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Acqua Libera

Novembre 2005
Marmolada: i danni al ghiacciaio sono reali
La perizia del Corpo Forestale non lascia dubbi: i danni sono reali ed
irreversibili! Ora chi li ha provocati deve risarcire la collettività pubblica
Nella giornata di ieri, 12 novembre, il Corpo Forestale nazionale incaricato dalla
Procura della Repubblica di Trento ha portato al tavolo dei magistrati le
conclusioni della perizia che riguarda i lavori di sbancamento effettuati sul
ghiacciaio della Marmolada nel tratto compreso fra Seruata (2950) e Punta
Rocca (3250, terzo tronco della funivia che sale da Malga Ciapèla).
Nell’importante documento la forestale afferma che questi lavori hanno
compromesso la capacità di recupero stagionale del ghiacciaio, che si è
intaccato la coltre glaciale ben oltre la superficie nevosa, come con
tempestività, determinazione e chiarezza aveva denunciato l’associazione
ambientalista Mountain Wilderness (3 agosto 2005). I gatti della neve, (solo
quelli?) con il loro passaggio hanno così accelerato l’agonia del ghiacciaio, lo
ricordiamo, l’ultimo grande ghiacciaio presente nelle Dolomiti, area SIC tutelata
dall’Unione Europea e dalle norme della legge Galasso, oltre che dal Piano
Urbanistico Provinciale di Trento, un sito in procinto di essere dichiarato
Patrimonio dell’Umanità tutelato dall’UNESCO.
La nostra associazione rimane sconcertata dalle dichiarazioni del Presidente
della società impiantistica che si ostina, anche davanti all’evidenza dei fatti, a
negare il danno apportato al ghiacciaio causa comportamenti inadeguati e
assolutamente privi di sensibilità e rispetto verso l’ambiente e la sacralità della
montagna. Forse l’ing. Vascellari non ha ancora compreso, dopo gli scandali dei
rifiuti nei crepacci in Marmolada (1988 –89), dopo lo scandalo dell’attività
dell’eliski, che la Marmolada non è proprietà della sua società, ma che la sua
impresa sta lavorando in concessione su una proprietà demaniale, cioè su un
bene collettivo, proprietà pubblica.
E’ questo atteggiamento imprenditoriale tanto spudorato e insensibile che
impedisce all’ente pubblico, sia di parte veneta che trentina, di riportare in
Marmolada, a vantaggio delle popolazioni che vivono sotto la protezione della
Regina delle Dolomiti, un disegno di sviluppo sostenibile condiviso e
partecipato.
La perizia della Forestale conferma i contenuti della nostra prima denuncia: il
danno è grave e irreversibile.
Ci aspettiamo ora interventi coerenti da parte della provincia di Trento, in
particolare riguardo il ripristino immediato del divieto di transito dei mezzi
battipista sul ghiacciaio fino al momento dell’apertura della stagione sciistica,
non si comprende quale logica abbia portato alla sospensione del
provvedimento. E’ deplorevole che la Provincia, ormai da venti giorni, abbia
permesso ai mezzi battipista di ripercorrere il tracciato così gravemente
danneggiato nel corso dell’estate.
Mountain Wilderness Italia, davanti a tanta chiarezza presente nella relazione
della Forestale, chiede che la Provincia di Trento da subito si costituisca parte
civile all’interno di questa complessa istruttoria richiedendo da subito un
congruo e adeguato risarcimento dei danni apportati al ghiacciaio.
Aree protette e biodiversita’

Agosto 2006
Incontro aperto per l'altopiano di Folgaria
Folgaria - TN
Domenica 27 agosto i rappresentanti delle associazioni appartenenti al
Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Trentino, i liberi cittadini
che vorranno partecipare ed i rappresentanti delle associazioni
ambientaliste e dei Verdi veneto-vicentini si incontreranno a quota 1820 m
sulla Cima Costa d'Agra.

Non si tratta di una manifestazione di protesta ma di un'assemblea dei vari


rappresentanti delle associazioni, un'assemblea auto-convocata in un luogo
simbolo, cioè cima Costa d'Agra (confine tra altopiano di Folgaria e comune di
Lastebasse ma anche confine tra Trentino e Veneto) dove i progettati impianti
folgaretani (cioè trentini) dovrebbero agganciarsi ai progettati impianti sciistici
veneto-vicentini.
L'appuntamento è alle ore 10.00 in località Fiorentini, si salirà la Val delle Lanze
(la bellissima valle incontaminata, situata in prossimità del confine regionale,
destinata a venir deturpata da seggiovie e piste), verso mezzogiorno
raggiungeremo la cima di Costa d'Agra e verso le ore 13 si svolgerà
l'assemblea.
Sarà l'occasione per fare il punto della situazione, per valutare lo stato delle
cose e per proporre eventuali nuove iniziative. Gli ambientalisti trentini si
presenteranno all'appuntamento forti della proposta avanzata recentemente
dal presidente della giunta provinciale Dellai di far partecipare il
Coordinamento delle associazioni ambientaliste ad un tavolo di lavoro assieme
ai comuni di Folgaria, Lavarone e Luserna per discutere del grande progetto di
espansione e di collegamento nell'area di Lavarone, di Carbonare, di Costa, di
Passo Coe e di Costa d'Agra.
Dall'altra parte, da parte veneta, arriveranno notizie meno positive in quanto
sono in avanzato stato di progettazione e in fase di realizzazione le seggiovie
quadriposto di Monte Coston e di Baito Tomasella - Cima Costa d'Agra, gli
impianti che andranno a colpire l'area più pregiata dell'altopiano dei Fiorentini,
cioè l'alta Val delle Lanze.

Settembre 2005
StelvioSettanta, i 70 anni del Parco Nazionale dello Stelvio
Valle di Rabbi - TN
In occasione del 70° anniversario d'istituzione del Parco Nazionale dello Stelvio,
l'ente parco organizza una settimana di festeggiamenti e discussioni.
Un'occasione importante per ripercorrere con consapevolezza i passaggi storici
più significativi dell'area protetta e, nel contempo, mettere a fuoco le criticità
dei modelli organizzativi e gestionali che si sono succeduti nel tempo.
E' prevista la partecipazione di MW Italia
"Stelvio Settanta" è articolato in quattro parti, tre di carattere scientifico nel
corso delle quali si affrontano i seguenti temi:

• Biodiversità, dinamica del paesaggio e gestione delle aree protette;


• Conservazione e gestione della fauna nelle aree protette: l’esempio del
cervo;
• Aree protette: origine, valori, obiettivi, problematiche emergenti.

Le lingue ufficiali dei convegni di carattere scientifico sono l’italiano, il tedesco


e l’inglese. E’ prevista la traduzione simultanea per le tre lingue.
La quarta parte del simposio è una seduta plenaria celebrativa, riservata
all'ufficialità e ai contributi dei rappresentanti istituzionali.
"Stelvio Settanta" si conclude domenica con la manifestazione d'inaugurazione
della nuova porta del Parco cui fa seguito un'escursione lungo itinerari
d'interesse naturalistico e/o culturale.
La partecipazione al simposio prevede, oltre alla presentazione delle relazioni
degli esperti, anche momenti di intrattenimento con il folklore locale in
programma venerdì sera ad ore 21.00, e la cena sociale offerta sabato sera dal
Parco Nazionale dello Stelvio.

Nel pomeriggio di sabato 10 settembre è in programma il momento di


festa per celebrare i 70 anni del Parco Nazionale dello Stelvio: uno spazio
aperto alla riflessione sulle tappe, contenuti e scelte che hanno segnato e reso
unico un percorso importante, iniziato nel 1935. A descrivere vissuto ed
esperienze entrate ormai nella coscienza collettiva è Franco Pedrotti, direttore
della Scuola di Specializzazione in gestione dell'ambiente naturale e delle aree
protette dell'Università di Camerino e una delle più illustri memorie storiche del
Parco Nazionale dello Stelvio.
A seguire sono previsti gli interventi di esponenti del Ministero dell’Ambiente,
della Provincia Autonoma di Trento, della Provincia Autonoma di Bolzano, della
Regione Lombardia, del Consorzio e dei Comitato di Gestione e dei Comuni
compresi nell’area protetta.
Domenica 11 settembre è prevista una breve manifestazione per inaugurare
la Porta del Parco cui segue una visita-escursione nel Parco con possibilità di
scelta fra un’uscita breve per conoscere i paesaggi culturali dell’area protetta
ed un’altra di media difficoltà in luoghi d’interesse botanico e faunistico.

Il programma in dettaglio:

Giovedì 8 settembre
mattina
Iscrizioni e apertura del Convegno
pomeriggio
Biodiversità e paesaggio: I - Le Alpi: vegetazione e biogeografia
Gestione del cervo
Venerdì 9 settembre
mattina
Biodiversità e paesaggio: II - Effetti dei cambiamenti globali nelle aree montane
Gestione del cervo
pomeriggio
Biodiversità e paesaggio:III - Processi ecologici
Gestione del cervo
Sabato 10 settembre
mattina
Biodiversità e paesaggio: IV - L’azione dell’uomo
I valori delle Aree protette
pomeriggio
Seduta plenaria e cerimonia ufficiale
Domenica 11 settembre
mattina
Inaugurazione della porta del Parco
pomeriggio
Escursione finale
Vedi anche:
http://www.stelviopark.it/PNS70/Default.htm
Per iscriversi al convegno e/o ulteriori informazioni sull'evento visitate il sito
ufficiale della manifestazione

Maggio 2005
Due giorni per i Parchi
Valle di Ledro (TN)
Escursione guidata in Val Concei per conoscere le bellezze naturalistiche del
proposto Parco Naturale "Cadria-Tenno"
ATTENZIONE: La giornata di sabato è stata annullata. Resta valido l'incontro
per Domenica 29. Per informazioni contattare Stefano Mayr.
L’iniziativa vuole essere un momento di conoscenza di un territorio di alta
valenza ambientale e riflessione sulla situazione attuale e le prospettive dei
Parchi in Italia e in Europa, in occasione dell’annuale giornata europea dei
Parchi (24 maggio).
L’organizzazione è a cura di Mountain Wilderness Italia. E' previsto il
coinvolgimento delle sezioni Sat locali, sostenitrici della proposta di parco.
Il ritrovo è fisato per le ore 15 di sabato 28 maggio presso Lenzumo, Val di
Concei (Ledro) per poi portarsi in auto verso la Bocca di Trat, vicino al Rif, Nino
Pernici dove è possibile pernottare.
Sabato 28: Breve escursione di interesse botanico e panoramico all’interno
del proposto Parco Naturale Cadria-Tenno verso la Bocca di Saval-Dromaè in
cui è possibile ammirare una splendida fioritura di peonie selvatiche. Cena al
rifugio.
Domenica 29 ore 9.00: incontro con il consigliere Provinciale Roberto
Bombarda che illustrerà la sua proposta di istituzione di nuove aree protette in
Trentino (un Terzo al Futuro), seguirà escursione ad anello di 4-5 ore lungo le
suggestive e panoramiche creste del Pichea e del Monte Tofino (sentiero
Garda-Brenta) per poi tornare sul versante di Val di Concei alla bocca di Trat.

Stefano Mayr
mayr@mountainwilderness.it
Tel: 328.5423635

Maggio 2004
Visita guidata al Parco delle Dolomiti Bellunesi
P.so Croce d'Aune
Appuntamento alle ore 9:00 al passo Croce D'Aune per salire tutti assieme al
rifugio Dalpiaz e testimoniare il proprio desiderio che i parchi continuino ad
esistere !
Domenica 23 maggio precede la giornata europea dei Parchi (24/05). Mountain
Wilderness Italia, associandosi alle azioni che verranno portate avanti nello
stesso giorno dalle altre sezioni nazionali di Mountain Wilderness ha deciso di
inaugurare la stagione 2004 di Mountain Wilderness in cammino con un
momento di riflessione collettiva e denuncia della gravissima situazione in cui
versano i Parchi Nazionali in Italia e in molte altre nazioni europee.
E' stata programmata un'escursione nel Parco Nazionale delle Dolomiti
Bellunesi, recentemente commissariato su ordine del ministero, in modo da
trasformare uno dei pochi parchi che stava funzionando bene ad un futuro
pieno di grigiore e di ombre, seguendo il destino di altre aree protette.
L'imperativo governativo sembra essere o "contenitori naturaliformi" per
logiche produttive-affaristiche o insabbiati, senza risorse e destinati al declino.
Per parlare di questo ed altro vi invitiamo domenica 23 maggio a Passo Croce
d'Aune, raggiungibile da Feltre via Pedavena, da cui saliremo fino al rifugio
Dalpiaz (circa 1000 metri di dislivello, affrontabili anche per una comoda
mulattiera).
Ritrovo ore 9.00, partenza (effettiva!) ore 9.30.
Stefano Mayr 328.5423635 - mayr@mountainwilderness.it

Marzo 2004
Missione: Proteggiamo le Alpi!
La manifestazione internazionale dedicata alla Convenzione per la Protezione
delle Alpi
Nella settimana compresa tra sabato 14 e domenica 21 marzo 2004, si è
tenuta in Trentino una manifestazione internazionale di Mountain Wilderness
Italia.
L'obiettivo è stato quello di diffondere informazioni, attirare l'attenzione
pubblica sui temi contenuti negli 8 protocolli della Convenzione per la
Protezione delle Alpi, (documento europeo di programmazione per una crescita
ed uno sviluppo eco-sostenibile delle regioni alpine), e chiederne il rispetto.
Dal 1994 a oggi, tutti i protocolli della Convenzione sono stati firmati dalle sette
nazioni interessate e dall'Unione Europea e molti di essi sono già stati ratificati
dai rispettivi governi.
Ma qual è il reale stato delle cose?
Gli impegni presi vengono effettivamente rispettati?
Domande alle quali abbiamo provato a rispondere durante il percorso. Durante
ogni giorno della manifestazione, è stata recapitata ai media una lettera di
denuncia riguardante un diverso tema della Convenzione.
Ogni lettera è stata letta ogni sera da un esponente diverso della comitiva al
resto del gruppo. Alle principali associazioni alpinistiche ed ambientaliste
europee è stato spedito un resoconto della manifestazione.
Durante la manifestazione è stato realizzato un filmato-documentario che verrà
presentato, come evento fuori concorso, al Festival Internazionale del Cinema
di Montagna di Trento (maggio 2005).

Il programma della missione


1º GIORNO DOMENICA 14: Trento 200m-M.ga Cazzorga 1660m

Trento (palazzo della provincia), Palu del Fersina località Battisti 1300m(in
corriera o automomezzi soci MW), p.so Palu’ 2071m, m.ga Cagnon di Sotto
1725m , m.ga Cagnon di Sopra 1885m, p.so Cadin 2108m, m.ga Agnelezza
1660m, ponte delle stue 1250m, m.ga Cazzorga 1845m (rifornimento viveri) -
Notte in malga o tenda.
Dislivello: 1554m in salita, 1209m in discesa
Tempo: 7.00 ore
Difficolta’:MS
Possibilita’ di salita al Monte Croce 2490m BS (382m in più, ovvero 1936m in
salita e 1591m in discesa)
IL TEMA: Protocollo Trasporti.
2º GIORNO LUNEDI’ 15: M.ga Cazzorga 1845m-M.ga Laghetti 1582m
M.ga Cazzorga 1845m, forc.la di Valsorda 2256m, p.so val di Cion 2076m, m.ga
val Ziotto alta 1841m, p.so Cupola’ 1959m, m.ga Cupola’ 1825m, m.ga
Laghetti 1582m - Notte in malga o tenda
Dislivello: 800m in salita, 1000 in discesa
Tempo: 6.30 ore
Difficoltà: MS
IL TEMA: Protocollo agricoltura di montagna
3º GIORNO MARTEDI’ 16: M.ga Laghetti 1582m-m.ga Miesnota di sopra
1879m
M.ga Laghetti 1582m, masi di Fossernica 1319m, m.ga Fossernica di dentro
1777m, c.ma dei Paradisi 2206m, c.ma Fossernica 2100m, m.ga Miesnota
1879m - Notte in malga o tenda
Dislivello: 1100m in salita, 700m in discesa
Tempo: 6.00 ore
Difficoltà: MS
IL TEMA: Protocollo protezione della natura
4º GIORNO MERCOLEDI’ 17: M.ga Miesnota di sopra 1879m- p.so Rolle
1972m
M.ga Miesnota di sopra 1879m, forc.la Miesnotta 2282m, forc.la Valcigolera
2420m, quota 2215m sotto p.ta Ces, quota 1844m, p.soColbricon 1908m, rif.
Colbricon 1927m, m.ga Rolle 1910, p.so Rolle 1972m (rifornimento viveri) -
Notte in albergo o tenda
Dislivello: 1100m in salita, 1000 in discesa
Tempo: 6.30 ore
Difficoltà: BSA
IL TEMA: Protocollo foreste montane
5º GIORNO GIOVEDI’ 18: P.so Rolle 1972m-P.so S.Pellegrino 1907m
P.so Rolle 1972m, Malga Juribello 1868m, pian Casoni 1760m, forc.la Juribrutto
2381m, Negritella 1770m, p.so S.Pellegrino 1907m – Notte in malga o tenda
Dislivello: 900 m in salita, 900 in discesa
Tempo: 6.00 ore
Difficoltà: BS
IL TEMA: Protocollo pianificazione territoriale e sviluppo sostenibile
6º GIORNO VENERDI’ 19: P.so S.Pellegrino1907m-m.ga Ciapela 2100m
P.so S.Pellegrino1907m, rif. Fuciade 2100m, Forca rossa 2490m, m.ga Ciapela
1465m - Notte in rifugio o tenda
Dislivello: 1300 m in salita, 1100 in discesa
Tempo: 6.30 ore
Difficoltà: BSA
IL TEMA: Protocollo Turismo
7º GIORNO SABATO 20: Escursione naturalistica in val Ombrettola
m.ga Ciapela 1465m, val Ombrettola
Dislivello: -.-
Tempo: 5.00 ore
Difficoltà: accessibile a tutti
IL TEMA: Protocollo difesa del suolo
8º GIORNO DOMENICA 21: P.so Fedaia 2100m-p.ta Rocca 3200m
P.so Fedaia 2100m, p.ta Rocca 3200m
Dislivello: 1200 m in salita, 1200 in discesa
Tempo: 4.00 ore
Difficoltà: MSA
IL TEMA: Protocollo Energia e acqua
Documento: Protocollo trasporti
I luoghi
La comitiva degli scialpinisti parte da una delle valli "dimenticate" del Trentino,
ma forse proprio per questo una valle significativa, un esempio di
conservazione paesaggistica, culturale, di identità del vivere in montagna. Per
arrivarci si passa da Trento a Pergine, nella trafficata Valsugana, uno dei
corridoi maggiormente utilizzati dal trasporto su gomma nella direttrice
Monaco-Venezia, verso il multiforme universo produttivo del Nord-est.
La Val dei Mocheni è una valle dove vive una delle minoranze linguistiche delle
Alpi, quella mochena, un luogo dove possiamo riscoprire lavori perduti,
tipologie architettoniche modellate dalla fatica degli uomini, ma anche esempi
di insensata gestione del territorio e dei suoi patrimoni naturali a favore di un
guadagno economico estemporaneo di pochi ed a discapito del bene primario
dell'intera comunita': l'integrita' della natura.
E' il caso della nuova strada forestale dei Laner, 3 km attraverso un (ex)
bellissimo bosco misto di conifere e latifoglie, una follia per salire a 3 baite (di
cui una diroccata) chiuse per 8 mesi l'anno, che, una volta ristrutturate, si
vorranno probabilmente proporre ai turisti per bucoliche "Vacanze in Baita &
auto".
Andando di questo passo il Trentino e' riuscito a battere il triste record Svizzero
di Km di strade forestali per Km2 di superficie boschiva.
Dalla caratteristica frazione dei Tasaineri i nostri attivisti saliranno attraverso i
boschi fino ai pascoli alpini per arrivare, dopo un faticoso itinerario che
comporta lo scavalcamento di alcuni valichi, a Malga Cazzorga, nel cuore del
Lagorai.

