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SPECIFICHE TECNICHE

GENERALI

METODOLOGIA DI APPLICAZIONE DELLA ANALISI DI RISCHIO

Specifiche Tecniche Generali pag 1


INDICE

Metodologia di applicazione della analisi di rischio 1


INDICE 2
PREMESSA 3
A.1 MODALITÀ DL APPLICAZIONE DEL METODO AD INDICI 4
A.1.1 METODO GENERALE APPLICABILE AGLI IMPIANTI DI PRODUZIONE
ED ALTRE STRUTTURE INDUSTRIALI. 4
Suddivisione in unità 4
Valutazione dei fattori di rischio 6
Calcolo degli indici di rischio grezzi 7
Valutazione del fattori dl compensazione 9
Calcolo degli indici dl rischio compensati 9
A.1.2 METODO APPLICABILE AI DEPOSITI DI GAS DI PETROLIO
LIQUEFATTO (GPL). 11
A.1.3 METODO APPLICABILE AI DEPOSITI DI LIQUIDI FACILMENTE
INFIAMMABILI E/O TOSSICI. 13
B.1 METODI IMPIEGATI NELL'ANALISI DI RISCHIO 17
B.1.1 ANALISI STORICA 17
B.1.2 ANALISI DI OPERABILITÀ (HAZOP) 18
B.1.3. STIMA DELLE FREQUENZE DEI TOP EVENT 20
B.1.4. IDENTIFICAZIONE E FREQUENZA DEGLI SCENARI INCIDENTALI 21
B.1.5. VALUTAZIONE DELLE CONSEGUENZE DI EVENTI INCIDENTALI 24
B.1.5.1 Efflussi 24
B.1.5.2 Comportamento immediatamente successivo al rilascio 24
B.1.5.3 Dispersione in atmosfera 25
Classe di Stabilità Atmosferica 25
Velocità del vento e rugosità superficiale 26
B.1.5.4 Incendi 27
B.1.5.5 Esplosioni 30
B.1.5.6 Determinazione della durata dei rilasci 32
B.1.5.7 Criteri di valutazione del danno 33
a) valori limite per danni provocati da radiazioni termiche a flusso costante 33
b) Valori limite per danni provocati da radiazioni termiche a flusso variabile nel tempo 36
c) Danni causati da onde di pressione 38
d) Effetti relativi ad esposizione a gas/vapori tossici 40
e) Equazioni di Probit 41
B.1.6. PRESENTAZIONE DEI RISULTATI 42

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PREMESSA
Nell’ambito dei Rapporti di Sicurezza, elaborati in conformità al D.Lgs 334/99, è prevista
l’applicazione di metodi per individuare:

- le aree critiche dell’attività industriale, mediante il Metodo ad Indici,

- i potenziali eventi incidentali e le loro conseguenze, mediante l’analisi di rischio


(“risk analisys”).

Per quel che riguarda le diverse applicazioni del Metodo ad Indici, le linee guida applicative
sono contenute negli Allegati II al DPCM 31.03.89, al DM 15.05.96 e DM 20.10.98.

Per quanto riguarda la “risk analisys”, le tecniche utilizzate per l’elaborazione di per impianti
di processo sono di seguito elencate:

1. Analisi Storica.

2. Applicazione dell'Analisi di Operabilità (HAZOP).

3. Individuazione degli eventi incidentali e calcolo delle relative frequenze di


accadimento.

4. Definizione degli scenari incidentali e calcolo delle relative frequenze di


accadimento.

5. Valutazione delle conseguenze degli scenari incidentali.

Di seguito si riporta una sintesi delle modalità di applicazione del Metodo ad Indici e dei
metodi impiegati per l’analisi di rischio.

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A.1 MODALITÀ DL APPLICAZIONE DEL METODO AD INDICI

A.1.1 Metodo generale applicabile agli impianti di produzione ed altre


strutture industriali.

In generale si può riassumere il metodo nei seguenti passaggi:

- Suddivisione in unità del complesso impiantistico considerato.

- Analisi e valutazione dei fattori di rischio presenti in ogni unità.

- Determinazione degli Indici di Rischio grezzi o potenziali attribuibili ad ogni unità.

- Analisi e valutazione dei fattori di compensazione dei rischi potenziali (misure di


prevenzione e protezione), predisposti per ogni unità o generalmente applicabili al
complesso (ad esempio organizzative).

- Determinazione degli Indici di Rischio finali compensati, che tengono conto del
bilanciamento apportato al rischio grezzo o potenziale dai fattori di compensazione.

SUDDIVISIONE IN UNITÀ

L'applicazione del metodo richiede come primo passo la suddivisione dell'impianto


considerato in parti, definite "Unità", separate fra loro in base a criteri logico-funzionali.

Secondo quanto previsto dal DPCM 31.03.89, un impianto deve essere suddiviso in unità
logicamente caratterizzate dall'essere separabili o potenzialmente separabili dalle unità
adiacenti.

Ulteriori elementi di distinzione sono costituiti dalla natura del processo condotto, dalle
sostanze contenute o dalle condizioni operative.

La suddivisione in unità viene effettuata conformemente a quanto previsto al punto 2.1


dell'Allegato II al DPCM citato.

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In particolare, un'unità è identificata con una parte fisica dell'impianto (un reattore, un
ribollitore, una colonna, etc.), che si distingue dalle altre in base alla operazione unitaria
condotta (ad esempio reazione), in base alla natura delle sostanze presenti od alle
condizioni operative. In linea di massima, sono da considerarsi unità a se stanti le
apparecchiature in cui si effettuano operazioni unitarie (ciascuna colonna di distillazione,
ciascun reattore etc. vengono considerati come singole unità insieme alle apparecchiature di
trasferimento ad esse connesse, ad esempio pompe di prelievo, ed alle apparecchiature
ausiliarie, ad esempio scambiatori).

Tale metodo di suddivisione conduce ad una valutazione estremamente conservativa del


valore degli indici di rischio: infatti l'area di lavoro, per ciascuna di esse, risulta minima ed, in
base alle formule del calcolo degli indici, il valore di questi ultimi risulta massimo.

La suddivisione di un impianto diventa pertanto di fondamentale importanza per una corretta


applicazione delle analisi.

Nelle aree di stoccaggio, anch'esse soggette all'applicazione del DPCM, I'unità rappresenta
una zona delimitata dai bacini di contenimento, se presenti, oppure dal perimetro del
serbatoio stesso. Serbatoi adiacenti ma contenenti sostanze diverse tra loro sono di solito
trattati come unità separate.

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VALUTAZIONE DEI FATTORI DI RISCHIO

Per valutazione dei fattori di rischio, si intende:

- SCELTA DELLA SOSTANZA PREDOMINANTE, cioè di quel composto o miscela


presente nell'unità che per le sue caratteristiche intrinseche e per le quantità presenti
fornisca, in caso di incendio od esplosione, il potenziale energetico maggiore.

- DETERMINAZIONE DEL FATTORE SOSTANZA, è un numero riferito ad una sostanza


o ad una miscela di sostanze, che tiene conto delle caratteristiche di reattività e di
infiammabilità. Dalla consultazione di una apposita tabella si ottiene il valore del fattore
sostanza detto "B". Ove non sia tabulato, si considerano le caratteristiche di reattività e
di infiammabilità della sostanza predominante, nonché la temperatura a cui viene
effettuata la lavorazione.

- INDIVIDUAZIONE DEI FATTORI Dl PENALIZZAZIONE, in cui si considerano i rischi


che possono provenire dai diversi aspetti della lavorazione nell'unità in esame:

In particolare, per i fattori di penalizzazione si considerano:

a. RISCHI SPECIFICI DELLE SOSTANZE "M": si tiene conto di particolari proprietà della
sostanza leader che possono influire sulla natura di un incidente o sull'eventualità che
esso si verifichi (si considerano potere ossidante, reattività con l'acqua,
polimerizzazione etc.). La sostanza deve essere considerata nelle condizioni in cui essa
si trova normalmente all'interno dell'unità, perciò i fattori attribuiti in questa sezione
possono variare da unità ad unità all'interno dell'impianto. Nel caso la sostanza leader
sia una miscela, dovranno essere prese in considerazione le proprietà delle singole
sostanze.

b. RISCHI GENERALI Dl PROCESSO "P": vengono considerati i rischi comuni connessi


con il processo di base o con altre operazioni che sono comunque effettuate all'interno
della unità (manipolazione, fasi di reazione, trasferimento di sostanze e loro contenitori).

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c. RISCHI PARTICOLARI Dl PROCESSO "S": per la determinazione di questo parametro
vengono attribuiti dei fattori di penalizzazione a seconda delle specifiche condizioni
operative adatte per la conduzione del processo, (temperatura, pressione, campo di
infiammabilità, problemi elettrostatici, difficoltà di controllo della reazione etc.).

d. RISCHI DOVUTI ALLA QUANTITÀ "Q": si attribuisce un fattore per i rischi aggiuntivi
connessi con l'uso di grossi quantitativi di sostanze combustibili, infiammabili, esplosive
o decomponibili.

e. RISCHI CONNESSI AL LAY-OUT "L": si studia la conformazione fisica dell'unità e


dell'impianto relativamente alla disposizione planimetrica ed in verticale delle
apparecchiature contenenti liquidi infiammabili, ai sistemi di ventilazione e di drenaggio
superficiale, ai possibili effetti domino, al posizionamento dei locali permanentemente
occupati da persone.

f. RISCHI PER LA SALUTE IN CASO Dl INCIDENTE "s": questo parametro tiene conto
della tossicità delle sostanze sulla valutazione globale dell'unità, valutandone gli effetti di
ritardo, causato dalla tossicità del materiale, nell'affrontare un incidente in sviluppo od
una minaccia d'incidente. Difatti, poiché un incidente implica la fuoriuscita di una
sostanza, ove gli operatori per avvicinarsi al punto di rilascio, debbano indossare
equipaggiamenti di protezione, vi sarà un ritardo nell'affrontare l'incidente ed una
maggiore probabilità che si verifichino un incendio od un'esplosione rilevanti.

