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Tracce d’Eternità presenta

‘UOMINI E DEI DELLA TERRA’


Il nuovo libro di Biagio Russo
GLI ERRORI DI ORIONE VOL. III
di Fabio Marino

BLACK SWANN vs DRAGON KING


di Federico Tommasi

L’ENIGMA DI GUNUNG PADANG


di Filippo Bardotti

RELATIVITA’ E ONDE GRAVITAZIONALI


di Giuseppe Badalucco

PREMONIZIONI INCONSCE
di Enrico Travaini

MOJAVE INCIDENT
di Gianluca Rampini

1 TRANSUMANESIMO
di Roberto Bommarito
SOMMARIO
Note a Margine - La Rubrica del Direttore
di G. Rampini pag. 3

Punto di Rottura
di Archeomisterica pag. 4

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


Gli Errori di Orione - Vol. III
di Fabio Marino pag. 5
Black Swann vs Dragon King
di Federico Tommasi pag. 15
L’Enigma di Gunung-Padang
di Filippo Bardotti pag. 27
La Teoria della Relatività e Onde Gravitazionali
di G. Badalucco pag. 37
Premonizioni Inconsce
di Enrico Travaini pag. 74
Il ‘Mojave Incident
di Gianluca Rampini pag. 78
Transumanesimo
di Roberto Bommarito pag. 85

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La Rubrica del Direttore

NOTE A MARGINE
di Gianluca Rampini

Rieccoci. Tempo ne è passato ma è ormai assodato che, noi di


ASPIS, preferiamo prenderci il tempo che serve per portare a
termine un lavoro completo, non avendo né la possibilità né
l'intenzione di puntare alla quantità, cerchiamo di offrire un prodotto di qualità. In questo
senso voglio citare il lavoro di Fabio Marino che porta a conclusione la sua critica alla TCO tra
le tre Piramidi di Giza e le tre stelle della Cintura di Orione. Proprio perché non sono un
esperto di egittologia mi sento di poter dire che questo ultimo articolo rappresenta il chiodo
che chiude la bara. E nella bara, ahinoi!, ci finisce la teoria che io come molti altri avevamo
salutato all'epoca quale chiave di volta nella comprensione delle antiche civiltà. L'articolo è
oltremodo dettagliato ma perfettamente comprensibile per chiunque. La logica che lo
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sottende è stringente e nonostante questo, o forse proprio per questo, risulterà scomoda.
Non è certo l'unico campo, tra quelli di cui ci occupiamo, in cui è attivo questo processo di
depurazione, se ci passate il termine. Un processo secondo il quale è necessario affrontare
qualsiasi argomento, qualsiasi teoria, per quanto celebre e diffusa, senza alcun timore
reverenziale e nel caso smontarla, integrarla o arricchirla. Per quanto mi riguarda lo stesso
vale in ambito ufologico, in cui la prevalente teoria extraterrestre domina come fosse una
certezza. Certezza che a mio parere va integrata, approfondita e molto probabilmente
superata.
Ci tengo anche a citare il nuovo libro di Biagio Russo, di cui troverete i dettagli in questo
numero. Senza piaggeria alcuna non posso non ricordare di come Biagio sia stato
determinante e presente in almeno due momenti chiave della mia storia personale, in
riferimento alla ricerca s'intende, e di ASPIS. Nel primo caso conobbi Biagio ad una
conferenza a Rho, ormai molti anni fa e credo lui nemmeno se lo ricordi, e in quell'occasione
scoccò una scintilla che trasformò il mio interesse per questi argomenti in un impegno attivo.
Poi il Direttore, Simone Barcelli, mi coinvolse in Tracce ed ora sono qua felice di portare
avanti la sua creatura. Per ASPIS la presenza di Biagio a Pescara, quando nacque la nostra
comunione di intenti, fu altrettanto importante perché la chimica nata in quel ristorante sulla
spiaggia, è conseguenza di un equilibrio di personalità ed energie davvero speciali. Equilibrio
che si è mantenuto, direi pure rinsaldato, con l'ingresso successivo di tutti gli altri. Non sto a
fare nomi, sono già stato sufficientemente autoreferenziale.
Faccio, infine, un enorme in bocca al lupo a Enrico Baccarini che XPUBLISHING ha scelto
come nuovo direttore di HERA che torna finalmente nelle edicole. Enrico è un ricercatore
capace, appassionato ed intelligente, sono certo farà un ottimo lavoro.
Mi concedo due ultime divagazioni ufologiche. La prima riguarda il mio articolo sul caso che
presento che a quanto ne so è sconosciuto in Italia. La seconda il tormentone della Clinton
che se dovesse diventare Presidente degli Stati Uniti si accollerà la responsabilità di rivelare
al pubblico i segreti legati alla presenza di alieni sul nostro pianeta. Non succederà. Non può
succedere. Se ci fosse questo segreto il Presidente non ne sa quasi niente. Non è una
questione di gerarchia ma di “Need to know”. Lo diceva già Allen Hynek. Ma detto questo
sono sempre più convinto che il vero segreto è che non ne sanno niente. Brancolano nel buio
e non lo ammetteranno mai per motivi più che ovvi. Mi dovrebbero poi spiegare perché
( ricordo come ieri che scrivevo le stesse cose a proposito di Obama ) se mai qualcosa
dicesse perché mai dovremmo crederle. Quando dico che brancolano nel buio non intendo
che non se ne occupano, che non ci sono rapporti, studi, testimoni ecc... anzi ce ne sono
eccome e spesso sono altamente classificati. Il problema è che da tutto ciò non emerge
alcuna reale prova come ipotesi che qualcuno sa cosa siano gli Ufo e che siano di origine
extraterrestre. Vi auguro una buona estate, di sole, mare e di libri.
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Visioni Eterodosse

PUNTO DI ROTTURA
di Archeomisterica

COMPAGNI DI VIAGGIO
Presentazione di ‘Uomini e Dei della Terra’
l’ultima opera di Biagio Russo

Biagio Russo, Capo Fondatore e Membro Permanente ASPIS, è al secondo lavoro letterario.
‘Uomini e Dei della Terra’: solo il titolo già preannuncia la ratifica da parte dell’Autore di una
certa idea, neo-evemerista, sancita in quest’opera ma annunciata a gran voce nel precedente
best-seller ‘Schiavi degli Dei’.
Possiamo parlare di una concept-story? Per chi come me ha letto ‘Schiavi degli Dei’ e in

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questo istante sta leggendo il nuovo testo, è scontato. Si tratta di un vero e proprio cammino
verso la Conoscenza dove i bagagli di Biagio tesi ad affrontare il viaggio sono riempiti di
strumenti quali l’indagine severa e rigorosa, le traduzioni letterali e, udite!, i fondamenti
ortodossi.
Esatto: non l’eterodossia becera dei ‘contras’ o peggio la scienza paludata dei parrucconi, no.
I germi eterodossi erano scritti all’interno di trattati e ricerche in seno a pensatori, a
sumerologi, assirologi insospettabili. Biagio lo racconta, tra le righe, che la scoperta non è un
punto di arrivo ma fa parte integrante del viaggio. Per questo l’Ortodossia diviene una degna
e fida compagna, supportata dalla libertà di pensiero che porta il nome di Eterodossia, una
scienza, una visione lontanissime dallo scontro frontale sullo scacchiere della Recherche.
Biagio dimostra di sposare un neo-evemerismo scientifico, fatto di riferimenti e di ipotesi
sostenibili, scevro da qualsiasi forzatura paleoastronautica ovvero legata alla tiratura.
‘Uomini e Dei della Terra’ indaga il passato attraverso i testi fondamentali sumerici, tornando
alla diatriba sugli Anunnaki scorrettamente ammantati dal compianto Sitchin di una veste
celeste che, stando all’Autore, non ha motivo di esistere sia in termini assoluti ma soprattutto
in termini lessicali. Ed è proprio partendo da Zecharia Sitchin che Biagio Russo affonda il
bisturi nelle illusioni paleoastronautiche rivelando invece la vera natura degli Antichi Signori.
Lo fa con rispetto e schiettezza, con rigore e senza inchini basati sulle consuetudini,
completamente errate, promulgate dall’Autore azero negli ultimi decenni dello scorso
millennio.
Abbiamo cercato in cielo ciò che invece è ed era su Gaia, le implicazioni sono mostruose.
Nel libro hanno preso posto molti viandanti eterodossi, divenuti compagni di viaggio. Io ho
avuto l’onore di essere tra questi ma il mio è solo un contributo all’opera di Biagio, un’opera
strettamente connessa allo spirito del Capo Fondatore di ASPIS che, aperto a qualsiasi
confronto, è in cammino verso le estreme frontiere dell’antropologia lasciandoci intendere,
più che ‘come in cielo così in terra’, un profondo senso di ‘come un tempo così ora’.
Mi viene in mente un colloquio di J. A. Hynek con l’allora Segretario ONU negli Anni ’60: forse
non ‘extraterrestri ma ‘metaterrestri’ oppure, addirittura, ‘ex-terrestri’.
Il viaggio continua, andiamo dunque: nessuna paura, nessun ripensamento.

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GLI ERRORI DI ORIONE - VOL. III
Insostenibilità della TCO di R. Bauval
di Fabio Marino
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Fig. 1 – Osiride, Anubi, Horus (tomba di


Horemheb, XVIII dinastia, Valle dei Re)

La figura di Osiride è sicuramente


centrale nella mitologia e nella teologia
dell'Antico Egitto; io stesso in altra sede ho
definito “mito nazionale” quello del dio
dell'oltretomba egizio. Certamente l'origine
della divinità è antichissima, e su questo
concordano i maggiori testi di riferimento: Flinders, Sayce, James, Dall'Agnola non
hanno dubbi. Eppure, una chiave interessante di lettura si riscontra proprio in Flinders
Petrie, da cui dipendono molti degli studi successivi. Il grande studioso britannico, infatti,
nel suo “The religion of Ancient Egypt” tratta estesamente di Osiride nel sesto capitolo
(“The human Gods”); ne parla anche più avanti nel testo, per esempio ricordando la
fortissima analogia fra il nome originale egizio (Asar o Asir) e quello del dio
mesopotamico e sumerico Asari (da cui derivò Assur): “I primi Sumeri di Babilonia
adoravano Asari, 'il forte /' il principe che fa bene agli uomini '. C'è quindi una forte
somiglianza con il nome, gli attributi e e il carattere di Asar, Osiride...” (pag. 64, op. cit.).
Tuttavia, pur ammettendo che i nomi di entrambe le divinità erano “scritte” allo stesso
modo (utilizzando dei pittogrammi/geroglifici raffiguranti un occhio, una sedia/trono e un
uomo con la barba seduto - fig. 2)

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Fig. 2 – il geroglifico per “Osiride”

e pur senza indicare il pittogramma mesopotamico, il grande egittologo conclude che la


somiglianza complessiva deve essere senz'altro casuale (sic!). La posizione generale di
Petrie è, alla fin fine, quella dell'Egittologia ortodossa (e non solo) di oggi, quindi la uso

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come vero e proprio paradigma della visione del mito; scrive dunque questo Autore:
“Osiride è la figura più familiare del pantheon egizio, tuttavia la nostra conoscenza del
mito dipende per lo più da fonti molto tarde; il suo culto fu via via adattato per
armonizzarlo con altre idee. Le porzioni relative ad Osiride del 'Libro dei Morti', però,
sono sicuramente molto antiche, e precedono le porzioni 'solari', sebbene entrambe
fossero largamente mescolate nei 'Testi delle Piramidi'. Non si può dubitare che il culto di
Osiride risalga al periodo preistorico; infatti, nelle prime tombe si vedono offerte ad
Anubi, che venne sostituito da Osiride nella V e VI Dinastia.” (pag. 37, op. cit.; corsivi
miei) Insomma, stranamente un'adesione acritica a nulla di confermato (come vedremo a
breve); ma v'è di più. Successivamente, il grande egittologo ammette, devo dire con
disarmante candore, che “solo a partire dalla XVIII Dinastia si ampliò un vero culto di
Osiride (omissis). Il suo culto era sconosciuto ad Abydos secondo quanto si
riscontra nei templi più antichi, e non è menzionato nella zona delle cateratte,
anche se in tempi successivi è diventato la divinità principale di Abydos e di Philae. Così
in ogni caso e nel tempo l'adorazione di Osiride continuò ad aumentare; ma, in relazione
all'antichità del suo culto, dobbiamo riconoscere in questo cambiamento graduale il
trionfo più di una religione popolare che di una religione di Stato che si era
sovrapposta ad essa. (omissis). Per quanto riguarda il mito, per come ci è stato
trasmesso da Plutarco in epoca romana, le linee della sua antichità possono essere
seguite in maniera molto incerta e solo con grande difficoltà”. (ibidem; il grassetto è
mio). Sebbene Wilkinson (“The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt”, pag.
31) dissenta parzialmente con Petrie, affermando sia che la nascita del culto osiriaco
avvenne senza dubbio ad Abydos, essendo la divinità certamente originaria dell'Alto

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Egitto (ipotesi supportata dall'Autore solo per via dei caratteri distintivi dell'abbigliamento
e della Corona Bianca -v. infra), sia che “il ruolo spesso preminente svolto dalla teologia
solare egizia ha portato l'associazione di molte divinità minori con il dio del sole o con
caratteristiche solari, Osiride incluso” (op. cit., pag. 31), nessuno, di fatto, sembra
mettere insieme i tasselli del puzzle. Questo puzzle, su cui si basa il fondamento teorico
della TCO di Bauval, appare in realtà essere molto meno coerente di quel che
comunemente appare. Il punto è che praticamente tutte le pubblicazioni, anche quelle
accademiche e di livello, concordano sui medesimi aspetti, senza rendersi conto, a quel
che sembra, che in molti casi si tratta di atti di fede pura, in mezzo ai quali l'ingegnere
belga sguazza con facilità irridente. Ad esempio, il “British Museum Dictionary of Ancient
Egypt” a pagina 214 dichiara allegramente che non esistono rappresentazioni o citazioni
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di Osiride anteriori alla V Dinastia (2.494-2.345 a.C. Circa), salvo poi usare le solite
argomentazioni a favore di un culto antichissimo e diffuso (sebbene non testimoniato!),
che ebbe un momento di “irraggiamento” proprio a partire dal 2.500 a.C. Nello stesso
periodo, cioè, in cui il dominio della religione solare di Stato tributata a Ra si rifletteva
anche nel cambio dei nomi teofori attribuiti ai Faraoni. Infatti, dalla IV dinastia viene
introdotto, fra i titoli reali, quello di “Figlio di Ra”. Cimmino, nel suo “Dizionario delle
dinastie faraoniche”, scrive testualmente che “i sovrani della IV e V dinastia (furono)
fautori della supremazia del culto solare nel dogma dell'essenza divina della monarchia”.
E in effetti, a partire da Chefren (=Khaf-Ra), sono davvero parecchi i re che avevano il
suffisso -Ra nel nome; non è difficile verificarlo, trovandone un elenco: è credibile che
dei Faraoni devoti a tal punto al Sole fossero autori di monumenti con funzione
cerimoniale pressoché esclusivamente stellare?
In altri termini, è possibile sostenere l'equazione Orione=Osiride ai tempi “ufficiali”
della datazione delle piramidi di al-Jizah (IV Dinastia, 2.550 a.C. circa – con tutte le
riserve di cui ho parlato alla fine della parte precedente) o addirittura anteriormente,
come dice Bauval? Può esistere una “base mitologica” che in qualche maniera salvi
la TCO?
Un dio che, già nell'Antico Regno, avesse una tale diffusione da condizionare di
fatto la disposizione dei principali monumenti egizi dovrebbe essere ritrovato con
frequenza negli scavi e nelle attestazioni epigrafiche. Purtroppo, non è così.
Il pittogramma focale e identificativo di Osiride nel geroglifico completo mostrato
sopra è rappresentato dall'uomo seduto con la barba. Racheli Shalomi-Len (Università
del Negev “Ben Gurion”) sottolinea l'importanza del pittogramma in un suo notevole
lavoro (The earliest pictorial representation of Osiris), pubblicato negli atti del 9°
7
Congresso Internazionale di Egittologia, tenutosi a Grenoble nel 2004. La Ricercatrice
(pag. 1696 e seguenti degli “Atti”) dimostra efficacemente una serie di fatti e circostanze:
1 – la prima certa comparsa dell' “uomo con la barba seduto” (geroglifico A40 di
Gardiner) avviene nel corso della V Dinastia, verosimilmente al tempo di Niuserra. A
questo periodo risale la tomba di un alto funzionario del Regno, Ptah-Shepses (nato
durante il regno di Menkau-Ra), ed è sulla falsa porta di tale tomba che si osserva il
simbolo;
2 – il simbolo è, più o meno dal medesimo periodo, sempre associato con la morte;
3 – si ritrova similmente nella tomba di Ty, a Saqqara come la precedente; esso è posto
in associazione con una serie di geroglifici che indicano divinità infere, sebbene Osiride
sia l'unico membro di questa “processione” che non viene mai citato in documenti di

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qualsiasi tipo anteriori alla seconda metà della V Dinastia;
4 – nonostante la probabile associazione del simbolo e del geroglifico completo con
Osiride, fino alla fine del Primo Periodo Intermedio (2.200-2.050 a.C.) non esiste una
sicura e inconfondibile identità semantica fra il geroglifico e la divinità: la studiosa
non manca di stupirsi che una divinità di tale (supposta?) importanza non abbia un
corrispettivo univoco nella scrittura;
5 – l'identificazione dell' “uomo con la barba seduto” con Osiride appare almeno
controversa, poiché esistono numerosi esempi del simbolo, in cui il medesimo non
viene utilizzato in correlazione con il dio. A tal proposito, cita tre tavolette lignee attribuite
all'epoca del faraone Den (I Dinastia), di cui riporto la terza perché più chiara (fig. 3)

Fig. 3 – Tavoletta del re Den (da: Wilkinson, TAH, “Early Dynastic Egypt”)

Godron ritiene che in questi casi (quelli delle tavolette di Den) il simbolo assuma il
carattere determinativo per “stranieri” (“les hordes”); Wilkinson si spinge oltre, e
afferma che la parola in questione ('Iwntyw) abbia il significato di “Asiatici”. Il che,
tra l'altro, vista l'identità fonetica di certe divinità è eloquentemente inquietante...;
6 – nella Pietra di Palermo geroglifico e simbolo vengono ugualmente usati nel corso
della descrizione della guerra contro gli Asiatici;

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7 – nel complesso funerario di Sahura (V Dinastia: di nuovo il suffisso -Ra nel nome del
sovrano!) il simbolo/geroglifico è molto chiaro (fig. 4)

Figura 4 – Iscrizione dal complesso funerario di Sahura (circa


2.470 a.C.)

e inequivocabile è l'identità con il geroglifico A40; eppure, anche


in questo caso c'è accordo completo sul significato di “genti
straniere” da attribuire al simbolo. Nel medesimo complesso
esistono molti altri passi in cui l'A40 compare, nessuno dei quali
con il significato di (o in connessione a) “Osiride”;
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8 – queste osservazioni inducono a pensare che l'associazione


con una divinità sia alquanto posteriore, e che questo dio
abbia in ogni caso un'origine straniera. Helck invece sostiene
(1976) che Osiride fosse una deità assai nota agli Egizi fin dal
Predinastico (in accordo con le opinioni espresse da molti altri,
come abbiamo visto, sebbene senza prove concrete). Secondo
Helck, il nome originario era “Wusure”, derivato da un dialetto del
Delta orientale (idea in netto contrasto con un Osiride meridionale,
ma comunque congrua con l'assenza di reperti in Alto Egitto). La
Shalomi-Len però correttamente contesta che è molto difficile immaginare che un dio
noto da secoli non abbia lasciato alcuna traccia (alcuna!) per buona parte dell'Età
Arcaica e dell'Antico Regno, almeno fino alla V Dinastia, e argomenta addirittura che
l'idea stessa di una divinità chiamata “Osiride” non fosse neanche passata per la testa
agli Egizi, almeno fino alla fine della V Dinastia (pag. 1701, op. cit.);
9 – la studiosa confuta in maniera convincente anche altre affermazioni “gratuite” su
Osiride. Ad esempio, demolisce la teoria di Griffiths (“The origin of Osiris and his cult”,
pagg. 85-87, 130, 147) secondo cui il dio trae la sua origine dall'Alto Egitto e da tempi
preistorici. Shalomi-Len è categorica: in primo luogo, l'iconografia di Osiride (mummia
con corona piumata Atef, braccia incrociate con i simboli regali, etc.) è emersa soltanto
nel corso del Medio Regno; in secondo luogo, nello stesso periodo e in quello
immediatamente precedente (Primo Periodo Intermedio) Osiride è associato ben poco
con località dell'Alto Egitto, ma molto con luoghi distribuiti in tutte le Due Terre; infine, il
dio non è citato quasi mai in relazione a Abydos e/o Thinis, ma assai spesso,
invece, a Ddw (Busiris, nel Basso Egitto);
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10 – da ultimo, nell'Antico Regno non esiste alcun indizio sia pur piccolo che possa
condurre a identificare Osiride come un “Re dell'Alto Egitto divinizzato”, con quel
che ne consegue. La Ricercatrice sottolinea che -nelle pochissime epigrafi di quel
periodo ritrovate- il dio non viene mai raffigurato assiso in trono, né possiede alcuno
degli attributi normali dei sovrani; la stessa corona Atef non ha il carattere proprio della
regalità: perciò, è davvero difficile immaginare una congruità del racconto classico (ma
tardivo) con quanto effettivamente conosciamo.
Chi volesse ulteriori informazioni su questi aspetti, che concorrono -tutti- nell'unica
direzione di una non sovrapponibilità fra Osiride e affermazioni di Bauval (Faraone
defunto=Osiride) può consultare l'articolo della Shalomi-Len.
Citando en passant un libello disponibile che fa risalire quasi ogni divinità egizia al

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Sahara post-glaciale (fig. 5)

