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Franz Kafka

La prova. Testi brevi


Desiderio di diventare indiano

Magari essere un indiano, pronto come lui sul cavallo in corsa, curvo
nell'aria, sulle vibrazioni del terreno continuare con rapidi tremiti fino a
lasciar gli speroni, che infatti non ci sono, fino a buttar via le briglie, che
infatti non ci sono, e appena vedere davanti a sé, già senza il collo e la
testa del cavallo, la landa come una brughiera lisciata dalla falce.

(Wunsch, Indianer zu werden, 1913)

Il rifiuto

Quando incontro una bella fanciulla e le chiedo, “sii buona, vieni con me”,
lei seguitando a camminare muta è così che pensa:
“Non sei davvero un duca dal nome alato, né un grosso americano con il
fisico d'un indiano, con occhi che arditi e fermi guardano diritto, con la
pelle massaggiata dall'aria delle praterie e dei fiumi che le attraversano,
non hai viaggiato fino ai grandi laghi che non so dove si trovino, né li hai
percorsi. Quindi ti prego, perché io, una bella fanciulla, devo mettermi con
te?”
“Trascuri il fatto che nessuna automobile ti porta molleggiata per la via;
non vedo attillati nel loro abito signori del tuo seguito che ti vengono
dietro in semicerchio perfetto a te benedicenti; i tuoi seni sono ben a posto
nel corsetto, ma cosce e fianchi si prendono la rivincita per quella castità;
porti un abito di taffettà plissettato che l'autunno scorso senza dubbio
piacque a tutti noi, eppure a tratti sorridi – avendo addosso questo dio ci
liberi.”
“Sì, entrambi abbiamo ragione e, per non prender coscienza inconfutabile
di ciò, preferiamo andarcene a casa ognuno per conto suo, non è vero?”

(Die Abweisung, 1908)


Gli alberi

Davvero siamo come tronchi d'albero nella neve. Sembra che proprio vi
siano posati e che si possa spostarli con poco sforzo. No, non si può,
perché sono strettamente collegati al suolo, ma vedi, anche ciò è solo
apparente.

(Die Baeume, 1908)

Vestiti

Spesso vedo vestiti a pieghe molteplici, ruches, bellurie, che stanno bene
su bei corpi, poi penso che non restano a lungo così in buono stato e invece
raggrinziscono irreparabilmente, prendono polvere che s'infittisce nelle
belle pieghe e non si può più togliere, e penso che nessuna vorrà rendersi
tanto misera e ridicola da indossare ogni giorno lo stesso prezioso vestito
la mattina e toglierlo la sera.
Eppure vedo fanciulle davvero graziose che mostrano leggiadre ossature,
muscoli, pelle tesa, masse di capelli scuri, che però compaiono un giorno
dopo l'altro in quest'unico costume naturale, appoggiano sempre lo stesso
viso sulle stesse palme di mano e lo lasciano riflettere dal loro specchio.
Qualche volta soltanto, la sera tardi al ritorno da una festa, esso pare loro
consunto, gonfio, passato di moda, bell'e visto da tutti e a stento
indossabile ancora.

(Kleider, 1908)

La via verso casa

Si consideri la forza di persuasione dell'aria dopo il temporale! Mi


compaiono davanti i miei meriti e mi sopraffanno, per quanto io neppure
mi opponga.
Marcio e il mio ritmo è il ritmo di questo lato della via, di questa via, di
questo quartiere. Con ragione rispondo di tutti i pugni contro le porte, sui
piani dei tavoli, di tutti i brindisi, degli amanti nei loro letti, sotto le
impalcature degli edifici in costruzione, pigiati contro i muri delle case
nelle viuzze buie, sulle ottomane dei bordelli.
Valuto la mia vita passata in rapporto al mio futuro, ma trovo entrambi
perfetti, nessuno dei due è in grado di dar la precedenza e devo solo
biasimare l'ingiustizia della provvidenza, che mi favorisce tanto.
Solo quando entro in camera mia sono un po' pensieroso, ma senza che
abbia, mentre facevo le scale, trovato qualcosa che fosse degno di
pensiero. Non mi serve a molto aprire completamente la finestra né la
musica che viene ancora da un giardino.

(Der Nachhauseweg, 1908)

Sguardo distratto all'esterno

Che cosa faremo in questi giorni primaverili che ora arrivano veloci?
Stamani presto il cielo era grigio, ma se si va alla finestra ci si sorprende e
vi si appoggia una gota alla maniglia.
Giù si vede la luce del sole che però già cala sul viso della fanciullina,
cammina e si guarda intorno, ed insieme si vede l'ombra dell'uomo che
subito dopo arriva più svelto.
Poi l'uomo è già passato oltre ed il viso della bambina è completamente
chiaro.

(Zerstreutes Hinausschaun, 1908)

Coloro che transitano in fretta

Quando passeggiamo di notte per una via e un uomo che era già visibile a
distanza – infatti la via sale, davanti a noi, e la luna è piena – ci viene
incontro in fretta, non per questo lo agguanteremo, anche se è misero e
cencioso, anche se dietro di lui qualcuno si affretta e urla, ma lo lasceremo
correre oltre.
Infatti è notte e non dipende da noi che la via ci salga davanti illuminata in
pieno dalla luna, inoltre forse questi due hanno organizzato l'inseguimento
per divertirsi, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene
inseguito senza colpa, forse il secondo vuole uccidere e noi diverremmo
complici dell'assassinio, forse i due non sanno niente l'uno dell'altro ed
ognuno si affretta soltanto verso il suo letto rispondendone personalmente,
forse si tratta di sonnambuli, forse il primo è armato.
E infine, non possiamo essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino?
Siamo lieti di non vedere più nemmeno il secondo.

(Die Vorueberlaufenden, 1908)

Il passeggero

Mi trovo sulla piattaforma del tram elettrico, completamente incerto


riguardo alla mia posizione in questo mondo, in questa città, nella mia
famiglia. Nemmeno per caso potrei dichiarare quali diritti a qualunque
proposito potrei accampare. Neppure posso sostenere che mi trovo su
questa piattaforma, che mi reggo a questo cappio, che mi lascio portare da
questa vettura, che la gente le ceda il passo o che cammini in silenzio o che
si fermi davanti alle vetrine. Nessuno certo me lo chiede, ma ciò non
conta.
La vettura si approssima ad una fermata, una fanciulla si ferma vicino ai
gradini pronta a scendere. Mi appare d'una tale evidenza, come se l'avessi
palpata. Vestita di nero, le pieghe dell'abito semi immobili, la blusa esigua
dal collo di fine merletto bianco, la mano sinistra distesa sulla parete,
l'ombrello nella mano destra sul secondo gradino più alto. Il viso è bruno,
il naso dai lati appena schiacciati termina tondo e largo. Ha molti capelli
castani e dei capelluzzi dispersi sulla tempia destra. Il minuto orecchio le
aderisce bene, eppure stando vicino io vedo tutto il dorso del padiglione
destro e l'ombra alla sua radice.
Allora mi chiedo: com'è che non si stupisce di sé, che tiene la bocca chiusa
e non dice alcuna cosa del genere?

(Der Fahrgast, 1908)

Per una riflessione sui signori fantini

Nulla, pensandoci, può attirare nel fatto di primeggiare in una corsa.


La gloria di venir riconosciuto come il miglior fantino d'una regione
rallegra troppo, quando l'orchestra parte, per impedirci domani di
pentircene.
Il livore degli avversari, gente maligna, alquanto influente, per forza ci
affligge tra le strette ali di pubblico che attraversiamo dopo l'area che
presto s'è vuotata davanti a noi fino ai fantini doppiati, che cavalcano
rimpiccioliti al margine dell'orizzonte.
Molti nostri amici s'affrettano a riscuotere la vincita e si limitano a urlarci
di sbieco, dagli sportelli lontani, i loro hurrà; i migliori amici non hanno
neppure puntato sul nostro cavallo, dato che temevano di rimetterci sono
stati costretti ad esserci contro, ma ora che il nostro cavallo è stato il primo
e loro non hanno vinto nulla si girano, quando ci avviciniamo, e
preferiscono guardare verso le tribune. I concorrenti rimasti indietro, saldi
in sella, cercano di valutare la sfortuna che li ha colpiti e l'ingiustizia che
in qualche modo viene causata loro; assumono un aspetto vigoroso come
se dovesse iniziare una nuova corsa, una corsa seria dopo questo scherzo
infantile.
A molte signore il vincitore pare ridicolo in quanto tronfio, eppure lui non
sa come iniziare con le strette di mano interminabili, con i saluti, con gli
inchini e con gli omaggi da eseguire a distanza, mentre gli sconfitti
tengono la bocca chiusa e danno colpetti sul collo dei loro cavalli che in
maggioranza nitriscono.
Infine, dal cielo divenuto fosco, per di più comincia a piovere.

(Zum Nachdenken fuer Herrenreiter, 1910)

L'escursione in montagna

“Non so”, grido senza suono, “davvero non so. Se nessuno viene, allora
viene giustappunto nessuno. Non ho fatto a nessuno qualcosa di male,
nessuno ne ha fatto a me, ma nessuno intende darmi una mano. Proprio
nessuno. Ma non è neppure così. Solo che nessuno mi dà una mano – in
caso contrario proprio nessuno sarebbe carino. Molto volentieri– perché
no, poi? - farei un'escursione con una compagnia di veri nessuno. Com'è
naturale in montagna, sennò dove? Come si spingono questi nessuno l'un
con l'altro, queste molte braccia stese di traverso e intrecciate, questi molti
piedi distinti da minimi passi! Si capisce, tutti in frac k. Camminiamo alla
meglio, il vento passa tra i varchi che noi e le nostre membra lasciamo
aperti. In montagna la gola si libera! C'è da stupirsi che non cantiamo.”

(Der Ausflug ins Gebirge, 1913)


La finestra sulla via

Chi vive solo eppure a tratti farebbe numero da qualche parte, chi con
riguardo ai cambiamenti orari, del tempo, delle relazioni di lavoro,
eccetera, desidera vedere un qualche braccio a caso cui potrebbe tenersi –
non farà a lungo a meno d'una finestra sulla via. Se gli va così, che lui non
cerchi proprio nulla e vada al davanzale solo alla stanca, gli occhi in alto e
in basso tra il cielo e i passanti, che abbia senza volere un poco piegato
indietro il capo, allora i cavalli lo trascinano giù con sé nella sequenza di
carrozze e frastuono e così, finalmente, verso l'umana concordia.

(Das Gassenfenster, 1913)

Gran chiasso

In camera mia siedo nel quartier generale del chiasso di tutto


l'appartamento. Odo sbattere tutte le porte, a causa del loro chiasso mi
sono risparmiati solo i passi di chi s'affretta in mezzo ad esse, odo anche la
chiusura dello sportello della cucina economica. Il babbo apre di colpo le
porte di camera mia e passa con la vestaglia che gli si trascina dietro, nella
stanza accanto viene raschiata via dalla stufa la cenere, Valli chiede
dall'anticamera, gridando ogni parola, se il cappello del babbo è già stato
pulito, un sibilo, che mi vuol essere amico, eleva anche l'urlo d'una voce
che risponde. La maniglia della porta dell'appartamento viene azionata e fa
un rumore come di scatarramento, s'apre quindi con il canto d'una voce di
donna, infine si chiude con un cupo maschile scossone che suona
irriguardosissimo. Il babbo è uscito, ora inizia più tenero, più incerto, più
disperato, il chiasso delle voci dei due canarini. Già da un pezzo pensavo,
e coi canarini mi ritorna in mente, se non dovessi aprire uno spiraglino
della porta, strisciare nella stanza accanto a mo' di serpe ed in tal modo al
suolo domandar requie alle mie sorelle ed alla loro servetta.

(Grosser Laerm, 1912)


L'infelicità dello scapolo

Par così male restare scapolo, chiedere come un vecchio, a costo di


rimetterci in dignità, di essere accolto, quando si vuol trascorrere una
serata in compagnia, esser malato e dall'angolo in cui ci si trova a letto per
settimane guardare la stanza vuota, congedarsi sempre davanti al portone,
mai salir le scale accanto alla propria moglie, avere in camera solo porte
che danno in appartamenti estranei, portarsi la cena a casa in mano, dover
meravigliarsi di bambini estranei e non poter continuare a rispondere “io
non ne ho”, formarsi un aspetto e una condotta sulla scorta dei ricordi
giovanili di uno o due scapoli.
E sarà così che si rimarrà veramente, oggi e pure più avanti, con un corpo
e una vera testa, dunque anche una fronte, a colpirla con una mano.

