si doveva sentire onorato ad
avere incarichi del genere.
-Signore il tutto sarà fatto alla perfezione.
-Perfetto capitano, lo spero. Nelle sue mani c'è il destino di una guerra e forse di un intera
nazione.
Capitolo 6
Salonicco, 24 settembre 1911

Vicoli, stradine invase da mosche e mercati, bambini urlanti e donne silenziose. Queste
erano le creature dei vicoli di Salonicco. Giovanni ci stava facendo quasi l'abitudine. Purtroppo da
lì' a poco sarebbe partito. Sacca in spalla ed una piccola valigia, percorse a passo svelto un ultimo
corridoio ricavato tra due palazzi e sbucò sulla zona del porto. Il contrasto di luce lo infastidì in un
primo momento, poi si lasciò inebriare da quel sole prepotente, che sbatteva sulle mattonelle
bianche e rimbalzava sui visi dei passanti.
Gettò uno sguardo verso la città vecchia per poi scendere una lunga scalinata che portava
direttamente al porticciolo, dove era diretto. Il foglietto che teneva fra le mani diceva di stare a
mezzo giorno, all'attracco numero 8. Gliel'aveva mandato Fehim in camera, un ultimo tentativo di
convincerlo. Con un mano sulla fronte, Giovanni, occultò i raggi del sole e cercò quel numero.
Facile a trovarsi, era l'unico attracco affollato di persone ed enormi casse. Effettivamente quando gli
era stato detto non sembrava una cosa così grossa, quel trasporto.
Facendosi largo tra la folla arrivò da un soldato in divisa che sopraintendeva le operazioni di
carico.
- Ehi tu, capisci il mio turco?
- Si. Lei cosa vuole? Questa è una zona vietata ai non autorizzati.
Il tono burbero del milite fece stizzire Giovanni. Ultimamente aveva troppa poca pazienza.
- Chiamami il tuo capo, chi è? Il colonnelo Fehim?
La risposta si limitò ad un cenno. Poi il giovane turco corse con il Mauser in spalla verso i
fez da ufficiale che si scorgevano in lontananza. Qualche istante dopo il colonnello ottomano stava
correndo verso Giovanni con uno sguardo a metà tra la soddisfazione e lo stupore.
- Signor Caracciolo, mi stupisce la sua presenza qui.
- Già, a chi posso dare i miei bagagli? Desidererei un po' di attenzione.
- Quindi ha cambiato idea?
- Forse,- Giovanni distolse lo sguardo da quel viso irritante e osservo la Derna - Questa è la
nave? Non è armata...
- Lei è duro come un asino greco! Le ho detto che sarà un viaggetto tranquillo, non ci crede?
- No, il problema è il concetto di tranquillità. Nell'ultimo lavoretto “tranquillo” ho dovuto
far esplodere una corazzata, uccidere due assassini russi e fuggire da centinaia di soldati italiani.
Il capitano Fehim, con fare degno dei migliori mercanti arabi elencò tutta una serie di
motivi per cui quella sarebbe stata una “passeggiata attraverso il mediterraneo”. Chissà per quale
motivo Giovani aveva il presentimento che non sarebbe andato tutto per il verso giusto. Contemplò
ancora una volta la nave. Il carico che trasportava era davvero prezioso. Ventimila moschetti e
trecentomila cartucce. Si potevano mutare le sorti una guerra con tutta quel ben di dio.

Il giorno moriva lento sotto l'incalzante oscurità. Il sole, un attimo prima rosso e acceso, ora
solo un cadavere alla deriva del cielo. Il porto di Salonicco oramai era lontano e si scorgevano solo
poche luci fioche ed il faro. A bordo della nave il silenzio più assoluto. Una luce in prua, una in
poppa. Per il resto l'oscurità, incorniciata dal rumore del mare miscelato a quello dei motori della
nave.
- Le ho un portato un decotto. Lo ha preparato il cuoco, dovrebbe fare bene al suo stomaco.
Il colonnello Fehim sbucò dal buio e porse un pentolino a Giovanni, che aggrappato al
parapetto di poppa, che buttava a mare l'ultimo residuo della cena.
- Cos'è? Puzza terribilmente.
- Lo beva, è una bevanda conosciuta tra i marinai. E' fatta di foglie amare.
Mal volentieri ingerì quella sostanza verdastra tutta d'un sorso, come si fa con un rum
scadente o con uno sciroppo indigesto.
- Dannazione, fa schifo! Mi vuole avvelenare colonnello?
- No, è solo che le voglio far passare altri quattro giorni con lo stomaco a posto.
Giovanni non replicò. Tirò fuori una sigaretta e iniziò a fumare di gusto, sperando di levare
quel saporaccio.
- Sa, signor Caracciolo, la immaginavo diversa – Fehimm parlò fissando il mercenario
francese. Il suo sguardo non piacque a Giovanni. Quel turco lo stava scrutando nell'interno.
- A si? Mi immaginava come uno di quei cowboy che si vedono nei giornali dei ragazzini?
- Non mi faccia così ingenuo. No, è che dal suo fascicolo ne veniva fuori un immagine
diversa. Un uomo tutto d'un pezzo, senza sprezzo del pericolo...
- ...Solamente per essere un oggetto nelle mani dei giochi dei potenti - sentenziò aspramente
Giovanni, interrompendo il monologo del colonnello. Purtroppo l'altro era scaltro nel parlare e,
come stava imparando Giovanni, di cervello molto fine.
- Mi stupisce che uno come lei, che oramai lavora in questo campo da più di dieci anni, si
lamenti di queste cose. Così va il mondo. Lei non ha bandiere o stemmi, nessuna gloria, nessun
dovere.
- Esattamente, ho sempre odiato l'uniformità. Ma il problema è un altro, lei è stato mai su un
campo di battaglia? A giudicare dalla cromatura nuova della sua pistola sembra di no.
Sul viso del capitano si dipinse un rossore derivato dall'ira, ma lo contenne.
- L'impero Ottomano ha bisogno anche di persone come me. E' vero, non ho mai comandato
una colonna all'assalto, ma il mio compito è un altro. Invece di sparare al nemico io lo spio. La
guerra cambia signor Caracciolo. Le posso assicurare che il mio lavoro di informazione è più utile
di un paio di battaglioni in battaglia.
- Questo nessuno lo mette in dubbio, ma a volte uomini come lei idealizzano troppo la
guerra, la morte, l'eroismo.
Silenzio.
Forse quelle parole erano andate a segno, il colonnello turco incassò.
D'improvviso Giovanni venne colto da forti crampi alla pancia e la mano sinistra gli iniziò a
tremare, prima lentamente poi più forte.
- Deve vomitare ancora?
- No, è solo la mia malattia... Non so cosa sia esattamente, i medici dicono che sia una
specie di nevrosi, una malattia dei nervi.
Giovanni fece una pausa. Odiava avere quei sintomi in pubblico, lo rendevano inerme a
qualunque attacco. In realtà odiava rivelare le sue debolezze proprio ora che il suo stato fisico e
mentale era allo stremo.
- Un residuo delle mie “avventure”, come piace a lei chiamarle, colonnello.
L'atteggiamento di Fehim cambiò. Il volto scaltro si trasformò in comprensivo.
- Capisco Signor Caracciolo. Vuole che le dia una mano a tornare in cabina?
Giovanni tacque. Non debole fino a quel punto.
- No colonnello, sto bene... Ce la faccio da solo.
Senza fiatare il militare si allontanò dopo aver accennato ad un inchino. La notte trascorse
calma e placida e la Derna proseguì il suo viaggio attraverso l'oscurità.
Capitolo 7
Brindisi, 23 settembre 1911

La pioggia era fitta quanto una cascata di aghi. Nubi scure si attestavano all'orizzonte ed un
forte vento tirava, sollevando spuma di mare che si schiantava sul tutto il molo. Decisamente un
buon giorno per imbarcarsi.
Non era delle stessa opinione il capitano Pettazzoni. Dritto e zuppo d'acqua, stava sulla
punta dell'imbarcadero assieme al caporale Sanesi, cercando con un misero ombrello di ripararsi
dalla pioggia, ma non ci riuscivano molto bene.
- Quando arriverà questa scialuppa caporale?
- Signore e io cosa ne dovrei sapere? L'appuntamento con il capitano Zonzoli era qui a
questa ora!
- Ed allora dove la sua nave? Prenderò l'influenza, starò male... Altro che congedo! Dannato
Negri! Dannati servizi segreti e dannate medaglie! Lo sapevo cosa dovevo diventare io! Io dovevo
prendere il comando di una casermetta piccola piccola, in un paesino sperduto, trovarmi una moglie
di quelle di campagna... E invece no! Avevo i sogni di gloria, io!
- Capità e ha ragione lei. Io quasi quasi me ne ritornerei a Napoli dalla mia promessa. Luigia
si chiama, bellissima capità, un fiore! Al matrimonio lei è invitato, assolutamente! Mia madre la
vuole tanto conoscere. Sa, gli parlo sempre di lei.
- Sanesi d'accordo. Ora però regga questo dannato ombrello e non mi faccia bagnare più di
quanto non lo sia già.
Improvvisamente, dalle alte onde del mare, sbucò fuori un piccolo barchino spinto a remi.
L'uomo a prua reggeva un altoparlante in latta e, appena visti le due figure sul molo, fece arrestare i
suoi uomini e la barca si accostò, lanciando due funi.
- Capitano Pettazzoni? E' lei?
- Si! Voi?
- Guardiamarina Montesarchio, signore. Marinai, prendete i loro bagagli e fateli imbarcare.
L'operazione non fu molto semplice, dato il maremoto e l'inesperienza dei due agenti, ma
dopo mezz'ora la scialuppa era già nei pressi dell'Anita. La nave in questione non era molto di più
che un piccolo battello di qualche anno, forse una preda bellica austriaca, riadattato ed armato con
due piccoli cannoncini a poppa e prua. La scialuppa, una volta effettuate le giuste manovre
d'abbordaggio, venne issata sulla nave e i passeggeri poterono scendere facilmente. Ad accogliere i
due agenti c'era il capitano Zonzoli, impettito ed eroico anche in quella circostanza. Con un
impermeabile blu scuro stava sotto la pioggia e in continuazione dava ordini ai suoi marinai, senza
essere disturbato minimamente dalla pioggia che gli batteva sulla faccia ed il forte vento.
- Capitano Pettazzoni! Perdoni il ritardo, ma con questo tempo abbiamo avuto dei problemi.
- Ma si figuri! Noi soldati non possiamo farci piegare da questi agenti atmosferici avversi!
- E chi tè paura, intanto ero io a reggere l'ombrello...- Sanesi si fece fuggire una piccola
battuta, fortunatamente non udita dal capitano.
- Va bene signori, detto questo possiamo anche entrare in coperta... Venite venite, il cuoco ha
preparato la cena.

Il capitano Pettazzoni ci mise un po' ad imparare a mangiare in quelle condizioni. Il piatto si


muoveva in continuazione sul tavolo, a causa del moto ondoso, e spesso gli era capitato di prendere
solo l'aria con il cucchiaio. Alla frugale cena, oltre Pettazzoni e il suo fido assistente, partecipavano
due sottoposti del capitano Zonzoli, tra cui il guardiamarina Montesarchio, ed il capitano stesso
della nave.
Tutta la cena era stata scandita dai racconti di guerra di Zonzoli, che teneva banco ed era
ascoltato con ammirazione e devozione dai suoi uomini. Pettazzoni non gradì molto quel
comportamento, gli sembrava pura egocentrismo immotivato. Conosceva bene quel tipo di
personaggi, non li sopportava per niente. Forse nutriva anche una segreta invidia per quei soldati
che rischiavano la vita in prima linea, ma non lo dava a vedere. Pensò, Pettazzoni, che anche il suo
lavoro era avventuroso. Non nella stessa maniera ovviamente, ma non doveva avere proprio nulla
da invidiare a quell'impettito zeppo di medaglie ed encomi. Però una piccola medaglietta sulla sua
divisa ci sarebbe stata bene...
- Le dicevo Montesarchio... – continuò Zonzoli, in piedi a capo tavolo, che armeggiava la
forchetta come una spada - ...che si avanzava nella nebbia e noi non sapevamo dove si trovasse la
corazzata francese, ma avevamo tutti i cannoni carichi... Eravamo pronti allo scontro, quando
l'ammiraglio ci diede il contrordine! Non potevamo avanzare oltre, quelle erano acque territoriali
francesi, avremmo fatto scoppiare una guerra...
Un paio di colpi di tosse interruppero il flusso di coscienza. Pettazzoni si mise a fissare
Zonzoli.
- Capitano Zonzoli, non sarebbe il momento di parlare della missione? O vuole raccontare di
nuovo di come salvaste il plenipotenziario tedesco dall'attacco dei pirati algerini?
L'agente dell'Ufficio 1 era seccato. Il tono scosse per un attimo l'ardimentoso capitano
Zonzoli, non si aspettava quella reazione.
- Si, ha ragione... Signori - disse rivolgendosi ai suoi due sottufficiali – vogliate lasciarci
soli.
Così fu, in pochissimi secondi. Una volta usciti i due marinai, e mentre Sanesi terminava il
suo piatto, Pettazzoni sfilò da sotto la giacca militare la lettera consegnatagli da Silvio Negri.
- Zonzoli questi sono gli ordini, lei li ha ricevuti?
Ora l'ardimentoso eroe si era acquietato e mente armeggiava per accendersi la pipa, tirò fuori
un altra lettera, questa con i timbri del ministero della marina.
- Eccola Pettazzoni.
- Bisogna aprirle insieme.
I due uomini fecero gli stessi gesti simultaneamente. Squarciarono la busta di carta con una
lama, poi vuotarono la lettera.
-”Trovare cargo denominato DERNA. Ingaggiare. Non affondare. Catturare il bastimento e
localizzare gli uomini dei servizi segreti turchi. Prendere possesso della nave e dirigersi a Tripoli.
Presentarsi alla flotta Italiana entro il 5 di ottobre”.
Seguivano una serie di cifrari e combinazione di bandiere per le segnalazioni speciali.
- Facile, no? - fù il commento di Zonzoli, che alzò lo sguardo e stuzzicò Pettazzoni.
- Non direi, capitano.
La voce dell'agente dell'Ufficio Uno si era fatta bassa. Gli occhi fissavano quella lettera.
Stava rimuginando.
- Cos'è ha paura? Non è la prima missione del genere che faccio.. Forse lei...
Pettazzoni sapeva dove stava andando a parare l'ardimentoso marinaio. E non glielo avrebbe
permesso.
- Freni la sua lingua, Zonzoli. Anche se non ho storie così avventurose come le sua, non
pensi neanche lontanamente che sono uno sprovveduto.
- Non intendevo questo Pettazzoni, è solo che leggevo nel suo sguardo un po' di incertezza.
Zonzoli si arricciava i baffi e sul suo viso compariva ad intermittenza un sorrisetto strano,
malizioso. Provocava l'agente segreto. Cosa ne sapeva quell'uomo da poltrone e scrivanie della
guerra? Del rischio? Della morte?
- Si, incertezza. E se questa nave non la si trova in mezzo a sto' Mediterraneo? E se ha una
scorta? E se si difende?
Il capitano di mare sbuffò e agganciò stretto il sigaro tra i denti.
- Troppi pensieri. Sono certo che Il Derna sarà senza scorta. Le navi di ferro e armate a
dovere dell'impero Ottomano si contano sulla punta delle dita, e quelle che ci sono, ora come ora,
stanno alla fonda nei Dardanelli per difendere il Solimano!
Pettazzoni non riusciva a essere così sicuro. Prima di ogni operazione aveva sempre
calcolato tutto nei minimi dettagli. Questo ardimentoso coglione che aveva di fronte invece credeva
ancora di essere ai tempi di Lepanto, con arrembaggi e cavalieri. Mica se ne era accorto che la
guerra stava cambiando.
Capitolo 8
A bordo della “Derna”, 25 settembre 1911

