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CORPI IN-TESSUTI

INTRODUZIONE
L’evoluzione delle pratiche vestimentarie è una prova di come la sociologia possa servirsi di molti
dati per elaborare prospettive complementari all’interno di paradigmi spesso cristallizzati, rigidi.
Proprio per questo motivo si è cercato di stilare un programma di ricerca che considerasse le varie
forme sociali d’abbigliamento attraverso l’adozione di una prospettiva che spiegasse la coesistenza
di proprietà pratiche, edonistiche, cromatiche, materiche, estetiche. L’idea principale è che i primi
vestiti avessero qualche significato culturale.

CAPITOLO 1. Sarti per necessità


In questo capitolo vedremo come il rapporto dell’individuo con il suo ambiente naturale e culturale,
ha prodotto, durante la storia evolutiva di Homo sapiens, un intreccio creativo che si è concretizzato
in una crescente naturalizzazione della mediazione che ha trasformato il concetto stesso di abitare
il mondo. L’evoluzione tecnologica ridefinisce confini e modalità d’interazione tra corpo e ambiente.
Le nuove interfacce si evolvono seguendo criteri legati alle esigenze dei loro fruitori, evidenziando
l’evolversi delle civiltà ma anche l’evolversi delle tecnologie. In questa sezione cercheremo di creare
uno spazio di concettualizzazione capace di costruire un paradigma analitico fatto di diversi,
coesistenti e coevolventi ecologie dell’agire umano legate alla continua crescita di sistemi simbolici
amplificati da piattaforme tecnologiche continuamente exattate, rifunzionalizzate.

Le intuizioni di Stoneking e Reed


Stabilire quando l’uomo abbia iniziato ad usare gli abiti è molto difficile soprattutto perché sia le
prime protezioni che i primi strumenti usati per tesserli hanno subito rapidi processi di
deterioramento. Tutti i resti archeologici disponibili riguardano tracce indirette e si riferiscono
all’uso di pietre e schegge. Gli studi condotti da Kittler e Reed sull’evoluzione genetica di un
particolare tipo di pidocchio sono utili per determinare in modo diretto la comparsa o l’uso dei primi
abiti. Il primo a fare ricerche di questo tipo fu Stoneking che, in seguito a un evento casuale, scoprì
che i pidocchi non sapevano vivere più di 24 ore lontane dal calore del corpo. Egli ne concluse che i
pidocchi si sarebbero diffusi nel mondo grazie alle migrazioni umane. Egli scoprì che il pidocchio
della testa e quello del corpo erano simili, con la differenza che quello del corpo ha uncini
specializzati per afferrare i tessuti e non i capelli. Dunque, datando l’inizio di questa evacuazione di
pidocchi del corpo avrebbe anche datato l’invenzione del vestiario. Le analisi di Stoneking
attestarono come data probabile dell’uso dei primi abiti tra 72.000 e 42.000 anni fa. Le analisi di
Stoneking furono contestate da Reed che spostò la data a 170.000 anni fa. Gli studi di Reed e
Stoneking ci aiutano a supportare l’idea che anche le pratiche vestimentarie hanno subito continue
rifunzionalizzazioni e aggiustamenti.

Designer di 170.000 anni fa


Gli studi analizzati sin qui non spiegano ancora i motivi che ci indussero a cambiare abitudini
vestimentarie. Una delle ipotesi che spiega i motivi per cui abbiamo cambiato abitudini è l’ipotesi
termica, secondo cui l’abbigliamento è stato una sorta di risposta a condizioni climatiche sfavorevoli;
è presente anche un’ipotesi corollario, secondo cui l’abbigliamento è un tratto distintivo del
comportamento dell’uomo moderno. Il modello termico di Gilligan è il più logico e coerente con
tutte le prove disponibili perché unisce la fisiologia termica della tolleranza al freddo dell’uomo con
l’abbigliamento. Gilligan distingue un abbigliamento semplice da un abbigliamento complesso, cioè
un abbigliamento confezionato attraverso la lavorazione di pelli e la cucitura, così da creare un
indumento che trattenga meglio il calore. L’idea di Gilligan è che la cultura ha un ruolo marginale
fino all’introduzione dell’abbigliamento complesso, quando è possibile riconoscere una probabile
dimensione culturale (quindi simbolica) dell’abito. Le evidenze archeologiche e le teorie elaborate
fanno nascere delle perplessità sul modello di Gilligan. Mauss ad esempio considerava inseparabile
la tecnologia dal benessere fisico e sociale di una società. Mauss inoltre opera una netta distinzione
tra tecniche del corpo (gesti, posture, atteggiamenti) e tecniche strumentali. L’analisi di Mauss
permette di individuare nel corpo un vero e proprio strumento di cui l’uomo si serve per
“esprimersi”. In Gilligan manca del tutto il ruolo del corpo. Il modello termico è estremamente
oggettivizzato. Se, come sostiene Gilligan, gli abiti sono il prodotto di tecnologie altre in risposta a
pressioni ambientali, le stesse tecnologie derivano da un pool conoscitivo situato e tramandato in
termini di sequenze di azioni utili a selezionare forme, materiali, strumenti idonei a produrre altri
strumenti come gli abiti. E questa è chiaramente cultura. Molti studi archeologici documentano che
tra 80.000 e 50.000 anni fa Homo Sapiens dimostrava un senso “estetico”, usando piccoli frammenti
di ocra rosso per pigmentare gli artefatti. Il dibattito è invece ancora aperto per quanto riguarda
l’Homo di Neanderthal, di cui non è accertato l’uso intenzionale dell’ocra rossa per scopi estetici. La
progettazione di un artefatto, secondo il nostro punto di vista, non dipende solo dal soddisfacimento
di un bisogno (non sentire freddo), come sostiene Gilligan; al contrario, l’artefatto è intriso della
prospettiva culturale in cui è inserito, riflette una pratica. In questo senso gli abiti sono una traccia
dell’incontro tra l’individuo e il suo ambiente socio-culturale.