(Das Ungluech del Junggesellen, 1913)

L'improvvisa passeggiata

Se ci sembra di aver deciso in modo definitivo, a sera, di restare in casa, s'è


indossata la vestaglia, si siede dopo cena alla tavola illuminata e s'è fatto
tutto quello, lavoro e giochi, al cui termine in linea di massima si va a
dormire, se fuori fa un tempo non buono che rende evidente restare a casa,
se, ora, ci si è trattenuti già così a lungo, buoni buoni, alla tavola, che
andarsene fuori provocherebbe generale stupore, se, diciamo, le scale di
casa sono al buio e il portone è sprangato, e se nonostante tutto questo ci
s'alza improvvisamente a disagio, si cambia di abito, subito comparendo
vestiti per uscire, si spiega di dover andare, lo si fa dopo un breve saluto,
ahinoi tanto veloci nel chiudere la porta di casa da credere di essersi
lasciati alle spalle più o meno irritazione, se ci si ritrova in strada con le
membra che rispondono con gran mobilità all'inattesa liberazione che si è
procurata loro, se con quest'unica decisione si sente ogni decisionalità
assemblata in noi, se si riconosce con chiarezza maggiore del solito che
cioè si ha più forza del necessario per raggiungere con facilità il più veloce
cambiamento e per sopportarlo, e se si fanno alla svelta le lunghe vie – per
stasera s'è allora del tutto fuoriusciti dalla propria famiglia, che devia nell'
inesistenza, mentre con gran saldezza, nera davanti la sagoma, dietro
battendosi le cosce, ci si eleva alla propria vera forma.
Tutto si rafforza se si va a trovare a quest'ora un amico, a vedere come sta.
(Der ploetzlich Spaziergang, 1913)

Propositi

Sollevarsi da uno stato di abbattimento deve, per quanto volutamente


energico, aver levità. Mi schiodo dalla sedia, giro attorno al tavolo, muovo
testa e collo, metto gli occhi a fuoco, inarco i muscoli che li circondano.
Mi oppongo ad ogni sentimento, saluto A bruscamente, ora che verrà,
tollero con gentilezza B nella mia stanza, con C riferisco, con lunghi
passaggi, a me tutto quel che viene detto, nonostante dolore e pena.
Tuttavia anche in questo modo tutto, il facile e il difficile, con tutte le
immancabili pecche, ristagnerà, ed io sarò costretto a girare a vuoto.
Per cui il miglior consiglio rimane quello di accettare tutto, di comportarsi
come materia greve e, anche sentendosi soffiati via, non farsi sedurre a
nessun passo non necessario, guardar l'altro con sguardo da animale, non
sentire alcun rimorso, per farla breve mortificare di mano propria quello
che della vita ancor resta come fantasma, cioè incrementare ancora la
definitiva calma tombale e non lasciar più sussistere null'altro.
Un movimento caratteristico, in tale stato, è passare il dito mignolo sul
sopracciglio.

(Entschluesse, 1913)

Davanti alla legge

A protezione della legge sta un portinaio. Dalla campagna viene un uomo e


chiede a questo portinaio di adire la legge. Il portinaio però dice che ora
non può concederglielo. L'uomo riflette e poi chiede se più tardi avrà il
permesso di adire la legge. “Può darsi”, dice il portinaio, “però ora no.”
Dato che il portale della legge sta aperto, come sempre, ed il portinaio si
sposta di lato, l'uomo si sporge per guardare all'interno. Il portinaio se ne
accorge, ride e dice: “Se ti garba tanto, provaci pure ad entrare nonostante
il mio divieto. Guarda però, che io sono possente, e sono soltanto il
portinaio di grado minimo. Di sala in sala ci sono portinai uno più possente
dell'altro. Già vedere il terzo, io non posso sopportarlo nemmeno. “
Difficoltà simili il campagnolo non se le aspettava, tutti dovrebbero adire
la legge, che dovrebbe essere sempre accessibile, pensa lui, ma guardando
meglio il portinaio, il suo mantello di pelliccia, ora, la grossa punta del suo
naso, la sua lunga losca barba nera da tartaro, decide che è meglio
aspettare fino a quando non riceverà l'autorizzazione ad adire. Il portinaio
gli dà un basso sgabello e lo fa sedere al lato della porta. Vi resta giorni ed
anni, fa svariati tentativi di venir ammesso e stanca con le sue preghiere il
portinaio che più volte lo interroga su fatti modesti, gli chiede del suo
luogo natio e di molto altro, ma si tratta di domande fatte per fare come
quelle che fanno i gran signori, e a mo' di conclusione gli ripete sempre
che ancora non può ammetterlo. L'uomo, che per il suo viaggio si è ben
fornito, spende ogni cosa allo scopo di corrompere il portinaio, per quanto
ciò possa valere. Cioè, questi accetta tutto, ma dice: “Accetto solo perché
tu non creda di aver trascurato qualcosa.” Durante molti anni l'uomo
osserva il portinaio quasi ininterrottamente, dimentica gli altri portinai e
questo, il primo, gli sembra l'unico ostacolo all'adire la legge. Maledice il
suo sfortunato caso senza riguardi ed a voce alta, nei primi anni, più tardi,
invecchiando, si limita a brontolare tra sé. Rimbambisce e, poiché durante
lo studio lungo anni del portinaio ha fatto conoscenza anche delle pulci che
si trovano nel bavero della sua pelliccia, prega anche le pulci di dargli una
mano a far cambiare idea al portinaio. Alla fine la vista gli s'indebolisce e
lui non sa se attorno gli si fa buio o se sono gli occhi ad ingannarlo. Però
ora nel buio distingue una luce che proviene ininterrottamente dal portale
della legge, e non vive ancora per molto, prima della sua morte tutte le
esperienze fatte da lui nella vita intera si radunano nella sua testa in una
domanda che fin qui ancora non ha posto al portinaio. Gli fa un cenno,
poiché non riesce più a sollevare il suo corpo irrigidito. Il portinaio è
costretto a chinarsi giù verso di lui, infatti la differenza di statura è molto
mutata a sfavore dell'uomo. “Cos'altro vuoi ancora sapere, ora?” chiede il
portinaio, “sei insaziabile.” “Tutti tendono verso la legge”, dice l'uomo,
“com'è che in questi anni, molti, nessuno all'infuori di me ha chiesto di
adire?” Il portinaio si accorge che l'uomo è già alla fine, e per arrivare a
farsi udire da lui, che non sente più, grida: “Nessun altro poteva ottenere di
adire qui, perché quest'accesso era riservato a te. Ora vado e la chiudo.”

(Vor dem Gesetz, 1915)


Un giovane studente ambizioso

Un giovane studente ambizioso, che s'era molto interessato al caso dei


cavalli di Elberfeld <nel 1912 tale Wilhelm von Osten si fece conoscere
come speciale addestratore di cavalli nella città di Elberfeld; fonte:
Wikipedia> e che aveva letto e meditato tutto quanto fosse stato pubblicato
sull'argomento, decise di sperimentare per conto suo nella stessa direzione
e di affrontare la cosa subito in tutt'altro modo e, secondo lui,
incomparabilmente meglio rispetto a coloro che lo avevano preceduto.
Certo, i suoi mezzi economici erano in sé inadeguati a permettergli di
sperimentare in modo significativo, e se il primo cavallo che lui intendeva
acquistare si fosse dimostrato testardo, cosa che anche faticando
strenuamente poteva esser stabilita solo dopo settimane, lui non avrebbe
avuto per molto tempo nessuna prospettiva di iniziare nuovi esperimenti.
Eppure non se ne angosciò in modo eccessivo, perché con il suo metodo,
probabilmente, ogni caparbietà poteva essere superata. Comunque, in
conformità con la sua prudente natura, calcolando la spesa che avrebbe
sostenuto e i mezzi che lui poteva procurare, procedé in modo totalmente
pianificato. Fin lì i suoi genitori, negozianti poveri nella provincia, gli
avevano inviato con regolarità ogni mese l'importo di cui lui necessitava
per il puro e semplice mantenimento durante gli studi, un sostegno cui lui
pensò di non rinunciare neppure per il futuro nonostante che, com'è
naturale, dovesse assolutamente smettere con gli studi che i genitori da
lontano seguivano con grandi speranze, se voleva pervenire all'atteso gran
successo nel nuovo campo in cui ora sarebbe entrato. Che i genitori
capissero tali fatiche o addirittura che più o meno lo aiutassero a farle, era
impensabile, e dunque lui fu costretto, per quanto fosse doloroso, a tacer
loro le sue intenzioni ed a lasciare che lo credessero procedere
regolarmente negli studi come aveva fatto fin lì. Ingannare i genitori era
soltanto uno dei sacrifici che intendeva imporsi al servizio della cosa. Per
coprire la spesa prevedibilmente grande che sarebbe stata necessaria per le
sue fatiche i soldi dei genitori non poteva bastare. Lo studente perciò
decise di impiegare subito la massima parte della giornata, fin lì servita
allo studio, a impartire lezioni private. La massima parte della notte però
doveva servire all'opera vera e propria. Lo studente scelse le ore notturne
per l'addestramento del cavallo non solo perché costretto a causa delle sue
relazioni esterne, non positive, anche i nuovi principi che lui intendeva
introdurre nell'addestramento del cavallo lo indirizzavano verso la notte
per svariati motivi. Anche la più breve distrazione dell'attenzione del
cavallo significava secondo lui un danno irrimediabile all'addestramento,
cosa da cui di notte si sentiva il più possibilmente al sicuro. L'irritabilità
da cui la persona e l'animale, quando vegliano e lavorano nella notte,
vengono afferrati, era secondo il suo progetto espressamente richiesta. Lui
non temeva come altri esperti la furia del cavallo, assai di più la esigeva,
anzi, la provocava, certo non con la frusta, ma con lo stimolo della sua
incessante presenza, e dell'incessante addestramento. Sosteneva che nel
corretto addestramento dei cavalli non era dato che esistessero progressi
singoli, questi, vantati tanto negli ultimi tempi da svariati intenditori di
cavalli, non erano altro che prodotti della immaginazione dell'istruttore o
peggio, il chiaro segno che mai si sarebbe pervenuti ad un progresso
generale. Quanto a lui da nulla desiderava guardarsi come dal
conseguimento di progressi singoli, la modestia dei suoi predecessori i
quali ritenevano di essere arrivati a qualcosa con la riuscita di piccoli pezzi
di bravura in fatto di calcolo <era il caso del cavallo di von Osten; fonte:
Wikipedia>, a lui pareva incomprensibile, era come se nell'ambito
dell'istruzione dei bambini si volesse puntare ad inculcare al bambino,
senza considerare l'ipotesi della sua cecità, sordità ed insensibilità al
mondo umano, le tabelline e nient'altro. Tutto ciò era così folle, e gli errori
degli altri istruttori di cavalli a lui sembravano talvolta così
spaventosamente netti, che arrivò a sospettare quasi di se stesso, infatti era
quasi impossibile che un singolo, per di più privo di esperienza, spinto in
avanti solo da una convinzione non verificata eppur tuttavia profonda e
addirittura furiosa, dovesse aver ragione a dispetto di tutti i conoscitori.

(Ein junger ehrgeiziger Student, 1915?)