La salma giaceva a metà tra il letto ed il pavimento. Tutt'intorno vomito e schiuma bianca.
- Ma è vivo, effendi?
Fehim tastò il collo e sentì il battito regolare.
- Fortunatamente si. Mohamed, vammi a prendere un secchio di acqua e degli odori. Voi due
levate questo narghilè dalla stanza e fate arieggiare.
Nel frattempo nella cabina entrarono due ufficiali accorsi a causa del trambusto.
- Capitano cosa è successo?
- Lo hanno avvelenato? E' morto?
Fissando quell'ammasso di carne bianchiccia ed inerme il, colonnello rispose che non si
dovevano preoccupare e che dovevano assolutamente tacere su questo accaduto. Scandendo
velocemente qualche ordine, liberò la stanza ed attese l'acqua e gli odori per il risveglio di
Giovanni.

Il mal di testa lo stava uccidendo.


Come se centinai di watussi stessero salterellando allegramente dentro la sua testa.
Giovanni si cinse il capo fra le mani e lo strinse come una pressa. Solo per un attimo ebbe
un sollievo. Poi, inesorabilmente, il pulsare ricominciò. Fece qualche passo nella sua angusta cabina
per ritornare alla lucidità. Il colonnello Fehim gli aveva raccontato di averlo trovato quasi morto,
affogato tra il suo vomito provocato da un malore notturno. E pensare che odiava quando i suoi
malori si manifestano in pubblico. Ora aveva dato spettacolo.
Fuggì dai pensieri e si vestì velocemente con dei panni nuovi. Voleva ringraziare il
colonnello Fehim, anche se la cosa lo irritava. S'immaginava già un ghigno odioso sotto i folti baffi
del turco.
La lucidità mentale di Giovanni si stava deteriorando sempre di più, distrutta pian piano da
mille fobie che lo assediavano. Come un impero in disfacimento. Aveva usato una dose troppo
massiccia di oppio quella sera, doveva ridurre un po'. Eppure i tremori ai nervi non si placavano. La
sua situazione stava degenerando e non se ne stava rendendo conto. Si chiedeva dove era finito il
suo spirito. Il suo orgoglio. Tutto svanito.
Ora fumava oppio fino a crepare e poi stava male.
Intanto i suoi nervi continuavano a saltare come tanti grilli cinesi.
Dove era finito il Giovanni Caracciolo Zimisce che aveva conosciuto?

Il mal di testa continuava ad ucciderlo ed il sole, che annebbiava la vista, non migliorava la
situazione. Coprendosi gli occhi, avanzò a carponi lungo il ponte laterale della nave, in cerca di
qualche faccia amica. Anche se non aveva avuto modo di conoscere nessuno. In realtà non aveva
voglia. Tanto a cosa serviva? Un altro paio di giorni e non avrebbe più rivisto a nessuno. Prendeva i
suoi soldi e se ne andava da Tripoli. Forse Alessandria, una città piuttosto libera e calda. Si, forse
sarebbe andato lì.
- Signore Caracciolo! Finalmente si è svegliato! - Urlò il colonello Fehim, appollaiato sul
piano superiore della nave con il binocolo a tracollo.
Giovanni non rispose. Fece solamente un cenno. Con lo sguardo cercò la scala che lo
avrebbe portato su dal colonnello. Salì. Fehim era più raggiante del solito. Andò incontro a
Giovanni con un grosso sorriso a trentadue denti. Chissà cosa c'era da stare contenti. Almeno il suo
stato non gli permetteva di abbozzare neanche un piccolo segno di felicità.
- Allora si è ripreso!
- Si, abbastanza. La volevo ringraziare colonnello.
- Mio dovere. E' nel mio interesse che lei arrivi assieme ai moschetti a Tripoli. E comunque
signor Giovanni, non sarà attraverso la droga che si curerà dalle sue tribolazioni, lei ha un male
dell'anima.
Quello era il momento meno opportuno per ascoltare un idiozia turca sull'anima e altre
stronzate. Giovanni manifesto un espressione stufata. Sfilò una sigaretta dal pacchetto e se l'accese.
Il rigurgito acido del vomito venne combattuto a dovere dal tabacco.
- Allora, quanto manca per Tripoli?
- Due giorni. Forse meno se non incontreremo altre navi sulla nostra rotta.
- Mi aveva assicurato che non ne avremmo incontrate.
- Già, ma se ne avvistiamo qualcuna, cambiamo la rotta per sicurezza. Questo porrebbe
allungare il viaggio.. Ma vedrà, tutto andrà per il meglio. Una crociera attraverso il Mediterraneo,
questo è questo viaggio.
Senza fiatare Giovanni sfilò il binocolo dal collo del militare e prese ad osservare
l'orizzonte. Mare piatto come una tavola e deserto come il vuoto totale. La nave proseguiva
dolcemente sull'acqua, il beccheggio ed il rollio si percepivano appena. Il liquido blu scuro
s'incastrava sotto la chiglia della nave creando strani riflussi di spuma bianca. In effetti, riconobbe
Giovanni, che non aveva molta simpatia con i viaggi per mare, quel giorno navigare era quasi
piacevole.
- Comunque sia, questa sera ho organizzato una cena con tutti gli ufficiali, lei è invitato.
Avremo l'onore di averla tra di noi?
Mangiare. Mangiare e parlare tra militari che si scambiavano gli eroismi. Non era una cosa
che lo allettava, ma non sarebbe rimasto un altra nottata dentro la cabina e fumare oppio. Doveva
“prendere un po' d'aria”.
- Penso di si, colonnello.
I baffetti dell'effendi si alzarono assieme alle labbra sottili. Un altro odioso sorriso del turco.
Giovanni si chiese solamente se lo faceva apposta o era una sua espressione caratteristica.
- Benissimo signor Giovanni, l'attenderemo.
Capitolo 9
A bordo della “Anita”, 24 settembre 1911

Dannazione! Non doveva far rumore. Ma a luci spente cosa poteva vedere? Una chiavica! E
non si era portato neanche una torcia, una candela. Mannaggia a lui e i suoi crampi della fame
notturni. E ma che ci poteva fare? Assieme al capitano Pettazzoni si mangiava sempre. Bastava che
Sanesi proponesse ed immediatamente il capitano, suo superiore, acconsentiva. Ma lì sulla nave era
diverso. Pettazzoni s'ero messo in aperto conflitto con Zonzoli, non poteva mica strafogarsi d'avanti
all'ardimentoso capitano! E quello che ci rimetteva sempre era il povero Sanesi. Pettazzoni quella
sera aveva esagerato, s'era ingurgitato pure la sua porzione. E durante la notte, con il mare
lievemente agitato, a Sanesi gli era venuta una fame esagerata. Che fare, s'era detto. Senza pensarci
due volte sgattaiolò nelle cucine, cercando di non fare nessun rumore. Non sarebbe stato bello
essere scoperto. Che figura avrebbe fatto fare a tutto l'Ufficio 1.
Sanesi proseguì tastando le pareti e i mobili vicini a lui. Esplorando con la mano arrivò ad
un mobile alto. Doveva essere lo scaffale delle provviste. Le dita tastarono una forma ovale
mediamente morbida ed un barattolo di vetro. Se il suo fiuto non lo ingannava, aveva trovato il suo
piccolo tesoro. Con una calma chirurgica, sollevo i due oggetti e se li mise in grembo. Pregando a
San Gennaro che nulla andasse storto, ripercorse il tragitto ritornando nella sua cabina. Solo qualche
passo e la tragedia. Il piede inciampò su qualcosa e Sanesi cadde sedere a terra. Come una madre la
sua creatura, il caporale salvò dalla morte la conserva e la forma pane, ma non poté evitare il resto.
Con il capo aveva battuto su un mobile, da lì era caduta una pila di pentole. Il fracasso fu
enorme. E meno male che non doveva fare casino. Mannaggia a lui! Sanesi si rialzò, ma incimpò di
nuovo nelle pentole di stagno. Altro fracasso.
- Chi è lì?
Una voce s'infiltrò nel buio. Un piccolo alone di luce si intravide nell'entrata della cucina.
Era fatta, Sanesi avrebbe fatto una figuraccia. Dannato a lui e al capitano Pettazzoni, che si
strafogava la sua parte di cena.
- Chi è? Rispondete! Chi è lì?
E che si doveva far sparare Sanesi? Per una marmellata e per un po' di pane decisamente no.
Posando i due tesori che aveva tra le braccia, si alzò e si spolvero la divisa. - Caporale Sanesi, sono
io.
La luce strisciò per tutto il corridoio. Un ombra si fermò sull'uscio e la lanterna si spostò
illuminando la cucina. Montesarchio oltrepassò e si inoltrò per la piccola cucina. Una mano alla
pistola, l'altra ad illuminare l'ambiente.
- Feula sei ancora tu? Quante volte ti ho detto che non devi mangiare di nascosto? Ma questa
volta lo dico a Zonzoli!
- No, no... Sono io, Sanesi... - il caporale stava mani in alto e sguardo abbassato per via della
luce. Ai piedi, un ricco bottino di guerra.
Montesarchio poggiò la luce su una mensola e posò la pistola. La situazione era davvero
imbarazzante. Sanesi era un ospite, non lo poteva dire al capitano.
- Guardia marina posso spiegare... sa, il mio capitano sé mangiato la mia cena e... M'era
venuta fame...
I due giovanotti si guardarono in faccia. Avevano la stessa età e vivevano la stessa
condizione. Tutti e due erano i secondi di un capitano, l'uno pignolo ed iroso, l'altro narciso e
ardimentoso fino all'eccesso. Montersarchio, senza fiatare, prese il pane e lo posò sulla tavola. Aprì
la confettura e si procurò un coltello.

- E ma non non è buona come quella che fa mia mamma però! - Sanesi addentava
voracemente il pane con su la marmellata di albicocche. Era già la quarta fetta che si spazzolava.
- Sanesi e mamma mia! Vuoi pure na' bella pastiera su sta nave?
- C'è? E una fetta la gradirei, Montesà... Se non sono troppo scostumato!
- Ma che pastiera e pastiera! Questa schifezza di marmellata è il massimo che si può trova!
Vabbè, su questa bagnarola, si intende. Quando sono stato imbarcato sull'ammiraglia Bendetto
Brinn, mamma mia Sanesi mio! Il cuoco, e c'ero diventato amico, mi preparava delle torte con la
panna come quelle che fanno al re a Torino. Erano qualcosa!
- Qualcosa? Qualcosa... qualcosa come? - Antonio Sanesi già si immaginava con la bocca
tutta impiastricciata di panna e le mani affondate in una torta gigantesca.
- Qualcosa! Erano un qualcosa... Di buono Sanè, mamma mia che ciuccio sardagnolo che
sei! Dì un po', ma finiranno alle mani i nostri due superiori? Li vedi tesi quelli lì.
Sanesi intanto si stava preparando la quinta fetta. Si ripeteva che sarebbe stata l'ultima.
Forse. - Montesà, ti dico la verità. A me, personalmente, sta diatriba m'ha già scassat i pall. Tanto
alla fine quelli che se lo prendono in quel posto – dicendo questo, Sanesi fece un evidente gesto con
la mano, - siamo sempre noi. E io mi devo sopportare Pettazzoni che mi ripete “ ma quel Zonzoli è
uno sprovveduto... Ma quel Zonzoli è un incosciente... Ma quel Zonzoli con chi si crede di avere a
che fare, io sono il capitano Raffaele Pettazzoni!
Montesarchio, addentando un morso della sua prima e ultima fetta, scoppiò in una risata.
L'imitazione della parlata del capitano dell'Ufficio 1 era davvero comica. - Guarda Antò, ti posso
chiama Antonio? Vabbè tra compaesani... Antò, ti dicevo, Zonzoli fa uguale! Sta tutto il tempo a
lamentarsi di qua e di là. E poi, in confidenza, tutte le sue imprese, diciamo che se le inventa un po!
Ma il mio compito è di assecondarlo, in fondo non è un cattivo capitano.
I due rimasero a parlare ancora a lungo. Sanesi ingurgitò fino a sei fette di pane e
marmellata. Forse ne avrebbe mangiata un altra, ma Montesarchio gli levò gli arnesi da sotto il
naso. Risero e, prima di andare a dormire, si prepararono pure una moca. Un caffè speciale
veramente, come quello di mammà, ebbe a dire Sanesi. La notte procedette tranquilla e calma. Il
mare stagnava, non faceva le bizze. Nulla di nuovo all'orizzonte. Almeno per ora.
Capitolo 10
A bordo della “Derna” 1911