Figura 5 – il testo di Taklit

e secondo il quale esisterebbero dei legami oscuri ma ancestrali fra Egizi e Osiride,
bisogna ricordare che la Ricercatrice israeliana non è l'unica, a livello accademico, a
contestare la visione prevalente del mito osiriaco, che -va assolutamente ricordato-
rappresenta la base teorico-storica dell'impianto di Bauval e dei suoi sostenitori. Valgano
per tutti due notevoli lavori di Andreij Bolshakov, Curatore del Museo “Hermitage” di San
Pietroburgo. Nel primo, pubblicato nel 1992 (“Chronique d'Egypte”, vol. 67, fascicolo 134,
pagg. 203-210: “), l'Autore specifica immediatamente che “l'idea di Osiride è tra quelle

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centrali della Weltanschauung egiziana. Ciononostante, i primi monumenti non
menzionano questo dio e la prima metà dell'Antico Regno non ha nulla a che fare
con l'ideologia di Osiride. Così, la comparsa di Osiride nelle iscrizioni è una svolta nello
sviluppo di tutta la Weltanschauung egizia”: chiaro? Nell'articolo, che riassumo molto
brevemente, Bolshakov analizza approfonditamente la tomba di una principessa
egiziana, sita nella piana di al-Jizah, dopo aver segnalato che la prima citazione di
Osiride in un monumento “pubblico” è quella dei Testi delle Piramidi nel sepolcro di Unas
(V Dinastia), mentre in una sepoltura privata questo avviene addirittura in tempi molto
posteriori (alla fine della V Dinastia nelle tombe di Saqqara, all'inizio della VI in quelle di
al-Jizah), e che nessuna iscrizione può essere attribuita in maniera affidabile a periodi
antecedenti il regno di Niuserra (v. anche supra). Per motivi linguistici, epigrafici e
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iconografici Bolshakov ritiene impossibile che esista un singolo riferimento a


Osiride prima della fine della V Dinastia, in totale accordo, quindi, con la studiosa
israeliana. Nel 2001, spinto da alcune ricerche compiute dai Ricercatori accademici Baud
e Manuelian (indipendentemente) sulla falsa porta della tomba della principessa Jnti, il
russo tornò sull'argomento. Vale la pena leggere l'inizio dell'articolo (“Osiris in the Fourth
Dynasty again?”, Bulletin du Musee Hongrois des Beaux-Arts – supplement-2001, pagg.
65-80): “La figura di Osiride occupa uno dei posti più significativi della religione egiziana
e, a partire dal Medio Regno, determina in larga misura il carattere della visione del
mondo egizio. Tuttavia, il nome di Osiride non è mai stato registrato durante la
prima metà dell'Antico Regno. La sua comparsa può essere interpretata in maniera
diversa, ma, in ogni caso, questo è un momento di fondamentale importanza come svolta
critica nello sviluppo dell'ideologia egizia, essendo i periodi anteriore e posteriore
qualitativamente e profondamente diversi. D'altra parte, dal momento che, nella
misura in cui sappiamo, la registrazione di Osiride è apparsa improvvisamente,
all'interno del ciclo di vita di una sola generazione, la sua presenza nelle iscrizioni è
un criterio di datazione affidabile che permette di stabilire un terminus ante quem non per
i rispettivi monumenti. Sui monumenti reali, Osiride è menzionato non prima dei Testi
delle Piramidi di Unas, mentre nelle tombe private, per quanto li possiamo datare, il suo
nome non si osserva prima di Isesi (NdA: seconda metà-fine della V Dinastia).
Un'iscrizione nella tomba di una principessa a Giza, datata da alcuni studiosi alla fine
della IV - inizio della V dinastia era stata considerata l'unica citazione precedente di
questo dio; tuttavia, come chi scrive ha dimostrato, non può essere anteriore alla
metà della V dinastia. Questa conclusione e, di conseguenza, la certezza della regola
universale è generalmente accettata oggi” (i grassetti sono miei). In buona sostanza,
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Bolshakov controbatte ai due studiosi “avversari” (i quali, con vario grado di prudenza,
ritenevano possibile una retrodatazione della prima iscrizione riferibile ad Osiride alla
seconda metà della IV Dinastia, e quindi grosso modo al periodo ortodosso
dell'edificazione delle piramidi di al-Jizah), e -utilizzando una serie di criteri specialistici
che è fuori luogo illustrare in questa sede- dimostra nuovamente che porre la datazione
di un'iscrizione che citi Osiride a un momento precedente il 2.500 a.C. è
assolutamente inaccettabile. L'Autore, con un grafico che riporta in ordinata i parametri
usati e in ascisse i periodi dinastici è decisamente convincente nella dimostrazione
(fig. 6)

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Figura 6 – estratto da Bolshakov, 2001

che il periodo più probabile a cui si può attribuire la citazione di Osiride in quest'ultima
tomba è non anteriore al regno di Niuserra (2.490 a.C. circa) e non posteriore al 2.300
a.C. Lo studioso in una nota a pag. 76 demolisce anche l'ipotesi di Altenmuller (relativa a
un Osiride di origine preistorica) con queste nette parole: “Recenti documenti di H.
Altenmuller dedicati a Osiride sono un buon esempio di quanto sia pericoloso un
disprezzo della cronologia per le interpretazioni dei fenomeni religiosi. Le
ricostruzioni di Altenmuiller si basano anche su (elenchi di offerte che) risalirebbero alla
fine della III - inizio della IV Dinastia. In questo contesto, egli deve dimostrare che
Osiride è un dio antico, almeno quanto l'Antico Regno, o abbandonare la sua teoria.
Tuttavia, il tempo della prima iscrizione relativa a Osiride non è di alcuna importanza per

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lui e menziona varie datazioni di questo momento come insignificanti. Se si accetta la
teoria di Altenmuller, dobbiamo ammettere che la nozione di Osiride era insita nella
religione egizia fin dai tempi primordiali, il che implicherebbe una radicale
reinterpretazione della nostra comprensione dell'Antico Regno che potrebbe essere
verificata attraverso i monumenti solo forzatamente; almeno io non conosco alcuna
prova attendibile del concetto di resurrezione in tombe private del III millennio a.C.
(vedi Bolshakov, op. cit., nota 14). Inoltre, è quasi impossibile credere che la figura di
una divinità così centrale per la cultura egizia possa essere rimasta
completamente nascosta per secoli (NdA: naturalmente, qui Bauval parlerebbe
senz'altro di “conoscenza iniziatica” per pochi eletti...). Tuttavia, non appena prendiamo
questo fatto sul serio, come un punto di svolta nello sviluppo della religione, il castello di
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Altenmiiller crolla immediatamente” (i grassetti sono miei). La conclusione tranchant di


Bolshakov, dunque, è che nulla fa ritenere che la divinità-Osiride sia emersa dalle nebbie
del tempo prima di un tempo successivo alla datazione ortodossa delle piramidi,
datazione che Bauval sostanzialmente condivide, come abbiamo visto nella parte
precedente.
Il motivo di questa lunga sezione, mi auguro non troppo ostica, dovrebbe ormai
essere chiaro. Bauval e CERTA Egittologia eterodossa fondano le basi teoriche della loro
“ipotesi” su un assunto: le Grandi Piramidi riecheggiano la Cintura di Orione, che a sua
volta è la rappresentazione del dio Osiride, a cui il Faraone defunto deve riunirsi. Il punto
è che ai tempi della presunta edificazione delle piramidi di al-Jizah (2.550 a.C. circa,
secondo la cronologia ortodossa -seppur con i limiti accennati in precedenza) la figura di
Osiride era verosimilmente sconosciuta nel complesso quadro della religione
egizia, o almeno aveva un ruolo tutt'altro che preminente, come Bauval vorrebbe farci
credere. Quello che sorprende, comunque, non è solo l'adesione del belga all'idea dell'
“Osiride antichissimo”, ma il fatto che la gran parte degli Egittologi ortodossi sembra non
afferrare l'impossibilità di questo assioma, sebbene essi stessi riconoscano che non
esiste nulla che dimostri l'antichità del culto osiriaco.
Ora, se -come credo di aver dimostrato- i Faraoni che avrebbero dovuto
“ricongiungersi ad Osiride” nemmeno conoscevano quel dio, se non in periodi ben più
tardi, che senso aveva, sotto il profilo religioso e/o esoterico, allineare tre
monumenti su tre stelle che non potevano certamente rappresentare un dio
sconosciuto? Sarebbe come se nel II secolo a.C. qualcuno avesse realizzato una
cattedrale tipicamente cristiana... Senza contare che gli Egizi avevano davvero un anelito
all'immortalità, è indubbio, e ritenevano di poter conseguire questa immortalità
13
effettivamente in Cielo: ma ascendendo alle cosiddette “Stelle Imperiture”, e cioè alle
costellazioni circumpolari che ben rappresentano l'Eternità, poiché non
tramontano mai. Di questo però parleremo prossimamente, magari in un articolo
dedicato all'astronomia egizia, altro campo in cui purtroppo la disinformazione regna
sovrana.
Al termine di questo lungo viaggio faraonico, dobbiamo dunque tirare le somme.
Somme che non possono essere lusinghiere per Bauval e per coloro che si sono sentiti
illuminati dalla sua folgorante intuizione. Riassumendo, nella prima parte ho dimostrato
che l'allineamento proposto da Bauval come chiave di lettura dei monumenti di al-Jizah è
in realtà inaccettabile sotto il profilo visivo e astronomico; nella seconda parte, abbiamo
affrontato gli aspetti astronomici, astrofisici, archeologici e archeoastronomici che

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


rendono ugualmente improponibile l'ipotesi dell'ingegnere belga; in questa ultima parte,
abbiamo discusso degli elementi epigrafici che, una volta di più, dimostrano che la strada
per capire le Grandi Piramidi e il loro significato è tutt'altro che breve. Probabilmente non
è nemmeno accennata, in realtà, e siamo di fronte a un sentiero quasi invisibile.
Di una cosa però sono certo, irrazionalmente certo: sia la visione ortodossa che
quella eterodossa finora imperanti sono soltanto due facce dello stesso paradigma
scientifico. Due facce che non ci conducono verso la Verità, ma da questa, per motivi
diversi, ci sviano. Sono le facce della sicurezza, della tranquillità, del rifiuto -alla fin fine-
della conclusione che spiazza, devasta e lascia smarrite le coscienze, ma consente il
balzo in avanti della Conoscenza. Abbiamo bisogno di coraggio, di grande coraggio, e di
un'intuizione che fin qui è mancata, di quel “colpo di vanga fortunato” che il grande Selim
Hassan auspicava. Forse la vanga non serve più; quello che serve è sicuramente un
nuovo pensiero, un “pensiero fortunato” che ci svegli sulle spalle dei Giganti.

BIBLIOGRAFIA

Quella che segue è solo una parte dei testi e degli articoli consultati per la stesura di
questo lavoro, diviso in tre parti. Molto materiale, rigorosamente scientifico, può essere
rinvenuto anche in Rete.

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Barca Natale - Sovrani predinastici egizi – Ananke;
14
Bolshakov, A - "Princess Hm.t-ra(w): The First Mention of Osiris?" Chronique d'Égypte 67
(1992), pp. 203-210;
Bolshakov, A "Osiris in the Fourth Dynasty Again? The False Door of Jntj, MFA 31.781."
In Hedvig Györy, ed. Mélanges offerts à Edith Varga. Bulletin du Musée Hongrois des
Beaux-Arts Supplément-2001, Budapest, pp. 65-80;
Breasted , JH- A History of Egypt – e-book;
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Ancient Egyptian Astronomy & Funerary Architecture” - KMT, vol. 7, n. 3;
Cimmino, F - Dizionario delle Dinastie Faraoniche – Bompiani;
Dall’Agnola, M - Mitologia e dèi dell’antico Egitto;
Donadoni Roveri A.M. - Kemet. Alle sorgenti del tempo – Electa;
Flinders Petrie, W - The religion of ancient Egypt;
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Gardiner , A - La civiltà egizia – Einaudi;


Hart, G – Miti egizi – Oscar Mondadori;
James, T.G.H. - L'archeologia dell'Egitto antico – Newton;
Lawton, I; Ogilvie-Herald, C - Il codice di Giza;
Mebarek, ST; Idjennaden, B - The pre-Egyptians gods from the Sahara;
Orofino, V - Stato evolutivo delle stelle della Cintura di Orione ed implicazioni
archeoastronomiche;
Plutarco - Iside e Osiride – Adelphi;
Rice, M - Egypt’s making;
Rohl, D - La Genesi aveva ragione;

Sayce, AH - The religions of ancient Egypt and Babylonia;


Shalomi-Len, R - The earliest pictorial representation of Osiris, atti del 9° Congresso
Internazionale di Egittologia, Grenoble, 2004;
Shorter, AW – Gli dèi dell'Egitto – Ubaldini Editore;
Tosi , M - Dizionario enciclopedico delle divinità dell'Antico Egitto (Vol. 1) – Ananke;
Traunecker, C - Gli dèi dell'Egitto – Xenia;
Vercoutter, J- L'Egitto dei faraoni - Editori Riuniti;
Verner, M - Il mistero delle piramidi - Newton & Compton;
Wilkinson, RH - The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt;
Wilkinson, T - La genesi dei faraoni - Newton & Compton.

15
Da Internet:
Lavori/citazioni varie di Ed Krupp e Tony Fairall.

Da riviste digitali:
Marino, F - Gli errori di Orione, TdE, n° 26 (Nuova Serie), Giugno 2015;
Marino, F – Gli errori di Orione parte II (Astronomia e Macroarcheologia), TdE, n° 27,
Nuova serie, Gennaio 2016.

Opere di Bauval sulla TCO:


Il mistero di Orione (The Orion Mystery, 1994);
Custode della genesi (Keeper of the Genesis, 1996) - scritto con Graham Hancock;

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L'enigma di Marte (The Mars Mystery, 1998) - scritto con Graham Hancock e John
Grigsby
La camera segreta (Secret Chamber, 1999);
articoli vari sulla defunta rivista “Discussion in Egyptology”, citati nel testo.

16
BLACK SWAN vs DRAGON KING
L’impatto degli eventi estremi
di Federico Tommasi

Federico Tommasi

Ph.D. in Fisica e Astronomia,


lavora come ricercatore Post Doc
presso il Dipartimento di Fisica e
Astronomia di Firenze nell'ambito
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

dello studio teorico e sperimentale


della propagazione dei segnali
ottici, del random laser e dei
sensori. Inoltre effettua attività di
divulgazione scientifica sia in
collaborazione con l'Università di
Firenze che autonomamente
Molte decisioni a livello politico, economico e
sociale di enorme importanza si trovano a
fronteggiare il problema della previsione degli eventi estremi, come le crisi
finanziarie, i grandi terremoti, i disastri ambientali. Molti sistemi possono
essere soggetti a piccole variazioni nei meccanismi di interazione tra i vari
elementi, con un risultato finale quindi determinato da reazioni a catena,
riorganizzazione su larga scala ed emergenza di eventi estremi. In particolare
e se basiamo le nostre stime e proiezioni sulla distribuzione di intensità degli
eventi di basso e intermedio livello, l'impatto più devastante è costituito dagli
“outliers”, cioè eventi la cui emergenza non solo non può essere prevista, ma
neanche attesa.

1 - Il Cigno Nero

Durante la vita siamo continuamente costretti ad effettuare delle scelte


basandoci su dati limitati ed incompleti all'interno di un ambiente, sia umano
che naturale, complesso ed in continua evoluzione. Queste azioni hanno come
conseguenza il disegno di una traiettoria caotica e di difficile previsione a
lungo termine all'interno dello spazio delle infinite possibilità. Inoltre, tra tutti
gli eventi possibili, quelli che risultano anomali ed imprevedibili sono gli stessi
che hanno un maggiore impatto ed incisione. L'impossibilità di prevedere gli
eventi estremi porta all'impossibilità di prevedere, anche a breve termine, il
corso della storia. Pensiamo, ad esempio, all'avvento di una nuova religione,
un ideale politico o l'introduzione di una nuova scoperta o tecnologia:

17
l'impatto sul corso successivo degli eventi che ne segue risulta razionalizzabile
solo a posteriori.
Studiare sia i sistemi umani che i sistemi naturali significa spesso cercare di
capire le dinamiche di sistemi composti da un numero immenso di elementi
interagenti, spesso caratterizzati da caos e fluttuazioni, da una evoluzione al
di fuori delle condizioni di equilibrio e dalla dinamica interna complessa. Data
l'impossibilità di affrontare questi problemi con un approccio analitico, spesso
sono necessari modelli semplificati e approssimati, uniti all'utilizzo di
simulazioni numeriche, facilitate oggi dalla potenza raggiunta dai calcolatori.
Risulta importante notare come, anche inserendo nei modelli regole molto
semplici che governano l'interazione degli elementi, sia mutua che con
l'ambiente, la dinamica risultante e, soprattutto, il risultato finale possono
essere molto complessi e di difficile previsione. A volte i modelli rischiano

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


inoltre di essere affetti dalla mancata inclusione di eventi a forte impatto, se i
meccanismi che li producono nel mondo reale non risultano del tutto
compresi. E' in questo scenario che va a collocarsi l'argomento di questo
articolo, cioè l'impatto di particolari entità statistiche che descrivono rari
eventi estremi.
Tra la “fauna” degli eventi rari ed estremi, partiamo col citare il Black Swan
(“cigno nero”) [1], una entità statistica introdotta da Nicholas. N. Taleb. Il
Black Swan ha tre principali caratteristiche :
1 - giace al di là del dominio di ciò che è atteso (outlier)
2 - provoca un impatto devastante
3 - si rende razionalizzabile solo successivamente la sua comparsa
(prevedibilità retrospettiva).
Se parliamo, ad esempio, dell'attentato dell'11 Settembre 2001 al World
Trade Center, il suo tremendo impatto non poteva essere previsto in base alla
statistica degli eventi terroristici “usuali”. Tuttavia la dinamica che ha portato
al suo compimento stava già agendo, anche se in modo tale da risultare
nascosta, sia per via delle lacune nelle informazioni disponibili che del non
corretto uso di esse nel prevederne gli effetti. La messa in atto di meccanismi
di controllo aggiuntivi, che avrebbero probabilmente fatto fallire l'attentato,
sarebbero stati soltanto considerati come il risultato di una inutile e fastidiosa
paranoia. Alla luce della non completa conoscenza a priori delle cause che
hanno portato all'evento, l'11 Settembre può essere considerato un “Black
Swan”.
Quindi l'imprevedibilità di eventi estremi chiama anche in causa i limiti, sia
intrinseci che dovuti ad una non completa comprensione e statistica, con i
quali possiamo conoscere l'evoluzione di un fenomeno complesso.

18
2 - Il “random walk” e gli “eventi estremi”

Il random walk (“cammino aleatorio” o anche “la passeggiata dell'ubriaco”)


[2] è un cammino che descrive un movimento soggetto a tratti dalla
lunghezza casuale seguiti da cambi di direzione. Risulta oggetto di notevole
studio nei campi più disparati, come la fisica, la biologia o l'economia. Si
tratta di un tipico processo stocastico, all'interno del quale l'evoluzione di un
sistema è il risultato di un insieme di variabili casuali. Nel caso in cui i tratti
casuali nel random walk abbiano media e varianza (cioè la misura di quanto i
valori si discostano quadraticamente dalla media) a valori finiti, la
distribuzione di probabilità della posizione per tempi molto lunghi assume una
forma Gaussiana, dalla caratteristica curva a campana con le code che vanno
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rapidamente a zero allontanandosi dal valore di picco, come conseguenza del


Teorema del Limite Centrale.
Per Taleb, la curva a campana Gaussiana, nonostante la sua importanza, può
anche rappresentare una sorta di “bias metodologico” che focalizza
l'attenzione sugli eventi piccoli e frequenti intorno ad un valore medio. Questa
curva non riesce infatti a descrivere l'emergenza degli eventi estremi, che
invece sono frequenti nei sistemi osservati sia naturali che creati dall'uomo.
Anche quanto le condizioni di varianza e anche media finita non risultano
soddisfatte, una generalizzazione del Teorema del Limite Centrale porta la
somma di variabili indipendenti verso le distribuzioni α-stable di Lévy [3-6], la
cui forma non è sempre esprimibile analiticamente, tranne per alcuni casi
particolari (tra cui quello Gaussiano). La particolarità di queste distribuzioni è
quella di avere, nel caso generale, una “coda spessa” per la probabilità di
eventi di impatto maggiore, rendendo così gli eventi estremi più frequenti.
L'indice α (parametro di stabilità o di Lévy), cioè uno dei 4 parametri che le
caratterizzano, descrive lo “spessore” della coda (per α=2 coincide con la
Gaussiana). In figura 1
a sinistra sono riportati 3 esempi di distribuzioni α-stable simmetriche con

19
diverso indice α e si può osservare come per α<2 la coda diventi più spessa.
La coda della distribuzione di probabilità è assimilabile ad una legge a
potenza del tipo P(x) ~ |x|-(1+α) .