I primi attrezzi dei mestieri: selci, aghi e denti


L'uomo è una creatura omeotermica, cioè capace di adottare certe strategie per mantenere
costante la propria temperatura. Tali strategie possono essere messe in atto sia in modo naturale (il
nostro organismo aumenta/diminuisce il flusso sanguigno, il battito cardiaco) sia attraverso
comportamenti culturali (usare indumenti specifici, costruire ripari). L'abito è stata una preziosa
risorsa per la sopravvivenza in ambienti ostili. Secondo Gilligan sebbene le prime tecnologie litiche
possono essere fatte risalire al periodo olduvaiano (2,6 milioni di anni fa), è solo nel Musteriano (da
300.000 a 30.000 anni fa) che si assiste ad un'esplosione creativa con l'introduzione di molte novità
tra cui l'uso delle prime forme di leva. Dunque la prospettiva di Gilligan promuove il modello termico
sia come tendenza comportamentale termicamente efficace, ma avvia anche una distinzione tra
abbigliamento semplice e complesso, intesa come un riflesso di pattern tecnologici adattivi.
Nuovamente affiora un concetto di pratica legato alla selettività culturale, cioè un insieme di
pratiche che dimostrano di esistere grazie a modelli esperienziali precedenti. Nella prima industria
vestimentaria è probabile che siano stati usati non solo strumenti litici come raschiatoi e lame in
pietra, ma anche i denti. Le analisi anatomiche effettuate sul sistema masticatorio dei Neanderthal,
hanno rilevato segni di usura nei denti simili a quelli degli Inuit, provocate da un uso della dentizione
anteriore in attività para-masticatorie. Gli Inuit masticavano le pelli per renderle più morbide e
lavorabili. Per Klein ed Edgar si tratterebbe però di un'ipotesi debole per dimostrare che l'uomo di
Neanderthal usasse i denti come strumento per produrre abiti.

Tecnologie semplici e tecnologie complesse


Dal nostro punto di vista la distinzione tra abbigliamento semplice e complesso ha delle implicazioni
culturali evidenti: l'uso di strumenti idonei a concretizzare un artefatto sempre più adattivo e
funzionale è chiaramente legato ad un processo culturale in evoluzione. L'abito, nel compiere la sua
funzione protettiva, diventa strumento di relazione tra corpo e ambiente. Questo passaggio segna
la transizione verso una dimensione performativa dell'abito che, via via, assume una nuova ecologia
simbolica, un nuovo significato. Questa transizione ha portato alla rivoluzione socio-culturale del
Paleolitico superiore. Levi Strauss era convinto che il bricoleur del Neolitico, ovvero colui che
eseguiva molti compiti diversi adattandosi via via all'equipaggiamento di cui disponeva, fosse
portatore di un bagaglio scientifico, culturale ed esperienziale ereditato dalle generazioni
precedenti. Uno dei ritrovamenti più significativi è quello della tripla sepoltura del Sunghir (vecchia
di 28.000 anni) in cui sono state rinvenute le prime evidenze di abbigliamento preistorico che
confermano le ormai consolidate capacità tecniche del periodo.

Tracce vestimentarie visuografiche: la Rock Art


I primi indizi d'arte parietale durante la preistoria apparvero 50.000 anni fa. Per interpretare i
contenuti d’arte rupestre, nel ‘900 sono nate 2 teorie rivali: la teoria sciamanica di Breuil e la teoria
sessuale di Leroi-Gourhan. Le interpretazioni fornite da queste teorie sono state criticate da Gould
che nota come i 2 studiosi trattino diversamente i contenuti delle pitture parietali: in modo
frammentario Breuil, seguendo uno schema dualistico maschio-femmina Leroi-Gourhan. Secondo
Gould però l'errore più evidente dei 2 studiosi consiste nel considerare l'arte rupestre come
l'evoluzione di stili che diventano sempre più sofisticati nel tempo, ciò non è possibile perché, non
potendo datare tali pitture, non si può stabilirne una corretta successione temporale. Un aspetto
interessante è che tutte le forme artistiche sembra si siano evolute in correlazione con forme
arcaiche di protoreligione, ciò evidenzia una coevoluzione di processi culturali che s’intrecciano con
la corporeità, l’ambiente e la società. Un esempio di traccia parietale che testimonia un uso singolare
di abiti e decorazioni risale a circa 11.000 anni fa, nel sito di Laas Gaal, dove sono state rinvenute
testimonianze esemplari riguardo l'uso degli abiti in quelle regioni. Le rappresentazioni parietali di
questo sito raffigurano per lo più animali e uomini; osservando le immagini risaltano sia una
dimensione mistica delle rappresentazioni prodotte, che rimanda a rituali di adorazione verso gli
animali ma, cosa rara nella rock art, sono presenti ornamenti e decorazioni. Le poche figure umane
mostrano un drappeggio bianco che cinge la vita di un sacerdote. Un ulteriore spunto ci viene offerto
dalla fauna decorata che sembra legato ad una divinizzazione ecologico-faunistica. Ciò ci permette
di inserire l’analisi delle pratiche vestimentarie all'interno di una nuova cornice legata agli aspetti
cerimoniali, estetici ed edonistici attraverso un confronto socio-culturale e semiotico.

Dalle Veneri alla Rivoluzione della Lana: le prime civiltà.


Durante il Paleolitico superiore non solo si faceva largo uso di abiti, ma si era approdati ad una nuova
conquista: i tessuti. A partire da circa 27.000 anni fa è possibile individuare le prime tracce di
produzione tessile. Alcune ricerche sulla produzione e l'uso di tessuti e fibre intrecciate si hanno a
partire dall'analisi di Adovasio sulle Veneri e su alcuni frammenti incisi di argilla che hanno permesso
di verificare l'esistenza di particolari acconciature, teli, scialli e di un capo simile a una gonna. È
rintracciabile anche una protoforma di trama. Lo studioso è convinto che non si tratti di tecniche
improvvisate, ma rimandano a precise competenze che precedono sia la produzione di tali oggetti
sia la selezione e lavorazione delle fibre tessili. Le analisi condotte da Adovasio hanno permesso di
identificare diverse tecniche di intreccio delle fibre tra cui il Twining (o tessitura attorcigliata) ancora
oggi usata in America. I primi telai invece appaiono circa 6000 anni fa. Nello stesso periodo in
Mesopotamia si hanno le prime testimonianze della lavorazione della lana che, secondo
McCorriston, provocò una delle prime rivoluzioni sociali. Prima del 5° secolo a.C. infatti non ci sono
prove dirette sull'uso della lana. Successivamente Davis scoprì che il numero degli ovini diventerà 8
volte maggiore rispetto ai caprini, il motivo di tale aumento non è chiaro ma Thomas sostiene che
sia imputabile a ragioni di produzione agricola: l'aumento demografico avrebbe costretto le società
mesopotamiche a indirizzare la produzione agricola verso altre colture come il grano piuttosto che
il lino. Inoltre la lana avrebbe costituito un'ottima alternativa nella produzione di tessuti. Tali
mutamenti avrebbero determinato un cambiamento di status delle donne poiché avrebbero
acquisito un ruolo fondamentale nei centri di produzione tessile. La produzione di tessuti ebbe,
insieme al grano, un ruolo fondamentale nella rete di scambi commerciali tra le popolazioni
mesopotamiche. L'industria vestimentaria invade il tessuto economico e sociale delle prime civiltà,
modificando sia i comportamenti degli agenti sociali sia le strutture sociali. Questi aspetti saranno
ancora più evidenti con la maturazione socioculturale delle prime civiltà (egizi, sumeri, persiani, greci
e romani). Da qui inizia la storia del costume: con la manifattura degli abiti e lo sviluppo degli
strumenti di tessitura, l'uso combinato di fibre diverse e la trasposizione sugli abiti di un simbolismo
socialmente codificato. Quest'ultimo aspetto diverrà prevalente contemporaneamente a forme
sempre più evidenti di differenziazione sociale legate allo status o al ruolo degli individui. Non è
ancora possibile parlare di moda a causa della rigidità delle forme d’abbigliamento.

