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1) I fondamenti

Introduzione

L’economista e il Principe: tre impostazioni diverse

Gli atteggiamenti che l’economista ha facoltà di scegliere riguardo al tema della decisione sono 3:

a. Economia positiva: può evitare la politica come oggetto di studio per concentrarsi sugli effetti delle
scelte pubbliche. L’economista cerca di determinare attraverso quali canali le decisioni pubbliche
influenzano i comportamenti privati. La politica economica (principe), in questo caso, viene
considerata come un dato esogeno.
b. Economia normativa: può tentare di esercitare su di essa la propria influenza, indirizzandole delle
raccomandazioni. L’economia normativa si imbatte in difficoltà alle quali l’economia positiva sfugge
per tre ragioni:
1) Necessità di definire degli obiettivi di politica pubblica e di comporre i trade-offs tra gli obiettivi
alternativi
2) Incertezza sulla decisione giusta in un mondo in cui non sono possibili che degli ottimi di second
best (first best=migliore delle soluzioni possibili)
3) Asimmetrie informative
c. Political economy: può assumerla come tema principale, sforzandosi di rappresentarne le
determinanti delle politiche economiche . Si occupa di rappresentare i vincoli e i processi di
decisione nei regimi democratici.
In seguito alle ricerche sulle aspettative razionali la presa di coscienza che gli agenti privati non si
accontentano di reagire a degli stimoli come degli automi, ha messo in discussione l’idea secondo cui lo stato
debba sovrastare l’economia e dirigerla. Se vi è una crisi è perché gli agenti privati conoscevano le preferenze
dei decisori pubblici o almeno le ipotizzavano e hanno potuto dunque speculare sulla probabilità che un paese
entrasse in default sul suo debito o lasciasse l’Eurozona.

In sintesi, l’economia positiva resta alla base dell’analisi delle decisioni pubbliche, ma essa è sempre più
integrata dalla political economy.

L’economia normativa resta certamente importante ma, cosciente dei propri limiti, è diventata più
modesta: mettere in luce una carenza dei mercati per giustificare un intervento pubblico non è più
sufficiente, occorre anche assicurarsi che esso sarà effettivamente in grado di migliorare la situazione.

Quanto alla political economy, essa fornisce spiegazioni utili, in particolare al fine di apprendere la
dimensione economica della riforma delle istituzioni nazionali e internazionali.

Ruolo per la politica economica

I principali compiti dei decisori di politica economica possono classificarsi:

a. Definire ed applicare le regole del gioco economico: definisce il quadro all’interno del quale gli agenti
privati assumono le proprie decisioni. In questo è incluso la protezione dei consumatori, la politica della
concorrenza, la supervisione dei mercati finanziari e il controllo delle banche e delle assicurazioni. La
legislazione economica assume una dimensione internazionale crescente tramite accordi e trattati
internazionali all’interno e non solo dell’Unione europea.

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b. Tassare e spendere: imposte e sicurezza sociale, produttività attraverso le spese per le infrastrutture, ricerca
e istruzione, domanda aggregata attraverso il consumo e gli investimenti pubblici o pressione fiscale
c. Emettere moneta e regolarne l’offerta: definizione e realizzazione della politica monetaria dipendono
dalla banca centrale che è responsabile della fissazione dei tassi di interesse, del mantenimento del valore
della moneta e della disponibilità di liquidità per il settore bancario, anche in caso di crisi
d. Produrre beni e servizi: responsabilità dell’offerta delle cure sanitarie, istruzione o controllo di imprese
pubbliche in settori come il trasporto o l’energia
e. Risolvere i problemi: cercare di influenzare le decisioni private o almeno darne l’illusione
f. Negoziare accordi con altri paesi: i governi partecipano alla “governance” delle istituzioni regionali e
mondiali, o a forum informali
Sicuramente la politica economica ha delle accezioni diverse da un paese all’altro:

Negli stati uniti le discussioni si incentrano soprattutto sulla fissazione dei tassi di interesse da parte della
FED, sulle reazioni del congresso alle proposte del presidente in materia di tassazione e bilancio e su un
insieme limitato di argomenti, come la sicurezza energetica o la riforma dell’istruzione.

Nell’UE, sono le riforme strutturali a occupare l’agenda del dibattito.

Nell’Europa orientale, la politica economica consiste soprattutto nell’introdurre la dinamica del mercato e
privatizzare le imprese dello stato.

Infine in Argentina, Brasile, Turchia l’unica ossessione è il controllo dell’inflazione e la prevenzione o la


gestione delle crisi finanziarie.

Strumenti della politica economica

Per perseguire molteplici finalità, la politica economica dispone ovviamente di numerosi strumenti. Tra i più
tradizionali abbiamo:

a. La politica monetaria: fissazione dei tassi di interesse ufficiali


b. La politica di bilancio o fiscale: il livello della spesa pubblica e delle aliquote di imposizione
Al di là dell’approccio macroeconomico, essa si avvale anche di una gamma di strumenti microeconomici:
regolamentazioni, struttura dei tributi diretti e indiretti sulle famiglie e sulle imprese, sussidi, trasferimenti
della sicurezza sociale, scelte di spesa e investimento pubblico, o anche scelte nel quadro della
concorrenza.

Infine le istituzioni estendono direttamente la loro azione al funzionamento dei mercati e influenzano
l’efficacia degli strumenti di politica economica.

Politica economica come insieme di trade-off

Regola di Tinbergen: il perseguimento di obiettivi indipendenti di politica pubblica necessita che il governo disponga
di un numero almeno equivalente di strumenti indipendenti.

Ai governi, accade però, di dover perseguire molteplici obiettivi con una gamma limitata di strumenti.
Quindi nella normalità, il compito dell’economista consiste nel mettere in luce i vari trade-off.

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Per esempio l’idea di un trade-off fra disoccupazione e inflazione, studiata da Phillips negli anni 60, metteva in luce la
relazione negativa tra il tasso di disoccupazione e il tasso di crescita dei salari nominali nel regno unito. La curva
decrescente rappresentativa (curva di Phillips), indicava che la riduzione della disoccupazione di un punto percentuale
avrebbe dovuto essere pagata con un aumento del tasso di inflazione.

Cambiare le istituzioni: riforme strutturali

Il trade-off occupazione/produttività, cui tutti paesi europei si trovano a dover dare una risposta, viene
descritto da una retta con pendenza negativa. L’aspettativa più ragionevole di una politica economica
sarebbe quella di elevare l’occupazione e nello stesso tempo la produttività. Quindi la soluzione migliore
sarebbe quella di modificare il trade-off, spostando la retta verso l’alto.

Più in generale, le proposte di riforma strutturale possono essere lette come tentativi di modificare le
combinazioni di politica economica cambiando le varie istituzioni ad essi preposte.

Nei paesi in via di sviluppo e in quelli emergenti, il concetto è stato quello di aggiustamento strutturale: un
insieme di riforme raccomandate dal Fondo monetario internazionale e dalla banca mondiale e imposte ai
paesi richiedenti assistenza finanziaria, spesso evocate con l’espressione Washington Consensus.

Le riforme strutturali hanno spesso un effetto negativo nel breve periodo, ma positivo in quello lungo.

