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Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

Il Ritorno di Simone Barcelli

LA CULTURA CARAL
Dopo tre anni di assenza Il Direttore torna in Associazione ASPIS

Fabio Marino
I COLORI DI ITERU
Dal Nilo la prova dell’origine composita Egizia
Domenico Rosaci
EINSTEIN, LA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
Una disamina lungo l’arco del Tempo

Giuseppe Badalucco
I TERREMOTI - parte I
Dinamiche e spiegazioni del fenomeno più temuto

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Contenuti
Note a margine
Gianluca Rampini
pag. 3

La parola chiave: Interdisciplinare


Archeomisterica
pag. 5

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


Cultura Caral
Simone Barcelli
pag. 7

I terremoti (prima parte)


Giuseppe Badalucco
pag. 10

Einstein - Come tu mi vuoi e la ricerca del Tempo


perduto
Domenico Rosaci
pag. 22

Enigma Déjà-Vu - Un fenomeno tutto da chiarire


Enrico Travaini
pag. 28

U.O. ‘Unidentified Objects’ - Una nuova frontiera


nella percezione del fenomeno
Pier Giorgio Lepori
pag. 31

I colori di Iteru
Fabio Marino
pag. 34
www.associazioneaspis.net
www.traccedeternita.com

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Note a Margine

La Rubrica del Direttore


Gianluca Rampini

Cicli nel lungo computo della ricerca.

Questo nuovo numero di Tracce deve aprire a l c u n


con la notizia che Simone Barcelli è tornato mistero.
parte attiva della nostra rivista e del nostro Piuttosto
gruppo di ricerca. Mi sembra doveroso è
ricordare che Simone ha inventato e messo in probabile
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

piedi Tracce d’eternità. Per questo ma vi sia un


soprattutto per la stima nei confronti dell’uomo limite oltre il quale non possiamo andare. E
e del ricercatore non possiamo che essere non credo sia una questione di segreti militari.
contenti di questo rientro. Certo potremmo avere più dati, se vi fosse un
Detto questo credo sia giusto puntualizzare vero disclosure, ma dubito seriamente che
un’altra questione. L’ufologia è l’argomento qualcuno al mondo posso spiegare
che mi compete sia sulla rivista che nel gruppo compiutamente l’intero spettro del fenomeno.
e il problema è proprio l’ufologia in sé. Non Per un periodo ho perseguito una linea di
molto tempo fa scrivevo della necessità di ricerca diversa che combinasse le visioni
tornare ad analizzare i casi più importanti per alternative di alcuni scienziati agli aspetti più
procedere in una ricerca seria. Già allora però insoliti del fenomeno, ma mi sono anche reso
ero consapevole del fatto che forse non era conto che la cosa superava le mie capacità.
sufficiente nemmeno quello. Tendo ormai a Temo supererebbe le capacità di chiunque.
credere che esista un problema epistemologico Oltre a questo devo anche ammettere di
insolubile. Per quanto rimanga, l’ufologia, una essermi impegnato in altri progetti che
delle chiavi per capire non solo il nostro posto pretendono così tante energie che ho dovuto
nel cosmo ma anche la natura della realtà in cui fare delle scelte. In sostanza sospenderò la mia
viviamo, non credo si possa negare che la attività di ricerca fino a che non riuscirò a
ricerca ha ormai dato tutto quello che poteva riorganizzare il mio tempo e, al momento, non
dare e abbia sostanzialmente fallito. so se quando ricomincerò lo farò in ambito
Esistono ancora gruppi che si occupano di ufologico. Chiedo quindi scusa a tutti i nostri
investigare il fenomeno in giro per il mondo lettori ai quali l’argomento interessa ma dico
che lo fanno seriamente. Il Mufon negli Usa, Il altresì a chiunque volesse impegnarsi
Cun in Italia, il Geipan in Francia e alcuni altri. seriamente che potrebbe trovare lo spazio di
Il Cun dopo un certo periodo di immobilità farlo, su queste pagine o nel nostro gruppo.
vedo che sta nuovamente incrementando la Sottolineo con serietà. Se c’è un tratto che ci
ricerca sul campo, il che è sicuramente contraddistingue è proprio questo. Senza rigore
positivo. Ma tutti questi gruppi, e quelli e serietà non avrebbe senso fare quello che
passati, che per cinquant’anni hanno sviscerato facciamo. Motivo per cui non mi metterò mai a
il fenomeno non sono approdati a niente. scrivere articoletti raffazzonati e
Ciò non significa ne che non ci abbiano messo sensazionalistici solo per riempire pagine della
tutto l’impegno possibile ne che non ci sia
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rivista o per racimolare like sui social. Noi non perso abbastanza tempo a scrivere l’articolo
siamo questo. così com’è”.
L’ho visto succedere a tante realtà, a tanti Ma dico io, ma perché lo devi scrivere? Gli ho
ricercatori. Partire con le migliori intenzioni, fatto notare che così comprometteva anche il
produrre siti e riviste più che degne e poi dover lavoro di altri, come il sottoscritto, che cercano
arrancare, aprendosi all’inverosimile e di affrontare la cosa in maniera serie e
accettando la superficialità, principale nemica inappuntabile. Vi lascio immaginare il
della ricerca eterodossa. turpiloquio della risposta. Ma chi pubblica certi
Concludo con un piccolo aneddoto. Un paio di articoli ha la stessa responsabilità. E’ passato il
anni fa contattai l’autore di un articolo, tempo del dover “sdoganare” l’argomento,
pubblicato su una rivista che non nomino, che quando era importante che se ne parlasse a
trattava di un argomento che mi era prescindere dal come. Bisogna andare oltre,
particolarmente caro. Avevo per questo notato molto oltre.
la presenza di alcune imprecisioni e gli chiesi Vi auguro una buona estate e buone vacanze,
quali fossero le fonti delle informazioni perché spero che Tracce vi accompagni su vostri

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


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mi risultavano fatti diversi. La risposta fu, tablets dovunque deciderete di andare o di
quasi letteralmente, “Mica mi pagano, ho già rimanere.


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La parola chiave:
‘Interdisciplinare’
di Archeomisterica

Abbiamo deciso, insieme, di stralciare il motto lavorare e oggi è forte


‘United We Stand, divided we fall’ verso un più di una mini serie
politically correct prodotta da TVQ
sugli Anunnaki, sigla ufficiale realizzata da
- ‘ La parola chiave, qui, è
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Archeomisterica. Biagio ‘non riesce a stare
“Interdisciplinare” ‘,
fermo’ ed è un bene per tutti. Le sei puntate che
oltretutto assai più vicino alla nostra mission vedremo sul tubo, aiuteranno a capire dov’è la
piuttosto che il belligerante motto verità e dov’è l’inganno. Non lo diremo noi,
anglosassone. Eppure io sono affezionato a non lo dirà Biagio: lo capirete voi, Lettori e
quel grido di guerra, capace di serrare le fila in Lettrici. E che dire di Gianluca Rampini, che
momenti molto difficili, addirittura trovandoci ha preso il posto del Direttore Barcelli
coinvolti – nostro malgrado - in fatti di sostituendolo con professionalità e senza farci
Magistratura. Ne abbiamo subite davvero tante, sentire la mancanza del Grande Uno,
in particolar modo io e Fabio Marino tra il Fondatore ASPIS e Tracce d’Eternità.
2014 e il 2017. Le cose poi sono andate per il
Una menzione particolare a Enrico Travaini, il
meglio, la tempesta si è placata e gli alberi
più giovane ma dotato di una maturità rara
astuti hanno piegato la chioma, evitando di
oggi. Nel momento di difficoltà prende fondi
spezzarsi per fronteggiare inutilmente i furiosi
propri ed iniziativa, stravolgendo il lay-out del
eventi. È tornato Simone Barcelli, dopo una
sito. E’ servito anche questo, il rinnovarsi
riflessione durata tre anni, lunghi, davvero
rompe gli schemi e dà nuovo slancio. Il
lunghi. Oggi è nuovamente in sella
Rinnovamento è Eterodossia. Fabio Marino ha
nell’Associazione e siamo convinti che il suo
continuato negli studi archeoastronomici , ha
permanere sarà assai più cementato. È tornato
presidiato il web, una colonna. Così come
con un palmares bibliografico arricchito da
Roberto Bommarito, Giuseppe Badalucco,
nuovi gioielli, ASPIS lo ha sempre sostenuto
lavoratori costanti e coerenti. Vorrei ricordare
ma adesso sostenere il Direttore è anche un
qui che Giuseppe è stato insignito di una
dovere. Così come è un dovere sottolineare la
Laurea ad Honorem sulle traduzioni
permanenza di tutti noi nell’Associazione,
dall’ebraico: ci vuole altro per contrastare
quando ci siamo ‘stretti a coorte’, perché
l’Aspide. Voglio ringraziare Domenico Rosaci,
imperversava una bufera lugubre e ululante.In
Federico Tommasi e Michele Perrotta per
particolar modo mi riferisco a Biagio Russo,
essere sempre stati presenti e cooperativi. La
l’altro Gigante con Simone, che è rimasto ai
Rivista deve molto a loro. Abbiamo incontrato
posti di combattimento, ha continuato a
figuri sinistri ed insignificanti lungo il nostro

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cammino: fa parte del gioco. Tracce d’Eternità
non è più un giornale del mistero: è l’Organo
Ufficiale ASPIS che si presenta, da questo
numero, con una veste nuova.
L’interdisciplinarietà è il fondamento della
nostra vision e della nostra mission. Ma nel
cuore, sempre, batterà ‘United We Stand,
divided we fall’ e questo articolo ne è il succo
vitale.

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Cultura Caral
di Simone Barcelli

Caral, tra ostriche psicotrope ed echi d’Oriente

A una ventina di chilometri dalla costa del Pacifico, nella


valle di Supe in Perù, quella che oggi è la provincia di
Barranca, c’è il sito archeologico di Caral, uno degli
insediamenti urbani più antichi delle Americhe. Scoperta sul
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finire degli anni Quaranta del secolo scorso dallo storico Paul
Kosok dell’Università di Long Island, Caral fu abitata dalla
cultura pre-ceramica Caral-Supe, impropriamente detta Norte Chico, fin dal III millennio a.C. La
datazione più antica finora emersa, analizzando con il metodo C-14 le fibre di canna delle borse
shicra utilizzate per il trasporto di pietre, corrisponde infatti al 2900 a.C. Dal 1994 è l’antropologa
archeologa Ruth Shady Martha Solis del San Marcos National University di Lima che si occupa
degli scavi a Caral, nell’ambito di un progetto di ricerca che mira a valorizzare questo e altri siti in
cui si svilupparono le prime forme di civilizzazione. La presenza tutt’attorno di una ventina di siti
minori, fa naturalmente di Caral il centro amministrativo della prima cultura sviluppatasi in Perù. Si
ritiene che Caral sia servita da modello per tutte le civiltà susseguenti, non solo evidentemente sotto
l’aspetto urbanistico, ma anche per quel che riguarda l’arte della tessitura, poiché qui sono stati
trovati manufatti che richiamano il sistema quipu in uso agli Inca per annodare le corde.
Una civiltà marittima (o forse no) A Caral, che doveva ospitare qualche migliaio di residenti, sono
presenti complessi piramidali nelle piazze centrali infossate, tra cui svetta la Piramide Mayor con i
suoi diciotto metri. Poiché sono stati individuati non solo spazi cerimoniali ma anche edifici
abitativi, rimane il dilemma del luogo preposto per le sepolture, dato che finora non è stata
individuata nessun area che possa commisurarsi a una necropoli; infatti, a differenza di altre culture,
questa gente non usava seppellire i defunti all’interno delle abitazioni. Sulla scorta dei ritrovamenti,
è stato possibile determinare che la società complessa dei Caral-Supe era d’indole pacifica e le
principali attività erano l’agricoltura con irrigazione intensiva, la tessitura senza telaio e il
commercio verso la costa e l’interno, come dimostrano le connessioni con altri centri urbani
(Bandurria e Aspero sulla costa; Huaricoto e La Galgada nella sierra; Piruro e Kotosh nella selva).
Ruth Shady Martha Solis ritiene che Caral sia nata come colonia di una società di pescatori
stanziata sulle coste del Pacifico, per poi rendersi autonoma grazie all’espansione dell’agricoltura
praticata con terrazzamenti e canali d’irrigazione, ma soprattutto per la posizione strategica che ne
favoriva i contatti commerciali con tutte le realtà circostanti. Dello stesso avviso il collega
antropologo Michael Moseley dell’Università della Florida, che negli anni Settanta del secolo
scorso scavò il sito costiero di Aspero risalente al 3.055 a.C., a una trentina di chilometri da Caral:
si trattava di un villaggio di pescatori pre-ceramico con sei tumuli a piattaforma, un’anomalia
sconcertante per l’epoca poiché si pensava che solo una società agricola ben organizzata, che già
lavorasse la ceramica, poteva avanzare legittimità per quest’architettura monumentale. Aspero, per
Moseley, era la prova che anche genti dedite alla pesca erano in grado di organizzarsi civilmente,
soprattutto in un territorio in cui l’agricoltura divenne praticabile successivamente solo nelle valli
fluviali. L’archeologo nel 1975, a sostegno della sua ipotesi marittima delle origini della civiltà del
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Perù che poi diverrà paradigma dominante, dichiarò controcorrente che “… l’assioma archeologico
che solo l’agricoltura potrebbe sostenere la crescita delle società complesse, non è una verità
universale”; nel 2004 aggiunse che “…migliaia di anni fa, la ricca pesca andina sosteneva la
crescita delle prime popolazioni litorali, la nascita di grandi comunità sedentarie, la formazione di
società complesse, stabilendo le basi della civiltà costiera.” Anche El Paraiso, un altro grande sito
sulla costa lungo il fiume Chillon, si presta come Aspero a sostenere l’ipotesi marittima: qui sono
venuti alla luce tredici tumuli, di cui sette in una piazza centrale a forma di U, un prototipo per siti
successivi. Di parere opposto gli archeologi Winifred Creamer e Jonathan Haas, che pure hanno
collaborato inizialmente con Ruth Shady Martha Solis negli scavi di Caral, determinando anche le
datazioni con il metodo C-14: come scrivono su Science già nel 2001, per loro Caral faceva parte di
una società agricola la cui influenza si è poi estesa alla costa, riproponendo quindi l’ipotesi idraulica
del 1957 avanzata dallo storico Karl Wittfogel, che sosteneva come l’irrigazione fosse stato
l’elemento catalizzatore in grado di trasformare le società tribali in civiltà. La diatriba è proseguita

