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SAN MARTINO:

La lirica, scritta nel 1883 (prima intitolata Il San Martino in Maremma pisana), appartiene alle Rime
nuove e presenta la vita di un borgo maremmano nel giorno di San Martino: l’11 novembre
conclude il periodo di lavoro dei campi e coincide, in Toscana, con l’estrazione del vino dai tini. La
metrica è di due doppie quartine di settenari: il secondo rima con il terzo, il quarto, tronco, ha
sempre la stessa rima secondo lo schema ABBC, DEEC, FGGC, HIIC.

La nebbia a gl’irti colli


Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de’ tini
Va l’aspro odor de i vini
L’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l’uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri,
Com’esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

Analisi e commento: La semplicità agreste In questo quadretto autunnale Carducci rievoca la


semplicità agreste della sua terra d’infanzia. Le immagini, ordinate e compatte (nebbia, colline,
mare, vie del borgo, l’interno accogliente di una casa), comunicano armonia ed equilibrio, in
sintonia con il classicismo del poeta
Il conflitto tra «sanità» e inquietudine Le grigie immagini della nebbia e della schiuma bianca del

mare delineano una natura ostile, in opposizione alle sensazioni di gioia e di vitalità del vino e del
fuoco. Gli uccelli neri migratori nelle nubi del tramonto introducono la precarietà del tempo che
passa e il senso della morte. L’opposizione ombra-luce, freddo-caldo, morte-vita traduce la
sensibilità del poeta, che intende confortare le proprie malinconie (l’ombra) con le immagini solari
di derivazione classica (la luce). Tale contrasto evidenzia non solo le caratteristiche di «sanità»,
individuate dal critico Benedetto Croce ( L’opinione del critico, ), ma anche quell’inquietudine del
vivere che è, in defi nitiva, l’aspetto più interessante del poeta.
Lo stile La costruzione sintattica è semplice, i termini appartengono all’area semantica del colore,
del suono e del profumo. Le allitterazioni della -r e della -s tendono a far risaltare, rispettivamente,
le sensazioni olfattive (aspro… odor…) e uditive (ribollir… accesi… spiedo… scoppiettando… fi
schiando…).

PIANTO ANTICO:
Livello tematico. La poesia è stata composta nel giugno 1871, pochi mesi dopo la morte del figlio
Dante, scomparso a soli tre anni. Il poeta canta tutto il suo dolore, un dolore “antico”, in quanto
senza tempo, proprio di tutti i padri che hanno perduto il figlio. Il rifiorire del melograno nel giardino
riporta alla memoria del poeta il gesto del bambino, nel momento in cui tendeva la piccola mano
verso la pianta, e sollecita un’amara riflessione sulla morte, che nemmeno il calore del sole e
l’amore paterno possono sconfiggere. La poesia è centrata sul contrasto vita-morte: nella prima
parte, infatti, è presentata la forza vitale della natura, che si rinnova in ogni stagione; nella
seconda parte compare la tragica fissità della morte, che priva l’uomo di ogni conforto e
consolazione. Le prime due strofe sono incentrate sull’immagine dell’albero che è quello reale del
melograno, ma che metaforicamente è simbolo della vita che si manifesta come esplosione di
colori (“rinverdì” ,“vermigli fior”) che riesplode con la luce e il calore di giugno (è una metonimia la
primavera). Le ultime due strofe sono incentrate sull’immagine del dolore e della disperazione.
All’immagine della natura rifiorente a ogni primavera il poeta contrappone infatti quella della
“pianta” che rappresenta l’io-padre che priva “dell’estremo unnico fior”, cioè del figlio oramai
morto, ha subito una violenza tale (“percossa”) che la vita diventa insensata, “inutile”.
Livello lessicale. La contrapposizione tra vita e morte è evidente anche nell’uso di termini o
espressioni che danno l’idea del calore e della luminosità nella prima parte, del colore vermiglio e
verdeggiante dell’albero che si contrappone all’idea della mancanza di luce e calore e al nero
dei termini e espressioni della seconda parte. Le parole “fior” e “pianta” sono nello steso tempo
una metafora e una metonìmia, cioè rappresentano il figlio e il padre, la parte e il tutto, il generato
(figlio) e il generante (padre). “Risveglia” è una metafora. Usa dei termini prettamente naturalistici
per descrivere concetti classici. Livello sintattico. Le due parti sono distinte anche da un punto di
vista sintattico: due periodi, uno per le prime due strofe, l’altro nelle ultime due. L’uso dell’anafora
ai vv.13-14 e 15-16 e dell’epifora, cioè due versi terminano con la stessa parola v.4 e v.12 “fior”. Vi è
un chiasmo, cioè la disposizione incrociata dei termini di un periodo, in “tu fior de la mia pianta…
de l’inutile vita / estremo unico fior” e vv.15-16 “né il sol più…né ti risveglia”.
Livello metrico-ritmico. Breve componimento in contrasto con il drammatico contenuto, sembra
voler esprimere in una dolce nenia il grande dolore del poeta. Piccola ode anacreontica, dal
poeta greco Anacreonte, che amava comporre brevi liriche di argomento amoroso o conviviale.
Formata da quattro quartine di settenari, gli stessi che molto spesso si incontrano nelle filastrocche
e nelle conte infantili. L’ultimo verso di ogni strofa ha la stessa rima. Ciò crea una melodia di
sottofondo che tende a tenere unita, musicalmente, tutta la breve composizione. Livello fonico.
Poche rime solo baciate poi al v.5 “muto” e v.6 “tutto” .