CALCOLO DEGLI INDICI DI RISCHIO GREZZI

Una volta valutati il fattore sostanza ed i fattori di penalizzazione, si procede al calcolo degli
indici di rischio "grezzi", ovvero al netto di qualsiasi misura di prevenzione e protezione.

II calcolo degli indici di rischio viene effettuato utilizzando le formule pubblicate da ISPESL e
ISS (R. Binetti, F. Cappelletti, R. Graziani, G. Ludovisi, A. Sampaolo: "Metodo Indicizzato
per l'analisi e la valutazione del rischio di determinate attività industriali" - Prevenzione
Oggi).

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Tali indici sono così definiti:

INDICE EQUIVALENTE DOW, "D"


D = B * (1 + M/100) * (1 + P/100) * (1 + (S+Q+L+s)/100)

INDICE D'INCENDIO, "F"


F = B * K/N

INDICE Dl ESPLOSIONE CONFINATA, "C"


C = 1 + (M+P+S)/100

INDICE Dl ESPLOSIONE IN ARIA, "A"


A = B * (1+m/100) * (1+p) * (Q * H * C/1000) * (t+273)/300

INDICE Dl RISCHIO GENERALE, "G"


1/2
G = D * (1 + (0,2 * C * (A * F) ))

INDICE Dl RISCHIO TOSSICO, “T”


T = (PCF'+PT+PET) * BC * (PED + DA* PE) * 100
---------------------------------------------------------------------
976,5

L'indice di rischio generale G è una combinazione ponderata degli altri indici, eccezion fatta
per il rischio tossico T.

Questo indice consente quindi il confronto fra unità che presentino rischi di incendio ed
esplosione, ma non fra unità con rischio tossico differente che devono essere valutate
esclusivamente tramite l'indice di rischi specifico.

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VALUTAZIONE DEL FATTORI DL COMPENSAZIONE

Per i FATTORI Dl COMPENSAZIONE si definiscono:

a. CONTENIMENTO "K1"; si occupa della riduzione del rischio risultante dall'adozione di


standard di progetto elevati per gli apparecchi e le tubazioni a pressione, nonché della
loro protezione da effetti di danneggiamento od urto accidentale; sono inoltre considerati
i sistemi di rilevamento di fughe.

b. CONTROLLO DEL PROCESSO "K2"; con questo parametro si tiene conto degli
elementi del sistema di controllo del processo che sono in grado di agire ai fini della
riduzione del numero degli incidenti.

c. PROTEZIONE PER LA SICUREZZA "K3"; il coinvolgimento della gestione e un


generalizzato atteggiamento favorevole da parte della stessa nei riguardi della
sicurezza, possono contribuire in maniera notevole alla riduzione degli incidenti.

d. PROTEZIONE ANTINCENDIO "K4"; si fa riferimento alla riduzione del rischio attribuibile


all'impiego di protezioni antincendio per ragioni strutturali, alla dotazione di pareti
antincendio o di rivestimenti antifuoco, nonché alle protezioni dei cavi strumenti, dei cavi
elettrici e delle linee aeree necessarie per il mantenimento del controllo durante le
emergenze.

e. ISOLAMENTO DELLE SOSTANZE "K5"; si considerano le caratteristiche che


consentono il controllo o l'intercettazione del flusso della sostanza che viene rilasciata
durante la fase iniziale di un incidente.

f. OPERAZIONI ANTINCENDIO "K6"; viene verificata la possibilità di rilevamento e di


pronto intervento in caso di incendio.

CALCOLO DEGLI INDICI DL RISCHIO COMPENSATI

Una volta valutati i fattori di compensazione, è possibile procedere al calcolo degli indici di
rischio "compensati", che tengono conto, secondo le formule sotto riportate, delle
compensazioni favorevoli alla sicurezza.

Fa eccezione l'indice D (Dow equivalente) per il quale non sono previste compensazioni.

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INDICE INCENDIO, "F"'

F’ = F * K1 * K3 * K5 * K6

INDICE Dl ESPLOSIONE CONFINATA COMPENSATO, "C"'


C' = C * K2 * K3

INDICE Dl ESPLOSIONE IN ARIA COMPENSATO, "A"


A’ = A * K1 * K2 * K3 * K5

INDICE Dl RISCHIO GENERALE COMPENSATO, "G"


G' = G * K1 * K2 * K3 * K4 * K5 * K6

INDICE Dl RISCHIO TOSSICO COMPENSATO, "T'”


T' = T * K1 * K2 * K3 * K4 * K5 * K6 (1)

L'indice di rischio generale compensato G', come nel caso dell'analogo indice grezzo,
consente il confronto fra unità che presentino rischi di incendio ed esplosione, ma non fra
unità con differente rischio tossico compensato, che devono essere valutate esclusivamente
tramite l'indice di rischio specifico (T').

(1)
A parziale modifica di quanto previsto nel metodo originale, I'indice T' può essere calcolato moltiplicando il valore dell'indice
grezzo T per tutti i fattori di compensazione prevedibili, anziché considerare come applicabili le sole compensazioni K2
(controllo del processo) e K3 (protezione per la sicurezza).
Gli indirizzi applicativi più aggiornati presenti sul DM 20.10.98 indicano che anche i fattori K1 (contenimento), K4 (protezione
antincendio), K5 (isolamento delle sostanze) e K6 (operazioni antincendio) sono considerate misure di prevenzione e protezione
valide per impedire fuoriuscita di prodotti o mitigare le conseguenze di una fuoriuscita in caso di incidente.

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A.1.2 Metodo applicabile ai depositi di gas di petrolio liquefatto
(GPL).

Per i depositi di gas di petrolio liquefatto, è stato rivisto ed adattato alla specifica tipologia
impiantistica il Metodo ad Indici di cui al DPCM 31.03.89. Tale metodo è descritto nel DM
15.05.96.

I passaggi principali di questa metodologia sono gli stessi del Metodo ad Indici generale (di
cui al punto B.1.1), con alcune modifiche ed integrazioni descritte nel seguito.

Per quanto riguarda la suddivisione in unità, sulla base della tipologia impiantistica si
possono individuare le seguenti unità logiche:

- area di stoccaggio in serbatoi fissi,


- area di stoccaggio in recipienti mobili,
- area di carico/scarico da vettori stradali, ferroviari o navali,
- area di pompaggio per movimentazione GPL,
- area di imbottigliamento.
I fattori di penalizzazione M, P, S, Q, L sono attribuiti considerando, tra le voci indicate nel
DPCM 31.03.89, quelle applicabili ai depositi di GPL, integrate o modificate con i valori
riportati nel nuovo DM, in relazione alla specificità dell’impianto e suddivisi per tipologia di
unità logica.

In particolare è inserito tra i rischi particolari di processo un fattore di rischio derivante dalla
utilizzazione intensiva, associato all’operazione di travaso in e dai serbatoi di stoccaggio
fisso.

Non vengono invece calcolati i rischi per la salute in caso di incidente “s”, in quanto il GPL
non risulta avere effetti tossici, né immediati né ritardati.

Gli indici di rischio grezzi (F, C, A, D, G) sono calcolati con le medesime formule utilizzate
nel Metodo ad Indici generale, ad eccezione dell’indice di rischio tossico “T” che invece non
viene ritenuto significativo per la sostanza in esame.

Per quanto riguarda i fattori compensativi, come nel Metodo ad Indici generale, si
considerano le misure preventive atte ad evitare gli incidenti (K1, K2 e K3) e quelle atte a
ridurre l’entità dei danni conseguenti il verificarsi di un incidente (K4, K5 e K6).

Analogamente a quanto detto per i fattori di penalizzazione, anche tra i fattori compensativi,
in particolare per quelli di tipo tecnico, vengono indicate le soluzioni più idonee ed efficaci
per la riduzione del rischio associato alla tipologia impiantistica e alla sostanza considerata,

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dando particolare peso a soluzioni tecnologiche di tipo innovativo in grado di elevare gli
standard di sicurezza dei depositi di GPL.

Gli indici di rischio intrinseci (o grezzi) e compensati calcolati vengono confrontati per
individuare le unità maggiormente critiche nonché la natura di tale criticità; tale confronto
consente anche di verificare come l’applicazione degli accorgimenti impiantistici ed
organizzativi abbia ridotto la pericolosità potenziale dell’installazione, traendo elementi
indicativi per interventi di miglioramento impiantistici.

Sulla base dei valori degli indici generali G e G’ si categorizzano tutte le unità e, a partire
dalla categoria attribuita alle singole unità, si effettua la categorizzazione dell’intero deposito
e si definisce la sua compatibilità rispetto al territorio circostante.

A tal fine si individua la tipologia delle aree di insediamento presenti sul territorio,
definendone la categoria e valutandone la vulnerabilità rispetto agli effetti derivanti dagli
eventi incidentali ipotizzabili per il deposito.

È quindi possibile evidenziare le situazioni di incompatibilità dove sono necessari interventi


di miglioramento.

Va rilevato come, nella valutazione degli effetti derivanti dagli eventi incidentali ipotizzabili, si
diano precise indicazioni in relazione alla “credibilità” degli eventi e degli scenari .

Ad esempio si stabilisce che per depositi appartenenti alla categoria più sicura, possono
essere escluse (in quanto non credibili o marginali) alcune tipologie di evento (rottura di
tubazioni di diametro superiore a 2”).

Lo scenario conseguente ad un collasso catastrofico del recipiente, il cosiddetto BLEVE e


successivo Fireball, viene considerato marginale o non credibile per serbatoi interrati o per
serbatoi fuori terra coibentati (di categoria B o migliore).

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A.1.3 Metodo applicabile ai depositi di liquidi facilmente infiammabili
e/o tossici.

Per valutare la sicurezza dei depositi di liquidi pericolosi si ricorre ad una applicazione
specifica del Metodo ad Indici di cui al DPCM 31.03.89, che tiene conto della tipologia di
attività. Tale metodo è descritto nel DM 20.10.98.