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con la pubblicazione di ulteriori datazioni eseguite dalla coppia Creamer-Haas su materiale
organico rinvenuto in tredici siti che si trovano vicino Caral ma in valli fluviali differenti (Pativilca
e Fortaleza), in cui sono comunque presenti tumuli e complessi residenziali: il metodo C-14 ha
restituito date comprese in una forbice tra 3.000 a.C. e 1.800 a.C. Le argomentazioni di Creamer e
Haas, pubblicate nel 2004 con grande risalto anche sulla rivista Nature, potevano esautorare il
lavoro ultradecennale della peruviana e del decano Moseley, ma l’archeologo Alejandro Chu, che
dal 2005 scava nella valle di Huaura dove c’è l’area archeologica di Bandurria, molto simile ad
Aspero per la sua architettura monumentale, ha rilasciato per questo villaggio cerimoniale
marittimo datazioni con il metodo C-14 attestate al 3.200 a.C. L’archeologa peruviana ha infine
puntualizzato che Creamer e Haas non hanno mai scavato a Caral e li ha pubblicamente accusati di
essersi appropriati dei risultati della sua ricerca sulle origini della civiltà e della loro
caratterizzazione nella zona centro-settentrionale del Perù.
Un’ostrica psicotropa La scoperta a Caral, nella zona circostante l’anfiteatro e all’interno della
struttura piramidale, di decine di flauti e cornette realizzati con ossa animali, suggerisce che la gente
fosse dedita a cerimonie religiose in cui la musica aveva un ruolo importante, come pure l’uso di
sostanze psicotrope, desumibile dal rinvenimento di esemplari di ‘ostriche spinose’ della specie
spondylus provenienti dall’Ecuador, ritrovate in gran massa in ogni tomba reale della cultura
Chimu, succedente quella Mochita o Moche, che stabilì già alla fine del I millennio della nostra era
la capitale del Regno di Chimor (così sarebbe stato ricordato) a Chan Chan sulla costa settentrionale
peruviana. Le cosiddette ‘ostriche spinose’ appartengono alla famiglia Spondylus princeps, un
mollusco che proviene dai mari dell’Ecuador, forse trasportato periodicamente in Perù dall’uragano
El Nino, oppure oggetto di scambio con le popolazioni della Mesoamerica. Già raffigurato nell’arte
dei Moche, le ostriche spinose sono state rinvenute in quantità non solo a Caral ma anche in altri siti
archeologici risalenti al III millennio a.C. come Bandurria. Nel complesso cultuale di Garagay (oggi
un’area urbana di Lima), ricondotto alla cultura Sechin, oltre all’idolo in rilievo della piramide che
era ornato con un dischetto della conchiglia mullu della famiglia Spondylus princeps, sono stati
rinvenuti quasi cento chilogrammi di resti di questo mollusco. Il mollusco era particolarmente
apprezzato dalle popolazioni pre-incaiche, che ne facevano vari usi: il guscio fatto a pezzi serviva
per realizzare monili, se tritato produceva invece polvere adatta per le decorazioni parietali. Nel sito
di El Trigal nella valle di Nazca, portato alla luce solo nel 2005, viveva fin dall’inizio del I
millennio a.C. una civiltà che ha preceduto la ben più nota Nazca. Qui, in alcuni edifici circolari,
sono state rinvenute conchiglie della famiglia Spondylus, che subivano processi di lavorazione e
trasformazione per ricavarne gioielli e utensili. Secondo gli archeologi, le conchiglie provenivano
dall’Ecuador, a circa millecinquecento chilometri di distanza. L’ostrica spinosa era invariabilmente
associata a numerosi santuari dell’acqua e alle sepolture, quindi usata in rituali e celebrazioni
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poiché la polvere rossa ricordava anche il sangue. Non si può sottacere, infine, stando al contenuto
di un mito quechua, che la Spondylus era indicato dagli indigeni come “Cibo degli Dei”:
l’archeologa Mary Glowacki, in uno studio pubblicato nel 2005 sulla rivista Antiquity, suggerisce
che il frutto di mare, durante particolari cerimonie religiose, fosse volutamente mangiato fuori
stagione dai sacerdoti sciamani poiché induceva in loro stati di coscienza alterata utili per
comunicare con le divinità. Tali rituali avvenivano tra aprile e settembre, quando la carne di
Spondylus, come quella di altri crostacei, è particolarmente tossica e se ingerita dall’uomo produce
nell’organismo distorsioni sensoriali, euforia, perdita del controllo muscolare e, in alcune
circostanze, paralisi e morte. Il ricercatore Giorgio Samorini ci racconta anche di un’altra ostrica:
“Lungo le coste del Perù vive un’ostrica (Spondylus limbatus) che in un certo periodo dell’anno si
ciba di un’alga che produce saxitossina, e la sua carne ne resta impregnata, diventando tossica; ma
alle giuste dosi produce nell’uomo che la mangia la sensazione di volare. Ciò spiegherebbe la sua
frequenza nei reperti archeologici delle antiche popolazioni andine, che la chiamavano "cibo degli
dei". La saxitossina è molto tossica, ma l'urina di chi mangia queste ostriche diventa meno tossica e
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più allucinogena.”
Echi da Oriente Pur avendo avuto contatti con la cultura colombiana Valdivia, sviluppatasi nel IV
millennio a.C. sulle coste dell’Ecuador, che conosceva la ceramica, la gente di Caral-Supe continuò
a lavorare l’argilla senza cuocerla. Per l’archeologo Pedro Novoa Bellota (che fa parte dello stesso
progetto di ricerca guidato da Ruth Shady Martha Solis), intervistato dal ricercatore Yuri Leveratto,
“la società di Caral non fece proprio l’uso della terracotta né come oggetto cerimoniale per l’elite,
né come oggetto destinato all’uso quotidiano (come recipiente). Non vi fu la necessità di adottare la
ceramica, in quanto per immagazzinare l’acqua si utilizzavano le scorze secche di alcune verdure.” I
contatti tra le culture Caral e Valdivia aprono scenari incredibili, perché la civiltà dell’Ecuador,
come hanno sostenuto l’archeologo scopritore Emilio Estrada e la collega americana Betty Meggers
sulla scorta dei resti e degli stili ceramici (per la Meggers anche le piante, gli agenti patogeni e i
parassiti di origine giapponese che si trovano tra le popolazioni andine), suggerisce una dipendenza
con la cultura Jomon sull’isola giapponese di Kyushu, che potrebbe aver raggiunto il Nuovo Mondo
già nel IV millennio a.C. Dal 2013 la tesi, fino a quel momento osteggiata, ha trovato nuova linfa da
uno studio apparso su PLOS Genetics, in cui un gruppo di genetisti relaziona su un certo aplotipo
presente ad alta frequenza in Asia, praticamente sconosciuto nel Nord e Centro America, che risulta
introdotto tardivamente in Sud America non più di 6.000 anni fa, forse tramite viaggi lungo la costa
del Pacifico. Quel che in fondo ha sempre sostenuto dal 1943 l’etnologo Paul Rivet, quando
suggeriva che le genti del Sud America provenivano dall’Australia e dalla Melanesia.
La misteriosa cultura Caral-Supe declinò a partire dal 1800 a.C., la gente probabilmente cominciò a
migrare alla ricerca di terre più fertili. Come spiega un gruppo di lavoro multidisciplinare con
portavoce Michael Moseley in un articolo pubblicato on line nel 2009 da Proceedings of National
Academy of Sciences, la risposta sta in un insieme di fattori devastanti: terremoti, piogge torrenziali
e inondazioni, che costrinsero alla resa le genti stanziate nella valle del Supe lungo la costa
peruviana. Caral e Aspero furono le località più colpite, come dimostrano i crolli di pareti e
pavimenti di molti edifici e le tracce di allagamenti in altri. Infine, fu El Nino a sferrare il colpo di
grazia, riempiendo di sabbia la baie costiere. Questa cultura ci ha regalato anche l’immagine più
antica di una divinità antropomorfa assimilabile al più tardo dio Virachoca, immortalata in un
frammento di zucca rinvenuto nelle vicinanze dell’attuale Barranca e risalente al III millennio a.C.
Era il “Dio dei Bastoni”, poi ricordato per la pelle chiara, la barba e i capelli lunghi, una lunga
tunica cinta in vita. Se ne andò com’era venuto, solcando le acque del Pacifico.


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I Terremoti (prima parte)
di Giuseppe Badalucco

LA TERRA:
La Terra è il terzo pianeta del Sistema Solare e dista dal Sole all’incirca 147 milioni di km. I suoi
principali parametri geofisici sono elencati nella seguente tabella

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La forma della Terra è quella di un ellissoide di rotazione detto Geoide che può essere definito
come uno sferoide oblato (l’ellisse è ruotato attorno al suo asse minore – Fig. 1)
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

LA STRUTTURA INTERNA DELLA TERRA:


La struttura interna della Terra non è considerata omogenea poiché la densità della crosta terrestre
è all’incirca 2,7-2,8 g/m3 mentre la densità media si attesta intorno a 5,52 g/m3; da ciò i geofisici
hanno dedotto, innanzitutto, che gli strati più interni del pianeta devono presentare una densità
molto maggiore rispetto alla superficie; la struttura interna del nostro pianeta viene considerata
dagli studiosi come formata a strati e il modello geofisico, elaborato nel corso dei decenni scorsi
dai geologi, è fondato sull’analisi degli strati superiori effettuata tramite carotaggi, nonché
sull’analisi dei campioni di rocce e materiali riportati in superficie da eruzioni vulcaniche e dallo
studio (molto importante) delle onde sismiche. La struttura interna della Terra è formata dai
seguenti strati:
- Litosfera (dal greco Lithos – Sphaira, sfera rocciosa) è la parte più esterna e rigida del pianeta; la
sua individuazione ha permesso lo sviluppo della teoria della Tettonica a placche a partire dagli
studi del geologo Joseph Barrell. La litosfera si estende da circa 5 a 200 km e comprende
- Crosta terrestre, che ha uno spessore variabile tra i 4 km (crosta oceanica) e i 70 km (crosta
continentale). Il limite superiore della crosta terrestre è la superficie che la mette in contatto con
l’atmosfera o idrosfera mentre il limite inferiore è una superficie caratterizzata da cambiamenti
fisici e chimici in cui è stata registrata una discontinuità fisica (detta Discontinuità di
Mohorovičić), che separa la Crosta dal Mantello e che risulta caratterizzata anche dalla variazione
di velocità delle onde sismiche.
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- Mantello superiore, che si estende da circa 80 km sotto gli oceani fino a circa 200 km sotto i
continenti, ha una profondità compresa tra 33 e 410 km. L’individuazione del Mantello superiore
trae origine dallo studio della variazione di velocità delle onde sismiche che fu individuato
inizialmente dal sismologo croato Mohorovičić (1909)
- Zona di transizione, compresa fra 410 – 660 km di profondità, che separa il Mantello superiore
dal Mantello inferiore.
- Mantello inferiore, compreso tra 660 – 2.891 km di profondità; il Mantello inferiore è lo strato
interno le cui caratteristiche fisico – chimiche sono ancora in fase di studio ma gli studiosi sono
riusciti a comprendere che appare piuttosto omogeneo per quanto concerne le onde sismiche
Nel Mantello, le cui caratteristiche chimiche e fisiche non sono state ancora del tutto comprese
appieno, sono state individuate due importanti discontinuità da parte della geologa danese Inge
Lehmann:
- la Prima Discontinuità di Lehman situata ad una profondità di circa 5.150 km e che fu

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


individuata dalla riflessione delle onde P (onde primarie) che spinse gli studiosi ad ipotizzare la
distinzione tra una parte di nucleo esterno liquido e una parte di nucleo interno solido.

- la Seconda Discontinuità di Lehman situata all’incirca ad una profondità compresa fra 220 ± 30
km (cioè tra 180 e 250 km circa) che fu individuata con l’analisi di una forte variazione di velocità
delle onde sismiche P ed S (primarie e secondarie); tale discontinuità ha generato un forte dibattito
in seno alla comunità scientifica, tale da non aver determinato ancora una posizione precisa
sull’argomento.
Alla profondità compresa tra circa 80 km e 200 km il Mantello presenta una struttura a bassa
viscosità (Astenosfera) che ha indotto gli studiosi a ipotizzare lo stato di parziale fusione del
Mantello dovuto comunque alle alte temperature registrabili in tale punto; a causa di tali
caratteristiche l’Astenosfera si comporta parzialmente come un liquido per cui tende a subire gli
effetti dinamici dovuti a stress nel lungo termine, contribuendo in modo determinante alla tettonica
delle placche (scivolamento laterale, subduzione e movimenti verticali)
- Discontinuità di Gutenberg: la discontinuità di Gutemberg individuata dal sismologo Beno
Gutemberg nel 1914, è definita come la superficie di contatto che separa il Mantello dal Nucleo
della Terra; la Discontinuità di Gutemberg è stata individuata alla profondità di 2900,23 km circa
ed è caratterizzata da una forte riduzione delle onde sismiche che passano da circa 13 km/s a circa
8 km/s mentre è stato accertato che oltre tale discontinuità le onde S non si propagano al di sotto di
essa, per cui è stata data un’ulteriore conferma del fatto che la parte esterna del Nucleo è liquida.
- Nucleo:
Il Nucleo terrestre è separato dal Mantello dalla Discontinuità di Gutemberg ed è la sfera
concentrica più interna in cui è suddivisa la struttura della Terra. Il Nucleo, complessivamente, ha
un raggio di circa 3.500 km ed è suddiviso in due componenti:
- Nucleo esterno, che presenta un raggio di circa 2.300 km, composto principalmente da ferro e
nichel (a cui si aggiungono in minima parte zolfo e ossigeno) in cui la materia si trova allo stato
liquido. In tale strato del Nucleo la temperatura raggiunge i 3.000 °C (gradi centrigradi) con una
densità di 9,3 g/cm3 e una pressione di circa 1.400 kbar. Secondo gli studiosi le correnti convettive
dello strato liquido del Nucleo esterno generano il meccanismo di “dinamo ad autoeccitazione”
che forma il campo magnetico terrestre secondo la teoria della geodinamo.
- Nucleo interno, che presenta un raggio di circa 1.220 – 1.250 km, composto principalmente da
ferro e in cui la materia si trova allo stato viscoso, a causa della pressione di circa 3.300 – 3.600
kbar con una densità di circa 13 g/cm3 e una temperatura di circa 5.400 °C.

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Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

LA TEORIA DELLA TETTONICA A PLACCHE:


La teoria della tettonica delle placche descrive la dinamica della Crosta terrestre e tutti i fenomeni
riguardanti la struttura della terra (terremoti, eruzioni vulcaniche, orogenesi ecc.). Secondo la
teoria tettonica la Litosfera è suddivisa in 7 placche o zolle principali, a cui si aggiungono 8
placche minori e 43 microplacche
- Placca Antartica (60,9 milioni di km2) che corrisponde al continente antartico e alla parte
meridionale degli oceani
- Placca Sudamericana che ha una superficie di circa 43,6 milioni di km2, poiché comprende tutta
l’America meridionale e parte dell’Oceano Atlantico sud occidentale
- Placca Africana che ha una superficie di circa 61 milioni di km2 e comprende quasi tutta l’Africa
- Placca Indo – Australiana, suddivisa in placca indiana e australiana, che presenta una superficie
all’incirca pari a 47,2 milioni di km2 dell’Oceano indiano e comprende il subcontinente Indiano,
l’Australia e la Nuova Zelanda
- Placca del Pacifico, che comprende gran parte della superficie della crosta terrestre situata
nell’Oceano Pacifico, all’incirca pari a circa 103,3 milioni di km2
- Placca Nordamericana, che comprende gran parte della superficie dell’America settentrionale,
parte della Siberia, parte dell’Oceano Atlantico, del Mare di Bering e di Ochotsk, mar Glaciale
Artico, parte della penisola della Kamčatka e delle isole settentrionali del Giappone per circa 75,9
milioni di km2
- Placca Euroasiatica, che comprende gran parte dell’Eurasia (circa 67,8 milioni di km2), parte
della penisola arabica e parte estrema della Sibera
Le placche minori sono:
- Placca di Nazca, che è situata ad ovest della costa occidentale dell’America meridionale ed è
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Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

completamente situata nell’Oceano Pacifico


- Placca di Cocos, situata a nord della Placca di Nazca, ha una dimensione inferiore rispetto alla
precedente ed è situata in prossimità della Placca di Rivera
- Placca Caraibica che si trova al largo della costa orientale dell’America centrale e confina con la
Placca nordamericana e la Placca sudamericana
- Placca Scotia, che si trova nella parte meridionale dell’Oceano Atlantico
- Placca Arabica o Araba, che corrisponde prevalentemente alla penisola Arabica
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- Placca Indiana che originariamente era parte del continente Gondwana
- Placca delle Filippine, situata al di sotto dell’Oceano Pacifico al largo delle Filippine
- Placca Juan de Fuca (dal nome dell’esploratore) situata a nord dell’Oceano Pacifico
nordamericano
Le altre microplacche minori sono quelle: Adriatica, Altiplano, Amur, Anatolica, delle Ande,
Australiana, Bird’s head, Birmana, Bismarck nord, Bismarck sud, Caroline, Explorer, Futuna,
Galápagos, Georgia del sud, Gorda, Indiana, Isola di Pasqua, Jan Mayen, Juan Fernández,
Kermadec, Manus, Maoke, Mar di Banda, Mar Egeo, Mar delle Molucche, Mare delle Salomone,
Marianne, Niuafo’ou, Nuove Ebridi, Okhotsk, Okinawa, Panama, Reef Balmoral, Reef Conway,
Rivera, Shetland, Somala, Sonda, Timor, Tonga, Woodlark, Yangtze.
Secondo la teoria della tettonica delle placche, dopo la formazione della Terra, il Mantello terrestre
era ricoperto di magma (roccia fusa non ancora solidificata) che cominciò a solidificarsi quando la
sua temperatura scese al di sotto del livello critico di fusione, formando due supercontinenti che
successivamente si scontrarono formando un supercontinente che successivamente si fratturò
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

ulteriormente a causa della riduzione stessa del volume di magma e fuoriuscita alla superficie per
l’attività vulcanica. In accordo con questa teoria risulta che
- le temperature elevate
- le pressioni elevate
- l’applicazione di sforzi nel medio – lungo termine (su scala geologica)
incidono sull’Astenosfera che, pur essendo allo stato solido, si comporta come un fluido viscoso
che subisce movimenti generando un moto delle placche tettoniche in cui è suddivisa la Litosfera,
il movimento delle placche tettoniche avviene all’incirca in un range compreso fra 1 – 10 cm
l’anno (mediamente circa 6 cm l’anno). Le zolle tettoniche presenti nella Litosfera, quindi, si
muovono (come oggetti fisici su un liquido) sull’Astenosfera del Mantello superiore. Il
movimento delle placche è generato dai moti convettivi del Mantello terrestre; le rocce fluide che
costituiscono il Mantello subiscono un processo di “rimescolamento” provocato dalle correnti
convettive (ricordano in senso figurato l’ebollizione dell’acqua in una pentola). Il magma formato
dalle rocce fuse tende a risalire in superficie mentre quelle più fredde e dense sprofondano
nell’Astenosfera dove vengono fuse in magma, che tende poi a risalire in superficie. Il moto
circolare delle celle convettive provoca i movimenti tettonici delle placche. In particolare è stato

