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Intervento del

Rappresentante degli Studenti


Sig. Giuseppe MASTANDREA
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Magnifico Rettore, autorità presenti, docenti, personale amministrativo,


colleghi ed amici studenti in qualità di Presidente del Consiglio degli Studenti
di quest’ateneo, sono felice ed onorato di poter intervenire in rappresentanza
della componente studentesca all’inaugurazione di quest’anno accademico.
Anno che si prospetta cruciale per il nostro Ateneo in quanto sono molteplici le
problematiche che la nuova amministrazione e le rappresentanze appena
rinnovate si troveranno ad affrontare nel medio e lungo termine.
Innanzitutto, per quanto concerne la didattica, siamo al primo anno di
applicazione della riforma basata sul D.M.270 degli ordinamenti didattici per i
corsi di Laurea triennale, i corsi di Laurea Magistrale a ciclo unico e il corso di
Laurea Magistrale in Ingegneria dei Sistemi edilizi.
Pur apprezzando il lavoro profuso da tutte le componenti coinvolte nei lavori di
preparazione dei nuovi manifesti didattici, considerata la volontà non sempre
attuata di recepire le indicazioni della componente studentesca, non posso
esimermi dal notare che ci sono stati problemi dovuti essenzialmente alla
scarsa interlocuzione tra i CUC, le Facoltà e gli Organi Centrali.
In vista del processo di assestamento dell’applicazione della riforma, che
vedrà anche l’attivazione dei corsi di Laurea Magistrale, confidiamo che le
strutture didattiche coinvolgano maggiormente gli studenti e che si realizzi un
continuo feedback tra i CUC, le Facoltà, il Consiglio degli Studenti ed il Senato
Accademico, il quale deve poter intervenire in maniera incisiva a coordinare la
didattica del Politecnico.
Strumento da non trascurare, il cui contributo potrà essere di grande
importanza nell'applicazione della riforma, è l'Osservatorio della Didattica,
organo paritetico fra docenti e studenti che in questi ultimi anni ha potuto
funzionare solo grazie all'impegno di pochi.
La relazione annuale sull'organizzazione, sul funzionamento della didattica e
sul complesso dei servizi forniti agli studenti non deve essere vista come un
obbligo burocratico rendendone i risultati ed i suggerimenti fini a se stessi, ma
deve essere strumento di confronto in tutti gli organi, per mezzo della quale
devono essere formulate delle proposte di miglioramento della didattica su cui
discutere e prendere delle decisioni.

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Mentre, per quanto riguarda gli studenti iscritti a corsi di laurea secondo gli
ordinamenti previgenti al DM 270, bisogna garantire loro i mezzi che
consentano di optare per l’ordinamento con il quale continuare e concludere il
proprio processo formativo, quindi garantire tabelle di equivalenza chiare per
chi vorrà passare in 270 e la possibilità di sostenere gli esami per chi sceglierà
di non effettuare tale passaggio, superando così i problemi dovuti alla
riorganizzazione.

Gli ultimi anni hanno visto l’università italiana al centro di un continuo


alternarsi di riforme e contro riforme di cui il DM 270 non sembra
rappresentare l’ultimo capitolo.
Dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca giunge l’intenzione
di emanare un nuovo decreto preannunciato per mezzo della circolare 160.
Chiara e da contrastare è l’intenzione del Governo di obbligare gli atenei a
rivolgersi allo strumento del numero chiuso per rispettare i requisiti minimi per
l’attivazione dei corsi di studio, intenzione mascherata dalla giusta riduzione
dei cosiddetti crediti “senza confini” e dall’obiettivo, rispettabile se solo fosse
perseguito con criterio, di razionalizzare i corsi e le risorse.
"C'è la necessità di investire in ricerca e innovazione, perché su questo ci
giochiamo il nostro futuro, anche per uscire dalla crisi in condizioni migliori di
come ci siamo entrati", così si è espresso pochi giorni fa il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano.
Il Politecnico di Bari è uno dei principali poli tecnologici del sud Italia, svolge
un ruolo primario nella formazione tecnico-scientifica di questa regione, offre
corsi di laurea professionalizzanti e, per ora, diversificati, i cui laureati sono tra
i più richiesti sul mercato del lavoro; è dovere delle istituzioni far proprie le
parole del Presidente e puntare fortemente, soprattutto in questo periodo di
crisi, sulla formazione tecnico scientifica.
Alle istituzioni locali chiediamo di continuare ad investire nel nostro Ateneo e
di non tirarsi indietro proprio ora; a tal proposito, vorrei esprimere un parziale
apprezzamento per il recente stanziamento da parte della Regione di fondi
aggiuntivi per gli Atenei pugliesi; pur avendo utilizzato nella suddivisione dei
criteri che hanno finito per “aiutare meno” il nostro ateneo, ha dato comunque

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un segnale, dimostrando di voler credere nell'Università come fonte per la


crescita del nostro territorio.
Purtroppo, invece, l’attuale governo sembra non voler recepire l'importante
messaggio del Presidente, lo testimoniano la finanziaria dell’anno scorso che,
con i suoi tagli progressivi, ci allontana sempre più dagli obiettivi fissati dalla
strategia di Lisbona e il recente “ddl in materia di organizzazione e qualità del
sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”.
È questa una riforma che colpisce alle fondamenta la nostra istituzione, i suoi
inabdicabili compiti istituzionali, stravolgendone inesorabilmente la sua natura
Pubblica.
Una riforma che consegna agli esterni il controllo del Consiglio
d’Amministrazione, attacca la rappresentanza studentesca, conferisce al
C.d.A. poteri di controllo sulla didattica e sulla ricerca attualmente riservati al
Senato Accademico, accentua il precariato nella ricerca universitaria, colpisce
il sistema di diritto allo studio riservando parte delle già scarse risorse attuali
all'implementazione del sistema del prestito d'onore, strumento che in aperta
violazione della Carta Costituzionale anziché garantire ai capaci e meritevoli
ma privi di mezzi la possibilità di accedere ai più alti gradi dell'Istruzione li
trasforma in un esercito di debitori.
Una riforma che rischia di portare alla chiusura realtà universitarie che non
meritano assolutamente di avere questo destino, mi riferisco anche alle sedi
decentrate di questo Politecnico, sedi che invece, dovrebbero rappresentare
una prospettiva di sviluppo per il nostro territorio.
A tal proposito, voglio qui esprimere il nostro concetto di Università, che deve
essere pubblica, aperta a tutti equamente e deve avere a disposizione le
risorse utili per permettere realmente l’accesso al sapere e alla conoscenza.
Il diritto allo studio va garantito tenendo sotto stretto controllo il livello della
contribuzione studentesca e attraverso un sistema integrato di servizi. Lo dico
sin da ora, la componente studentesca, che l’anno passato ha già visto un
aumento della contribuzione a cui non è corrisposto un effettivo miglioramento
dei servizi, non sarà disponibile ad appoggiare una nuova operazione di
incremento della stessa: i costi della crisi finanziaria non devono essere pagati
dagli studenti.

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Diritto allo studio significa anche diritto alla casa, diritto che deve essere
garantito attraverso investimenti in alloggi universitari, nell’edilizia a canone
concordato e in una lotta senza quartiere alle vergognose forme di
speculazione di cui è vittima la popolazione degli studenti fuori-sede che sono
per la stragrande maggioranza costretti ad accettare contratti totalmente o
parzialmente in nero e ad abitare in edifici dalle precarie condizioni igieniche e
di sicurezza.
In tal senso, vorrei esprimere il mio apprezzamento per l’azione intrapresa
dall’Agenzia Regionale per il diritto allo Studio Universitario con la quale, in
sintonia con gli Atenei baresi, il Comune di Bari e la Regione Puglia è stato da
poco stipulato un protocollo d’intesa che prevede la realizzazione di un
importante progetto, lo “Sportello Casa” con il quale saranno forniti strumenti a
supporto della collocazione residenziale degli studenti universitari fuori sede.
L'impegno delle istituzioni non deve fermarsi al conferimento della Laurea,
vanno intensificate le iniziative di interfacciamento con le aziende come vanno
riprese le attività di orientamento in uscita conferendo loro stabilità affinché in
futuro non terminino assieme ai fondi ministeriali lasciando disorientati gli
studenti; in quest'ottica di grande importanza è la decisione dell'attuale
amministrazione di aderire al consorzio Alma Laurea.
Infine, vorrei concludere il mio discorso con un invito a tutti gli amici studenti,
cerchiamo di vivere a pieno il Politecnico come luogo di apprendimento, come
luogo di aggregazione dove è possibile accrescere il proprio sapere con
momenti di scambio e di confronto, partecipiamo attivamente alle scelte del
nostro Ateneo e soprattutto non restiamo indifferenti ai continui processi di
riforma che ci coinvolgono, rifiutiamoci di farci inglobare in un sistema che
vede noi studenti prima come clienti e poi come prodotti da riversare sul
mercato piuttosto che come risorse per la crescita del nostro Ateneo, del
nostro territorio, del nostro Paese.
Essere coscienti dei mutamenti che ci riguardano è il miglior modo per
contribuire a migliorare la nostra Università.

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Intervento del

Rappresentante del personale


tecnico-amministrativo
Dott. Biagio D’Aquino
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Gentili Signore, egregi Signori


Buon giorno!
Dopo tanti anni, sia pure nella sua giovane storia, insieme inauguriamo l’Anno
Accademico nell’ambito del suo naturale inizio!
C’è una brezza nuova che pervade la nostra Università, un’aria di
rinnovamento densa di antichi radicati significati, miscelati a nuovi ed
improrogabili eccellenti obiettivi!
Quando ho iniziato a riflettere sui contenuti che avrei voluto trasmettere a
codesti pregiatissimi ospiti è apparsa subito nella mia mente la necessità di
scegliere fra l’esposizione dei numerosi problemi che incombono sul nostro
Politecnico ed il mondo universitario in genere, e la consapevolezza, invece,
di appartenere ad una comunità ricca di grandi contenuti scientifici, di
esperienze professionali mature e di nuove linfe dedite alla ricerca, alla
didattica ed al governo della nostra Università
Alla fine ho scelto, in controtendenza, di vedere il “bicchiere mezzo pieno” e
raccontarvi della nostra ricchezza umana e di quello che noi con le nostre
competenze siamo, sappiamo e possiamo fare…. descrivendo tutto ciò in
poche parole, sinteticamente, perché penso che la sintesi necessita più di
tanti inutili ed abituali discorsi.
E’ per questo che oggi vi voglio parlare di una comunità, quale è quella del
Politecnico di Bari, che nonostante tutto conserva ancora al suo interno valori,
intelletto, e Know how che sono e devono essere la base sulla quale costruire
una università forte, che sappia guardare alle sfide del futuro, cogliendo le
esigenze del territorio.
Una università che non deve essere vista solo come un luogo frequentato
dagli studenti unicamente ai fini dell’ottenimento di un titolo accademico
“forse” utile per il mondo del lavoro, ma come una entità solida dalla quale il
territorio ed il paese possano e debbano trarre dei benefici.
Negli ultimi tempi ho riscoperto nelle componenti di questo Politecnico la
voglia di rimettersi in gioco e di essere parte attiva di un progetto: rispondere
ai tanti problemi con il lavoro e i risultati…. sentirsi parte di una squadra che
vuole tornare vivacemente a vincere.

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Ho scoperto che i più anziani hanno ricominciato ad essere ottimisti perché


iniziano a respirare ciò di cui ha bisogno un luogo di lavoro e la propria
università: opportunità, regole certe, valutazione e trasparenza nei risultati.
Qualcuno tempo fa disse “Non pensare a cosa la tua nazione può fare per te,
pensa a cosa tu puoi fare per la tua nazione” ed è per questo che tutti insieme
dobbiamo impegnarci per la crescita dei nostri ragazzi, della nostra Regione,
del nostro territorio e più in generale del paese!
Ma il nostro paese, il nostro territorio devono permettercelo, devono fornirci gli
strumenti.
Come tutti saprete, il 28 ottobre scorso è stato approvato dal Consiglio dei
Ministri il “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema
universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”.
In particolare all’art. 1 dispone: “Le università sono sede di libera formazione e
strumento per la circolazione della conoscenza; operano, combinando in
modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed
economico della Repubblica…… ciascuna università opera ispirandosi a
principi di autonomia e di responsabilità”
All’art. 2, nello specificare gli organi delle Università Statali, prevedere che il
consiglio di amministrazione avrà un ruolo fondamentale nella decisione della
vita delle università e dispone, altresì, che lo stesso dovrà essere composto:
“nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore componente di
diritto ed una rappresentanza elettiva degli studenti; designazione o scelta
degli altri componenti…., tra personalità italiane o straniere in possesso di
comprovata competenza in campo gestionale e di un’esperienza professionale
di alto livello; non appartenenza di almeno il quaranta per cento dei consiglieri
ai ruoli dell’ateneo a decorrere dai tre anni precedenti alla designazione e per
tutta la durata dell’incarico; elezione del presidente del consiglio di
amministrazione tra i componenti dello stesso;…”
Al che sorge un dubbio: ma ci siamo persi qualche passaggio legislativo?
Qualcuno ci chiarisca se eventualmente la L. 168/89 è stata abolita o
modificata.
Mi scuso per l’ironia, ben venga “il lavoro di chi lavora” e di un Ministero che
deve combattere con armi spuntate, ma lasciare che le decisioni più importanti

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di una comunità debbano essere prese da un unico soggetto (il rettore) che a
sua volta dovrà rimettersi alle intenzioni di soggetti esterni, senza oltretutto
tener conto di una componente fondamentale degli attuali consigli di
amministrazione quale è quella del personale tecnico-amministrativo, snatura
il senso di una istituzione che nella sua democratica autonomia deve avere la
libertà di autodeterminarsi.
Si fa riferimento ad una distribuzione di fondi basata sul merito, ma la formula
per definire correttamente il merito non è semplice, poiché vanno considerate
alcune variabili basilari, tra cui una su tutte: la realtà in cui vive una università.
Non cerchiamo e non vogliamo commiserazione, come potrebbe sembrare a
chi pensa che nel meridione non esiste la voglia di riscatto, ma sicuramente
per noi salire un gradino richiede uno sforzo triplo rispetto ad atenei che
vivono realtà sociali ed imprenditoriali più floride e meno problematiche.
Il personale che rappresento è capace di fare e di dare tanto, ma molte volte i
contratti e le leggi imbrigliano le nostre professionalità che costerebbero
sicuramente meno ed avrebbero più attenzione di una consulenza chiesta
all’esterno.
Non si comprende la ragione per la quale gli Atenei, avendo la possibilità di
stipulare contratti per attività di insegnamento con soggetti in possesso di
adeguati requisiti scientifici e professionali, debbano escludere da tali
opportunità il personale tecnico-amministrativo.
Noi tutti vogliamo dimostrare che il personale pubblico non è per accezione
sinonimo di fannullone oppure incompetente, perché il nostro “X Factor” non
può essere solo una dichiarazione dei redditi veritiera; ma come dimostrarlo
se, ad esempio, non ci sono le risorse necessarie per rimettere in moto ed
aggiornare i laboratori per la ricerca?
Una riforma delle università utile alla ripresa non può farsi senza aggravio per
la finanza pubblica e quindi investimenti, non si può rispondere ad una crisi
semplicemente e solo con i tagli.
Eppure un certo Keynes, che aveva vissuto la crisi economica iniziata nel
1929, con il suo “moltiplicatore del reddito” dimostrò che una ripresa reale
dipende dall’entità dell’investimento iniziale e dal conseguente
incoraggiamento al consumo della collettività.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Dobbiamo fare in modo che la storia ci insegni a non ripetere gli stessi errori
altrimenti cambieranno i sarti, ma la stoffa per fare abiti nuovi sarà sempre
riciclata e logora.
Comprendiamo tutti i problemi che ha portato la crisi, ma non è corretto
“continuare a far pagare ai figli le colpe dei padri”.
Ma oggi è un giorno di festa e come in un telegiornale dobbiamo cambiare
pagina guardando al futuro ed alla nostra componente studentesca alla quale
chiediamo di crescere con noi, amando il posto in cui studiano e non
vedendolo solo come una parentesi necessaria della propria vita, rispettando
e facendo rispettare da chiunque quella che deve essere per loro una
seconda casa, perché preservando ci permetteranno di utilizzare le loro tasse
per migliorare anziché riparare.
Ed infine ci piacerebbe che qui in Puglia si adottassero politiche per lo
sviluppo degli atenei che concorrano ad arginare l’emorragia di studenti dalla
nostra Regione, che nascano iniziative come a Milano, Catania, Bologna
attraverso le quali, grazie alla partnership con la Regioni, ci siano le possibilità
di creare campus universitari dotati di servizi e alloggi per gli studenti.
Un discorso a parte merita quel personale che in questo momento riveste lo
scomodo ruolo di precario, che in questi anni ha lavorato e lavora al fianco di
tanti colleghi nella speranza di vedersi confermato più per i meriti che per diritti
di legge.
A loro va il nostro in bocca al lupo e la promessa che ogni sforzo verrà fatto
affinché possano programmare un futuro che è già difficile per chi oggi un
posto di lavoro sicuro lo possiede.