La prima ri-funzionalizzazione: l’abito è adattativo.


Da quanto detto finora possiamo concludere che l'abito è uno strumento il suo uso come barriera
termica ha permesso a Homo Sapiens di colonizzare territori ostili. L'abito è una protesi ha
acquisito una dimensione segnica che si esplica nelle varie modalità di manifestazione dell’agire
umano. L'abito diventa un mediatore della corporeità, diventa azione: non solo l'abito ma anche i
relativi comportamenti umani si ornano di valenze simboliche. Quella che definiamo 1°
rifunzionalizzazione dell'abito potrebbe essere considerata la seconda: le pelli degli animali cacciati,
trasformate in abito, non erano deputate a tale scopo; il bricoleur del Paleolitico è stato bravo a
legare strutture di oggetti naturali privi di connessione giungendo a un sistema organizzato rispetto
al mondo. Le estensioni sociali della tecnologia che riproduce l’abito si fanno quindi portatrici di
messaggi attraverso linguaggi nuovi. Si crea una tecnologia protesica comunicativa unita a una
tecnologia già esistente, quella corporea. I mutamenti sociali hanno portato a un aumento della
complessità organizzativa delle prime società costrette ad adottare sistemi di controllo per
coordinare gruppi sempre più numerosi. È proprio in questo periodo che furono ritrovate maschere
e costumi che testimoniano la transizione da una cultura mimica a una cultura mitica. In questo
panorama, la cornice semantica dell'abbigliamento muta: l'abito assume un valore sociale di
carattere processuale che dimostra la corrispondenza tra vestito e storia. McLuhan vede nell’abito
2 funzioni: comunicativa e funzionale. L'abbigliamento è un medium, un'estensione del corpo, una
second skin, dal grande potere fisico-culturale che stabilisce un nuovo livello di significazione,
connotativo e allusivo ma di cui è difficile elaborare una semantica strutturale.

CAPITOLO 2. Un po’ di storia ancora: la nascita della moda


Ipotizziamo una 3° funzionalizzazione dell’abbigliamento. Dal Medioevo vediamo come la scelta
degli abiti, nelle classi più alte, è legata all’ostentazione di uno status, solo nel Rinascimento la moda
acquisterà una dimensione simbolica e processuale simile alla nostra. Tale metamorfosi interesserà
2 eventi chiave del ‘700: la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale.

L’alba della moda: Il Medioevo


Nelle prime civiltà esisteva già un legame tra il ruolo sociale e l'abbigliamento, tale legame però era
fissato da regole che facevano del sistema vestimentario un modo per manifestare il potere. Solo
dal 1200 la rigidità delle regole del vestire inizia a sgretolarsi, dando spazio alla manifestazione
sociale della creatività personale. Secondo Riello i primi tratti di moda sono da rintracciare negli
affreschi di Pompei ed Ercolano, tuttavia la moda nel suo significato attuale è un'invenzione più
recente collocabile nel Medioevo. La moda medievale è solo in apparenza simile alla nostra perché
mancava di stacchi stilistici veri e propri: paradossalmente il Medioevo è stato moderno ma non ha
amato l'idea di modernità. La moda si afferma principalmente presso le corti europee, si tratta di
una moda fastosa, tesa a sfoggiare magnificenza e lusso. La società medievale si distingueva per una
forte verticalità sociale che, in termini vestimentari, si traduceva nell'uso di specifici codici cromatici,
simboli e abiti che segnalavano il rango. Inoltre la moda risulta essere povera di dinamicità, in quanto
era legata a riti e cerimonie e quindi a un sistema di regole rigide (fino a tutto il ‘500). Inoltre nel
Medioevo e per parte del Rinascimento, erano in vigore le leggi suntuarie che avevano lo scopo di
disciplinare fogge, tipologie, colori d’abito e accessori utilizzabili in base all'appartenenza sociale;
tali leggi hanno contribuito a rendere statica l'evoluzione degli stili e a cristallizzare l'appartenenza
sociale. Tuttavia, se da un lato le leggi suntuarie permettevano di distinguere le varie classi, dall'altro
erano un freno alla corsa verso il lusso delle classi più ricche: il mercato dell’abbigliamento infatti
aveva istituito una categoria estetica per ogni classe sociale e ciò impediva di gareggiare tra classi.
La rivoluzione francese abolirà le leggi suntuarie col decreto del 29/10/1793 che sancisce la libertà
di ciascuno di portare l’abito che conviene al proprio sesso. Questo decreto segna la fine della
normazione dell'appartenenza sociale.