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accertato che le placche tettoniche possono muoversi generando

- collisioni tra di esse


- scorrimento laterale
- allontanamento
per cui tali movimenti e collisioni incidono sulla geofisica del pianeta, generando tutti i fenomeni
geologici (eventi sismici, eruzioni vulcaniche, orogenesi ecc.). La teoria della tettonica delle
placche fu confermata nel XX secolo grazie allo studio dell’espansione dei fondali oceanici,
analizzando le anomalie magnetiche individuate in prossimità della Dorsale Medio – Atlantica
nonché attraverso lo studio degli eventi sismici intorno al Piano di Benioff che permise di
confermare il fenomeno della Subduzione delle placche tettoniche. La teoria della tettonica delle
placche quindi si fonda su quattro assunti principali:
- creazione di nuova litosfera oceanica, generata lungo le dorsali oceaniche a causa del processo di

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


espansione dei fondali oceanici
- la crosta creata va a formare le placche tettoniche rigide
- l’Area totale della superficie terrestre e il raggio restano invariati, a causa del meccanismo di
“compensazione” tra la formazione di nuova crosta terrestre e sprofondamento della porzione di
crosta nell’Astenosfera
- le placche litosferiche (o zolle) trasmettono lateralmente tutti gli sforzi che subiscono
(comportamento rigido)
Lo spostamento delle principali placche tettoniche, sulla base dei dati disponibili, può essere
sintetizzato nel seguente schema:

I TERREMOTI:
I terremoti possono essere definiti come movimenti improvvisi della crosta terrestre provocati
dallo spostamento o distacco di rocce nel sottosuolo. I movimenti della crosta terrestre sono
provocati dallo spostamento delle placche o zolle in cui è suddivisa la litosfera che si muovono
all’incirca di 6 – 8 cm l’anno. Le forze tettoniche che agiscono nel sottosuolo terrestre provocano
la liberazione di energia in un punto interno della terra, detto ipocentro, che genera onde sismiche
che si propagano in ogni direzione dall’ipocentro provocando gli effetti sulla superficie terrestre; i
terremoti possono avere una durata inferiore a circa 30 secondi ma alcuni possono superare anche
il minuto. I principali elementi determinanti degli eventi sismici sono i seguenti:
- Ipocentro: E’ il punto, al di sotto della superficie terrestre, da dove si dipanano le onde sismiche.
L’ipocentro si trova verticalmente sotto l’epicentro e la distanza tra i due punti viene definita
profondità focale. A seconda del range di profondità dell’ipocentro si distinguono tre categorie di
terremoti:
- terremoti superficiali, con ipocentro compreso tra 0 – 70 km
- terremoti intermedi, con ipocentro compreso tra 70 – 300 km
- terremoti profondi, con ipocentro oltre i 300 km
Generalmente la maggior parte degli eventi sismici sono di tipo superficiale, cioè con profondità
non superiori ai 70 km, ma si verificano anche terremoti profondi detti generalmente terremoti
delle zone di subduzione (dove le zolle oceaniche andando in subduzione sprofondano nel
Mantello). Oltre i 700 km circa di profondità, tuttavia, non si verificano eventi sismici perché le
rocce acquisiscono un comportamento duttile. Risulta inoltre che l’area epicentrale (cioè la zona
colpita dal sisma) è proporzionale alla profondità dell’evento sismico, per cui se la profondità
dell’ipocentro è minore, l’area interessata è più piccola mentre se la profondità è maggiore, l’area
interessata sarà più vasta.
- Epicentro: E’ il punto della superficie terrestre situato sulla verticale condotta alla superficie
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dall’ipocentro; è quindi la zona in cui l’evento sismico genera i maggiori danni.
In realtà ipocentro ed epicentro di un evento sismico non sono zone puntiformi ma occupano
un’estensione geometrica, per cui l’ipocentro fa riferimento al centro di massa del volume di
roccia in cui si verifica l’emissione delle onde sismiche

- Onde sismiche:
Le onde sismiche sono onde generate da un terremoto, cioè perturbazioni che si propagano da una
sorgente nello spazio e nel tempo e attraversano il globo terrestre; possono essere considerate
come onde meccaniche che sfruttano le proprietà elastiche dei mezzi che attraversano per la loro
propagazione. Ovviamente le onde sismiche possono anche essere prodotte artificialmente (con
esplosioni) o derivare da attività vulcanica. Le onde sismiche si suddividono in due tipologie:
- onde di corpo o volume: sono quelle onde che si propagano dalla sorgente sismogenetica in tutte
le direzioni; si distinguono in
- onde P: sono onde di compressione, definite anche longitudinali o primarie. Quando le onde P
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

attraversano un materiale, le sue particelle compiono un moto oscillatorio in direzione della


propagazione; tali onde sono le più veloce per cui sono le prime ad essere registrate dai
sismografi degli osservatori sismici (da cui il termine Onde Primarie). La velocità delle onde P è
data dall’equazione

dove λ e µ sono le costanti di Lamé (µ modulo di rigidità)


k è il modulo di compressibilità
ρ è la densità del materiale attraversato dall’onda
- Onde S dette anche trasversali sono onde che attraversando un materiale provocano oscillazioni
perpendicolari alla direzione di propagazione; la loro velocità è data dall’equazione

dove µ è il modulo di rigidità (rapporto tra la tensione tangenziale e lo scorrimento generato)


ρ è la densità del materiale.
Poiché in termini algebrici il valore di Vs < Vp risulta che le onde S hanno sempre una velocità
inferiore rispetto alle onde P (da cui il termine onde secondarie).
- Onde superficiali (o di superficie): sono onde che si formano per effetto dell’intersezione delle
onde di corpo o volume con la superficie terrestre; le onde superficiali hanno una velocità inferiore
rispetto alle onde di corpo e la loro energia si riduce con l’aumentare della profondità
dell’ipocentro (decadimento esponenziale); per cui nel caso di un evento sismico le onde
superficiali raggiungono la stazione di rilevamento successivamente alle onde P e S. Le onde
superficiali si distinguono in due categorie:
- Onde di Rayleigh: queste onde sono determinate dalla combinazione vettoriale delle onde P ed S
e si propagano lungo la superficie terrestre. Le onde di Rayleigh si propagano sia in spazi
omogenei che in spazi disomogenei
- Onde di Love: queste onde presentano caratteristiche simili alle precedenti ma si propagano in
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Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017
spazi disomogenei (cioè la velocità delle onde aumenta con la profondità)

CLASSIFICAZIONE DEI TERREMOTI:


I terremoti possono essere classificati in due grandi categorie:

- Terremoti d’intraplacca che sono quei terremoti che si verificano “all’interno” di una singola
placca tettonica, cioè nelle zone considerate meno importanti dal punto di vista sismico; i terremoti
intraplacca sono considerati piuttosto rari (si verificano all’incirca con una frequenza di 1 ogni 30
– 50 anni) anche se possono provocare ingenti danni. Alcuni terremoti intraplacca registrati in
epoca recente, a partire dal XIX secolo, hanno provocato gravissimi danni, come il terremoto del
1811 – 12 di New Madrid (nel Missouri), il terremoto di Charleston (South Carolina) nel 1886 e il
potente terremoto del Gujurat in India nel 2001 (7,6° Richter, 20.000 morti). Tra le zone che sono
spesso state colpite da forti terremoti intraplacca vi sono gli Usa e l’India, mentre in casi minori si
sono verificati eventi sismici intraplacca nella zona di New York (4° Richter nel 1985 e ancora
5,9° Richter nel 2011, tra Richmond e Charlottesville), oppure in Gran Bretagna, che a sua volta,
non è considerata una zona altamente sismica (in Gran Bretagna eventi sismici si sono verificati
per esempio in epoca recente il 20 febbraio 2014 con una magnitudo di 4,1° Richter nel canale di

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Bristol a circa 30 km da Swansea nel Galles) o ancora in zone di confine tra alcuni paesi come
Germania, Austria, Repubblica Ceca e altri, situati all’interno della placca euroasiatica.

- terremoti interplacca o terremoti tettonici che sono quei terremoti che si verificano ai margini
delle placche tettoniche in movimento della crosta terrestre, considerati quindi, dalla Comunità
scientifica, come i più “comuni”. Il movimento in direzioni anche opposte delle varie placche,
associato al loro scorrimento laterale e al fenomeno della subduzione delle stesse placche genera
l’energia che si sprigiona negli eventi sismici. La maggior parte dei terremoti tettonici è infatti
concentrata nella fascia di circa 39 mila km (cioè poco meno della circonferenza terrestre)
chiamata Cintura di Fuoco del Pacifico che comprende le zone contenute nelle placca Pacifica,
parte della placca di Cocos e della placca di Nazca mentre dalla parte asiatica comprende parte
della placca Euroasiatica, Australiana e delle Filippine; quindi le aree interessate dai terremoti più
frequenti e forti sono essenzialmente la costa occidentale del Nord America (California), la costa
occidentale dell’America Meridionale e Centrale (Cile, Perù, Messico), parte dell’Europa
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

meridionale e del Bacino del Mediterraneo (Italia, Grecia, Turchia), paesi del Vicino Oriente (Iran,
Pakistan), paesi dell’Oceania come Australia, Nuova Zelanda, varie zone della Cina meridionale e
ancora la zona di Taiwan e il Giappone
SCALE DI MISURAZIONE DEI TERREMOTI:
A partire dal XIX secolo furono introdotte diverse scale di misurazione dell’intensità degli eventi
sismici ( per esempio la scala Rossi – Forel verso la fine del XIX secolo). Tra le scale di
misurazione che hanno assunto la maggiore diffusione nella comunità scientifica si possono
annoverare le seguenti:
- Scala d’intensità Mercalli:
La Scala Mercalli è una scala di misurazione dell’intensità di un evento sismico che si manifesta
con gli effetti fisici provocati dal terremoto nella superficie terrestre su persone e cose (oggetti,
edifici, infrastrutture ecc.). La Scala Mercalli fu introdotta dal sismologo italiano Giuseppe
Mercalli verso la fine dell’800 e fu ulteriormente modificata dal geofisico Adolfo Cancani (dopo il
terremoto di Messina del 1908) e dal geofisico August Heinrich Sieberg. La scala Mercalli –
Cancani – Sieberg (indicata con l’acronimo MCS) è formata dai seguenti gradi:

La Scala Mercalli è stata, successivamente, ulteriormente modificata dagli studiosi dei centri di
ricerca (USGS – United States Geological Survey) per tenere conto degli effetti avvertiti dalle
persone nei gradi bassi e sui danni agli edifici nei gradi alti, attraverso la predisposizione di
equazioni di conversione che permettano di associare l’intensità ad alcune grandezze fisiche
misurabili localmente come la PGA (Peak Ground Acceleration o Accelerazione di picco al suolo).
- Scala Richter:
La scala Richter, misura la magnitudo di un evento sismico, che può essere definita come l’energia
emessa dal terremoto nell’ipocentro (cioè il punto al di sotto della Crosta terrestre in cui origina
l’evento sismico). La Scala Richter fu introdotta dal sismologo Charles Francis Richter in
collaborazione con Beno Gutemberg nel 1935. Nel modello di Richter la magnitudo di un evento
sismico è data dal logaritmo in base decimale dello spostamento massimo della traccia in un
sismografo (tipo Wood – Anderson) per un evento situato ad una distanza di 100 km. La scala
logaritmica di Richter fu costruita a partire dallo spostamento di un micrometro (1/1000 di mm)
sul sismografo per 100 km di distanza dall’epicentro e fu elaborata in modo tale che l’energia
rilasciata dall’evento sismico sia proporzionale all’ampiezza di oscillazione elevata alla potenza
3/2 (cioè 1,5). Quindi per calcolare l’energia emessa da un evento sismico, computata in Kg di
TNT equivalente, occorre applicare la formula

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Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017
dove E indica l’energia equivalente in Kg di tritolo M indica la magnitudo dell’evento sismico
Per cui, ad esempio, se vogliamo calcolare l’energia emessa da un terremoto di magnitudo 4,0
occorrerà eseguire il seguente calcolo
E = 10(4 · 1,5) = 1.000.000 Kg di TNT = 1.000 Tonnellate
Viceversa se volessimo calcolare il valore della magnitudo di un terremoto, conoscendo l’energia
emessa dall’evento sismico occorre ricordare che, poiché l’incognita è M, occorre eseguire il
calcolo del logaritmo in base 10, infatti otteniamo che
log10 E = 1,5 · M log10 10
da cui si ricava che per calcolare M occorre dividere ambo i membri per 1,5 log10 10
log10 E / 1,5 log10 10 = 1,5 · M log10 10 / 1,5 log10 10 da cui si ricava che
M = log10 E / 1,5 log10 10
Ma poiché log10 10 = 1 la formula diventa

Esempio
Magnitudo di un terremoto che ha emesso energia pari a 150.000.000 (150 milioni) di Kg di TNT
è dato da
M = (log10 150.000.000) / 1,5 = 5,45 ≈ 5,4 Richter
Cioè la magnitudo di un terremoto che emette energia equivalente a circa 150 milioni di kg di TNT
è all’incirca pari a 5,4 gradi Richter (valori arrotondati).
Se invece si vuole effettuare un raffronto tra due eventi sismici di magnitudo diversa occorre
calcolare la variazione da un grado all’altro della scala Richter, per la quale si ottiene che, per
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esempio:
- una differenza di magnitudo 1,0 Richter tra due eventi sismici è pari a
(101)3/2 = 31,62
Quindi l’energia sprigionata da un terremoto di magnitudo 2,0 è 31,6 volte maggiore, all’incirca,
rispetto all’energia di un sisma di magnitudo 1,0
- una differenza di magnitudo 2,0 Richter tra due eventi sismici è pari a
(102)3/2 = 1.000
Quindi l’energia sprigionata da un terremoto, per esempio, di magnitudo 5,0 è 1.000 volte
maggiore rispetto all’energia emessa da un terremoto di magnitudo 3,0
La Scala di misurazione della magnitudo dei terremoti introdotta da Richter viene indicata con il
simbolo ML, inteso come magnitudo locale (che misura l’energia emessa dal terremoto
nell’ipocentro) e viene classificata secondo la seguente tabella, in cui sono elencati valori di
equivalenza in TNT e Joule (unità di misura dell’energia, dove 1 J è pari a 1kg 1m2/1s2); N.B.
sono elencati solo i valori interi di magnitudo a titolo esemplificativo
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

Successivamente all’introduzione della Scala Richter che esprime la magnitudo locale del
terremoto è stata introdotta una nuova scala di misurazione della magnitudo (negli anni ’70) che è
stata definita Scala di magnitudo del momento sismico (Moment Magnitude Scale) e che viene
indicata dal simbolo MW. Il valore della magnitudo momento è un numero adimensionale dato
dall’espressione

dove MW indica la magnitudo momento


M0 esprime il momento sismico nell’ipocentro, cioè l’energia che si trasforma durante l’evento
sismico (espresso in N·m).
(Fine prima parte)


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Einstein - Come tu mi
vuoi e la Ricerca del Tempo
Perduto
di Domenico Rosaci
Quando Albert Einstein, nel suo “Annus Mirabilis” 1905,
pubblicò il suo articolo “Zur Elektrodynamik bewegter
Körper” (“Sull'elettrodinamica dei corpi in movimento”), in
cui era contenuta la teoria scientifica che sarebbe passata alla

