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Trasformatore

trasformatore nell'Enciclopedia Treccani


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Il trasformatore - Matematicamente
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Come funziona: Il Trasformatore - L'Esperienza di Oersted: dal Campo Elettrico al Campo


Magnetico.
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Come funziona: Il Trasformatore - L'Esperienza di Faraday-Lenz: dal Campo Magnetico al


Campo Elettrico.
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Come funziona: Il Trasformatore


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Come funziona: Il Trasformatore - Alcuni modelli di Trasformatori


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Trasformatore elettrico
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trasformatore nell'Enciclopedia Treccani

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trasformatore Nel linguaggio tecnico, t. elettrico, macchina elettrica convertitrice,


statica, a corrente alternata, basata sul fenomeno dell’induzione elettromagnetica.
Il t. è schematicamente costituito da un circuito magnetico in genere rappresentato da
un nucleo ferromagnetico (b in fig. 1) concatenato con 2 circuiti elettrici, dei quali uno,
detto circuito inducente oppure circuito (o avvolgimento) primario, a, riceve energia dalla
linea di alimentazione, mentre l’altro, detto circuito indotto oppure circuito (o
avvolgimento) secondario, c, è collegato con gli utilizzatori e cede a essi, dedotte le perdite,
la potenza ricevuta dal primario. Il flusso di induzione magnetica, variabile, generato nel
circuito magnetico dalla corrente che fluisce nell’avvolgimento primario induce nel
secondario una forza elettromotrice (f. e. m) alternata; dimensionando opportunamente gli
avvolgimenti si può ottenere il trasferimento dell’energia dall’uno all’altro secondo
determinate caratteristiche di trasformazione.
I t. si possono classificare in base a diversi criteri: per es., numero delle fasi (t.
monofase, trifase, tri-esafase ecc.), frequenza (t. industriali, per frequenze industriali di 50
Hz o 60 Hz; t. per audiofrequenze ecc.), numero degli avvolgimenti (t. a 2, 3, ecc.
avvolgimenti), tipo dei materiali isolanti impiegati (t. a secco, in olio), tipo di nucleo
ferromagnetico (t. a colonne, a mantello) o di raffreddamento, uso (t. di potenza, di
misura/">misura, di adattamento, regolatore ecc.).
Storicamente, si possono considerare primo esempio di t. le 2 bobine accoppiate con cui
M. Faraday nel 1831 eseguì le sue classiche esperienze sull’induzione elettromagnetica e
delle quali egli stesso aumentò l’efficacia munendole di un nucleo di ferro massiccio. Per
alcuni decenni ancora si lavorò al perfezionamento dell’unico generatore di corrente
variabile allora disponibile, costituito da 2 circuiti mutuamente accoppiati (primo fra tutti il
rocchetto ideato da H.D. Ruhmkorff). Spetta tuttavia a L. Gaulard e J.D. Gibbs il merito di
avere realizzato per primi a Londra nel 1883 (il brevetto è dell’anno precedente) e di aver
presentato nell’esposizione internazionale di Torino del 1884 veri apparecchi industriali
per la trasformazione di correnti alternate. Questi, chiamati dagli stessi ideatori generatori
secondari, avevano nuclei magnetici mobili, costituiti con fili di ferro; gli avvolgimenti
primari e secondari erano suddivisi in sezioni, diversamente raggruppabili fra loro per
modificare i rapporti di trasformazione. Gli avvolgimenti primari dei vari t. erano collegati
tra loro in serie e, di conseguenza, risultava difficile la regolazione che veniva fatta
immergendo più o meno i nuclei ferromagnetici. Il sistema suscitò l’interesse di numerosi
tecnici, tra i quali O.T. Bláthy, M. Déry e K. Zipernowsky dell’industria Ganz di Budapest:
essi si resero conto degli inconvenienti e brevettarono nel 1885 un impianto di
distribuzione con t. aventi il nucleo chiuso e avvolgimenti primari collegati in parallelo; essi
stessi usarono per primi il nome di t. e presentarono l’impianto all’esposizione di Budapest
dello stesso anno. In America la Westing-house acquistò il brevetto e sotto la direzione di
W. Stanley iniziò la costruzione di impianti con avvolgimenti primari in parallelo (1886). In
Inghilterra S.Z. de Ferranti sostituì il collegamento in parallelo a quello in serie.
Fondamentali studi sulla teoria e sulla costruzione dei t. furono eseguiti da G. Ferraris
(proprio sul t. di Gaulard presentato a Torino), H.F. Weber, C.P. Steinmetz, E. Arnold, J.L. La
Cour, G. Kapp.
Nel funzionamento a vuoto, ossia a circuito secondario aperto, alimentando il primario
alla tensione e alla frequenza nominali, si ha nel primario una corrente di intensità I10
(corrente a vuoto). Se N1 è il numero di spire del primario, la forza magnetomotrice N1I10
produce nel circuito magnetico un flusso di induzione magnetica, di valore efficace pari a
Φ=N1I10/ℜ (indicando con ℜ la riluttanza del circuito magnetico), che induce nei due circuiti
primario e secondario rispettivamente le forze elettromotrici: E1=ωN1Φ, E2=ωN2Φ, essendo
ω la pulsazione della corrente e N2 il numero di spire dell’avvolgimento secondario. Il
rapporto k delle due f. e. m. è il rapporto di trasformazione del t.: k=E1/E2=N1/N2, pari al
rapporto tra le tensioni a vuoto primaria, V10, e secondaria, V20. Se k<1 è V20>V10 e il t. si dice
in salita o t. elevatore; se k>1, il t. si dice invece in discesa o riduttore. Se il t. viene caricato,
alimenta cioè un circuito esterno, si avranno nei 2 av-volgimenti le intensità di corrente I1 e
I2, cui corrispondono le forze magnetomotrici N1I1 e N2I2. Ora, poiché al variare del carico il
valore efficace del flusso rimane praticamente lo stesso, può scriversi, con il metodo
simbolico: N1I1−N2I2=N1I10. Per condizioni di carico alle quali possa trascurarsi, di fronte a
ciascuno dei termini al primo membro, il termine N1I10 (che è piccolo per l’elevata
permeanza del circuito magnetico) praticamente si ha: I1/I2≅N2/N1=1/k. Il flusso che induce
nei due avvolgimenti del t. le f. e. m. E1 ed E2 prende il nome di flusso principale; esso
comprende tutte le linee di induzione che si concatenano con entrambi i circuiti. Esiste
tuttavia un flusso che si concatena con il solo circuito primario e inoltre un flusso che si
concatena con il solo circuito secondario: questi due flussi sono denominati,
rispettivamente, flusso disperso primario e flusso disperso secondario. I quozienti di tali
flussi per le correnti dei rispettivi avvolgimenti permettono di definire le autoinduttanze di
dispersione, S1 primaria e S2 secondaria. Tenendo presente che ciascuno dei 2 avvolgimenti
ha una resistenza ohmica e ponendo Z1=R1+jωS1, Z2=R2+jωS2, si potranno scrivere le
equazioni di funzionamento. Nel circuito primario, la tensione V1 applicata deve
compensare la caduta di tensione nell’impedenza/">impedenza Z1 nonché la forza