Il protocollo
La nostra attenzione oggi è concentrata sul protocollo Trasporti, uno dei più
controversi e delicati dell'intera Convenzione, l'attraversamento della
Valsugana ce lo impone.
Le Alpi sono atraversate da piu' di 4000Km di autostrade e superstrade ed
attraverso i loro valichi passano ogni anno piu' di 85 milioni di tonnellate di
merci di cui 27milioni solo atraverso il passo del Brennero, che assieme al
Moncenisio (22 milioni di tonnellate) costituisce di gran lunga il passo piu'
frequentato.
Il Protocollo attuativo "Trasporti" è stato approvato nel corso della VI
Conferenza delle Alpi, tenutasi a Lucerna il 30-31 ottobre 2000 dopo anni di
difficili trattative, ma la sua ratifica vede ancora la vistosa assenza di molte
nazioni importanti come Svizzera, Francia e Italia.
Il suo stato legislativo attuale e' riassunto nella tabella seguente:

A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 31.10.00 31.10.00 31.10.00 31.10.00 31.10.00 31.10.00 06.08.02
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 28.11.03

L'obiettivo "generale" previsto dal trattato, che le parti contraenti si impegnano


a perseguire è l'attuazione di una politica sostenibile dei trasporti (art. 1), che
in estrema sintesi e semplificazione potremo riassumere nei seguenti punti
chiave:
attuazione di una politica di riduzione dei consumi e di conseguenza delle
merci trasportate
razionalizzazione dei trasporti (aumento dell'efficacia e dell'efficienza dei
trasporti)
favorire l'utilizzo dei vettori (mezzi di trasporto) meno inquinanti: rete
ferroviaria e navigazione
astensione dalla costruzione di nuove strade di grande comunicazione per il
trasporto transalpino (articolo 11, co. 1);
creazione e conservazione zone di bassa intensità di traffico o vietate al
traffico, nonché l'istituzione di località turistiche vietate al traffico e tutte le
misure atte a favorire l'accesso ed il soggiorno dei turisti senza automobile
(articolo 13, co. 2);
La realta': (dal primo rapporto sullo stato delle Alpi, CIPRA, CDA, giugno 1998 e
alpenkonvention.org, febbraio 2004)

Il nero: realta' negative


Nonostante la miriade di progetti di ampliamento e realizzazione di nuove
infrastrutture viarie attraverso le Alpi (12.000 nuovi Km di autostrade di cui
buona parte in Italia) in Europa non e' stato ancora affrontato nessun
intervento serio di pianificazione e razionalizzazione dei trasporti, ne' tanto
meno una politica di riduzione dei consumi.
Dal 1970 a oggi il trasporto attraverso le Alpi e' più che triplicato e con esso
l'inquinamento nelle valli attraversate ha subito un forte incremento.
Nelle Alpi, la quota complessiva di trasporti su rotaia e' scesa del 50%, ossia e'
circa il 40% del totale.
in Italia, durante la seduta del Senato del 14 novembre 2003, su esplicita
richiesta del governo, è stato stralciato il protocollo relativo ai trasporti per
liberarsi dai "vincoli" delle direttive dello stesso e permettere la realizzazione di
diversi nuovi progetti viari (più di 10) altamente impattanti come la Torino-
Lione, la Valdastico (Vicenza-Trento), l'Alemagna (Venezia-Monaco) e altri.
La percentuale di merci trasportate su rotaia rispetto alla reale capacita' di
trasporto dell'attuale rete ferroviaria e' del 31%.
La velocità media europea del trasporto merci su rotaia e' di 14Km/h, ma
questa estrema lentezza non e' dovuta alla bassa velocità cui viaggiano i treni,
ma bensì agli interminabili tempi di attesa ai confini e negli scali di
smistamento: manca quasi totalmente un'automatizzazione. L'alta velocità non
risolve il problema, non serve !!!
Il bianco: alcuni esempi imitabili
Nel Salisburghese (Austria), alcuni comuni consorziati hanno costruito progetti
di mobilità rivolti ai turisti, dove si invita a fermare l'auto privata e si incentiva
l'utilizzo dei mezzi pubblici o ecologici: i successi dell'iniziativa sono esaltanti.
La quota complessiva di trasporti su rotaia in Svizzera e' al 70%.
Ad oggi, solo la Svizzera ha attuato una politica di razionalizzazione dei
trasporti attraverso i loro territori: imposizione di un limite di carico,
imposizione di un pedaggio comprensivo di un risarcimento danni legato degli
effetti antiecologici causati dai trasporti.
In questa prima tappa abbiamo voluto affrontare uno dei temi più scottanti,
una vera emergenza per tutti gli stati dell'arco alpino. I dati sono sin troppo
chiari e l'inettitudine progettuale delle classi politiche appare disarmante. In
Italia non siamo in grado di affrontare il tema della mobilità con progetti
lungimiranti e di ampio respiro, ci limitiamo a rimandare le emergenze
potenziando le vie di traffico, incuranti dei problemi di salute e sopravvivenza
per l'uomo, la fauna, la flora ed i loro habitat (articolo 1, co. 1, let. a).

Documento: Prot agricoltura di montagna


I luoghi
La tappa odierna porta il nostro gruppo di attivisti a scavalcare Forcella
Valsorda, Malga Valcion e raggiungere il Vanoi. Ci troviamo in grandi spazi
liberi, nel cuore della catena del Lagorai, passando di pascolo in pascolo, fra
rocce mai imponenti, ma sempre aspre e suggestive, dolci dossi e lariceti.
A sud giganteggia la massa granitica del massiccio di Cima d'Asta. Ci troviamo
in un antico nodo di scambi pastorali ed umani tra varie genti delle vallate
dolomitiche, dove sono transitati recentemente anche i nuovi ospiti di queste
foreste, l'orso bruno e la lince, purtroppo mal accolti (molto probabilmente
uccisi) dagli uomini.

Il protocollo
Il protocollo che analizziamo oggi e' quello sull'Agricoltura di Montagna, un
protocollo che specialmente in Italia viene sovente emarginato, e ritenuto a
torto meno importante di altri. A nostro avviso e' un errore, in esso, infatti, e'
racchiusa l'essenza del programma per uno sviluppo sostenibile delle nostre
montagne e per la conservazione del caratteristico paesaggio alpino. Alcuni
dati significativi:
Aziende agricole operanti nel territorio alpino: 482.248, di cui 247.110 in Italia
Superficie agricola utilizzata: Alpi circa 4,5 milioni di ettari; Italia 1.370.000
ettari
Percentuale delle aziende agricole con meno di 10 ettari di superfici agricola
utilizzata in Italia: 90%.
Distribuzione della superficie agricola utilizzata per tipo di coltura: prativa e
foraggera 83,3% (Italia 85,6%), seminativi 12,6% (6,3), colture permanenti
3,2% (6,4)
Patrimonio zootecnico: bovini 3.336.283 (Italia 793.014), ovini 1.941.425 (Italia
302.331)
Percentuale dei titolari di aziende agricole di età superiore ai 45 anni: Alpi 68,3;
Italia 75,8
Occupati in agricoltura sul totale della popolazione attiva: Alpi 5,1%; Italia
5,4%, Svizzera 6,9%
Il Protocollo attuativo "Agricoltura di Montagna" è stato approvato a Chambery
(Francia), nel corso della III Conferenza delle Alpi, il 20 dicembre 1994, ma
anche in questo caso alcune nazioni, tra cui l'Italia, stentano a ratificarlo.
A 10 anni di distanza dalla firma, la situazione legislativa e' la seguente:

A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 16.10.98 20.12.94 20.12.94 16.10.98 20.12.94 20.12.94 20.12.94
20.12.94
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 28.11.03
Gli obiettivi generali del Protocollo, che le Parti contraenti si impegnano a
perseguire, prevedono in sintesi:
la conservazione e l'incentivazione dell'agricoltura di montagna adatta ai siti e
compatibile con l'ambiente (riduzione massima dell'uso di sostanze chimiche e
tassazione degli inquinanti) (art.1, comma 1)
lo sviluppo ottimale dei compiti multifunzionali dell'agricoltura di
montagna(art.1, comma 2)
sviluppo di metodi di produzione e prodotti tipici conformi alla natura (art. 9)
commercializzazione a favore dei prodotti di montagna (art. 11)
Prima di entrare nel vivo delle problematiche legate a questo protocollo
vorremmo provare a spiegare in poche righe ed in modo molto schematico
quali sono le ragioni per cui e' così importante conservare l'agricoltura di
montagna:
Le Alpi sono abitate da millenni e nel corso di tutto questo tempo molte specie
animali e vegetali si sono adattate alle caratteristiche del territorio.
L'abbandono delle coltivazioni mette a forte rischio la sopravvivenza di molte
specie vegetali ed animali e di conseguenza la biodiversità generale
dell'ecosistema alpino.
L'abbandono delle terre coltivate aumenta i rischi idrogeologici.
L'agricoltura e l'allevamento estensivo e nel rispetto della natura costituiscono
una fonte di reddito assolutamente sostenibile e contribuiscono a rafforzare il
legame tra uomo ed ambiente.
L'agricoltore di montagna, apparentemente posizionato ai margini del sistema
produttivo, svolge un ruolo sociale nei confronti degli utenti di pianura che
vogliono usufruire del paesaggio tipico alpino; tale presidio del territorio va
quindi sostenuto ed incentivato.
La realta' : (dal secondo rapporto sullo stato delle Alpi, CIPRA, CDA, marzo
2002 e dai nostri occhi)
Il nero: realta' negative
Più della metà delle aziende agricole alpine sono in Italia, ma sono quasi tutte
da piccole a piccolissime (65% meno di 2 ettari di superficie, 20% tra 2 e 10
ettari).
I due terzi delle attività agricole sono ormai gestite come attività accessorie.
Nei prossimi anni in Italia e Slovenia e' atteso un fenomeno di forte abbandono
delle aziende agricole ed in questo senso nessun intervento di alcun genere
(politoco, amministrativo o economico) e' stato ancora previsto.
In diverse vallate alpine, specie in Trentino Alto Adige, si pratica ancora
un'agricoltura intensiva sul modello di quella delle grandi pianure, con largo
uso di pesticidi. Gli effetti sulla natura e sulla salute degli abitanti sono spesso
molto pesanti: rischio di estinzione per alcune specie animali, altissime
incidenze di tumori per gli uomini.
L'utilizzo e la vendita negli esercizi commerciali alpini (alberghi, rifugi, mercati
ecc.) di prodotti di vera produzione locale tipica e' quasi trascurabile. In
Sudtirolo, per esempio, si importano maiali di allevamento intensivo
dall'Olanda (aumentando tra l'altro anche il volume dei trasporti) per poi
produrre lo speck che viene venduto come prodotto tipico locale.

Il bianco: alcuni esempi imitabili


Di fronte al deserto istituzionale nascono iniziative autonome di grande
interesse. Ad esempio nel luogo dove ci troviamo è nata nel 2003 la libera
Associazione Pastori e Malghesi del Lagorai, in alcune malghe si producono e
commercializzano latticini biologici ed è in ripresa l'allevamento caprino.
Iniziative simili stanno sorgendo in molti punti delle Alpi, spesso portate avanti
da cittadini delusi dal lavoro metropolitano. Se correttamente mescolate con gli
antichi saperi locali sono esperienze che indicano la strada da seguire.
L'agricoltura in montagna deve trovare il proprio sviluppo in nicchie di alta
qualità di produzione biologica, nell'allevamento di specie locali in estinzione,
ma per essere mantenuta viva, la qualità da sola non basta, e' essenziale il
ruolo dei contributi statali. Chi spende la propria fatica in montagna lavora in
realtà anche per la pianura ed e' quindi necessario che la pianura
contraccambi. Serve una volontà precisa da parte delle istituzioni. Esempi di
questo genere sono già ampiamente diffusi in Svizzera (lo stato che più di ogni
altro al mondo eroga contributi pubblici all'agricoltura) e Austria. Investire in
agricoltura di qualità significa garantire maggiore qualità paesaggistica, minori
rischi idrogeologici, maggiore qualità e salubrità dei nostri cibi, maggiore
biodiversità.

Documento: Prot. protezione della natura


I luoghi
Con la tappa di oggi il gruppo dei nostri attivisti percorre ancora suggestivi
angoli del gruppo del Lagorai. Vi si vive il trionfo del silenzio, l'emozione della
solitudine, la ricerca della traccia degli animali selvatici che indisturbati
possono percorrere questi ampi spazi alla ricerca delle migliori condizioni
climatiche, della sicurezza, della presenza di cibo. E' un percorso che unisce il
parco da anni annunciato e atteso da tutta Italia, il Parco Naturale del Lagorai
al già istituito Parco di Paneveggio-Pale di San Martino, nella zona di incontro
tra la piattaforma porfirica atesina, il massiccio granitico di cima d'Asta e
l'esteso e affascinante mondo delle Dolomiti.
Oggi pernotteremo in una malga che rappresenta un piccolo gioiello, un
investimento esemplare: Malga Miesnota.
Il difficile recupero di questa malga ha permesso il ritorno della zootecnia nei
pascoli alti del Vanoi. Ha permesso il consolidamento del percorso etnografico
che unisce con sentieri in alta quota San Martino di Castrozza, area che vive di
un turismo affermato, alla valle del Vanoi, una zona ormai quasi dimenticata
che oggi torna a vivere proprio grazie alle bellezze naturali che qui si sono
conservate con originalità, determinazione ed alta qualità.

Il protocollo
Durante l'attraversamento di questi luoghi abbiamo deciso si parlare del
protocollo della Convenzione delle Alpi sulla Protezione della natura, per
affermare con forza il ruolo propositivo che i parchi naturali devono avere nello
sviluppo delle popolazioni alpine, nell'investimento sociale, nei tanti valori della
conservazione della wilderness (natura selvaggia).

Il Protocollo attuativo "Protezione della natura e tutela del paesaggio" è stato


approvato a Chambery (Francia), nel corso della III Conferenza delle Alpi, il 20
dicembre 1994, ma anche in questo caso alcune nazioni, tra cui l'Italia,
stentano ancora a ratificarlo.
A 10 anni di distanza dalla firma la situazione legislativa e' la seguente:
A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 16.10.98 20.12.94 20.12.94 16.10.98 20.12.94 20.12.94 20.12.94
20.12.94
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 28.11.03

Gli obiettivi generali del Protocollo, che le Parti contraenti si impegnano a


perseguire, prevedono in sintesi la protezione, la cura ed il ripristino, se
necessario, lo stato naturale ed il paesaggio in modo da assicurare l'efficienza
funzionale degli ecosistemi, la conservazione degli elementi paesaggistici e
delle specie animali e vegetali selvatiche insieme ai loro habitat naturali
attraverso alcune specifiche misure, tra le quali ricordiamo:
adottare le misure necessarie alla conservazione e allo sviluppo degli habitat
naturali e quasi naturali delle specie animali e vegetali selvatiche (art. 8);
valutare, nei casi di misure e progetti pubblici o privati capaci di
compromettere la natura o il paesaggio, gli effetti diretti e indiretti
sull'equilibrio naturale e sul quadro paesaggistico (art. 9);
ridurre gli impatti ambientali e le compromissioni a danno della natura e del
paesaggio, tenendo in considerazione gli interessi della popolazione locale (art.
10);
conservare e gestire le aree già protette e delimitare nuove aree da proteggere
(art. 11);
promuovere l'istituzione e la gestione dei parchi nazionali (art. 11, comma 2);
assumere misure idonee alla conservazione dei biotipi, naturali e quasi
naturali, e delle specie animali e vegetali autoctone, provvedendo, in
particolare, ad assicurare habitat sufficientemente estesi (art. 13 e 14);
vietare la cattura, il possesso, il disturbo e l'uccisione di determinate specie
animali (art. 15);
promuovere la reintroduzione e la diffusione di specie animali e vegetali
autoctone, nonché di sottospecie, razze ed ecotipi, a condizione che sussistano
i presupposti necessari (art. 16);
La realta':

Il nero: realta' negative


Manovre speculative e interessi di parte stanno attentando pesantemente agli
scopi istitutivi dei parchi, anche per l'inadeguatezza o la colpevole assenza di
molti strumenti di pianificazione.
In Italia c'è una forte spinta, sostenuta dalla maggioranza di governo, per
riaprire la caccia nei parchi nazionali e naturali.
Per favorire chi pensa che i parchi siano solo "imprese che devono rendere"
non si esita a utilizzare lo strumento del commissariamento, per avere le mani
libere e porre l'opinione pubblica di fronte al fatto compiuto.
Quest'anno il Parco Nazionale del Gran Paradiso e' stato costretto a sospendere
i suoi servizi turistici ed informativi a seguito di una riduzione al bilancio pari a
619.880,51 EUR sui 4.372.880, 51 preventivati.
Il Parco Nazionale dello Stelvio e' gravemente minacciato dalla costruzione di
diversi nuovi impianti sciistici (S.Caterina Valfurva e Pejo)
Nel parco Adamello Brenta verra' realizzato un nunovo collegamento sciistico
Pinzolo, Campiglio
Nel cuore del territorio del parco di Paneveggio e Pale di S.Martino rischia di
essere costruito un nuovo collegamento sciistico S.Martino di Castrozza-Laghi si
Colbricon
Il parco delle Orobie Valtellinesi (44.000 ettari) ha 1 guarda parco
Il bianco: alcuni esempi imitabili
È nata ed attiva da alcuni anni la Rete alpina dei Parchi.
Con l'anno in corso diventa effettiva la Natura 2000 di cui fanno parte molti
parchi o settori di essi, identificati come Siti di Importanza Comunitaria e Zone
Speciali di Conservazione o Zone di Protezione Speciale. Tale condizione
permette di tutelare maggiormente le aree da opere impattanti, anche se
necessita di tutta l'attenzione da parte delle ONG.
In Lagorai è stata istituita in Valtrigona la prima Oasi alpina del WWF.
La reintroduzione dell'orso in Trentino
Con questo tragitto il nostri gruppo lascia alle spalle il tanto atteso parco del
Lagorai ed entra in quello di Paneveggio. Un passaggio di consegne che vuole
essere un segnale di speranza per i tanti potenziali parchi ancora presenti sulle
Alpi, che attendono l'attenzione meritata ed il risveglio dell'addormentato
mondo politico. Pensiamo al parco del Centro Cadore (Marmarole), al parco
della foresta del Cansiglio, al parco dei Monti Lessini, al parco del Monte Baldo,
al parco del Disgrazia-Bernina, ….al parco internazionale del Monte Bianco….

Missione: Proteggiamo le Alpi!


Documento: Prot. foreste montane
I luoghi
Il gruppo dei nostri scialpinisti scavalca con questa trappa le aree sciistiche di
Tognola e Malga Ces e attraverso Val Bonetta si porta al passo Rolle. E' una
tappa che attraversa una zona "ricca" di significative contraddizioni, frutto di
una gestione politica monoculturale del territorio. Siamo nel cuore del Parco
Naturale di Paneveggio - Pale di san Martino, ma si attraversano infrastrutture
sciistiche e turistiche di alto impatto paesaggistico ed ambientale. Le aree
naturalistiche pregiate che si percorrono hanno subito negli ultimi anni i
pesanti e privilegiati potenziamenti di tutte le infrastrutture turistiche e
sciistiche della zona, senza godere di altrettanti investimenti economici
sostenibili. Si passa per Val Bonetta, la forcella che ci porta ai laghi di
Colbricon, area di riserva integrale, luogo in cui la Provincia Autonoma di
Trento con l'ultima variante al Piano Urbanistico Provinciale ha previsto il
collegamento sciistico tra l'area di San Martino di Castrozza e quella di Passo
Rolle. Un collegamento che, qualora fosse realizzato, distruggerebbe oltre che
una delle aree naturalistiche di maggior pregio dell'intero parco, anche la sua
anima storica. Proprio a ridosso dei bellisimi laghi di Colbricon infatti, sono stati
rinvenuti i resti dei primi insediamenti dell'uomo-cacciatore, risalenti a circa
10000 anni fa, quando nel periodo estivo risaliva le valli per insediarsi
temporaneamente in queste zone alla ricerca della selvaggina necessaria alla
sua sopravvivenza. E' una tappa importante anche perché ci porta a ridosso
della foresta demaniale di Paneveggio, quattromila ettari di boschi gestiti
attraverso una selvicultura naturalistica che riprende i dettati del protocollo
Foreste Montane della Convenzione delle Alpi.