La rivoluzione industriale e la rivoluzione dei consumi


Durante il Rinascimento l'abbigliamento si distingue per una rinnovata eleganza tratta dalle fogge
degli abiti ellenici. Quest’aura romantica subisce una catastrofica trasformazione con l'imminente
rivoluzione industriale. Secondo Riello l'inizio di questa trasformazione risiede in un capovolgimento
delle fonti di moda: non sono più le corti a dettare le mode ma le strade. Il cambiamento si è
concretizzato attraverso una serie di eventi che resero il consumo e lo shopping atteggiamenti tipici
di molte fasce della popolazione. Il ‘700, secondo gli storici, non fu solo il secolo della rivoluzione
francese e industriale ma fu anche il secolo della rivoluzione dei consumi. McKendrick vedeva nella
moda uno dei principali motori del consumo del ‘700 che parte dalle classi sociali più agiate verso le
classi meno agiate, secondo un modello chiamato efferto Veblen in quanto viene ripreso dalla teoria
della classe agiata di Veblen, secondo cui il modello di consumo della società americana è il risultato
di meccanismi imitativi. In quest'opera Veblen propone un sistema di emulazione finanziaria in cui
la classe agiata funge da paradigma di riferimento per tutte le altre classi. Le teorie di Veblen sono
state criticate da molti autori in particolare da Appadurai, secondo cui i consumi non vanno
identificati come processi colmi di utilitarismo ma come risultato di un comportamento direzionato
verso l’edonismo, verso uno scambio simbolico che diventa la base dei processi di socializzazione.
Lo studioso definisce vittime della moda i consumatori moderni, così come i consumatori delle
società tradizionali erano vittime della rigidità stilistico-creativa delle leggi suntuarie. Secondo
Appadurai l'unica strategia per decifrare i modelli di consumo materialista è quella di identificare
quest'ultima come impulso e non come prodotto della rivoluzione tecnologica. L'idea di fondo dello
studioso è quella di riposizionare il consumo nel tempo, cioè di provare a spiegare le abitudini e le
modalità di consumo identificandole come strumenti che scandiscono i ritmi della quotidianità di
ogni individuo. Per Veblen la società del suo tempo è passata dalla vecchia morale puritana ad una
vera e propria etica che persegue il piacere dei consumi. A Veblen va riconosciuto il merito di avere
individuato negli oggetti un valore culturale sebbene questo significa ridurre l'oggetto stesso ad una
mera ostentazione delle possibilità economiche e di prestigio sociale di chi lo acquista. La rivoluzione
industriale segna, di fatto, la nascita della società dei consumi.

Tra parvenu e galateo: noiose rivoluzioni?


Flugel definì noiose le rivoluzioni del ‘700 a causa della grande rinuncia, data da un eccesso di
semplificazione degli abiti maschili rispetto a quelli femminili. Fino all'Illuminismo gli abiti maschili
erano ricercati, stravaganti ma nell'800 inizia una rottura storica rispetto agli stili precedenti: l'uomo
rinuncia alla decorazione, a ogni eleganza in favore di un apparire austero. Secondo Flugel tale
tendenza è da imputare a 2 fattori: 1) la rivoluzione francese avvia una profonda trasformazione dei
rapporti politici, economici e sociali finendo per influire anche sulla moda, che indirizzò le tendenze
verso l'uso di abiti che privilegiavano la funzionalità e la comodità. Le scelte vestimentarie
riflettevano i principi della rivoluzione stessa: il principio di uguaglianza. 2) l'uomo aveva rinunciato
alla pretesa di essere bello preoccupandosi di essere pratico, così la selezione degli abiti andava in
direzione di scelte razionali e uniformanti. La standardizzazione vestimentaria della nuova
borghesia post rivoluzione diventa il simbolo della modernità ma avvia anche alla produzione
industriale che metterà nel mercato migliaia di capi a prezzi accessibili: gli abiti venivano prodotti in
base ai nuovi scopi del consumo introdotti dalle rivoluzioni. Il rifiuto di sperimentare forme
vestimentarie nuove, dettato dai principi della rivoluzione francese, costituisce un altro sistema
dettato dall'etica economica e dallo status sociale che riflette la posizione del parvenu nelle
dinamiche produttive della società industriale. Tuttavia in termini di stile vestimentario questa
distinzione si concretizzava attraverso nuove forme dell'apparire: all’ornamento si preferiva la cura
del dettaglio, come la scelta di tessuti di qualità. Di recente alcuni autori hanno evidenziato come la
grande rinuncia sia ancora in atto. La divisa borghese è infatti il modello vestimentario maschile più
importante, ciò sancirebbe il contrasto tra una femminilità mutevole e una maschilità statica.

La moda diventa industria


Le macchine della rivoluzione industriale e le varie innovazioni tecnologiche determinarono un
aumento della qualità e della quantità dei prodotti dell’industria. L’industrializzazione e
l’urbanesimo stravolsero il mondo fisico e quello sociale. Cipolla paragona, in termini di ricadute per
la storia dell’uomo, la riv. industriale alla riv. Neolitica (passaggio dalla caccia all’agricoltura),
entrambe hanno creato una discontinuità nel processo storico determinando un cambiamento
epocale nel rapporto tra economia, produzione, agenti sociali ed istituzioni. L’industria produsse
un’altra trasformazione: nascono i grandi magazzini o department store come fenomeno globale.
Prima della riv. la figura del produttore coincideva con quella del distributore finale, le merci non
erano etichettate ed i prezzi erano negoziati attraverso la contrattazione individuale. Dopo la riv. si
verificò una rottura tra produttori e consumatori e nacque l’istituzione di un nuovo modello di
distribuzione dei prodotti basato sulla necessità di privilegiare grandi superfici espositive, vengono
inoltre ridisegnati i confini estetico-creativi e commerciali del sistema moda. Paradossalmente è
proprio con la riv. che inizia un declino stabile della couture a causa della meccanizzazione della
produzione che portò a un rapporto simbiotico tra creatività e mercato.

Dal “paradiso delle signore” allo street fashion


I department store sono delle costruzioni monumentali ed alcuni di questi ancora oggi sono delle
attrazioni artistiche irrinunciabili, tra i più famosi ricordiamo Le Bon Marchè, Galleries Lafayette,
Harrods, Whiteleys. I department store segnarono anche l’inizio del merchandising visuale di cui ci
fa un esempio Zola ne Il paradiso delle signore. Il nuovo modello non si ferma ad una semplice
esposizione degli oggetti, ma crea un vero merchandising strategico a partire dalla definizione di
nuove tipologie distributive e delle abitudini di consumo. I capitali investiti nella produzione,
l’avvento degli scambi internazionali, resero questi luoghi delle summe culturali. A partire dalle
rivoluzioni sociali e produttive, la moda diventa un fenomeno di massa, l’abbigliamento di lusso
appare di colpo come simbolo del mondo vecchio. Secondo Saint-Laurent il mondo della haute
couture (alta moda) cede il posto a quello del pret-à-porter (standard, pronto da indossare). Avviene
un rovesciamento della logica dell’industria delle confezioni: si cominciano a produrre in massa abiti
alla moda, a prezzi accessibili per gran parte della popolazione. La moda di strada o street fashion
style è la manifestazione più evidente della necessità del sistema moda di rinnovarsi: la strada
diventa il luogo in cui si decide delle mode a venire e del comportamento vestimentario. Polhemus
individua nelle strade un supermarket dello stile: l’abito, travolto da un carattere processuale e
simbolico nuovo, diventa uno strumento della moda. Oggi, come nelle prime civiltà, l’abito segnala
ancora l’appartenenza sociale, ma lo fa in modo diverso: ha perso l’obbligatorietà, legandosi a forme
esperienziali soggettive volte a soddisfare un non-bisogno.
CAPITOLO 3. Modelli teorici dell’abbigliamento e della moda
Per capire cos’è la moda e cosa può essere definito moda, sono state individuate 4 dimensioni
peculiari: imitativa, distintiva, linguistica, performativa. Tali dimensioni riflettono metodi d’analisi
molto differenti e appartenenti a discipline diverse.