controelettromotrice/">controelettromotrice E1; essa sarà pertanto: V1=E1+Z1I1. La f. e. m. E2
indotta nel secondario deve compensare la caduta nell’impedenza Z2, mentre la parte
residua rappresenta la tensione applicata al carico: E2=Z2I2+V2. Queste due equazioni,
insieme con quella, N1I1−N2I2=ℜΦ, già considerata, definiscono il funzionamento del
trasformatore. Nello studio del t. torna utile la considerazione delle grandezze secondarie
in termini corrispondenti riferiti al primario; tali grandezze si dicono ‘riportate al
primario’. Per la f. e. m. e l’intensità di corrente si ha: E′2=kE1, I′2=I2/k. Con queste relazioni
l’equazione del secondario può scriversi: E1=Z′2I′2+V′2, dove Z′2=k2Z2, e quindi: R′2=k2R2;
S′2=k2S2. Si può naturalmente operare anche la trasformazione inversa, riferendo tutte le
grandezze al secondario, mediante relazioni inverse a quelle sopra indicate. Lo schema
equivalente del t. comprende le due resistenze R1 e R′2 (fig. 2) nonché le due reattanze
X1=ωS1 e X′2=ωS′2; tra i punti M e N è derivata l’ammettenza Y0, che si compone della
conduttanza G0 e della suscettanza B0; tra C e D è derivata l’impedenza di carico, riportata
anch’essa al primario Z′c=k2Zc. I parametri della macchina possono essere determinati con
buona approssimazione in base a due prove da effettuarsi sul t., quella a vuoto e quella in
corto circuito. La prova a vuoto si effettua a circuito secondario aperto, alimentando il
primario a tensione e frequenza nominali e misurando la potenza attiva assorbita P10
nonché V1 e I10. In considerazione della esiguità di I10 le perdite per effetto Joule sono
trascurabili, quindi P10 può considerarsi uguale alle perdite nel ferro Pfe, per isteresi e per
correnti parassite. La prova in corto circuito si effettua collegando in corto circuito i
morsetti secondari e alimentando il primario con una tensione ridotta V1c (tensione di corto
circuito) tale da fare circolare negli avvolgimenti le correnti nominali. Poiché V1c è molto
piccola, risulterà piccolo il flusso e quindi Pfe; pertanto la potenza attiva
misurata/">misurata sarà pari alle perdite per effetto Joule PJ. La tensione di corto circuito
V1c è espressa generalmente in percentuale della tensione nominale, assumendo valori
compresi tra 3% e 14% quando si passa dai piccoli ai grandi t.; l’impedenza di corto
circuito Z1c=R1c+jX1c risulta così di qualche migliaio di volte minore di quella a vuoto Z10 ed è
confermata la bontà dell’ipotesi di trascurare l’ammettenza Y0 nel calcolo della variazione
di tensione. La V1c, e quindi la Z1c, se da un lato è bene che abbiano piccoli valori per non
avere a carico nel t. eccessive cadute di tensione, d’altro canto non possono essere troppo
piccole perché è proprio l’impedenza Z1c a limitare la corrente in caso di corto circuito ai
morsetti secondari, evitando danni agli avvolgimenti.
Si dice potenza nominale del t. la potenza apparente erogabile, e quindi assorbibile, in
modo continuativo senza che in alcuna parte la temperatura raggiunga valori dannosi per
gli isolanti; in corrispondenza risultano definite per ciascun avvolgimento la tensione e la
corrente nominale.
Un t. trifase si può immaginare ricavato dall’associazione di 3 t. monofase, aventi
ciascuno gli avvolgimenti posti in una colonna; poiché il t. è destinato a funzionare con
tensioni simmetriche e quindi, in particolare, aventi istante per istante somma nulla, i flussi
principali avranno anch’essi, con ottima approssimazione, somma nulla così da non
richiedere un’altra colonna per la richiusura del flusso risultante. La struttura del nucleo
più adottata è quella di fig. 3 e il flusso relativo a una fase ha come richiusura i flussi delle
altre 2 fasi. Particolarmente importante è nei t. trifase il tipo di collegamento tra gli
avvolgimenti, che può essere a stella, a triangolo o a zig-zag; nello schema a zig-zag
ciascuna fase è suddivisa in due gruppi di spire che vengono avvolti su due colonne distinte
secondo un certo ordine ciclico. Combinando in diversi modi gli schemi del primario con
quelli del secondario si può ottenere una grande varietà di schemi di t. trifase. La
designazione si fa usando i simboli Y, y per il collegamento a stella; Δ, D, d per quello a
triangolo; Z, z per quello a zig-zag; al simbolo maiuscolo, relativo all’avvolgimento di alta
tensione, seguono quello minuscolo della bassa tensione e un numero che indica il gruppo
di appartenenza del t., ossia lo sfasamento angolare (in ritardo) del diagramma delle f. e. m.
secondarie rispetto a quello delle primarie, misurato come multiplo di 30°; per es., Dy11
significa t. trifase del gruppo undici con alta tensione a triangolo, bassa tensione a stella e
sfasamento di 330° in ritardo delle tensioni concatenate secondarie rispetto a quelle
primarie.
Due o più t. possono funzionare con primari e secondari in parallelo soltanto se hanno
uguali rapporti di trasformazione, uguali cadute ohmiche e induttive (per grossi t. tale
condizione si riduce all’eguaglianza tra le tensioni di corto circuito) e, per i t. trifase, se
appartengono allo stesso gruppo. Mentre la mancata verifica della terza condizione
determina un passaggio insostenibile di correnti di circolazione nei t., la prima condizione
può non essere soddisfatta in modo del tutto rigoroso purché risultino limitate le suddette
correnti, che causano peraltro perdite per effetto Joule anche nel funzionamento a vuoto. La
verifica della seconda condizione garantisce la possibilità di sfruttare tutta la potenza dei t.
evitando che un t. funzioni in sovraccarico mentre un altro t. funziona al di sotto della sua
potenza nominale.
Il circuito magnetico di un t. è costituito generalmente da pacchi di lamierini di ferro-
silicio; in particolari applicazioni, e soprattutto per frequenze elevate, si ricorre a impasti di
ferriti al fine di contenere le perdite; per frequenze ancora superiori si rinuncia all’impiego
di materiali magnetici e le linee di forza del campo magnetico si sviluppano in aria (t. in
aria). Dopo il 1950 si sono diffusi i lamierini a grani orientati, ottenuti con una laminazione
a freddo e con speciali trattamenti termici e chimici; l’isolamento tra i lamierini è costituito
da un sottilissimo strato di ossido di magnesio.
Per quanto riguarda, invece, i materiali conduttori impiegati negli avvolgimenti, si può
affermare che il rame è quello largamente più usato, sotto forma di filo di sezione circolare
per piccole correnti o di piattine di sezione rettangolare; per correnti molto intense si
impiegano più conduttori, sempre a sezione rettangolare, collegati tra loro in parallelo; in
quest’ultimo caso, per evitare correnti di circolazione bisogna effettuare opportune
trasposizioni tra le spire dei conduttori in parallelo. Al posto del rame talvolta viene usato
l’alluminio, più economico ma con un aggravio nei problemi tecnici.
Per quanto riguarda il sistema di isolamento bisogna distinguere i t. a secco, in cui i
conduttori sono in contatto diretto con l’aria o con un sistema di isolamento composito