Il protocollo
Il Protocollo attuativo "Foreste Montane" è stato approvato a Brdo (Slovenia),
nel corso della IV Conferenza delle Alpi, il 27 febbraio 1996. A 8 anni di
distanza dalla firma la situazione legislativa e' la seguente:
A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 16.10.98 27.02.96 20.02.96 16.10.98 27.02.96 27.02.96 27.02.96
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 28.11.03

Alcuni dati significativi:


Superficie forestale delle Alpi: 7,5 milioni di ettari
Superficie forestale utilizzabile: 6,2 milioni di ettari
Quantità di legname disponibile in seno alle superficie forestali utilizzabili: 1,5
miliardi di metri cubi
Alberi presenti nei boschi alpini: oltre 3 miliardi
Ettari di bosco al di sopra dei 1800 metri: oltre mezzo milione
Perché è importante una corretta gestione delle foreste sulle Alpi?
I motivi sono veramente molteplici ma senza entrare troppo in dettaglio ci
limiteremo a ricordare che foreste alpine svolgono innumerevoli funzioni
essenziali per l'uomo, la conservazione della biodiversita' alpina e la difesa dai
cambiamenti climatici.
Gli obiettivi generali del Protocollo, che le Parti contraenti si impegnano a
perseguire, prevedono in sintesi che:
siano adottati metodi di rinnovazione forestale naturale;
sia perseguita una costituzione del patrimonio forestale ben strutturata e
graduata con specie arboree adatte al sito;
sia impiegato materiale di riproduzione forestale autoctono;
siano evitate erosioni e compattazione del suolo, mediante metodi di uso e di
prelievo rispettosi dell'ambiente.
creazione di zone completamente escluse dal taglio e dallo sfruttamento
forestale e creazione di collegamenti tra le stesse (aree di wilderness).
La realta'

Il nero: realta' negative


Nonostante le innovazioni tecnologiche nel campo delle gru a cavo si continua
ad insistere nella costruzione di strade forestali che provocano un'innaturale
frequentazione delle foreste alpine e contribuiscono pesantemente a
comprometterne l'entita' e la biodiversita'.
La spinta verso l'utilizzo dei processori forestali (macchine industriali da taglio)
va in controtendenza alla selvicoltura naturalistica non essendo in grado di
garantire la conservazione della ricchezza naturale del bosco
Le foreste vergini alpine sono una vera rarita' e nei pochi luoghi in cui ancora
esistono, la loro conservazione e' principalmente dovuta all'impossibiita'
materiale di costruzione di strade.
La visione del patrimonio boschivo da parte dei propietari degli appezzamenti
e' ristretta al solo fine di produrre legname.
Il bianco: alcuni esempi imitabili
È nata Pro Silva, un'associazione di forestali che cercano di propagandare i
principi della selvicoltura naturalistica.
I principi cui e' ispirata la politica forestale svizzera attribuiscono alle diverse
funzioni del patrimonio forestale (tutela, ricreazione, conservazione della
biodiversita', sfruttamento economico, ecc) la stessa priorita' ed importanza.
È bello attraversare queste vaste distese forestali dove si riforniva del legname
di risonanza Paganini, qui ancora oggi, maestri liutai vengono a cercare il
legname più idoneo a realizzare armonie eleganti e sicure. Certo, i boschi sono
gestiti perché offrano una reddittività economica, ma altrettanta attenzione
viene portata ai temi della sicurezza idrogeologica, alla naturalità della foresta,
ai bisogni reali della fauna selvatica, ai nostri bisogni ricreativi. All'interno delle
foreste demaniali di Paneveggio e Caoria viene dimostrato come sia possibile,
con una oculata gestione, offrire una risposta equilibrata e di alto profilo a tutte
le risorse che un bosco alpino ci offre.

Documento: Prot pianificazione territoriale e ...


I luoghi
La tappa di oggi porta il gruppo ad uscire dal Parco Naturale di Paneveggio Pale
di san Martino e attraverso lo scavalcamento di monti porfirici quali la catena di
Bocche a giungere a Passo San Pellegrino. Si attraverseranno aree di grande
fascino: la Val Venegia, l'area di Malga Bocche e la catena omonima, che si
inserisce tra i due gruppi dolomitici delle Pale di San Martino e della
Marmolada. Sono zone che presentano una grande varietà di fauna selvatica:
fra gli ungulati troneggia il cervo. Troviamo tutti e quattro i tetraonidi delle alte
quote, il gallo cedrone nei boschi con numerose arene di canto, il francolino, il
gallo forcello e la pernice bianca. La Convenzione delle Alpi oggi ci presenta
una delle "colonne portanti" dell'intero trattato, il protocollo per la Panificazione
territoriale e lo Sviluppo sostenibile. Un protocollo troppe volte disatteso e
dimenticato.

Il protocollo
l Protocollo attuativo "Pianificazione Territoriale e Sviluppo Sostenibile" è stato
approvato a Chambery, nel corso della III Conferenza delle Alpi, il 20 dicembre
1994. A 10 anni di distanza dalla firma la sua situazione legislativa e' la
seguente:
A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 16.10.98 27.02.96 20.02.96 16.10.98 27.02.96 27.02.96 27.02.96
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 28.11.03
Perche' uno sviluppo sostenibile e' particolarmente importante nelle Alpi?
il profilo aspro e ripido del territorio comporta un maggiore dispendio
energetico
i contrasti climatici sono molto accentuati
le precipitazioni sono intense con notevoli movimenti di masse rocciose e di
suolo
i corsi d'acqua ed il suolo hanno capacita' molto limitata di assorbire e
neutralizzare le sostanze nocive immesse
i danni al patrimonio ambientale si manifestano con maggiore rapidita' e
gravita' rispetto alle zone collinose e di pianura
al di sopra del limite boschivo qualsiasi alterazione dell'equilibrio del suolo e'
praticamente irreversibile
le alterazioni climatiche generano sconvolgimenti ed alterazioni in modo piu'
rapido ed intenso che in zone collinose e di pianura
L'obiettivo "generale" previsto dal Protocollo, che le Parti contraenti si
impegnano a perseguire, è:
riconoscere la peculiarità delle Alpi nel quadro delle politiche nazionali e
europee;
armonizzare l'uso del territorio con le esigenze e con gli obiettivi ecologici;
gestire le risorse in modo misurato e compatibile con l'ambiente;
riconoscere gli interessi specifici della popolazione del territorio alpino
mediante un impegno rivolto ad assicurare nel tempo le loro basi di sviluppo;
favorire contemporaneamente uno sviluppo economico e una distribuzione
equilibrata della popolazione nel territorio alpino;
rispettare le identità regionali e le peculiarità culturali;
favorire le pari opportunità della popolazione residente nello sviluppo sociale,
culturale e economico, nel rispetto delle competenze territoriali;
tener conto degli svantaggi naturali, delle prestazioni d'interesse generale,
delle limitazioni dell'uso delle risorse e del loro valore reale nella
determinazione dei relativi prezzi.
La realta'

Il nero: realta' negative


Le valutazioni di impatto ambientale vengono spesso e volentieri piegate alla
volonta' delle classi politiche ed economiche. Casi esemplari: Val Jumela (TN),
Altopiano di Folgaria, S.Caterina Valfurva (SO), Valle di Susa (Olimpiadi Torino
2006, … )
Il condono edilizio costituisce di fatto una palese violazione di ogni forma di
pianificazione
Nessun piano concreto di sviluppo sostenibile su larga scala e' stato
effettivamente realizzato in nessuna nazione
Nessun progetto attuativo di riduzione degli inquinanti e' stato programmato in
nessuna nazione
Per permettere la realizzazione di progetti altamente impattanti non si esita a
modificare PUP e piani dei parchi sottaendo agli stessi intere aree integre. Casi
esemplari: Malga Ciapela, Parco Nazionale dello Stelvio, Parco di Paneveggio,
Parco Adamello Brenta …)
Le stagioni turistiche cosi' fortemente caratterizzate arrivano privare per alcuni
mesi i lavoratori di ogni possibilità di socialità, o peggio, dei diritti elementari e
causano continui collassi ed intasamenti del sitema viario.
Il bianco: alcuni esempi imitabili
IL comune di Grossraming (Austria) ha ridotto del 40% il consumo energetico
nei propri edifici
Il comune di Naturno (Bz) ha realizzato un piano di sviluppo sostenibile
coinvolgendo direttamente i cittadini. Piu' di 150 gli interventi realizzati
Il progetto della CIPRA "Alleanza nelle Alpi". 27 comuni alpini di 7 diversi stati
hanno elaborato i principi e creato i presupposti per una crescita ed uno
sviluppo in completa coerenza ecologica.
In Trentino MW Italia e altre associazioni ambientaliste stanno provando ad
attuare progetti di riduzione degli sprechi (zero waste) con alcuni alberghii,
rifugi e uffici comunali.
Il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi promuove i rifugi alpini come
strutture fondamentali di supporto alla conoscenza del Parco, conservandoli
però nei modesti volumi attuali e qualificando i gestori. Non si rincorre il turista
mordi e fuggi ma quello contemplatore e attento osservatore, costruendo
l'alleato del Parco.
La pianificazione di uno sviluppo sostenibile nelle Alpi non può essere
improvvisata ne' ulteriormente rimandata, i danni arrecati all'ambiente dalle
miriadi di progetti insensati che ogni anno vengono proposti e spesso realizzati
sta provocando danni irreversibili. Anche nelle Alpi è possibile investire in
ricerca, in innovazione e consolidare la presenza di professionalità di alto
profilo e dignità. Il parco appena lasciato, confinante con il parco Nazionale
delle Dolomiti bellunesi, ci offre esempi di alto valore sulla pianificazione
sostenibile di un territorio, ma nel contempo ci porta a riflettere su scelte
errate come il previsto collegamento sciistico San Martino Passo Rolle, o i
previsti parcheggi a Passo Rolle e Passo San Pellegrino.

Documento: Protocollo turismo


I luoghi
Con questa tappa il gruppo dei nostri attivisti abbandona la catena porfirica del
Lagorai e della catena di Bocche e si inoltra nel cuore delle Dolomiti, nella
complessa geologia del gruppo della Marmolada. Da Passo san Pellegrino gli
scialpinisti attraverseranno le radure prative della conca di Fuchiade per salire
a Forca Rossa. Da qui scenderanno in Val Franzedas per portarsi a fine giornata
a Malga Ciapèla. In questa tappa abbiamo deciso di affrontare il protocollo
turismo perché si entra in aree dove questa economia si presenta dominante
sino ad arrivare a soffocare ogni altra attività. Il Passo san Pellegrino ha ogni
suo versante intasato da piste da sci e impianti di risalita, si sono incisi perfino
lariceti secolari d'alta quota (loc. Zingari). Sul finire degli anni '80 c'era
l'intenzione di collegare il passo e il Comune di Falcade a malga Ciapèla,
demolendo di ben 50 metri la parte alta di Forca Rossa e sacrificando allo sci
l'intera Val Franzedas. Grazie all'impegno di tutte le associazioni ambientaliste,
coordinate dalla gloriosa SOS Dolomites, il progetto sembra sconfitto, anche se
qualche amministratore ogni tanto viene solleticato a riproporlo. La conca di
Malga Ciapela, gia' abbruttita da grandi strutture alberghiere prive di ogni
attenzione alla tutela del paesaggio e dell'ambiente circostante, e' il luogo da
cui parte una delle funivie più umilianti ed offensive delle Dolomiti (e ce ne
vuole!): la funivia che sale con tre tronconi a Punta Rocca, una delle cime della
Marmolada. Una storia orribile, la sua, ma non unica nelle Alpi. Una storia
passata attraverso l'abbandono di rifiuti in mezzo alle rocce e fra i crepacci del
ghiacciaio, una storia di scarichi fognari lasciati colare lungo le grandi vie
alpinistiche che salgono la vertiginosa e compatta parete sud, una delle pareti
rocciose più belle e famose del mondo. Una storia che non e' ancora finita,
alimentata da un'arroganza senza confronti. Gli stessi proprietari hanno infatti
totalmente evitato l'attuazione del Patto della Marmolada (stipulato fra le
Province di Trento e Belluno e le realtà amministrative comunali nell'aprile
2003) preferendo imporre la ricostruzione della funivia nei suoi passaggi
tradizionali. Non contenti di questo già grave passo, i proprietari hanno poi
proposto la costruzione di un'immensa struttura alberghiera, oltre 140.000 mc
di cemento che dovrebbero, come si legge nella relazione del progetto,
costruire effetto paese, cioè diventare autosufficienti nell'offerta al turista,
soggiorno, commercio, fitness e sci. Mentre avviene questo il Comune di rocca
Pietore ha autorizzato la costruzione di altri imponenti alberghi, lungo la statale
che sale a Passo Fedaia, in zone a rischio geologico. Ogni minimo spazio libero,
edificabile della conca di Malga Ciapèla verrebbe così occupato dal cemento,
dai parcheggi, dalle strade. Nessuna attenzione alla socialità, alla qualità del
lavoro offerto, alla qualità del vivere dei professionisti della montagna e del
turismo: ogni scelta viene decisa sulla base di un unico parametro, l'immediata
redditività economica. I grandi valori racchiusi nel gruppo della Marmolada
vengono così schiacciati dalla politica della cementificazione. Non si parla di
fauna selvatica, della storia dell'alpinismo, del recupero dei percorsi della
grande guerra, di conservazione del ghiacciaio, di investimento scientifico e
paesaggistico, della complessità geologica del gruppo, di un'altra economia
riferita allo sviluppo dell'artigianato, della ripresa dell'agricoltura d'alta quota,
della cura dei boschi, dell'attenzione ai temi della sicurezza idrogeologica. Non
si parla di qualità del vivere degli abitanti di Val Pettorina, delle loro reali
necessità: istruzione, salute, servizi sociali e ricreativi.

Il protocollo
Il Protocollo attuativo "Turismo" è stato approvato nel corso della V Conferenza
della Alpi, tenutasi a Bled il 16 ottobre 1998. Il suo stato legislativo attuale e'
riassunto nella tabella seguente:
A CH D F FL I MC SLO EU
FIRMA
31.10.00 16.10.98 16.10.98 02.12.98 16.10.98 08.02.01 16.10.98 16.10.98
RATIFICA
10.07.02 12.07.02 18.04.02 27.01.03 28.11.03

L'obiettivo "generale" previsto dal trattato, che le Parti contraenti si impegnano


a perseguire, è in estrema sintesi quello di contribuire ad uno sviluppo
sostenibile dell'area alpina grazie ad un turismo che tuteli l'ambiente ed in
particolare:
provvedere ad uno sviluppo turistico sostenibile, favorendo a tal fine
l'elaborazione e la realizzazione di linee guida, programmi di sviluppo e piani
settoriali,capaci di tenere in considerazione tale obiettivo (art. 5).
incoraggiare progetti che rispettino i paesaggi e siano compatibili con
l'ambiente, provvedendo affinché nelle zone fortemente turistiche, sia
perseguito un rapporto equilibrato tra forme di turismo intensivo ed estensivo.
La realta'

Il nero: realta' negative


Nonostante piu' del 65% dei turisti sciatori reputino lo sci uno dei maggiori
pericoli per le zone alpine (Pröbstl U., 1996, Wintersport) non si fa nulla per
alimentare una concreta presa di coscienza da parte degli stessi.
Le informazioni statistiche riguardanti le "esigenze" dei turisti delle Alpi sono
fortemente contrastanti e spesso utilizzate in modo fazioso. Ad esempio, e' si
vero che il 52% dei turisti ritengano il numero di Km di piste da sci presenti nel
comprensorio un fattore determinante, ma e' altrettanto vero che il 73% degli
stessi intervistati, ritiene fondamentale la qualità dell'ambiente naturale
circostante.
Nelle Alpi il numero e la dimensione di attività sportive altamente impattanti
(sci, eliski, motoslitte, down hill, golf, discese dei corsi d'acqua, ecc) e' in
spaventoso aumento ed in moltissimi casi non si esitano a sacrificare anche le
aree protette.
L'offerta commerciale complessiva del turismo di montagna e' decisamente
sbilanciata a sfavore di quella parte di turisti che nelle Alpi cerca silenzio e
rapporto con la natura
Diversi studi recenti (Grandi manifestazione nelle Alpi, CIPRA, piccola
documentazione n.13/98 e altri) hanno dimostrato come i grandi eventi sportivi
invernali (Olimpiadi, Mondiali ecc.) nelle Alpi siano, per le valli ospitanti,
estremamente negativi dal punto di vista ambientale e, a lungo termine, anche
da quello economico. Come giustificare allora gli scempi in valle di Susa e in
alta Valtellina ?
In Italia pare non esistere un senso del limite. E' evidente che la costruzione di
nuovi impianti di risalita e altre strutture turistiche impattanti non puo'
continuare all'infinito.
Il bianco: alcuni esempi imitabili
La regione austriaca del Tirolo ha definito dei limiti definitivi di ampiamento per
gli impianti di risalita vietando la creazione di nuove zone sciistiche.
I piccoli centri e vallate alpine che hanno scommesso sul turismo diffuso,
culturale e naturalistico senza o con modesti impianti di risalita, al più con piste
da fondo e per slitte, hanno una qualità di vita invidiabile e riescono a
conservare meglio alcune attività lavorative tradizionali (esempi: Val d'Ultimo,
Val Sarentino, Val d'Anterselva, Val Monastero, molte realtà svizzere e
austriache, alcuni paesi della Carnia, …)
La realtà di Chamois contrapposta allo sviluppo delirante di Cervinia
Il successo turistico dei musei all'aperto inseriti armonicamente nel territorio e
"vivi", come ad esempio il Ballemberg in Svizzera o il Sentiero Etnografico del
Vanoi, nel Parco Naturale di Paneveggio-Pale di S.Martino
Il successo di iniziative di chiusura al traffico di strade montane con servizio
navetta sostitutivo e attività culturali connesse attuato dal Parco Adamello
Brenta in Val Genova.
Un certo numero di rifugi alpini, grazie alla lungimiranza dei propri gestori,
stanno trasformandosi da ristoranti e alberghetti d'alta quota in centri di
cultura alpina (es. Rif. Città di Chivasso al Colle del Nivolet)

Marzo 2003
Proteggiamo le Alpi
Dolomiti - Trentino
8 giorni con la Tenda Gialla per chiedere il rispetto della Convenzione per la
Protezione delle Alpi
Nella settimana compresa tra sabato 14 e domenica 21 marzo 2004, si terrà in
Trentino una manifestazione internazionale organizzata da Mountain
Wilderness Italia.
L'obiettivo sarà quello di diffondere informazioni, attirare l'attenzione pubblica
sui temi contenuti negli 8 protocolli della Convenzione per la Protezione delle
Alpi, e chiederne il rispetto.
Dal 1994 a oggi, tutti i protocolli della Convenzione sono stati firmati dalle sette
nazioni interessate e dall'Unione Europea e molti di essi sono già stati ratificati
dai rispettivi governi.
Ma qual è il reale stato delle cose?
Gli impegni presi vengono effettivamente rispettati?
Domande alle quali proveremo a rispondere durante il percorso.
Durante ogni giorno della manifestazione, verrà recapitata ai media una lettera
di denuncia riguardante un diverso tema della Convenzione. Ogni lettera sarà
letta ogni sera da un esponente diverso della comitiva al resto del gruppo.
Alle principali associazioni alpinistiche ed ambientaliste europee sarà spedito
un resoconto della manifestazione e saranno forniti gli strumenti (web) per
seguire ed approfondire l'evento.
Durante la manifestazione verrà realizzato un filmato-documentario che verrà
successivamente presentato, come evento fuori concorso, al Festival
Internazionale del Cinema di Montagna di Trento (maggio 2004).

• Una traversata scialpinistica di 7 giorni con la Tenda Gialla, con partenza


domenica 14 marzo dagli uffici della provincia di Trento, ed arrivo a
passo Fedaia, ai piedi della Marmolada, dove cominceranno le altre
iniziative.
Ritrovo domenica 14 marzo a Pergine Valsugana, piazza Gavazzi ore
8:30, per info chiamare 348.4026740

• sabato 20 marzo 04, ore 9:00, ritrovo presso rif. Castiglioni al passo
fedaia: un momento alla portata di tutti (sci da scialpinismo o ciaspole).
Escursione naturalistica guidata nel gruppo della Marmolada (val
Franzadas e Ombrettola). Per info chiamare: Stefano: 328.5423635, o
Paolo: 349.5610167

• domenica 21 marzo 04, ore 9:00, ritrovo presso rif. Castiglioni al passo
fedaia: salita (ciaspole o sci da scialpinismo)verso p.ta Rocca, Marmolada
con traguardo intermedio alla portata di tutti a pian dei Fiacconi. Per info
chiamare: Stefano: 328.5423635, o Paolo: 349.5610167

Cristiano Ghedini
ghedini@mountainwilderness.it

giugno 2006
Lo scandalo dello sci estivo in Marmolada e sulla Tofana
Cavalese, 26 giugno 2006.