L'aria era fresca. Giovanni la annusò prima di uscire dalla sua cabina. Gli piaceva quel
clima, lo rendeva di buon umore. Sistemandosi la giacca, si diresse verso la sala ufficiali della nave.
Non aveva molta voglia di stare in mezzo a così tanta gente, che magari sapeva cosa gli era
successo la notte prima, ma aveva fame. Sperava solamente che nei discorsi di quei rampanti
Giovani Turchi, non venisse tirato in ballo anche lui. Se ne sarebbe stato in disparte ad ascoltare.
Giovanni, dopo qualche passo, arrivò a poppa e contemplò per attimo l'oscurità opprimente
della notte. Talmente scura, la notte, da venirci risucchiato dentro. Poteva quasi percepire un manto
terso che gli si avvolgesse addosso e lo rendesse una piccola parte del tutto. Con un gesto della
mano mandò via quei pensieri, a metà tra i residui del suo periodo bohemien e l'oppio che gli stava
ancora in circolo nelle carni. Distolse lo sguardo e si diresse verso la sala da pranzo.
Piccolina e sobria, ma molto pulita e ordinata. In mezzo un tavolo lungo con una decina di
sedie di legno. Attorno gli ufficiali, con Fehimm a capotavola, il capitano della nave, ed un posto
libero per lui.
- Giovanni, venga, venga... - Fehimm lo fece accomodare tra lui ed un giovanotto con i baffi
grossi e folti, curati molto bene.
La cena iniziò subito dopo. Tra il piatto di zuppa ed il secondo di carne secca ribollita,
iniziarono le discussioni. Da quello che Giovanni poté intuire, tutti i soldati presenti facevano parte
del C.U.P, ed alcuni di loro, compreso Fehim, avevano pure partecipato alla alla rivoluzione del'09,
quando una compagine militare marciò su Istanbul per costringere il sultano 'Abd al-Hamid II ad
abdicare. I Giovani Turchi lo sostituirono con Mehmet V, un incolore sovrano che si lasciava
manipolare a sufficienza.
Gli argomenti di discussione erano i più svariati. Si parlò di politica, di estromettere capi
religiosi avversi, di modernizzazione delle fabrice, di alleanze iperboliche, di guerre e ancora di
guerre. Quei giovanotti, si accorse presto Giovanni, pensavano che lo scontro diretto con un altra
nazione potesse risolvere tutti i problemi. Il loro militarismo era eccessivo, nauseante. La retorica
con cui parlavano era uno strano impasto di terminologie belliche prussiane e parole turche,
l'incontro tra oriente e occidente? I Giovani Turchi a quello aspiravano. Sognavano un impero Turco
unito, forte e moderno. Nello stesso tempo, però, non intendevano perdere le tradizioni, Islam in
testa. Vestire all'occidentale ma pregare verso la Mecca, perché? Giovanni non se lo riusciva a
spiegare. Lui che ci veniva dall'occidente forse non poteva capire.
Ora basta fandonie, la politica si muove anche senza le nostre parole, - il colonnello Fehimm
zittì la sala. Si alzò dalla sua sedia e afferrò delle carte geografiche, le srotolò e le distese sulla
tavola. - Nelle ultime settimane ho avuto una lunga corrispondenza con Enver Pascià su come
gestire la situazione tattica. Abbiamo le stesse idee. Gli italiani di certo arriveranno con un enorme
corpo di spedizione e con un imponente flotta. Noi non siamo in grado di contrastarli in mare, e
quindi non possiamo difendere le città costiere. Tripoli, Derna, Begasi, tutte città che dovranno
essere abbandonate.
- Colonnello ci sta dicendo che perderemo la Libia? Abbandonare la costa significa
sconfitta!
- No, ma è questo che vogliamo che credano gli italiani. Sposteremo le truppe nell'interno,
nei vari forti sparsi per il deserto, nell'entroterra. Lì non avranno la copertura della flotta e potremo
condurre una vera e proprio guerriglia. L'esercito nemico sarà un esercito di occupazione, gli
italiani non sanno nulla di quelle regioni. Noi li stringeremo nella morsa delle sabbie, come
napoleone venne distrutto dal generale inverno.
- Ed Enver Pascià dov'è? Parteciperà anche lui alla guerra?
- Si. Nell'ultima lettera mi ha detto che lasciava Berlino alla volta di Salonicco. Sarà a
Tripoli nel mese di Ottobre.
Ci furono commenti d'approvazione. Molti conoscevano Enver e le sue potenzialità Era uno
dei migliori ufficiali di tutto l'impero ottomano, nonché un esponente di spicco dei Giovani Turchi.
Un uomo adatto a comandare, forse un futuro leader della Nuova Turchia.
Le discussioni andarono avanti, fino a notte inoltrata. Voci, su voci. Dialetti turchi si
incrociavano con francese e tedesco, il tutto bagnato da Raki e qualche bicchiere di vino. Le guance
diventarono rosse e breve fu il passo che portò tutta la sala a inneggiare al panarabismo e a cantare
inni nazionalistici.
Giovanni, stanco e non proprio a suo agio, si defilò e strisciò verso la sua cabina. Avrebbe
riletto qualche passaggio di A’ Rebours, un libro che non riusciva a non portarsi dietro nei suoi
viaggi. Forse gli avrebbe donato quella calma di cui aveva bisogno. Il più delle volte lo rendeva
ancora più nervoso.
Capitolo 11
A bordo della “Anita”, 26 settembre, ore 3 circa

- Capità! Capità!
Un altro scossone. Un altro ancora. Nulla.
Pettazzoni ronfava come una cinghiale, completamente spalmato sulla sua brandina.
Antonio Sanesi lo contemplò ancora per un po'. Sapeva benissimo quanto si sarebbe alterato
se lo avesse svegliato, ma lo doveva fare. Glielo aveva detto Zonzoli, doveva essere una cosa
urgente. Aspettò qualche altro secondo, poi decise di agire. Avrebbe usato il metodo che adoperava
sua madre quando era piccolo. Con un solo gesto veloce aprì le palpebre del capitano e nel
frattempo continuò a chiamarlo a voce alta.
Una bestia si svegliò.
Pettazzoni scansò con forza Sanesi e blaterò parole sconnesse, tutto agitato. Sudato.
- Caporale ma che cazzo fa!
- Capità! E quanto ci ha messo a svegliarsi! La vuole urgentemente Zonzoli.
L'uomo in mezzo al letto in vestaglia, ancora mezzo rincoglionito, osservò attonito il suo
attendente. A quell'ora? E cosa voleva Zonzoli? Voleva continuare a discutere? Lo avevano fatto
animatamente per tutto il giorno, forse si voleva scusare.
Ma porco di quel diavolo! Lo sapeva lui, doveva andare a fare il carabiniere in una
casermetta di campagna. Altro che medaglie, altro che gloria!

Zonzoli stava in prua, aggrappato con una mano alla murata. L'altra reggeva il binocolo.
Attorno un paio di ufficiali reggevano una carta nautica e facevano luce con una lampade ad olio. Si
mormorava, nervosamente. Stava succedendo qualcosa.
Pettazzoni annaspò nel salire le scalette che lo conducevano a prua. Il sonno ancora regnava
nella sua testa. Sperava solo una cosa, che Zonzoli lo avesse fatto svegliare per una cosa
importantissima e urgentissima. Se era per una delle sue cavolate eroiche, giurava che lo avrebbe
buttato nel mar mediterraneo e tutti a casa!
Dopo gli ultimi scalini, il capitano venne aiutato da Montesarchio e reggersi in piedi. Il mare
non era calmissimo e si rischiava di finire in acqua se non ci si reggeva forte alle murate.
Zonzoli, quando Pettazzoni fu a tiro di denti, si voltò con una faccia che dirla orgogliosa era
poco.
- Mio amico! Venga, venga qui e guardi.
Pettazzoni non reagì. Cosa voleva quello lì? Amico di chi?
- Capitano, guardi dentro il binocolo, in direzione sud est!
Con un po' di fatica si infilò il pesante apparecchio al collo e scrutò il nero. Non vedeva
nulla. L'oscurità totale.
- Zonzoli io non vedo un cazzo! - il tono fu burbero.
- Capitano così! - mormorò l'altro, aggiustandogli la mira del binocolo - guardi guardi, cosa
vede?
Nel pieno della notte, se si aguzzava la vista, si poteva scorgere un piccolo puntino di luce.
Un piccolissimo diamante incastonato in un mantello nero.
- Quella capitano, è la nostra nave!
- La “Derna” ? E come fa ad esserne così sicuro? Potrebbe essere qualunque altro legno!
Siamo nel bel mezzo del mediterraneo, non nel lago di Como.
- Pettazzoni, lei non ha fiducia in me...
- No.
- ...Dicevo, queste rotte sono poco battute, anzi per niente direi. Quindi possiamo essere
quasi certi che quella è la nostra nave. L'abbiamo trovata, Pettazzoni.
- Lei dice? Fino a quando non vedrò uno scafo e un paio di fumaioli, quella cosa per me
potrebbe essere anche una cicala notturna.
Dicendo così il capitano dell'Ufficio Uno, lasciò il binocolo e ritornò senza salutare verso le
sue cabine. Aveva voglia di dormire, tanto agli eroismi ci avrebbe pensato Zonzoli. Lui poteva pure
ronfare in pace.
Il giorno dopo sarebbe stato di cattivo umore, lo sapeva.
Intrattabile.
Se lo sarebbe sopportato Sanesi, in fondo quello era il suo compito.
Si, sarebbe stato decisamente intrattabile.
Capitolo 12
A bordo della “Derna”, 26 Settembre, ore 10.00

Tum.
Tum, tum.
Era il mal di testa?
Tum.
Possibile le tempie gli pulsassero così tanto.
Ormai si aspettava di tutto dal suo corpo. Anche che sentisse colpi di cannone dentro le
orecchie.
Tum. Questo fu più potente, decisamente.
Giovanni Caracciolo Zimisce si trovò a culo per terra. No, il mal di testa non buttava per
terra le persone. Un altro violento scossone. Ricadde.
Queste non erano allucinazione, questi erano colpi di cannone.

Dopo essersi vestito in fretta, si legò il cinturone e caricò la pistola. Un attimo dopo era sul
ponte a correre tra un equipaggio in preda alla follia. Marinai urlavano in turco e soldati
armeggiavano i fucili lungo le murate.
Nel delirio Giovanni riuscì a sbrigliarsi non facilmente. I dialetti turchi si mischiavano
formando un unica grande lingua che aveva il sapore di un ululato. Un risveglio decisamente
tranquillo. Dopo parecchi spintoni e urla, Giovanni arrivò al ponte di comando.
Il colonnello Fehim stava ritto con il binocolo in mano. Di fianco il capitano della nave e gli
altri ufficiali turchi.
- Colonello, cosa diavolo sta succedendo...
La frase non fu terminata, che una colonna d'acqua s'alzò e la spuma invase il ponte. Una
cannonata aveva appena mancato la Derna di pochissimo.
Rialzatosi Fehim riprese a guardare verso l'orizzonte. - Signor Giovanni, non vede? Sono
fuochi d'artificio! Ci accolgono!
Un altro proiettile, altra colonna d'acqua. Questo decisamente più lontano.
Caracciolo si stava irritando. Il colonnello non gli dava neanche lo sguardo. Con un colpo di
mano e la schiuma dalla bocca strattonò il turco - Mi dice cosa sta succedendo?
- E non è lei l'esperto di guerre qui? - I baffetti di Fehim si alzarono. Un altro di quei suoi
sorrisetti.
Intanto tutt'intorno sibilavano ordini veloci in turco. Giovanni non ci stava capendo nulla. I
suoi nervi erano saltati.
- Colonnello, e non era lei quello che diceva che questo era un viaggetto di piacere?
Il colonnello si allontanò dal posto d'osservazione mettendosi al riparo da schizzi. Indicò a
Giovanni un punto all'orizzonte. Una nave, non molto grande, ma che avanzava ad alta velocità.
- Sono pirati?
- Peggio, signor Giovanni. Italiani...
Italiani? Ma la guerra non sarebbe dovuto scoppiare lì a qualche mese? Bella fregatura, si
disse tra se Giovanni. Bella fregatura industriale. Ancora una volta si era fatto infinocchiare e si era
cacciato in un guaio in cui non voleva stare. Si trattenne nel dare un cazzotto dritto in faccia al
colonnello.
- Bhè, rispondiamo al fuoco colonnello!
- Non possiamo, non abbiamo artiglieria.
Bene, una bella situazione. Una situazione che costringeva le menti a pensare. Che costringe
a cavarsi fuori dal buco. O arrendersi.
Un altra esplosione sollevò una colonna d'acqua. La piccola marea si riversò tutta sulla parte
anteriore della Derna. Giovanni era completamente zuppo, al diavolo l'eleganza.
- Fehim, avete delle bandiere sulla nave?
Il volto del colonnello impallidì - No signor Caracciolo, perché mai queste domande?
- Non c'è tempo per le spiegazioni, ho un idea che ci farà guadagnare tempo.
- A si?
- Mi serve un telo bianco, il colore rosso e quello nero.
Ora il colonnello Fehim era ancora più stupito. Con i proiettili italiani che arrivavano a
qualche passo dalla sua nave, il francese voleva fare un quadro?
La crociera attraverso il mediterraneo era finita.
Tutto stava iniziando ad andare a rotoli.
Capitolo 13
A bordo della “Anita”, qualche minuto dopo

- Sospendete il fuoco! Marinai, cessate il fuoco!


