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CAP I.

LA POLITICA

 Che cos’è la politica?


Da secoli questa domanda sollecita le riflessioni di filosofi, storici e studiosi
di scienza politica. Il concetto è sempre stato analizzato in relazione alle sue
caratteristiche principali, senza poter raggiungere un’unanimità di consensi o
almeno una definizione completa, complessa e universalmente valida.
Considerata la sua immensa importanza nelle nostre vite, vale la pena analizzarla
sotto ogni suo aspetto nel tentativo di inquadrarla al meglio e di capirla in tutte
le sue sfumature.
Le risposte alla domanda su che cosa sia la politica ci hanno lasciato un
numero per niente indifferente di definizioni e, ogni una di essa ritrae,
senz’ombra di dubbio, un aspetto essenziale della politica ma ad una analizzi più
approfondita ci risulta che alcune offrono dei concetti alquanto vaghi e
incompleti.
Vista la complessità delle nostre realtà potrebbe anche apparire un’impresa
impossibile quella di offrire una definizione capace di coprire orizzonti spaziali
e temporali più ampi possibili, perciò la soluzione migliore sarebbe quella di
seguire una linea di indagine che comincia con il rispondere ad alcune domande
intorno alla politica: “chi sono i politici?”, “quali sono le modalità tipiche di
questa attività?”, “esistono luoghi privilegiati della politica?” e “quali sono i suoi
obiettivi?”. Dunque, le prime domande da porre sono: chi, come, dove e perché.

Chi?

Indubbiamente, la politica si manifesta nel modo più evidente e immediato


attraverso gli attori e i loro comportamenti. “La politica è quello che fanno i
politici” potrebbe essere una comoda via d’uscita al nostro problema, peccato
che il ragionamento risulta circolare e non offre alcuna delucidazione. Di
conseguenza, si presenta la necessità di capire quali sono le tipologie di attori
che s’impegnano in questa attività chiamata “politica”. La risposta più evidente,
al giorno d’oggi, sono i professionisti a tempo pieno, eletti dai cittadini che
vivono “di” e “per” la politica.
La nostra storia e la nostra realtà ci insegnano, però, che alla politica non
partecipano solo i politici di professione ma anche tanti altri soggetti che
provengono da altri ambiti e che si collocano a cavallo tra politica e economia,
o cultura, o società, o religione, o amministrazione, o anche altre sfere di attività.
Questo vale a dire che c’è uno scambio tra la politica e altre sfere dell’esperienza

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umana, quali economia, società, religione, o burocrazia e che la politica non è
una realtà impermeabile. In sostanza, la politica non è il terreno esclusivo di
azioni di attori la cui identità è unicamente politica. Ne consegue, in primo luogo,
che non è possibile definire il concetto di politica sulla base degli attori che la
impersonano però questo potrebbe rivelarsi utile nel capire certe ambiguità della
politica stessa.

Come?
Quando si riflette sul modo in cui viene effettuata questa attività chiamata
genericamente politica, si pensa alle forme in cui essa si esprime. Ciò che
caratterizzerebbe la politica è un modus operandi non violento e basato sul
dialogo, contrapposto ad uno coercitivo; decisioni imposte dall’autorità piuttosto
che basate sullo scambio, il ricorso a valutazioni d’interesse pubblico rispetto a
quelle dettate dalla razionalità utilitaristica economica, il carattere pluralistico
invece che monistico, o ancora il prevalere dell’opinione e della ricerca del
consenso rispetto alla ricerca della verità.
A prima vista potrebbe sembrare possibile individuare una modalità
specifica della politica ma un esame più attento ci rivela quanto numerose e
diverse siano le forme in cui si esprime ciò che chiamiamo politica. La
contrapposizione tra un modo politico e altri modi che pensiamo appartengano
ad altri settori d’attività fallisce nel individuare un modus operandi politico, in
quanto la politica non è un dominio completamente separato da altre realtà e
spesso le modalità di agire che si osservano in altri settori si possono facilmente
contemplare anche nella politica. Il dialogo ma anche la violenza, convinzione
ma anche coercizione, decisione e non decisione ricorrono anche nella vita
politica poiché essa ha una capacità straordinaria di assorbire moduli
comportamentali derivanti da altre esperienze molto diverse. Questo ci conduce
alla conclusione che certe modalità di azione hanno di volta in volta una
rilevanza peculiare nella attività politica ma non la caratterizzano del tutto;
semmai individuano solo una particolare politica rispetto ad un altre.

Dove?