L’esempio più radicale di riforma strutturale, alla fine del XX secolo è stato il passaggio di un certo numero
di paesi dall’economia pianificata all’economia di mercato.

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Motivazioni dell’intervento pubblico

Le tre funzioni della politica economica

Si distinguono tre funzioni essenziali della politica economica: (tripartzione di Musgrave & Musgrave (1989))

a. L’allocazione delle risorse: vi rientrano politiche dirette a fornire beni pubblici, come investimenti in
ricerca e sviluppo, istruzione, protezione dell’ambiente. Tendono di accrescere il più possibile
l’output raggiungibile, ossia l’output potenziale.
b. Stabilizzazione macroeconomica: affronta gli shock che allontanano l’economia dall’equilibrio
(politiche monetarie e di bilancio). Si propongono di minimizzare lo scarto tra output effettivo e
potenziale. (output gap)
c. Redistribuzione fra agenti o fra regioni: modifica della distribuzione dei redditi (politiche tributarie,
di tipo progressivo e sussidi sociali).
L’intervento pubblico ha come giustificazione il raggiungimento del primo teorema dell’economia del
benessere: muovendo da un equilibrio di concorrenza perfetta non si può migliorare il benessere di un
agente economico senza ridurre quello di un altro.

Tale acquisizione è allo stesso tempo:

a. Assoluta, perché nega che l’intervento pubblico possa migliorare le sorti degli uni senza
danneggiare quelle degli altri;
b. Limitata, perché non dice nulla sulla redistribuzione del reddito e della ricchezza fra gli agenti e
perché le condizioni di validità sono abbastanza rigide.

Allocazione (modificare l’equilibrio del mercato nel lungo periodo)

Si tratta essenzialmente di rimediare ai cosiddetti fallimenti del mercato. I motivi di intervento pubblico più
frequenti sono:

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a. Presenza di monopoli
Quando un’impresa è in posizione di monopolio, dispone di un potere di mercato che gli permette
di aumentare i prezzi, riducendo le quantità offerte. L’intervento pubblico può mirare a ristabilire le
condizioni di concorrenza, però molte volte il regime di monopolio è più efficiente in termini di
organizzazione industriale rispetto a quello della concorrenza, basti pensare che è più efficiente
avere un solo gestore di rete ferroviaria piuttosto che molti (monopolio naturale)
b. Esistenza di esternalità
In presenza di esternalità, il costo privato di una risorsa o il beneficio privato non coincidono con
quelli sociali. L’intendo, quindi è quello di trovare dei meccanismi che inducano o stimolino gli
attori privati a considerare gli effetti esterni delle loro azioni. Gli economisti individuano 3
strumenti: negoziazione fra attori privati, tassazione e sovvenzione e la pianificazione centralizzata.
c. Esistenza di asimmetrie informative
L’ottimità dell’equilibrio di mercato si basa sull’ipotesi di un’informazione perfetta, ma nella realtà
sappiamo che questo spesso non è possibile, basti pensare alle banche. Queste per evitare che il
tasso di interesse unico conduca a selezionare soltanto debitori a rischio (selezione avversa), è
ottimale per il creditore razionare il credito, il che è globalmente inefficiente.
d. Esistenza di mercati incompleti
L’ottimità dell’equilibrio di mercato si basa sull’esistenza di mercati per un insieme di transazioni ad
orizzonti più o meno lontani. Se certi mercati sono assenti o carenti, l’equilibrio di mercato non è
più necessariamente ottimale nel senso di Pareto.

Stabilizzazione (minimizzare deviazioni nel breve periodo rispetto all’equilibrio)

➢ In merito alla stabilizzazione, Keynes (anni 30) forniva all’intervento pubblico 2 motivazioni:
a. L’instabilità dei comportamenti privati (animal spirit) è suscettibile ad un’alternanza di estremi,
dall’ottimismo al pessimismo più completi;
b. Le rigidità nominali dei salari e dei prezzi impediscono a questi ultimi di equilibrare i mercati.
Quindi agli occhi di Keynes la combinazione di questi 2 elementi giustificava il ricorso a politiche di
bilancio e monetarie dette anticicliche concepite per limitare le fluttuazioni cicliche e scongiurare le
depressioni.
➢ Contrattacco monetarista (anni ‘70/80): shock economici (negativi) effetti ricchezza (saldi monetari
reali) sui consumi riequilibrio (di occupazione naturale) non stabilizzare!
➢ Interpretazioni recenti non-Keynesiane (es. «real business cycles», Kydland e Prescott, 1982)
Teoria dei real business cycles: spiega le fluttuazioni cicliche attraverso gli scock sulle tecnologie di
produzione e le reazioni degli agenti razionali ottimizzanti, evitando così ogni riferimento a
comportamenti irrazionali o a rigidità nominali.
➢ Gli studi contemporanei analizzano le politiche di stabilizzazione nel quadro del modello offerta
aggregata/domanda aggregata in base alla quale vi è una relazione tra prezzo del prodotto e
produzione (quantità).

L’offerta aggregata nel breve periodo è crescente perché ad un aumento del prezzo si riduce il salario reale
e rende la produzione più redditizia. Nel lungo periodo la disoccupazione si trova al suo livello di equilibrio
e quindi l’offerta si adegua

La domanda aggregata, invece, dipende negativamente dal prezzo, poiché un aumento di quest’ultimo
riduce il consumo e quindi la produttività.
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In questo contesto quindi abbiamo 2 distinzioni:

a. Variazioni della domanda o dell’offerta in relazioni a cambiamenti del prezzo: spostamento


lungo la curva dell’offerta o della domanda
b. Variazioni risultanti da perturbazioni esogene (schock): spostamento delle curve stesse

Uno schock da offerta è una modificazione esogena della relazione fra prodotto potenziale e prezzo
(accrescimento del prezzo del petrolio)

Uno schock da domanda è una modificazione esogena della relazione fra domanda e prezzo (contrazione
del consumo, quindi perdita di ricchezza delle famiglie)

Uno schock da domanda positivo sposta la curva di domanda aggregata verso destra, con un punto di
equilibrio dove produzione e prezzo sono più elevati.

Uno shock da offerta positivo, sposta la curva di offerta verso destra con la conseguenza di una produzione
più alta ma un prezzo più basso.

Nel lungo periodo il ragionamento è lo stesso salvo che per lo schock da domanda si traduce integralmente
nei prezzi, e per uno schock da offerta il risultato è equivalente a quello di breve periodo.

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Uno stimolo monetario o fiscale, però, è imponente davanti a uno spostamento della curva di offerta,
quindi le politiche della domanda non sono efficaci di fronte a uno schock dell’offerta. Occorre in tal caso
servirsi di politiche dell’offerta.

Nel mondo dell’informazione imperfetta gli economisti si occupano di rappresentare la struttura


dell’economia attraverso un modello di relazioni.

Y=F(X) un cambiamento del valore di Y può risultare sia da un cambiamento delle variabili X oppure dalla
funzione F.

In tempo reale, però i decisori non sono sempre in grado di individuare con certezze le varie cause delle
variazioni, quindi un approccio corrente è quello di partire dall’osservazione e di stimare delle equazioni di
tipo Y=F(X) applicate a un periodo passato.