3 – Un esempio da laboratorio: il “random laser”

Mi sono imbattuto nelle applicazioni delle distribuzioni α-stable qualche


anno fa, quando stavo svolgendo il lavoro di tesi di dottorato in fisica.
All'interno del gruppo di ricerca stavamo studiando un particolare tipo di
sorgente di luce, chiamato random laser. Teorizzata nel 1967 [7] e realizzata
sperimentalmente a partire dalla seconda metà degli anni '90 [8], questa
sorgente ottica si differenzia dal laser “convenzionale” dal fatto di non
prevedere l'inserimento del mezzo attivo in una cavità ottica (ad esempio

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


costituita da due specchi). Il mezzo attivo è un materiale opportuno che,
mediante l'assorbimento di energia da parte di un sistema di pompaggio,
raggiunge uno stato chiamato inversione di popolazione. Questo stato
artificiale, non osservabile in natura, rende prevalente il meccanismo
dell'emissione stimolata della luce, rispetto a quello dell'emissione spontanea.
Infine, la cavità ottica permette che l'amplificazione, che porta a sua volta
all'emissione del fascio laser, sia sostenuta. Anziché inserire quest'ultimo
ingrediente, quello che si fa è invece nel random laser è rendere “disordinato”
il mezzo attivo, in modo che la luce venga amplificata attraverso cammini
casuali dovuti allo scattering, un meccanismo che è evidente in tutti i
materiali in grado di diffondere la luce (pensiamo ad esempio al latte o alle
nuvole). Nonostante non abbia la direzionalità e altre caratteristiche del laser
convenzionale, il random laser mostra diverse caratteristiche in comune con
la più nota sorgente. Con alcune approssimazioni e in caso di basso
scattering, il cammino della luce nel mezzo può essere modellizzato come un
random walk all'interno di un sistema in cui è presente l'effetto non lineare
dell'amplificazione e la competizione tra i vari cammini per l'energia
disponibile.
Senza entrare troppo nel dettaglio di un argomento che sarebbe troppo
vasto e tecnico, l'utilizzo delle distribuzioni α-stable si rese necessario per
descrivere, sia per l'analisi dei dati sperimentali che delle simulazioni
numeriche, particolari stati di emissione in cui lo spettro risultava dominato
da forti fluttuazioni, che potevano essere considerate come “eventi estremi”.
La dinamica dei random laser è infatti proprio un esempio nel quale un
processo stocastico, che coinvolge un numero elevatissimo di elementi, “va a
braccetto” con un meccanismo non-lineare di amplificazione, portando a
comportamenti esotici e tipologie di emissione non sempre prevedibili (figura

20
2).
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

Il lavoro è stato riportato su due articoli su Physical Review [9,10] ed è


ancora attualmente oggetto di studio, sia nella fisica di base che per le
possibili applicazioni.

4 - I Voli di Lévy e i Frattali

Dopo questo escursus nel regno del laser, torniamo al random walk e
consideriamo lunghezze dei tratti sono descritti da una distribuzione a “coda
spessa”. In questo caso il cammino è chiamato Lévy Flight (Volo di Lévy), un
termine coniato da Beniot Mandelbrot. In figura 1 sono riportate due
traiettorie 2D che ho generato numericamente con il solito numero di tratti
(5000): una con statistica Gaussiana (A, con α=2) e una che segue invece
una di Lévy (B, con α=1.4). Nel caso di Lévy la traiettoria è caratterizzata da
strutture ad isola, composte di agglomerati di piccoli tratti, connesse tra loro
con lunghi salti.
Nel 1966, Mandelbrot si era infatti accorto che l'andamento nel tempo dei
prezzi di mercato risultava ben descritto da una distribuzione di Lévy, con una
coda che segue una lenta variazione dai valori piccoli a quelli grandi. In
particolare, la grandezza delle variazioni non erano caratterizzate da una
scala tipica. In economia, il lavoro di Mandelbrot non fu allora pienamente
compreso e gli eventi rari ed estremi venivano attribuiti a circostanze
eccezionali ed in pratica esclusi dalla statistica per ragioni contingenti. In
realtà, questi eventi estremi non apparivano avere niente di speciale rispetto

21
agli eventi più piccoli, a dispetto delle loro devastanti conseguenze.
Mandelbrot si concentrò sulla proprietà di auto-similarità, tipica delle strutture
che sono simili ad una sua parte e coniò il termine frattale per indicare
patterns si ripetono per qualsiasi scala di osservazione (invarianza di scala)
[11]. L'introduzione dei frattali quindi fornì una ulteriore base per descrivere
diversi fenomeni naturali [12,13] e si rese necessario uno studio riguardante
le cause che ne determinano l'emersione. Come esempi di strutture frattali in
natura (figura 3)

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


possiamo citare le felci, i broccoli, i lampi, le nubi, i profili delle coste e dei
rilievi montuosi [14]. Nei sistemi dinamici intervengono processi di auto-
organizzazione critica [15,16] e regimi turbolenti [17]. Nel primo caso i
sistemi vanno dinamicamente incontro ad auto-organizzazione verso uno
stato critico fuori equilibrio, nel quale piccole perturbazioni riescono a creare
“valanghe”, identificabili con eventi di tutte le dimensioni. Risulta quindi
necessario seguire tutta la dinamica del fenomeno e quindi l'avvento della
simulazione numerica tramite calcolatore è diventato un approccio di studio
insostituibile.
Come anticipato nelle due sezioni precedenti di questo articolo, il vantaggio
dello studio dei voli di Lévy è quello di descrivere una grande quantità di
fenomeni che avvengono in Natura (nei limiti dell'energia massima a
disposizione, caso di Lèvy-troncata) ed è presente vasta letteratura
scientifica. Per fare alcuni rilevanti esempi, troviamo le strategie di ricerca e
spostamento degli animali [18-26], la mobilità nelle società umane [27-29],
22
diffusioni di patogeni ed epidemie [30,31], fenomeni sismici [32], lo studio di
nuovi materiali che inducano proprietà superdiffusive nella propagazione della
luce (Lévy Glass) [33] e l'andamento dei prezzi nei mercati [34]. Risulta
inoltre molto affascinante, soprattutto nei sistemi viventi, studiare come certe
strategie, attraverso meccanismi neurologici, di adattamento, di
apprendimento e di selezione naturale, si siano evolute in modo da
massimizzare lo sfruttamento delle risorse a disposizione [35]. E' possibile
che, impegnati in una ricerca casuale di qualcosa in un terreno vasto, la
nostra sequenza di cammini possa essere approssimata con una serie di voli
di Lévy.
Dal punto di vista dell'argomento principale di questo articolo, la possibile
emergenza di eventi estremi risulta attesa estrapolando la ricorrenza degli
eventi più frequenti e di intensità più bassa. In pratica, attraverso l'uso di
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

distribuzioni con code a legge di potenza non possiamo quindi prevedere


quando gli eventi estremi si verificheranno, ma essi divengono comunque
attesi in base alle informazioni ricavate dagli eventi più piccoli (Gray Swans,
“Cigni Grigi”). Ciò tuttavia non elimina del tutto il problema del Black Swan, in
quanto riconosciamo questi eventi come tali per via del fatto che non abbiamo
una completa conoscenza dei meccanismi che li fanno emergere. Il “Black
Swan” rimane un outlier anche nel caso di distribuzioni a coda spessa e
rimane quindi un evento statisticamente intrattabile.

5 - Il Re Drago

Nel 2009 è stata introdotta da Didier Sornette una nuova entità statistica,
chiamata Dragon King [36] allo scopo di interpretare parte degli outliers
presenti nelle code delle distribuzioni. Il suo nome esotico e suggestivo è
dovuto alle sue due principali caratteristiche. Il termine “drago” simboleggia
la sua differente natura, come la creatura mitologica lo sarebbe all'interno del
regno animale. Per differente natura si intende il fatto che l'evento è il
risultato di un differente meccanismo di produzione. Il termine “re” sta a
significare la sua natura di outlier e cioè che non può essere descritto
attraverso l'estrapolazione della distribuzione degli elementi che compongono
lo stesso campione. Infatti, in un regno generalmente la ricchezza della
famiglia regnante, per via di peculiari circostanze politiche, sociali e culturali,
non risulta attesa tenendo conto soltanto della condizione di tutti gli altri
abitanti. Esempi semplici possono essere trovati nella distribuzione della
dimensione degli agglomerati urbani: Parigi e Londra, in quanto capitali e
sottoposte a differenti meccanismi di accrescimento, appaiono come outliers
nella distribuzione degli abitanti delle altre città della loro nazione [37]. In

23
figura 4 sono riportati due esempi di possibili candidati:

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


Il Dragon King è quindi un outlier figlio di un peculiare meccanismo di
feedback positivo, il quale rende l'evento più grande e più frequente di quello
che tutti gli altri elementi del sistema lascerebbero prevedere. Come
conseguenza di ciò si apre, a differenza dal caso del Black Swan, uno scenario
nel quale, almeno in linea di principio, questi meccanismi di amplificazione
potrebbero essere identificati nei sistemi più disparati, suggerendo anche che
la prevedibilità possa portare allo sviluppo di contromisure per mitigare gli
effetti dell'evento estremo o anche ad inibirne la formazione.
Negli ultimi anni sono stati proposti metodi per identificare “ouliers” in vari
sistemi, accanto al tentativo di identificarli come Dragon Kings [38-40]. In
letteratura scientifica sono stati riportati diversi studi nei sistemi più disparati,
come ad esempio nei fenomeni sismici [41], valanghe nevose [42], crolli
finanziari [43] e le valanghe neuronali nel cervello [44], nel quali possono
manifestarsi eventi a valanga di diversa scala spaziale (neuroni coinvolti) e
temporale.
Nel 2013 è stato riportato un importante studio su Physical Review Letters
nel quale è stata riportata la possibilità di prevedere un Dragon King
mediante l'identificazione del peculiare meccanismo di formazione, insieme
alla possibilità di inibirne l'emersione [45]. Il sistema studiato, composto da
oscillatori elettrici caotici accoppiati, tende generalmente ad evolvere verso
uno stato prevedibile di sincronizzazione (attrattore). In questo caso, la
distribuzione della ricorrenza di eventi di debole ed intermedia intensità
seguono approssimativamente una legge a potenza, tranne che per gli eventi
più estremi (figura 5, control off):

24
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

La presenza di particolari condizioni instabili insieme al rumore elettrico


possono portare il sistema ad effettuare lunghe escursioni al di fuori dello
stato di sincronizzazione (bubbling). Il differente meccanismo di formazione e
la natura di outlier determinano quindi la natura di Dragon King per gli eventi
ad alta energia. Gli autori sono quindi stati in grado di identificare, mediante
la misura di segnali elettrici, i precursori della sua formazione e inibirlo
attraverso metodi di controllo (figura 5, control on).

6 – Discussione Finale
Abbiamo affrontato una panoramica nell'affascinante mondo della statistica
degli eventi estremi. Possiamo riflettere sul fatto che il corso della nostra
stessa esistenza, della storia umana e anche della stessa vita sulla Terra
potrebbe essere il risultato dell'emergenza di eventi rari a grande impatto.
Abbiamo già trattato in un precedente articolo alcuni aspetti legati alle
conseguenze che gli eventi rari, alla luce del Principio Antropico, potrebbero
avere sulla nostra capacità di osservare e comprendere l'Universo [46].
L'impossibilità di prevedere gli eventi estremi implica l'impossibilità di
prevedere il corso della storia, gettandoci in una illusione di un controllo sul
futuro basato su dati e modelli riduttivi e che non riescono a tenere conto
degli imprevedibili risultati di una dinamica complessa, talvolta nascosta nella
sua globalità e che è sempre in azione ed in continua evoluzione.
Rispetto da ciò che ci aspetteremmo dalla “curva a campana” Gaussiana,
abbiamo visto che la distribuzione di probabilità a “coda spessa” e a “legge di
potenza” mostra una maggiore plausibilità degli eventi estremi ed è in grado
di descrivere diversi fenomeni. Essendo queste distribuzioni prive di una scala
interna, gli eventi più estremi risultano governati dagli stessi meccanismi di
25
quelli più piccoli, rendendo gli eventi più intensi sì attesi, ma anche
imprevedibili e di difficile mitigazione. In aggiunta, ci sono eventi estremi che
vanno ancora al di là di quello che possono dirci queste distribuzioni. Infatti
diversi sistemi esibiscono la presenza di outliers, eventi al di là del dominio
della regolare aspettazione.
I cigni neri sono eventi ad enorme impatto statisticamente intrattabili,
sottintendendo la presenza di meccanismi nascosti o la mancanza di adeguata
comprensione delle dinamiche del sistema. La nuova entità statistica Dragon
King è stata proposta come outlier caratterizzato da un diverso meccanismo
di formazione rispetto agli atri eventi, suggerendo l'opportunità di studiarne il
grado di prevedibilità e anche di inibirne o mitigarne le conseguenze.
Un problema critico nello studio degli eventi estremi risiede nel fatto che
generalmente è impossibile studiare i fenomeni che li producono in

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


laboratorio, per via della rarità e dell'estrema energia liberata. Per quei
fenomeni di grande interesse e potenzialmente irreversibili, come le catastrofi
e il cambiamento del clima terrestre e della stessa biosfera, l'unica possibilità
risiede nell'identificare i precursori di un cambiamento di regime indotto da
biforcazione, cioè situazioni nelle quali piccole variazioni nei parametri
causano un cambiamento qualitativo del sistema stesso [47]. Si osserva che
a livello locale i sistemi ecologici vanno incontro a cambiamenti improvvisi ed
irreversibili una volta che sono indotti ad oltrepassare una soglia critica. La
stessa cosa può avvenire a livello globale e con l'influenza umana come una
delle forze promotrici in gioco, portando la Terra verso un cambiamento che
potrebbe risultare catastrofico per la biosfera come noi la conosciamo oggi.

7 – Approfondimenti

Nella scrittura di questo articolo è stata privilegiato, per quanto possibile, un


taglio divulgativo. Per chi volesse chiarire alcuni aspetti di base legati alla
statistica, rimando alla lettura di testi di statistica usati per qualunque corso
universitario. Per un approfondimento più avanzato, rimando alle numerose
referenze scientifiche citate nel testo e riportate nella bibliografia. Per quanto
riguarda i riferimenti al laser (citato nella sezione 3), tutti sappiamo come sia
una sorgente ottica dalla enorme diffusione e familiarità e notevoli
applicazioni nella vita di tutti i giorni. Tuttavia, la complessità della fisica sulla
quale è basato e che spazia dall'elettromagnetismo e l'ottica alla meccanica
quantistica e la fisica atomica, rende il laser difficilmente trattabile a livello
divulgativo, al dì la dei cenni forniti in questo articolo. Per un
approfondimento a livello specialistico, consiglio testi classici come le
referenze: [48-50].

26
Bibliografia

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27
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[39] J. Janczura, R. Weron, “Black swans or dragon-kings? A simple test for deviations from
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Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


[41] M.K. Sachs et Al., “Black swans, power laws, and dragon-kings: Earthquakes, volcanic
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167 (2012)
[42] C. Ancey, “Are there “dragon-king” events (i.e. genuine outliers) among extreme
avalanches?”, Eur. Phys. J. Special Topic 205, 117 (2012)
[43] V. Filimonov, D. Sornette, “Power law scaling and “Dragon-Kings” in distributions of
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[44] L. de Arcangelis, “Are dragon-king neuronal avalanches dungeons for self-organized
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[45] H. L. D. de Cavalcante, M. Oriá, D. Sornette, E. Ott, D. J. Gauthier, “Predictability and
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[46] F. Tommasi, “Dal Paradosso di Fermi e di Olum al destino delle civiltà nella Galassia”,
Tracce d'Eternità 27 (2015)
[47] A.D. Barnosky, “Approaching a state shift in Earth's biosphere” Nature 486, 52 (2012)
[48] A. Yariv, Quantum Electronics, Wiley (USA) (1967)
[49] A.E. Siegman, Lasers, University Science Book (USA) (1986)
[50] O. Svelto, Principles of Lasers, V° Ed. Springer (USA) (2010)

28
L’ENIGMA DI GUNUNG-PADANG
di Filippo Bardotti
Filippo Bardotti

Dottore di Ricerca in Archeologia,


oltre alle pubblicazioni scientifiche
inerenti il suo ambito di indagine,
da anni si occupa di studi inerenti
l’archeologia di frontiera con
particolare attenzione ai misteri
biblici e delle antiche civiltà.
Collaboratore di importanti riviste
di settore quali Archeomisteri e
Fenix, ha pubblicato il saggio
‘L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia
alla Turchia - Le prove definitive
per risolvere il mistero sull’origine
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

della Civiltà’
(Anguana Edizioni 2015)

Quando nelle scuole e nelle


università di tutto il mondo si
parla di antiche civiltà il
riferimento corre sempre
all’Egitto faraonico e alle grandi
culture mesopotamiche
sviluppatesi nel 4.000-3.000 a.
C., nella stessa misura con la
quale si identifica l’Africa quando
leggiamo la frase “culla dell’Umanità” in riferimento alla nascita dell’uomo
moderno.
Come dimostrato nel mio recente libro “L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia
alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della
civiltà” (Anguana Edizioni 2015) (Immagine 1), nei tempi più recenti in alcune
parti del mondo, in particolare in Indonesia e Turchia, sono emersi
prepotentemente numerosi indizi archeologici, antropologici e geologici che,
qualora confermati, obbligheranno anche gli studiosi più scettici a
riconsiderare il concetto di “civilizzazione” ed a spostare sempre più indietro
le lancette del tempo, anticipando così di molti millenni la nascita Civiltà, o
per meglio dire la Prima Civiltà!

29
Una teoria controversa…

Le più recenti prove geologiche a disposizione degli studiosi certificano


come all’incirca nel 20.000 a.C., quando il livello del mare era inferiore nella
misura di 120-130 metri, il Borneo, la Sumatra, Giava e le molte isole facenti

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


oggi parte dell’arcipelago indonesiano erano un’unica grande penisola c
onnessa all’Asia settentrionale e chiamata dagli scienziati Sundaland
(Immagine 2).
Come vedremo nel corso di questo capitolo, le prove archeologiche più recenti
lasciano pochi dubbi circa l’esistenza nella penisola di Sundaland di una civiltà
tecnologicamente avanzata sviluppatasi prima del 10.000 a. C. e della quale
solo nel corso degli ultimi anni stanno gradualmente riemergendo le tracce.
Per molti decenni gli archeologi indonesiani sono rimasti fermamente
convinti come il popolamento dell’Indonesia risalga a 5.000-6.000 anni fa,
momento in cui i primi gruppi di persone provenienti dall’entroterra cinese
attraversarono il Taiwan giungendo infine nell’arcipelago indonesiano. Questa
teoria, definita in inglese Out of Taiwan, fu proposta negli anni ’70
dall’antropologo americano Peter Bellwood il quale fonda le proprie ipotesi
sulla diffusione delle lingue Austronesiane, la cui famiglia è composta da oltre
1200 idiomi, attualmente parlate nella maggior parte delle isole dall’Oceano
Indiano al Pacifico, ossia praticamente dall’Africa (Madagascar) alla Nuova
Zelanda al Perù (Isola di Pasqua), con al centro la Malesia, buona parte
dell’arcipelago Indonesiano, le Filippine ed il Taiwan.
Se da un lato la presenza di fossili riconducibili all’Homo Erectus, la
prima specie che emigrò dall’Africa e raggiunse l’Indonesia circa 1,7 milioni di
anni orsono, fu considerata dagli studiosi molto importante per meglio
comprendere le differenti tappe migratorie del genere Homo, dall’altro il
30
recupero di alcuni fossili appartenenti all’Homo Sapiens, specie a cui noi
apparteniamo e che secondo le più recenti analisi dell’mtDNA (DNA
mitocondriale) condotte su alcuni campioni ossei comparve per la prima volta
in Africa circa 150.000-200.000 anni fa, stabilì definitivamente come
l’arcipelago indonesiano fu popolato intorno ai 50.000 anni.
Le nuove scoperte e la possibilità di applicare la scienza genetica
all’archeologia aprivano le porte a nuove ipotesi circa la prima migrazione
dell’uomo moderno (Homo Sapiens) nell’attuale arcipelago indonesiano ed in
questo senso, al fine della nostra indagine, è di fondamentale importanza
esaminare la teoria, definita in inglese Out of Sundaland (Teoria di
Sundaland), proposta sul finire degli anni ’90 da Stephen Oppenheimer.

La Prima Civiltà?
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

Sebbene la storia di Nusantura, termine con il quale i locali identificano


l’arcipelago indonesiano, sia in parte ancora ignota, Oppenheimer, professore
di pediatria tropicale nelle Università di Oxford e di Hong Kong, nel 1998
pubblicò un volume intitolato Eden in the East (L’Eden a Oriente) nel quale
cercava di indagare i rapporti culturali tra l’emisfero occidentale ed orientale
del globo, quest’ultimo considerato da sempre culturalmente arretrato.
Coadiuvato nel suo lavoro da antropologi, genetisti e linguisti, Oppenheimer
confrontò le analisi genetiche effettuate su un campione di abitanti
dell’arcipelago con quelle ottenute dai fossili di Homo Sapiens recuperati in
Indonesia e datati dagli studiosi a circa 50.000 anni fa. I risultati parlavano
chiaro: l’Homo Sapiens era il progenitore degli attuali indonesiani. Questi dati
erano in completo disaccordo con quanto avanzato da Belwood secondo cui il
popolamento del sud-est asiatico avvenne in seguito alla migrazione di genti
provenienti dai territori dell’Asia peninsulare intorno a 5.000-6.000 anni fa. In
realtà questi territori furono popolati molti millenni prima di quanto fosse
immaginabile!
Inoltre, secondo Oppenheimer, proprio nel sud-est asiatico si può
individuare il ceppo d’origine delle lingue austro-indonesiane, comprendenti
oltre 1200 idiomi, che a partire dal 7.000-5.000 a.C. i nostri progenitori
estesero nell’area compresa tra Madagascar, Isola di Pasqua, Nuova Zelanda e
Taiwan. Parimenti, intorno ai 14.000-10.000 anni fa, comparve l’agricoltura,
quindi molti millenni prima di quanto documentato in Taiwan ove le prime
forme di coltivazioni si collocano intorno al 8.000 - 6.000 a.C., e le
competenze necessarie alla costruzione di imbarcazioni adatte a navigare in
mare aperto, quanto mai indispensabili per una popolazione residente in un

31
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016
territorio circondato dall’acqua.
D’altra parte all’incirca 22.000 anni fa, quando i ghiacci erano alla loro
massima estensione, la penisola di Sundaland poteva definirsi un vero e
proprio paradiso terrestre, o per usare le parole di Oppenheimer un Eden,
poiché vi erano grandi vallate e pianure attraversate e rese fertili da
imponenti corsi fluviali le cui sorgenti erano localizzate nelle vicine montagne
di Giava a sud e del Borneo a nord. Parimenti l’area godeva di un clima
temperato in quanto la temperatura si aggirava intorno ai 25°C, contro i 33°C
odierni, e favorendo in tal modo la fioritura della flora e della fauna, in
particolare nelle aree di pianura oggi sommerse e che sono lo stretto di
Karimata ed il mare di Giava.
Insomma, sebbene negli scritti di Oppenheimer non vi siano mai
espliciti riferimenti ai mitici continenti scomparsi di Lemuria e Atlantide, lo
studioso sostiene come l’optimum ambientale e climatico della penisola di
Sundaland favorì lo sviluppo di una prosperosa civiltà precedentemente il
10.000 a.C., momento in cui buona parte delle terre prima emerse si erano
inabissate in seguito all’innalzamento del livello del mare plasmando
l’arcipelago che ancora oggi contraddistingue quest’area.
Al pari di altre civiltà quali Sumeri, Assiri ed Egizi, anche a Sundaland vi
era una società organizzata in contadini, il cui compito era procurare le
32
risorse alimentari alla comunità e figure specializzate quali artigiani,
commercianti, sacerdoti, funzionari ed architetti, questi ultimi con le
conoscenze tecnologiche necessarie ad erigere imponenti strutture
megalitiche che nulla avevano da invidiare alle monumentali piramidi egizie.
Per molti anni le teorie di Oppenheimer furono osteggiate dal mondo
accademico poiché non vi erano le prove archeologiche necessarie a
confermare la tesi che peraltro lo studioso difese con ogni forza. E i fatti più
recenti sembrano dargli ragione poiché i dati archeologici che stanno
gradualmente emergendo dall’oblio obbligheranno gli studiosi a riscrivere la
storia sull’origine della civiltà.