solido, dai t. in olio (quest’ultimo viene adottato anche per facilitare il raffreddamento).
Riguardo alle forme costruttive, i t. industriali possono essere principalmente di due tipi: il
tipo a colonne e il tipo a mantello. Il t. a colonne (o a nuclei) è così denominato in quanto gli
avvolgimenti sono disposti intorno a colonne verticali e il circuito magnetico viene chiuso
mediante gioghi orizzontali; gli avvolgimenti sono disposti concentricamente l’uno rispetto
all’altro, con quello a tensione inferiore più vicino alla colonna (avvolgimenti concentrici), e
separati da cilindri isolanti. Le singole spire sono circolari per poter resistere meglio agli
sforzi elettrodinamici (l’avvolgimento interno è sollecitato a compressione mentre quello
esterno è sollecitato a trazione); le sezioni delle colonne, per avere un migliore
adattamento alla forma circolare degli avvolgimenti, e quindi per un migliore sfruttamento
dello spazio, sono del tipo a gradini. I t. a mantello (o corazzati) hanno avvolgimenti con
asse orizzontale e sezione rettangolare, con il lato maggiore verticale; i lamierini sono
disposti in modo da circondare il più possibile gli avvolgimenti. Gli avvolgimenti primario e
secondario sono suddivisi in più bobine, che vengono disposte alternativamente
(avvolgimenti a bobine alterne); le due bobine estreme appartengono all’avvolgimento a
bassa tensione. Va detto che si ricorre eccezionalmente ad avvolgimenti con bobine
alternate anche con struttura a colonne, qualora si desideri avere reattanze di corto
circuito particolarmente basse. L’insieme nucleo-avvolgimenti è sistemato di norma entro
un recipiente, denominato cassone, di lamiera di ferro, attraversato da isolatori passanti
aventi lo scopo di portare all’esterno, isolandoli dal cassone, gli estremi degli avvolgimenti;
il cassone è poi collegato elettricamente all’impianto di terra. Per quanto riguarda il
raffreddamento, nei t. a secco (costruiti per modeste potenze) esso avviene per
ventilazione naturale, raramente con aria soffiata esternamente da ventilatori. Per grandi
potenze ed elevate tensioni si adottano esclusivamente t. immersi in olio, il quale funziona
insieme da isolante e da refrigerante; per le potenze inferiori l’olio circola naturalmente ed
è raffreddato da una circolazione naturale di aria che lambisce la superficie del cassone
oppure una serie di radiatori o di fasci di tubi addossati al cassone entro i quali circola
l’olio; per potenze maggiori, la circolazione dell’aria attraverso i radiatori viene attivata da
ventilatori; per potenze elevate si attua anche una circolazione forzata dell’olio mediante
pompe e talvolta per la sua refrigerazione si ricorre a serpentine con circolazione forzata di
acqua.
T. atto a trasferire energia con il massimo rendimento tra un circuito avente una certa
impedenza Z1 e un altro circuito avente impedenza Z2; perché ciò avvenga si dimostra che,
detto k il rapporto di trasformazione, deve valere la relazione: k2= Z1/Z2. T. d’antenna T. ad
alta frequenza usato per accoppiare a un’antenna un radiotrasmettitore o un
radioricevitore. T. differenziale Dispositivo in grado di rilevare spostamenti molto piccoli,
dell’ordine della frazione di micrometro: un nucleo cilindrico ferromagnetico a (fig. 4 ) è
concatenato con due circuiti, un primario e un secondario, come un t. elettrico: il primario b
è alimentato a una frequenza dell’ordine del kilohertz; il secondario c è costituito da due
parti con avvolgimenti opposti. Il nucleo è solidale a un’astina d (non ferromagnetica) che, a
contatto con la superficie di un pezzo, e, risulta sensibile agli spostamenti da rilevare: se il
nucleo è nella posizione simmetrica g rispetto ai due avvolgimenti del secondario, la
tensione uscente da quest’ultimo è nulla; se il nucleo si sposta (in alto, f, o in basso, h)
aumenta linearmente la tensione concatenata con uno dei due avvolgimenti e diminuisce
quella concatenata con l’altro (da ciò la denominazione LVDT, linear variable differential
transformer); con un demodulatore sensibile alla fase si ottiene in uscita dal secondario una
tensione il cui segno dipende dal verso dello spostamento. Il t. differenziale trova
applicazione nella realizzazione di comparatori elettrici, di dilatometri, di dispositivi di
elevata sensibilità come i rugosimetri. T. di isolamento T., a rapporto unitario, impiegato
per isolare il circuito di alimentazione da quello alimentato. T. di misura Speciale t.
riduttore, usato per l’esecuzione di misurazioni voltmetriche (t. di tensione o voltmetrico) o
amperometriche (t. di corrente o amperometrico) allorché le grandezze da misurare hanno
ampiezze troppo elevate per l’inserzione diretta degli strumenti nei punti di misura,
oppure quando il potenziale del sistema in cui operare è troppo elevato e quindi pericoloso
per la sicurezza dell’operatore. In queste apparecchiature si deve garantire che le
grandezze di misura, sia sul primario sia sul secondario, siano sempre in un rapporto di
trasformazione costante e in fase tra loro. Pertanto in un t. di misura si deve garantire che
la tensione secondaria, nel caso di t. di tensione, o la corrente secondaria, nel t. di corrente,
siano sempre in un rapporto costante e in fase con le corrispondenti grandezze negli
avvolgimenti primari. In un t. di tensione si deve fare in modo che le cadute di tensione
siano assai modeste e quindi occorre ridurre al minimo le resistenze e le reattanze di
dispersione degli avvolgimenti. In un t. di corrente si deve fare in modo che la corrente
magnetizzante sia molto piccola rispetto alla corrente da misurare. Di conseguenza la
prestazione di un t. di tensione è tanto migliore quanto più bassa è la corrente erogata,
ovvero in prossimità del funzionamento a vuoto; viceversa, la prestazione di un t. di
corrente è tanto migliore quanto più bassa è la tensione, ovvero in prossimità del
funzionamento in corto circuito; in particolare, se un t. di corrente non deve alimentare
alcuna apparecchiatura, i suoi morsetti secondari devono essere posti in cortocircuito. T. di
potenza Denominazione generica con la quale sono indicati i t. utilizzati nella trasmissione
e nella distribuzione dell’energia elettrica. T. a prese variabili (o a rapporto variabile) T. in
cui un avvolgimento ha un certo numero di prese intermedie facenti capo ai contatti di un
commutatore: manovrando questo è possibile variare il numero di spire primarie o
secondarie, modificando così, secondo le esigenze, il rapporto di trasformazione. I t. a prese
variabili possono essere essenzialmente di due tipi a seconda che il commutatore debba
essere manovrato con il t. funzionante a vuoto oppure si possa variare il rapporto di
trasformazione con il carico inserito. Nel secondo caso il commutatore deve essere
costruito tenendo conto del fatto che il gruppo di spire da inserire o da escludere viene a
trovarsi, anche se per breve tempo, in corto circuito.