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Intervento del

Rappresentante dei lavoratori


precari della ricerca
Ing. Giovanna VESSIA
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Sono qui a dare voce ai precari della ricerca per la seconda volta in questo
Politecnico.
La prima è stata nel 2006!
Ringrazio il Rettore per aver colto l’occasione dell’inaugurazione dell’anno
accademico per dare corpo, come “parte per il tutto”, a coloro che riempiono i
dipartimenti e spesso le aule universitarie ma che sono assenti dagli Statuti,
dai Regolamenti di Ateneo e dalla partecipazione attiva alla gestione della
Università.
È questa dunque una buona occasione per fare il punto della situazione dei
ricercatori precari in Italia e formulare propositi per battaglie future…ma il
breve tempo dell’intervento mi consente solo di fare alcune considerazioni.
In questi anni, noi ricercatori precari, abbiamo costruito un movimento intorno
alla nostra idea di Università frutto dell’esperienza come studenti, ricercatori e
docenti. Sappiamo che le contraddizioni nell’Università sono tante così come
nell’intero paese. Siamo consapevoli che in Università, che vogliamo continui
ad essere pubblica, si diventa strutturati mediante concorso e che le risorse
per i concorsi così come, del resto, per la ricerca sono limitate.
Per questo riteniamo debba essere adottato quale unico criterio di selezione
del personale docente e dei ricercatori il “merito” principio ispiratore, secondo
noi, di un nuovo illuminismo che deve nascere nei singoli Atenei a partire dalla
crisi economica in corso che, una volta di più, ci ha dato la consapevolezza
che le risorse sono limitate e devono essere investite per produrre ricchezza
attraverso una strategia di sistema (collaborazione tra enti pubblici ed imprese
private) e di efficienza degli investimenti. Insomma si deve puntare su una
delle risorse nazionali più esportate: “i cervelli”. Ma come?
In merito alla selezione del personale docente e dei ricercatori, il DDL Gelmini
di fine ottobre, sulla carta mette il “Merito” al centro dei concorsi attivando, per
esempio, la “abilitazione” ai ruoli universitari mediante concorso nazionale,
frutto di una rigida selezione sia dei commissari che dei vincitori. Tuttavia
questa misura separa la disponibilità di posti da mettere a concorso nei singoli
atenei con la “idoneità”, con validità quadriennale, conseguita mediante un
concorso a cattedra che temiamo non sarà la soluzione al problema del

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precariato ma che invece, come avviene oggi nella scuola, produrrà tanti
“abilitati” senza lavoro!
Anche l’istituzionalizzazione della figura del “ricercatore a tempo determinato”
appare ahimè essere un punto debole della riforma ministeriale poiché essa,
in ottemperanza al principio dell’autonomia universitaria, rimanda ai
regolamenti dei singoli Atenei la scelta delle modalità di reclutamento
depotenziando così il voluto controllo da parte del Ministero sulla qualità del
personale di ricerca e sugli investimenti statali in esso.
Da questi due riferimenti si evince che il problema dei ricercatori precari è
sicuramente complesso ma che forse va affrontato in una prospettiva diversa.
Intanto, si deve sgombrare il campo da un fraintendimento: il metodo di
reclutamento del personale della ricerca e dei docenti nelle Università è da
sempre in Italia ed all’estero basato sulla cooptazione. Infatti anche se in
università si entra per concorso la selezione avviene, sui grandi numeri, a
monte: infatti, i migliori studenti, mediante il “dottorato”, si inseriscono in un
gruppo di ricerca gestito da singoli professori strutturati e contribuiscono
all’attività di ricerca facendosi notare come potenziali ricercatori strutturati.
E’ quindi chiaro che il precariato è un elemento costitutivo e non eliminabile
del curriculum vitae di un ricercatore.
Tuttavia il problema nasce quando il precariato non rimane limitato nel tempo
ma diventa un parcheggio per gente meritevole ma non strutturabile.
La soluzione al problema riteniamo che risieda nella preziosa “Autonomia
Universitaria”. Essa dovrebbe essere utilizzata in modo “illuminato”, attraverso
la stesura di testi cogenti quali il “codice etico” ed i “Regolamenti per
l’assunzione di ricercatori a tempo determinato, indeterminato e personale
docente di 1° e 2° fascia” stilati nel rispetto di “snelle linee guida ministeriali” e
dei contesti territoriali che gli Atenei servono; ed una attività di controllo del
loro rispetto nella consapevolezza che sono i docenti ed i ricercatori che
danno lustro al singolo Ateneo e gli consentono di sopravvivere
economicamente e di arricchire il territorio e l’intero Paese.
Da questi presupposti potrà nascere una competizione tra Atenei non basata
su cifre Ministeriali pubblicate annualmente sulle maggiori testate nazionali ma
sulla fama dei suoi ricercatori e docenti, sull’efficacia delle sue scoperte

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

scientifiche o dei suoi brevetti e sulla sua capacità di attrarre finanziamenti


non solo pubblici e non solo locali ma da tutte le parti del paese e, perché no,
del mondo!
L’invito, quindi, che affidiamo alla responsabilità di tutti gli strutturati
dell’università è quello di non rendere i nostri atenei schiavi dei finanziamenti
Ministeriali – sempre minori ed impiegati spesso quasi esclusivamente per
pagare gli stipendi del personale docente e non docente - ma di impugnare,
con scelte coraggiose e disinteressate, l’arma della conoscenza per
riconquistare autonomia ed autorevolezza oggi appannate dai tanti scandali
finiti sulle pagine dei giornali locali, nazionali ed esteri.
Questo “illuminismo” passa attraverso la rivalutazione del ruolo del “precario
della ricerca” non più da sfruttare e bistrattare ma da guardare come uno dei
pilastri da cui far ripartire il riscatto del comparto universitario e dell’intero
sistema Paese. Grazie.

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Relazione del Rettore
Prof. Nicola COSTANTINO
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Autorità, Magnifici Rettori, gentili ospiti,


cari colleghi docenti, tecnici, amministrativi e bibliotecari,
carissimi studenti,
è con grande emozione che Vi do il benvenuto a questa cerimonia, la prima
del mio mandato a servizio del nostro Politecnico.
Viviamo una fase di grandi modificazioni sociali, economiche, amministrative –
alcune governate, molte altre purtroppo subite – che sembrano mettere in
discussione lo stesso ruolo, che fino a non molto tempo fa avremmo dato per
acquisito, dell’Università pubblica nel Mezzogiorno d’Italia. Sempre più
spesso, infatti, sembra che le nostre istituzioni siano considerate un “lusso”
che il Paese non può più permettersi, o – peggio – fonti di sprechi di risorse
pubbliche facilmente eliminabili, con tagli draconiani ai finanziamenti.
Eppure, un recente studio della Banca d’Italia ha portato a risultati
estremamente interessanti: “il tasso di rendimento privato dell’istruzione in
Italia è pari a circa il 9 per cento, un valore superiore a quello ottenibile da
investimenti finanziari alternativi (ad esempio in titoli) ed è lievemente
superiore nelle regioni meridionali rispetto al Centro-Nord. Il rendimento
sociale è stimato attorno al 7 per cento. Nelle regioni dell’Obiettivo 1 … esso è
prossimo all’8 per cento e sembrerebbe superiore a quello derivante
dall’investimento in infrastrutture. Recenti lavori empirici sugli effetti
dell’istruzione per aspetti della vita sociale quali salute, criminalità e
scolarizzazione suggeriscono che nel complesso i rendimenti dal punto di
vista della collettività sarebbero di entità ancor maggiore” 1.
E’ vero, quindi, che – come ha recentemente affermato il Prof. Viesti – è
l’Università pubblica la vera “Banca del Sud”, un’istituzione, cioè, in grado di
ripagare gli investimenti effettuati su di essa con benefici individualmente
diretti e, soprattutto, socialmente indiretti, ad elevatissima redditività. Anche
Luigi Einaudi, che pure aveva una visione estremamente liberista
dell’intervento pubblico, affermava che “… l’università, accanto
all’insegnamento utile ad ogni singolo studente, produce un bene generale,
che è la formazione di un ceto dirigente di studiosi, professionisti,

1
Cingano F. e Cipollone P., I rendimenti dell’istruzione, Questioni di Economia e Finanza,
Banca d’Italia, 2009.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

amministratori, politici, il cui costo deve essere sopportato dalla collettività


…” 2.
D’altro canto, uno sguardo prospettico al nostro più remoto passato sembra
fornirci indicazioni molto chiare sul ruolo che gli Atenei pubblici hanno svolto, e
svolgono tuttora, a servizio dei nostri territori.
Come ricordava Francesco Ferrara, la più antica cattedra d’economia d’Italia,
ed una delle più antiche in Europa, fu quella di Commercio, istituita nel 1754 a
Napoli per Antonio Genovesi3.
Nelle sue “Lezioni di economia civile”, pubblicate nel 1764 (ricordiamo che il
celeberrimo The Wealth of Nations di Adam Smith vedrà le stampe solo 12
anni dopo) Genovesi distingueva le attività produttive in “arti fondamentali”,
all’incirca coincidenti con il moderno settore primario, e in “arti miglioratrici e di
lusso”, più o meno corrispondenti al secondario e al terziario, rilevando come
le seconde fossero molto più importanti delle prime nel determinare la
ricchezza di un territorio: “Infatti i popoli di ricche miniere sono i più pezzenti di
tutta la terra se non hanno gregge, agricoltura e arti, come ne fanno
testimonianza molti degli Americani e Africani. E l’Inghilterra che non ha
miniere, salvo che di stagno e piombo, è più numerosa e ricca che non sono
gli Spagnoli con tante miniere d’argento e d’oro”4. Il capitale umano, quindi, è
più importante delle risorse naturali.
In particolare, a proposito delle “arti miglioratrici” (cioè delle attività di
trasformazione) scriveva ancora Genovesi: “Se la meccanica e la scienza del
moto sono la sorgente di quest’arti, e la balia per così dire che le alleva e le
rende vigorose, facili, preste, belle, niun popolo culto potrebbe omettere di
onorarle e premiarle senza incamminarsi in barbarie. Ma la meccanica e la
scienza del moto sono figlie della geometria. Ed ecco una ragione di stato
perché le scienze matematiche si vogliono sopra tutte le altre accarezzate dal
sovrano. In tutte le università degli studi bisognerebbe piantarvi un paio di
cattedre di meccanica …”, e più in là, a proposito delle scuole di architettura: “

2
L. Einaudi, La crescita dell’università, in Le prediche della domenica, Einaudi, 1987 (prima
pubblicazione 1961).
3
F. Ferrara, Prefazione a Biblioteca dell’Economista, vol. III, Torino 1852.
4
Genovesi A., Lezioni di economia civile, Cap. VIII, pag. 52.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

… esse non sono solo utili, ma sono di prima necessità per un paese culto e
vanno a rinforzare l’arti di disegno” 5.
Quindi, nella Napoli di 250 anni fa, era la ragione di stato, per il tramite
dell’Accademia, a suggerire al “sovrano”, cioè al governo, lo sviluppo degli
studi che oggi diciamo politecnici, e più in generale scientifici, senza
naturalmente per questo penalizzare quelli umanistici.
Ed evidentemente il sovrano Borbone raccolse questo suggerimento, se è
vero che la prima Scuola di Ponti e Strade fu fondata nel 1811 a Napoli 6, dove
– come tutti sappiamo – nel 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana.
Nel 1923 sorse poi l’Università di Bari, che dovette però aspettare il 1947 per
veder nascere, attraverso una lunga serie di peripezie, la Facoltà di
Ingegneria, che gemmò infine, nel 1990, il nostro giovane Ateneo.
A 19 anni dalla Sua nascita, il Politecnico di Bari continua a crescere: nel
numero degli immatricolati e degli iscritti, nella produzione scientifica, nei
laboratori di eccellenza, nelle dotazioni infrastrutturali (saranno a breve
inaugurate le nuove sedi della Facoltà di Architettura e dei Dipartimenti ICAR
e DICA) ma non negli organici, che stanno invece subendo pesantemente –
insieme a quelli di tutte le altre Università italiane – gli effetti perversi del
parziale blocco del turnover.
Qual è oggi la nostra situazione? Quali le prospettive?
Proviamo a rispondere a questi quesiti in termini di analisi S.W.O.T.:
esaminando cioè i punti di forza (Strengths), e di debolezza (Weaknesses) del
nostro Ateneo, insieme alle opportunità (Opportunities) ed alle minacce
(Threats) che gli si prospettano.

Punti di forza
Fondamentali punti di forza sono l’eccellenza internazionale in molte aree di
ricerca, insieme alla profonda radicalizzazione nel territorio, in termini sia di
didattica che di trasferimento tecnologico e ricerca applicata: i rapporti con il
tessuto produttivo regionale e nazionale sono estremamente intensi; con le
nostre tre Facoltà, i dieci Dipartimenti, i Centri d’Ateneo, con la variegata

5
Genovesi A., Lezioni di economia civile, cap IX, pag. 57.
6
Albino, Cultura politecnica e sviluppo industriale in Puglia, 2009.

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offerta formativa a tutti i livelli (corsi di laurea e laurea magistrale, master,


anche internazionali, dottorati di ricerca) abbiamo in corso convenzioni di
collaborazione con oltre 1.200 enti, soprattutto imprese industriali e di servizio,
ma anche prestigiose università italiane e straniere, centri di ricerca e
amministrazioni pubbliche locali e nazionali.
Siamo presenti in tutti, o quasi, i distretti industriali regionali, in molti centri di
competenza e reti di laboratori; i numerosi spin-off promossi da nostri docenti
e ricercatori per trasmettere conoscenze e competenze al sistema produttivo
locale sono ormai una realtà produttiva consolidata. Il trasferimento
tecnologico attuato attraverso tutte queste forme di collaborazione Politecnico-
Imprese e, ancor più, attraverso i nostri laureati (ai primissimi posti in Italia per
successo occupazionale) ha contribuito e contribuisce in maniera sostanziale
allo sviluppo di tante attività produttive a livello regionale – ma anche
nazionale ed internazionale – in tutti i settori dell’ingegneria e dell’architettura.
I rapporti di sinergia con gli Enti locali e con le altre Università Pugliesi sono
intensi e, siamo sicuri, destinati ad intensificarsi sempre di più, anche
attraverso il potenziamento degli strumenti comuni di intervento sul territorio,
come il consorzio CSEI Universus.
Ma il nostro principale punto di forza è costituito dalla Comunità di Politecnico:
docenti e ricercatori, strutturati e non, amministrativi, tecnici, bibliotecari che si
dedicano con dedizione al loro lavoro; insieme a studenti che si applicano con
intelligenza e passione alla costruzione del proprio futuro: un patrimonio
umano enorme, che sono onorato di essere stato chiamato temporaneamente
a rappresentare e amministrare.
In questi primi 70 giorni di mandato, io ed i colleghi chiamati a ricoprire cariche
collegiali e monocratiche abbiamo imparato ad apprezzare la disponibilità e le
dedizione con cui tanti si prestano ad affrontare i problemi che
quotidianamente assillano la nostra comunità. La stessa organizzazione
dell’evento odierno può essere presa ad esempio, perché ha visto coralmente
coinvolti, con generosità e spirito di iniziativa, delegati, docenti, amministrativi,
tecnici e studenti, che si sono generosamente offerti a portare il loro
contributo: a tutti va il mio più sincero ringraziamento.

21
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Ma parlando di capitale umano, non possiamo non esprimere preoccupazione


per la condizione in cui versano i tanti lavoratori precari, amministrativi, tecnici,
bibliotecari, ricercatori che hanno prestato e prestano tuttora con abnegazione
e generosità la loro opera a favore del nostro Ateneo, ma al cui inserimento
stabile nelle nostre file si oppongono molteplici ostacoli sia normativi che
finanziari, che auspichiamo possano essere superati con idonei interventi
legislativi.
Più in generale, non possiamo non condannare la miope teorizzazione della
precarietà del lavoro che sembra essere diventata il paradigma dominante di
tanti teorici di un presunto nuovo corso sociale, che troppo spesso la
predicano per gli altri, ma non la praticano per sé. Come ha rilevato Sua
Santità Benedetto XVI, “… quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in
conseguenza dei processi di mobilità e deregolamentazione, diviene
endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire
propri percorsi coerenti nell’esistenza … Conseguenza di tutto ciò è il formarsi
di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale” 7.
Chiediamo quindi che ci vengano forniti gli strumenti giuridici, amministrativi e
finanziari per offrire, a chi si è guadagnato sul campo – con anni di apprezzata
attività lavorativa – la stima dei colleghi e dei superiori, la tanto auspicata
stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Il valore del capitale umano del nostro Politecnico, strutturato e non, è
dimostrato dai risultati conseguiti: pur criticando severamente – nel merito e
nel metodo – la cosiddetta classifica nazionale delle Università italiane
sconsideratamente pubblicata dal Ministero lo scorso luglio (e giustamente
contestata da tutte le Università meridionali e dalla Regione Puglia, proprio
per i criteri assurdamente punitivi per il Mezzogiorno che l’hanno ispirata), non
possiamo non rilevare con soddisfazione come tale classifica veda il nostro
Politecnico tra i pochissimi Atenei meridionali “promossi”, nonostante –
appunto – l’handicap di un contesto territoriale che non consente agli Atenei
del Mezzogiorno di confrontarsi “ad armi pari” con quelli delle aree più ricche
del paese. Promozione in vero solo qualitativa, non essendosi sostanziata con
maggiori e consistenti erogazioni del FFO.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Punti di debolezza
A fronte di tali punti di forza, i punti di debolezza più evidenti sono sopratutto
di contesto. Il quadro normativo nazionale appare sempre più orientato, per
strategie politiche di lungo respiro e contingenze finanziarie, da una parte a
favorire la privatizzazione del sistema universitario, e dall’altra a scaricare
l’onere finanziario degli Atenei pubblici sulle Regioni, in una sorta di
anticipazione (peraltro sul solo fronte delle uscite) di un “federalismo fiscale”
niente affatto solidale.
La nostra situazione – insieme a quella di tutte le altre università meridionali –
non può pertanto che essere preoccupante. E questo non per scarsa
considerazione da parte del nostro Governo Regionale (a cui va invece
riconosciuta una particolare sensibilità nei nostri confronti che spero sia
confermata nei prossimi anni), ma per le oggettive differenze di contesto
territoriale che dividono il Mezzogiorno dalle aree più ricche del paese. Ci
riferiamo non solo ai diversi bilanci regionali, ma anche alla presenza delle più
ricche fondazioni di origine bancaria, dei grandi gruppi industriali, ecc..
Il bilancio di previsione del 2010 comporterà, per il nostro Politecnico come
per le altre Università pubbliche, sacrifici di entità tali da rischiare di mettere in
discussione, insieme alla nostra stessa sopravvivenza, la possibilità di
continuare a fornire al territorio regionale un servizio che riteniamo di poter
definire – senza falsa modestia – assolutamente insostituibile.
Dobbiamo però riconoscere che i nostri punti di debolezza non sono solo
esogeni: abbiamo bisogno di recuperare alcuni ritardi sul fronte dei servizi agli
studenti, dell’informatizzazione dei processi amministrativi, della non sempre
equa ripartizione del personale docente nei differenti settori scientifico-
disciplinari, della razionalizzazione dell’offerta didattica tra i vari corsi di
laurea, anche a livello territoriale.
Dobbiamo fare in modo, attraverso più efficaci opere di orientamento,
tutoraggio e supporto alla didattica, che i tempi di laurea si accorcino
sensibilmente, senza per questo intaccare il livello della preparazione
conseguita. Il servizio di placement, già efficacemente attivo da alcuni anni,

7
Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 2009.