Un sito megalitico antico di 22.000 anni!!


Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

Localizzato nella parte ovest di Giava, a circa 80 chilometri dalla capitale


Giacarta, il sito fu riscoperto nel 1914 e registrato, senza peraltro degnarlo di
molta importanza storica, dal Dipartimento per le Antichità dell’Ufficio
Coloniale d’Olanda in una relazione riguardante le antichità dell’area. Da quel
momento fu apparentemente dimenticato di nuovo sino al 1979 quando tre
contadini riscoprirono le antiche vestigia che da quel momento divennero un
importante sito turistico e meta di pellegrinaggio.
Il complesso megalitico di Gunung Padang si trova sulla cima del Monte
Padang: costituito da una serie di terrazzamenti artificiali che disegnano un
profilo piramidale, similmente a quanto visibile anche nell’isola micronesiana
di Palau, la cima è raggiungibile dai visitatori più intraprendenti in 20 minuti
circa, il tempo necessario a percorrere i 370 gradini che dal parcheggio
conducono alla sommità del monte. Sebbene lo sforzo fisico sia notevole, una
volta giunti in cima il visitatore si trova di fronte allo spettacolo suggerito da
quanto ancora rimane dell’antico complesso megalitico.
Attualmente il complesso di Gunung Padang occupa circa 6.000 mq ed è
costituito da cinque livelli o terrazze ascendenti da nord-ovest a sud-est
disegnanti una sorta di piramide a gradoni definita in indonesiano punden
berundak. Nel settore sud della terrazza I, ad un’altezza di circa 8-10 metri, si
trova la terrazza II a sud della quale si sono sviluppate gradatamente, ovvero
con un dislivello di pochi metri le une dalle altre, le terrazze III, IV e V. Le
terrazza sono connesse le une con le altre da rampe di scale localizzate
centralmente e costruite utilizzando i blocchi monolitici (Immagine 3).
La superficie di ogni terrazza è occupata da decine di blocchi monolitici di

33
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016
basalto plasmati in colonne poligonali di cinque, sei o otto lati in seguito ai
numerosi processi geologici subiti nel corso dei millenni. Le colonne sono
disposte verticalmente ed orizzontalmente e presentano dimensioni comprese
tra 0,3×0,3×1,5 metri, in alcuni casi le colonne presentano una lunghezza
sino a 2 metri, ed un peso variabile tra i 90 e i 600 Kg.
Sebbene ad un primo impatto la disposizione delle colonne basaltiche
possa indurre l’osservatore ad interpretarle quale un semplice mucchio di
pietre senza alcun senso, ad un attento esame emerge chiaramente come in
molti casi la disposizione delinei le fondamenta, i pavimenti ed i perimetrali
delle strutture dalle differenti dimensioni, forse abitazioni e/o luoghi di culto,
e delle terrazze. Inoltre le colonne sono state utilizzate per la costruzione
delle rampe di collegamento e dei muri di contenimento delle terrazze, questi
ultimi realizzati molto abilmente poiché le pietre sono ben allineate a
costituire singoli filari ottimamente definiti. Tra i blocchi lapidei delle murature
sono state individuate alcune tracce di legante, una sorta di cemento, e nei
filari più bassi tracce di sabbia deliberatamente incorporata dagli architetti
preistorici, forse al fine di rendere più flessibile la struttura ed alleggerire la
tensione causata dai frequenti terremoti che colpiscono quest’area ed
impedendo il crollo delle murature.
I dati esposti sinora possono tuttavia lasciare più di un dubbio circa la
possibilità che quanto emerso a Gunung Padang sia opera dell’uomo e non
della natura. Dubbi che per molti anni impedirono lo svolgimento di ricerche
approfondite ma che recentemente sono stati definitivamente sciolti da
Robert Schoch, geologo dell’Università di Boston.
34
In seguito ad un approfondito studio in situ Schoch sottolinea come il
Monte Padang sia un vulcano dormiente e pertanto la montagna è composta
da rocce laviche di andesite ignea formatasi decine di milioni di anni fa.
Quando la lava si raffreddò creò delle strutture a forma di colonne
strettamente impilate insieme e di forma rozzamente poligonale. Un punto
chiave è che queste colonne naturali si formano verticalmente e in tale
posizione rimangono se non vi è l’intervento umano che le rimaneggia. In
questo le parole del geologo statunitense non lasciano più dubbi sull’attività
umana presente nel sito:
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

«A Gunung Padang le colonne sono state accuratamente separate l’una


dall’altre per realizzare il complesso megalitico e quindi è molto
significativo e, secondo la mia opinione, definitivamente dimostrativo che
questa è una struttura realmente artificiale poiché nessuna delle colonne è
stata rinvenuta nella sua posizione originale [verticale]».

Tuttavia le centinaia di colonne basaltiche presenti nel sito hanno spinto


gli studiosi a chiedersi da dove provenissero. In questo senso vi sono due
scuole di pensiero: secondo Schoch si formarono in situ e furono dapprima
disassemblate e poi riassemblate nella posizione scelta per la costruzione
degli edifici, mentre per Frank Joseph, stimato ricercatore statunitense,
l’enorme quantità di monoliti richiese un approvvigionamento da una fonte
esterna, una cava distante, che però al momento risulta sconosciuta agli
studiosi.
35
Preso atto come il sito di Gunung Padang sia il risultato di uno o più
interventi umani, diventa a questo punto di fondamentale importanza
conoscere la cronologia del sito. In questo senso fino a pochi anni or sono la
cronologia ufficiale, derivante dalla analisi al radiocarbonio effettuate sui
materiali ritrovati in superficie, era compresa tra il 1.000-500 a.C. Quindi per
gli studiosi era quindi evidente come il complesso megalitico fosse piuttosto
recente e non presentasse nulla di anomalo.

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


Ma non tutti erano in accordo con la visione tradizione ed in particolare
il Dr. Hilman Natawidjaja che nel 2012, coadiuvato da alcuni colleghi,
condusse delle indagini geognostiche (radar per il terreno) e dei carotaggi
(trivellazioni) al fine di individuare i diversi strati e prelevare alcuni campioni
di materiale da sottoporre all’analisi al radiocarbonio. Basandosi sui dati
geognostici - ovvero l’individuazione di colonne basaltiche disposte a creare
strutture artificiali - e archeologici l’attività umana a Gunung Padang sembra
evidente sino ad una profondità di circa 10-15 metri dove le indagini condotte
dal Dr. Hilman Natawidjaia hanno individuato alcune strutture artificiali, quali

36
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

grandi e piccole camere, scale, muri ed ingressi forse riconducibili ad


abitazioni e luoghi di culto o spazi sacri, e convinto lo studioso ad ipotizzare
l’esistenza di più livelli costruttivi cronologicamente distinti.
Ancora più straordinaria e stupefacente è la datazione scaturita
dall’analisi al radiocarbonio effettuata sui materiali recuperati dai carotaggi: il
sito presentava una cronologia compresa tra il 1.000-500 a.C. dello strato
superficiale (strato 1) ed il 20.000 a.C. nei carotaggi oltre gli 11 metri (strato
5), quindi nel pieno dell’ultima Era glaciale quando i ghiacci erano alla loro
massima estensione. In particolare i dati attualmente disponibili e oggetti di
ulteriori analisi effettuate nei laboratori statunitensi hanno stabilito con
certezza come le più antiche tracce di attività umana risalgano al 14.700 a.C.
(strato 4). Lo strato 3, quello intermedio, è stato datato al periodo compreso
tra il 10.000-9.500 a.C., momento in cui ebbero luogo importanti
sconvolgimenti climatici.
A questo punto è necessario domandarsi quale fosse la funzione svolta
dal sito in un’epoca così remota ed in questa direzione è necessario
sottolineare come i dati archeologici siano del tutto insufficienti per poter
formulare qualsiasi ipotesi. Questa condizione di estremo disagio ci obbliga a
percorrere altre strade e nello specifico può tornare utile comprendere le
origini etimologiche del nome del sito, Gunung Padang.
Il termine gunung nel linguaggio sondanese della provincia occidentale di
Giava si traduce con “monte” mentre padang con “luminoso”: il monte Padang
37
per i locali è quindi il Monte dell’Illuminazione. Inoltre la zona di Gunung
Padang, ancora oggi meta di turisti e pellegrini, è comunemente chiamata dai
nativi Sundapura, o talvolta Santuario del Sole, mentre la collina ove si
trovano le rovine è tradizionalmente chiamata Parahyang Padang: “Dove
dimorano gli antenati del Sole” o “Luogo degli antenati del Sole.
Evidentemente la sacralità del sito è sempre stata un elemento di
fondamentale importanza e pertanto, sulla base delle considerazioni prima
esposte, non mi sembra azzardato suggerire come sulla cima del monte
Padang gli architetti preistorici costruirono un complesso religioso ove i
sacerdoti-astronomi, forse riuniti in una comunità, erano dediti a qualche
forma di culto del Sole ed all’osservazione del cielo. Oltre a garantire una
visione completa della volta celeste e del movimento degli astri, la posizione
sopraelevata del sito rivela anche l’intenzione dei costruttori di edificare un

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


centro cultuale completamente isolata ove l’ascetismo (stile di vita orientato
all’isolamento e alla contemplazione) fosse l’elemento dominante.
È quindi più che plausibile come lo scatenarsi di uno o più di questi
fenomeni possa aver portato non soltanto alla distruzione di una o più città
ma addirittura alla scomparsa di un’intera civiltà, l’antica ed avanzata cultura
che costruì il misterioso sito di Gunung Padang.

38
LA TEORIA DELLA RELATIVITA’
E LE ONDE GRAVITAZIONALI
di Giuseppe Badalucco

Nella fisica moderna, che trae le sue origini dagli studi di Copernico, Galileo,
Keplero e Newton, la teoria della relatività illustra le trasformazioni
matematiche che devono essere apportate alla descrizione dei fenomeni fisici
nel passaggio tra due sistemi di riferimento che sono in moto relativo tra di
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

essi. Già nell’antichità Aristotele aveva enunciato importanti principi relativi al


moto dei corpi ma soltanto in epoca moderna Galileo riuscì ad enunciare in
modo corretto i principi del moto dei corpi e il principio di inerzia che fu poi
formalizzato da Newton nei suoi studi.

I PRINCIPI DELLA DINAMICA E LA RELATIVITA’ GALILEIANA

Galileo introdusse il primo principio della dinamica che viene così definito:

- PRIMO PRINCIPIO DELLA DINAMICA O PRINCIPIO DI INERZIA

Un corpo mantiene il suo stato di quiete o moto rettilineo uniforme


finché una forza non agisce su di esso

Secondo questo principio se un corpo è in stato di quiete la somma vettoriale


delle forze che agiscono su di esso è nulla mentre se il valore della forza
agente sul corpo è nullo allora l’oggetto mantiene il suo moto rettilineo
uniforme.

Newton introdusse un altro importante principio della dinamica così definito:

- SECONDO PRINCIPIO DELLA DINAMICA O DI PROPORZIONALITA’ DI


NEWTON

L’accelerazione di un corpo è direttamente proporzionale e nella


stessa direzione della forza (netta) che agisce su di esso mentre è
inversamente proporzionale alla sua massa

Se indichiamo con F la forza che agisce su un corpo, con m la sua massa


(intesa come grandezza fisica cioè proprietà della materia che determina il
comportamento degli oggetti quando sono sottoposti a forze esterne) e con a

39
la sua accelerazione, allora risulta che

F = ma

infatti sia la forza che l’accelerazione sono dei vettori, per cui la forza netta
agente sul corpo sarà la risultante della somma delle forze che operano su di
esso, quindi l’accelerazione causata dalle forze genererà una variazione del
vettore velocità nel tempo. Ovviamente Newton ci ha insegnato che
l’accelerazione di un corpo è inversamente proporzionale alla sua massa
poiché risulta che

a = F/m

mentre se la massa inerziale non si mantiene costante allora viene introdotto


il concetto di quantità di moto, generalizzando il principio in questione. Per cui

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


diremo che un punto materiale a cui sia applicata una forza, varia la quantità
di moto in misura proporzionale alla forza e nella stessa direzione. Da ciò si
deduce che calcolando il tasso di variazione della quantità di moto si ottiene
(la derivata non è altro che il limite del rapporto incrementale della funzione
che esprime la quantità di moto)

F = d (mv)/dt

Da cui si ottiene che

F = (dm/dt) v + m (dv/dt)

Ma poiché ovviamente risulta che l’accelerazione è la variazione della velocità


al variare del tempo

a=dv/dt

allora risulta che

F = (dm/dt) v + ma

In un sistema chiuso risulta che la massa inerziale è costante per cui risulta
che

dm/dt = 0

per cui si ricava

F = 0 v + ma

da cui si ottiene

F = ma
40
LA RELATIVITA’ GALILEIANA

Galileo fu il primo ad enunciare il principio di relatività nel suo scritto “Dialogo


sopra i due massimi sistemi” del 1632. Il principio di relatività galileiana
sostiene che le leggi della meccanica si presentano sempre nella stessa forma
in qualunque sistema di riferimento inerziale; un esempio che fu adottato dal
grande scienziato italiano fu quello di una imbarcazione in movimento su un
fiume in direzione opposta rispetto alla corrente, sottoposta ad osservazione
da parte di soggetti che si trovano in punti diversi; uno si trova sulla riva del
canale (O) ed è solidale con la riva, l’altro (O’) è solidale con la corrente. Per
l’osservatore O l’imbarcazione si muove con velocità v contro corrente mentre
la corrente scorre a velocità u (fig. 1); per l’osservatore O’ l’imbarcazione si
muove con velocità v0’. Galileo mise a punto una trasformazione che permise
di risolvere in termini matematici la comprensione del moto relativo per
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

sistemi di riferimento diversi e una delle conseguenze più importanti fu la


composizione della velocità. Secondo la trasformazione galileiana risulta che

v1(t) = v2(t) + v1-2(t)

dove v1(t) corrisponde a v (velocità della barca rispetto all’acqua del canale
per O), v2(t) corrisponde a v0’ (velocità della barca per O’) e v1-2(t)
corrisponde a u (velocità della corrente del fiume in direzione opposta al moto
della barca) per cui l’espressione precedente diventa

v = v0’ + u

da ciò si deduce che per l’osservatore O (situato sulla riva del canale) la
velocità v della barca e della corrente si
compongono sommandosi quando la
barca va nella stessa direzione della
corrente del fiume e sottraendosi quando
la barca va in direzione opposta. La
conseguenza di queste importanti
scoperte realizzate da Galileo è che ogni
moto può essere descritto solo rispetto
ad un osservatore che si ritenga “fermo”
in quanto solidale con il sistema di
riferimento impiegato per la
misurazione, cioè le leggi fisiche sono
invarianti per osservatori in moto
r e l a t i vo u n i f o r m e ( u n s i s t e m a d i
riferimento inerziale è in stato di quiete)

41
La peculiarità della teoria della relatività galileiana è che osservatori distanti
tra di loro possono attribuire al fenomeno osservato un tempo comune e
possono verificare se determinati eventi si verifichino contemporaneamente
per essi; ciò potrebbe avvenire attraverso la sincronizzazione degli orologi e
l’invio di un segnale tra gli osservatori, anche se la velocità del segnale stesso
fosse finita. Tuttavia lo stesso Galileo si rese conto che le difficoltà maggiori
nel completare e approfondire le proprie scoperte fossero legate alla variabile
temporale; infatti Galileo tentò di misurare la velocità della luce con un
esperimento a distanza (30 km) ma ne dedusse soltanto che la velocità della
luce fosse estremamente elevata per cui la propagazione era istantanea,
lasciando comunque irrisolto il problema della sua misurazione. Nei decenni
successivi vi furono importanti tentativi di misurazione della velocità della

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


luce che via via divennero sempre più precisi mentre, nel frattempo, Isaac
Newton, nel 1687, pubblicò nel suo trattato Philosophiae Naturalis Principia
Mathematica la legge della gravitazione universale secondo cui la forza di
attrazione tra punti materiali (presenti nell’Universo) è direttamente
proporzionale al prodotto delle masse e inversamente proporzionale al
quadrato della distanza

LO SVILUPPO DEGLI STUDi SU ELETTRICITA’ ED


ELETTROMAGNETISMO

Nel periodo in cui Galileo conduceva i propri esperimenti e studi sul moto dei
corpi (primi decenni del ‘600), gettando le basi della fisica moderna, gli studi
sui fenomeni elettrici muovevano ancora i primi passi. Già nell’antichità
diversi studiosi (Talete nel 600 a.C., successivamente Platone, Teofrasto di
Ereso e altri) ebbero modo di illustrare in modo puramente descrittivo le
caratteristiche di alcuni materiali come l’ambra che, se venivano strofinati,
attiravano piccoli oggetti come capelli o altri materiali. Solo in epoca
moderna, a partire dal ‘500, gli studiosi riuscirono a descrivere i fenomeni
elettrici fornendo i fondamenti dello studio dell’elettricità e
dell’elettromagnetismo; tra i primi scienziati a distinguere le caratteristiche
della forza elettrica da quella magnetica vi fu Girolamo Cardano nel 1550 in
un suo scritto dell’epoca, mentre successivamente lo studioso inglese William
Gilbert dimostrò che le caratteristiche che si potevano potenzialmente
attribuire all’ambra erano presenti anche in altri materiali come lo zolfo, il
vetro e alcune pietre. Nel 1629 gli studiosi Niccolò Cabeo e Francis Hauksbee
furono i primi a descrivere in modo compiuto il fenomeno di attrazione e
repulsione elettrico mentre successivamente (1675) Robert Boyle, che studiò

42
le proprietà dei gas, ipotizzò che i fenomeni elettrici potevano verificarsi
anche nel vuoto. All’inizio del ‘700 vi fu una svolta ulteriore che portò agli
studi dell’epoca moderna; nel 1729 Stephan Gray studiò e introdusse la
conducibilità elettrica mentre nel 1745 William Watson dimostrò che
l’elettricità poteva trasmettersi anche su distanze elevate in modo istantaneo.
In questo periodo cominciò ad interessarsi agli esperimenti sull’elettricità
anche lo studioso americano Benjamin Franklin che dimostrò la relazione
esistente tra i fulmini e l’elettricità e fornì importanti prove sull’elettricità
negativa e positiva, ipotizzando che l’elettricità fosse costituita da un unico
fluido elettrico composto da particelle che si respingevano tra loro mentre
erano attratte dalle particelle di materia. In questo modo se il fluido elettrico
era in eccesso si generava una energia positiva mentre se il fluido era in
difetto si generava un’energia negativa. Nel 1766 lo studioso britannico
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

Joseph Priestley ipotizzò che la forza di attrazione tra due corpi fosse
inversamente proporzionale al quadrato della distanza e che la carica elettrica
si distribuisse uniformemente lungo una superficie sferica. Nello stesso
periodo, tra il 1785 e il 1791, Charles Augustin de Coulomb riuscì a
dimostrare l’ipotesi annunciata qualche anno prima da Priestley e riuscì a
misurare la forza di un campo elettrico fornendo la legge che prese il suo
nome

LEGGE DI COULOMB

La legge di Coulomb esprime la forza esercitata da una carica elettrica su un


campo elettrico. Essa quindi esprime la forza che agisce tra corpi
elettricamente carichi ed è espressa dal valore dell’interazione tra due cariche
elettriche puntiformi e ferme nel vuoto; tale forza è data dall’espressione

F = k q1q2 (r1 – r2)/||r1 – r2||3

dove k indica la costante di Coulomb, q1 e q2 sono le due cariche elettriche, r1


e r2 le posizioni delle due cariche. In questa espressione la costante di
Coulomb è data dall’espressione

k= 1/4πε0 = 8.987 551 787 368 176 · 109 N m2 C-2

dove ε0 è la costante dielettrica del vuoto che è data da

ε0 = 8,85418782 · 10-12 C2 m-2 N-1

se indichiamo con d= ||r1 – r2|| la distanza tra le due cariche allora


l’espressione F diventa

F = k q1q2 d/||d||3

43
da cui si ottiene

F = k q1q2 d1/||d||3

F = k q1q2 1/d2

Per cui se consideriamo il modulo (valore assoluto) si ottiene

F = k · |q1| |q2| / d2

Dalla legge di Coulomb si evince quindi che la forza delle cariche elettriche è
direttamente proporzionale al prodotto delle stesse e inversamente
proporzionale al quadrato della distanza; la legge dimostra inoltre che la forza
delle cariche elettriche è repulsiva nel caso in cui le cariche abbiano lo stesso
segno mentre è attrattiva nel caso in cui abbiano segno opposto.

