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Materia: SCIENZE DELLA TERRA


Docente: LUCA SALVO

ASTRONOMIA
EVOLUZIONE DELLE STELLE

Le stelle hanno una loro evoluzione, tanto più che si sa ormai che anche oggi nuove stelle nascono da nubi
cosmiche di gas e polvere. Le principali tappe delle vita delle stelle sono state ricostruite dagli astronomi
HERZSPRUNG e RUSSEL che hanno ideato, indipendentemente l’uno dall’altro un diagramma che
permette di raggruppare le stelle ponendo in ascissa la loro temperatura e in ordinata la loro luminosità.
Nel diagramma H-R le stelle non si distribuiscono a caso, ma in grandissima parte si raccolgono lungo una
fascia chiamata sequenza principale, e poi ci sono due raggruppamenti distinti: nane bianche e giganti
rosse. Le fucine delle stelle sono le nebulose, formate da polvere e di gas freddi. Al loro interno possono
innescarsi moti turbolenti che provocano un avvicinamento e un inizio di aggregazione dei corpuscoli della
nube. Con il proseguire dell’addensamento e della contrazione aumenta anche la temperatura del corpo
gassoso, che si trasforma in una protostella, Nella sua fase di vita iniziale l’oggetto in formazione si dice
protostella. La protostella non può essere considerata una vera e propria stella per via del meccanismo di
produzione di energia. In una stella già "matura", l’energia viene fornita dalle reazioni nucleari che
avvengono nel suo interno, mentre la sorgente di energia di una protostella è di origine gravitazionale.
Quando la temperatura arriva ad un milione di gradi centigradi, si accendono le prime reazioni di fusione del
deuterio (un isotopo dell’idrogeno); la protostella comincia a fornirsi l’energia da sé: è diventata una stella a
tutti gli effetti. L’aumento di temperatura e la conseguente emissione di energia fanno espandere la stella.
Essa, in questo momento della sua vita viene denominata stella di pre-sequenza. Al centro della stella
l’idrogeno è molto più abbondante rispetto al deuterio, quindi dopo poco tempo le reazioni nucleari si
estinguono e la stella si contrae sotto la pressione della forza di gravità. La contrazione fa aumentare la
temperatura nel nucleo, fino a dieci milioni di gradi, punto in cui i nuclei di idrogeno cominciano a fondersi
tra di loro. La combustione di questo elemento libera energia ed ancora una volta arresta la contrazione della
stella. Questa volta, però, non c’è alcun pericolo di esaurimento di idrogeno, perché la stella è quasi
completamente costituita di questo elemento. Le nuove emissioni di energia spazzeranno via tutto il
materiale restante intorno alla stella ed essa sarà finalmente visibile all’occhio umano e agli altri strumenti
ottici. Questa fase di equilibrio durerà miliardi di anni, nei quali la sua luminosità e la sua temperatura
saranno determinate dalla sua massa. Il tempo intercorso tra il collasso gravitazionale della nube di gas e
l’innesco delle reazioni nucleari è di ventisette-trenta milioni di anni circa, se si considera una stella come il
nostro Sole.
Il calore liberato da tale reazione fa aumentare la pressione dei gas verso l’esterno, fino a compensare la
forza di gravità: si giunge così a una fase di stabilità, durante la quale la stella, ormai adulta, si trova sulla
sequenza principale del diagramma H-R. La sua posizione e permanenza della sequenza principale
dipendono dalla massa iniziale della nebulosa da cui si è originata: stelle nate con grande massa diventano
più calde, blu, e consumano il loro idrogeno più rapidamente (milioni di anni); stelle con massa piccola
rimangono meno calde rosse e sono più longeve (miliardi di anni). Le stelle gialle rimangono nella sequenza
circa dieci miliardi di anni: il Sole, che ha già 5 miliardi di anni, è una stella di mezza età. Quando quasi tutto
l’idrogeno è ormai consumato, il nucleo di elio che si è trasformato, molto più denso del nucleo d’idrogeno
originario, finisce per collassare. In tale processo si riscalda progressivamente fino a temperature dell’ordine
di 10 milioni di gradi che trasformano l’elio in carbonio. L’involucro gassoso esterno della stella si espande
enormemente: la superficie si dilata e si raffredda, finchè la forza di gravita ferma l’espansione e si raggiunge
un nuovo equilibrio. La stella è entrata in una nuova fase e appare come una gigante rossa. Se la massa
iniziale della stella è molto grande si innescano, via via, con il continuo aumentare della temperatura, altre
reazioni nucleari, che producono nuovi elementi: ma prima o poi il combustibile nucleare si esaurisce e la
stella, sotto la pressione del suo campo gravitazionale non più contrastato, deve lasciare la fase di gigante
rossa per avviarsi alla fine.
Da questo punto, però, l’evoluzione stellare segue vie diverse a seconda della massa della stella. Stelle con
massa simile a quella del Sole devono collassare per gravità, gradualmente, fino a diventare corpi delle
dimensioni della Terra, per cui la loro densità deve arrivare a milioni di volte quella dell’acqua, e la materia
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che le compone si presenta in uno “stato degenerato” con i nuclei degli atomi immersi in un mare continuo
di elettroni. Sarebbe questa l’origine delle nane bianche, che riscaldate dal processo di contrazione, ma
prive di una fonte di energia nucleare, sono destinate a raffreddarsi lentamente fino a trasformarsi in corpi
oscuri di materia inerte.
Anche una stella con massa un po’ maggiore di quella del Sole è destinata a finire come nana bianca, ma
durante la contrazione la quantità di energia che si libera è tale da provocare delle vere esplosioni stellari,
con espulsioni di nubi di materia verso lo spazio circostante. E’ questo lo stadio di NOVAE (nuove), come
sono chiamate le stelle che manifestano un improvviso e fortissimo aumento di luminosità fino a 150.000
volte quella iniziale. Se la massa della stella supera di almeno tre volte quella del Sole, lo studio teorico
dell’evoluzione stellare indica che il collasso gravitazionale è di così vaste proporzioni da liberare una
gigantesca quantità di energia, che provoca un’immane esplosione, a seguito della quale gran parte della
stella si disintegra e viene lanciata nello spazio . L’esplosione di una supernova fa aumentare la luminosità
della stella di milioni di volte ed è un fenomeno osservato in più di un ‘occasione dal tempo delle antiche
civiltà astronomiche. Il materiale che rimane dopo l’esplosione deve collassare per gravità, ma la massa della
stella è ancora così grande che la contrazione fa assumere alla materia una densità inconcepibile, fino a un
valore critico di 10 elevato alla 14 g/cm3. In tali condizioni la materia subisce un’ulteriore trasformazione:
elettroni e protoni si fondono per formare neutroni e l’intera massa di una stella si concentra in un corpo di
soli 20 o 30 km di diametro.

FUCINA DEGLI ELEMENTI

L'analisi della composizione chimica dell’intero universo dimostra inequivocabilmente che l'idrogeno e l'elio
sono gli elementi di gran lunga più abbondanti degli altri. La protostoria chimica del nostro Universo si è
conclusa dopo centinaia di migliaia di anni dal big bang quando la temperatura ha raggiunto valori
sufficientemente bassi da consentire ai nuclei di agganciare elettroni e di farli orbitare stabilmente attorno a
sé: si sono formati così gli atomi ordinarI, gli atomi più semplici di tutti, gli atomi dell'elemento idrogeno e,
in quantità modestissima, dell'elemento elio.
Gli atomi di tutti gli altri elementi sono stati fabbricati e vengono tuttora fabbricati nell'interno delle stelle: è
qui che si realizzano le condizioni necessarie per avviare i processi di fusione per cui da nuclei semplici si
passa progressivamente a nuclei di atomi sempre più complessi. La formidabile intuizione di Prout, che gli
atomi dei vari elementi fossero composti da un numero intero di atomi di idrogeno, è stata per certi versi
sufficientemente provata dalle più moderne ricerche e teorie di astrofisica.
Consideriamo ora, dunque, le tappe fondamentali caratterizzanti l'evoluzione chimica che si realizza nelle
fucine stellari. Queste tappe si possono considerare come delle fasi di lavorazione che partono dalla materia
prima costituita dagli atomi di idrogeno.
Quando per collasso gravitazionale la temperatura nell'interno delle stelle raggiunge valori dell'ordine di 10 7
K, si avvia il processo di fusione che possiamo schematizzare così:
4 1H 4
He + energia
Se la temperatura cresce sino ad almeno 10 8 K (questo può accadere se il calore prodotto dalla prima
fusione non viene del tutto smaltito all'esterno), possono avvenire ulteriori fusioni come:
3 4He 12
C + energia
12
C + 4He 16
O + energia

A temperature di 0,5 ÷ 1x109 K, temperature che non possono essere raggiunte dal nostro Sole, avvengono
ulteriori sintesi:

2 12C 20
Ne + 4He + energia
2 12C 24
Mg + energia
2 16O 28
Si + 4He + energia
3

2 16O 32
S + energia

Se la stella è sufficientemente massiccia da trattenere il calore al suo interno avvengono reazioni di fusione a
carico dei nuclei di silicio, che sono particolarmente stabili così come sono, e che richiedono, per essere
“fusi”, temperature di 2x109 K. La, struttura, e il funzionamento di una, stella, sono strettamente
dipendenti dalla, sua massa iniziale:
maggiore è la massa più alte sono le temperature raggiunte nel suo interno, più breve (sì, più breve) è
la durata della sua vita, più violente e catastrofiche sono le fasi finali della sua esistenza.
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Si + X 4He elementi sino a 56Fe + energia
I processi di fusione si arrestano al ferro. I nuclei di ferro sono più stabili di tutti gli altri. La fusione, che è
un processo esotermico, consente di fabbricare tutti gli elementi sino al ferro. Ulteriori processi di fusione
richiedono energia e non avvengono normalmente nell'interno delle stelle. Come si possono formare, allora,
gli elementi più pesanti del ferro? Gli astronomi affermano che le stelle, così come nascono, muoiono. E la
morte nel caso di stelle massicce (con massa almeno 30 volte superiore a quella del nostro Sole) è par-
ticolarmente violenta e spettacolare. Quando nell'interno di stelle siffatte il combustibile è esaurito, la stella
collassa su se stessa nel giro di qualche secondo e l'enorme calore che si sviluppa in questo modo è
sufficiente per generare nuclei più pesanti a partire dal ferro e nello stesso tempo per far esplodere la stella
facendola diventare una supernova. La supernova più famosa è quella segnalata della nebulosa del Granchio,
nella costellazione del Toro.
L'esplosione, che ha proiettato nello spazio quasi tutto il materiale della stella alla velocità di 10.000 km/s,
avvenuta nel 1054 d.C., continua tuttora. Il materiale proiettato dalle supernove va ad aggiungersi al
materiale disorganizzato costituente l'Universo primitivo e rappresenta la base di partenza per la formazione
di stelle di 2ª generazione. Il nostro Sole, con i vari pianeti e satelliti che formano il suo sistema, ha avuto
origine, appunto, da una nebulosa arricchita di ferro e altri metalli pesanti: tutto ciò accadeva circa 5 miliardi
di anni fa. Il Sole è, perciò, una stella di 2ª o, addirittura, di 3ª generazione.

Una stella a neutroni, molto piccola, e difficilmente osservabile otticamente, deve possedere un campo
magnetico molto forte e per la sua origine deve anche ruotare su se stessa a elevata velocità, e l’energia che
emette sullo spazio appare a chi l’osserva come una rapida pulsazione ritmica (pulsar). Se infine la massa
originaria della stella supera di 5 volte quella del Sole, dopo la fase di supernova il collasso gravitazionale
non trova più forze sufficienti a contrastarlo: la contrazione prosegue, la densità continua ad aumentare e si
forma un corpo sempre più piccolo, circondato da un campo gravitazionale immenso. Questo prende il
nome di buco nero; è un corpo molto piccolo che grazie alla sua potenza gravitazionale attrae a sè e fa
scomparire ogni particella che si trovi nel suo raggio d’azione.

ASTROFISICA

Se un fascio di luce incide un prisma esso viene scomposto in una serie di colori che vanno dal violetto al
rosso e che variano di frequenza, se la luce originaria è bianca, e che prende il nome di spettro.

Se con uno strumento adatto misuriamo l’ energia distribuita nelle varie lunghezze d’ onda, si vede che essa
non è uniformemente distribuita ma ha un andamento come nella figura; se si effettuano diverse esperienze
con differenti sorgenti di luce a diversa temperatura si osserva che:
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-I colori diventano più intensi:


-Con l’ aumentare della temperatura il picco corrisponde al colore con la massima intensità luminosa si
sposta verso il violetto.
Si costruisce quindi una scala che indichi con le varie temperature le posizioni dei picchi con la massima
intensità luminosa, poichè ad una data temperatura corrisponde sempre un dato colore con la massima
intensità luminosa. E quindi esaminando lo spettro stellare si è in grado, una volta definito il colore con la
massima intensità luminosa, di risalire alla temperatura della stella in questione. Si è visto che esse variano
dai 3000° C ai 50.000° C, e quindi deduciamo che esse sono fatte di materiale gassoso non essendo
possibili raggiungere tali temperature allo stato liquido o gassoso.
Se facciamo un’ altra esperienza in laboratorio usando come sorgente luminosa un gas stimolato da scariche
elettriche ci accorgiamo che lo spettro non contiene più tutti i colori ma solo alcuni; essi sono separati da
zone scure che indicano la mancanza degli altri (spettri di emissione). La causa è dovuta alla costituzione
dell’ atomo:
 Quando un atomo viene sottoposto ad una scarica elettrica i suoi elettroni balzano su orbitali più esterni.
 Questa condizione di eccitazione non è però stabile e per cui alcuni elettroni ritornano nelle orbite
originarie e lo fanno liberando una certa quantità di energia, quella acquistata per saltare su altri orbitali.
 Quando emettono energia lo fanno sottoforma di luce che avrà una lunghezza d’ onda ben definita e
diversa da atomo ad atomo.
Perciò nello spettro di un solo elemento si osservano colori dovuti all’ emissione di energia di quegli
elettroni ricaduti in altre orbite.
Se facciamo passare un fascio di luce bianca attraverso un’ ampolla riempita di gas, gli atomi del gas
assorbono solo quelle lunghezze d’ onda necessarie per eccitare gli elettroni, per cui questa luce assorbita
non verrà registrata nella curva dell’ intensità luminosa, e cioè in corrispondenza delle lunghezze d’ onda
assorbite vedremo delle strisce nere, la cui posizione è diversa per ogni elemento.
Portate in astronomia queste esperienze abbiamo comportamenti delle stelle analoghi, e analizzando il loro
spettro siamo in grado di stabilire la composizione gassosa di esse.
Siamo inoltre in grado di distinguere la quantità di atomi ionizzati in base all’ intensità delle loro righe;
consideriamo infatti due stelle con la stessa temperatura ma con righe spettrali di diversa intensità, e ciò può
essere dovuto solo a differenti pressioni delle rispettive atmosfere. La pressione diversa può essere a sua
volta dovuta o a masse differenti o a densità differenti. Visto che le stelle variano poco per quanto riguarda
le masse allora dobbiamo considerare le densità e quindi per dimensioni. La stella con le righe spettrali degli
ioni più marcate avrà minor pressione e dimensioni maggiori e una luminosità molto maggiore avendo la
stessa temperatura. Da misure eseguite su stelle la cui luminosità assoluta era nota per altra via si è stabilita
una relazione fra l’ intensità delle righe relative agli atomi ionizzati e la luminosità assoluta. Applicando la
stessa relazione a stelle di cui non si conosce la luminosità assoluta e sapendo che quella apparente varia
rispetto alla prima in maniera inversamente proporzionale al quadrato della distanza si risale alla distanza
della stella.

POSIZIONE DELLE STELLE


(coordinate astronomiche)
Si individuano meridiani e paralleli celesti e si stabilisce la posizione di una stella rispetto ad essi:
 La declinazione equivale alla latitudine terrestre
 L’ ascensione retta equivale alla longitudine.
La declinazione si misura in gradi, l’ ascensione è riferita a un meridiano fondamentale che non è quello di
Greenwich ma esso passa per il punto  o punto d’ Ariete (dove si trova il Sole all’ equinozio di primavera,
21 marzo ossia intersezione tra eclittica e equatore celeste). L’ ascensione retta non si calcola in misure
angolari ma in intervalli di tempo immaginando sulla sfera celeste 24 meridiani tracciati ad intervalli di 15°
che corrispondono ad un’ ora siderale (1/24 di 23h 56m 4s).

LE GALASSIE
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Sono distribuite nello spazio in modo irregolare ma molte formano dei raggruppamenti che comprendono
fino a 1000 galassie. La nostra appartiene ad un gruppo che ne contiene 18. Hubble definì la velocità radiale
di spostamento di 46 galassie di cui conosceva la distanza in base allo spostamento verso il rosso delle righe
spettrali; e così risulto che se si riportava su un diagramma questo spostamento in funzione della distanza si
otteneva una retta che testimoniava la proporzionalità diretta delle due grandezze. Il valore di incremento di
velocità è stato fissato in 540 km/sec per ogni Megaparsec (costante di Hubble). Così si è stabilita l’ età dell’
universo considerando come origine di esso il momento in cui tutte le galassie erano concentrate, quest’ età
risulto aggirarsi attorno ai 2 miliardi di anni che è piuttosto bassa.
Con le misure delle distanze basato sulle Cefeidi (vedi oltre) si arrivò a misure più esatte che portarono a
distanze doppie rispetto a quelle considerate da Hubble, con conseguenti velocità di recessione che sono
circa la metà di quella di Hubble. E ulteriori studi abbassarono ancora la costante fra valori da 50 a 105
km/sec per Megaparsec; comunque è indubbio che le galassie si allontanano dalla nostra con velocità
crescenti all’ aumentare delle distanze.

Teoria del BIG-BANG.


noto che, per effetto del Big Bang, la violenta esplosione iniziale da cui si è originato il nostro universo,
l’intero spazio cosmico è attualmente pervaso da una radiazione detta appunto Radiazione Cosmica di
Fondo. Nei primissimi istanti la materia si trovava a diversi miliardi di gradi ed emetteva radiazione molto
energetica, ovvero a frequenze molto alte, nell’intervallo dei raggi gamma. Si dice allora che la radiazione
era anch’essa ad alta temperatura. Con l’espansione dell’universo, tuttavia, il “gas” di fotoni si è comportato
qualitativamente alla stregua di un gas ordinario composto da molecole; un tale gas tende a scaldarsi se
compresso e a raffreddarsi se si espande. A testimonianza del primo effetto, una pompa tende a scaldarsi
quando comprimiamo l’aria per gonfiare le ruote di una bicicletta; l’effetto refrigerante dell’espansione di un
gas è invece sfruttata nella costruzione dei frigoriferi. I fotoni della radiazione di fondo, dunque, hanno
perso energia diminuendo la loro frequenza di pari passo con l’espansione dell’universo. Si dice allora che la
radiazione si è “raffreddata” passando agli attuali 3 K, intendendo che, per emettere fotoni di così bassa
energia, un corpo dovrebbe avere appunto una tale temperatura. La radiazione cosmica rappresenta non solo
una testimonianza “fossile” dell’avvenuta esplosione iniziale, ma un utile strumento di indagine utilizzato dai
cosmologi in diverse occasioni. Essa è altamente omogenea ed isotropa, ovvero risulta avere la stessa
intensità indipendentemente dalla regione della sfera celeste verso cui si puntano gli strumenti di misura.
Tuttavia, come abbiamo già descritto in queste stesse pagine, sono presenti minime fluttuazioni spaziali nella
temperatura della radiazione che forniscano informazioni sull’inizio della formazione delle prime strutture
galattiche avvenuta dopo circa 300.000 anni dal Big Bang. La radiazione di fondo permette di risalire alle
dimensioni di ammassi di galassie distanti ed alla massa del gas intergalattico in esse contenuta. A livello
cosmologico, inoltre, questo effetto permette di ricavare il tasso di espansione dell’universo e la sua età.

Teoria della creazione continua e dello stato stazionario:


Questa teoria stabilisce che non ci fu nessuno scoppio iniziale ma che tutto è sempre esistito e che l’
universo è statisticamente immutabile. Ciò non significa che i fenomeni siano fissi ma che essi si
compensano:
dato che è dimostrato che l’ universo è in espansione, per mantenere lo stato stazionario è necessaria la
formazione continua di una certa quantità di H, devono cioè formarsi nuove galassie man mano che si
allontanano le altre mantenendo sempre uguale la densità dell’ universo. Perchè ciò si verifichi basta che si
produca solo 1 atomo di H per km3 all’ anno.

IL SISTEMA SOLARE E IL SOLE

Il SOLE

Il diametro del Sole è di circa 1.400.000 km.


Il volume del Sole è di circa 1.300.000 volte maggiore del volume della Terra.
La massa del Sole è 330.000 volte maggiore della massa terrestre.
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La densità del Sole è di 1,4 g/cm³.

L’energia del Sole è enorme. Questa energia si espande in tutte le direzioni.


Sulla Terra arriva una piccola quantità di energia, questa energia è indispensabile per vivere sulla Terra.
L’origine dell’energia solare è nelle reazioni nucleari. Durante le reazioni nucleari una piccola quantità di
materia si trasforma in un’enorme quantità di energia. Le reazioni nucleari avvengono solo a temperature
molto elevate.

LA STRUTTURA DEL SOLE

Nel nucleo avvengono le reazioni nucleari. Il nucleo ha una temperatura di circa 15 milioni di gradi. Nel
nucleo, i nuclei di idrogeno si uniscono e originano nuclei di elio. Quattro nuclei di idrogeno formano un
nucleo di elio.

Il nucleo del Sole occupa circa il 5% del volume totale del Sole. Il resto del volume del Sole porta l’energia
all’esterno del Nucleo.

Lo strato di trasporto radiativo si trova intorno al nucleo del Sole. Questa parte del Sole trasporta energia
come radiazione elettromagnetica ad altissima frequenza.

Lo strato di trasporto convettivo , grazie ai moti convettivi che lo formano, fa salire i flussi di materia calda
dall’interno; poi i moti ricadono dopo che si sono raffreddati.

La fotosfera è la superficie del Sole che noi umani vediamo. La fotosfera ha una temperatura di circa
5.600°C.

Le macchie scure presenti sulla superficie della fotosfera si chiamano macchie solari. Le macchie solari
hanno una temperatura di circa 2.000 gradi più bassa della fotosfera. Le macchie solari sono causate da
fenomeni magnetici.

La cromosfera è composta da gas turbolenti che sono usciti dalla fotosfera.


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La corona solare va fino ai confini del sistema solare. La corona solare è visibile solo durante un’eclissi
totale.

Il vento solare è un flusso continuo di protoni ed elettroni che vengono dal Sole.

Nicolò Copernico affermava che il Sole era il centro del Sistema Solare.
Giovanni Keplero formula le leggi che ci fanno capire il moto dei pianeti intorno al Sole.
Queste leggi sono 3:
- prima legge di Keplero → l’orbita di ogni pianeta ha la forma di un’ellisse, con il Sole in uno dei fuochi

ellisse

- seconda legge di Keplero → ogni pianeta percorrendo l’orbita si muove velocemente quando è vicino al
Sole, mentre si muove più lentamente quando è lontano dal Sole.