Per esempio il consumo delle famiglie può essere rappresentato:

Un cambiamento del valore C può risultare dai cambiamenti nei valori delle variabili esplicative, da uno
shock temporaneo o cambiamenti dei valori dei coefficienti. In tali equazioni quindi il cambiamento di una
variabile può richiedere soluzioni di politica diverse tra loro.

Olivier Blanchard e Danny Quah (1989) hanno proposto un metodo empirico per identificare gli shock
dell’offerta e della domanda, basato sul fatto che tali shock hanno effetti opposti sulla coppia quantità-
prezzo. Essi stimano simultaneamente delle equazioni autoregressive che si collegano a variabili endogene
come la produzione e il prezzo e considerano i residui di stima corrispondenti come schock esogeni che
dopo la trasformazione, possono essere classificati come schock dell’offerta o della domanda.

Da questo possiamo capire come l’efficacia delle politiche di stabilizzazione è dimostrabile solo quando ci si
trova dinanzi a un quadro di ipotesi molto preciso.

Redistribuzione

Miglioramenti di equità ad efficienza (tre casi):


• 1. Costante: trasferimenti a somma fissa no impatto su incentivi economici agenti (es. libero scambio
internazionale con redistribuzione tra i fattori produzione).
• 2. Decrescente (trade-off a la Okun (1975)): imposte e sussidi ad aliquota impatto negativo su incentivi
(es. imposte e riduzione offerta fattori di produzione).
• 3. Crescente (trade-on): accesso istruzione/sanità meno abbienti miglioramenti di produttività del lavoro
«redistribuzione efficiente».

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Nel primo caso, le preoccupazioni relative all’equità sono completamente indipendenti dalla ricerca
dell’efficienza. È ciò che accade quando il governo detiene i mezzi per modificare la distribuzione dei redditi
grazie ai trasferimenti a somma fissa, che non modificano gli incentivi economici.

In pratica però non è sempre possibile realizzare dei trasferimenti a somma fissa. L’azione più concreta che
si può compiere è tassare i redditi, i profitti o il consumo e ridistribuire le entrate grazie a programmi di
assistenza mirati o a trasferimenti condizionati ai redditi. Ma queste imposte e sussidi sono distorsivi
perché modificano gli incentivi economici e l’equilibrio di mercato. Da ciò risulta che non è più possibile
separare le condizioni di equità da quelle di efficienza. È la ragione per la quale la redistribuzione dei
redditi richiede spesso un trade-off tra equità ed efficienza: più il reddito è ridistribuito maggiore sarà la
perdita di efficienza perché sia le imposte sia i sussidi riducono soprattutto l’offerta dei fattori di
produzione.

Ciò tuttavia avviene in ogni caso dal momento che la redistribuzione a volte può migliorare l’efficienza
economica. Le politiche pubbliche concepite per garantire l’accesso dei meno abbienti all’istruzione e alla
salute, per esempio, sfociano spesso in guadagni di efficienza legati al miglioramento della produttività del
lavoro.

La valutazione delle politiche economiche

1)Identificare l’obiettivo in modo adeguato: dal caso teorico di un unico obiettivo, a quello
pratico di criteri obiettivo-specifici.

L’obiettivo più generale che si possa assegnare alla politica economica è la soddisfazione delle famiglie
residenti, che gli economisti chiamano utilità. Essa è in grado di contemplare sia il consumo di beni e di
servizi che il tempo libero o la qualità dell’ambiente.

Una funzione di utilità istantanea simile in effetti è piuttosto generale: è possibile, per esempio farvi
rientrare il grado di varietà dei beni e dei servizi consumati; può anche includere considerazioni altruistiche
o di ordine morale.

L’utilità istantanea è tuttavia un criterio molto riduttivo. Occorre dunque adottare un contesto
intertemporale e dotarsi perciò di un tasso di sconto p al fine di aggregare le utilità del tempo.

Tutto dipende dalla scelta di p: un tasso di sconto elevato darà maggior peso al breve periodo e dunque al consumo
immediato; un basso tasso di sconto farà considerare maggiormente il benessere delle generazioni future.

La funzione di utilità intertemporale resta tuttavia quella di un individuo o famiglia particolare o di un unico
individuo rappresentativo. Il passo successivo sarà quello di aggregare le utilità di individui eterogenei
(disuguaglianze individuali).

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Il criterio di Pareto permette di comparare solo una minima frazione delle situazioni possibili, e quindi ci
porta a eliminare tutte quelle situazioni a partire dalle quali è possibile migliorare simultaneamente le
utilità dei due individui.

Per effettuare questa scelta occorre darsi una funzione di benessere sociale dove si prendono in
considerazione i soli indici che rappresentano gli individui o le famiglie che formano la società. Le funzioni
più correnti sono la funzione benthamiana e rawlsiana.

Le funzioni di benessere tengono conto non solo delle disuguaglianze individuali ma anche dei vari trade-
off intertemporali.

Riforme strutturali e trade-off intertemporale: Le riforme strutturali generalmente hanno obiettivi di medio periodo.
Tuttavia esse hanno anche un impatto nel breve che può essere positivo o negativo.

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Allocazione, stabilizzazione, redistribuzione

In pratica, la valutazione degli effetti delle politiche economiche richiede strumenti economici diversi per le
questioni di allocazione, stabilizzazione e redistribuzione.

➢ Allocazione
Le funzioni di benessere sono correntemente utilizzate per la valutazione delle politiche di allocazione
anche se in forma assai più semplificata.

Analisi di equilibrio parziale: considerano un settore di attività soltanto trascurando le interdipendenze tra
settori. Ovviamente tale semplificazione resta accettabile fino a quando il settore studiato è di dimensioni
limitate in confronto all’economia nel suo insieme.

Analisi di equilibrio generale: grazie al perfezionamento dei modelli computazionali di equilibrio generale si
sono sviluppate tali valutazioni utili per la valutazione delle politiche commerciali o delle riforme strutturali
come la liberalizzazione dei prezzi, le riforme fiscali, le riforme delle pensioni o la riduzione delle
sovvenzioni e dei sussidi a beneficio di certi settori. In tali studi però permane il difetto di basarsi su
numerose ipotesi tecniche sul funzionamento dei diversi mercati. In particolare si suppone che i mercati
funzionino in regime di concorrenza perfetta.

➢ Stabilizzazione
La funzione utilizzata per l’analisi delle politiche di stabilizzazione, viene raramente derivata da vere
funzioni di benessere.

Funzione di perdita macroeconomica: l’obiettivo delle autorità è quello di minimizzare la funzione di


perdita. Si tratta di una rappresentazione che offre una buona approssimazione della realtà.

L’analisi delle politiche di stabilizzazione consiste per lo più nel comparare diverse politiche concepite per
reagire a uno stato di schock, ovvero in risposta ad eventi esogeni come un calo della crescita mondiale o
una variazione nel morale degli investitori.

➢ Redistribuzione
Le funzioni di benessere sociale non sono quasi mai utilizzate nella decisione pratica. Le discussioni sugli
effetti di redistribuzione delle politiche economiche si basano su indicatori empirici di calcolo delle
disuguaglianze, come gli scarti di reddito fra decili di popolazione, la curva di Lorenz e l’indice di
concentrazione di Gini.