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


Negli anni successivi ulteriori sviluppi si ebbero con Alessandro Volta che
approfondendo gli studi sull’elettricità riuscì a inventare la pila elettrica nel
1799 mentre all’inizio del XIX secolo ebbero inizio gli studi moderni sulle leggi
dell’elettromagnetismo. Nel 1808 John Dalton pubblicò il suo trattato A New
System of chemical philosophy in cui introdusse la prima teoria scientifica
moderna sull’esistenza dell’atomo e in cui propose come modello di
riferimento l’ipotesi per cui l’atomo fosse la più piccola particella che
componeva la materia e che fosse indivisibile. La struttura dell’atomo non era
ancora del tutto conosciuta e gli studiosi continuarono ad approfondirne
l’analisi ampliando successivamente il modello atomico con la scoperta delle
particelle subatomiche (elettroni, protoni, neutroni) solo ai primi del ‘900. Nel
1820 lo studioso danese Hans Christian Oersted, che aveva cominciato ad
interessarsi dei fenomeni dell’elettricità e del magnetismo, realizzò un
importante esperimento e scoprì che avvicinando una bussola ad un cavo
elettrico l’ago della bussola deviava dal polo nord magnetico. Questo
importante esperimento dimostrò innanzitutto che l’elettricità e il magnetismo
erano fenomeni fisici collegati e, in particolare, dimostrò che le correnti
elettriche generano campi magnetici le cui linee di forza sono chiuse intorno
alla corrente elettrica. Gli esperimenti condotti da Oersted ottennero grande
riconoscimento internazionale e spinsero il fisico francese André – Marie
Ampère ad approfondire (tra il 1820 e il 1826) tali studi fornendo
un’importante sistemazione teorica della materia introducendo i principi
matematici fondamentali dell’elettromagnetismo con la legge di Ampère

LEGGE DI AMPERE

∫δs B dr = µ0 Σi Ii

44
dove B indica il campo magnetico nel vuoto, µ0 indica la permeabilità
magnetica nel vuoto, I indica le correnti elettriche. La legge di Ampere
afferma che l’integrale lungo una linea chiusa del campo magnetico (dove
l’operazione di integrale esprime in termini geometrici il calcolo dell’area di
una superficie) è uguale alla somma algebrica delle correnti elettriche
concatenate lungo la linea del campo magnetico moltiplicate per la
permeabilità magnetica del vuoto. Ovviamente la legge di Ampere si applica
anche nel caso in cui il campo magnetico si sviluppi nei materiali. Nel 1826 il
fisico Georg Simon Ohm pubblicò la legge sulla resistenza elettrica

LEGGE DI OHM

R=V/I

dove R indica la resistenza elettrica di un conduttore, V indica la differenza di


Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

potenziale elettrico agli estremi di un conduttore elettrico e I indica l’intensità


di corrente elettrica. La legge di Ohm esprime quindi la resistenza di un
conduttore come il rapporto tra la differenza di potenziale elettrico e
l’intensità di corrente. Gli studi sull’elettromagnetismo hanno dimostrato che
la corrente è un moto di elettroni, guidati da un campo elettrico, che
possiedono quindi una energia cinetica; quando la corrente attraversa un
resistore l’energia posseduta dalle cariche viene parzialmente ceduta (effetto
Joule) al materiale e la potenza ceduta è data da

P=V·I

ma essendo V = R· I risulta

P = R·I·I

cioè

P = R · I2

La potenza ceduta è proporzionale al quadrato dell’intensità di corrente e


provoca il riscaldamento del conduttore.

Nel 1831 il fisico britannico Michael Faraday introdusse la legge dell’induzione


elettromagnetica, fenomeno che si verifica quando il flusso di un campo
magnetico su una superficie delimitata da un campo elettrico varia nel tempo,
dimostrando che in un circuito elettrico si genera una forza elettromotrice
indotta che si oppone alla variazione temporale del flusso del campo
magnetico; cioè un campo magnetico variabile nel tempo produce un campo
elettrico. In questo stesso periodo (tra il 1831 e il 1833) il grande matematico
tedesco Carl Friedrich Gauss, collaborando con il fisico Weber, elaborò una
45
nuova legge del campo elettrico che fu definita come teorema del flusso;
secondo questo teorema i campi vettoriali radiali, che dipendono dal reciproco
del quadrato della distanza dall’origine, presentano il proprio flusso attraverso
una qualunque superficie chiusa qualunque sia la posizione interna delle
cariche che lo generano. Le conseguenze generate dalla scoperta di Gauss e
Weber ebbero effetti notevoli nello sviluppo della fisica poiché il teorema del
flusso si applica ai campi gravitazionali ed elettrici. Gli sviluppi successivi
portarono il fisico scozzese James Clerk Maxwell a elaborare, tra il 1864 e il
1873, la teoria dell’elettromagnetismo che rappresentò il più grande balzo in
avanti della fisica nel XIX secolo, raggruppando in un unico sistema tutte le
equazioni precedentemente introdotte dai suoi colleghi negli anni precedenti

LA TEORIA DELL’ELETTROMAGNETISMO DI MAXWELL

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


La teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell dimostra, per mezzo di un
sistema di quattro equazioni differenziali alle derivate parziali lineari, che
l’elettricità, il magnetismo e la luce derivano dallo stesso fenomeno, che è il
campo elettromagnetico. Nel 1864 Maxwell pubblicò il suo studio “A
dynamical theory of the electromagnetic field” in cui dimostrò che il campo
elettrico e il campo magnetico si propagano nello spazio sotto forma di onde
alla velocità della luce e ipotizzò quindi che la proprietà ondulatoria della luce
fosse la causa dei fenomeni elettromagnetici; nella sua teoria
elettromagnetica Maxwell mantenne l’ipotesi, successivamente scartata, che
la luce viaggiasse attraverso un mezzo di propagazione non quantificabile che
fu definito etere luminifero ma la teoria elettromagnetica rimase
universalmente valida anche con le successive scoperte. Il sistema di
equazioni di Maxwell è fornito dalle seguenti espressioni algebriche:

in cui la prima è la legge di Gauss (elettrica), la seconda è la legge di Faraday

46
sull’induzione elettromagnetica, la terza è la legge di Gauss (magnetica) e la
quarta la legge di Ampère – Maxwell; in queste quattro equazioni risulta che:

- S è una superficie chiusa

- δS è il suo contorno (cioè la curva data da una sezione di S)

- V è un volume

- δV la superficie che delimita il volume

- gli integrali su S e δV indicano il flusso delle grandezze integrate

- l’integrale di linea su δS indica una circuitazione (del campo vettoriale)


Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

- l’integrale su δV indica un integrale di volume

- E esprime il campo elettrico nel vuoto

- D = ε0E + P è il campo elettrico nei materiali (dove ε0 indica la permittività


elettrica e P la polarizzazione elettrica)

- B è il campo magnetico percepito in un punto

- H = µ0 – M indica il campo magnetico introdotto nei materiali (dove µ0


indica la permeabilità magnetica del vuoto e M la polarizzazione magnetica)

- J = ρv è il vettore di densità di corrente elettrica (dove ρ indica la densità di


carica elettrica e v indica la velocità di deriva)

Il sistema di equazioni di Maxwell quindi descrive in che modo il campo


elettrico e il campo magnetico interagiscono fra di essi e inoltre spiega
l’evoluzione dinamica dei campi elettromagnetici partendo da una
distribuzione iniziale delle cariche. In particolare l’introduzione dell’ultima
equazione permise a Maxwell di descrivere i campi elettrici e magnetici come
la diversa manifestazione di un unico campo chiamato elettromagnetico. E’
importante precisare che proprio Maxwell ammise che le equazioni
dell’elettromagnetismo ammettevano eventuali soluzioni ondulatorie e questa
ipotesi aprì la strada alle successive scoperte, che chiarirono anche la natura
della luce (di cui si discuteva l’origine ondulatoria o corpuscolare). Nel 1888,
infatti, il fisico tedesco Heinrich Rudolph Hertz dimostrò con l’ausilio di un suo
esperimento, l’esistenza delle onde elettromagnetiche che erano state
previste da Maxwell e questa importante scoperta permise di chiarire che le
onde elettromagnetiche possono essere considerate come una radiazione

47
elettromagnetica, cioè una energia elettromagnetica che genera la
propagazione di un’onda in un campo elettromagnetico. Secondo i risultati a
cui giunsero gli studiosi in questo periodo, le onde elettromagnetiche possono
essere descritte sia come fenomeno ondulatorio, sia come fenomeno
corpuscolare:

- le onde elettromagnetiche come fenomeno ondulatorio possono essere


osservate come un’onda in un campo elettrico e in un campo magnetico e
vengono descritte come la soluzione delle equazioni di Maxwell

- la natura corpuscolare della radiazione elettromagnetica, invece, si ha


quando il fenomeno viene descritto come un flusso di particelle subatomiche,
i fotoni, che viaggiano alla velocità della luce nel vuoto

L’equazione che descrive la propagazione di un’onda elettromagnetica è data

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


dalle due equazioni delle onde per il campo elettrico e magnetico del tipo

!2E – εµ δ2E/δ2t = 0

!2B – εµ δ2B/δ2t = 0

dove il simbolo !2 indica l’operatore differenziale laplaciano (inteso come


somma delle derivate seconde non miste rispetto alle coordinate e può essere
applicato sia a campi scalari che vettoriali) mentre B ed E indicano il campo
magnetico ed elettrico, ε la permittività elettrica e µ la permeabilità
magnetica del vuoto.

Il problema fondamentale che a questo punto gli studiosi si trovarono ad


affrontare era quello di conciliare le scoperte sull’elettromagnetismo con la
relatività galileiana, poiché le equazioni di Maxwell avevano forme diverse a
seconda del sistema di riferimento inerziale prescelto. Per cercare di fornire
una risposta definitiva in merito a queste importanti questioni (tra cui l’origine
della luce) furono compiuti importanti esperimenti nello stesso periodo in cui
Hertz introduceva la teoria delle onde elettromagnetiche (1887 – 1888). Nel
1887 i fisici statunitensi Michelson e Morley realizzarono un esperimento per
dimostrare l’esistenza o meno dell’etere, che nei secoli precedenti era stato
considerato come un invisibile sostanza che permeava lo spazio e l’Universo.
Ogni corpo che si muoveva nello spazio avrebbe quindi dovuto incontrare un
vento d’etere in direzione opposta e la luce stessa era considerata come
un’onda che si muoveva nello spazio trascinata dall’etere. Michelson e Morley,
con l’ausilio di un interferometro, cercarono di misurare la velocità di
propagazione della luce in diverse direzioni allo scopo di verificare l’esistenza
di una interferenza provocata dal vento d’etere. L’interferometro permetteva

48
di suddividere un fascio di luce in più fasci che viaggiavano seguendo due
percorsi perpendicolari che poi si riunivano in modo da convergere su uno
schermo. In tal modo se vi fosse stata una figura d’interferenza questa
sarebbe stata registrata sullo schermo attraverso lo scorrimento delle frange
d’interferenza al ruotare dell’apparato rispetto al vento d’etere. Per eliminare
effetti negativi provocati da vibrazioni la lastra fu appoggiata su mercurio
liquido e i risultati furono sorprendenti, dimostrando che non vi era alcuna
interferenza registrabile e la velocità c della luce fu misurata in circa 300 000
km/s; le conseguenze di questo esperimento furono molto importanti poiché
ipotizzando che la terra non sia ferma rispetto al presunto Etere, tale
situazione comportava il superamento della legge di composizione galileiana
relativa alle velocità e in particolare, nel caso della luce, questa non era
trasportata da nessun mezzo invisibile ma presentava la stessa velocità in
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

qualunque direzione dello spazio. Negli ultimi anni dell’800 il fisico olandese
Hendrik Lorentz compì importanti studi sull’elettromagnetismo ottenendo
importanti risultati attraverso la pubblicazioni delle trasformazioni che da lui
prendono nome; le trasformazioni di Lorentz sono delle trasformazioni delle
coordinate tra due sistemi di riferimento inerziale che permettono di
comprendere come varia la misura dello spazio e del tempo percorso da un
oggetto che presenta un moto rettilineo uniforme rispetto ad un osservatore.
In tal modo se le coordinate di un sistema di riferimento inerziale sono
S(t,x,y,z) da queste si ricavano le coordinate S(t’,x’,y’,z’) di un analogo
sistema di riferimento che si muove di moto uniforme rispetto al primo. Le
leggi di trasformazione di Lorentz dimostrano che l’intervallo

ds2 = c2dt2 – dx2 – dy2 – dz2

rimane invariato per una trasformazione di Lorentz; la traslazione può


avvenire in direzione x, in direzione y o in direzione z o in una direzione
generica ed è importante ricordare che tali trasformazioni possono essere
viste come una rotazione iperbolica delle coordinate nello spaziotempo di
Minkowski. Quando Lorentz introdusse le sue trasformazioni per i sistemi di
riferimento inerziali (versione definitiva 1904) apparve chiaro che le loro
applicazioni nelle leggi dell’elettromagnetismo creavano dei problemi nella
meccanica classica in cui vigevano le leggi galileiane per cui gli studiosi si
trovarono di fronte due tipologie di trasformazioni (quelle galileiane e quelle
di Lorentz) che comportavano la necessità di una coniugazione di tali leggi per
rendere compatibile le leggi dell’elettromagnetismo con la relatività galileiana.
Agli studiosi quindi, verso la fine dell’800, parve chiaro che la relatività
galileiana, che governava le leggi della meccanica classica, si scontrava con le
leggi dell’elettromagnetismo nelle quali non poteva essere applicata, poiché le
49
leggi dell’elettromagnetismo non sono invarianti per trasformazioni Galileiane
mentre lo sono per trasformazioni di Lorentz.

ALBERT EINSTEIN: LA TEORIA DELLA RELATIVITA’ RISTRETTA E


GENERALE

Nel 1905 il giovane fisico Albert Einstein (1879 – 1955) pubblicò sulle riviste
specialistiche un importante articolo dal titolo “Elettrodinamica dei corpi in
movimento” in cui riuscì a coniugare la relatività galileiana con le equazioni
dell’elettromagnetismo. Tale lavoro rappresentò una pietra miliare nello
sviluppo della fisica moderna poiché determinò l’elaborazione della teoria
della relatività ristretta (o speciale) che, insieme alla teoria della relatività
generale, rimase legata per sempre alla figura di Einstein. La meccanica
classica newtoniana e galileiana si fondava essenzialmente, come detto

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


precedentemente, sul concetto di spazio e tempo assoluti, cioè tali da avere
proprietà costanti e determinate indipendentemente dal sistema di
riferimento inerziale e in modo tale che i risultati ottenuti non variassero
qualunque fosse il sistema di riferimento; così pure due eventi simultanei in
un sistema di riferimento devono esserlo anche per un osservatore posto in
un altro sistema. Nella meccanica galileiana inoltre le evidenze sperimentali
che erano state ottenute nei decenni di studi (con l’impossibilità di disporre di
strumenti adeguati per misurarla) facevano supporre che la velocità della luce
fosse infinita, per cui la sua propagazione fosse istantanea in tutto l’universo
(e la luce fosse trascinata dall’Etere). Lo sviluppo successivo della teoria
dell’elettromagnetismo di Maxwell entrò in contrasto con la teoria della
relatività galileiana poiché nelle equazioni dell’elettromagnetismo la velocità
della luce non è infinita (istantanea) ma bensì finita secondo l’espressione

c = 1 / √ε0µ0

dove ε0 indica la permittività elettrica e µ0 indica la permeabilità magnetica


del vuoto. I risultati ottenuti con la teoria elettromagnetica di Maxwell erano
quindi in contrasto con la teoria galileiana poiché secondo la meccanica
classica la velocità misurata da un osservatore in moto deve rispettare la
legge di trasformazione delle velocità di Galileo. Infatti secondo la relatività
galileiana un osservatore fermo rispetto al mezzo in cui si propaga un’onda
elettromagnetica non può misurare la stessa velocità che misura un
osservatore in moto rispetto allo stesso mezzo (esempio della barca fig. 1),
per cui secondo le leggi galileiane in rapporto all’elettromagnetismo due
osservatori avrebbero dovuto usare due equazioni diverse per esprimere gli
stessi fenomeni elettromagnetici.

50
Nel suo articolo del 1905, quindi, Einstein elaborò la nuova teoria della
relatività ristretta (o speciale) nell’intento di aprire una nuova strada alla
fisica teorica coniugando le nuove leggi dell’elettromagnetismo con la fisica
classica galileiana e newtoniana. Einstein fondò la sua nuova teoria su due
postulati desunti dalle evidenze sperimentali conseguite fino a quel momento:

- PRIMO POSTULATO (PRINCIPIO DI RELATIVITA’ PARTICOLARE):

secondo questo postulato tutte le leggi della fisica sono le stesse (quindi
invarianti) in qualunque sistema di riferimento inerziale

- SECONDO POSTULATO (INVARIANZA DELLA VELOCITA’ DELLA LUCE):

secondo questo postulato la velocità della luce, nel vuoto, è costante in tutti i
sistemi di riferimento inerziali indipendentemente dalla velocità
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

dell’osservatore o della sorgente di luce

L’introduzione da parte di Einstein dei due nuovi postulati ebbe come


conseguenza una modifica del concetto di spazio e tempo assoluti (considerati
quindi come entità distinte) e l’introduzione del concetto di spazio-tempo in
cui le due variabili sono legate indissolubilmente. La teoria della relatività di
Einstein divenne così una estensione della meccanica classica, che rientra
come caso particolare all’interno della teoria della relatività (per velocità di
molto inferiori a quella della luce); l’introduzione della teoria relativistica ebbe
effetti importanti anche sul concetto di simultaneità di eventi osservabili.
Ipotizziamo, per esempio, che vi sia un osservatore X che si trova fermo
(sistema di riferimento inerziale) in un luogo equidistante da due fonti di luce
A e B (es. due lampadine), dal momento della loro accensione la luce
raggiungerebbe nello stesso istante l’osservatore X che concluderebbe che
l’evento “accensione” delle lampadine sia stato simultaneo. Tuttavia nel
campo della relatività ristretta se ipotizziamo che vi sia un altro osservatore Y,
in moto relativo rispetto a X, A e B, ad una velocità che si approssima a quella
della luce (o sufficientemente elevata da far considerare attendibili gli effetti
relativistici) l’osservatore Y dovrebbe concludere che l’accensione di A precede
quella di B mentre se il suo moto fosse in direzione opposta B precederebbe
A. Gli effetti paradossali descritti dalla teoria nell’esempio precedente
derivano proprio dal superamento del concetto di spazio e tempo assoluti a
favore dello spazio-tempo relativistico in cui la simultaneità di due eventi è
legata al moto dell’osservatore rispetto agli eventi stessi. Per elaborare la sua
teoria Einstein dovette ricorrere alle trasformazioni di Lorentz, che
permettono di passare da un sistema di riferimento ad un altro in moto
relativo; dall’analisi di Einstein, si ricava che dato

51
vx ≠ 0

vy = 0

vz = 0

dove v indica la velocità, x, y e z indicano le coordinate spaziali allora risulta


che

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


dove x’, y’ e z’ indicano le coordinate trasformate e t il tempo;

- gli effetti delle trasformazioni sono definiti dal termine β definito come β2 =
v2/c2 dove v indica la velocità di un corpo e c la velocità della luce. Il termine
β diventa trascurabile per velocità v non comparabili con quella della luce
(cioè per v tendenzialmente ridotto) dato che se v ≈ 0 allora risulta

β2 = 0/c2 ≈ 0

- viene introdotto il fattore di Lorentz pari a γ = 1 / √1 – β2 dove β = v/c per


cui risulta che

per velocità ridotte e tendente a c, calcolando il limite si ottiene

- per velocità ridotte le trasformazioni di Lorentz si riducono a quelle


galileiane
52
- l’introduzione del concetto di relatività da parte di Einstein comportò una
modifica importante del concetto di spazio e di tempo che si può esprimere
con le seguenti espressioni

CONTRAZIONE DELLE LUNGHEZZE

La lunghezza, che indichiamo con L, di un corpo in moto non è invariante ma


subisce una contrazione nella direzione del moto pari a

L = γ-1 · L0 dato che γ = 1 / √1 – β2 allora si ottiene che

L = (1 / √1 – β2)-1 · L0 da cui si ricava

L = 1/ (1 / √1 – β2)1 · L0 cioè

L = [1/1 · (√1 – β2)/1] · L0 che diventa


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L= (√1 – β2) · L0

dove L indica la lunghezza del corpo in movimento, L0 indica la lunghezza


massima del corpo, per cui la lunghezza del corpo in moto è pari al prodotto
della lunghezza massima (misurata in stato di quiete, definita lunghezza
propria) per il reciproco del fattore di Lorentz.

DILATAZIONE DEL TEMPO

L’intervallo di tempo Δt tra due eventi non è invariante ma subisce una


dilatazione se misurato da un orologio in moto rispetto agli eventi stessi. La
dilatazione del tempo è data dalla formula

Δt = γ Δt0

dove

Δt indica l’intervallo di tempo (la variazione tra un tempo e l’altro)

Δt0 indica l’intervallo di tempo misurato con un orologio “solidale” con gli
eventi, tale intervallo è chiamato tempo proprio

γ = 1 / √1 – β2 è il fattore di Lorentz con β = v/c (velocità del corpo/velocità


della luce)

dato che γ = 1 / √1 – β2 la formula diventa

Δt = (1 / √1 – β2) ·Δt0 da cui si ricava

Δt = Δt0 / √1 – β2

Risolvendo rispetto a γ si ottiene che


53
Δt = γ Δt0 da cui

γ = Δt / Δt0

ma dato che risulta

L = γ-1 L0 allora questa diventa

L = (1/γ) · L0 da cui si ottiene

L = L0 / γ da cui moltiplicando per γ ambo i membri

γL = (L0 / γ) · γ quindi diventa

γL = L0 da cui si ottiene

γL/L = L0/L da cui si ricava

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


γ = L0 / L

ma poiché γ = Δt / Δt0 allora si ottiene

Δt / Δt0 = L0 / L

L’espressione finale ottenuta indica che il rapporto tra l’intervallo temporale


tra i due eventi e il tempo proprio è pari al rapporto tra la lunghezza massima
(lunghezza propria) del corpo (misurata in quiete) e la lunghezza del corpo.

