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Diane Hoh

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GIOCO MORTALE

1996 - Franco Cosimo Panini

Traduzione di Emanuela Bettolini

Titolo originale dell'opera:


Nightmare Hall: Truth or Die, 1994

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Trama

Quando Parrie conosce le altre ragazze del campus, trova divertente partecipare insieme a loro
al Gioco della Verità: all'inizio le prove sono scherzi innocenti, dagli esiti talvolta esilaranti e
inaspettati. Poi, a poco a poco, le prove si fanno più strane, pericolose, secondo regole
misteriose e incontrollabili, e quando il gioco si trasferisce a Nightmare Hall si trasforma in un
incubo. Ora il Gioco della verità è il Gioco della Morte. Parrie ha paura: sarà veramente solo un
gioco? Oppure no…

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Cenni sull'autrice

Diane Hoh è una scrittrice statunitense di romanzi gialli e horror.


Residente in Texas, nella città di Austin, si occupa della stesura di opere destinate
principalmente ad un pubblico giovanile. Soltanto tre dei suoi romanzi sono stati ufficialmente
tradotti in lingua italiana.

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Capitolo 1

Parrie Moore si appoggiò sul bordo del lavandino e si guardò intensamente nello specchio con
quei suoi begli occhi castani che riflettevano lo sguardo limpido di un viso pulito, incorniciato
da una massa di capelli castani ben curati.
Era il volto di una ragazza perbene.
Parrie sospirò e si appoggiò all'indietro, contro il muro del bagno. Stava fantasticando su
come avrebbe potuto rendersi meno banale e più stravagante, magari con i capelli tinti di viola o
gli occhi truccati con due ombretti di colore diverso! E se avesse provato a mettersi in testa un
foulard con sopra gli occhialoni scuri, come le dive fotografate sulle riviste?
Insomma, avrebbe voluto sembrare meno perbene.
Ma sapeva che non avrebbe mai azzardato niente del genere. Non era il tipo di ragazza che si
mette in mostra, anzi evitava di mettere gli altri a disagio con comportamenti eccentrici, o di
creare imbarazzo con discussioni inutili e battibecchi isterici. Sempre disponibile a fare quello
che volevano gli altri, riusciva immancabilmente a schivare uno scontro antipatico o un
incontro spiacevole.
Tutto ciò la rendeva un'amica preziosa per i compagni di scuola, che invece si divertivano a
combinare guai e a fare il contrario di tutto e di tutti e, quando si comportavano un po' da
spacconi, avevano bisogno di qualcuno disposto a ridere e applaudire, una persona pronta a
restare senza fiato e a fare i commenti del caso. E Parrie era il pubblico ideale.
A quei tempi non si era mai sentita disorientata, perché sapeva con chi stare e come
adeguarsi alla compagnia. Aveva dato per scontato il suo posto nel piccolo mondo familiare a
cui apparteneva, dove le era riconosciuto un ruolo e un'identità. Tempi passati, mesi, anni,
secoli fa, quando frequentava ancora il liceo…
Parrie si sorprese a lasciarsi andare ai ricordi con un sorriso mesto rivolto all'immagine
riflessa nello specchio. Non era poi passato chissà quanto tempo dalla fine del liceo, solo
qualche mese, anche se quei primi giorni trascorsi come matricola all'Università di Salem le
sarebbero bastati come penitenza di tutta una vita.
Infatti, per la prima volta in vita sua, Parrie si trovava sola senza la sua amata combriccola
di compagni di liceo, tutti iscritti all'università locale, mentre lei aveva ceduto all'insistenza dei
genitori perché frequentasse Salem. Per la prima volta Parrie non sapeva dove collocarsi, come
inserirsi in un nuovo giro di amici e condividerne le vicende con quel suo contegno silenzioso e
tranquillo, senza farsi notare troppo.
Invece non sapeva più chi fosse, chi avrebbe dovuto essere. Non aveva più un amico
pronto a suggerirle la battuta e non sapeva come fare a incontrarne.
«Sarà proprio così difficile trovare dei nuovi amici?» si domandò a voce alta ma sommessa,
per non farsi sentire troppo, anche se la sua compagna di stanza era uscita già da un pezzo con
gli stessi amici del liceo con cui ora frequentava l'università. Beata lei!
La ragazza perbene riflessa nello specchio non rispose, ma fece una smorfia.
«Su, smettila e preparati!» si disse Patrie. «E ora di andare alla festa a incontrare un po' di
gente.»

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La ragazza riflessa nello specchio tirò fuori la lingua con cattiveria.
«Piantala!» si rimproverò Parrie severa.
Spazzolò con cura i capelli e uscì dal bagno. Dal cassettone dozzinale e malandato, tipico da
casa dello studente, prese il ricco biglietto d'invito in cartoncino pesante color crema, per
studiarselo un'ultima volta.
INVITO UFFICIALE PER LA FESTA DELLE MATRICOLE. Ci incontriamo all'ora del tè
per la festa annuale di benvenuto alle matricole, diceva. Il party doveva già essere in corso nel
grande salone del Quadrangolo, come era denominato l'enorme gruppo di edifici«dormitorio
delle ragazze, disposti a fortezza su quattro lati con un cortile centrale. Abito formale. Si
raccomanda vivamente di intervenire.»
Secondo la compagna di stanza di Parrie, il senso del messaggio era che bisognava mettersi
un bel vestito e non si poteva assolutamente mancare. La festa era finanziata da una ricca
ex«allieva che, in memoria dei suoi anni d'oro a Salem, si compiaceva di incontrare ogni anno
tante signorine così graziose e fresche e coglieva l'occasione per raccontare dei bei tempi andati,
quando si poteva invitare un giovanotto solamente per il tè e sotto lo sguardo benevolo ma
attento di un professore.»
Sospirando, Parrie si aggiustò la gonna di vellutino verde, abbottonò la giacca di maglia,
poi, tirate su bene le calze, si infilò le scarpe scollate, quelle eleganti di camoscio.
Guardandosi allo specchio prima di uscire, si convinse ancora una volta che aveva proprio
l'aspetto ordinario della tipica ragazza perbene. A quel punto rimaneva solo di scendere le scale
e recarsi alla festa con la speranza di incontrare qualcuno e farsi delle amiche nuove. Non
doveva essere poi così difficile, bastava trovare il modo di inserirsi in un gruppo con
discrezione, come aveva sempre fatto.
«Ma dico io, cosa può succedere? Mica mi uccideranno, no?» borbottò tra sé, uscendo dalla
stanza.
«Grattatatata, grattatatatatata» rintronava il coro di voci della folla alle orecchie di lei,
impettita ai margini del salone, davanti a una massa variopinta di ragazze che si spostavano a
ondate come una marea e vociavano a flussi ritmati, lasciando appena uno stretto passaggio
davanti a chi tentava di entrare.
«Scusi, mi scusi, permette…» balbettava con l'aria più sperduta che mai, domandandosi
dove andare… Del resto non era possibile rimanere in eterno all'ingresso.
Raggiunta a fatica l'altra estremità del salone attraverso un muro di gente, Parrie si voltò e
un fugace squarcio tra la folla le permise di scorgere una lunga tavola imbandita con ogni sorta
di carni, contorni, tramezzini, frutta e dolci, il tutto messo bene in risalto dal candore accecante
della tovaglia.
A capotavola, accanto a un'enorme teiera d'argento massiccio con relativa lattiera e
zuccheriera, si ergeva una gran dama, imponente come la teiera, che eseguiva il rito del tè
davanti a una lunga coda di giovani questuanti. Con abilità, la donna versava la bevanda nella
tazzina di porcellana lucente con la mano ingioiellata, mentre con l'altra dispensava
delicatamente cucchiaini di zucchero dalla zuccheriera e fiotti di latte dal bricco oppure
deponeva sul piattino una sottile fetta di limone con la pinza d'argento.
Senza rendersene conto, Parrie la stava fissando affascinata.
Una cameriera le passò vicina e si fermò.
«Tramezzino?» le chiese, porgendole il vassoio ricolmo.
«Come? Cos'ha detto?» Parrie rivolse lo sguardo alla ragazza in divisa, giacca bianca e
pantaloni neri, che le parlava con tono professionale.

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«Vuole dei salatini? Un tramezzino? Ci sono anche delle tartine» ripetè pazientemente quella.
«Che? No, no grazie. Io… ma sì, vado a prendere del tè» farfugliò Parrie.
«Come vuole.»
La cameriera annuì e scivolò via con il vassoio tenuto bello alto. Parrie si mise
pazientemente in fila per il tè. C'erano troppe persone, troppo rumore. Come avrebbe potuto
incontrare qualcuno in quella bolgia? Non sarebbe riuscita a farsi delle nuove amiche lì dentro e
si immaginava di trascorrere il resto dei suoi giorni senza parlare con anima viva… chi avrebbe
rivolto la parola a una tipa così impacciata come lei?
«Zucchero?»
«Cooome?» belò Parrie con un filo di voce.
«Zucchero? Latte? Limone?» chiese la matrona formato teiera, sollevando la tazzina che
aveva appena riempito per lei.
«Sì. No, volevo dire, solo zucchero» balbettò Parrie. Quella sollevò il cucchiaino colmo di
zucchero e attese.
Parrie se ne stava lì stordita.
«Quanti?» insistette la donna, alzando la voce.
«Quanti cosa?» ripetè Parrie.
Qualcuno dietro di lei cominciò a ridacchiare ma una voce alle spalle le suggerì: «Cucchiaini
di zucchero.»
«Ah, due grazie.»
Soddisfatta della risposta, la donna zuccherò il tè e poi rese pomposamente la tazza a Parrie.
«Grazie… grazie…» ripeteva lei, ritirandosi frettolosa, mentre oscillava pericolosamente tè e
tazzina finché un'ondata di liquido bollente tracimò, scottandola.
«Ahi!» gridò forte.
Parecchie teste si voltarono nella sua direzione, facendola arrossire. Indietreggiando, cercò
di raggiungere alla cieca un angolo qualunque, purché fosse lontano dal rumorio della gente e
da sguardi indiscreti.
«Ehi, vacci piano! Quella roba è un'arma letale» si sentì apostrofare da una ragazza con tono
pigro e accattivante.
«Solo se lo bevi…» aggiunse un'altra con voce fredda e sarcastica.
«Oh, scusate!» esclamò Parrie sempre più impacciata, guardando verso la ragazza che aveva
appena parlato, una tipa magrissima e spigolosa dagli occhi di un azzurro glaciale e i capelli
biondo cenere.
«Perché chiedi scusa?» continuò con lo stesso tono di voce pigro e accattivante la prima
interlocutrice, una ragazza alta e scura di capelli, con un paio di occhialini dalla montatura
obliqua un po' felina.
«Forse ha bevuto il tè» incalzò la sarcastica e ridacchiò. Si unirono altre voci.
Parrie si mise a osservare meglio il gruppetto che si era raccolto nell'angolo vicino alla
finestra, dove aveva trovato rifugio anche lei. Dopotutto stavano prendendola in giro
bonariamente, anzi sembravano ben disposte a conoscerla.
«Avete mai letto Alice nel Paese delle Meraviglie"?»chiese una terza con tono vivace, una
giovane orientale dai capelli mostruosamente corti che esibiva due grossi orecchini d'argento a
forma d'anello con due delfini che si tuffavano tra i cerchi. «Voglio dire, non vi ricorda il
capitolo della Festa di Compleanno del Cappellaio Matto?» proseguì, afferrando al volo un
sandwich dal vassoio di una cameriera di passaggio.
Questa volta anche Parrie si unì alle risate.

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«Il tè non è malaccio, però» disse una quarta ragazza dalla figura robusta e ben
proporzionata che, tra un sorso di tè e l'altro, dava grandi morsi al resto del tramezzino.
«Sei un'atleta, vero?» le chiese la ragazza alta dai capelli scuri, vedendola addentare l'ultimo
pezzo.
«Sì, gioco a calcio. Perché?» confermò quella a bocca piena, con un energico cenno
affermativo, che le fece sussultare la gran massa di capelli rossi che le incorniciava il viso.
«Una volta andavo con un tipaccio che ti somiglia molto» dichiarò l'altra. «Hai lo stesso
modo di fare.»
Parrie sbarrò gli occhi sorpresa da tanta franchezza, come la ragazza in piedi accanto a lei,
che rimase senza fiato.
Ma la giovane si mise semplicemente a ridere.
«I giocatori di calcio si mangiano vivi i nemici»ribatté allegramente.
Parrie sbirciò con la coda dell'occhio la sua vicina e subito provò una strana sensazione di
identità. Era come guardarsi di nuovo allo specchio: vedeva una ragazza pallida e tranquilla dai
capelli castani e gli occhi scuri come i suoi, vestita in modo semplice e elegante. Solo che l'altra
portava i capelli più lunghi, raccolti in un'unica treccia e aveva i fori nelle orecchie, dove
orecchini minuscoli di granato rosso punteggiavano i lobi come gocce di sangue.
Come sentì lo sguardo su di lei, la ragazza si voltò e le sorrise appena.
Parrie le rese un sorriso altrettanto timido: «Beh, anche se la festa è un po' strana, il mio
nome non è Alice. Mi chiamo Parrie» disse con voce tremula.
Cadde un attimo di silenzio, ma subito dopo la ragazza accanto si fece avanti.
«E io mi chiamo Mallory Stern» si presentò.
«Io sono Carol, Carol Hausdatter» disse la ragazza alta dai capelli scuri.
«Jean, Jean Reagan» annunciò la bionda glaciale.
«Grace Oshida» disse la piccola orientale con un rapido sorriso.
«Lil Martinez» tuonò l'atleta. Seguì un silenzio imbarazzante.
«Ma riusciremo mai a divertirci qui dentro?» lo interruppe Lil, l'atleta, con voce annoiata.
«Bere o non bere tè, questo è il dilemma» declamò Jean, alzando la tazza vuota.
«Scommetto che non avresti mai il coraggio di andare a chiederle latte e limone insieme!» la
provocò Lil.
«Sì, figurati. L'energumena mi farebbe arrestare subito» rimbeccò Jean, lanciando uno
sguardo storto alla matrona che presidiava la teiera.
«Non sarà mica la mensa dell'università che prepara piattini così appetitosi…?» si domandò
Grace, afferrando due panini al prosciutto e formaggio infilzati con lo stuzzicadenti e
passandone uno a Lil.
Jean fece cenno di no con la testa, scuotendo la splendida capigliatura bionda lunga fino alla
vita, che Parrie guardava incantata.
«Magari! E un autentico banchetto questo, con cibi eccellenti, preparati come si deve per
l'avvenimento dell'anno e sono offerti dallo sponsor!» spiegò Jean. «Paga una stramiliardaria
che per finanziare la festa ha costituito un fondo, una specie di lascito a favore dell'Università.»
«Che sia qui anche lei?» rifletté Parrie a voce alta.
«Credi davvero? Chissà chi sarà?» domandò Grace, guardandosi intorno con curiosità.
«Adesso capisco il perché dell'abito formale. Come si fa a deludere una ex»allieva miliardaria?
«Secondo voi i ricchi si danno sempre alla bella vita in questo modo?» chiese d'impulso
Parrie.

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«Personalmente non saprei, ma c'è gente che riesce a farla franca comunque, in qualsiasi
circostanza, persino con un delitto sulla coscienza!» rispose Jean con violenza inaspettata e
aggiunse: «Specialmente la gente coi soldi.»
Seguì un altro silenzio imbarazzante.
"Oh«oh! Chissà se una di loro è ricca, o magari tutte" rimuginava Parrie osservando il
gruppetto delle ragazze che d'improvviso si erano irrigidite.»
«Beh, se è così che vivono i ricchi, sprecando il tempo a bere tè, ci rinuncio subito. E una
tale noia questa festa!» Fu Lil a rompere il ghiaccio.
Carol fissò Lil con quei suoi occhi verdi che scintillavano stranamente dietro agli occhiali.
«La trovi per davvero noiosa?» le chiese.
"Dunque la ricca è Carol, ma del resto come potevamo saperlo?" continuava Parrie nelle sue
riflessioni "…ci siamo appena incontrate."
«Sì, di una noia mortale, anche se il cibo non è malaccio» rispose Lil.
«Mmm… noioso…» ripetè Carol con un sorrisetto furbo. «Allora cosa aspettiamo a
renderlo divertente, eh Lisa?»
«Lil» la corresse, con infallibile buonumore. «Va bene, che suggerisci? Vuoi che palleggio
uno di questi panini per tutto il salone e lo mando in porta nel vaso da fiori?»
Mallory cacciò una risatina, ma la tensione improvvisa che si era creata fra loro non tendeva
a cedere.
«No, non mi va. Che ne dite invece di fare un gioco?» replicò Carol, noncurante del
buonumore di Lil e della risatina di Mallory.
«Stai parlando seriamente?» indagò Lil.
«Certo. Una specie di scommessa, una prova. Comincia tu Lil per prima… prova a
scambiare la zuccheriera vicino alla matrona del tè con questa saliera senza farti vedere.»
«Ma neanche per idea!» esclamò Lil.
«Che ti succede? Hai paura?» la sfidò Parrie, provocandola con una risata improvvisa.
«Provaci, dai! Fai vedere di cosa sei capace!» incalzò Jean.
Lil guardò bene in faccia le cinque ragazze, mentre il suo viso si faceva pallido.
«Va bene, accetto!» concluse infine con un ghigno beffardo.

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Capitolo 2

"Non posso crederci! Ma lo farà davvero?" pensò Parrie.


Lil non sembrava condividere le riserve mentali di Parrie e con la sua tazzina bene in vista,
cominciò a spingersi attraverso la folla in direzione della teiera.
«È matta» commentò Mallory convinta.
Carol lanciò uno sguardo enigmatico sia a Parrie che a Mallory, poi si voltò tirando su un
po' gli occhiali come d'abitudine, per osservare meglio Lil che procedeva lesta.
La ragazza stava passando svelta accanto a un enorme cesto d'argento ricolmo di frutta,
quando il tavolo ebbe un sussulto.
«Ci siamo» mormorò fra sé Carol.
In una frazione di secondo, il tavolo cedette appena su un lato, poi fu dritto di nuovo, giusto
in tempo per far cadere sul pavimento una pioggia fitta di mele, arance e noci, mentre altra
frutta stava cominciando a rotolare fuori dal cesto.
Dapprima impietrite, alcune ragazze vicine al disastro si lanciarono in avanti per fermare la
valanga di frutta. Insieme a loro c'era Lil che con aria noncurante rimetteva a posto un'arancia
con una mano, mentre con l'altra spostava a capotavola la pesante saliera d'argento. Nel
frattempo, dalla sua postazione strategica, si era levata la matrona.
«Cosa succede?» chiese la donna, perentoria.
«Non si preoccupi, è tutto a posto» rispose timidamente Lil, con un tono di voce che voleva
dire esattamente il contrario.
Posata la tazzina di tè che stava servendo, l'autorevole donna avanzò a grandi passi lungo la
tavola, sotto lo sguardo di mille occhi puntati, che la seguivano nel suo incedere solenne.
Ma un certo gruppetto guardava altrove: con rapide mosse Lil aveva scambiato lo zucchero
con il sale, con altrettanta disinvoltura aveva nascosto dietro ai fiori la zuccheriera e, afferrata in
velocità una tazzina vuota, si stava già mescolando tra la folla.
«Raddrizzate IMMEDIATAMENTE quella gamba!» tuonò la virago e dopo il comando,
rassicurata, prese la via del ritorno per sedersi di nuovo al suo posto.
«Il tè!» gridò imperiosa, lanciando intorno occhiate taglienti, mentre le ragazze che
attendevano in coda, concluso il disastro della frutta, si voltarono di nuovo verso di lei.
Lil riprese il suo posto accanto alla finestra con le altre.
«Ben fatto!» esclamò Grace, annuendo.
«Come sei riuscita a cavartela?» disse sottovoce Mallory.
«Ve l'ho detto, gioco a calcio, ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi buon giocatore,»
rispose Lil felice «un bello sgambetto al tavolo!»
«Zitte, guardate!» le richiamò Carol.
La matrona aveva in mano una tazzina ricolma, mentre le dita inanellate rimanevano un
attimo sospese sulla saliera.
Le ragazze la guardarono col fiato mozzo mentre versava due cucchiaini di sale e con quel
suo sorriso fisso rendeva la tazzina alla giovane di turno, che se ne andava via sorridendole a
sua volta.

