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Lessico neorazzista

di Ilaria Possenti

Dirigente: Faceva molto freddo in quel periodo, e quegli uomini, marocchini e albanesi, erano un senza tetto e senza lavoro. Avevano occupato un casolare diroccato, e noi insieme alla ASL gli avevamo comprato dei bei materassi e delle coperte, nuovi. Ma qualche giorno dopo siamo tornati e i materassi e le coperte non c'erano più.

Ricercatrice: Perché?

Dirigente: Sa, magari, nella loro cultura, erano abituati a dormire per terra. 1

L'analisi del linguaggio pubblico, politico e mass-mediatico sull'immigrazione evidenzia oggi

una crisi profonda della cultura dei diritti. Appare infatti sempre più diffuso un lessico

"neorazzista" che legittima forme di inferiorizzazione dell'altro e pratiche di diseguaglianza

attraverso un approccio di tipo culturalista, fondato sull'assunto implicito che le culture siano

mondi omogenei e tendenzialmente immutabili, e che gli individui siano integri esponenti della

cosiddetta "cultura di appartenenza". In altri termini il culturalismo neorazzista (Taguieff,

Balibar, Dal Lago) suppone che gli "altri", i migranti, non siano in grado di usare esperienze e

apprendimenti personali, maturati entro una certa traiettoria sociale e culturale, come "un

repertorio di possibilità" (Geertz): "loro", diversamente da "noi", non sarebbero in grado di

interagire soggettivamente con i sistemi culturali in cui si sono formati e con quelli con cui sono

entrati in contatto.

Si tratta spesso di un razzismo implicito, non riconosciuto e involontario, non di rado veicolato

"in buona fede": segno, appunto, che il collasso è profondo, radicato, che siamo parlati dalle

nostre parole, molto al di là della nostra consapevolezza. Rischiamo così di prestarci, come

sprovveduti,

alla

reiterazione

di

affermazioni

arbitrarie

scambiate

per

dati

di

fatto,

alla

riproduzione di stereotipi, alla costruzione sociale di retoriche e prassi incompatibili tanto con

una prospettiva interculturale, quanto con una cultura dei diritti. Da questo punto di vista,

esplicitare gli impliciti del linguaggio può servire a evitare che sotto la voce "intercultura" si

trovino pratiche solo apparentemente ovvie: come, a scuola, chiamare l’“imam” per affrontare la

depressione di una ragazza di origine marocchina. Giuseppe Faso ha recentemente parlato, in tal

senso, di un nuovo "razzismo democratico" e di "parole che escludono".

Ma quali sono le "parole che escludono"?

Ci sono le parole che inferiorizzano, perché il loro significato spinge automaticamente verso il

basso i soggetti cui si riferiscono. Parole che parlano in modo del tutto arbitrario e infondato,

con il disprezzo paternalisticamente mascherato di chi chiaramente si sente più in alto. Accade

così che i corsi di italiano per migranti siano spesso chiamati “corsi di alfabetizzazione” e non

“corsi di lingua”, come se i migranti fossero per definizione analfabeti.

Ci sono poi le parole stereotipo: se uno studente o un lavoratore albanese è sempre l'“albanese”,

l’assunto implicito è che la sua appartenenza nazionale e "culturale" possa spiegare ogni aspetto

del suo comportamento, compresa la qualità delle sue prestazioni scolastiche o lavorative. Gli

stereotipi, si sa, hanno la funzione di colmare lacune cognitive e aiutarci a trovare risposte

immediate; nell'urgenza del quotidiano, accade che non riusciamo a farne a meno. Ma quando

uno stereotipo agisce sistematicamente nell’operato di un insegnante o di un operatore sociale,

la faccenda comincia a farsi inquietante.

Ci sono infine altre parole, le parole schermo, che sembrano nate per nascondere la realtà. Sullo

straniero “clandestino” grava ad esempio lo stigma dell'intruso pericoloso, o quantomeno

sospetto. Eppure gli uomini e le donne a cui questa parola si riferisce lavorano in mezzo a noi e

spesso dentro le nostre case: la loro "clandestinità" dipende, entro le politiche europee dell'area

Schengen, da un sistema di regole che oggi impedisce del tutto o per lunghi periodi, agli

stranieri provenienti da determinate aree del pianeta, di presentarsi in Questura per ottenere un

documento di soggiorno (i rischi che si corrono vanno dal provvedimento di espulsione, al

trattenimento in centri di detenzione ad hoc per stranieri, all'espulsione forzata). Le cose non

stavano così, com'è noto (o meglio: come è ormai del tutto rimosso ed ignoto), fino a poche

decine di anni fa.

Analogamente, “badante” è un termine dal sapore dispregiativo che disconosce “diritti civili,

competenze professionali, ricchezza di umanità”: ce lo ricorda, per una volta, un'illuminata

sentenza del Tribunale di Trento, che respinge l’espulsione di "badanti clandestine" fermate

durante una retata nei giardini pubblici della città. “La sentenza – come ha osservato Giuseppe

Faso – rovescia soprattutto l’immagine di queste lavoratrici, capaci di superare ostacoli

grotteschi […] e richiamate qui da richieste del mercato del lavoro tanto pressanti da aver dato

luogo a convenzioni e varie iniziative istituzionali” (G. Faso, Lessico del razzismo democratico,

DeriveApprodi, p. 29).

Naturalmente, ci sono ancora altri generi di parole che escludono: le parole della paura, che

circolano

nelle

retoriche

dell'"invasione";

le

parole

ignoranti,

che

vengono

usate

senza

cognizione di causa, come quando all'"islam" è sistematicamente associato lo spettro del

fondamentalismo; le parole ideologiche, che rovesciano l’apparenza includente in un significato

escludente, come accade quando il termine “integrazione” viene riferito al singolo individuo e

diviene sinonimo di “assimilazione” (rovesciando così, come osserva Abdelmalek Sayad, una

tradizione sociologica che parla semmai di società più o meno ben integrate e più o meno

capaci, di conseguenza, di integrare senza assimilare).

La costruzione sociale dell’esclusione può facilmente passare attraverso il lessico neorazzista,

che si imprime con effetti performativi nel discorso pubblico e mass mediatico, nel linguaggio

giuridico e delle professioni sociali, nell’argomentazione politica come nei contesti formativi e

lavorativi, dove lo "straniero" è sempre effettivamente o potenzialmente presente.

Ma, poiché il linguaggio è anche questione di “egemonia”, e non solo non un'opzione della

ragione, non è facile limitarsi a confidare nella possibilità di un linguaggio diverso.

La maturazione di un "lessico interculturale" si lega, probabilmente, all'affermazione di una

riflessione critica sulla cultura e a una nuova capacità sociale di tenere insieme il discorso sulla

cultura e quello su soggettività e diritti.