La relazione Δt / Δt0 = L0 / L esprime che

- quando lo spazio si contrae (cioè si riduce), il tempo si dilata e viceversa


quando il tempo si contrae lo spazio si dilata

- per velocità v del corpo che tendono a valori sempre maggiori (verso c, la
velocità della luce) la contrazione dello spazio riduce la lunghezza dei corpi
mentre la dilatazione del tempo tende all’infinito

- il limite massimo di velocità raggiungibile è pari alla velocità c della luce. Da


ciò si deduce che nessun corpo con massa può raggiungere velocità uguali o
superiori a quella della luce (le trasformazioni di Lorentz non sono definite per
v≥c perché i valori sotto radice diventerebbero nulli o negativi)

- le formule precedentemente esposte comportano l’uguaglianza per velocità


v piccole rispetto a c, per cui per piccoli valori di β = v/c gli effetti relativistici
non sono misurabili in accordo con l’osservazione sperimentale classica

- la dilatazione - contrazione del tempo e dello spazio non è assoluta ma


relativa all’osservazione effettuata da un soggetto posto in moto relativo

54
rispetto al sistema di riferimento. Anche se un essere umano, per esempio,
fosse accelerato alla velocità prossima a quella della luce non
sperimenterebbe la contrazione spaziale perché il suo sistema di riferimento e
misurazione sarebbe coinvolto nella contrazione

- le trasformazioni di Lorentz impiegate da Einstein per la formalizzazione del


modello relativistico considerano le tre coordinate spaziali a cui si aggiunge il
tempo, come una quarta coordinata, per cui ogni evento nell’Universo viene
rappresentato in quattro dimensioni (Spaziotempo di Minkowsky) di cui tre
sono le coordinate spaziali e la quarta è quella temporale
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L’EQUAZIONE DELL’ENERGIA NELLA RELATIVITA’ RISTRETTA

Lo studio della meccanica classica newtoniana permette di descrivere


l’equazione dell’energia cinetica con l’espressione

Ec = 1/2mv2

dove l’energia cinetica viene descritta come il semiprodotto della massa per il
quadrato della sua velocità. Nella meccanica classica quindi l’energia cinetica
di un corpo di massa m è data dal lavoro necessario per portare il corpo da
una velocità iniziale nulla ad una velocità finale (determinata) v; per cui
otteniamo l’espressione
55
W = ΔEc = 1/2m · (vf2 – vi2)

Nella meccanica relativistica su cui lavorò Einstein (con v che si approssima


alla velocità c della luce) la massa si mantiene costante ma il lavoro che è
indispensabile per portare un corpo da uno stato di quiete iniziale ad una
velocità v prossima a quella c della luce è dato dall’espressione

W = ΔEc = γmc2 – mc2 = (γ – 1)mc2

Dove γ esprime il fattore di Lorentz dato dall’espressione

γ = 1 / √1 – (v2/c2)

nella meccanica relativistica quindi il lavoro necessario per portare un corpo


da uno stato di quiete ad una velocità che tende a c (velocità della luce) non

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


dipende dal quadrato della velocità ma tende a divergere per v che tende a c
mentre si dimostra che espandendo l’espressione con la serie di Taylor si
ottiene l’espressione

W = 1/2mv2

cioè l’espressione iniziale secondo cui l’energia cinetica è il semiprodotto della


massa per il quadrato della velocità; da ciò si deduce che la relatività di
Einstein generalizza la formula dell’energia cinetica per velocità v elevate che
tendenzialmente si approssimano a c (velocità della luce). Definendo l’energia
quindi come l’espressione

E = γmc2

dove γ = 1 / √1 – (v2/c2)

per cui si ricava che per velocità v che tendono a zero risulta

E = 1 / √1 – (v2/c2)mc2

E = 1 / (√1 – 0)mc2

E = (1 / 1)mc2 quindi si ottiene

E = mc2

che è l’equazione più nota della teoria della relatività di Einstein. Espandendo
in serie di Taylor tale espressione si ottiene

E = γmc2 = 1 / √1 – (v2/c2)mc2

E = (1 + 1/2v2/c2 + 3/8v4/c4 +…..)mc2

56
E = mc2 + 1/2 v2/c2 · mc2 + …..da cui

E = mc2 + 1/2mv2 +…..

In tal modo l’energia (calcolo approssimato al secondo ordine essendo i valori


successivi trascurabili) è data da una componente costante mc2 a cui si
aggiunge l’energia cinetica come espressa nel termine 1/2mv2 indicato
precedentemente (generalizzazione della meccanica newtoniana). La nota
equazione relativistica di Einstein E = mc2 permise di capire che la massa può
essere trasformata in energia e viceversa, cioè che massa ed energia sono
equivalenti.

Nella formula

E = mc2
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

E è l’energia cinetica, espressa in joule (valori espressi in Nm o kg m2/s2)

m è la massa espressa in kg

c è la velocità della luce pari a 299.792,458 km/s per cui c2 è pari


approssimativamente a 9·1016 m2/s2

LA TEORIA DELLA RELATIVITA’ GENERALE

L’introduzione della relatività speciale da parte di Einstein nel 1905 comportò


una prima rivoluzione del pensiero scientifico (a cui si accompagnò quella
della meccanica quantistica) e del concetto di spazio e tempo ma entrò in
contraddizione con la legge di gravitazione universale introdotta da Newton
nel 1687, poiché la legge di gravitazione non è invariante per le
trasformazioni di Lorentz, per cui la legge di Newton non rispetta la teoria
della relatività ristretta. Per risolvere questo importante problema Einstein
introdusse nel 1908 il Principio di Equivalenza che diede un importante
contributo agli sviluppi successivi della teoria della relatività generale.

Secondo il Principio di Equivalenza risulta che

mi = mg

- mi indica la massa inerziale di un corpo, dove la massa inerziale esprime


quanto un corpo si opponga ad una forza

- mg indica la massa gravitazionale di un corpo, dove la massa gravitazionale


esprime la capacità di un corpo-oggetto di attrarne un altro (di massa M)

Poiché secondo gli studi di Newton l’espressione della Forza è data da

57
F = ma dove m = mi cioè

F = mi a

mentre per la legge di gravitazione universale di Newton risulta che

F = G mgM/r2

dove la forza di attrazione gravitazionale tra due corpi è pari al prodotto della
costante gravitazionale G per la massa gravitazionale e la massa del corpo
rapportato al quadrato della distanza tra i due corpi (cioè tale forza è
proporzionale alla massa dei corpi e inversamente proporzionale al quadrato
della distanza)

Dato che

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


a = F/mi allora sostituendo a F la sua espressione e sapendo che mi = mg

a = G mi M/r2mi da cui si ricava

a = GM/r2

per cui l’accelerazione di un corpo dipende da G, M e r che sono valori che


non dipendono dalle proprietà del corpo in caduta.

Negli anni successivi, tra il 1908 e il 1914 Einstein proseguì il suo lavoro fino
a giungere nel 1915 alla pubblicazione della Teoria della Relatività generale,
che fu presentata presso l’Accademia Prussiana delle Scienze, allo scopo di
integrare la Teoria della Relatività speciale e di coniugare la Teoria della
Gravitazione universale con la Relatività. La Teoria della Relatività generale si
fonda sui seguenti principi fondamentali:

- la forza di attrazione gravitazionale (intesa come interazione) tra corpi non


può essere definita come azione a distanza tra i corpi ma può essere definita
come una conseguenza della legge fisica che lega la geometria e la curvatura
dello spazio-tempo con l’energia, la massa e la velocità. Da ciò si deduce che
l’accelerazione non si può distinguere dagli effetti di un campo gravitazionale
(esperimento mentale dell’uomo nella stanza chiusa)

- lo spazio-tempo assoluto Newtoniano viene “sostituito” con lo spaziotempo


di Minkowsky che può essere definito come un R4 (spazio vettoriale) in cui vi
sono quattro coordinate (tre spaziali x,y,z, e una temporale t) in modo che
ogni punto individui un preciso evento spaziotemporale. Lo spaziotempo di
Minkowsky è quindi un modello matematico che presenta un prodotto scalare
lorentziano (con segnatura indicata anche con R1,3) e nella Relatività generale

58
rappresenta una approssimazione locale dello spazio-tempo che è in realtà
distorto dalla massa

- il principio matematico-geometrico su cui si fonda la struttura dello


spaziotempo relativistico (di Minkowsky) trae origine dal concetto di Varietà
Riemanniana, cioè una varietà differenziabile dotata di un tensore metrico
definito positivo. Il tensore metrico (g) è un campo tensoriale che caratterizza
la struttura geometrica di una varietà e grazie ad esso è possibile definire i
concetti già conosciuti nello spazio euclideo (angolo, distanza, lunghezza di
una curva, geodetica, curvatura). In particolare nella Relatività generale lo
spazio attorno ad un punto dello spaziotempo non è indipendente dallo stesso
ma è determinato dalla massa presente nel punto; cioè la massa genera
curvatura dello spazio che è quantificabile con alcuni modelli matematici
(Tensore di Ricci o di Riemann)
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

- lo spaziotempo e la sua curvatura sono descritti tramite equazioni; un punto


in movimento nello spazio segue una linea (apparente) che fornisce la sua
posizione in ogni istante. Se la superficie dello spazio è piatta (cioè non
contiene massa) allora ogni punto si muove lungo una linea retta (linea di
universo), se invece la superficie dello spazio è curva (cioè contiene massa)
allora la linea di universo si comporta come le geometrie non euclidee
(geometria ellittica, iperbolica)

- nella Relatività generale la curvatura si riferisce a tutto lo spaziotempo, per


cui non è “distorto” solo lo spazio ma anche la variabile temporale

Per realizzare l’elaborazione matematico – geometrica della sua teoria


Einstein fece uso di modelli matematici legati al calcolo tensoriale e alle
geometrie non euclidee a cui diedero, nel corso dei secoli e decenni
precedenti, grande impulso matematici dello spessore di Nikolaj Ivanovic
Lobacevskij, Janos Bolyai, Gregorio Ricci Curbastro, Bernhard Riemann, Carl
Friedrich Gauss, Attilio Palatini, Tullio Levi – Civita, Eugenio Beltrami ed altri.

59
EQUAZIONE DI CAMPO NELLA RELATIVITA’ GENERALE

Come detto precedentemente, quindi, l’idea su cui si fonda la Teoria della


Relatività Generale è che la struttura dello Spaziotempo sia determinata dalla
distribuzione di massa – energia dell’Universo. In termini prettamente
matematici la Relatività generale descrive lo Spaziotempo come uno spazio
riemanniano quadrimensionale la cui equazione di campo è data dalla
seguente espressione

Rµν – 1/2 gµνR + Λ gµν = 8πG/c4 Tµν

dove

Rµν indica il tensore di curvatura di Ricci

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


R è la curvatura scalare

gµν è il tensore metrico

Λ (lambda) è la costante cosmologica introdotta da Einstein

Tµν è il tensore energia impulso

c è la velocità della luce

G è la costante di gravitazione universale

Alternativamente, nella formulazione semplificata, si può ricavare l’equazione


di Einstein dall’espressione

in cui posto c = 1 tale per cui Gµν soddisfa l’equazione newtoniana la


precedente espressione diventa

(dove il simbolo tre linee parallele indica la congruenza geometrica). Poiché


risulta che

con opportuni passaggi si ottiene l’espressione

60
Le condizioni qui indicate furono poi compatibili anche con l’aggiunta, da parte
di Einstein, di un termine costante nella definizione del tensore metrico gµν
ottenendo l’equazione

In questa importante equazione il tensore di Ricci e la curvatura scalare


misurano la curvatura dello spaziotempo mentre è importante ricordare che la
costante cosmologica lambda (Λ) venne introdotta da Einstein per garantire
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

l’ipotesi secondo cui l’Universo fosse statico; cioè nell’epoca in cui fu elaborata
la teoria si accettava l’idea che l’Universo fosse statico, per cui occorreva una
costante cosmologica che garantisse una sorta di equilibrio nella sua
struttura. Le osservazioni successivamente formulate da Hubble dimostrarono
che l’Universo è in espansione, per cui la costante cosmologica venne
abbandonata, per poi essere ripresa in epoca più recente. Ovviamente le
soluzioni dell’equazione di campo dipendono dal sistema di riferimento e
possono essere locali o globali; nel caso di soluzioni locali viene considerata
una metrica dello spaziotempo euclidea (Universo piatto) e dipendono dai
parametri momento angolare, massa e carica elettrica. Nel caso in cui la
carica elettrica non sia nulla occorre risolvere anche le equazioni di Maxwell
del campo elettromagnetico. Se non si considera la costante cosmologica
lambda (Λ) e impiegando unità di misura per cui c=1 si ottiene l’equazione

(R’/R)2 + k/R2 = (8πG/3)ρ

dove

R esprime il fattore di scala dell’Universo (se l’Universo è finito ne esprime il


raggio)

R’ esprime la sua velocità di variazione

ρ (lettera rho) indica la densità media dell’Universo

k esprime la curvatura dell’Universo (che può essere positiva, negativa o


nulla)

G indica la costante di gravitazione universale

61
nell’ipotesi in cui la curvatura sia nulla, cioè se risulta k = 0, si ottiene la
densità critica dell’Universo dalla soluzione dell’equazione posto k = 0

R’2/R2 + 0 / R2 = (8πG/3)ρ

R’2/R2 + 0 = (8πG/3)ρ

R’2/R2 = (8πG/3)ρ moltiplicando ambo i membri per R2

R2 (R’2/R2) = [(8πG/3)ρ] R2

R’2 = (8πGR2/3)ρ da cui per ottenere ρ occorre dividere per il termine noto
per cui si ottiene

R’2 / (8πGR2/3) = (8πGR2/3)ρ / (8πGR2/3)

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


ρ = R’2/1 ·3/ 8πGR2 da cui si ricava

ρ = 3R’2 / 8πGR2

la densità dell’Universo è qui calcolata nell’ipotesi semplificata secondo cui la


curvatura dell’Universo sia nulla, cioè tale per cui k = 0 ma inizialmente le
condizioni operative introdotte dai fisici hanno escluso questa ipotesi mentre,
solo a partire dalla fine degli anni 90, le osservazioni effettuate con i satelliti
hanno permesso di considerarla come un’ipotesi valida.

CONSEGUENZE APPLICATIVE DELLA TEORIA DELLA RELATIVITA’


GENERALE

L’applicazione immediata della Teoria della Relatività generale di Einstein fu


realizzata nel 1916 dal fisico Karl Schwarzschild che ottenne la soluzione
dell’equazione di Einstein per il caso di corpi massivi (di massa M) che
mantengono la simmetria sferica come nel caso dello spazio attorno ad un
pianeta o stella statica. In queste condizioni gli elementi della metrica di
Schwarzschild non dipendono da t e si ottiene come risultato l’espressione

dove il parametro M indica la massa all’interno del raggio r

Analizzando l’equazione di campo di Einstein e la metrica di Schwarzschild si


ottengono due particolari singolarità che sono date dai seguenti casi:

PRIMO CASO – BUCHI NERI

62
Se consideriamo un corpo di massa m con velocità radiale v, la condizione per
cui il corpo riesca ad allontanarsi dal campo gravitazionale, partendo dalla
distanza r dal centro, è che la sua velocità sia superiore alla velocità
cosiddetta di fuga espressa da

da cui si ottiene che

Nel caso relativistico si ha che v = c per cui v2 = c2 per cui l’espressione


Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

diventa

da cui si ottiene che

Ma posto G = c = 1 (Unità di Planck) l’espressione precedente diventa

r ≥ 2M

considerando il caso di uguaglianza questa singolarità è espressa, nella


metrica di Schwarzschild, anche nel seguente modo

1 – 2M/r = 0

da cui si ricava che

- 2M/r = - 1 cioè

2M/r = 1 quindi moltiplicando ambo i membri per r

(2M/r) ·r = 1·r da cui si ricava

r = 2M che, considerando il caso di uguaglianza, corrisponde alla precedente

63
avendo posto G = c = 1 (dato che r ≥ 2 · 1 ·M/1)

L’espressione così ottenuta (r = 2M) è il Raggio di Schwarzschild, cioè la


distanza dal centro della stella a cui si forma l’orizzonte degli eventi, cioè la
superficie limite oltre la quale nessun evento può influenzare un osservatore
esterno e quindi l’evento può essere osservato. Se consideriamo una
situazione di questo tipo possiamo ipotizzare cosa può accadere quando la
sorgente del campo gravitazionale è un corpo così denso che la sua superficie
è all’interno della sfera di raggio 2M. Per ottenere una spiegazione del
comportamento dello spaziotempo in queste condizioni impieghiamo la

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


metrica di Eddington – Finkelstein che permette di riscrivere la metrica di
Schwarzschild nel seguente modo

in cui le geodetiche radiali di tipo luce vengono rappresentate da rette


inclinate di 45° nel diagramma dello spaziotempo. Considerando per
semplicità una geodetica radiale per cui risulta che dθ = dΦ= 0 l’espressione
precedente annulla i termini che contengono i precedenti e si riduce a

Per una particella massiva che si muove lungo la geodetica deve risultare
ds2>0 mentre per i punti che si muovono all’interno dell’orizzonte degli eventi
risulta che dv2<0. Ma poiché si considera il moto dal “passato” verso il
“futuro” deve risultare dv>0 (poiché v è stato definito come v≡t+r* cioè
congruente al tempo iniziale più la variazione); cioè per rendere negativo 2
dv dr occorre che risulti

Da ciò si deduce che la distanza della particella dal centro della singolarità
centrale, col passare del tempo, può solo diminuire e quindi la particella si
scontra con la massa centrale senza possibilità di allontanarsi. Quanto detto
vale, ovviamente, anche per i fotoni e le onde elettromagnetiche che non

64
possono “sfuggire” al campo gravitazionale una volta che abbiano
oltrepassato l’orizzonte degli eventi; in questo caso particolare si genera un
buco nero, una zona dello spazio in cui il campo gravitazionale è così intenso
da non permettere neanche alla luce di allontanarsi dal campo stesso, per cui
risulta completamente invisibile ad un osservatore esterno. La spiegazione di
natura geometrica e legata alla struttura spaziotemporale dell’Universo può
essere fornita, osservando proprio le informazioni che si ottengono dalla
metrica di Schwarzschild nella sua espressione delle geodetiche radiali di tipo
luce con ds2 = 0 e θ, Φ costanti
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

dove dt = ± dr / (1 – 2GM)/r

questa equazione permette di illustrare la pendenza dei coni di luce in un


diagramma dello Spaziotempo nel piano r,t come indicato dalla seguente
figura

Dalla rappresentazione sul piano cartesiano si nota che per valori di r elevati
65
la pendenza è ±1 per cui è come se la luce si muovesse in uno spazio piatto
mentre man mano che ci si avvicina a r = 2GM il cono di luce tende a
chiudersi e la pendenza tende a infinito; si ha l’impressione che man mano
che il cono di luce si avvicini alla distanza r pari a 2GM non riesca mai a
raggiungerla; in realtà ciò non è corretto perché l’oggetto che emette il
segnale luminoso (o una particella) raggiunge la frontiera ma un osservatore
esterno non riuscirà mai a vederlo. Ciò accade perché il segnale luminoso
emesso da un oggetto che si avvicina sempre di più alla frontiera arriverà
sempre più lentamente al soggetto osservatore esterno e quindi diventerà
invisibile. E’ possibile dimostrare, con opportune variazioni delle coordinate,
come si comporta l’oggetto in prossimità del raggio di Schwarzschild. Infatti
l’oggetto riesce a passare attraverso il Raggio di Schwarzschild nel modo
descritto nella figura 8:

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


1) il corpo o particella inizia il suo viaggio al tempo t0 dal punto dello spazio
rin > rs mentre l’osservatore si trova in r0 > rs. Il corpo emette un segnale
luminoso che raggiunge l’osservatore al tempo t1>t0

2) l’oggetto tende ad avvicinarsi alla sorgente del campo gravitazionale. Il


segnale luminoso emesso dall’oggetto raggiungerà l’osservatore in un tempo
t2 > t1 > t0 e il cono di luce tende a restringersi

3) l’oggetto tende ad avvicinarsi sempre di più al raggio di Schwarzschild in


modo tale che il cono di luce tenderà a restringersi sempre di più e in tal
modo il segnale luminoso emesso dall’oggetto impiegherà un tempo sempre
più elevato per raggiungere l’osservatore

4) all’interno del Raggio di Schwarzschild si verifica una situazione, in termini


della metrica spaziotemporale e della struttura dell’Universo, per cui la
pendenza del cono di luce diventa infinita in modo tale che un segnale
luminoso emesso dall’oggetto impiegherà un tempo infinito (t→∞) per
raggiungere l’osservatore, cioè l’osservatore non potrà mai vedere il segnale
luminoso emesso. Inoltre all’interno del Raggio di Schwarzschild le direzioni
spaziali e temporali sono scambiate

5) infine l’oggetto conclude il suo viaggio nel tempo tmax

Come detto precedentemente, quindi, il raggio di Schwarzschild esprime il


raggio al di sotto del quale neppure la luce può allontanarsi dal campo
gravitazionale per cui un oggetto per il quale risulta r = 2GM/c2 o detto in altri
termini r = 2M con G = c = 1 è un “Buco nero”. Dagli studi realizzati nel corso
dei decenni scorsi è stato dimostrato che i buchi neri sono creati nella fase
finale di evoluzione di una stella, se la sua massa è sufficientemente grande.
66
In particolare risulta che

- se la stella presenta una massa pari a 1,4 quella del sole (1,4 Mo) allora una
volta terminati i processi termonucleari collassa in una stella di neutroni

- se invece presenta una massa superiore al limite di 2,3 Mo allora la


contrazione gravitazionale è tale da far collassare la stella in un buco nero
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

SECONDO CASO – CURVATURA INFINITA DELLO SPAZIOTEMPO

In questo secondo caso si verifica una singolarità non eliminabile che


corrisponderebbe ad una curvatura infinita dello Spazio-tempo; in questo caso
gli invarianti di curvatura sono divergenti e geometricamente la distorsione
dello Spazio – tempo viene raffigurata con la struttura a imbuto. La
distorsione di corpi che hanno un campo gravitazionale è ovviamente diversa
a seconda del tipo di corpo celeste e della sua massa, inferiore per il sole e le
nane bianche, maggiore per stelle di neutroni e buchi neri.