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Incredule e affascinate, osservarono la donna smaltire efficiente e rapida la coda a furia di
riempire tazze su tazze. Ma videro anche la prima vittima che, assaggiato il tè, sbarrava gli occhi
e raggrinziva la bocca in una smorfia.
«Puah, che schifo!» esclamò la prima vittima a voce alta, annusando la bevanda. Ci riprovò
con un altro sorso e cacciò un altro "Puah!" sputando decisa nella tazzina.
«Ma è disgustoso! Sembra salato!» strillò qualcun altro quasi contemporaneamente,
risputando tè.
Nel frattempo cresceva il brusio generale, a indicare che parecchie altre persone avevano
assaggiato il tè col sale.
Ignara del caos, la donna continuava a servire l'ennesima tazza di tè, ma nel momento in cui
l'addolciva con una bella cucchiaiata di sale, fu interrotta da una delle vittime.
«Si fermi!» le gridò.
«Come?» chiese quella.
«Il tè, c'è qualcosa di strano nel tè!» le rispose eccitata.
«L'ho preparato io stessa, questo tè. E' una marca eccellente» dichiarò solenne la donna e
diede una gran sorsata di liquido fumante.
Lil scoppiò in una risata fragorosa, mentre Mallory a occhi spalancati batteva le mani. Grace
cominciò a farsi prendere dalla ridarella e Parrie si mordeva le dita per non scoppiare.
«Arriva l'esplosione» mormorò Jean a Carol che sorrideva.
Non dovettero aspettare molto.
«Aaarrgh!» gridò la donna con la faccia ormai violacea, mentre le sue buone maniere
combattevano contro l'istinto di sputare fuori il tè che infine, con uno sforzo erculeo, fu
costretta a ingoiare.
«Aarrrgh… SALE… Aaarrgh… c'è del SALE in questo tè!» esclamò con toni da giudizio
universale.
Nella sala scoppiò un boato di risate.
«Non è affatto divertente» fece con un rantolo, guardando con ferocia prima la teiera poi
tutt'intorno e, ritta in piedi, pestò un pugno sul tavolo per mettere a tacere la folla.
Le risate crebbero sempre più forti, finché il suo sguardo infuriato non cadde sulla saliera
che prese a esaminare da vicino, scura in volto.
«Ma è la SALIERA questa! Mooolto bene! Chi è stato? Chi di voi ha scambiato lo zucchero
con il sale?»gridò in tono accusatorio rivolta alla platea con la saliera sollevata e bene in mostra.
Era troppo. Se l'intero salone scoppiò in un boato di risate ormai incontenibile, il gruppetto
di ragazze nell'angolo rischiò di morirne soffocato.
«Eccezionale!» esclamò con voce spezzata Jean, scuotendo all'indietro la testolina bionda, gli
occhi azzurri quasi raddolciti.
«Non pensavo lo avresti fatto davvero!» aggiunse Parrie con le mascelle dolenti per il gran
ridere.
«Sei stata grande!» ammise Grace, dando una pacca sulle spalle a Lil, che esultava
trionfante.
Fu Carol la prima a smettere di ridere.
«Molto divertente, ma un po' infantile, non credi?»disse con voce pacata.
«Ehi, sei stata tu a proporlo, ricordi?» le rispose piccata Lil, affrontandola con lo sguardo.
«Hai fatto un bel lavoro, hai tutta la mia ammirazione. Ma devi ammettere che era una prova
un po' infantile,» insistette Carol «e anche abbastanza facile.»

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«Mi piacerebbe vedere te all'opera» rimandò Lil. Carol socchiuse gli occhi, come per
studiarla meglio.
«Ne sei sicura?» poi, rivolta alle altre, aggiunse: «E voi sareste in grado di fare un Gioco
della Verità? Che so, fare delle vere prove di coraggio e rischiare qualcosa sul serio?»
A quelle parole, anche se stordita dalle risate e rilassata per avere finalmente trovato un
gruppo di persone con cui parlare e stare insieme, Parrie sentì all'improvviso una strana
sensazione di malessere.
«Ma che vuoi dire?» le chiese in un modo, pensò, forse un po' troppo infantile per loro.
Ma Carol non stava badando ai suoi modi e proseguì.
«Un Gioco della Verità serio, con prove rischiose che dimostrano il nostro carattere e
penitenze che significano essere costrette a dire la verità su di noi» spiegò.
Alle loro spalle, le risate si stavano spegnendo, mentre l'ordinata distribuzione del tè aveva
ripreso il suo ritmo, segnato dal tintinnio di cucchiaini e tazzine, con zuccheriera e saliera al
posto giusto. Accanto all'ingresso, cominciavano a andarsene i primi ospiti col pensiero già
rivolto agli impegni serali.
"Che strana storia è mai questa? Sta dicendo sul serio o ci prende in giro?" Pur
domandandosi queste e altre cose, Parrie non disse nulla ma lasciò che Carol continuasse.
«Ciascuna di noi scriverà la verità su un proprio segreto, quello inconfessabile, il più grave
di tutti» proseguì lei.
«Come quella volta che ho fatto un autogol nel campionato scolastico?» chiese sarcastica
Lil.
«No, un segreto molto più ripugnante, più oscuro, quello che non si avrebbe mai il coraggio
di confessare ad anima viva» chiarì Carol con tono sprezzante rivolta a Lil.
«Ah, giusto! Come quella volta che ho strozzato il mio fratellino nella culla…» la derise Lil
per nulla impressionata.
Carol affrontò il suo sguardo, fissandola a lungo, finché il sorriso smagliante di lei si
spense.
«Precisamente» concluse Carol.
«Caspita!» sussultò Grace.
«Ma poi cosa succede?» s'informò Jean.
«Una volta scritta la verità segreta, mettiamo il foglio ben ripiegato al sicuro, dentro a una
cassetta di metallo, come quelle per le cose di valore che si trovano dai ferramenta.»
«Sì, brava, così ti diamo la cassetta e tu leggi i nostri segreti» replicò Jean, riprendendo il
suo solito tono sarcastico. «Ma chi ti conosce? Non ho mai visto prima d'oggi né te né
nessun'altra di voi. Come faccio a sapere se posso fidarmi?»
«Ma è facile!» incalzò Carol. «Se si va in due o tre, o anche tutte insieme, a comprare questa
"cassetta della verità", ci mettiamo dentro i segreti, la chiudiamo a chiave e sigilliamo la chiave
in una busta. Poi ciascuna di noi metterà la firma sul sigillo, così sarà impossibile aprirla senza
accorgersene.»
«Mmm, non male, ma dopo che si fa?» le chiese Jean quasi convinta.
«Scriviamo delle prove di coraggio su altri fogli e poi tiriamo a sorte. Se qualcuna di noi
non riesce a farcela e perde, togliamo dalla cassetta il segreto con sopra il suo nome e lo
leggiamo a voce alta davanti a tutte.»
«Non mi va. Perché mai dovremmo fare una cosa del genere?» commentò Grace scuotendo
la testa con forza, come le era solito fare, mentre gli orecchini rimandavano il bagliore delle luci
intorno.

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«Per fare qualcosa di divertente. Certo che se siete delle fifone…» le sfidò Carol
indifferente, guardando l'orologio.
«E chi ha paura? Io no di certo!» ribatté subito Jean a denti stretti.
«Neppure io» aggiunse Lil.
«Certo neanch'io ho paura, anche se…» si unì Grace, incrociando le braccia, ma fu
interrotta.
«Se, cosa? Mi sembra che tu abbia davvero una gran fifa; hai paura di divertirti troppo?» la
affrontò Carol.
«Ma smettila. Credi di farmi cadere in questa tua stupida trappola psicologica?» Poi con un
ghigno sarcastico aggiunse: «Ma certo che ci sto.»
«D'accordo, ci sto anch'io» acconsentì Mallory, in piedi vicino a Parrie.
"Che tipo strano questa Carol" pensò Parrie. Ma che importava? Il gioco sembrava
promettere bene e se avesse detto di no, rischiava di non farsi delle altre amiche lì a Salem. Per
di più, queste erano delle tipe divertenti, piene di idee, promettevano bene anche come future
amiche, compresa quella stramba di Carol.
«E tu Parrie?» le chiese Carol.
Alzando la testa, si rese conto che le altre stavano aspettando la sua risposta. "Mi sto
comportando da sciocca," pensò "invece sarà un gioco divertente."
«Ci sto anch'io, certo. Non ho paura» concluse.

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Capitolo 3

"Perché mi sento così nervosa?" si chiese Parrie. "Non sono io che voglio fare la ficcanaso, è
stata Grace a invitarmi da lei per andare insieme da Carol."
Percorse il corridoio che portava alla camera di Grace. Anche se il Quadrangolo aveva un
aspetto uniforme, anche se l'università era appena iniziata, i corridoi cominciavano ad assumere
un nuovo aspetto. Parrie vide porte decorate in vari modi, con poster, con lavagnette
magnetiche, o con cestini di fiori secchi appesi sopra al numero della camera. Una porta aveva
un foglio con la caricatura delle due compagne di stanza, un'altra un tabellone di carta bianca
che diceva "Graffiti qui sopra" con accanto un pacchetto di penne colorate.
Anche la sua coinquilina, che pure stava di rado in camera, aveva già appeso fuori dalla
porta un notes e una matita per eventuali messaggi, mentre Parrie ancora non aveva messo nulla
di suo. Ma cosa mettere? Non riusciva a scegliere qualcosa di interessante che la distinguesse.
"Non mi è mai importato nulla di queste cose, né prima né adesso" borbottò tra sé.
Dopotutto stava facendo nuove amicizie. Era stata Grace a chiederle di passare da lei prima di
andare da Carol per incominciare quello strano gioco, quel Gioco della Verità.
Sulla porta della stanza di Grace troneggiava una foto gigante di un grosso cane dall'aria
felice, circondato da tre gatti e con un pappagallino appollaiato in testa.
Parrie bussò e Grace le aprì quasi immediatamente con una scarpa rossa in mano.
«Benvenuta nella baraonda!» le disse e, invitandola a entrare, le chiese: «Non vedi un'altra
scarpa come questa per caso?»
«Forse è quella là sopra?» le indicò Parrie, puntando col dito una scarpa rossa in cima alla
libreria.
«Eccola! Sono abituata a mettere le scarpe in alto per via di Bingley, la cagna che abbiamo a
casa. E una nemica giurata delle scarpe. Le ho insegnato a non rosicchiare niente, solo cose per
cani, sai, ossi, bastoncini, ma quando trova una scarpa…» continuò Grace scuotendo la testa e
mettendo in mostra gli orecchini a forma di gatto con pietruzze verdi per occhi.
«Bingley? E il cane della foto sulla porta?»
«Indovinato. È proprio Bingley quella, e i gatti si chiamano Marvel, Aircat e TomTom. Il
pappagallino è Fortuna.»
«Fortuna… che sia vivo con tutti quei gatti, no?»scherzò Parrie.
Grace annuì con una risatina.
«Allora ti piacciono gli animali?» continuò lei.
«Sì e mi mancano molto. Bingley è con noi da quando avevo sette anni, adesso sta
diventando vecchia ormai. Mi manca molto, e anche lei sente la mia mancanza. Voglio fare
veterinaria qui a Salem, oppure studiare etologia. E tu?»
«Non so ancora» rispose Parrie con una punta di invidia per l'aria sicura e la scelta decisa di
Grace.
«Beh, cosa vuoi, a me piacciono così tanto gli animali…» aggiunse Grace con semplicità.
«Hanno più buon senso loro degli esseri umani. Ti sembra che un cane si metterebbe mai a fare
una stupidaggine come il Gioco della Verità?»

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«Strano come Carol si sia intestardita su quella storia» convenne Parrie. «La conosci da
molto?»
«Chi, Carol? Sai, è una di quelle persone che mi fa apprezzare le bestie» commentò. «Cioè,
non importa da quanto tempo si conoscono, tipi del genere non li capirai mai fino in fondo.»
«Allora non ti piace.»
«Non è che non mi piace» concluse Grace. «Il fatto è che non so se posso fidarmi del tutto
di lei.»
Parrie sussultò, l'idea di non potersi fidare di Carol non l'aveva neppure sfiorata.
«Credi che cercherà di ingannarci? Pensi che leggerà i segreti nascosti?» domandò con
cautela.
«Non so, lascia perdere» rispose Grace con una risata strana per niente divertita. «Sarà
meglio andare da Carol a provare questo benedetto gioco.»
Terminò di allacciarsi le stringhe delle scarpe rosse, lanciò un ultimo sguardo alla foto del
cane con un sospiro triste e uscì preceduta da Parrie.
All'appuntamento arrivarono per ultime e trovarono le altre quattro già sedute in cerchio sul
pavimento intorno a una cassetta di metallo grigia, con la sua chiave in bella vista, accanto a un
grosso vaso di ceramica verde un po' sbrecciato.
Carol si era accoccolata con le gambe incrociate; indossava calze scure, scarpe nere basse e
un abitino nero, che le conferiva un aspetto severo e formale. Accanto a Carol sedeva Jean, con
i capelli biondo cenere sciolti e lunghi fino alla vita, il mento appoggiato sulle ginocchia,
seminascosta nel maglione larghissimo e nei jeans sdruciti. Di fronte a lei se ne stava Lil a
gambe allungate, con i muscoli tesi sotto calzamaglia e maglietta rossa, che non si intonavano
per niente anzi facevano sembrare arancio persino i suoi riccioli rossi. Eppure il contrasto le
donava. Accanto a Lil sedeva Mallory vestita esattamente come Parrie, un paio di jeans e una
maglietta di cotone.
Al loro arrivo, avevano alzato la testa senza sorridere.
«Caspita, che atmosfera da brivido! Sembra che siate pronte per una seduta spiritica»
esclamò Grace, ferma sull'uscio.
«Paura, Grace?» chiese Jean con aria beffarda.
«No» rispose pronta, attraversando la stanza per accovacciarsi accanto a Jean, mentre Parrie
si era trovata un posto vicino a Lil e Carol aveva iniziato a strappare dei fogli dal notes per
distribuirli con altrettante penne.
«E una verifica di inglese?» fece scherzando Lil.
«Questo è il foglio su cui scriveremo la verità sul segreto più vergognoso per ciascuna di
noi» proseguì Carol, ignorandola. «Rivelare agli altri la nostra verità è la penitenza per chi non
riesce a superare la prova e perde, ma finché ciascuno fa la sua parte e sta al gioco, il segreto
rimarrà al sicuro nella cassetta.»
Così dicendo, teneva la mano sulla cassetta quasi a sottolineare le sue parole passando lo
sguardo da una all'altra. Poi sorrise, prese la sua penna e cominciò a scrivere, seguita poco alla
volta da tutte le altre.
Mentre scrivevano, Parrie lanciava sguardi furtivi ora a questa ora a quella. Che razza di
tremendi segreti potevano avere delle ragazze così? Cosa faceva oscurare in volto Jean o
raggelare Grace, o addirittura trattenere il fiato a Lil? Cosa stava scrivendo Carol con quel
sorrisetto sulle labbra? E che verità terribile avrebbe mai potuto nascondere un tipo innocuo
come Mallory?

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"Senza dubbio qualcosa di più interessante di uno qualunque dei miei segreti" rifletteva
Parrie. Ma d'improvviso ricordò un episodio di tanto tempo prima la cui immagine inattesa la
fece trasalire. Come aveva potuto dimenticarsene?
Guardò ancora una volta le ragazze in cerchio che scrivevano. Stavano davvero rivelando il
loro segreto peggiore? Con riluttanza anche Parrie si mise a scrivere.
Terminato quel primo compito, deposero ciascun foglio ripiegato e firmato nella cassetta che
Carol chiuse a chiave. Poi, messa la chiave in una busta, Carol la sigillò e la fece firmare a tutte,
per riporla nel cassetto della scrivania, sempre con un sorrisetto misterioso sulle labbra.
«Adesso le prove» annunciò, rivolta alle ragazze sedute in cerchio.
Le prove di coraggio erano una faccenda molto più semplice. Parrie scrisse veloce la sua e,
ripiegato il foglio, lo infilò nel vaso, che Carol scuoteva per mischiarne il contenuto.
«Chi si fa avanti per prima?» chiese.
«Facciamo a turno: ciascuna di noi estrae un foglio e poi lo leggiamo ad alta voce» suggerì
Lil.
«E se mi capita la mia stessa prova?» obiettò Jean.
«Peggio per te. Dai, cominciamo!» sentenziò Carol passando il vaso a Lil, che estrasse un
foglio; poi fu il turno di Mallory e di Parrie, che passarono il vaso a Grace, quindi di Jean che lo
rese a Carol.
«Pronte?» chiese Lil sogghignando. Aprì il suo foglio e cominciò a leggerlo, seguita dalle
altre. Qualcuno cacciò un gridolino, poi Lil attirò l'attenzione con un grido.
«Ehi, mi avete incastrata per bene! Sentite che roba: Devi indossare un abito lungo da sera
per tutto il giorno, da quando ti alzi al mattino finché vai a letto! Secondo voi, dove lo trovo un
abito da sera, io?» fece Lil disperata.
«Beh, tu almeno non sei costretta a stare un giorno intero senza parlare né rispondere a
nessuno» disse Jean tra le risate generali. «La gente penserà che sono una squilibrata.»
«A me tocca di mangiare aglio a colazione, a pranzo e a cena senza lavare i denti fino al
giorno dopo» le informò Carol.
«Puah, che schifo!» gridarono tutte all'unisono.
«Allora io? Chi di voi sapeva che mi piace da morire Ken Rivers?» strillò Grace. «Il mio
biglietto dice: Devi chiedere un appuntamento a Ken il bello, che hai rimirato per tutta la lezione
di storia!»
«Non riuscirò mai a fare una cosa del genere!» esclamò Mallory.
«Perché? Qual è la tua prova?» le chiese Grace.
«Devo parlare cantando per un giorno intero» rispose Mallory, spalancando gli occhi con
aria di panico imminente. «Sarà talmente imbarazzante… sono così stonata che la gente mi
supplicherà di star zitta.»
«E va bene, se credete di avere tirato a sorte voi il peggio…» le interruppe Patrie. «Aspettate
di sentire il mio: Vai nella stanza di un ragazzo del campus e rubagli un paio di mutande!»
«Nooo!» ululò Lil, cadendo all'indietro e tirando le gambe all'aria dalle risate. «Questa è la
migliore, voglio proprio vederti all'opera.»
«Attenta con le gambe, mi fai male» l'avvertì Carol, poi aggiunse: «Anch'io non vedo l'ora di
godermi questa settimana di prove, sarà davvero interessante.»
«Sì, interessante da morire» fece sarcastica Parrie. Con lo sguardo sul suo biglietto, Parrie
non si rese conto dello scambio di occhiate che seguirono le sue parole, ma le avrebbe ricordate
in seguito, con un brivido. E non sarebbe stata la sola.

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20
Capitolo 4

«Non posso crederci! Proprio a me tocca di fare una cosa del genere!» si lamentava Parrie.
«Rilassati, cosa vuoi che ti succeda?» cercava di rincuorarla Grace.
«Per te è facile dirlo, la tua scommessa è semplice»replicava sempre più arrabbiata la
ragazza.
«Ah sì? Credi sia stato facile chiedere un appuntamento a Ken?»
«Però lui ha accettato, no?»
«Credo che il poveretto sia ancora sotto shock! Per davvero Parrie, è un gran bel ragazzo e
io non sono certo il tipo con cui esce di solito. Figurati che i miei capelli sono più corti dei
suoi!»
«Sentite» le interruppe a quel punto Lil «è tutto il giorno che inciampo nell'orlo di uno
stupido abito da»sera, troppo lungo perché me l'ha prestato Jean, per di più rosa shocking, e voi
due continuate a lamentarvi di essere incappate nelle prove più difficili!
«Coraggio Lil, la giornata sta per finire» le disse Grace per consolarla.
«Se qualcuno mi scopre lì dentro, sono morta. Cosa potrò dire per giustificarmi?» incalzò
Parrie.
«Che sei una ragazza facile e perdi la testa per gli uomini. Oppure che hai dei gusti perversi»
disse Lil rallegrandosi un po', poi con aria solenne continuò: «Dopotutto, che ti importa della
gente? Devi solo avere fiducia in te stessa…»
«I ragazzi sono tutti in riunione a quest'ora» le interruppe Grace. «Vai nel dormitorio, saluti
il custode alla guardiola e ti infili nel primo corridoio proprio come una che sa dove andare.»
«Non ci riesco, davvero! Non ce la faccio.»
«Su, vai!» la incoraggiò Grace con una spintarella. Sospinta dall'amica, Parrie uscì fuori dai
cespugli dove stavano confabulando, giusto davanti al dormitorio maschile. Era il crepuscolo, la
settimana di prove si stava concludendo e a notte fonda il Gioco della Verità sarebbe terminato
con tutte loro vincenti.
"Se non mi tiro indietro io" pensò Parrie.
Fece un respiro profondo e si incamminò verso il dormitorio. Chissà se altri l'avevano vista
entrare, furtiva e irrigidita dalla paura? Si fermò voltandosi verso le amiche.
«Dai, sbrigati, sono solo MUTANDE!» le gridò Lil. La voce acuta della ragazza aveva un
tono fragoroso e convincente, sicuramente apprezzabile sui campi di calcio, ma nell'aria leggera
del crepuscolo a Parrie sembrò riecheggiare per tutto il campus come un tuono. Non attese di
sentire un secondo urlaccio, perciò si voltò e corse all'interno dell'edificio, dove il custode di
turno alzò il capo nel vederla entrare così di slancio.
«Salve,» disse «mi dia la carta di identità e metta una firma qui sul registro con la data e
l'ora.»
«Vuole la carta di identità?» sentiva la voce tremare e se la schiarì. «Devo firmare?»
«Certo, non si entra senza carta di identità e i non-residenti devono anche firmare. E solo
una formalità»aggiunse il custode sorridendo.