- terza legge di Keplero → i pianeti percorrono la loro orbita con velocità diverse, infatti i pianeti più
lontani dal Sole sono più lenti.
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DIMOSTRAZIONE DELLA TERZA LEGGE:

leggenda
m= massa del sole ; M= massa terra; G= costante gravitazione universale;

d= raggio orbitale;
prima approssimazione: si considera il moto orbitale circolare

f  ma
mM
f G
d2
v  2d
mM v2
ma  G 2 a
d d t

Seconda approssimazione: la massa si considera tutta concentrata nel sole.

v2 G 4 2 d 2 G d3 G
a =  
d d2 t2 d t 2
4 2

d3 G
2
 = costante
t 4 2

I PIANETI
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I pianeti si dividono in pianeti interni alla terra o pianeti esterni alla terra ovvero

DI TIPO TERRESTRE: MERCURIO, VENERE, TERRA, MARTE


PIANETI
DI TIPO GIOVIANO: GIOVE, SATURNO, URANO, NETTUNO + PLUTONE

I PIANETI di TIPO TERRESTRE sono appunto molto simili alla terra sono costituito da crosta, mantello e
nucleo:
MERCURIO è il pianeta più vicino al Sole, ciò provoca una forte escursione termica tra il giorno e la notte;
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VENERE è il pianeta più luminoso nel cielo notturno dopo la Luna ed è considerato il pianeta più simile alla
terra per dimensione, densità e distanza dal Sole; è un pianeta caldo ed è avvolto da un’atmosfera ricca di
anidride carbonica.
MARTE è, poi, il pianeta più simile alla terra; ai poli del pianeta sono visibili due calotte di ghiaccio, Marte
possiede un’atmosfera molto rarefatta, simile a quella primordiale della terra; la superficie del pianeta è
inoltre modellata da numerosi processi: come attività vulcanica, erosione da parte dell’acqua, del vento e del
ghiaccio.
ATMOSFERE DEI PIANETI ED EFFETTO SERRA

Effetto serra - Il meccanismo


Il sole diffonde la sua energia all’interno del sistema solare, che per sua natura è piuttosto freddo. In pianeti
privi di atmosfera non possono avere effetto serra e quindi l’escursione termica tra giorno e notte è molto
alta: su Marte il sole scalda la superficie fino a 36.7 °C durante il giorno, ma la notte la temperatura puo'
scendere fino a -122.8 °C, mentre su Venere l’atmosfera intrappola a tal punto il calore del sole che la
temperatura media è 460 °C. Sul nostro pianeta l'atmosfera contiene dei gas che intrappolano il calore del
sole, dandoci l'effetto serra. Quando i raggi del sole colpiscono la terra, il 30% della luce visibile viene
riflessa indietro nello spazio, il 25% a causa delle nuvole, il 5% del ghiaccio; il 70% viene catturato da questi
gas serra, riscaldando la terra e specialmente gli oceani. Su venere l’atmosfera contiene circa il 97% di CO 2,
l’effetto serra è estremo.

GAS SERRA NATURALI EMISSIONI ANTROPOGENICHE

H2O (vapore acqueo) CO2 (anidride carbonica)

CH4 (metano) CH4 (metano)

CO2 (anidride carbonica) N2O (ossido di azoto)

O3 (ozono)

N2O (ossido di azoto)

I PIANETI di TIPO GIOVIANO sono molto lontani dalla Terra. Ad esempio Giove è troppo grande per essere
un pianeta, e troppo piccolo per essere una stella. I pianeti di tipo gioviano sono separati dai pianeti di tipo
terrestre da una fascia di asteroidi, corpi rocciosi che si sono formati dalla fascia gassosa (quella che
proveniva dall’esplosione della supernova da cui ha avuto origine il Sole) sotto forma di frammenti aventi un
centro gravitazionale. Relativamente alla nascita degli asteroidi e al fatto che non sia formato un solo pianeta
ci sono due teorie:
1. si è pensato che ciò fosse dovuto alla presenza di numerosi centri gravitazionali, che poi hanno dato
vita agi asteroidi;
2. si è creduto che si fosse formato un solo pianeta, successivamente bombardato da un enorme
meteorite (o da un corpo celeste o da una cometa) cha ha frantumato questo ipotetico pianeta e ha
dato origine agli asteroidi.
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Parte degli asteroidi sono quelle che noi chiamiamo stelle cadenti, che cadono soprattutto nel periodo di
agosto quando l’orbita della terra e degli asteroidi sono vicine, per questo motivo gli asteroidi sono attirati
dalla forza gravitazionale della terra e non c’è forza di attrito da parte degli asteroidi in quanto la massa della
terra è maggiore di quella degli asteroidi.
Gli asteroidi entrando nell’atmosfera incontrano una resistenza e si sublimano, questo fa sprigionare energia.
Gli asteroidi, dunque non brillano di luce propria ma di luce riflessa dal Sole. Gli asteroidi che non arrivano
sulla terra, perché sublimano, sono dette METEORE; quelli che arrivano sulla terra perché sono più grandi
sono detti METEORITI.

I MOTI DELLA TERRA

MOTO DI ROTAZIONE
La terra gira su se stessa in senso antiorarioda ovest verso est, attorno ad un asse immaginario che passa
per i due poli. L'asse di rotazione è inclinato di 66° e 33' sul piano dell’orbita terrestre, eclittica. La rotazione
avviene in circa 24 ore se si prende come riferimento il sole (giorno solare), se invece si prende come
riferimento le stelle il giorno dura 23 ore, 56' e 4'' (giorno sidereo).
Le volocità di rotazione sono: velocità angolare = 15 ° l'ora, velocità lineare diversa a seconda della distanza
del punto a cui ci riferiamo dall'asse di rotazione (circa 1700 km/h all'equatore, 0 km/h ai poli).
Il giorno sidereo è l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi di una stella sullo stesso
meridiano.
Il giorno solare è l'intervallo di tempo compreso fra due passaggi consecutivi del Sole sullo stesso
meridiano. Il giorno solare è un po' più lungo. Tale ritardo sta nel fatto che mentre la terra ruota, è soggetta
anche al moto di rivoluzione attorno al Sole
Si parla di giorno solare medio poichè il giorno solare non è una misura costante, ma è un po' più lungo in
inverno e un po' più corto in estate, poiché varia la velocità del moto di rivoluzione della Terra.

CONSEGUENZE DELLA ROTAZIONE


Alternanza notte-giorno.A causa dell’atmosfera tale passaggio non è brusco, ma graduale (alba,crepuscolo).
Moto apparente degli astri sulla volta celeste.
Spostamento dei corpi in caduta libera. Guglielmini ottenne la prova fisica della rotazione terrestre
osservando la deviazione a S-E della verticale di un grave in caduta libera (78 m) nel vano interno della
Torre degli Asinelli a Bologna.
Deviazione apparente corpi in movimento sulla superficie terrestre. Fenomeno conosciuto anche con il
nome di Effetto Coriolis. Tale fenomeno fu studiato da dal fisico francese Gaspard-Gustave Coriolis nel
1835 L'effetto Coriolis è dovuto alle differenti velocità di rotazione dei punti lungo la superficie terrestre.

Abbiamo le seguenti possibilità:


1) Spostamenti lungo i paralleli (Est- Ovest oppure Ovest- Est) NON SI VERIFICA ALCUNA
DEVIAZIONE
2) Spostamenti lungo i meridiani nell'emisfero nord (Dal Polo Nord all' Equatore oppure dall'Equatore al
Polo Nord) DEVIAZIONE VERSO LA DESTRA DELL'OGGETTO CHE VIAGGIA
3) Spostamenti lungo i meridiani nell'emisfero sud (Dal Polo- Sud all' Equatore oppure dall' Equatore al
Polo Sud) DEVIAZIONE VERSO LA SINISTRA DELL'OGGETTO CHE VIAGGIA
Esempio: un aereo in volo mantiene per inerzia la velocità di rotazione del punto dal cui è partito: se saliamo
con un aereo dall'Africa all'Islanda (Rotta Equatore- Polo Nord) andremo incontro a punti della superficie
terrestre che si muovono a velocità sempre minori e saremo in anticipo rispetto ad essi quindi ci troveremo
deviati verso EST (deviazione verso la destra del viaggiatore ).
Il pendolo di Foucault è un esempio dell’azione della forza di Coriolis associata alla rotazione della Terra

MOTO DI RIVOLUZIONE E CONSEGUENZE


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È il moto orbitale che la terra compie attorno al Sole in 365,25 giorni (anno sidereo), e che avviene
secondo una traiettoria di forma forma di ellisse chiamata eclittica. La distanza della terra dal sole varia da
un massimo di 152 milioni di km (afelio) e ad un minimo di 147 milioni di km (perielio).
In un anno descrive un’orbita di 940 milioni di km alla velocità di 30 km al secondo.
L’anno tropico o anno solare, è il tempo impiegato dal Sole per tornare nella stessa posizione, vista dalla
Terra, lungo l'eclittica, che ha come punto zero il punto vernale o equinozio di primavera.
La lunghezza dell’orbita terrestre è di quasi 938.900.000 km, e la Terra la percorre alla velocità di 106.000
km/h.
In accordo con la seconda legge di Keplero, la velocità della Terra non è costante in tutti i punti dell’orbita
ma è massima al perielio e minima all’afelio.
L’asse terrestre è inclinato di 66° 33’ sul piano dell’eclittica e il piano dell’orbita è inclinato di 23°27’ sul
piano dell’equatore.
L’inclinazione dell’asse terrestre, assieme al moto di rivoluzione attorno al sole, sono la causa dell’alternarsi
delle stagioni.
I moti terrestri non sono regolari, ma subiscono delle leggere variazioni che alla lunga, se non corretti,
porterebbero ogni stagione ed il calendario a non corrispondere piu' con gli stessi fenomeni astronomici da
cui dipendono.

MOTI MILLENARI:
MOVIMENTO DI VARIAZIONE DELL’ ECCENTRICITÀ’ DELL’ORBITA:
Pur mantenendosi uguale la distanza perielio-afelio, mutano invece le distanze perielio-Sole e Sole-afelio.
La differenza oscilla da un minimo di 1,5 milioni di km ad un massimo di 14 milioni di km (oggi è di circa 5
milioni di km) in un periodo di 92000 anni. Varia eccentricità, ora sta diminuendo.
Conseguenza: indebolimento e raffreddamento periodico delle temperature stagionali, soprattutto in
connessione con la precessione degli equinozi.

NUTAZIONE DELL’ASSE TERRESTRE:


La forza di attrazione del Sole tende a disporre il piano dell’orbita lunare parallelo al piano dell’orbita
terrestre. Le due orbite formano un angolo di 5° 8’. Questa azione provoca lo spostamento del piano
orbitale della Luna con un periodo di 18,7 anni, a sua volta questa variazione del piano orbitale della Luna si
traduce in una attrazione mutevole della Luna sul rigonfiamento equatoriale terrestre che provoca una
variazione di posizione del piano equatoriale terrestre. Come conseguenza si verificano piccole oscillazioni
dell’asse di rotazione con un periodo di 18,7 anni dette appunto nutazioni (chiamato anche ciclo lunare o
metonico).

MOVIMENTO DI VARIAZIONE DELL’INCLINAZIONE DELL’ASSE TERRESTRE

L’ inclinazione dell’asse terrestre rispetto alla perpendicolare all’eclittica varia da 21° 58’ a 24° 36’ in un
periodo di 40.000 anni circa. Conseguenza di ciò è un valore variabile di insolazione, sensibile soprattutto
alle alti latitudini. Una inclinazione minore dell’asse terrestre conduce ad estati più fresche e inverni più miti,
condizioni favorevoli allo sviluppo di ghiacciai.

CONSEGUENZE:
migrazione del polo Nord celeste (attualmente rappresentato grosso modo dalla stella polare), che varia
descrivendo un cerchio nell'arco di circa 26000 anni puntando a stelle differenti.
lentamente, cambiano anche i punti equinoziali che ogni anno vengono raggiunti in anticipo dal nostro
pianeta (20 minuti prima). Questo fenomeno è detto anche precessione degli equinozi. La precessione fa sì
che il ciclo delle stagioni (anno tropico) sia circa 20 minuti più breve del periodo necessario alla Terra di
ritornare nello stessa posizione rispetto alle stelle (anno siderale). Questa differenza viene considerata nella
compilazione di calendari e nelle regole per stabilire gli anni bisestili.
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La costellazione dello zodiaco in cui è il sole nel momento dell'equinozio di primavera cambia nel tempo.
Attualmente l'equinozio di primavera si ha quando il sole è nella costellazione dei pesci, in precedenza
avveniva quando il sole si trovava nella costellazione dell'ariete.
Il periodo nel quale la terra si trova al perielio (cioè più vicino al sole) cambia nel tempo. Attualmente la
terra si trova al perielio in inverno (per l'emisfero boreale). A causa della precessione degli equinozi, fra
circa 12.000, sarà al perielio durante l’estate boreale per cui si avranno l'estati più calde e inverni più freddi
(terra all'afelio).

VARIAZIONE DELL'ECCENTRICITA' DELL'ORBITA


L’attrazione esercitata dai pianeti appartenenti al sistema solare fa sì che l’orbita della terra, nei millenni, si
discosti dalla forma circolare, assumendo diversi valori di eccentricità (ellissi più o meno schiacciate).

Altri moti minori che interessano il nostro pianeta sono:

NUTAZIONE: l’influenza gravitazionale della Luna comporta un andamento ondulatorio della traiettoria
dell'asse terrestre nell'ambito del moto di precessione con un periodo che è pari a quello di rotazione dei
nodi lunari, e perciò di 18,6 anni.
MOTO DI TRASLAZIONE cioè movimento che la Terra compie insieme a tutto il sistema solare attorno al
centro della galassia a circa 19 km al secondo, mentre, assieme alla galassia viaggia 270 km al secondo.

MOTI DELLA TERRA

Rotazione, prove (Guglielmini e Foucault) - conseguenze (effetto di Coriolis, forza di Ferrel = 2v sen;
forma elissoide, e alternarsi del dì e della notte)
Rivoluzione, prove (analisi luce stellare, effetto Doppler alternativo)- conseguenze (diversa durata del dì e
della notte- alternarsi delle stagioni; durata giorno solare differente da quella del giorno sidereo ( angoli con
sole e stella)

MOVIMENTO DI VARIAZIONE DI DIREZIONE DELL’ASSE TERRESTRE

Le forze di attrazione del Sole e della Luna cercano di disporre il piano equatoriale terrestre parallelo al
piano dell’eclittica.
Dato che la terra ruota attorno al proprio asse, questa azione deve combinarsi con le forze di attrazione luni-
solare generando un moto conico dell’asse terrestre in senso orario. Il moto conico avviene con un periodo
di 25.800 anni. Si sposta il piano equatoriale, ed ogni anno l’equinozio di primavera cadrà con un anticipo di
20 minuti (ruota così in senso orario la linea degli equinozi).
Altra conseguenza è che l’anno solare sarà più breve di 20 minuti dell’anno sidereo; e infine col passare degli
anni il polo nord celeste sarà individuato da una stella diversa dalla Polare.

MOVIMENTO DI ROTAZIONE DELLA LINEA DEGLI APSIDI:

Per cause dovute all’attrazione degli altri pianeti, la linee degli apsidi si sposta gradualmente in senso
antiorario con periodo di 117.000 anni. La linea degli equinozi ruota invece in senso opposto per cui il
tempo effettivo affinchè la linea degli equinozi compia un giro completo si abbrevia da 25.800 anni a 21.000
anni. Anno anomalistico 365g 6h 14m.

MIGRAZIONE DEI POLI

CAUSE ASTRONOMICHE DELLE GLACIAZIONI:


-Le cause in realtà possono essere : fisiche, geografiche e astronomiche.
Quelle astronomiche si suddividono in :
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-Periodo di minima inclinazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica (ogni 40.000 anni)
-Massima eccentricità dell’orbita, cioè perielio alla minima distanza dal Sole, che si verifica ogni 92.000
anni.
-Precessione degli equinozi tale da far cadere il semestre freddo a cavallo del perielio (ogni 21000 anni).

La prima riguarda tutto il pianeta, le altre due riguardano solo il nostro emisfero. La combinazione di questi
tre fenomeni è causa delle glaciazioni. Sono state individuate 4 glaciazioni:
-GUNZ-MINDEL-RISS-WURM (ultimi 60.000 anni).
Probabilmente ce ne furono altre anche prima ma si sono perse le tracce perchè è facile che siano capitate
nell’oceano.

MISURA DEL TEMPO

-Giorno solare medio, ora e fusi orari


-Linea del cambiamento di data

-CALENDARIO:
Nei tempi antichi (Romolo) l’anno fu suddiviso in dieci mesi, per una durata complessiva di
304 giorni. In seguito Giulio Cesare corresse tale divario introducendo un nuovo calendario
nel 45 a.C. , di 365 giorni e le 6 ore che avanzavano venivano recuperate aggiungendo ogni 4
anni un giorno (anno bisestile).
L’anno del calendario giuliano (365g 6h) era però leggermente superiore a quello solare vero
(365g 5h 48m 46s), la differenza è di 11m 14s. L’anno successivo iniziava quindi sempre con
questo ritardo che con l’andar del tempo si fece sentire. Nel 1582 il ritardo raggiunse i 10
giorni. Nel 1582 Gregorio XIII stabilì un nuovo calendario detto appunto gregoriano. Per
recuperare il ritardo si passò dal giorno 4 Ottobre al 15 Ottobre e per non ripetere più
l’errore del calendario giuliano fu stabilito che, fermi restando gli anni bisestili, quelli secolari
che dovrebbero essere tutti bisestili, rimanessero tali solo quelli divisibili per 400. E’ stato il
1600 e lo sarà il 2000
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ALCUNI DATI NUMERICI:

-Distanza media Terra Sole (una U.A.):................149.600.000 km


-Distanza Sole-afelio:............................................152.106.000 km
-Distanza Sole-perielio:.........................................147.094.000 km
-Eccentricità lineare:..................................................2.506.000 km
-Eccentricità numerica:............................................................1/60 ovvero 0.01675
-Raggio medio del Sole:................................................700.000 km
-Volume del Sole:................................................................... 1,412 x 1018 kmc
-Densità media.........................................................................1,41 g/cmc
-Rotazione del Sole dura 25 giorni all’equatore mentre al polo dura più di 30 giorni.
-Raggio terrestre equatoriale:.........................................6.378.388 m
-Raggio polare:...............................................................6.356.912 m
-Lunghezza circolo meridiano:.....................................40.009.152 m
-Superficie della Terra:...............................................510.100.000 mq
-Densità media della Terra:...........................................................5,52 g/cmc
-Volume della Terra:.........................................1.083.319.780.000 kmc
-Parsec:..................................................................................30900 x 10 9 km
-A.l.:.........................................................................................9463 x 10 9 km
-Un grado di latitudine medio:...................................................111,699 km
-Inclinazione asse terrestre rispetto all’eclittica:..........................23° 27’ 3”
-Velocità di rivoluzione in afelio:.................................................29,3 km/s
- “ “ in perielio:..............................................30,3 km/s
- Raggio medio della Luna:.....................................................1.738 km
-Volume della Luna:...................................................................220 kmc
-Densità della Luna:........................................................................3,335 g/cmc
-Massa della Luna:........................................................................80 volte minore della Terra
-Gravità della Luna:......................................................................1/6 di quella “ “
-Mese siderale (rivoluzione lunare):.............................................27g 7h 43m (pari alla rotazione)
-Mese lunare (calcolato sull’allineamento Terra-Sole):...............29g 12h 44m
-Mese draconico (due passaggi per lo stesso nodo):.....................29g 5h 5m
-Mese anomalistico (due passaggi al periegeo):...........................27g 13h 18m

LA LUNA

IL PIANETA DOPPIO
Nel 1610, Galileo Galilei, con il suo cannocchiale, scopre sulla Luna montagne e pianure simili in tutto a
quelle terrestri. Tale analogia ha in sé un valore rivoluzionario, paragonabile a quello del passaggio dal
sistema tolemaico a quello copernicano: rappresenta una svolta culturale ancor più importante perfino di
quella segnata, il 20 luglio 1969, dallo sbarco sul nostro satellite dei primi astronauti. lI 18 settembre 1977,
tredici anni dopo essere stata lanciata con destinazione Giove, la navicella spaziale della NASA Voyager
rivolse all’indietro la sua telecamera e fotografò per la prima volta il sistema Terra / Luna. Questa immagine,
seppur non avendo un grande interesse scientifico, ha un profondo significato filosofico: quei due corpi
celesti sono il nostro minuscolo villaggio cosmico, Terra e Luna appaiono nel loro stretto legame di coppia
legata dalla gravità, l’una abitata dalla sola forma di vita intelligente che conosciamo, l’altra arida e diversa.
Vicinissime e così disperatamente diverse. lI 26 ottobre 1989 la sonda Galileo ha ripreso un’immagine nella
quale la Terra appare in primo piano, grande sfera azzurra con le sinuose pennellate bianche delle nubi, e la
Luna si staglia sul fondo, alquanto più piccola. Dal punto di vista della navicella entrambe si presentano nella
fase del loro primo quarto. Ma la Luna, che ha una superficie scura con colore intermedio tra il lavagna e il
cemento, riflette solo il 7% della luce solare mentre la Terra ne riflette il 35%. Infatti la Terra ha un albedo
(potere riflettente di un corpo celeste) cinque volte maggiore di quello della Luna e questo dato ci dà una
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informazione molto importante perché indica che la Terra possiede aria e acqua, due fattori importanti per la
vita. Ma la cosa più sorprendente, secondo studi effettuati negli anni Novanta è che è stato proprio il nostro
inospitale satellite a rendere ospitale la Terra. La Luna ha esattamente la massa e la distanza necessarie
per stabilizzare le oscillazioni dell’asse di rotazione terrestre, che altrimenti sarebbero amplissime (85°),
con conseguenze devastanti per il clima terrestre. Per esempio l’asse di Marte ha oscillato di 40° rispetto al
piano dell’orbita negli ultimi 100 milioni di anni. Basta la perturbazione di un asteroide di passaggio, a
rendere caotica, e quindi imprevedibile, l’oscillazione dell’asse di un pianeta. La Luna agisce da freno: e
infatti l’inclinazione varia solo tra 24°30’ e 22°6’. Alla Luna, satellite morto, la Terra deve la sua
fecondità. Il sistema Terra — Luna ha un’altra caratteristica: nessun altro satellite è così grande rispetto
al suo pianeta, a parte il caso anomalo di Plutone e Caronte. Risono nel Sistema Solare altri cinque pianeti
più grandi della Luna — tre intorno a Giove, uno intorno a Saturno e uno intorno a Nettuno — ma Giove,
Saturno e Nettuno hanno una massa che è centinaia di volte maggiore dei loro satelliti. La luna invece con
un diametro di 3476 km, è più di un quarto della Terra (12 576 km) e la sua massa (7,3483 × 10 22 kg) è
un ottantunesimo di quella della Terra. Più che di un pianeta e del suo satellite si può parlare, per il
sistema Terra – Luna di “pianeta doppio”.