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


storia col nome di Relatività Ristretta (o Speciale), nessuno
avrebbe mai potuto neanche lontanamente immaginare le
implicazioni che ne sarebbero derivate, non solo per lo
sviluppo della Fisica Moderna, quale settore fondamentale della Scienza, ma per la stessa visione
del mondo che gli esseri umani avrebbero dovuto necessariamente mutare, in seguito alla
diffusione di quelle idee.
Ciò che è sorprendente, nella teoria di Einstein, è che essa fu derivata per via puramente logica,
applicando deduzioni matematiche a partire da due soli postulati, cioè due convinzioni sulla realtà
che venivano date per certe perché basate sull’esperienza sensoriale.
Il primo di tali postulati afferma che “le leggi della meccanica, dell'elettromagnetismo e dell'ottica
sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali”. Questo principio, già enunciato da Galileo
nel 1632 nel suo “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, e noto come Principio di
Relatività Galileiana, semplicemente significa che se ci troviamo all’interno di un sistema non
sottoposto all’azione di una forza esterna complessivamente non nulla (sistema inerziale), le leggi
della Fisica sono sempre le stesse, qualunque sia tale sistema inerziale.
Un sistema inerziale, in cui la somma di tutte le forze che agiscono è complessivamente nulla, è un
sistema fondamentale, per comprendere il moto dei corpi. Esso non muta la sua velocità nel
tempo, cioè non accelera. Se inizialmente era fermo, continua a restare fermo, se si muoveva ad
una certa velocità, continuerà a mantenere quella velocità.
Il concetto di velocità è di fondamentale importanza per chi studia il movimento dei corpi. La
velocità è il rapporto tra lo spazio che un corpo percorre quando si muove, ed il tempo che ci mette
a percorrerlo. Quindi esso mette in relazione spazio e tempo, le due grandezze principali che
hanno da sempre caratterizzato la visione del mondo degli esseri umani, e che Einstein si
accingeva a cambiare in quel fatidico 1905.
Per capire il nocciolo della questione, dobbiamo avere ben presente che un corpo si dice inerziale
se si muove percorrendo gli stessi spazi nei medesimi tempi (ad esempio, un uomo che cammina
costantemente a 4 km/h, o una macchina che mantiene una velocità costante di 80 km/h). Un tale
corpo quindi non accelera, e per la legge fondamentale della Dinamica scoperta da Newton, questo
vuol dire che tale corpo non è sottoposto ad una forza complessiva non nulla.
La “forza” è infatti la causa dell’accelerazione (e non della velocità, che può essere non nulla
anche in assenza di forza). Newton scoprì che quando applichiamo un insieme di forze
complessivamente non nulle (cioè che non si bilanciano tra loro) ad un corpo, esso muta la sua
velocità iniziale, cioè accelera. Tale accelerazione, secondo la legge di Newton, è direttamente
proporzionale alla massa del corpo, ovvero alla quantità di materia che il corpo contiene.
Se stiamo sopra ad un corpo che non accelera, ovvero su un sistema inerziale, noi ci troviamo in
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una situazione particolare, come si rese conto Galileo. Se facciamo degli esperimenti di fisica
stando su questo corpo (ad esempio, si pensi ad una nave che si muove su del mare calmo
mantenendo così una velocità pressoché costante) noi non ci renderemo conto del movimento del
corpo, perché i risultati degli esperimenti saranno gli stessi che otterremmo se li avessimo eseguiti
su un sistema immobile. Galileo fece molti eleganti esperimenti di questo tipo, stando sotto
coperta di una nave che procedeva a velocità costante, e dimostrò con l’evidenza dei fatti che i
fenomeni fisici avvenivano come stando a terra. Per esempio, versando acqua in un bicchiere,
essa cade verticalmente, per nulla influenzata dal moto (a velocità costante) della nave, e quindi
l’osservatore sotto coperta non è in grado di appurare se la nave sia in movimento o sia ferma.
Solo se la nave accelerasse l’osservatore vedrebbe il fiotto d’acqua subire uno “scossone” e quindi
si renderebbe conto del movimento.
Qual è la conclusione di tali considerazioni? Per Galileo e per Newton l’Universo veniva ad essere
una sorta di unico, grande contenitore di spazio, immaginabile come un “continuum” di punti in
cui i corpi materiali possono situarsi, e tale per cui gli stessi corpi possono cambiare la loro
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

posizione rispetto al tempo, che a sua volta veniva concepito come un grande orologio cosmico
che scorre continuamente, dal passato verso il futuro, e con un “ritmo” che è lo stesso in
qualunque punto dello spazio.
In altri termini, lo spazio ed il tempo di Galileo e di Newton somigliavano a delle immobili
Divinità, che assistevano al compiersi delle vicende del mondo senza prendervi parte se non nel
ruolo di silenzioso palcoscenico munito di un grande orologio, in cui gli attori possono muoversi e
recitare in luoghi diversi e in momenti diversi, ma senza che il palcoscenico cambi mai, e senza
che l’orologio perda mai dei colpi.
Albert Einstein nel 1905 mutò, come detto, tale visione. Nella sua Teoria della Relatività Ristretta
egli accolse il postulato di Galileo che affermava che le leggi della fisica fossero le stesse in ogni
sistema di riferimento inerziale, ma aggiunse un altro postulato, che riguardava un fenomeno
particolare del mondo fisico, che pareva sfuggire al principio di Galileo: la luce.
La luce veniva concepita da Newton come un insieme di corpuscoli che si muovono nello spazio.
Tuttavia, alcune osservazioni sperimentali parevano contraddire questa convinzione. Per esempio,
il comportamento della luce nell’attraversare due fenditure parallele. Nell'esperimento della
interferenza da doppia fenditura (esperimento condotto da Thomas Young nel 1801) la luce che
attraversava le due fessure provocava la formazione di uno schema di strisce chiare e scure su di
una superficie bianca posta dietro lo schermo, fenomeno inconciliabile con l’ipotesi di
propagazione della luce in linea retta. Già Christiaan Huygens verso la fine del ‘600 aveva
formulato l’ipotesi che la luce fosse in realtà un’onda, simile cioè alle onde che si propagano nel
mare o nell’aria, ed egli suppose che invece la luce si propagasse in un mezzo elastico che
pervadeva l’universo: l’etere. Fu poi James Clerk Maxwell, verso la fine dell’800, a dare una
sistemazione matematica alla teoria che vede la luce come un’onda elettromagnetica, cioè che si
diffonde nello spazio facendo “vibrare” i campi elettrici e magnetici esistenti.
Nel 1887, Michelson e Morley, con il loro noto esperimento, provarono che non esiste alcuna
evidenza di “etere” nello spazio. Se fosse esistita tale sostanza, la luce avrebbe avuto velocità
diversa se misurata nelle varie direzioni, a causa dell’interazione con questo ipotetico mezzo,
mentre l’esperimento suddetto provò un fatto sorprendente: la luce pare muoversi nel vuoto
sempre alla stessa velocità, che è di circa 300.000 km/secondo.
Eppure questo risultato pare essere in conflitto col Principio di Relatività Galileiana. Una delle
conseguenze di tale principio infatti, è che se un corpo si muove con una certa velocità v
all’interno di un sistema inerziale che a sua volta è anche in movimento con una sua velocità w
rispetto ad un osservatore esterno, allora per l’osservatore esterno il corpo si muoverà con una
velocità che è la somma di v e di w. Per fare un esempio, se siete ai piedi di una scala mobile che
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si muove ad un metro al secondo, e state aspettando un amico che sta in sommità alla scala, a
cinquanta metri da voi, e questi si accinge a scendere senza camminare su di essa, ovviamente
l’amico vi raggiungerà in cinquanta secondi. Ma se il vostro amico, mentre è sulla scala mobile, si
mette a camminare muovendosi ad un metro al secondo nella vostra direzione, allora voi lo
vedrete andare ad una velocità di due metri al secondo, e sarà da voi in venticinque secondi.
Questa legge di composizione delle velocità dovrebbe valere per tutti i corpi e per tutti i sistemi
inerziali, secondo Galileo. Ma per la luce non sembra valere.
Se siete sulla Luna, e accendete una torcia dirigendola verso un osservatore sulla Terra, la luce
della torcia viaggerà a 300.000 km/secondo, e poiché la Luna dista dalla Terra mediamente circa
300.000 Km, il raggio di luce arriverà all’osservatore dopo 1 secondo. Ma se decidete di salire su
un’astronave, e di partire per la Terra, viaggiando a grande velocità, e stando sull’astronave
puntate la vostra torcia verso lo stesso osservatore sulla Terra, allora se valesse il principio di
Galileo che la velocità dell’astronave e del raggio della torcia si sommano, l’osservatore dovrebbe

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vedere il raggio arrivare ad una velocità superiore a 300.000 km\secondo, giungendo in meno di 1
secondo.
Invece l’esperimento di Michelson e Morley ci dice che il raggio di luce arriverà sempre dopo 1
secondo, perché si muoverà sempre alla stessa velocità di 300.000 km/h rispetto all’osservatore
sulla Terra. La luce si muove quindi sempre a questa velocità verso chi la osserva, anche se è
trasportata da un qualche mezzo che, secondo la nostra intuizione, dovrebbe farla arrivare più
velocemente se tale mezzo si avvicina a noi, o dovrebbe farla giungere più tardi se tale mezzo si
allontana da noi. Come è possibile che l’osservatore che guarda il raggio di luce lo vede invece
viaggiare invariabilmente alla velocità costante di 300.000 km/secondo?
Con la Teoria della Relatività Ristretta, Einstein rispose proprio a questa domanda.
“Velocità” significa una misura di spazio divisa per una misura di tempo. Quando siete fermi con
la vostra torcia sulla Luna, e non vi muovete rispetto all’osservatore a Terra, la distanza che
misurate dalla Terra e il tempo che serve alla luce per percorrerla, divisi tra loro, daranno come
risultato 300.000 km\secondo, e questo risultato vale sia se le misure di spazio e di tempo le fate
voi sulla Luna, sia se le fa l’osservatore a Terra. Insomma, se due soggetti stanno entrambi fermi
l’uno rispetto all’altro, concordano tra loro sulle misure di spazio e di tempo. Se sincronizzano i
loro orologi, essi continueranno a segnare sempre gli stessi orari.
Ma immaginiamo che, dopo avere sincronizzato il vostro orologio con l’osservatore sulla Terra,
voi iniziate a muovervi verso la Terra a gran velocità. I calcoli di Einstein predicono che quando
voi sarete arrivati a Terra, il vostro orologio sarà in ritardo rispetto a quello dell’osservatore a
Terra. Sarà come se il vostro orologio si fosse mosso più lentamente rispetto a chi è rimasto fermo
a Terra.
Questa predizione di Einstein deriva semplicemente dall’avere tratto le necessarie conseguenze
matematiche dal postulato che la luce nel vuoto si muova sempre alla stessa velocità, ed è quindi
un risultato completamente teorico. Ciò che lo rende sensazionale ed ammirevole, è che esso ha
trovato completa conferma nella sperimentazione. Un esperimento compiuto nel 1971 da Joseph
Hafele e Richard Keating consistette nell’utilizzare quattro orologi atomici sincronizzati tra loro e
con gli orologi dell’Osservatorio Navale degli Stati Uniti. I quattro orologi vennero posizionati su
aerei che compirono il giro del mondo, al termine del quale si confrontano i tempi indicati dagli
orologi che hanno volato con quelli rimasti a terra. I risultati ottenuti mostrano che gli orologi che
hanno volato segnano tempi inferiori (di miliardesimi di secondo) rispetto a quelli rimasti a terra.
Ma le implicazioni della Relatività Ristretta diventano enormi, se ipotizziamo di chiamare in causa
osservatori che si muovono tra loro a distanze paragonabili a quelle della luce. Supponiamo ad
esempio di considerare due coniugi di 20 anni, che hanno appena avuto un figlio. Il marito è un
astronauta e sta per partire in un viaggio a bordo di un'astronave. I due coniugi si salutano, e
!24
sincronizzano gli orologi. Supponiamo che il marito viaggi a 280.000 km/sec, cioè al 93% della
velocità della luce, e debba raggiungere la stella Arturo, che dista circa 37 anni luce dalla Terra. Se
si muovesse alla velocità della luce ci metterebbe 37 anni. Alla sua velocità ci metterà invece circa
40 anni. Poi l’astronauta ritornerà sulla Terra, impiegando altri 40 anni. Per la moglie e il figlio
che l’aspettano, saranno passati quindi 80 anni.
Ma la relatività ci dice che per l’astronauta il tempo è passato molto meno velocemente. La
formula di Einstein calcola che per il marito sono trascorsi solo 29 anni. L’astronauta torna casa
quindi non ancora cinquantenne, mentre la moglie, centenaria, sta per morire, assistita dal figlio 80
enne.
Sorprendente, certo, ma è esattamente ciò a cui assisteremmo se provassimo a mettere in pratica
l’esperimento.
Cosa resta quindi della concezione del tempo di Galileo e Newton, alla luce della relatività
Ristretta?
Il tempo continua ad essere un concetto valido per misurare il cambiamento della realtà attorno ad
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

un osservatore, ma tale misura sarà strettamente dipendente dallo stato dell’osservatore, ovvero da
come questi si muove. Osservatori in stati diversi osserveranno cambiamenti diversi, e quindi la
Realtà stessa, intesa come visione che un osservatore ha di ciò che esiste, sarà strettamente
dipendente dall’osservatore, o meglio dal sistema di riferimento a cui l’osservatore si trova ad
essere solidale.
Ecco il punto fondamentale. Einstein concepisce la realtà di un osservatore come una sorta di
sostanza nella quale egli è immerso, una sostanza fatta al tempo stesso di spazio e di tempo (egli
infatti la chiama spazio-tempo.)
In altre parole, spazio e tempo sono solo modi convenzionali per esprimere misure fisiche su
questa sostanza, che permea tutto l’universo. Ogni osservatore si muove nello spazio tempo, e il
suo movimento determina un modo particolare che quell’osservatore ha di percepire lo spazio
tempo rispetto ad un altro osservatore che si muove diversamente. Quindi osservatori in moto
relativo tra loro hanno una diversa esperienza dello spazio tempo, e quindi della Realtà, che non è
più considerabile come un concetto assoluto. Per il marito astronauta dell’esempio precedente, la
realtà è che nel suo viaggio sono trascorsi 29 anni. Per la moglie e il figlio la realtà è che ne sono
trascorsi 80.
In definitiva, dopo Einstein non è più possibile dire che esista un concetto di tempo, supposto
come entità oggettiva ed isolata. Un tempo che possa essere misurato con ugual risultati da tutti in
qualunque luogo dell’Universo, su cui potere sincronizzare i nostri orologi e quindi creare un
legame oggettivo tra di noi. Possiamo utilmente continuare a pensarlo ed a servircene nella realtà
quotidiana, per motivi pratici, e poiché ci muoviamo con velocità trascurabili rispetto a quella
della luce, possiamo continuare a illuderci che esso esista.
Ma se abbiamo compreso la Relatività Ristretta, sappiamo ormai che esso è solo una costruzione
fittizia della nostra mente, e che non corrisponde a nulla di reale.
Per convincercene definitivamente, pensiamo ad un fotone, la particella che veicola la luce. La sua
concezione è dovuta ancora una volta ad Einstein, che la elaborò in un altro articolo pubblicato nel
suo annus mirabilis 1905, dedicato allo studio dell’effetto fotoelettrico, e per il quale avrebbe in
seguito ricevuto il Nobel per la fisica.
I fotoni sono particelle indivisibili, privi di massa. Essi non sono quindi materia, e di conseguenza
la luce, che ne è composta, non è materia. Proprio perché privi di massa, essi non oppongono
alcuna resistenza ad essere accelerati, e possono viaggiare alla massima velocità possibile, quella
della luce nel vuoto.
A tale velocità, per la Relatività Ristretta, un osservatore che cavalcasse un fotone sarebbe
incapace di sperimentare il tempo. Ovviamente, non è concepibile un tale osservatore, perché esso
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dovrebbe essere materiale e quindi avere una massa, e ciò renderebbe impossibile farlo viaggiare
alla velocità della luce, perché per farlo occorrerebbe energia infinita.
Tuttavia, se immaginiamo, per semplice esperimento mentale, che il fotone stesso avesse coscienza
e fosse senziente, e potesse quindi essere considerato un “osservatore” (sebbene immateriale), egli
viaggiando alla velocità della luce non osserverebbe nessun trascorrere del tempo. Se consideriamo
ad esempio quei fotoni che si produssero nei primi istanti del Big Bang, e che ci raggiungono oggi
da quell’epoca distante nel tempo 13.7 miliardi di anni, per essi non è passato neppure un
miliardesimo di secondo. Se essi avessero coscienza, il loro viaggio siderale che a noi appare
interminabile, per loro è avvenuto istantaneamente, senza sperimentare alcun tempo e alcun
invecchiamento.
I fotoni vivono una realtà senza tempo, ma non per questo immobile. Per essi, le cose sono
effettivamente cambiate. Alla loro nascita, c’era appena stato il Big Bang. Poi si formarono le
galassie, le stelle, i pianeti. Durante il loro viaggio, hanno attraversato distese di spazio vuoto,