21
«D'accordo, non c'è problema» concluse Parrie più calma nel sentire che la sua voce
sembrava quasi normale; quindi, mostrato il documento e firmato il registro, si avviò lungo il
primo corridoio di fronte a lei.
A prima vista si rese conto che ai maschi non piaceva appendere decorazioni varie sulla
porta e personalizzare l'ambiente come alle ragazze, a meno di considerare un ornamento la
massa di lattine vuote sparse dappertutto. Decise di tentare con la prima porta che le fosse
capitata a tiro, ma purtroppo era stata chiusa a chiave. Corse rapidamente alla successiva, ed era
sul punto di aprirla, quando sentì delle voci provenire dalla stanza e si trattenne. Nel ritrarsi
silenziosa, vide una camera aperta in fondo al corridoio, che si rivelò inutile: erano le docce.
Tastando le maniglie di altre porte, ne trovò finalmente una aperta e senza darsi il tempo di
riflettere, si lanciò dentro, chiudendo a chiave per tranquillità. Gettato uno sguardo sommario
alla stanza, rimase di stucco: c'era un disordine indescrivibile.
"Chissà come avranno fatto questi due a ridurla così in pochi giorni? Non si riesce neppure
a vedere il pavimento" brontolava Parrie tra sé."E dove troverò la biancheria pulita, ammesso
che non ce l'abbiano tutta addosso?"
Rifiutandosi di prendere il primo paio di mutande buttato a terra, si diresse verso un
armadio con i cassetti mezzi aperti e sbirciò dentro. Calzini, magliette, altre magliette,
pantaloncini corti… e mutande! Allungò la mano e afferrò un paio di slip blu.
«Ah, mutande!» esclamò a voce alta, quasi senza rendersene conto.
«Identificazione corretta dell'oggetto in questione,» fece eco una voce divertita alle sue
spalle «ma vorrei proprio sapere perché hai quell'aria soddisfatta.»
Parrie raggelò con le mutande tra le dita, poi con un gridolino si gettò verso la porta,
inutilmente, bloccata com'era da un ragazzo alto, dall'aspetto atletico, avvolto nell'accappatoio
con i capelli ricci ancora grondanti.
«Tu… io… che… perché non sei alla riunione?»balbettò Parrie, mentre indietreggiava.
«Pensavo di trovare qui qualcosa di più importante da fare» ghignò il ragazzo. «Dimmi se
non avevo ragione…»
«Bada, non è come pensi tu» sbottò Parrie sulla difensiva, con la faccia rossa rossa,
guardando desolata le mutande. «Non sono una ladra, davvero! Credimi!… Oh povera me, le
strangolo io, quelle là!»
«Su, su, calmati adesso e spiegami un po' questa storia…» le disse cercando di
tranquillizzarla ma con uno sguardo così divertito e ironico che le fece quasi riprendere il buon
umore, nonostante le minacce omicide appena pronunciate.
«E che ho bisogno delle tue mutande» confessò.
«Da sole o con me dentro? A proposito, mi chiamo Bryan» le disse, mentre Parrie si sentì
arrossire di nuovo fino alla punta dei capelli.
«E io Parrie,» si presentò, sprofondando sulla poltrona meno ingombra «e la verità è che…
beh, sì, ho bisogno delle tue mutande per scommessa, per un gioco che abbiamo chiamato
Gioco della Verità. E una prova di coraggio.»
«Come mai ci mette tanto?» disse Lil seccata. «Voglio andare in camera a togliermi questo
vestito così ridicolo.»
«Magari ha rinunciato» suggerì Grace.
«Forse ha sentito arrivare qualcuno e ha dovuto nascondersi» rincarò Lil.
«Tanto per cominciare non dovremmo fare questo gioco idiota…» aggiunse Grace.
«Shhh! Eccola!» la zittì con una gomitata Lil, prima che potesse terminare.
«Ahi, Lil, mi fai male! Ma chi c'è con lei?»

22
«Cuore mio, fermati! Ma è un ragazzo fantastico!»esclamò Lil.
«Ehi, dove stanno andando?»
La coppia si stava allontanando dal dormitorio, dimentica di tutto il resto del mondo. Ma
persino dal punto in cui stavano nascoste le ragazze si vedeva chiaramente che lui era un tipo da
favola, così bello, alto e abbronzato, con i ricci ancora umidi, come se fosse appena tornato dal
mare.
Fu allora che Lil cacciò un fischio sommesso e diede un'altra potente gomitata a Grace.
«Ahi!» protestò di nuovo la malcapitata.
«Guarda!» le indicò Lil senza fiato.
Un paio di slip blu penzolavano inerti dal braccio di Parrie, mentre la coppia scompariva
dietro l'angolo.

23
Capitolo 5

«Guarda che orrore! È… è sangue!»


«Aahhhhh!» urlò Parrie.
«Nooo!» gemette Grace.
«Puuahh!» gridò Lil con disgusto, mentre Mallory soffocava un urlo tappandosi la bocca
con le mani.
«Nnon…» cominciò a dire la protagonista del film, senza concludere, mentre il maniaco le
spaccava la testa.
«Non capisco perché stiamo a vedere questa porcheria» commentò Lil.
«Silenzio!» fece un tipo con uno strano cappello in testa seduto davanti a loro.
«Uffa!» brontolò Lil, stravaccata nella poltrona a mangiare pop-corn nel modo più
rumoroso possibile, pur rimanendo silenziosa fino ai titoli di coda.
«Allora che ne pensate?» chiese Grace sulla via del ritorno.
«Mai visto un film più cretino in vita mia» dichiarò Lil. «Perché ci hai trascinate a tutti i
costi?»
«Perché voglio rivederlo insieme a Ken, te l'ho già detto, Lil.»
«Ma perché non andate a vedere qualcosa di meglio?» suggerì Parrie disapprovando la
scelta.
«Pensaci bene, Parrie» le strizzò l'occhio Grace. «Un film pauroso, lui è terrorizzato, io
anche, ci teniamo stretti per il braccio… c'è bisogno che vada avanti?»
«Mmm, ho colto l'idea» fece Parrie semiseria.
«Guarda che questa settimana c'è una rassegna di film dell'orrore qui al campus» la informò
Mallory, arricciando il naso. «Non che mi piacciano, ma almeno vedresti un classico.»
«No, no. Voglio portarlo a vedere un film che lui non abbia visto, perché io so come va a
finire e saprò controllarmi anche se farò finta di avere paura, capito?»
«Sei una gran furbona, Grace, ecco cosa ho capito. Caspita, chi si fida più di te?» fece
sogghignando Lil, con accanto Mallory che ridacchiava.
«Al povero Ken non rimarrà nessuna possibilità di fuga» dichiarò solenne Parrie.
«Ken? E allora il tuo Bryan?» replicò subito Grace.
«Credi che porterei Bryan a vedere questa roba? Ma neanche per idea. Visto una volta, tutto
questo sangue e vendetta mi basta e avanza.»
«Sangue e vendetta,» rifletté Lil «ecco un bel titolo per un film o un libro.»
«O per la vita vera, visto che capita ogni giorno»aggiunse Grace.
«Ma quando mai? Non crederai davvero che la gente vada in giro a cercare vendetta?» le
chiese Parrie.
«Beh, quando gioco a calcio, mi vendico sempre dei tiri mancini. Cioè, non sono mai io a
cominciare, ma se qualcuno mi attacca e tira colpi bassi, rispondo subito»dichiarò Lil, tirando
un finto calcio contro un albero.
«Ma quella non è vendetta, ti fai rispettare e basta»commentò Parrie.
«Allora come si può definire la vendetta?» chiese timida Mallory.

24
Le ragazze camminarono riflettendo in silenzio per un tratto, finché Grace additò un edificio
malconcio sulla sinistra, girando brusca il capo in quella direzione, con gli orecchini a delfino
che si agitavano pericolosamente. L'ossatura della casa si stagliava scura contro il cielo, con
buona parte del tetto crollato e le capriate nude come uno scheletro.
«Ecco Nightmare Hall» disse. «Arriva un uragano a Salem, e che danni fa? Abbatte alcuni
alberi, s'interrompe l'elettricità per un paio d'ore… e spazza via il tetto di un solo edificio,
questo. Devono andarsene tutti i residenti e i muratori che vengono a sistemarla pare abbiano
strane sensazioni, appaiono loro strane visioni. E non è l'unica faccenda insolita… Non per
niente la chiamano Nightmare Hall, la Casa dell'Incubo, perché qui c'è veramente un caso di
sangue e vendetta, una vicenda da incubo.»
«Che vuoi dire?» le chiese Mallory.
«E morta una ragazza qui dentro, si chiamava Giselle. Pare che il suo spirito torni a chiedere
vendetta.»
«Uno spirito? Ma non crederai ai fantasmi? Proprio tu, Grace!» rispose Mallory.
Grace si era fermata sul marciapiede e fissava pensierosa la vecchia casa.
«Grace?» ripetè Mallory.
«Che vuoi?» Grace si era voltata bruscamente con uno sguardo così feroce che Mallory fece
un balzo indietro e persino Parrie ne fu scossa.
«Grace? Cosa c'è? Qualcosa che non va?» insistette Mallory.
«Ma no, niente. Non ho niente. Cosa vuoi che abbia, poi?» rispose dura, con tono
provocatorio.
Mallory la fissò a lungo, stupita, come ipnotizzata, ma stranamente fu Grace che abbassò gli
occhi per prima. Mallory si voltò con la fronte aggrottata e incontrò lo sguardo di Parrie: anche
se le due ragazze si conoscevano poco, era come se fossero amiche da sempre e i loro sguardi
dicevano che c'era sicuramente qualcosa di strano, di molto strano. Ma né lei né Mallory
avrebbero avuto il coraggio di affrontare Grace di quell'umore. "
«E allora che c'è?» insistette Grace agitandosi.
«Ma…» Parrie fu interrotta da Lil, che come al solito non coglieva mai le sottigliezze.
«Vogliamo smetterla di stare qui ferme?» disse. «Tutte queste storie di sangue, spettri e
vendette mi hanno fatto venire una fame!»
Con la stessa rapidità con cui era apparsa, quell'espressione cupa sparì dal volto di Grace,
che si passò la mano tra i capelli cortissimi come fosse confusa.
«Buona idea, Lil! Non torniamo subito indietro. Che ne dite di una pizza?» suggerì,
ritornando al suo normale tono di voce.
Pareva il trillo di un campanello, che suonava e suonava insistente. Dove si trovava? Era in
ritardo per le lezioni? Si sarebbe presa una ramanzina? Poi ricordò tutto: il dormitorio, la
scuola, l'università di Salem e si alzò di scatto. Diede un colpetto al pulsante della radio e una
musica assordante si unì allo squillare del campanello. Squillare. Giusto! Era il telefono.
Trascinandosi mezza addormentata verso l'apparecchio, fece cadere il grosso libro di storia
dell'arte.
«Diavolo,» borbottò tra sé «ma dove sono andati tutti quanti? Dov'è finita la mia socia?»
Era il telefono posto accanto al bagno che continuava a squillare.
«Pronto?» ansimò Parrie, sollevando la cornetta.
«Gioca pure mia cara…» udì una voce bassa e minacciosa dall'altro capo.
«Come?»
«Continua pure a giocare, bellezza…» ripetè sempre più aggressiva.

25
«Chi parla? Chi sei?»
«Sì, gioca, tu, gioca con il fuoco…» disse ancora la voce ora più sibilante e maligna «ma
ricordati, la verità è pericolosa… e tu lo sai…»
Un terrore inspiegabile le mozzò il fiato in gola.
«Dì la verità… e la pagherai caraaa!» seguì una risata distorta, agghiacciante.
Parrie sbatté giù la cornetta spaventata, ma il telefono riprese a squillare quasi subito.
Rimase in ascolto appoggiata al muro, due, tre lunghi squilli, poi non seppe resistere.
«Che cosa vuoi ancora?» chiese con un grido soffocato.
«Pronto? Pronto?… Patrie? C'è Patrie in camera? Posso parlarle? Sono Bryan. Sei tu,
Parrie?»
«Come? Bryan? Sì, sì, sono io, sono Parrie» fece lei mortificata, scivolando giù sul
pavimento come una diva del cinema, con la cornetta accoccolata tra orecchio e spalla.
«Rispondi sempre così al telefono?» chiese lui.
«No, certo che no, è che…» esitava.
Per qualche strana ragione era indecisa se raccontare a Bryan della telefonata. Magari era
solo un brutto tiro di Grace o di Lil… sì, doveva essere stata Lil, solo una fanatica di cattivo
gusto come lei fa scherzi del genere. Però non le avrebbe dato neppure la soddisfazione di
parlarne.
«Scusami. Il fatto è che stavo ancora dormendo»concluse Parrie.
«Scusami tu. Ho svegliato la Bella Addormentata? Forse posso farmi perdonare in questo
fine settimana.»
«E come?» chiese lei con aria furba.
«Beh, avrei qualche idea mia, ma sono pronto a tutto…»
«Bene, bene… anch'io sono pronta…» rispose Parrie sempre più maliziosa.

26
Capitolo 6

Parrie affondò nella vecchia poltrona a forma di pera, quasi raso terra, cercando di rendersi
invisibile. Detestava la gente che litiga, le voci alterate e le cattiverie che si dicono quando si è in
collera e tentava di mimetizzarsi ogni volta che rimaneva intrappolata senza riuscire a
squagliarsela. "Sono una vigliacca" pensava.
«Sei una vigliacca!» fece beffarda Carol. Parrie sobbalzò presa dal panico, ma la ragazza
stava parlando con Jean che, con il viso in fiamme e lampi minacciosi negli occhi, era saltata in
piedi per affrontare meglio l'antagonista.
«E tu sei proprio pazza! Una squilibrata, suonata come una campana!» le gridò di risposta
Jean, a testa dritta, con i capelli dorati che ondeggiavano tutt'intorno.
La combriccola era radunata nell'atrio del dormitorio nel tardo pomeriggio, un orario in cui
era più o meno deserto, tranne che per loro sei. All'esterno invece c'era un viavai di studenti che
si trascinavano fuori dalle lezioni dell'ultima ora o che tornavano dai laboratori. Gli sportivi
andavano all'allenamento in palestra o sui campi da gioco, mentre c'era chi rientrava da faticose
ore di lavoro part-time.
Parrie guardava le altre, quasi a rammentare che l'incontro avrebbe dovuto essere in qualche
modo piacevole, una festa per mettere fine al Gioco della Verità. Si era aspettata che Carol
celebrasse una cerimonia di apertura della cassetta, e riavuti i fogli con i loro imperdonabili
segreti, si sarebbero raccontate le storie più stupide su come erano riuscite a sopravvivere alle
loro prove. Ma non era andata così.
«Si fa un'altra partita» aveva dichiarato quasi subito Carol determinata.
«NOOO!» le aveva risposto Jean con ferocia altrettanto immediata.
"Possibile che non intervenga nessuna di loro? Che non si possa farle smettere?" pensava tra
sé Parrie, guardandole. Dal canto suo, Mallory osservava le due litiganti con un'espressione
grave; al contrario Lil le seguiva come se fosse una lite sul campo da far risolvere agli arbitri,
mentre lo sguardo distaccato di Grace le ricordava qualcosa di stranamente familiare, anche se
non sapeva cosa.
All'incalzare delle voci, Parrie strinse i pugni, per scoprire di avere ancora in mano gli slip
blu di Bryan. Al pensiero della loro conversazione telefonica, arrossì e sorridendo ricordava che
aveva promesso di riportarglieli nel fine settimana, quando si sarebbero visti.
«Ti fa così paura questo gioco, vero Jean?» le chiedeva Carol con tono languido, ma
minaccioso al punto da interrompere i bei ricordi di Parrie.
«Basta! Mi arrendo!» le interruppe all'improvviso, sventolando le mutande blu come una
bandiera bianca.
Si voltarono verso Parrie tutte e cinque. Per un attimo pensò che si sarebbero lanciate su di
lei come una muta di cani contro la preda, ma d'improvviso Jean scoppiò a ridere.
«Mai visto un paio di brache da uomo usate come bandiera bianca» disse soffocata dalle
risa.
Mallory riprendeva il suo colorito, Grace sorridente cancellava quella espressione ambigua
dal volto e Lil lanciava grida e fischi, mentre la tensione nell'aria andava sciogliendosi. Ma

27
sbagliavano a credere che Carol avesse rinunciato.
«Bravissima, Parrie. Qualcuno vuole da bere? Mallory, perché non passi i salatini?» approvò
imperturbabile Carol con una bottiglia di aranciata in mano, e senza interrompersi, mentre
stappava bibite e disponeva sul tavolino salatini, sfoglie e salsine, continuò: «Perché non
discutiamo la faccenda con calma? Jean, scusami se ti ho offesa, a volte mi lascio prendere dal
mio caratteraccio.»
Jean fece una smorfia e non rispose, ma si concentrò sulle bibite.
«Carol, è stato divertente, ma perché insistere?»Parrie cercò con attenzione le parole giuste.
«Per rendere la vita più interessante, per vedere di cosa siamo effettivamente capaci. Il
primo giro è stato una prova simpatica, forse un po' sciocca. Perché non fare di meglio?»
«Dille di no» mormorò Lil.
«Puah, tutte storie» aggiunse Grace.
Carol le sorrise calma e si tirò gli occhiali sopra i capelli, scoprendo a sua insaputa un viso
allegro e piacevole.
«Grace, tu di cosa hai paura? Guarda cosa ti è capitato, un appuntamento con un bel
ragazzo.»
«Così sarebbe tutto merito del tuo Gioco della Verità?» replicò Grace, ma sorrideva. Ken le
aveva telefonato ben due volte dopo quel primo appuntamento per scommessa e anche loro si
erano già accordati per rivedersi nel fine settimana.
«Anche a Parrie non è andata tanto male» proseguì Carol, persuasiva.
Parrie le rimandò un sorriso, lasciandosi sedurre da quella nuova persona che era emersa
dalla temibile Carol.
«Vero.»
«Sì, ma chi pensa a me, bardata tutto il giorno come un asino in quello stupido vestito?»
«E io, che ho dovuto cantare per farmi consegnare la posta dal postino?» si lagnò Mallory.
«Dovevi sentire come puzzavo io, allora, con tutto quell'aglio, ma mi sono divertita. Non è
stato buffo anche per voi?»
Piano piano a Lil venne da ridere, poi fu la volta di Grace e persino Mallory fece una
smorfietta. In quanto a Patrie, pensando a Bryan le venne un tenero sorriso.
Jean invece abbozzò una smorfia orribile, ma non era più così in collera.
«D'accordo, lo ammetto, è stato divertente, ma…»
«Dunque perché non giocare ancora? Facciamo un altro giro, per divertirci, per provare un
po' di brivido!»
Jean si guardò intorno, poi fissò di nuovo Carol. "Chissà perché Carol ci tiene tanto? Cosa
ci trova di tanto eccitante? E che occhi freddi e scuri, come quelli del gatto che fissa un povero
topo ignaro del pericolo incombente" rimuginava Parrie tra sé, ma come se le leggesse nel
pensiero, Carol la stava fissando senza battere ciglio.
«Allora, Parrie?» le chiese piano.
«Va bene, facciamo ancora un giro» fu Jean a rompere il ghiaccio, perché Parrie non
riusciva a rispondere né a muoversi, proprio come un topo alla vista del gatto.
«Ottimo. In tal caso, facciamo uno strappo alla regola e rimpinziamoci. Abbasso la dieta!
Chi si mette alla prova per prima? Dite la verità…»
Sentendo ancora addosso lo sguardo gelido di Carol, Parrie sussultò. "Dì la verità!" giusto le
parole della voce minacciosa al telefono. Lanciò una rapida occhiata a Lil che si era lanciata sul
cibo come al solito e intingeva patatine nella salsa piccante. Prima si sentiva certa che fosse stata
Lil a fare la telefonata, ma… e se non fosse stata lei?

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Forse si trattava di qualcun'altra, una qualunque tra loro, visto che nessun altro sapeva di
quello stupido gioco. Ma se non era stata Lil, chi altri poteva essere così crudele e ottusa da non
capire che una telefonata del genere poteva fare del male?
"Forse dovrei chiederlo apertamente" pensò Parrie. Ma sapeva che non l'avrebbe fatto, non
ci sarebbe mai riuscita. Guardò le cinque ragazze, le sue nuove compagne di scuola che la
facevano appartenere a un gruppo. Non avrebbe più dovuto preoccuparsi di sentirsi un'esclusa
con la sua nuova combriccola di amiche e aveva persino un appuntamento che significava
molto per lei. Era pur vero che doveva tutto a quello stupido Gioco della Verità!
Forse era stata Jean, dato che era l'unica a non volere continuare il gioco. Magari sapeva già
che Carol avrebbe proposto di andare avanti e la telefonata doveva servire a spaventarla per
stare dalla sua parte contro Carol. Ma perché fare una cosa del genere? Non sarebbe bastato
parlarne?
Chissà, forse Jean trovava più eccitanti le telefonate moleste o le minacce; poteva anche
darsi che non volesse far sapere di avere paura, ma paura di che? Era così difficile immaginarla
intimorita da qualcosa, lei così fredda e imperturbabile. A meno che avesse scritto qualcosa di
più di un segreto imbarazzante sul foglio fatidico.
"Smettila subito, Parrie" si disse "è stata solo una telefonata, uno stupido scherzo. Quando
avrò avuto modo di conoscerle meglio, chiederò chi è stata e ci faremo una bella risata tutte
insieme."
Soddisfatta, Parrie si stava chinando per versarsi qualcosa da bere, quando vide di nuovo
quell'espressione vagamente stranita sul volto di Grace, subito sfumata alla vista di Mallory che
le rivolgeva la parola. Quella stessa espressione le si era stampata in viso quando Jean aveva
litigato con Carol o si erano fermate davanti a Nightmare Hall: era come se Grace avesse visto
un fantasma.