Se si parte dalla radice etimologica del concetto di politica (polis), ci


appare ovvio il fatto che questa attività è caratterizzata da un ambito ben definito
all’interno del quale l’esperienza politica si colloca. La presenza di uno specifico
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ambito di svolgimento ci offre la possibilità di individuare una differenza rispetto ad
altre importanti sfere d’attività, quali quella economica, morale o religiosa. Questo
porta a collegare la politica allo stato e ad una determinata collettività ma data la
molteplicità delle collettività che gli esseri umani creano ci si deve chiedere allora se
quelle politiche abbiano qualcosa di speciale rispetto alle altre. La risposta a questo
quesito fa riflettere sul carattere instabile dell’entità territorialmente definite il che vuol
dire che non c’è una soglia dimensionale capace di definire univocamente la politica
di una comunità. Per quanto riguarda la comunità nazionale, questa identificazione si
rivela illusoria in quanto le cosiddette identità nazionali possono subire modifiche e
non appaiono oggi cosi ovvie come potevano sembrare qualche tempo fa. Peraltro,
esistono entità politiche che non si definiscono affatto in termini di identità nazionali.
Basterebbe pensare, per esempio, alle lealtà dinastiche che non tengono conto dei
confini o delle collettività nazionali.
In conclusione, la politica è sempre legata ad una collettività ma la definizione
di questa non è scontata né naturale. Anche sotto questo profilo la politica è variabile.
In una certa misura può anche esistere una politica senza lo stato o al di fuori dello
stato, ad esempio, nell’ambito di un’associazione o di un altro tipo di collettività. In
questo senso parliamo di ubiquità della politica.

Perché?
La politica persegue obiettivi propri e distinguibili che ne consentono una
caratterizzazione empirica precisa? Senza dubbio, alla politica corrisponde una grande
varietà di obiettivi. Uno di questo è l’ordine, a sua volta mezzo per il raggiungimento
di altri fini. Alla politica viene data la responsabilità di assicurare l’ordine all’interno
di determinati confini e, dunque, la convivenza pacifica. Ciò che è peculiare della
politica è il fatto che nel tentativo di assicurare l’ordine deve organizzare una
collettività particolare e costituire un’autorità all’interno della quale si assume
istituzionalmente quella responsabilità. Facendo questo la politica crea una potente
forma di coesione e di identità collettiva, ma al contempo però, anche una forte
separazione verso l’esterno. La conseguenza ulteriore è che la politica tende a dividere
la realtà in due: quella relativa ai rapporti interni alla collettività e quella dei rapporti
esterni.
L’ordine è solo un fine intermedio in vista di altri obiettivi. Strettamente legato
ad esso sta la possibilità di prendere decisioni che hanno conseguenze sulla collettività
di riferimento. Tali scelte nei fatti distribuiscono costi e benefici, materiali e non,
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sempre all’interno della collettività di riferimento dando contenuti multiformi alla
politica.

La definizione
Caratteristiche della politica: ambiguità, varietà, ubiquità e molteplicità.
Ordine interno può essere statico e conservatore, ma può anche essere dinamico e
innovatore.
Politica= insieme di attività, svolto da uno o più soggetti individuali o collettivi,
caratterizzato da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione,
cooperazione e consenso, inerenti al funzionamento della collettività umana alla
quale compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e della
distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e non.
In termini più sintetici si può dire che la politica riguarda la gestione della
collettività responsabile dell’ordine pacifico.

 Le tre facce della politica

1. Politics
2. Policy
3. Polities

1. Politics, ovvero il problema del potere e delle istituzioni

Questa prima faccia della politica ha suscitato un enorme interesse da parte


degli studiosi, cosa assai comprensibile dato che definisce la sfera del potere,
inteso come capacità di influire sui comportamenti e sulle decisioni prese dagli
individui.
Il concetto di potere, che è ampiamente presente in quasi tutte le aree della
nostra realtà, assume in questo contesto un’importanza colossale poiché il
principale ruolo della politica è quello di assicurare la pace interna e, di
conseguenza, una convivenza pacifica.