Moda come imitazione


Secondo Spencer la moda, serve a offuscare i segni delle distinzioni di classe, favorendo lo sviluppo
dell’individualità e indebolendo il cerimoniale. La moda è imitativa, ma l’imitazione può percorrere
2 vie causative diverse: 1) Può essere reverenziale, cioè suscitata dalla riverenza per la persona
imitata; 2) Emulativa, cioè nata dal bisogno di considerarsi uguali alla persona imitata; quest’ultima
è per Spencer, tipica dell’industrialismo, in cui si privilegia una “cooperazione volontaria”. Secondo
Simmel poiché lo stile con cui l’uomo si esprime si trasforma continuamente attraverso la moda, è
probabile che questa appartenga solo alle classi sociali superiori. Non appena le classi inferiori se ne
appropriano, le classi superiori passano ad un’altra moda. Konig individua nell’imitazione il principio
fondamentale della vita sociale. Il fenomeno imitativo, secondo Konig, può essere usato per
interpretare non solo i mutamenti delle mode ma anche i mutamenti sociali.

Moda come distinzione


Simmel elabora una teoria sulla moda basata su 2 tendenze: imitazione e distinzione. Secondo
Simmel la moda è imitazione perché si imita un modello dato per appagare il bisogno di appoggio
sociale, ma la moda è anche distinzione perché le classi inferiori imitano le mode delle classi più alte
per soddisfare un desiderio di riscatto sociale, in risposta a ciò le classi alte cambiano ulteriormente
moda per ristabilire il divario. La moda è come un riparo che offre il conforto dell’omologazione.
Tale teoria della tensione vestimentaria viene chiamata Trickle down theory poiché si verifica una
sorta di gocciolamento delle mode dall’alto verso il basso. Secondo Konig invece la moda nasce nella
modernità e nel capitalismo industriale perché gli stili vestimentari medievali presentano differenze,
ma solo in senso diatopico (geografico) e socio-economico (ceto). Concorda con Spencer e Simmel
sull’idea di una moda basata sull’imitazione. Per Konig, le trasformazioni della moda segnano 2
regole: il rispetto del costume preesistente considerato obbligatorio e la tendenza ad
allontanarsene. Sebbene egli riconosca all’imitazione il motore uniformante delle masse, prende le
distanze dalla teoria di Simmel, sostenendo che in realtà gli strati più ricchi hanno perso il primato
in materia di moda, spostandolo nelle mani dei ceti medi. Blumer riconosce a Simmel l’importanza
di aver messo in evidenza il carattere processuale della moda, ma lo rimprovera di aver trascurato i
mutamenti che la moda ha subito nell’epoca contemporanea. Blumer si rifa’ al concetto di selezione
collettiva, spostando il focus del processo di distinzione di classe su quella di una scelta operata da
individui che selezionano uno stile in base ai propri gusti, dimostrando di aderire ai principi
dell’interazionismo simbolico. Secondo la teoria della riproduzione sociale e dei gusti culturali di
Bourdieu le strutture sociali sono un insieme sociale di classi culturali caratterizzati da gusti e stili di
vita particolari. Tuttavia, tali gusti non garantiscono una vera scelta estetica, ma riflettono una
competizione tra classi sociali, all’interno di uno specifico dominio simbolico. Pratiche edonistiche e
pratiche di consumo contribuiscono a reificare grammatiche comportamentali che producono
logiche di inclusione/ esclusione. Se per Simmel l’individuo è spinto da inclinazioni psicologiche a
cercare riparo e riscatto conformandosi alle mode del momento, per Bourdieu l’individuo non è
confuso, ma è ingabbiato entro norme comportamentali che lo vincolano. Tuttavia in entrambi i casi
si tende a considerare l’individuo come unità d’analisi. Mary Douglas, invece, ha aperto uno shift
analitico da una scelta di acquisto culturalmente coattiva, ad un processo attivo che individua
nell’uso di un oggetto la sua reale dimensione simbolica.
Moda come linguaggio
La linea teorica di Barthes apre un approccio semiologico che individua il discorso testuale/
linguistico della moda. Si tratta di una prospettiva che separa l’analisi logica da quella semiologica.
Il nodo centrale riguarda la possibilità di attribuire uno status di “linguaggio extralinguistico” alla
moda; i fenomeni sociali infatti acquisiscono una significazione attraverso la traduzione in segni di
una tendenza. È necessario definire i concetti di moda e abbigliamento: L’abbagliamento è un
prodotto della cultura materiale, strumento che si è appropriato di una precisa dimensione
simbolica che lo ha reso una costante antropologica la cui storia coincide con quella dell’uomo. La
moda invece è una provvisoria gemmazione della dimensione simbolica dell’abito favorita da
processi imitativi/distintivi. Secondo Volli il rompicapo linguistico risiede proprio nella capacità
comunicativa dell’abito. Egli propone un’interessante prospettiva, criticando la tesi di Lotman.
Secondo Lotman le metamorfosi della moda indicano una struttura sociale dinamica, la moda
diventa così una specie di metronomo dello sviluppo culturale. La semioticità della moda, secondo
Lotman, si manifesta nel fatto che essa sottintende sempre un osservatore in cui il pubblico però
non deve capire la moda, anzi essa sottintende una costante verifica sperimentale dei confini del
lecito. Volli sostiene che la prospettiva di moda di Lotman sia paradossale perché il carattere
significante della moda mira non alla comprensione (quindi alla comunicazione) ma all’assenza di
comunicazione. Volli individua la comunicazione dell’abbigliamento collocandola in una classe di
comunicazioni: corporee; autoreferenziali; che esercitano un’azione sugli interlocutori e
comunicano quest’azione (sono volontarie); con contenuti connessi agli usi e alle categorie sociali.
Marchetti suggerisce che non tutti sono d’accordo sull’esistenza di una semiotica della moda,
mentre tutti concordano sul fatto che l’abbigliamento possa supportare una serie di significati
simbolici dall’elevato potere comunicativo. La culturalizzazione degli oggetti ha trasformato questi
ultimi in segni portatori di significati e valori nati e condivisi nelle interazioni sociali.