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


nebulose, ammassi stellari, sono rimbalzati su stelle e pianeti, prima di arrivare magari a colpire la
nostra retina. Tanti cambiamenti, ma per i fotoni tutti vissuti, concentrati, immobilizzati in un unico,
solitario istante. Per il fotone non ha senso parlare di un “prima” e di un “poi”.
Egli ha semplicemente osservato in quell’unico istante onnicomprensivo un numero incalcolabile di
fotogrammi tutti contemporaneamente presenti in un’unica pellicola.
Questa è la Realtà dei fotoni. Ma non è ciò che sperimentiamo noi, individui senzienti provvisti di
qualche decina di chilogrammi di massa, che osserviamo invece succedersi fotogramma dopo
fotogramma, in una sequenza unidirezionale che pare non potersi mai invertire, dal passato verso il
futuro. Ciò avviene perché siamo più lenti, molto più lenti dei fotoni. Ma ciò che davvero dovrebbe
farci riflettere, è che se definiamo Realtà ciò che si può sperimentare, esistono tante realtà diverse
quante diverse velocità di muoversi, tra lo 0 e la velocità della luce nel vuoto. Infinite realtà,
nessuna più vera delle altre.
Quindi, nessuna Realtà.
Ma se definiamo Realtà ciò che esiste aldilà di chi la percepisce, allora la nostra attuale conoscenza,
illuminata dalla Relatività di Einstein, ci fa comprendere che esiste un’unica Realtà: lo Spazio-
Tempo, infinita collezione di punti composti sia di spazio che di tempo, che nessun osservatore può
conoscere in un solo modo, ma che può essere sperimentato in infiniti modi diversi a secondo del
modo in cui l’osservatore si muove in tale spazio tempo.
Ad un estremo, c’è la realtà dell’osservatore fermo, che non sperimenta alcuno spazio (perché non
si muove) e che percepisce solo tempo che scorre. All’altro estremo, c’è la realtà del fotone, che non
avverte alcuno scorrere del tempo e sperimenta soltanto spazio, istantaneamente.
Questa situazione è esemplificativa della visione del mondo che ci restituisce la Scienza moderna, e
di cui la maggioranza delle persone è ancora prevalentemente inconsapevole, immaginando invece
che la Scienza disegni scenari oggettivi, deterministici e meccanicistici.
Il Tempo di Einstein, così come la Realtà intera che le teorie più avanzate della Scienza, quali la
Relatività Generale e la Meccanica Quantistica, hanno descritto durante l’ultimo secolo, è solo la
possibilità di percepire in infiniti modi diversi la sostanza spazio temporale, che non ha quindi una
precisa identità, ma ha l’identità che gli dà l’osservatore che la misura.
In conclusione, la Realtà interpreterebbe insuperabilmente il ruolo della protagonista di quella
commedia pirandelliana intitolata “Come tu mi vuoi”, a dimostrazione che la Scienza
contemporanea converge con le convinzioni espresse dall’Arte, piuttosto che discostarsene.
E forse è all’Arte che la Scienza dovrà ancora ispirarsi, per comprendere in quale direzione dirigersi
adesso che il Tempo, come il resto della Realtà, è scomparso.
Ha ancora senso, dopo Einstein, mettersi alla Ricerca del Tempo Perduto? Oppure è più ragionevole
accettare che la Realtà Ontologica, che esiste in quanto tale, sia e resti concetto puramente
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metafisico catturabile con la sola intuizione, mentre la Realtà Conoscibile, per via esperienziale,
sia intrinsecamente non catturabile? La questione rimane sicuramente aperta.

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

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Enigma Déjà-vu
Un fenomeno tutto da
chiarire
Di Enrico Travaini
Déjà-vu, a mio avviso, uno dei fenomeni più curiosi e misteriosi di
sempre. Il vero punto d’incontro tra ortodossia e eterodossia, quasi
un “braccio di ferro”. Questo fenomeno infatti non ha ancora una
spiegazione definitiva, provata e condivisa unanimemente. Vista la

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


mole di materiale presente, cercherò di essere sintetico,
menzionando quelle informazioni che ho ritenuto più rilevanti.
Tralasciando le solite speculazioni, che spesso cadono nella
fantascienza, o peggio nel ridicolo, vediamo quali possono essere
delle spiegazioni plausibili del fenomeno.
Iniziamo col definire il Dèjà-vu. Che cos’è? Qual è l’origine del suo
nome? Come si manifesta?
Questo nome lo si deve a un certo Émile Boirac (Guelma, 26 agosto
1851 – Digione, 20 settembre 1917) psicologo e filosofo francese
che lo coniò in una sua opera.
Il “Dèjà-vu”, letteralmente dal francese "già visto" è definito come
un “fenomeno psichico”, cioè come attività che risiede nel sistema
nervoso centrale. In particolare, come forma di alterazione della
memoria. Nei casi più comuni si presenta come una sensazione di
aver “già vissuto” una determinata situazione, di aver già visitato un
luogo, ascoltato un discorso e così via. Un “loop”, si Si potrebbe
dire, di un preciso momento che sta accadendo ma percepito come
ricordo passato, come “già vissuto”. Può essere scatenato da un semplice contatto con oggetti,
persone, animali, luoghi e addirittura suoni.
Il Dèjà-vu può, in alcuni casi, arrecare malessere al soggetto che lo sperimenta, disorientarlo e
creare stati confusionali, proprio a causa delle sensazioni che induce. Normalmente è vissuto come
un evento positivo, a cui non viene dato troppo peso. Non ha una durata precisa, alcuni soggetti
hanno sperimentato Dèjà-vu anche per alcuni minuti, altri solo per pochi secondi. Un caso,
accaduto in Inghilterra, è durato addirittura 8 anni! Il ragazzo in questione, che soffriva di diversi
disturbi psichici, rimase “intrappolato” in una sorta di loop temporale, vivendo in un continuo
Dèjà-vu.
Si stima che almeno l’80% della popolazione mondiale abbia sperimentato, almeno una volta nella
vita, il Dèjà-vu. Anche se tale stima non è precisa, alcuni scienziati come Alan S. Brown,
psicologo alla Southern Methodist University, in studi abbastanza recenti, abbassa questa stima al
60%.
Il mondo scientifico ortodosso si divide sull’argomento. Sono state condotte diverse ricerche, con
conclusioni spesso differenti. L’impossibilità (almeno allo stato attuale) di riprodurre il fenomeno
in laboratorio rende molto difficoltoso lo studio empirico, quindi la raccolta di prove decisive.
Ufficialmente, la spiegazione più condivisa, è quella che vede il Dèjà-vu come “anomalia della
memoria”. Ovvero una sovrapposizione (un mal funzionamento) tra i sistemi neurologici
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responsabili della memoria a breve termine e quelli responsabili della memoria a lungo termine.
Insomma un evento associabile alle paramnesie.
Il Dèjà-vu è correlato, in alcuni casi, a malattie come: l’epilessia, la schizofrenia e l’ansietà. Si è
osservato infatti che nei soggetti affetti da questi disturbi il fenomeno è molto frequente.
Tra i più importanti e accreditati studi vi è sicuramente quello, del già citato, dott. Alan S. Brown.
Egli, nel 2003, focalizzò le principali spiegazioni scientifiche del Dèjà-vu. Possiamo riassumerle
così (approfondimenti nelle note):
Teorie neurologiche: si tratterebbe di una epilessia breve, circoscritta che causa una disfunzione
momentanea del sistema nervoso.
Teoria del processing duale: una momentanea disattivazione del sistema di recupero della
memoria.
Teoria attenzionale: una interruzione nella continuità dell'attenzione causerebbe un re-processing
dell'informazione.
Teorie amnesiche: un errore di memoria che blocca l’afflusso di un ricordo passato scatenato da un
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

elemento (luogo, persone ecc.) presente nel nostro campo d’attenzione.


Come si può facilmente notare vi sono molte spiegazioni ma nessuna chiarisce completamente il
fenomeno, anzi. Molti casi registrati di Dèjà-vu infatti non sono compatibili con queste soluzioni.
Un esempio possono essere tutti quei casi scatenati da un luogo geografico ben preciso, come una
città. Com’è possibile conoscere alla perfezione, vie, piazze, vicoli di una città senza esserci mai
stati prima? Una schizofrenia o un qualsiasi altro disturbo del genere non può quindi spiegare un
evento simile, specialmente se il soggetto è perfettamente sano.
Un’ulteriore spiegazione al meccanismo che scatena questa condizione è l’ansia. E’ stato osservato
che nei soggetti con disturbi d’ansia i Dèjà-vu sono più ricorrenti. Quindi una forte emotività
potrebbe essere un fattore scatenante. Tuttavia l’esperienza capita anche a persone poco sensibili,

con scarsa emotività.


Queste sono solo alcune delle spiegazioni scientifiche possibili.
Cosa dice l’Eterodossia a riguardo?
L’Eterodossia apre a diverse interpretazioni, che abbracciano sì la ricerca scientifica ma non si
limitano alla sola “prova da laboratorio” o studi statistici.
Vediamo alcune note spiegazioni “alternative”:
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Precognizione, ovvero un’ipotetica capacità di conoscere un evento o fatto prima che accada.
Percezioni extrasensoriali, cioè canali di informazione estranei e sconosciuti alla scienza. Le
informazioni giungono al soggetto tramite visione remota, telepatia o chiaroveggenza. I celebri e
controversi “poteri della psiche”.
Ricordo di vita passata.
Il Dèjà-vu visto come un messaggio, un segnale o avvertimento che qualcosa sta per accadere.
Non una vera esperienza di “già vissuto” bensì una “previsione” a livello più o meno inconscio di
quello che accadrà. Ricordo che le premonizioni inconsce, spesso ridicolizzate, furono oggetto di
studio di un certo Carl G. Jung.
Altra spiegazione vede il Dèjà-vu come un ricordo di vita passata. Un ricordo non legato al proprio
vissuto ma a una vita precedente o una memoria atavica che riemerge.
Anche se affascinanti, queste interpretazioni sono, almeno per ora, fuori dal contesto scientifico
ufficiale perché basate su prove e fatti non del tutto verificabili.

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


Potremmo parlare di questo argomento per ore, dibattendo sulle interazioni chimiche nel cervello,
sulla memoria e sui “poteri” che la mente possederebbe senza, per il momento, riuscire a trovare
una spiegazione più che convincente. Al solito, un enigma ricorrente e particolarmente diffuso,
trasversale in ceti, censi, condizioni mentali non patologiche, tempi, sesso ed età, vale la pena di
essere indagato su più fronti.
Lascio al lettore il desiderio di approfondire l’argomento, magari leggendo dei numerosi, a volte
bizzarri, casi di Dèjà-vu che si registrano in tutto il mondo.
©Enrico Travaini per Tracce d’Eternità

Note:
http://www.medicinalive.com/storie-di-medicina/vive-8-anni-intrappolato-deja-vu/
http://serendip.brynmawr.edu/exchange/node/1682
http://www.i-cult.it/piu-grave-caso-di-deja-vu/
https://it.wikipedia.org/wiki/Funzioni_psichiche
http://blog.medicalbox.it/dejavu-significato-di-un-fenomeno-comune-e-diffuso
https://www.wired.it/scienza/2014/12/31/origine-deja-vu/
http://www.ansa.it/saluteebenessere/notizie/rubriche/medicina/2014/12/30/scoperto-mistero-deja-
vu-a-causarlo-e-anomalia-cerebrale_f82c365d-514a-4ebf-88f0-34ad491909e4.html
http://www.focus.it/scienza/scienze/come-il-deja-vu-nasce-nel-cervello
http://epochtimes.it/n2/news/cose-il-deja-vu-e-perche-succede-866.html
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0010945214003116?via%3Dihub
https://it.wikipedia.org/wiki/D%C3%A9j%C3%A0_vu
http://neuro.psychiatryonline.org/cgi/content/full/14/1/6
https://academic.oup.com/brain/article-abstract/113/6/1673/331381/EXPERIENTIAL-
PHENOMENA-OF-TEMPORAL-LOBE
http://www.focus.it/scienza/salute/svelato-il-mistero-del-deja-vu-e-un-antivirus-del-cervello
http://blog.medicalbox.it/dejavu-significato-e-spiegazione-scientifica-di-un-fenomeno-comune
https://it.wikipedia.org/wiki/Paramnesia_reduplicativa

!30
U.O. ‘Unidentified
Objects’
Una nuova frontiera nella percezione
del fenomeno
Di Pier Giorgio Lepori

Sembra quasi una coincidenza significativa junghiana,


eppure io e Gianluca Rampini abbiamo avuto,
inconsciamente, un’esperienza molto similare e per quanto
mi riguarda l’ho ratificata ieri sera (21/06/2017) seguendo una serie Focus sugli UFO in Europa.
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

In particolare si parlava del caso Robert Taylor, altresì conosciuto come ‘L’incidente di
Livingston’, unico caso nella storia trattato come indagine criminale nello U.K. , precisamente in
Scozia, contro ‘sconosciuti’. L’incidente occorse a Bob Taylor nel 1979 e l’indagine ha proseguito,
tra alti e bassi, possibilisti e negazionisti, fino al 2007; dopodiché si è interrotta per palesi motivi:
impossibilità di giungere ad una conclusione esaustiva e decesso della vittima.
Diverse le ipotesi, rimando Lettori e Lettrici a Wiki non per altro ma perché Wikipedia utilizza una
metodologia di reporting molto simile al piglio ASPIS. Ho sempre affermato che non è lo scibile,
ma serve molto in qualità di ‘Bignami on-line’, con il fine di approfondire gli argomenti riportati
dai ricercatori e da coloro che scrivono sulla enciclopedia globale.
Il caso Taylor ricorda molto lo scambio di opinioni tra J.A. Hynek e il Segretario Generale ONU,
Mr. U Thant (in carica dal 1961 al 1971), in cui il politico, dissertando sul problema del tempo
impiegabile nei viaggi tra sistemi diversi nello spazio, gelò Hynek chiosando:

‘Ah, ma quelli che a lei sembrano anni, per altri potrebbero essere solo un paio di giorni’.

Egli era un buddista, come tale credeva fermamente nella vita su altri mondi. Gli scienziati, a
dispetto di certa eterodossia spicciola, credono anch’essi in ciò; la prudenza fa parlare loro di
‘vita’, ma sono più riluttanti verso affermazioni inerenti la ‘vita intelligente’. Si tratta di un
compromesso etico: c’è, però non so se è dotata di raziocinio…
Se avete, nel frattempo, letto l’esperienza di Bob Taylor, bisogna sapere che non è un’esperienza
sui generis: molti IR esprimono questa sorta di eterea presenza, qualcosa di ‘fluttuante’ tra la realtà
a noi conosciuta e una realtà diversa. Ha ragione Gianluca Rampini: le organizzazioni che si sono
spese per il problema sono encomiabili; hanno dedicato forza, tempo, ragione e passione
all’indagine, spesso tra alti e bassi ma – ad esempio – la catalogazione dei casi occorsi durante la
storia, presenta forse un’importanza paragonabile alla nascita dell’archeologia, da Winckelmann a
Champollion fino a Schliemann, Carter e Lord Carnarvon, non ultimo Klaus Schmidt e la scoperta
rivoluzionaria di Gobekli Tepe.
I database del CUN o del MUFON sono imprescindibili per una seria ricerca. Dov’è il problema?
Gli studiosi citati in precedenza, discutibili o no, hanno sancito una realtà oggettiva e spiegabile; le
organizzazioni ufologiche, sic et simpliciter, no. Hanno permesso di avere una folta casistica sulla
quale costruire, però, solo ipotesi. La loro ricerca è ad un punto morto. Mi spingo oltre. Mentre
l’archeologia, seguendo la logica precedente, ha inquadrato periodi e comportamenti, l’ufologia,
spesso, è transitata attraverso l’evoluzione tecnologica ed antropologica. Ha, semplicemente,
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ricalcato le conoscenze tecnologiche del momento ad un fenomeno trasversale nel tempo e nella
cultura, commettendo uno tra gli errori più madornali nella ricerca: perseverare in una mancanza di
contesto. Joseph Allen Hynek, proseguendo nella riflessione, aveva scientemente seguito la via
della casistica, non diede spiegazione alcuna se non ipotetica e soggettiva. Spesso le organizzazioni
ufologiche, al contrario, danno per scontato un contesto ricco di indizi probatori ma fortemente
deficitario di prove assolute. E una neoscienza, che sempre deriva da posizioni eterodosse, necessita
di prove inconfutabili, piaccia o no.
Le organizzazioni impegnate nello studio ufologico, hanno perseguito solo un lato della
metodologia ovvero quello casistico. Hanno dato per scontato che migliaia di casi inspiegabili siano
la prova inconfutabile di presenza aliena extraterrestre, vita senziente e raziocinante, residente su
pianeti lontani.
Nulla di tutto ciò, basta una domanda per far crollare l’intero castello di carte: vita extraterrestre
spaziale o vita metaterrestre, ultradimensionale? Nessuno può rispondere con certezza a questo