23
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

dovrà essere potenziato attraverso l’adesione al consorzio Almalaurea, già


deliberato.
Dobbiamo migliorare la nostra capacità di accedere ai progetti di ricerca
internazionale di più ampio respiro, come quelli del 7° Programma Quadro.
L’internazionalizzazione delle nostra didattica, sia in uscita che in entrata,
deve essere ulteriormente incentivata e potenziata attraverso l’ampliamento
degli scambi Erasmus e di iniziative di dual e double degree con le più
prestigiose università internazionali, quali quelle previste (ed in parte già
attivate) con la Columbia University, il M.I.T., la New York University,
nell’ambito del programma H2CU.
Sul fronte didattico e scientifico contiamo molto sull’impegno sia degli organi
istituzionali collegiali (Senato Accademico, Consiglio d’Amministrazione,
Osservatori della Didattica, Nucleo di Valutazione) e monocratici (Presidi,
Direttori di Dipartimento, Presidenti dei Consigli Unitari di Classe) sia dei tanti
colleghi che hanno accettato di supportare il nostro lavoro assumendo la
responsabilità di deleghe spesso gravose.
Sul fronte amministrativo l’onere dei necessari interventi di sviluppo
organizzativo e gestionale grava innanzi tutto sul nuovo Direttore
Amministrativo, Dott. Franco Biraschi, e sui Dirigenti Dott.ssa Ada Pizzi e
Dott.ssa Francesca Santoro, e quindi sugli EP e sul personale tutto che presta
servizio sia nell’amministrazione centrale che nelle altre strutture: Dipartimenti,
Facoltà, Centri d’Ateneo, Biblioteche.
Opportunità
Le opportunità di sviluppo che ci si presentano sono molteplici: le recenti
iniziative regionali sui distretti industriali e sulle reti di laboratori ci offriranno
nuove, più intense occasioni di collaborazione con le imprese.
Lo stesso tessuto produttivo regionale sta cambiando: la Puglia è sempre
stata caratterizzata da un elevato spirito di imprenditorialità (gli “animal spirits”
di cui parlava Keynes), con un alto tasso di “natalità” imprenditoriale, troppo
spesso – però – indirizzata verso settori produttivi maturi ed a basso
contenuto tecnologico.
Oggi, invece, registriamo – nonostante la negativa congiuntura economico-
finanziaria – il fiorire di molte iniziative di imprenditoria giovanile a più elevato

24
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

tasso di innovatività, intesa nel più ampio senso shumpeteriano di innovazione


non esclusivamente tecnologica: si pensi, ad esempio, al successo delle
iniziative regionali di Start Cup e di Principi Attivi, in cui tanti neolaureati
pugliesi hanno dato prova di un livello diffuso di creatività che smentisce molti
luoghi comuni sul presunto scarso spirito di iniziativa dei nostri giovani.
Nuove imprese, anche molto piccole, ma a più elevato contenuto tecnologico,
significano per i nostri laureati maggiori occasioni di occupazione in loco,
contribuendo ad abbassare i troppo elevati livelli di emigrazione intellettuale; e
per il nostro Politecnico, nuove occasioni di trasferimento di conoscenze e di
ricerca applicata, in quel prezioso contesto di sinergie operative che
caratterizza i distretti tecnologici di successo.
La popolazione universitaria del Politecnico e delle altre Università Pugliesi
può continuare ad aumentare, nonostante l’esaurirsi dell’onda lunga della
crescita demografica: dobbiamo solo – si fa per dire – fermare l’emorragia
culturale che porta decine di migliaia di giovani pugliesi a studiare in altre
regioni. Siamo convinti che queste emigrazioni abbiano una causa principale,
se non unica: la scarsità di servizi offerti agli studenti, soprattutto ai fuori sede.
Bari è una città con due importanti Università pubbliche, ma non è ancora una
Città Universitaria, come sanno essere alcuni centri urbani, anche di
dimensioni molto minori, che pure esercitano una notevole attrattiva sovra
territoriale. La situazione degli altri capoluoghi pugliesi non è differente.
Ci sono però, anche in questo caso, segnali molto incoraggianti: la nuova
Agenzia Regionale per il Diritto allo Studio sta proponendo una capacità di
visione strategica più ampia di quanto potessero fare i singoli Enti di Ateneo:
nuove iniziative quale quella, appena avviata, dello “Sportello Casa” lo
dimostrano.
Il Comune di Bari sta proponendo una serie di iniziative, dal bike sharing alle
molteplici attività culturali, alla realizzazione di nuovi alloggi per gli studenti,
che vanno nella direzione giusta, dimostrando una positiva evoluzione di
visione che vede nella popolazione studentesca ospitata dalla città non più un
male minore da sopportare, ma un positivo fattore di crescita sociale e
culturale, oltre che economico.

25
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Se a queste positive impostazioni strategiche corrispondesse un’adeguata


disponibilità di risorse finanziarie, non avremmo dubbi circa il loro successo.
Ma anche nell’attuale difficile contesto, siamo sicuri che la direzione giusta è
stata imboccata, e che all’aumento dei servizi complessivamente offerti ai
nostri giovani potrà corrispondere non solo un progressivo arresto
dell’emorragia di studenti, ma anche un’auspicabile inversione del flusso.
Potrà allora avverarsi l’auspicio espresso da Gianfranco Dioguardi, “… che la
nuova Bari – la Bari proiettata nel futuro della speranza che si veste oggi di
fiducia – possa presentarsi con l’emblema di ‘Città di cultura e di luce’: una
luce metaforicamente in grado di illuminare ciascuno di noi per contrastare
l’inferno verso il quale il naturale disordine entropico tende a spingere il
destino delle nostre città” 8.
Tra le opportunità da valorizzare e finalizzare, un posto di primo piano lo
rivestono i nostri più giovani collaboratori: ricercatori, assegnisti e dottori di
ricerca, che si dimostrano spesso capaci di conquistarsi visibilità e
riconoscimenti da parte delle più qualificate comunità scientifiche
internazionali, nonostante la condizione di mortificante precariato che grava su
molti, troppi di loro: un paese che non è in grado di riconoscere e valorizzare i
suoi figli migliori è destinato ad un ineluttabile declino.
Minacce
Quest’ultima considerazione ci porta al punto finale della nostra analisi: quello
relativo alle minacce che gravano sul nostro futuro. Da una parte i tagli al
Fondo di Funzionamento Ordinario introdotti dalla legge 133/2008 hanno
un’entità (18% in due anni) che non trova riscontro in nessun altro servizio
pubblico essenziale, e che sembra obbedire più ad una logica assurdamente
punitiva nei confronti dell’Università pubblica e del Diritto allo Studio che a
ponderati criteri di equilibrata gestione del bilancio dello stato. Dall’altra il
nuovo disegno di legge – che pure contiene molti elementi ampiamente
condivisibili sia nel merito specifico che nell’impianto complessivo – pone le
premesse per un progressivo spostamento dell’onere di finanziamento delle
Università pubbliche dal governo centrale alle singole regioni, allargando
ulteriormente il divario tra contesti territoriali differenti.

8
G. Dioguardi, Ripensare la Città, Donzelli, Roma, 2001.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Lo stesso progetto di riordino degli ordinamenti prefigurato dalla nota


ministeriale n°160 dello scorso settembre, che eleva sostanzialmente i
requisiti di docenza strutturata necessari per attivare i corsi di studio, se da
una parte prefigura un ulteriore, auspicabile, innalzamento della qualità della
didattica erogata, dall’altro – nell’attuale drammatica situazione di taglio dei
finanziamenti e blocco del turnover – risulta inattuabile, a meno di profondi
sconvolgimenti dell’offerta formativa.
Il nostro ruolo
Negli ultimi 50 anni l’Università pubblica ha costituito un insostituibile motore
di crescita culturale, economica e sociale di tutto il paese. In particolare, le
Università del Mezzogiorno hanno assolto ai propri compiti istituzionali in
maniera anche sovrabbondante rispetto alle immediate esigenze del loro
territorio, se è vero – com’è vero – che l’emigrazione operaia è stata
progressivamente soppiantata da quella intellettuale, e che nostri laureati che
non hanno, purtroppo, trovato collocazione nei loro territori sono andati a
ricoprire ruoli di responsabilità nel centro nord d’Italia ed all’estero.
L’Università pubblica è stata quindi, ed è tuttora, un vero e proprio “ascensore
sociale”, capace di offrire concrete occasioni di crescita professionale ed
economica alle fasce socialmente più deboli del territorio. Di questa funzione
di promozione socio-economica c’è sempre più bisogno, se è vero che l’Italia
divide con U.S.A. e Regno Unito il poco invidiabile primato di paese
industrializzato in cui la distanza tra le fasce sociali più ricche e quelle più
povere è massima, e la mobilità sociale generazionale è minima.
Certo, questo non significa che l’attuale contesto operativo delle Università
pubbliche debba essere conservato tal quale, perché molte delle storture e
degli abusi tanto ampiamente denunciati dagli organi di informazione trovano
purtroppo effettivo riscontro nella realtà, ma bisogna sgombrare il campo dagli
effetti di una serie di tanto infondati quanto devastanti interventi
genericamente diffamatori dell’intera Accademia in quanto tale – purtroppo a
volte condotti anche da chi dovrebbe istituzionalmente rappresentarci – il cui
unico effetto è stato di danneggiare, speriamo non irrevocabilmente,
l’immagine dell’Università pubblica italiana agli occhi del Paese.

27
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Sono state, infatti, proposte all’opinione pubblica alcune macroscopiche


esagerazioni, se non addirittura falsità, che gravano pesantemente sull’idea
che oggi il Paese ha delle nostre istituzioni.
Prima tra queste, quella sulla presunta assenza di una “cultura della
valutazione”, troppo spesso presentata all’opinione pubblica come una
“novità” da introdurre nell’Accademia italiana per adeguarla alle mutate
condizioni di contesto.
E’ questa una novità? I nostri ricercatori, dal più autorevole ordinario al più
giovane dottorando, si sottopongono ogni giorno alla peer review, cioè al
giudizio tra pari, a livello internazionale. Il nostro Politecnico pubblica ogni
anno centinaia di paper sulle più prestigiose riviste internazionali, superando
severi processi selettivi che ci pongono a confronto con i migliori ricercatori del
mondo: di questi risultati, pur se senz’altro migliorabili e perfettibili, siamo fin
d’ora orgogliosi. E lo siamo tanto più, in quanto consapevoli delle notevoli
differenze di dotazione infrastrutturale, ed anche di retribuzione individuale,
che caratterizza il confronto tra i nostri ricercatori e quelli del resto del mondo
industrializzato.
Non rifiutiamo affatto la valutazione: esigiamo anzi di essere valutati!
Ma chiediamo che i criteri di valutazione siano innanzi tutto noti ex ante, e non
costruiti ex post, com’è scandalosamente avvenuto per la quota di
finanziamento premiale del 2009. E, soprattutto, chiediamo che la nostra
produttività scientifica e didattica sia valutata in termini di efficienza (cioè di
rapporto tra risultati conseguiti e risorse complessivamente disponibili) e di
efficacia (cioè di reale impatto occupazionale dei nostri laureati e scientifico
delle nostre ricerche).
E’ per questo che, insieme alle altre Università del Mezzogiorno, contestiamo
la valutazione ministeriale dello scorso luglio, anche se, come già detto, vede
il nostro Politecnico tra i pochissimi Atenei meridionali “promossi” a livello
nazionale.
Tale valutazione, infatti, non tiene conto del fatto che – a parità di qualità
scientifica e didattica – le Università collocate nei territori più ricchi possono
drenare dal contesto regionale in cui operano molte più risorse di quanto
avvenga nelle regioni territorialmente più svantaggiate. Non tener conto di

28
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

queste differenze nella valutazione significa “premiare” con maggiori


finanziamenti nazionali non solo il merito, ma anche la “fortuna” posizionale di
poter ricevere più finanziamenti a livello locale, in un assurdo circolo vizioso
che – se pervicacemente perseguito come lo è stato finora, in presenza di un
insopportabile, assurda, riduzione dei finanziamenti nazionali – rischia di
condannare all’eutanasia gran parte del sistema universitario pubblico
meridionale.
Siamo pronti ad affrontare ogni ragionevole cambiamento: la Conferenza
d’Ateneo del Politecnico di Bari, già convocata per il prossimo mese di
febbraio, ci consentirà di delineare la futura governance della nostra
Università attraverso un dibattito allargato a tutte le componenti della nostra
comunità; abbiamo riattivato il processo di programmazione triennale,
affiancandogli una programmazione strategica di più lungo respiro; ci stiamo
dotando di un Codice Etico, della Scuola di Dottorato e di Alta Formazione, di
un sito web più funzionale ed interattivo dell’attuale; stiamo introducendo il
controllo di gestione, e ci stiamo preparando alla contabilità economico-
patrimoniale. Il tutto in uno spirito di ampia collegialità dei processi decisionali
che coinvolge la totalità degli organi d’Ateneo, attuando una continua
“strategia dell’attenzione” nei confronti di tutti i membri della nostra comunità:
studenti, docenti, tecnici, amministrativi, bibliotecari.
L’innalzamento dei requisiti minimi di qualità per i corsi di laurea previsti dalla
futura normativa non ci spaventa, siamo pronti anzi ad applicarlo
immediatamente, anche ricorrendo a forme di concertazione e federazione
con le altre Università, per razionalizzare ed omogeneizzare le nostre
rispettive offerte formative.
Ma deve essere ben chiaro a tutti che la sua applicazione a parità di numero
di studenti richiede cospicue risorse aggiuntive. Se invece si vorrà realizzare
la trasformazione degli ordinamenti nell’attuale contesto di drastici tagli al
finanziamento pubblico ed al turnover del personale, essa comporterà la
generalizzata introduzione del numero chiuso in pressoché tutte le Università
pubbliche: chiuso, non programmato, in quanto legato alla contingenza delle
risorse disponibili, e non ad una pianificazione territoriale di lungo respiro.

29
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Anche il cambiamento proposto per il reclutamento della docenza, in nome di


una meritocrazia che spesso il legislatore sbandiera, ma poi non applica, non
ci spaventa; auspichiamo anzi che nella valutazione il merito venga realmente
perseguito con il massimo rigore.
Chiediamo pertanto che il disegno di legge attualmente all’esame del
Parlamento venga drasticamente migliorato in tal senso, se è vero – com’è
vero – che, al di là delle mere e retoriche dichiarazioni di principio, il
meccanismo delle abilitazioni nazionali a lista aperta rischia di inaugurare una
nuova stagione di “todos cabelleros” che andrebbe in una direzione affatto
opposta a quella di maggior rigore selettivo ufficialmente dichiarata, segnando
addirittura un regresso rispetto all’attuale, giustamente criticato, quadro
normativo.
Ma c’è un’ultima cosa, ancor più importante, che chiediamo, anzi esigiamo da
chi ci governa, dall’organo legislativo, dall’opinione pubblica: è il rispetto per la
nostra funzione di Università pubblica a servizio del proprio territorio e della
comunità scientifica internazionale.
La partita che si giocherà nei prossimi mesi nelle aule del Parlamento e nelle
stanze del Ministero ha come posta in gioco il futuro del sistema universitario
pubblico: siamo assolutamente consapevoli dei rischi che questo comporta
non solo per le nostre Università, ma anche – soprattutto – per il Paese.
Abbiamo bisogno di raccogliere attorno all’Accademia italiana, alle Università
meridionali, al nostro Politecnico la società civile, il sistema produttivo, le forze
politiche, senza distinzioni di parte.
Il nostro Paese, la nostra terra, hanno già molte volte dimostrato di saper
reagire alle situazioni congiunturali più difficili, opponendo l’ottimismo della
volontà di riscatto economico e sociale al pessimismo della più miope ragion
di stato.
E’ con questo auspicio, e con la consapevolezza di avere tutta la nostra
Regione stretta intorno a noi, che dichiaro aperto l’Anno Accademico 2009-
2010 del Politecnico di Bari, diciannovesimo dalla sua istituzione.