Moda come performance


Secondo Svendsen tutti i simboli contribuiscono a dire qualcosa a proposito di chi li porta. Durante
il ‘700 divenne sempre meno usuale abbellire gli abiti con motivi decorativi aventi uno specifico
significato, per dare spazio al taglio e alla tessitura, ciò comportò una diminuzione delle capacità dei
vestiti di fornire informazioni. Tuttavia, ancora oggi la moda è un mezzo di comunicazione di massa
che si diffonde secondo proprie modalità e che, allo stesso tempo, entra in relazione con altri sistemi
mass-mediali. La moda può essere definita come apparire del corpo del mondo. Affinché
l’abbigliamento acquisti significato è necessario che venga socialmente riconosciuto. Se Simmel e
Veblen interpretavano il seguire la moda come una strategia politica volta all’adesione a stili
dominanti e le leggi suntuarie miravano a normare lo status, oggi si assiste ad un processo opposto.
In altre parole, Bauman sostiene che il problema dell’identità postmoderno è innanzitutto quello di
come evitare ogni tipo di fissazione e come lasciare aperte le possibilità. Queste si concretizzano
attraverso la costruzione di identità diffuse a partire da una rinaturalizzazione del corpo. Il corpo
rinaturalizzato si presenta come una struttura fisica che veicola, attraverso la sua elaborazione
creativa, un nuovo sistema signico continuamente ibridato. In tal modo i soggetti non possono più
essere considerati come “vittime della moda”, ma come consumatori attivi che valutano e scelgono
gli stili sulla base della percezione dei propri stili di vita e della propria identità.

Cos’è la moda?
La moda può essere molte cose diverse e può esserlo contemporaneamente! Perciò la moda ha un
valore simbolico extra rispetto all’abbigliamento, la moda è dentro il vestito, invisibile ma reale fin
quando è in corso un riconoscimento concreto dei valori o dei significati che essa veicola. Secondo
Bogatyrév (Circolo di Praga), l’abbigliamento è sottomesso alla moda, la quale si modifica
rapidamente tanto da non avere neanche il tempo per saldarsi al corpo del singolo o della
collettività. Secondo Finklestein la moda è un meccanismo psicologico che non ha un punto di
partenza, mentre Craik, Cannon, Ceci sostengono che il concetto di moda debba essere sganciato
da pregiudizi etnocentrici e cronocentrici e che ne venga riconosciuta la presenza anche nelle società
non industrializzate. L’abito è stato investito di significati che prima non aveva, tale investitura ha
da una parte un’assegnazione simbolica coatta, imposta dall’industria di moda, dall’altra gli studi di
Polhemus assegnano alla moda il self-fashioning, cioè uno spazio estetico individuale. Il self-
fashioning diventa self-invention e self-espression, evidenziando l’idea di un individuo come
performer in cui risalta il culto del Sé. La dimensione estetica è una continua liberazione dal vecchio
e una catartica immersione nel nuovo. Tali forme estetiche erano presenti nelle popolazioni antiche,
ma si trattava di forme durevoli, con cambiamenti minimi.

CAPITOLO 4. Corpo, moda, comunicazione


Per dimostrare la tesi di questo libro sono 3 i livelli d’analisi rilevanti: 1) Le tecnologie; 2) il contesto;
3) il corpo. La moda può essere interpretata seguendo 2 dimensioni: quella mistica, che vede la
moda come una sovra-entità che direziona le scelte degli individui; e quella emotiva. Tuttavia, ci
concentreremo su una dimensione diversa, legata alla praticità, alla funzionalità, al nuovo rapporto
tra tecnologie, corpo, ambiente e abito con lo scopo di individuare nell’abito e negli accessori, degli
strumenti legati solo in parte ai significati sociali che possono veicolare riscoprendo, invece, la
vecchia dimensione pratica e funzionale totalmente reinventata dagli enormi progressi compiuti
dalla micro-ingegneria e dalla chimica dei materiali. Come sostenuto da McLuhan, l’abito è una
second skin, una seconda pelle: ogni artefatto costruito dall’uomo è un’estensione dell’uomo stesso.
Con l’uso di nuovi materiali, l’introduzione di sensori nelle fibre tessili, bottoni GPS, si verifica una
profonda ristrutturazione delle dinamiche produttive ed imprenditoriali ma, al tempo stesso, si
verifica una rottura nel rapporto che gli individui hanno con gli oggetti creati. I tecno abiti e i tecno
accessori creano una metamorfosi delle e nelle modalità di interazione/percezione tra l’individuo, il
suo corpo, l’ambiente circostante e gli altri individui. Sebbene non siano immediatamente chiare le
implicazioni di carattere pratico ed etico che produce la tecnologia sul corpo, a nostro avviso,
risultano avere conseguenze immediatamente tangibili come il rapporto tra etica, performance e
tecnologia o quello tra spazio pubblico e privato.