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Capitolo 7

«Facciamo il Gioco della Verità?» le disse Bryan a voce bassa, al ritorno dal cinema.
«Cosa?» Parrie lo guardò stupita negli occhi verdi, così simili a quelli di Carol, ma con
un'espressione ben diversa, calda e affettuosa.
«Il Gioco della Verità. Sei tu che me ne hai parlato, o sbaglio? Quando ti ho sorpresa a
frugare nel cassetto della biancheria…» proseguì lui, prendendola per mano.
«Hai una stanza che è tutta un cassetto della biancheria» gli rispose, riprendendo il
buonumore.
«Colpito al cuore! Eppure non è un problema di disordine il mio, è genio creativo. Un
giorno, quando sarò un artista famoso, la gente si renderà conto che i panni sporchi non sono
pura e semplice roba da lavare, ma sparsi sul pavimento di una stanza, sono colore e forma
e…»
«Molto creativo, davvero un'idea geniale!» lo derise Parrie semiseria.
«Allora hai superato la prova?»
«Sì, certo, perlomeno ho fatto la mia parte.»
«E le altre?»
«Missione compiuta per tutte.» Sai tenere un segreto, Bryan? «aggiunse Parrie dopo un
minuto di silenzio.» Non avevo mai fatto giochi del genere, prima.
«Davvero? Da bambini non avete mai provato a scommettere di riuscire a fare questo o
quello?»
«Beh, certo, da bambini ci si stuzzicava sempre, scommetto che non riesci a saltare tre
gradini, quattro gradini, quelle sciocchezze lì. Però non ho mai provato a giocare in questo
modo.»
«Ma ti piacerebbe andare avanti a giocare ancora un po'?» le chiese trascinandola dietro al
portone dell'aula di scienze.
Sorpresa, Parrie pensò che il ragazzo sapesse del nuovo giro di prove e che fosse al corrente
di quello che le era capitato questa volta, una prova crudele, perversa, come si erano ritrovate
tutte quante alla lettura dei fogli nella seconda tornata.
«Vorresti provare ancora un pochino con me…?»proseguì Bryan ignaro. «Dunque,
scommettiamo che mi sono innamorato a prima vista? Ti sei mai…»
Le parole gli morirono sulle labbra mentre toccava quelle di Parrie con un bacio.
«Allora, vuoi provare o no? Scommettiamo che dico la verità?» insistette lui poco dopo, con
un sorriso rassicurante e luminoso che si intravedeva anche nell'oscurità del portone.
«Forse sì, ma come faccio a sapere se dici proprio la verità?»
«Lo sai, lo sai… Non dico mai bugie, io. Credimi… le disse, stringendola forte sul suo
petto.»
Grace e Parrie se ne stavano sedute sul muretto basso che cingeva il giardino del Circolo
Studentesco.
«Santo cielo!» strillava in modo esagerato una ragazza davanti a loro. «C'era da morire!
Avresti dovuto vedere la faccia del prof. Un attimo prima è lì che versa liquido da una provetta

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all'altra e parla di interazioni chimiche, e un attimo dopo, bum, la provetta diventa un vulcano!
Comincia a eruttare! Tutto il laboratorio si riempie di fumo con una puzza orrenda.»
«Noo! Peccato che non ero lì anch'io!»
«No, ti assicuro che è stato terribile. Sono schizzata fuori dall'aula al volo! Come si faceva a
capire se era roba innocua?»
«Ma era veleno?» chiese senza fiato l'amica.
«No, solo una bombetta puzzolente,» le rispose, quasi a malincuore «ma nessuno riesce a
immaginarsi come sia potuto succedere. Ci deve essere stato uno scambio di provette, forse lo
ha fatto qualcuno deliberatamente…»
Sedute dietro alle due ragazze, Grace e Parrie si scambiarono uno sguardo d'intesa,
interrompendo un'importante conversazione sui loro nuovi amori, per stare ad ascoltare la
vicenda del laboratorio. Le due ragazze sapevano qual era la storia vera dell'esplosione e cos'era
successo esattamente: Carol aveva completato con successo la sua prova.
Qualcosa di simile era capitato la mattina precedente quando degli strilli acuti provenienti
dalle docce avevano confermato che anche Lil aveva fatto la sua parte, cioè mettere tintura per
capelli nello shampoo di qualche malcapitata.
«Sono verdi! I miei bei capelli! Verdi!» urlava la poveretta, barcollando stordita fuori dalla
doccia con le spalle e la salvietta a strisce verdi.
«E una della squadra di nuoto, una fanatica che si dà un sacco di arie. Forse il verde è
dovuto al cloro della piscina che ha fatto reazione con la tintura. Chissà come farà adesso…» si
era giustificata Lil con lo sguardo assente.
«Vuoi dire che è tintura permanente?» le aveva chiesto Parrie scossa da quell'atteggiamento.
«E probabile. Non ci capisco niente di tinture, io» le aveva risposto, alzando le spalle con
aria indifferente.
«Ma è una vigliaccheria» aveva insistito Parrie. Lil aveva alzato le spalle di nuovo,
lasciandola senza risposta e nessun'altra delle ragazze aveva reagito con sorpresa o fastidio, anzi
la conversazione era proseguita normalmente.
"Sembra che non gliene importi niente a nessuno," si era detta Parrie "siamo così diverse,
non potremmo mai reagire allo stesso modo davanti a scherzi del genere. Forse sono io che
sbaglio, che esagero sempre."
«Non mi va» stava borbottando Grace.
«Di cosa parli?» chiese speranzosa Parrie.
Ma Grace non pensava alla poveretta dai capelli verdi, stava parlando della scommessa che
le era capitata.
«Il professor Giuliani è pazzo da legare; ti immagini cosa mi fa, se mi scopre a sgonfiargli le
gomme dell'auto? Lo sanno tutti che va matto per la sua spider. E capace di uccidermi con le sue
mani, quello.»
«Almeno tu non devi ritrovare la strada di casa al buio, partendo dall'altra estremità del lago.
Quella povera Mallory domani passerà la notte nei boschi, sola come un cane a cercare la via
del ritorno. Tutta sola. Almeno tu devi solo entrare nel garage del professore.»
«Lo sai che non la lasciamo nel bosco, la si accompagna giù per il sentiero del lago, dove c'è
la capanna per il picnic.»
«Di notte è raccapricciante, odio il buio» rincalzò Parrie. «Non le poteva capitare una
scommessa peggiore. Deve averla scritta Jean o Carol.»
«Per te è facile indossare l'impermeabile sopra la camicia da notte per un giorno,»
continuava a lagnarsi Grace «quella di Jean poi è facilissima, rispondere a un annuncio della

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rubrica "Cuori solitari" del Chronicle. Capirai. Alla peggio si trova all'appuntamento un
vecchietto in cerca dell'anima gemella.»
«Figurati se è facile per me, con addosso tutto il giorno l'impermeabile sopra a una camicia
da notte lunga,»cercava di consolarla «però trovo più antipatica la prova di Jean.»
«E io ti dico che odio questo stupido gioco, lo odio, lo odio! Di chi è stata l'idea,
dopotutto?» continuava a brontolare Grace sempre più preoccupata della sua prova.
«L'idea è di Carol. Perché continui a giocare se lo detesti tanto? Se smetti tu, smetto anch'io»
dichiarò Parrie.
Grace non rispose all'offerta, ma le si oscurò di nuovo il volto con quell'espressione strana
ma così fugace che Parrie credette di essersela immaginata.
«Sei sicura che sia un'idea di Carol?» le chiese, alzandosi. «Dai, cerchiamo di tagliare corto e
finirla, così cominceremo a condurre una vita normale in questo vecchio buco.»
La notte seguente, con indosso impermeabile e camicione da notte, Parrie bussò alla porta di
Grace.
«Chi è?»
«Grace, sei tu?»
«Non è ancora tornata» le rispose la compagna di stanza di Grace, aprendo la porta e
guardando ironica l'abbigliamento di Parrie senza fare commenti.
«Ma avrebbe dovuto già…» Parrie si morse la lingua. Non sapeva fino a che punto Grace
aveva informato la sua amica del gioco, ma sicuramente non le avrebbe mai rivelato la prova di
quella sera. Se fosse stata scoperta, avrebbe avuto guai seri, meglio tenerlo segreto: quante
meno persone ne erano al corrente, tanto meglio.
«Non avrebbe dovuto rientrare prima?» corresse il tiro, schiarendosi la voce.
«E che ne so?» le rispose quella. «Quando arriva le dirò che sei passata a cercarla.»
«Grazie.»
Dov'era finita Grace? L'aveva attesa ormai da tre ore. Il professore abitava abbastanza vicino
al campus, una passeggiata di quindici, venti minuti al massimo. Quanto tempo ci voleva per
sgonfiare quattro pneumatici?
Cosa si poteva fare? Il primo impulso fu di andare da Carol, che aveva cominciato tutta la
storia, ma non si fidava troppo di lei. Poi le venne in mente Mallory e il sentiero del lago.
Come aveva potuto dimenticarsene? Avevano cenato alla mensa insieme, lei e Mallory con
Grace e Lil. Grace aveva mangiato svelta, pensando ad altro, Mallory non aveva neppure
toccato cibo, intanto che Lil le intratteneva con storie che chiamava le sue battaglie sul campo.
«Dovresti venire a fare jogging con me, Mallory»le aveva suggerito Lil. «Con un po' di
allenamento, ti rimetti in forma e puoi goderti queste squisitezze senza sentirti in colpa. Pensa,
un'intera vita senza sensi di colpa!»
«Non mi interessa» era stata la risposta di lei, intanto che spingeva via il piatto.
«Dai, fai finta che sia per un pranzetto migliore di questo» aveva detto Lil.
«Il problema è che non me la sento di andare al sentiero del lago. Come farò a trovare la
strada di casa?»confessò Mallory con voce tremante, gli occhi dilatati dalla paura.
«Nuota» le rispose Lil ignorando la tremarella di Mallory.
«Puoi portare una torcia elettrica con te, ce l'hai?»le chiese Parrie.
Mallory aveva annuito e Grace, uscita dalle sue fantasticherie, le aveva interrotte.
«La torcia! Dopo cena mi devo ricordare di andare a prendere la mia in camera e sarà
meglio che mi tolga gli orecchini caso mai si vedano luccicare.»
«Giusto. Stasera ti tocca l'auto del prof o sbaglio?»chiese Lil.

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«Non potremmo scambiarci le prove, Grace?» la supplicò Mallory.
Grace aveva esitato.
«Scambiarvi un bel niente,» era intervenuta Lil a testa bassa «vi ricordate quando ho dovuto
mettermi quell'abito ridicolo? Anch'io volevo uno scambio ma nessuna di voi si è prestata.»
«Ma qui è diverso, ve l'ho detto e ripetuto che detesto il buio e anche in acqua non valgo
niente.»
«Mica ti gettiamo nel lago, ti si accompagna fino al sentiero. Hai la torcia e puoi tornare
come ti pare, chiedi un passaggio, ferma un taxi.»
«Un passaggio? Chi vuoi che ci sia là fuori a quell'ora di notte?»
«E' pieno di gente,» le aveva risposto Grace «vanno là in auto e si appartano, beh, insomma
lo sai anche tu.»
«E tu no, vero, Grace?» l'aveva presa in giro Parrie.
«Grace e Ken, ma che faran, tutti soli così lontani» aveva canticchiato Lil, per scherzo.
«Io non ci vado, avete capito, non ci vado!» senza neppure sorridere alle battute, Mallory
aveva continuato accorata la sua supplica.
«Allora rinuncia alla prova» le aveva risposto Lil insensibile ai pianti, ormai in piedi con il
vassoio vuoto. «Io ho finito, ci vediamo davanti al dormitorio tra mezz'ora.»
Mallory l'aveva guardata attraversare la sala da pranzo poi si era rivolta alle altre.
«Grace…»
«Che vuoi?»
«Non costringermi a farlo.»
«Proprio a me lo chiedi? E perché? Figurati che mi tocca di entrare in casa di un professore
per commettere un mezzo crimine, e tu vieni a chiedere aiuto a me! Guarda Mallory, mi spiace
tanto ma non posso certo essere io a darti una mano. Altrimenti fai come dice Lil, rinuncia alla
prova e raccontaci il tuo segreto.»
Al che Mallory aveva fatto un balzo.
«Il mio segreto? Il segreto è che ho una fifa blu, sarà pure capitato anche a voi, no?»
Quello sfogo accorato aveva scosso profondamente Parrie, che le aveva messo il braccio
intorno alle spalle per consolarla.
«Sicuro che abbiamo avuto paura, capita a tutti, fa parte della vita. Ma non è il caso di
preoccuparsi, Mallory. La paura non ha mai ammazzato nessuno» aveva risposto Grace con il
suo solito fare imperturbabile.
Mallory l'aveva fissata a lungo, poi con uno strattone si era allontanata anche da Parrie.
«Grazie per il consiglio. E buona fortuna anche a te, Grace. Ma cerca di non avere troppa
paura, ricordati che fa parte delle vicende della vita.»
Con ciò, Mallory se ne era andata dalla mensa impettita, con una dignità mai vista.
«Diamine! Non sapevo che Mallory avesse tutta questa grinta!» aveva commentato Parrie.
«Spesso la gente è diversa da quello che sembra»aveva concluso Grace, persa nei suoi
pensieri per un lungo momento. «Dai, andiamo, è ora di chiudere l'ultimo giro di prove.»

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Capitolo 8

Erano passate tre ore e Carol con Lil dovevano essere ancora fuori, sulla strada di ritorno dal
lago, mentre Jean si godeva l'appuntamento con il tizio degli annunci. Nonostante queste
conclusioni, Parrie si incamminò verso la camera di Jean, che rispose al primo colpetto
sull'uscio come se aspettasse visite. Indossava una vestaglia blu e aveva i capelli raccolti
all'indietro. Sembrava fosse in casa da ore.
«Ciao Parrie.»
«Jean! Credevo che fossi uscita per l'appuntamento.»La prova era di andare a conoscerlo,
non di sposarlo «fece Jean sarcastica» o pensi che non abbia fatto la mia prova?
«Ma no, figurati» Parrie abbozzò un sorriso, ma Jean non reagì e stette zitta e ferma a
guardarla. «Il fatto è che sono preoccupata per Grace, non è ancora tornata dalla sua prova ed è
via da tre ore.»
«Caspita, chi sei, sua madre? Lascia perdere, sarà in giro, in camera di qualcuno.»
«Non è possibile, eravamo d'accordo che sarebbe passata da me appena finito, e ancora non
si è vista.»
«Questo gioco sta diventando uno strazio. Dai, entra che chiamiamo Carol, o Lil, o Mallory
e vediamo se riusciamo a trovarla.»
«Ma Mallory è fuori, al sentiero del lago, e anche Carol e Lil saranno ancora in giro» le
rammentò Parrie.
«Vero. Allora telefoniamo e lasciamo detto, che ti pare?»
Ma non ci fu risposta in camera di Mallory, né da Carol. E la compagna di stanza di Lil non
aveva idea di dove fosse, né a che ora tornasse. Anche Grace non era ancora rientrata.
«E successo qualcosa a Grace, sono sicura» disse Parrie.
«Se fossi in te, sarei più preoccupata per Mallory»replicò Jean.
«Io vado là, a casa di Giuliani» dichiarò Parrie, senza ascoltare le parole dell'amica.
«Che? Sei impazzita? Vuoi rovinare tutto?» Jean la affrontò esterrefatta.
«Cosa vuoi dire? Rovinare cosa?» esclamò Parrie guardandola dritta negli occhi.
«Beh, cioè, se Grace venisse scoperta per causa tua, credi che ti direbbe grazie?»
«Se non c'è, me ne vado e la cerco da un'altra parte.»
Dopo di che, Parrie girò i tacchi per andarsene, pensando di telefonare a Bryan che forse
avrebbe potuto darle una mano.
«Aspetta un momento!» la fermò Jean, borbottando.
«Dai, aspetta che mi vesto e vengo con te.»
In pochi minuti le ragazze si erano già allontanate dai dormitori e uscivano dal campus a
passi veloci.
«Caspita come è tardi, e che buio!» disse Jean, stringendosi meglio addosso la giacca e
guardandosi alle spalle. L'orologio della torre segnava mezzanotte.
«Pensa che buio ci sarà al lago» le rispose Parrie, voltandosi indietro verso il campus
deserto. Jean non le rispose, ma affrettò il passo. Ben presto giunsero in una strada tranquilla,

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dove si trovava la vecchia casa del professor Giuliani con le imposte serrate e le luci tutte
spente. Nel buio pesto gettava un po' di chiarore solo il lampione della strada.
«Dov'è l'auto del prof? Non la vedo qui» disse Parrie, scrutando nei dintorni le file di auto
parcheggiate ordinatamente, ma della spider del professore non si vedeva neanche l'ombra.
«Che sciocche!» esclamò Jean d'improvviso. «Di sicuro non la parcheggia per strada. Avrà
un posto»auto sul retro.
Jean afferrò il braccio di Parrie e si lanciarono al di là della strada.
Attesero un momento all'ombra della vecchia casa per abituarsi all'oscurità, ma
dell'automobile non c'era traccia; trovarono però il vialetto d'ingresso, delimitato da cespugli e
cassonetti della spazzatura su un lato e costeggiato dall'altro da una staccionata scura e
incombente.
«Avremmo dovuto portare una torcia» borbottò Parrie.
«Ormai siamo qui. Ma dove diavolo si è cacciata quell'auto?»
«Dove diavolo sarà Grace, mi domando» poi tese l'orecchio. «Ascolta, Jean! Senti anche tu
un rumore? Sembra un'auto.»
«Hai ragione, lo sento anch'io, viene da là dietro.»
«Il garage!» esclamarono all'unisono. Raggiunsero subito una piccola costruzione sul retro
per scoprire che era chiusa con un lucchetto.
«Ascolta, Jean, è un motore in funzione, l'auto c'è, ma ha il motore acceso! Grace!» chiamò
adagio Parrie, appoggiandosi alla porta.
«Zitta! Sei impazzita? Vuoi che ci trovino subito?»la rimproverò Jean con un gran strattone
al braccio.
«Grace, Grace, sono io, Parrie!» insisteva Parrie, cacciando indietro l'amica.
«P»Parrie? «giunse una voce flebile e spaurita proveniente dall'interno, mentre la porta ebbe
un sussulto come se qualcuno ci fosse cascato contro.» Parrie, sono bloccata qui. La porta è
chiusa dall'esterno, non riesco a uscire.
«Cos'è successo?»
«E tutto chiuso» ripeteva «e l'auto ha le portiere bloccate… con il motore acceso… non
respiro più…»
«Oh, mio Dio! Dobbiamo cercare aiuto!» si voltò per correre, ma stretta come una morsa, la
mano di Jean la trattenne.
«Ferma lì! Vuoi che Grace finisca in galera? O magari tutte e tre?»
Parrie fissò attonita Jean, i suoi occhi glaciali che lasciavano trasparire freddezza e un cuore
di pietra.
«Ma vuoi lasciarla lì a morire? Con i fumi del gas di scarico? Il monossido di carbonio è
letale, lo sai anche tu!»
«Romperemo noi la serratura, ce la possiamo fare, è solo un lucchetto. Cerca una pietra, un
pezzo di legno…»
«Bisogna cercare aiuto!» gemeva Parrie disperata.
«NO!» fece Jean, poi rivolta alla porta: «Grace, mi senti? Stiamo tentando di rompere il
lucchetto, cerca di resistere, ok?»
«OK, ma sbrigatevi, non so fino a quando ce la farò a star qui sussurrò con un filo di voce.»
Fuori di sé per l'agitazione, Parrie si chinò per cercare sassi, mattoni, qualsiasi cosa fosse
utile per rompere il lucchetto. Con la mano toccò una pietra ruvida, che subito usò a martello
contro il lucchetto, tre, quattro colpi, e altri ancora. Ma inutilmente.
«Jean! P»Parrie…

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«Resisti, Grace!»
«Aiutatemi, vi supplico, aiuto…»
«Sta morendo! Jean, dove sei andata?» gridò Parrie. Nessuna risposta. Il motore dell'auto
continuava a ronzare con micidiale efficienza insieme al raspare disperato delle mani di Grace
contro la porta. Parrie se la immaginava già ferma, senza vita. Possibile che Jean fosse così
indifferente da lasciarla lì a morire?
«Jean! Jean!»
«Ma stai zitta e vieni qui» dal buio Jean le faceva cenno di avvicinarsi all'angolo del garage.
La raggiunse a tastoni nell'oscurità e vide su in alto una finestrella, ma troppo piccola per farci
passare una persona.
«Ascolta, se mi dai una spinta su fino al finestrino, cercherò di aprirlo, o romperlo, così
Grace potrà passarmi una pinza, o qualcosa dal garage per rompere il lucchetto.»
«Speriamo che funzioni.»
«Deve funzionare» replicò Jean.
Parrie corse davanti alla porta del garage, dove il motore ronzava senza tregua.
«Grace! Grace!» E udita finalmente una risposta: «Cerca un arnese, uno qualunque, anche
un grosso cacciavite, o una pinza, hai capito?»
«…ssì…»
«…poi passamelo dalla finestrella su in alto, Jean mi spingerà su, così puoi passarmi l'arnese
e apriamo il lucchetto.»
«Che finestrino?»
«Su in alto, alla tua sinistra, in alto.»
«Deve essere inchiodato, vedo delle tavole di legno» disse debolmente, con voce stanca e
soffocata. «E inchiodato, su vicino al soffitto, lì a sinistra.»
«Forse non è chiuso del tutto, bisogna tentare.»
«Un cacciavite… e c'è una scaletta per salire…» la sua voce si allontanava flebile, mentre
Parrie tornava da Jean.
«Dai, Jean, aiutami a salire.»
«Com'è che ti devo sollevare io?» cominciava a reclamare.
«Jean, per favore!»
«Va bene, va bene, su appoggia qui il piede…»
Rapide e silenziose le due ragazze si misero in posizione, con Parrie ferma in piedi sulle
spalle di Jean, che si raddrizzava lentamente e l'altra che si aggrappava al muro per stare in
equilibrio. Infine, quando le dita di Parrie afferrarono la stretta mensola del finestrino, intravide
un filo sottile di luce.
«Grace!»
«Sì, sono qui, rompilo verso l'interno» sussurrava come da lontano «… fai cadere i pezzi
qui dentro.»
«Dai, rompila!» gridava Jean. «Sbrigati, se ci metti tanto, ci pesca la polizia.»
Parrie si coprì la mano con la manica del maglione, poi diede un gran pugno al vetro che si
frantumò rumorosamente. Un attimo dopo, emerse dalla finestrella la punta di un cacciavite
illuminata dalla luce fioca della torcia di Grace.
«Preso. Ottimo, sarai fuori in un momento.» Parrie voleva sembrare più sicura di sé di
quanto non fosse.
«Avrò il segno permanente dei tuoi piedi sulla mia giacca bella» si lamentò Jean. «Hai
almeno trovato qualcosa?»