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Curva di Lorenz: rappresenta l’insieme della distribuzione. La bisettrice rappresenta una distribuzione egualitaria dei redditi.

Indice di Gini: doppia area tra bisettrice e curva di Lorenz

2)Scegliere l’orizzonte temporale della valutazione: dalla valutazione ex-post (simulazioni) alla
valutazione ex-ante (sperimentazioni).

La valutazione di una politica a partire da un modello dipende da un ragionamento ex ante ma anche da


valutazioni ex post.

Esperimenti naturali: permettono di raffrontare il comportamento degli individui interessati alla


realizzazione della politica in esame con quello di altri individui la cui situazione, non sia interessata a quella
politica.

Esperimenti controllati: consentono di valutare l’effetto potenziale di una modificazione della politica
pubblica sotto esame.

Criteri in pratica

PIL (prodotto interno lordo): Valore aggiunto totale creato dall’economia nel corso di un anno, calo della
disoccupazione, miglioramento dei redditi più bassi…

Per rimediare alle carenze del PIL sono stati elaborati altri indicatori, come quello di sviluppo umano che
considerano un insieme di criteri sociosanitari come l’istruzione, nutrizione, speranza di vita…

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HDI (indice di sviluppo umano): indice composito il cui calcolo include la speranza di vita alla nascita,
l’alfabetizzazione attraverso la scolarizzazione, il PIL pro capite in dollari a parità di potere di acquisto (PPA).

3)Valutare gli effetti in modo sistemico: considerazione degli effetti «confusi» e «secondari»
delle politiche

Gli effetti delle funzioni di allocazione, stabilizzazione e redistribuzione si producono contemporaneamente


in 2 o 3 di questi ambiti. Accade spesso che una politica sia adottata in ragione dei suoi effetti in un ambito
ma abbia effetti perversi o negativi in un altro.

L’apertura degli scambi internazionali viene in generale perseguita per i suoi effetti allocativi ma il più delle volte
produce anche effetti sulla distribuzione del reddito.

Di converso, una politica adottata per un certo motivo può avere degli effetti positivi in un altro ambito.

Una politica redistributiva volta a migliorare le remunerazioni netta del lavoro poco qualificato può accrescere l’offerta
di lavoro e dunque il prodotto potenziale (redistribuzione efficiente)

Conclusioni

La natura dei disaccordi sulle politiche economiche internazionali si possono riassumere nelle questioni di:

a. Aggregazione
b. Orizzonte temporale
c. Funzionamento dei mercati

2) Politica economica in un mondo imperfetto


Nuova concezione completamente diversa della politica economica che la associa ad un gioco strategico: la
realtà con cui il decisore pubblico si trova a interagire non è più quella di una meccanica complessa, ma
determinata e prevedibile, bensì quella di una pluralità di attori in grado a loro volta di prevedere, calcolare
e svolgere il proprio gioco.

Possiamo dire che oramai l’autorità pubblica è suddivisa in una molteciplità di istanze. Abbiamo infatti una
separazione orizzontale delle sfere dell’autorità pubblica, e una verticale fra i diversi livelli di intervento
pubblico.

Nel contempo, lo sviluppo del tutto inedito negli scambi di beni, servizi e capitali hanno fatto sì che le
interdipendenze fra i vari paesi aumentassero e si approfondissero.

Limiti della politica economica

1) Limiti della conoscenza: i governi hanno soltanto una certa conoscenza imperfetta della struttura
dell’economia e delle incertezze cui è soggetta.
2) Limiti dei modelli: imprese e famiglie elaborano strategie e reagiscono alle decisioni di politica
economica passate, presenti o attese.

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3) Limiti della fiducia: i decisori non sono sempre convincenti in relazione a quanto annunciato agli
occhi degli attori privati, e questo influenza il comportamento di questi ultimi.
4) Limiti dell’informazione: i decisori non hanno accesso a tutte le informazioni di cui hanno bisogno
per assumere decisioni per loro ottimali
5) Limiti della benevolenza: i decisori a volte non difendono il ben comune, ma interessi particolari, il
proprio o quello dei gruppi di pressione.

1)Limiti della conoscenza

RELATIVIZZARE I MODELLI ECONOMICI: i parametri dei modelli utilizzati dagli economisti e dai decisori
sono in realtà incerti. Come funziona l’economia:

Yt = H(Xt ,Yt−1,θ,ε );

Esistono 2 fonti di incertezza di 0:

a. Incertezza sul modello: la modellizzazione è un’arte mirata all’essenziale: si tratta di riprodurre al


meglio la dinamica delle variabili osservata in passato con l’aiuto del minor numero possibile di
equazioni derivanti dal comportamento razionale degli agenti economici. I decisori politici non
sono sempre coscienti del fatto che le analisi e le raccomandazioni che ricevono dipendano
strettamente da simili scelte compiute da tecnici.
b. Incertezza sui parametri, che risulta dall’imprecisione nella stima di questi ultimi.

GESTIRE IL RISCHIO: i decisori assumono le loro decisioni sulla base di previsioni medie e prendono in
considerazione soltanto di rado l’insieme della distribuzione dei rischi (probabilità di realizzare diversi valori
possibili). Una misura spesso utilizzata è il Cost at Risk o CaR che calcola l’importo che può essere perduto
con una certa probabilità. Lo stesso metodo è utilizzato sul mercato dei capitali al fine di valutare la perdita
massima del valore di un asset finanziario o di un portafoglio di asset in un dato orizzonte. Si parla allora di
valore a rischio (Value at Risk o VaR).

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Rendimento unitario di un progetto:
distribuzione normale, media 1 e scarto quadratico medio 2.
Rendimento atteso di 1 milione di euro:
1 milione di euro (1mil * 1).
CaR:
perdita di almeno 50.000 (1mil*0,05) euro nel 30% dei casi e di almeno 1,55 milioni (1mil*1,55) euro nel
10% dei casi.
Lo strumento impiegato per modellare l’atteggiamento nei confronti del rischio è l’avversione al rischio,
che dipende dalla derivata seconda della funzione di utilità.

L’intensità dell’avversione al rischio, data dalla derivata seconda della funzione di utilità.

U=U(Y)
U’(Y)>0;
U’’(Y)<0

Alternativa 1 Incerta:
reddito Y1 con p1=0,5;
reddito Y2 con p2=0,5

Alternativa 2 Certa:
reddito Y0=(Y1+Y2)/2 con p0=1
Reddito medio atteso 1)=Y1*0,5+Y2*0,5
Reddito medio atteso 2)=Y0*1=(Y1+Y2)/2=Y1/2+Y2/2=Y1*0,5+Y2*0,5

Reddito Medio atteso1)[Incertezza]=Reddito medio atteso 2)[Certezza].