L’ORIGINE DELLA LUNA


Cinque sono le ipotesi:
1. Teoria della fissione - La Luna si sarebbe staccata dalla Terra quando questa era ancora fluida e ruotava
rapidamente su se stessa. Laforza centrifuga, generata dalla rotazione, avrebbe reso instabile il nostro
pianeta, facendolo oscillare come una campana, fino a produrre la scissione del satellite. La depressione
dell’Oceano Pacifico sarebbe la cicatrice lasciata da questo distacco. In realtà quel fondale oceanico è
relativamente giovane ed effimero. La tettonica a placche fa sì che la crosta terrestre si rinnovi quasi
completamente nell’arco di 400 milioni di anni, un decimo dell’età della Luna. Inoltre il meccanismo di
fissione è fisicamente improbabile. La Terra avrebbe dovuto ruotare su se stessa in meno di 3 ore, una
velocità difficilmente giustificabile.
2. Teoria della cattura - La Luna si sarebbe formata indipendentemente dalla Terra come un pianeta
autonomo in un’altra regione del Sistema solare, e poi sarebbe stata catturata dalla forza di gravità terrestre
durante un passaggio ravvicinato. Lo scenario è possibile, ma esige condizioni molto critiche. La Luna
avrebbe decelerato giungendo in prossimità della Terra per effetto dell’impatto con qualche altro corpo e
l’immissione nell’orbita terrestre lascia margini ristretti alla velocità di arrivo. Inoltre un’orbita fortemente
ellittica ed instabile sarebbe molto più probabile dell’orbita piuttosto regolare della Luna
3. Teoria dell’accrezione binaria - Terra e Luna potrebbero essersi formate per acccrezione, ovvero per
progressivo accumularsi di piccoli corpi chiamati planetesimi, dallo stesso materiale e dalla stessa regione
della nebulosa primordiale che ha dato origine al Sole e ai pianeti tra 4,6 e 4,5 miliardi di anni fa. L’analisi
chimica e la datazione delle rocce lunari riportate dagli astronauti non contrastano sostanzialmente questa
tesi. Tuttavia Terra e Luna differiscono notevolmente per densità ( rispettivamente 5,5 e 3,3 volte quella
dell’acqua) e in parte per composizione chimica. Inoltre ci sono difficoltà di tipo dinamico per spiegare la
nascita di un “doppio pianeta”.
4. Teoria della precipitazione – Mette insieme elementi dell’ipotesi della fissione e dell’accrezione.
L’energia rilasciata durante l’accrezione della Terra via via che i planetesimi concorrevano a formarla,
avrebbe generato una densa atmosfera di ossidi metallici attorno al protopianeta. I vapori si sarebbero
disposti a disco attorno all’equatore e poi, venendo meno l’accrezione e quindi l’apporto di calore, si
sarebbero gradualmente condensati in polveri, che a loro volta avrebbero formato per accrezione la Luna. Il
pregio di questa ipotesi, sviluppata negli anni Ottanta da A.E. Ringwood dell’Università di Canberra, sta
nello spiegare la diversa densità dei due corpi celesti.
5. Teoria catastrofica – Riprende l’idea della scissione. La Luna si sarebbe formata in seguito all’impatto
tra la Terra ed un oggetto delle dimensioni di Marte, impatto che avrebbe alzato dei pennacchi di materiale
vaporizzato da cui si sarebbe generata la protoluna. Nel 1986 questo scenario è stato simulato al computer
nei Laboratori di Los Alamos (USA) Secondo la simulazione 12 minuti dopo l’impatto intorno alla Terra
ferita si sarebbero alzati due giganteschi pennacchi di materiale vaporizzato. Dopo 10 ore sarebbe iniziata la
condensazione e già entro 23 ore si sarebbe formata la protoluna.
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3. LA LUNA VISTA DALLA TERRA

La Luna è il corpo celeste più vicino alla Terra. In media la sua distanza è di 384399 km e poiché segue
un’orbita ellittica può avvicinarsi fino ad una distanza di 356 370 km ed allontanarsi fino a 406720 km. Le
variazioni della distanza Terra/Luna dipendono dall’estrema complessità del suo moto dovuto al combinarsi
dell’influsso gravitazionale del Sole, del rigonfiamento equatoriale della Terra e dei pianeti. Osservata dalla
Terra, a prima vista la Luna sembra muoversi da est verso ovest. Questo è soltanto l’effetto della rotazione
della Terra attorno al proprio asse in direzione opposta. Con un’osservazione più attenta, ci si accorgerà che
in effetti rispetto alle stelle la Luna si muove da ovest verso est di circa 13 gradi al giorno. La sua orbita non
è però centrata esattamente sulla Terra, bensì, come vuole la legge di gravitazione universale, sul baricentro
del sistema solare, che si colloca all’interno del globo terrestre, 1630 km sotto la superficie. Che il
baricentro sia così spostato a nostro favore dipende dalla grande differenza di massa tra i due corpi: la massa
della Luna è infatti solo 1/81 di quella della Terra. Riferendoci al moto delle stelle, la Luna, che sulla sua
orbita viaggia a circa 1 km/s, impiega 27,2 giorni a compiere un giro attorno alla Terra. Ma poiché la Terra a
sua volta gira attorno al Sole, occorrono 29 giorni e mezzo perché la Luna torni nella stessa posizione
rispetto ad un osservatore terrestre.

4. LA MORFOLOGIA DELLA LUNA E IL PAESAGGIO


LUNARE
Il diametro della Luna misura 3 476 km. La superficie è di 38 milioni di km2 un po’ meno dell’Europa e
dell’Africa insieme e un po’ più di 1/13 della superficie terrestre. Il volume è di 22 miliardi di km3. In
pratica dentro la Terra ci starebbero 49 Lune, mentre per riempire il Sole occorrerebbero 65 milioni di une.
La massa della Luna è di 7,36 ×1023 kg, come abbiamo detto 1/81 di quella della Terra; e poiché il
volume è 1/49 quello della Terra, si deduce subito che il nostro satellite è fatto di materiali meno
densi. La densità media della Luna è circa 3,36 volte quella dell’acqua, mentre quella della Terra è di
5,52 volte.
Mentre la Terra ha un notevole schiacciamento ai poli, la Luna è quasi perfettamente sferica. I due assi
differiscono appena di 1,5 km. Sulla Luna ci sono montagne alte quasi 9 000 m. Sulla Luna, per via delle
ridotte dimensioni del globo, l’orizzonte è alquanto più vicino che sulla Terra.
.
Sulla superficie lunare l’accelerazione gravitazionale è circa 1/6 di quella sulla Terra ( gTerra = 9,98
m/s2 ; gLuna = 1,67 m/s2 ) Ciò fa sì che sulla Luna un corpo cada sei volte più lentamente, e sei volte
più lentamente scorrerebbe il tempo misurato con un orologio a pendolo. La gravità non è sufficiente a
trattenere i gas che sono sfuggiti nello spazio. Anche l’acqua andrebbe incontro allo stesso destino:
trasformata in vapore dal calore del Sole, si disperderebbe nello spazio. Per l’assenza di atmosfera sulla
Luna non si verificano crepuscoli e perciò il passaggio dall’illuminazione all’oscurità è molto rapido.
La temperatura del suolo presenta una grande escursione: tra i 110 °C durante i periodi di illuminazione
e i – 150 °C durante la notte. Anche per questo fatto il motivo è la mancanza dell’atmosfera e della
vegetazione, le componenti che sulla Terra contribuiscono maggiormente a trattenere il calore. La Luna
possiede una crosta sottile ( 160-100km) e un’astenosfera che separa la crosta dal mantello, composta di
roccia più densa. Il mantello dovrebbe essere parzialmente liquido e rinchiudere un nucleo metallico, ma
non è certa la presenza di un considerevole nucleo di ferro denso, paragonabile a quello terrestre. Il
paesaggio lunare è piuttosto diverso da quello terrestre ed è costituito da tre tipi di strutture: i mari, vaste
zone pianeggianti, che appaiono più scure di quelle circostanti; sono costituiti da rocce che derivano dal
raffreddamento di lave fluide (basalti) e sono ricoperti da uno spesso strato di polveri finissime ( detto
regolite, che ha un colore tra il bitume e il cemento);
i crateri, depressioni anulari di dimensioni variabili da qualche centimetro a qualche centinaia di km,
formati dall’impatto sul suolo lunare di meteoriti, che si disintegrano con urti molto violenti a causa
dell’assenza di atmosfera; alcuni dei crateri più piccoli sono dovuti probabilmente a fenomeni vulcanici, ora
terminati, attivi nei primi momenti di vita del satellite. le terre alte, zone elevate ed irregolari, di colore
chiaro, che presentano varie forme, come altopiani, colline. catene montuose; sono caratterizzate dalla
presenza di numerosi crateri e sono costituite da rocce più antiche rispetto a quelle dei mari. Le montagne
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sono costituite da rocce chiamate anortisiti ( silicati di calcio e alluminio), di colore chiaro, che risultano
piuttosto rare sul nostro pianeta. Le terre costituiscono curca il 70% della faccia della Luna rivolta verso di
noi e quasi tutta la faccia opposta.
5. I MOTI DELLA LUNA
La Luna è dotata di vari movimenti, che si verificano simultaneamente: il moto di rotazione attorno al
proprio asse; per compiere una rotazione completa la Luna impiega 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 12
secondi, Il moto di rivoluzione attorno alla Terra che avviene nello stesso intervallo di tempo (cioè ha la
stessa durata del moto di rotazione), chiamato mese sidereo. Per questo motivo, la Luna rivolge a noi
sempre la stessa faccia: da qualsiasi punto osserviamo la Luna, vedremo sempre e solo metà della sua
superficie e sempre la stessa. (Fig.8). Il periodo di rivoluzione intorno alla Terra è uguale al periodo di
rotazione. La coincidenza non è casuale. La Luna si comporta come un atleta che percorre i 400 m, distanza
che equivale al giro di pista. Dopo aver percorso mezzo giro di pista, l’atleta ha effettuato una rotazione su
se stesso di 180°. Per rendersi conto di questa situazione è sufficiente riflettere sul fatto che, dopo mezzo
giro di pista, ilnaso dell’atleta è rivolta in una direzione diametralmente opposta a quella di partenza.
Quando l’atleta ha completato la gara, ha effettuato un intero giro di pista (360°) e contemporaneamente
anche una rotazione di 360° su se stesso. Inoltre per tutta la gara l’atleta rivolge sempre lo stesso fianco
verso lo stadio.
Così, come abbiamo già visto, la Luna rivolge verso la Terra sempre la stessa faccia. Dalla superficie
terrestre, in qualsiasi punto ci troviamo, possiamo vedere solo la metà della superficie lunare e sempre quella
metà. Il moto di rivoluzione della Luna intorno alla Terra avviene in senso antiorario su un piano che
non coincide con quello dell’orbita terrestre: il piano dell’orbita della Luna è inclinato di 5° 9’ rispetto al
piano dell’eclittica. L’orbita lunare interseca il piano dell’orbita terrestre in due punti chiamati nodi. La
Luna giace sul piano dell’orbita terrestre solo quando si trova in uno dei due nodi . La Luna non si
trova sempre alla stessa distanza da noi. Il perigeo (punto più vicino alla Terra) si trova a 356 000 km ;
l’apogeo (il punto più lontano) si trova a 407 000 km. Quindi la distanza media fra la Terra e la Luna è di
384 000 km.

Il moto di traslazione, insieme alla Terra attorno al Sole. Mentre si muove attorno alla Terra, la Luna si
sposta anche attorno al sole insieme con il nostro pianeta, con un movimento di traslazione che avviene con
la stessa velocità angolare con cui la Terra compie il suo moto di rivoluzione. Il periodo necessario perché si
verifichi lo stesso allineamento far Terra, Luna e Sole è di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi. Questo
intervallo di tempo è chiamato mese sinodico. La diversa durata del mese sinodico e di quello sidereo è
dunque dovuto al fatto che quando al Luna ha terminato di compiere una effettiva rivoluzione attorno
alla Terra, quest’ultima non si trova più nello stesso punto ma si è spostata lungo la sua orbita
attorno al sole. si conseguenza, per ripresentarsi nella stessa posizione di partenza ispetto
all’allineamento Terra – Sole, la luna deve procedere per
un tratto supplementare della propria orbita.

LE FASI LUNARI
I movimenti del satellite naturale della Terra causano diversi fenomeni che ci sono familiari, come le fasi
lunari e le eclissi.
Il Sole illumina in ogni istante solo metà della superficie lunare. Contemporaneamente, la Luna si muove
intorno alla Terra, venendo così a trovarsi in posizioni diverse nel corso del mese sidereo. Quindi noi non
riusciamo a vedere sempre la metà della superficie lunare: anzi, ogni giorno la pozione illuminata dal Sole
varia. Si susseguono, cioè, diverse fasi lunari, che dipendono dalle diverse posizioni che la Luna e il Sole
assumono rispetto alla Terra. Quindi le fasi lunari sono i diversi aaspetti della Luna dal punto di vista
della sua illuminazione:rappresentano le varie posizioni del satellite sull’orbita attorno alla Terra,
rispetto alla posizione da cui provengono i raggi solari. Queste fasi sono rispettivamente:
quadratura
primo quarto subito dopo la fase di novilunio, la Luna comincia ad illuminarsi a partire dal bordo
occidentale (come dice il detto “ Luna crescente, gobba a ponente), apparendo come una stretta falce che, di
giorno in giorno, amplia la sua superficie, finché la Luna non risulta illuminata per metà, mentre l’altra metà
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appare oscura; tale situazione si verifica quando la linea che congiunge la Terra con il Sole e quella che
congiunge la Terra con la Luna sono perpendicolari tra loro (quadratura); in pratica un osservatore posto
sul nostro pianeta vede un semicerchio che, partendo da ovest, si illumina sempre di più. luna piena o
plenilunio: dopo la fase di primo quarto, da Terra vediamo che l’area illuminata si amplia sempre di più,
finché la Luna si viene a trovare dalla parte opposta al Sole rispetto alla terra (opposizione); in questo caso
la parte illuminata è visibile dal nostro pianeta; · ultimo quarto: subito dopo la fase di pleniluni, al Luna
inizia ad oscurarsi a partire dal bordo occidentale; di giorno in giorno la superficie illuminata decresce,finché
solo metà della faccia appare illuminata; tale situazione riverifica quando la line che congiunge la Terra con il
Sole e quella che congiunge la Terra con la Luna sono perpendicolari tra loro (quadratura); da Terra,
passando dalla fase di plenilunio a quella di ultimo quarto e, successivamente di luna nuova, si osserva che la
superficie lunare illuminata diminuisce gradualmente, a spese della gobba a
ovest ( come dice il detto “Luna calante, gobba a levante”) Per completare tutte le fasi la Luna impiega 29
giorni 12 ore e 44 minuti; tale intervallo di tempo viene chiamato mese sinodico o lunazione e corrisponde
al tempo necessario perché la Luna, nel suo moto attorno alla Terra, torni ad occupare la stessa posizione
rispetto al Sole. Pertanto il mese sinodico dura 2 giorni in più del mese sidereo;ciò deriva dal fatto che,
mentre la Luna ruota attorno alla Terra, la Terra si sposta lungo la sua orbita intorno al Sole: quindi, per
tornare nello stesso allineamento rispetto alla Terra e al Sole, la Luna deve compiere un po’ più di un giro
completo.
LE ECLISSI
L’allineamento di Sole, Terra e Luna provoca il fenomeno delle eclissi. Quando la Luna viene a
trovarsi fra il Sole e la Terra si ha un’eclissi di Sole perché l’ombra proiettata dalla luna sulla Terra
impedisce di vedere parzialmente o totalmente, il Sole. Teoricamente questo fenomeno dovrebbe verificarsi
ad ogni lunazione in corrispondenza della fase di luna nuova; in realtà ciò non avviene perché tale enomeno
si può verificare solo quando i tre corpi celesti (Terra, Sole e Luna) sono allineati o prossimi
all’allineamento: la Luna deve trovarsi cioè in uno dei due nodi. L’eclissi di Sole può essere totale,
quando il disco solare viene totalmente coperto dal disco lunare; oppure parziale, quando non è
completamente oscurato. L’ultima eclissi totale di Sole si è verificata nel 1999.
Quando invece la Terra va ad interporsi tra il Sole e la Luna, il cono d’ombra proiettato dalla Terra
sulla Luna ne oscura totalmente o parzialmente la vista: si ha un’eclissi di Luna. Anche in questo caso il
fenomeno dovrebbe verificarsi, in teoria ad ogni lunazione in corrispondenza della luna piena; in realtà
avviene solo se si ha l’allineamento dei tre corpi celesti.
Le eclissi possono essere parziali o totali, ma per le eclissi di Sole questo è un evento abbastanza raro,
perché richiede che la Luna si trovi esattamente in un nodo. Se la Luna è in apogeo, è troppo distante per
nascondere completamente il Sole; assistiamo ad una eclissi anulare. Le eclissi totali di Sole si osservano
solo in piccole zone della superficie terrestre (fasce di circa 270 km di ampiezza).

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Petrologia
Minerali e rocce
La petrologia è la scienza che studia e descrive la struttura e la genesi delle rocce.

Le ROCCE sono aggregati di uno o più minerali, formatesi attraverso processi di natura diversa, legati
essenzialmente a fenomeni geologici che richiedono milioni di anni per completarsi.

I MINERALI sono sostanze inorganiche, allo stato solido, caratterizzate da una composizione definita e
rappresentabili quindi attraverso una caratteristica formula chimica.

Quasi tutti i minerali sono inoltre caratterizzati da una struttura molecolare rigorosamente ordinata, detta
struttura cristallina ed i solidi che la possiedono si presentano come cristalli, figure geometriche
caratterizzate da facce, spigoli e vertici. Alcuni minerali presentano invece una struttura molecolare caotica
e disordinata, detta struttura amorfa. Ad esempio il biossido di silicio (SiO2) può formare bei cristalli
regolari e trasparenti di quarzo, mentre quando si presenta in struttura amorfa forma minerali variamente
colorati (per la presenza di impurezze) noti come agata, onice, selce, corniola a seconda della genesi e del
colore.

I MINERALI SONO COMPOSTI PER IL 98% DA 8 ELEMENTI CHIMICI.


L'Ossigeno è l'elemento più abbondante nei minerali (47% in peso e ben 93% in volume). Segue il Silicio
(27,3%), l'Alluminio (8,1%), il Ferro (5,1%), il Calcio (3,6%), il Sodio (2,5%), il Potassio (2,5%), il
Magnesio (2,1%). Tutti gli altri costituiscono solo l'1,8%.

La maggior parte dei minerali che formano le rocce appartengono alle seguenti classi di composti chimici:
1) SILICATI - Possono essere pensati come sali dell'acido ortosilicico (H 4SiO4), in cui gli idrogeni vengono
sostituiti in proporzioni diverse dai metalli citati in precedenza (SiO44- anione silicato). I silicati
costituiscono da soli più dell'80% della crosta terrestre.
2) CARBONATI - Sono i sali dell'acido carbonico (H 2CO3). Tra i carbonati più diffusi vi è sicuramente il
carbonato di calcio, che va a formare le rocce calcaree. (CO32- anione carbonato)
3) OSSIDI e IDROSSIDI - Composti di metalli più ossigeno (ematite Fe2O3) e metalli più ossidrili (brucite
Mg(OH)2)
4) SOLFURI - Sono i sali dell'acido solfidrico (H2S) (pirite FeS2, blenda ZnS) (S2- anione solfuro).
5) SOLFATI - Sono i sali dell'acido solforico (H2SO4) (solfato di calcio biidrato o gesso CaSO4*2H2O)
(SO42- anione solfato)
6) ALOGENURI O ALOIDI - Sono sali degli acidi alogenidrici (HBr, HCl, HF) (cloruro di sodio NaCl).

Le rocce: classificazione
Le rocce vengono classificate in relazione al processo attraverso il quale si sono formate in 3 gruppi:
Rocce ignee o magmatiche - formatesi attraverso un processo di raffreddamento e solidificazione di una
massa fusa di composizione prevalentemente silicatica detta magma.
Rocce sedimentarie - si formano per deposizione e compattazione di materiali che possono provenire dalla
degradazione di rocce preesistenti (detriti o clasti), da resti di organismi viventi, dalla precipitazione di
composti chimici sciolti in acqua.
Rocce metamorfiche - si producono attraverso processi di profonda alterazione strutturale di rocce
preesistenti legati a modificazioni delle condizioni termodinamiche (in genere forti aumenti di temperatura e
pressione).
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Tra le tre classi di rocce esiste uno scambio dinamico. Rocce metamorfiche si possono infatti formare a
partire da rocce magmatiche e sedimentarie (e anche da rocce metamorfiche di tipo diverso). Rocce
sedimentarie possono costituirsi a partire dalla disgregazione di rocce di una qualsiasi delle suddette classi.
Infine un qualsiasi tipo di roccia può subire un processo di fusione che la trasforma in un magma in grado di
solidificare in rocce ignee. Tale complessa catena di interconnessioni è chiamata ciclo delle rocce o ciclo
litogenetico.

Rocce ignee o magmatiche


Il magma da cui prende origine tale gruppo di rocce è costituito da una miscela di silicati in cui si trovano
disciolti diversi elementi e composti gassosi (H2, HCl, Cl2, F2, HF, H2S, SO2 etc).
I gas, detti anche componenti volatili o agenti mineralizzatori, mantengono il magma ad una pressione
molto elevata che ne facilita la risalita qualora si apra una fessura nella crosta terrestre. Inoltre rendono il
magma molto fluido favorendo il processo di cristallizzazione dei minerali.
Il magma si trova racchiuso in camere magmatiche all'interno della crosta terrestre, ad una profondità che
può variare da qualche km a qualche decina di km.
Se il magma solidifica in profondità all'interno della crosta terrestre in condizioni di pressione elevata si
formano le rocce magmatiche intrusive (o plutoniche), se invece la solidificazione avviene una volta che il
magma è fuoriuscito e quindi in condizione di bassa pressione si formano le rocce magmatiche effusive (o
vulcaniche).

Rocce intrusive (Plutoniti)


Se la solidificazione avviene in profondità, in presenza della componente volatile, attraverso un processo di
lento raffreddamento, tutti i minerali hanno l'opportunità di cristallizzare più o meno regolarmente. Ne
risulta una roccia costituita interamente da cristalli dei vari minerali, distinguibili ad occhio nudo. Le rocce
intrusive presentano perciò una tipica struttura olocristallina.
Rocce effusive (Vulcaniti)
Se il magma, dopo essere risalito, solidifica in superficie attraverso un rapido processo di raffreddamento e
degassamento che lo priva della componente volatile. In queste condizioni si formerà una roccia con una
matrice microcristallina, costituita da cristalli invisibili ad occhio nudo in cui sono dispersi in piccola parte
cristalli evidenti (fenocristalli), o, addirittura, un solido amorfo:
In alcuni casi, quando il raffreddamento è particolarmente rapido, le rocce effusive possono dar luogo a
strutture particolari, come nel caso delle ossidiane, in cui tutti i minerali si sono bloccati nella struttura
completamente caotica che caratterizza i fluidi, producendo un solido perfettamente amorfo o "vetroso". Un
altro caso particolare è quello delle pomici, in cui un degasamento particolarmente rapido ha prodotto una
struttura spugnosa.

Classificazione dei magmi


Maggiore è il contenuto in silice di un magma (e delle rocce da esso derivate) e più il magma viene
classificato come "acido". In tal caso i termini "acido", "basico" e "neutro" non hanno nulla a che vedere con
il pH del magma
Magmi acidi (silice > 65%) o SIALICI
Sono caratterizzati da una percentuale di silice totale superiore al 65%. Contengono soprattutto silicati di
Alluminio (da cui la denominazione di "sialici"): come i feldspati di Potassio (ortoclasio), i plagioclasi sodici
(albite) e naturalmente un elevato contenuto in quarzo. Il colore è tendenzialmente chiaro. Tali magmi
risultano piuttosto viscosi e relativamente poco caldi (600-800°C) per la presenza di un'elevata percentuale
di silice. Consolidandosi producono rocce ignee dette anch'esse sialiche o acide o persiliciche. Le rocce
sialiche vengono raggruppate in due famiglie principali, quella dei graniti (intrusive) e quella dei porfidi o
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rioliti (corrispondenti effusivi dei graniti). In altre parole porfidi e graniti derivano da uno stesso tipo di
magma che produce rocce strutturalmente diverse in relazione alle modalità di raffreddamento.

Magmi basici (silice < 52%) o FEMICI


Sono caratterizzati da una percentuale in silice inferiore al 52%. Sono presenti soprattutto silicati di Ferro e
Magnesio (da cui il termine "femico" o "mafico" con cui sono indicati):
- come gli anfiboli, i pirosseni, le olivine e i plagioclasi calcici (anortite). Si tratta di minerali pesanti (3.2-3.3
gr/cm3) e di colore tendenzialmente scuro. Tali magmi risultano piuttosto fluidi e sono caratterizzati da
temperature relativamente alte (intorno ai 1200 °C). Consolidandosi producono due famiglie di rocce ignee,
dette anch'esse basiche o femiche o iposiliciche. Ricordiamo i gabbri (intrusive) ed i loro corrispondenti
effusivi, i basalti.

Classificazione delle rocce ignee


Vulcaniche Basalto

Mafiche

Plutoniche Gabbro

ROCCE IGNEE

Vulcaniche Riolite

Felsiche
Mafiche

Plutoniche Granito

Le rocce sedimentarie
Ricoprono buona parte della superficie terrestre (75% circa), formando tuttavia uno strato estremamente
sottile. Le rocce sedimentarie si formano dalla degradazione di rocce preesistenti o di materiale incoerente di
origine prevalentemente inorganica, attraverso processi di accumulo, compattazione e successiva
cementificazione in ambiente quasi sempre subacqueo.
La classificazione più semplice delle rocce sedimentarie si fonda sulla natura e sull'origine del materiale che
costituisce il sedimento, distinguendole in clastiche o detritiche, di deposito chimico e organogene.
Rocce sedimentarie clastiche o detritiche
Le rocce detritiche si producono per degradazione o alterazione di rocce preesistenti, con formazioni di
frammenti rocciosi, detti clasti. Nel processo di formazione di tali rocce si distinguono tipicamente 5 fasi,
delle quali le ultime due sono comuni anche agli altri tipi di rocce sedimentarie:

Degradazione Erosione Trasporto Sedimentazione Diagenesi.