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Il trasformatore - Matematicamente

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Il trasformatore è un dispositivo che lavora con corrente elettrica alternata, ed è in


grado di modificare il valore della tensione e della corrente.
Questo dispositivo è costituito da un nucleo di ferro di forma torsionale formato da
lamine di ferro sovrapposte e isolate tra loro. Attorno ad esso, sui lati, sono avvolte delle
bobine di metallo conduttore:

delle due bobine, una costituisce il circuito primario, collegato ad una rete elettrica di
alimentazione, ed è quello che genera un campo magnetico variabile, poiché in esso circola
corrente alternata.
L’altro, invece, è detto circuito secondario, ed è quello in cui si genera corrente indotta.
Chiamiamo con n1 il numero di spire del circuito primario, e con n2 il numero si spire di
quello secondario; dalla legge di Faraday-Neumann possiamo ricavare la relazione il valore
efficace della tensione in ingresso nel trasformatore (f1), e il valore efficace di quella in
uscita (f2):
f2eff=f1eff⋅n2n1
In base ai valori delle tensioni, possiamo capire quale sarà la funzione del
trasformatore; se la tensione in uscita è minore di quella in entrata, il trasformatore si dice
abbassatore, e funge da riduttore; in questo caso, il rapporto di trasformazione (cioè il
rapporto tra il numero di spire del circuito secondario e di quello primario) è minore di
uno.
In caso contrario, invece, quando la tensione in uscita è maggiore di quella in entrata, il
trasformatore si dice elevatore di tensione; il rapporto di trasformazione è maggiore di
uno.
In un trasformatore ideale, cioè nel quale il rendimento è del 100%, e non ci sono
dispersioni di energia, la potenza che entra nel circuito primario è uguale a quella che si
ritrova ai capi del circuito secondario. Ricordiamo che la potenza si esprime come prodotto
della forza elettromotrice per l’intensità di corrente.
Per la conservazione dell’energia, quindi, abbiamo che i valori efficaci delle correnti che
attraversano i due circuiti sono inversamente proporzionali a quelli delle tensioni, e
sussiste la seguente relazione:
i2effi1eff=f1efff2eff
Da questa relazione, possiamo dedurre che se manteniamo costanti le grandezze in
ingresso, una piccola tensione in uscita corrisponde ad una corrente in uscita piuttosto
elevata; al contrario, se la corrente in uscita è di bassa intensità, si avranno alte tensioni in
uscita.
Riassumiamo alcune proprietà che caratterizzano i trasformatori ideali; in essi vi è:
 assenza di dissipazione di energia per effetto joule nei circuiti primario e
secondario;
 flusso del campo magnetico generato dalle spire confinato solo nei due
avvolgimenti, senza dispersioni;
 assenza di perdite nel ferro.
In un trasformatore reale, invece, vi sono molti aspetti che vanno considerati. Ad
esempio, sono presenti delle resistenze negli avvolgimenti, responsabili della dissipazione
di parte dell’energia per effetto joule.
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Inoltre, parte del flusso magnetico creato dalla corrente viene disperso a causa del non
perfetto accoppiamento magnetico tra le due bobine.
Esercizio
Consideriamo un trasformatore in cui il circuito primario è composto da 140 spire,
mentre quello secondario ne ha 660. Sappiamo che nel circuito primario viene applicata
una tensione di 220 V, cosicché si genera una corrente in entrata di 15,0 A.
Ipotizzando che il trasformatore sia ideale, calcolare la corrente che circola nel circuito
secondario.

Per risolvere il quesito, abbiamo bisogno di conoscere la tensione in uscita, cioè quella
del secondo circuito.
Per determinare il suo valore, possiamo applicare la formula vista in precedenza, e
calcolare il prodotto tra la tensione in entrata e il rapporto di trasformazione:
f2eff=f1eff⋅n2n1=220V⋅660140=1037V
Ora, dalla relazione tra i rapporti fra le correnti in entrata e uscita e le rispettive
tensioni possiamo ricavare il valore della corrente in uscita:
i2eff=f1efff2eff⋅i1eff=220V1037V⋅15A=3,18A
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Come funziona: Il Trasformatore - L'Esperienza di Oersted: dal Campo Elettrico al
Campo Magnetico.

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Il Trasformatore
L'Esperienza di Oersted: dal Campo
Elettrico al Campo Magnetico.
Il 1800 fu un secolo di grandi scoperte scientifiche, soprattutto nel campo
dell'Elettromagnetismo. Numerosi scienziati consideravano elettricità e magnetismo, una
sfida incredibile verso la conquista del mondo. In particolare furono proprio alcuni
importanti esperimenti effettuati su campi elettrici e campi magnetici che permisero ad
alcune invenzioni di fiorire con naturalezza e velocità.
Dopo le importanti scoperte su conduttori elettrici e materiali isolanti, ovvero sulle
proprietà di alcuni materiali di lasciar oppure no passare corrente al loro interno, gli studi
proseguirono in maniera incessante. Contemporaneamente infatti, in Danimarca, un fisico e
chimico di Rudkobing di nome Hans Oersted stava proseguendo studi su un materiale
dalle interessanti proprietà: la magnetite.
Oersted scoprì infatti che la magnetite era l'unico materiale in grado di attirare la
limatura di ferro quando essa veniva posta nelle sue vicinanze. In altri termini, magnetite
e limatura di ferro quando avvicinati entravano in una sorta di interazione e forza attrattiva
a distanza, ovvero senza contatto. La magnetite dunque produceva un campo magnetico.
Oltre a studiare le caratteristiche della magnetite, Oersted, nel 1811, condusse un
esperimento molto importante e di grande successo che viene ricordato con il nome di
Esperienza di Oersted. Il termine Esperienza, e non propriamente Esperimento, deriva
proprio dal fatto che il fisico danese si imbatté in maniera del tutto casuale in un fenomeno
molto particolare. Cercò poi poi di ripetere con calma l'esperimento cercando di ricostruire
esattamente ciò che era avvenuto.
Mentre infatti lavorava ad un suo esperimento sui conduttori, Oersted aveva
distrattamente lasciato un pugno di limatura di ferro nelle vicinanze di un filo che correva
lungo il tavolo, con il quale stava lavorando. Non appena il filo fu percorso da corrente, la
limatura di ferro cominciò a muoversi ed allinearsi in maniera piuttosto singolare. Oersted,
accortosi dell'episodio, notò che questo accadeva ogni volta che nel filo correva corrente.
Dopo questo episodio il fisico danese ripeté l'esperimento, e si accorse che se un filo
conduttore percorso da corrente veniva posto vicino un ago magnetico, quest'ultimo
cominciava ad oscillare in maniera armonica. Questo fece intuire che anche il filo percorso
da corrente, producesse attorno ad esso un campo magnetico.

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Come funziona: Il Trasformatore - L'Esperienza di Faraday-Lenz: dal Campo
Magnetico al Campo Elettrico.