All’Assessore all’Ambiente
Mauro Gilmozzi
Provincia Autonoma di Trento

All’assessore all’Ambiente
Giancarlo Conte
Regione Veneto
Palazzo Balbi
Dorsoduro 3901
30123 VENEZIA

All’Assessore all’Ambiente
Provincia di Belluno
Irma Visalli
Via S. Andrea, 5
32100 Belluno

Al Sindaco di Canazei
Fernando Riz
Via Roma 12
38032 Canazei (TN)

Al Sindaco di Rocca Pietore


Maurizio de Cassan
Via Capoluogo 2
32020 Rocca Pietore (BL)

Al Sindaco di Cortina d’Ampezzo


Giacomo Giacobbi
Municipio
Corso Italia 33
32043 Cortina d’Ampezzo (BL)
Oggetto: lo scandalo dello sci estivo in Marmolada e sulla Tofana.

Egregi Assessori,
Egregi Sindaci,

è notizia recente raccolta dalla stampa locale che la società impiantistica


Marmolada – Tofane apra gli impianti a metà luglio, precisamente il 17 luglio. I
proprietari della società hanno annunciato che contemporaneamente
all’apertura delle funivie ci sarà la possibilità di praticare sui relativi ghiacciai lo
sci estivo. Non c’è che dire, siamo alla follia.
La società impiantistica è protagonista in una complessa indagine della Procura
della Repubblica di Trento riguardo i danni provocati al ghiacciaio, causa la
movimentazione della superficie e del ghiaccio con mezzi meccanici, con i
lavori del rifacimento del terzo tronco nell’estate del 2005.
Un minimo di correttezza vorrebbe che la pratica dello sci estivo e qualunque
manomissione del ghiacciaio venisse al momento sospesa in attesa della
conclusione delle indagini in corso.
Ma non solo. Un minimo di attenzione verso l’ambiente naturale delle alte
quote ed il dovuto rispetto verso i ghiacciai delle Dolomiti impone a tutti noi la
messa in atto di comportamenti virtuosi tesi a conservare nel modo più integro
possibile questi lembi di ghiaccio, lo ricordiamo per l’ennesima volta, demanio
pubblico della collettività, patrimonio indisponibile dell’intera umanità e non
proprietà privata gestita nella più assoluta anarchia.
Nonostante le nevicate un po’ abbondanti dello scorso inverno, le temperature
di questo inizio d’estate ci impongono di prestare la massima attenzione nella
conservazione di questi beni. Non vi è dubbio che l’attività dello sci estivo
risulti devastante per la manutenzioni delle superfici dei ghiacciai, specie
quando ridotti nelle dimensioni come lo sono quello della Marmolada e quello
della Tofana. Orami da oltre una settimana lo zero termico alle ore 14.00 lo
ritroviamo sopra quota 4.000 metri
Vista l’assoluta mancanza di rispetto verso l’ambiente che la società funiviaria
insiste nel dimostrare Mountain Wilderness Italia rivolge un pressante appello
alla Provincia Autonoma di Trento ed al Comune di Canazei affinché venga
vietata l’attività dello sci estivo in Marmolada e perché si vigili con
determinazione e continuità sulla allegra gestione estiva da parte della società
impiantistica della superficie del ghiacciaio da Punta Rocca fino a Serauta,
anche avvalendosi, qualora necessario, dell’intervento della magistratura;
Agli enti pubblici veneti, Regione e Comuni interessati, chiediamo che per
ragioni etiche, di tutela del paesaggio, della necessità di conservare il più a
lungo possibile la risorsa naturale dei ghiacciai, di vietare la pratica dello sci
estivo e qualunque incisione o lavoro sui ghiacci sia in Marmolada che in
Tofana.
Certi di trovare attenzione e sensibilità, porgo i più cordiali saluti.

Per Mountain Wilderness


Il Presidente
Fausto De Stefani

Ottobre 2005
Le fotografie di una montagna ferita: il collegamento Pinzolo -
Campiglio
MW presenta le immagini dell'ennesimo scempio ambientale per fare spazio a
nuove piste da sci
Le immagini di quanto sta accadendo nel Parco Adamello - Brenta (Tn)
Come per l’ormai perduta val Jumela, come per Val della Mite, la Marmolada,
Mountain Wilderness presenta ai cittadini le fotografie di un recente reportage
nella zona del gruppo dolomitico del Brenta (Parco Adamello-Brenta).
Non dimentichiamo che stiamo parlando di sito protetto da una certificazione
d’interesse comunitario più comunemente chiamato SIC. Si tratta di un’area
meravigliosa, una terrazza che offre un panorama a 360°. Infatti appena sopra
alti larici, ad est, svetta la cima Tosa e ad ovest si può quasi toccare con la
mano il Carè Alto e la Presanella fino ad arrivare al Vioz.
Questa vuole essere la testimonianza di quanto sta avvenendo nel nostro
Trentino, come per la Val della Mite: la trasformazione violenta di un territorio,
un atto prepotente ed insensato che passa nella totale indifferenza, se non con
la complicità delle autorità tecniche e politiche provinciali.
Ho voluto documentare quanto visto per invitarvi ad essere il più possibile
partecipi dello scempio che si sta compiendo in tale zona. Per essere incisivo
nella denuncia, teniamo anche presente il mancato rispetto dei vincoli, che
sarebbe dovuti, visto che siamo su di un territorio sito all’interno di un parco
naturale di notevole valore e notorietà.
Vorrei poter trasmettere, oltre all’ impatto visivo non certo gradevole che le
immagini documentano, il disagio ed il senso di nausea che ho provato
trovandomi immerso in un ambiente che ho frequentato per anni, apparsomi
ora completamente modificato ed umiliato dall’insensibilità e dalla cupidigia di
chi sostiene che queste scelte siano le uniche possibili per dar lustro allo
sviluppo di un territorio, ponendo come alibi, ormai poco credibile, il
conseguente miglioramento del benessere e di un profitto che sarà equamente
ridistribuito sulla popolazione locale.
Per il momento si vede un fiume di abeti e larici abbattuti ed accasciati al suolo
in attesa di essere tolti, trasferiti da una teleferica un po’ più in basso e poi
caricati su dei camion: dovranno percorrere una quindicina di km di strada
forestale per essere scaricati a valle.
Mezzi pesanti di uguale stazza hanno portato per gli stessi km. fino all’impianto
a valle, a m 1600 di quota, trasportando con numerosi trasferimenti tonnellate
di cemento per costruire una struttura delle dimensioni di un condominio di
città.
Non esente da impatto è l’impianto a monte, quota 1900m, un’area ritrovata
rasata e spianata, messa in sicurezza presumo in base alle norme vigenti in
materia.
A questo punto aver appreso, che per favorire e non disturbare il periodo del
canto del gallo cedrone, sia stato posticipato l’inizio dei lavori di una decina di
giorni dalla data stabilita, se non fosse per la gravità degli eventi farebbe
sorridere, essendo la risultanza della classica ciurlatina nel manico.
Cari amici, le foto parlano da sole: sono giornate tristi che nella nostra
provincia si sommano a troppe di simili: Jumela, Paganella, Val della Mite,
Bondone. E fra poco tempo Tremalzo, Passo Broccon, Lastebasse, Col dei Rossi.
Le montagne, le Dolomiti devastate. E vallate che non riconosciamo.
Franco Tessadri
texfranco@yahoo.it

Maggio 2004
Stelvio. La festa al Parco
23 maggio 2004, giornata internazionale dei parchi. Una giornata di festa e
promozione dei valori della natura in tutto il mondo, una giornata che permette
di conoscere le aree protette e di rilanciarle come aree di sperimentazioni
scientifiche sui temi della conservazione della natura e dello sviluppo
sostenibile, di diversa convivenza fra uomo e ambiente. In Italia invece siamo
costretti ad assistere al deprimente scenario della progressiva demolizione dei
nostri parchi nazionali. E’ una azione complessa, che si articola in diverse fasi
promosse dall’attuale governo, con i risultati che cominciano a delinearsi e
purtroppo non scuotono allarme, né tantomeno preoccupazione, nei partiti
dell’opposizione.
Con la prima finanziaria il governo aveva tagliato i fondi destinati alle aree
protette. Un semplice passaggio burocratico che ha avuto effetti immediati:
uno stop alla ricerca, il blocco delle assunzioni, anche stagionali,
l’incentivazione dei lavori precari specialmente nel campo delle alte
professionalità. Nel frattempo la pianificazione territoriale avviata dai parchi
veniva bloccata in sede di ministero, si lasciava invece imperare l’eccesso di
burocrazia degli enti sulle piccole questioni, dallo scalino da rifare alla
finestrella da aprire, quelle che toccano direttamente i cittadini. Non
soddisfatti, da Roma si ritardavano pagamenti promessi da anni causando
azzeramenti di risorse ed indebitamenti degli enti. Nelle vallate interessate
trovava subito voce il partito degli antiparco: troppa burocrazia, aree museali
che impediscono lo sviluppo, i diritti dell’uomo calpestati. Ora siamo giunti ad
una fase quasi definitiva: l’allontanamento di tutti i Presidenti dei parchi voluti
dal centro-sinistra, presidenti competenti, attenti, che ovunque stavano
costruendo e promuovendo azioni culturali ed interventi di sviluppo che in
alcuni casi avevano dell’incredibile.
Per rimanere in ambiti territoriali a noi vicini in questi giorni è stato
commissariato il Parco delle Dolomiti bellunesi con il diktat del ministro
all’ambiente Altero Matteoli (AN) che ha sponsorizzato il sindaco De Zordo di
Cibiana (AN), un paesino del Centro Cadore divenuto famoso più che per i suoi
straordinari murales, perché ha facilitato a Messner la conquista dei forti del
Monte Rite inserendovi una delle sue scatole museali. E’ stato così allontanato
Walter Bonan, un Presidente stimato ovunque, preparato e che aveva rilanciato
la presenza del parco in un contesto culturale e progettuale che veniva imitato
anche oltre confine.
Ora siamo alla resa dei conti nel Parco dello Stelvio: scaduto il mandato del
Presidente ambientalista Arturo Osio, uno dei fondatori del WWF Italia, il
ministro Franco Frattini, sostenuto dal governatore della Lombardia Roberto
Formigoni, propone presidente Ferruccio Tomasi, amico di Frattini, dirigente
della scuola di sci del ministro, uomo forte nel settore degli sport invernali.
Ma, ci dice fin dal lontano dicembre 2001 il comitato tecnico di valutazione
lombardo, questo Tomasi è persona non di certo idonea a ricoprire incarichi
direttivi in un parco, in quanto il suo curriculum è totalmente privo delle
competenze previste (persone di sperimentata competenza in materia di tutela
della natura e dell’ambiente).
Da Bolzano non ci si poteva aspettare una difesa del parco e della sua qualità,
sono anni che la SVP lavora per cancellarlo. Lascia invece sconcertati il
comportamento dei politici trentini. La sindaca di Rabbi Franca Penasa non
perde l’occasione per manifestare la sua gioia nell’eliminazione di Osio e arriva
a giustificare la costruzione dei nuovi impianti in Val della Mite e quelli della
stazione di Bormio. Mentre l’assessora provinciale dei verdi, Oliva Berasi, forte
di alte competenze naturalistiche e di ormai dimostrata coerenza
ambientalista, nel protestare si limita a chiedere un presidente trentino, i DS
mantengono una costante assenza dal problema e il Dellai, protettore dei
cacciatori, ripropone la sua totale insofferenza verso le tematiche della difesa
della natura.
“Non spetta ai politici trentini, - dice il Presidente della Giunta Provinciale -
indagare sulla presenza dei requisiti del candidato proposto dal Ministero
dell’Ambiente”.
Saremo quindi costretti a subire la presidenza del parco dello Stelvio affidata
ad uno sciatore, ad uno strenuo sostenitore dei mondiali di sci in Valtellina, ad
una persona che studierà come organizzare l’attacco alle alte quote del parco
per mantenere sicure le stagioni invernali ai suoi colleghi maestri di sci.
Il parco dello Stelvio non ha mai avuto vita facile: da un ventennio si sta
attendendo il Piano del Parco, il documento è ormai pronto, ma con questo
passaggio potrà trovare ulteriori ritardi in quanto è ovvio attendersi
ripensamenti sui confini, sulla zonizzazione, sulla delimitazione delle aree
sciabili in quota. Ma anche la fauna selvatica rischia dentro quest’isola di
serenità.
Il Ministro dell’Ambiente attende il momento propizio per far passare una legge
che permetta l’attività venatoria nei parchi nazionali, ed i cacciatori trentini,
bolzanini e lombardi sono ormai impazienti e scaldano i loro fucili. Centinaia di
cervi, camosci, caprioli ogni anno sarebbero uccisi dentro un territorio che
ormai da settanta anni li protegge. Il lupo, nel suo eterno peregrinare, nella sua
straordinaria volontà di sopravvivenza, sta arrivando anche in queste zone,
come del resto la lince ha già avuto qualche fugace apparizione. Si dovesse
aprire la caccia dentro il parco, accadrebbe quanto già visto nel Lagorai negli
anni ’80: la fauna selvatica predatrice in poco tempo verrebbe eliminata dai
cacciatori.
Altro che festa dei parchi: stanno invece maturando sempre più le condizioni
politiche e culturali per fare la festa definitiva ai parchi.

Luigi Casanova
web@mountainwilderness.it

Maggio 2007
Escursione e manifestazione contro le cave (truccate da miniere)
diSchievenin e Alano di Piave (prov di Belluno).
Un appuntamento da non perdere, una manifestazione a cui essere presenti
per la difesa delle nostre montagne che sono sempre più minacciate da cave e
miniere. Dobbiamo accogliere il grido di pericolo e sostenere la richiesta di
aiuto dei Comitati locali che si stanno impegnando per la difesa del territorio. In
questo caso la storica Palestra di roccia di Schievenin in Comune di Quero,
sulla quale si sono esercitate generazioni di alpinisti, corre un grave pericolo.
C’è il concreto rischio che venga riaperta la cava di pietra dismessa da anni, col
nome di “Miniera Schievenin”: ciò rappresenterebbe una gravissima
aggressione al patrimonio naturalistico e ambientale della Valle e metterebbe a
repentaglio la fruizione stessa della Palestra di roccia. Ma è una situazione
sempre più frequente per molti massicci e valli delle Prealpi: vecchie cave
dimesse, per lo più di piccole dimensioni ed ormai ricolonizzate dalla
vegetazione, vengono riaperte e trasformate in voragini da milioni di metri
cubi, con un notevolissimo impatto ambientale ed un irrecuperabile danno
paesaggistico.
Inoltre, il vicino Comune di Alano di Piave è interessato da un altro progetto di
escavazione che comporterebbe l’abbassamento della sommità del Col de Roro
di circa 80 metri.

Il COMITATO COL DE RORO con l’adesione delle associazioni


ambientaliste e locali, organizza per domenica 6 maggio 2007 un
incontro comune fra alpinisti, escursionisti, ambientalisti e
popolazione locale per riaffermare il NO a qualsiasi progetto di
escavazione nelle due Valli.

La giornata è articolata come segue.

1. Per gli escursionisti viene proposta una facile escursione sui sentieri del
Col de Roro, con partenza alle ore 10.30 da Campo (frazione di Alano di
Piave) e arrivo a Schievenin alle ore 13.30, ove si pranzerà al sacco.
Lungo il percorso saranno illustrati i luoghi che verrebbero interessati dai
cantieri.

2. Gli alpinisti potranno arrampicare per tutta la mattinata sulle vie della
Palestra di Schievenin.

3. Alle ore 15.00 ritrovo di tutti presso l’area pic-nic di Schievenin per
l’incontro comune e gli interventi del Comitato Col de Roro, delle
associazioni presenti e di noti personaggi. Fra gli altri hanno assicurato la
loro presenza Mauro Corona, Manolo, Pier Verri, Manrico Dall’Agnola,
Luca Visentini e tanti altri.

WWWF - CAI - LIPU - LEGAMBIENTE - MOUNTAIN WILDERNESS - ITALIA


NOSTRA - ECOISTITUTO DEL VENETO ALEX LANGER
e molti altri gruppi
locali
Wilderness

Ottobre 2004
L'altra faccia della montagna
Zambana - TN
Il Gruppo Consigliare "Lista Aperta per Zambana" organizza una serata dal
titolo "LA PAGANELLA FERITA, un' occasione per ripensare il rapporto tra
turismo e rispetto dell'ambiente in montagna".
MW parteciperà con un intervento del consigliere nazionale Cristiano Ghedini
dal titolo: "L'ALTRA FACCIA DELLA MONTAGNA: Trentino tra immagini da
cartolina e progetti di espansione sciistica insostenibili".
Il programma della serata

Michele Moser, capogruppo consigliare "Lista Aperta per Zambana"


Introduzione. Perché una serata sulla Paganella a Zambana?
Con proiezione di diapositive
Cristiano Ghedini, Consigliere Nazionale di "Mountain Wilderness Italia"
L'altra faccia della montagna: la realtà impiantistica trentina ed i previsti
sviluppi futuri
Con proiezione di slide e diapositive
Roberto Bombarda, Consigliere Provinciale dei Verdi, già Presidente dell'Apt
Terme di Comano - Dolomiti Brenta Turismo e Trentino: la sfida della qualità
Roberto Pinter , Consigliere Provinciale dei Democratici di Sinistra, Presidente
della Commissione Ambiente del Consiglio Provinciale La sostenibilità della
gestione urbanistica ed ambientale
Tavola rotonda relatori e coinvolgimento del pubblico presente
Cristiano Ghedini
ghedini@mountainwilderness.it
Mobilita’

Marzo 2003
Marmolada la nostra regina
Per protestare contro l'eliski, lo sci estivo ed il progressivo degrado cui è
sottoposto l'ultimo vero grande ghiacciaio delle dolomiti.
Da domenica 23 marzo 2003 alla domenica successiva una tenda gialla è stata
l'avamposto di Mountain Wilderness in vetta alla Marmolada. Sette notti e otto
giorni sulla vetta delle Dolomiti per rinnovare l'impegno che da sempre
l'associazione ambientalista, nata nel 1987, ha dedicato alla salvaguardia delle
montagne, ed in particolare di questa.
Per una settimana i 3325m di Punta Rocca sono stati dunque presidio e fulcro
di varie iniziative per sensibilizzare, l'opinione pubblica e le amministrazioni
locali, sulla necessità di proteggere la "Regina delle Dolomiti" con interventi
immediati. Gli stessi interventi che negli ultimi tempi sono stati più volte
oggetto di proposte e discussione tra Mountain Wilderness e i rappresentati
delle Amministrazioni locali del Veneto e del Trentino.
Perchè la Marmolada. E' la vetta più alta delle Dolomiti, la Regina. E' stata
oggetto di mortificazioni continue. La grande guerra con centinaia di morti e
sofferenze oggi incredibili. La disputa sui confini fra Trentino e Belluno
terminata solo da un anno. L'umiliazione dei rifiuti sparsi ovunque: nei
crepacci, disseminati nei valloni, nelle viscere del ghiacciaio, ai piedi della
parete Sud fino al passo dell'Ombrettola. L'umiliazione di una funivia che
raggiunge la vetta racchiusa in osceni scatoloni in lamiera. L'eliski che offende
sciatori, escursionisti, chi cerca montagna autentica. La sceneggiata della
partita a golf sul ghiacciaio. I mezzi battipista che in inverno ed in estate
incidono in modo irreversibile il capitale del ghiacciaio, un capitale sacro,
universale. Plinti e scalini di cemento disseminati ovunque, fino a quota 2900,
tutto abbandonato nella più totale incuria. Decenni di sofferenza imposti a
questa nostra straordinaria montagna, decenni che oggi possiamo recuperare
attraverso una riqualificazione ambientale complessiva, con un intervento che
deve offrire risposte economiche e sociali alle popolazioni locali costruendo uno
sviluppo che porti vantaggi a tutti, non solo ai soliti poteri forti

Il programma della missione


Domenica 23 marzo

Si installa la Tenda gialla a Punta Rocca, quota 3325.