La voce roca di Zonzoli si sparse per tutta la nave, e attraverso il mare e il cielo.
- Ai cannoni, cessate il fuoco! - faceva eco qualche sottoposto.
In meno di qualche secondo le due artiglierie a poppa e prua tacquero.
La pace ritornò improvvisa. Intanto Pettazzoni, che si era tappato le orecchie con le dita, e a
cui gli era venuta un emicrania pazzesca, stava dietro l'ardimentoso capitano. In attesa.
- Allora Zonzoli?
- Guardi anche lei.. Non ci sono molti dubbi...
Pettazoni strinse il familiare binocolo tra le dita spaccate dal freddo e ci guardò dentro. La
nave che avevano bersagliato fin'ora, aveva issato la bandiera dell'impero tedesco. Sulla parte
posteriore si leggeva appena il nome Eitel Friedrich. Una gatta da pelare con cura. Molta cura.
- E si capitano, quella lì è proprio la bandiera tedesca. Mica si può rischiare un disastro
diplomatico!
Zonzoli, che mai era sceso dal suo trono di coraggio e ardimento, ora era scosso.
- ...Se già non lo abbiamo causato un disastro diplomatico! Pettazzoni però lei è dei servizi
segreti, e non mi aiuta su queste cose?
- Cosa sta blaterando?
- Lei è dei servizi segreti? Dovrebbe sapere le cose prima di tutti! Ma mi vuole avvertire che
sulle nostre rotte c'è una nave tedesca?
Pettazzoni fumava dalla rabbia. Non si trattenne. Prese per il colletto il capitano e gli
digrignò contro, prima di riuscire ad articolare qualche frase.
- Lei Zonzoli! Lei! Lei ha fatto tutto! Io su una barca ci sarà salito tre volte al massimo! Lei
qui è l'eroe! Lei ha dato l'ordine di fare fuoco senza manco accertarsi che quella fosse la Derna! Dio
mi fulmini se non la trascinerò personalmente in catene di fronte a Giolitti e il Re! La farò
processare Zonzoli.
- Aè capità! Vogliamo scomodare pure a san Gennaro?
Sanesi intervenne, infilandosi tra i due capitani ed evitando che potessero arrivare alle mani.
- D'accordo Pettazzoni, ho compreso-disse Zonzoli, rimettendosi apposto la giacca bianca
della divisa - ...ho compreso. Dovrò agire da solo da ora in poi, lei sarà solo un ospite.
- Ospite? Sì, così andiamo a bombardare Londra e rapiamo la regina d'Inghilterra! Zonzoli
prenda una decisione sul da farsi con quel nave e non faccia l'offeso!
- Potremmo avvicinarlo e scusarci per l'accaduto, in fondo non mostrava bandiere.
A parlare era stato Montesarchio, che data la baruffa, s'era avvicinato.
L'idea piacque. I toni si calmarono. Avrebbero avvicinato il bastimento e avrebbero messo
tutte le cose a posto. Il mare si stava agitando poco, all'orizzonte qualche nuvola nera. La notte
sarebbe stata agitata, se lo sentiva.

Capitolo 14
A bordo della “Derna”, 12.00

Anelli.
Piccoli, grandi.
Si diffondevano, giravano nell'aria come vortici. Poi morivano nei pressi del soffitto.

Il capo di Giovanni era leggero. Il suo animo buono. Lo testimoniava il sorriso inebetito che
aveva dipinto sulla faccia. Dopo essersi brevemente appoggiato al letto, riprese a fumare dal
narghilè e a giocherellare con i cerchi di fumo. La stanza oramai era satura di fumo. Di ottimo oppio
per giunta. Fece ancora qualche fumata, poi spense l'aggeggio e si distese per terra. Le travi di legno
della nave non erano il massimo della comodità, ma con tutta quella droga addosso poteva
immaginare benissimo un gran divano dei pascià. Fuggire da quella nave, fuggire da quel
mediterraneo...
La sua trovata della bandiera e del nome aveva funzionato. La nave italiana aveva cessato di
sparare, ma non era tutto finito. Anzi, i problemi erano appena iniziati.
Il nemico era in pericoloso avvicinamento, probabilmente voleva scusarsi dell'accaduto o
assicurarsi che quella non fosse una nave pirata. E senza cannoni, senza difese, cosa si poteva fare?
Si poteva tentare una fuga? No, il Derna era al massimo del suo carico e non poteva battere la
piccola corvetta italiana in velocità.
Erano spacciati. Punto e basta.
No, impossibile.
Se lo ripeteva da un ora Giovanni.
Impossibile.
Era stato in situazioni peggiori, ma si gran lunga. Eppure se l'era sempre cavata a
meraviglia. Senza aver paura, in Messico, aveva attraversato le linee dell'esercito regolare con un
saio da frate e trecento fucili nascosti in un carico di grano. Con un gran sorriso in Italia aveva
assaltato una corazzata dio notte e affrontato centinaia di marinai.
Ed ora?
Possibile che un trasporto di fucili sta per diventare la sua tomba?
Da un ora s'era chiuso nella sua tana e aveva fumato oppio. Eccolo il Giovanni Caracciolo
Zimisce, mercenario noto in tutto il mondo. S'era messo paura di quattro italiani su una bagnarola.
Quando era cambiato?
Quando i suoi nervi erano iniziati a saltare?
Quando la paura aveva preso il sopravvento?
Di morti ne aveva visti tanti, troppi. Non aveva mai avuto paura di morire. In realtà rare
volte ci aveva pensato.
Ma ora? Le mani gli tremavano come quelle di un sedicenne che sta per baciare la sua prima
ragazza.
Si, s'era rifugiato nella sua tana drogata e non voleva sapere nulla.
O la morte o la prigionia.
E gli Italiani, sicuro, gli e l'avrebbero fatta scontare quella faccenda a Livorno.
Aveva fatto esplodere la corazzata Regina margherita alla fonda, e dopo qualche ora già
stava a letto con una puttana a brindare con lo champagne.
Ma chi era diventato?
Un cane tremante che puzza di passato.
Che si leccava le ferite.

Staccò la spina dai suoi pensieri, anche se forse non era la cosa giusta da fare in quel
momento.
Stretta fra i denti, l'accese. La sigaretta.
Fumo su fumo.
La densità del tabacco europeo che cancellava l'odore intenso e trascendentale dell'oppio
orientale.
Bella metafora, pensò.
No. Non poteva andare a finire così.
Non sarebbe finita nel bel mezzo del Mediterraneo. Non in quel modo.
Senza combattere, senza fare un cazzo.
No, non sarebbe finita così.
Qualcosa in fondo la bisognava fare.

Giovanni varcò la porta della stanza con estrema lentezza. La poca luce illuminava a
malapena la figura che gli stava di fronte, prona sulla scrivania.
- Cosa sta facendo, colonnello?
- Non lo vede?
Le mani turche stavano raccogliendo pacchi di documenti e fogli cifrati. Dopo averli legati
con uno spago, Fehim li raccolse in una cartellina di pelle marrone.
- Gli italiani non dovranno trovare nessun documento quando ci prenderanno, sto per buttare
tutto a mare. Questo dice il protocollo.
Dopo aver detto così, uscì dalla stanza, defilando il corpo di Giovanni, e si sporse dalla
nave. Un attimo dopo la cartellina sprofondava in mare.
L'aria era tesa. La fine incombente, il colonnello, se la sentiva sul collo.
- Colonnello ho un idea...
- Ci farà guadagnare altro tempo? E a che fine? Siamo spacciati Caracciolo. La mia
missione, la più importante della mia vita, sta andando a rotoli. Questi fucili non arriveranno a
Tripoli e perderemo pure quei territori... Ho sacrificato la mia vita per un ideale, Caracciolo, ma lei
non può capire. Lei viene pagato e serve un padrone. Se le cose vanno male o bene, poco importa. I
soldi se li è portati a casa. Per me non è così. Io servo un impero che non conta più nulla, ma che sta
cercando di rialzarsi. Noi Giovani Turchi abbiamo creduto in un sogno, quello di far congiungere i
vecchi fasti ottomani con la modernità europea... E abbiamo fallito.
- Colonnelo, lei la sta facendo troppo tragica. Uno scatolone di sabbia come la Libia non può
essere determinante.
- E invece si. Far arrivare quei fucili lì, armare le tribù e combattere gli italiani sarebbe stata
la dimostrazione che il nostro ideale era giusto! Che l'unico modo per risollevare le sorti della
Turchia era affidarsi a noi. Tutto il mondo islamico si aspetta da noi la vittoria. Ed invece no, tutto è
andato perduto.
Giovanni spense la sigaretta sul parapetto di legno, dopo buttò la cicca in mare.
- Colonnello ho un idea. Lo so, non si aspettava di incontrare un Giovanni Caracciolo
Zimisce in queste condizioni, ma un po' di orgoglio ancora esiste in questo ammasso di carne. E poi
non mi posso far beccare dagli italiani. Ho troppi conti in sospeso con loro, mi sbatterebbero
d'avanti il plotone d'esecuzione, e non ho tanta voglia di morire. Sa, dopo questa avventura vorrei
andare ad Alessandria, forse lì troverò la pace.
Fehim era sbalordito. Quell'atteggiamento volenteroso da dove era giunto? Fino a qualche
ora prima l'ospite francese aveva solo saputo fumare oppio e rintanarsi con la coda fra le gambe.
- Quale è la sua idea?
- Lei mi deve solo dare carta bianca. Fra quanto la nave italiana ci raggiungerà?
- Un ora al massimo.
- Bene. Quando la nave sarà abbastanza vicina mostrare la bandiera turca.
- Cosa? Ma con la trovata della bandiera dell'impero tedesco ci siamo salvati!
- Fidatevi. Gli italiani a quel punto dovrebbero, se non sono scemi, ricominciare il
cannoneggiamento. A quel punto mostrate la bandiera bianca...
Fehim oramai era curioso di dove andava a finire l'idea di Giovanni. Farsi cannoneggiare e
arrendersi, ottima idea, si disse.
- Gli italiani non ci affonderanno, se sanno cosa portiamo. Siamo troppo importanti per
colare a picco.
- E dopo? Cosa dovremmo fare?
- Gli italiani si avvicineranno e saliranno a bordo. A quel punto reagiremo! - Giovanni disse
questa frase con strana enfasi. Nella sua testa già immaginava la scena.
- Reagiremo? Lei intende uno scontro corpo a corpo tra le navi? Forse lei, signor Caracciolo,
ha letto troppi romanzi d'avventura o l'oppio gli ha dato alla testa.
- No signor colonnello, forse io ho combattuto più guerre di lei. Gli italiani non si
aspetteranno una cosa del genere. Questo è solo un cargo da requisire, nulla di più.
La decadenza che affliggeva il colonnello Fehim scomparve. Vide negli occhi di Giovanni
una fiammella, quel coraggio e quella sicurezza di cui aveva bisogno la situazione. Non poteva
perdere questa possibilità. Doveva giocare la carta molto bene. Se lo spirito di Giovanni si era
risvegliato, doveva sfruttarlo fino alla fine.
- E sopratutto, signor Caracciolo, gli italiani non sanno che su questa nave c'è lei.
Bene. I tempi erano stati giusti. Come un attore.
Il volto dell'interlocutore s'illuminò. Fehim ce l'aveva fatta.
Aveva colpito e affondato.
Finalmente.
- Mi dica cosa vuole che faccia e lo farò.
- Ha una sigaretta colonnello?
- No, fumo solo sigari. Ma ha appena fumato!
- Sono un fumatore incallito. Ora me ne procuri una.

Capitolo 15
A bordo della “Anita”, 26 settembre ore 14.00 circa

Come un invasato.
Come un folle.
Zonzoli stava sulla prua della Anita e sbraitava, mitragliava ordini e mandava al diavolo
chiunque. Come un invasato, un folle. Da quando la nave sospetta aveva alzato la bandiera rossa
con la mezza luna, s'era scatenato l'inferno.
A velocità massima ora il piccolo guscio italiano stava raggiungendo la sua preda indifesa.
Cercava si, la Derna, di fuggire, ma era troppo satolla di fucili e quant'altro. Non ci sarebbe arrivata
a Tripoli. Il capitano Zonzoli l'avrebbe fermata prima. A suon di cannonate.
- Montesarchio, fai preparare il pezzo a prua!
L'ordine fu ripetuto velocemente ed eseguito.
- Pronti al fuoco capitano.
L'attesa non fu lunga. L'urlo del capitano si.
- Fuuuuuoooooco!
Il pezzo d'artiglieria tuonò e un attimo dopo una colonna d'acqua s'alzò vicinissima alla nave
nemica.
- Ricaricare!
Come diligenti formiche, i piccoli marinai si misero all'opera. Operosi, in bianca uniforme.
Dopo poco un altra esplosione. Questa volta il colpo andò a segno. Il proiettile aveva colpito la
parte superiore della poppa, non troppo per affondare, ma abbastanza per danneggiare qualcosa. Un
“Urra” e un “W il Re” avevano accolto il botto. Zonzoli era al settimo cielo.
Aveva ordinato un altro - Ricaricate e sparate - ma Pettazzoni sbollentò il suo animo.
- Cosa vuole?
- Scenda da lì! Zonzoli, lei è pazzo! Gli ordini non dicono di affondare la nave!
Zonzoli a mala voglia scese dalla prua e si mise in posa di fronte l'agente dell'Ufficio I. Ora
non erano allo stesso livello. Lui aveva scovato la nave, lui l'aveva colpita. Lui era l'eroe, e
quell'impiegatuzzolo del ministero non gli avrebbe portato via il merito.
- Capitano Pettazzoni sto facendo quello che l'Italia vuole da me! Fermare il carico!
- Capitano fermi i suoi uomini!
Zonzoli si voltò e urlò ancora – Fuooooco!
Un altra botta, pesante, colpì l'acqua vicino al bersaglio, senza colpirlo.
Raffaele Pettazzoni ora era fuori di se. Un ufficiale pazzo della marina stava mandando
all'aria tutto, non poteva permetterselo. Anche se doveva agire fuori dagli schemi. Anche se doveva
prendere iniziativa lui. Non poteva far affondare il Derna. Dentro avrebbe trovato documenti, agenti
segreti e tanti fucili. Questo tesoro non doveva giacere in mare, ma stare sul rapporto che avrebbe
sbattuto in faccia a Negri. Altro che medaglie , altro che promozione. Poteva chiedere di più. Non
sapeva effettivamente cosa, ma poteva farlo.
Appena Zonzoli si voltò verso di lui, Pettazzoni sfoderò la pistola che aveva nella fondina.
- Capitano dica ai suoi uomini di cessare il fuoco, se no sarò costretto ad arrestarla, o
addirittura a fare di peggio.
- Metta via quel ferro!
- Non lo farò se lei non da ordine di smettere!
Occhi fissi. Silenzio. Nessuno cedeva. Le due personalità erano arrivate allo scontro finale.
Uno digrignava, l'altro si segava i denti.
Pettazzoni stava per mettere fine a tutto. Avrebbe arrestato quel pazzo e condotto
personalmente l'azione. Spiegarlo a Negri non sarebbe stato complicato; all'ammiraglio Aubrey un
po' di più.
- Bandiera bianca...
La frase si perdette nel mare. Nessuno ci fece caso.
- Capitano la Derna ha messo bandiera bianca, si arrende!
Montesarchio ripeté la frase ancora una volta. Alla fine i due sfidanti compresero.
- Si è arresa davvero?
- Guardi Pettazzoni, e metta via il ferro.. Prende il binocolo.
La Nave era ferma in mezzo al mediterraneo e un alto fumo nero si alzava dalla parte
anteriore. Colpita e danneggiata. Immobile. Catturata.
I due capitani si guardarono e si contemplarono per qualche secondo. Era finita, bene.
Nessuno dei due aveva perso, tutti e due vinto. E anche se Zonzoli avrebbe raccontato per l'eternità
che era stato solo grazie al suo ardimento che la missione era andata a buon fine, Pettazzoni avrebbe
accettato. Con qualche riserva, ma avrebbe accettato.
Ora non rimaneva che andarsi a prendersi il trofeo.
Un bella coppa da trasportare a Tripoli, magari accolti da palme e pure la banda musicale
dell'esercito!
Capitolo 16
A bordo della Derna, 26 ore 16 circa

Faceva decisamente caldo lì, ma doveva sopportare.