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Il Trasformatore
L'Esperienza di Faraday-Lenz: dal Campo
Magnetico al Campo Elettrico.
Esattamente 10 anni più tardi, in Inghilterra, il fisico Micheal Faraday, e
contemporaneamente in Russia il fisico russo Heinrich Lenz, si concentrarono sullo studio
dei fenomeni derivati dalle interazioni dei materiali magnetici. Faraday e Lenz
contribuirono, infatti, a chiudere il cerchio aperto da Oersted tra Magentismo ed
Elettricità.
I due fisici condussero quasi in concomitanza e con grande ingegno un esperimento, che
stravolse la comunità scientifica. Mentre era solo nella sua abitazione di Melbourne,
Faraday preparò un tubo circolare le cui estremità erano collegate ad una batteria. Poi usò
un magnete artificiale, e notò che non appena lo avvicinava al tubo, e quindi il tubo
risentiva il campo magnetico più intenso, esso era percorso da corrente in un verso
specifico mentre quando lo allontanava, e quindi il tubo risentiva di un campo magnetico
via via meno intenso, la corrente circolava nel tubo in maniera opposta. E non solo, non
appena l'oggetto era fermo, il flusso di corrente era nullo.
Ciò significava che nel tubo era possibile generare una corrente alternata (ovvero in versi
opposti) attraverso il movimento ripetuto, in direzioni opposte, del magnete artificiale.
L'esperimento di Faraday mostrò che: un campo magnetico variabile nel tempo, genera su
un conduttore un flusso di corrente in un verso predefinito.
Lenz, invece, condusse un altro esperimento. Egli infatti predispose il filo di ferro
attorno ad un nucleo isolante cilindrico. Il filo, avvolto lungo il cilindro, formava un numero
prestabilito di 10 avvolgimenti, o spire, lungo il nucleo, e le sue estremità erano collegate
ad un Voltmetro, capace di misurare la tensione. Avvicinando poi ripetutamente un
magnete in direzione del filo avvolto, si accorse che, non solo nel filo fluiva corrente in un
determinato ma che la differenza di potenziale era anche legata al numero delle spire!

In altri termini, maggiore era il numero di spire, maggiore era la differenza di potenziale che
si misurava ai capi del filo conduttore. Naturalmente minore era il numero di spire, minore
era la differenza di potenziale.
Vediamo ora come questi due importanti esempi siano la base del funzionamento del
trasformatore.
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Come funziona: Il Trasformatore

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Il Trasformatore
Introduzione
Il Trasformatore, detto anche Statico, in quanto è un dispositivo nel suo funzionamento
non ha parti in movimento, è una delle ultime e più interessanti invenzioni del IXX secolo,
che mise in collegamento il mondo dei conduttori con il mondo dei materiali magnetici.
L'invenzione del trasformatore risale al 1881 , quando due ingegneri londinesi, Lucien
Gaulard e John Dixon Gibbs, costruirono sulla base delle incredibili scoperte scientifiche
contemporanee, un dispositivo in grado di trasferire una tensione elettrica alternata da una
bobina ad un'altra mediante le interazioni elettromagnetiche.
Galard e Gibbs suscitarono talmente interesse della società americana Westinghouse, che
essa comprò per una cifra altissima (circa 15.000 $) tutto il progetto. Il primo prototipo di
trasformatore prevedeva un nucleo ad anello rettangolare. Per motivi di prestazioni esso fu
sostituito da nucleo di forma circolare.
Da quel momento il trasformatore ebbe un successo strepitoso. W. Stanley, ingegnere della
Westinghouse, nel 1885 progettò un modello di trasformatore che prevedeva due nuclei a
forma di "E". L'invenzione si mostrò particolarmente ingegnosa ed utile.
Successivamente O. Blàthy, M. Déeri e K.Zipernoswsy, ingegneri della Ganz, società
elettrica di Budapest, in Ungheria, svilupparono il modello ZBD, in grado di lavorare ad
altissime frequenze. Tale progetto fu poi utilizzato e perfezionato da Nikola Tesla mediante
avvolgimenti delle bobine sintonizzati, allo scopo di raggiungere livelli di tensione ancora
più elevati. Nel 1895, la diffusione de trasformatore era diventata inarrestabile. Quasi tutte
le abitazioni e tutti i dispositivi elettrici più comuni erano alimentati da trasformatori.
Ancora oggi il trasformatore viene utilizzato per nuemrosi scopi come la distribuzione
del'energia elettrica lungo le strade urbane e sulle abitazioni.
Noi di www.comefunziona.net vi illustreremo cosa si nasconde dietro questo affascinante
strumento.
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Come funziona: Il Trasformatore - Il funzionamento

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Il Trasformatore
Il funzionamento
Il Trasformatore statico è composto principalmente da due fili conduttori avvolti a
formare una bobina attorno ai due lati di un pezzo di materiale ferromagnetico ad anello
rettangolare detto nucleo. Ogni avvolgimento del filo attorno al lato del nucleo è detto
spira. Naturalmente, più giri il filo fa attorno al lato del nucleo, maggiore è il numero di
spire che presenta.

Alle due estremità di ciascun filo, sono presenti due morsetti su cui è possibile da una
parte inserire un generatore di tensione alternata, ovvero un dispositivo in grado di far
fluire corrente sul filo (in diversi versi) e dall'altra un secondo dispositivo di qualunque
genere. Per esempio, potremmo utilizzare un Voltmetro per misurare il livello di tensione.
Prima di procedere, però, ci chiediamo: che cosa fa esattamente un trasformatore? Il
Trasformatore non fa altro che prendere in ingresso la tensione dalla prima bobina e
trasferirla mediante campo elettromagnetico all'altro filo conduttore. Vediamo però come.
Il generatore di tensione genera una tensione di ingresso e permette alla corrente di
fluire all'interno del filo conduttore. Il filo conduttore, percorso da corrente, genera un
campo magnetico proporzionale alla tensione della bobina. Il nucleo che si trova
all'interno della bobina per le proprietà dei materiali ferromagnetici, si magnetizza.
Una delle proprietà interessanti del nucleo ferromagnetico è che il campo magnetico
generato, è proporzionale non solo alla tensione prodotta dalla bobina ma anche al
numero delle spire, ovvero di avvolgimenti, che compongono la bobina: maggiore è il
numero delle spire più intenso è il campo magnetico prodotto. Il materiale ferromagnetico
poi per le sue proprietà naturali non è dispersivo, ovvero il campo magnetico non viene
disperso sotto altre forme di energia. In verità una dispersione c'è ma non consideriamone
gli effetti, altrimenti il discorso si farebbe molto più complesso.
Ma , che cosa succede allora sul circuito secondario? Ed è qui che interviene la scoperta
di Faraday-Lenz. Quando il nucleo si è interamente magnetizzato, la corrente alternata, fa sì
che il campo Magnetico, si intensifichi e diminuisca continuamente, facendolo diventare
così "variabile" nel tempo. Per questo suo "variare", nella seconda bobina comincia a
circolare corrente, che, naturalmente, avrebbe la stessa tensione della prima, grazie al
campo magnetico che ne conserva le caratteristiche, se avesse lo stesso numero di spire.
La seconda bobina, allora, ha un ruolo fondamentale Infatti:
a ) Se il numero delle sue spire è minore, rispetto alla prima, la tensione in uscita è minore ed
il Trasformatore si dice in discesa.
b) Se il numero di spire è maggiore, invece, la tensione in uscita è maggiore e il trasformatore
si dice in salita.