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«Certo.»
Il lucchetto era tanto robusto quanto difficile da maneggiare al buio. Ogni volta che Parrie
cercava di scardinare la serratura, il cacciavite scivolava fuori rumorosamente, facendola
sobbalzare.
«Sbrigati!» borbottava Jean, poi fece seria: «Parrie!»
«Ancora un attimo, un attimo» sembrava recitasse una preghiera, intanto che infilava il
cacciavite un po' inclinato e spingeva con forza per farlo girare. Era la sua immaginazione o
stava finalmente cedendo?
«Panie! Parrie, guarda! Si è svegliato qualcuno. Ci sono delle luci accese in casa, devono
aver sentito il rumore!»
Con la coda dell'occhio, Parrie vide che Jean fissava una finestra illuminata sul retro della
casa, poi si accese una seconda luce.
Parrie girò e rigirò con violenza la punta del cacciavite con tutta la sua forza finché il
lucchetto cedette con uno scricchiolio talmente forte da svegliare tutto il caseggiato. Le ragazze
spalancarono subito la porta, mentre Grace barcollava fuori a fatica, subito afferrata da Jean.
«Sbrigati, Grace, scappiamo!»

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Capitolo 9

Qualcuno scendeva dalle scale con una lampada in mano e illuminava il viale sul retro della
casa da dove poteva vedere l'ombra delle ragazze in fuga, e le apostrofò duramente.
Tenendosi lungo il lato buio del vicolo, le tre ragazze raggiunsero sane e salve la strada da
cui svoltarono a grandi passi in un vicolo per fare una sosta. Barcollante Grace quasi cadde, il
volto pallido come uno straccio, il fiato mozzo.
«C'è un bar aperto là in fondo alla strada, sarà meglio che vada a comprare delle patatine e
qualcosa da bere» disse Jean.
«Coosa!! Come fai a pensare di mangiare in un momento come questo?» esclamò Parrie.
«Macché mangiare! Però se qualcuno ci ferma, con le patatine e le bibite in mano sembra
che siamo uscite a farci uno spuntino…»
«…Ah, bene… per mimetizzarci…» mormorò Grace «…ho una sete…»
«Aspettatemi qui» disse Jean e mentre Parrie gettava in un cassonetto la torcia di Grace
ormai esaurita, Jean ritornava poco dopo carica di cibarie. Grace prese una bibita, che bevve a
gran sorsate riprendendo colore, quindi si avviò con le amiche verso il campus, con piccole
soste per riprendere fiato, visto che cominciava a sentire il peso della sua brutta avventura.
«Si può sapere cosa è successo?» domandò Jean.
«Magari lo sapessi! Ero inginocchiata nel garage per sgonfiare le gomme della spider,
quando ho sentito entrare qualcuno.»
«Allora cosa hai fatto?» le chiese Parrie, felice di vederla riprendersi.
«Mi sono spostata su un lato e mi sono nascosta sotto un bancone. Per fortuna ero al buio,
perché si stava già scaricando la batteria della pila e l'avevo spenta» Grace s'interruppe per fare
un bel respiro. «Ad ogni modo, è entrato qualcuno, è salito in macchina e ha tenuto il motore
acceso per un po'. Povera me, ho pensato, appena porta fuori la macchina e si accorge delle
gomme sgonfie, rientra e mi trova subito! Perciò mi sono spostata verso l'uscita per scappare
fuori.»
«Perché te ne sei stata lì, allora?»
«Perché mi sono resa conto che in macchina non c'era più nessuno, anche se il motore
restava acceso, e chiunque fosse stato, nell'andarsene aveva chiuso il garage dall'esterno col
lucchetto» Grace fece un altro bel respiro. «Ho aspettato un po', pensando che avesse acceso
l'auto per scaldarla e poi sarebbe tornato subito, ma dopo un quarto d'ora mi sono resa conto
che non era così…»
«…e in quel momento hai scoperto che le portiere erano chiuse a chiave» tirò a indovinare
Parrie.
«Sì, a quel punto mi sono spaventata, mi sembrava strano che le portiere dell'auto fossero
tutte bloccate con il motore in funzione.»
«Avresti potuto morire soffocata! Un delitto perfetto!» tremò Parrie.
«Lo so, è proprio quello che qualcuno ha tentato di fare.»
«Vuoi dire che è stato fatto di proposito? Non ci credo. Chi sapeva che eri lì stasera?»
intervenne Jean con durezza.

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«Chi avrebbe potuto fare una cosa del genere? E per quale motivo? Chi sapeva della tua
prova, se non una di noi?»
«Ma no, sarà stato il professore, ti avrà visto toccare le gomme dell'auto e avrà deciso di
darti una lezione»continuò Jean, sostenendo la sua ipotesi.
«D'accordo che il professore è un pazzo, ma non fino a questo punto» replicò Grace.
«Allora è stata una di noi. Ma chi?»
«Non lo so, Parrie. Tu no di certo, e neppure Jean. Siete state voi a venirmi in aiuto.»
«Grazie tante,» fece Jean sarcastica «ma come fai a sapere che non l'abbiamo fatto per
crearci un alibi? Magari io e Parrie ci siamo dentro fino al collo insieme, oppure io sto
servendomi di lei o lei di me…»
«Non c'era nessuno a casa stanotte, ricordi, Jean? Abbiamo telefonato a Carol, a Mallory e
anche a Lil, non c'era nessuno.»
«Carol e Lil dovevano accompagnare Mallory al sentiero del lago, probabilmente erano
ancora in giro per quello» le rammentò Jean. «Forse ti ha seguito qualcuno, qualche balordo di
strada.»
«Come avrebbe potuto avviare l'auto?» stava riflettendo Parrie a voce alta.
«Mah, forse il prof lascia le chiavi in macchina, o magari il misterioso balordo sapeva fare il
cavallotto e avviarla senza chiavi» le rispose Grace perplessa.
«Ma ti ricordi di avere visto delle chiavi in auto?»
«No, ho cercato però di aprire la portiera, senza riuscire, allora ho provato a forzare la porta
del garage. Solo che non volevo fare troppo rumore.»
Superato in silenzio il Circolo Studentesco, avevano raggiunto i dormitori, presidiati dal
custode che stava sbadigliando dietro a un tavolo con un libro aperto davanti a sé.
«Non riesco davvero a capire cosa sia successo stanotte, ma di sicuro sono stata seguita e
sistemata a dovere» insisteva la sventurata.
«Calmati, Grace, sii realistica, non è uno di quei filmacci sanguinolenti» incalzava Jean. «E
stato un brutto scherzo, o forse uno stupido incidente,…distratto com'è il professore, ha avviato
il motore dell'auto e poi se l'è dimenticata accesa.»
Grace, scura in volto, scosse la testa e se ne andò via lenta e pensierosa senza salutare.
«Jean, credi sul serio a quello che hai detto?» le chiese Parrie non appena Grace si fu
allontanata.
«Bisogna crederci, Parrie.»
Poi anche lei si voltò e se ne andò bruscamente, lasciandola sola.
Parrie si svegliò più tardi del solito quando ormai la sua compagna era sparita da un pezzo e
si girò dall'altra parte per non vedere la luce accecante del sole che illuminava implacabile la
stanza. Fino alle tre non era riuscita a chiudere occhio eppure l'aspettava un'intera giornata di
lezioni, inclusa quella del professor Giuliani alle otto precise, naturalmente con raccolta di firme
di presenza. Con un grugnito si decise infine ad alzarsi, con la segreta speranza che anche il
professore avesse trascorso una notte orrenda come la sua, magari stando chiuso in garage a
curarsi dell'automobile.
Caso mai l'avesse fatto, il professore non lasciò trasparire nulla. Arrivata all'ultimo momento
con lo sguardo appannato e stanco, Parrie si sorbì la solita lezione scoppiettante di sarcasmo e
punteggiata da cocenti rimproveri per chi disturbava. "Il solito simpaticone" commentò Parrie
tra sé, col mento appoggiato alla mano e un gran sforzo per stare con gli occhi aperti.
Finalmente anche la lezione terminò. Si sollevò a fatica dal banco per unirsi alla folla di
studenti insonnoliti che si stavano dirigendo al Circolo Studentesco, e si teneva alla larga dai

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compagni mattinieri e chiacchieroni, che d'abitudine si alzano a ore indecenti e vanno a lezione
quando la gente civile dorme ancora.
«Buon giorno!» le disse una voce forte e sveglia alle spalle.
«Quale buon giorno?» rispose, prima di sapere chi fosse. «Bryan! Cosa fai in piedi così
presto?»
«Ho un test nel pomeriggio e mi sto portando avanti, preferisco le ore del mattino.»
«Puah! Sei un mattiniero?»
«Tu invece no, a quel che vedo» disse, guardandola con tenerezza. «Vieni, ti offro un caffè,
ti sentirai meglio.»
«Non so se mi sentirò…» s'interruppe bruscamente. Aveva visto l'auto del professore al suo
solito posto nel parcheggio con tutti e quattro i pneumatici in ordine.
«Patrie?»Che c'è?
«Vuoi un caffè?»
«Scusa, Bryan, sono un po' stordita al mattino prima del caffè» rispose, facendosi trascinare
via verso il Circolo.
«Non preoccuparti. Però ho una bella prova adatta a te.»
«Una prova? Ma di che parli?» Distratta, per un attimo aveva creduto che Bryan sapesse
della storia del garage.
«E per il gioco che fate voi: scommetto che al mattino non sai stare sveglia senza caffè!»
«Ha»ha che ridere, che battuta! «disse sarcastica, con un sorrisetto compiaciuto.»
«Va meglio?» le chiese Bryan poco dopo.
«Quasi.»
«Ancora un po'?»
«Sì, grazie.»
Con le due tazzine vuote in mano, Bryan si mise in coda per il secondo caffè.
«Ciao, Parrie» si sentì salutare. «Ho sentito di come hai risolto brillantemente il problema la
notte scorsa.»
Era Carol, che le faceva un bel sorriso, ma gli occhi la fissavano cupi, impenetrabili.
«Ciao, Carol» rispose, senza troppo calore. Era riluttante a parlare con Carol della faccenda,
anzi non voleva parlarne affatto, ma che lo avesse notato o no, a Carol non importava niente,
perché le si mise a sedere accanto senza tanti complimenti e continuò a commentare.
«Sei stata bravissima, intraprendente e non hai combinato guai. L'auto del professore è qui
al campus, bella pulita e in ordine.»
«Lo so, l'ho vista.»
«Dovresti sentirti orgogliosa per avere salvato Grace.»
«Non ho salvato nessuno, io» borbottò Parrie.
«Salvare? State parlando di respirazione bocca»a«bocca? Dove si firma per l'adesione?»
Alla debole battuta di Bryan, Carol si mise a ridere. "Taglia corto" pensava Parrie "possibile
che Bryan non si renda conto di quanto sia falsa Carol?" Non sopportava quella ragazza e
scoprirlo era stato uno shock; per la prima volta rifiutava una persona del gruppo cui
apparteneva e che aveva sempre accettato senza riserve.
Adesso era tutto diverso, l'avventura di quella notte le aveva insegnato a mantenere un certo
autocontrollo e lucidità. Le venne quasi da ridere a pensare che Carol aveva ragione a proposito
del loro gioco: anche se in modo diverso dal previsto, Patrie aveva imparato molte cose.
«Allora ci si vede stasera» le disse Carol.
«Come?»

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«In camera mia, alle sette» la salutò con un cenno della mano e sparì.
«Gruppo di studio?» s'informò Bryan.
«Eh, sì.»
Ma ripensava alle parole di Carol, con la certezza che si sarebbero incontrate per un ulteriore
giro di prove.

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Capitolo 10

«Il Gioco della Verità!» intonò Carol.


Come al solito, le sei ragazze erano sedute in cerchio sul pavimento della stanza di Carol.
Tutt'intorno il dormitorio brulicava di gente occupata in vario modo: chi studiava, chi andava in
giro a perdere tempo, chi sentiva musica o ciondolava sulle porte per fare quattro chiacchiere.
A luci basse e con le tende tirate giù, nella loro camera era calato il silenzio, tranne che per la
voce di Carol. Anche per quella sera si era vestita di nero.
"Cosa faccio qui con loro? Possibile che non capiscano quanto sia stupido giocare ancora?"
rimuginava guardandole. Il modo in cui insistevano a continuare il gioco non le pareva
normale, con le prove che si facevano sempre più ardue. Non si poteva andare avanti così,
prima o poi una qualunque di loro avrebbe finito col perdere, o con l'ammazzarsi per non
perdere… eppure non c'erano stati né morti né feriti. Persino Mallory, che temeva tanto di
vagare al buio sul sentiero del lago, era rientrata trionfante alcuni minuti dopo Grace e i suoi
angeli custodi, Jean e Parrie.
«Sono semplicemente andata alla stazione di polizia» aveva raccontato Mallory. «Ho detto
che avevo litigato col fidanzato e mi hanno riaccompagnata qui. Non sono stati gentili?»
Carol stava distribuendo i pezzi di carta su cui scrivere le prove.
Parrie prese il foglio riluttante, non avrebbe voluto partecipare, ma cosa sarebbe successo?
Avrebbero avuto il coraggio di leggere a voce alta il suo segreto? Poteva anche sopravvivere
alla vergogna, no? Per smettere, le sarebbe bastato alzarsi e andarsene.
E se le altre avessero continuato anche senza di lei, magari con delle prove scelte apposta
per darle contro? Invece di essere la loro amica, sarebbe diventata l'esclusa, cosa che temeva più
di tutto.
Le altre stavano già scrivendo, tranne Carol che la fissava intensamente. Parrie abbassò la
testa e sentì l'impulso di scrivere: "Devi far smettere il gioco" ma si trattenne. Anche se non se la
sentiva di mettere alla prova nessuno, bisognava pensare a qualcosa, purché non fosse troppo
difficile né troppo facile. Ormai il gioco aveva assunto una sua regola interna, non si poteva più
né vincere né perdere.
«Non ce la farò mai» disse a voce bassa, leggendo la prova che le era capitata.
Come al solito, avevano messo le scommesse nel vaso e poi estratto a caso un foglio. A Lil
toccava di rubare una tesina di fine semestre, mentre il malcapitato si recava a consegnarla.
Invece era compito di Jean seguire a notte fonda un custode di ritorno a casa sua e spaventarlo.
Per Carol c'era un gatto da rubare per rinchiuderlo nella stanza di una ragazza che aveva il
terrore dei gatti, intanto che dormiva. Spettava invece a Mallory di sostituire il cioccolato per
una torta di compleanno con del lassativo dello stesso colore. Infine la scommessa di Grace era
di scambiare gli indumenti sporchi con quelli puliti nei sacchi della lavanderia in un giorno
particolarmente congestionato.
Parrie rilesse la sua prova e deglutì.
«È difficile? Che cosa c'è scritto, Parrie?» le chiese Grace.
«Devi trascorrere un'intera notte a Nightmare Hall»lesse a voce alta la sventurata.

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Quel pomeriggio, Parrie si era incontrata per allenarsi insieme a Grace e Lil, che
sembravano correre sulla pista all'infinito, senza soste, con respiro regolare, mentre lei
arrancava dietro ansimando.
«Ascoltatemi, se smettiamo tutte, il gioco non può che finire» bofonchiava con un fiatone
tremendo Parrie. «Si potrebbe aprire la cassetta, prendere i nostri segreti e farla finita.»
«Vado a fare un giro largo» gridò Lil, schizzando via.
«Dai, Grace, perché non smettiamo tutte?»
«È una buona idea, ma non me la sento di proporlo io.»
«Perché no? Se smettiamo tutte, non ci sono né vincitori né vinti.»
Grace taceva.
«Grace, pensa a quanto è successo a te. Vuoi che capiti ancora qualcosa del genere?»
«Ma è stato un incidente, sarà stato quello sbadato del prof.»
«Sai bene che non è andata così. Qualcuno l'ha fatto deliberatamente.»
Lil le superò con la sua falcata lunga, espirando rumorosamente.
«Deve essere stata una di noi, lo sai anche tu. Chi altri sapeva che eri nel garage? Chi
avrebbe potuto architettare quel piano, se non una di noi?»
«Perché rischiare di uccidermi? Cosa ho fatto io a Carol? O a Lil, o a Mallory?»
«Non so, forse era l'avvertimento di una di noi che sta cercando di non far proseguire il
gioco.»
«Allora sei stata tu!» esclamò Grace.
«Grace! Non lo crederai davvero?» Parrie si era fermata nel mezzo della pista per affrontare
l'amica.
«No, però è vero che tu sei l'unica che vuole smetterla» insisteva Grace col volto lucido per
il sudore.
«Diciamo che sono l'unica a dirlo a voce alta, il che non significa che sono la sola.»
«Muovetevi! Mantenete i muscoli caldi!» gridò Lil, superandole.
Con riluttanza le due ragazze ripresero a correre.
«Lil è pazza, te ne rendi conto? Come fa a correre e correre in continuazione senza fermarsi
mai?» incalzò Grace «È un'atleta, fanno tutti così.»
«D'accordo, ma lei sembra invasata. Non crederai che anche le altre ragazze nella sua
squadra facciano tutto questo allenamento? Sembra una sagoma da tiro a segno che continua a
girare in tondo.»
«Dopotutto è l'unica matricola ingaggiata dalla squadra dell'università!» Così dicendo Parrie
seguiva con lo sguardo la figuretta in calzamaglia rossa che alternava saltelli e corsa in fondo
alla pista, ma la mente era fissa sulla descrizione di Grace: "Lil è pazza… una sagoma da tiro a
segno."
A Lil piaceva giocare e vincere, ma per quanto ancora? Fino a che punto era così importante
vincere per lei? Era chiaramente influenzata dal Gioco della Verità, ma Parrie si chiedeva se non
avesse perso la testa e tentasse di trasformarlo nel Gioco della Morte.
«Cosa sai di Lil?» chiese Parrie.
«Niente o per lo meno niente di più di quanto sappia tu, non è che siamo cresciute insieme.
Comunque, non esagerare con questa storia, Parrie! Dovrei essere io la più agitata per quanto è
successo, eppure mi vedi, sono tranquilla. E stato un incidente, un caso.»
«Figurati!» fece Parrie ironica.
«Ma rifletti! Che prova abbiamo contro una di loro? Non c'è motivo di avere sospetti, non
una ragione valida. È stato un brutto incidente, capitato per caso, senza motivo. E poi smettila di

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spaventarmi!»
Parrie cominciava a pensare di essere impazzita, di avere perso il senso della realtà, era sul
punto di perdere un'amica per via del suo comportamento irrazionale, da persona irresponsabile
e forse anche squilibrata; ad ogni modo, qual era la verità?
Rallentando il passo, Parrie sospirò e decise di lasciarsi convincere dall'amica, finché si
misero a camminare in silenzio, fingendo che dopo tutto non era successo nulla.
Lil continuava anello dopo anello a correre da forsennata, come fosse inseguita dal
carnefice.
Con un colpo secco Lil spalancò la porta degli spogliatoi, facendo trasalire Parrie che si
stava slacciando le scarpe.
«Lil, che spavento! Hai finito di correre, finalmente. Grace è sotto la doccia.»
Con i capelli madidi e sudati, china per massaggiarsi le gambe, Lil mostrava dei muscoli
potenti sotto la maglietta grondante e la calzamaglia.
«Su, andiamo» le disse Lil, rimettendosi dritta.
«Cosa?»
«Dai, vieni a fare ancora un po' di allenamento con me.»
«Lil! Ho appena corso per sei chilometri e domani non sarò neanche in grado di camminare.
Non so neppure come sei riuscita a convincermi a provare per una volta.»
Ma Lil non l'ascoltava e si diresse alla porta.
«Su, vieni, Parrie. Accompagnami solo per un pezzo, che detesto anch'io stare da sola.»
"Come faceva Lil a sapere della sua paura della solitudine?" Parrie si alzò in piedi con un
dubbio.
«Dai, Parrie, non vuoi che siamo amiche?» si ostinava Lil.
«Certo.»
«Non andremo lontane, credimi. Non avrai paura?»Lil era ormai sull'uscio e faceva cenno a
Parrie di seguirla.
«No, no» rispose, seguendola.
Era tardi ormai, in quell'ora grigia e scolorita del tramonto, prima che si accendano le luci
della notte. Sulla pista semiavvolta dall'oscurità non era rimasto più nessuno, tranne Lil che era
partita al trotto.
«Aspettami» gridò Parrie.
Senza badarle, Lil continuava a correre ovunque, sul marciapiede fino all'ingresso del
campus, tra le gradinate, sopra al prato e poi lontana, sull'anello di terra battuta, lontana e
indistinta, continuava a correre.
«Aspettami! Lil!» cercando di correre più veloce, Parrie inciampò sul bordo della pista,
quasi cadde e poi si riprese.
Lil accennava a rallentare, ma di poco, mentre l'altra accelerava a più non posso, con le
gambe dolenti e i polmoni infuocati.
"Perché mi metto a fare cose del genere? Sono impazzita?" si domandava. Arrivò alla curva
stringendola a occhi chiusi per lo sforzo, ma quando li riaprì, aveva perso Lil.
«Lil! LIIIIL!»gridava.
Nessuno rispose. Ormai era buio pesto, ma le mancava solo un breve tratto, pochi minuti di
corsa, per raggiungere l'ingresso della palestra, dove avrebbe potuto finalmente spogliarsi e
tornare alla sua stanza.
Ma all'ultima curva sentì dei passi alle spalle. Non era possibile che Lil fosse già di ritorno
dal suo anello completo, neppure un'atleta come lei avrebbe potuto correre così veloce, sarebbe