Un sogno

Joseph K. sognò che era una bella giornata, desiderava andare a


passeggiare, ma fatti due passi appena già si trovava al cimitero. C'erano
vie molto artificiali e contorte, tuttavia lui scivolava su una di esse come se
fosse su un'acqua che, lui tranquillo, sospeso, lo trascinasse. Da lontano
adocchiava il cumulo di terra di una fossa scavata da poco presso cui
voleva fermarsi. Quel cumulo lo attraeva, quasi, credeva di non riuscire ad
arrivarci abbastanza in fretta, a tratti però lo vedeva appena, gli veniva
nascosto da bandiere le cui stoffe erano in movimento e sbatacchiavano
con gran forza l'una sull'altra, i portabandiera non si vedevano, ma era
come se fosse in atto un gran giubilo, lì.
Mentre aveva ancora lo sguardo puntato lontano, d'improvviso si trovava
all'altezza del cumulo, anzi già dietro. Saltava svelto nell'erba. Sfrecciava
balzando, barcollava e cadeva in ginocchio proprio davanti al cumulo. Due
uomini dietro la fossa tenevano sospesa tra loro una pietra tombale, appena
apparso K la sbattevano in terra, pareva come murata. Di colpo veniva
fuori da un boschetto un terzo uomo che K riconosceva come un artista,
aveva solo calzoni, addosso, e una camicia abbottonata male, in testa un
berretto di velluto, in mano teneva un normale lapis con cui già
avvicinandosi disegnava figure nell'aria.
Si accostava alla pietra, che era ben alta, per scrivere, non era costretto a
chinarsi affatto, bensì a sporgersi in avanti perché il cumulo, su cui lui non
intendeva salire, lo separava dalla pietra, quindi stava sulla punta dei piedi
e con la sinistra si appoggiava sulla superficie della pietra. Operando in
modo particolare riusciva ad ottenere, con il normale lapis, dei caratteri in
oro, scriveva “Qui riposa” - ogni carattere veniva fuori bello nitido, ben
inciso e completamente in oro. Scritte le due parole si voltava verso K e lo
guardava; assai voglioso del seguito dell'iscrizione, K s'interessava appena
all'uomo e teneva d'occhio solo la pietra. In realtà l'uomo riprendeva a
scrivere, ma senza riuscirci, qualcosa glielo impediva, abbassava il lapis e
si voltava di nuovo verso K, che a quel punto prendeva a guardarlo
accorgendosi che l'artista era in grande imbarazzo senza che riuscisse a
dirne però la causa. Sparita tutta la sua vivacità di prima. Anche K finiva
imbarazzato e i due si scambiavano sguardi impotenti, ecco
un'incomprensione grave che nessuno sapeva risolvere. Inopportuna, a
quel punto cominciava anche a suonare una campana dalla cappella
mortuaria, però l'artista agitava una mano in aria e la campanella smetteva
di suonare. Dopo una pausa ricominciava, stavolta pianissimo, e subito
smetteva senza bisogno di chiederlo, come se avesse voluto provare il suo
suono. Desolato della situazione dell'artista, K iniziava a piangere, a lungo
singhiozzandosi in mano, l'artista aspettava che si calmasse e poi si
decideva, non trovando altra via d'uscita, a riprendere la iscrizione. Il
primo tratto per K era liberatorio, l'artista riusciva però evidentemente a
continuare con estrema riluttanza, anche la scrittura non era più così bella,
soprattutto mancava in fatto di oro, procedeva incerta e sbiadita, solo i
caratteri si facevano molto grandi. Una J era quasi alla fine, allora l'artista
scalciava rabbiosamente il cumulo di terra facendola alzare in giro.
Finalmente K capiva, di chiedergli scusa non c'era più tempo, con le dita
scavava nella terra che non opponeva quasi resistenza, tutto sembrava
pronto, c'era, sopra, solo per figura una crosta di terra, subito dietro di essa
si apriva un gran buco dalle pareti scoscese dentro cui K sprofondava con
una lieve scivolata di spalle. Mentre tuttavia veniva messo giù nel chiuso
della profondità senza chinare la testa, in alto il suo nome si estendeva ben
ornato sulla pietra.
Affascinato da tale vista, si svegliò.

(Ein Traum, 1917)

In loggione

Se davanti a un instancabile pubblico una qualche cavallerizza decrepita e


malata di petto venisse fatta girare in pista sul precario animale
dall'impresario che agita la frusta senza pietà, senza interruzione per mesi,
agitandosi, buttando baci, dimenando il sedere, e tale spettacolo si
protraesse, nell'incessante brusio dell'orchestra e dei ventilatori, in un
futuro che non promette nulla di buono, accompagnato dal battere calante
e di nuovo crescente delle mani, in effetti colpi di maglio, forse un
giovanotto del loggione scenderebbe svelto la lunga scalinata lungo tutti
gli ordini di posto, e si butterebbe nella pista gridando basta tra le fanfare
dell'orchestra che continua a far da sottofondo.
Però non è così, una bella signora bianca e rossa entra di volo, fieri in
livrea gli inservienti le spalancano il sipario, il direttore devotamente
cercandone lo sguardo regge l'animale affannandolesi davanti, la innalza
sul pomellato con cura, quasi fosse la sua nipote preferita in procinto di
viaggiare nei pericoli, non riesce a decidersi a dare il via con la frusta,
infine vincendosi lo fa con uno schiocco, corre accanto al cavallo a bocca
aperta seguendo i balzi della cavalcatrice aguzzando lo sguardo, a stento
ne sa comprendere la maestria, in inglese grida consigli, rimprovera
rabbioso l'inserviente che regge il cerchio, che faccia più attenzione, prima
del gran salto mortale <in italiano nel testo> implora l'orchestra sollevando
le mani, che taccia, infine solleva la nipotina dal cavallo fremente, la bacia
sulle guance né ritiene sufficiente nessun omaggio del pubblico mentre lei,
sostenuta da lui, sulle punte dei piedi, circonfusa di polvere, le braccia
allargate, vuol comunicare, la testolina piegata indietro, la sua felicità a
tutto il circo – dato che è così il giovanotto del loggione mette la faccia sul
parapetto e piange senza saper di farlo, e sprofonda nella marcia musicale
conclusiva come in un difficile sogno.

(Auf der Galerie, 1919)

Un fratricidio

E' documentato che l'assassinio avvenne come segue:


Schmar, l'assassino, si mise verso le nove di una sera rischiarata dalla luna
su quell'angolo di strada dove Wese, la vittima, doveva svoltare dalla via
dove si trovava il suo ufficio in quella in cui abitava.
Aria notturna fredda, di quella che dà i brividi a tutti, ma Schmar aveva
addosso solo un abito celeste, leggero, e la giacchetta per di più era
sbottonata. Non sentiva per niente freddo, continuava a muoversi. L'arma
del delitto, a metà baionetta, a metà coltello da cucina, la teneva stretta in
pugno snudata, la guardava riflettere la luce lunare; il taglio luccicava, non
abbastanza per Schmar, ci urtò le pietre del selciato fino a provocar
scintille, forse pentendosene, e per rimediare al danno ci si strofinò la
suola d'uno stivale a mo' di archetto da violino mentre, stando su una
gamba, si sporgeva a sentire il rumore del coltello sullo stivale ed insieme
quanto venisse dalla via fatale.
Perché Pallas, il rentier, che non lontano vide ogni cosa dalla sua finestra
al secondo piano, lasciò fare? Vattelappesca! E' l'umana natura! Guardò
giù scuotendo la testa, alzato il bavero della vestaglia legata sul pancione.
Cinque casamenti oltre la signora Wese, in camicia da notte coperta con la
pelliccia di volpe, si sporse per veder l'arrivo di suo marito che quel giorno
tardava stranamente molto.
Infine risuonò sulla città, un po' troppo per quel che era, la campanella
della porta dell'ufficio di Wese, fino al cielo, e Wese, diligente lavoratore,
uscì dall'edificio in quella stradina ancora invisibile, annunciato solo dalla
campanella; e subito il selciato contò i suoi passi tranquilli.
Pallas si sporge molto fuori, non può perdersi nulla. La signora Wese
chiude la finestra rumorosamente, placata dal suono della campanella.
Schmar invece si inginocchia, non avendo nessun altra parte nuda, sul
momento, preme il volto e le mani sulla pietre, dappertutto si gela, Schmar
scotta.
Proprio dove le strade si dividono Wese sosta, appoggiandosi con il
bastone su quella laterale, si tratta d'una bizzarria, il cielo notturno lo ha
attirato, l'azzurro scuro e dorato. Ignaro guarda, ignaro si gratta i capelli
sotto il cappello sollevato, nulla viene da lassù a preannunciargli quel che
prestissimo accadrà, tutto resta imperscrutabile, insensatamente al suo
posto. In sé è ragionevolissimo che Wese vada oltre, però incappa nel
coltello dello Schmar.
“Wese!” urla Schmar alzandosi sulla punta dei piedi, il braccio su, il
coltello affilato giù, “Wese! E' inutile che t'aspetti, Julia!”, e glielo ficca
nel collo a destra, a sinistra, e la terza volta nel ventre, fino in fondo. Topi
squarciati emettono un suono che somiglia a quello che emette Wese.
“Fatto”, dice Schmar buttando il coltello, la zavorra insanguinata
superflua, contro la facciata più vicina. “Beatitudine dell'assassinio!
Sollievo, sangue che scorre e mi dà le ali! Wese, vecchio fantasma, amico,
compagno di bevute, ti sciogli nel fondo della strada. Perché non sei solo
una vescica piena di sangue, che mi ci piazzavo sopra e sparivi
completamente? Non si può avere tutto, non tutti i sogni di sangue sono
diventati realtà, i tuoi grevi resti giacciono qui, incalpestabili. A che serve
la domanda muta che poni?”
Facendo una fatica fisica enorme Pallas ora si trova sulla porta di casa, due
battenti, spalancata.”Schmar! Schmar! Ho visto tutto, non mi è sfuggito
nulla.” I due si valutano a vicenda. Pallas è appagato, Schmar no.
La signora Wese insieme a una quantità di persone arriva, per il terrore ha
il volto di una vecchia. La pelliccia si apre, lei si butta su Wese, il suo
corpo vestito d'una camicia da notte appartiene a lui, alla folla compete la
pelliccia che si chiude come il prato d'una fossa sui coniugi.
Schmar, reprime penosamente l'estrema nausea premendo la bocca sulla
spalla del poliziotto che lo porta via svelto.

(Ein Brudermord, 1917)

Il ponte

Ero freddo e rigido, ero un ponte, stavo sopra un precipizio, da questa


parte erano ficcate le punte dei piedi, da quest'altra le mani, avevo fatto
una scorpacciata di briciole d'argilla. Le falde del mio abito svolazzavano
ai miei fianchi. Nel profondo rumoreggiava gelido il torrente con le sue
trote. Nessun turista si smarriva a questa impraticabile altezza, ancora il
ponte non era indicato nelle mappe. Così stavo ad aspettare, vi ero
costretto, nessun ponte una volta raggiunto può smettere di essere ponte, se
non precipitando. Verso sera, la prima o la millesima non lo so, i miei
pensieri erano sempre disordinati e sempre circolari – verso sera una volta
d'estate, il torrente mormorava più cupo, udii un passo di uomo. A me, a
me. Ponte stenditi, mettiti in posizione stabile, reggi colui che ti è affidato,
trave senza ringhiera, bilancia l'incertezza dei suoi passi senza fartene
accorgere, se tuttavia lui barcolla, allora fatti riconoscere e come una
divinità montana scaglialo giù a terra. Venne, mi dette colpetti con la punta
di ferro del suo bastone, poi con quello sollevò le falde del mio abito e le
sistemò su di me, con la punta passò nei miei capelli cespugliosi e ce la
lasciò, probabilmente mentre lui guardava in giro. Poi però – già lo
sognavo via dalla montagna, nella valle – con entrambi i piedi mi saltò nel
mezzo del corpo. Rabbrividii di dolore, selvaggiamente, del tutto
all'oscuro. Che cos'era, un bambino, un ginnasta, uno spericolato, un
suicida, un provocatore, un distruttore? Mi girai per vederlo. Ponte girati!
Non m'ero ancora girato che già precipitavo, precipitavo e già ero dilaniato
ed infilzato dai sassi che sempre erano stati a guardarmi tanto benevoli,
dall'acqua furiosa.

(Die Bruecke, 1917?)

Il nuovo avvocato

Abbiamo un nuovo avvocato, il Dr. Bucefalo. Esternamente ricorda poco il


tempo in cui era ancora il destriero di Alessandro il Macedone. Chi del
resto se ne intende nota qualcosa. Recentemente sulla scalinata esterna ho
visto perfino un umilissimo usciere, dotato dello sguardo esperto
dell'habitué delle corse di cavalli, guardar stupito l'avvocato quando costui
sollevando assai le cosce saliva gradino dopo gradino sul marmo risonante.
In generale l'ordine degli avvocati approva l'ammissione del Bucefalo. Con
straordinario buon senso ci si dice che Bucefalo nell'ordinamento sociale
odierno è in una posizione difficile e che perciò, anche a causa del suo
significato nella storia del mondo, merita comunque benignità. Oggi –
nessuno può negarlo – non ce n'è, come Alessando Magno. Cioè, parecchi
sanno uccidere; né manca di storicità colpir l'amico con la lancia di là dalla
tavola del banchetto; per molti poi la Macedonia è troppo limitata, al punto
di maledire Filippo, il padre – ma nessuno, nessuno è capace di
primeggiare in India. Già ai tempi le porte d'accesso all'India erano
irraggiungibili, ma la loro direzione era indicata dalla spada del re. Oggi le
porte sono tollerate altrove, oltre e più in alto; nessuno indica la direzione;
molti hanno la spada, ma soltanto per agitarla; e lo sguardo che la voglia
seguire s'inganna.
Forse perciò davvero è la cosa migliore immergersi, come ha fatto
Bucefalo, nei libri legali. Libero, intatti i fianchi dagli speroni del
cavaliere, nella tranquillità della lampada, distante dal fracasso battagliero
di Alessandro, lui legge e volta le pagine dei nostri antichi libri.