Ritrovo ore 8:30 alla diga di passo Fedaia per portare in vetta, a Punta Rocca,
la tenda gialla ed installarla. Da qui partiranno giornalmente i messaggi via e-
mail per i media nazionali, le osservazioni di alpinisti ed amici: un nostro
gruppo garantirà la presenza stabile in tenda, proprio a ridosso dell’area di
atterraggio degli elicotteri.
Ai media sarà spedita la lettera sulla storia delle aggressioni subite dalla
Marmolada e la sintesi delle azioni di Mountain Wilderness, 1988-2003, curata
da Alessandro Gogna e dall’associazione.
La salita sarà possibile effettuarla con sci d'alpinismo, racchette da neve o a
piedi. Sono consigliati ramponi e piccozza nello zaino in caso si incontrino
condizioni particolarmente sfavorevoli di neve.
Lunedì 24 marzo
Il silenzio e le emozioni
Dalla tenda partirà la lettera di Carlo Alberto Pinelli che racconterà fascino e
stimoli offerti dal silenzio, dall’esplorazione, dal camminare con lentezza e
profondità. Escursioni durante la giornata.
Martedì 25 marzo
Il ghiaccio
La lettera di Fausto De Stefani racconterà del perché tutelare la Marmolada, il
valore del ghiacciaio, i rischi che sta correndo. Escursioni durante la giornata.
Mercoledì 26 marzo
La montagna al femminile
La lettera scritta da Maddalena Di Tolla racconterà la montagna letta con gli
occhi ed il sentire di donna. Escursioni durante la giornata.
Giovedì 27 marzo
La fauna selvatica e l’habitat
La lettera di Stefano Mayr parlerà del valore della fauna selvatica, dell’habitat
necessario a stambecchi, aquile, tetraonidi. Ritrovo alle 8:30 a Malga Ciapela.
L'itinerario inizia da Malga Ciapela a 1450 m, dopodiché si percorre su stradina
il fondovalle della Val Pettorina, quindi su mulattiera o sentiero (a seconda
delle condizioni) si risale lo "Scalon" e si entra in Val Ombretta, si raggiunge la
malga omonima per poi dirigersi verso il Rif. Falier (2074 m) (3 ore). Causa la
scarsità della neve, presente in quantità sufficiente solo in val Ombretta, si
consiglia l'uso delle ciaspole piuttosto che quello degli sci. Molto utile l'utilizzo
di binocolo per l'osservazione della fauna generalmente presente in zona.
Venerdì 28 marzo
La cultura ladina
La lettera di Stefano Dell'Antonio ci raccontera' attraverso una storia la cultura
e la volontà del popolo delle cinque valli dolomitiche
Sabato 29 marzo
Lo sviluppo e l’ambiente
La lettera di Luigi Casanova parlerà delle lotte ambientaliste a difesa del
gruppo della Marmolada.
L’escursione prevede una straordinaria staffetta ambientalista da Passo San
Pellegrino a Malga Ciapèla e viceversa, attraverso Forca Rossa, un ambiente
salvato dalla tenacia degli ambientalisti ladini. Ritrovi ore 8:00 a passo San
Pellegrino e ore 8:00 a Malga Ciapela. I due gruppi si incontreranno e si
scambieranno alla Forca Rossa (circa 2 ore e mezza).
Domenica 30 marzo
L'alpinismo, la guerra, la roccia
Ritrovo ore 8:30 alla diga di passo Fedaia per salire a Punta Rocca e togliere il
presidio. Si raccomanda una forte partecipazione alla giornata per lasciare un
segno indelebile dell’azione culturale portata dall’associazione durante una
settimana tanto impegnativa e complessa. La lettera della giornata sarà di
Maurizio Giordani affronterà tematiche che hanno profondamente inciso la
storia della Marmolada.
Chi volesse raggiungere la tenda gialla anche in giornate dove non sono
previste escursioni potrà farlo attraverso gli itinerari citati nella sezione "Info e
logistica/Percorsi di salita a Punta Rocca". Troverà un presidio in vetta e potrà
contribuire portando qualche rifornimento di conforto a chi passerà la notte in
tenda
Il diario degli attivisti
20-03-2003

Roma. Una giornata triste per ogni persona. È iniziata una nuova guerra. Non
importa tanto se legittimata o meno dall'ONU e non importano tanto i motivi.
Chiunque sia obiettivo comprende e legge i perchè della guerra, le sue
conseguenze nell'immediato e in tempi lontani. Vi leggo invece una nuova
sconfitta dell'uomo, della sua intelligenza; della politica. Ogni guerra è una
sconfitta. Ogni guerra porta ulteriori motivi di futuri conflitti, disegna altre
ingiustizie sociali, emargina energie vive e positive della nostra società. Ogni
guerra è una sconfitta collettiva. Ogni guerra è ingiustizia. Mentre tutto questo
avviene nel mondo, Mountain Wilderness Italia, nel suo piccolo, prepara la
settimana di presidio in Marmolada. è un presidio che raccoglie quindici anni di
impegno. è un presidio che consolida un percorso di preoccupazioni e
denuncie, ma anche di proposte. È un presidio che urla a voce alta la necessità
di un altro impegno, di un'altra vita, di un altro rapporto con le montagne, con
quanto ci circonda. È un presidio che chiede rispetto verso le diversità, verso
"l'altro". Scrivo ed invio questo diario parlando da Roma. Mentre aspsetto il
treno, il televisore sopra la mia testa trasmette una delle trasmissioni più
demenziali ed idiote che potessero venire ideate. Qui da Roma, la capitale
d'Italia parte un ponte verso la vetta più alta delle Dolomiti, la Marmolada, la
regina e madre. Un ponte ideale, un ponte di confronto, di dialogo, ma anche di
conflitto. Luigi Casanova
Com'è andata
9 giorni senza eliski

Un'informazione diffusa su tutto il territorio nazionale con la Marmolada


ritornata Regina delle Dolomiti
Una lettura ampia di valori della montagna che si stavano perdendo: silenzio,
armonia, dolcezza, la protezione della fauna selvatica, il ricordo della grande
guerra, l'alpinismo come vero amore per i monti, il dovere della conservazione
dei monumenti naturali del mondo
Sul sito internet aperto appositamente dalla associazione (www.tendagialla.it)
abbiamo registrato oltre 500 diversi passaggi
Interviste con decine di radio e televisioni nazionali e locali, l'interessamento
della stampa regionale e nazionale
Abbiamo ricevuto la solidarietà di associazioni alpinistiche, di movimenti
ambientalisti austriaci e tedeschi, di tutto l'ambientalismo italiano che fa
riferimento a CIPRA (Commissione Internazionale per la protezione delle Alpi).
La redazione di un documento ufficiale "il patto per la Marmolada", cui hanno
partecipato entrambe le provincie di competenza (Trento e Belluno), i comuni
di Canazei e Rocca Pietore, il CAI, l'istituto culturale Ladino di Fassa e
l'associazione albergatori alta valle di Fassa in cui e' chiaramente sancita la
fine dell'eliski, la necessità di riqualificare paesaggisticamente gli attuali
impianti presenti sul ghiacciaio e la necessità di un approfondito studio di
impatto ambientale per la pratica dello sci estivo.

Documento: La scommessa della Marmolada


Molti alpinisti, appassionati di montagna e osservatori in genere, non
compresero lo spirito di iniziative ambientali a carattere provocatorio, come
quella sul Monte Bianco del 16 agosto 1988. Non avevano riconosciuto il valore
simbolico di quella dimo-strazione e la qualificarono un'utopia. Mountain
Wilderness non si ribellò a quella condanna, anzi ribadì che la provoca-zione ha
sempre accenti utopici.
Quelle persone in-vece considerarono di buon occhio e di buon grado l'altra
azione estiva del 1988, quella della Marmolada.
Dalla dirigenza di Mountain Wilderness questo era stato previsto: fu infatti
volutamente approvato per la stessa estate un programma con due azioni
diverse: una simbolica e di rottura provocatoria, l'altra più inserita nel
benpensare comune. Nessuno infatti giudicò male la nostra iniziativa di ripuli-re
la Marmolada.
Questo genere di azioni non era certo una novità: per anni e anni c'erano state
iniziative varie (del CAI, dei boy-scout ecc.), nelle più disparate zone montuose:
non eravamo i primi e non saremmo stati gli ultimi. Siamo però dell'opinione
che ripulire le montagne non risolva il vero problema, a volte pensiamo perfino
che la presenza degli spazzini delle Al-pi incoraggi lo spargimento di pattume.
Le immondizie sono un sintomo, non una causa. A monte di esse c'è una
cattiva utilizza-zione della montagna, un "uso" sempre più protervo e rapinato-
re e sempre meno ricco d'Uomo e di Natura. Per la legge i responsabili di
questo sono i frequentatori della montagna, gli operatori turistici e i gestori
delle strutture: ma il vero responsabile è l'insieme di ciò che chiamiamo
Cultura.
Le informazioni di Maurizio Giordani sullo stato miserando della Parete Sud e
del Ghiacciaio della Marmolada si erano non solo rive-late tragicamente esatte:
in alcuni casi il degrado che si venne poi a scoprire assomigliava ad un cancro
a prima vista insospet-tabile. All'inizio, il luglio 1988, ci fu la raccolta lattine al
Passo Ombretta.
Al Bivacco Dal Bianco 2727 m, con i volontari riempimmo 43 sacchi di barattoli:
in vent'anni quel bivacco era diventato una pattumiera senza una vera utilità.
Un foglietto dattiloscritto, appeso sull'interno della porta e firmato dall'allora
presidente del Club Alpino Accademico Italiano, Ugo di Vallepiana, pregava "i
Signori Alpinisti ed Escursionisti" di "gettare i propri rifiuti nel canalone ad
ovest"! Naturalmente questo canalone, di scomodo accesso, era pulito: i rifiuti
erano ad est, nel canaletto proprio sotto alla porta! In seguito facemmo una
proposta, quella di spostare il bivacco ac-canto al Rifugio Falier, a mo' di
ricovero invernale. Ma non vi fu mai dato seguito in sede competente.
La colpa di quel degrado era unicamente degli anonimi visitatori, i cosiddetti
appassionati di montagna: e nessuno potrà mai incol-parli di niente. Lungo il
sentiero tra il Rifugio Falier 2074 m e il Passo Ombretta 2702 m, in altre date,
furono raccolti 40 sacchi. Sotto alla Parete Sud, a una quota variabile tra i 2600
e 2750 m, e precisamente nei pressi degli attacchi delle vie Gogna, Messner e
Tempi Moderni, il 31 luglio ne riempimmo altri 60.
Qui la responsabilità, a giudicare dalla tipologia del barattolo, era da attribuire
in buona parte ai resti della prima guerra mondiale e in minima parte agli
arrampicatori. Il resto era dovuto alle discariche (solo recentemente impedite e
poi risolte) della Capanna Punta Penìa, un piccolo ri-fugio sulla vetta della
Marmolada 3343 m. Il materiale fu raccolto grazie solo ad una decina di
volontari, per un totale effettivo di circa 25 giornate-uomo, con la
coordinazione di Gianfranco Sperotto.
I 143 sacchi furono evacuati il 3 ottobre dello stesso anno con l'aiuto dell'eli-
cottero dei VVFF di Trento. Ma, come tutti sapevano, l'inquinamento maggiore
era attribuibile alle funivie. Sapevamo che per anni dalla stazione terminale
(Stazione di Punta Rocca 3250 m) un'enorme quantità di materiale era stato
getta-to nel vuoto dei 900 metri della Parete Sud. Ancora prima in L'Avventura
Alpinismo, Reinhold Messner raccontava come nel 1967 egli fosse salito con
due compagni per la via dell'Ideale, aperta da Armando Aste e Franco Solina
nel 1964. Gli altoatesini fecero una variante finale che non era altro che lo
scarico dell'ora smantellato Rifugio Dallago. Nello stesso punto, poco tempo
dopo, fu costruita la Stazione Punta Rocca e in quel momento si ebbe la
discarica di materiali da costruzione più alta delle Alpi. Nel 1982 Igor Koller,
primo salitore della via del Pesce, scrisse che durante l'ascensione fu sfiorato
da una "valanga", composta da un tron-cone di tre metri e da altri materiali
(Der Bergsteiger 9/1982). È del 1986 una foto di Giordani che mostra l'uscita
della variante Messner completamente colma di rifiuti solidi ingombranti. Ma
nel 1987, per via delle prime esperienze giudiziarie, la gestione delle funivie si
affrettò a fare una sommaria pulizia, semplicemente gettando giù tutto ciò che
ostruiva l'uscita. Ma non basta. Durante tutti quegli anni, sempre lungo la linea
della via dell'Idea-le, si era creata una visibilissima striscia marrone, alta circa
800 metri e larga 10-15. Rifiuti organici? Anche, ma sopratutto liquidi oleosi per
la manutenzione dei motori (siti appunto a monte dell'impianto, nella Stazione
Punta Rocca). Ogni giorno avveniva uno scarico in parete di circa 150 litri di
liquido, con partenza da un tubo ben visibile da chiunque. Il 23 luglio 1988, con
Giordani, Rosanna Manfrini, Giusto Callegari, Paolo Leoni e Graziano Maffei,
salimmo la via dell'Ideale con uscita Mariacher. Facemmo due docce al gasolio
e altre sostanze e potemmo osservare, documentandolo, il getto quotidiano.
Pochi giorni dopo Mountain Wilderness riuscì ad avere la col-laborazione della
Guardia di Finanza: quindici uomini ripulirono integralmente la variante
Messner, tramite una calata di 160 me-tri. Ma il getto di liquami ed oli esausti
continuava quotidiano. Si era perciò cominciato ad affrontare il problema, ciò
nono-stante eravamo ancora ben lontani da un'apparenza di dignità. Alla base
della via dell'Ideale la discarica era ancora intatta: ci voleva altro che un pugno
di giovani volontari per ripulire quel canaletto ghiaioso dalle sue ingombranti
macerie. Serviva il lavoro di una squadra di operai per parecchi giorni e l'aiuto
dell'elicottero. Mountain Wilderness aveva ripulito quanto era in suo potere e
cioè la sporcizia di alpinisti ed escursionisti. Il resto avrebbe dovuto essere
compiuto dai responsabili dell'inquinamento. Ma vediamo da vicino cosa
emerse durante l'estate 1988, al di là del-la già nota discarica dalla Parete Sud.
Ghiacciaio della Marmolada. Grazie all'abbondante documentazione fotografica
dei mucchi di spazzatura rovesciati dai gatti delle nevi, e grazie alle calate nei
crepacci che rivelarono quanto sconvolgente fosse il loro interno, Mountain
Wilderness rivolse una precisa accusa contro chi, per il divertimento di pochi
sciatori estivi e uno sbandierato ma dubbio vantaggio economico per la valle,
contribuiva (ed ancora oggi lo fa) ad un deci-sivo e galoppante ritiro del
ghiacciaio. Nella conca glaciale racchiusa tra la Marmolada di Rocca 3309 m e
la Forcella Seràuta 2878 m ancora oggi si scia d'estate. La neve è martoriata
quotidianamente da due gatti che la ribaltano, la im-pastano, la spruzzano: la
pappa che ne risulta non può che scio-gliersi con celerità. I cristalli si
trasformano molto più velocemente di quanto non accada se lasciati stare nel
normale accumulo e riposo. I resti di skilift in disuso erano abbandonati in
luogo e così pu-trelle, blocchi di cemento, ringhiere, tettoie. E accenniamo solo
agli sbancamenti insensati fatti per ricavare piste sciistiche sempre più veloci e
sempre più equalizzate. Grazie ad una denuncia di un ex-operaio delle funivie
si era venuti a sapere della pratica, poi interrotta dai carabinieri, di gettare
verso fine agosto di ogni anno tonnellate di strisce di polietilene espanso nei
crepacci, in modo da poterli riempire più facilmente con la neve di riporto che i
gatti prelevavano dai bacini di accumulo naturale (le riserve del ghiacciaio) e
rendere possibile quindi la continuazione anche in settembre dello sci estivo.
Per la verità, nelle nostre ricognizioni del 10 settembre 1988 e 11 settembre
1991, non trovammo traccia nei crepacci di quel materiale, che le funivie si
procuravano in una discarica di Bolzano. Ne rinvenimmo solo qualche quintale,
ancora chiuso nei sacconi neri di plastica, depositato a monte della galleria di
collegamento tra la pista di sci e la Stazione Seràuta. Probabilmente il
movimento dei ghiacci aveva completamente macerato il tenero materiale
plastico a strisce grige. Vallone di Antermoia. Dalla Stazione intermedia
Seràuta, durante la costruzione dell'impianto, vi fu uno spargimento di rifiuti
edili lungo l'in-tero vallone (3 kmq) racchiuso tra Punta e Piz Seràuta. Il Vallone
d'Antermoia era infatti letteralmente tappezzato di ri-fiuti: dove prima avrebbe
potuto essere fatto un bellissimo sentiero, ricavandone una specie di museo
bellico a cielo aperto, perché in una zona tra le più ricche di residui in quanto a
più alta densità di combattimenti, allora si sarebbe potuto fare solo il "trekking
delle discariche". Dal self service della Stazione Seràuta colavano i liquami di
sca-rico tramite un tubo di gomma di qualche decina di metri. Il tutto, non
depurato e a dispetto dei regolamenti vigenti, da ormai 20 anni si spandeva nel
vallone. Intere funi di acciaio, fino a cento metri di lunghezza, erano ab-
bandonate nelle ghiaia e così, in gran quantità, fusti vuoti di combustibile,
bombole di gas ed altro. Canalone sotto la Prima Stazione (Banc del Gigio). Un
profondo colatoio nella roccia, visibile solo da Ciamp d'Arei vicino a Malga
Ciapela e immediatamente sottostante la Prima Stazione (il Banc del Gigio
2311 m), era stato scelto dal-la Funivia come discarica occulta. Questo
canalone, chiamato anch'esso «del Gigio», ha un dislivello di 276 metri ed è
largo in genere dai due ai cinque metri. La sua esposizione è NNE. Situato sulla
destra idrografica del Vallone d'Antermoia, è ubicato proprio alla fine di questo,
poco prima dell'orlo del grande salto roccioso che divide appunto il Vallone
d'Antermoia dalla Val d'Arei (carrozzabile Passo di Fedaia - Malga Ciapela).
Ricordo che lo osservai da Ciamp d'Arei un pomeriggio, ed ebbi subito il
sospetto di come fosse stato utilizzato. L'11 settembre 1988, assieme ad un
gruppetto di volontari, iniziai a risalire questo canalone. Eravamo appena
#3333CCuci dalla discesa del Vallone d'Antermoia, nauseati da tanta
raccapricciante devastazione. Non sapevamo che il peggio dovevamo ancora
incontrarlo. Il Canalone del Gigio alla sua base (posta a 2055 m) era un solo
accumulo di macerie e rifiuti grossi, assieme a migliaia di lattine sparse. Per
tutto il suo sviluppo era ingombro di solidi e rifiuti di ogni tipo, fino ad uno
spessore di più di un metro. Vi fi-gurava pure una buona camionata di quel
polietilene espanso che tanto era stato cercato, anche dai carabinieri, in
precedenza. Giunti più o meno a metà del dislivello, giudicai troppo pericolosa
la prosecuzione in quell'antro infernale: la nostra arrampicata su reti
metalliche, lamiere ed altro rischiava di provocare una frana di rifiuti su di noi.
Così decidemmo di scendere a corda doppia, non prima di aver documentato lo
scempio. Qualche giorno dopo, il 14 settembre, tornammo, questa volta decisi
a scendere il canalone dall'alto e con una serie di corde statiche. La squadra
era composta da Reinhold Messner, Roland Losso, Giuseppe Miotti e da me:
con noi scesero pure i giornalisti Leonardo Bizzaro e Marco Benedetti. La
seconda visita confermò la prima: l'ingombro era totale, un'ininterrotta
discarica presumibilmente di 290-300 metri di lunghezza, con forte pendenza e
con qualche raro salto verticale. Per la sua pericolosità e difficile accessibilità,
giudicai la bonifica di quel luogo la più grande impresa possibile (o forse
impossibile) nel campo delle azioni ambientali in montagna. E fu in
quell'occasione che giurai a me stesso che un giorno quel canalone sarebbe
stato interamente ripulito. Intanto il clima era davvero diventato rovente. Una
buona parte della popolazione valligiana ci era contro: mentre la sera del 14
settembre, quando, presente Messner, denunciammo in una sala di Canazei la
situazione, l'accoglienza fu f#3333CCdina ma tollerante, la sera del giorno
dopo, a Rocca Piétore, i carabinieri fecero fatica a proteggerci.
Sostanzialmente, a Canazei pensavano che tutto ciò non fosse affare loro; a
Rocca Piétore invece si sentivano danneggiati e temevano un contraccolpo
delle presenze turistiche. Nell'ottobre 1988, a conclusione dell'operazione
Marmolada, durante un processo per diffamazione intentato dalla gestione
delle funivie al giornalista Giordano De Biasio e ad altri due suoi colleghi che si
erano occupati del caso, i testimoni di Mountain Wilderness ac-cusarono i
responsabili della Società Funivie Tofana Marmolada SpA di aver provocato lo
scempio ventennale che ho appena finito di descrivere. L'Amministratore
venne condannato a un miliardo di lire di multa (da spendere per la bonifica) e
a 6 mesi di reclusione (con condizionale). Cessò lo scarico sulla Parete Sud e
iniziò un lungo braccio di ferro tra le USSL (poi ASL) e gli esercizi di ristorazione
degli impianti. Nel 2000 l'amministrazione trentina, definiti finalmente i
contrasti territoriali con Belluno, realizzò finalmente un'accurata bonifica
dell'intero ghiacciaio, con il giusto impiego di uomini e mezzi, senza badare a
spese. Nel frattempo, nell'ambito di un programma di risanamento avviato da
una rinnovata (e indubbiamente più avveduta) gestione delle funivie, nel 1999
e nel 2000 gli altri luoghi deturpati videro una prima revisione. Autori di queste
operazioni furono alcuni operai delle funivie, coordinati da Leo Olivotto (ex
direttore tecnico degli impianti) e da Attilio Bressan. Ma vi collaborarono anche
dei volontari e perfino squadre del corpo degli Alpini. Furono così ripuliti la base
della Parete Sud in corrispondenza dell'ex-discarica della via dell'Ideale e
naturalmente fu affrontato il Vallone d'Antermoia. Vista la mole del materiale
recuperato, una ventina di rotazioni di elicottero, il lavoro fu indubbiamente
accurato, anche se sappiamo purtroppo bene che solo dopo un po' di passaggi
il terreno ghiaioso permetterà una pulizia completa. In più il Vallone
d'Antermoia spesso e volentieri è invaso dalla neve residua dell'inverno e
questo certo ha impedito una pulizia totale. Per esempio, nell'estate 2001,
dopo una stagione invernale di abbondanti nevicate, non vi fu possibile alcuna
azione di recupero, per gli spessi nevai che ricoprivano le ghiaie anche
d'agosto e settembre. L'1 agosto 2001, Marco Preti, Mario Pinoli ed io,
scendemmo ancora una volta nel Canalone del Gigio per fare un film per una
possibile sponsorizzazione da parte della Luxottica, constatammo che il fondo
del canale era invaso da decine di metri cubi di neve residua che avrebbe
impedito qualunque asportazione di materiale sottostante. Inoltre, da alcuni
mozziconi di sigarette, ci accorgemmo che qualcuno era sceso nel canale, non
sappiamo se l'anno prima: probabilmente uomini del Soccorso Alpino. Questo
voleva dire che i tempi erano maturi: forse avevo la possibilità di vincere la
scommessa che avevo fatto con me stesso t#3333CCici anni prima. Era quello
il momento di avviare la lunga e costosa operazione di bonifica del Canalone
del Gigio. Quell'atto finale non sarebbe servito solo a dare lavoro agli
specialisti: sarebbe stato un primo passo, un esempio sopratutto per altre
strutture turi-stiche che, ben sappiamo, avevano fatto buona compagnia ai
misfatti della funivia del-la Marmolada. Luca Grigolli (della Tequila ProAd)
doveva darsi da fare e convincere la Luxottica che quella era davvero una
splendida iniziativa. Il 21 settembre, ad Agordo, ci fu la presentazione ufficiale
del progetto. Cominciava qui anche l'importante lavoro di Mario Pinoli (di
Montana srl), un'accurata tessitura di relazioni pubbliche e private che ci
avrebbe permesso di mandare avanti l'operazione: infatti i rapporti che
intercorrevano tra la gestione delle funivie, il comune di Rocca Piétore, la
provincia, Mountain Wilderness, il CAI, il Soccorso Alpino e tutti coloro che
avevano lavorato nel 1999 e 2000 erano così delicati da rischiare che il nostro
improvviso inserimento facesse saltare in aria le buone volontà di tutti. Solo
Mario "Richelieu" Pinoli poteva garantire il successo nella mediazione.