Utilità attesa 1) E[U(Y1,Y2)]=U(Y1)*0,5+U(Y2)*0,5 ->B(combinazione lineare 1 e 2)


Utlità attesa 2) E[U(Y0)] = U(Y0)*1 -> A;

Utilità attesa 1) [Incertezza] < Utilità attesa 2) [Certezza]

Avversione al rischio: gli agenti preferiscono la certezza all’incertezza. L’intensità dipende dalla
concavità della relazione tra reddito e utilità

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ARA (avversione assoluta al rischio)

RRA(avversione relativa al rischio) o


coefficiente di Arrow-Pratt

CARA (avversione assoluta al rischio


costante)

CRRA (avversione relativa al rischio


costante) a diversa da 1

Numerori modelli economici si basano sull’ipotesi che, mentre le famiglie sono avverse al rischio, le
imprese che fanno fruttare il denaro affidato a loro, sono neutrali rispetto al rischio. Le imprese
massimizzano dunque il valore atteso dei profitti futuri mentre le famiglie massimizzano la speranza
matematica dell’utilità del loro consumo futuro. Poiché questa utilità è una funzione concava del consumo,
essa diminuisce quando il loro consumo futuro è più incerto.

AFFRONTARE I RISCHI ESTREMI O NON QUANTIFICABILI: la distribuzione dei rischi non è conosciuta e in
alcuni casi non può essere neanche quantificata con l’aiuto dei metodi tradizionali della teoria delle
probabilità.

Frank Knight ha distinto la nozione di rischio da quella di incertezza, ma la maggioranza degli economisti
continua a ragionare in termini di utilità attesa e non distingue rischio da incertezza

SAPER ASPETTARE: in un ambiente incerto esistono situazioni nelle quali è meglio aspettare prima di agire.

Se le decisioni economiche fossero graduali e le loro conseguenze reversibili, i decisori pubblici potrebbero
adattarsi momento per momento all’evoluzione dell’economia. Ma, poiché una decisione comporta
conseguenze irreversibili, può diventare ottimale la scelta di aspettare, al fine di poter prendere in
considerazione nuove informazioni sui costi e vantaggi.

Se la decisione di investire è irreversibile, mentre la decisione di rimandare l’investimento è reversibile, il


calcolo economico impone di comparare il valore di un investimento realizzato oggi con il valore dello
stesso investimento realizzato in una data posteriore.

L’investimento deve essere intrapreso solo nel caso in cui i benefici superino i costi di un certo importo, il
quale sarà tanto più elevato quanto più il progetto sarà rischioso. In altri termini la possibilità di differire il
progetto ha un valore, analogo a quello di un’opzione finanziaria. Si parla del valore di opzione legato al
progetto o di un valore dell’attesa.

Ma la scelta è ancora più complessa quando l’inazione stessa può determinare conseguenze irreversibili
come avviene nel caso della lotta contro il cambiamento climatico → scelta del tasso intergenerazionale di
sconto.

Di fronte a questi dilemmi sarebbe opportuno definire un principio di precauzione per la politica
economica. Entrambe, la giustificazione del principio di precauzione e la scelta del tasso intergenerazionale
dipendono dalla forma della funzione di utilità.

Tasso integrazionale di sconto (cambiamento climatico)

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QUALI CONSEGUENZE PER LA POLITICA ECONOMICA?

Una lezione importante della crisi è che le politiche fiscali devono tenere presente i rischi, contrariamente a
quanto poteva apparire dal quadro deterministico in cui si usava collocarle fino a quell’epoca. Le banche
centrali, in particolare la Federal Reserve, sono sempre più coscienti dell’esistenza di rischi estremi e hanno
di conseguenza modificato la loro strategia. A partire dagli anni 2000 tutte le banche centrali pubblicano
rapporti annuali sulla stabilità finanziaria che cercano di valutare e contribuire a prevenire i rischi. Allo
stesso modo il Fondo monetario internazionale pubblica con cadenza semestrale un rapporto sulla stabilità
finanziaria nel mondo.

2) Limiti dei modelli

ASPETTATIVE RAZIONALI: Riprendendo l’equazione sul funzionamento del mercato, possiamo dire che in
passato le aspettative degli agenti economici riguardo ai valori futuri delle variabili economiche erano
spesso trascurati; quando erano presi in considerazione, si supponeva che queste aspettative si formassero
estrapolando le tendenze passate.

Rivoluzione delle aspettative razionali: agenti razionali dovrebbero prendere in considerazione tutta
l’informazione disponibile in modo che i loro errori eventuali risultassero unicamente da eventi nuovi che
non erano prevedibili.

L’ipotesi delle aspettative razionali non implica che gli agenti economici conoscano tutte le leggi
dell’economia ma soltanto che le loro decisioni siano coerenti con esse.

Gli analisti che eseguono la Federal Reserve o la BCE hanno il compito specifico di anticipare le decisioni
della banca centrale.

Quindi le analisi più recenti utilizzano le aspettative razionali come punto di riferimento, per arricchire la
propria descrizione della realtà. L’ipotesi di partenza può così diventare quella che non tutti gli agenti
dispongano delle medesime informazioni e delle stesse risorse da investire nel loro trattamento. Diventa
evitabile pertanto anche l’ipotesi di razionalità degli agenti e ci si può concentrare sulle modalità con cui
questi ultimi pervengono a formulare il proprio giudizio, con l’aiuto dei metodi dell’economia
comportamentale.

Modellare le aspettative

LA CRITICA DI LUCAS: vuole far notare che la politica economica non può basarsi su una rappresentazione
troppo semplificata e ingenua del comportamento degli agenti.

1) Definizione teorica modello :Yt = H(Xt ,Yt−1,θ,ε );

Yt : vettore variabili stato; Xt : vettore variabili policy;


θ : vettore parametri comport.; ε : vettore variabili caso.

2) Osservazione valori storici di Yt e Xt ;

3) Stima di θ (θ ) per cui Yt si avvicina a Y t = H(Xt ,θ );

4) Valutazione impatto "cambio" Xt su Yt con θ =θ .

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Riprendendo la funzione, assumere a priori la stabilità di H significa supporre che le aspettative degli agenti
siano invarianti in relazioni alle modificazioni del regime di politica economica, ma in realtà ogni variazione
di queste andrà a modificare il modello stesso. Quindi, la sua importanza fondamentale risiede nel fatto che
si basa sull’esistenza di un’interiezione fra politiche e comportamenti degli agenti economici.

Gli economisti hanno costruito dei:

a. Modelli microfondati: modelli dove i comportamenti privati derivano da un calcolo di


ottimizzazione esplicita che ricomprende in sé le aspettative razionali. In questi modelli i parametri
strutturali che guidano il comportamento degli agenti economici sono calibrati su stime in cui una
volta stimati sono considerati come strutturali, ossia indipendenti dal regime di politica economica.
b. Modelli autoregressivi vettoriali (VAR): non determinano a priori quali variabili sono considerate
come variabili esogene, quindi le relazioni sistematiche per esempio delle politiche di schock sono
stimate in modo simile ai comportamenti degli agenti privati di fonte agli schock. I modelli vanno a
incorporare le interazioni tra agenti pubblici e privati.
QUALI CONSEGUENZE PER LA POLITICA ECONOMICA?