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Lo studio del potere si può idealmente articolare su due piani fondamentali:
- Il primo è quello che analizza le “architetture” del potere ovvero i regimi
politici;
- Il secondo è quello che studia gli attori che operano all’interno di questi e i
processi che vi si svolgono.
Dunque, sul primo abbiamo tutti quelli elementi- pluralità di partiti,
elezioni libere e competitive, garanzie di libertà, responsabilità degli organi
di governo nei confronti del popolo- che nel loro insieme concorrono a
definire un regime democratico e a distinguerlo da altri tipi di regime.
Sull’altro piano troviamo lo studio degli attori, singoli o collettivi, che
operano nella democrazia (leader, partiti politici, gruppi di pressione,
movimenti, elettori) e delle loro caratteristiche organizzative, culturali e cosi
via.
Questa distinzione ricalca solo parzialmente quella tra elementi di
lunga durata ed elementi più variabili della politica. Tendenzialmente, le
caratteristiche di un regime democratico vengono affidate a strumenti
giuridici molto complessi, quali le leggi fondamentali o le costituzioni, e la
loro modificazione potrebbe risultare molto difficile. Viceversa, attori e
strumenti sono più suscettibili ad assumere configurazioni e contenuti
variabili ma questa mutabilità rimane solo una possibilità e non si deve
manifestare necessariamente. Anche a questo livello si possono osservare
fenomeni di durata rimarchevoli in quanto i partiti o i comportamenti elettorali
possono presentare una continuità nel tempo tale, in alcuni casi, da scavalcare
le trasformazioni totali o parziali di un regime democratico.
Per ciascuno di questi due livelli possiamo distinguere tra approccio di
studio statico e di breve periodo (individuare le differenze tra diversi regimi
politici e analizzare le loro strutture interne) e un approccio dinamico e di
lungo periodo (es. trasformazioni di regime, dai regimi tradizionali a quelli
moderni o da quelli non democratici a quelli democratici).
Per quel che riguarda le componenti interni di un regime avremo studi
sugli attori individuali (leader e altri componenti delle élite) e collettivi (partiti
politici, gruppi di pressione) e sulle loro caratteristiche, sulle istituzioni
formali come parlamenti e governi, e sui processi che li vedono coinvolti.
Mentre gli studi di tipo statico tenderanno a mettere a fuoco i caratteri di
queste diverse componenti e le interazioni tra di esse in un dato periodo, gli
studi dinamici analizzeranno come questi siano cambiati in un periodo di
tempo più lungo.

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2. Policy, ovvero la politica nella società
Ad una prima vista potrebbe sembrare che fare “politica” significhi solo
conquistare il potere ma, in realtà, gli attori che sono impegnati in quest’ambito
hanno il grande compito di risolvere i problemi della comunità attraverso degli
provvedimenti, interventi e programmi d’azione. Questo secondo aspetto va sotto
il nome di politiche pubbliche di una maggiore o minore importanza, a seconda
della posta in gioca. Si va, infatti, da provvedimenti isolati che interessano gruppi
di popolazioni ed ambiti di interessi con effetti ben delimitati nel tempo, a delle
decisioni che toccano settori molto ampi della popolazione.
Dal punto di vista della scienza politica studiare le politiche significa
analizzarne i contenuti e mettere in luce i costi e i benefici che essi comportano.
In secondo luogo, significa anche indagare il processo di decisone
(dall’individuazione dei problemi alla formulazione di proposte alla decisionale
finale) ma anche gli attori che in questi sono coinvolti e delle relazioni che
intercorrono tra di essi. Infine, merita una specifica attenzione tutto il processo
di attuazione delle politiche poiché l’attuazione di una politica non discende
automaticamente dalla sua decisione ma richiede di molti altri soggetti e, può,
quindi, essere facilitata, distorta o addirittura bloccata e resa inefficace.

3. Polity, ovvero il problema della comunità politica organizzata

Polity= definizione dell’identità e dei confini della comunità politica


La storia ci ha insegnato che l’identità di una nazione o di una comunità
politica non è un qualcosa di naturale e immutabile, ma invece mutevole e
artificiale e i cambiamenti che avvengono a questi livelli sono molto consistenti
e anche drammatici. Per quanto riguarda i confini, invece, questi sono considerati
sacri e di particolare rilievo.
Il concetto di polity comprende proprio questi aspetti della politica che
riguardano la definizione della comunità politica e, le relative strutture e i
processi di mantenimento e cambiamento.
La prima domanda che si pone a questo livello riguarda la natura e le
caratteristiche della polity. In questo senso, abbiamo delle polities
ermeticamente chiuse verso l’esterno che minimizzano la possibilità di uscita o
di entrata e polities molto più aperte sia in uscita che in entrata. L’epoca
contemporanea è stata dominata da un particolare tipo di polity, lo stato nazionale
(forte e diffuso senso di appartenenza ad una comune identità culturale), ma non
mancano anche polities multinazionali basate su una comunanza di intenti
(specialmente economici) più che da una preesistente identità comune.