Giovanni che teneva stretto il suo Mauser, nascosto dietro il secondo fumaiolo della Derna,
si preparava a sparare. Ma doveva tenere i nervi saldi ancora un po'. Gli italiani dopo aver visto la
bandiera bianca si erano avvicinati e avevano calato le scialuppe in mare. Quaranta uomini in tutto,
la maggior parte dell'equipaggio, avevano preso a salire lungo le pareti della trasporto turco. Non
hanno incontrato nessuna resistenza, solamente dieci marinai turchi con le mani alzate e il capitano
della nave pronto ad arrendersi. E non se l'erano mangiati la foglia gli italiani, per nulla.
Giovanni fece capolino con la testa ancora una volta. Vedeva perfettamente il capitano
italiano salire sulla nave e dirigersi, passo lesto, verso il capitano nemico e armeggiare qualche
parola. Chissà cosa gli stava dicendo. Nel giro di qualche minuto i quaranta italiani, in uniforme
bianca, si sparseo per tutto il ponte senza sapere bene cosa fare. I turchi furono stati tutti legati con
delle corde e tenuti a prua, eccezion fatta per il loro capitano, che dialogava con i graduati italiani.
Non se l'erano mangiata la foglia, per nulla. Erano tutti baldanzosi sti'italiani, contenti di aver
catturato il cargo più prezioso del mediterraneo. Felici e troppo imprudenti.
Giovanni continuò ad osservarli, doveva decidere il momento in cui sarebbe scattata
l'azione.
Tutto era stato architettato in modo perfetto.
Fehim si era comportato bene, gli aveva dato carta bianca. E Giovanni era sicuro che la carta
se l'era giocata bene.
Non poteva fallire.
I marinai italiani si iniziarono a sparpagliare per la nave, il momento si stava avvicinando.
Giovanni ricontrollò tutto in mente. Gli armati turchi erano una trentina. Una decina
sparpagliati tra il tetto e gli oblò della coperta, pronti a cecchinare gli italiani. I restanti venti, erano
in massa nella stiva, guidati da Fehim. Loro sarebbero entrati in gioco non appena udivano i primi
spari. L'unico rischio effettivo rimanevano i due cannoni italiani e la mitragliatrice, che però non
avrebbero potuto sparare perché sulla Derna c'erano anche i loro compatrioti. E poi sulla nave
italiana rimanevano si e no quattro soldati, pochi e da eliminare subito.
Giovanni ripassò tutto ancora una volta.
Prese un grosso respiro.
Si mise in posizione e puntò il fucile contro il primo marinaio che vide.
Stranamente la mano smise di tremagli, buon segno. Forse la fortuna ci stava mettendo lo
zampino.
Mirò.
Vedeva nitidamente il suo bersaglio. Se ne stava fucile in spalla a guardare i prigionieri.
Qualche secondo.
Poi il perfetto ingranaggio tedesco entrò in funzione.
Il grilletto scattò e fece partire il proiettile, che si andò a conficcare sulla schiena del
marinaio malcapitato.
Qualche secondo ancora.
Quella era stato il preavviso.
Quello era stato il tuono prima del fulmine.
Qualche secondo ancora.
Mentre Giovanni stava per ricaricare il fucile dieci moschetti spararono all'unisono contro il
nemico.
La mattanza era iniziata.
Fehim stava rannicchiato dietro una cassa nella completa oscurità.
Dietro di lui i venti tra marinai e suoi ufficiali, nascosti, che attendevano il segnale.
Tremava Fehim. Aveva paura. Era la prima volta che partecipava ad un azione reale. Per
tutta la vita aveva solamente redatto rapporti e viaggiato in incognito. Si, erano cose che davano
minime scariche di adrenalina, ma mai quanto impugnare una pistola e sparare ad un altro uomo.
Aveva ragione Giovanni Caracciolo Zimisce, la sua pistola era nuova di pacca. Mai sparato.
Buona parte della sua carriera militare l'aveva passata dietro una scrivania tra inchiostro e
incartamenti. Ed ora, nel bel mezzo del mediterraneo, stava per partecipare alla sua prima azione.
Ed aveva una paura strana, che gli si aggrappava alla gola e lo soffocava. Aveva paura di morire il
colonnello Fehim. S'era sentito sempre sicuro di se, fin troppo. Faceva parte dei servizi segreti
dell'impero Ottomano, aveva orecchie occhi in tutte le province. Qualunque sommossa gli era
annunciata con preavviso. Aveva sempre tutto sotto controllo, dietro la sua scrivania. Ed ora? Ora
stava per disputare una partita dai risvolti incerti. La sua sicurezza era svanita come una torre di
sabbia al vento. Ora doveva prendere la sua arma e sparare. Bum, bum, bum. Ma i proiettili
sarebbero andati anche nella direzione contraria. E se lo colpivano? Come sarebbe stato prendere un
proiettile in pieno petto?
Queste domande, nervose, elettriche, veloci, gli stavano lacerando il cervello.
Ora iniziava a comprendere l'atteggiamento di Giovanni.
Quante volte gli avevano sparato contro all'italo-francese? Una marea a giudicare dal suo
dossier. In tutte le parti del mondo aveva trovato un nemico pronto ad abbatterlo. Ora capiva la
mano tremante, la nevrosi, l'uso di oppio.
Giovanni aveva avuto paura di morire migliaia di volte ed ora ne pagava le conseguenze.
Aveva messo a rischio la sua pellaccia in pagliette e ora i nervi erano saltati.
Eppure stava lì, era sopravvissuto.
Fehim si fece coraggio, attese ancora qualche secondo il segnale.
Poi una luce lo fece sobbalzare. Alcune voci in lontananza e passi, numerosi. Stavano
arrivando nella stiva. Erano gli italiani scesi a controllare il carico.
Il momento tanto atteso sta arrivando, caro Fehim, si ripeteva il colonnello.
Qualcuno tentò di aprire il la porta di ferro. Qualche scossone. Spallate. I rumori metallici si
propagarono e si amplificarono per tutta la stiva. Ancora botte, poi qualcuno fa fuoco e sfonda la
serratura.
E' il momento della verità, si ripete Fehim.
La porta si spalanca e la luce invade la stiva. Un ufficiale guida un gruppo di marinai armati
di fucile nelle tenebre. Mormorano qualcosa. Avanzano lanterne in pugno.
Fiato corto. Fehim si alza e spara. Uno, due, tre colpi. Al gruppo, senza mirare. In un attimo
tutti i suoi uomini si alzano e sparono con i fucili . Il nemico è preso alla sprovvista. I primi sono
morti per terra, gli altri si spargono per la stiva, qualcuno retrocede ma spara.
Fehim scatta verso sinistra con la sua pistola, gridando – Avanti!
Non sta guidando una carica di cavalleria il colonnello, ma si comporta allo stesso modo.
Passa alcune casse Fehim, trova due marinai italiani intenti a caricare i fucili. Spara ancora, li butta
giù. Poi si deve rannicchiare ancora. Gli italiani superstiti si sono radunati sull'entrata e facendosi
scudo con alcune casse, creano una base di fuoco. Sparano come se fossero in battaglia, uno carica
l'altro fa fuoco. Alcuni marinai turchi crepano con la baionetta in mano. L'oscurità della stiva è
illuminata, irrimediabilmente, dagli spari.
Fehim si accorge di non essere stato visto, può fare qualcosa per sbloccare la situazione.
Agisce senza pensarci molto. Il tremore, la paura... tutto scomparso. Si defila dalla porta, corre e
spara. Abbatte uno, due, tre marinai. Si nasconde ancora. Cerca il caricatore della Mauser nella
tasca della divisa.
I suoi non avanzano ancora, sono bloccati. Qualche timido sparo dalle casse, ma la
situazione è immutata. Ora gli italiani lo hanno visto e lo bersagliano. Fehim striscia dietro altre
casse, la polvere di legno gli fa da contorno e i sibili acidi delle pallottole che si infrangono sui
chiodi sono una musica spettrale.
Esce allo scoperto e spara ancora.
La spalla sinistra indietreggia ed esplode in una nuvola di sangue. Lo hanno colpito.
Dopo un attimo di esitazione continua a sparare. Da dietro altri spari, i suoi uomini si
muovono veloci. Urla ed insulti, qualche baionetta si infila nelle divise bianche.
Poi la pace.
Gli italiani sono tutti morti o feriti, bisogna andare e spazzare via le mosche come si fa nel
suq.

Un proiettile si conficca a qualche centimetro da lui, nell'acciaio del fumaiolo. Giovanni si


rintana. La situazione si era fatta troppo brutta. Tutte le sicurezze stavano crollando come un
castello di carta.
I marinai italiani si erano raggruppati vicino la murata e sparavano insieme, coordinati dal
capitano, che in mezzo a loro urlava ordini. Di colpo la mitraglia sulla nave s'era messa a sparare e
molti dei tiratori sui tetti erano crepati. Lui era rimasto al coperto fino a un attimo prima, poi lo
avevano visto. Non poteva più muoversi.
Quanto ci stava mettendo quel dannato Fehim?
Strisciò sul secondo fumaiolo e puntò il fucile verso il mitragliere sulla nave.
Una botta e secco. Pregò le lezioni di Mendoza, suo amico rivoluzionario, che in Messico gli
aveva insegnato come si sparava con un Mauser.
Con la mitraglia a tacere si poteva respirare un po'. Fece capolino con il fucile ancora una
volta, sparò. Un altro marinaio della falange italiana era crollato. Poi di nuovo dietro il ferro. A
sentire i colpi rimbombare.
Quando cazzo arrivava Fehim?
E se giù le cose non andavano bene? E se...
Spari, spari e urla. Grida e spari, nuvole di fumo e paura.
Da un lato della Derna erano sbucati una decina di diavoli in divisa cachi e baionetta
innestata, e avevano caricato gli italiani.
Senza dargli tregua, Fehim aveva guidato i soldati dritti verso il nemico. Giovanni si alzò in
piedi e fece il suo lavoro. Sparò in rapida successione tutto il suo caricatore, ricaricò e continuò a
bersagliare.
Divise bianche sparivano ad ogni suo colpo.
Una trentina di secondi in tutto, poi vide il colonnello ottomano, pistola pendente da un
braccio insanguinato, vagare per la nave.
Era finita.
Gli italiani erano stati sconfitti.
La Derna Salvata.
Il carico salvato.
La vita pure.
Giovanni con un gesto involontario gettò il moschetto e crollò per terra, gambe incrociate.
Capitolo 17
Qualche minuto dopo

- Una sigaretta? -
- Cos'è sé messo a fumare sigarette ora?
- No le ho prese all'agente italiano - Fehim dopo aver allungato il pacchetto a Giovanni, si
copri dal sole con una mano. L'altro braccio era fasciato e immobilizzato con una stecca di legno.
- Agente italiano?
- Già, ci avevano mandato contro un agente dell'Ufficio 1, il loro servizio informazioni, un
certo Pettazzoni. Durante l'interrogatorio prima ha negato tutto, poi un po' di metodi turchi lo hanno
fatto parlare.
- Metodi turchi? Lo avete spellato al sole?
- No! Lo abbiamo solo fatto parlare, non si preoccupi lei.
Giovanni fece qualche passo verso l'ombra e si accese la sigaretta italiana. Finalmente del
tabacco decente proveniente dalla vecchia europea. Odiava il surrogato di tabacco che aveva fumato
fin ora. Sigarette ottomane, robaccia.
- Quanti prigionieri abbiamo preso colonnello?
- Diciotto, gli altri sono morti nello scontro. Abbiamo imbarcato tutti sulla Derna, ora se ne
stanno nella stiva. Dopo questa scaramuccia non dovremmo avere più problemi, fra un giorno
saremo a Tripoli e la missione sarà conclusa. E questo grazie a lei signor Caracciolo.
- Non faccia complimenti, è il mio mestiere. Comunque sia ho pensato a quando saremo
sbarcati...
A Fehim gli si illuminò il viso. Quell'uomo valeva per cento, e la sua presenza sarebbe stata
fondamentale per la guerriglia libica. - Rimarrà con noi? Al servizio dell'esercito ottomano?
- No colonnello. Questa piccola crociera è bastata. Una volta a Tripoli vorrei prendere i miei
soldi e dirigermi ad Alessandria d'Eggitto, via terra magari.
Il colonnello si morse il labbro. - Ci lascerà... e va bene, i patti erano chiari, lei era libero di
fare quello che voleva.
- Esatto, in fondo lo sono sempre stato. E che ne farete ora della Anita?
- La affonderemo, alcuni miei soldati già stanno piazzando dell'esplosivo sullo scafo. Bhè,
vado a stilare il rapporto della missione. L'alto comando vorrà sapere...
- Si, può anche omettere il mio nome se vuole.
- Invisibile fino alla fine, Conte Caracciolo Zimisce?
- Nessuna gloria, nessuna medaglia.