La critica di Lucas ha reso coscienti i governi e le banche centrali dei limiti delle tecniche tradizionali di
valutazione quantitativa delle politiche economiche . Le simulazioni sono ormai soltanto dei contributi al
processo di analisi e di decisione, parallelamente a valutazioni più qualitative o facendo appello a strumenti
più robusti di fronte alla critica di Lucas, come i modelli di Var o quelli di microsimulazione.

3)Limiti della fiducia

MANCANZA DI CREDIBILITA’: in presenza di aspettative razionali un governo che cerca di ottimizzare il benessere
sociale in ciascun periodo non conduce necessariamente alla migliore politica. Per esempio nel caso in cui un governo
annunci che non tasserà il capitale per stimolare gli investimenti, una volta che questi ultimi siano stati fatti , non
mantenga poi la promessa perché sarà diventato allora socialmente ottimale finanziare dei beni pubblici con
un’imposta sul capitale. Gli agenti privati attendendosi un comportamento simile eviteranno di fare investimenti.

Il problema dipende da una mancanza di credibilità dell’azione pubblica.

L’AZZARDO MORALE : riducendo al sottoscrittore di una polizza il costo atteso del danno, l’assicurazione lo
incentiva ad assumersi dei rischi. La politica economica svolge spesso un ruolo di assicurazione,
direttamente quando il potere pubblico indennizza le vittime delle catastrofi, o indirettamente quando la
politica di stabilizzazione si impegna per impedire le recessioni. Essa affronta così l’alternativa fra la
necessità di non incoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi e quella di venire in soccorso alle vittime di
incidenti volontari.

L’INCOERENZA TEMPORALE: mancanza di credibilità e azzardo morale hanno una causa comune, che
riguarda ciò che gli economisti chiamano il problema dell’incoerenza temporale. Per rimediare a questa
incoerente temporale, Kydland e Prescott hanno proposto di bandire le politiche discrezionali, definite
come risultante di un’ottimizzazione istante per istante. La politica economica deve piuttosto impegnarsi a
seguire delle regole fisse e la valutazione di politiche alternative deve vertere sulla comparazione fra
diverse regole, non fra diverse decisioni.

17
QUALI CONSEGUENZE PER L A POLITICA ECONOMICA?

La concezione della politica economica di Kydland e Prescott, intesa come scelta fra regole piuttosto che
come successione di decisioni discrezionali, ha avuto un’influenza immensa: la preoccupazione di assicurare
la credibilità delle banche e di fornire loro orizzonti temporali d’azione più ampi, garantendo loro
indipendenza dal potere politico. Parallelamente, le banche centrali hanno reso più trasparenti i loro
obiettivi e i loro processi di decisione, allo scopo di convincere il pubblico che sarebbero passate dalle
parole ai fatti.

4)Limiti dell’informazione

Si chiama informazione asimmetrica il fenomeno per cui diversi attori economici non sono a conoscenza
delle medesime informazioni.

INFORMAZIONE ASIMMETRICA: La possibilità per gli agenti di avere informazioni privilegiate pone il
decisore centrale su un piano di inferiorità.

Il controllore bancario non conosce nei particolari i rischi che le banche scelgono di assumersi; le collettività locali
stipulano contratti di fornitura dell’acqua con imprese private, concedono loro l’esclusivo controllo su tutto un insieme
di informazioni, dallo stato della rete ai comportamenti degli utenti; il ministero della Sanità si propone di sanzionare i
medici che incentivano l’accesso di spesa nelle cure ma soltanto i medici conoscono realmente le patologie dei pazienti.

CONTRATTI INCENTIVANTI IN SITUAZIONE DI INFORMAZIONE ASIMMETRICA: L’informazione asimmetrica


si fonda sulla relazione tra un mandante o principale e un mandatario o agente.

Lo studio di relazione principale-agente è il tema della teoria dei contratti.

Scegliendo il suo contratto, l’impresa rivela l’informazione di cui dispone sulla sua struttura di costo. Si
tratta di un esempio di meccanismo di autoselezione.

Le imprese efficienti sono pronte a prendere in carico una frazione più importante dei costi, che esse sanno
basso. Le imprese meno efficienti cercano da parte loro di far sopportare questo costo dallo stato.

Laffront offre un’interpretazione intuitiva di questo risultato. In corrispondenza di ciascun livello di costo
può essere descritto da un contratto lineare decrescente . La pendenza rappresenta la frazione dei costi
presa in carico dall’impresa. Essa decresce con il livello di costo.

QUALI CONSEGUENZE PER LA POLITICA ECONOMICA?

Si pensi all’affidamento di un servizio pubblico di una collettività locale ad un’impresa pubblica o privata,
come in Italia per il trattamento e la distribuzione dell’acqua, alla relazione tra lo stato e un’impresa
pubblica come ferrovie.

A questo scopo Laffront propone di remunerare gli agenti in funzione della loro performance o di creare
una concorrenza tra agenti nella prestazione di servizi pubblici.

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5)Limiti della benevolenza

PERCHE’ I DIRIGENTI POLITICI NON SEMPRE SERVONO IL BENE COMUNE

1) I governi democraticamente responsabili sono particolarmente soggetti al problema della


mancanza di credibilità e a quello dell’incoerenza temporale. Le agenzie indipendenti hanno un
obiettivo circoscritto; sono più protette rispetto ai possibili ribaltamenti della vita pubblica; hanno
un orizzonte lungo, per via del mandato dei loro membri; sono dunque stimolate a investire
nell’acquisizione della loro credibilità
2) I governi subiscono la pressione costante di interessi diversi. La decisione collettiva può essere
raggiunto con il voto, ma anche con la pressione politica delle lobby su politici o funzionari.
La pressione delle lobby è un momento importante del processo di formazione del bilancio in ogni
paese. I loro obiettivi sono l’attribuzione di particolari sussidi o riduzioni di imposta.
Cattura del regolatore da parte degli interessi che ha l’incarico di sorvegliare.
3) Politicizzazione delle decisioni. I governi possono assumere un atteggiamento opportunistico
proponendo di massimizzare le chance di essere rieletti riducendo le imposte prima di un
appuntamento elettorale, aumentando le spese o rinviando le decisioni più importanti. Se gli
elettori sono miopi e non percepiscono le conseguenze future delle decisioni pubbliche, questo tipo
di comportamento dà luogo ad un ciclo politico.
4) L’ipotesi che in democrazia chi viene eletto per una determinata carica non si assume una
responsabilità verso il bene comune di cui renderà conto soltanto al termine del proprio mandato.
Di fatto l’indebitamento pubblico è positivamente correlato al grado si instabilità politica.
5) Forti divisioni fra regioni, etnie o gruppi sociali può portare ad una allocazione inefficiente della
spesa pubblica. In una situazione di questo genere, ogni fazione ha interesse a ottenere dal governo
benefici tangibili, mentre i costi macroeconomici corrispondenti sono distribuiti sull’insieme della
popolazione.