67
LE CONFERME SPERIMENTALI DELLA TEORIA DELLA RELATIVITA’
GENERALE

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


La costruzione teorica, estremamente complessa e fondata su equazioni
numerose con diversi parametri di riferimento, in cui la variabile di campo è la
metrica dello spaziotempo, impediscono quasi del tutto effetti suscettibili di
osservazioni sperimentali (non esiste ancora la possibilità di creare campi
gravitazionali di intensità elevata in laboratorio) per cui le conferme possono
essere fornite solo con osservazione di fenomeni astronomici; infatti nel 1919
lo studioso britannico Arthur Eddington organizzò una spedizione per studiare
l’eclissi di sole del 29 maggio 1919 visibile nelle isole africane di Sao Tome e
Principe, dove scattò numerose fotografie del disco solare. Nonostante le
condizioni non fossero del tutto positive Eddington dimostrò che la teoria della
Relatività di Einstein era corretta poiché dalle foto risultava che vi erano
alcune stelle visibili vicino al disco solare mentre in realtà avrebbero dovuto
essere invisibili, per cui la luce emessa dalle stelle veniva deviata dalla gravità
solare (effetto scoperto successivamente e indicato col termine di effetto
lente gravitazionale). Per quanto concerne, invece, i campi di applicabilità la
Teoria della Relatività generale di Einstein, come dimostrato dalle sue
pubblicazioni dell’epoca, riguarda trasformazioni reversibili e trova
applicazione a onde e particelle che si muovono nello spazio vuoto;
l’importanza della teoria di Einstein fu ben presto riconosciuta, sebbene il
limite che gli fu attribuito, successivamente, fu quello di essere una teoria
classica, non adattabile agli sviluppi che successivamente ottenne la fisica con
la meccanica quantistica, per cui fallirono i tentativi di “fusione” delle due
teorie, poiché sembrano sorgere problemi di compatibilità, dato che le due
teorie tendono a contraddirsi. I problemi fondamentali di queste due teorie si
verificano quando i fisici cercano di descrivere le interazioni del campo
gravitazionale con le particelle subatomiche (così come non è stato ancora

68
possibile individuare una teoria quantistica dei campi con lo spaziotempo
curvo). Inoltre difficoltà analoghe si riscontrano quando la teoria viene
applicata nell’ambito degli studi sulla cosmologia e sui buchi neri per cui la
possibile elaborazione di una teoria unificata rimane uno degli obiettivi della
fisica della nostra epoca.

LE ONDE GRAVITAZIONALI

Le onde gravitazionali possono essere definite come una distorsione o


deformazione dello spaziotempo che si propaga come un’onda. L’esistenza
delle onde gravitazionali fu prevista nella Teoria della Relatività Generale di
Einstein (1915), poiché l’equazione di campo di Einstein prevede soluzioni
ondulatorie che sono valide anche per le equazioni di Maxwell. In particolare
occorre precisare che le onde elettromagnetiche sono generate da un campo
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

elettromagnetico che si propaga nello spazio e sono individuabili con le


equazioni di Maxwell mentre le onde gravitazionali si sviluppano nella
struttura geometrica dello spazio modificando la distanza tra due punti dello
spaziotempo. Nel momento in cui si verifica il passaggio di un’onda
gravitazionale le distanze tra due punti dello spaziotempo si contraggono e si
espandono intorno a valori di riferimento. Tale effetto è estremamente difficile
da rilevare poiché gli effetti distorsivi coinvolgono anche gli strumenti stessi
della rilevazione. Tra le peculiarità che si possono elencare delle onde
gravitazionali è possibile riassumere i seguenti punti:

- l’equazione delle onde gravitazionali è di tipo tensoriale (a 10 componenti)

- la velocità delle onde gravitazionali è pari alla velocità c della luce

- le onde gravitazionali sono di tipo trasversale; ciò si verifica quando le


distorsioni dello spazio avvengono perpendicolarmente alla direzione di
propagazione

- le onde gravitazionali emesse da un corpo nello spazio dipenderebbero da


disomogeneità nella massa dei corpi stessi misurate dal momento di
quadrupolo

Lo stesso Einstein, negli anni successivi alla pubblicazione della Teoria della
Relatività generale, ipotizzò che fosse molto difficile individuare e registrare le
onde gravitazionali poiché la strumentazione disponibile non era tecnicamente
sufficiente per poter compiere analisi di questa portata; inoltre si escluse fin
dall’inizio la possibilità di “ricreare” onde gravitazionali in laboratorio poiché le
onde sarebbero state talmente deboli da poter essere considerate trascurabili.
Ma lo sviluppo delle tecnologie moderne ha permesso di effettuare notevoli

69
passi in avanti e così a partire dagli anni ’50 furono individuate diverse fonti
possibili di emissione di onde gravitazionali:

- sistemi binari di stelle

- pulsar

- esplosioni di supernove

- buchi neri in fase di collisione

- formazione di galassie

- il Big Bang

In particolare i sistemi binari di stelle, formati da due stelle che ruotano

Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016


attorno ad un centro comune di massa, dovrebbero generare onde
gravitazionali continue; nel caso di sistemi binari l’emissione dovrebbe avere
un’intensità pari a h = 10-20 Hz-1/2. Nel caso di stelle di neutroni che formano
sistemi binari o dell’esplosione di supernove l’intensità dovrebbe essere più
elevata a causa del maggior valore delle masse in gioco nel sistema. Così
pure dall’analisi della radiazione cosmica di fondo individuata nel 1964 da
Arno Penzias e Robert Wilson è possibile individuare una possibile sorgente di
onde gravitazionali. Nel frattempo, a partire dagli anni ’70, l’ulteriore sviluppo
delle tecnologie elettroniche moderne ha permesso di sviluppare sempre
nuovi strumenti in grado di migliorare il grado di sensibilità delle registrazioni
relative a possibili fenomeni su scala cosmica, attraverso l’impiego di potenti
radiotelescopi. In particolare una prima importante scoperta fu realizzata
impiegando il radiotelescopio di Arecibo (Porto Rico), nel 1974, quando gli
astrofisici Russell Hulse e Joseph Taylor scoprirono la prima pulsar binaria
indicata con la sigla PSR B1913+16. In tale occasione i due astrofisici
studiarono le caratteristiche peculiari individuate per tale sistema stellare,
verificando che era composto da due stelle piccole di cui una aveva un
periodo di otto ore (pulsar). Analizzando la perdita di energia che subiva il
sistema nei termini previsti dalla relatività generale giunsero alla prima
importante prova della possibile esistenza delle onde gravitazionali (Hulse e
Taylor ottennero il premio Nobel nel 1993). Questa importante scoperta
convinse la comunità scientifica ad approfondire questo fondamentale ramo
della ricerca della fisica sperimentale e di osservazione per cui furono
approntati nuovi importanti progetti per la ricerca delle onde gravitazionali.
Tra questi si possono annoverare il progetto LIGO e il progetto EGO-VIRGO. Il
progetto Ligo (acronimo di Laser interferometer gravitational – wave
observatory osservatorio laser interferometro di onde gravitazionali) fu un

70
progetto ideato, nel 1984, negli Usa dagli astrofisici Kip Thorne (uno dei
massimi esperti mondiali di relatività generale) e Rainer Weiss, con il
patrocinio del California Intitute of Technology, del Massachussets Institute of
Technology e in collaborazione con la National Science Foundation. Dopo
alterne vicende, legate alle difficoltà relative all’acquisizione delle risorse
finanziarie relative al progetto, considerato abbastanza costoso (circa 365
milioni di $), la costruzione dell’interferometro ebbe inizio, in diverse tappe,
negli anni 90 e prevede l’impiego di due osservatori

- l’osservatorio di Livingstone (Louisiana) in cui opera un interferometro di


Michelson formato da un tunnel cavo di 4 km in cui vi sono degli specchi
sospesi alle estremità. I raggi laser che lo attraversano possono individuare le
piccole deformazioni nello spaziotempo dovute alle onde gravitazionali (per le
quali la deformazione misurata dovrebbe essere di circa 10-18 m)
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

- l’osservatorio di Hanford (Richland – Washington) in cui opera un


interferometro con caratteristiche simili al precedente ma di dimensioni minori
(meno preciso)

Altrettanto importante, e operante in collaborazione col precedente, è il


progetto italo-francese Virgo, posto in essere dall’Istituto nazionale di fisica
nucleare italiano e il Centre nationale de la recerche scientifique francese, il
cui interferometro, situato nel centro operativo di Cascina (Pisa) fu realizzato
nel 2003 allo stesso scopo del progetto Ligo. Gli interferometri del progetto
Ligo e Virgo cominciarono ad operare tra il 2002 e il 2004, subendo inoltre
successivi rimaneggiamenti che ne migliorarono l’efficienza operativa. Il 14
settembre 2015, alle ore 09.51 UTC gli interferometri del progetto Ligo hanno
captato un segnale distinto relativo a due buchi neri (con una massa pari a
circa 30 volte il sole) che si fondevano fra di loro ad una distanza di circa 1,3
miliardi di anni luce dalla terra. In particolare, in tale occasione, il segnale
delle onde gravitazionali registrate dagli interferometri si è sviluppato secondo
tre fasi che sono state definite:

- spiraleggiamento

- fusione

-smorzamento

71
Ufficialmente la notizia è stata poi riportata al grande pubblico con la stesura

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di un articolo pubblicato in data 11 febbraio 2016; con questa importante
scoperta, che conferma l’impianto teorico della Relatività generale, secondo
gli studiosi, si è aperta una nuova grande pagina nella storia della fisica
moderna, che permetterà in futuro di fare luce su molti misteri che ancora
avvolgono la struttura dell’Universo e le sue origini.

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Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016
BIBLIOGRAFIA

G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi, 1632

J. Dalton, A New System of Chemical Philosophy, 1808

I. Newton, Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, 1687

J.C.Maxwell, A dynamical theory of the electromagnetic field

H. Lorentz, The theory of electrons, and its applications to the phenomena of light and
radiant heat Leipzig, Teubner, 1909

A. Einstein Zur Elektrodynamik bewegter Körper (Sull'elettrodinamica dei corpi in


movimento), 1905

A. Einstein, Zur allgemeinen Relativitatstheorie, Sitzungsberichte der Königlich Preussischen


Akademie der Wissenschaften (1915)
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

A. Einstein Die Grundlage der allgemeinen Relativitaets theorie (Teoria della Relatività
Generale) 1916

K. Schwarzschild Über das Gravitationsfeld eines Massenpunktes nach der Einsteinschen


Theorie, in Sitzungsber Preuss Akad D. Wiss., 1916

K. Schwarzschild, On the gravitational field of a sphere of incompressible fluid according to


Einstein's theory, Sitzungsber. Preuss. Akad. Wiss. Berlin (Math. Phys.) 1916

G. Ricci Curbastro, Di alcune applicazioni del calcolo differenziale assoluto alla teoria delle
forme differenziali quadratiche binarie e dei sistemi a due variabili, «Atti del R.I.V.S.L.A.», s.
VII, t. IV (a. a. 1892-93)
B. Schutz, A first course in General Relativity, Cambridge University Press 2009
W. Rindler, Essential Relativity, Springer 1977
GFR Ellis, RM Williams, Flat and Curved Space-Times Clarendon Press Oxford 2000
Fig. 6 fonte Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Relativit%C3%A0_generale#/media/
File:Spacetime_curvature.png
www.ligo.org
http://public.virgo-gw.eu
https://it.wikipedia.org/wiki/LIGO
https://it.wikipedia.org/wiki/Interferometro_VIRGO

75
PREMONIZIONI INCONSCE
C’E’ ANCORA MOLTO DA DIRE...
di Enrico Travaini

Un tema molto interessante, a volte trascurato da


ortodossia ed eterodossia, è sicuramente quello
delle Premonizioni Inconsce.

Cos’è una premonizione? Una premonizione è una

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percezione mentale senza la mediazione dei sensi,
in un normale stato di coscienza (a volte anche
alterato), come sensazioni indefinite o come residuo di un sogno rimosso (la
sensazione che il telefono stia per squillare, che un amico stia per avere un
incidente e simili). In poche parole una visualizzazione di un potenziale
evento che si manifesta improvvisamente.

Nel caso delle premonizioni inconsce, infatti, l’individuo non si rende conto
che un eventuale sua “scelta” a una situazione è condizionata dal suo
inconscio. Cosa ci fa prendere una decisione? Siamo realmente noi a decidere
come dobbiamo reagire a una situazione?
Rispondere a queste domande non è affatto semplice, da sempre l’uomo
s’interroga sul cosiddetto “libero arbitrio”. Tuttavia alcuni studiosi hanno
tentato di risolvere il mistero delle premonizioni e in modo scientifico.

Lo studio di W. E. Cox, psicologo e parapsicologo statunitense, condotto negli


anni ’50, provano a spiegare alcune situazioni insolite che si manifesterebbero
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in caso di pericolo. Secondo il suo studio, a bordo dei treni che starebbero per
avere un incidente (di media/grave entità), vi sarebbero meno viaggiatori del
normale. Poiché gli incidenti ferroviari non sono prevedibili, Cox concluse che
molte persone, consciamente o inconsciamente, evitano di prendere il treno il
giorno dell’incidente. Una sorta di premonizione? Destino? O semplice
fortuna?

Per realizzare questo studio richiese e ottenne da varie compagnie ferroviarie


i dati relativi al numero dei viaggiatori su un determinato treno, sia nel giorno
in cui era capitato l’incidente, sia nei giorni precedenti e in un periodo di
quattro settimane addietro. Alcuni esempi sono veramente interessanti come
quello del Georgian, un treno utilizzato nella tratta tra Chicago e l’Illinois
orientale (percorso molto trafficato per l’epoca). Ebbe un incidente il 15
giugno del 1952. Inaspettatamente a bordo solo sei persone. Nei giorni
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precedenti i viaggiatori erano stati: 68, 60, 53, 48, 62 e 70. Solo una
settimana prima, l’8 giugno, viaggiarono 35 passeggeri e per i restanti giorni
esaminati, la media era di 55,8. Il giorno dell’incidente il numero era calato
dell’84%.

Un altro esempio di ciò che Cox chiama “capacità di evitare gli incidenti” è
dato dalle cifre che raccolse per il treno Chicago-Milwaukee-Saint Paul (altra
tratta molto frequentata) della Pacific Line, che deragliò il 15 dicembre del
1952 con 55 persone a bordo. In cinque dei sette viaggi precedenti, scelti
secondo il metodo di Cox, c’erano stati più di 100 viaggiatori e negli altri due,
almeno 30 persone in più rispetto al giorno dell’incidente. La media nei giorni
normali che precedettero l’incidente era del 50% più alta rispetto al giorno
dell’incidente.

Anche se interessante, questa ricerca rimane incompleta, poco dettagliata e


difficilmente fruibile, sia in rete sia per altro mezzo d’informazione. Inoltre si
basa semplicemente su metodi statistici.

Sicuramente più esaustivi sono gli studi Carl Gustav Jung il quale non ha
certo bisogno di presentazioni. Egli si interessò di paranormale già in
gioventù, analizzando i fenomeni di una sua cugina medium, descrivendo
dettagliatamente ogni fatto accaduto. Lavoro che divenne successivamente la
sua tesi di laurea: “Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti”.
Fortemente convinto di essere un sensitivo nel corso della sua vita ebbe
diverse premonizioni e una sorta di visione, nel 1913, la quale annunciava la
rovina dell’Europa cioè il primo conflitto mondiale. Sosteneva che i fenomeni
paranormali fossero segnali dell’inconscio collettivo, come i sogni sono spie

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dell’inconscio individuale. Cominciò un lavoro analitico su se stesso, base di
tutta la sua opera, annotando sogni, fantasie e disegnandole.
Scrisse opere come: “l’Inconscio collettivo” e “La sincronicità”. Studi ancora
non dimostrati completamente dalla scienza, a volte ridicolizzati da certa
ortodossia o perpetrati da sedicenti ricercatori da bar (per non dire altro).
La sua opera definitiva è “Il Libro Rosso” (Liber Novus) che non lo pubblicò
mai; gli eredi autorizzarono la visione dell’opera solo nel 2001 e la
pubblicazione del saggio, di intonazione profetica e ispirato allo stile
di Nietzsche, solo nel 2009 (in Italia dal 2010).

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Jung definiva i fenomeni paranormali in modo differente rispetto
all’interpretazione classica. Secondo la sua visione erano manifestazioni di
alcuni inconsci turbati e particolarmente sensibili; tuttavia ammise che certi
fenomeni erano, a suo parere, inspiegabili, avvicinandosi a una posizione
possibilista. Cercò sempre di non abbandonare una posizione scientifica.
Studiò anche le credenze nella reincarnazione, che pensava originata dai
ricordi dell’inconscio collettivo. Nel 1944 pubblicò “Psicologia e alchimia”, in
quello stesso anno ebbe un incidente, una frattura e un successivo infarto.
In coma visse un’esperienza di pre-morte, un’esperienza extra-corporea e
una visione di un luogo luminoso, che descrisse nel suo testo
autobiografico: “Ricordi, sogni e riflessioni”:
« Quel che viene dopo la morte è qualcosa di uno splendore talmente
indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero
concepire nemmeno approssimativamente…Prima o poi, i morti diventeranno
un tutt’uno con noi; ma , nella realtà attuale, sappiamo poco o nulla di quel
modo d’essere. Cosa sapremo di questa terra, dopo la morte? La dissoluzione
della nostra forma temporanea nell’eternità non comporta una perdita di
significato: piuttosto, ci sentiremo tutti membri di un unico corpo. »
78
Nel 1952 pubblicò gli importanti scritti sulla teoria della sincronicità. Secondo
questa spiegazione alcuni fenomeni avvengono in modo sincrono senza che vi
siano correlazioni di causa-effetto, poiché hanno un’origine comune, un fine
comune e una comunanza evidente di significato, sono quindi, parte di uno
stesso meccanismo del destino. Citando Jung:

« La causalità è solo un principio, e la psicologia non può venir esaurita


soltanto con metodi causali, perché lo spirito (la psiche) vive ugualmente di
fini. »
Il tema delle Premonizioni è stato recentemente ridiscusso, alcune università
statunitensi Northwestern University e University of California - Irvine in
collaborazione con l’Università di Padova, hanno analizzato i dati di ventisei
precedenti studi condotti tra il 1978 e il 2010.
Dalle loro osservazioni risulterebbe che gli esseri umani sono in qualche modo
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in grado di prevedere il futuro, per lo meno quello più immediato, in


particolari situazioni. I ricercatori chiamano questa capacità “attività
anticipatoria anomala” (tratto da “Il Corriere della Sera – Neuroscienze, per
approfondire link “NOTE”).
Sicuramente un grande passo avanti, rispetto agli ultimi anni dove, come
detto precedentemente, questo tema è stato spesso snobbato o condotto in
modo poco consona e addirittura dannosa.

Note

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/12_ottobre_26/premonizione-attivita-
anticipatoria_826b5eda-1f67-11e2-8e43-dbb0054e521d.shtml
http://it.wikipedia.org/wiki/Precognizione
http://www.medicaldaily.com/articles/12886/20121025/yes-humans-know-what-will-happen-
before.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Sincronicit%C3%A0
h t t p : / / w w w . r e p u b b l i c a . i t / s c i e n z e / 2 0 1 2 / 1 0 / 2 8 / n e w s /
potrebbe_esistere_il_sesto_senso_la_scienza_riconsidera_le_premonizioni-45468750/
http://it.wikipedia.org/wiki/Carl_Gustav_Jung
http://journal.frontiersin.org/article/10.3389/fpsyg.2012.00390/abstract
http://it.wikipedia.org/wiki/Parapsicologia
http://it.wikipedia.org/wiki/Premonizione
http://it.wikipedia.org/wiki/Sincronicit%C3%A0http://it.wikipedia.org/wiki/
Libro_Rosso_(Jung)

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IL ‘MOJAVE INCIDENT’
CONTATTO E RAPIMENTO NEL MOJAVE DESERT
di Gianluca Rampini

A quanto ci risulta questo caso è inedito per i lettori


italiani, fatta eccezione forse per gli addetti ai
lavori. Tutte le informazioni collegate a questo caso
provengono dalla testimonianza diretta dei due
coniugi coinvolti raccolta in un libro intitolato “The Mojave Incident. Inspired
by a chilling Story of alien abduction”, scritto da Ron Felber, autore e
ricercatore a nostro parere affidabile.

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Svariate sono le ragioni che
mi hanno indotto ad
occuparmi di questo caso.
L' i n p u t è a r r i va t o d a
un'intervista fatta da George
Noory ai due coniugi che per
la prima volta dopo più di
vent'anni hanno deciso di
rendere pubblica la loro
esperienza. Ascoltando il loro
racconto ne sono rimasto
p a r t i c o l a r m e n t e
impressionato ed ho deciso
che valeva la pena approfondirlo nei dettagli leggendo il libro. Non ho potuto
fare a meno di pensare agli altri casi celebri di rapimento e di contatto mentre
proseguivo nella lettura: il caso Hill, il caso Walton, Cisco Grove, il caso Lonzi
e tanti altri.
Molti ricercatori tendono ad evidenziare i dettagli ricorrenti, le similitudini che
indubbiamente ci sono, nelle linee generali ma io ho cominciato ormai a
focalizzarmi sulle differenze. Il Mojave Incident, come del resto gli altri che ho
nominato, è ricco di dettagli unici, che non possono essere tralasciati solo
perché non inquadrabili nel ormai classico schema esperienza di rapimento =
alieni.
Vi spiegherò cosa intendo alla fine dell'articolo quando la stranezza di questo
caso sarà aggiunta a quella degli altri casi che ho citato.