(Der neue Advokat, 1917)

Ieri un mancamento …

Ebbi uno mancamento, ieri. Sta in una casa vicina, ce l'ho già vista spesso
la sera, chinata, sparire nella porticina. Una gran dama in lungo fluente,
vasto il cappello piumato. Attraversò mormorando la mia porta, con
l'urgenza d'un medico che tema di esser arrivato troppo tardi dal malato
morente. “Anton”, disse con voce cupa eppure vanagloriosa, “eccomi”. Si
lasciò cadere sulla sedia che le indicavo. “Stai in alto, stai”, disse
sospirando. Sprofondato nel mio seggiolone annuii. Davanti ai miei occhi
innumerevoli saltellavano i gradini delle scale che portano alla mia stanza,
un dietro l'altro, instancabili ondine. “Perché tanto freddo?” chiese lei
togliendosi gli antiquati guanti lunghi da schermitrice, li gettò sul tavolo e
mi guardò a testa china strizzando gli occhi. Era come fossi un passero,
facessi i miei salti lungo le scale e lei mi scompigliasse i fiocchi di piuma
morbidi, grigi. “Mi addolora che tu mi ti strugga dietro. Già diverse volte
sinceramente rattristata t'ho visto il volto macilento quando sei in cortile e
guardi verso la mia finestra. Vedi, non sono maldisposta verso di te e però
ancora non hai il mio cuore, però puoi conquistarlo.”

(Gestern kam eine Ohnmacht, 1917?)


Avrei dovuto curarmene prima

Avrei dovuto curarmene prima di come stavano le cose, con questa scala,
di quali mai correlazioni in essa fosse questione, di quale cosa v'era in essa
da attendersi e di come la si dovesse accogliere. Certo, tu non hai mai
sentito di questa scala, dicevo per scusarmi, e nei giornali, nei libri, tutto
ciò che magari per caso si trova viene criticato aspramente senza sosta,
tuttavia di questa scala non c'era nulla da leggere. Può essere, mi
rispondevo da solo, che purtroppo tu abbia letto male. Spesso eri distratto,
hai saltato paragrafi, ti sei addirittura accontentato dei titoli, forse lì era
menzionata la scala e ti è sfuggito, e ora ti serve proprio quello che t'è
sfuggito. Mi fermai un momento ripensando a questa obbiezione, e allora
credetti di potermi ricordare di aver letto una volta in un libro per bambini
qualcosa forse di una scala di questo tipo. Non era stato granché,
probabilmente solo la menzione della sua presenza, che non mi poteva
affatto essere utile.

(Ich haette mich, 1917?)

Un messaggio imperiale

L'imperatore – si dice – ha inviato dal suo letto di morente un messaggio a


te, solo a te, misero suddito, infima ombra dispersa nella più lontana
lontananza al cospetto del sole imperiale. L'imperatore ha fatto
inginocchiare presso il suo letto il messaggero e gli ha sussurrato
all'orecchio il messaggio. Gli premeva tanto che se lo è fatto ripetere
all'orecchio. Facendo segni con la testa ha confermato la giustezza di
quanto detto. E davanti a tutti i testimoni presenti alla sua morte – tutte le
pareti che ostacolavano abbattute, i grandi del regno in circolo sulle
scalinate che rampano in alto e lontano – davanti a costoro l'imperatore ha
liquidato il messaggero. Questi s'è subito messo in cammino; uomo
robusto, instancabile; ora protendendo un braccio, ora l'altro si fa strada tra
la folla, se trova opposizione indica sul suo petto il punto dov'è il segno del
sole, e come nessun altro avanza, ma la folla è così grande, i suoi
acquartieramenti non hanno termine. Se si liberasse il campo, come
volerebbe, lui, e quanto presto tu udiresti il magnifico colpo del suo pugno
alla tua porta, invece quanto a vuoto si affatica, ancora continua a passare a
stento tra le stanze del più interno palazzo, mai le oltrepasserà, e se gli
riuscisse non avrebbe realizzato nulla, dovrebbe sfinirsi lottando giù per le
scale, e se gli riuscisse non avrebbe realizzato nulla, ci sarebbero da
percorrere i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il
primo, e ancora cortili e scale, e di nuovo un palazzo e così via per
millenni, e, se si precipitasse fuori dalla porta più esterna – ma non può
mai succedere – davanti a lui la capitale, il centro del mondo, dei cui rifiuti
essa è colma. Nessuno qui passa e figuriamoci con il messaggio di un
morto. Tu però stai alla tua finestra e te lo immagini, quando viene la sera.

(Eine kaiserliche Botscheft, 1919)

Una vecchia pagina

E' come se la difesa della nostra patria fosse stata molto trascurata. Non ce
ne siamo curati, finora, ed abbiamo badato al nostro lavoro, ma gli
avvenimenti degli ultimi tempi ci rendono preoccupati.
Ho una bottega di calzolaio che si trova di fronte al palazzo imperiale. Non
appena apro, all'alba, vedo gli accessi di tutte le vie che portano nella
piazza occupati da gente armata. Non si tratta però di soldati nostri, ma
evidentemente di nomadi del nord pervenuti qui nella capitale, che pure si
trova lontana assai dal confine, secondo modalità che io non capisco.
Comunque sia, ora sono qui, e pare che crescano di numero ogni giorno.
Secondo la loro natura dormono sotto le stelle, infatti detestano le case, si
occupano dell'affilatura delle spade, della punta delle frecce,
dell'addestramento dei cavalli. Di questa tranquilla piazza sempre tenuta
accuratamente pulita hanno fatto una vera stalla, voglio dire, noi
cerchiamo qualche volta di uscire dai nostri negozi e di eliminare almeno il
sudiciume peggiore, ma ciò avviene sempre più di rado, infatti la fatica è
inutile ed inoltre ci espone al pericolo di finire sotto i cavalli selvaggi o di
esser feriti dalle fruste.
Con i nomadi non si riesce a parlare, non conoscono la nostra lingua, anzi
a mala pena ne hanno una propria, s'intendono tra loro come fossero
cornacchie, si seguita ad udire questo strepito di cornacchie. Il nostro
modo di vivere, i nostri riferimenti a loro sono tanto incomprensibili
quanto indifferenti, ne consegue che si mostrino contrari anche la
linguaggio dei segni, hai voglia a storcere la bocca ed a stringerti una
qualche giuntura, loro non ti capiscono e non ti capiranno mai. Di smorfie
ne fanno spesso, il bianco degli occhi gli si rivolta e dalla bocca gli esce
schiuma, ma non è che vogliano dir qualcosa né spaventare, lo fanno
perché è nella loro natura. Quel che gli serve lo prendono, che usino la
forza non si può dire, dinnanzi alla loro presa ci si fa da parte e gli si lascia
tutto.
Anche della mia merce ne hanno presa parecchia spesso, ma non me ne
posso lamentare se per esempio considero quel che capita al macellaio.
Non fa a tempo ad incamerare la sua merce che gliela strappano via, i
nomadi, e gliela divorano. Anche i loro cavalli si cibano di carne, capita
spesso che uno si trovi accanto al suo cavallo, entrambi a nutrirsi dallo
stesso pezzo di carne, ognuno da un lato. Il fornitore del macellaio ha
paura, non si azzarda ad interrompere il suo lavoro di fornitura. Noi però
ne abbiamo comprensione, raccogliamo denaro e lo sovvenzioniamo.
Senza carne non si sa cosa gli verrebbe in mente di fare, ai nomadi, del
resto nemmeno cosa gli viene in mente con la carne che ricevono ogni
giorno, si sa.
Il macellaio da ultimo pensò di potersi almeno risparmiare la fatica di
macellare e al mattino portò un bue vivo. Non lo fece più. Io me ne stetti
una buona ora chiuso in bottega schiacciato al suolo, mi ero ammucchiato
tutti i miei vestiti, coperte e cuscini sopra pur di non sentire il muggito del
bue, da ogni parte assalito dai nomadi che gli strappavano con i denti la
carne calda a pezzi. Prima che mi azzardassi ad uscire passò molto tempo,
dopo che era caduto il silenzio, loro giacevano attorno ai resti del bue
come bevitori attorno a una botte di vino.
Proprio in quel caso ritenni di aver visto l'imperatore in persona ad una
finestra del palazzo, sennò egli non viene in queste stanze esterne, vive nel
giardino più interno, ma stavolta stava, almeno mi parve, ad una delle
finestre e guardava a testa bassa quel che accadeva davanti alla sua reggia.
“Come andrà a finire?” ci chiediamo tutti noi, “quanto a lungo
sopporteremo questo straziante fardello? Il palazzo imperiale li ha attirati, i
nomadi, ma non sa respingerli. Il portone resta chiuso, la guardia, prima
marciante nei dì di festa fuori e dentro, si tiene dietro finestre inferriate. A
noi, artigiani e commercianti, è affidata la salvezza della patria, ma noi non
siamo all'altezza di tale compito, né mai ci siamo vantati di esserlo, è un
equivoco, e stiamo andando in rovina.”

(Ein altes Blatt, 1917)


Era d'estate

Era d'estate, una giornata calda. Tornando a casa insieme a mia sorella
passai davanti al cancello di una fattoria. Lei colpì il cancello apposta o per
distrazione, oppure si limitò a simulare il colpo con un pugno e non lo
colpì affatto, non so. Ad un centinaio di passi più avanti, sulla strada che
girava a sinistra iniziava un villaggio. Non lo conoscevamo, ma subito
dalla prima casa uscì gente, ci fece un cenno, garbata, ma ammonitrice,
anche terrorizzata, piegata dal terrore. Indicarono la fattoria davanti alla
quale eravamo passati e ci ricordarono il colpo sul cancello, i proprietari
della fattoria ci avrebbero denunciato, e subito sarebbe iniziata
l'istruttoria. Io ero molto calmo e tranquillizzai mia sorella. Probabilmente
non aveva nemmeno dato il colpo, e, anche se lo avesse dato, in nessun
luogo al mondo si fa un processo per una cosa del genere. Cercai anche di
chiarirlo a quella gente, mi stettero a sentire, ma si astennero dal giudicare.
Poi dissero che non solo mia sorella, ma anch'io, in quanto fratello, sarei
stato denunciato. Annuii sorridendo. Tutti si guardò dalla parte della
fattoria come si osserva a distanza una nuvola di fumo e si sta in attesa del
fuoco. In realtà presto si videro persone a cavallo entrare nel cancello
spalancato, si alzò polvere, tutto si fece confuso, a parte il lampeggiare
della punta delle lunghe lance. A stento il gruppo era sparito nella fattoria
che parve aver fatto girare subito i cavalli e si diresse verso di noi. Spinsi
mia sorella via di lì, avrei messo tutto in chiaro da solo, lei si rifiutò di
lasciarmi solo, dissi che allora avrebbe dovuto almeno cambiarsi, per
comparire davanti a quei signori vestita meglio. Da ultimo ubbidì e si
avviò sulla lunga via per tornare a casa. Le persone a cavallo erano già da
noi, senza smontare chiesero di mia sorella, non era al momento sul posto,
fu risposto con preoccupazione, ma sarebbe venuta dopo. La risposta fu
accolta quasi con indifferenza, sembrava esser la cosa decisiva che si fosse
trovato me. Si trattava essenzialmente di due signori, quello a cavallo, un
giovane energico, e il suo silenzioso aiutante, chiamato Assmann. Venni
invitato ad entrare nella stanza di soggiorno della casa dei contadini.
Lento, scuotendo la testa, aggiustandomi le bretelle, mi misi in marcia
sotto lo sguardo tagliente di quei signori. Ancora credevo quasi che una
parola sarebbe stata sufficiente a sbarazzare un cittadino come me da
questa gente di campagna, e anche, addirittura, onorevolmente, ma quando
ebbi oltrepassato la soglia della stanza di soggiorno il cavaliere, che mi
aveva preceduto con un salto e già mi aspettava, disse:”quest'uomo mi fa
pena”, però non c'era alcun dubbio che con ciò non si riferiva, lui, al mio
stato presente, ma a quello che mi sarebbe successo. La stanza di
soggiorno più che al soggiorno di una casa di contadini assomigliava alla
cella di un carcere. Grandi mattonelle di pietra, parete grigio scura nuda, in
essa un anello di ferro murato, nel centro qualche cosa tra il pancaccio e il
tavolo chirurgico.