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Come funziona: Il Trasformatore - Alcuni modelli di Trasformatori

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Il Trasformatore
Alcuni modelli di Trasformatori
I trasformatori son ancora oggi dei dispositivi ancora oggi enormemente utilizzati.
Vediamone alcuni modelli e ad alcune caratteristiche.
Trasformatori di corrente
Un trasformatore di corrente è progettato per fornire una corrente nel suo secondario
proporzionale alla corrente che scorre nella bobina del suo primario.
Tanto i trasformatori di misura di corrente quanto quelli di tensione sono progettati per
avere delle caratteristiche prevedibili con i sovraccarichi. Un corretto funzionamento d
richiede che i trasformatori di corrente forniscano un rapporto di trasformazione anche
durante un cortocircuito.
Autotrasformatore
Un autotrasformatore è il modello più semplice: ha un solo, unico avvolgimento con due
morsetti terminali, più un terzo in una presa intermedia. La tensione primaria è applicata
attraverso due dei terminali, e la tensione secondaria è prelevata da uno di questi e il terzo.
Trasformatori Trifase
In elettrica il termine Trifase sta ad indicare generalmente un sistema di tre (Tri)
dispositivi collegati in un certo modo tra loro che lavorano in maniera coordinata (Fase). In
questo caso, parliamo di trasformatori. Talvolta alcuni impianti industriali necessitano di
alimentazioni e tennsioni elevate e coordinate. I trasfromatori trifase sono adatti a questo
scopo. Utilizzati anche per la distribuizione di energia elettrica nei centri urbani.
Trasformatore a dispersione
Nel paragrafo precedente abbiamo detto che il trasformatore ha un nucleo non dispersivo.
Questo ovviamente accade solo con un margine molto elevato di idealità. Talvolta però la
dispersione, che generalmente viene minimizzata nei trasformatori allo scopo di non
perdere tensione in uscita, viene appositamente ricercata. I trasformatori a dispersione
sono ideali per questo scopo. Il loro scopo principale è limitare la tensione di proposito la
tensione in uscita, per evitare eventuali sovraccarichi dell'impianto. Ad esempio sono
utilizzati nei giocattoli, come margine di sicurezza.
Trasformatore risonante
Il trasformatore risonante è chiamato così perché possono raggiungere la cosiddetta
pulsazione di risonanza, condizione che generalmente viene evitata, in quanto può portare
ad una rottura del trasformatore stesso. Il raggiungimento della pulsazione di risonanza
infatti avviene in genere ad altissime frequenze, e quindi con tensioni molto elevate e
provoca scinitillii e guasti. Il trasformatore risonante è progettato raggiungere la
pulsazione di risonanza senza subire danni permanenti.
Trasformatori audio
I trasformatori audio sono quelli progettati appositamente per i circuiti audio. Ad esempio
utulizzati per fare in modo che amplificatori (altoparlanti) audio possano coesistere con
emettitori audio senza provocare la rottura dell'ntero impianto.
Tali trasformatori furono progettati originariamente per collegare l'uno all'altro sistemi
telefonici differenti mantenendo le rispettive alimentazioni separate, e sono ancora
generalmente utilizzati per interconnettere sistemi audio professionali o componenti dei
sistemi.
Trasformatori di misura
I trasformatori di misura sono usati per misurare tensioni e correnti in sistemi di
alimentazione di potenza elettrica, allo scopo di proteggerli o semplicemente monitorarli e
controllarli.

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UN RIASSUNTO
NS - Bottiglieri - Il trasformatore
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Corso di Elettrotecnica Capitolo V
Il Trasformatore
di Gennaro Bottiglieri
TRASFORMATORE
Il trasformatore è una macchina elettrica, che ha lo scopo di trasformare il valore della
tensione e della corrente alternata, mantenendo invariata la potenza e la frequenza.
Esso è costituito da due circuiti detti < avvolgimenti>, formati da spire isolate
elettricamente tra loro, ed avvolte su di un nucleo di ferro.
L’avvolgimento che riceve corrente dalla linea di alimentazione viene detto primario,
mentre quello che la fornisce all’utilizzatore viene detto secondario.

Alimentando con tensione alternata il primario del trasformatore, si ha in esso un


passaggio di corrente che crea nel nucleo un flusso alternato.
Questo flusso concatenandosi con il secondario, a causa del fenomeno “induzione
mutua”, vi genera una tensione indotta che, a secondario chiuso, fa circolare in esso una
corrente.
Nota: alimentando il trasformatore con corrente continua, si genera un flusso costante,
e quindi nel secondario non si induce alcuna tensione.

CORRENTE A VUOTO (PRIMARIA)


Alimentando il trasformatore con una tensione alternata, quando il secondario è aperto,
si ha nel primario un passaggio di corrente, di una intensità molto debole, detta corrente a
vuoto.
Il valore della corrente a vuoto dipende dalla tensione primaria applicata e dalla
impedenza del circuito primario.

L’impedenza primaria del trasformatore ha sempre un valore tale da dar luogo al


passaggio di una piccola corrente a vuoto, e quindi di provocare nel trasformatore stesso
una piccola perdita per effetto termico.
Poiché l’impedenza dipende, oltre che dalla resistenza, anche dalla reattanza che, come
si è visto, varia al variare della frequenza, si ha che il trasformatore viene costruito per
funzionare ad una determinata frequenza.

Pertanto; se a parità di tensione primaria il trasformatore viene fatto funzionare a:


 Frequenza inferiore a quella per cui è stato costruito: la reattanza e di
conseguenza diminuiscono per cui si ha un aumento della corrente a vuoto e
quindi delle perdite per effetto termico.
 Frequenza zero, cioè con corrente continua: la reattanza si annulla, il
valore dell’impedenza coincide con quello della resistenza, che, in genere è
molto piccolo.
Di conseguenza, la corrente a vuoto assume valori molto elevati, tali da bruciare il
trasformatore e provocare un corto circuito sulla linea.

RELAZIONE TRA TENSIONE PRIMARIA E SECONDARIA


Il valore della tensione secondaria dipende dalla tensione primaria e dal rapporto tra il
numero di spire del secondario ed il numero di spire del primario.

Il rapporto tra il numero di spire del secondario ed il numero di spire del primario,
corrisponde al rapporto tra la tensione secondaria e la tensione primaria e viene detto
rapporto di trasformazione

La relazione esistente tra il numero di spire e le tensioni può essere spiegata dal fatto
che, essendo il flusso magnetico uguale in ogni sezione del nucleo di ogni spira, sia del
primario che del secondario, si ha la stessa f.e.m.; quindi:
 Maggiore è il numero di spire di un avvolgimento, maggiore è la
tensione ai suoi capi.
 Minore è il numero di spire di un avvolgimento, minore è la tensione ai
suoi capi.
Pertanto l’avvolgimento ad alta tensione A.T. , è costituito da un elevato numero di
spire, mentre quello a bassa tensione B.T. , è costituito da un basso numero di spire.
Il trasformatore può funzionare da elevatore o da riduttore di tensione.
Il trasformatore funziona da elevatore quando la tensione ai morsetti del secondario è
superiore a quella del primario.
Il trasformatore funziona da riduttore quando la tensione ai morsetti del secondario è
inferiore a quella del primario.