30
Prolusione del:

Prof. Mario SAVINO


“Le misure e la loro
evoluzione nel tempo”
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Gli scopi
Le donne e gli uomini vivono immersi nella natura e cercano di comprenderla
mediante l’identificazione degli oggetti che li circondano e dei fenomeni ai
quali assistono. A tal fine definiscono alcune caratteristiche proprie o
specifiche degli oggetti e dei fenomeni in esame. Quando hanno da
effettuare una scelta essi confrontano tra loro le caratteristiche degli oggetti
selezionati in funzione dell’obiettivo da perseguire. Descrittori di queste
caratteristiche sono le grandezze, per conoscere le quali occorre seguire un
procedimento di misurazione. Spesso non si fa distinzione tra le parole
misurazione e misura, anche se a rigore la misurazione è definita dal VIM
(International Vocabulary of basic and general terms in Metrology)1 “il
procedimento per ottenere sperimentalmente uno o più valori che
possono essere ragionevolmente attribuiti ad una grandezza”. La misura
invece è il risultato della misurazione. La misurazione o più semplicemente,
come si dirà nel seguito, la misura è quindi un procedimento elementare o
complesso, che permette di quantificare, assegnando dei numeri, le proprietà
degli oggetti o dei fenomeni del mondo reale. Essa richiede teoricamente un
confronto tra una quantità incognita, il misurando, ovvero la grandezza
oggetto della misura, e una nota, assunta come campione. Per effettuare il
confronto è necessario definire le scale di misura, caratterizzate da punti
numerali, in tal modo è possibile associare a ciascuna grandezza una
posizione nella propria scala e stabilire uguaglianze, differenze, relazioni.
Misurare consente di conoscere, di descrivere e quindi di controllare
qualsiasi sistema nel miglior modo possibile.
Per comprendere appieno gli scopi della scienza delle misure, è bene porsi
inizialmente due domande: Tutto è misurabile?; Si può fare a meno delle
misure?
Non è semplice rispondere alla prima domanda; molto spesso si usa la
parola misura riferendola a grandezze per le quali non è stata definita una
scala in modo certo e condiviso. Alcuni ritengono che non tutto sia
misurabile, altri2 hanno accettato la sfida di tentare di misurare, con
riferimento alle caratteristiche degli esseri umani, ciò che attualmente sembra
impossibile misurare come ad esempio: il benessere; la naturalezza; la

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

qualità percepita con la mente; i sentimenti; il linguaggio del corpo; la


coscienza.
Più facile rispondere alla seconda domanda: Si può fare a meno delle
misure? La risposta è: No. I campi di applicazione delle misure attualmente
sono svariati, quello più noto è senza dubbio legato alle transazioni
commerciali. Se pensiamo soltanto a quante volte misuriamo giornalmente il
tempo con i nostri orologi e quante misure di massa e di volume sono
eseguite con le bilance e i flussometri (denominati in gergo contatori) dei
nostri fornitori, ci rendiamo conto di non poter più fare a meno delle misure.
Per esempio è stato dimostrato che donne e uomini non possono vivere una
vita serena senza informazioni sull’orario, in quanto perdono rapidamente la
cognizione del tempo3. Gli astronauti nello spazio non assistono
all’alternarsi del giorno e della notte per cui è necessario comunicare loro
dalla base spaziale sulla terra quando è l’ora di andare a dormire. Proprio la
NASA, l’ente spaziale statunitense, ha condotto l’esperimento più
significativo sulla cognizione del tempo, al fine di studiare le conseguenze
fisiologiche e psicologiche sugli astronauti. Nel 1965 la popolazione di
millecento persone del paesello di Nort Conway, nello Stato americano del
New Hampshire, accettò per due giorni di fare a meno di qualsiasi forma di
indicazione del tempo. Si operò in modo che nessuno potesse avere
informazioni sull’orario, requisendo oltre agli orologi anche gli apparecchi
radio e televisivi. Il primo giorno dell’esperimento la vita si svolse abbastanza
regolarmente con inevitabili piccoli anticipi o ritardi nelle normali attività
quotidiane, aumentò la comunicazione tra vicini. Il secondo giorno le cose
mutarono radicalmente le persone con il trascorrere del tempo diventavano
sempre più nervose e inquiete, alcuni protestarono contro l’esperimento e
molti dovettero far ricorso ai tranquillanti.
Le misure sono indispensabili nel campo della ricerca scientifica come
affermato dal genio di Galilei e di Newton, che modificarono in modo
rivoluzionario la concezione della scienza e il metodo d’indagine. Fu prima
Galilei, basandosi anche sulle speculazioni filosofiche di Cartesio e sul suo
dubbio metodico, e poi Newton a stabilire il metodo sperimentale come
ispiratore della ricerca scientifica e a sostenere che essa deve obbedire solo

33
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

alla propria logica interna, deve essere libera da qualsiasi pregiudizio e da


qualsiasi autorità. Senza la verifica sperimentale non è possibile
confermare la validità di un’ipotesi, si pensi, ad esempio, alla teoria
copernicana e al paziente e sapiente lavoro sperimentale di Tycho Brahe,
che ha portato Johannes Kepler alla formulazione delle tre leggi sul moto
planetario e alla conferma della validità. L’esperimento deve essere ripetibile
con risultati non contrastanti quando si controllino tutte le variabili che in esso
intervengono. Il procedimento di misura deve fornire informazioni non
ambigue sulle proprietà degli oggetti e sulle caratteristiche dei fenomeni in
osservazione.
Gli strumenti di misura oggi sono in grado di registrare l’evolversi dei
fenomeni naturali e dei processi industriali, di permettere la diagnosi
contestuale o di conservare le informazioni utili per l’elaborazione
successiva. Le misure permettono anche il controllo di macchine, di robot, di
sistemi complessi. Allo scopo di cercare di prevedere come si evolvano i
fenomeni naturali o i processi industriali, sono elaborati, sulla base di
sperimentazioni e di riflessioni, teorie e modelli, in genere semplificati, in
quanto finalizzati ad un preciso obiettivo rappresentativo di ciò che si vuole
indagare. Oggi i sistemi informativi più evoluti sono quelli basati sulle
misure. Le Information and Communication Technologies (ICT)
permettono di creare sistemi informativi molto efficienti per diverse
applicazioni. Sono stati realizzati sistemi artificiali che utilizzano algoritmi
genetici, capaci di apprendimento, e che rappresentano un modello
dell’attività cognitiva umana.
L’importanza di imparare a misurare deriva dalla semplice constatazione che
solo misure corrette sono in grado di convalidare un modello, una teoria, un
sistema informativo o, secondo Karl Popper, consentono di affermare che
essi non siano falsi. Viceversa se le misure sono errate si potranno ritenere
non validi, o falsi, un modello, una teoria, un sistema informativo, ben
progettati. È quindi imperativo che chi opera nell’industria, nei servizi impari
ad utilizzare e a realizzare correttamente gli strumenti di misura e che nelle
scuole e nelle università si affermi sempre più la cultura metrologica.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

La qualità dei prodotti e dei processi è notevolmente migliorata grazie anche


all’evoluzione dei sistemi di misura, gestiti in genere da un calcolatore ed in
grado sia di elaborare una serie notevole di informazioni provenienti da
diversi sensori, sempre più miniaturizzati e distribuiti, sia di eseguire
l’autocontrollo delle prestazioni4. Molti paesi richiedono la certificazione di
qualità perché un prodotto possa essere commercializzato al loro interno.
Per esempio, la marcatura CE è una sigla che deve essere apposta in modo
visibile e indelebile su un prodotto per attestare che esso possiede i requisiti
essenziali fissati da una o più direttive comunitarie. La marcatura CE
sancisce la conformità ai requisiti prescritti dalle direttive comunitarie.
Le origini
La scienza delle misure è antica in quanto, come si è detto, misurare è
un’esigenza vitale dell’umanità. Stabilirne l’origine non è cosa semplice. Essa
si fa risalire al Paleolitico superiore, tra i trentacinquemila e i diecimila anni
fa, periodo in cui sono nati anche i numeri. Infatti su fossili risalenti a tale
periodo si sono trovati segni regolari di vario tipo incisi su bastoni e su pezzi
di osso, probabilmente i segni numerici precedettero le parole necessarie per
esprimere quei numeri5. È bene precisare che le misure hanno bisogno dei
numeri, ma il significato dei numeri associati ad un procedimento di misura è
ben diverso da quello che essi hanno in matematica. Nell’analisi
matematica i numeri sono enti astratti, dotati di particolari proprietà
indipendenti dal contesto in cui sono impiegati, nel caso invece delle misure
essi sono le entità necessarie ad individuare i punti caratteristici della scala
dei misurandi e le proprietà di tali punti dipendono esclusivamente da quelle
delle grandezze oggetto della misura. La misura come si è detto è un
procedimento che porta ad ottenere sperimentalmente uno o più valori che
possano ragionevolmente essere attribuiti al misurando e può essere intesa
come il rapporto tra la grandezza osservata e l’unità di misura della
grandezza stessa, essa deve avere l’indicazione dell’unità ed è il mezzo
utilizzato in tutto il mondo per fornire le informazioni necessarie sia sul tipo o
specie sia sull’ampiezza della grandezza oggetto della sperimentazione. Per
unità di misura si intende quella grandezza reale scalare definita ed
adottata per convenzione, con la quale può essere confrontata qualsiasi

35
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

altra grandezza della stessa natura, per esprimere il rapporto di due


grandezze come un numero. Privo di unità di misura il numero ottenuto come
risultato del procedimento non ha alcun significato.
Come si è accennato in precedenza l’essere umano non può fare a meno di
misurare il trascorrere del tempo, non gli è sufficiente l’orologio biologico,
che gli fornisce informazioni inadeguate ad un’organizzazione ottimale della
sua vita. È allora probabile che il primo strumento di misura sia stato proprio
un misuratore del tempo: lo gnomone, un elementare forma di meridiana. Il
sole, con il suo alternare periodi di luce a periodi di buio, ha consentito agli
esseri umani di acquisire il concetto di giorno e la distinzione tra giorno e
notte. Si stima che le prime informazioni sui moti apparenti del sole, della luna,
dei pianeti e delle stelle siano state acquisite da parte degli esseri umani nel
Paleolitico superiore. Il Paleolitico è l’età della pietra antica e proprio con dei
sassi l’essere umano imparò a delimitare l’ombra da lui proiettata sul terreno.
Poneva una pietra per ogni passo in modo da misurare tutta la lunghezza
della propria ombra. In tal modo creò lo gnomone umano e imparò a
scandire il tempo. Successivamente lo gnomone fu perfezionato attraverso
l’infiggere un semplice bastone verticalmente nel terreno in una zona libera da
ingombri in modo che si potesse osservare la posizione dell’ombra in qualsiasi
posizione fosse proiettata. All’alba, il bastone produce un’ombra lunga e sottile
verso occidente. Durante la mattinata, quando il sole si alza sull’orizzonte,
l’ombra si accorcia sempre di più e ruota lentamente da ovest verso nord. Lo
gnomone fu utilizzato in diverse parti del mondo, migliaia di anni prima della
nascita di Cristo. La funzione del complesso megalitico di Stonehenge, è
quello di osservatorio astronomico e misuratore del tempo. Zanot afferma a
proposito di Stonehenge: “al centro del tempio, sembra di essere in un
gigantesco planetario: ogni pietra indica un’ora, un giorno, un mese, una
stagione, un anno solare e una fase lunare”6. Per questo Stonehenge ebbe il
nome di cerchio del tempo. Augusto fece costruire a Roma uno gnomone
visibile ancora oggi in piazza Montecitorio, utilizzando come stilo un obelisco
fatto erigere in Egitto. Un altro gnomone di grandi dimensioni si può visitare
nel Foro romano. Il più alto gnomone del mondo si trova nella cattedrale di S.
Maria del Fiore in Firenze, realizzato nel 1475 mediante un foro praticato in

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

una tavoletta di bronzo e posto a 90 metri di altezza sulla cupola del


Brunelleschi. A causa della sua altezza esso funziona solo durante il periodo
del solstizio estivo, quando i raggi solari filtrano attraverso il foro gnomonico
dando luogo a un’immagine del sole in basso sul pavimento della Cappella
della Croce. A Castel del Monte la parete sud del maniero ottagonale si
comporta come uno gnomone7, mettendo in relazione le dimensioni del
castello con l’ingresso del sole nei vari segni zodiacali. Così ad esempio, a
mezzogiorno dell’equinozio d’autunno, segno della bilancia, questa parete
proietta sul terreno un’ombra lunga quanto è largo il cortile del castello. Un
mese dopo, segno dello scorpione, sempre a mezzogiorno, l’ombra dello
gnomone determina la larghezza delle sale del castello. Ancora un mese
dopo, segno del sagittario, la stessa ombra lambisce il bordo della
circonferenza teorica nella quale si inscrive il castello, comprese le torri.
Gli esseri umani si resero conto della difficoltà di misurare il tempo con
precisione e accuratezza mediante lo gnomone, in quanto il percorso del sole
nel cielo cambia con le stagioni. I primi tentativi di una misura più accurata
del tempo si basano su un principio diverso. La nascita degli orologi ad
acqua sembra dovuta all’influenza di molti filosofi dell’antichità che
ritenevano ci fosse un parallelo tra lo scorrere del tempo e quello delle acque
nei fiumi. Uno dei più antichi di questi orologi è stato trovato nella tomba del
faraone Amenhotep I, sepolto intorno al 1500 a.C. Gli orologi ad acqua
sono stati tra i primi cronometri indipendenti dalla osservazione dei corpi
celesti e furono perfezionati dai Greci che diedero loro il nome di clessidra,
solo in seguito l’acqua fu sostituita dalla sabbia. L’orologio ad acqua si diffuse
rapidamente specie tra coloro che fornivano le loro prestazioni a tempo, uno
di essi è citato nei Dialoghi delle Cortigiane di Luciano di Samosata,
scrittore e retore greco antico di origine siriana. L’orologio idraulico nella
fattispecie era un vaso metallico di forma emisferica munito di un forellino sul
fondo. Quando si ritiravano le cortigiane, per le quali da sempre il tempo è
denaro, la giovane servente metteva il vaso in un bacino più grande, colmo
d’acqua, e si attendeva che il vaso andasse a fondo. La prestazione durava
quindi il tempo del riempimento del vaso3. Simile all’orologio idraulico usato
dalle cortigiane ateniesi era quello impiegato dagli avvocati romani per i quali

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la durata dell’intervento corrispondeva allo svuotarsi di un recipiente


emisferico dotato di un foro sul fondo per la fuoriuscita dell’acqua.
Oltre alle misure di tempo molto diffuse nell’antichità erano quelle di
lunghezza, con le sue grandezze derivate superficie e volume, e di massa,
anche se si preferiva denominare la massa peso. In genere le unità di
lunghezza facevano riferimento a parti del corpo umano. Così il cùbito aveva
la lunghezza dell’avambraccio pari all’incirca a mezzo metro, il pollice quella
del dito corrispondente, il piede in origine era pari alla lunghezza dell’arto
inferiore, il passo equivaleva a cinque piedi mediamente quasi un metro, lo
stadio a centoventicinque passi, la iarda corrispondeva alla distanza tra la
punta del naso e l’estremità del dito medio ed infine il miglio romano era pari
a circa cinquemila piedi e quindi a mille passi. Dal miglio deriva pietra
miliare posta dagli antichi romani sul ciglio delle strade per delimitarne le
distanze.
Le misure di peso si basavano sulla libbra, dal latino bilancia, ed erano
effettuate con strumenti semplici ma non troppo diversi da una bilancia a
bracci uguali, formata da un’asta di ferro mobile che sostiene ai due estremi
due piatti, simile a quella trovata nella tomba di Nagata in Egitto (3000 a.C.).
Un linguaggio mondiale
Ciò che non è riuscito con l’esperanto, tentativo di sviluppo di una lingua
internazionale proposto intorno al 1880 dal medico polacco Zamenhof, si è
ottenuto con il Sistema Internazionale delle unità di misura (SI). Per
esprimere il risultato di una qualsiasi misurazione gli esseri umani si servono
e si sono serviti di numeri e di unità di misura. L’insieme delle unità di misura
è chiamato sistema di unità di misura. L’unificazione di tale sistema è stata
resa possibile grazie ad un lavoro antico e faticoso al quale hanno
partecipato scienziati di tutto il mondo. Questo mezzo efficiente di cui oggi si
dispone, che ci consente di parlare la stessa lingua, anche se si lavora in
continenti diversi, e che ci appare così logico e naturale, è in realtà il frutto di
un lavoro spesso sommerso che continua e procede di pari passo con lo
sviluppo ad abbracciare tutti i campi e i settori scientifici e tecnologici in
rapida espansione.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

L’esigenza di fissare regole precise per quanto riguarda gli scambi


commerciali e l’organizzazione sociale all’interno di una comunità portò ogni
popolo a servirsi di propri sistemi di misura. Per facilitare gli scambi tra le
varie popolazioni si tentarono di stabilire criteri di equivalenza tra le varie
unità di misura sulla base di campioni materiali. I primi campioni scoperti nei
templi e in altri edifici sacri assiri ed egizi sono quelli di unità di
lunghezza. Così ad esempio tra le civiltà antiche la lunghezza del cùbito,
testimoniata da diversi campioni trovati, presenta valori poco differenti tra
loro. La vastità dell’antico impero romano favorì il processo di unificazione,
vanificato alla sua caduta con il successivo formarsi della società feudale,
quando si diffusero numerosi sistemi di misura anche molto differenti tra loro.
Spostandosi da un feudo all’altro occorreva effettuare la trasformazione delle
unità di misura il che risultava sempre molto approssimativo. Anche in
seguito, considerando che le comunicazioni e la mobilità continuavano ad
essere fortemente limitate, si assistette alla proliferazione e all’uso di unità
molto differenziate nelle diverse nazioni e, al loro interno, nei vari comuni e
paesi. Spesso con una stessa denominazione si indicavano unità di misura
diverse da paese a paese il che era causa di frodi e di possibilità di guadagni
illeciti da parte di quanti approfittavano della confusione esistente. Questo il
motivo per cui nelle piazze dove si tenevano i mercati, per evitare
contestazioni tra commercianti e acquirenti, le autorità del luogo indicavano
in vario modo sui muri le unità di lunghezza. Per esempio in un muro della
Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, grande centro commerciale tra est e
ovest nell’epoca medioevale, vi sono due barre di ferro con le estremità
sporgenti a distanza all’incirca di un metro l’una dall’altra. Altri luoghi dove è
possibile trovare indicazioni relative al campione di lunghezza sono ad
esempio Parigi, patria mondiale della metrologia, dove nel sedicesimo
secolo in un muro esterno presso la scalinata del Grand Chatelet era stata
riportata in ferro la tesa, unità di misura della lunghezza per la Francia, pari a
1,95 m. Anche a Bari sulla facciata della Basilica di San Nicola è
incorporato il campione di lunghezza detto cùbito barese, di lunghezza
leggermente differente dai più noti. Secondo alcune fonti esso ha
rappresentato l’unità di misura adottata per sviluppare l’intero progetto della