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stata disumana. Un brivido le corse lungo la schiena, mentre i passi si avvicinavano sempre di
più, fino a sentirli accanto a sé. Dalla coda dell'occhio vide la calzamaglia di Lil.
«Come hai fatto così in fretta?» ansimò, voltandosi. Altro che il rosso di una calzamaglia!
Vide sangue, una figura spettrale grondante sangue che le correva accanto scheletrita con un
ghigno diabolico.
Parrie lanciò un urlo e tentò di allontanarsi, buttandosi alla cieca in mezzo alla pista. Passo
dopo passo, quella la seguiva implacabile.
«No! No! Vattene via!» urlava Parrie, correndo più veloce, ancora più veloce, ma
inutilmente. La figura insanguinata non la mollava.
Era talmente buio che non riusciva più a orientarsi, non trovava l'ingresso della palestra.
D'improvviso si sentì afferrare alle spalle da una stretta ossuta e gelida come la mano di uno
scheletro.
«NOOOOOOOOO!» gridò a perdifiato.
Si sentì rispondere con una risata come l'ululato di un demone.
«Ssssììììì!» sibilò. «Non ti mollo, Parrie! Prova, se riesci, provaaaciiii…»

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Capitolo 11

«Nooooo!»
Parrie si svegliò urlando. Era tutto un sogno. Non era sola su una pista, nella completa
oscurità, inseguita da uno scheletro insanguinato, ma sul letto di camera sua dove si era
appisolata con addosso i pantaloncini da ginnastica.
Con un gemito, affondò il viso nel cuscino. Stava lasciandosi prendere da tutta la storia, al
punto da impazzire per uno stupido gioco che poteva interrompere quando voleva, anche se
non trovava un motivo razionale per smettere.
Poi le venne in mente la prova. Sapeva di avere paura, c'era il buio da affrontare e il fatto di
rimanere sola a Nightmare Hall per di più senza elettricità, perché la casa era stata evacuata per
riparare il tetto e i suoi abitanti si erano trasferiti in altri dormitori.
Immaginava Nightmare Hall vuota e deserta, che si stagliava sulla collina a ridosso del
campus.
«Non ce la farò!» esclamò a voce alta. Ma sapeva che ci avrebbe provato quella sera stessa,
accompagnata fino all'ingresso dalle altre ragazze. Non che fosse il tipo così coraggioso da
trascorrere una notte solitaria in una casa fantasma, il fatto è che aveva troppa paura per dire di
no.
«Zitte!»
«Zitta tu, Carol!» la rimbeccò Jean, con occhi sempre più freddi e cupi. «Siamo ancora per
strada, no?»
«Ehi, voi due, piantatela. Rendete nervosa Parrie»disse Lil dandole una pacca gentile sulla
spalla.
«Nervosa un bel niente» replicò lei, allontanandosi da Lil suo malgrado.
«Non c'è niente di male a essere nervosi. Lo sarei anch'io al posto tuo» rincalzava Lil,
rassicurante.
«Mi sa che hai paura del buio o sbaglio?» chiese Carol.
"Come faceva a saperlo Carol? Tirava a indovinare o aveva aperto la cassetta e letto il suo
segreto?" Parrie girò di scatto la testa per guardare in faccia Carol, ma gli occhiali di lei ne
coprivano lo sguardo.
«No» le rispose secca.
«Io sì» aggiunse Mallory a voce bassa, che udì solo Parrie.
«Davvero?»
Le due ragazze rimasero un po' indietro. Come al solito erano vestite in modo simile, con
abiti semplici ma curati: jeans e maglioncino in tinta.
«Sono sciocca, lo so, ma ho fatto dei brutti sogni ultimamente» raccontava Mallory.
«Coscienza sporca! Forse hai qualcosa dentro di te che ti impedisce di fare sonni tranquilli»
fece sarcastica Jean con una risata crudele.
«Smettila, Jean» disse Parrie irritata. «Non capisci mai niente e fai credere di sapere sempre
tutto.»

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"Chissà perché Jean deve sempre essere così perfida…" Jean voltò la faccia come se Parrie
l'avesse presa a schiaffi.
«Ma davvero?» le rispose a denti stretti.
«Smettetela, ragazze, siamo arrivate» intervenne Grace per calmare gli animi.
Dimentica di Jean e dei suoi commenti antipatici, Parrie fissò lo sguardo sulla vecchia casa e
rabbrividì. Chi mai avrebbe voluto vivere lì? O peggio ancora, morirci?
«Ti diamo un vantaggio, Parrie»senza«paura» le disse Jean scherzosa «puoi evitare la stanza
dove è morto il fantasma…»
«I fantasmi non muoiono» interruppe Mallory con insolito coraggio.
«…evita la stanza dove è morta la ragazza» proseguì secca Jean. «Puoi rimanere nella stanza
al primo piano, tanto noi ti sorvegliamo a turno qui fuori, così siamo sicure che non scappi.»
«Caspita, grazie per la fiducia!» borbottò Parrie.
«E devi farti vedere alla finestra agitando la torcia allo scoccare di ogni ora, per farci sapere
che sei ancora lì.»
«Sono le undici e quaranta, adesso. A mezzanotte mandi il primo segnale.»
Parrie annuì e scrutò la strada per vedere se c'era qualcuno in arrivo, ma era deserta.
«D'accordo, vado.»
«Buona fortuna» le augurò Grace senza tradire emozione.
«Ci vediamo dopo, buona caccia!» aggiunse Lil.
Velocemente, senza darsi il tempo di riflettere, si voltò e salì le scale mentre il capannello
delle ragazze si stava disperdendo lentamente per non farsi notare. Due di loro, svoltato
l'angolo, sarebbero tornate alla chetichella per sedersi dietro a una fitta siepe, da dove tenere
d'occhio i movimenti di Parrie.
La ragazza intanto sperava che la porta fosse chiusa a chiave, ma naturalmente era solo
accostata. Probabilmente era stata Carol a provvedere, perché si spalancò subito senza cigolare.
Accesa la pila, richiuse di fretta la porta per non farsi notare da eventuali passanti, con il
pensiero fisso sull'unico ospite della casa, e cioè il fantasma. Come l'avrebbe accolta?
Teneva basso il fiotto di luce intanto che aspettava di calmarsi un attimo e rallentare il battito
forte del cuore. Diversamente dal previsto, l'ingresso era una comunissima anticamera con le
scale che conducevano al piano superiore e porte su entrambi i lati del corridoio. C'era un
sottile strato di polvere dappertutto, assolutamente normale per una casa che era rimasta chiusa
a lungo, ma di ragnatele che sfioravano il volto o fluttuavano ad ogni respiro, neppure l'ombra,
anzi, si sentiva un rassicurante profumino di pizza, misto a odore di saponetta e di legname,
forse quello ammassato per riparare il tetto.
Con il fascio di luce rivolto alle scale, Parrie cominciò a salire. Il primo gradino
scricchiolava come se dovesse rompersi sotto il suo peso; con un grido soffocato si aggrappò al
corrimano per salire un po' più decisa, cercando di ignorare i rumorosi gemiti della vecchia
scala.
In cima alle scale si fermò di nuovo. In quale stanza era stata uccisa quella povera Giselle?
Come l'avrebbe riconosciuta? E se per errore capitava proprio in quella?
Parrie si impose di non pensarci nemmeno e si diresse verso la stanza centrale con la
finestra che dava sulla strada. Entrata, stava dirigendosi alla finestra, quando sentì lugubri i
rintocchi della mezzanotte. Cominciava la sua prima ora a Nightmare Hall.
Parrie si alzò dalla vecchia poltrona che aveva avvicinato alla finestra, nella stanza in cui
doveva trascorrere la notte. La prima ora l'aveva passata a esplorare la casa, curiosando tra i
libri allineati sugli scaffali, sulle mensole con le foto incorniciate e dietro alle porte con le

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vestaglie ancora appese. Le sembrava di muoversi e agire come un agente segreto, che si
infiltrava inosservato nella vita della gente, registrando mentalmente abitudini e modi di vivere.
Comunque la casa non celava oscuri segreti, piuttosto sembrava che i residenti avessero
condotto una vita normalissima a cui erano desiderosi di tornare il più presto possibile e senza
problemi, anche se purtroppo non corrispondeva alla realtà tumultuosa di delitti e uragani,
piombati lì in quegli ultimi mesi. Eppure, nella sua prima esplorazione, non era neanche riuscita
a capire in quale stanza e a quale trave era stato appeso il cappio che aveva strangolato Giselle,
perciò era tornata alla finestra per il secondo segnale ancora lontana dal risolvere il mistero.
"Meglio non sapere" decise e, scelto un libro giallo da uno scaffale, si era seduta sulla
vecchia poltrona accanto alla finestra per cercare di passare la lunga nottata leggendo.
Il bip dell'orologio da polso l'aveva svegliata alle due e lei era corsa alla finestra per fare il
segnale, poi aveva spento la torcia e guardando dalla finestra, tentava di distinguere le ragazze
nell'oscurità. Chi c'era laggiù a fare la guardia? Carol e Jean? O forse Mallory e Grace? Jean e
Lil? Qual era la coppia che sedeva vigile all'esterno? O meglio, chi non era di turno e poteva
andare e venire inosservata, fuori dal controllo delle altre? Sicuramente la stessa persona che
aveva bloccato nel garage Grace, che aveva chiamato lei al telefono e che ora stava
architettando un brutto scherzo, ne era certa.
"Smettila" si disse, nonostante ripensasse continuamente a tutta la vicenda. Forse laggiù non
era rimasto nessuno, le avevano detto così solo per tenerla nella casa, mentre di loro nessuna si
era presa la briga di stare là all'aperto a fissare in alto verso la finestra, aspettando un segnale a
ogni ora. Dall'alto non si vedeva niente.
"Detesto il buio" pensava nello stringere a sé la confortevole presenza della torcia e il
mucchio di ricariche che aveva portato di scorta, una lezione imparata dall'esperienza di Grace.
"Quante cose sto imparando, con questo gioco!" rifletteva ironica. "Per esempio, che ci
sono cose peggiori del buio, come restare al buio senza torcia."
Sprofondò di nuovo nella poltrona e cadde addormentata finché quel rumore non la
svegliò. Non poteva essere il bip dell'orologio che segnava l'ora, perché erano solo le due e
mezza, ma sembrava comunque un suono familiare, che riconobbe immediatamente: era lo
scricchiolio del primo gradino della scala.
Ci siamo! Doveva essere una di loro! Pure se quella era l'unica spiegazione plausibile, sentì
il cuore battere forte.
«Ehi, laggiù! Chi c'è?»
Non ebbe risposta. La casa era stranamente silenziosa, quella quiete insolita di chi aspetta
nell'oscurità finché la vittima dimentica lo strano rumore e si riaddormenta senza accorgersi.
Il rumore successivo fu molto più vicino, proprio fuori dalla porta.
C'era qualcuno in agguato.
«Chi c'è?… Insomma, chi c'è?» esclamò Parrie con un tono deciso che non si riconosceva,
come di chi non aveva paura di niente.
Non ci fu risposta. Il silenzio si estese denso e palpabile come l'oscurità tutt'intorno. Per un
attimo pensò di accendere la torcia, ma avrebbe rivelato a chiunque fosse in arrivo dove stava
seduta, e spenta la luce, avrebbe dovuto aspettare che gli occhi si riabituassero all'oscurità.
Rapida e silenziosa, si avvicinò alla porta, che si stava aprendo senza far rumore.
Istintivamente si ritrasse, con il cuore che batteva così forte da lasciarla senza fiato.
Una forma senza testa entrò lentamente nella stanza, avvolta in spettrali drappi di un bianco
accecante.
«Parrieeeee…» sussurrava adagio.

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Parrie sbarrò gli occhi, fece un passo dietro la massa biancastra e le diede un colpetto sulla
spalla.

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Capitolo 12
«Cerchi qualcuno?» le chiese in tono discorsivo. La forma si voltò e cacciò un urlo sovrumano.
Suo malgrado, anche Parrie gridò, balzando all'indietro, mentre l'intruso si dimenava
paurosamente, finché le bende caddero a terra in un cumulo di stracci.
«Diavolo, Parrie! Mi hai fatto una paura!» gridò ancora tremante Jean.
«Jean! Zitta! Sai che non potremmo stare qui dentro! Vuoi che ci trovi la polizia?» la
rimproverò, godendo dello spavento dell'amica.
«Come hai fatto a capire che ero io?»
«Scusa, ma non ti sembra di essere troppo piccola come fantasma?… ho riconosciuto il tuo
modo di camminare.»
«Bella idea che ho avuto! Sono salita fin qui per spaventare te e quasi mi fai morire.»
«Allora è così che hai fatto a Grace?»
«Grace? Ma che vai dicendo? Piuttosto, vai alla finestra e manda il segnale prima che Carol
pensi che non ci sei più.»
«Puoi scendere tu e dirglielo personalmente» ribatté seccata Parrie, andando comunque alla
finestra per il segnale convenuto.
Jean non rispose, la sua sagoma scura si era immobilizzata.
«Jean?»
«Zitta! Non senti?» le sussurrò Jean, tirandosi i capelli dietro le orecchie per sentire meglio.
«Ma dai, non c'è proprio niente lì fuori.»
«Ho… ho sentito qualcosa…» la voce di Jean era stranamente alterata.
«Smettila! Le case vecchie sono piene di scricchiolii; fammi il favore di tornare giù da
Carol. Non voglio essere costretta a rifare la mia prova per qualche imprevisto o… «ma anche
Parrie si interruppe.»
Aveva udito qualcosa di strano, anzi, per essere precisi, non aveva più udito nulla, né
scricchiolii, né rumori di assestamento del vecchio legno che avevano accompagnato la sua
notte a Nightmare Hall.
La casa era immersa nel silenzio come per magia.
D'improvviso, senza accorgersi, si era avvicinata a Jean e le aveva afferrato un braccio.
«È uno scherzo, vero? Chi è, Carol? O una delle altre?» sussurrò.
«No.»
«Dimmelo, Jean, chi è?»
«Non lo so…»
Parrie sentiva Jean tremare di paura, proprio la perfida Jean, che non temeva nulla.
Rendendosi conto in un attimo del pericolo vero, si aggrappò al braccio di lei ancora più forte,
trascinandola verso la finestra, ma un istante dopo la porta si spalancò.
«NOOOO!» urlò Jean, cercando di liberarsi dalla stretta di Parrie, ma una forza sovrumana
l'aveva tenuta aggrappata all'amica, come se fosse questione di vita o di morte.
Sull'uscio, baluginante di una luce lunare e irreale, sollevata da terra e fremente come se
sfiorata da un soffio di vento, aleggiava una figura spettrale.

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«Non è possibile…» sillabò Parrie con voce strozzata. Accanto a lei, Jean si contorceva
inutilmente per liberarsi dalla stretta di Parrie.
La strana apparizione fluttuò lieve verso di loro, con una lucentezza che rendeva l'oscurità
intorno più vera, e più terribile.
«Vattene» urlava Jean «siamo innocenti, innocenti! Parrie, agghiacciata dalla paura non
riusciva a muoversi, mentre Jean si divincolava per liberare il braccio.»
«Voglio la verità, dite la verità…» le parole mormorate appena fluttuavano nella stanza lievi
e senza peso come l'apparizione. Scossa dai tremiti, Jean emise un lamento, mentre Parrie era
come pietrificata.
«La verità o la morte…» sussurrava.
Parrie cercò di tirare un lungo respiro ma un odore penetrante come di muffa la pervase.
Non riusciva più a respirare.
Con uno strappo disumano, Jean riuscì a liberarsi.
Fu lei a lanciarsi contro o fu quello a prenderla in una stretta fatale? Parrie tentava di urlare,
di avvertirla del pericolo, ma l'oscurità che tanto temeva si impadronì di lei.
Senza fiato, si sentiva mancare, e quando udì l'urlo di Jean, era troppo tardi. Le tenebre che
tanto odiava l'avevano sopraffatta.

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Capitolo 13

«Parrie, Parrie, svegliati!»


«J»Jean! «chiamò. Aprì gli occhi e li richiuse di nuovo, la testa indolenzita.»
«Parrie, svegliati!» le disse qualcuno con uno strattone.
«Non sto dormendo…» si lamentava Parrie, tenendo gli occhi ancora chiusi.
Si sentì afferrare da molte mani che la sostenevano in posizione seduta, mentre le veniva
portato alle labbra un bicchiere con qualcosa di tiepido.
«Puah!» voltò la testa di scatto e finalmente aprì gli occhi. «Caffè col latte!»
«Cosa è successo, Parrie?» le chiese la voce familiare di Grace, intanto che riacquistava il
controllo di sé e metteva a fuoco l'interlocutore.
«Parrie, cos'è successo?» incalzò agitata Grace, china su di lei, con una mano sul suo braccio
per scuoterla dal torpore. «Non fare così, mi fai star male.»
«Non si risveglia più!» esclamava una voce isterica.
«Calmati, Mallory. Lil, vedi se puoi aiutare Jean.»
«Parrie, dimmi cosa è successo!» ripeteva ferma Grace, fissandola intensamente.
Parrie si oscurò in volto. Cercava di girare il capo adagio nella luce grigia e sommessa
dell'alba. La stanza pareva diversa senza la luce della torcia, che vide per terra, accanto a lei,
come se l'avesse lasciata cadere. Poi le venne in mente tutto.
«No!» esclamò, tentando di alzarsi.
«Parrie, calmati!» Grace la teneva ferma. «Ma dimmi cos'è successo!»
«Un'apparizione, anzi peggio…» disse, ancora col fiato mozzo.
«Jean era salita qui per spaventarti, probabilmente ci è riuscita fin troppo bene» interruppe
Carol, parlando per la prima volta, inginocchiata accanto a Parrie, che fissava come se le lenti
dei suoi occhiali fossero un microscopio. «Sei svenuta dalla paura, Parrie» concluse.
«Ma non era Jean» protestò. «Era già venuta su con quel ridicolo lenzuolo. L'abbiamo vista
entrambe, quella cosa.»
«Parrie…» Carol scuoteva la testa come se parlasse a un bambino.
«Non usare quel tono di voce con me! Non osare neppure di tentarci a fare la superiore!» la
aggredì Parrie. «E entrato qualcosa di orrendo, un essere spettrale, che gemeva… diceva:
"Voglio la verità"»
Un improvviso silenzio le raggelò interrotto da Lil, che accovacciata accanto a Jean, lanciò
un grido di allarme.
«Sangue! Jean ha tutta la testa insanguinata! Abbiamo bisogno di aiuto!»
«Aspetta!» disse Carol.
«Aspettare che?» chiese irritata Grace. «Aspettare che muoia?»
Mallory gettò le braccia avanti, come per tenere lontane le parole di Grace. Lil si girò verso
Grace e la rimproverò con durezza. «Lo sai che non voleva dire così. Dobbiamo dare delle
giustificazioni per questa storia…»
«Ha bisogno di un medico. Vado a chiamare l'ambulanza» disse decisa Grace, alzandosi.
«Aspetta, ascolta» le disse Carol parlando in fretta.

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«Eravamo fuori a fare due passi, quando abbiamo visto qualcosa di strano nella casa. Siamo
salite, ma Jean è scivolata e ha battuto la testa.»
«D'accordo» disse Grace e scappò via.
«Siete tutte d'accordo? Avete capito bene?» chiese Carol guardandole. «Bene. Parrie, tu
stattene zitta per favore. Riesci a stare in piedi?»
«Non sono io che ho battuto la testa» le rispose, mettendosi in piedi a fatica, aiutata da
Mallory.
«Bene, non si è capito cosa è successo stasera, ma ne parleremo più tardi» concluse Carol.
Parrie guardava Jean, l'espressione sarcastica del viso ferma su di lei pallida come un morto.
«Questo gioco ci ha preso la mano» mormorò Parrie.
«Dobbiamo smetterlo.»
Rivolse lo sguardo alle altre rimaste con lei nella stanza, a Mallory pallida quasi come Jean,
poi a Lil, in apparenza estranea alla tensione e all'enormità di quanto era successo, infine a Carol
che, fredda e guardinga, copriva Jean con la sua giacca.
Eppure, lasciando cadere lo sguardo su Jean, si rendeva conto che era solo l'inizio del Gioco
della Verità.
«Che è successo, Parrie?» diceva al telefono la voce morbida e insistente di Grace.
Parrie si appoggiò alla testata del letto in camera sua, con la cornetta accomodata tra spalla e
orecchio. Sbadigliò tentando di organizzare i pensieri confusi dal sonno e dagli eventi.
«Che ora è? Mi sono appena svegliata.»
«Hai dormito per tutto il giorno, sono le dieci di sera.»
«Davvero? Ho dormito così tanto?»
«Sono stata al pronto soccorso, Jean ha un trauma cranico, ma non sembra ci siano
problemi.»
«Sono proprio contenta» rispose, ma fra sé diceva: "Appena Jean si sveglia, sarete costrette
a credermi."
«Jean dovrebbe riprendersi presto» le disse Grace, come se ascoltasse i suoi pensieri.
«Bene.»
«Carol vuole che ci incontriamo di nuovo. Domani sera.»
«Per quale motivo? Te lo ha detto?»
«Parrie?» Grace sembrava sorpresa nel sentirla alterata, quasi isterica.
«Allora te lo dico io, il motivo. C'è qualcosa di strano in tutta questa storia, lo capisci anche
tu, Grace? Qualcosa di strano e di pericoloso e io ne ho abbastanza!»
Parrie sbatté giù la cornetta con mano tremante. "Sempre Carol, la odio quella" pensava. Ci
doveva essere il suo zampino dietro a tutta la vicenda, era lei il bandolo della matassa. Era stata
Carol a incominciare il Gioco della Verità, lei che aveva insistito nel continuare a giocare, lei che
imponeva le regole.
Probabilmente Carol aveva già fatto questo gioco in passato e le piaceva il senso di potere
che conferiva: ecco dove iniziava il lato morboso e distorto della partita. Non le bastava più la
finzione; nonostante le prove diventassero sempre più strane e pericolose, aveva bisogno di
qualcosa di più forte per le sue emozioni. Forse sentiva il bisogno di entrare nel gioco in prima
persona e dargli una svolta pericolosa, fatale.
Ma perché non se ne accorgeva nessuno? Quale terribile potere esercitava sul gruppo? Forse
aveva letto i segreti, le loro verità inconfessabili… O invece era lei a immaginarsi chissà che,
con la tendenza a ingigantire tutto… Grace bloccata nel garage con un'auto a motore acceso, la
telefonata minatoria, gli incubi… e ora quell'apparizione!