COME MODELLARE I COMPORTAMENTI DEI DECISORI POLITICI

Il comportamento dei responsabili politici può essere rappresentato in modi diversi: nei modelli teorici
più semplici non hanno preferenza alcuna e il loro unico scopo è quello di venire rieletti; in quelli
ispirati ad una concezione cinica della democrazia , essi cercano di servirsi del potere per garantirsi
delle rendite. Quando la scelta degli elettori viene compiuta in base ad un unico criterio la
competizione elettorale tende a dare un peso determinante alle preferenze dell’elettore mediano. Due
partiti in competizione cercheranno ciascuno di attrarre le preferenze dell’elettore mediano e la
politica seguita sarà dunque quella che conviene a quest’ultimo. Tuttavia questa preferenza
dell’elettore mediano non coincide né con quella dei meno fortunati , privilegiati dalla funzione di
benessere sociale , né necessariamente con il livello di spesa che massimizza l’utilità media.

Può dunque darsi che il processo politico sfoci in una decisione distorta.

La situazione è ancora più complessa quando i criteri ispiratori sono molteplici (trasferimenti sociali,
immigrazione, ambiente) e occorre scegliere fra i diversi candidati in funzione di questi criteri.

La teoria delle scelte sociali ha studiato i meccanismi che permettono di passare dalle preferenze
individuali a una scelta collettiva in questo genere di situazione e si scontra con una impossibilità.
Anche quando ogni elettore ha in mente un ordine di preferenza ben preciso , fra i candidati è possibile
19
che e una maggioranza di elettori preferisca A a B, che un’altra maggioranza preferisca B a C e che una
terza maggioranza preferisca C ad A: paradosso di Condorcet.

Questa constatazione è stata formalizzata nel teorema di Arrow dell’impossibilità, il quale stabilisce che
in presenza di almeno 3 criteri di scelta esiste un solo meccanismo di voto in cui la classificazione
relativa di 2 criteri non dipende da quella degli altri criteri.

Questo meccanismo è la dittatura. Per superare tale paradosso ed evitare inoltre che le campagne
elettorali non consistano unicamente nel sedurre l’elettore mediano, è stata suggerita la procedura del
giudizio maggioritario.

Se il gruppo di cittadini votanti comprende almeno due individui e l'insieme delle alternative possibili
almeno tre opzioni, non è possibile costruire una funzione di scelta sociale (es. voto) che soddisfi tutti i
seguenti requisiti:

➢ 1. universalità (o dominio non ristretto);


➢ 2. non imposizione (o sovranità del cittadino);
➢ 3. non dittatorialità;
➢ 4. monotonicità;
➢ 5. indipendenza dalle alternative irrilevanti

QUALI CONSEGUENZE PER LA POLITICA ECONOMICA?

Siamo portati a riconoscere il fatto che le istituzioni politiche sono in grado di plasmare le performance
economiche e che il processo politico non contribuisce in modo diretto e spontaneo all’interesse
generale.

I decisori pubblici possono ormai ignorare il rischio che i funzionari stessi abbiano una visione
prevenuta e distorta dell’interesse generale. A differenza del personale politico, i funzionari non sono
motivati dalla rielezione ma dalla carriera. I loro incentivi non sono dunque allineati con le preferenze
degli elettori , a meno che la loro mission non sia assolutamente precisa e la loro performance
verificabile. I funzionari talvolta sono motivati dalla prospettiva di essere paracadutati nel più
remunerativo settore privato, perfino in certi casi dalla corruzione.

Risposte concrete

DELEGA AD AGENZIE INDIPENDENTI

Il fenomeno delle autorità amministrative indipendenti è nato in Francia dove si è inteso via via
sottrarre ai poteri del governo una serie di settori significativi in cui il conflitto tra interessi pubblici e
privati di rilievo costituzionale necessitava di una specific attenzione e dove soprattutto le autorità
amministrative si mostravano poco indipendenti dal potere politico.

In Italia le autorità indipendenti sono organismi istituiti dalla legge con finalità di tutela di interessi
pubblici di particolare rilevanza e delicatezza. Le principali autorità amministrative indipendenti sono:

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➢ La banca d’Italia, che svolge funzioni di vigilanza sul sistema bancario
➢ Le autorità per i servizi di pubblica utilità:
● Settore energia e gas (AEEG)
● Campo delle telecomunicazioni (AGCOM)
● Regolazione dei trasporti (ART)
➢ Autorità garante della concorrenza e mercato (AGCM)
➢ Garante per la protezione dei dati personali
➢ Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori servizi forniture
➢ Regolazione dei mercati finanziari e assicurativi (CONSOB ISVAP)
Occorrerebbe d’altra parte aggiungere a questa lista le agenzie che beneficiano delle proprie regole
deontologiche e di una competenza indipendente; gli organismi diretti in maniera paritaria (cassa
disoccupazione) o principalmente dai sindacati (cassa malattia)

Inoltre le autorità costituite a livello europeo esercitano nei loro campi un potere considerevole sugli
agenti economici.

La moltiplicazione delle autorità indipendenti pone 2 questioni:

a. Il perché si ritiene preferibile sottrarre determinate aree della decisione politica all’autorità dei
politici
b. Guidare la politica economica in un sistema dove gli strumenti della politica sono in mano ad
organismi indipendenti non sempre fra lori perfettamente coordinati.
Quindi la decisione tecnocratica si giustifica quando:

a. La materia è molto tecnica


b. Le preferenze sociali sono molto databili e i criteri di performance ben definiti
c. Le decisioni e i loro effetti sono difficilmente osservabili dagli elettori
d. Le scelte pubbliche sono fortemente soggette al rischio di incoerenza temporale
e. Le decisioni non implicano di attuare un trade-off fra obbiettivi antagonistici
f. I provvedimenti giovano o costano a certi gruppo suscettibili di impegnarsi in attività di lobby
g. Le implicazioni delle scelte pubbliche per la distribuzione del reddito all’interno di una gestione
sono limitate
h. Le scelte pubbliche coinvolgono la redistribuzione del reddito fra generazioni

Serie di fenomeni:

a. Tecnicizzazione accresciuta da un insieme di decisioni


b. Natura giudiziaria di certe decisioni
c. Volontà di fare in modo che alcune decisioni esulino dal trade-off fra obiettivi
d. Aumento delle preoccupazioni intertemporali
e. Adeguamento del modello di governance tramite autorità indipendenti alle condizioni
dell’integrazione economica internazionale.

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REGOLE DI POLITICA ECONOMICA

➢ Le regole sono state introdotte per la prima volta, con successo limitato, nel campo della politica
monetario.
Politica di targeting dell’inflazione: questo approccio consiste nel fissare un valore di riferimento
del tasso di crescita dei prezzi e nel subordinare tutte le decisioni della banca centrale a un
obiettivo semplice: fare in modo che l’inflazione attesa sia compatibile in ogni momento con
l’obiettivo prefissato.
➢ Più tardivamente nel campo della politica di bilancio.
Il loro obiettivo comune è quello di stimolare i governi ad assicurare la sostenibilità nel lungo
periodo delle finanze pubbliche evitando l’aumento eccessivo del debito pur lasciando spazio alla
possibilità di utilizzare la politica fiscale nel breve periodo a fini di stabilizzazione

Il patto di stabilità di crescita ha permesso un risanamento di bilancio in alcuni paesi ma ha avuto meno
successo in altri.
L’effettiva acquisizione delle norme europee da parte di governi e parlamenti nazionali è stata dunque
insufficiente e il patto di bilancio stipulato nel 2012 (fiscal compact) è stato concepito proprio a questo scopo.