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Degradazione o alterazione di una roccia preesistente


Consiste in un complesso di fenomeni fisici e chimici legati per la maggior parte alla presenza degli agenti
atmosferici (aria, acqua, temperatura, pH, essiccamento, adsorbimento, solubilizzazione, ecc.)
Erosione
Una volta che la roccia è stata alterata i frammenti rocciosi possono essere erosi o rimossi ad opera degli
agenti geomorfologici. Con tale termine si indicano tutti quegli agenti in grado di modificare l'aspetto della
superficie terrestre come il vento, le precipitazioni, i corsi d'acqua, il moto ondoso e le correnti marine, i
ghiacciai e la stessa gravità. Naturalmente l'erosione avviene più facilmente sulla roccia già degradata, ma
può avvenire, anche se con maggior difficoltà e lentezza anche su rocce non degradate.

Trasporto dei clasti


Una volta rimossi, i frammenti rocciosi (clasti) vengono trasportati dagli stessi agenti responsabili del
processo erosivo per tratti più o meno lunghi. I maggiori responsabili del trasporto dei clasti sono senz'altro
i corsi d'acqua, dove i frammenti rocciosi possono essere portati per lo più in sospensione.

Sedimentazione
Quando la forza di trasporto diminuisce o cessa, i frammenti rocciosi si depositano, o meglio, sedimentano.
Come abbiamo già detto la maggior parte della sedimentazione avviene in ambiente subacqueo.
Così i sedimenti più grossolani sedimentano prima, mentre quelli più fini arrivano a sedimentare solo nelle
calme acque dei laghi, delle paludi o in mare aperto.
Il processo di sedimentazione produce strati di sedimenti. La stratificazione è una caratteristica peculiare
delle rocce sedimentarie, che le rende facilmente distinguibili dalle altre rocce.
Inoltre assieme ai clasti si mescolano inevitabilmente resti di organismi morti che spesso si conservano
all'interno della roccia come fossili. Solo le rocce sedimentarie presentano fossili.

Diagenesi o Litificazione
La semplice sedimentazione di materiale incoerente non è in grado di produrre una roccia. Sono necessari
dei processi di costipamento e di cementazione dei clasti, che producono la vera e propria litificazione, il
passaggio cioè da un materiale sciolto ad una struttura rocciosa.
Il costipamento consiste nella progressiva diminuzione di volume degli strati più profondi per compressione
da parte dei sedimenti che si vanno via via accumulando in superficie.
La cementazione consiste nella precipitazione dei sali disciolti nell'acqua che impregna i sedimenti, man
mano che questa viene eliminata dal processo di costipamento. Si tratta quasi sempre di CaCO 3 e di SiO2,
che si depositano tra gli interstizi saldando insieme i clasti.

Classificazione delle rocce clastiche


La classificazione delle rocce clastiche si basa sulla dimensioni dei clasti e non sulla loro composizione
chimica. In esse si possono trovare una gran varietà di minerali, ma i principali costituenti sono i minerali
argillosi ed il quarzo, entrambi provenienti dall'alterazione chimica dei silicati ed il calcare.

Le ruditi (o psefiti)
sono costituite da clasti con dimensioni superiore ai 2 mm. Le ruditi sono spesso indicate con il nome di
conglomerati. Se i clasti che li formano possiedono spigoli vivi, i conglomerati sono detti brecce. Se invece
sono stati arrotondati dall'azione del trasporto fluviale o glaciale sino a diventare ghiaie, i conglomerati che
ne derivano prendono il nome di puddinghe (dall'inglese pudding = budino).
Le areniti o arenarie (o psammiti)
sono composte da clasti le cui dimensioni sono comprese tra 1/16 di mm e 2 mm, le dimensioni tipiche della
sabbia. Le areniti costituite prevalentemente di granuli di quarzo sono dette quarzareniti. Nel caso siano
presenti in quantità rilevante anche altri minerali si parla di calcareniti, grovacche (se è presente anche
argilla) e arcose (se è presente feldspato).
Le peliti (o lutiti)
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sono costituite da granuli di dimensioni inferiori ad 1/16 di mm. Si dividono in siltiti (silt = limo, melma) con
granuli compresi tra 1/16 e 1/256 di mm e argilliti , con granuli inferiori ad 1/256 di mm. Le peliti sono
costituite per lo più da minerali argillosi (su buona parte dei fondali oceanici si depositano solo argille).
Quando un'argillite contiene una quantità di calcare compreso tra il 35% ed il 65% viene detta marna. Le
marne venivano un tempo estratte e macinate per produrre cemento (oggi si mescolano argilla e calcare nella
quantità desiderata).
Il diametro dei sedimenti condiziona la velocità di sedimentazione. Così i clasti più grossolani vengono
trasportati solo da acque a carattere torrentizio, da frane o da ghiacciai, mentre le sabbie possono essere
trasportate anche dal vento o da acque fluviali. Argille e silt rimangono in sospensione a lungo e decantano
con estrema lentezza solo quando l'acqua è perfettamente calma.
Piroclastiti
Le rocce piroclastiche o piroclastiti vengono comunemente classificate come rocce detritiche, anche se non
derivano da processi di degradazione di rocce preesistenti, ma dall'accumulo in ambiente subaereo o
subacqueo di polveri e lapilli vulcanici. Tra le più tipiche piroclastiti vi sono i tufi.

Rocce sedimentarie di deposito chimico


Si formano per precipitazione chimica di sostanze disciolte nelle acque. Le cause della precipitazione
possono essere diverse. Tra le più frequenti vi è:
 l'evaporazione dell'acqua che, eliminando il solvente, aumenta la concentrazione dei soluti fino a
raggiungere il punto di saturazione;
 il raffreddamento delle acque termali che produce una diminuzione nella solubilità dei sali (la
solubilità dei sali aumenta all'aumentare della temperatura).
Quando i sali disciolti nell'acqua iniziano a precipitare, per evaporazione o per raffreddamento dell'acqua, si
depositano sempre con una certa successione che dipende dalla diversa solubilità.
Il carbonato di calcio è il primo sale a precipitare, seguito dal gesso, dall'anidrite, dal cloruro di sodio e dal
cloruro di K.
Essendo poco solubile e precipitando per primo il carbonato di calcio forma la maggior parte delle rocce di
deposito chimico.
Quando in un bacino poco profondo l'acqua evapora completamente o quasi completamente oltre al
carbonato precipitano anche tutti gli altri sali secondo la sequenza già vista, detta serie evaporitica. Tali
rocce sono dette evaporiti. La Sicilia è ricca di rocce evaporitiche caratterizzate da una stratificazione
denominata Serie Gessoso Solfifera Siciliana. I territori delle province di Caltanissetta e Agrigento vantano i
maggiori giacimenti di salgemma, di zolfo e gesso tanto che hanno condizionato la società locale e le opere
letterarie da Verga a Sciascia.

Tipiche concrezioni calcaree spugnose si producono inoltre dalla nebulizzazione dell'acqua in


corrispondenza di cascate. Ne è un esempio il travertino (lapis tiburtinus = pietra di Tivoli), un calcare
bianco cariato prodottosi milioni di anni fa dalle cascate dell'Aniene ed utilizzato per costruire la maggior
parte dei monumenti romani. Appartiene ai calcari di deposito chimico anche l'alabastro calcareo che si
produce per deposizione dall'acqua satura di bicarbonato che gocciola dalle pareti delle grotte, formando
vari tipi di concrezioni tra cui le stalattiti (sul tetto) e le stalagmiti (sul pavimento).
Anche la silice, in soluzione in acque marine, può precipitare chimicamente producendo selci di deposito
chimico, come il calcedonio e l'opàle. Possono infine essere considerate rocce di deposito chimico anche
quelle prodotte dall'alterazione chimica dei silicati presenti in rocce ignee o metamorfiche, con produzione di
argilliti, bauxiti, lateriti etc. Quando tali sedimenti rimangono in loco e non vengono asportati, sono
classificati come rocce residuali.

Rocce sedimentarie organogene


Sono rocce formatesi in seguito all'attività di organismi viventi. La gran parte di queste rocce si forma in
ambiente marino. Qui vivono un gran numero di specie animali e vegetali in grado di estrarre dall'acqua del
mare calcare o silice, che utilizzano per la costruzione di scheletri e rivestimenti (gusci e conchiglie). Alla
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loro morte, mentre la sostanza organica va rapidamente in decomposizione, le loro strutture di sostegno
possono facilmente depositarsi ed accumularsi producendo sedimenti in grado di litificare.

Calcari organogeni
Tra questi ricordiamo i calcari organogeni neritici che si formano in acque basse (ambiente neritico) per
l'attività di esseri viventi benthonici (benthos = esseri viventi fissi sul fondo o in grado di eseguire piccoli
movimenti). Tipici sono gli accumuli di gusci di molluschi che spesso rimangono in parte ancora visibili
all'interno della roccia (calcare fossillifero) e i calcari di scogliera, prodotti dall'attività costruttrice di
celenterati (coralli e madrepore) che vivono fissati alle scogliere. Delle trasformazioni metasomatiche di
alcuni di questi calcari in dolomie abbiamo già detto. Meno frequenti sono i calcari organogeni pelagici che
si formano in acque profonde (ambiente pelagico) per la sedimentazione dei microscopici gusci calcarei di
organismi planctonici (plancton = esseri viventi, per lo più unicellulari che vivono in sospensione, trasportati
passivamente dall'acqua), quali i foraminiferi (protozoi unicellulari).
Selci organogene
Si formano per lo più in ambiente pelagico per l'accumulo dei resti silicei di organismi plantonici come i
radiolari (protozoi unicellulari) e le diatomee (alghe unicellulari). Selci organogene si possono formare anche
per l'accumulo degli scheletri silicei di alcune spugne (poriferi). In genere le selci organogene si trovano a
formare straterelli all'interno di rocce calcaree.
Carbone e petrolio
In condizioni particolari la sostanza organica può conservarsi e concentrarsi in grandi accumuli producendo
dei depositi che possono in ultima analisi essere considerati vere e proprie rocce organogene. I vari tipi di
carbone, ad esempio, si producono a partire da grandi masse di organismi vegetali sepolte, dopo la loro
morte, in paludi ed acquitrini. L'acqua stagnante povera di ossigeno sottrae la materia organica alla
decomposizione aerobia (ossidazione). In queste condizioni la materia organica subisce una serie di
trasformazioni chimiche sostenute dall'attività di organismi anaerobii che la impoveriscono gradualmente di
ossigeno ed idrogeno, senza intaccare i legami C-C ricchi di energia. La cellulosa, costituita da molte
molecole di glucosio (C6H12O6), aumenta in tal modo la sua percentuale relativa di carbonio,
trasformandosi lentamente in carbone.

cellulosa  torba  lignite  litantrace  antracite

I diversi tipi di carbone rappresentano stadi evolutive diversi, caratterizzati da una percentuale di carbonio
via via maggiore e quindi da poteri calorici via via più elevati.
Un altro esempio è dato dal petrolio e dalle sostanze ad esso affini (asfalti, bitumi, metano etc), le quali si
ritiene prendano origine in acque costiere marine (vaste lagune e golfi protetti dal moto ondoso) dove è
scarsa la circolazione idrica e limitato il ricambio di ossigeno, mentre è notevole l'apporto di sedimenti in
sospensione da parte dei fiumi.
In tali condizioni, i numerosissimi organismi animali e vegetali che vivono in tali zone, alla loro morte, si
depositano sul fondo e vengono rapidamente seppelliti dai sedimenti e sottratti alla decomposizione. Con il
tempo i processi di alterazione anaerobia trasformano lentamente tale sostanza organica in idrocarburi.
Affinché si formi il petrolio (naftogenesi) è necessario che i sedimenti organici vengano seppelliti da almeno
1000 - 1500 m di spessore, venendosi a trovare a temperature e pressioni piuttosto elevate. Una volta
formatisi gli idrocarburi tendono a migrare verso l'alto, filtrando attraverso rocce porose (calcari fessurati e
arenarie). La risalita può essere però ostacolata dalla presenza di eventuali strati rocciosi impermeabili
(argille, marne) che intrappolano così gli idrocarburi nelle sottostanti rocce permeabili. Tali rocce impregnate
di idrocarburi si dicono rocce serbatoio, mentre le rocce sovrastanti sono dette rocce di copertura.

Le rocce metamorfiche
Le rocce metamorfiche derivano da trasformazione di rocce preesistenti quando queste vengono sottoposte
a drastiche modificazioni nelle condizioni di temperatura e/o pressione.
Una roccia se viene sottoposta a condizioni termobariche differenti i suoi minerali tendono a modificarsi
verso una nuova associazione mineralogica in equilibrio con le nuove condizioni di temperatura e pressione.
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Nella maggior parte dei casi il metamorfismo interessa masse rocciose superficiali, formatesi in condizioni di
temperatura e pressione ordinarie, che, sepolte sotto migliaia di metri di sedimenti, vengono sottoposte ad
un aumento di temperatura e di pressione.

Il metamorfismo comporta una riorganizzazione degli atomi all'interno dei diversi minerali con formazione,
qualora inizialmente assente, di una struttura cristallina. Tutte queste modificazioni avvengono però senza
che la roccia passi allo stato fuso, nel qual caso si produrrebbe una nuova roccia magmatica.

La temperatura ed il grado metamorfico


I fenomeni metamorfici richiedono comunque che la roccia raggiunga temperature minime di 100° - 150°C.
All'aumentare della temperatura aumenta anche il grado metamorfico e, naturalmente, il grado di
ricristallizzazione della roccia.
Bassissimo grado 200 - 350°C
Basso grado 350 - 500°C
Medio grado 500 - 650°C
Alto grado 650 - 800°C
Altissimo grado > 800 °C
Nel metamorfismo di altissimo grado o ultrametamorfismo l'aumento di temperatura è tale da arrivare alla
fusione parziale della roccia. L'ultrametamorfismo sfocia nell'anatessi, con formazione di un magma
anatettico e non è sempre facile distinguere nettamente i due fenomeni

L’azione della pressione: la scistosità


La pressione che agisce sulle rocce può presentare due componenti:
a) una pressione di carico esercitata dal peso delle rocce sovrastanti, il cui valore dipende naturalmente
dalla densità delle rocce.
b) una pressione orientata esercitata dai movimenti crostali orizzontali responsabili dei fenomeni
orogenetici. Tale pressione, agendo in una direzione determinata, è in grado di condizionare la tessitura
(disposizione) della roccia metamorfica che si sta formando. La roccia assume in tal caso una tipica
struttura scistosa (a foglietti).

Tipi di metamorfismo
Le rocce metamorfiche possono derivare oltre che da altre rocce metamorfiche, anche da rocce sedimentarie
(para-metamorfiti) e da rocce ignee (orto-metamorfiti). Si distinguono 4 tipi di metamorfismo: di carico,
regionale, di contatto (o termico), dinamico (o cataclastico).
Metamorfismo regionale
E' legato ai grandi movimenti crostali ed è tipico delle zone dove due frammenti di crosta terrestre si
scontrano e si corrugano a formare montagne. All'interno ed in profondità nelle catene montuose vi sono
grandi estensioni di rocce metamorfiche.
Metamorfismo di contatto o termico
Si produce quando le rocce si trovano in contatto con intrusioni magmatiche. Le rocce circostanti (rocce
incassanti) subiscono un aumento di temperatura a causa del calore emanato dal magma che si raffredda. In
tal modo le intrusioni ignee sono sempre circondate da aureole di rocce metamorfiche (contattiti) il cui
grado metamorfico diminuisce man mano che ci allontaniamo dal corpo magmatico.
Metamorfismo dinamico o cataclastico
Si produce in corrispondenza di grandi fratture della crosta terrestre (faglie), per attrito delle superfici di
contatto di due frammenti crostali che si spostano parallelamente con verso opposto.

Metamorfismo termico, di contatto e dinamico sono fenomeni molto frequenti, ma quantitativamente poco
significativi. Essi generano infatti solo una piccola percentuale delle rocce metamorfiche, la gran parte delle
quali si produce invece in conseguenza dei fenomeni tettonici collegati al metamorfismo regionale.
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CARTOGRAFIA

La carta geografica si definisce come una rappresentazione ridotta, approssimata e simbolica di tutta o
di parte della superficie terrestre. Oppure come rappresentazione planimetrica ed altimetrica di una
determinata zona di terreno mediante segni convenzionali e secondo un determinato rapporto di
riduzione.

LE CARTE GEOGRAFICHE SONO :

-Conformi, o ortometriche, se conservano inalterate le forme rappresentate rispetto a quelle reali.

-Isogoniche, o autogonali, se conservano inalterati gli angoli di rette qualsiasi con i meridiani e paralleli
(reticolato geografico). Le carte conformi sono anche isogoniche ma non tutte le isogoniche sono conformi.

-Equivalenti od autaliche se conservano inalterati i rapporti tra le superfici reali e quelle rappresentate.

-Affillatiche se alterano più o meno tutti gli elementi della rappresentazione. In questo tipo sono comprese le
carte equidistanti o lineari che conservano le distanze lungo particolari linee.

Una carta non può possedere tutte e le caratteristiche ma solo due di esse.

SCALA DELLE CARTE:

La scala indica il valore di riduzione che è stato applicato alla carta , le scala può essere numerica (1:5000,
1:10.000, 1:100.000 ecc...), oppure grafica (segmento diviso in parti che indicano i valori reali).
In base alla scala numerica le carte si possono classificare in:
-Piante (piani per le città e mappe per le campagne) scale comprese fra 1:1 e 1:10.000
-Carte topografiche: quelle con scale comprese fra 1:10.000 e 1:100.000
-Carte corografiche: quelle con scale comprese fra 1:100.000 e 1:1.000.000
-Carte generali: quelle con scale oltre gli 1:1.000.000

Le scale grandi sono quelle con numero basso e viceversa. Le carte inoltre possono essere: tematiche,
fisiche, politiche e itinerarie.

PROIEZIONI GRAFICHE:
Le carte possono essere:
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-Proiezioni prospettiche, o pure, o vere se il reticolato geografico della carta è stato ottenuto solamente su
basi geometriche cioè con una vera e propria proiezione del reticolato geografico terrestre su una superficie.

-Proiezioni modificate se il reticolato geografico della carta è stato ottenuto modificando per via
matematica qualche elemento delle proiezioni prospettiche.
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-Proiezioni convenzionali se il reticolato geografico della carta è stato ottenuto esclusivamente con calcoli
matematici per ottenere qualche proprietà (equivalenza, isogonia, conformità)

Si chiama trasformata la rappresentazione sulla carta di una linea sul globo terrestre, il reticolato
geometrico della carta è quindi costituito dall’insieme delle trasformate dei paralleli e dei meridiani.

PROIEZIONI PROSPETTICHE VERE

Prendono i vari nomi a seconda del quadro usato nella proiezione.


-Piane se il quadro di proiezione è un piano
-Cilindriche se il quadro di proiezione è un cilindro, in particolare si dice diretta se l’asse del cilindro è
coincidente con quello terrestre (in sostanza il cilindro è tangente all’equatore), oppure inversa se l’asse del
cilindro è normale a quello del globo.
-Coniche se il quadro è un cono, esse sono sempre dirette
E poi ci sono le multiple, policentriche o poliedriche , policilindriche e policoniche.
In relazione alla posizione che può assumere il piano ausiliario, le proiezioni prospettiche possono essere:
-Polari se il piano è perpendicolare all’asse terrestre e tangente il globo.
-Meridiane se il piano è parallelo ad un meridiano e tangente il globo, sono dette anche equatoriali se hanno
come punto di tangenza l’equatore.
-Azimutali, oblique se il piano è tangente il globo in una posizione qualsiasi.
Essendo vere devono avere un punto di proiezione che le distingue a seconda della sua posizione in:
-Centrografiche o gnomoniche se il punto di proiezione è nel centro del globo.
-Stereografiche se il punto è posto sulla superficie terrestre all’antipodo del punto di tangenza del quadro.
-Scenografiche, con il centro di proiezione al di fuori del globo, ad una distanza variabile ma ben definita.
-Ortografiche, con il centro di proiezione a distanza infinita.

PROIEZIONE CENTROGRAFICA PIANA POLARE:

E’ facile comprendere come tutti i meridiani siano delle rette che si


intersecano nel punto di tangenza (polo) mentre i paralleli sono delle
circonferenze che si allontanano tra loro sempre di più man mano che
ci si allontana dal punto di tangenza. Queste proiezioni non sono nè
equivalenti nè isogoniche ma godono della proprietà che ogni
circonferenza massima sulla superficie terrestre viene rappresentata
sul quadro come una retta; ciò vuol dire che per determinare la
distanza tra due punti è sufficiente tracciare il segmento che li unisce
e si otterrà, tramite la scala la distanza effettiva senza variazioni o
rischio di errore.

PROIEZIONE STEREOGRAFICA PIANA POLARE o antica di Tolomeo:


30

Questa proiezione è la più interessante e gode delle seguenti proprietà:


1) L’angolo formato da due direzioni qualsiasi uscenti da un punto del globo è
uguale a quello delle loro rappresentazioni sulla proiezione (la carta è perciò
isogonicha)

2)Ogni circonferenza massima (o minore dei paralleli) sul globo si trasforma in


una circonferenza sulla proiezione. Tale proiezione perciò conserva il percorso
lossodromico.

E’ facile risalire alla forma del reticolato geografico che mostra i meridiani
come segmenti di lunghezza finita tutti intersecantesi in un punto (polo) ed i
loro paralleli come circonferenze che si allontanano sempre di più tra loro a
procedere verso l’esterno del punto di tangenza.

PROIEZIONE CILINDRICA CENTRALE DIRETTA:


Il quadro è un cilindro tangente l’equatore e cioè con l’asse
coincidente con l’asse terrestre. Il centro di proiezione è al
centro della Terra. E’ facile comprendere come il reticolato
geografico, una volta sviluppato il cilindro su un piano, sia
costituito da meridiani sempre rettilinei, di lunghezza infinita
(non è possibile proiettare i poli), equidistanti tra loro. I
paralleli sono invece segmenti ortogonali ai meridiani che si
allontanano tra loro sempre di più a procedere dall’equatore
alle alte latitudini. La carta è equidistante per l’equatore e le
sue immediate vicinanze, per il resto non ha particolari
proprietà, però da questa Mercatore ottenne la modificata che
è molto utile.
31

PROIEZIONE CILINDRICA PURA ORTOGONALE DIRETTA o di Lambert:


Costruita nel 1770-1780 va sotto il nome di
proiezione equivalente di Lambert. In essa il
punto di vista è un punto mobile all’infinito
giacente sul piano del meridiano che si proietta,
in direzione normale all’asse del cilindro.
Oppure, tutti i punti dell’asse terrestre sono
punti di proiezione contemporanea. I meridiani
sono equidistanti tra loro. I paralleli si
avvicinano procedendo dall’equatore verso le
alte latitudini. La carta è equivalente, nella
proiezione di Lambert ogni zona ha come base
l’arco di equatore fra i meridiani e come altezza
la reale altezza della zona sul globo trattandosi
di una proiezione

terrestre oppure carte geografiche di zone vicino all’equatore.

ortogonale .Oltre a quella dell’equivalenza non ha altre proprietà, essa è usata soprattutto per costruire carte tematiche
dell’intera superficie
32

PROIEZIONE CILINDRICA CENTRALE INVERSA:

Il cilindro di proiezione è tangente lungo un meridiano con asse giacente sul piano dell’equatore. Lo sviluppo
del cilindro su un piano mostra che i meridiani sono generalmente delle ellissi (il meridiano di tangenza è un
segmento rettilineo) mentre i paralleli sono delle linee “gobbe”. Questo tipo di proiezione in pratica non è
usata mentre è importantissima una sua variazione in modo da rendere la carta conforme (carta di Gauss) che
viene applicata alla cartografia italiana.