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Basilica, ultimata nel 1197, mentre per il padre sacrista della Basilica il cùbito
è stato realizzato per il mercato che si teneva nella piazza antistante in epoca
medioevale, il che convaliderebbe quanto prima affermato in merito alla
presenza di campioni di unità di lunghezza sui muri delle cattedrali. Alcuni
sostenitori della prima tesi vanno oltre la semplice relazione geometrica,
collegando il cùbito barese a criteri occulti di architettura sacra che
sarebbero stati seguiti nella realizzazione della Basilica, perché essa
alludesse, con la sua geometria, a verità accessibili solo a pochi iniziati.
Esiste una vasta letteratura sulle relazioni tra la Basilica di San Nicola e
l’ordine Templare, i Rosa-Croce, ed altri. Il cùbito barese può essere, quindi,
visto come simbolo della demarcazione tra due tipi di scienza: una basata su
affermazioni verificabili o confutabili da chiunque lo voglia, con strumenti
accessibili pubblicamente in qualunque momento; l’altra fondata su autorità
ineffabili, su una sapienza che non è spiegata e non è spiegabile, su verità
per pochi iniziati, che gli iniziati non possono mettere in discussione, pena la
radiazione e la persecuzione.
Fu Carlo Magno nell’Ottocento che, avendo avviato le grandi riforme
amministrative, economiche e giudiziarie dell’impero carolingio promulgò un
decreto sull’unificazione dei campioni di massa ed istituì il principio che i
costruttori di bilance, una volta ottenuta la licenza di vendita, fossero gli unici
responsabili del loro corretto funzionamento. Alla caduta dell’impero
carolingio, con la moltiplicazione dei centri di potere, la monarchia in Francia
, il regno d’Italia, il sacro romano impero della nazione germanica, si
moltiplicarono anche le unità di misura.
Nonostante la necessità di unificazione fosse sentita inizialmente nell’ambito
del commercio per facilitare le operazioni di scambio, in seguito fu la
comunità scientifica, con l’impulso dato da Galileo Galilei al metodo
sperimentale, a ritenere imperativa tale unificazione, in quanto i diversi
scienziati volevano far conoscere e confrontare i risultati ottenuti
nell’esecuzione di una stessa misurazione, anche se condotta in luoghi
diversi.
Solo alla fine del diciottesimo secolo si assistette alla nascita di sistemi di
misura che lentamente, ma inesorabilmente acquisirono carattere mondiale.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Fu ai tempi della rivoluzione francese, intorno al 1790, che si iniziò il lungo


processo di unificazione e razionalizzazione delle unità di misura per le
grandezze d’interesse commerciale e scientifico. Il 7 aprile 1795 con decreto
legge in Francia la Convenzione Nazionale istituì il Sistema Metrico
Decimale, che riconduceva tutte le unità di misura a soltanto quattro
grandezze fondamentali, la lunghezza misurata in metri, la massa misurata in
kilogrammi, la capacità ed il volume misurati in litri. Inoltre tale sistema
permetteva l’uso di soli multipli e sottomultipli decimali. Allo scopo di
facilitare la riferibilità delle misure ad entità ben precise si giunse all’accordo
di costruire dei campioni materiali disponibili in laboratorio. A giugno del 1799
una delegazione dell’Istituto Nazionale delle Scienze e delle Arti presentava
al Consiglio dei Cinquecento e deponeva negli archivi francesi i prototipi
metallici del metro e del kilogrammo, detti degli Archivi8.
Nel 1875, con la partecipazione di rappresentanti provenienti da diciassette
paesi, era istituita la Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (CGPM),
dove per misure si intendevano le lunghezze e le loro grandezze
geometriche derivate. La CGPM è ancora operante e mentre inizialmente si
riuniva ogni sei anni, attualmente è convocata a Sèvres ogni quattro anni. Fu
con la undicesima CGPM, tenutasi a Parigi dall’11 al 20 ottobre 1960 che si
giunse ad un sistema veramente mondiale, l’attuale Sistema Internazionale
di unità di misura (SI), fondato sulle sei unità di misura base: metro;
kilogrammo; secondo; ampere; kelvin; candela, al quale nel 1971 si
aggiunse una settima unità base per le quantità di sostanza, costituita dalla
mole. Il Sistema Internazionale è stato legalmente adottato in Italia con la
legge n. 122 del 14 aprile 1978 e con il D.P.R. n. 802 del 12 agosto 1982 ed
ha avuto l’approvazione oltre che dall’IEC (International Electrotechnical
Commission) anche dall’ISO (International Standards Organization)9.
Attualmente numerosi centri di ricerca in tutto il mondo, tra i quali l’Istituto
Nazionale per la Ricerca Metrologica (INRiM), coordinati dal Bureau
International des Poids et Mesures (BIPM), stanno collaborando per
ridefinire le unità di misura, con particolare riferimento alla massa e alla
corrente elettrica (o ad un suo sostituto: la tensione elettrica), impiegando le
cosiddette costanti fondamentali (costanti di Avogadro, di Planck, ecc.) e la

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carica dell’elettrone, allo scopo di ridurre quanto più possibile l’incertezza


associata alla realizzazione dei campioni relativi alle unità dell’attuale
Sistema Internazionale.
Aspetti psicologici
Quando si acquisiscono i fondamenti delle misure si impara anche una
corretta filosofia di vita. La frase latina attribuita a Lucio Anneo Seneca
errare humanum est, perseverare autem diabolicum, significa commettere
errori è umano, ma perseverare è diabolico ed è ormai entrata nel linguaggio
comune. Commettere errori nel corso di una misura è possibile ed anzi molto
probabile, d’altra parte il solo fatto di esser obbligati ad inserire uno
strumento di misura in un sistema altera le condizioni iniziali del sistema
stesso e non consente la misura del valore che il misurando assumeva prima
dell’inserzione. Il procedimento di misura disturba il sistema e determina una
variazione nel valore delle grandezze da misurare. L’entità del disturbo varia
con il tipo di strumento usato per la misura. Si definisce errore assoluto di
misura la differenza tra il valore della grandezza misurata e quello di una
grandezza di riferimento, derivante ad esempio da un campione di misura. La
grandezza di riferimento è assunta come valore convenzionalmente vero
del misurando. Tra gli errori di misura sono contemplati gli errori
sistematici che si ripresentano sempre con lo stesso segno e la stessa
ampiezza, ripetendo la misura di una grandezza con la stessa
strumentazione quando siano immutate le condizioni operative e ambientali.
Si definisce correzione il valore da aggiungere algebricamente al risultato
non corretto di una misura per compensarne l’errore sistematico. La
correzione non può mai essere completa per i limiti intrinseci sia alla
strumentazione sia all’operatore che esegue la misura. Non esiste una
misura perfetta, come non esistono comportamenti umani privi di errori, la
perfezione non è di questo mondo.
Scrive Galimberti nel suo dizionario di psicologia che per errore s’intende
un’azione che comporta “un giudizio o valutazione che contravviene il
criterio riconosciuto valido nel campo a cui il giudizio si riferisce,
oppure ai limiti di applicabilità del criterio stesso”10. Come nell’ambito
delle misure occorre un riferimento rappresentato dai campioni delle

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

grandezze e dalle scale di misura, così nella condotta umana è necessario


riferirsi ad un “criterio riconosciuto valido nel campo”. L’errore umano come
quello delle misure dipende unicamente da un processo valutativo, da un
confronto con dei campioni di riferimento. Ognuno di noi si crea un modello di
vita, da cui fa discendere una scala di valori e valuta i suoi atti e i suoi
possibili errori sulla base di questi. I propri errori si possono correggere
anche con il dialogo e il confronto con gli altri purché si sia in grado di
ascoltare e di mettersi in discussione. È l’autocritica che nel campo
scientifico fa progredire la scienza e nel campo umano fa crescere gli esseri
umani. Il progresso diventa illimitato solo quando si accetti la necessità di
una sistematica correzione dei risultati della ricerca nel campo delle scienze
sia umane, sia tecnologiche.
Spesso, dopo aver spiegato il significato di errore e di correzione, all’inizio di
una mia lezione riservo una parte della lavagna al conteggio degli errori che
commetto e alle possibili correzioni, esortando gli allievi ad aiutarmi nel
procedimento di correzione. Per verificare il grado di attenzione degli
studenti, a volte commetto volontariamente un errore. Questa pratica mi
permette di dimostrare agli allievi che tutti sbagliamo, che il docente è un
essere umano come loro, che i propri errori si possono correggere anche
ascoltando gli altri.
L’impossibilità di avere un campione di riferimento perfetto rende il
concetto di errore idealizzato, in quanto non può essere mai conosciuto
esattamente, quindi la correzione non potrà mai essere completa. Ne
scaturisce che come ogni comportamento umano, così ogni misura sarà
affetta da incertezza dovuta sia all’imperfetta correzione, sia alla presenza di
effetti casuali, dovuti per esempio all’interazione del misurando con
l’ambiente, con gli strumenti, con l’operatore. Nessun risultato di una
misura è esente da incertezza, parametro (sempre associato a tale
risultato) che caratterizza la dispersione dei valori che potrebbero essere
ragionevolmente attribuiti al misurando. Le donne e gli uomini hanno bisogno
di certezze per costruire la loro scala di valori, ma devono essere al tempo
stesso consapevoli che le loro azioni saranno sempre accompagnate da
un’incertezza di fondo, dovuta ad una conoscenza inevitabilmente imperfetta.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Non devono avere paura dei dubbi che assalgono loro, nella consapevolezza
che essi scaturiscono da fattori molto spesso fortuiti o imprevedibili. È anzi
auspicabile che il dubbio rientri nell’etica dell’esistenza umana, perché si
possa sperare in una più cosciente crescita individuale e collettiva. Il
parallelismo tra la scienza delle misure e quella umana potrebbe continuare
esaminando i concetti di precisione, accuratezza e taratura, ma i limiti di
tempo di questo intervento non lo consentono.
Per il benessere degli esseri umani
Una filosofia di vita in cui il desiderio di avere, di possedere beni e di
consumarli, prevale spesso su aneliti di solidarietà, sul bisogno di dare
qualcosa di noi agli altri senza fini utilitaristici, sta portando donne e uomini a
vivere con ansia e schizofrenia la loro esistenza. Erich Fromm nel suo libro
“La rivoluzione della speranza; verso una tecnologia umanizzata”11,
individua come soluzione a questo serio problema una nuova filosofia dello
sviluppo che veda l’affermarsi della priorità della vita sulla morte. La
speranza è un elemento fondamentale di ogni tentativo di cambiare la
società. Fromm distingue la speranza passiva, che è attesa e
rassegnazione, da quella attiva, che è invece la proiezione nel futuro. Una
grande speranza è che questo nuovo millennio sia dedicato al benessere
degli esseri umani.
Un obiettivo a tal riguardo è certamente quello di migliorare la qualità delle
misure in campi strategici quali l’ambientale e il biomedicale, dove occorre
stabilire se la grandezza oggetto della misura rientri in limiti specificati e ben
definiti. Oggi si assiste ad un notevole incremento di strumentazione
biomedicale, che consente non solo la definizione della malattia, ma anche la
misura della sua gravità, la determinazione dei fattori sia prognostici sia
predittivi di risposta della cura. Quanto più una struttura ospedaliera è dotata
di sistemi sensori in grado di fornire in tempi brevi tutte le informazioni
necessarie ad una rapida diagnosi, tanto minore sarà l’incertezza con la
quale il medico assumerà le decisioni sul da farsi4.
Nei suddetti campi di applicazione le misure devono essere più corrette
possibili. Colui che esegue la misura deve avere ben presente lo scopo a cui
è destinato il risultato, deve fissare quantitativamente un limite massimo

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

all’incertezza della misura superato il quale nessuna decisione può essere


ragionevolmente presa, in quanto essa risulterebbe arbitraria e potrebbe
comportare conseguenze pericolose. L’incertezza massima tollerabile in
una misura dipende dalla decisione alla quale la misura deve portare12. Nel
caso di misure sia ambientali, sia biomedicali, in cui il superamento di precisi
limiti può comportare rischi alla salute pubblica, diventa essenziale
individuare il legame tra incertezza di misura e rischio sociale accettabile13.
Poiché una misura è sempre accompagnata da un’incertezza, essa è meglio
rappresentabile attraverso una fascia di valori al centro della quale è posto il
risultato della misura e agli estremi la somma e la differenza del risultato e
dell’incertezza di misura14. L’ampiezza della fascia di misura dipende dal
livello di confidenza che si vuole ottenere e nel caso di misure ambientali e
biomedicali esso non può che essere il più elevato possibile. Nell’ipotesi di
una distribuzione di tipo gaussiano si ha un livello di confidenza del
99,73 percento moltiplicando l’incertezza calcolata per un fattore di
copertura pari a tre. Nel caso il valore limite superiore di tollerabilità,
imposto dalle leggi ad alcune grandezze, cadesse al di fuori della fascia di
misura non sembrerebbe porsi alcun problema di interpretazione, in quanto
se tutta la fascia di misura fosse al di sopra della tollerabilità ammessa si
presenterebbe una situazione di pericolo, inesistente qualora invece tutta la
fascia di misura fosse al di sotto della tollerabilità ammessa. Nel caso invece
il valore limite superiore di tollerabilità cadesse all’interno della fascia di
misura si potrebbe adottare il principio del caso peggiore a salvaguardia
della salute pubblica e dichiarare l’insorgere della situazione di pericolo,
anche se il risultato della misura, al centro della fascia, dovesse risultare
inferiore al valore limite superiore di tollerabilità. Quanto esposto potrebbe
essere una delle soluzioni ad un problema aperto che purtroppo non è stato
ancora completamente considerato dalla normativa e dagli organismi a vario
titolo deputati a stabilire i criteri relativi alla definizione dei valori di tollerabilità
di molte grandezze. Probabilmente non è sufficientemente cautelativo che il
legislatore imponga un semplice limite, forse sarebbe necessario indicare
anche altri parametri come ad esempio un limite massimo ammissibile di

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

incertezza delle misure, che deve essere opportunamente definito ed


aggiornato.
Oggi i sistemi biomedicali, specie attraverso i biosensori e le bioimmagini,
consentono misure sempre più accurate e sensibili all’interno e all’esterno del
corpo umano. Purtroppo le case produttrici di apparecchi biomedicali, che
sono ormai numerose, raramente forniscono informazioni adeguate su
parametri fondamentali quali risoluzione, sensibilità ed incertezza degli
strumenti. In letteratura scientifica iniziano ad essere pubblicati lavori che
mostrano come la mancata considerazione delle incertezze di misura
nell’esecuzione di esami medici porti a diagnosi e prognosi non sempre
corrette a volte con nocumento alla salute pubblica, a volte con consistenti
aggravi di spesa per i servizi sanitari nazionali.
L’ambiente e la medicina avranno sempre più bisogno di sistemi informativi
basati sulle misure, di strumentazione elettronica sempre più automatizzata e
in grado di eseguire l’autocontrollo delle prestazioni. È evidente che lo
sviluppo tecnologico imporrà anche un adeguamento legislativo e normativo
molto più frequente rispetto al passato specie in settori che riguardano la
salute pubblica e il benessere degli esseri umani.
Conclusioni
Lord Kelvin scrisse: “Io spesso affermo che quando puoi misurare ciò di
cui stai parlando e lo puoi esprimere in numeri, tu conosci qualcosa di
ciò, ma quando non puoi esprimerlo in numeri, la tua conoscenza è
scarsa e insoddisfacente”. Eseguire misure è vitale e indispensabile nelle
relazioni umane, in quanto le misure permettono la comprensione del mondo
nel quale si vive ed hanno contribuito ad elevare la qualità dei prodotti e dei
servizi. Diversi governi delle nazioni più progredite dedicano sempre
maggiore attenzione alla scuola, all’università e alla ricerca, ritenute
prioritarie per il rilancio e la valorizzazione del capitale umano e per lo
sviluppo sociale. In particolare si riconosce alla scienza delle misure notevole
importanza specie nella formazione dei quadri dirigenti industriali, anche per
le implicazioni che essa ha nelle transazioni commerciali, tanto da poter
contare su una branca importante costituita dalla metrologia legale. Proprio
da parte del comparto industriale si ritiene per il futuro che il settore delle

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

misure potrà avere ulteriori consistenti sviluppi e una conseguente crescita di


interesse da un’utenza sempre più ampia.

Bibliografia
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Concepts and Associated Terms, Third Edition, 2007
[2] EUR 22424 – Measuring the Impossibile – A NEST Pathfinder Initiative
[3] Leschiutta, S., L’arte della misura del tempo presso le cortigiane, I
quaderni GMEE N° 4, A&T Editore, Torino, ottobre 2008
[4] Savino, M., Introduzione alla sensoristica industriale, I quaderni GMEE
N° 2, A&T Editore, Torino, giugno 2008
[5] Boyer, C.,B., Storia della matematica, Oscar Monadori, 2004
[6] Zanot, M., Il computer neolitico, Milano, Sugarco Edizioni, 1976
[7] Tavolaro, A., Castel del Monte scienza e mistero in Puglia, Bari, Fratelli
Laterza, 2000
[8] Egidi, C., Introduzione alla Metrologia, Ed. Garzanti, Milano, 1982
[9] Savino, M., Fondamenti di scienza delle misure, NIS, Roma, 1992
[10] Galimberti, U. Dizionario di psicologia , UTET, 1999
[11] Fromm E., The Revolution of Hope Toward a Humanized Tecnology.
Gesamtausgabe, (1968), (traduzione italiana in Saggi Tascabili
Bompiani)
[12] Sartori, S., Incertezza di misura, ambiguità e diritto, Tutto Misure, A&T
Editore, Torino, vol. 1, n. 1, 1999
[13] Ferrero, A., Il ruolo dell’incertezza nelle misure ambientali e nel loro
confronto con i limiti, ARPA Piemonte, Convegno su “Controllo
ambientale degli agenti fisici: nuove prospettive e problematiche
emergenti”, Vercelli, 24-27 marzo 2009
[14] UNI CEI ENV 13005, Guida all’espressione dell’incertezza di misura,
2000

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Laudatio
Prof. Claudio D’AMATO
GUERRIERI
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Magnifico Rettore del Politecnico di Bari, magnifici Rettori presenti, autorevoli


membri del Senato accademico, chiarissimi professori qui convenuti, studenti,
autorità civili e religiose, signore e signori, è per me un privilegio pronunciare
la laudatio per il conferimento della laurea magistrale honoris causa in
Architettura al professor Enzo Siviero, in occasione dell’inaugurazione
dell’Anno Accademico 2009/2010.
La persona
Enzo Siviero è un ingegnere di valore speciale la cui operosità scientifica ed
accademica testimonia la profonda vocazione ad unire saperi diversi, in primo
luogo l’Ingegneria civile e l’Architettura; a lanciare ponti per mantenere in
comunicazione realtà che, nate da uno stesso ceppo, hanno finito spesso per
non più dialogare. Non casualmente Enzo Siviero è stato eletto a stragrande
maggioranza rappresentante dei professori ordinari per l’Area 08 Ingegneria
civile e Architettura in seno al Consiglio Universitario Nazionale (CUN), di cui
successivamente è diventato vice-presidente. Non casualmente Enzo Siviero
ha promosso la nascita dell’associazione Bridging fra docenti, studiosi e
professionisti che intendono recuperare un approccio culturale non più basato
sulla divisione dei saperi, ma sulla integrazione delle discipline scientifiche,
umanistiche e sociali.
Uomini di scienza ed azione come Enzo Siviero sono oggi più indispensabili
che mai.
Contro la frammentazione del sapere e gli specialismi
In un momento così delicato per l’architettura mondiale, in bilico fra amnesia
dei valori della tradizione e dispersioni disciplinari specialistiche, riflettere
sull’indissolubile nodo che lega fra loro arte, scienza e tecnica del costruire
risulta essere, ancora una volta, l’unica strada che consente di ragionare, in
coerenza con la tradizione del pensiero occidentale, su come utilitas, firmitas
e venustas possono continuare a fondersi organicamente nell’unità dell’opera
costruita.
Qualsiasi approccio all’architettura che ignori "la tradizione" corre il rischio di
creare o architetti esangui o ingegneri servili.Per architetti ed ingegneri
“autentici” il rapporto con la tradizione non vuol dire una scelta stilistica né una
scelta tecnica, ma avere un rapporto vivo con le opere del passato.Anche se