The body project: questioni pratiche


Le pratiche vestimentarie dopo aver prodotto aggiustamenti funzionali ed essere state connotate
simbolicamente attraverso meccanismi di introiezione individuale e proiezione sociale, arrivano a
mediare e mediatizzare il corpo in nuovi processi di comunicazione/interazione. Con l’avvento di
Internet e l’introduzione di dispositivi che permettono una comunicazione interattiva, avviene una
trasformazione radicale nei sistemi di fruizione e produzione dell’informazione. Tuttavia, il ruolo del
corpo rimane ancora piuttosto marginale. In questa mediamorfosi tecnologico-culturale, pare che le
tecnologie della comunicazione stiano lentamente abbandonando il ruolo di semplici dispositivi per
la trasmissione o memorizzazione dei dati, per adattarsi alle esigenze degli utenti, individuando nel
corpo il luogo privilegiato per la realizzazione di progetti esistenziali che modificano e replicano il
vivente; appare possibile un superamento della frattura ontologica tra soggetto e oggetto.
Spostando la discussione sul concetto di corporeità, cioè su una dimensione coespositiva del corpo,
la nostra proposta è quella di interpretare il corpo come uno dei fili che compone la tela di un
ecosistema tecnologico che troppo spesso viene spogliato della sua natura da analisi che atomizzano
i suoi elementi al punto da rendere irriconoscibili agenti, strutture e funzioni. In the body in culture,
Technology e Society Shilling evidenzia la necessità di formulare una linea teorica che consideri il
corpo tecnologico come un corpo disciplinato che la tecnologia completa, ma comunque un corpo
che la tecnologia stessa rende concreto nel suo ambiente. La genuinità di queste affermazioni sta
nell’interpretare il corpo come un elemento statico e uniforme, su cui si è costruita una struttura di
significazione che ne parametrizza la normalità ES il caso Pistorius, che tratteremo più avanti,
dimostra che non appena le protesi vengono proiettate in un sistema di regole legittimo,
restituiscono un certo vantaggio. È possibile fare un ragionamento simile anche per le protesi
mediche che si sostituiscono ad una porzione organica che ha smesso di funzionare, come le valvole
cardiache; avviene così una perdita di naturalità giustificata dal fatto di salvare la vita o la qualità di
vita. Viene da chiedersi se non sia il caso di parlare di naturalità integrata, interpretando nel senso
più largo le intuizioni di McLhuan secondo cui “ogni invenzione o tecnologia è un’estensione o
un’amputazione del nostro corpo”. Arthur evidenzia 2 tendenze generali che normalmente abbiamo
verso la tecnologia: la fiducia verso la natura e la speranza verso la tecnologia. Fino a pochi anni fa
la portata delle tecnologie si limitava alla soluzione di un problema pratico, oggi esse non operano
più all’interno della natura, ma sulla natura. Il concetto di naturalità integrata riprende quello di
“nicchie di opportunità” proposto da Arthur e rimanda all’idea che “è il nostro stesso corpo una
tecnologia”. Sarebbe un grave errore provare a limitare l’applicazione di queste tecnologie al solo
ambito medico. Wearable technology e smart clothing sono di certo 2 prolungamenti del corpo fisico
ma la loro funzione invade il sostrato biologico al punto da instaurare una relazione tra pratica
culturale (abbigliamento) e affinamento tecnologico (medium abbigliamento) anche per ciò che
riguarda la moda. Un esempio è una tipologia di smart glasses, una smart technologies che oltre a
essere usati come occhiali tradizionali possono essere usati per scopi molto diversi. Si crea, quindi,
una piattaforma diversa che trasmette flussi di dati con modalità vecchie, ma che vengono fruiti
attraverso modalità nuove rispetto alle piattaforme tradizionali. Questi devices oltre a trasmettere
flussi informazionali sono in grado anche di produrli. Tali aspetti ci lasciano solo immaginare le
enormi implicazioni sociali che dispositivi di questo genere possono comportare. Esattamente come
il cellulare, questi devices diventeranno un vero e proprio oggetto di moda.

The body project: tecnologie, etica e privacy


Uno dei casi di ibridazione uomo-tecnologie che ha prodotto grande dibattito è quello di Pistorius:
all’età di 11 mesi fu costretto all’amputazione delle gambe dal ginocchio in giù. Usa oggi delle protesi
in fibra di carbonio che gli permettono di gareggiare in molte competizioni sportive. Il punto è quello
di stabilire quali e come sono misurabili i vantaggi nelle performance sportive. Sussiste, inoltre,
un’ulteriore aspetto: quello di Pistorius è un caso limite, nessuno, infatti, avrebbe mai sollevato
obiezioni sulla legittimità delle sue protesi se queste non avessero ingenerato il sospetto di un
qualche vantaggio nelle sue performance. Nel caso dell’atleta, l’ibridazione è visibile nelle protesi
che porta e si tratta di un’evidente e chiara integrazione tra materia organica e non. Ciò non è una
novità. Da oltre mezzo secolo, abbiamo iniziato una vera e propria ristrutturazione del corpo e
l’ibridazione può presentarsi in forme affatto visibili, ne è un esempio il doping farmacologico. Un
problema ulteriore è relativo al forte allarmismo dovuto ad un corpo “post-umano sorvegliabile”. La
questione della privacy è strettamente legata all’evoluzione delle tecnologie, e le opinioni in merito
sono molto diverse. Devices come Google Glass o lo Smart Watch Smile, offrono la possibilità di
registrare suoni, fare riprese video, questo aspetto ha suscitato molte polemiche proprio per il
rischio connesso a una continua e silente compromissione della privacy altrui. Solove evidenzia come
in passato le comunità condividessero intimamente spazi ridotti. Le informazioni relative alle
persone erano conservate nei ricordi di amici, parenti e vicini di casa attraverso il pettegolezzo. Oggi
la modalità predominate per diffondere informazioni è il linguaggio dell’elettricità (non più
attraverso le “lingue lunghe”) dove l’informazione pulsa tra sistemi di registrazione e database.
Solove dimostra che se da una parte gli individui, con le nuove tecnologie, possono sfuggire agli
occhi curiosi della comunità, dall’altra sono le stesse tecnologie a rendere visibili quasi tutti gli
aspetti della vita di una persona. Tuttavia, questo non costituisce un problema per la maggior parte
delle persone. Egli ritiene che la questione centrale è riuscire a trovare un equilibrio vero tra le
necessità legate alla sicurezza nazionale e la protezione della privacy. In uno dei suoi libri osserva
come la legge spesso si riveli inutile perché impantanata in statuti e indicazioni obsolete che in alcuni
casi tendono a confondere la privacy con la segretezza. Rodotà si concentra su un’altra dimensione
evidenziando quando, in nome della sicurezza, si scorge anche un pericoloso interesse commerciale,
o la registrazione dei movimenti degli individui nei luoghi di lavoro, in questo caso siamo oltre le
questioni di sicurezza. La questione non riguarda più solo l’uso dei nostri dati, ma di accettare o
meno l’idea che le forme di ibridazione come microchip sottocutanei capaci di dare indicazioni sul
nostro stato di salute, possano anche trasmettere la nostra posizione o altri dati sensibili. Lo spazio
pubblico assume una nuova valenza divenendo extraterritorialità delle reti elettroniche, meta
salvifica entro cui collocare la propria intimità. È proprio durante questo SHIFT topografico che la
dimensione privata viene sgretolata: l’incontro tra mondo fisico e virtuale l’individuo rinuncia ad un
confine netto tra dimensione privata e dimensione pubblica.