PROIEZIONI CONICHE PURE:

Ci sono i paralleli standard con basse deformazioni. Queste rappresentazioni si usano per carte che vanno
però a NORD e a SUD dei paralleli standard.

PROIEZIONI MODIFICATE:

PROIEZIONE ISOGONA DI MERCATORE (eseguita nel 1569 dal cartografo olandese Kramer
soprannominato Mercatore):
E’ stata ottenuta modificando il reticolato geografico della
proiezione cilindrica centrale diretta. Si immagini di
proiettare dal centro del globo i meridiani sul cilindro
tangente all’equatore e si otterranno come proiezioni delle
rette parallele fra loro e perpendicolari alla proiezione
dell’equatore. Gli intervalli fra i meridiani sono costanti. Per
quanto riguarda i paralleli, per ottenere la proprietà della
conformità, occorre che il rapporto fra 2 elementi lineari
presi sul globo stesso sia uguale a quello fra i 2 elementi
corrispondenti della rappresentazione. E’ evidente che sul
globo gli archi di paralleli compresi fra
due meridiani diventano sempre più piccoli con l’aumentare della latitudine mentre sulla rappresentazione gli
stessi archi di parallelo rimangono costanti in quanto abbiamo visto che i meridiani sono rettilinei ed
equidistanti. Per far sì che il rapporto esistente sul globo fra un archetto di meridiano ed un archetto di
parallelo, uscenti da uno stesso punto, si conservi nelle proiezione, restando costante come visto l’arco di
parallelo , occorrerà ampliare convenientemente l’arco di meridiano al crescere della latitudine. Di
conseguenza si ottiene un reticolato geografico che mostra i paralleli sempre più distanziati con la latitudine.
Nella carta di Mercatore le linee lossodromiche (quelle che formano angoli costanti con il reticolato
33

geografico), sono rappresentate da rette, sul globo invece sono delle spirali convergenti al polo. Questa carta
è usata per la navigazione perchè per trovare la rotta più breve tra due punti basterà tracciare un segmento, se
non è la più breve è sicuramente la più facile.

PROIEZIONE CONICA SEMPLICE DI TOLOMEO:

E’ una proiezione conica modificata che si ottiene immaginando di proiettare i


meridiani dal centro del globo sul cono mentre i paralleli si immaginano riportati
sul cono secondo sezioni normali a questo in modo tale che le loro distanze
reciproche misurate lungo le generatrici del cono siano le stesse di quelle sul
globo terrestre misurate lungo i meridiani. In altri termini, i paralleli non
vengono ottenuti con il criterio della proiezione ma posizionati ad intervalli
opportuni. Questa proiezione è solo equidistante lungo i meridiani ed è adatta
solo per medie latitudini (vicino al piano di tangenza del cono).

PROIEZIONE CONICA DI BONNE:

E’ il tipo di proiezione usata per la rappresentazione della Carta d’Italia del 1889 e in
Francia nel 1878. E’ una carta equivalente, conserva i paralleli come nella Carta
conica semplice di Tolomeo mentre i meridiani si ottengono riportando le distanze
reciproche dei meridiani sul globo, alle diverse latitudini, lungo i paralleli già
tracciati per cui i meridiani risultano delle curve.

PROIEZIONE CONICA CONFORME DI LAMBERT:

In questa proiezione il cono interseca il globo su due paralleli invece che su uno
solo, il vantaggio consiste nel fatto che quando la spaziatura fra i paralleli è
modificata in modo da rendere la carta conforme, la scala subisce con la latitudine
una variazione minore di quanto non avvenga in una carta di proiezione conica
tangenziale. I paralleli sono archi e i meridiani sono rette.

PROIEZIONI CONVENZIONALI

PROIEZIONE SINUSOIDALE DI SANSON-FLAMSTED:

E’ importante perchè fu usata questa proiezione per costruire la prima cartografia italiana del territorio
nazionale. Per stabilire il reticolato geografico di un emisfero si stabilisce un
segmento verticale che rappresenta il meridiano di origine il cui sviluppo viene
riportato in scala. Nel suo punto di mezzo si traccia una perpendicolare e lungo
questa si riporta lo sviluppo del semiequatore, metà per parte. Si suddivide

quindi il segmento che rappresenta lo sviluppo del semimeridiano di origine in tante parti uguali alla distanza
che rappresenta la distanza tra parallelo e parallelo sulla superficie terrestre. In corrispondenza di ciascun
punto così determinato si riporta perpendicolarmente al semimeridiano di origine la lunghezza dei corrispettivi
archi di parallelo, metà per parte. Su questi si riportano i punti di intersezione dei vari meridiani che possono
essere così ricostruiti e che risultano di forma sinusoidale. La rappresentazione risulta così equidistante
34

lungo il meridiano di origine e lungo tutti i paralleli. Essa è inoltre equivalente poichè ogni maglia di
figura trapezoidale ha base ed altezza in proporzione a quelle del globo. Un problema che si poneva però era
quello di unire i vari fogli, ma questo difetto fu sistemato da Gauss-Boaga. Queste carte vennero chiamati
Fogli e furono individuati con dei numeri. Ogni Foglio fu suddiviso in 4 parti dette Quadranti indicate con
numeri romani in senso orario. Ogni Quadrante fu a sua volta suddiviso in 4 Tavolette indicate dai punti
cardinali. Per ovviare all’inconveniente di non poter unire due fogli l’Istituto Geografico Militare Italiano
(I.G.M.I.), che cura la compilazione della cartografia italiana ha iniziato una nuova cartografia introducendo
il reticolato chilometrico (con maglie di 1 km di lato) secondo lo schema della rappresentazione conforme di
Gauss.

PROIEZIONE CONFORME DI GAUSS:

Dagli americani è chiamata U.T.M. (Universal Trasvers Mercator


Proiection), perchè assomiglia a quella di Mercatore ma non ha
niente in comune con essa. In questa carta la costruzione dei
meridiani e paralleli è ottenuta con formule matematiche in modo da
renderla conforme. Cilindro è tangente ad un meridiano, la sua
trasformata è rettilinea, lungo questa la carta è anche equidistante.
La trasformata del meridiano di tangenza è presa come asse delle y.
L’equatore reso rettilineo è considerato asse delle x. Gli altri
meridiani e paralleli sono sempre perpendicolari tra loro.

ADATTAMENTO DELLA PROIEZIONE DI GAUSS ALLA CARTOGRAFIA ITALIANA.

Spetta al prof. Boaga, studiò un modo per ovviare agli inconvenienti dovuti alla cartografia di Sanson-
Flambert e perciò prese il nome di Gauss-Boaga.
Boaga ha stabilito di dividere il territorio italiano in 2 fusi cartografici di 6° di longitudine ciascuno. Il fuso
cartografico è la superficie terrestre limitata da 2 meridiani. I due fusi furono chiamati OVEST ed EST in
quanto si trovano ad ovest e a est del meridiano che passa per Roma (M.Mario) Essi hanno i loro meridiani
centrali rispettivamente alle longitudini di 9° e 15° di Greenwich.
Siccome la longitudine del meridiano di Roma, al quale era riferita la vecchia cartografia in proiezione di
Sanson-Flamsteed, era di 12° 27’ 08,40” Est per poter sfruttare le vecchie rappresentazioni si sarebbe dovuta
spostare la squadratura dei due fusi in maniera tale che il loro meridiano di separazione non fosse 12° Est,
come indicato da Boaga, ma 12° 27’ 08,40” Est come voluto da Sanson-Flamsteed.
si è preferito conservare la suddivisione di sanson Flamsteed e tener presente che in questo caso la longitudine
del meridiano di separazione dei due fusi non risulta più 12° bensì 11°57’ 08,40” Est e cioè 12° 27’ 08,40”-30’
che è l’estensione in longitudine di un foglio. Nell’intervallo fra 11° 57’ 08,40” e 12° 27’ 08,40 “ si è
considerata una zona di sovrapposizione fra i due fusi e si è eseguita la sua rappresentazione cartografica
rispetto ad entrambi i fusi stampandola ciascuna sopra 1 delle due facce del foglio di carta.
35

APPLICAZIONE DEL SISTEMA GAUSS-BOAGA ALLA CARTOGRAFIA ITALIANA

In campo internazionale si è pensato di estendere il sistema di proiezione studiato da Gauss-Boaga a tutto il


globo terrestre e si è chiamata Proiezione conforme Universale Trasversa di Mercatore perchè assomiglia
ad una proiezione cilindrica inversa studiata da Mercatore.
Si è quindi diviso il globo in 60 fusi cartografici di ampiezza in longitudine di 6°. Essi sono individuati da
numeri arabi. Il fuso 1 è quello che ha come meridiano occidentale l’antimeridiano di Greenwich, gli altri sono
numerati in ordine crescente ed in senso antiorario. L’ Italia è compresa entro i fusi 32,33,34. L’ ampiezza di
un fuso all’ equatore (6° long.) è pari a circa 700 km. Per una migliore suddivisione della superficie del globo
sono state introdotte le fasce che sono le superfici comprese entro due paralleli distanziati di 8° di lat. Sono
state introdotte 10 fasce nell’ emisfero Nord e 10 nell’ emisfero Sud coprenti quindi un’ ampiezza di 80° di lat.
Nord e Sud. Le fasce sono indicate con delle lettere maiuscole ad iniziare da Sud verso Nord. L’ Italia è
compresa tra le fasce S e T. Una fascia è ampia circa 900 km. Un fuso che interseca una fascia determina un
quadrilatero che si chiama zona la quale sarà distinta dal numero del fuso e dalla lettera della fascia. Con l’
introduzione del reticolato chilometrico, la posizione di un punto viene determinata quindi dalla sua distanza
dall’ equatore e dal meridiano centrale del fuso. Per non avere valori negativi, il meridiano centrale di tutti i
fusi assume il valore convenzionale di 500 km. La zona è ancora troppo grande e quindi essa si scompone
ancora in quadrati di 100 km di lato individuati da altre lettere maiuscole indipendenti da quelle delle fasce.

In sostanza l’ Italia consta di 285 carte alla scala di 1:100.000 dette fogli, ciascuno di essi copre un’ area di
30’ in longitudine per 20’ in latitudine, che in media corrisponde a circa 1500 kmq. Ogni foglio è a sua volta
suddiviso in 4 parti uguali dette quadranti, ingrandite ognuna alle dimensioni grafiche di un foglio, in modo
da assumere la scala 1:50.000; ciascun quadrante comprende un’ area di 15’ in long. e 10’ in lat. (una media di
375 kmq). A sua volta ogni quadrante è suddiviso in ulteriori 4 tavolette, ingrandite anch’ esse allo stesso
modo, in scala 1:25.000 e ciascuna di esse copre un’ area di 7’ 30” in long. per 5’ in lat. (area di 96 kmq
circa).
36

TERRA

TEORIE DELL’ EVOLUZIONE TERRESTRE


-Attualismo (Lyell) che si oppone al Catastrofismo di Cuvier.

INTERNO DELLA TERRA

Per prima cosa va detto che la densità media è di 5,52 g/cmc, e visto che la densità media della crosta è di
circa 2,7 g/cmc si deduce che la Terra al suo interno presenti una densità molto maggiore (circa 7,6 g/cmc), e
quindi si pensa sia costituita da nichel e ferro che hanno un’ elevata densità.

GOLDSCHMIDT ha proposto la seguente ipotesi sulla costituzione terrestre:


-Sial (40-70 km) densità 2,7-2,8; silicati di Al,Na,K.
-Discontinuità di Moho
-Sima (1.000 km) densità 3,6-4; silicati di Mg,Fe,Ca.
-Osol (1.900 km) densità 5,6; ossidi e solfuri di metalli.
-Nife (3.000 km) densità 8; ferro al 90 % e Ni.

Una seconda ipotesi più recente basata su dati geofisici ricavati dai terremoti :
-Crosta (40-60 km)
-Discontinuità di Moho
-Mantello superiore e inferiore (2.900 km)
-Discontinuità di Gutemberg
-Nucleo esterno, fluido (1.380 km)
-Discontinuità di Lehman
-Nucleo interno, solido (1.225 km)

TEORIA DEL RITTMANN:


La Terra al di sotto di 2.900 km (sotto mantello) è costituita da materia solare indifferenziata non degassata
ed a viscosità altissima essendo sottoposta ad altissime pressioni.

Tutte le teorie comunque partono dal presupposto che la densità aumenti con l’ aumentare della profondità e
ciò è spiegabile pensando al processo di differenziazione gravitativa. Esso consiste nel fatto che in una
massa rocciosa fusa i minerali che si formano per primi per il raffreddamento sono anche quelli più pesanti per
cui affondano e sopra di essi si depositano i successivi, più leggeri.
In ogni caso le teorie trovano conferma indiretta studiando la composizione delle meteoriti che si suppongono
frammenti di corpi celesti simili alla terra, esse possono essere di 3 tipi:
-Olosideriti, Fe e Ni (nucleo terrestre).
-Mesosideriti Mg, Fe, Ni (mantello terrestre)
-Asideriti, silicati di Al (crosta terrestre).

CRONOLOGIA GEOLOGICA

L’ età di una roccia può essere determinata da una cronologia relativa o assoluta .
La cronologia relativa si limita a riconoscere che una data roccia è più antica di altre e più recente di altre
ancora; non se ne dà, quindi, un’ età in anni. Alcuni semplici criteri, come quello che in un pacco di rocce
sedimentarie gli strati in basso sono più antichi di quelli superiori, hanno permesso di ricostruire una precisa
successione di forme rocciose; innumerevoli confronti hanno permesso di arrivare a una scala stratigrafica
generale che permette di riassumere i capitoli della Terra pur senza conoscerne l’ età in anni.

NEOZOICA, CENOZOICA, MESOZOICA, PALEOZOICA, ARCHEOZOICA.


L’ attribuzione di una roccia ai vari capitoli viene fatta tramite rapporti geometrici oppure con lo studio dei
fossili.
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Nel caso della cronologia assoluta, invece si procede a una misura in anni dell’ età di una roccia con un
cronometro: la disintegrazione degli isotopi radioattivi di alcuni elementi.
I due sistemi di datazione, relativa e assoluta, pur basati su metodi e criteri molto diversi sono andati via via
integrandosi e attualmente gli intervalli della scala stratigrafica sono tutti definiti anche con le età assolute dei
loro limiti inferiore e superiore (vedi Accordi pag. 264-265).

ELEMENTI STRUTTURALI DELLA CROSTA TERRESTRE

Le vicende geologiche hanno conferito alla superficie terrestre un aspetto vario:


-Zone continentali tabulari.
-Aree di frattura (fosse tettoniche)
-Zone montuose di corrugamento.
-Geosinclinali
-Fondi oceanici.
-Montagne vulcaniche.

Zone continentali tabulari


Sono forme morfologiche pianeggianti che comprendono gli scudi, costituiti da rocce cristalline e i tavolati,
costituiti da rocce sedimentarie. Gli scudi sono la fase finale dell’ erosione delle montagne, mentre i tavolati
sono formazioni sedimentarie che si affiancano agli scudi, sono più recenti di essi però comunque sono molto
antichi e continentali e di mare basso. Scudi e tavolati rappresentano la parte più antica della crosta
continentale. (vedi Accordi)

Aree di frattura
Esistono delle zone depresse della superficie terrestre determinate da sistemi di faglie dirette, tali strutture
sono lo fosse tettoniche o graben (vedi Accordi per i disegni pag 239-240).

Zone montuose di corrugamento


Durante la storia della Terra ebbero luogo complessi fenomeni che portarono alla formazione di catene di
montagne a pieghe (dalle geosinclinali), questo processo si chiama orogenesi. Le Alpi si formarono nel
Permo-Carbonifero (vedi Accordi per dettagli pag. 266-267)

Geosinclinali
Sono delle depressioni del fondo marino, normalmente confinanti con i continenti, soggette ad un lento
sprofondamento del fondo che viene però compensato dall’ accumulo di materiali provenienti dall’ erosione
continentale; sedi delle future catene di montagne e pieghe. Se la massa che proviene dall’ erosione dei
continenti supera l’ entità della subsidenza le geosinclinali si riempiono ed il fondo emerge dal mare.

Fondi oceanici
La morfologia dei fondi oceanici sembra meno accidentata di quella delle terre emerse. dai fondi oceanici
sorgono le isole oceaniche che non hanno nessun legame con eventuali vicini continenti (natura vulcanica o
corallina) e le isole continentali che sono invece propaggini continentali emerse.
I rilievi sommersi si chiamano:
BACINI: depressioni tondeggianti delimitata da elevazioni periferiche.
FOSSA: depressione stretta ed allungata, con versanti ripidi.
DORSALI: lunga e larga elevazione del fondo oceanico con o senza diramazioni laterali.
DOSSO: rilievo tipo dorsale ma di minori dimensioni.
PLATEA: ampia ed estesa pianura sopraelevata ed a contorno subcircolare.
SOGLIA: rilievo a forma di sella da cavallo posto fra due terre emerse laterali.

Piattaforma continentale
Costituisce la base che orla i continenti, unendoli talvolta tra loro, e che si estende fino ad una profondità
media di circa 200 m sotto il livello del mare, essa è parte integrante dei continenti. Se il livello del mare si
alzasse di 200 m avremmo un aumento delle terre emerse pari al 19 % (attualmente la percentuale di terre
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emerse è del 30%), un ulteriore abbassamento fino a 2000 m comporterebbe un’ aumento ulteriore solo del 3
%. Ciò sta a significare che non esistono sulla superficie terrestre grandi fosse o comunque profondità enormi.

Montagne vulcaniche
I vulcani attivi subaerei sono 370 circa e quelli sottomarini circa 80. La loro distribuzione è legata alle zone
instabili della crosta terrestre.

CARATTERISTICHE DELLA CROSTA TERRESTRE

Noi viviamo sulla Litosfera che è lo strato superiore della crosta, essa si presenta molto irregolare con
deformazioni di vari tipi: -montagne -depressioni -faglie ecc...

E’ importante anche studiare la deriva dei continenti, il chè ci permette di ricostruire la loro storia e il loro
percorso compiuto nel tempo. Infatti in origine esisteva solo un ammasso unico di terre chiamato pangea
circondato totalmente da un unico mare: pantalassa. Questo studio ci permette di dire come i continenti si
siano allontanati l’ uno dall’altro e come si muovano tuttora usando vari metodi come ad esempio rilevamenti
geologici (fossili, rocce...) i quali si confrontano tra di loro e se si trovano elementi in comune tra due
continenti è facile che questi un tempo erano uniti. La crosta è suddivisa in tante placche che sono in continuo
movimento così come gli strati interni della Terra proprio perchè essi galleggiano su un fluido. Caratteristica
di queste placche sono le faglie che possono essere: dirette, compressionali o trasformi (per i disegni vedi
Accordi). Con il movimento di queste placche c’ è collisione tra di loro e conseguente corrugamento di esse
(placche compressionali), oppure se esse si allontanano si formano le placche dirette. Le placche trasformi
sono una specie di rigonfiamento della crosta responsabili della formazione delle dorsali, esse sono
accompagnate anche da rift. Conseguenza ulteriore potrebbe essere la fuoriuscita di magma e il graduale
formarsi dei vulcani. Vedi inoltre facies sull’ Accordi.

IL MARE

CARATTERI CHIMICO-FISICI DELL’ ACQUA MARINA

L’ acqua del mare contiene praticamente tutti gli elementi esistenti in natura in vari gradi di concentrazione.
Essa è una soluzione in cui le molecole dei vari sali si trovano dissociate in ioni positivi e negativi.
L’ acqua marina delle grandi masse oceaniche, cioè quella che non risente delle modificazioni dovute agli
apporti idrici provenienti dai continenti, ha la straordinaria proprietà che pur variando la concentrazione totale
dei sali disciolti in essa a seconda dei luoghi, i componenti principali mantengono tra di loro rapporti
praticamente costanti per cui,. determinata la concentrazione di un elemento risulta determinata anche quella
di tutti gli altri. La salinità è il peso in grammi di tutti i sali esistenti in 1 kg di acqua:
Salinità = 0,03 + 1,805 Clorinità.

GENESI DEI SALI MARINI

Non ancora risolto è il problema della genesi dei sali marini. Essi non possono provenire totalmente dalle
acque fluviali che si immettono nei mari perchè queste hanno una costituzione completamente diversa.
poderosa sorgente di sali marini sono le eruzioni vulcaniche sottomarine ma prima ancora di questo
arricchimento i mari primordiali dovettero ricevere i loro sali per un fenomeno di segregazione magmatica
quando la Terra era ancora una massa fusa in via di raffreddamento; la genesi dei sali marini è quindi di triplice
natura (magmatica, vulcanica e terrigena). Raggiunta una certa concentrazione il mare regola da solo la
costanza della composizione attraverso complessi giochi di equilibri chimici e biologici.

GAS DISCIOLTI
I gas possono sciogliersi completamente nell’ acqua oppure possono reagire con essa.
Leggi che regolano l’ assorbimento dei gas nell’ acqua
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1) La quantità di gas assorbita è proporzionale alla pressione del gas, però il liquido assorbe un volume
costante di gas poichè il volume è inversamente proporzionale alla pressione.

2) Quando a contatto con il liquido vi sono più gas insieme, ognuno di essi è assorbito in proporzione diretta
alla pressione parziale esercitata da quel gas sul liquido.

Le acque di mare hanno inoltre altre due importanti proprietà che la rendono un volano termico:
-Elevatissima capacità termica cioè una gran quantità di calore necessario per far variare la temperatura, essa
è circa il doppio di quella delle terre emerse.

-Trasmissione di calore per convezione e non per conduzione che ne permette la diffusione fino a 200 m di
profondità.

Il riscaldamento delle acque è dovuto ai raggi del Sole e il raffreddamento all’ evaporazione e agli scambi
convettivi con le altre acque. L’ escursione termica del mare diurna non super i 3/10 °C ed è ancora più bassa
alle alte latitudini.

DENSITA’ E PUNTO DI CONGELAMENTO

La densità è un fattore fisico di estrema importanza per le acque marine dal quale dipendono alcuni tipi di
correnti o, più in generale, i movimenti all’ interno della massa d’ acqua.
Per l’ acqua di mare a salinità del 35% e 0°C la densità assoluta è 1,028 g/cmc, la densità dell’ acqua pura
varia con la temperatura ed è massima a 4° C. Più le acque sono salate più è bassa la temperatura di massima
densità. All’ aumentare della concentrazione salina diminuisce la temperatura di congelamento; con salinità del
24,69% le temperature di congelamento e di max densità coincidono (-1,33°C). Questi giochi fra salinità e
temperatura di massima densità danno origine ad un differente comportamento delle acque durante la
formazione dei ghiacciai marini. Con densità inferiore al 25% le acque superficiali rese più dense con il
raffreddamento si affondano ed i moti discendenti proseguono fino a chè la colonna d’ acqua ha raggiunto
tutta la massima densità. Raffreddando ancora, in superficie rimangono acque più fredde ma meno dense fino
a chè comincia il congelamento che separa sali dall’ acqua che gela, si forma quindi in superficie uno strato
salato e uno più freddo.

STRATIFICAZIONI TERMICHE
-Stratificazione anaterma, la temperatura diminuisce regolarmente dall’ alto al basso.
-Stratificazione cataterma, temperatura aumenta dall’ alto verso il basso
-Stratificazione eteroterma, temperatura aumenta e diminuisce con la profondità
-Stratificazione omeoterma, temperatura costante

CORRENTI MARINE

Le correnti si misurano con particolari strumenti detti correntometri che sono in grado di fornire la direzione,
il verso e la velocità della corrente in un punto, e quindi la corrente si rappresenta con un vettore.
-Principio di continuità e portata costante.