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


dilemma. Purtroppo, fatto salvo il lavoro poderoso di oltre 50 anni, le organizzazioni ufologiche
non hanno dato spiegazione plausibile alcuna, hanno seguito un indirizzo materiale, fisico, quando
invece con molta probabilità l’indagine junghiana o metafisica avrebbe aiutato molto di più la
Recherche. ‘Parli bene, dopo i fuochi’, direte voi. È vero, non mi esonero da responsabilità. Ma è
chiaro che nell’ambito eterodosso serio, ‘bulloni, acciaio e energia atomica’ non hanno più senso.
Probabilmente non ha senso neanche il ‘motore a curvatura’ (sorta di mito eziologico se non di
ossimoro) in cui la definizione di ‘motore’ e di ‘curvatura dello spazio-tempo’ se non è
contraddittoria, perlomeno è affatto distante dall’uno e dall’altro concetto. Ad oggi, infatti,
sappiamo che lo spazio-tempo è deformato da energie gravitazionali parossistiche come i buchi neri
o le stelle di neutroni, difficilmente replicabili in manufatti motoristici, anche se tali motori altro
non sarebbero se non campi di forza in grado di interagire con il tessuto spazio-temporale. Se
consideriamo solo due aspetti ovvero:
La forza gravitazionale di un buco nero è in grado di piegare/assorbire la luce e trangugiare materia
all’infinito
La forza gravitazionale di una stella di neutroni è in grado di collassare la materia fino al punto di
generare un peso pari ad un continente racchiuso in una massa contenuta in un cucchiaino da
zucchero
forse iniziamo a confutare, in sostanza, solo alcuni modi di dire.
La United States Navy, e non solo, ha dimostrato che l’energia atomica utilizzata come carburante
per i propulsori navali – sottomarini o unità di superficie – non inficia sulla velocità rispetto agli
idrocarburi convenzionali bensì sul tempo, sulla durata. Significa che il corrispettivo di una barra di
uranio genera energia per oltre 25 anni di navigazione (sottomarini U.S. Navy, Classe Ohio),
impensabile in termini di scorte di gasolio o kerosene. Dopodiché possiamo giungere a 80, 100
anche 120 nodi: ma non oltre.
L’immaginario comune, invece, è stato vittima di una percezione in velocità dell’energia atomica
come carburante UFO, insostenibile. Eppure basta leggere Peter Kolosimo.
Ancora.
Ogni volta che qualcosa di insondabile archeologicamente è stato scoperto, toccato con mano, ecco
il deus ex-machina degli extraterrestri come spiegazione unica altrimenti insondabile.
Baalbek in Libano diviene dunque, ad esempio, base di atterraggio.
Dunque qualcuno, in grado di percorrere spazi siderali impensabili, necessita di un basamento
grande e pesante come tre campi da calcio che – però – è stato costruito dagli alieni ‘a seguire’ il
loro atterraggio. Quindi qualche alieno, in precedenza, è atterrato ma ha deciso di far costruire agli
uomo-scimmia del tempo, un colossale quanto inutile pavimento aeroportuale palesemente
contraddittorio.
!32
È doveroso ricordare che l’ufologia classica ha ragionato in questi termini per decenni.
E ancora lo fa.
Torniamo al principio.
Se dunque il classicismo ufologico è rimasto legato alla categorizzazione e alle statistiche, che cosa
ha perso? Ha perso la sostanza dell’enigma. Un’indagine, in questo ASPIS – ad esempio – fa
scuola, parte da ipotesi suffragate dai fonemi e dal significato in essi contenuto. Si è sempre parlato
di oggetti volanti poiché, dal punto di vista dell’osservatore, spesso si sono visti velivoli di foggia
misteriosa, sconosciuta, librarsi o muoversi nel cielo. E se invece parlassimo di fluttuazioni? Di
proiezioni prospettiche? L’oggetto dell’incidente di Livingston fluttuava tra materializzazione e
smaterializzazione a pochi centimetri dal suolo.
Proviamo con un parallelo: Marte vola? Evidentemente no, l’osservazione a certe latitudini celesti è
dovuta alla prospettica orbitale, non a posizioni di ‘alto’ e ‘basso’. Marte orbita, fluttua intorno al
Sole né più né meno di Gaia. Ecco perché Marte, ma non solo, è considerato ‘oggetto celeste’.
Sembra una questione di lana caprina, non lo è. Qualora l’origine UFO fosse metadimensionale,
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

allora sarebbe più corretto parlare di ‘Unidentified Objects’, oggetti non identificati. La definizione
abbraccerebbe anche gli USO, ‘Unidentified Submerged Objects’, oggetti sommersi non
identificati. Non per questo, però, dovrebbero godere affatto del termine ‘natanti’, così come gli
UFO non necessariamente debbano essere ‘velivoli’. Il fatto che sfreccino in volo, compiano
manovre parossistiche, virino con angolazioni a 90° o addirittura inferiori, è ininfluente: se infatti
fossero proiezioni su piani tridimensionali, riflettiamo, non saremmo in presenza di ‘voli’ ma di
occupazione in serie di ‘quanti’ nello spazio-tempo, similari ad una sequenza di frames più o meno
definita, che impressiona la vista dell’osservatore. Non si muovono ‘nel cielo’ ma su piani
geometrici tridimensionali. Stessa cosa per USO e USO che si trasformano in UFO. La nostra
percezione della realtà, oltre ai sensi, avviene per comprensione della profondità. Ma è
un’esperienza che evolve nell’uomo, non è immediata. I bambini usano gettare oggetti dal balcone o
in genere, perché sperimentano la realtà come profondità. L’asterismo della Cintura di Orione è
percepito come allineamento bidimensionale poiché lo spostamento gravitazionale degli oggetti che
lo compongono è coordinato. In realtà, in una proiezione tridimensionale, le Tre Stelle sono poste a
distanze angolate, dunque profonde, tra di loro. Ma la nostra percezione, in tal senso, qualora si
basasse esclusivamente sulla vista e non sulla strumentazione, considererà la Cintura come un
allineamento bidimensionale, non come una figura geometrica tridimensionale che è poi la realtà.
Quando spesso sono stati osservati oggetti che si ingrandivano per poi rimpicciolirsi, abbiamo
pensato ad uno spostamento in profondità, distanza. In realtà poteva essere una deformazione del
tessuto spazio-temporale occupato dall’oggetto non identificato il quale poteva sì muoversi in
profondità, ma di contro poteva anche innescare una reazione percettiva simile allo zoom di una
foto/telecamera, dove il soggetto si avvicina o si allontana grazie allo strumento; in realtà non si è
mai mosso.
Sono questi, a mio modesto parere, gli aspetti perduti inerente la Recherche dal classicismo
ufologico. Un F/A 18 Hornet ( http://www.aereimilitari.org/Aerei/F-18_dati.htm ), ha un rateo di
virata istantaneo a 18,5°. La tenuta limite in termini di G va da -3 a +7,5. Un oggetto che viri
istantaneamente di 90° a velocità supersoniche, considerata una media tra -3 e +7,5 G pari a +4,5 G
e un rateo di 18,5° come punto di riferimento, significa che sta compiendo una manovra 4,9 volte
superiore alla media in G appena calcolata, quindi sta virando a 22,05 G.
Forse è più semplice considerare che l’oggetto non stia ‘virando’ ma sia proiettato su due assi con
angolo di 90°. In questa maniera non perdiamo tempo su meccaniche di frontiera, ma ci
avviciniamo a quelle che sono le dinamiche, affatto sconosciute, che animano questi oggetti
fenomenali dalla provenienza e dall’origine tutt’oggi enigmatiche.


!33
I Colori di Iteru
Di Fabio Marino
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

Fig. 1 – il Nilo all’altezza del Cairo (foto dell’Autore)

Il Nilo: il fiume tradizionalmente considerato più lungo del mondo1; il fiume in cui nacque
la Civiltà; il fiume dal corso infinito, che parte dal cuore dell’Africa nera per sfociare dopo quasi
7.000 Km nel Mediterraneo; che ha ispirato religioni e mosso eserciti; che ha attratto gli Uomini e li
ha sfamati; che è stato la sfida della Geografia moderna; che ha assistito a imponenti costruzioni e a
immani tragedie2. Il Bernini lo ha eternato nella sua Fontana dei Quattro Fiumi, a Roma,
ritraendolo con il volto coperto, a simboleggiare l’ignoranza dell’epoca sulla sua sorgente,

!34
Fig. 2 – Fontana dei Quattro Fiumi – particolare

un’ignoranza che la convenzionale identificazione della fonte nel remoto Burundi ancora non ha
dissipato.

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Fig. 3 – il monumento eretto nel 1938 alle presunte sorgenti del Nilo – Burundi – Si noti il richiamo
alle piramidi dell’Egitto

Mi piace riportare qui una descrizione magnifica del Nilo, scritta da Rice (in “EGYPT'S MAKING -
The origins of Ancient Egypt 5000–2000BC”, pp. 8-10) nell’auspicio che possa deliziare i Lettori
come ha deliziato me: “Il paesaggio dell'Egitto è determinato, anche nelle aree desertiche, dalla
presenza del fiume. A distanza lo si può vedere brillare all'improvviso come il Sole che lo colpisce
attraverso un varco fra le colline: il corso d’acqua avanza impetuoso, sorge o scorre
impercettibilmente, a seconda del percorso. Nessun tratto del fiume è uguale a un altro: ad un
certo punto può essere costretto fra alte pareti rocciose di calcare, ma subito dopo si aprirà da far
sembrare al viaggiatore di stare navigando su un lago immenso; poi il deserto scenderà minaccioso
fino al bordo del fiume quasi a volerlo ingoiare; ma ecco che il fiume volta l’angolo e la terra è
fertile, piena di piccoli villaggi e urla di bambini. Nessuna rappresentazione dell’Eden è così
adatta, come per le rive del Nilo nelle aree riccamente coltivate dove l'erba, tagliata da asini
pazienti, corre dritta lungo il bordo delle acque. Una quantità infinita di aggettivi è stata spesa in
!35
modo impreciso sulle descrizioni del Nilo. Tutti sono vani: il Nilo è, semplicemente, in sé, unico:
IL Fiume. È, naturalmente, molto più di un fiume: gli Egizi lo ritenevano il prototipo di tutti i corsi
d’acqua. Quando corre o cammina, a seconda del suo umore e della natura del paesaggio
attraverso il quale scorre, racchiude in sé tutti gli elementi della natura: la terra, l'aria e il cielo. È
una delle manifestazioni terrene dello splendore del Sole, quando sembra catturarne i raggi in
modo che siano rinviati attraverso le Due Terre di cui è il fattore unificante ed eterno. Il Nilo è il
vero Re Eterno dell’Egitto; di più: È l'Egitto. Il Nilo è il primo e il più grande dei fiumi. Per gli
Egizi era semplicemente il Grande Fiume; tutti gli altri fiumi erano semplici copie, pretendenti mai
totalmente affidabili. Alcuni fiumi che avevano conosciuto erano, secondo la mentalità egizia,
apparentemente perversi; di questi il Tigri e l’Eufrate nella vicina Mesopotamia furono i più
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discutibili perché scaturivano da Nord a Sud, mentre il Nilo aveva reso evidente per tutti che un
fiume dovesse scorrere correttamente solo da Sud a Nord (NdA: quindi Rice rende evidente la
perfetta conoscenza degli Egizi del verso Sud-->Nord, che è ancora la convenzione moderna). I
fiumi della Mesopotamia stavano così «scorrendo a testa in giù», un comportamento fluviale
completamente biasimevole e irresponsabile, in relazione al modo di di pensare egiziano. Questo
semplice fatto ha confermato sempre la visione egiziana degli stranieri e di tutto ciò che ha a che
fare con loro”. Sembra poi di cogliere qualche nota esplicativa dal sapore vagamente polemico,
quando aggiunge: “Così 'nord' significa 'scendere verso il basso' mentre 'sud' significa 'salire in
corrente'. ‘Destra’ e ‘Sinistra’ furono equiparati a ‘Est" e ‘Ovest’, e l'orientamento è determinato
dalla posizione sul banco del fiume e frontalmente alla direzione del suo flusso.” (NdA: tutti i
grassetti sono miei). A parte i frammenti di poesia, ci sono tante di quelle spiegazioni in queste frasi,
che potrei chiudere qui questo articolo.
Tuttavia, nel numero precedente di “Tracce d’Eternità” abbiamo accennato ad alcune teorie
recenti relative alla vera origine dello Stato faraonico. Il Lettore forse ricorderà che avevo espresso
perplessità -essendo in buona compagnia- sull’effettivo e classico sviluppo degli eventi (supremazia
dell’Alto Egitto sul Basso Egitto), in ciò confortato da un’analisi antropologica fondata sul dio Seth
(v. “Tracce d’Eternità”, n° 29); avevo tra l’altro scritto: “Riassumendo, abbiamo due direttrici
ipotetiche di sviluppo endoafricano della civiltà pre-egiziana, una da Sud-Ovest, l’altra da Sud-Est;
in entrambe si rinviene la presenza di animali che potrebbero effettivamente aver ispirato il dio
evolutosi in Seth. Esiste però una terza possibilità, se vogliamo più affascinante”. Ora è il momento
di indagare questa terza (e le altre...) possibilità, in relazione all’origine del popolo egizio.
Scopriremo così che esiste anche una quarta via, e che lo Stato egizio unitario è verosimilmente il
prodotto di un sincretismo antropologico e culturale, di una vera e propria fusione (più o
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meno armonica) di popoli. Prima di trarre conclusioni, sarà opportuno introdurre alcuni argomenti
che -sebbene potenzialmente ostici- sono necessari per la comprensione dell’ipotesi -chiamiamola
così- “fusionista”, e alcuni di questi argomenti riguardano direttamente il Nilo.
Tradizionalmente, il Nilo viene identificato con molti nomi, seguendo il suo corso, per il
quale è generalmente ritenuto il fiume più lungo della Terra: 6.671 (o 6.853) km misurati a partire
dalle sorgenti, che si trovano nella zona fra Ruanda e Burundi. Le acque confluiscono insieme a
quelle di un suo possibile ramo, il Kagera, nel Lago Vittoria (posto fra Tanzania, Uganda e Kenya);
da qui, un suo tratto confluisce nel Lago Alberto. A Nord di questo, assume il nome di Nilo Bianco,
per il colore biancastro delle sue acque, dovuto a un elevato contenuto di sodio. Appena più a Nord

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di Khartoum (a Omdurman),

Figura 4 - La confluenza tra Nilo Bianco e Nilo Azzurro che separa Omdurman, Khartoum e Bahri
(fonte NASA)

il Nilo Bianco -già lungo quasi 3.700 Km- si unisce al più breve Nilo Azzurro (1.610 Km circa),
che scende dagli altopiani dell’Etiopia settentrionale, nascendo nei pressi del Lago Tana; questo
tributario corre all’inizio verso Sud, per poi piegare verso Nord e verso Ovest.

!37
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Fig. 5 – il corso del Nilo e i


suoi bacini
idrogeologici - © Rainer
Lesniewski

È il Nilo Azzurro ad
essere responsabile delle piene annuali che hanno generato la Civiltà Egizia: esso ha un regime
assai irregolare, e mentre il Nilo Bianco mantiene una portata molto costante a 1000 m³/s, quella di
questo affluente varia dai poco più di 100 m³/s di aprile ai 9000 m³/s di agosto e settembre. Il suo
contributo alla piena è quindi pari a oltre l'80%. Questo fenomeno è prodotto dalle piogge invernali
e primaverili che cadono in Etiopia, e trasformano il Nilo Azzurro in un fiume ben più impetuoso
che porta con sé dai monti degli altopiani il famoso limo. Oggi il livello del Nilo egiziano non
riflette più quanto accadeva in passato, e le piene sono state cancellate dalla presenza della grande
diga di Aswan, come avvenuto per la Seconda Cateratta (detta “Grande Cateratta”) e per la Quarta.
Con una lunghezza di 3600 m, una larghezza alla base di 980 m e di 40 m sulla sommità, e
un’altezza pari a 111 m per un volume complessivo dell’opera pari a 43 milioni di metri cubi, la
costruzione ha stravolto completamente un ecosistema plurimillenario.
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Figura 6 – la diga di Aswan

Prima della costruzione della diga, il livello del Nilo in territorio egiziano cominciava a salire da
giugno in poi, raggiungendo il massimo in settembre per decrescere gradualmente.