(Es war im Sommer, 1917?)

La mia ditta

La mia ditta pesa interamente sulle mie spalle, due signorine in anticamera
con macchine per scrivere e libri contabili, la mia stanza con scrivania,
cassa, tavolo per le riunioni, poltrona e telefono, ecco tutta la mia
strumentazione. Così semplice da tener d'occhio, così facile da gestire.
Sono giovane e gli affari mi vanno bene, non mi lamento. Non mi lamento.
Da quest'anno uno più giovane ha risolutamente preso in affitto il piccolo
appartamento vuoto qui accanto, cosa che io da inetto ho indugiato tanto a
lungo a fare. Stessa anticamera e stessa stanza, ma anche una cucina. Di
stanza ed anticamera avrei potuto far qualcosa, le mie due signorine a volte
si sentono oberate, ma la cucina a cosa mi sarebbe servita? Colpa di questo
rimuginare meschino, se mi son fatto soffiare l'appartamento. E ora ci si
trova questo giovanotto, Harras si chiama, cosa effettivamente faccia non
lo so, sulla porta c'è soltanto “Harras, ufficio”. Ho raccolto informazioni,
mi è stato confidato che si tratta di una ditta analoga alla mia, che non si
potrebbe arrivare a non darle credito, infatti si tratta d'un giovane
ambizioso forse con un futuro, però si potrebbe anche non dargliene, infatti
al momento apparentemente è del tutto manchevole sul piano patrimoniale.
Le solite cose che si dicono quando non si sa nulla. Qualche volte incontro
Harras per le scale, deve sempre avere una fretta straordinaria, mi sguscia
letteralmente davanti, ancora non l'ho nemmeno visto bene, ha già la
maniglia della sua porta in mano, apre la porta in un attimo ed è scivolato
dentro come la coda d'un topo; eccomi di nuovo davanti alla targa “Harras,
ufficio”, che ho già letto più spesso di quel che essa meriti. Le pareti di
miserevole sottigliezza, che tradiscono l'onestuomo, nascondono però
quello disonesto. Il mio telefono è montato alla parete che mi separa dal
vicino, lo rilevo soltanto come fatto particolarmente ironico, anche se si
trovasse montato alla parete opposta nell'appartamento vicino si udrebbe
tutto. Ho preso l'abitudine di non chiamare per nome i clienti al telefono,
ma com'è naturale non serve molta scaltrezza ad indovinare, dalle
caratteristiche ed inevitabili giravolte della conversazione, i nomi. Capita
che io in punta di piedi ballonzoli, il ricevitore all'orecchio, tormentato
dall'inquietudine, attorno all'apparecchio, ma ciò non riesce ad evitare che
vengano esposte cose segrete. Com'è naturale in tal modo, per telefono,
anche le mie decisioni d'affari divengono incerte, la voce trema. Che fa
Harras, mentre telefono? Esagero, ma spesso è necessario, per farsi capire;
potrei dire che Harras non ha bisogno di alcun telefono, sfrutta il mio, ha
spinto il suo canapè alla parete e sta in ascolto, invece io devo correre al
telefono, quando suona, ascoltare i desiderata dei clienti, prender decisioni
serie, convincerli di cose di grande importanza, ma prima di tutto far
rapporto completo e involontario ad Harras attraverso la parete. Forse non
sta nemmeno ad attendere che la conversazione termini, ma invece si alza,
dopo che la conversazione è giunta ad istruirlo abbastanza sui fatti, guizza
come è sua abitudine per la città e prima che io abbia riattaccato forse è già
sul punto di ostacolarmi.

(Mein Geschaeft, 1917?)

Un incrocio

Ho un animale strano, mezzo gattino, mezzo agnello, ereditato dalla


proprietà di mio padre, ma sviluppatosi solo con me, prima era molto più
agnello che gattino, mentre ora ha qualcosa di entrambi. Del gatto testa e
artigli, dell'agnello taglia e figura, di entrambi gli occhi, dolci e trepidi, il
pelame morbido e aderente, i movimenti saltellanti e quatti, si acciambella
sul davanzale della finestra al sole e fa le fusa, sul prato corre come un
matto e si fa fatica a prenderlo, davanti ai gatti fugge, agli agnelli
salterebbe addosso, di notte quando c'è la luna il suo percorso preferito è la
grondaia, sul tetto, di miagolare non è capace ed i topi gli fanno ribrezzo,
presso il pollaio può starci in agguato ore, eppure non ha mai sfruttato
un'occasione per ammazzare, lo nutro di latte, gli piace moltissimo, lo
succhia tra le zanne da predatore. Com'è naturale per i bambini è un gran
spettacolo. E' la domenica mattina il momento della visita, tengo
l'animaletto in grembo e i bambini di tutto il vicinato mi stanno intorno.
Vengono fatte le domande più particolari cui nessuno sa rispondere,
nemmeno io mi ci metto, ma mi limito, senza altre spiegazioni, a indicarlo.
Qualche volta si portano gatti, in un caso perfino due agnelli, ma
contrariamente alla loro attesa non si è venuti a nessuna scena di
riconoscimento, gli animali si guardavano a vicenda con occhi da animali
ed era chiaro che accettavano reciprocamente la loro esistenza come un
atto divino.
In grembo a me l'animale non conosce né paura né voglia di cacciare.
Stretto a me si sente al meglio. Si attiene alla famiglia che lo ha accolto,
non è davvero una qualche straordinaria fedeltà, ma invece il giusto istinto
d'un animale che al mondo certamente ha innumerevoli affini, ma forse
nessun vero consanguineo, perciò la protezione che ha trovato presso di
noi gli è sacra. Qualche volta non posso fare a meno di ridere quando mi
annusa, mi si attorciglia tra le gambe e non si può separarlo da me, non gli
basta essere agnello e gatto, quasi quasi vuol essere anche un cane.
Seriamente, però, sono d'accordo con lui. Ha l'irrequietezza sia del gatto
che dell'agnello, per quanto essi siano diversi, ma è per questo che la sua
pelle gli va stretta, forse per lui il coltello del macellaio sarebbe una
liberazione, che però io devo rifiutare essendo lui un'eredità.

(Eine Kreutzung, 1017?)

Il vicino villaggio

Usava dire mio nonno: “la vita è breve da non credere. A ricordarmene ora
mi si condensa talmente che per esempio a stento capisco come un giovane
possa decidere di recarsi nel vicino villaggio senza aver paura che – a
prescindere da eventi sfortunati – anche il tempo della vita normale,
felicemente scorrente, di gran lunga non basti ad una cavalcata del
genere.”

(Das naechste Dorf, 1919)

La preoccupazione del padre di famiglia

Dicono alcuni che la parola Odradek deriva dallo slavo e cercano di


dimostrare sulla base di ciò la sua formazione, altri ritengono che derivi
dal tedesco, che dallo slavo sia soltanto influenzata. L'incertezza di
entrambe le spiegazioni però permette di concludere con ragione che
nessuna sia giusta, tanto più che nessuna delle due consente di dare un
senso alla parola.
Com'è naturale nessuno si occuperebbe di tali studi se non ci fosse davvero
una creatura che si chiama Odradek. A prima vista pare come un rocchetto
per filo piatto a forma di stella, e di fatto è anche coperto di filo, potrebbe
del resto trattarsi solo di pezzi di filo strappati, vecchi, annodati tra loro,
ma anche di pezzi di filo intrigati del tipo e del colore più diversi. Non è
però solo un rocchetto, ma invece dal centro della stella sporge in fuori a
perpendicolo una barrettina cui ne è congiunta ad angolo retto un'altra. Per
mezzo di quest'ultima barretta da una parte, e di uno dei raggi della stella
dall'altra, il tutto riesce a star su come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che tale creazione avesse avuto in passato una
qualche forma funzionale e che ora sia soltanto rotta, ma non sembra
essere questo il caso, almeno non se ne trova alcun indizio, da nessuna
parte sono visibili commessure o rotture indicanti qualcosa del genere,
cioè il tutto pare privo di senso, tuttavia conchiuso in sé. Del resto non se
ne può dire di più, da vicino, perché Odradek è mobile in modo
straordinario, ed inafferrabile.
Si ferma magari in soffitta, per le scale, nei corridoi, nell'androne, a volte
per mesi non lo si vede, segno che è passato in altre case, eppure
immancabilmente ritorna in casa nostra. A volte, quando si esce dalla porta
e lui è appoggiato in basso alla balaustra delle scale, si ha voglia di
parlargli, com'è naturale non gli si fanno domande difficili, ma lo si tratta
come un bambino – già la sua piccolezza induce a ciò. “Ma come ti
chiami?” gli si chiede; “Odradek”, dice. “E dove abiti?” “Residenza
incerta”, dice ridendo, ma si tratta d'una risata come la si può emettere
senza avere i polmoni. Suona più o meno come il frusciare di fogli caduti.
Con ciò il contatto per lo più termina, del resto non sempre ci sono
risposte, spesso sta a lungo muto come il legno che pare sia.
Vanamente mi chiedo cosa gli accadrà. Ma può morire? Tutto ciò che
muore, prima ha avuto una sua meta, un suo fare, e poi si è annullato, ma
questo non è il caso di Odradek. E se una volta dovesse rotolare giù per le
scale, faccio per dire, colpito da una pedata dei miei figli e nipoti, tirandosi
dietro i suoi fili di refe? Certo non fa male a nessuno, ma la prospettiva che
lui mi sopravviva quasi mi fa soffrire.

(Die Sorge des Hausvaters, 1919)


K. era un gran prestigiatore …

K. era un gran prestigiatore. Un po' monotono, il suo programma, però in


conseguenza alle sue indubitabili prestazioni, continuava ad avvincere.
Dello spettacolo in cui per la prima volta lo vidi mi ricordo naturalmente
benissimo nonostante che siano passati venti anni, ed io fossi un ragazzino.
Venne nella nostra misera cittadina senza avviso preliminare ed allestì lo
spettacolo la sera stessa del suo arrivo. Nella grande sala da pranzo del
nostro albergo, attorno ad una tavola che stava al centro c'era poco spazio a
disposizione – tutto qui l'allestimento teatrale. Secondo quel che ricordo la
sala era stracolma, certo a un bambino ogni ambiente sembra stracolmo se
vi sono luci di candele accese, si sente la mescolanza vociante dei presenti,
un cameriere corre di qua e di là e simili cose, nemmeno sapevo perché
avessero dovuto esser venuti in tanti a questo spettacolo chiaramente
improvvisato, com'è naturale il mio ricordo di tale presunto
sovraffollamento della sala dipende pur sempre dall'impressione che lo
spettacolo mi fece, certo determinante.

(K war ein grosser Taschenspieler, 1917?)