Il metodo si applica ai depositi in serbatoi atmosferici, polmonati o meno, destinati alla


movimentazione e allo stoccaggio di liquidi facilmente infiammabili e/o tossici (ai sensi del
DM 20.05.91).

I passaggi del metodo sono analoghi a quelli indicati per il Metodo ad Indici generale.

Il deposito viene inizialmente diviso in unità logiche, considerando che per la tipologia in
esame sono individuabili le seguenti unità:

- area di stoccaggio in serbatoi fissi,


- area di stoccaggio in recipienti mobili,
- area di carico/scarico da vettori stradali, ferroviari o navali,
- area di additivazione/denaturazione,
- area di infustamento da serbatoi o vettori,
- area di tubazioni per ricezione/spedizione prodotti.
Per ciascuna unità si sceglie la sostanza predominante.

Se le sostanze presenti hanno caratteristiche di tossicità, la scelta della sostanza


predominante viene effettuata sulla base della quantità di calore che la massa di ciascuna
sostanza rilascerebbe in caso di incendio.

Se le sostanze presenti hanno caratteristiche di tossicità, la sostanza predominante risulta


quella caratterizzata dal maggior valore del rapporto:

106 * K / IDLH

con K pari alla quantità in kg e IDLH pari alla concentrazione di riferimento espressa in
mg/m3.

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Si individuano, quindi, per ciascuna unità i fattori di penalizzazione in base ai rischi specifici
delle sostanze (M), ai rischi generali di processo (P), ai rischi particolari di processo (S), ai
rischi dovuti alle quantità (Q), ai rischi connessi al lay-out (L) e ai rischi per la salute in caso
di incidente (s).

Si determinano anche i parametri richiesti per il calcolo dell’indice di tossicità (AQ, IDLH).

Alcune caratteristiche relative ad un certo numero di sostanze che intervengono nel calcolo
degli indici (quali il fattore sostanza, il rischio per la salute, i rischi specifici, il potere
calorifico, etc.) sono tabulate nel DM. Per le altre sostanze, si rimanda ai criteri espressi nel
DPCM del 31.08.89.

Tra i fattori di penalizzazione riportati nel DPCM vengono considerati solo quelli che
risultano applicabili alla tipologia impiantistica in esame (deposito); in alcuni casi è
necessario modificare o integrare le voci riportate nel DPCM per tenere conto degli aspetti
specifici dei depositi e delle sostanze in esame.

Ad esempio, tra i rischi specifici delle sostanze, non si valuta il rischio di miscelazione e
dispersione, espresso dal fattore “m”, ritenuto non applicabile alle sostanze in esame oppure
tra i rischi particolari di processo non vengono applicate le voci relative alle reazioni.

Tra i rischi specifici si introduce il rischio derivante da utilizzazione intensiva che è associato
all’operazione di travaso in e dai serbatoi di stoccaggio fisso.

Per gli effetti domino, si tiene in considerazione il fatto che le strutture tipiche dei depositi
non si sviluppano in maniera critica in altezza, mentre si considera la possibilità di
propagazione dell’incidente dalle unità ritenute significative, cioè caratterizzate dai maggiori
quantitativi di sostanze pericolose.

Si calcola anche un parametro, da utilizzare nel calcolo del fattore di tossicità,


rappresentativo delle caratteristiche impiantistiche dell’unità e delle proprietà chimico-fisiche
della sostanza.

Sulla base dei fattori di penalizzazione individuati, si calcolano gli indici intrinseci (o grezzi)
per ciascuna unità.

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Gli indici sono calcolati con formule analoghe a quelle riportate nel Metodo generale,
modificate per tener conto che alcuni parametri non sono significativi e che alcuni fattori
sono espressi in unità di misura diverse.

Considerazioni a parte merita l’indice di tossicità, che viene associato a valori di


concentrazione pericolosa riportati in letteratura.

Per le sostanze con caratteristiche esclusivamente infiammabili non si calcola l’indice T,


mentre per quelle con caratteristiche esclusivamente tossiche, non si calcola l’indice G.

INDICE EQUIVALENTE DOW, "D"


D = B * (1 + M/100) * (1 + P/100) * (1 + (S+Q+L+s)/100)

INDICE D'INCENDIO, "F"


F = B * K/(N * 1000)

INDICE Dl ESPLOSIONE CONFINATA, "C"


C = 1 + (M+P+S)/100

INDICE Dl ESPLOSIONE IN ARIA, "A"


A = B * (1+p) * (Q * H * C/1000) * (t+273)/300

INDICE Dl RISCHIO GENERALE, "G"


G = D * (1 + (0,2 * C * (A * F)1/2))

INDICE Dl RISCHIO TOSSICO, “T”


T = 1500 * (AQ/IDLH)1/2

Per quanto riguarda i fattori compensativi, come nel Metodo ad Indici generale, si
considerano le misure preventive atte ad evitare gli incidenti (K1, K2 e K3) e quelle atte a
ridurre l’entità dei danni conseguenti il verificarsi di un incidente (K4, K5 e K6).

Per i fattori compensativi si fa riferimento a soluzioni costruttive, operative e gestionali


derivate da esperienze e pratiche di progettazione applicate in diversi settori industriali;
l’assegnazione di un determinato fattore di compensazione deve essere effettuata tenendo
conto della tecnologia consolidata per il settore industriale in cui ricade il deposito in esame.

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Può essere valutata la possibilità di introdurre nuovi fattori per soluzioni differenti da quelle
prospettate.

Gli indici di rischio compensati vengono calcolati con le stesse formule utilizzate nel Metodo
ad Indici generale.

Gli indici di rischio intrinseci (o grezzi) e compensati calcolati vengono confrontati per
individuare le unità maggiormente critiche nonché la natura di tale criticità; tale confronto
consente anche di verificare come l’applicazione degli accorgimenti impiantistici ed
organizzativi abbia ridotto la pericolosità potenziale dell’installazione, traendo elementi
indicativi per interventi di miglioramento impiantistici.

Sulla base dei valori degli indici generali G e G’ si categorizzano tutte le unità e, a partire
dalla categoria attribuita alle singole unità, si effettua la classificazione dell’intero deposito e
si definisce la sua compatibilità rispetto al territorio circostante.

A tal fine si individua la tipologia delle aree di insediamento presenti sul territorio,
definendone la categoria e valutandone la vulnerabilità rispetto agli effetti derivanti dagli
eventi incidentali ipotizzabili per il deposito.

È quindi possibile evidenziare le situazioni di incompatibilità dove sono necessari interventi


di miglioramento.

Va rilevato come, nella valutazione degli effetti derivanti dagli eventi incidentali ipotizzabili, si
diano precise indicazioni in relazione alla “credibilità” degli eventi e degli scenari.

Ad esempio, per ciascuna unità si stabilisce il diametro di riferimento della rottura sulla base
del diametro della tubazione più grande dell’unità stessa, nel caso in cui vengano soddisfatte
alcune condizioni di sicurezza (sistema di ispezioni, operazioni di sollevamento consentite
con tubazioni intercettate, protezione di apparecchiature e macchinari dall’urto), in quanto si
ritiene ipotesi diverse di rottura siano trascurabili.

Lo scenario conseguente ad un collasso catastrofico del recipiente, il cosiddetto BLEVE e


successivo Fireball, non viene considerato credibile per la tipologia di sostanze in esame.

Infine, si evidenzia come il metodo non fornisca le distanze di danno, ma il confronto dei
valori ottenuti dall’applicazione dei modelli di simulazione debba essere confrontato con i
risultati dell’applicazione del metodo speditivo.

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B.1 METODI IMPIEGATI NELL'ANALISI DI RISCHIO

B.1.1 ANALISI STORICA

L'analisi storica è un metodo basato sull'esperienza per affrontare il problema dello studio
dei rischi di attività industriali pericolose.

Questo studio consente di ottenere ed organizzare statisticamente informazioni quali:

- cause che possono portare ad una situazione incidentale


- cause che possono aggravarle
- conseguenze
- misure di emergenza
- precauzioni e misure impiantistiche.
In realtà tutta questa serie di informazioni può essere ripresa da una analisi storica degli
incidenti se le informazioni relative sono affidabili, omogenee e non generiche e quindi il
valore dei risultati sarà subordinato al numero delle informazioni disponibili, al loro grado di
completezza e al loro livello di dettaglio.

L'analisi si propone di fornire gli elementi fondamentali per una identificazione preliminare
dei rischi connessi all'impiego delle sostanze manipolate nell'impianto.

In aggiunta alle ordinarie fonti di informazione su incidenti avvenuti (bibliografia, studi


specialistici, riviste etc.) in ICARO viene utilizzata in modo permanente una banca di dati
attendibile e riconosciuta a livello internazionale, quale:

MHIDAS - Major Hazards Incident Data System (software data bank) - Safety and
reliability directorate - AEA Technology.

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B.1.2 ANALISI DI OPERABILITÀ (HAZOP)

L'analisi di operabilità consente l'individuazione di tutte le anomalie di funzionamento ed, in


modo specifico, di quelle che derivano da cause di processo e che possono comportare nel
loro sviluppo incidenti rilevanti,(malfunzionamenti o guasti di sistemi di regolazione o di
controllo, errori di conduzione o di manovra).

Lo studio HAZOP, inoltre, permette di evidenziare, a fronte di ciascuna anomalia, le misure,


impiantistiche (sistemi di blocco, allarme etc.) e/o procedurali atte a prevenirne il verificarsi o
a mitigarne le conseguenze.

La base dello studio HAZOP consiste nell'analisi dettagliata degli schemi meccanici del
progetto (P&l) unitamente a:

- schemi di processo
- specifiche delle apparecchiature
- specifiche delle valvole di sicurezza
- specifiche tubazioni
- procedure di esercizio, manutenzione e di emergenza
- funzioni dei sistemi di blocco
- lay-out dell'impianto
L'attività viene svolta da un gruppo multidisciplinare attraverso l'esame critico dei dati
succitati per le sezioni di un impianto dove variazioni delle variabili di processo possono
determinare condizioni anomale di esercizio.