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

questa non è una ricetta, essa può essere a volte necessaria contro i molti
errori compiuti in nome del “progresso”.
L’architetto “integrale”
L’opera di Enzo Siviero procede in questa direzione, e presuppone il colloquio
interdisciplinare con l’architetto, e l’attenzione ai valori della storia soprattutto
sub specie paesaggistica. E ciò è vero da quando egli scelse di insegnare
nelle Facoltà di Architettura: dove il tema del coniugare forma e struttura è
soprastante all’altro, più profondo e complesso, del come avvicinare e fondere
il sapere dell’architetto con quello dell’ingegnere strutturista. O se vogliamo
come concretamente realizzare l’ideale giovannoniano dell’architetto integrale.
I modelli dei suoi ponti provano a coniugare la modernità e la leggerezza dei
materiali artificiali, tentando al tempo stesso di sottrarli al falso fascino di
un’architettura modernista, hightech, destrutturata, priva di memoria.
Tradizione e modernità
L’azione culturale di Siviero ci rivela la sua profonda convinzione
nell’importanza primaria nella pratica, sia del progettare che del costruire,
della coscienza critica del lascito della tradizione, e del suo ruolo attivo nel
determinare scelte e procedure.
Come p.es. nel caso del cemento armato, dove più acuto è il dilemma del
dare forma alla sua consistenza plastica, di fornire “una” corretta risposta al
rapporto fra forma architettonica e struttura.
9
Come ha detto T. S. Eliot << La tradizione […] non può essere ereditata, e
se la si desidera, la si deve conquistare con grande fatica. Essa richiede in
primo luogo quel senso della storia indispensabile a chiunque voglia
continuare ad essere poeta oltre il suo venticinquesimo anno di vita; ed il
senso della storia a sua volta esige la capacità di percepire non solo il passato
come passato, ma percepire la presenza del passato. >>
Ponti italiani artigianali
Mi piace affermare che i ponti di Enzo Siviero sono ponti “italiani artigianali”
non perché essi posseggono una cifra stilistica da made in Italy, ma perché
sono profondamente in continuità con quel modo di progettare e costruire

9
T. S. Eliot, Tradition and the Individual Talent, 1920

51
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

tipicamente italiano, volto allo studio di sezioni resistenti sempre più ridotte,
varianti organicamente con la distribuzione delle tensioni all’interno delle
strutture, che condusse alle ricerche su quel “minimo strutturale” che fu l’onore
dell’ingegneria strutturale negli anni trenta e quaranta e la premessa alla
grande fioritura dell’architettura strutturale italiana del secondo dopoguerra.
Questo filone di ricerca sulla costruzione in cemento armato, a cui a pieno
titolo appartengono le opere di Enzo Siviero, che impiega elementi organici in
strutture organiche –si pensi p. es. alle ricerche di Sergio Musmeci– o
elementi seriali in strutture organiche –si pensi p. es. alle ricerche di Pierluigi
Nervi e di Riccardo Morandi– costituisce l’interpretazione alternativa alla
serialità totale che sembrava dover costituire, attraverso i processi di
razionalizzazione, standardizzazione e prefabbricazione, il carattere
dominante della costruzione in calcestruzzo armato della seconda metà del
XX secolo, e poi di quella in acciaio.
I ponti di Enzo Siviero presuppongono la sincronicità del progettare e del
costruire; e per questo motivo sfuggono al terribile destino della
ingegnerizzazione del progetto. I ponti di Enzo Siviero fanno propri quegli
ideali architettonici mediterranei per i quali la costruzione non va banalmente
intesa come il momento realizzativo del progetto, quello in cui si traducono
scelte formali in scelte tecniche, apparentemente neutrali: per essi la
costruzione è atto prima di tutto mentale, consustanziale alla sua intuizione
tettonica e tipologica; ne esprime, attraverso la techné, i suoi specifici,
tendenziosi valori; coincide con il progetto prima ancora che con la sua
realizzazione; è fatto mentale, è atto creativo originario, espressione e al
tempo stesso strumento di aggiornamento dei metodi di progetto.
Arte, scienza e tecnica del costruire
Una linea di pensiero, prima ancora che di ricerca, che cosciente che la
costruzione moderna è, come sempre, prodotto di continui aggiornamenti
all’interno del processo tipologico, ci conduce alla semplice quanto illuminante
considerazione che Albenga pose ad introduzione dei suoi fondamentali due
volumi sulla tecnica dei ponti: << L’esperienza altrui e quella nostra, passate
al vaglio di una critica cauta e serena, ci suggeriscono l’architettura generale
dell’opera e cioè: materiale, tipo, lineamenti caratteristici, dimensioni

52
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

essenziali delle masse portanti e di quelle che le reggono contrastando


l’azione del peso proprio e del sovraccarico trasmettendola al suolo. In questa
prima fase del progetto predomina l’arte del costruire ed aiuta la reminiscenza
del passato,... Poi subentra la scienza delle costruzioni, quando occorra... >>
10

Caro Enzo Siviero


è con questo spirito che ti accogliamo fra noi , sicuri che nel corso del tempo a
venire continuerai sempre con dedizione, entusiasmo e disciplina
nell’edificazione del sapere comune degli architetti e degli ingegneri.

10
Giuseppe Albenga, I ponti. Volume 1°: L’esperienza, Torino 1958, pag. 3.

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Motivazione della Laurea
honoris causa
Prof. Attilio PETRUCCIOLI
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

MOTIVAZIONE DELLA LAUREA MAGISTRALE HONORIS CAUSA IN


ARCHITETTURA AL PROF. ENZO SIVIERO *

<< Enzo Siviero, Professore Ordinario di Tecnica delle Costruzioni


nell’Università IUAV di Venezia, progettista ed esperto di ponti tra i più
autorevoli in Italia, docente di acclarata fama e competenza, è una delle figure
di maggior spicco nel settore dell’Ingegneria Civile italiana.

<< L’elenco delle attività di altissimo livello esercitate in ambito accademico,


didattico e professionale – a livello nazionale e internazionale – è molto esteso
per essere qui esaustivamente citato: ha curato oltre cinquecento tesi di
laurea nel campo dell’Architettura che hanno dato spazio a progetti sempre
attenti alla integrazione tra aspetti strutturali e formali e di altissima qualità
professionale; è autore di decine di progetti e realizzazioni di ponti che hanno
meritato riconoscimenti nazionali e internazionali; svolge una intensissima
attività di formazione e diffusione scientifica attraverso conferenze, seminari,
mostre, pubblicazioni, tra cui alcune collane incentrate sul tema del rapporto
architettura-struttura.

<< Ed è proprio nell’interazione fra opera scientifica, didattica e professionale


che si può riassumere il grande contributo culturale apportato dal Prof. Siviero
al mondo dell’Architettura: con essa egli ha dato corpo a quella simbiosi –
tanto spesso evocata ma raramente realizzata nella pratica – tra le discipline
dell’Architettura e dell’Ingegneria Strutturale, coniugando in maniera
esemplare forma e struttura. Appare dunque significativa la proposta di
conferimento della Laurea magistrale in Architettura honoris causa al Prof.
Siviero anche per avere egli speso la sua energia didattica per più di 30 anni
nella Facoltà di Architettura dell’Università IUAV di Venezia.

<< Tutto il suo lavoro ha un valore esemplare e significativo per il recupero


della concezione unitaria dell’Architettura “costruita”, in cui Ingegnere e
Architetto tornano a dialogare, superando le dannose separazioni create dalla
specializzazione esasperata delle scienze, e ritrovano quella sinergia senza
cui non può nascere l’Architettura di qualità. >>

* Estratto dal verbale del CdF di Architettura n. 9 del 19 dicembre 2007

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Lectio del:

Prof. Enzo SIVIERO


“Ponti e Viadotti:
architetture nel paesaggio”
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

BRIDGESCAPE
Ponti e viadotti: architetture del (nel) paesaggio.
Enzo Siviero
Il tempo è il cammino della vita, un percorso verso il desiderio che è in noi, un
racconto continuo dell’ignoto, che attimo dopo attimo, materializza i nostri
sogni, un ponte sull’eternità capace di superare ogni ostacolo, vincere la
nostra solitudine, condividere il nostro dare e ricevere in cambio sempre e
solo amore.
Tempo e spazio: mondi diversi per suggestioni simili. Un ponte tra dimensioni
non confrontabili tra loro come momento di riflessione poetica per un oggetto
che tutti ormai considerano nella sua accezione metaforico-metafisica
piuttosto che nella sua dimensione fisica, il ponte che appartiene all’uomo per
la sua tradizione, la sua storia, ieri, come oggi, ma soprattutto domani.
PREFAZIONE
La dimensione concettuale del ponte è ormai oggetto di ampia e diffusa
considerazione. Lo si comprende dagli avvenimenti più spettacolari, pur non
privi di polemiche, come nel caso delle opere di Calatrava a Venezia e a
Reggio Emilia; lo si comprende dagli esempi, ormai numerosi in ogni parte
d’Italia, in cui “l’approccio culturale” alla progettazione di ponti, produce esiti
qualitativi di rilievo, risultato di una sintesi tra il lavoro di ingegneri e quello di
architetti; è evidente, infine, nel mondo sfumato delle relazioni che i ponti
instaurano con il paesaggio e quindi con le persone, scavando nei significati
delle sue metafore. Questa ribalta (o rivalsa, se si considerano gli ultimi trenta
o quarant’anni di ponti e viadotti di bassa qualità) conferma e sostiene il mio
lavoro sui ponti, che conduco da molti anni cercando di elevare il progetto ad
un ruolo culturale. Un atteggiamento, dunque, che affonda le sue radici
nell’antica (ed oggi più che mai auspicata) triade vitruviana, firmitas, utilitas,
venustas, capace di interpretare il luogo ed il paesaggio, in accordo con gli
intenti normativi sviluppatisi negli ultimi anni.
Una delle connotazioni più affascinanti e nello stesso tempo complesse dei
ponti è la loro “comunicazione”, che assume per me un doppio significato: il
primo riguarda la divulgazione del tema del ponte, degli aspetti culturali e delle
relazioni tematiche ad esso associate, ormai indispensabili per definirlo con

58
INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

risultati qualitativamente rilevanti. L’altro riguarda il suo “manifestarsi”: ossia


come, con il permanere a lungo nel luogo (o non luogo), il ponte sia in grado
sin dalle prime fasi progettuali di interpretarne le caratteristiche, e di rivestire
in seguito ruoli identitari anche attraverso le relazioni che instaura con chi lo
utilizza e lo “vive”.
Nel primo caso, ho la consapevolezza che la mia attività (che vede nelle
parole chiave ricerca, didattica e professione l’espressione di un continuo
trasferimento di saperi ed esperienze in diversi ambiti accademici e
professionali) abbia contribuito a delineare una nuova cultura del progetto,
finalizzata a restituire alla costruzione dei ponti quella dignità testimoniata
dalle opere di storici progettisti italiani come ad esempio Eugenio Miozzi,
Pierluigi Nervi, Riccardo Morandi, Giulio Krall, Carlo Cestelli Guidi, Silvano
Zorzi e Sergio Musmeci.
Didattica e ricerca, condotte presso lo IUAV di Venezia e oramai consolidate e
riconosciute a livello nazionale e internazionale, hanno dato luogo ad una vera
e propria “scuola di architettura dei ponti”, che ha prodotto innumerevoli tesi di
laurea, molte delle quali premiate e oggetto di presentazione anche fuori
dall’ateneo, nonché di pubblicazioni su riviste di settore. Inoltre, lo sviluppo di
alcune linee di ricerca accademica che riguardano sia il rapporto tra
architettura e struttura, sia lo studio di materiali innovativi e la loro
sperimentazione, mi ha portato ad esplorare ed approfondire nuovi orizzonti
culturali, tanto da creare linee tematiche innovative in diversi dottorati di
ricerca finalizzati allo sviluppo di ambiti che, in modo diretto o indiretto,
coinvolgono il tema del ponte.
Ma ancora più efficace, per lo scopo di divulgazione colta delle suggestioni
create da questo straordinario campo di interesse, è la mostra itinerante Il
tema del ponte che, inaugurata un decennio fa nella splendida cornice di Villa
Pisani a Stra (Ve), e promossa dal Soprintendente Guglielmo Monti, ha via via
toccato una trentina di sedi in Italia e all’estero. Oggi è rieditata con il titolo
“Ponteggiando – Bridging”, a Padova, dove viene sottolineato il valore di
questo percorso culturale.
A ciò si aggiungono la presentazione del libro De Pontibus- un manuale per la
costruzione dei ponti in una quindicina di sedi universitarie italiane e non, e la

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

promozione di alcune iniziative di portata internazionale come The world of


Bridges (2001), Footbridge 2005 e BridgeItaly edizioni 2007, 2008 e 2009.
Vanno inoltre citati i numerosi seminari che hanno visto la partecipazione
continua di autori di ponti più o meno noti e che danno spazio ai giovani
progettisti italiani oltre che ai miei stessi laureati e laureandi, in una ipotetica
“cinghia di trasmissione” culturale, per un passaggio di consegne oggi sempre
più necessario. In quest’attività di comunicazione del tema del ponte, un ruolo
importante hanno avuto le pubblicazioni, numerose, sull’argomento e che, più
o meno recentemente, sono state prodotte da autori provenienti dalle più
diverse estrazioni disciplinari. Io stesso mi sono ampiamente dedicato a
quest’attività, producendo articoli, saggi e volumi, a testimonianza della mia
volontà di unire non solo sponde “fisiche”, ma anche “culturali”, nel binomio
inscindibile, per questo come per altri temi, costituito da architettura e
ingegneria: un ambito culturale di confronto da vivere unitariamente, mettendo
a fattor comune i vari apporti disciplinari.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello legato a come il ponte
comunica con il contesto, è necessario ricordare che siamo reduci da una
“incultura” di ponti e viadotti malamente standardizzati che dura ormai da
decenni. Negli ultimi trenta o quarant’anni, abbiamo assistito, nelle nostre
città, all’edificazione di “nuove mura”: tangenziali, circonvallazioni e raccordi
anulari che, pur necessari, hanno provocato profonde cesure nel tessuto
territoriale. Si tratta di barriere che, contrariamente al passato in cui
rivestivano una funzione “difensiva”, hanno oggi effetti oserei dire “offensivi” e
quasi di soffocamento, ed ostacolano una corretta percezione del territorio. Il
tema del ponte, in quest’ambito, riveste un ruolo di primaria importanza: i
varchi per entrare in città, praticati in queste mura “pseudo -moderne”, sono
coronati da sovrappassi, sottopassi o viadotti che ne costituiscono le nuove
porte d’accesso e che spesso non interpretano adeguatamente il ruolo che
dovrebbero rivestire nell’immaginario collettivo.
La permanenza nel luogo, per lungo tempo, delle nostre opere determina per
chi, come noi, ha il compito di veicolare la cultura del costruire e di trasformare
intere porzioni di territorio, una grande responsabilità.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Nonostante i modelli previsionali di valutazione abbiano un orizzonte di trenta


o quaranta anni, le infrastrutture, ed i ponti in particolare, hanno una vita
prevista di cento anni e più. Non è possibile per chi realizza un ponte intuire le
trasformazioni dei territori o delle città in un arco di tempo così ampio, di
conseguenza è opportuno riflettere sulla capacità del ponte, del viadotto, più
in generale delle infrastrutture per la mobilità, di ricevere e mantenere i
sedimenti culturali che lo renderanno parte del paesaggio. Del resto, se
l’obiettivo tecnico-prestazionale del ponte - in altri termini la sua funzione di
passaggio di persone e veicoli - è il principale scopo della sua realizzazione,
la richiesta di assunzione di nuovi segni per l’attribuzione di nuovi significati,
ha mostrato negli ultimi anni una committenza talvolta poco sensibile alla
necessità di cambiare volto e in meglio a pezzi di città e di territorio.
L’architettura del ponte, dunque, è un valore aggiunto che oltrepassa l’idea
della funzione di collegamento fisico e metaforico, e ne rende fluida la
permanenza nel tempo e nello spazio: nel primo caso richiamandosi al
passato se esistono luoghi, elementi o preesistenze storiche; nel secondo
caso enfatizzando la struttura fino al limite della “scultura” a scala urbana o
territoriale, o inserendosi nell’ambiente e nell’ambito percettivo con richiami ad
elementi del contesto con cui deve mantenere una continuità non solo
morfologica.
Laddove si avverte la necessità che il ponte sia inteso come parte integrante
del paesaggio, l’architettura è lo strumento principale per allontanarlo dalla
categoria degli eventi estemporanei o peggio “calati dall’alto”. Le energie che
ho speso in questi ultimi anni sono state impiegate affinché committenti e
progettisti prendano coscienza della necessità di assumersi l’onere di
interpretare ed organizzare lo spazio, il luogo, sia nel senso più elevato del
termine, identitario, relazionale, storico (così come lo definisce Augé), sia nelle
sue espressioni più deteriori: anonimo, inutilizzato, degradato. Questo richiede
la Convenzione Europea del Paesaggio. Proprio dall’interpretazione del luogo,
dalla sua valorizzazione o riqualificazione emerge il valore architettonico del
ponte, che attraverso la sua forma e la sua funzione esprime i caratteri della
collettività anche nell’acquisizione del consenso.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Ponti e viadotti non debbono possedere unicamente le caratteristiche di


funzionalità e sicurezza (Utilitas, Firmitas) : in essi va ricercata anche quella
Venustas della quale è intento comune (e comunitario) esplorare le
dinamiche e dare risposte: il tema del paesaggio, nella sua vasta e complessa
articolazione disciplinare attende gli esiti di queste esplorazioni come
contributo fondamentale alla ricerca di un nuovo atteggiamento culturale
basato sull’integrazione dei saperi.
Progettare un ponte è ben più che una questione tecnica: infatti la sua
realizzazione modifica in modo significativo paesaggi esistenti per offrire
nuove possibilità percettive alla collettività.
Parlare di ponti e viadotti come architetture nel paesaggio per certi aspetti è
impreciso, perché toglie al manufatto quell’appartenenza radicale al palinsesto
dei suoi elementi costitutivi. Sarebbe più opportuno dunque parlare di
architetture del paesaggio. Architetture non prescindibili da esso e ad esso
appartenenti nel momento in cui entrano nel nostro campo percettivo.
In questi anni ho coltivato con passione assieme ai miei allievi e collaboratori
la cultura dei ponti come architetture del paesaggio, come uno dei numerosi
strumenti di conoscenza dell’attività umana: in tal senso ho pensato di
richiamare alcuni momenti della mia più recente attività di ricerca progettuale
volti ad esprimere una nuova concezione di paesaggio che sto esplorando in
questi ultimi anni e che conferma ciò che da molto tempo vado cercando
attraverso la mia attività: la relazione tra l’opera e l’uomo.
OPERE E PROGETTI
PONTI PEDONALI
Adeguamento funzionale del ponte sul fiume Santerno, Borgo
Tossignano (Bologna)
Nuove esigenze veicolari, sempre più di frequente, determinano la necessità
di intervenire su manufatti esistenti, a volte da molto tempo, e facenti ormai
parte integrante dei valori culturalmente condivisi dalla popolazione. Per
poterne assicurare la continuità d’esercizio o aumentare la sicurezza dei
ciclisti e pedoni, gli interventi possono essere invasivi, e le verifiche statiche
richieste spesso non consentono di conservare l’integrità della forma,
consolidata tuttavia nella coscienza comune e percettiva di chi li utilizza. Così,