RELAZIONE TRA CORRENTE PRIMARIA E SECONDARIA

L’intensità di corrente, che attraversa il circuito secondario di un trasformatore, a parità


di tensione secondaria, dipende dall’impedenza del circuito esterno collegato al
trasformatore stesso.

La corrente secondaria, provoca un passaggio di corrente nel circuito primario, il cui


valore dipende dal rapporto di trasformazione del trasformatore.
Infatti , in un trasformatore la potenza assorbita dal primario è uguale, escluse le
perdite, a quella fornita dal secondario e quindi:
POTENZA PRIMARIA V1I1 = V2I2 POTENZA SECONDARIA
Di conseguenza la corrente primaria e la corrente secondaria vengono calcolate
mediante le seguenti formule:

I1 = I2 V2/ V1 ; I2 = I1 V1/ V2

La corrente, che percorre l’avvolgimento di un trasformatore, risulta tanto minore


quando maggiore è la tensione a cui viene sottoposto l’avvolgimento stesso.
Ad esempio: un trasformatore riduttore con rapporto di trasformazione 500 /125v
Alimentando un utilizzatore che assorbe 4 ampere, provoca un passaggio di corrente
nel primario di:
I1 = 4 125/500

Quindi l’avvolgimento B.T. di un trasformatore, poiché viene attraversato da una


corrente maggiore, si costruisce con conduttori di sezione maggiore rispetto a quelli
dell’avvolgimento A.T.

TIPI DI TRASFORMATORI

I trasformatori più usati in pratica sono: monofasi e trifasi


I trasformatori monofasi sono costruiti da un avvolgimento A.T. ed uno di B.T.
sistemati su di un nucleo, formato da lamierini di ferro isolati fra loro allo scopo di limitare
la circolazione in esso di < correnti parassite>.
Il nucleo magnetico viene fissato e pressato da bulloni , per evitare rumori causati
dall’attrazione magnetica tra lamierino e lamierino.
In questo tipo di nucleo si ha che, il flusso creato da un avvolgimento viene in parte
disperso nell’aria, e quindi non interseca l’altro avvolgimento .

Pertanto la forma del nucleo viene modificata come indicato in figura, in modo che le
linee di forza vengono incanalate nei due rami laterali e ricondotte nella colonna centrale,
attorno alla quale vengono avvolti entrambi gli avvolgimenti.
I terminali dell’avvolgimento A.T. e B.T. vengono collegati a quattro morsetti fissati su di
una basetta sistemata sulla carcassa che racchiude il trasformatore

I morsetti dell’avvolgimento A..T. vengono, generalmente, indicati con le lettere


maiuscole, mentre quelli dell’avvolgimenti di B.T., con le lettere minuscole.
Alcuni tipi di trasformatori sono provvisti di prese intermedie, sia al primario cge al
secondario, che consentono di variare il rapporto di trasformazione.

I trasformatori trifase
I trasformatori trifase sono costituiti da un nucleo a tre colonne, su ciascuna delle quali
viene sistemato un avvolgimento A.T. ed uno B.T.
Le colonne vengono chiuse e fissate all’estremità, mediante tiranti, a due traverse o
gioghi.
Ciò rende possibile la sostituzione degli avvolgimenti evitando di smontare totalmente
il nucleo del trasformatore.

I trasformatori trifasi per potenze superiori ai 50.000 KVA vengono, generalmente,


costruiti con nuclei a cinque colonne.
Gli avvolgimenti A..T.(alta tensione) e B.T. (bassa tensione) del trasformatore trifase
possono essere collegati a stella o a triangolo.
In genere i tre avvolgimenti A.T. vengono collegati a stella internamente al
trasformatore, in modo che essi risultino sottoposti alla tensione di fase, che essendo 1,73
volte minore di quella concatenata richiede un minor isolamento dell’avvolgimento.
Invece i terminali degli avvolgimenti B.T. vengono collegati a sei morsetti, fissati su di
una morsettiera sistemata sulla carcassa del trasformatore stesso.
I morsetti vengono collegati tra loro, a seconda del tipo di collegamento da realizzare,
nel modo indicato in figura.

Il tipo di collegamento viene scelti in base alla necessità di impiego del trasformatore
stesso:

AUTOTRASFORMATORE
L’autotrasformatore è una macchina elettrica che svolge le stesse funzioni del
trasformatore.
Costruttivamente si distingue dal trasformatore per il fatto di avere i due circuiti
elettrici AT e BT riuniti in un solo avvolgimento
Il circuito AT è costituito dall’intero avvolgimento, mentre quello BT ne comprende solo
una parte.

Alimentando il circuito AT con tensione alternata, si ha una circolazione di corrente che


genera un flusso variabile e che induce in ogni spira dell’avvolgimento una tensione di
autoinduzione.
Pertanto, ai capi dell’avvolgimento BT si ha una tensione, proporzionale al numero delle
spire dell’avvolgimento stesso, che a circuito chiuso provoca un passaggio di corrente.

Il rapporto di trasformazione dell’autotrasformatore, viene definito in modo analogo a


quello del trasformatore, considerando il numero delle spire dei due circuiti.
Quindi , per il calcolo della tensione e della corrente dei due circuiti vengono adottate le
stesse formule del trasformatore:
V1
------- = RAPPORTO di TRASFORMAZIONE
V2

V22 = V1 N2/ N1

La corrente che percorre il circuito di BT dell’autotrasformatore è di segno contrario a


quella che percorre il circuito di AT, poiché generata dalla tensione di autoinduzione, come
già visto si oppone alla tensione che la genera.
Pertanto nel tratto di avvolgimento comune si ha un passaggio di corrente che è uguale
alla differenza delle due correnti.

Ciò rende l’autotrasformatore più economico rispetto al trasformatore in quanto


consente un risparmio di rame, nella costruzione dell’avvolgimento. Questo in modo
particolare quando la differenza tra le tensioni è piccola; cioè quando è piccolo il rapporto
di trasformazione e quindi è grande il tratto del circuito comune.
L’autotrasformatore, a seconda di come viene inserito, può funzionare da riduttore o da
elevatore di tensione.

L’autotrasformatore può essere, oltre che monofase, anche trifase.


In quest’ultimo caso esso è costituito da tre avvolgimenti anziché sei.
Ricordare che la corrente che circola nel primario e nel secondario, nell’
autotrasformatore, risulta uguale.

RAFFREDDAMENTO DEI TRASFORMATORI


I trasformatori durante il funzionamento producono calore, a causa dell’effetto termico
prodotto dalle correnti che percorrono gli avvolgimenti e dalle correnti parassite che si
generano nel nucleo.
Questo calore deve essere asportato in modo che la temperatura non superi determinati
limiti, previsti dalle norme C.E.I per la buona conservazione degli isolanti che rivestono gli
isolamenti.
Lo sviluppo di calore è tanto maggiore quanto maggiore è la potenza erogata.