Le variazioni di processo normalmente considerate sono ad esempio:

- alta portata, bassa portata, assenza di flusso, flusso inverso


- alta pressione, bassa pressione
- alta temperatura, bassa temperatura
- alto livello, basso livello
- contaminanti nei prodotti di processo, etc.

Specifiche Tecniche Generali pag 18


Tra gli eventi che possono determinare le succitate deviazioni sono compresi:

- disservizi dei sistemi di regolazione di processo


- intasamenti di linee ed apparecchiature
- errori di manovra (ad es. errata apertura di una valvola)
- errori di manutenzione
- mancanza di energia elettrica, di aria strumenti, di acqua di raffreddamento, etc.
- rottura di parti rotanti (ad es. pompe)
Per ciascuna deviazione viene posta la domanda:

"Questo evento è possibile ?"

Se la risposta è affermativa, la domanda successiva è:

"Questo evento può determinare una condizione di rischio?"

Nel caso in cui la deviazione possa avvenire e possa determinare una condizione di rischio,
vengono prese in considerazione le eventuali misure di mitigazione, per esempio le valvole
di sicurezza, i sistemi di blocco, gli allarmi, le registrazioni delle variabili anomale, etc.

Lo studio in esame è di tipo qualitativo; l'esperienza del gruppo e del responsabile consente
di valutare se un particolare evento anomalo sia:

- talmente poco probabile (non credibile) o di modeste conseguenze (nessun rischio) da


non dover prendere in considerazione nessuna particolare azione.

- di conseguenze tali o di probabilità così elevata da poter considerare il rischio


significativo.

- tale da mettere in evidenza l'opportunità di interventi migliorativi (raccomandazioni) per


incrementare la sicurezza dell'impianto.

Per l'elaborazione dello studio HAZOP si fa normalmente riferimento alle linee guida
riportate in:

- "A Gulde to Hazard and Operability Studies", pubblicata dalla Chemical Industries
Association nel 1990;

- "Guidelines for Hazard Evaluation Procedures", 2nd Edition, pubblicata da CCPS e


AlChE nel 1992.

Specifiche Tecniche Generali pag 19


B.1.3. STIMA DELLE FREQUENZE DEI TOP EVENT

Per gli eventi incidentali che vengono individuati mediante l'analisi di operabilità si procede
alla stima della frequenza di accadimento mediante l'elaborazione dei cosiddetti " Fault
Trees" o "Alberi di guasto".

L'albero dei guasti è una rappresentazione grafica delle relazioni logiche tra quegli eventi
che, verificandosi in modo concatenato, comportano il realizzarsi di un evento indesiderato
(Top Event o Evento Terminale), del quale si vogliono determinare meccanismo e probabilità
di accadimento.

Mediante questa tecnica si ha perciò la possibilità di descrivere tutti i cammini che, dai
singoli eventi elementari, conducono al top event (tali cammini sono definiti: "minimal cut
sets", MCS, e rappresentano l'insieme degli eventi indipendenti che devono verificarsi
contemporaneamente per dare luogo al "top event").

Volendo effettuare l'analisi quantitativa di un albero dei guasti, ossia il calcolo delle
indisponibilità del sistema e/o frequenza di accadimento del top event, si devono assegnare
ai singoli componenti i parametri affidabilistici caratterizzanti il loro comportamento.

L'assegnazione di tali parametri agli eventi primari viene effettuata in base all'esperienza di
esercizio e consultando primarie fonti di dati come:

- Banca Dati Affidabilità del Center for Chemical Process Safety (CCPS) dell'AlChE
- Banca Dati "Hydrocarbon Leak and Ignition Data Base" - E&P Forum, London, 1992
- Banche Dati Industriali (es.: ICI)
- Testi di riferimento, come il LEES ("Loss Prevention"), il report su Rijnmond o lo studio
su Canvey Island
- Raccolte organizzate, sull'esempio del Reliability Data Handbook emesso da RM
Consultants nel febbraio 1988.
Si deve sottolineare comunque che l'applicazione del fault tree per l'analisi quantitativa di un
sistema complesso può effettuarsi soltanto nel caso di indipendenza statistica dei
componenti.

Per l'esecuzione dell'analisi quantitativa degli alberi dei guasti, poiché il numero degli MCS è
spesso elevato, si utilizza uno specifico programma, denominato: ISPRA - FTA, elaborato
dal Centro Comunitario di Ricerca di Ispra (VA).

Specifiche Tecniche Generali pag 20


ISPRA FTA - Fault tree analysis Program - Joint Research Centre, ISPRA SITE

Il package elaborato per la Commissione della Comunità Europea fornisce una interfaccia
computerizzata per la analisi mediante Albero dei guasti. Questa tecnica è universalmente
riconosciuta come lo strumento maggiormente applicato per l’analisi della affidabilità dei
sistemi complessi. Essa consente di descrivere sistematicamente la sequenza logica degli
eventi che conduce all’accadimento di un Top Event, e di valutare numericamente la
corrispondente probabilità.

Il package consente di valutare Alberi dei Guasti anche molto complessi, connessi anche da
un elevato numero di operatori logici differenti.

I risultati sono presentati sia in termini qualitativi con l’individuazione dei Minimal Cut Sets
(insiemi di taglio minimo) che in termini quantitativi mediante il calcolo dell’Indisponibilità e
della frequenza attesa di accadimento del Top Event. Il software consente di predisporre i
risultati di ciascuno studio sia in forma numerica che grafica, mediante una dettagliata e
qualificata presentazione.

B.1.4. IDENTIFICAZIONE E FREQUENZA DEGLI SCENARI


INCIDENTALI

Al fine di riprodurre il più realisticamente possibile l'evoluzione di un Top Event e dei possibili
scenari incidentali alternativi, è necessario procedere alla definizione più dettagliata
possibile dei parametri che ne determinano la dinamica. Tra questi si individuano in
particolare:

- la durata del fenomeno (valutata anche sulla base della disponibilità di sistemi di
rilevazione ed intervento);
- la presenza di fonti di innesco;
- la disponibilità di mezzi di protezione (antincendio, barriere fisiche, etc.);
- condizioni geometriche su possibili effetti domino.

Specifiche Tecniche Generali pag 21


Gli scenari tipici, susseguenti un Top Event, cui ordinariamente si fa riferimento sono:

- Rilascio di liquido nell'ambiente, con formazione di pozze.

- Dispersione di gas, vapori o nebbie in atmosfera.

- Incendio di pozze, serbatoi o bacini di liquidi infiammabili (pool e tank fires)

- Formazione di getti infuocati (jet fires).

- Esplosioni di miscele infiammabili sia confinate che non confinate (flash fires, UVCE,
CVE).

- Formazione di sfere infiammate (BLEVE-Fireballs).

La tecnica utilizzata per l’individuazione degli scenari è denominata "Albero degli Eventi" o
"Event Trees".

L'Albero degli Eventi è una rappresentazione grafica delle ramificazioni logiche che partendo
dal Top Event conducono a tutti gli scenari possibili. Ad ogni nodo di diramazione si effettua
una stima probabilistica fra le possibili alternative. Componendo le probabilità assegnate ad
ogni percorso che porta ad uno degli scenari alternativi, se ne individua la probabilità di
accadimento.

La frequenza di ogni scenario è quindi deducibile dalla combinazione fra la frequenza di


base del Top Event con la probabilità dello scenario selezionato.

La definizione quantitativa della probabilità di un particolare scenario a seguito di una


data ipotesi di rilascio risulta particolarmente difficile in quanto tale probabilità dipende in
varia misura dalla natura del fluido (suscettibilità all’accensione, temperatura di flash,
limiti di infiammabilità dei vapori), dalle condizioni di temperatura e pressione al
momento del rilascio, dall’entità del rilascio stesso e dalle condizioni ambientali.

Le probabilità attribuite in funzione della natura del fluido e della portata del rilascio sono
presentate nelle tabelle sottostanti, basate sulle indicazioni desumibili da:

- F. P. Lees, Loss Prevention in the Process Industries, Butterworths, 1984


- W. Cox, F. P. Lees, M. L. Ang, Classification of Hazardous Locations, IchemE, 1990

Specifiche Tecniche Generali pag 22


Innesco di un getto di gas (Jet-fire)
Portata di Rilascio (kg/s) Probabilità
<1 0.01
1 ÷ 50 0.07
> 50 0.3

Innesco di una pozza di liquido (Pool-fire)


Diametro Pozza (m) F. P. < 21°C 21°C < F. P < 55°C
< 10 0.01 0.001
> 10 0.05 0.005

Innesco di una nube di gas


Massa infiammabile (kg) UVCE Flash-fire
< 100 - 0.01
100 ÷ 1000 0.001 0.03
> 1000 0.03 0.1

La classificazione della frequenza stimata per ciascuno scenario è riportata nella seguente
tabella.

Classe evento Frequenza attesa di accadimento


(eventi/anno)

Probabile > 1,0 E-2

Non trascurabile 1,0 E-4 ÷1,0 E-2

Improbabile 1,0 E-5 ÷1,0 E-4

Raro 1,0 E-6 ÷1,0 E-5

Estremamente improbabile <1,0 E-6

Per gli scenari ritenuti non credibili (dotati di frequenza inferiore a 1,0 * 10-6 eventi/anno) non
si procede ulteriormente alla valutazione delle conseguenze.

Specifiche Tecniche Generali pag 23


B.1.5. VALUTAZIONE DELLE CONSEGUENZE DI EVENTI INCIDENTALI

La valutazione delle conseguenze degli scenari incidentali è basata principalmente sulla


definizione dei modelli che rappresentano i fenomeni fisici conseguenti la perdita di
contenimento da una linea di processo.

Di seguito si illustrano le ipotesi generalmente applicate nella definizione di tali modelli.

B.1.5.1 Efflussi

Le possibili tipologie di efflusso di materia a seguito di perdita di contenimento sono le


seguenti:

- Rilascio di gas da un recipiente o da una tubazione connessa.