Giovanni scese con passo lento verso la stiva. Due guardie turche, con il fezz messo di
sbieco, gli aprirono la porta di ferro mezza scassata. Dentro, alla poca luce e in mezzo alle casse di
fucili, c'erano i prigionieri legati tra di loro con delle corde alle mani e ai piedi. Ufficiali e truppa
semplice erano mischiati insieme. Alcuni si lamentavano, alcuni fumavano, altri parlavano fra di
loro. Giovanni avanzò tra di loro, passando in rivista facce sgualcite, ferite e sconfitte. A pensare
che qualche ora prima avrebbe potuto ammazzare ognuno di quei soldati, ed ognuno di loro avrebbe
potuto accoppare lui. Ma era la guerra, così funzionava.
- Non è vestito con la divisa turca, chi è lei?
Una frase in un francese alquanto buono provenne da un signore un po' grassoccio e con i
baffi impomatati. Stonava nel gruppo perché non indossava la divisa bianca della marina, ma quella
dell'esercito.
- Perché non sono un soldato ottomano - Giovanni parlò in un italiano perfetto, quello che il
padre gli aveva fatto imparare studiando Dante e Petrarca.
Lo stupore fu tanto. Tutti i prigionieri lo guardarono prima straniati, poi con diffidenza. Se
parlava italiano e stava con i turchi non poteva che essere un traditore.
Il signore grassoccio scattò in piedi, trascinandosi insieme a lui altri “legati”- Un traditore?
Lei è un suddito del re e milita con il nemico? Lei meriterebbe la fucilazione.
- Io non sono suddito di nessuno, al massimo mio padre era suddito di re Francesco II
Borbone, re delle due sicilie. Dopo che voi avete invaso il suo regno, ha pensato bene di emigrare
altrove. Io sono francese, ma conosco bene l'Italia.
- Mezzo italiano e mezzo francese, mezzo borbonico e mezzo traditore! Giovanotto, lei
meriterebbe l'impiccagione seduta stante! - esplose il signore grassoccio, mentre nervosamente si
arricciava i baffi.
Giovanni si accese un altra sigaretta. -Già, e sono in tanti che vorrebbero la mia testa sulle
loro scrivanie, ma ancora non è venuta la mia fine.
Dopo aver gettato la cicca per terra se andò nella sua cabina. Aveva bisogno di dormire, la
giornata era stata lunga.
Il giorno dopo, se tutto andava bene, avrebbe messo piede a Tripoli.
Capitolo 18

Intermezzo

La sublime porta, 28 settembre 1911, Instambul

De Martino camminava rapidamente. Le strade, man man che camminava, diventavano


sempre più dei cunicoli. Da passarci crucciati, a schiena bassa.
De Martino proseguì per la sua strada, valigetta scura alla mano e vestito confezionato a
Roma. Fiero di essere un europeo, fiero di essere un italiano.
Una nazione tutta da fare, un impero da espandere. Ingrandirsi in tutto il Mediterraneo,
creare rotte commerciali, banche, colonie, costruire fabrice nel cuore dell'Africa, portare la civiltà.
Come la Gran Bretagna, come la Francia.
Solo che l'Italia ci stava arrivando un po' più tardi. Ma anche lei avrebbe raggiunto fasti e
glorie.

Il termine che il Governo reale aveva ultimamente accordato al Governo imperiale, in vista
dell'attuazione delle misure diventate... Recitava una dei fogli che aveva nella valigetta.

De Martino arrivò ad uno slargo, dove più stradine si univano a formare un inconsapevole
piazza. Tutt'intorno, piccoli banchetti colmi delle cose più strane. Colori a tinte forti assediavano la
vista, il sole faceva il resto. Bisognava chiudere gli occhi per sopportare la vista della luce riflessa.
Alcuni bimbi sporchi lo agguantarono chiedendo “Bon Bon”, caramelle. Cercò, dall'inizio, di
doppiarli in velocità. Ma i piccoli ragnetti si moltiplicavano e sbucavano da tutte le parti.
“Bon bon” .
“Bon bon” .
Con un gesto li cacciò del tutto. De Martino non era uno di quei diplomatici francesi che si
metteva a regalare dolciumi ai bambini solamente per ingraziarsi la popolazione. Lui era suddito
dello stato, funzionario del ministero degli esteri. Lui non era un francese boccalarga, era un
italiano.

Il governo italiano si vede per conseguenza obbligato a provvedere direttamente alla


salvaguardia di quei diritti ed interessi come della dignità e dell'onore del Paese con tutti i mezzi di
cui dispone...

De Martino continuò con il suo passo veloce fino ad arrivare di fronte una piccola moschea,
una di quelle incastonate nelle centinaia di piccole casupole di Istanbul. Non riusciva a
comprendere con quale criterio si costruisse in quella che i greci chiamavano “La città delle Città”.
A lui sembrava solamente una grande carcassa di un animale sofferente. Un animale che aspettava
solamente di essere abbattuto definitivamente. L'impero Ottomano, un impero in totale decadenza.
Decadenza come i denti ingialliti e ricurvi di un ufficiale della guardia d'onore che si ritrovò
di fronte. Se la guardia dell'imperatore era messa così, figuriamoci la truppa normale.
Il soldato, che aveva un portamento impettito e si lasciava strascicare la sciabola dalla corda
un po' troppo lenta a terra, lo fissò pure con stizza. Cosa voleva quel baffuto?
De Martino guardò oltre e proseguì. Che non lo vedeva, il soldato, che era un europeo lui?
Essendo quindi interrotte le relazioni d'amicizia e di pace fra i due Stati, l'Italia si considera
da questo momento in stato di guerra con la Turchia... Recitava uno dei fogli che aveva nella
valigetta.

De Martino aveva quasi ultimato il suo tragitto. Avrebbe fatto quello che doveva fare e
sarebbe tornato all'ambasciata italiana a finire di preparare i bagagli per ritornare a Roma, in fretta.
Di lì a poco sarebbe scoppiata una guerra, non poteva rimanere nella capitale nemica. Quanto
sarebbe durata? Un paio di mesi? Si, ne era sicuro. L'impero Ottomano sarebbe crollato
immediatamente e avrebbe consegnato la Libia all'Italia senza colpo ferire.
Dopo aver percorso la parte finale di uno strettissimo vicolo, che terminava con un piccolo
slargo, arrivò di fronte ad un Hamman, una sauna. La struttura, di un celestino chiaro ma ingiallito e
sporca, faceva da angolo. Una lunga schiera di uomini, sopratutto vecchi, se ne stava fuori ad
oziare, fumando con il narghilè o parlando a voce alta. Attraverso le colonne nell'entrata si
intravedevano grassi uomini coperti solo da coperte bianche, e servitori che li seguivano porgendo
saponi e profumi per i bagni. Sembrava di essere tornati ad un epoca antica. Questi ottomani non
conoscevano la modernità.

Il sottoscritto, d'ordine del suo Governo, ha per conseguenza l'onore di far conoscere a
Vostra Altezza che i passaporti saranno messi oggi stesso a disposizione dell'incaricato d'affari
dell'impero ottomano a Roma... Recitava uno dei fogli che aveva nella valigetta.

De Martino era finalmente arrivato.


La Sublime Porta era deserta, tranne due guardie d'onore immobile che facevano il
picchetto. Il reggente dell'ambasciata italiana si guardò intorno. Non c'era nessuno, sembrava un
deserto.
La sublime porta era bianca di marmo, perfetta. La luce la accarezzava e scivolava su come
se fosse acqua ghiacciata.
De Martino attese. Non sapeva bene cosa fare. Bisognava bussare alla Sublime Porta? Si
guardò intorno. Nulla. Solamente un vecchio, con un cesto colmo di rami, passò. Il vuoto
inghiottiva quel pezzo di capitale.
Dopo aver atteso ancora qualche minuto, si avvicinò alle guardie. Parlò francese, qualche
parola araba, fece gesti. I due uomini rimasero fermi. Sembravano statue di un ebano chiaro, con i
baffi molto curati e color carbone.
Si girò su se stesso.
Dannazione, esclamò in italiano. Lui doveva consegnare una dichiarazione di guerra!
Dal nulla non uscì una risposta.
Tutto rimase così immutato come quando era arrivato.
La sua presenza non aveva alterato il deserto.
Come se fosse un fantasma.
Attese, sbatté il bastone sulla terra. Strinse il manico della cartellina con le unghie fino a
lesionare la pelle. Nulla.
De Martino, snervato, alla fine decise. Aprì la cartellina dove c'era il foglio prezioso, si
avvicinò alla Sublime Porta e bussò.

Commendator De Martino, reggente, nell’assenza dell’Ambasciatore Garroni, l’Ambasciata


italiana a Costantinopoli... Recitava uno dei fogli che aveva nella valigetta.
Gettò la dichiarazione a terra e girò i tacchi.
Qualcuno l'avrebbe raccolta, prima o poi.
Lasciò il deserto al nemico.
Capitolo 19
A bordo della “Derna”, 28 settembre 1911

Pettazzoni non era riuscito a dormire.


Con le mani legate, cercò di strofinarsi gli occhi rossi di stanchezza, ma non ci riuscì.
Avrebbe dovuto svegliare, ancora, i marinai che aveva a fianco. Sbuffò e si gettò indietro, dove la
schiena appoggiava dura contro il legno della Derna.
Continuò a fissare il soffitto, l'aveva fatto per tutta la notte. Quanto mancava a Tripoli? E
cosa gli avrebbero fatto una volta arrivati li?
Pettazzoni non pensava che li avrebbero impiccati, erano troppo preziosi come prigionieri. E
specialmente lui, riconosciuto come agente segreto.Poco male. Tanto al colonnello turco gli aveva
rifilato solo bugie e se l'era pure bevute. Almeno quello.
Medaglie, promozioni, aumenti di stipendio. Tutte cose che poteva dimenticare. Al ritorno in
Italia se ne sarebbe andato in una casermetta tranquilla e fine della avventura.
- Capità...
Un sibilo nell'oscurità.
- Capità, sta sveglio vero? E che non lo sapevo io! Capità io sto pregando a San Gennaro,
lei?
- Sanesi preghi, preghi... - rispose Pettazzoni, un po' stizzito. Adesso ci mancavano solo le
sciocchezze del napoletano.
- Capità, ma sta guerra è iniziata?
- Stiamo in mezzo al mare, cosa vuoi che ne sappia io?
- Capità ma sta guerra la vinciamo o no? Zonzoli era tanto sicuro, diceva che la nostra flotta
era invincibile.
- Zonzoli è morto Sanesi... Ora basta, lasciami in pace.
Di nuovo silenzio.
E cosa bisognava raccontare una volta rientrati in patria? Che avevano fallito tutto per un
capitano di mare troppo zelante, che dopo era pure crepato? Come minimo a Zonzoli ci avrebbero
dato pure la medaglia al valore. Meglio metterla su un altro piano. Magari raccontare che le
informazioni erano inesatte, che i turchi erano molti di più, armati e addestrati.
Uno strano stato d'animo stava avanzando nell'animo di Pettazzoni. Si stava inaridendo. Non
gli importava più di nulla e di nessuno. Forse manco della sua vita. Era quello il sapore della
sconfitta? Alla fine chiuse gli occhi e concluse che era meglio sentire il sapore della sconfitta in
bocca che morire.
Come quel Montesarchio, l'ufficiale giovanotto di Zonzoli. Era morto cercando di salvare il
suo capitano dalle baionette turche. Bravo ragazzo quello, gli ispirava fiducia. Morto a poco più di
vent'anni. E questa era la guerra, mica fanfare e decorazioni. Questa era, non quella che si vedeva
sui manifesti per arruolarsi, con bellissimi uomini in divisa e donnine sempre innamorate.
E poi quel italo francese. La sua faccia non gli era a nuova. Ma chi era? Una spia, una mezza
spia. Su una nave turca carica di armi. Al ritorno in Italia si sarebbe informato. Però quell'italo-
francese gli diceva qualcosa. Ricordava che aveva letto quell'aggettivo su un dossier segreto in
riferimento a fatti di un anno prima. L'incidente della corazzata Regina Margherita a Livorno.
Una scossa gli attraversò il cervello e ricordò. Giovanni Caracciolo Zimisce, un italo
francese di padre napoletano e madre russa. Era uno dei mercenari più rincorsi in tutta Europa. Lo
stesso Ufficio 1 aveva dedicato delle indagini su di lui, ma non avevano portato a nulla.
Lui era sulla Derna?
Pettazzoni rimase a bocca aperta. Ora aveva una buona motivazione per spiegare il
fallimento della missione.
Decisamente.
Capitolo 20