La bonifica del Canalone del Gigio

A fine giugno 2002 volevo sapere quanta neve residua era al fondo del
canalone. La bonifica era stata programmata di lì a qualche giorno e non
volevo andare inutilmente. Con i binocoli osservai la base del canale dal solito
Ciamp d'Arei e vidi che il nevaietto era proprio piccolo e ben distaccato dalle
pareti rocciose del canalone. Quindi tutto andava avanti come previsto. La
Luxottica ci aveva finanziato una quindicina di giorni di lavoro per quattro
persone. Secondo i miei calcoli sarebbe bastato. Assieme a Lorenzo Merlo,
guida alpina di Milano, e a Pascal van Duin, guida alpina di Mello in Valtellina,
avevamo passato parecchio tempo a pensare come agire. Calarsi in quel posto
comportava armonia, idee chiare. Diversamente ogni momento sarebbe stato
buono per alzare i rischi d'imprevisto. Si poteva ipotizzare un intervento
pesante, con tanto di cavo d'acciaio. Ma alla fine prevalse l'idea di scendere
leggeri, anche considerato che il canalone non dava spazio a tante persone
contemporaneamente. Sapevamo che già il semplice movimento di un singolo
metteva a rischio l'incolumità dei sottostanti, figuriamoci un singolo che
menava picconate. E questo sia a causa dell'instabilità dei rifiuti, sia a causa
della roccia talvolta friabile e della ghiaia onnipresente sul fondo. Le misure del
canalone, da me prese con il GPS nei primi giorni, confermavano una prudenza
davvero obbligatoria. La base del Canalone del Gigio era situata a 2055 m, 46°
26' 137 N di latitudine e 11° 53' 942 E di longitudine; l'inizio della discesa, nei
pressi della Stazione del Banc del Gigio, è situato a 2331 m, a 46° 26' 089 N di
latitudine e 11° 53' 860 E di longitudine. Il dislivello è quindi di 276 metri, lo
sviluppo esatto 298 m, con una pendenza media di 68°. Il 6 luglio 2002
arriviamo a Malga Ciapela: con noi è il quarto della squadra, il geologo e
alpinista Luca De Franco, già mio compagno nella bonifica del Ghiacciaio delle
Platigliole allo Stélvio nel 2001. Siamo ancora in tempo per prendere contatto
con il direttore tecnico delle funivie, Luciano Sorarù, e con il sindaco di Rocca
Piétore, Maurizio De Cassan. Il clima, rispetto al 1988, è davvero cambiato.
Entrambi ci confermano il sostegno totale all'iniziativa e, come già d'accordo
nei mesi precedenti, avremo dalle funivie aiuti tecnici e passaggi gratuiti. Il
giorno dopo, mentre Luca continua le prese di contatto, soprattutto per
garantire un corretto smaltimenti dei rifiuti che andremo a raccogliere, Pascal,
Lorenzo ed io saliamo in funivia al Banc per una prima ricognizione. Per loro il
canale è una totale novità e vorrei che fossimo in tre a controllare la tattica
della bonifica. La discesa si svolge senza incidenti, sfruttando e rinforzando gli
ancoraggi delle otto corde doppie necessarie. Per me è la quarta volta, ma i
due miei compagni sono allibiti di fronte al compito che ci attende: ma, senza
ulteriori commenti, raggiungiamo la base del canale. Qui passiamo tre ore ad
agg#3333CCire a picconate e a colpi di pala il nevaio che ostruisce il fondo:
cerchiamo di provocare il distacco di blocchi squadrati di neve dura, in modo
da poterli spingere e farli rotolare il più in basso possibile sul ghiaione, dove il
sole li scioglierà. Alla fine, con la schiena rotta, scendiamo per circa tre quarti
d'ora il sentierino di costruzione militare, a volte decisamente esposto, che
collega il fondo del Vallone d'Antermoia con il Ciamp d'Arei e Malga Ciapela
1449 m. La giornata è finita. L'8 luglio ci dividiamo: dalla stazione della funivia
Luca ed io scendiamo per un sentierino aereo, ripido e a volte un po' invaso dai
baranci, tracciato circa 35 anni fa in occasione della costruzione degli impianti.
Anche questo si chiama "del Banc del Gigio" e bisogna stare attenti a
percorrerlo, non tanto nel breve tratto attrezzato con un cavo metallico, quanto
sulle ripidissime pale erbose. Carichi come somari, la traccia ci porta una
cinquantina di metri sotto ai baranceti che sono ai piedi del conoide ghiaioso
alla base del Canalone del Gigio; qui si arriva perciò con un'ultima salita, per
cominciare subito una raccolta del materiale sparso sul ghiaione. Intanto Pascal
e Lorenzo salgono in funivia al Banc (Prima Stazione) per incominciare la pulizia
di grosso della prima sezione. Ci hanno concesso l'uso di una stanzetta in cui
scegliere di giorno in giorno i materiali che abbiamo depositato lì. Abbiamo le
radio, ma dopo un po' rinunciamo a chiamarci continuamente. Presto infatti,
noi che siamo alla base, impariamo a capire, dai rumori terrificanti che fa, di
che tipo è il materiale che precipita; per prevedere i rimbalzi e i tempi di
atterraggio nei nostri paraggi. Specialmente se si è proprio nel fondo del
canale, là dove la neve residua si sta sciogliendo, si è davvero esposti, come al
tiro al bersaglio. Se si è invece un po' più distanti, allora il rischio è di essere
colpiti da certe lamiere di zinco che addirittura sembrano volare mentre
sfuggono alla prigionia del canalone. Lorenzo e Pascal si stanno infatti
dedicando ai grossi rifiuti, tralasciando la prima parte in cui enormi quantità di
plastica, vetro e lattine sono praticamente sepolte da una coltre vegetale che li
ha ricoperti. Nel frattempo, data l'enorme quantità di legno presente,
decidiamo di farne delle cataste e di appiccarvi fuoco. Così la neve si scioglierà
ancora più in fretta. Un fumo denso si alza e s'infila ovviamente nel canalone,
che fa da camino. Uno spettacolo davvero infernale. Alle 17 smettiamo di
lavorare e scendiamo tutti insieme a Malga Ciapela, sempre per il solito
sentierino di guerra. Il giorno dopo ci sono poche varianti al programma.
Continua il grande lavoro di Lorenzo e Pascal, dissodare e spingere verso il
basso tonnellate di materiale, che in genere scende veloce per un tratto per poi
arenarsi una decina di metri sotto al primo mucchio che fa da diga. Il tutto
insieme alla ghiaia. Bisogna lavorare appesi alle corde, una alla volta. Poi si
scende un poco, si scava, si risale e si ricomincia da capo. Ogni tanto riescono
a buttare giù qualcosa di grosso e questo, nella sua caduta, riesce a trascinare
con sé altro materiale. In genere il rumore di fondo è una scala musicale con
echi provocata dai rimbalzi continuati di decine di barattoli. Al fondo, noi siamo
con le orecchie tese, e ci spacchiamo la schiena per radunare, a portata di
elicottero, il materiale raccolto nei sacchi. Il rogo era continuato per tutta la
notte, non abbiamo difficoltà a rifornirlo continuamente di assi marce e gelate.
Il fumo questa volta arriva a dare fastidio a Lorenzo e Pascal, che più volte ci
pregano per radio di smettere. Ma ormai non possiamo più spegnere nulla,
bisogna solo attendere che il legname si consumi. A metà pomeriggio,
improvvisamente per radio Lorenzo ci comunica che Pascal si è fatto male,
devono scendere subito. Sembra però che ce la faccia da solo. Con ansia li
aspettiamo, per poi vedere un sanguinante taglio proprio sopra l'occhio, già
medicato alla meglio e bendato. Proprio a metà canale, nello spingere un lungo
tubo idraulico per far leva su un enorme "tappo" di ferri rugginosi, putrelle,
rotaie, lamiere varie e cavi d'acciaio di variegata foggia e lunghezza, c'è una
coordinazione mancata tra Lorenzo e Pascal, combinata con la "giusta"
ondulazione della parte di tubo libero: ed ecco che il ritorno elastico del tubo lo
va a colpire con violenza. Pascal si accascia sul fondo di detriti putridi, la corda
lo tiene. Lui si tiene la testa. Qualche secondo di paura per Lorenzo che non lo
vede reagire. Poi, seppur molto dolorante e "stonato", Pascal si riprende. I due
iniziano a scendere. La giornata per oggi… è andata bene. Non sarà una cosa
grave, ma ci rende tutti pensierosi. La discesa a Malga Ciapela è silenziosa,
questa sera. Siamo tutti stanchi, scoraggiati dalla quantità di lavoro che ancora
ci attende. Il tempo per il momento tiene, ma se si mettesse a piovere? La sera
in albergo cerchiamo di non pensarci: e nel frattempo incontriamo finalmente il
forte Attilio Bressan, nei giorni prima non disponibile. Da domani sarà con noi a
lavorare. Bressan, ai tempi di Mountain Wilderness 1988, dopo una prima
collaborazione aveva pesantemente litigato col coordinatore Sperotto, per
motivi che non ho mai avuto modo di chiarire del tutto. E in ogni caso era ovvio
che a quel tempo noi fossimo visti come dei veri e propri intrusi rompicoglioni.
Poi, nel 1999 e nel 2000, Bressan si era dato molto da fare per realizzare le
bonifiche promosse dalla gestione delle funivie cui ho accennato prima. Attilio
si sarebbe rivelato una vera forza della natura: nonostante l'età non più così
verde non smetteva mai di lavorare, con uno spirito pratico ed un'esperienza
davvero ammirevoli. 10 luglio. Nel canalone stavolta scendiamo in tre, anche
se una persona in più fa aumentare il rischio. La mia presenza infatti è
necessaria per documentare fotograficamente la bonifica. Pascal è tranquillo,
ma non ha passato una buona notte. Il volto e la ferita gli dolgono ma non fa
parola. Fa f#3333CCdo, dalle pareti sgocciola acqua addosso a quelli che
stanno fermi in piedi e in posizione scomoda, chi lavora invece suda come una
bestia. Soprattutto difficile da sopportare è la sensazione di non vedere
progressi: è vero che ogni tanto qualcosa va giù fino in fondo, con un rumore
così forte e intenso da essere consolante, ma in genere il materiale scorre per
pochi metri per poi ammucchiarsi miseramente in cataste sempre più grandi,
sempre più faticose da sgombrare. Ore e ore per sbrogliare funi di metallo che
legano il resto in un ammasso senza risoluzione, ore e ore per dissodare una
lamiera: e pochi metri più sotto occorrerà fare le stesse cose sulle stesse funi e
sulle stesse lamiere. Dopo l'episodio di Pascal, pur avendo spessi guanti da
lavoro, abbiamo paura ugualmente di tagliarci, oppure di ferirci una caviglia
quando si fa leva per estrarre qualcosa. Ci sembra una condanna, eppure
l'abbiamo scelta noi. Alla base intanto vediamo agitarsi Attilio e Luca. Questa
mattina sono scesi veramente appesantiti per il sentierino del Banc, perché
hanno portato con loro due reti da elicottero a testa, in modo da poter disporre
finalmente i carichi per l'elicottero.I rifiuti sono sparsi non solo sul ghiaione, ma
fino a 200 metri distante nei baranci, ormai semiseppelliti dalla vegetazione.
Occorre setacciare la zona, reperire il materiale, dissodarlo e trascinarlo ai
carichi previsti. La variante serale è che siamo in cinque a scendere il
sentierino, ma siamo così stanchi da non fare quasi neppure una battuta di
spirito. Solo la birra al Bar del Gigio ci tira su di morale. Il giorno dopo, stessa
storia. Scendo ancora nel canalone, perché voglio aiutarli un poco e fare altre
foto che il giorno prima non avevo pensato di fare. L'osso più duro di tutti si
rivela essere un tratto più o meno a metà: qui il canale è privo di salti verticali,
il materiale si è ammassato in modo preoccupante, lo sgombero è lentissimo.
Due lunghe curve di rotaia, circa 7-8 metri sono una non metaforica spina nei
fianchi del canalone: non scivolano giù che pochi metri e trattengono molto
bene ogni detrito che le incontra. Più sotto, in corrispondenza di un anfratto, il
giorno prima avevamo lasciato del materiale da lavoro (sacconi, corde,
mazzette, chiodi, spezzoni, piccone, pala, seghetto, leverino): facciamo fatica a
trovarne alcuni, perché nel frattempo il livello di detriti è salito di più di un
metro, ed è stato tutto seppellito! Appena ho finito il mio compito scendo
velocemente da Attilio e Luca, per aiutarli a preparare i carichi. Le prime
rotazioni d'elicottero sono infatti previste per domani. Ormai la caduta di
materiale è davvero pericolosa per chi sta sotto. Si può lavorare un minuto, poi
scappare per il minuto dopo. Meglio perciò essere in tre. Il legno accatastato
intanto ha assunto proporzioni gigantesche, quindi, approfittando di un po' di
vento, non resisto alla tentazione di appiccare ancora fuoco… Questa volta il
fumo si disperde e non dà fastidio ai poveretti del canalone. A fine pomeriggio
ci ritroviamo tutti al Bar del Gigio, dove, più allegri del solito, sperimentiamo le
birre con variante all'anice. Al terzo giro tutti e cinque siamo assolutamente
alticci, e ci ripromettiamo di riprendere altre volte questa splendida bibita,
ringraziando Attilio per questo nuovo suggerimento della tradizione valligiana.
12 luglio, ancora bel tempo, siamo davvero fortunati. In compenso Lorenzo e
Pascal cominciano a dare segni di qualche stanchezza. Decido di scendere
ancora con loro, in modo da alternarci al lavoro più frequentemente. La pulizia
è ormai senza storia, anche se ogni lamiera, ogni trave, ogni fune ha la sua
storia di lotte, di bestemmie. La sfida è per ogni oggetto diversa. In tre
riusciamo a spedire nell'abisso una quantità di roba davvero confortante: i
pezzi grossi sono rari e con la caduta di solo materiale piccolo, siamo sicuri che
sotto possono continuare a lavorare. Oggi ad aiutarli è con loro anche Leo
Olivotto. Quando arriva l'elicottero, sono sotto anch'io. Deposita a terra il
tecnico con una manovra a dir poco ardita, in pochi minuti ritorna e incomincia
la corvée. Dopo mezz'ora è tutto finito. Non ci sembra reale che una prima
parte di lavoro si sia davvero realizzata. Mi precipito in basso per il sentiero
militare per poter documentare l'ammasso recuperato e lasciato dall'elicottero
al Passo Fedaia dopo una decina di rotazioni, prima che il camion dello
smaltimento, munito di gru, porti via tutto. Ed è a cuore più leggero che ancora
una volta ci ritroviamo assieme al bar. 13 luglio. Scendo con Luca con altre reti
per il sentierino del Banc, ma poi risalgo il canalone usando la corda fissa che
mi hanno lanciato Pascal e Lorenzo dall'alto. Lavoriamo ancora in tre, ormai
con molta coordinazione. Ci siamo davvero organizzati ed è difficile che si
verifichino lunghi tempi morti per qualcuno dei tre. C'è sempre qualche
manovra che si può fare assieme ad un'altra, perciò non stiamo mai fermi. E il
lavoro comincia a vedersi. La metà superiore del canale si può definire pulita, i
frammenti di plastica e i barattoli di latta più piccoli ancora seppelliti e invisibili
nella ghiaia verranno pian piano espulsi negli anni, la natura farà ancora una
volta il suo dovere. Perciò è nella metà inferiore che ci concentriamo, gasati
dall'aver visto la luce alla fine del tunnel. Sotto, Luca è da solo, Attilio oggi non
ha potuto venire. 14 luglio, domenica. Il tempo è assai minaccioso. Faccio un
salto veloce al Rifugio Castiglioni al Lago di Fedaia, da dove so che stanno per
partire i ragazzi di Mountain Wilderness: la loro meta è la vetta a piedi da lì, per
sottolineare ancora una volta che il problema della Marmolada e della sua
gestione generale è ancora ben vivo e occorre vigilare perché non si realizzino
progetti che nulla hanno a che fare con l'attenzione all'ambiente e con il
turismo sostenibile. Alle 9 sono già in funivia per raggiungere i miei compagni.
Luca oggi scende con Lorenzo e Pascal, in modo da fare anche lui il suo "giro
turistico", almeno una volta. Attilio ed io lo incontreremo già alle 10, alla base
del canalone, pronto a ricominciare. Per fortuna non piove: fa f#3333CCdo, ma
il vento è riuscito a spazzare via il pericolo d'acqua. Anche oggi possiamo
lavorare tutto il giorno e concluderlo degnamente al solito bar. 15 luglio.
Torniamo a rivedere l'arcata sopraccigliare di Pascal, priva di benda. Piuttosto
che scendere ancora una volta per il "maledetto" sentierino del Banc, Luca
preferisce scendere carico di reti per il canalone. E mentre Pascal e Lorenzo
riprendono la loro odissea, Attilio ed io ci dedichiamo ad un altro compito, la
pulizia di fino della parte alta. Come ho già detto in precedenza l'inizio del
canale è caratterizzato da un ripido pendio erboso, inframmezzato da un
risalto. Qui, negli anni, i sacchi di spazzatura si sono trasformati in "cotica".
Non vogliamo ovviamente rovinare il "maquillage" della natura, soltanto
asportare ciò che di visibile c'è ancora. Qui stiamo parlando di tonnellate di
sacchi neri sui quali è cresciuta l'erba. Poco sotto il primo salto verticale, un
vero e proprio "pozzo" speleologico, l'antro si dischiude a campana e su una
cengia laterale si sono depositati quintali di roba assai minuta. È lì che scendo,
in verticale dal piazzale di manovra sito proprio sotto alla Stazione. Io raccolgo
il materiale, Attilio lo tira su. Dobbiamo stare attenti, perché sotto di me, ma a
portata di sassi, stanno lavorando Lorenzo e Pascal. Allorché ho finito, risalgo a
jumar la campana e il pozzo. E invece di andare al bar, Attilio ed io scendiamo
ancora per il sentierino del Banc, per aiutare Luca a fare altri carichi. Alla fine
del pomeriggio comincia a piovere, scendiamo tutti sotto l'acqua. So che le
previsioni per il domani non sono confortanti. 16 luglio. Alla mattina, grande
fermento alle funivie, per la visita di ben due vescovi (Belluno e Trento): c'è
anche tanta gente in più del solito. Però sta per piovere, saliamo ugualmente.
Lorenzo e Pascal, coraggiosi, iniziano la discesa nel canalone: di per sé già
poco attraente, un buco senza ombre da immaginare oggi con un temporale di
acqua, sassi e fulmini. Ma alla fine tutto è inutile e devono scendere veloci alla
base, bagnati fradici, e da lì a valle. Anche per noi, e per il nostro previsto
lavoro di fino, nulla da fare. Ci ritroviamo tutti a visitare gli interessanti impianti
della centrale elettrica di Malga Ciapela. E per oggi si chiude lì. 17 luglio. Il
tempo ci dà tregua. Luca, Attilio ed io siamo ben decisi a bonificare il famoso
prato iniziale; Lorenzo e Pascal scendono per l'undicesima volta nel canalone.
Approfittando di una piccola teleferica di servizio della funivia, Attilio si piazza
proprio sulla verticale del prato, mentre Luca ed io gli mandiamo su una
ventina di sacchi della spazzatura belli carichi: sembra facile a dirsi, in realtà è
solo con la forza delle bestemmie che i sacconi riescono a disincastrarsi dagli
intoppi che incontrano ogni due o tre metri. Impieghiamo tutta la mattina, e
alla fine non siamo così soddisfatti. Più si scava, più materiale appare. Ci
convinciamo che sarebbe controproducente disfare un lavoro che la natura così
pazientemente ha fatto. E così, dopo aver racimolato solo ciò che era ancora
visibile, abbandoniamo l'ambizioso progetto di estirpazione totale del bubbone.
Mentre siamo riuniti sul piazzaletto di servizio, dal basso la ricetrasmittente ci
segnala un altro incidente. Nel gracchiare della radio, appare evidente che
questa volta è più serio. Lorenzo è stato colpito ad una mano da un sasso.
Pascal lo medica, poi, dopo aver srotolato la fissa per la discesa, lo cala fino
alla base. Intanto scendo anch'io nel canalone, per fare da secondo a Pascal e
continuare a lavorare. Attilio scende il sentierino del Banc per operare alla base
e infine Luca scende in funivia per andare incontro a Lorenzo e portarlo in
ospedale. Ci ritroviamo tutti alla sera, Lorenzo sta bene, gli hanno solo dato
qualche punto. Ma è sicuro che domani non potrà scendere nel canalone,
perché è prevedibile una mano gonfia come un pallone. 18 luglio. Le bizze del
tempo ci hanno consigliato di anticipare di un giorno l'arrivo dell'elicottero per
terminare il lavoro. Lorenzo ha passato una notte d'inferno, ma scenderà
comunque per il sentierino del Banc assieme a Luca, Leo e Attilio, per dare loro
una mano (nel senso letterale della parola). Io scendo il canalone con Pascal,
per dare la botta definitiva: sappiamo infatti che sarà l'ultima volta. Deve
esserlo. C'impegnamo infatti al massimo. Quando arriviamo al luogo
dell'incidente di ieri, è davvero impressionante. In mezzo a grandi macchie di
sangue, troneggia il guanto giallo da lavoro abbandonato lì, tolto dalla mano
colpita e anch'esso insanguinato. Mi domando se quello che stiamo facendo ha
ancora un senso. Poi riprendiamo il lavoro, con un accanimento che ha
dell'insensato. Dopo anni e anni io sto vedendo la fine di quest'avventura della
volontà, Pascal ha deciso di farla finita una volta per tutte. La sua rabbia, dopo
questi giorni di follia, è pari alla mia. Non c'è più un movimento che non
facciamo senza un mugolio, senza stringere i denti e un'imprecazione a mezza
voce. Sotto il lavoro è altrettanto febbrile, le due squadre sono assai vicine:
praticamente noi stiamo lavorando a non più di 40 metri da loro, è facile capirsi
e non utilizziamo neanche le radio ricetrasmittenti. Alla fine siamo tutti al
fondo, cercando di trascinare un po' più all'aperto il mucchione di materiale,
per fare gli ultimi carichi. L'elicottero arriva sul tardi ma svolge il suo lavoro
egregiamente. C'è perfino il sole, io sono felice, è davvero finita. Ci concediamo
perfino una rotazione solo per il nostro ritorno, per ritrovarci tutti dopo pochi
minuti al bar del Passo di Fedaia. Festeggiamo. Anche Leo Olivotto, l'ex-
direttore degli impianti, è contento. Mi sembra si sia tolto un peso dal cuore.
Girano le "ombre" di vino, è un momento davvero magico in cui sembra che il
mondo cittadino e quello valligiano possano essere la stessa cosa gioiosa. Per il
domani è prevista un'ultima capatina di Luca e Pascal nel canalone, per il
recupero del materiale tecnico, cioè corde, chiodi, cordini, sacchi: ma già da
stasera sappiamo che tutto è finito. Anche se alla base rimane da appiccare il
fuoco all'ultima catasta di legname, un compito che ho affidato ad Attilio e che
lui svolgerà appena possibile.