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

spesso, si interviene aggiungendo parti del tutto nuove, con problemi di


confronto tra la struttura originaria e quella aggiunta.
E’ il caso dell’adeguamento funzionale del ponte storico sul fiume Santerno
presso Borgo Tossignano (Bo) – vincitore del premio Footbridge 2008,
inaugurato il 30 giugno 2006, in cui nel tentativo di inserirsi nel delicato
equilibrio degli elementi paesaggistici, si è voluto assecondare la morfologia
del ponte esistente, stabilendo regole e gerarchie tra quest’ultimo e quello
nuovo.
La struttura aggiunta è costituita da una passerella ciclopedonale di 4,30 m di
larghezza, affiancata alla struttura esistente, in grado di ricevere quella quota
di traffico ciclabile e pedonale che sarebbe risultata altrimenti pericolosamente
esposta alle eventuali intersezioni con il traffico veicolare.
Il nuovo intervento soggiace alle regole del ponte antico: gli archi tubolari
seguono l’andamento curvo delle arcate in muratura e viene poi garantita la
trasparenza lasciando in mostra gli occhielli in corrispondenza delle pile. Il
messaggio principale è il rispetto del ponte antico, che offre all’uomo la sosta
e l’affaccio sul corso d’acqua
Le regole del luogo hanno imposto che il “moderno” dovesse essere
reversibile, quindi potesse prevedere il ripristino della condizione precedente
con l’eventuale sostituzione del nuovo intervento seguendo soluzioni più
adeguate o magari con l’impiego di materiali e tecnologie più avanzati.
L’antico, dunque, mantiene la propria identità e autonomia rispetto al
moderno.
Ponte ciclopedonale di via Pelosa a Padova
Il progetto della passerella ciclopedonale di via Pelosa a Padova nasce dalla
volontà di riconnettere una via romana, la prosecuzione del decumano di
Padova verso Vicenza, che penetra direttamente nel tessuto cittadino più
antico, interrotta oggi in vari punti dalle infrastrutture realizzate nel corso degli
anni. L’intervento costituisce un esempio all’interno di quel processo di
valorizzazione della qualità urbana che ormai da diversi anni rappresenta uno
dei temi salienti della politica per la gestione del territorio padovano. Fino ad
oggi il comune di Padova si è impegnato, infatti, nella realizzazione di circa
150 km di piste ciclabili, ordinate secondo una trama articolata di percorsi, che

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

consentono di muoversi liberamente fuori e dentro la città, scoprendo luoghi


prima sconosciuti. Tra questi rientra il caso della antica Strada Pelosa, di
origine romana, la cui continuità è stata interrotta dalla costruzione nel XII
secolo del canale Brentella. Come una sorta di barriera artificiale, il canale ha
creato nel corso dei secoli una vera e propria frattura tra gli abitanti della città
di Padova e quelli dei comuni limitrofi di Selvazzano e Rubano, aspetto che si
va oggi ancora più ad accentuare, vista la mancanza di collegamenti sicuri per
pedoni e ciclisti, in alternativa a quelli esistenti, adatti per lo più al solo
passaggio automobilistico.
La nuova passerella, inaugurata il 4 ottobre 2008, rappresenta una risposta al
problema, ripristinando quell'antico collegamento tra i due tratti di via Pelosa
posti immediatamente ad est e ad ovest del canale. La particolare natura del
sito, la bellezza degli argini ed il carattere ancora incontaminato di quei luoghi,
hanno costituito le premesse per la realizzazione di un'opera inconsueta e
leggera, un segno in grado e di dialogare con l'ambiente circostante. La
passerella si presenta come una struttura sinuosa, che attinge dagli elementi
circostanti definendo una relazione tra natura ed elemento strutturale: è la
morfologia “a meandri” del percorso del fiume, in particolare, a dare forma
all'impalcato. La sua impostazione curvilinea, oltre a rendere più accogliente la
fruizione delle rampe di accesso agli argini, sfalsati tra loro, crea nuovi punti di
vista sul territorio, inaspettati scorci panoramici dalla passerella ma anche
verso di essa: crea in definitiva una nuova percezione del paesaggio.
Con i suoi 64 metri di lunghezza, la passerella ha struttura strallata suddivisa
in tre campate con due pile-antenne intermedie inclinate, alternate ed
opposte, dalle quali partono gli stralli che sorreggono le parti interne della
curvatura dell'impalcato e controbilanciano gli sforzi che si generano all'interno
della struttura stessa.
Le antenne, la cui forma trae ispirazione dagli elementi naturali presenti nel
sito, si presentano come un tronco d'albero inclinato dalla cui base un ramo
solitario si distacca, andando a sorreggere, come puntone d'appoggio, la
curvatura esterna dell'impalcato. Realizzate con profili tubolari di sezione
variabile in acciaio bianco, le antenne hanno un altezza complessiva di 18
metri che le rendono visibili dalla strada, anche oltre gli argini: una presenza di

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

riferimento, che rende evidente la ricucitura da vari punti di vista e nel


contempo mantiene viva la memoria della frattura storica.
Ponte ciclopedonale di via Isonzo a Padova
Il ponte ciclopedonale di collegamento tra via Isonzo e via Vittorio Veneto è
posto in corrispondenza degli impianti sportivi “Rarinantes”, in un’area a sud
ovest della città di Padova denominata Bassanello, un importante nodo viario
sviluppatosi come accesso fluviale e stradale a Padova durante il grande
processo di rinnovamento economico che caratterizzò l’Italia alto-medievale
con interventi di disboscamento e bonifica, ed imponenti opere di
canalizzazione.
Nel Cinquecento i veneziani, spinti dalla necessità di difendere le vie fluviali di
accesso alla città, rinnovarono le difese murarie, modificandone la tipologia e
costruendo il bastione Alicorno, proteso verso sud a difendere il Bassanello.
Con l’avvento del trasporto ferroviario prima, e stradale poi, il Bassanello
perse i connotati di nodo fluviale per assumere progressivamente quelli di
snodo viario sud di Padova. Oltre a ricevere il traffico di ingresso alla città
proveniente da sud e sud-ovest, il Bassanello rappresenta la cerniera urbana
di relazione dei vari quartieri ad esso affacciati.
La conformazione del sistema di connessione viaria garantiva un discreto
servizio al transito carrabile a scapito di un carente livello di servizio per la
mobilità ciclabile e pedonale.
In questo particolare comparto di territorio giungevano senza trovare
continuità molti percorsi ciclabili e pedonali: l’intervento ha realizzato il
collegamento ciclopedonale di via Isonzo e via Vittorio Veneto attraversando il
Bacchiglione in uno dei luoghi strategicamente più opportuni allo sviluppo
delle relazioni con i principali servizi, tra cui l’intero complesso sportivo Rari
Nantes.
Il progetto della passerella, inaugurata il 24 Maggio 2009, trae ispirazione nel
suo progetto dall’analisi e sintesi morfologico-dinamica di uno degli “abitanti”
più comuni di quest’ambito fluviale, la “gallinella d'acqua” (gallinula chloropus),
un uccello acquatico simile ad un galliforme. Dall’osservazione di questo
animale e dall’analisi delle sue movenze mentre caccia gli insetti di cui si nutre
prende avvio l’intera concezione dell’opera.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

La passerella si caratterizza per la presenza di un arco asimmetrico inclinato


di 22° rispetto alla verticale e coronato superiormente da una fascia a forma di
becco d’uccello che funge da elemento di stabilizzazione. L’impalcato è stato
studiato per favorire il rallentamento del flusso ciclopedonale sulla sua
sommità: presenta infatti una larghezza variabile, da 2.5 metri alle spalle a 4.0
metri in mezzeria, dove l’affaccio verso il fiume è sorprendentemente
suggestivo: simile al flusso dell’acqua, che rallenta quando la sezione
aumenta, così lo scorrere delle persone, la cui vita è caratterizzata sempre più
dal continuo movimento, potrà rallentare e scoprire aspetti sino ad ora
sconosciuti della propria città. Questa variabilità, inoltre, ha lo scopo di
eliminare l’effetto di convergenza prospettica di linee parallele che lungo una
distanza di 75 m creerebbe problemi di percezione fino ed effetti di eccessiva
compressione dello spazio. La passerella si sviluppa secondo un asse
pressoché perpendicolare alla giacitura del fiume con una luce netta di 75.00
m. Il piano di calpestio è sorretto da un’orditura di travi principali e da un
doppio tavolato in legno.
Per l’illuminazione, caratterizzante i notturni sul Bacchiglione, sono state
previsti degli elementi LED disposti lateralmente sotto il corrimano ligneo.
PONTI E VIADOTTI
Ponte sul canale Battaglia a Battaglia Terme (Padova)
Il ponte sul Canale Battaglia in Provincia di Padova, inaugurato nel 1995, in un
sito di rilevante interesse storico ed architettonico, “deriva” dalla necessità di
trovare una soluzione alternativa al ponte storico in muratura, inadeguato ai
volumi di traffico.
Per mantenere inalterata la vista del vecchio ponte - reso pedonale - e per
ottimizzare la planimetria dello svincolo stradale, il nuovo manufatto è stato
posizionato a 50 metri di distanza in direzione Padova, ed è caratterizzato da
un’unica arcata fortemente ribassata, resa monolitica con il sistema fondale e
l’impalcato piano sovrastante. Geometricamente, il ponte presenta un
impalcato di lunghezza pari a 42,7 metri, con una larghezza complessiva di 13
metri.
La soluzione strutturale presenta indubbi vantaggi di carattere estetico
architettonico data la snellezza dei singoli elementi inseriti, la cui

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

composizione rende particolarmente agile l’opera nel suo complesso.


Staticamente il ponte si configura nel suo insieme come un telaio chiuso,
costituito dall’impalcato orizzontale collegato con le spalle e solidarizzato in
mezzeria con l’arcata: un ponte integrale privo di giunti e appoggi.
Questo progetto-tipo di ponte ad arco rientra appieno in una nuova filosofia
del costruire che prevede la soluzione di problematiche viarie nel rispetto
dell’ambiente e con un forte richiamo alla tradizione.
Ponte sullo Scolo Santa Caterina, S. Urbano, Padova
Il nuovo ponte sullo scolo Santa Caterina, inaugurato nel 2002 va ad
affiancare l'esistente "ponte della Passiva", omai del tutto inadeguato al
traffico viabilistico. Posizionato a monte rispetto a quest'ultimo, consente il
raccordo con la Strada Provinciale senza troncare le proprietà private a destra
del Canale.
La realizzazione del ponte fa parte di un più ampio quadro di interventi
viabilistici, in cui ha trovato spazio un sistema piste ciclopedonali. Il ponte
della Passiva, manufatto datato 1905 ed ormai incapace di sostenere il traffico
stradale è stato ricompreso nel nuovo tracciato ciclopedonale: restaurato e
ripavimentato acquista un nuovo ruolo nel paesaggio, senza divenire una
rovina obsoleta o peggio scomparire del tutto dall’orizzonte percettivo degli
abitanti del luogo.
Il ponte stradale di S. Urbano si presenta come un'opera caratterizzata in
planimetria da un impalcato a forma romboidale con il lato maggiore (direzione
longitudinale) di m 64 e l'altezza (direzione trasversale retta) di m12.
Dal punto di vista architettonico e strutturale, il ponte rappresenta l'evoluzione
progettuale del ponte di Battaglia Terme, pur essendo caratterizzato da una
marcata inclinazione dell'asse del manufatto rispetto alla perpendicolare del
corso d'acqua. Proprio questo vincolo, in genere penalizzante per un ponte, è
stato trasformato nella caratteristica architettonica principale di quest’opera,
mettendo in evidenza lo sfalsamento progressivo trasversale degli archi
portanti. In tal modo è la soluzione architettonica ad evidenziare la materialità
del calcestruzzo e la tecnica costruttiva utilizzata.
Ponte sul fiume Sacco (Roma)

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Il nuovo ponte sul Fiume Sacco, inaugurato nel 2005 costituisce parte di una
serie di interventi del nuovo assetto della rete stradale reso necessario dalla
costruzione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità da Roma a Napoli.
Rispetto alla nuova linea ferroviaria, il ponte ha una posizione trasversale, con
una delle due spalle molto ravvicinata al rilevato ferroviario, sotto il quale era
necessario che passasse. Tale infelice configurazione stradale ha
condizionato la ricerca progettuale, che si è indirizzata verso un’opera dal
profilo geometrico molto basso, un ponte ad archi ribassati a via superiore,
compositivamente indipendente rispetto alla retta della ferrovia. La vicinanza
di un ponte storico ad arcate multiple a delle rovine di un antico convento di
cui rimane una piccola torre ha indotto una progettazione attenta al rispetto
del luogo e delle sue preesistenze.
L’opera si sviluppa per una lunghezza complessiva di circa 132 m ed è
costituita da due archi, con luce di 56 m e freccia di 5.6 m, che sostengono
l’impalcato ad essi collegato in corrispondenza della chiave e delle spalle.
La “permeabilità” della struttura costituisce il tratto caratteristico del ponte e
raggiunge contemporaneamente lo scopo di superare l’alveo senza interferire
con il suo ambito naturale e contemporaneamente diminuire l’interferenza con
il flusso dell’acqua, incrementando la portata e diminuendo la spinta idraulica
trasversale.
Le tecnologie di industrializzazione del processo costruttivo con l’utilizzazione
di elementi prefabbricati che assumono il ruolo di casseforme a perdere e, una
volta integrati nella struttura con getti di completamento, costituiscono
elementi portanti, consentono di rendere competitive anche tipologie
costruttive, quali quelle ad arco, che per la complessità realizzativa e
l’onerosità economica, sono state sostituite quasi completamente da soluzioni
formalmente banali a travata. Tecniche costruttive innovative, dunque,
permettono di recuperare elementi compositivi della tradizione che si stanno
perdendo, e di dialogare con un paesaggio che, al contrario, ne è ancora
positivamente influenzato.
Ponte-viadotto sul Canale Taglio (Venezia)
Il ponte sul Canale Taglio di Mirano, facente parte delle opere complementari
al nuovo passante autostradale di Mestre, nasce in un difficile contesto,

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

caratterizzato dalla presenza di un canale artificiale di storica memoria, che ha


inciso ed organizzato il paesaggio in maniera profonda, e viene percepito dalla
popolazione locale come una presenza quotidiana ed ormai scontata. I suoi
argini, la cui altezza permette una visuale privilegiata verso l’orizzonte della
pianura veneta, sono utilizzati come supporto per passeggiate, allenamenti
sportivi quotidiani, e via di comunicazione a percorrenza lenta tra il paese di
Mirano e la vicina Marano. Col tempo il paesaggio ha accolto questo solco
rettilineo, appoggiando su di esso i suoi elementi (un bosco di pioppi, una
zona artigianale, un parco cittadino che corona una villa d’epoca), e la
Sovrintendenza ha posto un vincolo alla sua integrità.
Il tracciato del passante di Mestre, infrastruttura assai contestata, ma di
grande urgenza collettiva, taglia trasversalmente il territorio a Sud di Mirano,
sovrapponendosi letteralmente al tessuto agricolo ed al canale Taglio, con un
nastro d’asfalto largo quasi 40 metri.
Sono presenti in questo caso alcuni elementi che delineano un quadro
comune ad altre grandi infrastrutture, un momento di scontro tra le due
esigenze eterogenee, quella globale e quella locale, caratteristico della
contemporaneità, e che deve ancora trovare una soluzione convincente. In
questo complesso quadro il problema è stato affrontato tramite una profonda
analisi degli elementi del paesaggio, convinti che il ponte dovesse trovare tra
essi un ruolo: il canale rappresenta il supporto, un ruolo conquistato negli
anni, di un percorso marcato dall’uso, in cui il ponte è stato considerato a varie
scale e reso omogeneo agli altri elementi.
Il nuovo ponte inaugurato l’8 febbraio 2009 è composto da due campate
laterali della luce di 20 m e di una centrale da 40 m che sovrasta il corso
d'acqua con una sezione trasversale di circa 42 m. Tali luci sono superate
tramite una struttura metallica a via inferiore, le cui le travi principali sono state
disegnate seguendo il profilo del diagramma del momento flettente dello
schema statico (trave continua su quattro appoggi).
Il ponte è fortemente caratterizzato da due fattori: l’andamento curvilineo
dell’estradosso delle travi e l’apparente casualità nella disposizione degli
irrigidimenti dell’anima delle stesse.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Il primo punto conferisce alla struttura un’evidenza percepibile come un