Giovanni si vestì con gli ultimi abiti buoni che aveva. Si lavò la faccia alla bene meglio e si
sistemò i capelli. Le guerre erano finite, voleva avere un immagine perfetta e impeccabile. Forse
voleva solo trovare un po' di pace nel vestirsi bene. Ritrovare un po' di quotidianità. Comportarsi
solo come un turista su una nave che lo stava per portare in una località esotica. Anche se non era
così, aveva voglia di dimenticarsi un po' del Giovanni avventuroso e sempre in procinto di venire
ammazzato da chissà quale governo.
Con una sigaretta italiana fra i denti uscì dalla camera e procedette lungo il ponte della
Derna per poi arrivare a poppa. Stava fumando troppo ultimamente, doveva ricordarsi di diminuire
un po' la quantità di sigarette. Aveva bisogno anche di un po' di cure termali, sentiva le carni secche
e bisognose di idratarsi. Si, stava quasi per decidere. Se ne sarebbe andato ad Alessandria d'Egitto.
Li' c'erano gli inglesi, la situazione era calma. Avrebbe incontrato facoltosi e letterati, avrebbe
discusso con loro di politica e sarebbe andato a letto con le loro donne. Già si immaginava in una
camera d'albergo a saggiare la morbidezza del letto e passare lunghe ore oziose nei locali affollati.
Sorseggiare un liquore, commentare le notizie che arrivavano dall'Europa e leggere molti
libri. Ne aveva un sacco nel cassetto. Uno dei tanti se lo era portato pure appresso in valigia, Il
Piacere. Era di D'annunzio, un autore italiano abbastanza famoso. Lo aveva conosciuto per caso a
Parigi, un uomo colto e un grande amatore. Purtroppo non aveva avuto il piacere ancora di iniziarlo,
troppi impegni.
Giovanni stette ancora qualche minuto a fissare l'acqua schiumosa che fuoriusciva dalla
poppa della nave. Gorgogli dal profondo. L'acqua, di un blu acceso e magico, lo rapiva. Poteva
passare ore e ore a fissare quell'enorme tappeto di velluto increspato. Un potere particolare aveva il
mare sull'uomo, forse lo stesso potere che le sirene avevano su Ulisse e i suoi compagni. Forse,
come dicevano alcuni miti antichi, gli uomini erano nati dall'acqua e all'acqua sarebbero tornati.
Sicuramente il mare sarebbe stata la tomba dei morti del giorno prima.
- Signor Caracciolo, venga a prua! Faccia presto.
Il colonnello Fehim aveva interrotto i suoi pensieri liberi, chiamandolo dalla plancia di
comando. Giovanni si diresse, abbozzando una corsa, dove vedeva radunato quasi tutto l'equipaggio
della Derna. Superò i pochi marinai e i soldati, raggiungendo la punta della nave.
Di fronte a lui, incorniciato in un cielo purissimo e quasi irreale, una lunga striscia di terra. Del
colore della sabbia, con qualche macchiolina verde, Tripoli distava poco. Erano arrivati.
- E' fatta signor Caracciolo.
- La crociera attraverso il mediterraneo è finita - disse amaramente Giovanni, punzecchiando
il colonnello.
- Sbarcheremo al porto di Tripoli verso le due del pomeriggio, almeno così rassicura il
capitano della nave. Lei, cosa farà? E' convinto di non proseguire? Posso aumentare la paga, non è
quello il problema. Cosa vuole? Cittadinanza ottomana? Le possiamo dare quello che vuole, ville,
donne... Non badiamo a spese.
Giovanni soppesò le parole. Troppo adulatorie, quel mercante/colonnello lo stava stufando.
- Colonnello la mia decisione l'ho presa. Me ne andrò una volta arrivati a Tripoli.
Fehim fece una strana smorfia con il viso. Si lisciò i baffi e prese a fissare il mare.
- Immaginavo che avesse rifiutato, ma in fondo ha già fatto abbastanza per l'Impero. Si
ricordi solo che se ha qualunque tipo di problema con altri governi, noi saremo lieti di accoglierla.
- Di questo ne sono grato...
- E per quanto riguardo la sua partenza... Sa che in queste condizione non posso permettere
che lei rimanga a Tripoli. Pochi giorni e ci sarà l'invasione immagino, e presuppongo che la guerra
si combatterà nell'entroterra... Le città della costa libica saranno lasciate a loro stesse. Considerato
questo, mi prenderò la briga di trovarle, una volta arrivati, una buona guida e qualche soldato di
scorta per attraversare il deserto ed arrivare in Egitto.
- A piedi?- rispose Giovanni tentando di fare una battuta. Purtroppo Fehim era troppo serio.
- No, con i cammelli. Le posso assicurare che in questi momenti non c'è mezzo di
locomozione migliore.
- In barba a tutta la modernità...
In quel preciso momento un urlo provenne dalla torretta di osservazione.
- Squadra italiana in manovra! Nord, nord est!
Gli sguardi andarono tutti all'unisono nella direzione indicata dal guardiamarina. Fehim
afferrò il suo binocolo e si mise ad osservare. Giovanni se ne procurò uno e lo imitò.
Una grande corazzata contornata da tre, quattro, incrociatori e distruttori più piccoli, si dirigeva
nella loro direzione.
- Italiani... - mormorò il Fehim.
- Tanti italiani, colonnello. A quanto distano?
- Parecchio per prenderci, troppo lontani. Arriveranno a Tripoli qualche ora dopo di noi.
- Bhè, meglio così. Non sarei riuscito a inventarmi qualcosa contro un intera flotta.
La squadra iniziò a virare. La corazzata più grande compì una lunga manovra mettendosi in
posizione arretrata, mentre gli incrociatori e i distruttori più piccoli aumentarono la velocità e
iniziarono a muoversi come tanti pescecani. Difendevano la loro ammiraglia e nello stesso tempo
perlustravano le acquee in cerca di battaglia. La danza macabra della morte era appena iniziata.
Quintali e quintali di acciaio bullonato a prova stagna stavano per piombare di fronte al porto di
Tripoli. La grande proletaria si era mossa.
Conclusioni
Augusta, Sicilia. 8 ottobre 1911

L'aria era secca. Il cielo si stava caricando di nubi scure. Di lì a poco avrebbe piovuto,
eppure la fanfara ancora suonava imperterrita per le strade della città. Bandiere, stendardi, sindaco
con tanto di fascia in petto, bambini impazziti che sventolavano piccoli tricolori. Una città
completamente impazzita ed entusiasta. Poche ore prime erano approdati al porto due vascelli
italiani che assediavano il porto di Tripoli. Avevano portato con loro novantatré italiani risedenti
proprio nella città libica. E il calore italiano si faceva sentire.
La città, che aveva subito messo a disposizione per i profughi case e alberghi, li festeggiava
e già c'era qualche giornalista che li avrebbe descritti sui quotidiani nazionali come gli “eroici
cittadini di italiani Tripoli, che stoici hanno resistito fino all'arrivo dei nostri militi ”.Un tipico
atteggiamento italiano, almeno così pensava Henry Jhonson, giornalista del New York Times
inviato in Italia per seguire da vicino la guerra appena iniziata.
Henry aveva il fiatone. Era arrivato da Messina su un carretto, mezzo di locomozione locale
molto diffuso, non appena saputa la notizia dell'arrivo delle navi. Henry aveva il fiatone e stava
percorrendo tutta la città di corsa per riuscire a beccare qualche marinaio. Aveva un sacco di
domande da fare, doveva scrivere un pezzo e lo avrebbe dovuto spedire quel giorno stesso. Non
aveva molto tempo.
Con il sudore che gli aveva invaso tutta la camicia, finalmente arrivò nei pressi del porto. Si
fermò un attimo, prese fiato e subito dopo ficcò un po' di tabacco nella sua pipa ed iniziò a fumare.
Il tabacco che aveva comperato in Italia non gli piaceva proprio, ma doveva pur fumare. A passo
svelto e con un piccolo blocchetto nero sotto il braccio, scese fino a dove c'erano gli attracchi.
Osservò nei dintorni, nessun marinaio. Strano. Dove erano finiti tutti? A bere vino e mangiare
maccheroni, di certo.
Seguendo un paio di donne intente a trasportare dei grossi cesti sul capo, scorse una trattoria.
Forse li avrebbe trovati li, o comunque sia avrebbe potuto chiedere informazioni. Quella volta
doveva scrivere un bell'articolo, servivano informazioni dettagliate. Non si poteva accontentare dei
bollettini ufficiali. Gli americani erano molto interessati a quella guerra perché quasi cento anni
prima, nei primi anni del milleottocento, avevano avuto a che fare con la Libia. La Barbary War fu
combattuta tra navi americani e flotte piratesche moresche. Il tutto si concluse con la presa di
cittadella Derna da parte dei marines, e quella fù la prima azione di guerra che il neo stato degli
Stati Uniti intraprese al di fuori dei territori americani. Da lì in poi ci sarebbe stata una lunga scia di
conquiste in giro per il mondo.
Henry Jhonson si sistemò l'abito ed entrò nella trattoria. Piccola, interamente di legno e tufo,
il locale conteneva una ventina di persone intente a mangiare e a versare bicchieri di vino da bocce
di vetro. Il giornalista venne immediatamente attratto da un tavolo a lato dove cinque marinai
mangiavano e brindavano in continuazione. Henry Jhonson si avvicinò, attraversando la saletta
stracolma.
-Salve, sono un giornalista americano, potrei farvi qualche domanda su come sta andando la
guerra?
Hanry Jhonson, il sui italiano non era malaccio, prese una sedia e si accomodò. I marinai lo
accolsero e fecero un brindisi in suo onore. Un giornalista doveva accolto con il massimo degli
onori, e poi era un Americano! Americano dell'America!
- Mangi qualcosa signor...
- Jhonson, Henry Jhonson. Si mangerò qualche oliva, grazie mille... Allora voi siete marinai
di quale nave?
- Garibaldino! Incrociatore Garibaldino! Il primo ad arrivare a Tripoli, del gruppo del
contrammiraglio Taohn di Ravel. Ma ci sarà il mio nome? Mi chiamo Fernando Calonna, ci sarà?
- Si, si certo... ora però ho qualche domanda. Ma è vero che una nave turca carica di armi è
riuscita a forzare il blocco italiano ed arrivare a Tripoli senza che che voi lo poteste impedire?
Un dei marinai si alzò in piedi, con mezzo pezzo di pane che ancora trasbordava fuori dalla
bocca, e si mise a spiegare.
- Menzogna! Siamo noi che l'abbiamo fatta passare quella catapecchia turca!
Gli altri annuirono soddisfatti della risposta ed ingollarono un altro bicchiere di vino rosso.
- Giornalista ce lo scriva, la Derna di cui si parla tanto l'abbiamo fatta passare noi per avere
il giusto pretesto per iniziare i bombardamenti! Che se no, è da mo che stava sotto il mare!
- Si, è vero. Mio cugino sta sulla corazzata Napoli, che l'ha avvistata un giorno prima che
sbarcasse a Tripoli, e mi ha detto, sempre questo mio cugino, che se poi ce lo volete pure nominare
si chiama Raffaele Caolonna, e mi ha detto che loro l'avevano avvistata di notte e la potevano
cannoneggiare, ma non l'anno fatto!
- Che poi son dei farabutti - intervenne un altro marinaio - Pensavano di ingannarci
innalzando la bandiera tedesca, quelli lì sulla Derna! Ma se in mare non abbiamo incrociato
nemmanco una nave loro! Ed eravamo pronti, sa? Sti'turchi son dei fifoni, non abbiamo sparato
manco na' botta! Ma su che giornale scrive lei? E come si chiamano i giornali lì in America? Mo c'è
l'avete il Corriere della Domenica?
Henry Jhonson non diede retta alle ultima domande. Dopo aver ingerito un mozzico di pane
e rischiarato la bocca con del vino, chiese incuriosito - Scusate, spiegatemi bene la storia della
bandiera.
- La Derna, da quello che mi hanno raccontato, per sfuggire da noi, che poi non è sfuggita
ma l'abbiamo lasciata sfuggire, ha issato bandiera dei tedeschi e ha cambiato nome in... Com'è che
si chiama il figlio dell'imperatore Guglielmo? Ah, vero! Eitel Frederich, così si cambiò il nome la
nave turca. Ma noi sapevamo tutto, figurarsi se ci facevamo scappare sotto il naso quella bagnarola!
A questa parole, pronunciate con tono orgoglioso, uno dei marinai si mise a cantare, a voce
grossa, Tripoli bel suol d'amore. Dopo poche strofe quasi tutta la piccola locanda partecipò, il canto
divenne un inno. Brindisi al re e agli ammiragli, all'Italia e a Dio. Henry, che si trovò giusto in
mezzo al focolare, partecipò ai festeggiamenti e bevve vino. Già avevano vinto gli italiani, eppure la
guerra, quella vera, ancora doveva iniziare.
Tripoli, 9 ottobre 1911