Strumenti collettivi di conoscenza: abiti e accessori


Secondo Bell oggi la cultura “cyber” può essere definita come l’interazione che ogni individuo mette
in atto ogni giorno e che finisce per concretizzarsi in una serie di scambi di informazioni elettroniche.
L’era digitale ha completamente trasformato le dinamiche con cui gli individui gestiscono ed
intessono i processi cognitivi, in queste dinamiche i tecno accessori hanno un ruolo determinante.
Le nuove tecnologie rendono possibile la mass self communication, cioè la creazione di streaming
informazionali autogenerati che identificano la modalità con cui gli individui estroiettano i
BRAINFRAME fuori dal loro “ambiente naturale”, provocando un capovolgimento dei flussi di
informazione. Bell sostiene che siamo tutti un po' cyborg, ma è chiaro che tale integrazione ha
raggiunto, oggi, livelli operativi amplificati grazie alla possibilità di strutturare spazi e tempi
personali. Clark sostiene che le tecnologie hanno perso parte della loro “rigidità funzionale”
acquisendo la capacità di modellarsi in relazione a richieste o compiti specifici nella transizione da
una dimensione user-friendly ad un context/ user-sensitive. Il corpo “attrezzato” attiva processi di
incorporazione spaziale multi localizzati producendo un drastico mutamento nelle Metronimie
proprie delle dinamiche relazionali e negli usi sociali delle stesse tecnologie. Questo uso delle
tecnologie, oltre a produrre un surplus cognitivo, fa del mondo digitale un “contesto co-
partecipato”, in cui gli utenti non solo comunicano, ma lo abitano. Questi nuovi modi di produrre e
fruire conoscenza sono il risultato di un processo che porta i Practitioners a vestirsi dello spazio,
ovvero a concretizzare una fluidità totale tra corpo ed i Knowledge Domains virtuali. Secondo
Pelliccia, i giovani nativi digitali, dimostrano di avere grande padronanza dei nuovi strumenti di
interazione/ comunicazione, tanto che i percorsi di conoscenza portano alla nascita di diversi stili
comunicativi. Smart clothing e tecnologie indossabili diventano, quindi, strumenti essenziali per la
produzione, la diffusione e la fruizione dell’intelligenza connettiva, un’intelligenza de-spazializzata.

Smart clothing ovvero “abbigliamento intelligente”


L’abbigliamento intelligente è una novità dalle possibilità enormi, ma al momento gode di una
visibilità e una diffusione piuttosto limitate sia per l’uso specifico in campo medico e militare sia per
i costi piuttosto elevati. ES presso lo Smart Wear Research Center i ricercatori hanno realizzato
una tastiera all’interno del tessuto usando sottili fili in acciaio come “ordito conduttivo”. I sensori
collegati sono in grado di monitorare dati fisiologici come la respirazione e la frequenza cardiaca. È
usato per monitorare sia le condizioni clinico-sanitarie dei pazienti, sia quelle fisiche degli atleti e
professionisti in situazioni estreme. Una delle prime aziende ad immettere sul mercato indumenti
del genere è stata la californiana Vivonoetics con la “lifeshirt recorder” che immagazzina su una
scheda di memoria esterna dati relativi alla pressione del sangue, alla temperatura corporea, alla
saturazione di ossigeno. L’utente può anche registrare l’orario di un sintomo particolare
permettendo di individuarne specifiche correlazioni. Di recente si sta assistendo a un’impennata
degli studi che vedono i bambini inseriti in relazioni di mercato. Forse, anche questo ha spinto molti
operatori a creare diversi dispositivi di smart clothing, o dispositivi da installare vicino alla culla che
servono a riprendere il bambino in assenza dei genitori per controllare alcuni valori ambientali, o
dispositivi medici capaci di rilevare i movimenti dei bambini e la loro respirazione emettendo un
segnale d’allarme in caso di pericolo. Uno dei prodotti più interessanti per bambini è Mimo Baby
Monitor, una tutina che incorpora diversi sensori e fornisce indicazioni sulla respirazione del
bambino, temperatura corporea, ritmo sonno-veglia. Elabora i dati e fornisce un tracciato
giornaliero visibile sul monitor del proprio smartphone. Salvendy evidenzia come nello sviluppo di
abbigliamento intelligente è necessario dare priorità al confort generale dell’oggetto prodotto,
distinguendo: un confort termo fisiologico; un confort sensoriale o neurofisiologico; un confort
body-movement. La progettazione di abiti e accessori intelligenti deve combinare aspetti funzionali
ed aspetti estetici. Il connubio tra ricerca scientifica e case di moda ha prodotto abiti che vedono
integrate funzionalità improbabili fino a qualche anno fa. A metà strada tra arte e tecnologia
troviamo Dodge, creatore di un prototipo di calzature che, usando l’energia meccanica prodotta dal
movimento naturale di chi le indossa, producono e conservano energia elettrica (eco fashion
trends). L’evoluzione di questi devices avviene parallelamente alla scoperta di nuovi sistemi per
l’accumulo di energia elettrica. Diversi gruppi di lavoro si impegnano per consentire una perfetta
integrazione tra fibre tessili tradizionali e nanotecnologie. Ma sono necessarie coevoluzioni di altre
tecnologie affinché i potenziali vengano sfruttati al meglio. Ad esempio, ogni smart glass non
supportato da una rapida e valida piattaforma di trasmissione, sarebbe mutilato.

CONCLUSIONI
Abbiamo presentato un quadro coerente che ha individuato le evoluzioni delle pratiche
vestimentarie come mutamenti socio-tecnici e trasformazioni nelle attribuzioni di significato.
Inoltre, è emerso come diversi concetti legati alle pratiche vestimentarie si presentino come
elementi dal significato sincronicamente e diacronicamente mutevoli. Ci siamo concentrati su una
prospettiva che mettesse in evidenza queste evoluzioni concentrandoci sugli aspetti tecnici,
tecnologici e simbolici. Così è emerso come l’abbigliamento abbia costituito un prometeico
strumento utile a determinare un equilibrio termico, ma anche capace di comunicare sé stesso e
modellare equilibri socio-culturali, fino a venire ibridato dalle tecnologie. La tecnologia istallata
nell’abito fornisce un territorio nuovo in cui sperimentare forme diverse di produzione simbolica e
strutturare nuove modalità di fruizione del mondo. Questo aspetto ha consentito alla tecnologia di
produrre 2 tipi di tecno-abbigliamento e tecno-accessori: uno ancora statico, dove la tecnologia
migliora il processo produttivo o alcune proprietà materiche dei filati; l’altro è una tipologia di
abbigliamento/accessorio che si appropria di una dimensione High-Tech, declinabile all’interno di
ambiti molto diversi: da quello sportivo, medico-ospedaliero, alla formazione. Gran parte di queste
tecnologie sono il frutto di una elaborata e creativa conversione di oggetti tecnologici già esistenti.
Forse una delle metamorfosi più evidenti è quella subita dal cellulare. La transazione verso forme
ibridate di umanità si lega al concetto di technium: “sistema globale fortemente interconnesso di
tecnologia che si anima intorno a noi e che diventa l’estensione del nostro corpo”. La tecnologia,
quindi, determina la fine della staticità dell’abito; è quindi la transizione da un corpo “arredato” ad
uno “attrezzato”. Le collaborazioni tra case di moda, laboratori biotecnologici e di ingegneria e di
chimica dei materiali hanno ridisegnato concetti come indossabilità, protezione, salute,
comunicazione, elevando il corpo umano ad una nuova realtà topografica su cui si insedia la
tecnologia.