Correnti termoaline
Sono quelle generate da differenti temperature e salinità delle acque e quindi, in definitiva, di densità. La
pressione in un punto di una massa liquida è rappresentata dal peso della colonna d’ acqua sovrastante a quel
punto ed avente sezione unitaria. In condizioni reali (acque non omogenee), le superfici isobare non
coincidono con le superfici equipotenziali. Un fascio di superfici isobare taglierà una superficie equipotenziale
secondo linee dette isobariche; considerando la densità delle acque si otterranno anche altre linee dette
isopicne. Le linee isobariche o isopicne una volta tracciate mostrano anche il rapporto tra la differenza di
pressione o di densità fra due punti e la loro distanza misurata ortogonalmente alle curve. Le acque quindi si
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muoveranno seguendo questi gradienti ed andando da valori superiori di densità pressione verso valori
inferiori; influirà anche la forza di Coriolis.

Correnti di pendio
Sono correnti dovute semplicemente a differenze di quota di superfici marine.

Correnti di pura deriva


Sono le correnti generate dal vento per attrito radente e per spinta sui fianchi delle onde senza che il livello
marino sia a differenti quote. L’ acqua si muove a una velocità che è pari al 2% di quella del vento, inoltre
hanno le seguenti caratteristiche:
-La direzione della corrente in superficie non coincide con quella del vento che la genera ma forma con essa
un angolo in senso orario nell’ emisfero Nord e antiorario in quello Sud.
-Aumentando la velocità del vento decresce l’ angolo della direzione della corrente.
-La velocità dell’ acqua è proporzionale a quella del vento.
-Negli strati sottostanti d’ acqua decresce progressivamente la velocità della corrente ed aumenta la
deviazione angolare di scorrimento rispetto a quella superficiale.
-Ad una certa profondità (50-200 m) le velocità sono molto piccole, la deviazione angolare è di 180° rispetto
a quella superficiale. E’ presente una controcorrente. Tale strato è detto di Ekmann e le direzioni di
spostamento sulla verticale prendono il nome di spirale di Ekmann.

LE ONDE
Un’ onda può essere rappresentata da una curva sinusoidale in cui:
=lunghezza d’ onda- a= ampiezza-  / a/2= curvatura- T = periodo- 1/T =  = frequenza- v = velocità

CLASSIFICAZIONE DELLE ONDE MARINE

1) Secondo le forze che le producono


-di gravità
-capillari, causa la tensione superficiale del liquido.
-di marea, causa la marea.
-di sfregamento, causa il contatto fra due liquidi in movimento relativo.

2) Secondo la causa diretta che le produce


-onde eoliche, causa il vento
-onde sismiche, i terremoti
-onde di scia, i natanti

3) Secondo la durata d’ azione delle forze produttrici.


-onde forzate, quelle che si muovono intanto che perdura l’ azione che le ha generate.
-onde libere, onde d’ inerzia, posteriori all’ azione che le ha generate.

4) Secondo la dislocazione delle particelle d’ acqua


-onde progressive, il movimento è solo del profilo dell’ onda mentre le particelle descrivono orbite
circolari chiuse.
-onde di traslazione, le particelle si spostano in una direzione
-onde stazionarie, non c’ è progressione del profilo ma solo una sua oscillazione.

5) Secondo l’ altezza della zona di formazione


-onde superficiali - onde eoliche.
-onde interne o di sfregamento.

6) Secondo il senso di propagazione


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-a 2 dimensioni o cilindriche, se hanno un solo senso di propagazione.


-a 3 dimensioni, se hanno più sensi di propagazione.

7) Secondo la frequenza o la ripetizione


-onde solitarie, generate da un impulso unico
-onde periodiche, più onde associate

8) Secondo le dimensioni geometriche (rapporto tra  /a e la profondità dell’ acqua


-onde corte, rapporto maggiore della profondità
-onde lunghe, “ minore “ “

Esaminando onde che si propagano su fondali molto profondi e provocate dal vento ci accorgiamo che fino a
una velocità del vento di 1 m/sec non accade nulla. Oltre questa velocità critica cominciano ad apparire le
prime increspature a 3 dimensioni, si spostano con circonferenze concentriche, poi crescono progressivamente
e si trasformano in onde a 2 dimensioni in quanto le più alte assorbono le minori, le onde si orientano
trasversalmente al vento. Cresce l’ altezza e la lunghezza d’ onda ed il profilo è asimmetrico; questa crescita
dipende da 2 fattori: i filetti di vento si deformano la velocità dell’ aria è maggiore sulle creste e inferiore in
corrispondenza delle valli, inoltre sul lato sottovento si generano dei moti turbolenti dell’ aria che provocano
una resistenza all’ avanzamento della parte dell’ onda sottovento, le onde aumentano la velocità che però non
raggiungerà mai quella del vento; a velocità elevate la cresta dell’ onda si rovescia e da origine a schiume. Una
volta cessato il vento cessa la causa generatrice e l’ onda avanza per inerzia.

RIFRAZIONE DEL MOTO ONDOSO


Quando i treni d’ onda giungono sui bassi fondali di profondità pari a  /2 , questa influenza del fondale
produce non solo un più marcato spostamento orizzontale dell’ acqua, ma fa anche incurvare le onde e finisce
per renderle quasi parallele alla costa.

DIFFRAZIONE DELLE ONDE


Quando le onde incontrano un ostacolo, le creste si propagano a ventaglio a partire dall’ estremità dell’
ostacolo.

RIFLESSIONE DELLE ONDE


Quando incontrano un ostacolo rimbalzano tornando indietro con lo stesso angolo di incidenza.

Onde in acqua alta: La teoria di GERSTNER vuole che il movimento delle particelle in un’ onda sia
circolare con raggi delle orbite che progressivamente diminuiscono a procedere verso il fondo. La teoria di
STOKES invece considera il movimento delle particelle d’ acqua non come perfettamente circolare ma
secondo circonferenze aperte per cui si ha un debole movimento di trasporto delle particelle in una direzione.

Onde in acqua bassa: Le traiettorie delle particelle non sono circolari o subcircolari ma ellittiche, con orbite
sempre più ridotte e schiacciate a procedere verso il fondo dove il movimento è rettilineo, di andata e ritorno.

ONDE STAZIONARIE
Sono paragonabili alle vibrazioni della corda di una chitarra, cioè quando esse incidono con un angolo di 90°
tornano indietro sulla stessa direzione di andata e si generano onde stazionarie; in questo caso troviamo i nodi
che separano le creste e le valli che sono fisse.

ONDE PARTICOLARI
Calema: Sono onde lunghe, regolari, libere che giungono ad intervalli regolari sulle coste africane atlantiche

Onde di maremoto: Sono provocate dai sismi subacquei. Possono essere semplici vibrazioni con altezze d’
onda modestissime, lunghezza d’ onda enormi fino a 240 km e velocità elevatissime (700 km/h) quando sono
al largo. Si chiamano anche tsunami.
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Mascaretto: Sono onde di risalita degli estuari a forma di imbuto e con fondali decrescenti verso monte che
presentano alla foce forti maree. La forza del fiume si oppone inizialmente alla marea che monta generando un
gradino d’ acqua che cresce in altezza. Quando si rompe l’ equilibrio, le acque marine si riservano come un
muro nel corso d’ acqua e lo risalgono per molti chilometri.

Onde interne: Si sviluppano quando esistono 2 strati d’ acqua con caratteristiche diverse sovrapposti ed in
movimento relativo. Sulla superficie di contatto si sviluppano delle onde che non sono visibili in superficie e
che si manifestano solo con minori o maggiori resistenze all’ avanzamento dei natanti. Tali onde possono
anche essere generate dai natanti stessi quando la profondità del pescaggio è compatibile con quella della
superficie di separazione degli strati d’ acqua.

MAREE

Le maree sono quel movimento di salita e discesa delle acque marine che avviene durante il giorno. Questi
movimenti sono abbastanza regolari per cui in un intervallo di tempo di 24h 50m si assiste normalmente al
succedersi di 2 flussi e 2 riflussi.
Già questo fatto mostra una connessione fra le maree e la Luna, perchè anch’ essa culmina per due volte
successive per lo stesso punto nello stesso intervallo di tempo (giorno lunare), i due eventi hanno lo stesso
periodo ma non è detto che capitino contemporaneamente. Lo stabilimento di porto è appunto la differenza
di tempo che intercorre tra l’ arrivo dell’ alta marea e la culminazione della Luna su un punto. Le linee
cotidali sono le linee che uniscono i punti aventi ugual stabilimento di porto. Le maree inoltre sono maggiori
durante le fasi di Luna nuova e piena (maree sizigiali).

TEORIA STATICA DI NEWTON (1686)


Questa teoria suppone la Terra ferma, cioè priva di rotazione, l’ attrazione gravitazionale della Terra e della
Luna producono le cosiddette forze generatrici delle maree. Ma questa non è sufficiente a spigare il
fenomeno delle maree in quanto esse sono essenzialmente un fenomeno dinamico. Per la spiegazione delle
forze suddette bisogna considerare i seguenti fattori:

-L’ attrazione reciproca della Terra e della Luna è uguale a quella che si avrebbe se le masse fossero
concentrate nei relativi centri. Cioè ogni particella terrestre è attirata dalla Luna con forze agenti dal centro
della Luna e inoltre ogni particella è attratta con intensità diverse a seconda della sua distanza dal centro
della Luna.

-La Terra e la Luna ruotano intorno ad un comune centro di gravità che, data la distribuzione delle singole
masse, si trova entro la Terra, spostato verso la Luna, alla profondità di circa 2000 km.

-La Terra e la Luna non si avvicinano per la forza di attrazione newtoniana in quanto i 2 corpi ruotano uno
intorno all’ altro con centro il baricentro del sistema. Cioè si muovono in cerchio intorno al baricentro.

Per le prime due leggi di Newton, nel caso del moto circolare uniforme si può dire che esiste un’
accelerazione diretta verso il centro del cerchio e per produrla si deve applicare una forza centripeta. Le forze
centripete sono uguali per tutti i punti della Terra.
Ci sono quindi due forze che agiscono su ogni punto della superficie terrestre: la forza di gravità della Luna e
la forza centripeta della Terra. La differenza di queste due forze in un punto qualsiasi costituisce la forza
generatrice di marea in quel punto e l’ insieme di queste differenze su tutta la Terra è la base dell’ intera
attività delle maree. Considerando infatti la differenza fra le forze di gravità della Luna e la forza centripeta
nei vari punti della superficie terrestre risulta che nell’ emisfero rivolto alla Luna la differenza è positiva
mentre in quello opposto è negativa; cioè nel primo caso la prevale la forza di gravità nel secondo caso quella
centripeta. In conclusione esistono delle forze che spingono le masse verso la Luna e nell’ emisfero opposto
dalla parte contraria, solo le componenti orizzontali hanno importanza per le maree. Anche se consideriamo il
Sole possiamo giungere alle stesse conclusioni però essendo molto più lontano le forze generatrici del Sole
sono inferiori della metà di quelle della Luna. Quanto detto significa che quando i tre corpi sono in
quadratura, anche in questo caso l’ involucro liquido avrà l’ asse orientato verso la Luna ma con ampiezze di
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marea della metà (maree di quadratura); quando invece i tre corpi sono allineati le forze generatrici di marea
saranno in fase e le maree saranno massime (maree sizigiali).
Questa teoria statica vale anche se consideriamo la Terra in movimento lentamente, e se un osservatore è
posizionato all’ equatore esso vedrebbe il succedersi delle maree e precisamente vedrebbe il succedersi di due
alte e due basse maree (maree semidiurne). Se l’ osservatore si trova a latitudini superiori vedrà sempre l’
alternarsi di 4 fasi di maree ma con ampiezze inferiori; in effetti l’ osservatore non vedrebbe il ciclo in 24h
esatte ma in 24h 50m 28s perchè intanto che la Terra ruota la Luna si sposta in rivoluzione e quindi ci vuole
più tempo per riavere il passaggio dell’ osservatore sotto la Luna. Ogni fase avviene quindi ogni 6h 12m 32s,
c’ è quindi uno sfasamento tra le maree e la culminazione della Luna.
Considerando la posizione di massima declinazione della Luna rispetto al piano equatoriale terrestre (57° 10’)
e tenendo presente che l’ asse maggiore dell’ elissoide acqueo è sempre rivolto verso la Luna, un osservatore
posto su un qualsiasi parallelo vedrà durante la rotazione il succedersi di alte e basse maree di ampiezze
diverse. Questo tipo di marre si chiama diurno, poichè è necessario un giorno per riavere la stessa altezza di
marea.

TEORIA DINAMICA DELLE MAREE

La teoria statica è stata utile per dare ragione delle forze generatrici ma non ha tenuto conto della forza d’
inerzia delle masse d’ acqua, ciò comporta che si verifichino delle maree con modalità che non sono spiegabili
ricorrendo semplicemente alla teoria statica. LAPLACE ha introdotto la teoria dinamica che non considera
le maree come semplici rigonfiamenti d’ acqua ma come onde di marea, così bisogna considerarlo come moto
dei fluidi. Quando si parla di velocità delle onde bisogna ricordare la distinzione fra onde di acqua alta e di
acqua bassa e se scorrono su fondali più o meno profondi di  /2.
In acqua bassa la velocità dipende dalla profondità dei fondali : V= gh
Per le onde in acqua alta la velocità dipende dalla lunghezza d’ onda. Però le onde di marea sono onde di
acqua bassa perché hanno una lunghezza d’ onda elevatissima (20.00 km) e non ci sono fondali di profondità
di 10.000 km. Le onde di marea sono onde forzate, e inoltre sulla terra non esistono canali con profondità
superiore ai 20.000 km e quindi il periodo delle onde di marea è costante e può risultare più o meno grande di
quello dell’ onda libera, per capire meglio si pensi a un peso attaccato ad una molla tenuta in mano si
verificano 3 casi:
-Se la mano oscilla con frequenza uguale al sistema si ha risonanza.
-Se la frequenza della mano è inferiore a quella del sistema il peso oscilla seguendo la mano.
-Se la frequenza della mano è maggiore si verifica una cosa strana: il peso viaggia in verso opposto alla
mano.

Lo stesso vale per le maree:


-Per un canale più profondo di 21.000 km, l’ onda potrebbe viaggiare più in fretta del Sole (frequenza della
forza generatrice è inferiore a quella del sistema), l’ onda viaggia in fase con il Sole e l’ acqua alta si troverà
direttamente sotto il Sole.

-Se il canale è profondo 21.000 km la frequenza della forza generatrice è uguale a quella del sistema per cui si
verifica la risonanza, l’ onda di marea sarà esaltata ed in fase con il Sole.

-Se il canale è meno profondo di 21.000 km la frequenza è superiore a quella del sistema, si avrà un’ onda in
opposizione di fase. Sotto il Sole ci sarà la bassa marea. (marea inversa).

Anche la forza di Coriolis influisce sulle maree, infatti nel caso di bacini marini lunghi e stretti orientati N-S,
durante la salita delle acque verso Nord esse vengono deviate verso Est e tenderanno ad accumularsi sulla
sponda orientale creando una tavola d’ acqua inclinata. Durante il riflusso succede l’ opposto e si genera
quindi un’ onda stazionaria che oscillerà intorno ad un asse orientato N-S che si dovrà combinare con l’
oscillazione dell’ onda di marea che avviene rispetto ad un asse E-W. Il risultato è un moto circolare delle
acque che oscillano e ruotano intorno ad un punto fisso detto anfidromico.

PERIODICITÀ DEGLI IMPULSI DI MAREA


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-Le forze generatrici delle maree sono molto sensibili alla distanza tra i pianeti (inversamente proporzionali al
cubo delle distanze) e quindi anche le marre avranno un periodo dipendente dal mese anomalistico lunare, in
sostanza ogni 27g 13h 18m (Luna al perigeo) le maree avranno il loro culmine massimo.

-Come sopra le maree saranno massime con la Terra al perielio visto che anche il Sole genera maree (periodo
sarà l’ anno anomalistico).

-Ricorderemo che c’ è un ritardo di 50m 28s del passaggio della Luna su un meridiano ma poichè questo
ritardo non è costante ma può andare dai 38m ai 66m per variazione di velocità e d’ inclinazione dell’ orbita
perciò ci son altri 2 periodicità:
-semidiurna di 12h 25m 14s con la Luna sul piano equatoriale terrestre.
-diurna di 24h 50m 28s quando la Luna non è sul piano equatoriale terrestre.

AZIONE COMBINATA DELLE FORZE LUNI-SOLARI

Durante il mese sinodico la Luna si può trovare in quadratura o in posizione sizigiale che corrispondono a
maree massime e minime. Durante l’ anno solare nell’ emisfero Nord il Sole si trova in perielio d’ inverno e in
afelio d’ estate quindi d’ inverno le maree sizigiali saranno maggiori che d’ estate.

CONSEGUENZE DELLE MAREE SULLA ROTAZIONE TERRESTRE E LUNARE

Per effetto degli attriti delle acque sui fondali e per la diversa velocità di rotazione della Terra e di rivoluzione
della Luna i rigonfiamenti delle maree sono spostati nel senso della rotazione terrestre, ciò provoca delle
attrazioni sui rigonfiamenti e si genera una coppia con verso contrario alla rotazione e quindi diminuirà la
velocità di rotazione terrestre e aumenterà il giorno, e inoltre aumenta la velocità di rivoluzione della Luna e si
amplia l’ orbita lunare. Il giorno terrestre è aumentato di circa 2 sec. negli ultimi 100.000 anni.

MISURAZIONE DELLE MAREE

La prima difficoltà risiede nella quota di riferimento delle misure. Gli Stati Uniti riferiscono le maree alla
media delle basse maree, altri paesi alla media delle basse maree sizigiali.
Una volta deciso, bisogna inserire in una località la scala di marea che è un’ asta graduata e smorzare le
variazioni di livello delle onde e considerare solo quelle a periodo maggiore delle maree. Attualmente ci sono
dei mareografi elettronici che trasformano i valori di pressione dell’ acqua registrati da una sonda.
Le maree sono le conseguenze di numerosissime componenti tutte però a carattere periodico, ogni
componente si chiama marea parziale o armonica della marea; il problema sta quindi nel mettere insieme tutti
questi periodi ed osservare il movimento risultante. I periodi sono circa 390 ma solo 12 circa vengono
considerati e 7 sono i più frequenti. Le forze generatrici sono a carattere armonico e quindi assimilabili a delle
sinusoidi.
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ATMOSFERA TERRESTRE

L’ atmosfera terrestre è un involucro gassoso che avvolge la Terra e che si estende fino ad un’ altezza
massima di 10.000 km ed una sensibile di 2000 km, essa è costituita da involucri gassosi concentrici di diversa
composizione e diverse caratteristiche:

TROPOSFERA:
Arriva fino ad una quota media di 12 km; il suo spessore è di circa 16-18 km all’ equatore e 8-10 km ai Poli,
per via della forza centrifuga e per le differenze di temperatura, essa è confinata in alto dalla tropopausa.

STRATOSFERA:
Si estende fino ad una quota di 50 km al di sopra della troposfera. Nella stratosfera, chiamata così perchè è
fatta a strati, è presente l’ ozonosfera con una concentrazione massima di ozono intorno ai 30 km. La
stratosfera è confinata verso l’ alto dalla stratopausa.

IONOSFERA:
Si estende fra i 50 e i 500 km e il suo nome deriva dal fatto che esse contiene involucri di gas parzialmente
ionizzato grazie ai quali le onde radio vengono riflesse sulla superficie terrestre permettendo così le
trasmissioni a grandi distanze.

ESOSFERA:
Si estende dai 500 km in poi.

Oggi si suddivide l’ atmosfera secondo le variazioni di temperatura con l’ aumentare della quota.
TROPOSFERA:
La temperatura diminuisce di circa 0,6 °C ogni 100 m verso l’ alto, essa è confinata dalla tropopausa dove si
registrano temperature dell’ ordine di -60 °C.

STRATOSFERA:
Dopo un intervallo di costanza di temperatura, fino a circa 30 km, essa cresce progressivamente verso l’ alto
fino a circa 0 °C a 50-55 km. Questo incremento di temperatura sembra sia da attribuire alla formazione dell’
ozono dalle molecole di ossigeno, il quale prima si scompone e poi si rilega in ozono e quindi si scalda.

MESOSFERA:
Si estende fino a circa 80 km ed in essa la temperatura torna a diminuire verso l’ alto fino a raggiungere -80
°C a circa 80 km di quota.

TERMOSFERA:
Giunge fino a 400-500 km ed in essa la temperatura torna a crescere verso l’ alto fino a raggiungere valori di
circa 1000 °C.

ESOSFERA:
E’ la parte più esterna dell’ atmosfera caratterizzata da ulteriori aumenti di temperatura verso l’ alto fino a
valori di 2000 °C.

CARATTERISTICHE DEI VARI INVOLUCRI

TROPOSFERA:
E’ lo strato più denso dell’ atmosfera e contiene circa il 90% della massa atmosferica ed il 75% del vapore
acqueo. Vi si distingue uno strato geografico ed uno libero. Nel primo la temperatura risente dell’ influenza
termica del suolo, nel secondo la temperatura diminuisce regolarmente con l’ altitudine. Essa è praticamente
omogenea nel senso che i rapporti dei vari costituenti rimangono costanti. Nella troposfera è presente il
pulviscolo atmosferico che è costituito da corpuscoli in sospensione di natura sia organica (spore, pollini) che
inorganica (particelle di rocce, polveri).
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STRATOSFERA:
La composizione è analoga alla troposfera ma con gas più rarefatti. Essa manca del vapore acqueo ma non in
maniera assoluta

IONOSFERA:
E’ composta per l’ 80% di H ed He. Le pressioni sono estremamente basse, le temperature elevate e la
ionizzazione dei gas è forte sotto l’ effetto dei raggi U.V. e cosmici. Esistono inoltre delle correnti spiranti a
80-100 km di quota con velocità spesso superiori a 200 km/h. Tra 60-80 km sono presenti pure delle nubi
nottelucenti che sembrano dei cirri allungati ed emananti una luce fosforescente, azzurrognola e rossastra.

ESOSFERA:
Costituita da He ed H, stratificati nell’ ordine, con H che sfugge lentamente dalla gravità con velocità di fuga
di 11,2 km/s.

TEMPO ATMOSFERICO E CLIMA

Il clima è l’ insieme delle varietà quotidiane nell’ arco dell’ anno del tempo atmosferico, oppure è la serie
degli stati dell’ atmosfera su una certa località nella loro successione abituale. I fenomeni atmosferici
dipendono dalla temperatura, umidità, pressione che costituiscono gli elementi del clima. Essi possono variare
a parità di latitudine: -per la trasparenza dell’ aria, -l’ altitudine, -la distribuzione delle terre emerse, -correnti
marine, -vegetazione, -intervento dell’ uomo.

TEMPERATURA DELL’ ARIA


Il calore atmosferico deriva per la massima parte dal Sole. La Terra intercetta solo una parte delle radiazioni
solari che vengono emesse in tutte le direzioni. Si chiama costante solare la quantità di radiazioni che
giungono al limite dell’ atmosfera, su una superficie di 1 cmq, perpendicolare ai raggi solari, in 1 minuto di
tempo. Essa è pari a 2 piccole calorie ossia a 2 Langley/minuto. L’ energia che arriva in superficie è pari a
circa il 50% di quella che arriva ai limiti dell’ atmosfera.
Si chiama albedo la quantità di energia riflessa dalla superficie quando quella in arrivo sia considerata 100%.
L’ acqua ha un albedo pari al 5%, la neve 95%. La temperatura media della Terra è di circa 13-14 °C.
Il bilancio di radiazione, cioè il rapporto fra energia ricevuta ed energia emessa, non è uguale per tutti i
punti della Terra perchè dipende da:
-Angolo di incidenza dei raggi solari, al crescere della latitudine diminuisce l’ angolo e l’ insolazione.
-Spessore di atmosfera attraversato dalle radiazioni.
-Maggiore assorbimento da parte delle nubi che intercettano una sensibile quantità di energia in arrivo.
-Variazione della distanza Terra-Sole.
Un calcolo approssimativo dice che l’ insolazione delle zone polari è circa 1/5 di quello delle zone tropicali, il
bilancio del primo è negativo per cui l’ energia irradiata supera quella ricevuta mentre per le zone tropicali è il
contrario, la fascia di passaggio si trova circa a 45 ° di latitudine. Ma il bilancio energetico globale della Terra
è in pareggio. Perciò bisogna ammettere degli scambi energetici da una parte all’ altra dell’ atmosfera ad opera
di agenti mobili come le masse d’ aria e le correnti marine; e quindi bisogna segnalare il fenomeno di
variazione di temperatura con l’ altitudine.