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22 ottobre 1989, deserto del Mojave. California Settentrionale.
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Tom ed Elise Grifford, marito e moglie di fede Mormone, genitori di Thomas


anni 2 e Zoe, 5 mesi riuscirono a ritagliarsi un weekend romantico da passare
in campeggio senza i figli. La destinazione originale era il Midhills Camp,
campeggio già conosciuto da Tom e ben attrezzato. Caso volle che quando
arrivarono con il loro furgone lo trovarono esaurito. Tom non si perse d'animo
e forte della sua conoscenza di quella parte di deserto decise di lasciarsi il
campeggio alle spalle inoltrandosi per alcuni chilometri sulle colline circostanti
alla ricerca di un punto favorevole in cui piantare il campo. Dopo una sosta
per passare la notte la mattina del 21 ottobre giunsero in prossimità della
sommità di un'altura denominata Tabletop Mountain, dove allestirono il campo
presso il quale avrebbero trascorso il week-end. Week-end che nelle intenzioni
doveva essere romantico ma che fin da subito capirono non lo sarebbe stato.
Verso l'ora del tramonto, accesero le lanterne ed il fuco. Mentre si chiedevano
cosa stessero facendo i figli a casa con i nonni Tom, in lontanza, alle spalle
della moglie, vide una luce bianca, intensa e pulsante comparire oltre il profilo
delle colline. Quella luce innescò in lui un flash-back di un'esperienza vissuta
da ragazzo, con i suoi genitori ed il fratello, in quelle stesse zone, in cui aveva
già incontrato quella stessa luce e della fuga concitata che ne era seguita. Il
ricordo lo aveva costretto a distogliere lo sguardo, quando tornò a guardare in
quella direzione la luce era scomparsa e lui era rimasto con un profondo
senso di disagio che aveva inutilmente cercato di nascondere alla moglie.
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Non molto tempo dopo, a notte inoltrata, la luce, accompagnata da molte
altre tornò. Inizialmente luminose quanto stelle molto intense cominciarono
ad avvicinarsi e si mostrarono sempre più numerose. Superate le impressioni
iniziali che variarono dai palloni meteorologici, a velivoli sperimentali e
persino ad un'invasione russa si resero conto che ciò che avevano di fronte
non era nulla di umano.
Nove luci, immobili nel cielo difronte a loro, che sembravano comunicare tra
loro lampeggiando. Nove luci che diventarono poi decine, forse centinaia che
riempirono l'intera volta celeste e poi lentamente scesero nella valle di fronte
a loro.
A quel punto sarebbero scappati se la notte e il terreno accidentato non
l'avesse reso impossibile. Tom allora imbracciò un fucile, non sapendo cosa
aspettarsi. Una volta “atterrate” le luci cominciarono a procedere verso di

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loro, cosa che aumentò la loro meraviglia, in quel momento era ancora viva
seppur flebile, l'ipotesi che fossero russi, perché sapevano che non c'erano
strade da percorrere ed il terreno era accidentato e pieno di avvallamenti. Ma
le luci procedevano diritte senza alcun intoppo.
Poco dopo quando le luci erano ormai vicine la possibilità che tutto quello che
avevano davanti agli occhi fosse qualcosa di terrestre svanì completamente.
Dietro al furgone comparvero due... esseri. Non avrebbero potuto definirli in
altro modo. Alti circa un metro, larghi circa sessanta centimetri, sembrava
che stessero ancora prendendo una forma fisica, contraendosi e allargandosi
alternativamente, quasi fossero un ologramma che lentamente diventava
materia. Di colore grigio-blue.
Tom ebbe l'impressione che fossero stati posti li per controllare con non
scappassero. Dietro ai due esseri tutte le luci erano atterrate ed al loro posto
vi erano centinaia di occhi rossi. A cominciare da pochi metri di distanza da
loro sino a qualche centinaio.
Osservandoli, terrorizzati, riuscirono ad intuire i corpi naneschi dietro a tutti
quegli occhi. Alti meno di un metro, con teste delle dimensioni di un gatto,
con un torace traslucido ed arti diafani e sottili. Gli esseri li circondarono,
alcuni si arrampicarono sulla vegetazione circostante, altri si fecero largo tra i
cespugli.
Dopo un tempo indefinito durante il quale i due coniugi si erano convinti che
sarebbero morti, dal cielo scese una gigantesca astronave, tanto grande da
coprire l'intera valle. Più grande di un campo da football, di forma rotonda e
circondata da luci pulsanti si fermò sopra di loro a circa una cinquantina di
metri dal suolo.
A quel punto due oggetti più piccoli, ma comunque di una cinquantina di
metri di diametro, si staccarono dall'oggetto più grande e cominciarono a fare

82
spola tra la nave ed il terreno. Tom e Elise ebbero l'impressione che
trasportassero oggetti dalla nave a terra e viceversa. Altri sei oggetti ancora
piccoli, di forma circolare, sembravano essere appesi sotto la pancia
dell'astronave.
Ad un certo punto una luce “triangolare” e di colore cangiante venne diretta
verso il terreno, come se venisse sondato. Poco dopo un rumore cupo
cominciò a provenire dalla stessa parte, rumore simile a quello di una trivella.
Si resero conto anche di un forte odore di sostanze chimiche, di fosforo e di
gomma bruciata.

Nella mente

Come se tutto questo non bastasse a lasciargli senza parole altri nove esseri li
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raggiunsero e si avvicinarono quasi volessero osservarli. Questi nuovi arrivati


erano più altri degli altri, sul metro e trenta, con enormi occhi neri e lunghe
appendici affusolate collegate ad un torace minuto.
Fu a quel punto che i due coniugi cominciarono ad avere visioni inizialmente
disconnesse, poi sempre più coerenti di vari episodi del loro passato. Episodi
di vario genere, ricordi dell'infanzia, ricordi piacevoli, meno piacevoli e persino
traumatizzanti. Come un episodio di molestie subito da Elise quando era alla
scuola elementare. Gioia, paura, orgoglio, gelosia. Di tutto.
Entrando ed uscendo da questi flash-back evidentemente comandati dalle
creature si resero presto conto che lo facevano per studiare le loro reazioni, le
loro emozioni. In alcune occasioni la commozione che provarono li portò
sull'orlo del cedimento fisico. Ogni qual volta questo stava per succedere un
maleodorante gas entrava nel furgone e tutti i parametri vitali si
acquietavano.
Tom fu riportato anche all'episodio in cui aveva visto le luci, alla paura, alla
fuga condivisa con il fratello, alla muta condivisione di quell'episodio che non
raccontarono mai ai genitori.
Tra un'esperienza mnemonica e l'altra riuscirono ad osservare quello che
succedeva intorno a loro. Quasi che loro due non fossero che una sorta di
situazione collaterale rispetto all'attività principale intrapresa da quegli esseri.
Videro che le sonde circolari trasportavano cani, mucche e asini all'interno
della nave più grande mentre la luce continuava la sua ricerca in tutto il
terreno circostante.
Osservando quell'attività Tom and Elise cominciarono a sperare che forse se la
sarebbero cavata, che non erano li per loro e che se non avessero opposto
resistenza, una volta finito se ne sarebbero andati lasciandoli li. Subito dopo
aver espresso tra di loro questo ragionamento gli esseri più grandi

83
cominciarono a svanire ed i centinaia di piccoli esseri dagli occhi rossi
indietreggiarono. L'euforia che colse i due coniugi fu però presto soffocata. Gli
esseri tornarono ad avvicinarsi più decisi della prima volta quasi volessero
vendicarsi di quella speranza che era sorta nell'animo dei due umani.
Esasperato da tutto questo Tom riprese il fucile e saltò fuori urlando che li
avrebbe uccisi tutti ma non appena stava per fare fuoco una voce entrò nella
sua testa e lo dissuase dal provarci. Gli disse che non aveva alcuna
possibilità, gli disse che non doveva far loro del male. Tom lasciò cadere il
fucile, svuotato di quella ultima determinazione e si accorse, con orrore, che
la luce che prima scandagliava il terreno stava risalendo la collina verso di
loro. Mentre si avvicinava notò che non era una semplice sonda ma che
serviva a risucchiare materiale dal terreno, poteva infatti vedere detriti cadere
tutto intorno.

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Prima che la luce giungesse sino a loro i due furono tentati di porre fine a
tutto suicidandosi e non lo fecero solo grazie all'incrollabile fede in Dio.
Tom urlò di nuovo che li lasciassero in pace ma nessuno degli essere se ne
curò. Uno dei nove “scienziati/aguzzini” ad un certo punto puntò una luce
rossa, sottile ed intensa, sull'addome di Elise. Lei cercò di levarsi di dosso
quella luce ma ebbe la certezza che qualcosa fosse successo dentro di lei,
dentro il suo stomaco.
Cominciarono poi entrambi a percepire una sorta di movimento, come se
stessero salendo. Come se un intero pezzo della collina fosse stato sezionato
e loro su di esso stessero salendo verso la nave. Non potevano averne la
certezza se non nel cambio dell'aria che diventava sempre più fredda.
Nuovamente a questo punto gli esseri cominciarono a ritirarsi.

Un altro essere

L'angoscia e la disperazione furono improvvisamente spazzati via dal


manifestarsi di un essere diverso da tutti quelli visti fino a quel momento.
Un essere che in altri contesti sarebbero stato definito angelico, un angelo,
anche se entrambi furono certi che fosse un essere femminile. Un essere
tanto potente quanto gentile. Da questo essere provenne una voce che li
confortò. Era li per proteggerli. “Va tutto bene, sono qui per proteggervi.
Siate in pace. E' quasi finita”.
E finita sembrava esserlo veramente. Tutti gli altri esseri si ritirarono,
ritornarono alla nave e anch'essa si allontanò, fino a sembrare la luna
crescente, oscillando nel cielo e poi fino a sparire.
Esausti e pervasi da un senso di impotenza, dopo un lungo tempo indefinito,
entrambi svennero. Difficile dire se per volontà dei loro aguzzini non umani o

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se per aver raggiunto il loro limite di sopportazione.
Risvegliatisi la mattina seguente, dovettero fare i conti con l'incredulità di
quanto era successo. Provarono persino senza successo a cercare altri
testimoni ma non ne trovarono mai.

Conclusioni

C'è da dire che la storia non finirebbe qui. Tom ed Elise incontrarono
brevemente di nuovo le luci ma senza mai arrivare ad una nuova esperienza.
Entrambi patirono pesanti conseguenza psicologiche. Elise era costantemente
convinta di essere controllata, forse tramite un qualche oggetto nel suo corpo.
Tom non riusciva a riconciliare la sua quotidianità con quell'esperienza e con
la visione del mondo che ne era conseguita. Per anni non raccontarono niente
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a nessuno. Riuscirono infine a confidarsi con i propri genitori che ebbero


molte difficoltà ad accettare il loro racconto, pur non dubitando mai della loro
onestà.
La loro situazione psicologica li portò infine a rivolgersi ad uno psichiatra
specializzato nella gestione dello stress post-traumatico.
Convinti che ci fossero altre cose oltre a quello che ricordavano
coscientemente, confortati dal medico, decisero di sottoporsi ad ipnosi
regressiva.
In queste sedute ricordarono, in effetti, che la loro esperienza non si era
conclusa con l'incontro con l'angelo ma era proseguita all'interno
dell'astronave. Per dovere di cronaca dovrei forse riportare la descrizione di
quanto emerse ma ho maturato ormai da tempo la convinzione che siano
molto più importanti i ricordi consci. Quanto si ottiene in ipnosi, e no ho avuto
personale riprova recentemente, ci sono buone probabilità che sia poco
attendibile. Non so se ciò dipenda dalla natura degli eventi, dalla natura
dell'ipnosi stessa o di meccanismi che ancora ci sfuggono. Ritengo però che
sia così.
Non racconterò quindi quello che emerse. Lascio a chiunque interessi di farlo
da sé leggendo il libro.
Detto ciò credo che questo caso abbia reso oltremodo evidente quale sia il
livello di varietà e di stranezza che pervade la casistica di questi fenomeni.
Trovo sia quindi ormai più importante focalizzarsi proprio su questo piuttosto
che sui soliti tratti comuni, che a ben vedere sono in minoranz a se i casi si
analizzano fino in fondo, senza mettere da parte quelli che non rientrano nella
casistica classica delle abductions.
Vi è un cuore del fenomeno che si adatta alle persone cui si manifesta. Mi
rendo conto sia questa una definizione difficile, se non impossibile da

85
dimostrare. Si dovrebbe fare un completo profilo psicologico di tutti coloro
che vivono queste e altre esperienze con altre realtà. Se lo facessimo
potremmo forse scoprire in cose ciò che vedono, sentono, toccano potrebbe
essere il riflesso di qualcosa che nasce da loro stessi.
Non voglio però in nessun affermare che queste esperienze non sia reali.
Linda Cortile, durante il suo rapimento a New york, è stata vista uscire dal
suo palazzo da molte persone, confermando che qualcosa è successa
davvero. Sono molte, non certo tutte, reali. Non sono allucinazioni, e non
sono proprie del nostro tempo perché accompagnano l'uomo attraverso tutte
le epoche.
Proprio per questo, chi si è lasciato alle spalle l'ipotesi extraterrestre, tende a
credere che il Fenomeno si adatti alle epoche in cui si manifesta. Fate su case
volanti una volta, esseri tecnologici su astronavi al giorno d'oggi.

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Naturalmente sto semplificando.
Credo invece che il Fenomeno si adatti alle persone a cui si manifesta, con cui
interagisce. Tom ed Elise infine hanno incontrato un angelo, femminile o non
che fosse, pur sempre un angelo. E proprio un angelo e la figura
fondamentale, l'Angelo Moroni, nella loro religione. L'angelo che ha rivelato la
tavole dorate a Joseph Smith, fondatore della loro religione. Ora potrà essere
un caso, certamente, ma rappresenta bene ciò che intendo. Potremmo dire
secondo un fenomeno simile alla proiezione junghiana.
Il Fenomeno, poi, dovendo adattarsi alla volte a molteplici individui, decine o
centinaia di testimoni è ipotizzabile che assuma una forma che si adatta il
meglio possibile alla media, diciamo così, di tutti gli inconsci presenti. Una
somma ed una media delle suddette proiezioni. Le moltissime sfere viste in
decine di avvistamenti collettivi, potrebbero seguire questo principio, così i
triangoli ecc...
Se non riconosciamo questo tratto di adattamento e di reattività del
Fenomeno, non riusciremo a fare nessun passo in avanti nel tentativo di
comprenderlo.

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TRANSUMANESIMO
INTERVISTA A SANDRO ‘ZOON’ BATTISTI
di Roberto Bommarito

Il transumanesimo è un argomento tanto importante quanto


controverso, specialmente nel mondo di oggi dove lo sviluppo
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incrementale della tecnologia ha già cambiato radicalmente la vita di


ognuno di noi e continuerà a farlo in modo sempre più significativo.
Siamo onorati di ospitare sulla rivista Tracce d’eternità Sandro
“Zoon” Battisti, affermato scrittore connettivista vincitore del Premio
Urania, che ci introdurrà a questo intricato argomento.

Dato che molti utenti che leggeranno questa intervista potrebbero


non avere molta familiarità né con la fantascienza italiana né tanto
meno col Movimento connettivista, ti andrebbe di presentarti ai nostri
lettori?

Innanzitutto ringrazio per l’ospitalità e della bella occasione per parlare di me,
di Connettivismo e del futuro della razza umana che probabilmente diventerà
altro.
Sono un autore di Fantascienza, o forse più in generale del Fantastico, che
scrive da circa trent’anni e che dieci anni fa ha dato vita, insieme a due
compagni scavezzacollo che sono Giovanni De Matteo e Marco Milani,
diventati presto un quartetto con l’affiliamento di Lukha B. Kremo, al
Connettivismo. Quest’anno ho vinto il Premio Urania, indetto da Mondadori,
per il miglior romanzo italiano di Fantascienza.

Che cos’è il Connettivismo?

Una sensazione, pulsione, tensione e vibrazione difficile da concentrare in


poche parole e concetti. Parliamo di un collettivo composto da qualche decina
di artisti che interpreta ognuno a proprio modo e sensibilità alcune
suggestioni che fanno capo a una serie di discipline, come la Fisica
quantistica, la Matematica del Caos, il Postumanismo, la percezione di una
possibile Singolarità Tecnologica, i misteri dell’esoterismo e dell’occultismo,
dello sciamanesimo; tutte queste suggestioni hanno un filo comune, a
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pensarci bene, qualcosa che attraversa da sempre le epopee umane e che ci
stanno traghettando verso un Futuro alieno, qualcosa che potrebbe
trasformare completamente la nostra razza in altro di molto diverso, non così
troppo in là nel tempo.

Chiaramente, noi nel Connettivismo interpretiamo queste mutazioni con la


nostra personale lente di scrittori, performer, attori multimediali di una scena
che è finzione e non ha pretese di essere scienza, ma ci piace pensare di
esprimere la parte romantica di uno scenario concreto che studia
scientificamente il Futuro senza troppe enfasi o sofismi cerebrali e psichici: il
Transumanesimo.

Ci daresti una tua definizione di Transumanesimo?

Persone con una solida base scientifica che non hanno paura di guardare

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avanti, senza remore o preconcetti religiosi, etici, quant’altro, per sconfiggere
finalmente il Medioevo che è ancora tra noi. Quando parlo di Medioevo mi
riferisco molto chiaramente a quelle forze conservative e reazionarie di
pensiero che sono il Cristianesimo e suoi derivati, con le fazioni politiche non
progressiste che ancora si fanno dettare l’agenda da comandamenti e
credenze, da persone in ridicoli abiti talari che cianciano del volere di Dio e
delle sue presunte liste di proscrizione, delle nostre presupposte priorità da
rispettare per il nostro bene… ordini provenienti da gente che ha paura del
Futuro perché la terra gli frana sotto i piedi a causa delle sconvolgenti novità
in arrivo, la genetica su tutto che sconfessa l’onnipotenza del loro dio.

Ti andrebbe di riassumerci brevemente la storia del Transumanesimo


dalle origini a oggi?

Perdonatemi, non sono così al dentro della cronologia del Movimento, credo
sia qualcosa nato nella seconda metà del ‘900… ma demando volentieri agli
amici transumanisti il racconto della loro storia; credo sia importante ora
guardare al presente e al futuro con gli occhi del passato, per cogliere le
opportunità di un mondo nuovo che ci possa far finalmente crescere,
affrancare dal cadere presto nella vecchiaia, nella polvere di una demenza
psichica che ci tarpa le ali senza scampo, da sempre.

Quali sono, secondo il tuo punto di vista, i maggiori successi a oggi


raggiunti dal transumanesimo?

Molti di noi sono già transumani: chi ha protesi all’anca, al ginocchio,


all’orecchio; ma anche chi fa uno screening del proprio DNA per comprendere
dove può avere eventuali fault genetici, magari per donare al proprio figlio
che verrà un futuro migliore libero da alcune malattie invalidanti. L’atleta

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Pistorius, al di là dei suoi guai giudiziari, è un ottimo esempio di transumano,
ha mutato lo svantaggio che gli tarpava le ali in un punto di forza, in una
bellissima potenza tecnica che gli ha permesso di vincere molte gare
atletiche. C’è molto di transumano nel mondo attuale, e le terapie geniche già
in normale uso non fanno altro che confermare le mie parole.

In giro per la rete abbondano i blog, specialmente quelli che tendono


verso le teorie del complotto, che vedono nel Transumanesimo un
mezzo per il controllo della popolazione. Come risponderesti a chi
sostiene che la tecnologia legata al Transumanesimo, invece di
espandere la libertà individuale, rischia di comprometterla?

Dico che hanno potenzialmente ragione. L’umanità ha sempre dovuto


combattere contro i soprusi di qualche (pre)potente perché la nostra natura è
Tracce d’Eternità N. 28 Nuova Serie Giugno 2016

bieca e tende a sfruttare ogni vantaggio per fini personali; se queste pulsioni
dovessero venire amplificate dalla tecnologia, il rischio di uno spaventoso
controllo della società da parte di qualche tecnocrate o multinazionale in odor
di tecnofascismo diventerebbe elevato. È una sfida per il Transumanesimo e
per l’umanità intera riuscire a non farsi sopraffare da chi ha il capitale e può
allungarsi la vita a dismisura, lasciando agli altri il delirio di un’esistenza
povera e malata, cannibalizzando così le regole di una giusta convivenza con i
tratti di una dittatura tecnologica e genica. Un incubo, un incubo da cui
bisogna difendersi con tutte le forze divenendo coscienti dei pericoli e
comprendendo che la tecnologia non è il nemico, perché essa è neutra e può
divenire positiva o negativa a seconda dell’uso che se ne fa; bisogna stare
quindi molto attenti affinché il potere non cambi semplicemente detentore:
dai reazionari filocristiani ai tecnocrati della longevità.

Come andrebbero immaginati l’individuo transumanista e la società


da esso composta?

Persone, esseri umani o postumani che vivono centinaia di anni tramite più
processi di ringiovanimento, in grado di sconfiggere molte delle malattie
attuali; esseri viventi che guardano lo spazio profondo e progettano di viverci
la loro vita, consci che la loro struttura organica è stata modificata in modo da
sopravvivere in quelle spaventose condizioni inospitali. Ma anche persone che
possono espandere il proprio processo cognitivo ed esperienziale in modo
esponenziale, da trasmettere alla collettività per trarne il massimo beneficio:
un alveare che impara come un organismo unito e trascende se stesso verso
nuove forme di sapere… Ovviamente, a quel punto la Ver Sacrum verso gli
spazi siderali sarebbe obbligatoria, qui sulla Terra non ci sarebbe abbastanza
spazio per tutti.

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Ti andrebbe di consigliare al lettore alcuni libri e link per chi volesse
seguire le tue attività e approfondire il tema del Transumanesimo?

Per quanto mi riguarda, per la mia attività artistica, posso dare senz’altro il
link del mio blog che ha all’interno tutte le coordinate che servono per seguire
buona parte della galassia connettivista: http://hyperhouse.wordpress.com.
Per i siti transumani posso consigliare, invece, quello dell’Associazione
Transumanisti Italiani – http://www.transumanisti.it/ – quello della Deleyva
editore, che fa degli studi di Transarchitettura la sua bandiera, ovvero
immaginare uno spazio vitale dentro cui l’uomo potenziato del Futuro potrà
vivere – http://www.deleyvaeditore.com/ – e, per chiudere, direi che posso
segnalare il network dei Transumanisti italiani, un’altra branca dei transumani
che si differenzia per non piccole sfumature politiche di approccio al
Transumanesimo – http://www.transumanisti.org/. Come inizio direi che ce

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n’è abbastanza. Grazie ancora per l’ospitalità, ci vediamo nel Futuro.

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