Conclusione
I numeri finali sono, con buona approssimazione, i seguenti. Sono stati raccolti
13.225 kg di materiale, di cui 50 di lattine di alluminio, 500 di barattoli, 3.990
di lamiere di zinco, 200 di tubi di fogna, 225 di plastica, 10 di cavi elettrici, 200
di tubi di zinco, 8.050 di ferro. Sono stati inoltre dati alle fiamme 24.000 kg
circa di legname altrimenti inutilizzabile. Queste cifre non rendono la minima
giustizia a quello che è stato il lavoro necessario, prima alla denuncia, poi alla
ricerca sponsor, poi alla bonifica. Se io dovessi trarre la mia soddisfazione solo
dalle cifre, non sarei per nulla contento. Ciò che invece mi fa camminare a
mezzo metro da terra è l'aver incontrato uno spirito di gruppo, una voglia di
fare come raramente mi era capitato, neppure nelle spedizioni extraeuropee.
L'aver fatto amicizia con Attilio è stata una delle cose più belle in tanti anni di
montagna. Certo, le cose bisogna farle, realizzarle. Questo vuol dire un sogno
di meno e una certezza in più. Per qualche motivo che ignoro, la Luxottica non
ha voluto fare nulla per "comunicare" l'evento: si è limitata a mantenere la sua
promessa, senza volere nulla in cambio. Ma anche codesta è una questione di
"stile".

Alessandro Gogna

Documento: Ghiaccio: tra fantasia e realtà


La piccozza entra nel ghiaccio. Schizzi argentati volano nell'aria.
I polpacci sono tesi.
La tensione dei primi passi si attenua mentre salgo,
il mio progredire diventa sempre più armonico con la montagna.
Non sento più la fatica, ho solo voglia di salire.
Ho la percezione di essere entrato nella parete: siamo una cosa sola.
Ricordo di un vecchio che con la sua fantasia mi trasportava, già bambino su
queste grandi montagne.
Su, su fino ai grandi ghiacciai.

Fausto De Stefani
Documento: Il canto della Marmolada
Questo racconto è dedicato alle nostre genti, alla parte "femminile e selvatica"
che è in loro, che è contatto profondo e creativo con l' abbondanza della natura
e con il suo mistero.
Rosalya era un antico nome ladino della Marmolada.
Questo racconto è un umile atto d'amore per la Regina delle nostre montagne
e per l'arcipelago delle Dolomiti: che l'uomo rispetti ciò che milioni di anni di
evoluzione hanno creato.
Il giovane geologo aveva un bagaglio pieno di conoscenza. All' alba
s'incamminò per il sentiero: era forte, agile, veloce. Il suo passo sicuro lo
faceva procedere rapido e nervoso.
A tutto sapeva dare un nome e un perché e come tutti gli uomini fanno
misurava il mondo e sé stesso e la montagna con un criterio di quantità: le ore
di cammino, il dislivello, la quota della neve, le specie animali incontrate.
Davanti a lui la Marmolada, Regina delle Dolomiti. Quel giorno avrebbe
compiuto un'impresa solitaria: avrebbe scalato la parete difficile per una via
nuova; ne pregustava i passaggi complessi, la tecnica.
Mentre camminava, quasi correva, con lo sguardo avvolgeva rapidamente ogni
dettaglio, ogni particolare. Sulle sue labbra affioravano i nomi, delle rocce, dei
grandi alpinisti prima di lui, le date delle importanti ascensioni; saliva
respirando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino e conquistava quota.
Il giovane geologo, con la sua scienza, con il suo alpinismo di quantità
dominava la montagna, come gli uomini fanno e aspirava a dominare il suo
mondo ma gli sfuggiva la intima bellezza delle cose, non ne coglieva nel
profondo l'eterna promessa di abbondanza e di vita.
I monti pallidi per lui erano una sfida emozionante per il corpo e per la mente,
erano strati di filladi, micascisti, arenarie, quarzi, molluschi e calcare; erano
milioni di anni di mare che muta e corrode, di eruzioni vulcaniche, di fiumi e
lagune calde, di pioggia di sali.
Erano un meraviglioso spettacolo naturale, da attraversare con la mente, da
sperimentare con picozza e ramponi. Il sussurro veloce del volo di un rondone
lo distolse dai suoi pensieri, sorrise e si fermò, abbassò lo sguardo, c'era una
grande pietra che faceva ombra a un giaciglio di muschio; calò lo zaino e si
sedette a riposare.
Era salito con buon ritmo, aveva tempo. Notò allora una piccola dorata lumaca
che adagio adagio saliva sullo zaino.
Quel movimento lento lo attirava, rimase a guardare il buffo animale fino a che
arrivò alla tasca sopra lo zaino e lì rimase. In quella tasca c'era la cartina della
montagna, la estrasse e la aprì. Il vento ottusamente la piegava, con i suoi
codici e i suoi colori, pensò, era solo una mimesi di quel luogo incredibile,
poteva decifrarlo, non conoscerlo.
Ripiegò la cartina e socchiuse gli occhi abbagliato dal sole e cadde in un sonno
profondo. In sogno gli apparve una fanciulla selvatica, dolce e vitale, con lunghi
capelli di grano.
La sua pelle, i suoi capelli intrappolavano la luce del sole. Lui si alzò e la seguì.
Dal suo petto la fanciulla sorridendo senza parlare iniziò un canto che era per il
giovane potente e pauroso.
Camminavano per pendii e prati, per rocce e ruscelli, luoghi non nuovi ma ora
improvvisamente eloquenti perché tutto era toccato dal canto. Il suono
melodioso e potente toccava le corolle dei fiori, gli steli d'erba, le gocce di
rugiada appese tra i mughi, le pietre grigie e chiare, le guglie su in alto e
perfino le nuvole.
Cose, animali, piante erano scossi e rispondevano al canto di un' eco intensa e
misteriosa. Il giovane geologo era turbato, ora questa natura evocava sé
stessa.
Poi la fanciulla smise di cantare e si sedette in cima al sentiero, al limite della
neve. Infilò i piedi nudi nel candido, gelido manto e allegramente cominciò a
intrecciare i suoi bei capelli e ne lasciava volare qualcuno nel vento.
Quando i capelli cadevano nella neve misteriosamente in quel punto fiorivano
gialli fiori di arnica. Il giovane geologo era incantato e non cercava una
spiegazione, solo assorbiva quella energia vitale diffusa.
Rosalya sorrise e disse al giovane solo poche parole: "Io sono la voce della
natura, ascoltala. Essa è generosa, luminosa abbondanza ma solo per chi ama
ogni cosa, cammina lento, rispetta questa ricchezza e i suoi misteri.
Non chiedere il mio nome. Non desiderare di domarmi. Accetta il mistero. Ti
lascio; ti faccio dono del potere eterno di luna e sole." Si alzò e cantando risalì il
ghiacciaio a piedi nudi, danzando lentamente; non aveva bisogno di nulla per
farlo.
Là dove era stata seduta rimase un mazzo di stelle alpine: il suo raro e prezioso
dono dall'abbondanza della natura, per lui. In quel punto del sogno il giovane si
svegliò, il sole aveva girato oltre la linea del mezzodì; aveva dormito
profondamente.
Stirò i muscoli indolenziti, incrociò le gambe e levò gli occhi al cielo; era
profondamente scosso, cercò i fiori di arnica, le stelle alpine, le impronte di
piedi leggiadri nella neve: non vi era nulla.
Non provava più alcun desiderio di superare un limite, di definire lo spazio e gli
eventi. Riprese il cammino lentamente. La lumaca era sempre sopra il suo
zaino.
Arrivò ai piedi della sua parete e incominciò a prepararsi per l'ascesa; non
sarebbe stata un'impresa o una conquista; sarebbe stato un viaggio e così fu.
Scalò la parete in un tempo dilatato ferendosi gli occhi per guardare il sole
sopra di lui; incontrò sé stesso nella lentezza.
Poi ridiscese felice e stanco e si incamminò verso valle ormai sotto le stelle
luminose della sera.
Era un uomo, il giovane geologo e le ferite sulle mani impresse dalla nuda
roccia erano un patto di amore e rispetto per la montagna e il creato.