INNO A SATANA:
Fu composto nel settembre 1863, a 28 anni, e fu pubblicato nel novembre 1865. Carducci stesso
indica le fonti: soprattutto lo storico francese Michelet, La strega, ma anche Quinet, Proudhon,
Heine. Metro: strofette di quinari sdruccioli e piani alternati. I versi piani sono rimati. Rime: abcb
Satana per i reazionari era simbolo della modernità da condannare in tutte le sue forme. Al
contrario Carducci in questa sua lirica celebra la figura di Satana e la rovescia in positivo; esso
diventa quindi simbolo degli aspetti più positivi della vita.
Nelle prime cinque strofe del componimento Satana rappresenta le gioie terrene: il banchetto, il
vino, l’amore, princìpi della pienezza vitale. A questo proposito significativi sono i versi 19-20 nei
quali il poeta con un apostrofo invoca Satana chiamandolo “Re del convito”.
Nelle strofe seguenti Satana viene identificato con le bellezze naturali ed artistiche; infatti Carducci
lo rappresenta con Agramainio, che nella mitologia iranica è il principio del male e della ribellione,
con Adone, che nella mitologia greca è il bellissimo ragazzo di cui si innamorò Venere, allegoria
della primavera e della natura e della natura fiorita, e infine Astarte, dea fenicia del piacere. Le
bellezze naturali vennero fissate sulla tela o sulla carta o scolpite nei marmi dai Greci (cfr. verso 91
“i segni argolici”). Contro queste bellezze artistiche si scagliarono però con la loro ottusità ed il loro
oscurantismo i primi cristiani, che non compresero il valore intrinseco di queste opere, e le
considerarono solo idoli pagani. Ma il paganesimo, benchè bandito dal cristianesimo, sopravvisse
nella plebe (vv 93-96).
L’inno continua poi mettendo in campo due figure: quella dell’alchimista e del mago del
medioevo, entrambi insoddisfatti del loro sapere. Essi sono esempi dell’oscurantismo medievale e
della superstizione che la ragione e la scienza, incarnate da Satana, dovrebbero trasformare in
vero sapere (vv 105-108). Nella strofa seguente (vv 113-116) Carducci descrive i primi monaci
cristiani che praticarono l’ascetismo nel deserto; il monaco è definito triste proprio perché fugge
dalla natura, si nasconde da essa perché vede in questa una manifestazione di Satana. Ma
certamente i più degni simboli dell’oscurantismo medievale, in quanto ne furono vittime, sono
Abelardo ed Eloisa (vv 117-120).
Abelardo fu un celebre filosofo vissuto nel XII secolo, propugnatore del libero pensiero, si innamorò
della sua allieva Eloisa e venne punito dallo zio di lei con l’evirazione.
Poi polemicamente il poeta descrive la vita nel chiuso del convento dove i monaci sono attratti in
maniera peccaminosa dalla cultura classica, leggendo Virgilio, Orazio e gli elegiaci. Qui è Satana
ad essere simbolo di questa cultura, in quanto espressione di valori come la bellezza, l’amore e i
piaceri della vita.
Con il passare dei secoli, soprattutto a partire dal 1300 Carducci mostra però come l’ascesi, la
rinuncia, il dogmatismo non abbiano vinto del tutto: lo provano i roghi di Wicleff e di Huss, di
Arnaldo da Brescia e di Savonarola, tutti monaci riformatori bruciati come eretici. A queste figure si
associa quella di Lutero, l’iniziatore della riforma protestante, poi scomunicato dalla Chiesa di
Roma.
Nel finale dell’inno, Satana viene identificato con il progresso della scienza, forza “vindice” della
ragione e del progresso che anche nel presente ha vinto ogni forma di oscurantismo e di
dogmatismo del cristianesimo. L’immagine più evidente del progresso è la macchina a vapore, la
locomotiva, “un bello e orribile mostro” (vv 169-170).
Le idee che il Carducci esprime nell’inno, così rivoluzionarie, e forti, erano comuni a buona parte
dell’opinione pubblica del tempo, decisamente anticlericale, laica e vicina all’ottimismo della
filosofia positivista.
È altrettanto significativo come Carducci sviluppi una materia così nuova e rivoluzionaria in forme
però classicheggianti: tutta la poesia è ricca di termini aulici, di riferimenti dotti, di latinismi.
A mio giudizio la sezione della poesia più ricca di preziosità e di erudizione è quella in cui Carducci
fa sfoggio delle sue conoscenze mitologiche, cioè i versi dal 65 all’84, dove racconta il mito
dell’amore tra Venere e Adone ed i luoghi dove le divinità venivano venerate.
Per quanto riguarda invece i latinismi possiamo portare come esempio il “brando”, ovvero la
spada, al verso 27, “l’alma Cipride”, verso 75, che ci ricorda l’Alma Venus del proemio del De
Rerum Naturadi Lucrezio, cioè la Venere datrice di vita, oppure anche la natura “egra” del verso
104.
Egra deriva dall’aggettivo latino aeger, che significa malato, debole. Troviamo anche pugna (v
157), vindice (vendicatrice, da “vindix”).