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La natura della polity non dipende, però, solo dalla base sulla quale si basa
ma anche dalla sua organizzazione interna. In questo senso, possiamo osservare
che vi siamo delle polities molto centralizzate, che tendono ad avere un unico
sistema di autorità che assicura in modo diretto o indiretto la realizzazione di tutte
le politiche pubbliche, e dall’altro canto ci sono delle polities che hanno un
elevato grado di decentramento e che riconosce delle competenze a comunità di
ambito territoriale più ristretto.
Come è già accaduto per le altre facce della politica, anche in questo caso
possiamo parlare di un approccio statico o dinamico. Anche se ad un primo
esame, potrebbe sembrare che il processo di costruzione e di distruzione non sia
facilmente distinguibile dal processo di politics (ovvero la conquista e gestione
del potere), in realtà vi sono delle peculiarità proprie. Investendo la dimensione
dell’identità di una comunità politica e dei suoi confini con le altre comunità
politiche, questi processi riguardano uno spazio che sta tra politica interna e
politica internazionale. La costruzione e il mantenimento, o viceversa la crisi e la
distruzione di una polity hanno a che fare in misura significativa con le capacità
di azione e con i successi o gli insuccessi sulla scena internazionale.
Allo stesso, però, oltre che alla dimensione esterna si rivela di grandissima
importanza anche la dimensione interna. Un ruolo importante in questo senso
l’hanno avuto i meccanismi simbolici che sono in grado di creare il sentimento
di appartenenza ad una determinata comunità e cultura. Basta solo pensare a tutti
gli elementi che vengono investiti con un grande significato a livello nazionale.
Un esempio in tal senso sono le bandiere, le cerimonie, inni, monumenti, luoghi
della memoria, personaggi e eventi storici. Ovviamente, l’insieme di tutti questi
elementi non possono assicurare da soli una polity per cui d’importanza critica
c’è anche la presenza di un’autorità al suo interno. I grandi stati europei non
sarebbero stati possibili in assenza di uno sviluppo di tecnologie e di apparati
potestativi capaci di imporre con successo l’autorità su tutto il territorio.

 Come cambia la politica?


Nel cercare di descrivere il modo in cui si è evoluta la politica degli ultimi
secoli, si possono osservare tre grandi linea di trasformazione della politica,
ovviamente con tutte le varianti nazionali. Si può affermare, senza ombra di dubbio,
che la costruzione dello stato nazionale, la nascita della democrazia e lo sviluppo del
cosiddetto welfare state universalistico riassumono i tre settori riguardanti l’evoluzione
della politica moderna.
Sul piano della polity si registra un fenomeno molto interessante, in contrasto
con le tendenze consolidate in passato. Fenomeni come l’integrazione europea o lo

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sviluppo di alcuni organismi internazionali e sovranazionali hanno dato luogo ad un
fenomeno di limitazione della sovranità esterna degli stati. Su un altro fronte il
crescente emergere di spinge regionaliste e autonomiste suggerisce che anche la
sovranità interna può essere sfidata e che, addirittura, questi stati potrebbero registrare
delle variazioni in termini di dimensioni e importanza.
Inoltre, oggi giorno, possiamo assistere anche ad un fenomeno di forte
decentralizzazione del potere. Il modello classico di governo centrale che era in
possesso di tutto il potere pare stia diminuendo la sua presenza in quanto, sempre più
frequentemente, si può assistere ad una coesistenza di livelli di governo, diversi tra loro
ma non gerarchicamente ordinati.
Per quanto riguarda il piano della politics, principalmente della definizione del
regime politico, sembra che si osservi la tendenza verso l’affermazione della
democrazia. Ne sono una buona prova tutti i paesi latino-americani che sono passati da
dittature militari o civili di vario tipo alla democrazia. D’altro canto, proprio adesso
quando la democrazia sembra stia registrando il suo trionfo, si ha la sensazione che il
suo cammino stia incontrando dei limiti e delle limitazioni. L’osservazione sorge
spontanea se si pensa ai livelli estremamente bassi di partecipazione dei cittadini alla
vita politica o al livello di insoddisfazione e di sfiducia che essi hanno nelle istituzioni
della democrazia. Quello che era l’ideale della democrazia, cioè il controllo dei
cittadini sul potere, si realizza oggi nella pratica quotidiana in misura tutt’altro che
piena il che vuol dire che le democrazie sono destinate a cambiare.
Quanto al livello della policy, il welfare stare, la cui crescita sembrava
inarrestabile, deve fare i conti con crescenti ripensamenti. Di fronte al cambiamento di
alcune variabili (come ad esempio le dinamiche demografiche o la concorrenza
internazionale se si pensa al settore economico), alcune policies hanno dovuto accettare
i propri limiti e si sono riposizionate in modo diverso rispetto al passato. Sta di fatto
che il cosiddetto stato interventista ha cercato di minimizzare sempre di più il suo
intervento e siamo stati testimoni al fenomeno di depoliticizzazione della sua attività
in alcune aree della realtà socio-economica. In tal senso basta solo pensare al settore
pensionistico, piuttosto che a quello della santità, nonché ad alcune politiche di
privatizzazione nell’ambito economico. Tutto questi esempi sono una valida
dimostrazione che lo stato ha fortemente voluto ridurre il suo ruolo e restituire ai privati
una parte di responsabilità.