L'ambiente era scarno, l'aria secca e calda. Nessuna finestra, se non una piccola feritoia con
delle sbarre su un lato della parete in alto. Non un mobile, non un suppellettile, solamente un grande
tavolo di legno massiccio nel centro e qualche sedia. Giovanni stava decisamente scomodo su
quella sedia, aveva sete e fame. Era inchiodato lì da quasi quattro ore e nessuno gli dava udienza.
Solamente un ufficiale della marina gli era venuto a porgere uno sguardo. Niente più. Eppure aveva
delle cose da trattare molto delicate ed importanti, li trattavano così i diplomatici gli italiani? Mica
era un uomo qualunque lui. Si raddrizzò le spalle e si mise a giocherellare con la sigaretta che aveva
tra le mani. Era l'ultima del pacchetto, se la doveva conservare per un momento più propizio. Erano
tre giorni che se ne stava nascosto a Tripoli e non aveva trovato un solo emporio aperto per
acquistare sigarette. Marinai italiani da una parte, bande di beduini dall'altra. Un bel casino Tripoli
in quei giorni. I turchi se l'erano filata, trincerandosi a Ain-Zara e lasciando la città a truppe
irregolari arabe e qualche brigata costiera. Gli italiani, dal canto loro, avevano schierato una grande
e moderna flotta difronte tripoli, avevano bombardato e qualche migliaio di marinai erano sbarcati e
avevano preso la città. La cosa strana è che non si vedeva fanteria, solo le divise bianche dei
marinai. Voci in città dicevano che la truppa italiana ancora era bloccata in Italia. Certo che questo
sarebbe stato veramente strano. Inviare una flotta e non inviare il corpo di spedizione? Giovanni si
chiedeva chi asino li comandava a questi italiani. Possibile che non riuscivano ad organizzare
neanche un offensiva fatta bene? Però appena sbarcati, gli italiani, avevano piantato tricolori
dappertutto e fatto scendere la fanfara. Neanche immaginavano cosa gli stavano preparando i Turchi
fuori da Tripoli. Se volevano un po' di informazioni, lui, Giovanni Caracciolo Zimisce poteva
dargliele.
Subito dopo esser sbarcato dalla Derna, Giovanni aveva preso i suoi soldi ed era partito con
una piccola carovana alla volta di Alessandria. Poi un po' per la noia, un po' per i caldo aveva
cambiato idea. Di notte aveva legato le due guide turche che gli aveva prestato il colonnello Fehim,
ed era ritornato a Tripoli. Tre cammelli erano un ottima merce di scambio e Giovanni non ci mise
molto a trovare una stanzetta da farsi affittare per qualche giorno, anche di quei tempi. Nascosto,
attese che le bande arabe fuggissero e gli italiani prendessero possesso di tutta la città. Dopodiché
aveva cercato un ufficiale e gli aveva detto che doveva parlare di cose “importantissime” con i loro
superiori. Lo avevano portato in una casetta affianco alla Piazza del Pane e ora attendeva lì dentro
da più di tre ore. Si stava stufando. Decisamente.
Improvvisamente la porta si spalancò ed entrarono due marinai seguiti da un uomo vestito in
borghese. Mediamente alto, barba curata e portamento marziale. Era un agente segreto di certo. I
due marinai si piazzarono ai lati della stanza con il fucile sulla spalla. L'uomo senza divisa si
avvicinò al tavolo, senza fiatare, trascinò una sedia e si sedette. Fissò Giovanni per qualche minuto,
senza la minima espressione facciale.
- Io ricordo la sua faccia - Le parole furono scandite bene. Lentamente e secche.
- Io no, purtroppo. Con chi ho il piacere di parlare? -
- Capitano Pietro Verri, ufficio informazioni.
- Un agente... Ci avrei giurato, avete tutti la stessa faccia voi, lo sa?
Il capitano italiano rimase zitto. Non si alterò, nessuno arto si mosse. Una statua.
- Signor Caracciolo, o sbaglio?
- Conte Giovanni Caracciolo Zimisce, per servirla. Mi conosce quindi...
- Chi non la conosce nei servizi segreti italiani? Dopo quello che ha combinato l'anno scorso
a Livorno l'abbiamo cercata per mari e per monti, ma abbiamo scoperto che non è facile starle
dietro. Ora quello che mi domando è, cosa ci fa lei a Tripoli?
In quel preciso momento fecero irruzione un ammiraglio, un paio di ufficiali al seguito, e un
capitano. Verri scattò in piedi e si spostò in angolo della stanza. Giovanni pure si alzo, voltandosi
verso l'ammiraglio e porgendo la mano. Un gesto provocatorio, era curioso di vedere la reazione.
- Conte Giovanni Zimisce Caracciolo, per servirla.
La tensione nella sala era alta. Aleggiava un' aria elettrica, fatta di silenzi e lunghi sguardi.
- Contrammiraglio Paolo Thaon di Ravel, comandante in capo della forza navale italiana che
vede qui nel porto di Tripoli.
Giovanni ripeté la stessa stretta di mano con l'altro graduato, che si presentò come Umberto
Cagni, capitano di vascello.
- Cagni? Quello dell'impresa al Polo Nord?
- Già.
- Ora basta con i convenevoli - dice severo Thaon di ravel -voi andate fuori, lasciateci soli.
La sala viene svuotata dei marinai e degli ufficiali. Rimangono Verri, il contrammiraglio e Umberto
Cagni. Giovanni si siede e guarda i volti severi.
- Allora, signor conte, cosa vuole da noi? Già sono stato informato dal capitano Verri sul suo
conto.
- Benissimo - Iniziò Giovanni, accendendosi la sigaretta che si era conservato - Immagino
che voi tutti sappiate della nave Derna. Ed immagino conosciate anche la Anita e la sua missione
segreta.
Pausa. Giovanni trasse un grosso boccone dalla sigaretta e lesse i loro volti. Sapevano.
- La Anita risulta dispersa in mare... - sibilò Thaon di Ravel.
- No. La Anita giace in mare. Io ero sulla Derma, lavoravo per conto dell'Impero Ottomano.
C'è stato uno scontro a un di viaggio da Tripoli e, ahimè, la missione italiana è fallita.
I visi ingiacchettati dei presenti si raggelarono. Il contrammiraglio Thaon di Ravel prese ad
arricciarsi i baffi. Cagni invece si sedette su una sedia e si grattò la fronte.
- Lei è un agente turco? - chiese il contrammiraglio.
- No, ho lavorato per loro.
- E l'equipaggio italiano?
- E' proprio per questo che sono venuto qui. Si da il caso che i sopravvissuti allo scontro
sono stati fatti prigionieri ed io so dove sono. Naturalmente tutto ha un prezzo - Giovanni sfilò dalla
giacca un piccolo foglio di carta traslucida e lo spiegò sulla scrivania. - Come vedete non racconto
fandonie, questa è una mappa che sono riuscito a prendere tra i documenti del colonnello Fehim,
l'agente turco che mi aveva ingaggiato.
Verri esaminò l'oggetto. Era una cartina delle zone desertiche della libia, su cui erano
segnalate grotte e nascondigli. - E' autentica, ne ho viste delle altre durante la mia permanenza qui -
affermò il capitano, porgendola a Thaon di Ravel e a Cagni.
- Vi ricordo, inoltre, che tra i prigionieri c'è anche un vostro agente segreto, un certo
Pettazzoni se non erro - Giovanni scandì bene le parole. Se l'era lasciata per ultimo quel nome. Non
avrebbero lasciato un agente segreto nelle mani del nemico.
- E cosa vorrebbe per queste informazioni? Le ricordo che per il Regno Italiano lei è un
nemico pubblico, non penserà di certo di presentarsi qui come un uomo comune! La sua persona ha
causato danni alla nostra patria! - Tahon di Ravel era furioso. I suoi baffi tentennavano come se
fosse un insetto, e le gote s'erano dipinte di rosso.
- Signore, - intervenne Cagni, sussurrando all'orecchio del contrammiraglio - Io penso che le
informazioni che ci potrà dare il signore siano molto più importanti...
- Ha altri di questi documenti? - chiese Verri, agitando la cartina che stringeva tra le mani.
- Certo. Una cartellina piena. Mappe, dispacci... quasi una quarantina di fogli.
Giovanni si rilassò. Studiando il viso dei suoi interlocutori si era accorto che aveva vinto.
Gli stava proponendo informazioni e servizi troppo preziosi, non potevano rifiutare. Voltandosi
verso il contrammiraglio, che aveva capito essere il più alto in grado, lo fissò. Attendeva.
- Cosa vuole allora signor Giovanni? Si ricordi che su la sua testa pende una pena di morte.
- Se muoio quello che so morirà con me, o sbaglio? Comunque sia, vedo che iniziamo a
ragionare. Voglio non mi sia data più la caccia dagli italiani, che possa mettere piede nel territorio
italico quando voglia, e che possa viverci.
- Viverci? - Verri era sbalordito.
- Si, ho deciso dove passerò qualche anno della mia oziosa vita. Ah, voglio anche una
villetta... Una di quelle carine, in riva al mare, a Gaeta.
- Una villa a Gaeta? Signor Caracciolo lei è un criminale, un terrorista, una spia! - Tahon di
Ravel era furibondo. Il collo gli si era gonfiato e il colletto della divisa lo stava strozzando. Il
colorito rosso gli si era conficcato negli occhi. Era parecchio nervoso.
- Ammiraglio, esatto - le parole di Giovanni erano calme, misurate - Sono un terrorista, una
spia, ma che può aiutare anche il Regno d'Italia.
- Potrebbe diventare un nostro “consigliere”, ammiraglio - aggiunse Verri, cercando di
calmare il suo superiore - Le informazioni di cui è a conoscenza il signor Caracciolo sono molte, un
suo contributo nel nostro lavoro potrebbe essere essenziale.
Le fiamme negli occhi di Tahon di Ravel si iniziarono a spegnere. Anche se scendere a patti
con un elemento del genere sarebbe stato inammissibile per qualunque governo rispettabile, era
vero anche che l'utilità delle sue informazioni di Giovanni Zimisce Caracciolo erano indiscutibili e
preziosi.
L'ammiraglio, dopo aver discusso con Cagni per preparare una piccola spedizione e salvare i
marinai italiani nel deserto, si congedò.
- Signor Caracciolo, la sua proposta è ardita. Nei prossimi giorni le farò sapere. Capisce
bene che non posso prendere decisioni, ma dovrò parlare con l'ammiraglio Aubrey e il generale
Caneva, che dovrebbe essere qui tra pochissimo.
- Benissimo, ho abbastanza pazienza. Nel frattempo posso essere trasferito da qui? Sapete,
fa un po' caldo e vorrei lavarmi.
Thaon di Ravel incaricò il capitano Cagni di accompagnarlo sulla corazzata Roma e di fargli
avere tutti i comfort che chiedeva.

La piccola barca proseguiva lenta. Si era appena staccata dal porto, semi distrutto e pieno di
marinai italiani. Giovanni sedeva a poppa e si copriva dal sole con un piccolo ombrello che aveva
comprato al porto per qualche sterlina inglese. Poteva sembrare ridicolo con quell'arnese mezzo
sgangherato, ma lui si doveva coprire da sole. Il suo spirito stava ritornando, se lo sentiva.
La piccola imbarcazione fece un lungo giro per non entrare nella scia di un incrociatore
italiano in manovra, e dovette affiancare la carcassa di un trasporto mezzo affondato. Era la Derna,
la nave con cui era arrivato. Subito dopo sbarcato i fucili, i turchi l'avevano affondata. Ora
probabilmente gli italiani l'avrebbero catturata ed usata come nave merci nella loro flotta. Chissà
come l'avrebbero rinominata, pensava Giovanni.
Dopo aver superato l'ammasso di ferro che imbarcava acqua, la scialuppa prese il largo.
All'orizzonte si intravedeva un grosso accumulo d'acciaio e vapore, cannoni e bandiere sventolanti.
Era la flotta italiana. Imponente e moderna, quanto impotente di fronte la guerriglia che si stava per
scatenare nell'entroterra. Giovanni si distese e prese a guardare per l'ultima volta quelle terre. Gialle
di deserto e sabbie, le piccole case s'accumulavano l'una sull'altra. Svettavano qua e là i minareti, di
colore azzurrino, che grattavano il cielo. Donavano una sorta di strana melodia lamentosa all'aria.
Era il muezzin che cantava le preghiere e armonizzava il caos dei quartieri asfittici, dei suq e
delle piazze stracolme di gente in lunghi abiti e facce. Ci sarebbe tornato Giovanni in quei posti
caldi? Non lo sapeva. Ora che aveva riacquistato una certa serenità, aveva voglia di godersi un po'
tutti i soldi fatti, e magari trovarsi pure una bella donna. E Fehim? Chissà come l'avrebbe presa il
colonnello nel sapere che Giovanni Caracciolo Zimisce, l'uomo che aveva trasportato 10.000
Mauser in giro per l'Europa e che aveva salvato il carico da un attacco “piratesco”, alla fine lo aveva
tradito. Se era un agente esperto in fondo se lo doveva aspettare. Giovanni non aveva bandiere;
nessun dovere, nessun onore. Così funzionava il gioco. Fregare e non fidarsi mai, era l'unico modo
per sopravvivere tra gli infernali meccanismi dei potenti. Prendersi gioco di loro e brindare con i
loro soldi. Questo il credo di Giovanni. Lo aveva imparato fin da subito. Oramai quella era la sua
vita, mica poteva fuggire. Doveva rimanere attaccato agli scogli e resistere a qualunque mareggiata,
tentando di arraffare il più possibile a coloro che occupavano le poltrone blaterando sogni
d'onnipotenza. Questi non capivano che le regole stavano per cambiare. L'epoca degli eroi e degli
eroismi oramai era finita.
Giovanni, alzandosi in piedi per osservare l'ultimo scorcio di terra, prese a fumare. Si, solo
le sigarette. Solo loro non lo avrebbero mai tradito.
Appendici. Per non lasciare il lettore solo.

Molti storceranno il naso, ma devo ammettere che la rete mi è stata fondamentale nella
stesura di questo romanzo. La ricerca su Internet, di certo supportata da volumi cartacei per un
controllo incrociato, è a mio avviso, la nuova frontiera. La grande varietà di tipologie di fonti riesce
a donare uno sguardo d'insieme senza pari. Foto, supporti sonori, cartine di ogni genere, articoli di
giornale, sono stati il mio pane quotidiano per molti mesi.
Iniziamo con il rendere omaggio al più odiato/amato delle enciclopedie multimediali,
www.wikipedia.com. Proprio navigando a zonzo tra le sue pagine sono venuto a sapere dell'impresa
del mercantile turco Derna. Inoltre tutte le informazioni sull'Ufficio 1, su Pietro Verri e su Silvio
Negri sono state prese da lì. L'intero primo capoverso del Capitolo 5, “Quattro locali quasi
indecorosamente ammobiliati... “, sono stati copiati da Tullio Marchetti, ventotto anni nel Servizio
Informazioni Militare, Trento 1960, fonte che si può trovare proprio sulla pagina riguardante
l'Ufficio 1 su Wikipedia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Ufficio_I ).
Le informazioni sulla marina italiana e sulle operazioni nella guerra Italo-Turca le ho
ricavate sia dal sito della Marina Militare Italiana ( http://www.marina.difesa.it ), sia da volumi.
Cito i due che più mi sono stati utili, il primo è Storia e Politica navale dell'Età Contemporanea, di
Alberto Santoni, Roma 1993; l'altro, è il primo volume di una piccola enciclopedia sulla marina
italiana, Navi e Marinai, uomini e avventure dell'Italia sul mare, A. A. V. V., Compagnia Generale
editoriale S. p. A.
Altro libro fondamentale, ed affascinante e ben scritto, è stato Storia del Medio Oriente, di
Massimo Campanini, che mi è stato utile per addentrarmi nel pensiero politico dei Giovani
Ottomani e della loro rivoluzione culturale.
Per quanto riguarda un immagine della Derna, non ne sono certo ma penso che questa sia
esatta, ( http://www.webalice.it/cherini/navi/Trasporto%20Bengasi%201911.jpg ). L'immagine
porta la dicitura Bengasi, in quanto dopo la cattura a Tripoli, la nave venne rinominata e usata dalla
flotta italiana.
Per leggere interamente la dichiarazione di guerra che l'Italia inviò al sultano, potete visitare
( http://www.terzaclasse.it/documenti/doc024.htm ).
Per una gran quantità di foto della guerra e della Libia, vi consiglio di visitare il sito ( http://
web.ticino.com/gianno/ ).
Per ascoltare la canzone A Tripoli, cantata da Gea della Garisenda (
http://www.gruppoemiliano.it/sc/tripoli.htm ).
Infine, per leggere l'articolo di giornale del New York Times, su cui ho costruito tutta la
prima conclusione
(http://query.nytimes.com/gst/abstract.htmlres=9B06EFD71531E233A25757C0A9669D946096D6
CF ).

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