Lampade nuove

Sono stato per la prima volta ieri negli uffici della direzione. Il nostro
turno di notte mi ha scelto come fiduciario e, dato che le caratteristiche
costruttive e il serbatoio <del petrolio> delle nostre lampade sono
inadeguati, dovevo sollecitare in direzione la eliminazione di tale
inconveniente. Mi si è indicato l'ufficio competente, ho bussato e sono
entrato. Un giovane fragile, assai pallido, mi ha sorriso dalla sua grande
scrivania. Numerose volte, troppo numerose, mi ha annuito. Non sapevo se
dovevo sedermi, cioè, una sedia disponibile c'era, ma ho pensato che alla
mia prima visita forse non dovevo sedermi subito, ragion per cui gli ho
fatto il resoconto stando in piedi. Proprio a causa di tale ritegno però ho
causato evidentemente al giovane difficoltà, infatti era costretto a volgere
il viso in su e dalla mia parte, se non voleva spostare la sua sedia, e non
voleva farlo. D'altra parte però non volgendo, nonostante ogni premura,
interamente il collo, durante il mio resoconto lui guardava di sbieco a
metà strada tra me e il soffitto, e senza volere io lo seguivo con gli occhi.
Quando ho finito si è alzato lentamente, mi ha dato dei colpetti su una
spalla dicendo: ecco ecco, sì sì, e mi ha fatto passare nella stanza accanto,
dove ci aspettava un signore con un barbone incolto, era evidente, infatti
sul suo tavolo non si vedeva alcuna traccia di un qualche lavoro, per di più
una piccola porta a vetri aperta dava su un piccolo giardinetto con fiori e e
cespugli in abbondanza. Un breve ragguaglio di poche parole mormorato
da parte del giovane è stato sufficiente a quel signore ad afferrare le nostre
articolate lagnanze. Si è subito alzato e ha detto: dunque, mio caro – si è
fermato, credo che volesse sapere il mio nome, e già stavo aprendo la
bocca per presentarmi di nuovo, ma lui mi ha interrotto: certo certo, va
bene, va bene, ti conosco per filo e per segno – la tua, o meglio la vostra
richiesta, certamente ha fondamento, io ed i signori della direzione siamo
gli ultimi che la trascurerebbero. Il bene delle persone, credimi, ci sta più a
cuore del bene dello stabilimento. E perché no? Il bene dello stabilimento
col tempo si può ripristinare, costa solo soldi, al diavolo i soldi, se invece
un uomo muore è proprio un uomo a morire, resta la vedova, i figli. Dio
mio! Per cui ogni proposta di realizzare ulteriore sicurezza, ulteriore
agevolazione, ulteriori agio e lussi ci è altamente benvenuta. Chi viene
con tali propositi è il nostro uomo. Tu ci lasci qui, dunque, le tue
lamentele, le prenderemo accuratamente in esame, nel caso che qualche
altra sfolgorante piccola novità dovesse magari venir aggiunta, noi non la
trascureremo, intanto prendetevi le nuove lampade, ma ai tuoi laggiù dico:
fintanto che non avremo trasformato le vostre gallerie in salotti, qui non ci
daremo pace, ed infine se non morirete in stivali di lacca, non morirete
proprio. E con ciò tanti saluti!

(Neue Lampen, 1917?)

Una confusione comune

Incidente di ogni giorno, eroismo di ogni giorno tollerarlo: A deve


concludere un importante affare con B, di H, il villaggio vicino; vi si reca
per discuterne i preliminari, compie il percorso dell'andata e quello del
ritorno in dieci minuti ciascuno e a casa si gloria di tal particolare velocità.
Il giorno dopo ritorna ad H, stavolta per la chiusura definitiva dell'affare;
dal momento che è prevedibile che saranno richieste diverse ore, A esce
all'alba; nonostante che tutte le circostanze particolari, almeno secondo A,
siano proprio uguali a quelle del giorno prima, il percorso per andare ad H
richiede stavolta dieci ore. Quando esausto vi perviene, a sera, gli si dice
che B, arrabbiato a causa dell'assenza di A, da mezz'ora è andato da lui al
suo villaggio, e che avrebbero dovuto incontrarsi. Si consiglia ad A di
aspettare, B dovrebbe tornare subito certamente, ma A, ansioso di
concludere l'affare, immediatamente s'incammina in fretta verso casa sua.
Stavolta compie il percorso, senza farci particolare caso, addirittura in un
momento, a casa viene a sapere che B è già venuto assai presto, prima che
A andasse via, anzi che lo ha incontrato sulla porta, che gli ha ricordato
l'affare, ma che A gli ha detto di non aver tempo, che doveva andarsene
con la massima fretta. Nonostante tale incomprensibile condotta di A, B è
restato sul posto ad aspettarlo, cioè, che già a più riprese s'è informato sul
ritorno di A, e che comunque si trova ancora al piano di sopra nella stanza
di A. Felice di poter ancora parlare con B e di potergli spiegare tutto, A fa
di corsa le scale, è quasi arrivato, quando inciampa, si strappa un tendine e
quasi svenuto dal dolore, incapace perfino di urlare, gemendo nel buio ode
e vede che B, non si capisce se molto distante da lui o vicinissimo,
infuriato scende le scale e sparisce definitivamente.

(Eine alltaegliche Verwirrung, 1917?)

La verità su Sancho Pansa

Sancho Pansa, che del resto non se n'è mai gloriato, per anni nelle ore
serali e notturne associò ad una quantità di racconti di cavalleria e di
brigantaggio il suo demone, cui più tardi dette il nome di Don Chisciotte;
riuscì a stornare da sé il fatto che questi in seguito facesse volubilmente le
cose più folli al punto che, tuttavia, mancando esse del loro predeterminato
oggetto, che avrebbe dovuto essere proprio Sancho Pansa, non
danneggiarono nessuno. Sancho Pansa, uomo libero, seguì imperturbabile,
forse per un certo senso di responsabilità, il Don Chisciotte nelle sue
scorrerie e ne ricavò un grande ed utile divertimento fino alla sua fine.

(Die Wahreit ueber Sancho Pansa, 1917?)


Il silenzio delle sirene

Dimostrazione del fatto che anche metodi insufficienti, anzi puerili,


possono servire alla salvezza.
Per proteggersi dalle sirene Odisseo si imbottì le orecchie di cera e si fece
incatenare all'albero. Com'è naturale da sempre tutti i viaggiatori avrebbero
potuto fare lo stesso (esclusi coloro che le sirene avevano ammaliato già da
lontano), ma nel mondo intero si sapeva che ciò era impossibile che
servisse. Il canto delle sirene penetrava tutto, perfino la cera, e la passione
dei sedotti avrebbe fatto saltare altro che catene ed albero! Tuttavia
Odisseo non ci pensò proprio, a questo, per quanto forse ne avesse sentito
parlare, si fidò completamente della cera che aveva in mano e del vincolo
della catena, e si fece incontro alle sirene innocentemente compiaciuto del
suo espediente.
Ora però, le sirene hanno un'arma anche più tremenda del loro canto, vale
a dire il silenzio. Certo non è successo, ma è pensabile che qualcuno si sia
salvato dal loro canto, non certamente dal loro tacere. Al sentimento di
averle vinte con la propria forza, alla travolgente superbia che ne
consegue, nulla di terreno può opporsi.
Di fatto queste impressionanti cantatrici non cantarono, all'arrivo di
Odisseo, sia che ritenessero soltanto il silenzio in grado di convincere tale
avversario, sia che la vista della beatitudine del volto di Odisseo, che non
pensava a null'altro che a cera e catene, facesse loro dimenticare ogni
canto.
Tuttavia Odisseo, per esprimersi così, non udì il loro silenzio, ritenne che
cantassero e che lui fosse protetto dall'udirle, vide di sfuggita, dapprima, il
moto delle loro gole, il profondo respiro, gli occhi umidi, la bocca
semiaperta, ma ritenne che ciò fosse insito ai brani risuonanti attorno a lui,
che non li udiva, presto però tutto quanto smise di far presa sul suo
sguardo, rivolto lontano, le sirene proprio non le vide più e per l'appunto
quando era loro vicinissimo non ne seppe più nulla.
Tuttavia esse, più belle che mai, si rilassarono, si voltarono, lasciarono che
le loro chiome paurose si librassero nel vento, allargarono gli artigli sulle
rocce, di sedurre non ebbero più voglia, vollero solo carpire, finché fosse
possibile, il riflesso dei grandi occhi di Odisseo.
Inconsapevoli del fatto che quella volta erano state annullate, rimasero a
guardare, e soltanto Odisseo è sfuggito loro.
A ciò viene tramandata d'altronde un'aggiunta. Si dice che Odisseo fosse
tanto astuto, una volpe tale che la Parca stessa non riusciva a penetrare
nella sua interiorità, forse lui ha notato in realtà che le sirene tacevano, per
quanto ciò non sia più alla portata dell'intelletto umano, ed ha loro, ed agli
dei, opposto la suddetta simulazione solo come scudo, diciamo.

(Das Schweigen der Sirenen, 1917?)

Una comunità di farabutti

C'era una volta una comunità di farabutti, cioè, non erano farabutti, ma
persone normali, nella media. Stavano sempre insieme. Se per esempio
uno di loro aveva messo in atto qualcosa di farabutto, cioè, di nuovo, nulla
di farabutto, ma di normale come è consueto, e poi confessava di fronte
alla comunità, essi esaminavano il caso, lo giudicavano, imponevano
ammende, perdonavano, e simili. Ciò non era mal concepito, gli interessi
dei singoli e della comunità venivano ben protetti ed al confessante veniva
fornito il colore complementare di cui lui aveva indicato quello di base.
Così stavano sempre insieme, anche dopo la loro morte non dismettevano
la comunità, ma salivano a Dio danzando. Il modo come volavano era una
scena della più pura innocenza infantile, nell'insieme. Quando però, al
cospetto di Dio, tutto viene frazionato nei suoi elementi, essi precipitavano
come macigni.

(Eine Gemeinschaft von Schurken, 1917?)

Di notte

Sprofondati nella notte. Come talvolta si abbassa il capo per riflettere,


esser sprofondati così nella notte. Intorno dormono, è una misera
commedia, un'innocente illusione che dormano in casa distesi su solidi
letti, sotto un solido tetto, o gravino su materassi, tra lenzuola, sotto le
coperte, in realtà si sono trovati insieme, prima o dopo, in un ambiente
deserto, un giaciglio all'aperto, incalcolabile numero di persone, una
moltitudine, un popolo, sotto il cielo freddo, sulla terra fredda, gettati lì
dove prima stavano in piedi, la fronte premuta sul braccio, il viso contro il
suolo, respirando quieti. E tu fai la guardia, sei uno dei custodi, individui il
prossimo guardiano agitando la torcia fuori dal riparo di saggina che hai
accanto. Perché fai la guardia? Uno deve farlo, si dice, uno deve esserci
<non concluso>

(Nachts, 1920?)

La questione delle leggi

Purtroppo le nostre leggi non sono generalmente note, essendo il segreto


del piccolo gruppo di aristocratici che ci governa. Siamo convinti del fatto
che queste antiche leggi vengano rispettate come si deve, ma nel venir
governati secondo leggi che non si conoscono c'è qualcosa di
estremamente tormentoso. A questo proposito non penso alle svariate
possibili interpretazioni ed agli svantaggi che comporta il fatto che solo a
singoli sia consentito partecipare all'interpretazione, e non a tutto il popolo.
Si tratta di svantaggi forse nemmeno molto grandi. Voglio dire che le leggi
sono così antiche, la loro interpretazione dura da secoli, anch'essa è
divenuta legge, sussistono certo ancora possibilità di libera interpretazione,
ma sono assai ridotte. Inoltre l'aristocrazia manifestamente si è lasciata
influenzare dal suo personale interesse a nostro sfavore, anzi le leggi dal
loro inizio sono state fissate per l'aristocrazia, che sta al di fuori della legge
e proprio per questo la legge pare esser stata messa unicamente in sua
mano. In ciò v'è naturalmente della saggezza – chi dubita delle antiche
leggi? - ma anche del tormento per noi, probabilmente c'è poco da fare in
merito.
Del resto anche queste pseudo leggi possono venir soltanto supposte. E'
una tradizione che esistano e che siano affidate come segreto
all'aristocrazia, ma ciò non è, e non può essere, qualcosa di più che
un'antica, ed a causa dell'età, credibile tradizione, infatti il carattere di
queste leggi richiede anche la segretezza della loro esistenza. Se, dunque,
noi del popolo dai tempi più antichi osserviamo attentamente quel che fa
l'aristocrazia, possediamo annotazioni in merito a ciò dei nostri
progenitori, e le abbiamo scrupolosamente continuate, e se riteniamo di
riconoscere negli innumerevoli atti certi criteri che fanno concludere
questa o quella disposizione legale e se cerchiamo un poco di adattarci nel
presente e per il futuro secondo queste illazioni accuratamente vagliate ed
ordinate – bene, tutto ciò è altamente incerto e forse solo un gioco
dell'intelligenza, infatti forse queste leggi che noi tentiamo di indovinare
non esistono. C'è un piccolo partito che è davvero di questa opinione e che
cerca di dimostrare che, se una legge esiste, essa può suonare solo così:
quel che fa l'aristocrazia è legge. Tale partito vede solo atti arbitrari
dell'aristocrazia e rifiuta la tradizione popolare che, secondo lui, comporta
solo minime casuali utilità e, al contrario, per lo più gravi danni, dando al
popolo una falsa illusori sicurezza di fronte alle cose che avvengono, la
quale porta alla spensieratezza. Tali danni sono innegabili, ma l'assoluta
maggioranza del nostro popolo ne vede la causa nel fatto che la tradizione
assolutamente non basta, che dunque ancor di più in essa si deve cercare e
che, del resto, anche il suo materiale, per quanto a noi sembri gigantesco, è
ancora troppo modesto, e che ancora devono trascorre secoli prima che
esso sia sufficiente. Nel presente ad schiarire l'opacità di tale visione c'è
solo la fede che una volta verrà un tempo in cui la tradizione ed il suo
studio per così dire respirando di sollievo fa il punto, tutto è divenuto
chiaro, la legge ora appartiene al popolo e l'aristocrazia scompare. Non si
dice questo perché a un dipresso si odi l'aristocrazia, assolutamente no,
nessuno la odia, odiamo invece noi stessi, perché ancora non sappiamo
divenir degni della legge. Perciò effettivamente, in un certo senso, è molto
appetibile quel partito che non crede a nessuna legge vera e propria,
rimasto tuttavia tanto piccolo perché anch'esso riconosce completamente
l'aristocrazia e il suo diritto di esistenza. Si può in effetti fare obbiezione
solo in un modo: un partito che, accanto alla credenza nelle leggi,
rifiutasse anche l'aristocrazia, avrebbe subito il popolo dietro a sé, ma un
simile partito non può esserci, perché nessun osa rifiutare l'aristocrazia.
Viviamo su tal filo del rasoio, uno scrittore una volta lo ha sintetizzato
come segue: l'unica visibile indubitabile legge che ci è imposta è
l'aristocrazia, e noi, di quest'unica legge, dovremmo volerci privare?