- Rilascio di liquido da un recipiente o da una tubazione connessa: il fluido del recipiente
rimane liquido mentre esce dall’orifizio o corre attraverso la tubazione, sebbene possa
dare origine a flash conseguentemente.
- Rilascio bifasico, cioè il rilascio di una miscela di gas e liquido (è il risultato o
dell’ebollizione del liquido durante l’efflusso o dell’effetto "champagne") sia da un
recipiente che da una tubazione connessa.
- Espansione adiabatica, cioè il rilascio istantaneo di liquidi che danno origine a flash o di
gas compressi.

B.1.5.2 Comportamento immediatamente successivo al rilascio

Immediatamente dopo il rilascio, le sostanze mostrano un comportamento diverso, a


seconda della natura delle sostanze stesse e della tipologia del rilascio, che può essere:

- un rilascio di liquido, con conseguente formazione di pozza ed evaporazione;


- un jet continuo a seguito di un rilascio di gas ad alta velocità;
- un rilascio istantaneo;
- un rilascio all’interno di un edificio.

Specifiche Tecniche Generali pag 24


B.1.5.3 Dispersione in atmosfera

Lo studio della dispersione delle sostanze ha portato all’elaborazione di molti modelli di


calcolo; sia per sostanze che originano nubi con densità simile a quella dell’aria, che le nubi
di vapori più pesanti (che si dissolvono più difficilmente rispetto ad una nube di vapori meno
densi dell'aria).

Lo studio della dispersione consente di calcolare l’estensione di una nube al fine di


determinare l'entità di un rilascio tossico o di un FLASHFIRE o di un’esplosione.

La dispersione in atmosfera di una sostanza è funzione della classe di stabilità atmosferica,


della velocità del vento e della rugosità superficiale, come descritto di seguito:

CLASSE DI STABILITÀ ATMOSFERICA

La stabilità atmosferica è definita, ad esempio, sulla base del gradiente verticale di


temperatura dell’atmosfera. Solitamente è individuata facendo riferimento alle categorie
definite da Pasquill. Questo sistema adotta 6 (o, talvolta, 7) categorie, rappresentanti
condizioni di instabilità, neutrali e di stabilità, definite, rispettivamente, A, B, C, D, E ed F (e
talvolta anche G); D corrisponde alle condizioni neutrali, cioè, a condizioni di equilibrio
termico neutro.

Condizioni di instabilità, rappresentate dalle lettere A, B e C, si verificano quando il sole


riscalda il terreno, provocando dei moti convettivi turbolenti; A è la condizione di maggior
instabilità.

Condizioni di stabilità si instaurano, ad esempio, di notte, quando l’aria vicino al suolo è


stratificata e non si verificano moti convettivi turbolenti; queste condizioni sono
rappresentate dalle lettere E ed F e, in casi di eccezionale stabilità, dalla lettera G.

Chiaramente, più le condizioni atmosferiche tendono verso la stabilità, minori sono i moti
convettivi che diluiscono la nube di vapori della sostanza rilasciata e quindi le distanze
raggiunte dalla nube sono maggiori.

Specifiche Tecniche Generali pag 25


VELOCITÀ DEL VENTO E RUGOSITÀ SUPERFICIALE

Questi due fattori vengono considerati insieme in quanto concorrono, combinandosi, alla
creazione delle turbolenze.

All'aumentare della velocità del vento aumenta la turbolenza, quindi viene accelerata la
dispersione della nube.

La rugosità superficiale determina l’instaurarsi di fenomeni di turbolenza che si generano al


passaggio del vento. Il grado di rugosità, impiegato nei modelli di simulazione, viene definito
con la seguente formula:

0,4
Parametro di rugosità =
ln(10 z 0 )

dove zo corrisponde a cira 1/30 dell’altezza media degli ostacoli.

I modelli impiegati per il calcolo della dispersione presenti sul package WHAZAN II sono i
seguenti:

Dense Cloud Dispersion: è un semplice modello di tipo "top-hat", il quale studia la


dispersione di una nube mentre la nube stessa si propaga per effetto delle forze
gravitazionali; viene impiegato per sostanze i cui vapori hanno densità maggiore rispetto
a quella dell’aria.

Neutral Cloud Dispersion Model: questo modello, di tipo gaussiano, descrive il


comportamento di una nube di vapori di gas con densità uguale o inferiore a quella
dell’aria.

Plume Rise Model: è un modello di Briggs che studia l’innalzamento di un pennacchio con
densità inferiore a quella dell’aria; si utilizza per lo studio di rilasci da camini.

Specifiche Tecniche Generali pag 26


B.1.5.4 Incendi

Esistono vari tipi di incendi che possono essere così suddivisi:

Poolfire: è l’incendio di una pozza di liquido, come ad esempio l'incendio del tetto di un
serbatoio a tetto galleggiante o l’incendio di una pozza che si forma in seguito all’efflusso
di liquido da un’apparecchiatura etc.. I parametri che influiscono maggiormente sui valori
di irraggiamento sono l’emissività di fiamma e la velocità del vento. L’emissività di
fiamma (espressa normalmente in kW/m2) varia al variare delle dimensione della pozza;
infatti, più la pozza è grande, minore è l’apporto di ossigeno all’interno della pozza
stessa, quindi la combustione è parziale e si formano residui carboniosi e fumi neri che
assorbono il calore, riducendo quindi il valore di emissività. Per il calcolo dell’emissività
di fiamma in funzione del diametro equivalente della pozza di liquido vengono impiegate
le seguenti formule:

- idrocarburi I = Io(1.14 - 0.028D)


- liquidi con O2 I = Io(1.12 - 0.024D)
dove: Io = emissività di fiamma
D = diametro della pozza
Queste formule sono valide per diametri variabili tra 5 e 30 m; per diametri maggiori si
utilizza il valore relativo a 30 m.

A parità di irraggiamento, lungo la direzione in cui soffia il vento, la distanza alla quale si
verifica un dato valore di irraggiamento aumenta all'aumentare della velocità del vento. Si
riduce contemporaneamente l’ampiezza complessiva della zona interessata.

Nel caso di rilascio in continuo, la dimensione del pool-fire viene determinata ipotizzando
che il liquido si sparge sulla pavimentazione dell’impianto; la superficie della pozza aumenta
fino a quando la velocità di combustione diventa pari alla portata di rilascio.

Specifiche Tecniche Generali pag 27


In tali condizioni, il diametro della pozza viene valutato sulla base della espressione (Mudan
et al. 1988):

Q
D=2
πvρ

dove:
D = diametro pozza (m)
Q = portata di efflusso (kg/s)
v = velocità di combustione ( in m/s)
ρ = densità del liquido (kg/m3)

Jetfire: si tratta di un vero e proprio dardo di fuoco causato dall’innesco di un jet di sostanza
infiammabile (o gas o liquida, quest’ultima però deve avere un valore di frazione di flash
almeno di 0.25).

Il parametro corrispondente all'emissività di fiamma vista per i poolfires è l'efficienza.

Fireball/BLEVE: il fenomeno del BLEVE consiste nel cedimento catastrofico di un recipiente


in pressione contenente un liquido surriscaldato o un gas liquefatto, con conseguente
rilascio istantaneo di una grande quantità di liquido surriscaldato in atmosfera.

Tale cedimento ha luogo di solito quando, in presenza di un incendio, le fiamme


lambiscono il mantello del recipiente in pressione al di sopra del livello del liquido: infatti,
quando le fiamme lambiscono il recipiente in corrispondenza della fase liquida, il calore
introdotto contribuisce ad innalzare la temperatura del liquido, mantenendo, tuttavia, la
superficie del mantello relativamente fredda.

Specifiche Tecniche Generali pag 28


Non appena le fiamme cominciano a lambire il recipiente in corrispondenza della fase
vapore, dal momento che la capacità termica del vapore è di gran lunga più bassa ed il
vapore stesso trasmette il calore molto peggio del liquido, si giunge al surriscaldamento
della superficie metallica del recipiente con conseguente indebolimento della struttura, fino
al cedimento catastrofico della stessa.

Le valvole di sicurezza in genere non sono sufficienti a prevenire questo tipo di collasso. Al
momento del cedimento il liquido presente vaporizza istantaneamente per flash, formando
un volume sferico di gas, la cui superficie esterna brucia (FIREBALL), mentre l’intera massa
si solleva per effetto della riduzione di densità indotta dal surriscaldamento.

Numerosi sono stati gli studi effettuati, sia in scala ridotta che su larga scala, allo scopo di
fornire una dettagliata modellazione del fenomeno.

Alcuni autori hanno pubblicato delle correlazioni empiriche, basate su studi sperimentali e
considerazioni teoriche, che consentono di stimare la durata ed il massimo diametro del
FIREBALL:

Dc = 5.8 mf 1/3
tc = 0.45 mf 1/3 per mf < 30000 kg
tc = 2.6 mf 1/6 per mf > 30000 kg
dove: mf è la quantità di sostanza che partecipa al fenomeno (kg)
tc è la durata del fenomeno
Dc è il massimo diametro del fireball (alla fine della fase di combustione)
Sono stati quindi sviluppati differenti modelli per la valutazione dell’irraggiamento prodotto
dal FIREBALL, che è funzione del diametro e della durata del fenomeno. In ultima analisi
l’irraggiamento prodotto è funzione della quantità di sostanza che vi partecipa.

Ai fini della determinazione della quantità di sostanza che dà luogo al fenomeno del fireball,
in base a studi riportati da alcuni autori, quali Fay & Lewis (1977) e Hasegawa & Sato (1977)
questa è data dalla quantità che vaporizza istantaneamente per flash al momento del
cedimento della struttura.

Tuttavia, studi più recenti, basati sugli esperimenti effettuati da Schmidli et al. (1990) (fonte:
Center for Chemical Process Safety dell’AIChE, 1994), hanno dimostrato che, soprattutto
all’aumentare del grado di surriscaldamento, si ha una notevole formazione di gocce che
vengono trascinate con la fase vapore sotto forma di aerosol.

Specifiche Tecniche Generali pag 29


Pertanto la quantità di sostanza che effettivamente dà luogo al fireball è ben maggiore di
quella calcolabile teoricamente come frazione evaporata per flash.