INVERSIONI TERMICHE
Sappiamo che la temperatura diminuisce con l’ altitudine, però ad un certo punto riscontriamo un sensibile
incremento al livello della troposfera, questa si chiama inversione termica, ed è dovuta alle seguenti cause:

-Rapido irragiamento notturno del suolo, con cielo sereno e quindi senza effetto serra, che porta ad un
rapido raffreddamento dello strato d’ aria a contatto con esso.
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-Incontro di masse d’ aria a temperatura diversa per cui quella più fredda, più pesante, si incunea sotto quella
calda.

-Per cause orografiche. Nelle varie vallate alpine, ad es., l’ aria fredda notturna tende a mantenersi sui
fondovalle. in corrispondenza delle vette, allo spuntar del Sole e per la forte insolazione alla quale sono
sottoposte, l’ aria diventa più calda di quella dei fondovalle.

Con un rapido abbassamento della temperatura dell’ aria vicino alla superficie terrestre si possono formare le
nebbie. Si chiama temperatura di rugiada la temperatura alla quale l’ aria diverrebbe satura di vapor d’
acqua se venisse raffreddata senza variazioni di pressione. se la temperatura di rugiada è inferiore a 0 °C si
chiama temperatura di brina.

UMIDITA’ DELL’ ARIA.


Il vapor d’ acqua nell’ aria non può essere inferiore al 5% in volume e si manifesta visibilmente solo quando
condensa sotto varie forme liquide o solide. L’ umidità dell’ aria è rigorosamente controllata dai processi di
evaporazione e condensazione i quali a loro volta dipendono strettamente dalla temperatura.
Si chiama umidità assoluta la quantità di vapore acqueo presente in 1 mc d’ aria e viene espressa in g/mc o
mm di Hg. Dato che l’ aria quando si innalza o si abbassa varia di volume pur mantenendo la stessa quantità di
vapor acqueo si ricorre all’ umidità relativa. Essa è il rapporto percentuale tra la quantità di vapore acqueo
presente in 1 mc d’ aria e la quantità massima che esso potrebbe contenere in quelle condizioni particolari di
temperatura e pressione quando questa quantità massima si considera 100%. L’ umidità relativa diminuisce
con l’ aumentare della temperatura.

PRECIPITAZIONI
Raggiunta la saturazione, l’ ulteriore quantità di vapor d’ acqua eventualmente presente si condensa
inizialmente in minuscole goccioline preferenzialmente attorno ai nuclei di condensazione costituiti dal
pulviscolo atmosferico. Affinchè si formino gocce di pioggia è però necessario che le goccioline primitive si
riuniscano tra loro per formare gocce di dimensioni maggiori il cui peso è sufficiente a farle cadere al suolo.
-Nebbia
-Rugiada
-Brina
-Galaverna: Formazione di cristalli grossolani di ghiaccio da gocce d’ acqua (nebbie o piogge) su superfici
molto fredde che vengono ricoperte da un involucro opaco di ghiaccio ricco di inclusioni d’ aria.
-Gelicidio: Strato di ghiaccio trasparente che si forma su superfici molto fredde che vengano colpite da gocce
d’ acqua allo stato sopraffuso, che è quello stato particolare per cui l’ acqua si trova ancora allo stato liquido
pur essendo a temperature inferiori allo 0 °C. Al momento del contatto fra le gocce sopraffuse e le superfici
fredde si ha il passaggio quasi istantaneo da acqua a ghiaccio senza inclusione di bolle d’ aria.

NUBI
Possono essere formate da goccioline d’ acqua e da cristalli di ghiaccio, sono di 4 tipi fondamentali (cirri,
strati, cumuli, nembi). Le nubi si possono raggruppare in 4 famiglie principali:

-Nubi alte: livello inferiore a 5.000 m. Cirri , cirro strati, cirro cumuli; sono nubi formate da strati di ghiaccio.

-Nubi medie: livello inferiore a 2.000 m. Alto strati, alto cumuli, nembostrati.

-Nubi basse: livello inferiore a poche centinaia di metri dal suolo. Strato cumuli, strati, cumuli, cumulo nembi.

-Nubi a sviluppo verticale: cumuli e cumulonembi.

PRECIPITAZIONI
La piovosità di un luogo si misura in base a quanti millimetri di acqua cadono su una superficie di un metro
quadrato ( 1 mm /1 mq = i litro). Le curve che uniscono punti con uguale precipitazione si dicono isoiete.
Le precipitazioni sono regolate dai seguenti fattori che comportano tutti un innalzamento dei volumi d’ aria,
con conseguente raffreddamento, condensazione e precipitazione.
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1) Moti convettivi.
2) Cause orografiche.
3) Cause cicloniche o frontali.

MOTI CONVETTIVI
Le precipitazioni di tipo convettivo risultano da una cellula di convenzione (bolla d’ aria calda), in ascesa
perchè più leggera dell’ aria circostante. Come l’ aria sale si raffredda adiabaticamente (1° ogni 100 m) fino
alla temperatura di rugiada alla quale inizia la condensazione, la coalescenza e quindi la formazione di gocce
di pioggia. La colonna d’ aria in ascesa genera una nube a forma di cumulo, esso cresce in altezza oltre l’
inizio della condensazione, e a questo punto si hanno 2 casi:

1) Comportamento regolare: secondo i gradienti adiabatici secchi dell’ aria che sale e quello verticale dell’
ambiente. In questo caso l’ aria che è costretta a salire, magari sospinta dai venti, si raffredda di più dell’ aria
dell’ ambiente circostante e se non fosse costretta alla salita tenderebbe a ridiscendere verso la superficie in
quanto diventata più pesante.

2)Comportamento particolare del gradiente verticale dell’ ambiente: Può accadere che per un forte
riscaldamento del suolo la diminuzione verticale di temperatura dell’ ambiente superi quella del gradiente
adiabatico secco. In questo caso l’ aria che sale è sempre più calda dell’ ambiente circostante e tende a salire
sempre più velocemente anche dopo l’ inizio della condensazione, essa continuerà a salire finche non si sarà
condensato tutto il vapore.

CAUSE OROGRAFICHE
Presenza di rilievi con la formazione delle piogge di versante. Se un volume d’ aria è costretto a superare,
spinto dai venti, una catena montuosa esso si raffredda e condensa in precipitazioni sul versante sopravento.
Sull’ altro versante (sottovento), ove l’aria, ricade verso il basso , non sono possibili le precipitazioni in
quanto essa si riscalda.

CAUSE CICLONICHE (vedi più avanti - CICLONI EXTRATROPICALI)

PRESSIONE
Definizione. Chiamasi gradiente di pressione il rapporto fra la differenza di pressione fra 2 punti e la loro
distanza misurata ortogonalmente alle isobare. L’ unità di misura è 1 millibar/111 km. Un gradiente di 4 o 5
origina dei venti molto forti che al livello del suolo si originano da zone di alta pressione verso quelle di bassa
pressione.

VENTI
Possono essere :
-Costanti a grande circolazione (alisei, correnti a getto) o locali (blizzard)
-Periodici a grande circolazione (monsoni, venti etesiani) - locali (brezze di mare, di terra, di riva, di lago)

-Variabili a grande circolazione (uragani, tifoni) - locali (bora, fohn)

I venti locali in Italia sono : la bora , il maestrale, lo scirocco, il fohn.

CIRCOLAZIONE GENERALE NELLA TROPOSFERA


Essa è basata su effetti termici e a rotazione terrestre.
La teoria classica si basava sulle condizioni di circolazione che si potevano instaurare su una Terra supposta
liscia ed uniforme senza contrapposizione fra masse continentali ed oceaniche. In queste condizioni la
circolazione è relativamente semplice e può essere inquadrata nello schema seguente:

-Basse pressioni equatoriali, in corrispondenza delle zone a cavallo dell’ Equatore il forte e costante
riscaldamento del suolo determina una situazione di costanti basse pressioni con spostamenti dell’ aria
prevalentemente verticali.
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-Alte pressioni subtropicali, basse pressioni subpolari.

NUOVE VEDUTE SULLA CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA


Occorre innanzitutto distinguere la circolazione atmosferica al suolo e nella libera atmosfera ove non si fanno
risentire le influenze degli attriti e del riscaldamento da parte della superficie.

CIRCOLAZIONI AL SUOLO
Le alte pressioni tropicali non costituiscono una fascia continua intorno alla Terra ma sono localizzate in
cellule anticicloniche intorno ai 30 ° di lat. N e S. Anche le basse pressioni equatoriali non sono continue ma
costituiscono anch’ esse delle cellule cicloniche isolate con una posizione variabile a seconda delle stagioni. La
causa dominante sono le correnti a getto.

CIRCOLAZIONE NELLA LIBERA ATMOSFERA


Al di sopra di una certa quota si avranno dei gradienti barici che vanno dall’ equatore verso i poli inversi
rispetto a quelli di superficie. Sotto l’ effetto di questi gradienti cominceranno a spirare venti da S a N, venti
che verranno deviati per effetto Coriolis verso destra fino a che , all’ equilibrio non si originerà un grosso
flusso d’ aria da O verso E: corrente a getto.
Le correnti a getto formano un anello attorno a tutta la superficie terrestre alla latitudine di 30° circa; esse
sono molto violente, con velocità che crescono progressivamente dalla periferia verso l’ asse del getto, dato
che salendo in latitudine l’ aria si avvicina all’ asse di rotazione terrestre e che la sua massa rimane costante,
deve aumentare la propria velocità lineare. Esse spirano alle alte quote, al limite della troposfera e per ogni
emisfero sono 2. La prima corre intorno alla latitudine di 30° circa, la seconda scorre al di sopra dei limiti
delle alte pressioni polari in cui convergono l’ aria polare e quella delle medie latitudini. Le correnti a getto
subiscono degli spostamenti in latitudine in funzione delle stagioni, cioè seguono il Sole. Esse quando
diminuiscono la loro velocità formano delle ondulazioni che si ripercuotono in superficie e possono isolare
cellule cicloniche ed anticicloniche. Un’ altra scoperta della meteorologia è la presenza di venti equatoriali che
spirano da oriente all’ interno dei quali vi è un flusso spirante da occidente, sarebbero questi venti orientali che
originano gli alisei in quanto verrebbero deviati da NE a SO per l’ attrito con la superficie terrestre. Anche i
monsoni sono stati alquanto ridimensionati secondo le teorie più moderne, soprattutto dopo la scoperta che in
quota non esistono i contromonsoni. Esse non sarebbero quindi quelle grandi brezze a carattere stagionale
come voleva la teoria classica che teneva conto solo della temperatura; il monsone di SE come vuole la teoria
moderna non sarebbe altro che la corrente occidentale equatoriale. Il monsone di NE invece non sarebbe altro
che normale corrente degli alisei che si stabilisce in questo periodo a queste latitudini anche aiutati da un
ampio anticiclone stazionante sull’ Asia.

CICLONI EXTRATROPICALI
Fino a qualche decennio fa si pensava che i cicloni fossero in sostanza moti vorticosi dell’ aria intorno ad un’
asse verticale, però la scuola norvegese ha rivoluzionato queste scoperte studiando le masse d’ aria in
movimento relativo. Una massa d’ aria è un’ estesa parte dell’ atmosfera avente caratteristiche di temperatura
e di umidità sufficientemente omogenee sia in senso verticale che in senso orizzontale. Essa si forma quando
una porzione di troposfera staziona per lungo tempo sopra una regione geografica omogenea che può essere
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oceanica o continentale. Da queste regioni traggono vita le masse d’ aria polare marittima, polare
continentale, tropicale continentale e tropicale marittima .
Due masse d’ aria diverse sono a contatto, senza mescolarsi, lungo una superficie frontale che incontra il
suolo lungo una teorica linea retta di fronte. Due masse d’ aria a temperatura diversa possono spostarsi in
senso relativo. Se si sposta la massa d’ aria fredda rispetto a quella calda si ha il cosiddetto fronte freddo; se
invece avviene il contrario, se cioè l’ aria calda invade anche se in quota, territori precedentemente occupati
dall’ aria fredda si ha il fronte caldo. Se il fronte freddo viaggia più velocemente di quello caldo si ha il fronte
occluso. Una massa d’ aria fredda che si sposta rispetto ad una calda deve incunearsi, in quanto più pesante,
sotto quella calda; se una massa d’ aria calda è in movimento rispetto ad una fredda può solo sollevarsi con
conseguente deformazioni delle superfici frontali. Nel caso di fronte caldo l’ aria calda si solleva con
conseguente formazione di nubi a prevalente sviluppo verticale. Le precipitazioni violente interessano le aree
a cavallo del fronte freddo ma saranno poco estese.
Nel caso del fronte caldo l’ aria calda sale lentamente al di sopra di quella fredda e le nubi saranno a
prevalente sviluppo orizzontale.

ORIGINE DELLE PERTURBAZIONI


Secondo la scuola norvegese le perturbazioni si originano e muoiono secondo un ciclo di fenomeni ben
definiti che possono essere raggruppati in 4 stadi principali: iniziale, giovanile, di maturità e di vecchiaia. Da
un fronte stazionario si passa ad un fronte di lento movimento che da luogo a due fronti con diversa
temperatura, con conseguente discesa e salita dei due fronti.
La maturità inizia quando i due fronti sono ben individuati, quello freddo viaggia più velocemente di quello
caldo avvicinandosi sempre di più stringendo sempre più il settore interposto.. Lo stato di vecchiaia inizia
quando il fronte freddo raggiunge quello caldo dando luogo ad un fronte occluso che si estende sempre più
sollevando l’ aria calda che si trovava fra i due fronti.
A questo punto il ciclone extratropicale è alla massima estensione e raggiunge un diametro di circa 1500 km.
Con l’ andar del tempo la perturbazione tende ad attenuarsi fino a ritornare nella condizione originaria di
fronte stazionario.

Il colore apparente degli oggetti è dovuto a quelle lunghezze d'onda che essi riflettono maggiormente, a
ciascun colore corrisponde una differente lunghezza d'onda. Gli uomini sono in grado di vedere un intervallo
di lunghezze d'onda compreso fra 390 (colore viola) e 780 (colore rosso)nm. La luce può "rimbalzare",
riflettersi, su oggetti di piccole dimensioni (molecole d'acqua, pulviscolo atmosferico ecc) che incontra nel suo
cammino; le lunghezze d’onda molto grandi rispetto alle dimensioni dell’ostacolo diffondono meno di quelle
piccole; è stato calcolato, infatti, che per particelle con dimensioni inferiori alla lunghezza d'onda, la luce
diffusa è inversamente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d'onda. Pertanto, dato che la luce
rossa possiede una lunghezza d'onda che è doppia rispetto alla luce blu, diffonderà soltanto 1/16 rispetto a
questa. Questo è il motivo per cui il cielo appare blu e sarà tanto più blu quanto meno ci sono in esso
particelle in sospensione, dovute per esempio ad un alto livello di umidità (in questo caso il cielo appare di
colore più chiaro). Al tramonto, invece, nelle giornate con un'alta percentuale di umidità nell'aria, se si guarda
verso il sole, il cielo in quella zona apparirà rosso. Fuori dell'atmosfera il cielo, evidentemente

GEOMORFOLOGIA

ALTERAZIONE FISICA DELLE ROCCE (o degradazione meteorica)

Se osserviamo un affioramento roccioso possiamo notare diverse caratteristiche particolari quali, fessure
preesistenti, che sono diventate più larghe, nuove piccole nicchie e cavità di forma diversa, minutissime
asperità prima inesistenti ecc... Questi cambiamenti che sono più marcati nelle rocce più tenere, stratificate e
tettonizzate, possono sembrare inspiegabili ma essi in realtà sono dovuti al lento e continuo lavorio degli
agenti atmosferici che attaccano fisicamente e chimicamente le rocce superficiali, disgregandole e
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decomponendole e preparano l’ asporto di materiali detritici per effetto della gravità o per l’ intervento dei
corsi d’ acqua, dei ghiacciai, del vento e dei movimenti del mare.
Generalmente si distinguono gli effetti di degradazione fisica da quelli di natura chimica che consistono dell’
alterazione allo stato solido o nella dissoluzione. I fenomeni però agiscono contemporaneamente e si può dire
che gli effetti fisici prevalgono nelle regioni aride e quelli chimici nelle zone umide.
In generale si può ancora dire che la disgregazione dipende anche dalla composizione e per esempio rocce
ignee e quelle metamorfiche sono più predisposte alla disgregazione di quelle sedimentarie.

Effetti fisici:
Una delle cause principali consiste nelle oscillazioni di temperatura che causano nelle rocce esposte continue
dilatazioni ed contrazioni, provocandone la frantumazione, questo processo prende il nome di
termoclastismo: la scarsa conducibilità termica delle rocce determina forti contrasti fra le parti esterne che si
riscaldano e si raffreddano molto rapidamente, e le parti più interne della massa rocciosa, le quali partecipano
in minor misura e con un certo ritardo al riscaldamento diurno e al raffreddamento notturno.
Gli effetti più sensibili del termoclastismo si riscontrano laddove le escursioni termiche sono più accentuate e
rapide e dove le rocce sono più scure ed eterogenee, i cui diversi componenti si scaldano e dilatano in maniera
difforme. Nelle rocce omogenee a grana minuta prevalgono le disgregazioni a scaglie e a blocchi quelle a
grana grossa sono caratterizzate da un disfacimento granulare conseguente alla continua dilatazione e
contrazione dei minerali; disgregazione che nelle rocce omogenee è dovuta al diverso orientamento dei
cristalli mentre in quelle eterogenee è provocata soprattutto dal diverso riscaldamento e dalla differente
dilatazione dei vari minerali componenti. A questo processo spesso si accompagna una desquamazione o
esfoliazione che è tipica delle rocce scistose.
Un altro agente della disgregazione fisica delle rocce è dovuto al gelo o disgelo (crioclastismo), che è tipico
delle regioni fredde e di alta montagna, ma interessa anche le regioni temperate. Quando le oscillazioni
termiche pur non essendo molto ampie sono intorno a 0 °C, si hanno energiche azioni disgregatrici dovute all’
aumento di volume dell’ acqua penetrata nelle fessure delle rocce, che di notte si trasforma in ghiaccio ed
esercita così pressioni notevolissime sulle pareti delle cavità saturate. Questo processo è tanto più marcato
quanto più spesso si alternano il gelo e il disgelo dell’ acqua e quanto maggiore è la porosità e la fratturazione
delle rocce; esso tuttavia può essere attenuato dalla presenza vegetale o di un mantello di detriti che
proteggono la roccia sottostante; inoltre può verificarsi in tutti i tipi di rocce ma è più pronunciato nelle rocce
argillose per la loro facilità ad assorbire acqua.

ALTERAZIONE CHIMICA
E’ dovuta ad un insieme di fenomeni complessi, e sono dovuti alla presenza dell’ ossigeno, dell’ acqua e dell’
anidride carbonica. Avviene per azione combinata di ossidazione, carbonatazione, idratazione, soluzione ed
idrolisi.
L’ ossidazione è prodotta sia direttamente dall’ ossigeno dell’ aria che da quello disciolto nelle acque
meteoriche; essa si esplica in modo più marcato nelle sostanze carboniose, sui composti ferrosi, sullo zolfo e
sui solfuri. Per questo motivo le rocce a pigmento carbonioso o bituminoso appaiono sempre biancastre e
sfiorite in superficie. Le rocce contenenti sostanze ferrose mostrano quindi tinte rossastre o giallastre che
contrassegnano le parti alterate; queste tinte sono dovute all’ ossidazione e trasformazione dei composti
ferrosi in composti ferrici. Le rocce solfifere sono frequentemente cariate in superficie per la lenta scomparsa
dello zolfo che viene ossidato, e variamente colorate per la trasformazione dei solfuri in ossidi e solfati.
La carbonatazione è dovuta all’azione combinata dell’ acqua e dell’ anidride carbonica su alcune basi che si
formano a seguito dei processi di alterazione idrolitica; essa porta alla formazione di carbonati solubili
permettendo il proseguimento di detta alterazione.
Le acque meteoriche provocano l’ idratazione di alcuni minerali, come l’ anidrite che si trasforma in gesso e l’
ematite che si trasforma in limonite, a questo processo si accompagna un aumento di volume con
arricchimenti e sfioramento delle rocce alterate.
Ben più diffuso però è il fenomeno dell’ idrolisi dovuta al fatto che l’ acqua è parzialmente dissociata in ioni
H+ e OH- , e questa dissociazione è in grado di competere con quella di acidi deboli cosicchè l’ acqua può
spostarli e formare idrati con le basi ad essi prima legati. Quando l’ idrolisi è particolarmente pronunciato gli
idrosilicati si scindono in idrossidi di alluminio, di ferro e silice idrata, l’ acqua lava via quelli solubili e
rimangono così gli idrossidi di ferro e di alluminio che danno origine alla bauxite a alla laterite.
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Altri agenti possono essere la cristallizzazione dei sali, gli incendi e la deformazione dovuta alle radici.
Le radici delle piante secernono acido carbonico e vari acidi organici la cui azione accompagna quella dell’
acqua e dei gas atmosferici in essa disciolti, allo stesso modo si comportano le radichette dei muschi, che si
impiantano frequentemente sulle superfici rocciose in via di alterazione. Ci sono inoltre certe alghe azzurre e
licheni che bucherellano la superficie rocciosa.

FRANE (vedi Accordi pag 392-393)


Smottamenti, scoscendimenti, colamenti e scivolamenti. Nicchia di distacco, alveo di frana, accumulo di frana.

AZIONE GEOMORFICA DEL VENTO


Se si eccettua l’ umidità dell’ aria che è causa maggiore dei modellamento terrestri, il fattore principale rimane
il vento. La sua azione meccanica consiste in una spinta che esso imprime a tutto ciò che lo ostacola con una
forza che è direttamente proporzionale alla densità dell’ aria e al quadrato della velocità. Il vento può quindi
spostare, trascinare, sollevare, trasportare e deporre materiali litoidi ed esercitare quindi un’ azione
geomorfica notevole. Caratteristica del vento è la sua capacita di agire indipendentemente dalla gravità , l’
azione eolica è però particolarmente sensibile in alta montagna e nelle zone aride e semiaride e in quelle con
copertura vegetale assente. Più precisamente si svolge nei deserti dove le correnti denudano i rilievi
sollevando e trasportando altrove i materiali detritici più fini derivanti dalla degradazione delle rocce e
trascinando con lento logorìo i granuli più grossi. Agendo in ogni direzione il vento si insinua anche nelle
fessure asportando i residui della disgregazione, nelle fessure fra i ciottoli ed asporta polveri e sabbie. Effetto
generale di quest’ opera di denudazione che viene chiamata deflazione è l’ ininterrotto procedere dell’ attacco
da parte degli agenti degradatori contro le rocce affioranti e la conseguente produzione di nuove particele
detritiche che il vento continua a sollevare e trasportare. Residui caratteristici sono i deserti rocciosi. L’
azione erosiva del vento è però dovuta essenzialmente all’ attrito delle particelle solide che l’ aria trascina nel
suo movimento. Sono i granuli sabbiosi portati in sospensione che costituiscono gli utensili attraverso i quali
il vento esercita un’ opera di smerigliatura e di scultura delle rocce. Tale azione abrasiva si chiama corrasione
che in realtà è molto lenta e dipende anche dalla durezza delle rocce interessate. Le rocce più dure sono
smerigliate e presentano una minuta cesellatura con asportazioni delle parti meno resistenti risultandone una
scultura cariata o alveolare o bucherellata. Inoltre le cavità dovute ad erosione eolica possono raggiungere
diversi metri di profondità e dare origine a delle vere e proprie grotte.
Nelle zone pianeggianti, sotto le pulsazioni di un vento forte, il materiale può accumularsi a formare piatte
distese sabbiose oppure piccoli rilievi dai caratteri particolari, che prendono il nome di dune.
Nelle nostre regioni sono note le dune trasversali <<allungate>> a guisa di cordoni sulle spiagge del mare con
direzione perpendicolare al vento dominante. Esistono anche le dune a ferro di cavallo o barcane che sono
foggiate a mezzaluna e hanno la concavità rivolta al vento, inoltre la pendenza dei fianchi sopravento è minore
mentre i pendii sottovento si presentano più acclivi. In certe zone desertiche (come il Sahara) si trovano altri
tipi di dune che si chiamano dune longitudinali, allungate in direzione delle correnti atmosferiche, si pensa
che esse siano dovute alla deformazione di barcane sotto l’ azione di venti forti che le allungherebbero
avvicinandone le ali.