(Zur Frage der Gesetze, 1920?)

Poseidon

Poseidon sedeva alla sua scrivania e calcolava. La gestione di tutte le


acque gli dava interminabilmente daffare. Avrebbe potuto averne quante ne
voleva, di assistenti e molte ne aveva, anche, ma dato che prendeva la sua
funzione molto sul serio, ricalcolava tutto ancora una volta, ragion per cui
gli assistenti gli servivano a poco. Non si può dire che il lavoro gli facesse
piacere, lo svolgeva in effetti soltanto perché gli era imposto, cioè, aveva
già spesso fatto richiesta di un lavoro più allegro, come diceva lui, ma
sempre, quando gli si facevano le svariate proposte, saltava fuori che nulla
gli andava bene come la sua funzione abituale. Era inoltre assai difficile
trovargli qualcos'altro, era impossibile assegnargli qualcosa come un mare
preciso, a prescindere dal fatto che anche in tal caso il lavoro di calcolo
non era modesto, ma soltanto minore, il gran Poseidon poteva avere solo
una posizione dominante. Se gli si offriva una posizione extra acquatica,
già ad immaginarla lui si rabbuiava, la divina respirazione gli si
disordinava, la ferrea cassa toracica si fletteva. Del resto non si prendeva
davvero sul serio il fatto che lui si lagnasse, quando un potente dà fastidio
si è costretti a cercar di fingere di cedergli anche nelle circostanze più
disperatamente inutili; nessuno pensava ad un vero esonero di Poseidone,
fin dai primordi era stato fatto dio del mare e tale doveva restare.
In genere si arrabbiava – ecco che cosa principalmente causava la sua
insoddisfazione di funzionario – delle fantasie che ci si facevano su di lui,
del genere che se ne andava per le acque sempre con il tridente. E intanto
sedeva nel profondo dell'oceano e senza interruzione calcolava, di tanto in
tanto era un viaggio da Zeus a rompere la monotonia, viaggio del resto da
cui per lo più tornava infuriato. Così il mare appena lo aveva visto, solo
fuggevolmente durante la veloce salita all'Olimpo, e mai ci aveva davvero
viaggiato. Soleva dire di essere perciò in attesa della fine del mondo,
allorché si sarebbe concesso ancora un momento di calma in cui avrebbe
potuto, giusto prima della fine, dopo verificati gli ultimi calcoli, farsi
ancora un veloce giretto.

(Poseidon, 1920?)

Comunità

Siamo cinque amici, una volta siamo usciti uno dietro l'altro da una casa,
prima uno si mise accanto al portone, poi dal portone uscì il secondo o
meglio scivolò lieve come fa una pallina di mercurio e si mise non lontano
dal primo, poi il terzo, il quarto e il quinto. Alla fine stavamo tutti in fila.
La gente faceva attenzione a noi, ci indicavano dicendo: i cinque son usciti
da questa casa. Da quando viviamo insieme la vita sarebbe soddisfacente
se non continuasse ad intromettersi un sesto. Non ci fa nulla, ma la cosa è
molesta, e ciò basta; perché s'infila dove non lo si vuole? Non lo
conosciamo e non lo vogliamo accogliere tra noi. Noi cinque certamente
prima non ci conoscevamo e, se si vuole, non ci conosciamo neppure ora,
ma ciò che è possibile per noi cinque, e viene tollerato, non è possibile per
quel sesto, e non viene tollerato. A parte ciò siamo cinque e non vogliamo
essere sei. E qual senso debba avere in genere questo ininterrotto stare
insieme, nemmeno per noi cinque ha alcun senso, ma ora siamo già
insieme e ci restiamo senza volere però una nuova associazione, proprio
sulla base delle nostre esperienze. Tuttavia, come insegnare tutto ciò al
sesto, lunghe spiegazioni significherebbero già quasi un'accettazione nella
nostra cerchia, non spieghiamo nulla e non lo accogliamo. Se lui fa
smorfie lo scacciamo a gomitate, ma per quanto lo si scacci lui ritorna.

(Gemeinschaft, 1920?)

Lo stemma cittadino

All'inizio della costruzione della torre di Babilonia tutto era in discreto


ordine, anzi l'ordine era forse troppo grande, si pensava troppo a
indicazioni stradali, interpreti, alloggi operai e vie di comunicazione, quasi
si avessero davanti secoli a disposizione, per l'opera. L'opinione allora
dominante era che la lentezza della costruzione non fosse mai troppa; tale
opinione fu presa sul serio e ci si poté addirittura astenere dal porre le
fondamenta della costruzione. Si argomentò cioè come segue: l'essenziale
dell'intera impresa è il pensiero di costruire una torre alta fino al cielo.
Ogni altra cosa, accanto a tal pensiero, è secondaria. Il pensiero, una volta
compreso nella sua grandezza, non può più svanire, finché ci sono uomini
ci sarà anche il forte desiderio di portare a termine la torre. In questa
prospettiva dunque non si devono avere preoccupazioni di futuro, al
contrario, il sapere umano si eleva, la perizia costruttiva ha fatto passi
avanti ed altri ne farà, un'opera per cui a noi serve un anno, tra cento anni
forse verrà completata in sei mesi e anche meglio, in modo più durevole.
Perché dunque già oggi affannarsi al limite delle forze? Avrebbe senso solo
se si potesse sperare di erigere la torre nel tempo di una generazione. Ciò
tuttavia non era in alcun modo da attenderselo. Meglio concedersi di
pensare che la prossima generazione con il suo perfezionato sapere troverà
cattivo l'operato della precedente e distruggerà il costruito per ricominciare
da capo. Tali pensieri paralizzarono le forze e ci si preoccupò più della
costruzione della città operaia che non della costruzione della torre. Ogni
maestranza campagnola volle il quartiere migliore, dal che si ebbero
contrasti che crebbero fino a diventare lotte sanguinose. Tali lotte non
smisero più; ai capi esse fornirono nuovi argomenti a ciò che la torre
dovesse venir costruita, in mancanza della necessaria concentrazione,
molto lentamente o meglio subito dopo la pacificazione generale. Non è
che ci si occupasse solo di lotte, nelle pause si abbelliva la città, cosa da
cui sortì nuova invidia e nuove lotte. Trascorse così il tempo della prima
generazione, ma nessuna delle successive fu diversa, a parte la crescita
dell'abilità costruttiva, continua, e della litigiosità.
Ne venne che già la seconda o la terza generazione riconoscesse
insensatezza della costruzione della torre fino al cielo, tuttavia si era già
troppo vincolati reciprocamente per abbandonare la città. Tutto ciò che è
nato in fatto di leggende e canti, in questa città, è colmo del desiderio d'un
giorno profetizzato in cui la città verrà annientata da cinque colpi, un dopo
l'altro, di un pugno gigante. Per cui la città anche nel suo stemma ha il
pugno.

(Das Stadtwappen, 1920?)

Il timoniere

“Non sono timoniere?” gridavo. “Tu?”, chiedeva un uomo alto, losco,


passandosi una mano sugli occhi come se allontanasse un sogno. Io ero
stato al timone nella notte oscura, sul mio capo la lanterna di luce fioca, e
ora ecco quest'uomo che voleva mettermi da parte. Poiché non cedevo mi
piazzava un piede sul petto e lentamente mi schiacciava in basso, intanto
che io seguitavo a reggermi al mozzo della ruota del timone facendolo, nel
cadere, girare del tutto. Allora l'uomo lo afferrava, lo riportava all'ordine e
mi scacciava. Però mi riavevo presto, correvo al boccaporto che conduceva
all'area dell'equipaggio e gridavo: “Equipaggio! Camerati! Venite, presto!
Un estraneo mi ha cacciato dal timone!” Lenti venivano, salivano la scala,
barcollanti stanche potenti figure. “Sono il timoniere?”, chiedevo.
Annuivano, ma guardavano solo l'estraneo, gli stavano attorno in
semicerchio e quando in tono di comando disse “non disturbatemi”, si
strinsero insieme, annuirono in direzione di me e ridiscesero la scala. Che
razza di gente! Erano pensanti oppure si limitavano a ciabattare insensati
sulla Terra?

(Der Steuermann, 1920?)


Farsi le ossa

Eravamo in ditta cinque impiegati, il contabile, malinconico miope, si


spiaccicava come una rana sul libro mastro e non si faceva sentire se non
per via del respiro, faticoso, che debolmente lo sollevava ed abbassava; poi
l'addetto al commercio, omino di largo busto da ginnasta cui bastava una
mano, appoggiata allo scrittoio, per dondolarvisi sopra con eleganza e
leggerezza mentre, serio in viso, si guardava attorno con severità.
Avevamo quindi una commessa, signorina attempata, mingherlina e
fragile, abito attillato, che per lo più teneva il capo inclinato da una parte e
sorrideva con le sottili labbra della sua gran bocca. Io ero l'apprendista,
non avevo da fare molto più che muover lo straccio per spolverare sullo
scrittoio, spesso con la voglia di accarezzare la mano della nostra
signorina, lunga, delicata, grinzosa, color del legno, quand'essa giaceva
negligente e distratta sullo scrittoio o addirittura baciarla oppure – ciò che
sarebbe stato il massimo – appoggiarci il viso dove era così bello, e solo di
tanto in tanto cambiargli di posto, ragioni di equità, perché quella mano
gustasse tutt'e due le mie guance. Ma non accadde mai, anzi la signorina
quando mi avvicinavo la protendeva, quella mano, e mi indicava di fare
qualcosa di nuovo da qualche parte, in un angolo distante, o sulla scala a
pioli, cosa quest'ultima particolarmente sgradevole, perché su faceva un
caldo soffocante a causa dei bruciatori a gas con cui s'illuminava; soffrivo
inoltre di capogiri, stavo male, capitava che ficcassi la testa, con il pretesto
d' una pulitura particolarmente ben fatta, dentro uno scaffale, lassù, e
piangessi un momentino oppure, quando nessuno guardava, tenessi una
muta allocuzione alla signorina, giù, rimproverandola assai, cioè, lo
sapevo bene che lei né sul posto né altrove ci aveva il potere di decidere,
ma credevo che in qualche modo, se avesse voluto, ce lo avrebbe avuto, e
che potesse usarlo a mio pro. Però non voleva, anzi non usava nemmeno
quello che aveva, voglio dire, era l'unica tra noi a cui l'uomo di fatica della
ditta dava retta un pochino, senno era la persona più ostinata, certo era il
più anziano della ditta, era stato in servizio anche sotto il vecchio capo, ne
aveva viste talmente tante che noi nemmeno ce lo immaginavamo, però ne
traeva la falsa convinzione di intendersene più degli altri, per esempio di
essere in grado di tenere i libri contabili non solo come il contabile, ma
molto meglio, di saper servire la clientela meglio dell'addetto al
commercio eccetera; sosteneva di aver accettato il posto di uomo di fatica
della ditta perché lo voleva lui, dato che per quel posto lì non si sarebbe
trovato nessuno, nemmeno un incapace. E si affannava da quarant'anni, lui
che non poteva neppure essere stato tanto robusto, e adesso era già
soltanto un relitto, con casse e pacchi. L'aveva accettato di sua volontà, ma
questo noi lo si era dimenticato, erano arrivati tempi nuovi, non lo si
riconosceva più, lui, e mentre in ditta venivano fatti gli errori più
giganteschi attorno a lui, doveva, senza che lo si lasciasse intervenire,
inghiottire la disperazione che gliene veniva e per di più restare incatenato
al suo pesante lavoro.