Quindi, come si evince dalla stessa fonte, la quantità di gas infiammabile che dà luogo al
FIREBALL è determinata dalla quantità di vapore che si sviluppa in seguito al flash iniziale,
dovuto alla improvvisa depressurizzazione al momento del cedimento della struttura, a cui
va aggiunta una quota che tenga conto del trascinamento di liquido in forma di aerosol. Per il
propano, essendo pari al 36% la quantità di liquido che evapora istantaneamente per flash,
si assume che l’intero quantitativo presente all’interno del recipiente partecipi al FIREBALL,
mentre per sostanze caratterizzate da più ridotte percentuali di vaporizzazione per flash si
può assumere che la quantità di sostanza che dà luogo al fireball sia pari a 3 volte la
quantità che evapora istantaneamente per flash.

B.1.5.5 Esplosioni

Un’esplosione è un rilascio istantaneo di energia che provoca gravi onde di pressione


nell’atmosfera. Le esplosioni associate ad un’insediamento chimico posso essere di diversi
tipi:

Deflagrazione esplosiva (o velocità di combustione sub-sonica) di una nube di vapori


infiammabili, conosciuta col nome di VCE (Vapour Cloud Explosion);

Detonazione (o combustione ad onda d’urto) di una nube di vapori non confinata. Simili
fenomeni non sono mai stati riscontrati in incidenti accaduti, ma si ritiene possibile il
verificarsi di un evento del genere.

Esplosione confinata di una miscela infiammabile in uno spazio come, ad esempio,


l’interno di un edificio o un impianto costipato.

Esplosione di un recipiente in pressione, causata dall'andamento incontrollato di una


reazione o altre anomalie di processo.

Esplosione di un liquido o di solido instabile.

Scoppio di un recipiente in pressione, senza lo svolgimento di reazioni chimiche

Specifiche Tecniche Generali pag 30


Le prime 5 tipologie di esplosione implicano il rilascio di energia di tipo chimico, mentre
l’ultima comporta esclusivamente il rilascio di energia fisica.

Gli effetti di un’esplosione fisica tendono ad essere contenuti nell’ambito della zona del
rilascio, mentre le esplosioni chimiche coinvolgono aree molto più estese.

Nel caso del rilascio di una nube di vapori infiammabili, non sempre si verifica la
deflagrazione, ma si può avere un Flash-fire, che è un fenomeno di entità molto minore
rispetto all’UVCE, in quanto comporta solamente fenomeni di irraggiamento (e per tempi
brevissimi) e non di sovrapressione.

La probabilità che si verifichi o l’uno o l’altro dei suddetti fenomeni varia anche in funzione
della natura della sostanza; infatti il valore della probabilità di esplosione per l’ossido di
etilene è molto maggiore di quello per il gas naturale.

In genere, lo sviluppo come UVCE dall’innesco ritardato di una nube di vapori infiammabili,
come risulta da varie fonti (WIEKEMA,1979 - Health & Safety Executive, 1979), richiede la
presenza, all'interno della nube, di un quantitativo minimo di prodotto combustibile.

Con riferimento al DM 15.05.1996, si ritiene che il rischio di una esplosione non confinata sia
non trascurabile quando:

- il rilascio interessa un ambiente essenzialmente chiuso;


- la quantità di vapore entro i limiti di infiammabilità è maggiore di 1,5 t, se in ambiente
parzialmente confinato (ad esempio in presenza di apparecchiature industriali nello
spazio di sviluppo della nube);
- la quantità di vapore entro i limiti di infiammabilità è maggiore di 5 t, se in ambiente non
confinato.
I due parametri fondamentali per il calcolo degli effetti di un UVCE sono la quantità di
infiammabile presente all’interno della nube (delimitata da un profilo di isoconcentra-zione
pari all’LFL (limite inferiore di infiammabilità), e la reattività, che è funzione della natura della
sostanza.

Una formula semplificata ma sufficientemente corretta per il calcolo della quantità di


sostanza presente nella nube in all’interno del campo di esplosività, è la seguente:

F⋅l
Q=
v

dove F è la portata di vapori, l è la lunghezza (lungo la center line della nube) alla quale si
trova una concentrazione pari all’LFL ed v è la velocità del vento.

Specifiche Tecniche Generali pag 31


B.1.5.6 Determinazione della durata dei rilasci

Per una corretta stima delle conseguenze degli eventi incidentali risulta molto importante la
valutazione della durata dei rilasci, da cui dipende direttamente la quantità di sostanza che
viene emessa nell’ambiente circostante.

La durata del rilascio si può definire come la somma del tempo necessario per
individuare l’evento e del tempo impiegato per far cessare completamente il rilascio.

Occorre, pertanto, individuare quali sono i sistemi disponibili ai fini della rilevazione
dell’incidente in atto e delle operazioni che devono essere compiute per condurre alla
completa cessazione del rilascio.

Tempo richiesto per l’individuazione: a tale scopo si verifica se esistono sistemi atti alla
rilevazione del rilascio o dell’incidente in atto (sistemi di rivelazione gas tossici o
infiammabili con allarme riportato in zona presidiata, sistemi di rilevazione incendi etc.), o
se l’evento può essere individuato sulla base di un andamento anomalo dei parametri di
processo (riduzione o incremento anomalo di pressioni, temperature, livelli,
annullamento di variabili operative non giustificato etc.).

Tempo richiesto per la cessazione del rilascio: si procede alla individuazione ed alla
descrizione delle operazioni che devono essere compiute, sia in sala controllo che in
campo, per pervenire alla cessazione del rilascio (in particolare, pulsanti e/o blocchi che
devono essere azionati, le valvole che devono essere intercettate, le macchine che
devono essere fermate), specificando se l’azione può essere compiuta a distanza, da
sala controllo, o se è necessario effettuare l’intervento in campo.

Specifiche Tecniche Generali pag 32


In linea di massima, salvo casi particolari, ci si attiene ai seguenti tempi “standard”, suggeriti
anche dalla normativa ( DM 15.05.96 e DM 20.10.98):

30-60 secondi, in presenza di sistemi di rilevazione che attivano automaticamente i sistemi


di intercettazione;

3-4 minuti, qualora siano disponibili sistemi per la rilevazione con allarme riportato in zona
presidiata e sicura (rilevatori di gas e/o di incendio) e sistemi di intercettazione azionabili
mediante pulsante da area presidiata e sicura (valvole di intercettazione a comando remoto,
blocchi azionabili mediante pulsante da sala controllo etc.);

10 minuti, qualora l’evento sia individuabile sulla base dell’andamento anomalo di una
pluralità di variabili, riscontrabile dalla strumentazione di controllo e di allarme;

20-30 minuti, qualora l’evento sia individuabile solo in base agli effetti che determina (ad es.
odore, in caso di rilasci di gas tossico, fuoco etc.).

B.1.5.7 Criteri di valutazione del danno

Sono di seguito esposti i criteri di riferimento adottati per la valutazione dell’estensione delle
aree coinvolte negli effetti degli eventi incidentali.

A) VALORI LIMITE PER DANNI PROVOCATI DA RADIAZIONI TERMICHE A FLUSSO COSTANTE

La radiazione termica da fuoco può causare ustioni su pelle non protetta se l’intensità della
stessa è abbastanza elevata e se l’esposizione è di sufficiente durata.

Le ustioni causate da un incendio sono comunemente classificate di 1°, 2° e 3° grado.

Il primo grado di ustione si ha quando è lesa soltanto la parte superficiale della cute
(epidermide) senza danno allo strato rigenerativo. Questo tipo di ustione viene anche
detta più semplicemente superficiale. Si manifesta con arrossamento (eritema) e lieve
tumefazione che, di norma, regrediscono spontaneamente fino a perfetta guarigione.

Il secondo grado di ustione si ha quando, oltre allo strato superficiale, è leso anche lo
strato profondo, cioè il derma. Si manifesta con formazione di vesciche piene di liquido,
dette flittene, con edema, tumefazioni e notevole arrossamento. La guarigione, in questi
casi, può anche avvenire spontaneamente, ma con estrema lentezza e cicatrici evidenti.

Specifiche Tecniche Generali pag 33


Il terzo grado di ustione si ha quando, oltre agli strati della cute, viene leso anche il tessuto
sottocutaneo. Si manifesta con notevole perdita di liquidi, distruzione della cute e
formazione di croste secche (escare) destinate ad eliminarsi in un secondo tempo come
tessuto morto. La guarigione spontanea è rarissima: normalmente si deve ricorrere a
copertura delle parti con innesti di cute prelevati dallo stesso individuo.

In generale, i danni alla pelle esposta ad una radiazione termica dipendono dall'intensità e
dalla durata di esposizione alla radiazione.

Sono stati effettuati numerosi studi in merito. Buettner nel 1951 ha dimostrato che per
soggetti, non dotati di mezzi di protezione, esposti a gradi di irraggiamento variabili, il limite
di soglia del dolore è provocato quando la temperatura media, misurata a 0.1 mm di
profondità della pelle, aumenta sino a 45°C.

I dati emersi dagli studi di Buettner dimostrano che, per calcolare il tempo necessario per
percepire la sensazione di dolore forte, si può fare riferimento, con ragionevole accuratezza,
alla seguente formula:

Tp = (35/I)4/3

dove:
Tp = tempo di percezione di forte dolore espresso in secondi
I = intensità della radiazione termica
Gli studi di Mehta, Wong e Williams (1973) hanno concluso che la gravità delle ustioni
dipende dall’energia assorbita da un corpo dopo che la superficie della pelle è arrivata ad
una temperatura di 55° C.

E’ emerso inoltre che danni irreversibili al collagene proteico epidermico si hanno quando
una quantità di energia pari a 80 kJ/m2 è assorbita dalla pelle dopo che la sua temperatura
ha raggiunto i 55°C.

Nella tabella seguente si riportano i dati relativi agli studi effettuati per individuare le soglie
per percepire un forte dolore e per arrecare un’ustione grave alla pelle (ustione di 2° grado).
E’ importante precisare che i dati sono riferiti ad irraggiamento costante. Non si tiene conto,
inoltre, della protezione della pelle fornita dagli abiti o dal raffreddamento da parte del vento
o dalla traspirazione.