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Forse se l'era immaginata, dopo una notte di veglia sola e impaurita, al buio, in una casa che
si diceva infestata da un fantasma. Ma anche Jean l'aveva visto, a prova del fatto che il gioco era
andato troppo oltre su un percorso distorto.
Ma senza Jean, Parrie non aveva testimoni né prove che era apparso loro uno spettro e
aveva tentato di ucciderle.
"Non giocherò più, mai più."
Ma stava male, si sentiva sola e sperduta. Mai in vita sua aveva provato un tale senso di
isolamento, come un giocatore solitario che dava in pegno la sua vita. O la morte.
Non giocare era l'unico modo per salvarsi.

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Capitolo 14

Non si era mai comportata così, non era il tipo. Era sempre stata un'amica attenta, su cui contare
quando ce n'era bisogno e che non cambiava atteggiamento quando ronzavano intorno i ragazzi,
dando loro più importanza che a un'amica. I ragazzi vanno e vengono, pensava, ma un'amica è
per sempre… a meno che non cercasse di ucciderti.
Si disse di smetterla, di pensare ad altro, ma stringeva forte i libri contro il petto, come se
fossero a prova di proiettile, a prova di amiche«omicide.»
Una sagoma familiare stava scendendo le scale della biblioteca, i capelli in disordine, gli
occhi azzurri come la camicia jeans che indossava. C'era un amico con lui.
«Bryan!»
Lui si girò a guardarla piuttosto sorpreso, mentre lei arrossiva.
«Ciao» le disse.
«Ci vediamo più tardi, Bryan» lo salutò l'amico, guardando Parrie con un tale sguardo
d'intesa che la fece arrossire ancora di più.
«Non badargli, ha paura delle ragazze, ma non osa dirlo» scherzò lui.
«Ha»ha «gli fece l'amico, andandosene.»
«Stavo proprio pensando a te, anche se sembra una vecchia battuta, ma…» si era chinato a
guardarla meglio, poi con un tono diverso di voce, le chiese: «Ma Parrie, c'è qualcosa che non
va? Stai bene?»
«Ho bisogno di parlarti, Bryan, assolutamente. Devo pure parlarne con qualcuno» sbottò
con la gola secca, come se stesse per piangere.
«Una brutta giornata?» Bryan con dolcezza mise un braccio intorno alle spalle di lei che si
stringeva con gratitudine all'amico.
«Sì, terribile.»
Era la verità. Era stata una giornata orrenda, senza poter rispondere al telefono per non
ricevere messaggi da Grace o Carol. Una giornata in cui si continuava a nascondere dietro agli
angoli e compiva giri tortuosi per andare a lezione. Aveva evitato di incontrare volti familiari
che le avrebbero dato conforto, dietro una bella tazza di caffè al mattino prima delle lezioni, o
lungo la solita scorciatoia che prendeva per andare al Circolo all'ora di pranzo.
Adesso era lei a fissare le regole del gioco, si gioca a nascondino! Poi aveva pensato a
Bryan. Se fosse riuscita a trovarlo, a parlargli, forse lui poteva darle una mano, visto che era già
al corrente di qualcosa sin dall'inizio.
Con calma, gli avrebbe raccontato tutta la storia, per osservare le sue reazioni e sentire il
giudizio imparziale di chi, non essendo coinvolto direttamente, avrebbe potuto darle un'idea sul
da farsi.
Lo aveva cercato per telefono e saputo che si trovava in biblioteca, si era diretta là,
pensando di coglierlo di sorpresa tra gli scaffali, come uno spiritello… "Meglio non pensare agli
spiriti…" si era detta. Comunque ebbe un colpo di fortuna, perché un attimo prima di entrare,
aveva visto una ragazza vestita quasi come lei in cima alle scale della biblioteca.
Era Mallory.

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Per evitarla, si era subito nascosta all'ombra della quercia che ombreggiava l'edificio, perché
anche di Mallory, come partecipe del gioco, non ci si poteva fidare.
«Vuoi trangugiare il tuo solito caffè o una bibita?»le chiese Bryan poco dopo, mentre la
dirottava verso il Circolo Studentesco.
«No, per carità!» esclamò con enfasi.
«Va bene che il caffè è cattivo, ma non ti sembra di esagerare?»
«Non potremmo sederci in qualche angolino tranquillo, un po' più appartato?» gli rispose,
sforzandosi di ridere alla battuta.
«Certo, vieni con me. Conosco un bel posticino. Mi fai venire in mente una poesia dei tempi
del liceo, chissà come faceva?»
«Un luogo tranquillo e privato è la tomba…» citò Parrie con un brivido.
«Esatto! Vedi quante cose abbiamo in comune?»
Chiacchierando del più e del meno, Bryan la condusse al giardino botanico vicino ai
laboratori di scienze. Lì la sospinse attraverso un pertugio nella siepe che conduceva a una
panchina isolata, accanto a un cespuglio a forma di coniglio.
Niente di pi u appropriato per Parrie, che si sentiva impaurita come un coniglio. Le venne in
mente un episodio del passato, quando il suo cane aveva inseguito un coniglio nel parco vicino
a casa. Il coniglio aveva corso a testa bassa, all'impazzata, zigzagando, voltandosi
all'improvviso, saltando in avanti e all'indietro con le orecchie appiattite e le zampe in corsa con
movimenti frenetici. Ma era riuscito a fuggire. E lei, ci sarebbe riuscita?
«Parrie, volevi dirmi qualcosa?» Bryan la riportò al presente.
«Sì, è così.»
Con uno sforzo per raccogliere le idee, si domandava da che parte incominciare e intanto
guardava il sorriso sincero e diretto di Bryan.
«Ti ricordi di quel Gioco della Verità di cui ti ho parlato tempo fa?»
«Caspita! Come potrei dimenticarmene? Torno a casa una sera e vedo realizzarsi il sogno
della mia vita: una ragazza che mi aspetta in camera!» ma allo sguardo serio di Parrie, cambiò
tono. «Scusami, ho capito che mi vuoi parlare di qualcosa di grave. Sì, comunque me lo ricordo
bene.»
«Sto ancora giocando e non so come smettere. E fu così che gli raccontò tutto.»
Verso sera, quando l'ombra delle siepi incominciava a congiungersi alla più vasta ombra
della notte, la coppia uscì dal giardino tenendosi stretta mano nella mano. Lei era felice di aver
riposto la sua fiducia in lui, e lui aveva saputo aiutarla. Arrivati al Quadrangolo, Bryan si chinò
per il bacio della buona notte.
«Chiamami a qualsiasi ora, se c'è bisogno.»
«Va bene, ma cercherò di trattenermi dal farlo prima del fine settimana!» disse lei,
scherzando.
«Due giorni interi senza sentirti! Come farò?» le rispose tra il serio e il faceto.
Le diede un altro bacio poi la seguì con lo sguardo mentre saliva le scale e rientrava nel
dormitorio apparentemente calmo e tranquillo. Mantenne il sorriso sul volto fino a quando
Parrie, dopo un cenno di saluto, non fu all'interno, ma al richiudersi del portone, l'espressione
sorridente del viso cambiò in un cipiglio grave e determinato. A braccia conserte, fermo a poca
distanza dall'edificio, rimase guardingo in attesa.
Giunta in camera, Parrie la trovò deserta come al solito. Si recò in bagno dove lo specchio
rifletteva l'immagine della Parrie di sempre, una ragazza normale, che passa inosservata, ma che

58
aveva sperimentato la paura. Alzò la testa orgogliosa, dicendosi che ora non aveva più nulla da
temere.
Nella cameretta dove era stata ricoverata Jean, Parrie guardava l'amica pallida come un
cencio e così minuta sotto le grandi lenzuola bianche, finché quella non aprì gli occhi
sorprendentemente azzurri e freddi.
«Parrie…»
«Come ti senti?»
«Meglio.»
«Ti ricordi cosa è successo?» le chiese Parrie dopo un momento di silenzio.
«Oh, sì, certo che mi ricordo» le rispose con gli occhi fiammanti.
«Anche… l'apparizione?»
«L'apparizione?!» Jean la scrutava in modo strano, poi scoppiò in una risata. «Il fantasma!
Certo che me lo ricordo!»
Dopo di che non volle più dire altro.
«Sei in ritardo» la rimproverò Carol.
«Lo so» le rispose Parrie senza altre spiegazioni né scuse. Si sedette sul pavimento vicino
alla scrivania e guardò Carol, in piedi accanto alla finestra, la sua ombra allungata che
attraversava la stanza.
«Allora ci siamo tutte.»
«Tranne Jean, che è ancora all'ospedale» Parrie ci teneva a sottolinearlo.
«Jean sta bene» la rimbeccò Carol irritata.
«Come lo sai?» Patrie ricordava che il nome di Carol non compariva sul registro della
clinica tra le firme dei visitatori.
Carol tacque e fu Grace questa volta a rompere la tensione.
«Sono andata io a trovarla un paio di volte. Dicono che avrà mal di testa per un po' di
tempo ma si riprenderà bene.»
L'interruzione aveva dato tempo a Carol per riprendere il controllo.
«Siamo tutte felici che Jean si riprenderà, ma bisogna che noi proseguiamo.»
«Proseguiamo a fare che?» chiese inaspettatamente Lil, che di solito faceva solo domande
ovvie. Che si fosse resa conto della morbosità che aveva assunto il gioco? Se Parrie rinunciava
a proseguire, si sarebbe schierata dalla sua parte?
«C'è da risolvere un problema. Anche se non sapremo mai che cosa è successo esattamente
quella sera a Jean e Parrie, il problema esiste» Carol parlava adagio, come per spiegare una
lezione a un bambino che l'avrebbe già dovuta capire.
Sul punto di protestare, Parrie si trattenne per lasciare finire Carol. Magari avveniva il
miracolo e Carol chiudeva il gioco da incubo che aveva messo in moto.
«Il vero problema è che ci è sfuggito di mano» la interruppe Grace.
«Proprio così» continuò Carol. «Qualcuno tra noi non sta alle regole, anzi sta usando il
gioco per provare emozioni forti a spese delle altre. Bisogna fermarla, costi quel che costi.»
«Vuoi che interrompiamo il gioco?» chiese Mallory con quella che pareva una nota di
sollievo nella voce, anche se non traspariva dal volto alcuna particolare espressione.
«No, dobbiamo giocare fino alla fine.»
«Di quale fine parli, Carol? Quella di una di noi?»chiese Parrie di botto. «Vuoi che si vada
avanti finché una di noi muore, è questo che vuoi?»
«Non fare la tragica, Parrie. No, voglio dire che si giocherà fino a quando qualcuno non
riesce a superare la sua prova.»

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«È una follia! Impossibile non rendersene conto!»esclamò lei. «Io non gioco più! Ti è
sfuggito di mano, Carol, non lo controlli più!»
«Supponiamo che una di noi smetta,» le interruppe Lil «per esempio, se Parrie vuole
smettere, si legge il suo segreto e il gioco finisce lì, dico bene?»
«Giusto. È quello che avevamo concordato fin dall'inizio,» confermò Carol «si gioca finché
qualcuno rinuncia.»
«Ma questo non è più il gioco che si era iniziato. Come fate a non capirlo?» insisteva Parrie.
«Dobbiamo assolutamente smettere tutte, così finisce per forza!»
«Allora, Lil, Sei pronta a rivelare il tuo segreto? La tua imbarazzante verità?» chiese Carol
calma, quasi ipnotica, senza badare allo sfogo di Parrie. «Oppure tu, Grace. Possiamo leggere
cosa hai fatto di così spudorato? E la timida Mallory? Ma anche tu, Parrie, sei sicura di voler
smettere adesso? Non ti ha sfiorato l'idea che potremmo scoprire chi c'è dietro a questa storia
con un altro giro di prove? Ti rendi conto che se smetti proprio ora, lasci impunita la colpevole
che ha quasi soffocato Grace e assalito Jean?»
Parrie rivolse lo sguardo alle altre cercando un'alleata che la sostenesse, ma invano. La assalì
un impeto di rabbia e di risentimento insieme a mille domande: perché accollarsi lei la colpa?
Perché doveva essere la sola responsabile dell'interruzione di quella follia?
Nel frattempo Carol aveva aperto il cassetto della scrivania da cui estrasse la Cassetta della
Verità, poi tenendola in mano, si rivolse a Parrie.
«Allora che si fa, Parrie? Vuoi che apra la scatola subito? Sei sicura di smettere?»
«No! No, non subito. Farò… ancora un giro» le rispose.
Cosa era successo alla ragazza risoluta, che non voleva seguire le altre come una pecora? Da
sola non si sentiva abbastanza forte da opporsi a Carol.
«Va bene. C'è qualcun'altra che vuole smettere? domandò Carol, senza ulteriori commenti
nei confronti di Parrie, che se ne stava a occhi bassi davanti alle altre che a loro volta evitavano
di guardarla. Nessuno rispose.»
«D'accordo. Ecco cosa sarà la nostra prossima mossa» concluse Carol, rimettendo a posto la
cassetta.

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61
Capitolo 15

La porta di Grace era aperta.


«Grace?» chiamò a voce bassa Parrie, entrando. Grace era seduta alla scrivania, vicino alla
finestra in atteggiamento pensoso, con le mani sotto il mento e lo sguardo fisso nell'oscurità.
L'unica fonte di luce era la lampada fioca accesa accanto al letto.
«Grace?» ripeteva Parrie, senza ottenere risposta.
«Ehi, dico, Grace!» esclamò infine a voce alta. Con un grido, la ragazza si alzò di scatto,
facendo cadere la sedia, e a pugni chiusi si mise in posizione di attacco.
«Che fai, Grace? Ferma! Sono solo io, Parrie.»
«Oh, Parrie…»
Con i pugni abbassati, Grace si guardava le nocche bianche per lo sforzo, poi distese le
mani, flettendo bene le dita.
«E ora di andare?»
«Grace, ma cosa stavi facendo? Chi pensavi che fossi?»
«Nessuno… ma sai, sto studiando troppo…» rispose come a giustificarsi.
«Non mi raccontare storie, Grace, c'è dell'altro. Sicuramente ha a che fare con il gioco, dico
bene?»
Grace fece cenno di no, senza dire parola.
«Sei preoccupata per quello che hai scritto sul foglio, per il segreto? E per quello che vuoi
continuare?»
Ancora nessuna risposta, solo un cenno di diniego.
«Allora è Carol che ha scoperto qualcosa su di te? Ha capito in qualche modo il tuo
segreto?»
«È ora di andare,» la interruppe brusca Grace, guardando l'orologio «ci aspetta l'ultima
partita del Gioco della Verità.»
Silenziose, le cinque ragazze attraversavano il campus immerso nell'oscurità e sferzato da
folate di vento. Sopra alle loro teste, si contorcevano i rami degli alberi con scricchiolii
lamentosi, neri e secchi come dita di un morto.
Un colpo di vento spezzò un ramo che cadde sul viottolo ai piedi delle ragazze. Parrie balzò
spaventata, ma Grace la calmò subito, mentre Lil le precedeva, facendo strada.
Superata la vecchia ala dell'università dove un tempo risiedevano le insegnanti,
oltrepassarono un cancello che delimitava l'area del campus e si apriva su una vasta estensione
di terreni coltivati. Un sentiero di campagna ne attraversava una parte, per poi dirigersi verso il
pendio ripido e sassoso della collina.
Lasciato il cancello, il sentiero era immerso nel buio e davanti a loro vedevano solo varie
gradazioni di oscurità, le foglie e l'erba più visibili, più densi e scuri i tronchi degli alberi, le
rocce e le indistinguibili ombre della notte.
Lil tolse di tasca la torcia e l'accese, dando involontariamente maggior rilievo alle ombre
incombenti.
«Sei mai salita di qui, Lil?» chiese spaurita Parrie.

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«No, con la squadra ci alleniamo sul sentiero basso, lungo i campi. Per il resto, so solo che
per raggiungere la roccia del Belvedere dobbiamo salire fino al bivio e andare a destra.»
Che sia stata Lil a complottare tutto? Ma come? Secondo gli accordi, le cinque ragazze si
erano incontrate in camera di Carol, dove ciascuna aveva scritto una destinazione misteriosa sui
fogli che poi avevano messo nel solito vaso. Grace aveva tirato a sorte uno dei fogli e aveva
letto a voce alta: "La roccia del Belvedere."
«Siete d'accordo?» aveva domandato Carol, prendendo il foglio dalle mani di Grace per
leggerlo e farlo passare in visione a tutte.
Nessuna poteva prevedere la destinazione che sarebbe stata estratta. Nessuna poteva
conoscerla fino all'ultimo momento e subito dopo la scelta avevano lasciato la stanza tutte
insieme. Questa volta le regole del gioco non potevano essere state ritoccate da chicchessia.
Anche Carol accese la torcia rivolgendo il fascio di luce sulla destra, dove il sentiero si
piegava ripido e netto.
«State attente!» disse perentoria cominciando ad arrampicarsi.
In fila indiana, le quattro ragazze la seguivano sempre più su evitando i massi e
aggrappandosi ai tronchi d'albero, mentre il vento si faceva più forte e tagliente, rumoreggiando
cupo tra gli alberi e le rocce.
"Che gioco stiamo giocando adesso?" si domandava Parrie, che non trovava il filo logico
del loro andare avanti come pecore. Qual era il vero motivo di quella salita? Per fare l'ultimo
giro di prove? Ma come avrebbe potuto finire in un posto come quello? L'ultima prova…
D'improvviso, Carol si fermò. Con la torcia illuminava un piccolo spiazzo con una panchina
rustica appoggiata agli alberi e alle rocce su un lato, mentre sull'altro le stelle brillavano alte nel
cielo e, a specchio, le luci in basso dal campus splendevano come il riflesso di un lago vasto e
profondo.
«Su, sedetevi» le invitò Carol, come se fosse la padrona di casa a una festa demenziale.
Sfilarono una a una di fronte a Carol, sedendosi in cerchio sulla roccia piatta e rugosa che
sporgeva sul burrone, mentre la ragazza si toglieva lo zaino e lo poneva al centro. Poi, con aria
sacerdotale, ne estrasse la Cassetta della Verità che pose davanti a sé.
«Ora diamo inizio all'ultimo giro. La Prova della Verità.»
Parrie sentiva che sarebbe successo qualcosa di terribile e si guardò intorno disperata, ma
nessuno sembrava accorgersene.
«Questa è la chiave della cassetta,» continuò imperterrita Carol, con la chiave bene in vista
«la chiave della verità. Potrete riavere i vostri fogli dopo quest'ultima prova.»
Mise la chiave sopra la cassetta, quindi tolse dallo zaino il vaso, che sistemò lì accanto, e il
notes su cui scrisse una prova. Messo il suo foglio ben ripiegato nel vaso, passò notes, penna e
torcia alle altre che scrissero a loro volta e misero i fogli nel vaso.
«Chi sceglie la prima prova?» Carol gettava il fascio di luce sul viso di questa o di quella.
«Mallory? Grace? Tu, Parrie? Oppure tu, Lil?»
«Faccio io, passami il vaso!» si fece avanti Lil, decisa, e alla luce della torcia ne estrasse un
foglio. Con aria sacerdotale, Carol mise il vaso su un punto piano della roccia, come a lasciare
agli dei un'offerta preziosa, mentre Lil apriva il foglio e leggeva la prova.
Immobile e silenziosa, la ragazza fissò il foglio a lungo, il volto sferzato dal vento che
mugghiava cupo nella notte.
«Dunque?» la esortò Carol.
«Dire la verità, ecco cosa c'è scritto. Devi dire la verità» parlava a frasi mozze, la voce roca e
spezzata.