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Da Khartoum, dunque, comincia il vero e proprio Nilo, pronto a ricevere le acque di un altro
tributario, l’Atbara, che confluisce nel Nilo circa 300 km a Nord-Est della capitale sudanese. Il
fiume, assunto un decorso chiaramente serpeggiante, attraversa il desertico territorio del Sudan
settentrionale, superando sei (oggi, come detto, quattro) dislivelli di dura roccia granitica, formando
le famose “cateratte” fra Khartoum e Aswan,

Fig. 7 – la Sesta Cateratta - Pubbl. Dom. - Henry RIDER HAGGARD (1856-1925), 1908.

dove tradizionalmente finiva la Nubia e cominciava l’Egitto e dove oggi ci si specchia invece in un
enorme bacino lacustre artificiale, il Lago Nasser. Infine, circa 2.700 km a N di Khartoum il Nilo
conclude il suo interminabile viaggio nel Mediterraneo. Nel suo corso e nei millenni il Nilo ha
letteralmente scolpito nel territorio che attraversa a partire dall’antica Nubia l’omonima valle, che è
molto stretta per quasi tutto il corso del fiume. Per la gran parte del suo corso nubiano, il fiume
scorre in una autentica gola, delimitata su entrambi i lati dal deserto. Immediatamente a Nord di
Aswan, in quello che una volta era l’Alto Egitto, la valle si allarga; purtuttavia, anche qui le due

!39
pareti rocciose contrapposte non distano mai più di 20 km fra loro. Solo a Nord del Cairo la valle si
allarga a dismisura, a causa della divisione del fiume nei due rami terminali principali (Nilo di
Rosetta e Nilo di Damietta) che danno origine al paludoso Delta.
Già da queste prime note, probabilmente conosciute dalla maggior parte dei Lettori,
emergono con sufficiente chiarezza alcuni caratteri che verranno poi incorporati nella classica
storiografia egizia e nell’ideologia faraonica: due Stati preunitari, l’uno situato nel Delta del
Cobra e dell’Ape, dalla terra bassa e annualmente sommersa dalle acque, quasi a rappresentare con
cronometrica precisione l’Eterno Ritorno3, il cui Re indossava una corona rossa originale e
improbabile; l’altro posto a Sud, caratterizzato da altopiani aggrediti dal ribollire del Deserto, e
perciò affamati di spazio vitale per Falconi e Giunchi e che avevano alla testa un monarca dal
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copricapo bianco. Una visione lineare, con pochi scossoni -sebbene cospicui- e abbastanza ben
conosciuti grazie al sapiente lavoro di Fenomeni Geniali come Quibell, Flinders Petrie, Belzoni,
Schiaparelli e chi più ne ha più ne metta, senza dimenticare i coevi Donadoni, Tiradritti, Fattovich.
Eppure il dio Hapy del Grande Fiume Iteru ancora oggi potrebbe stupire con sbalorditive
acquisizioni di novità e con un colore nuovo: il giallo.

Fig. 7 – il geroglifico che indicava il Nilo (Iteru, traslitterato da itrw, che significa “Grande
Fiume”

Il sistema idrogeologico del Nilo, infatti, è ovviamente un sistema dinamico, in continuo


mutamento, la cui origine si perde nella notte dei tempi. L’Eonilo affonda le sue origini nel Miocene
(circa 25 milioni di anni fa), e, a seguito di numerosi mutamenti, ha generato l’attuale Nilo, il cui
corso è variato anche negli ultimi 20.000 anni circa. Esula da questo lavoro una dettagliata
descrizione degli avvenimenti geologici che hanno condotto alla configurazione attuale del fiume;
la figura seguente è però essenziale per comprendere l’ipotesi che intendo tracciare.

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Fig. 8 – mappa del bacino del Nilo Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017
La mappa è tratta da una ponderosa analisi sulla storia del bacino idrografico del Nilo4. Nel
rettangolo evidenziato in rosso, si possono distinguere alcune linee tratteggiate: si tratta dei wadi.
Un wadi (formazione tipica del Sahara e delle zone desertiche del Vicino Oriente) è una sorta di
canyon o canalone in cui scorreva un corso d’acqua, e nel quale occasionalmente, a seguito di
improvvise precipitazioni, possono crearsi ancor oggi vere e proprie inondazioni; esistono dei wadi
detti “fossili”, perché rappresentano le vestigia di antichi fiumi, oggi estinti. Nella fig. 8, si nota
la presenza del Wadi Howar: è quello che viene anche chiamato “Nilo Giallo”. Il motivo è presto
detto: a differenza di altre testimonianze fossili di acque effimere, l’Howar sembra essere stato un
affluente di notevole importanza del Nilo, e fino a non molti anni fa. Pachur e Kropelin5
!41
scrivono che fra i 12.000 e i 4.500 anni fa (e quindi fra il 10.000 e il 2.000 a.C. circa) il Wadi
Howar-Nilo Giallo scorreva in un ambiente assai più umido dell’attuale, caratterizzato da
numerosi specchi d’acqua e laghi più grandi. Laddove oggi cadono al massimo 25mm di pioggia
ogni anno, era presente una vera savana, con relativa flora e fauna; solo intorno al 2.000 a.C.
l’ambiente diventò definitivamente arido. I due paleoclimatologi osservano che si trattava di un
grosso fiume: durante il Neolitico Subpluviale, dove era uno dei fiumi maggiori e sicuramente
perenne, nasceva dalla regione montuosa sita fra Gebel Marra e l’Ennedi (entrambe nel Ciad),
scorreva per circa 1.100 Km in un ambiente umido caratterizzato da stagni e paludi, prima di
gettarsi nel Nilo all’altezza della cosiddetta “Grande Ansa”, fra la Terza a la Quarta Cateratta. Il
Nilo Giallo è importante quale indicatore di rilievo della Fase Umida vissuta, oltre 10.000 anni fa,
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dalla regione: un’epoca in cui i due Ricercatori dimostrano che l’Howar era un fiume
alimentato da piogge costanti e frequenti. Pachur e Kropelin concludono che è pressoché certo
che il regime pluviale dell’area fosse molto generoso, e che tale regime fosse sostenuto da influenze
meteorologiche tropicali di origine meridionale; le stesse influenze (oggi scomparse) fecero
registrare nel medesimo periodo storico il record di estensione del Lago Ciad e dei laghi del Mali,
nonché l’esistenza del Paleolago Nubiano Occidentale. Questi dati si confrontano molto bene con
quelli esibiti in uno studio del Dicembre 20006

Fig. 9 – particolare del corso del Nilo Giallo. Sono evidenziate località citate nell’articolo

© 2001 P. Hoelzmann et al. / Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology

!42
che dimostra come l’Olocene Medio abbia attraversato una fase pluviale di tipo tropicale anche
nell’Africa Nord-Orientale; la scala temporale interessata dal fenomeno pare concordare con
quella dello studio precedente (9.500-3-500 a.C. circa), e coincide con un periodo di intensa
occupazione umana della regione posta all’incirca nell’area del Lago Paleonubiano. Scrivono
gli Autori: “Circa 10.000 anni BP (NdA: prima del presente) l’inclinazione dell’asse terrestre era
maggiore di quanto sia oggi e il momento del perielio era alla fine di Luglio (NdA: oggi il perielio
è a cavallo del 3-4 Gennaio), come dimostrato da Berger7. Questo fatto condusse ad un maggiore
irraggiamento solare durante l’estate nell’Emisfero settentrionale e a un aumento dell’ampiezza dei

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cicli stagionali che che potenziarono il contrasto fra terra emersa e oceano, il che a sua volta
amplificò gli effetti dei monsoni indiani e africani. Di conseguenza, nell’Olocene iniziale e in quello
medio le regioni del Sahel e dell’attuale Sahara erano notevolmente più umide di oggi, come
dimostrato dai resti animali e vegetali, dai sedimenti lacustri e da evidenze archeologiche”. Gli
Autori concludono: “Durante l’Olocene, la Nubia Occidentale con i suoi vasti paleolaghi e
sentieri migratori attraverso i paleowadi, come il Wadi Howar stesso, si comportò come una
cerniera culturale e naturale fra la Valle del Nilo e il bacino del lago Ciad, almeno finché la
regione non si desertificò agli inizi del IV millennio a.C.” (NdA: il grassetto è mio). Tradotto in
parole semplici, questo significa che le condizioni climatiche dell’area compresa fra il lago Ciad e il
Nilo erano ottimali fino a poche migliaia di anni fa e che esistevano contatti di ogni genere fra le
culture africane occidentali e orientali, settentrionali e meridionali: in altri termini, gli abitanti della
Valle del Nilo si confrontavano normalmente con quelli degli altopiani sahariani. Le considerazioni
finali degli studiosi tedeschi a sua volta sembrano ben sostenute dalle analisi condotte dal già citato
Berger7, il quale in un suo successivo lavoro8 conferma quanto da lui stesso già esposto in ossequio
ai cosiddetti “cicli di Milanković”, aggiungendo che esiste anche il fattore dell’eccentricità
dell’orbita terrestre, soggetta a variazioni cospicue: “In una scala geologica dei tempi, i cicli
climatici sono ritenuti essere prodotti da variazioni dell’insolazione (radiazione solare ricevuta
dall’atmosfera superiore, come risultato finale delle variazioni dell’orbita terrestre intorno al
Sole)”. Mi pare un’affermazione molto significativa, che spiegherebbe molti fenomeni del
presente e del passato su scala planetaria.
Questo lungo preambolo serve ad introdurre il Lettore al primo frammento di conoscenza su
cui si basa la mia ipotesi: accanto ai moderni Nilo Bianco e Nilo Azzurro, esisteva un terzo Nilo
(il Nilo Giallo), con piena dignità di fiume, che scorreva in direzione quasi precisa da Ovest a
Est partendo dagli altopiani dell’attuale Ciad, e che ha concorso in maniera determinante alla
!43
nascita dell’Egitto. La stessa letteratura accademica, come abbiamo visto poco sopra,
esplicitamente definisce “sentieri migratori” quelli che correvano parallelamente all’antico
Nilo Giallo: quindi, non si può che concludere che questi sentieri siano stati effettivamente
percorsi. Tralasciando le storielle più fantasiose relative allo sbarco di improbabili alieni, com’è
nato lo Stato faraonico? Hanno ragione coloro che lo ritengono un retaggio di civiltà scomparse
(l’ammiraglio Flavio Barbiero9, Charles Hapgood come capostipite del corso di pensiero10, Mei e
Benedetti11)? Oppure sono nel giusto i supporter della genesi afrocentrica della cultura egizia
(Cheikh Anta Diop12, Lefkowitz13, MacLean Rogers13 e i “nuovi amici” Bauval14, Brophy14 e
Hancock15)? O forse ha ragione l’esigua minoranza rimasta fedele a Flinders Petrie e alla sua
razza dinastica16 (i vari Rohl17, Wilkinson18, Rice19, Waddel20, Emery21, Gardiner22, Derry23)? E gli
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

UFO di Daniken, Sitchin e Biglino? Li lasciamo da parte? Sì, quelli sì...


L’importanza dell’esistenza del Nilo Giallo non risiede soltanto, a mio giudizio, nel
comprendere le complesse vicende climatiche che hanno condotto alla situazione attuale dell’Africa
sahariana e subsahariana, ma anche – se non soprattutto- perché getta una nuova luce sui
meccanismi che hanno condotto alla nascita della Civiltà egiziana.
Una sicura direttrice di sviluppo della Valle del Nilo è sicuramente quella che viene da
Sud e da Ovest. Wendorf24 (lo stesso scopritore di Nabta Playa) ipotizzò, fin dal 1979, che
nell’Alta Nubia, a Wadi Kubbaniya, esistesse una popolazione che coltivava regolarmente l’orzo.
La cosa stupefacente è che tale abituale coltivazione potrebbe risalire a un periodo collocabile fra il
18.300 e il 17.000 a.C., quando nella Valle del Nilo propriamente detta non esistevano ancora
stanziamenti umani stabili. Infatti, è noto che fino a relativamente poche migliaia di anni fa le
culture egiziane più recenti (come quella mesolitica di Halfan) non avevano caratteri stanziali, ma
mantenevano prevalentemente comportamenti nomadi; afferma Barca25: “Gli abitanti della Valle,
nel primo Olocene (NdA: quindi intorno al XII Millennio a.C.), basavano la loro economia di
sussistenza specialmente sulla pesca e sulla raccolta di molluschi, ma anche sulla caccia (…) Sotto
questo aspetto, differivano dalle popolazioni umane che si erano succedute negli stessi luoghi in
precedenza; forse erano anche meno mobili. Questo modo di vita persistette a lungo. Solo nel VI
Millennio gli indigeni della Valle, mescolatisi con agricoltori e pastori venuti dal Sudan, si
trasformarono da cacciatori-raccoglitori in coltivatori e allevatori di bestiame. Va sottolineato che
gli abitanti della Valle continuarono a procurarsi il cibo mediante attività di prelievo, quando nel
Deserto Occidentale egiziano il modo di vita era ormai quello neolitico, basato sull’economia
produttiva”. Fino ai discussi ritrovamenti di Wendorf la coltivazione regolare dell’orzo era
considerata una conquista mesopotamica e risalente al 10.000 a.C.: la Nubia quindi potrebbe avere
!44
precorso i tempi di almeno 7.000 anni. Ci si potrebbe dunque trovare di fronte a un’autentica
anomalia, accompagnata dal ritrovamento di sepolture di individui alti e dalle caratteristiche
chiaramente negroidi26. Un punto sembra chiaro: dalle zone più sud-occidentali dell’Africa sono
emigrate nel tempo numerose popolazioni, portatrici di usi e costumi diversi da quelli coevi della
Valle del Nilo. La loro provenienza pare essere quella del massiccio del Ruwenzori (“Montagne
della Luna”).

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

Fig. 10 – localizzazione del Ruwenzori (“Montagne della Luna”)

!45
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

(
Fig. 11 – il massiccio del Ruwenzori - dettaglio (confine fra Uganda e RD del Congo)

Infatti, circa 20.000 anni fa la situazione climatica era molto diversa da oggi, e si assisteva a
un progressivo e transitorio ma rapido inaridimento delle regioni africane centrali, mentre nel
contempo l’intera regione sahariana virava verso una delle sue fasi più umide. Si originarono così
numerosi flussi migratori verso zone più ospitali, e mentre una quota di popolazione dall’«Africa
nera» si è verosimilmente spostata in direzione Sud-→Nord, un’altra quota potrebbe in tempi
successivi avere intrapreso un percorso assai più lungo. Un’attenta analisi dei ceppi linguistici
dell’intera area rivela un’insospettata e stretta parentela fra i popoli che abitarono Libia, Ciad e
Nubia e i progenitori degli Egizi. Sulla scorta delle intuizioni di Colin Renfrew27, il linguista e
antropologo britannico Roger Blench28 propone un’unità culturale di partenza molto vasta per
parecchie popolazioni che si sono spostate nel tempo verso tre direttrici:
1 – verso i territori della Nubia (Sudan), e di qui nel Neolitico verso la Valle del Nilo;
2 – verso il Ciad, il Niger e il bacino del Senegal;
3 – verso gli altopiani sahariani e della Libia occidentale.
In figura 11, si può vedere una schematizzazione di quanto propongo: i primi spostamenti (rosso)
potrebbero aver avuto origine intorno al 20-22.000 a.C.; l’allargamento a ventaglio (azzurro)
nell’arco dei successivi 5-10.000 anni; la convergenza verso l’alta Valle del Nilo (giallo) potrebbe
essere avvenuta fra la fine del XII e l’XI millennio a.C.; infine, l’ingresso in Alto Egitto (grosso
modo dal 9-8.000 a.C. in poi) può aver dato impulso ulteriore alle fasi del Neolitico egiziano.
!46
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

Fig. 11 – flussi migratori ipotizzati.


Rosso: primo movimento, dal Ruwenzori
Azzurro: quattro flussi, dal medio Nilo Bianco verso Nubia, Ciad, Libia, Acrocoro etiope
Giallo: flussi “di ritorno” verso l’alta Valle del Nilo (Nubia e Nabta Playa)
Verde: accesso finale nell’Alto Egitto.