I trasformatori di potenza inferiore ai 20 KVA, vengono generalmente raffreddati


dall’aria ambiente che, venendo a contatto con gli avvolgimenti ed il nucleo, disperde il
calore che si sviluppa in essi.
I trasformatori di potenza superiore ai 20 KVA, invece, vengono raffreddati
immergendoli in un cassone contenente olio minerale.
Quest’olio, che ha subito particolari trattamenti, oltre ad essere un buon isolante
elettrico, è anche un buon refrigerante, cioè sottrae calore al trasformatore e lo trasmette
alle pareti del cassone che a loro volta vengono raffreddate.
Il raffreddamento dell’olio contenuto nel cassone può essere naturale o artificiale.

Raffreddamento naturale
Il raffreddamento naturale dell’olio, viene effettuato dall’aria ambiente che lambisce le
pareti del cassone, contenente l’olio stesso ed il trasformatore.
Per avere una maggiore superficie di raffreddamento, le pareti esterne del cassone
vengono costruite in lamiera ondulata.

I trasformatori in olio a raffreddamento naturale vengono costruiti, in genere, per


potenze fino al massimo di 3.000 KVA
Raffreddamento artificiale
Il raffreddamento artificiale, può essere effettuato, raffreddando l’olio contenuto nel
cassone, mediante refrigeranti ad acqua oppure ad aria.
Nel primo caso , l’olio viene prelevato mediante una pompa, dalla sommità del cassone,
dove esso è più caldo
E viene fatto passare attraverso un refrigerante esterno, contenente l’acqua di
raffreddamento, dal quale l’olio ritorna poi nella parte inferiore del cassone stesso
Nel secondo caso, l’olio caldo viene prelevato e fatto passare attraverso opportuni
radiatori, applicati al cassone, che vengono investiti da ingenti masse d’aria inviate da
appositi ventilatori.

CARATTERISTICHE DEL TRASFORMATORE


Le principali caratteristiche del trasformatore sono riportate sulla targa, applicata
esternamente al cassone.
Un tipo di targa di trasformatore, conforme alle norme C.E.I . , è riportato in figura.

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PER APPROFONDIRE
Trasformatore elettrico

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Trasformatore
Il trasformatore è' una macchina elettrica che funziona solo in corrente alternata, esso
viene usato per trasferire potenza elettrica da un livello di tensione ad un altro.
Il trasformatore è costituito da un nucleo magnetico e da almeno due avvolgimenti.
Gli avvolgimenti sono classificati in base al numero di spire, quello ad alta tensione (AT)
con più alto numero di spire (a sezione minore) e quello di bassa tensione (BT) con un

minor numero di spire (a sezione maggiore).

Trasformatore monofase ideale (caratteristiche)

1] Accoppiamento perfetto tra le bobine, il flusso creato da un avvolgimento si concatena


perfettamente con l'altro.
2] Perdite trascurabili, sia nel rame che nel ferro.
3] Bassa riluttanza del circuito magnetico.
4] La potenza apparente in ingresso è uguale alla potenza apparente in uscita.
Chiamato m il rapporto fra il numero di spire si ha:

sotto carico avremo il circuito seguente

Se valutiamo l'impedenza di ingresso vista dal generatore

abbiamo così riportato l'impedenza del secondario al circuito primario

Trasformatore monofase reale (caratteristiche)


1] Gli avvolgimenti presentano sempre una resistenza.
2] Il flusso magnetico non concatena perfettamente i due avvolgimenti.
3] La corrente magnetizzante non è trascurabile.
4] Vi sono perdite nel ferro dovute ad isteresi e a correnti parassite.

R0: Resistenza che tiene conto delle perdite nel ferro per isteresi e per correnti parassite.
X0: Reattanza induttiva che tiene conto della corrente magnetizzante necessaria a creare il
flusso: coincide con l'induttanza dell'avvolgimento primario.
R1 R2: Resistenze che tengono conto delle perdite per effetto Joule negli avvolgimenti di
rame primario e secondario.
X1 X2: Induttanze che tengono conto del flusso disperso negli avvolgimenti primario e
secondario.
Prova a vuoto

La prova a vuoto si effettua lasciando aperti i morsetti del secondario ed alimentando il


primario alla tensione nominale V1n.
Dato che il secondario è aperto, nella prova a vuoto si ha I2=0 e dato che:

deve necessariamente essere I'1=0, l'unica corrente circolante è I0.


Non essendoci una corrente circolante nel secondario, tutta la potenza attiva assorbita
dalla macchina è associata al circuito primario e vale:

dato che Io << I1n possiamo trascurare PCu0=perdite nel rame a vuoto rispetto a
Pf=perdite nel ferro quindi:

A vuoto la tensione ai capi del primario è V1n ai capi del secondario è V20: Viene definito
il
rapporto di trasformazione a vuoto Ko:

se il trasformatore è ideale
A vuoto, il circuito secondario è aperto e non vi sono potenze erogate; formalmente è:

Il trasformatore assorbe dalla rete di alimentazione le potenze a vuoto

che possono anche essere ottenute tramite le relazioni

Vengono poi definite:

Potenza attiva percentuale a vuoto.

Corrente a vuoto in percentuale. Si ha poi:

infatti:

Variazione di tensione da vuoto a carico


Quando il trasformatore passa dal funzionamento a vuoto a quello sotto carico si ha una
variazione della caduta di tensione sul circuito secondario.

caduta di tensione industriale

Circuito equivalente semplificato

I parametri caratteristici di un trasformatore reale sono noti solo al costruttore, nella


pratica è impossibile risalire ad essi ma non è nemmeno indispensabile perché ai fini
pratici, per lo studio delle grandezze elettriche ai capi dell'impedenza di carico, interessa
solo la maglia secondaria. Come nel caso del trasformatore ideale è possibile adottare il

seguente circuito equivalente:

In questo modello si nota come sia E1=V1n

in questo circuito, durante il funzionamento a vuoto si ha:


se si usa questo modello la formula per il calcolo della variazione di tensione da vuoto a
carico si può usare:

Prova in corto circuito

La prova in corto circuito, si realizza cortocircuitando il secondario ed alimentando il


primario con la tensione ridotta V1cc, tale da far circolare nel secondario la corrente
nominale I2n.
Con tale tensione ridotta si assume Io=0.

Da notare come in queste condizioni il primario sia percorso dalla I1n.Le relazioni
fondamentali sono:

Poi si ha:

Potenza attiva percentuale in corto circuito.

Tensione percentuale in corto circuito.

cosφ percentuale in corto circuito. Infatti:

Da notare come, se il secondario è percorso da I2n il primario debba sempre essere


percorso da I1n.

Rendimento

Il rendimento di una macchina è definito come il rapporto tra la potenza attiva in uscita
(P2) e la potenza attiva in ingresso (P1).

Vi sono delle oggettive difficoltà ad usare questa formula; gli strumenti di misura possono
falsare questo rapporto in maniera significativa. Normalmente si usa:
con:

Po=Potenza attiva a vuoto


Pcu=Perdite nel rame
nella precedente si è indicato:
in modo analogo si avrebbe:

E' possibile, inoltre dimostrare:

Pn=Potenza attiva nominale


Po=Potenza attiva a vuoto
Pcc=Potenza in corto circuito con :

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