Specifiche Tecniche Generali pag 34


Intensità della Tempo per Tempo per
radiazione dolore forte ustione di 2°grado
2
(kW/m ) (secondi) (secondi)
1 115 663
2 45 187
3 27 92
4 18 57
5 13 40
6 11 30
8 7 20
10 5 14
12 4 11

Per tempi di esposizione superiori ai 100 secondi, il raffreddamento naturale può essere
significativo, e quindi il tempo necessario perchè si producano le ustioni sarà maggiore.

La "United States Federal Safety Standards for liquefied natural gas" (49 CFR 193, 1981)
suggerisce come accettabile livello per l’esposizione umana diretta ad irraggiamento
termico, il valore di 5 kW/m2. Bisogna aggiungere che per un irraggiamento di questo livello,
il tempo di esposizione su pelle nuda al fine di avere un dolore insopportabile è intorno ai 13
secondi.

Per quanto riguarda i danni a strutture e materiali, sono stati rilevati i seguenti valori (fonte
WHAZAN Theory Manual):

2,0 kW/m2 danneggiamento ai cavi in PVC


12,5 kW/m2 incendio di legno per esposizione continua ad una fiamma pilota
15 kW/m2 limite per incendio per materiali di edifici costruiti in classe 2
25 kW/m2 incendio di legno per esposizione continua
30 kW/m2 limite per incendio per materiali di edifici costruiti in classe 1

Specifiche Tecniche Generali pag 35


I valori di riferimento utilizzati per l’analisi, dedotti anche dalla normativa italiana (DM
15.05.96 e DM 20.10.98) sono riportati nella tabella che segue:

Livello di danneggiamento Irraggiamento (kW/m2)


Apparecchiature metalliche 37,5
Edifici - Elevata letalità 12,5
Inizio letalità 7
Lesioni Irreversibili 5
Lesioni reversibili 3

B) VALORI LIMITE PER DANNI PROVOCATI DA RADIAZIONI TERMICHE A FLUSSO VARIABILE NEL
TEMPO

Nei casi in cui l’irraggiamento cambia di intensità in maniera rapida (ad esempio a seguito di
un Fire-ball oppure di un Flash fire), la durata dell’esposizione è di solo pochi secondi, e la
definizione delle zone di pericolo richiede un esame dettagliato dell’aumento della
temperatura della pelle umana.

La gravità dell’ustione dipende dall’estensione del danno sui tessuti epidermici. Per studiare
questo fenomeno, Mehta, Wong e Williams hanno sviluppato il "Critical Energy Model"
(1976), che mette in relazione la gravità delle ustioni alla quantità di energia assorbita dalla
pelle, dopo che la sua superficie ha raggiunto i 55°C di temperatura.

Se la quantità di energia assorbita è pari a 40 kJ/m2 si avranno ustioni leggere di 2° grado e


dolore. Se invece la quantità di energia assorbita è uguale a 80 kJ/m2 possono verificarsi
ustioni di 2° grado con formazione di vesciche. Tale valore potrà essere usato come
riferimento per un potenziale livello di danno.

Per un’esposizione che permette un’assorbimento di 160 KJ/m2, si avranno gravi ustioni di
3° grado con conseguente danno permanente. Questo valore potrà essere usato come
riferimento per un potenziale livello di decesso.

Specifiche Tecniche Generali pag 36


In questi è meglio determinare l’irraggiamento che provoca, per un periodo di tempo pari alla
durata del fireball, una certa fatalità sulla popolazione esposta, ricorrendo ad una equazione
di Probit (Eisemberg, 1977) di seguito riportata:

Pr = - 14.9 + 2.56 ln (t Q4/3 * 10-4)

Dove Q è espresso in Watt e t in secondi

Nella seguente tabella si riportano i tempi di esposizione calcolati per avere 1,50 e 99% di
fatalità per valori prestabiliti di irraggiamento.

Irraggiament Secondi di esposizione per % di letalità


o
(kW/m2) 1% 50% 99%
1.6 500 1300 3200
4.0 150 370 930
12.5 30 80 200
37.5 8 20 50

I valori di riferimento utilizzati nell’analisi, dedotti anche dalla normativa italiana (DM
15.05.96 e DM 20.10.98) sono riportati nella tabella che segue:

Livello di danneggiamento Energia assorbita


(kJ/m2)
Apparecchiature metalliche raggio fireball
Edifici - Elevata letalità raggio fireball
Inizio letalità 350
Lesioni Irreversibili 200
Lesioni reversibili 150

In caso di FLASHFIRE le distanze di danno per irraggiamento si riferiscono


conservativamente ad una concentrazione della nube pari al LFL/2. La distanza relativa a
1/2 LFL permette infatti di individuare il punto più lontano in cui si può assumere di trovare
un punto di innesco.

Specifiche Tecniche Generali pag 37


Si potrebbe infatti verificare una dispersione disuniforme a causa della natura del terreno o
di eventuali ostacoli, con formazione di sacche di gas in grado di innescarsi più lontano. In
tal caso la fiammata potrebbe coinvolgere tutta la nube oppure limitarsi alla sacca senza
ulteriore estensione del fenomeno.

I valori di riferimento utilizzati nella analisi sono i seguenti:

LIVELLO DI DANNEGGIAMENTO CONCENTRAZIONE


APPARECCHIATURE METALLICHE n.a.
ELEVATA LETALITÀ LFL
INIZIO LETALITÀ LFL/2

C) DANNI CAUSATI DA ONDE DI PRESSIONE

Si riportano di seguito alcune considerazioni in merito alle esplosioni, tratte da:


"Overpressure Monograph" del "The Institution of Chemical Engineers".

La tabella che segue illustra il livello di danno causato dalle sovrapressioni per una varietà di
strutture. La tabella è stata preparata registrando i danni provocati durante la guerra o da
esplosioni accidentali.

Vengono riportati due valori di sovrapressione che individuano un intervallo, in quanto per lo
sviluppo delle valutazioni sono state prese come riferimento due diverse quantità di
sostanza esplosiva, 1 tonnellata di TNT e 2500 tonnellate di TNT.

Il valore superiore corrisponde alla quantità più bassa di TNT (1 t), mentre il valore inferiore
corrisponde alla quantità più alta di TNT (2500 t).

La differenza dei due valori è dovuta alla durata del fenomeno. Infatti 1 t di TNT provoca una
sovrapressione di 1 psi (7 kPa) per 55 msec, mentre 2500 t di TNT generano 1 psi per 750
msec; da cui si deduce che maggiore è la quantità di TNT, più lunga sarà la durata della
sovrapressione.

Specifiche Tecniche Generali pag 38


Valore
Elementi in Tipo di rottura approssimato
esame
della sovrapressione
psi kPa
Finestra in vetro rottura del 5% 0.1 - 0,15 0.7 - 1
" " rottura del 50% 0.2 - 0.4 1.4 - 3
" " rottura del 90% 0.5 - 0.9 3-6
Abitazione tegola spostata 0.4 - 0.7 3-5
rottura intelaiatura 0.4 - 1.3 6-9
porte e finestre
danni al soffitto, alle 0.2 - 0.4 1.4 - 3
finestre e tegole
danni leggeri alle strutture 0.5 - 0.9 3-6
distrutta parzialmente 2-4 14 - 28
demolizione di 2 o 3 pareti
demolizione completa 11 - 37 80 - 260
PaloTelegrafico distrutto 10 - 25 70 - 170
Albero grande distrutto 24 - 55 170 -
380
Missili lancio a distanza 0.1 - 0.7 0.7 - 1.4
Treno merci deragliamento 12 - 27 80 - l90

I valori di riferimento utilizzati nell’analisi, dedotti anche dalla normativa italiana (DM
15.05.96 e DM 20.10.98) sono riportati nella tabella che segue:

Livello di danneggiamento Sovrapressione (bar)


Danni alle strutture 0,3
Elevata letalità 0.6 (0,3)*
Inizio letalità 0,14
Lesioni Irreversibili 0,07
Lesioni reversibili 0,03

* da assumersi in presenza di edifici o altre strutture il cui collasso


possa determinare letalità indiretta.

Specifiche Tecniche Generali pag 39


D) EFFETTI RELATIVI AD ESPOSIZIONE A GAS/VAPORI TOSSICI

Gli effetti dell’esposizione a sostanze tossiche possono essere suddivisi in due categorie:

Effetti Tossici acuti

Derivano dall’esposizione a breve termine ad alte concentrazioni . L’avvelenamento da


ossido di carbonio ne è un esempio.

Effetti Tossici cronici

Derivano da un’esposizione prolungata a basse concentrazioni. Possono essere presi come


esempio l’Asbestosi o l’avvelenamento da piombo.

Nell’analisi di rischio, a causa della tipologia degli eventi incidentali studiati (rilasci di breve
durata di grosse quantità di sostanza) verranno considerati solamente gli effetti tossici acuti.

Gli effetti di un’esposizione acuta comprendono:

- Irritazione: può essere provocata ai danni delle vie respiratorie, della pelle o degli
occhi.

- Narcosi: alcune sostanze agiscono sui riflessi delle persone, rallentandoli.

- Asfissia: molti gas possono causare l’asfissia togliendo l’ossigeno dall’atmosfera; altri,
come l’ossido di carbonio, si fissano sull’emoglobina al posto dell’ossigeno, impedendo,
successivamente, l'apporto di altro ossigeno nel sangue.

- Danni sistemici: molte sostanze provocano danni di tipo reversibile o irreversibile ai


vari organi del corpo.

La gravità degli effetti dipende dalla concentrazione, dalla durata dell’esposizione e dalle
caratteristiche della sostanza rilasciata. Le caratteristiche di tossicità di molte sostanze,
comunque, non sono ben definite, in quanto i dati relativi agli effetti sugli esseri umani sono
scarsi; quindi in genere vengono presi a riferimento dati di tossicità relativi ad animali.