Documento: La vita in Marmolada


Marmolada, una montagna che evoca un paesaggio unico di roccia e ghiaccio e
viene dai più identificata solo nella vetta principale di un massiccio che invece
è vasto, vario, articolato e ricco di vita selvatica e ambienti naturali ancora
affascinanti, nonostante l'impegno profuso dall'uomo nel comprometterli. In
questo settore delle Dolomiti infatti troviamo concentrati una serie di habitat di
grande interesse in cui si intersecano rocce vulcaniche, dolomie e calcari. Tale
variabilità è esasperata da un elevato gradiente altitudinale: quasi duemila
metri di dislivello separano le creste sommitali dal fondovalle e la conseguenza
è una notevole varietà dei paesaggi vegetali e della fauna associata. Il
massiccio della Marmolada si è formato circa 235 milioni di anni fa, nel
Triassico, in un ambiente di mare tropicale dove le attuali vette emergevano
come atolli. Le rocce attuali derivano dalla mineralizzazione del sedimento
composto dai resti di organismi marini e dalla solidificazione delle lave
derivanti da vulcani molto attivi all'epoca. Un'escursione naturalistica
attraverso il massiccio della Marmolada potrebbe iniziare dalle verdi pendici
delle valli dove affiora la matrice vulcanica delle rocce, di cui l'esempio più
significativo sono la Val Jumela e la Val di Crepa, comprese tra Pera di Fassa e
Alba. Sono montagne dolci, la cui morfologia esalta le slanciate architetture
dolomitiche sullo sfondo, dove le caratteristiche del terreno e la ricchezza di
acque superficiali permettono lo sviluppo di una flora rigogliosa. Non per niente
tali settori erano i preferiti dall'economia pastorale, in quanto vi
predominavano i pascoli pingui, ricchi di foraggi e quindi importanti per
garantire una produzione elevata di latte e derivati. Oggi, con l'abbandono
dovuto alla monocoltura turistica, tali zone appaiono "meno verdi e meno
vive", perché a causa dell'infeltrimento dei pascoli alcune specie che nel corso
dei secoli si erano adattate alle migliori condizioni dell'habitat indotte
dall'uomo hanno indotto la propria densità o si sono allontanate. Ma nella
condizione attuale costituiscono dei laboratori unici per studiare le dinamiche
di ricolonizzazione della vegetazione e per assistere alla successione delle
specie animali, come ad esempio all'ingresso del gallo forcello nei siti in cui si
erano sempre incontrate le coturnici o l'insediamento di vaste colonie di
confidenti marmotte prima insidiate dai cani da pastore e dai pastori stessi. È
questo anche il mondo variegato e multicolore dei minerali contrapposto al
mondo dei fossili che caratterizza dolomie e calcari. Il fatto di essere a cavallo
di due situazioni ambientali così diverse tra loro ma a distanza di poche ore a
piedi una dall'altra attira l'interesse di studiosi e appassionati che vengono in
visita anche da molto lontano. Gli attuali progetti di valorizzazione turistica
attraverso i collegamenti sciistici mettono però seriamente in pericolo la
possibilità di godere di questo tipo di esperienza. Dove oggi raccogliamo dal
fondo di un ruscello un piccolo, ma affascinante, frammento di malachite,
contempliamo le singolari lotte di una colonia di marmotte e ne percepiamo
l'angoscia alla comparsa dell'aquila reale, domani potrebbe sorgere un "punto
di ristoro con annesso solarium", compromettendo per sempre uno dei pochi
paesaggi che ricordano le splendide tele dedicate alla montagna dal Segantini.
Proseguendo nel viaggio attraverso la natura della Marmolada va segnalato
l'ultimo esempio di paesaggio agricolo montano tradizionale costituito dai prati
attorno a Penia. L'armoniosa associazione di piccoli coltivi, tabià, prati da fieno,
boschetti, inseriti in un contorno di boschi di conifere, rappresenta un esempio
di inserimento efficace di attività umane nell'ambiente naturale. Si verifica una
sorta di rapporto mutualistico: l'uomo sfrutta alcune risorse, ma molte specie
selvatiche sfruttano il lavoro dell'uomo, che permette ad esempio di trovare
alimento concentrato nelle stagioni sfavorevoli. È questo il caso degli Ungulati
e della lepre, che si possono osservare sui prati a primavera, incuranti delle
macchine che salgono verso Passo Fedaia. Poco più a monte, da Pian Trevisan,
si ammira un fantastico scorcio sulla natura selvaggia e dirupata del maestoso
Gran Vernel e sulla parete Nord della Marmolada. Gli arbusteti, i piccoli pascoli
ed i ghiaioni che fasciano la base delle pareti sono frequentati dai camosci e
per prendere contatto con la natura dei luoghi è consigliabile salire a piedi e
con il binocolo lungo la vecchia mulattiera che porta al rifugio Castiglioni. In
inverno i camosci si spostano sui ripidi pendii erbosi esposti a sud che
sovrastano la strada per Fedaia, dove per l'azione combinata di irraggiamento
solare e caduta di valanghe si scoprono porzioni di pascolo. Pochi se ne
accorgono, eppure è su questi pendii di fronte al ghiacciaio che è più facile
incontrare la fauna alpina e che sono insediate interessanti stazioni di flora. Il
settore forse meno popolato di fauna del massiccio è proprio la zona del
ghiacciaio, dove, a causa di condizioni climatiche che limitano fortemente lo
sviluppo della vegetazione e per le notevoli modificazioni antropiche che
inducono una massiccia e diffusa presenza umana in tutte le stagioni, le poche
specie adattate all'alta quota si trovano seriamente in difficoltà. Le vallette
nivali e le zone rocciose con la prima colonizzazione erbacea alla base delle
lingue glaciali costituirebbero un habitat ottimale per la pernice bianca, ma la
specie mal sopporta l'eccessivo disturbo da parte di mezzi battipista, di sciatori
che passano dappertutto ed è sicuramente spaventata dal continuo passaggio
di elicotteri. Il ghiacciaio ed il territorio circostante sono avvolti da un reticolo di
piste da sci, impianti, percorsi pedonali e vie alpinistiche che stanno
snaturando le peculiari caratteristiche ed il fascino che dovrebbe assumere il
più vasto ghiacciaio delle Dolomiti. L'istituzione recente di un Sito di
Importanza Comunitaria appare purtroppo tardiva, anche se dovrebbe
permettere la conservazione di questo peculiare habitat almeno nelle
condizioni attuali, stante che la direttiva di riferimento prevede espressamente
l'esame preventivo da parte della Commissione Europea delle opere che
possono interferire con le caratteristiche fondamentali degli habitat compresi
nel sito. Percorrere la regione fino al ghiacciaio è comunque di grande
interesse: si passa infatti dagli arbusteti a mugo, rododendro e mirtilli, con gli
ultimi larici, nella zona sopra il lago di Fedaia, ambiente tipico del gallo forcello
e della lepre variabile, per raggiungere il deserto nivale, attraversando tutte le
fasi di colonizzazione della vegetazione. Da una copertura continua si passa a
una serie di cuscinetti o di macchie di muschi e licheni per poi giungere ai
pochi steli e ai piccoli fiorellini osservabili dove il ghiacciaio si è ritirato negli
ultimi anni. Potremo anche incontrare qualche piccolo uccello, come il poco
appariscente sordone o il vistoso fringuello alpino, un micromammifero
adattato alla vita in montagna, l'arvicola delle nevi e il suo principale
predatore, l'ermellino. Nelle zone sommitali e intorno ai rifugi invece potremo
fare la conoscenza con i simpatici ed adattabili gracchi alpini. Se vogliamo però
conoscere a fondo la fauna, i paesaggi e gli habitat della Marmolada non
possiamo esimerci dal visitare le valli che si spingono sul versante meridionale
o che raggiungono il nodo del Sasso Vernale. Grazie alla lunghezza dei percorsi
e all'assenza di impianti di risalita è in queste zone che si racchiude la
maggiore riserva ambientale del massiccio. L'indicatore migliore di questa
situazione positiva è costituito dalla regolare presenza, per lo più nel periodo
invernale, di un buon numero di stambecchi provenienti dal vicino massiccio
dei Monzoni. Anche le pernici bianche sono ancora presenti nei circhi glaciali
dei settori di maggiore quota. Vista l'elevata concentrazione di ungulati di
montagna (stambecco e camoscio) è possibile che tale zona della Marmolada
torni ad essere frequentata dal maggiore rapace delle alpi, il gipeto (l'aquila
reale è già presente). Il ritorno del grande avvoltoio potrebbe essere indotto
anche dalla progressione dell'epidemia di rogna sarcoptica che sta colpendo le
specie citate, provocandone forte mortalità. Lo spettacolo dell'elegante
sagoma del rapace che volteggia, giocando con le ascensionali, tra i pilastri
monolitici della parete sud della Marmolada sarebbe senza dubbio un momento
indimenticabile. In conclusione questa montagna simbolo delle Dolomiti va
vissuta e conosciuta dalle sue radici, magari avvicinandola da lontano e a piedi,
per apprezzarne le sfumature e le molteplici variazioni di paesaggi naturali ed
habitat, prima di raggiungerne il cuore. Sarà meno duro sopportarne il degrado
e impegnarsi per frenarlo.

Stefano Mayr
Documento: Aneka e la Marmolada
Stava appoggiata alla porta come chi aspetta di entrare o di uscire, o come chi
non sa e non saprà mai. Nella vecchia stube del rifugio gli ultimi tedeschi
impregnati di fumo e vino di Caldaro si stavano alzando e tra poco, tra le
vecchie assi di cirmolo scuro, l'aria del ghiacciaio avrebbe ballato la danza del
vento dell'est. Era tardi e dalla Regina, una brezza sottile, fredda e pungente,
annunciava tempo buono, fortuna, salite e discese sicure. Lei stava lì,
appoggiata a ad un qualcosa di solido, in contrasto con i suoi pensieri, con la
sua infelicità. Trenta soldi e un viaggio troppo breve, l'avevano portata dalla
Slovacchia nel cuore della Marmolada, lassù, dove il freddo è padrone, la
solitudine amica e vecchia compagna di tutti. Da quelle parti, proprio per le
particolari caratteristiche ambientali, non si sentiva straniera, anzi, per certi
aspetti si sentiva a casa, conosceva quell'aria che porta a cercare conforto e
calore, un angolo dove ascoltare le voci del silenzio, le melodie del vento e il
richiamo dei ricordi. Era lì, appoggiata a quella porta che le piaceva pensare,
perdersi tra le pieghe di una memoria chiara e precisa, inesorabile, a volte
severa. Tutto tornava a farle visita, la famiglia, la scuola, la fuga e la nuova via
della seta, il sud, il lavoro, tanti forse, speranze, nuovi sogni. In quell'essere in
mezzo, né dentro né fuori, sentiva, considerava, rifletteva. Così, pensava a quel
nuovo mondo: pensava ai volti di legno e di pietra che in qualche modo le
raccontavano la storia di quel posto, di quel piccolo anfiteatro di ghiaccio
intrappolato tra impianti e rimpianti, vecchie e nuove possibilità, piccola e
grande gente dalla parlata strana e musicale, visi abbronzati, anime in pena.
Sapeva poco dei ladini e quel che sapeva lo aveva imparato conoscendoli. Di
solito erano grandi lavoratori, parlavano volentieri e in modo molto rumoroso,
mangiavano velocemente per lavorare e correre, fare, rifare. Sembravano
estranei alla loro identità, consideravano stranieri un po' tutti e nessuno, si
sforzavano di parlare e a capire ci provavano raramente. A giudicare, emettere
sentenze e condannare erano bravi, conoscevano quasi tutte le ragioni e le
imponevano a chiunque provasse a parlare. Sembrava vivessero tra gli anfratti
sicuri del manto lucente dell'orco che cade, sembravano alla fine di un viaggio
lungo e difficile, ricco di crescita economica, benessere, cambiamenti e
rinunce. Di sera, guardava quegli uomini-bambini seduti a bere, senza più
parlare, senza più maschere. Vedeva gli eredi della solitudine e della povertà,
perdersi nel vuoto e nella noia. Li vedeva soli, oltre la preoccupazione, forse
oltre l'esserci davvero. C'erano pensieri pesanti nelle loro teste che
riguardavano il futuro, possibili ulteriori modifiche del loro modo di fare e di
essere. Erano ladini per scelta che abitavano uno dei luoghi più belli della
Terra. Sapevano di esagerare nello sfruttamento di quel territorio ma non
sapevano come fermarsi: ormai erano in ballo da maestri, confezionavano e
vendevano una torta buona e appagante, erano una parte dorata
dell'ingranaggio quasi perfetto che della montagna vendeva l'anima ed il
cuore, coca e cola e identità, lingue autoctone e straniere, bandiere della pace
e della guerra, carri allegorici latori di sorrisi, carri armati latori di pianto. Aneka
guardava quella gente come si guardano gli indiani nei film americani, in
qualche modo li capiva, li difendeva, stava dalla loro parte. Forti della loro
apparenza erano fragili dentro, cantavano di rado, ridevano bevendo. Come nel
suo paese, la macchina industriale avanzava devastando, gli uomini vivevano
un po' liberi e un po' schiavi, la vita e la morte giocavano a dadi le sorti ed il
destino di un'esistenza esitante e di fretta. La Marmolada, piccolo Tibet dai
cristalli grigio-verdi, un tempo regina, alta padrona del sole più caro, guardava
e ascoltava. Partecipava ma non capiva. Sapeva e pensava. Temeva per sé
stessa e per l'uomo. Aveva paura dell'ultima bomba, corto pensiero di un
essere distratto, calcolatore e ragioniere, imprenditore, un po' freddo, un po'
altro. Ma ancora, ancora una volta, ascoltava il canto della neve silenziosa,
quello che altrove aveva portato pace e serenità, benessere diverso,
compatibilità, armonia. Nonostante tutto, dall'alto della sua regalità, credeva
ancora nel cuore ladino e nell'intelligenza dell'uomo, si fidava, piangendo un
po' come le giovani spose, ma si fidava. Contava di poter crescere ed esistere
senza più pagare, senza più guerra, senza più subire. Aneka sentiva quella
brezza fiduciosa arrivarle tra i capelli, scuoterli un po', ripartire. E con la
Marmolada anche lei ripartiva serena, forte, sorridente. Si capivano quelle due
anime sorelle e zingare, bianche fuori e solari dentro, condividevano un destino
di fragile e dolce provvisorietà. Domani, insieme, avrebbero affrontato altre vie,
altre salite, discese, fughe e ritorni. Domani, se al presente sarà dato pensare,
scegliere, capire e diversamente esserci.

Stefano Dell'Antonio

Documento: La montagna vista dalla pianura


Dalla mia città, nelle giornate di cielo limpido, si vedono in lontananza i profili
sfumati degli Appennini; basta però spostarsi di pochi chilometri verso nord, in
direzione del Po, per ritrovarsi in una terra i cui rilievi più alti sono
rappresentati dagli argini dei fiumi e dalle discariche dei rifiuti urbani. Questa è
la pianura padana, qui si cresce diversamente. Pochi mesi fa, in visita ad una
coppia di amici trentini con un figlio piccino, tra i giochi del bimbo ho trovato
un moschettone e per un attimo mi sono stupito; ma ragionavo con la
mentalità di pianura. Da noi è difficile iniziare a frequentare le montagne fin da
piccoli, ci sono gli scout oppure il settore giovanile del CAI, ma per la mia
generazione trascorrere le vacanze in montagna significava già il
raggiungimento di un discreto benessere economico oppure la cura a malattie
respiratorie, altrimenti non c'era scampo allo iodio salutare della riviera
romagnola. Non so perché ad un certo punto dalla pianura si arrivi a pensare
alle montagne: so però che da più di vent'anni continuo a frequentarle, e il
mare ormai lo vedo quasi solo in cartolina. La prima volta che ho visto la
Marmolada è stato dalla balconata del rifugio Lagazuoi, individuata dalla
targhetta posta sulla balaustra in legno. La Regina delle Dolomiti. Immaginando
le Dolomiti come un'immensa scacchiera, mi sono chiesto chi impersonasse il
Re: l'imponente roccia del Cristallo, forse? Oppure la sagoma del Sella, che
ricorda una corona? E le Torri, gli Alfieri, i Pedoni? Ogni singola montagna gioca
un ruolo che può sembrare marginale, ma che assume un preciso significato
nell'economia dell'evoluzione delle mosse. L'apparente immobilità delle vette
nasconde in realtà movimenti impercettibili in tempi brevi, ma che nel lungo
periodo si configurano in un'interminabile partita contro il nero che avanza.
Possiamo allora interpretare le strade di penetrazione, le speculazioni edilizie
ed impiantistiche, l'eliski e le motoslitte secondo un disegno preciso; dall'altra
parte le frane e le alluvioni, le grandi valanghe, disastri come il Vajont. Attacco
e difesa si confondono: forse da quaggiù, dalla pianura lontana, la distanza
offre una prospettiva diversa, o forse tutto questo è solo una grande visione ad
occhi aperti e siamo qui a ragionare sul niente con funambolismi dialettici.
Scacco alla Regina bianca. Oggi la partita a scacchi sulle Dolomiti rischia di
essere persa, perché si svolge simultaneamente su più fronti; noi abbiamo
scelto di non fare gli spettatori ma di schierarci, insignificanti pedine al
confronto della più piccola delle montagne in gioco ma convinti di poter
svolgere un ruolo che possa in qualche modo spostare gli equilibri. Perché negli
scacchi esistono solo il bianco ed il nero, non esistono sfumature di grigio. E noi
ci sentiamo bianchi, dentro.

Fabio Valentini

Documento: Marmolada e alpinismo


Maurizio Giordani, di Rovereto, è uno degli alpinisti che ha segnato le
arrampicate dell'impossibile sulla parete sud della Marmolada, un vero e
proprio protagonista della salita in libera. E' un garante di Mountain Wilderness
International, presente sulla montagna anche nell'azione di pulizia del 1988
assieme ad Alessandro Gogna e Reinhold Messner. Della Marmolada, in
passato, ho scritto molto, talmente tanto che ora mi riesce difficile aggiungere
qualcosa di nuovo; ma essa ha occupato gran parte del tempo che ho dedicato
a soddisfare le mie ambizioni giovanili ed anche se oggi le motivazioni che mi
spingevano a scalarne le rocce non sono più così insistenti, la mia mente torna
spesso oltre i prati della valle Ombretta e posso così riaffacciarmi facilmente al
suo prospetto, anche solo con i ricordi e la fantasia. Non che ne abbia
abbandonato le lastre di grigio calcare compatto; la scorsa estate ero ancora
aggrappato ai minuscoli appigli di uno dei miei progetti ancora da completare,
ma come è logico, è finito il tempo di intere estati passate ad esplorare ogni
minima piega della grande parete ed oggi preferisco dedicarvi dei ritagli di
tempo, di tanto in tanto, perché la passione non si è ancora assopita, anche se
non invade più la mia mente come un tempo. E' curioso, ma non ho mai fatto
un bilancio della mia attività in Marmolada, forse perché non l'ho mai
considerata conclusa; se mi si chiede quante volte io abbia raggiunto la cresta
sommatale, quante vie io abbia ripetuto, aperto, scalato da solo o d'inverno,
giuro che non lo so. So che sono molte, moltissime più di chiunque altro
alpinista e per questi miei piccoli successi mi sento soddisfatto ed orgoglioso,
ma soprattutto padrone di una grande consapevolezza: quella di aver vissuto,
su quelle rocce, alcuni dei momenti più belli, significativi, importanti per lamia
crescita di alpinista e di uomo. Momenti irripetibili! Ma perché la Marmolada?
Perché fra tante rocce proprio la sua ha animato in me la passione e l'ha
ravvivata nel tempo? Perché il mio modo di intendere l'arrampicata si adatta in
modo ideale, come i pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente fra loro.
Non mi sono mai dedicato ad allenamenti intensi ed il mio tempo libero ho
preferito spenderlo curiosando un po' qua ed un po' là invece di soffermarmi a
lungo per arrivare ad un unico obiettivo: questa scelta ha allargato il campo
delle mie esperienze ma mi ha pure precluso la strada per arrivare ad una
forma fisica particolare per puntare alle massime difficoltà in arrampicata. Ho
quindi dovuto adattarmi a sfruttare in parete il movimento anziché la forza:
meno strapiombi e più placche quindi, dove poter sostituire il lavoro prepotente
dei muscoli con quello più gentile ma altrettanto efficace del movimento
delicato e coordinato dei piedi e di tutto il corpo. Nemmeno mi sono mai
adattato ad accettare la possibilità di "volare", essenziale per arrivare oltre i
propri limiti; pure in falesia, con lo spit a pochi centimetri dalla pancia,
l'accettare l'idea di "cadere" non è da me mai stata presa in seria
considerazione e questo ha mantenuto nel tempo un ampio margine fra la
difficoltà che normalmente salgo e quella che potenzialmente potrei salire. Ma
se questo da una parte risulta essere un freno, vantaggio certo è quello di
essere assoluto padrone dei propri limiti perché valutati per difetto e non certo
per eccesso. Ho sempre cercato la massima sintonia possibile fra mente e
muscoli tanto che, raggiunto questo obiettivo, il movimento in verticale
scaturisce da una sicurezza di base che trascende i mezzi usati per
l'autoassicurazione: la corda, i chiodi, l'imbrago, tutto c'è, per precauzione, ma
potrebbe anche non esserci, e cambierebbe poco. Una predisposizione che non
necessariamente dipende dal grado di allenamento: per motivi di lavoro spesso
smetto di arrampicare anche per molti mesi e di conseguenza quando riprendo
devo ricominciare dal "baso", ma questo non mi preclude la possibilità di
scalare slegato. Mi adatto a salire gradi inferiori ma la corda su di essi non è
mai elemento determinante. E nemmeno i chiodi. Qualche anno fa la parete
sud della Marmolada offriva un terreno di gioco ideale aa queste mie
predisposizioni: pochi strapiombi ma immense lavagne di roccia compatta,
all'apparenza inaccessibile oltrechè inchiodabile, dove la forza pura era più un
handicap che un aiuto e dove la capacità di concentrazione vinceva su tutto. Mi
offriva però anche la cosa più importante e cioè la possibilità di esplorare, di
liberare la mia fantasia per capire i segreti più reconditi della grande muraglia,
infinito paradiso per chi ama incognito ed avventura. Ecco perché proprio lì ho
insistito, perché proprio lì sono riuscito dove altri, anche più "bravi" di me,
hanno rinunciato. Racconterò l'episodio di "Meteora" che spesso con gli amici
che mi seguirono in quella particolare ripetizione, ricordiamo con allegria.
L'avevo aperta slegato in circa un'ora di piacevole scalata, per i suoi 700 metri
di parete. Un'arrampicata facile su placche compatte di bellissimo calcare
grigio; e l'avevo valutata 5°+. Tornammo per ripeterla dopo un paio d'anni e ci
trovammo di fronte ad un tracciato ben più impegnativo di come lo ricordavo: il
5° era diventato 7° e con le corde ed i chiodi incontravo ora i miei bei problemi
dove prima ero salito senza nessun tipo di materiale. E me la ricordavo facile!
Rimasi perplesso, e se non fossi stato io il protagonista di entrambe le
esperienze, avrei dato del pirla a chi aveva steso una relazione tanto
fuorviante. Ma ero in buona fede perché Meteora l'ho aperta in un momento
particolare preparazione psico-fisica mentre l'ho ripetuta meno allenato, al
rientro da una spedizione in Karakorum. Questo cosa significa? Che nulla in
alpinismo si può dare per scontato, definire con matematica certezza. Il "più
forte del mondo" può fare la figura del pivello se si confronta su di un terreno
che non è il "suo2, mentre anche chi non è così "forte" può facilmente eccellere
sullo stesso terreno, se, con passione ed impegno, lo ha fatto suo. Questo, in
Marmolada, vale cento volte: inutile affrontarla con presunzione, assurdo
sottovalutarla. Le sue vie più difficile diventano ogni giorno più inaccessibili,
anche ai migliori arrampicatori di oggi, e questo, non perché siano meno bravi
di noi in passato, ma perché nessuno oggi vi si dedica con la passione
necessaria. Quel fuoco che ricordo infiammava il mio entusiasmo per tutta la
stagione in vista dell'obiettivo finale, che poteva essere l'apertura di
"Fantasia", "Specchio" o "Fortuna", o la solitaria del "Pesce", o "Tempi
moderni", o…altro, mi sembra non ci sia più: non solo nel mio cuore (è logico
che in esso quel fuoco sia attenuato), ma non lo scorgo nemmeno nel cuore di
altri, come se ciò che ci spingeva allora, si fosse perso nel tempo, assopito in
attesa di un nuovo risveglio.

Maurizio Giordani