(Konsolidierung, 1920?)

Messo alla prova

Sono un servo, ma per me non c'è alcun lavoro. Sono timido e non mi
faccio avanti, anzi non mi metto nemmeno in fila con gli altri, ciò tuttavia
non è la causa principale della mia disoccupazione, è anche possibile che
con la mia disoccupazione ciò non abbia in genere niente a che fare, la
causa principale è comunque che io non vengo chiamato a servire, altri
sono stati chiamati e non si sono dati da fare più di me, anzi forse non
hanno avuto nemmeno il desiderio di venir chiamati a servire, mentre io
almeno qualche volta lo ho fortemente.
E allora me ne sto seduto nella stanza dei lavoratori agricoli, e scruto le
travi del soffitto, mi addormento, mi sveglio e poi mi riaddormento. Capita
che me ne vada all'osteria dove si mesce una birra scadente, per la
ripugnanza qualche volta ne ho rovesciato un bicchiere, poi però torno a
berne. Mi ci trovo bene perché dietro la finestrina chiusa, senza poter
venire scoperto da nessuno riesco a guardare le finestre della nostra casa.
Cioè, non è che si veda molto, qui sulla strada io credo che ci siano solo le
finestre dei corridoi, e inoltre non di quei corridoi che portano agli
appartamenti dei padroni. E' possibile anche che mi sbagli, ma nessuno
mai lo ha affermato, senza esser da me interrogato, e l'impressione
generale di questa facciata lo conferma. Solo di rado le finestre vengono
aperte e quando succede lo fa un servo e poi si appoggia tutto al davanzale
per guardare un po' in basso. Ci sono anche corridoi dove non si riesce a
sorprendere quel servo, comunque io non lo conosco, i servi occupati in
modo stabile di sopra dormono altrove, non nella mia stanza.
Una volta che ero andato all'osteria un altro avventore era seduto nel mio
posto di osservazione. Non avevo il coraggio di guardarlo per bene e stavo
per girarmi subito verso la porta per andarmene, ma lui mi chiamò, e
venne fuori che anche lui era un servo e che lo avevo già visto da qualche
parte senza però, fin lì, averci parlato. “Perché vuoi andartene? Siedi e
bevi, pago io.” E quindi mi sedetti. Mi chiese qualcosa, ma non seppi
rispondere, anzi, nemmeno capii le domande, per cui dissi: “Forse ora te
ne penti, di avermi invitato, me ne vado”, e stavo per alzarmi, ma lui
allungò il braccio sul tavolo e mi respinse giù: “Resta”, disse, “era solo
una prova, chi non risponde alle domande l'ha superata.”

(Die Pruefung, 1920?)

L'avvoltoio

Era un avvoltoio a beccarmi i piedi, già mi aveva rotto calze e stivali, ora
mi beccava anche i piedi. Seguitava a colpire, poi senza darsi pace mi
volava attorno più volte e continuava l'opera. Veniva un signore, stava a
guardare un poco e poi chiedeva perché subissi l'avvoltoio. “Ma sono
disarmato”, dicevo “è arrivato e ha cominciato a beccare, allora com'è
naturale lo volevo scacciare, ho cercato perfino di tirargli il collo, ma una
bestia simile ha grandi forze, mi voleva anche saltare in faccia, allora gli
ho sacrificato i piedi, che ora sono quasi straziati.” “Vedo che vi lasciate
tormentare”, diceva quel signore, “un colpo, e l'avvoltoio è spacciato.”
“Davvero?”, chiedevo, “e avete intenzione di occuparvene voi?”
“Volentieri” diceva quel signore, “ho solo da andare a casa a prendere il
fucile. Potete aspettare un'altra mezz'ora?” “Questo non lo so”, dicevo io
irrigidendomi dal dolore, poi dicevo: “Ve ne prego, provateci comunque.”
“Bene”, diceva quel signore, “mi sbrigherò”. L'avvoltoio durante lo
scambio di parole era stato quieto ad ascoltare muovendo lo sguardo tra
me e quel signore. Ora notavo che aveva inteso ogni cosa, si alzò in volo, a
distanza fece una curva per avere abbastanza slancio e poi mi sbatté
profondo dentro, come fosse un lanciatore di giavellotto, il becco
attraverso la bocca. Riverso, sentivo la liberazione quando lui affogava
senza rimedio nel mio sangue che, straripando, riempiva ogni mia cavità.

(Der Geier, 1920?)


Favoletta

“Ohi ohi”, disse il topo, “ogni giorno il mondo diventa più stretto. Prima
era tanto largo da impaurirmi, continuavo a correre ed ero felice di vedere
infine a destra e a sinistra, lontano, muri, ma quei lunghi muri hanno fatto
così presto a stringersi l'uno rispetto all'altro che già mi trovo nella stanza
finale e lì nell'angolo c'è la trappola, dentro cui corro. “Non ti resta che
cambiar direzione”, disse il gatto, e lo divorò.

(Kleine Fabel, 1920?)

La trottola

Un filosofo gironzolava sempre dove giocavano dei ragazzini. Ne vide uno


che aveva una trottola e subito si mise in agguato. Non appena la trottola
girò, il filosofo le si mise dietro per acchiapparla. Aveva acchiappato la
trottola che ancora girava senza curarsi del fatto che i ragazzini
schiamazzavano e cercavano di tenerlo lontano dal loro giocattolo, ne fu
felice, ma solo per un momento, poi la buttò per terra e se ne andò.
Riteneva, chiariamo, che la conoscenza di ogni particolare, dunque per
esempio anche di una trottola che gira, fosse sufficiente alla conoscenza
del generale. Perciò non si occupava dei grandi problemi, cosa che a lui
pareva antieconomica, se era noto il minimo particolare allora tutto era
noto, ecco perché si occupava solo della trottola che girava. Preparandosi a
far girare la trottola, continuava a sperare di riuscire a far girare la trottola
ed a trasformare, correndole a perdifiato dietro, la speranza in certezza, ma
poi, con in mano quello stupido pezzo di legno, si sentì male, l'urlio dei
ragazzini, che lui fin lì non aveva sentito, d'improvviso gli entrò nelle
orecchie, lo fece scappare, e lui barcollò come una trottola malamente
spinta.

(Der Kreisel, 1920?)


La partenza

Ordinavo di far uscire il mio cavallo dalla stalla. Lo stalliere non mi


capiva. Ci andavo io stesso, sellavo il cavallo e lo montavo. Udivo lontano
squillare una tromba, chiedevo allo stalliere che cosa significasse. Non ne
sapeva nulla, non aveva udito nulla. Sul cancello mi tratteneva
chiedendomi dove ero diretto. “Non lo so”, dicevo, “basta che sia lontano
da qui, lontano da qui, sempre più lontano, solo così posso raggiungere la
mia meta.” “Dunque conosci la tua meta”, chiedeva lui, “sì”, rispondevo,
“l'ho detto, no? Via da qui, ecco la mia meta”. “Non hai nulla da mangiare
con te”, diceva lui, “non ne ho bisogno”, dicevo io, “il viaggio è talmente
lungo che morirò per forza di fame se non trovo qualcosa sulla strada, non
c'è alcuna provvista che mi possa salvare. Per fortuna, voglio dire, è un
viaggio davvero smisurato.”

(Der Aufbruch, 1921?)

C'era una volta un gioco di pazienza

C'era una volta un gioco di pazienza, un semplice gioco di poco prezzo


non più grande d'un orologio da tasca e privo di qualunque sorprendente
dispositivo. Sulla superficie di legno verniciata di marrone-rosso erano
intagliate in azzurro alcune vie alternative sboccanti in una buchetta. A
forza di inclinazioni e scosse bisognava portare la pallina, anch'essa
azzurra, prima in una delle vie, quindi nella buca. Quando la pallina era in
buca il gioco era finito, se si voleva ricominciarlo si doveva scuoter via la
pallina dalla buca. Il tutto era coperto da un vetro robusto bombato, il
gioco di pazienza si poteva ficcare in tasca, portarlo con sé e, ovunque si
fosse, estrarlo e giocarci.
La pallina per lo più era disoccupata, se ne andava, le mani tenute dietro la
schiena, qua e là in verticale, scansando le vie. Secondo lei durante il gioco
veniva a sufficienza tormentata con quelle vie ed aveva quanto basta il
diritto, quando non si giocava, di riposarsi dove non ce n'erano, in
orizzontale. Di scartamento ampio, faceva l'osservazione di non esser fatta
per quelle vie a scartamento ridotto. In parte era giusto, infatti le vie ce la
facevano appena a contenerla, in parte no, perché di fatto essa era assai
accuratamente adattata alla larghezza delle vie, ma comode non potevano
tornarle, altrimenti non si sarebbe trattato affatto d'un gioco di pazienza.
(Es war einmal ein Geduldspiel, 1922?)

Un commento

Era mattina molto presto, strade nette e vuote, io andavo alla stazione.
Confrontando l'orologio d'una torre con il mio vedevo che era assai più
tardi di quanto avessi creduto, mi dovevo ben affrettare, la paura causata
da questa scoperta mi rendeva incerto sul percorso, non ero ancora molto
pratico della città, per fortuna vicino c'era una guardia, correvo da lui e,
affannato, gli chiedevo la strada. Sorrideva dicendo: “vuoi saperla da me?”
“Sì”, dicevo io, “visto che da solo non so trovarla.” “Rinuncia, rinuncia”,
diceva girandosi veloce come chi voglia ridere in solitudine.

(Ein Kommentar, 1922?)

Sulle similitudini

Molti si lagnano del fatto che le parole dei sapienti continuino ad essere
solo similitudini, inservibili però nel quotidiano della vita, eppure non
abbiamo altro che questa. Quando il sapiente dice “va' dall'altra parte” non
intende che si debba attraversare la strada, ciò che si potrebbe pur sempre
eseguire se il risultato del percorso valesse, invece egli intende un qualche
leggendario aldilà, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui sa
designare in modo meno vago, e che dunque non ci può servire, qui. Tutte
queste similitudini in effetti vogliono dire soltanto che l'inconcepibile è
inconcepibile e questo lo sappiamo, però ciò con cui ci si sfianca in effetti
ogni giorno è un'altra cosa.
Perciò uno disse: perché fate resistenza? Seguendo le similitudini voi stessi
diverreste similitudini e con ciò sareste bell' e liberati dalla pena
quotidiana.
Un altro disse: scommetto che anche questa è una similitudine.
Il primo disse: hai vinto.
Il secondo disse: ma purtroppo solo nella similitudine.
Il primo disse: no, nella realtà; nella similitudine hai perso.

(Von den Gleichnissen, 1922?)


Ritorno a casa

Sono tornato, ho attraversato l'ingresso e mi guardo attorno. E' la vecchia


fattoria di mio padre. Nel mezzo la pozzanghera. Vecchia inservibile
accatastata attrezzatura in rovina sbarra la via ai piedi della scala. Il gatto
fa la posta sul parapetto. Un panno ridotto male, ai tempi in auge,
attorcigliato a un bastone si alza nel vento. Sono arrivato. Chi mi
accoglierà? Chi aspetta dietro la porta di cucina? Fumo viene dal camino,
si prepara il caffè per cena. Ti è familiare, ti senti a casa? Non so, sono
molto incerto. E' la casa di mio padre, ma ogni suo componente è freddo
come se fosse occupato negli affari suoi che in parte ho dimenticato, in
parte mai seppi. In cosa posso esser loro utile, cosa sono per loro, pur
essendo il figlio del padre, del vecchio fattore, e non oso bussare alla porta
di cucina, mi limito a stare in ascolto solo da lontano, solo da lontano
ascolto, senza muovermi, per non venir colto di sorpresa come chi origlia.
E dato che sto in ascolto da lontano non sento nulla, sento solo un lieve
battito di un orologio, o forse credo di sentirlo provenire dai tempi
dell'infanzia. Ciò che altrimenti accade in cucina è il segreto di coloro che
vi sono, seduti, che essi serbano davanti a me. Se ora qualcuno aprisse la
porta e mi chiedesse qualcosa, che roba! Non sarei allora anch'io come uno
che vuol difendere il suo segreto?

(Heimkehr, 1924?)

Traduzione fatta nel 2018 da Nicola Spinosi. Il criterio della scelta è quello della brevità dei testi;
il loro ordine e la datazione rispettano quanto indica l'edizione Fischer 2010.
spinnic@libero.it