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«Ma di che verità si tratta, Lil?» incalzava insinuante Carol, con la voce scherzosa ma
l'espressione del volto dura e fredda semicelata nell'ombra.
Lil fissava silenziosa il fascio di luce puntato su di lei, le pupille contratte, la bocca
semiaperta.
«Allora, Lil?» le chiese Grace, toccandole una mano per incoraggiarla. Le due ragazze si
lanciarono un lungo sguardo d'intesa, Lil nella luce, Grace nell'ombra, poi Lil incominciò a
raccontare.
«La verità, almeno come la conosco io, è questa. "Circa dieci anni fa, all'età di otto anni, mia
madre mi mandò al campo estivo. Ero eccitatissima, era la prima volta in vita mia. Ricordo che
avevo lo zaino pronto già una settimana prima della partenza. Controllavo ogni minuto di non
avere dimenticato niente di quanto ci era stato raccomandato di portare. Avevo scritto la mia
sigla su tutti gli abiti, le scarpe, gli oggetti… volevo essere perfetta.»
"E poi, come immaginavo, fu uno spasso. Mi ero fatta subito delle amiche nuove, si andava
a cavallo, si facevano passeggiate e imparavamo anche a costruire oggetti… e fu lì che giocai a
calcio per la prima volta.
"Prendevamo anche lezioni di nuoto e ci misero subito nel gruppo più avanzato, di quelle
che potevano nuotare nel punto più profondo del lago, tuffarsi dal trampolino alto o prendere
lezioni di canoa. Insomma, ci credevamo le più in gamba del campo.
"Ma tra noi c'era una ragazzina diversa, maldestra, che aveva sempre paura di tutto,
specialmente del buio. E cercava in ogni modo di essere alla nostra altezza, di far parte del
gruppo. La prendevamo in giro senza pietà, di notte travestite da fantasmi per spaventarla, di
giorno con scherzi tipo sale nel latte della colazione al posto dello zucchero, o rinchiusa a chiave
per ore negli sgabuzzini."
Parrie ascoltava agghiacciata mentre qualcun altro cacciò un grido di protesta, ma Lil non
badava che a continuare il racconto.
"Invece di prendersela, la disgraziata rideva e continuava a tentare di farcela. Finalmente
superata la prova di nuoto, entrò a far parte del gruppo avanzato. Felice come non mai, credeva
di poter essere accettata, ma non fu così, anzi si tollerava a malapena la sua presenza, perché
non era brava come noi e il nuoto in realtà non le piaceva, non le andava di bagnarsi, e
soprattutto aveva il terrore del trampolino alto.
"L'estate era lunga, così con il gruppo formammo una specie di società segreta, per nessun
motivo particolare, solo per usare una nostra parola d'ordine e fare strani gesti di
riconoscimento. Naturalmente lo venne a sapere anche la ragazzina, che cominciò a insistere per
farne parte anche lei. Alla fine le dissi che, per entrare nel gruppo, avrebbe dovuto superare una
prova molto difficile.
"Avevamo cercato a lungo una prova impossibile per tenerla alla larga, ma non si riusciva a
trovare niente di adatto, perciò continuavamo a rimandare il giorno fatidico, mentre tutti gli altri
al campo avevano saputo e la prendevano in giro anche per questo.
"Poi una di noi aveva avuto l'idea giusta: tuffarsi dal trampolino alto a mezzanotte! Si
pensava fosse solo uno scherzo, un modo per non averla tra noi. Nessuno avrebbe mai fatto
una pazzia del genere, neppure la più coraggiosa del campo. Dopo aver discusso della proposta,
si decise di non dirle niente, di pensare a qualcos'altro, quando nella stanza entrò una ragazza
che non faceva parte del nostro gruppo. All'apparenza sembrava che non le interessasse la
discussione, ma fu un grosso errore crederle.
"La sera seguente, infatti, la poveretta raccontò alle sue compagne di tenda che doveva
sostenere una prova di coraggio e che sarebbe successo quella notte stessa. Non aveva voluto

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dire, però, di che prova si trattasse."
Lil prese fiato, sospirando tristemente.
"La trovarono nel lago il mattino seguente. Pare che avesse tentato di buttarsi dalla cima del
trampolino, ma era affogata dopo averci sbattuto contro la testa. E la colpa della sua morte
ricadde su di me: tutti mi avevano sentito parlare della faccenda della prova che doveva
sostenere.
"Sapevo bene che non ero stata io, quindi pensai fosse qualcuna del nostro gruppo. Ci
riunimmo subito per parlarne a fondo. Fu lì che a poco a poco scoprimmo la colpevole, quella
che aveva obbligato la poveretta a saltare giù dal trampolino di notte e che l'aveva mandata a
morte facendo ricadere la colpa su di me."
«NOOOO! NOOOOO!» con un grido terrificante, Mallory era saltata in piedi e prima che
Parrie potesse reagire, sentì le mani di lei afferrarle il collo con forza sovrumana e trascinarla di
peso verso il burrone. Tentando disperatamente di liberarsi, Parrie inciampò tra un rotolare di
pietre, ma le mani di Mallory rimanevano serrate come tenaglie e la inchiodava contro l'esile
steccato che guardava sull'abisso. Infine cadde in ginocchio semisvenuta.
«Non muoverti!» le sibilò nelle orecchie mollando di poco la presa.
«M»Mallory? «riuscì a sussurrare senza fiato. Ma non la sentì nessuno.»
«Uno scherzo! E sempre stato tutto uno scherzo per voi! Non è mia la colpa, ma di tutte
voi!» ringhiò cupa la ragazza, con la voce alterata e violenta più simile a quella di un assassino,
che non alla timida Mallory che conoscevano.
Sentendosi mancare, Parrie tentava di mettere a fuoco quanto le stava capitando, con quel
turbinio di parole che provenivano dall'alto e le tre ragazze in piedi a pochi passi da lei.
«Nostra la colpa, Mallory?»
«Tanto per cominciare, tu sei Carolyn, non Carol…» sibilava Mallory, affondando ancor più
le dita nel collo di Parrie. «Carolyn la superba, la peggiore di tutte ma convintissima di essere la
migliore, quella che guardava sempre le altre dall'alto al basso. Certo non ti abbassavi a
prendere in giro Jennifer, tu, ma lasciavi che lo facessero le altre per te. È su di te che volevo
gettare la colpa…»
«Jennifer è morta, Mallory, l'unica responsabile sei tu!» si sentì la voce di Lil altrettanto
alterata e dura. «Ma chi ha pagato per te? Io! Sono io quella che la gente addita, gridando allo
scandalo. La mia famiglia ha dovuto trasferirsi in un'altra città, sono cresciuta con addosso
l'infamia di un crimine che non ho mai commesso, trattata come un'assassina!»
«Non eri da meno, tu, cara Miss Atletica, Miss Fanatica! Hai mai aiutato le altre a nuotare, a
giocare a calcio o a fare qualunque altra cosa che sapevi fare? Mai! Eri talmente presa dal tuo
ruolo di campionessa che non avevi tempo per nessuno, Jillian, perché questo è il tuo vero
nome!»
«E tu, cara Sarah Grace, come avrei potuto dimenticarti? Trattavi gli animali del campo
meglio delle compagne, di chiunque altro.»
«Ma ero timida!» gridava Grace offesa. «Avevo nostalgia dei miei animali, era la prima volta
che stavo lontana da casa!»
«Anch'io, e allora? Credi di essere speciale?… Fermati!» Mallory si era girata verso Lil, che
aveva fatto un passo avanti, e stringendo ancor più le mani intorno al collo di Parrie, urlò: «Se
ti muovi di un solo centimetro, la butto giù! Giuro che lo faccio!»
«Mallory, ascoltami!» la interruppe Grace. «Sappiamo che non volevi la morte di Jennifer,
ma non avresti dovuto lasciare da sola Lil a prendersi la colpa di tutto. Avresti dovuto
confessare la verità!»

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«La verità? Quale verità?» rise sarcastica. «Voi e il vostro stupido gioco, pensavate di farmi
cadere in trappola, farmi dire la verità? O farmi paura? Non è così facile spaventare me… ma
voi sì… Ho cercato di capire chi foste, all'inizio, e la prima che ho riconosciuto è stata Sarah
Grace. Pensavo fosse l'unica di cui dovevo occuparmi. Poi mi sono resa conto che c'eravate
dentro tutte fino al collo, tutte, persino tu, Parrie…»
«N»no! «ansimò lei, cercando di svincolarsi.»No! Lasciala andare, Mallory, lasciala! «gridò
Carol.»
«È innocente come Jennifer, non aggiungerla alla lista!»
«Innocente, ma pensa un po'…» La voce di Mallory si abbassò, come per riflettere. «E
interessante vedere quanto vi piace quella parola. Allora tu saresti innocente, eh, Parrie? Una
giocatrice non consapevole, è così? Ma la sai la verità?»
«Dì la verità, Parrie» continuava Mallory, spingendola sempre più contro la debole
staccionata di legno che scricchiolava ormai pericolosamente.
«Sapevi che giocavi a uno strano gioco, o sbaglio? Sapevi che c'era sotto qualcosa, lo so. Ho
tentato di avvertirti, di farti smettere. Ma anche se non volevi giocare, sei»andata avanti, dico
bene? Hai lasciato che giocassero contro di me, che mi torturassero! Allora è proprio vero che
sei innocente? Poooovera Parrie, l'innocentina! La pecorella senza macchia!
Il legno scricchiolava sempre più sotto il loro peso, finché non vi fu un rumore secco.
«Nooo! Ferma!» gridò qualcuno dall'oscurità, gettandosi verso di loro, ma era troppo tardi
per dare aiuto. Parrie capì che era sola. Con la forza della disperazione, la ragazza allungò una
mano verso il vaso, che afferrò forte e fece ricadere pesante contro Mallory.
Sentì il colpo vibrare contro la testa e le dita di lei cedere lievemente fino a mollare del tutto
la presa, mentre cadeva in avanti contro la staccionata che si fracassò del tutto con uno schianto.
Attonita, ma salva, Parrie udì l'urlo di Mallory che stava scivolando giù e si lanciò sull'orlo
dell'abisso cercando di afferrarla prima che precipitasse. Mentre le sue dita riuscivano ad
agguantarne un braccio, tutto il suo corpo ricevette un violento strattone verso il basso,
strappato da quello di Mallory che cadeva a peso morto, frenato solo dall'attrito con la roccia.
Sentiva disperata il braccio di lei scivolare via, giù fino al polso, che riuscì a stringere forte, fino
a bloccarlo.
Per un secondo che parve un'eternità, rimasero lì ferme, impietrite in una stretta mortale, le
braccia di Parrie quasi strappate dal corpo.
«Non lasciarmi! Ti supplico! Non farlo!» implorava Mallory.
«È vero quello che hanno detto? È vero, sì o no?»ansimava Parrie.
Non vi fu risposta.
Passi affrettati risuonavano alle sue spalle, quelli di Carol che si inginocchiava accanto a lei,
con la torcia in mano per fare luce sull'abisso. Da sotto, Mallory le guardava sbiancata per il
terrore, gli occhi scuri cerchiati e inorriditi, il volto insanguinato per il colpo ricevuto.
«E vero o no?» insisteva ormai roca Parrie.
«E vero, è vero, maledette!» gridò. «Sono stata io, le avevo detto che era la prova per
entrare nel gruppo. Sono stata io, l'ho portata là, le ho detto di salire sul trampolino, l'ho sentita
cadere… Non lasciarmi cadere, Parrie! Ti supplico!»
Ma ormai altre mani avevano raggiunto quelle di Parrie, le mani muscolose di Lil, quelle
esili di Grace, le mani forti di Bryan… una catena di mani che le riportavano su, in salvo dal
limitare roccioso che segnava il confine della follia e della morte. Anche Parrie si rialzò.
«Fine del gioco» disse rauca, rivolta a Carol, mentre si massaggiava adagio il collo livido e
dolente.

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Capitolo 16

«Che male!» borbottò Parrie nel ruotare il braccio adagio, anche se il dolore non le importava
troppo perché le ricordava che era ancora viva. Non le era mai capitato di sapere apprezzare
tanto la vita e al tempo stesso di scoprire qualcosa di nuovo nella sua personalità.
«Ma che bel maglione a collo alto!» le disse una voce familiare, sorniona e ironica; era
Carol, ferma sull'uscio insieme a Grace e Lil.
«Nasconde i lividi» rispose brusca.
«Oh, Parrie…» iniziò preoccupata Grace.
«Mi spiace, ma non ho più voglia di stare con voi. Mi pare il minimo, non vi pare?»
«Be' sì, ma possiamo comunque entrare?» chiese Lil con la solita mancanza di sensibilità,
forse una difesa contro la gente che l'aveva torturata da ragazzina con accuse tremende e
ingiuste.
«Chi nasce pecora lo è per sempre, ahimè! farfugliò Parrie con un sospiro di
autocommiserazione.» Dai, entrate.
«Pecora? Di che pecora parli?» fraintese Lil, poi con aria professionale: «Un po' di
stretching aiuta i muscoli infiammati, ma non farlo subito, aspetta qualche giorno.»
«Caspita! Grazie per il consiglio, Lil!» a Parrie venne da ridere di gusto, nonostante il dolore
e i lividi alla gola.
«A dire la verità, siamo noi che ti dobbiamo ringraziare» continuò Lil.
«E perché? Per essere stata una stupida pecora?»
«Certo che no!» esclamò Grace riscaldandosi. «Lascia che ti raccontiamo tutto…»
«La verità?»
«Tutta la verità.»
Grace si sedette sul letto a gambe incrociate, Carol scelse la sedia della scrivania mentre Lil
aveva preferito un cuscino sul pavimento.
«D'accordo, sono pronta, ditemi tutto» concluse Parrie, appoggiata al guanciale.
«Come sai, dieci anni fa ci trovammo tutte allo stesso campo estivo» toccava a Grace
raccontare la storia. «Venivamo da diverse città e nessuna di noi era mai stata a un campo, però
si dormiva nella stessa tenda e diventammo subito amiche, tranne una di noi.»
«Mallory» interruppe Parrie.
«Non ricordo come mai non si inserì nel gruppo» continuò Grace annuendo. «Non
sembrava che le importasse un gran che, aveva altre amiche. Anche quando si cominciò con la
società segreta, come fanno le ragazzine a otto anni, con la parola d'ordine, i nomi in codice e
cose del genere, si mostrava indifferente.»
Invece Jennifer, che era nella tenda accanto alla nostra, voleva davvero essere una di noi,
non come Mallory. Ma più ci provava, più noi la rifiutavamo, anche se lei non smetteva mai di
starci dietro. Più volte ho pensato che se fossimo state più generose, se l'avessimo accolta, tutto
questo non sarebbe successo!
Comunque Mallory ha confessato la verità sulla morte di Jennifer. Tutta la colpa ricadde su
Lil e indirettamente su tutte noi. Fummo rispedite a casa subito, dove ci proibirono di parlarne

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con chiunque, ma tra noi ci siamo sempre tenute in contatto, senza che i genitori lo sapessero.
In qualche modo, facevamo ancora parte della società segreta, solo che il segreto che ci teneva
unite era sapere la verità sulla morte di Jennifer, senza poterla provare.
Solo per caso siamo capitate nella stessa università, non avevamo fatto dei progetti
particolari a proposito, ma proprio il primo giorno di scuola, Lil ha riconosciuto Mallory. Si è
messa subito in contatto con noi, pareva che il destino volesse darle l'occasione di riscattare un
grave torto, di dimostrare la sua innocenza.
Ma come forzare Mallory a ammettere la verità? Ne abbiamo parlato per giorni, prima di
trovare l'idea giusta, il Gioco della Verità!
Si cambiò tutte nome, usando una variante di quelli veri. Carol per Carolyn, Lil per Jillian,
Jean invece che Jeannette e per me Grace al posto di Sarah Grace. Cercammo anche di cambiare
d'aspetto, anche se già eravamo cambiate molto dai tempi del campo estivo. Sembrava
funzionare, visto che Mallory non ci aveva riconosciute.
Quando ti sei avvicinata a noi il giorno della festa, lei faceva parte del nostro gruppo, un
gruppo di nuove amiche qui a Salem. Ti abbiamo tirata dentro per aiutarci a nasconderci, a
coprire quello che stava succedendo.
Il gioco doveva iniziare in modo leggero. Il cambio zucchero«sale era uno degli scherzi che
succedevano spesso a Jennifer, così anche se Mallory non ci avrebbe badato più di tanto, le
avrebbe dovuto comunque ricordare qualcosa. Poi si cominciò a giocare sul serio. All'inizio
tutto procedeva come era stato previsto, costruendo prove su prove fino a un eventuale
confronto con Mallory per costringerla a dire la verità.»
Invece mi trovai rinchiusa nel garage. Era stata Mallory, che aveva prenotato un taxi alla
prima svolta del sentiero del lago e si era fatta portare alla casa del professore. Arrivò dopo di
me e mi seguì nel garage e… il resto lo sai già. Non so se volesse uccidermi o solo darmi un
avvertimento, ma fu subito chiaro che Mallory aveva riconosciuto me o forse tutte noi. Ma non
ne eravamo certe, perciò si decise di continuare a giocare per vedere cosa sarebbe successo.
«E per tutto il tempo avete usato me come copertura!» protestò Parrie. «Così Mallory ha
cominciato a prendersela anche con me.»
A Parrie vennero in mente la telefonata minatoria, la notte infinita nel buio di Nightmare
Hall…
«Hai ragione, Parrie!» confermava Grace. «Quella notte del fantasma, Mallory stava con noi
per l'ultima ora di veglia, ma in qualche modo scivolò via non vista. Entrata da una finestra sul
retro della casa, si era infilata un costume preso a nolo per mascherarsi da spettro vero. Quando
sei svenuta, Jean ha perso la testa e ha cacciato l'urlo più forte che abbia mai sentito. Siamo
corse su tutte subito, con Mallory che si era già tolta gli abiti e fingeva di essere stata dietro di
noi per tutto il tempo.»
«Ma allora sapevate tutto!»
«Non volevamo che ti capitasse qualcosa e poi si temeva che ti saresti ritirata dal gioco.»
«Ma non sono il tipo che si ritira, proprio come Jennifer…» dichiarò fredda Parrie.
«Mi spiace davvero, Parrie. So che sei in collera con noi, ce lo meritiamo» fece Grace dopo
un attimo di silenzio.
«Ma pensala in questo modo, Parrie» la interruppe Lil. «Se non fosse per te, non sapremmo
ancora adesso la verità. E poi hai salvato la vita a Mallory, e in un certo senso anche la mia…»
«Cosa ne sarà di lei?» chiese Parrie.
«Non lo so. L'abbiamo accompagnata dal vicerettore questa mattina, la polizia riprenderà in
mano tutta la vicenda.»

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«Giustizia è fatta» mormorò Parrie «Ho chiamato al telefono i miei poco fa» esultava Lil.
«Andrò a casa questo fine settimana, abbiamo tante cosa da dirci.»
«Ma prima volevamo parlare con te, e ringraziarti»concludeva Carol con insolito
entusiasmo. «Insomma, volevamo dirti che ormai sei un mito per noi!»
«Io? Un mito? Ma se sono una pecora!»
«Come fai a insistere a dire una cosa del genere dopo quello che hai fatto?»
«Penso a quello che non ho fatto. Vi ho seguite passo passo, anche quando sapevo che c'era
qualcosa di strano nella storia. Ho cercato di inserirmi, di adattarmi, perché desideravo tanto che
fossimo amiche. Mi avete presa in giro e sono viva per miracolo. Se penso che temevo di farvi
conoscere il mio segreto! Pensate che una volta avevo cercato di liberarmi della mia sorellina
fingendo di perderla in un supermercato. Subito pentita, l'avevo cercata disperatamente fino
all'ora di chiusura, ma nessuno si era accorto di me e rimasi chiusa nel negozio tutta la notte. E
da allora che ho paura del buio.»
«Tutto lì?» chiese Lil.
«Ma cosa avevano scritto le altre?»
«Avevamo concordato di scrivere tutte la stessa cosa» spiegò Carol. «Il foglio di Mallory era
in bianco. Anche ieri sera abbiamo scritto tutte La roccia del Belvedere e abbiamo piegato i fogli
in un certo modo.»
«Comunque lo si è fatto a fin di bene» disse Grace.
«Ora che la verità è venuta a galla, possiamo diventare amiche per davvero.»
«Non lo so, non ne sono convinta» disse Parrie.
«Pensaci, spero che si possa davvero ricominciare daccapo» concluse Carol, uscendo
insieme a Lil. Grace fece per seguirle.
«Aspetta, Grace!» Parrie la richiamò. Grace aspettò.
«Ho ancora un sacco di cose da imparare e non so se voglio far parte del vostro gruppo, o
di qualsiasi gruppo in futuro. Ma vorrei che almeno noi due fossimo amiche, che ne dici?»
«A me sta bene» rispose Grace.
«Adesso però mi sento stanca, ho bisogno di riposare.»
«Ti telefono io più tardi» le promise Grace uscendo. La porta si richiuse adagio dietro di lei.
Un tempo non sarebbe stata capace di dire quelle parole, avrebbe accettato qualsiasi cosa
pur di tenersi delle amiche, eppure tutto era diverso adesso.
Si sdraiò pensando agli avvenimenti assurdi delle ultime ventiquattr'ore. Chi le avrebbe mai
creduto? Era difficile persino per lei convincersi che fosse tutto vero e che era sopravvissuta per
raccontarlo. Ma a chi?
Sorrise tra sé. C'era una persona che conosceva già quasi tutta la storia, che le aveva creduto
anche quando lei stessa aveva avuto dei dubbi, una persona che le voleva bene e si
preoccupava per lei, al punto da seguirla di nascosto una notte fino al Belvedere.
Se Bryan non si fosse buttato di sorpresa verso di loro quella notte, forse Mallory non
avrebbe mollato la stretta… chissà!
Si alzò e andò al telefono. Bryan rispose al secondo squillo.
«Bryan?»
«Parrie! Cara, come ti senti?»
Nel sentire quel tono caldo e appassionato, Parrie sorrise felice.
«Sto bene, benissimo. Anzi direi che non sono mai stata così bene in vita mia.»
E stava dicendo la verità…

70
Fine

Indice generale
GIOCO MORTALE 1
Trama 2
Cenni sull'autrice 2
Capitolo 1 3
Capitolo 2 11
Capitolo 3 17
Capitolo 4 22
Capitolo 5 26
Capitolo 6 30
Capitolo 7 34
Capitolo 8 41
Capitolo 9 47
Capitolo 10 52
Capitolo 11 58
Capitolo 12 63
Capitolo 13 66
Capitolo 14 70
Capitolo 15 76
Capitolo 16 84
Fine 88

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