!47
Più in dettaglio, il Sahara non è sempre stato un deserto, anzi; ma con l’alternarsi di fasi
umide e fasi aride e iper-aride, una quota consistente dei popoli presenti in Ciad e nel Fezzan ha
fatto una parziale marcia indietro, e sfruttando i laghi più o meno grandi allora presenti e,
soprattutto, il Nilo Giallo si sono portate di nuovo verso il Grande Fiume. Tali spostamenti
sono avvenuti fino alle soglie dell’Egitto Predinastico (5.000 a.C.). Al riguardo, giova notare che
l’inizio del Neolitico in Egitto avvenne sul bordo del Deserto Occidentale con l’espansione della
cultura neolitica del Sahara e la crescita delle sue popolazioni, e proprio su quel confine si
registrarono le infiltrazioni maggiori nella Valle.
Tenuto dunque conto del percorso inverso dal Ciad e dalla Libia di popolazioni neolitiche, è
possibile ipotizzare che la celeberrima Nabta Playa29,30 rappresenti una delle tappe intraprese
Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017

da popoli che millenni prima erano partiti dal Ruwenzori, e dove si è realizzata la riunificazione
con i loro fratelli che nel frattempo erano diventati “Nubiani”, e con coloro che erano discesi dalle
alture etiopiche. Com’è noto, Nabta è stata un importante centro cerimoniale, e non è necessario
ripetere qui, per l’ennesima volta, tutto quello che oggi si sa o si ipotizza sulla località: sarà
sufficiente una ricerca con le parole-chiave “Wendorf Nabta” per leggere direttamente dal suo
(ri?)scopritore quanto è necessario conoscere sul sito. In questa sede basta ricordare che nessun
reperto di tipo neolitico trovato nella Valle del Nilo ha un’antichità paragonabile a quelli di Nabta,
che risalgono all’XI millennio a.C.

Fig. 12 – le direttrici “di rientro” dal Deserto Occidentale e da Sud verso la Valle

!48
Cosa significa ciò? Stante l’unità linguistica della “razza del Ruwenzori” dimostrata da Blench, la
mia ipotesi è che Nabta rappresenti principalmente un monumento celebrativo della
ricongiunzione di genti separate che però condividevano la stessa storia, la stessa cultura e i
medesimi elementi linguistici di base, attraverso i quali si sono “riconosciuti” e che la civiltà
nilotica sia il prodotto di una convergenza culturale di mondi diversi. Abbiamo quindi ricucito tre
delle direttrici principali dei movimenti umani verso la Valle del Nilo: con possibile incontro
simbolico a Nabta Playa, gli uomini del Ruwenzori si apprestavano, dopo aver percorso le Tre
Vie (dal Sud, dall’Ovest e Nord-Ovest e dal’Est del Corno d’Africa), a entrare con il loro

Tracce d’Eternità N. 30 Nuova Serie Luglio 2017


bagaglio nella terra di Kemet.
Esistono diverse buone ragioni per ritenere che almeno alcune delle maggiori componenti
che contribuirono all’unificazione dell’Egitto fossero di origine meridionale e nubiana. Alcuni
reperti poco noti sembrerebbero dimostrare che molto della cultura egizia successiva al Predinastico
rappresenti un’eredità della Nubia. Prendiamo ad esempio il cosiddetto “incensiere di Qustul”.

Fig. 13 – l’incensiere di Qustul – incisione in calcare (Oriental Inst., U. of Chicago)

!49
Questo incensiere (rinvenuto nella tomba di un governatore nubiano a Qustul, località della Bassa
Nubia, ben oltre l’Alto Egitto) è di foggia chiaramente nubiana: è scolpito secondo una tecnica
artistica tipica della Nubia ed è decorato sul bordo con tipici disegni nubiani. I disegni sono a dir
poco sorprendenti:
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Fig. 14 – spiegazione nel testo


si identificano chiaramente quattro comparti, di cui i primi tre da sinistra sono racchiusi in una
barca e rappresentano scene diverse: nella prima, vediamo un felino all’interno del naviglio, e
all’esterno un pesce (probabilmente un ossirinco), seguito da un arpione apparentemente lanciato da
una figura umana alle cui spalle si vede un’antilope; nel secondo riquadro, c’è un fiore, affrontato
da un falcone appollaiato su un palazzo (un serekh ante litteram?) e un sovrano che tiene in mano
chiaramente un nḫḫ (Nekhekh, scettro-flagello), indossa una barba posticcia e ha, come copricapo,
la corona Hedjet (Corona Bianca) da sempre associata all’Alto Egitto; nel terzo riquadro
osserviamo un guardiano e un prigioniero, forse inginocchiato. Chiude la sequenza il disegno tipico
della facciata di palazzo. L’incensiere incorpora immagini solitamente associate a faraoni
egiziani: una processione di barche sacre, la corona bianca dell'Alto Egitto, una divinità
falconale e la facciata del palazzo chiamato serekh; sembra rappresentare un rituale che ha
coinvolto una processione reale in barca verso un palazzo. La corrente archeologica mainstream
vede solo due possibilità, visto che apparentemente le culture egiziane e nubiane dovrebbero avere
poco in comune: o i governanti nubiani e i primi faraoni egizi usavano simboli regali collegati e
molto simili fra di loro, oppure la decorazione fu scolpita dai Nubiani a imitazione totale
dell’arte e dei rituali egizi. Secondo quest’ultimo punto di vista, i sovrani nubiani avrebbero
tentato di emulare, con evidente soggezione culturale, i simboli faraonici dell’Egitto, di cui
implicitamente riconoscevano il prestigio. Il problema però è che l’ipotesi di datazione del
reperto oscilla fra il 3.100 a.C. (e fin qui, sebbene proprio al limite, entrambe le ipotesi sarebbero

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plausibili) e il 3.400 a.C.: e in questo caso non ci siamo proprio. Infatti, una simile collocazione
temporale porrebbe l’incensiere nel periodo Gerzeano del Naqada II, in cui non esiste alcun
accenno a queste specifiche caratteristiche regali in Egitto. Quello che, invece, è documentato è
la transizione improvvisa dell’arma classica dell’Alto Egitto (la testa di mazza) dalla forma a disco
tipica dell’Amratiano (Naqada I) a quella a pera (usata in Nubia e perfezionata in Mesopotamia!)
del Gerzeano (Naqada II):

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Fig. 15 – testa di mazza a disco e teste di mazza a pera (immagini tratte da Rice, op.cit.)

Lo studioso Cialowicz33 ha dimostrato che le teste di mazza sono un elemento piuttosto diffuso in
Nubia e nell’alta Valle del Nilo, e ne esistono di svariate forme, come abbiamo visto. Resta da
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stabilire l’origine di questo tipo di arma: se la frequenza dei ritrovamenti lascia pensare ad una
elaborazione chiaramente nubiana, la questione viene resa più complicata da ritrovamenti avvenuti
molto più a Nord, come nel Fayum A (e risalenti alla metà del VI Millennio a.C.) e addirittura
nell’area di Merimde Beni Salam, nel Basso Egittoe quasi un millennio più tardi. Cialowicz rileva:
«Indipendentemente dalla loro origine, le teste di mazza sono state trovate in tutti i siti del V
Millennio, eccetto quelli del Deserto Occidentale». La sorprendente conclusione è però lineare:
data la linea temporale della comparsa di quest’arma nei differenti siti, sembra logico
ipotizzare che la testa di mazza a pera, così tipica dell’iconografia reale egizia, trovi la sua
vera origine nella Nubia e nel Sudan centrale, piuttosto che nell’Alto Egitto. Basta quindi
analizzare i dati disponibili, affinché sia chiaro che: 1 – la cultura nubiana (figlia del Ruwenzori)
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precorre e ispira una cospicua parte di quella dell’Alto Egitto; 2 – gli Uomini del Falco
(supponendo una datazione per l’incensiere di Qustul anteriore al 3.300 a.C.) potrebbero non
essere di origine strettamente egiziana. Bisogna però riconoscere che altri ritrovamenti
continuano a lasciare la partita in sospeso. Questa figurina amratiana

Fig. 16 – un’inquietante e modernissima statuetta trovata a El Amra (3.800 a.C. circa)


Fonte: John G. Ross; oggetto conservato al Musée de Saint-Germain-en-Laye

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decisamente enigmatica, scolpita nello scisto e risalente al Naqada I, è notevole sia per il vago
sentore di minaccia che sembra promanare, che per la forma curiosa del suo cappuccio, che
ricorda davvero molto la Corona Bianca dell’Alto Egitto, sebbene non esista alcuna traccia di
quel tipo di copricapo se non parecchio tempo dopo (alle soglie immediate del Protodinastico,
3.200 a.C.). Probabilmente qui è ritratto non un sovrano, ma una specie di sciamano (o altro?). Ma
le incongruenze e i punti a favore dell’una (una cospicua influenza, al limite dell’invasione, dei
Nubiani sull’Alto Egitto) o dell’altra tesi (mere coincidenze o, al limite, convergenze culturali
casuali) sono davvero tanti. Così, Clyde Winters31,32 (che ho citato già nel precedente articolo)
fornisce un’interessante analisi linguistica correlata alla scoperta di Qustul e agli studi sui gruppi

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linguistici Nilo-Sahariani e del Niger-Congo; secondo tali studi, la parola egizia che designa la
Regalità in Egitto (nsw < n y swt=Nesut) non significa, come comunemente si ritiene, «sigillo della
canna germogliata», rivelando una funzione di protezione, ma «(l’uomo potente) che viene dal
Sud». Va detto che Winters non è il solo a fare queste supposizioni, che sembrano piuttosto diffuse,
almeno come ipotesi di lavoro, fra molti specialisti delle lingue africane. Secondo Winters: «Molti
Egittologi sono rimasti sconvolti nell’apprendere, nel 1979, che i gruppi sociali di Qustul usavano
un tipo di scrittura egizio circa due secoli prima degli Egizi stessi. Questo medesimo fatto era stato
previsto addirittura cinque anni prima da Anta Diop, quando scrisse che sarebbe stato in Nubia “il
luogo dove avremmo trovato gli animali e le piante rappresentati nella scrittura geroglifica”».
Abbastanza stupefacente, direi: abbiamo un popolo che scende dalle montagne dell’Equatore, fonda
un Regno con caratteri peculiari, inventa una scrittura arcaica, e poi trasferisce (per
contaminazione o per invasione?) questo retaggio all’Alto Egitto. Questa possibilità ha ben più
che un’eco in Williams, un antropologo-linguista il quale sostiene che i Nubiani originariamente si
identificassero come “Steu” (il che significherebbe “Uomini con gli Archi”); i presunti Steu avevano
le medesime usanze funerarie, lo stesso tipo di vasellame e di manufatti degli Egizi. Questo
studioso si spinge ad affermare che i Sovrani di Qustul sono in realtà i Faraoni egiziani a cui i
documenti egizi più antichi fanno riferimento. Per sostenere l’audace tesi della fondazione della
Civiltà Egizia ad opera di questi “Steu”, Williams enumera sei motivi principali:
1 – esisterebbe una progressione diretta dei complessi dei disegni reali da Qustul, a Hierakonpolis/
Nekhen, a Abydos/This;
2 – naturalmente esistono oggetti già pienamente egizi nelle tombe delle prime fasi (a e b) del
Naqada III;
3 – non esistono però tombe reali nel Basso e nell’Alto Egitto fino all’evidenza della Dinastia 00
(3.300 a.C.);
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4 – ci sono iscrizioni arcaiche che farebbero riferimento a una guerra nell’Alto Egitto;
5 – le iscrizioni in cui si parla di Pe-Hor (ritenute oggi -dopo ulteriori ritrovamenti nel 2003 su una
roccia a Gebel Tyauty nel deserto a Ovest di Tebe, con iscrizioni riferite a questo sovrano-
pienamente confermate) risalgono al 3.400 a.C. circa (perciò al Naqada II) e precorrono
ampiamente quelle relative a Iry-Hor di Abydos (circa un secolo);
6 – i dieci governanti noti di Qustul, l’unico conosciuto di Nekhen e i tre noti di Abydos
corrisponderebbero, nel loro insieme, ai Re “storici” del tardo periodo di Naqada, suggerendo una
progressione territoriale e dinastica (?) a partenza nubiana. In merito alla presunta esistenza di un
sovrano di Abydos chiamato Iry-Hor (punto 5 di Williams) c’è poi da registrare la posizione
estremamente critica di Wilkinson34, il quale afferma, senza mezzi termini, che un attento riesame
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della presunta sepoltura del re (la tomba B1 di Abydos) conduce a concludere che la tomba
non riveste carattere regale, e che i segni scritti presenti non si riferiscono affatto al nome di
un re, ma sono marchi del tesoro reale.
Per chiudere il primo colore di Iteru, dobbiamo ora parlare brevemente di un altro reperto
dall’origine assai discussa: l’incisione di Gebel Sheikh Suleiman, presso Buhen, un sito nubiano…
naturalmente.

Fig. 17 – il rilievo di Gebel Sheikh Suleiman (Buhen, confine Egitto-Sudan)

Somaglino e Tallet, insigni studiosi dell’Antico Regno, affermano che, nonostante le perplessità, il
rilievo risale certamente alla I Dinastia35, un periodo arcaico, ma in cui era già compiuta
sostanzialmente l’unificazione politica e culturale dell’Egitto. Il ricercatore Gert Muller36 non è
d’accordo, e neanche “il solito” Winters. Il motivo è che, anche in questo caso, non ci sono
elementi tali, da consentire una datazione sufficientemente precisa del manufatto, che spazia
fra il 3.000 e il 3.400 a.C.: come dire, dalla I Dinastia (come appunto sostenuto da Tallet) al Naqada
II (il che ne farebbe combaciare l’età con il discusso incensiere di Qustul). In effetti, le analogie
con il reperto sudanese sono notevoli. Anche in questo caso si individuano diversi settori. A

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sinistra, c’è un falco su un segno serekh che sovrasta un palazzo. Subito alla destra di questa
scena vediamo un prigioniero legato a (o con) un arco (e ricordo che il nome egizio per “Nubia” era
“Ta-Seti”, la terra dell’Arco...); seguono due uccelli posti sopra due differenti cerchi con un segno a
mo’ di croce e di X all’interno. Per finire, osserviamo una scena vittoriosa di battaglia che include
un uomo apparentemente legato a una barca sacra. Analizzando il dettaglio delle scene, però, si
notano parecchi segni dal significato ignoto: sono simboli? Sono lettere? La cosa certa è che
richiamano i segni rinvenuti su parecchio vasellame nubiano. Winters sostiene che si tratti di un
vero e proprio alfabeto, da cui sarebbe derivato il geroglifico, in questo confortato da altri
linguisti già citati e da glifi rinvenuti anche molto lontano dall’Egitto (per esempio, a Oued

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Mertoutek). Ne propone quindi una stupefacente traduzione, che concorda con le ipotesi di Pe-
Hor quale sovrano nubiano, conquistatore dell’Alto Egitto; da destra a sinistra, ci sarebbe scritto:
«1. i gba lu 2. fe kye nde 2 1/2. ka i lu 3. fe fe tu 4. be yu su (su su) tu 5. su se lu gbe 6. po gbe tu»,
cioè: «1. Tieni in piedi l’abitazione della famiglia. 2. La proprietà di Fe (...) la riva. 2 1/2. Intaglia
sepolcro per la famiglia. 3. Fe preferisce essere obbediente all'ordine. 4. Mette in basso la (...)
nella tomba del grande ... 5. (e) offrire (...) giusta virtù. 6. La pura giustizia (è) Re (Fe).» Winters
conclude quindi che «”questo re Fe”, di Gebel Sheikh Suleiman, può riferirsi a Pe-Hor (Trono di
Horus) poiché nelle lingue africane /f/ e /p/ sono spesso intercambiabili. È interessante notare che
c'è una iscrizione simile su un vaso ritrovato nel cimitero L di Qustul, Nubia in cui di nuovo si trova
l’attestazione del nome Pe-Hor (Williams 1987, p. 164). Questo Pe-Hor può essere Fe, e
coincidere con il nominativo ipotizzato nell'iscrizione di Gebel Sheikh Suleiman».
Volendo riassumere (compito arduo, ahimè!) quanto fin qui discusso, dovrebbe essere
sufficiente dire che l’esistenza in antico del Nilo Giallo può sostenere l’ipotesi di un accesso alla
Valle del Nilo di alcune popolazioni non autoctone, che hanno contribuito in maniera
significativa alla nascita dello Stato faraonico. Una di queste popolazioni può certamente essere
stata quella cosiddetta “nubiana”, sebbene da sola non rivesta le caratteristiche comunemente
annesse alla “razza dinastica” di Petrie. Ma la co-origine meridionale dell’Egitto sembra
comunque fuori discussione.
Prima di procedere, è bene tirare un bel respiro defatigante, tributando il dovuto omaggio
agli autori più eretici, che saranno felici di riconoscere nel reperto della fig. 18 il vero portatore
della civiltà lungo le sponde del Nilo.

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Fig. 18 - Nave reale nubiana 327 di tipo J, periodo e località imprecisate

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