E’ bene segnalare che le dune non sono fisse ma mobili, difatti il vento sospinge i granelli di sabbia sul fianco
ad esso esposto e li riversa oltre la sommità da dove essi cadono per gravità: il risultato finale è l’ avanzata
della duna secondo la direzione ed il verso del vento. Per mezzo di rivestimenti vegetali le dune possono
essere bloccate e quindi prendono il nome di dune morte che col tempo si trasformano in dune fossili.

AZIONE DELLE ACQUE CORRENTI


Anche la pioggia grazie alla sua velocità può contribuire al processo erosivo; quando essa è prolungata e cade
su superfici inclinate, all’ azione dell’ acqua cadente si associa quella delle acque dilavanti e selvagge. Un
esempio significativo è quello delle piramidi di terra: ciottoli e blocchi proteggono dall’ azione delle acque le
parti immediatamente sottostanti, che rimangono perciò in rilievo, mentre nelle zone scoperte si forma una
rete di solchi di dilavamento che via via si approfondisce. L’ azione delle acque selvagge è particolarmente
intensa sulle rocce detritiche argillose.
L’ azione dei corsi d’ acqua nelle regioni temperate, in quelle a clima umido, e dovunque sulla superficie
terrestre è sicuramente dominante su tutti gli altri agenti modellatori del paesaggio. I corsi d’ acqua asportano
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materiali per via meccanica e via chimica , tale lavorio erosivo che produce un asporto più o meno erosivo a
seconda della durezza delle rocce.

Potere erosivo:
Esso dipende dall’ energia o meglio dalla potenza della corrente che come abbiamo già appreso esprime il
lavoro che essa compie nell’ unità di tempo.

La velocità di una corrente fluviale dipende dalla pendenza dell’ alveo. Essa è però legata a numerosi altri
fattori, quali la profondità dell’ acqua e la rugosità del letto, la velocità di un fiume misurata in una data
sezione è data dalla seguente formula: V=. c Rs
Essa è maggiore al centro e nella parte più alta, mentre è minore presso il fondale e ai lati.
La portata esprime in metri cubi al secondo il volume d’ acqua che passa, nell’ unità di tempo, attraverso una
sezione trasversale del fiume: q= AxV
Ingenti portate connesse con una fase di piena possono produrre profonde modificazioni degli alvei fluviali
anche in breve tempo, e alle opere umane. E= qxV2- E esprime la potenza della corrente fluviale cioè il lavoro
che essa è in grado di esprimere nell’ unità di tempo.
Il deflusso è la quantità d’ acqua in mc che un fiume porta al mare in un anno. Il rapporto tra la quantità delle
acque raccolte e la quantità totale delle precipitazioni che in quello stesso periodo sono cadute nei bacini si
chiama coefficiente di deflusso.
La potenza totale di un corso d’ acqua viene in parte spesa per vincere gli attriti interni ed esterni e per
operare il trasporto dei materiali, la parte eventualmente rimasta può essere usata per erodere. L’ acqua
limpida dovrebbe quindi, a perita di velocità e di volume, essere più erosiva di quella torbida.

Profilo longitudinale di un corso d’ acqua:

Presenta numerose irregolarità di dettaglio, ma esaminato nel suo insieme, appare come una curva concava
verso l’ alto, la cui pendenza diminuisce dal corso superiore verso quello inferiore, fino al livello di base.
Questo livello di base costituisce il livello più basso a cui può spingersi l’ erosione normale, per i corsi d’
acqua che sboccano in mare esso è rappresentato dal piano orizzontale corrispondente al livello marino. Se il
livello di base viene abbassato, la pendenza del corso d’ acqua aumenta perciò questo dovrà erodere il proprio
alveo per adattarsi al nuovo livello di base; inversamente l’ elevarsi del livello di base tende a favorire la
deposizione dei materiali trasportati. E’ dunque nel corso superiore o in corrispondenza di una rottura di
pendio, dove la velocità e la turbolenza sono più grandi, che l’ erosione è più attiva. Le rocce dure che danno
origine alle rotture di pendio o alla formazione di vere e proprie cascate, vengono scalzate alla base, tendono
ad essere demolite ed il salto corrispondente arretra verso monte attenuandosi progressivamente: per questo
motivo si parla di erosione regressiva. Grazie al meccanismo dell’ erosione regressiva, il gradino di una
cascata si trasforma gradualmente in un ripido pendio finchè può scomparire del tutto, quindi il profilo
longitudinale lentamente si regolarizza e tende ad assumere la forma di una curva parabolica tangente al punto
di sbocco del corso d’ acqua, lungo la quale ogni tratto si raccorda perfettamente con i tratti contigui: profilo
di equilibrio. esso realizza in ciascun punto una pendenza limite tale che la resistenza del fondo faccia
equilibrio alla forza viva delle acque, annullandosi così la capacità erosiva e di trasporto e non rimanendo alle
acque stesse l’ energia necessaria allo scorrimento.

LE PIANURE ALLUVIONALI
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Il deposito di detriti avviene più frequentemente nelle zone depresse di un bacino idrografico e in vicinanza
del livello di base, dove l’ accumulo di tutti i materiali trasportati provoca la formazioni di ampie distese
pianeggianti , con frammenti rocciosi di ogni grandezza ed eterogenei, sono le pianure alluvionali .

TERRAZZI FLUVIALI
Le alterne fasi di erosione e di deposito che si possono verificare in un bacino fluviale, in connessione con
variazioni di livello del mare, movimenti tettonici e vicende climatiche, portano al terrazzamento delle valli.
Difatti, mentre un innalzamento del livello di base provoca una diminuzione di velocità, un abbassamento
invece producono una ripresa erosiva e quindi un maggior approfondimento delle valli fluviali: si formano così
delle gradinate che incidono i fianchi vallivi avaria altezza.

APPARATO DELTIZIO
I detriti si estendono su vasto territorio e presso la foce possono formare un apparato deltizio che può avere
configurazioni diverse ma quasi sempre riconducibili ad una forma a .
Il delta si estende a mantello con una scarpata sommersa più o meno ripida ed una forma pianeggiante emersa.
I suoi sedimenti non sono continui; ghiaie, sabbie e limi argillosi si alternano in relazione alle variazioni di
portata del fiume ed i detriti diminuiscono in generale di dimensioni procedendo verso l’ alto mare. I sedimenti
dei delta marini sono rielaborati dalle onde e delle correnti, mentre i delta lacustri i materiali sono pressochè
indisturbati. Le foci a delta si formano laddove i movimenti marini sono troppo deboli per contrastare l’
azione costruttiva dei fiumi.

CICLO DI EROSIONE E SUPERFICI DI SPIANAMENTO


Come abbiamo detto più volte la superficie terrestre è soggetta a numerosi movimenti dovuti a forze
endogene ed esogene che tendono a creare dislivelli a demolire le zone sopraelevate e a colmare le
depressioni. Ci sono tre stadi di modellamento : giovinezza - maturità - vecchiaia; al termine dell’ ultima fase il
rilievo primitivo assomiglia a una pianura e prende il nome di panepiano. Questo si chiama ciclo di erosione e
descrive il modellamento dovuto alle forze esogene delle terre emerse; comunque è più giusto parlare di ciclo
fluviale di erosione poichè la forza esogena che contribuisce maggiormente al modellamento sono i corsi d’
acqua.
-Stadio giovanile:
I notevoli dislivelli danno luogo ad un’ intensa e disordinata attività erosiva, il paesaggio si presenta alquanto
irregolare con fosse, valli, gole, creste aguzze, pendii ecc...

-Stadio di maturità:
Le valli si sono estese a monte ed il sistema idrografico appare ormai ben organizzato, corsi d’ acqua hanno
quasi raggiunto il loro profilo di equilibrio, per cui l’ incisione del rilievo è più lenta. Prevale quindi la
degradazione meteorica che addolcisce i versanti allargando le valli.

-Stadio di vecchiaia:
I versanti hanno raggiunto la minima inclinazione, l’ erosione ed il trasporto si sono ridotti, i prodotti dell’
alterazione si accumulano in posto formando coltri di terreni che addolciscono i dislivelli. I corsi d’ acqua
dilagano entro valli larghissime ed aperte, trasportando solo materiali sottili in sospensione.

Il concetto di ciclo venne esposto da Davis il quale considerava come due distinti momenti l’ azione delle
forze endogene e quella delle forze esogene, ammettendo per la prima un effetto rapido da rendere
praticamente nulli gli effetti della seconda. spesso può esserci una ripresa delle attività endogene o una
variazione climatica che hanno indotto un’ interruzione del ciclo evolutivo e la modificazione dei processi di
modellamento in atto. In simili casi nasce un nuovo ciclo e si parla di ringiovanimento.

LE ACQUE SOTTERRANEE
La parte delle acque piovane che s’ infiltra nel sottosuolo, riemerge in buona parte sotto forma di sorgenti.
In genere le acque infiltratesi scendono per la permeabilità delle rocce che dipende dal loro grado di porosità
e fratturazione che a loro volta dipendono dalla maggiore o minore presenza di interstizi tra i granuli che
compongono la roccia. Nel sottosuolo non ci sono laghi o fiumi però esistono dei sistemi acquiferi. Se in
superficie vi sono degli strati permeabili , l’ acqua che penetra scende per gravità finchè non incontra uno
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strato impermeabile che la sostiene, senza lasciarla passare e si forma così una falda dalla quale si può
attingere con pozzi poco profondi, la falda alimentata direttamente dalle acque correnti è detta freatica.

Le falde freatiche :
Abbondano poco sotto il greto dei fiumi e sotto le pianure ricoperte da manti alluvionali incoerenti, esse
contribuiscono ad alimentare la vegetazione a radici profonde e vengono sfruttate localmente con i numerosi
pozzi scavati a mano.

In alcuni casi le acque penetrano in profondità e si stabiliscono tra due strati impermeabili, la falda si muoverà
lentamente visto che lo strato che la contiene pende leggermente e si potrà trivellare per sfruttare quest’
acqua. In questi casi l’ acqua sale all’ esterno fino alla fuoriuscita per la pressione (pozzi artesiani).

Acque fontanili e risorgive:


Sorgente per l’ irrigazione ottenuta da falde acquifere non affioranti mediante modesti scavi in forma di pozzi
o laghetti.

LE SORGENTI
L’ origine delle sorgenti può essere collegata a cause diverse, i casi più frequenti sono date dalle sorgenti di
deflusso, quando uno strato impermeabile inclinato affiora lungo un versante di una vallea fa scolare l’ acqua
accumulata entro le rocce sovrastanti.
La sorgente di sbarramento è dovuta ad un ostacolo laterale, quale ad esempio una faglia, o un filone che fa
accumulare, lungo un piano inclinato, una quantità d’ acqua tale da sfiorare in superficie.
La sorgente di trabocco sgorga ai lati di un letto concavo che raccoglie più acqua di quanta ne possa
contenere, per analogo motivo l’ acqua può pullulare in pianura.
Le sorgenti carsiche lasciano traboccare acque che sono penetrate in un rilievo attraverso le innumerevoli
cavità presenti in una roccia calcarea elaborata dal carsismo.
Le sorgenti di emergenza sono quelle che si verificano quando il livello freatico e la superficie topografica
vengano a contatto o per innalzamento del livello freatico o per depressione topografica.
Le sorgenti di versamento o di strato si verificano quando la superficie topografica incide la falda freatica in
tutto il suo corpo e interessa anche lo strato impermeabile dell’ acquifero.
Le sorgenti artesiane sono venute a giorno per affioramento di acque artesiane.

ROCCE CARSICHE E FENOMENI CARSICI


Le acque meteoriche sono in grado di sciogliere alcune rocce e l’ esempio più caratteristico è dato dalle rocce
calcaree che originano il fenomeno carsico. L’ erosione carsica prende avvio da un processo chimico ma per la
sua evoluzione è necessario che le rocce siano interessate da fessure che permettono la penetrazione dell’
acqua. Difatti le acque riescono lentamente a penetrare e ad aprirsi un varco attraverso le fratture e
proseguono nell’ interno la loro azione.
Le forme carsiche superficiali più caratteristiche sono le doline, depressioni ad imbuto, a calice, con pianta
circolare o allungata talvolta provviste di inghiottimento che raccoglie le acque meteoriche e le convoglia nel
sottosuolo. Le doline si evolvono allargandosi e in relazione anche con la terra rossa che rallenta l’
infiltrazione dell’ acqua e aiuta l’ azione erosiva sui fianchi della depressione. Può accadere poi che col
progressivo allargarsi di due o più doline si abbia la distruzione della parete di separazione e con la
formazione di conche.

Le forme carsiche sotterranee più comuni sono le grotte costituite da pozzi e gallerie, costruite dall’ acqua
non solo con l’ azione chimica ma anche meccanica. L’ evoluzione carsica procede nell’ interno e dal basso
verso l’ alto (erosione inversa), cosicchè è logico trovare grotte chiuse senza uno sbocco all’ esterno. Le
stalattiti e le stalagmiti sono costruzioni dovute al dissociarsi del bicarbonato di calcio dall’ acqua per
diventare carbonato insolubile e si deposita solidificandosi. Anche il carsismo ha un suo ciclo di giovinezza,
maturità e vecchiaia.
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GHIACCIAI
Nelle regioni nelle quali le precipitazioni avvengono in forma nevosa, si depositano delle nevi che col tempo si
trasformano in ghiaccio. Neve e ghiaccio si conservano al di sopra del limite delle nevi persistenti. Se i
pendii sono forti e se lo spessore della coltre nevosa supera un certo limite o si fonde nascono le valanghe.
Un ghiacciaio può definirsi come una grande massa di ghiaccio, derivante dalla neve, che occupa una
superficie a varia inclinazione e si muove sotto la spinta del proprio peso.
In esso si possono individuare:
-Il bacino collettore è la parte più alta dove si deposita la neve (alimentazione), ha una forma a ferro di
cavallo aperto verso valle.
-Il bacino ablatore è tutta la parte che scende sotto il limite delle nevi perenni, in esso prevale la fusione del
ghiaccio.
Secondo le proprietà fisiche i ghiacciai si distinguono in:
-Polari: Antartide, la temperatura è sotto gli 0 °C per tutto l’ anno e la fusione è quasi inesistente.
-Temperati: nei quali d’ estate la temperatura sale sopra lo 0, di conseguenza in essi vi sono fasi alterne di
fusione e di cristallizzazione, con circolazione d’ acqua anche abbondante.
-Intermedi : La fusione è limitata e giunge non oltre certe profondità.

Secondo la forma si distinguono in:


-Inlandis: Antartide, Groenlandia, essi hanno spessori superiori ai 2000 m e giungono fino al mare, dove i
movimenti di marea staccano blocchi dando origine agli icebergs.
-Scandinavo : partono da calotte che coprono gli altopiani e scendono, con più braccia, lungo valli disposte a
raggiera o parallele.
-Alaschiano : sono formati da più colate glaciali distinte che scendono da vallate montane in pianura.
-Himalayano: confluiscono da più valli che scendono da alte catene, il loro ghiacciaio, in parte plastico e in
parte viscoso, ne impedisce spesso la mescolanza, cosicchè essi alla fine si sovrappongono e si affiancano in
un unico grande letto conservando la propria individualità.

I movimenti verso valle di un ghiacciaio dipendono da vari fattori; anzitutto dalla plasticità del ghiaccio e
dalla facilità dei piccoli moti intergranulari. Vari granuli possono anche fondere, sotto forte pressione,
facilitando lo spostamento; ciò avviene soprattutto nei ghiacciai temperati, il cui movimento è favorito dalla
presenza al fondo di un velo d’ acqua che permette lo slittamento sulle rocce di base. Vi è poi la forza di
gravità, che è l’ agente principale: essa è tanto più forte quanto maggiore è il pendio su cui poggia la massa
ghiacciate quanto più grande è lo spessore del ghiaccio; ma la velocità dipende anche dalla rugosità o meno
del fondo, da eventuali ostacoli, da tratti alterni in piano o in contropendenza. La velocità in generale è
molto lenta all’ interno degli inlandis, ma diventa enorme sui loro emissari, dove può raggiungere alcuni km
all’ anno; è intermedia nei ghiacciai himalayani e minore in quelli alpini.

Crepacci:
Nonostante la plasticità, i movimenti ineguali e le trazioni portano alla formazione di crepacci longitudinali,
trasversali, marginali, terminali; essi sono anche molto profondi, di varia larghezza e spesso s’ incrociano
isolando blocchi, torri e guglie noti col nome di seracchi.

AZIONE GEOMORFICA DEI GHIACCIAI


Sebbene la neve e il ghiaccio ricoprano attualmente solo una superficie del 10% delle terre emerse, l’ azione
erosiva e di deposito esplicata dai ghiacciai è di notevole importanza nel modellamento del rilievo terrestre.
Sappiamo che il ghiaccio non è immobile ma in movimento, comportandosi come una massa molto viscosa
che scorre; in virtù di questo movimento il ghiacciaio compie la sua azione erosiva che consta di due
processi : estrazione ed esarazione.

L’ estrazione:
Consiste nella fessurazione e frantumazione delle rocce per le continue alternanze di gelo e disgelo che si
verificano ai margini e sul fondo del ghiacciaio, e nell’ azione divaricatrice del ghiaccio che si insinua
plasticamente e sotto forte pressione nelle fenditure, completa la rottura e ne allontana i materiali. L’
estrazione è fortemente pronunciata alla fronte dei ghiacciai e sui bordi, dove cadono i detriti a volte anche di
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notevole dimensione, provenienti dallo scalzamento e dalla degradazione dei versanti. Impedisce anche la
formazione di falde di detrito che ne proteggerebbero la base.

L’ esarazione:
Consiste nell’ erosione meccanica vera e propria della corrente glaciale e delle acque di fusione che scorrono
sotto il ghiaccio, le quali escavano il fondo ed esercitano un’ intensa azione abrasiva con l’ aiuto dei materiali
duri trasportati; così si creano delle scanalature larghe fino ad una cinquantina di cm e profonde fino a 10 cm.
A differenza delle acque che concentrano la loro azione erosiva lungo una linea che viene sempre più
approfondita, il ghiacciaio erode per tutta la sua ampiezza la depressione nella quale scorre: data la sua
caratteristica di massa molto viscosa in movimento, esse tende a dare alla sezione del suo letto la forma che
determina il minimo attrito, cioè quella di un semicerchio. il profilo dei ghiacciai non appare come quello dei
corsi d’ acqua ma presenta caratteristiche diverse come gli ombelichi e inoltre non ha un livello di base perché
la sua spinta è data anche dalle masse dei ghiacci retrostanti tanto che il ghiacciaio può superare anche tratti in
salita.
Con il suo movimento il ghiacciaio non solo erode i fianchi ed il fondo ma ingloba anche continuamente tutti i
materiali grossi o minuti che cadono casualmente in seno al ghiacciaio, trasportandoli verso valle. Tali detriti
di diversa provenienza si raccolgono gradualmente verso i fianchi, sul fondo ed alla fronte del ghiacciaio; ivi
formano ammassi, anche cospicui, detti morene.
Le morene laterali sono abbondanti a causa dei detriti che cadono dai versanti montuosi e bordano il
ghiacciaio durante la sua lunghezza ingrossandosi gradualmente verso valle. se due lingue glaciali sin
affiancano le due morene che le compongono si uniscono a formare una morena mediana. Materiali detritici
che rimangono fra la base del ghiacciaio ed il letto roccioso formano le morene di fondo; quelli che giungono
fino alla fronte di fusione formano le moreno frontali .
Le morene deposte sono riconoscibili perchè il loro materiale detritico è dato da massi e ciottoli immersi in
un fango. La deposizione dei materiali è particolarmente accentuata quando i ghiacciai si ritirano e producono
forme di accumulo diverse a seconda dei tipi di ghiacciai e di morene e dalle caratteristiche delle rocce di
provenienza. Le forme più imponenti sono gli anfiteatri morenici, costituiti da una seria di grandi argini
frontali ed archi concentrici, corrispondenti ai depositi lasciati da una potente lingua glaciale in lento ritiro
durante diverse fasi di sosta.

AZIONE GEOMORFICA DEL MARE


Quest’ opera modellatrice può portare all’ arretramento delle linee di costa, quando prevalgono i suoi effetti
distruttivi, o ad un avanzamento della terraferma nel caso che siano preponderanti i processi costruttivi. L’
attività erosiva del mare si esplica per opera delle maree, delle correnti e soprattutto delle onde, che sono il
massimo agente modificatore dei litorali. Tale attività che prende il nome di abrasione marina è però
largamente agevolata da diversi fenomeni delle costiere.
.-Alterazione chimica delle rocce a contatto con l’ acqua salata.
-La disgregazione meccanica operata dagli altri agenti esogeni.
-L’ azione degli organismi perforatori.

-L’ azione delle onde è molto efficace lungo le coste con acque poco profonde, perché lì esse si trasformano in
onde di traslazione, si originano così i frangenti che demoliscono le rocce non solo per l’ enorme pressione
ma anche con l’ aiuto dei materiali che lanciano contro la costa dando luogo ad incisioni, nicchie, caverne,
arcate, guglie e scogli. L’ acqua che si getta contro queste fessure comprime l’ aria all’ interno di esse e col
ritirarsi applica un gioco di compressione e decompressione per cui le incavità esplodono, si rompono, si
allargano per poi diventare col tempo vere e proprie grotte di abrasione marina. Quando l’ abrasione marina
può agire in maniera relativamente uniforme lungo un tratto di costa alta e rocciosa, in corrispondenza del
livello medio del mare si forma una specie di scanalatura che si approfondisce sempre di più; la parete
rocciosa sovrastante viene così scalzata alla base e, mancando il sostegno, subisce dei crolli successivi che la
fanno arretrare: è questo il fenomeno che provoca l’ evoluzione delle falesie. coste alte ed in forte pendenza
che si mantengono più o meno ripide e arretrano progressivamente, con di qualche millimetro all’ anno.

-Il mare ha anche azioni costruttive:


In minor parte per i depositi chimici e le incrostazioni e in maggior parte per i suoi stessi movimenti.
Dovunque la velocità delle onde diminuisca per qualsiasi causa i materiali detritici di diversa provenienza
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vengono depositati. Ciò si verifica nelle insenature di acqua poco profonda, riparate dai promontori: le onde
che riescono a raggiungere il litorale abbandonano ammassi di ciottoli , ghiaie e sabbie che col contributo dei
detriti più minuti portati anche dalle correnti, si accrescono ed estendono sempre di più formando spiagge le
quali scendono in mare con un leggero pendio. Talvolta i materiali vengono depositati in mare ad una certa
distanza dalla riva formandovi un cumulo che si estendo dove l’ onda diretta verso la costa si annulla con
quella di ritorno e si origina il cordone litoraneo, che col tempo può emergere e dar luogo ad un lido.
Anche per l’ opera esercitata dalle onde si può individuare un ciclo di erosione. Teoricamente esso ha inizio
con una sempre maggiore articolazione della costa, a causa del vario e progressivo addentrarsi dell’ attacco
da parte del mare; a questo stadio di giovinezza ne segue uno di maturità in cui i promontori vengono
sempre più demoliti e le insenature colmate di detriti di spiaggia, con formazione di cordoni litoranei e lingue
di sabbia che tendono a racchiuderle: al termine del ciclo, nello stadio di vecchiaia, la costa dall’ originario
andamento complicato diventa una costa rettilinea la cui direzione è perpendicolare a quella delle onde e
delle correnti che, per erosione e deposizione, l’ hanno modificata. In sostanza l’ evoluzione procede verso
una rettificazione della linea di costa.