“disturbo lieve” nella continuità del nastro d’asfalto, leggibile dall’esterno
tramite l’immagine statica che si presenta percorrendo l’argine, e dall’interno,
in autostrada, nel dinamismo dello scorrere dei margini stradali fuori
dall’abitacolo.
Il secondo punto costituisce un richiamo ai fili d’erba che ricoprono le sponde
del canale e che, osservati da vicino, segnano la vista con una serie di linee
incrociate tra loro, con andamento verticale. Il sostegno delle barriere
antirumore è pensato come il prolungamento degli elementi incidenti la trave
di bordo, diventando elemento compositivo e strutturale lo stesso tempo.
La visibilità notturna del ponte in un determinato contesto contribuisce a
creare una porzione di paesaggio temporalmente estesa, che può essere in
diversa misura coerente con la visione diurna, in funzione della gestione
dell'illuminazione artificiale. Nella consapevolezza della diversità tra il
paesaggio diurno, che siamo abituati a prendere in considerazione in base
alla nostra dimensione culturale, e quello notturno, al quale si presta
solitamente poca attenzione, si è fatto uno studio dell’illuminazione in entrambi
i casi, con alcune simulazioni.
Il movimento di setti metallici, percepibili come un sistema discontinuo di
rientranze e di sporgenze senza soluzione di continuità, in condizioni di luce
diurna crea un gioco di luci ed ombre che attribuiscono al prospetto profondità,
riducendo l'impatto visivo. Si è voluto mantenere lo stesso effetto di profondità
anche nella visione notturna. Infatti come in un’immagine fotografica al
negativo, il gioco di luci ed ombre è stato ottenuto, nella fase notturna,
evidenziando le sporgenze e rientranze attraverso corpi illuminanti ricavati in
apposite sedi all’interno delle diverse lame inclinate che compongono il
prospetto del ponte.
L'illuminazione artificiale enfatizza la presenza del ponte sullo sfondo scuro
della notte, creando la riconoscibilità di un punto di riferimento come avviene
anche durante il giorno.
Ponte-viadotto a San Donà di Piave (Venezia)
Si tratta di un ponte appartenente ad un progetto viabilistico generale, che
prevedeva la costruzione di un nuovo attraversamento sul fiume Piave.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Il luogo in cui si è progettato il nuovo ponte, è caratterizzato dall'assenza di


rilievi e dalla mancanza di elementi paesaggistici verticali. In questo territorio
per secoli l'agricoltura è stata l'attività dominante. In epoca romana si
procedette all'organizzazione tramite la "centuriazione" ovvero la lottizzazione
del suolo agrario. Il basso Piave era caratterizzato dalla centuriazione di
Oderzo che divide il territorio in cardo e decumano massimi, affiancati da assi
minori e paralleli tanto da definire precise geometrie del suolo. Negli ultimi
decenni, radicali trasformazioni legate alla crescita disordinata dei nuclei
urbani e industriali, hanno creato una fitta rete infrastrutturale
sovrapponendola disordinatamente all'originario disegno del territorio.
Attualmente ci si trova immersi in un paesaggio piatto, solcato da una fitta rete
di canali artificiali, per la raccolta e il deflusso delle acque, che tagliano in una
rigida geometria la campagna. In tale contesto resta fissato uno schema
topografico di riconosciuta funzionalità, che si ripete ovunque, senza
sostanziali variazioni ed in cui il ponte rappresenta un’emergenza insolita.
Inaugurato il 21 gennaio 2008 e realizzato con struttura mista, in parte in
calcestruzzo ed in parte in acciaio, si sviluppa complessivamente per 500 m
ed è caratterizzato da 5 arcate, con luce tra gli assi variabile da 90 a 100m e
una freccia di 7.30 m. Le strutture ad arco, della larghezza totale di 10.20 m,
sostengono un impalcato della larghezza totale di m. 16.50, atto ad accogliere
un strada a due corsie da 3.75m, due banchine ai lati di queste da 1.50 m e
due marciapiedi rialzati e protetti da guard-rails.
L’orizzonte privo di elementi verticali evidenti, ed il territorio squadrati ed
orizzontale hanno suggerito di apportare un segno longilineo e continuo, quasi
a dar spessore ad un segno della centuria. La continuità del segno era un
fattore essenziale, e per questo si è prestata una particolare attenzione
all’attacco dell’impalcato con il rilevato d’approccio, un punto assai delicato
che spesso non viene risolto in maniera convincente, e su cui vi sono ampi
margini di ricerca. Si è deciso che la pila-spalla, dovesse letteralmente
nascere dal terreno ed originare lo sviluppo orizzontale del ponte.
Si è fatto ricorso all’industrializzazione con l'utilizzo di elementi prefabbricati in
calcestruzzo armato a sviluppo curvilineo per le spalle e le pile ad “ali di
gabbiano”. Per l’impalcato e le due pile in alveo si è fatto ricorso all’acciaio

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con doppio cassone metallico. La leggera obliquità ha consentito di


rappresentare plasticamente geometrie coerenti con le necessità
planimetriche a tutto vantaggio della sua percezione finale. risultato
estetico dell'opera finita, ne esalta invece le peculiarità scultoree, evidenziate
anche attraverso lo studio del colore: il trattamento dei fronti nero e bianco e
l’interno bianco gli attribuiscono un inedito effetto scenico. Il risultato formale
di insieme è di un paesaggio in cui questo elemento, pur di notevoli
dimensioni non ha inizio né fine ma si perde prospetticamente nell’orizzonte
sottolineando la linearità del territorio pianeggiante; è diventato un luogo in cui
l’attraversamento avviene tramite un segno infinito e indipendente, senza che
vengano toccate le arginature lasciando inalterate le linee prospettiche del
fiume.
Un nuovo ponte a Pescara di prossima realizzazione
La città di Pescara è profondamente segnata dalle infrastruttura per la mobilità
costruite nel corso degli ultimi decenni. Una di esse, il viadotto che prende il
nome di “asse attrezzato” determina una presenza incombente lungo gran
parte del centro storico ed oltre, accompagnando il corso del fiume ad
un’altezza di circa 12 m: su di essa scorre il traffico di penetrazione in città,
che discende tramite rampe per collegarsi alla viabilità secondaria interna al
tessuto edilizio.
La posizione del nuovo ponte è in corrispondenza di una di queste discese, in
un nodo di traffico che comprende, oltre che la viabilità a raso, quella in rampa
e l’asse attrezzato soprastante, anche due piste ciclopedonali lungo gli argini
del fiume. Il luogo è estremamente ostile alla presenza dell’uomo, tuttavia
abbastanza centrale per rendere auspicabile un cambiamento dello stato di
fatto. Il nuovo ponte è pensato per fare da volano a tale cambiamento, e
divenire un punto di riferimento per la città.
Di prossima realizzazione, ha una luce totale di 86 m per una larghezza
complessiva di circa 29.70 m. L’impalcato è suddiviso in due parti di 13.00 m
ciascuna con un varco centrale aperto di 3.70 m per consentire il passaggio
della luce. E’ a tipologia strallata, con un’unica antenna collocata al centro
della rotatoria Nord, sulla sponda del fiume Pescara opposta rispetto all’asse
attrezzato. L’impalcato è metallico, costituito da due cassoncini in acciaio

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

collegati al centro da una struttura reticolare su cui si agganciano gli stralli di


sostegno del ponte. Tale accorgimento rende possibile ottenere un varco di
luce che penetri dall’alto ad illuminare gli spazi sotto il ponte, attraversati dai
percorsi ciclopedonali lungo gli argini e dal passaggio delle imbarcazioni da
diporto.
L’impalcato presenta una monta di 1.88 m con raggio di curvatura di 400 m,
che segue il profilo longitudinale stabilito per il progetto stradale: in tal modo lo
si rende conforme ed armonico al disegno generale, coerente con
l’andamento degli sforzi degli elementi, ed al contempo si viene a diminuire
l’ingombro nella sezione idraulica del fiume Pescara per esigenze sia di
rischio idraulico, sia di traffico dei natanti in alveo.
L’antenna è di forma bipartita: è costituita infatti da due elementi
morfologicamente indipendenti, con andamento curvilineo ed inclinato sia
lateralmente sia in asse al ponte, nella direzione opposta ad esso, che si
intersecano a circa un terzo dell’altezza. Ognuna delle due antenne è
approssimativamente definibile come lo sviluppo di una sezione a geometria
curvilinea in una sezione rettangolare. Dall’antenna principale, alta circa 50m,
si dipartono gli stralli il cui piano è ruotato idealmente di 180° per formare una
“superficie rigata” di straordinaria suggestione. Tra le due antenne, alta circa
40m, si sviluppa un campo di pannelli fotovoltaici sorretti da traversi di sezione
tubolare.
Alla base fino ad un’altezza di circa 15 m, l’antenna, è prevista in calcestruzzo
armato gettato in opera. Per la biforcazione successiva si è ricorso all’acciaio,
in continuità di forma con la parte sottostante.
L’insieme spaziale porta effetti principalmente sul piano architettonico. La
terza dimensione nella configurazione degli stralli, solitamente disposti solo
sul piano si integra con l’antenna-totem capace di marcare il luogo.
Il progetto si completa con un cromatismo luminoso variabile ricorrendo ad
appositi LED.
Uno sguardo al futuro: ponti pedonali ed una torre a Tripoli (Libia)
La città di Tripoli, in Libia, ha avuto negli anni uno sviluppo urbano voluminoso
e disordinato. Ciò si manifesta non solo nella incoerenza del tessuto edilizio o
nell’apparente disordine urbano e sociale che negli ultimi anni si è propagato e

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che oggi sembra aver raggiunto livelli inaccettabili: si manifesta anche, come
spesso avviene in questi casi, con un aumento del traffico veicolare ed una
mancanza di integrazione con le altre funzioni che rendono viva la città. In
particolare, le strade che le attraversano la città e appaiono sovrapporsi
letteralmente agli altri elementi che la compongono, creando cesure alla
fruizione pedonale in piena sicurezza.
Lo studio costituisce il tentativo, a partire da alcuni nodi critici di traffico, di
progettare delle strutture in grado di organizzare gli elementi del paesaggio
urbano: la convinzione che ha guidato la ricerca progettuale, infatti, è quella
che raccogliendo i segni della città sedimentati nel tempo e ricomponendoli
tramite architetture localizzate in punti strategici, si possa nel contempo
sbloccare il coerente sviluppo della città e favorire il progredire di una
coscienza identitaria culturalmente condivisa.
La ricerca progettuale si è concentrata in quattro punti della città, ed ha
prodotto quattro ponti pedonali ed una torre di 69 piani. Queste architetture,
venendo incontro alle esigenze di espansione proprie di una città-capitale,
sono state studiate per divenire punti di riferimento, luoghi attorno ai quali
costruire un nuovo paesaggio. Il legame che unisce i quattro nuovi punti di
riferimento è il tentativo di mettersi in relazione non solo con i caratteri
morfologici della città ma anche e soprattutto con la cultura della popolazione,
che anche in tal modo può trovare le ragioni della convivenza sociale.
PASSERELLE PEDONALI
Ponte pedonale “acquario” e “parco est”
L’idea è quella di una scultura leggera che ha origine dal percorso pedonale
esistente lungo la cinta muraria storica, sovrappassa la strada e si snoda in tre
traiettorie alternative rispettivamente verso il mare e l’acquario (lunghezza
complessiva circa 220 m), sul lungomare (circa 195 m) ed infine la terza che
sbarca sull’aiuola verde attrezzata (circa 200 m). Sullo snodo dei tre percorsi e
quindi baricentriche planimetricamente, hanno origine le due antenne da cui
partono gli stralli in acciaio di sostegno dell’impalcato.
Per la geometria planimetrica del ponte si è scelto un andamento “morbido”,
meno invasivo rispetto ad una configurazione rettilinea e comunque più aperto
alla multifunzionalità che la nuova struttura deve essere in grado di garantire.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

Il ponte pedonale è costituito da un impalcato scatolare di acciaio sospeso,


con due ordini di tiranti, a due antenne tubolari collegate alla base che creano
prospetticamente una grande “V", e che riportano i carichi alle fondazioni.
L’impalcato è caratterizzato da una sezione lenticolare, nervata internamente
sia in direzione trasversale che longitudinale, con elevata rigidezza torsionale
necessaria per resistere a carichi accidentali eccentrici.
L’altezza è costante di circa 1.20 m e la larghezza pedonale ha una
dimensione netta di 4 m.
Questa configurazione, pregevole esteticamente, conferisce la necessaria
rigidezza sul piano orizzontale, cioè nel piano in cui non c’è la collaborazione
statica degli stralli ed inoltre limita le rotazioni dovute all’eccentricità degli
attacchi degli stessi.
Ponte pedonale “mercato del pesce e piazza verde”
Le passerelle gemelle pensate rispettivamente per i percorsi di collegamento
della città storica (la Medina) con il lungomare nei pressi del mercato del
pesce e della Piazza verde, la più grande e affollata piazza di Tripoli, si
configurano come degli elementi di arredo urbano, quali interventi volti ad
evidenziare il luogo e a porne l’accento per fissarne un riferimento simbolico in
grado di restituire dignità e valore a questo ambito urbano.
Il percorso ha origine dai marciapiedi pedonali con delle rampe di risalita
tangenti la strada che si congiungono in quota attraversamento strada
mediante un arco planimetrico, per uno sviluppo complessivo di circa 190 m.
Si tratta di un ponte strallato, sostenuto da un arco sovrastante contrapposto
all’impalcato e inclinato di circa 45° rispetto al piano stradale, dal quale si
stacca un ordine di funi vincolate all’estremità laterale dell’impalcato, e
costituito da una sezione scatolare in acciaio a sezione variabile che alle
imposta ospita la cremagliera dei due ascensori a cielo aperto in acciaio e
vetro che consentono di raggiungere l’attraversamento in quota nei punti in cui
l’impalcato si sdoppia per diversificare due “situazioni” alternative: la
percorrenza veloce e la percorrenza lenta con sosta per la vista panoramica.
L’impalcato è caratterizzato da una sezione lenticolare, nervata internamente
sia in direzione trasversale che longitudinale, con elevata rigidezza torsionale
necessaria per resistere a carichi accidentali eccentrici.

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INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2009-2010

L’altezza è costante di circa 1.20 m e la larghezza pedonale ha una


dimensione netta di 4 m, che si dimezza nel tratto centrale.
Questa configurazione, interessante esteticamente, conferisce la necessaria
rigidezza sul piano orizzontale, cioè nel piano in cui non c’è la collaborazione
statica dell’arco.
Un ponte verso il cielo: Africa Tower
Considerate le dimensioni, circa 350 m di altezza, la torre si configura come
un “ponte verso il cielo”. Con le sue forme plastiche, questo oggetto diviene
una scultura a scala territoriale, un’opera monumentale le cui radici sono
collocate in direzioni che simbolicamente organizzano le linee direttrici della
città.
L’edificio è costituito da un solido corpo interno e da una ‘pelle’ esterna in
vetro e acciaio che si plasma e smaterializza adeguandosi alle funzioni
abitative previste nei 69 livelli, fino ad organizzare una piazza coperta che
oltre a diventare un piacevole luogo di incontro pianifica l’attacco a terra
dell’edificio diversificando gli accessi e i percorsi fruibili dai diversi tipi di
utenza.
La torre ha un nucleo centrale rigido costituito da setti in cls ad alta resistenza
(dove trovano alloggio i vani ascensori e i corpi scala) che collaborano con i
pilastri esterni e le travi di piano secondo il sistema “core and outrigger” per
fornire la necessaria rigidezza alle azioni orizzontali di sisma e vento oltre che
sopportare i carichi verticali.
POSTFAZIONE
Gli esempi trattati, se da un lato risolvono il problema tecnico-funzionale,
dall’altro cercano di interpretare le caratteristiche del luogo, offrendo alla
collettività paesaggi trasformati con manufatti che richiamano elementi del
contesto, che ne rispettano o recuperano la storicità o, ancora, che
caratterizzano il luogo con la loro plasticità scultorea.
Progettare e costruire ponti significa modificare paesaggi esistenti, offrire
nuove possibilità percettive, tradurre un’esigenza funzionale in un elemento
architettonico il cui valore principale è determinato, alla fine, dalla collettività,
dalla sua capacità di comprenderlo, di utilizzarlo, di porsi in relazione con
esso. Attraverso il suo utilizzo e la sua percezione, il ponte potrà diventare, nel

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tempo, un oggetto rifiutato od accettato, contestato od amato, punto di


riferimento o luogo anonimo. Solo la collettività che giorno dopo giorno ne
fruisce, saprà trovare coerenza tra valore architettonico, valore paesaggistico
e valore sociale. Questo concetto si fonda sulla comunicazione (Bridging)
come atteggiamento culturale, che supera la tradizionale dicotomia tra
ingegneria ed architettura, per fondersi nella più vasta declinazione
dell’architettura strutturale, dalle radici antiche quanto l’uomo con tutti i suoi
sogni e le sue emozioni.
Così voglio concludere queste mie considerazioni raccontando un sogno.
…. un sentiero antico, un luogo dove nasce l’amore un ponte che parla …..
Percorrevo un sentiero antico, percepivo il lento incedere dei
pellegrini alla ricerca della “via del signore”, leggevo le vestigia di un passato
sopito ma non spento, coglievo nei pochi lacerti il segno della vita di un tempo,
odoravo brezze di profumi intensi che ti facevano riscoprire il vero essere della
natura immutabile nelle sue trasformazioni millenarie, assaggiavo sapori
desueti sognando cibi ormai dimenticati dall’uomo ma sempre vivi nelle pieghe
della storia …ad un tratto appaiono pietre, il sentiero si interrompe, ti
sconcerta il luogo dove l’uomo e la natura si sono ad un tempo scontrati e
incontrati …lì proprio lì c’era, c’è, ci sarà un “ponte” e ora le pietre parlano, ti
raccontano di se, ti vengono incontro, vogliono essere tue … e ascolti poche
ma intense parole.
"Voglio raccontarti tante cose, trasmetterti nuove emozioni, condividere
pensieri nascosti, aprire varchi occlusi, scavare nel fondo dell'anima,
percorrere sentieri ignoti, trovare insieme nuove mete, superare ogni
ostacolo,..........volare verso il cielo, raggiungere il sole,... e oltre le nostre
dimensioni trasformarci nell'infinito....amore...."
Poi mi sono risvegliato, preso da uno strano torpore, ho realizzato che il ponte
vive e fa vivere, mai dimentica e mai si fa dimenticare, così e solo così
appartiene all'umanità, un patrimonio da conservare e tramandare a chi verrà
dopo di noi: un vero e proprio "ponte sull'eternità" dalla terra al cielo,
dall'umano al divino, dal reale al virtuale. Questo è BRIDGING: un modo di
vivere in uno mondo da vivere.

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