Un altro problema che insorge durante la previsione degli effetti è la variazione della
vulnerabilità tra la popolazione. A causa di questa variabilità, le espressioni per indicare gli
effetti tossici delle sostanze indicano la percentuale di popolazione sulla quale si attende la
manifestazione degli effetti di un’esposizione. Per superare i problemi che rendono difficile
riassumere la tossicità delle varie sostanze ed il loro confronto, tutto è stato standardizzato.

Specifiche Tecniche Generali pag 40


Un termine di paragone per la tossicità delle varie sostanze può essere rappresentato
dall’LC(50) espresso per un periodo specifico di esposizione; questo parametro è la
concentrazione letale che provoca la fatalità per il 50% della popolazione esposta per un
periodo pari a quello indicato.

Un altro modo per indicare la tossicità può essere prendere come riferimento un valore limite
di concentrazione innocuo per un determinato periodo di esposizione, meglio conosciuto
come TLV (Threshold Limit Value); questo parametro viene riferito sia a tempi di esposizione
elevati (cioè per 8 ore al giorno e per 40 ore settimanali - TLV-TWA) o più brevi (15 minuti al
giorno - TLV-STEL).

Alternativamente può essere assunta a riferimento una concentrazione pari all’IDLH


("Immediately Dangerous to Life and Health"), che rappresenta la massima concentrazione
di inquinante che può essere assunta dall’organismo, per un tempo di esposizione di 30
minuti, senza effetti irreversibili per la salute. Tale parametro, tipicamente utilizzato per
l’approntamento di piani di emergenza, definisce un’area di rispetto, all’interno della quale
possono sopravvenire danni alle persone a seguito dell’esposizione agli effetti del prodotto
tossico.

I valori di riferimento utilizzati nella analisi sono i seguenti:

Livello di danneggiamento Concentrazione


Elevata letalità LC50 30 min
Inizio letalità IDLH

E) EQUAZIONI DI PROBIT

Oltre alle metodologie fin qui descritte, per la valutazione degli effetti sono disponibili alcune
equazioni, denominate di Probit, che correlano un determinato valore di riferimento con la
propria probabilità di determinare danni sulle cose o sulle persone esposte.

Sono state messe a punto equazioni per valutare qualsiasi tipologia di effetto,
dall’irraggiamento, alla sovrapressione alla concentrazione di sostanza tossica (vedi TNO
Green Book).

Specifiche Tecniche Generali pag 41


I risultati delle equazioni di Probit sono normalizzati in relazione a specifiche funzioni
numeriche; la corrispondenza con i valori di probabilità di tali funzioni è riportata in tabella.

Probabilità 0.01 0.02 0.05 0.10 0.20 0.50

PROBIT 2.67 2.95 3.36 3.72 4.16 5.0

B.1.6. Presentazione dei risultati

La presentazione degli scenari incidentali potenzialmente conseguenti a ciascuno dei Top


Event individuati è effettuata sotto forma tabellare con l’illustrazione nel dettaglio delle
informazioni specifiche di interesse, così come riportate nella tabella di esempio.

IDENTIFICAZIONE SCENARIO INCIDENTALE Top Event n° 1


LINEA/APPARECCHIATURA COINVOLTA
SOSTANZA/MISCELA COINVOLTA
PRESSIONE Dl RILASCIO
TEMPERATURA Dl RILASCIO
DIAMETRO Dl EFFLUSSO
PORTATA EFFLUSSO
DINAMICA INCIDENTALE
MODALITÀ Dl RILEVAZIONE
MODALITÀ E TEMPI Dl INTERVENTO
DURATA DEL RILASCIO

Le stime delle conseguenze sono pertanto effettuate sulla base dei parametri che
caratterizzano l’evoluzione del Top Event iniziale.

Specifiche Tecniche Generali pag 42


La valutazione degli effetti conseguenti ad uno scenario incidentale, basati sulla definizione
base dei parametri che caratterizzano l’evoluzione del Top Event iniziale, è generalmente
sviluppata mediante l’uso di codici di calcolo informatizzati, basati su algoritmi diffusamente
utilizzati in ben noti packages, come ad esempio PHAST PROFESSIONAL e WHAZAN-II
della DNV-TECHNICA LTD, EFFECT2 del TNO, ISC dell'EPA (USA).

Sulla base degli scenari individuati come credibili (in base alle frequenze), i codici di calcolo
a disposizione permettono di valutare gli effetti, indicando tra l'altro:

- la quantità di vapore o liquido che fuoriesce da un’apertura di un recipiente;


- le dimensioni di una pozza di liquido conseguente ad un rilascio continuo o discontinuo;
- la portata di sostanza evaporante da tale pozza;
- la dispersione di gas neutri o pesanti;
- l'irraggiamento da incendio di una pozza di liquido;
- la sovrapressione derivante dalla deflagrazione di esplosioni di una nube non confinata
di gas o vapori infiammabili.

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PHAST ProfessionaI & Micro - Process hazards screening tool - DNV Technica
PHAST is a comprehensive hazard analysis software tool which is applicable to all stages of design and
operation across a wide range of process industries. PHAST is used to identify situations which have the
potential for causing unacceptable consequences to the population and the environment. Such scenarios
may be removed by re-design of the process, the plant or operational procedures. Those scenarios which
remain can be submitted to further analysis such as quantitative risk assessment. PHAST examines the
progress of a potential incident from initial release, through formations of a cloud or a pool, to its dispersion,
automatically applying the correct entrainment and dispersion models as the conditions change.
PHAST evaluates the cloud type, for example dense clouds slump to the ground quickly and spread out as
air is entrained at the top and sides of the cloud. PHAST even calculates the dispersion of an emission
which starts indoors and is exhausted through a vent into the outside atmosphere. Modelling capabilities and
features include:
Bouyant, Dense and Ambient Entrainment,
Automatic Dispersion Model Adaptation,
Droplet and Pool Re-evaporation,
Multi-Phase Multi-Component Modelling,
Indoor Releases.
Time Varying Releases,
Droplet Formation and Rainout,
Liquid Swelling,
Autorefrigeration.
Pool Fires and Jet Fires,
Flashfires,
Direct access to Flammable,
Effect Models,
Early and Late Explosion,
BLEVEs.
Toxic Results, ERPGs, Probits, IDLH, LC50(30),
Cloud Footprints and Cross Sections,
Concentration v Distance,
Flammable Effects Zones and Contours.

Specifiche Tecniche Generali pag 44


WHAZAN II - Process hazards screening tool - DNV Technica
Questo package è stato inizialmente sviluppato dalla DNV Technica in collaborazione con la World Bank per
assicurare una rapida valutazione delle conseguenze pericolose di rilasci accidentali di sostanze tossiche
e/o infiammabili.
Il package, utilizzato e riconosciuto a livello internazionale, comprende una serie di modelli matematici di
simulazione, assieme ad un data base delle proprietà chimico-fisiche delle principali sostanze di interesse. I
programmi di simulazione coprono le seguenti cinque aree principali:
- perdita di contenimento di una sostanza chimica,
- comportamento della sostanza a seguito del rilascio,
- dispersione in atmosfera,
- incendi ed esplosioni,
- dispersione in ambienti chiusi
Il software consente di predisporre i risultati di ciascuno studio sia in forma numerica che grafica, mediante
una dettagliata e qualificata presentazione.

EFFECTS 2 - Modelling the effect of accidental release of hazardous substances by TNO Department
of industrial Safety
I modelli di simulazione base sono stati sviluppati dal TNO per il governo olandese. Tali modelli sono
contenuti ed illustrati nel dettaglio nello “Yellow Book”, testo internazionamente riconosciuto come standard
di riferimento per gli studi di sicurezza.
Effects 2 rappresenta la veste elettronica dei modelli del TNO. Tale software, nelle sue varie edizioni, è
stato applicato per anni a livello internazionale ed è continuamente migliorato con l’inserimento delle
valutazioni derivanti dalla crescita della conoscenza nel campo della modellazione matematica dei fenomeni
fisici.
I programmi di simulazione coprono tutti gli aspetti della analisi delle conseguenze di un rilascio indesiderato
di sostanze pericolose, che vanno dal calcolo della portata di rilascio alla modellazione della evaporazione
da pozza alla dispersione in atmosfera, all’irraggiamento termico ed alle esplosioni.
Il software consente di predisporre i risultati di ciascuno studio sia in forma numerica che grafica, mediante
una dettagliata e qualificata presentazione.

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Industrial Source Complex (ISC3)
The Industrial Source Complex, ISC3, model provides options to model emissione from a wide range of
sources that might be present at a typical industrial source complex. The model is approved by U.S.
Environmental Protection Agency and is widely accepted as a reference model for industrial sources
emissions.
The model is available from U.S.E.P.A. as a source program and also from Trinity Consultants Inc., as a
The basis of the model is the straight-line, steady-state Gaussian plume equation, which is used with some
modifications to model simple, in particular, point source emissions from stacks.
Emission sources are categorised into four basic types of sources: point sources, area sources, volume
sources and open pit sources.
The results of the model application are pollutant concentration or deposition values at ground level. Two
application are available: the "long term" application and the ~short term" application.
The long term application uses input meteorological data that trave been summarised into joint frequency of
occurrence for particular wind speed classes, wind direction sectors and stability categories. As a
consequence, the long term application is useful to obtain mean concentration values referred to a long
period (for example 1 year), depending on the reference period of meteoclimatic data.
The short term application accepts hourly meteorological data record to degne the conditions for piume rise,
diffusion and deposition. Because of the limited time of reference, this application is useful to obtain
concentration values at ground level typical of particular situations, for example adverse to pollutant
dispersion meteoclimatic conditions.
Beside meteoclimatic data, input main data sets comprises:
- structural data (source locations and geometrica! characteristics)
- emission data (flow rates, pollutant mass fluxes, exit velocities, temperature)

I risultati delle simulazioni effettuate vengono quindi riportati su mappe planimetriche della
zona circostante l’installazione mappe, in termini di curve di isoconcentrazione,
isoirraggiamento od isobare.

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