➢ Esistono anche regole dei cambi come i currency boards e le crawlings pegs. Questi dispositivi sono
stati ampliamente utilizzati negli anni 80 per ancorare le aspettative sull’inflazione e dimostrare
l’impegno dei governi per assicurare la stabilità dei prezzi rendendo politicamente costosa l’opzione
della svalutazione.
Le regole attuali sono meno rigide di quanto previsto nei primi scritti monetaristi e cercano di combinare la
disciplina nel medio periodo con una certa libertà in quello breve.

Discrezionalità vincolata: l’ideale sarebbe un quadro che realizzasse ciò che consideriamo la migliore
strategia di politica monetaria scostandosene solo se collettivamente cambiamo punto di vista su ciò che
tale strategia debba essere.

Vivere nell’interdipendenza

Approccio incoerente con “interdipendenze” su scala internazionale e globale: spillover internazionali di


politica economica, positivi e negativi -> esempi “aneddotici”:
• 1. Microsoft (USA) vs. Commissione Europea (22/10/2007);
• 2. BCE e finanziamento banche europee in $ (12/12/2007);
• 3. Comitato di Basilea (governatori 13 banche centrali OCSE) per regole bancarie prudenziali a livello
internazionale (Bas I, 1988; Bas. II, 2004-2006; Bas. III, 2010).
• 4. WTO (1995) ed accordi multilaterali (GATT, GATS, …) in tema di controversie su commercio
internazionale di beni servizi, anche con implicazioni sanzionatorie.

Coordinamento internazionale delle politiche economiche

La gestione dell’interdipendenza economica fra stati sovrani è stata ritenuta abbastanza importante da
condurre alla creazione di molteplici organismi internazionali incaricati di favorire il coordinamento delle
politiche economiche e in certi casi di adottare regole comuni di comportamento.

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➢ Fondo Monetario Internazionale (FMI), 1945;
➢ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD), 1961;
➢ Riunioni capi stato e governo, G8, dal 1975;
➢ Riunioni ministri finanze, G7, e dal 2008, G20.
➢ Financial Stability Board (FSB): ministri finanze, banche centrali e regolatori finanziari.

Il coordinamento delle politiche economiche ha 2 motivazioni principali:

1) Favorire e organizzare la produzione dei beni pubblici mondiali


2) Tener conto delle interdipendenze fra paesi nell’elaborazione delle politiche economiche nazionali,
nella misura in cui queste ultime influenzano significatamente i paesi partner.

1)Beni pubblici mondiali

Si chiama bene pubblico un bene non esclusivo e non rivale (difesa del clima, gestione delle risorse naturali,
stabilità finanziaria, sviluppo economico)

L’esclusione significa che si può impedire a una persona di godere di un bene, ciò che avviene per la maggioranza dei
beni di consumo, ma non per l’aria, il sole, la sicurezza delle persone e dei beni o la stabilità finanziaria che sono
considerati come beni non esclusivi.

La rivalità significa che il consumo di un certo bene può influenzare la disponibilità di tale bene per altri .

Soluzione 1: fornitura da parte di governo mondiale (???);


Soluzione 2: cooperazione tra forniture nazionali:
• 2.1. Cooperazione con regole e sanzioni: es. commercio internazionale (WTO), bilanci pubblici (Trattato di
Maastricht), …
• 2.2. Cooperazione con impegni non vincolanti (soft-law e goldplating): stabilità finanziaria (Accordi di
Basilea), protezione ambiente (Protocollo di Kyoto), crescita in Europa (Europa 2020)

La cooperazione internazionale può essere concepita e realizzata in molti modi. La scelta più efficace può
essere quella di concordare le regole del gioco e fare in modo che siano rispettate. Una volta fatto ciò , ogni
giocatore sarà libero di prendere le proprie decisioni fin tanto che con quelle regole restino compatibili.

Il commercio internazionale è un esempio di cooperazione attraverso regole: i 155 membri dell’OMC hanno
sottoscritto circa 60 accordi commerciali multilaterali che riguardano beni , servizi, e proprietà intellettuale
e in caso di contenzioso accettano di sottomettersi alle decisioni in merito dell’OMC. Allo stesso modo gli

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stati membri dell’area dell’euro con la ratifica del trattato di Maastricht , hanno accettato l’eventualità di
incorrere in sanzioni nel caso in cui il deficit delle loro finanze pubbliche diventi eccessivo.

Un tipo di cooperazione può basarsi su impegni non vincolanti (soft law). Il coordinamento delle autorità
preposte alla supervisione bancaria procede attraverso regole comuni, ma queste ultime hanno valore
legale soltanto nel momento in cui siano trasposte nel diritto nazionale, il che permette di adattarle , fino
ad un certo punto, alle situazioni locali.

2)Esternalità internazionali

Dilemma del prigioniero= equilibrio non cooperativo o equilibrio di Nash è inefficiente.

Se le due parti giungessero ad intendersi vincerebbero entrambi , perché l’equilibrio cooperativo è


superiore all’equilibrio non cooperativo.

Problema generale: politica economica isolata non massimizza il benessere sociale, ma una diversa
funzione
Problema con diverse specificazioni: diverse difficoltà da non coordinamento politica fiscale (cambi fissi) e
di politica monetaria (cambi flessibili) in risposta a shock simmetrici da domanda.
Problema trascurato: “beggar-thy-neighbour policies” (es. svalutazioni competitive anni ‘30, politiche
antinflazionistiche US e EU anni ‘80, politiche valutarie verso $ Asia anni ’90).
Limiti e difetti del coordinamento

In Italia il coordinamento delle politiche economiche è approvato da praticamente tutti gli uomini politici ,
nonché dalla maggioranza degli economisti. Occorrerà ricordare però che vi sono anche argomenti a suo
favore e che alcuni autori hanno dimostrato quanto possa essere dannoso.

1) I governi possono sempre omettere di realizzare le decisioni politiche assunte in concerto con altri
2) Il disaccordo su quale sia l’esatta rappresentazione dell’economia può anche rendere inopportuno
il coordinamento.
3) Alcuni considerano il coordinamento come forma di collusione che intralcerebbe una salutare
concorrenza fra le diverse politiche economiche.
4) Il coordinamento di una parte soltanto degli attori può risultare peggiore rispetto ad azioni non
coordinate.

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Le istituzioni internazionali e la governance mondiale

La questione che si pone in tema di governance mondiale è: come governare un’economia globalizzata
senza governo mondiale?

La governance attraverso le istituzioni internazionali si rifà maggiormente al modello delle autorità


indipendenti. Le decisioni di queste istituzioni richiedono sicuramente l’approvazione della maggioranza
degli stati che le compongono (FMI e Banca mondiale) o sono assunte in applicazione di tesi che essi hanno
approvato all’unanimità (OMC) ma ciascuna di esse interviene in un ambito particolare sulla base di un
mandato esplicito. La loro legittimità deriva non tanto dalle modalità della decisione quanto dalla loro
specializzazione e dal modo in cui adempiono al loro mandato.

La governance mondiale è necessariamente dunque una governance a più voci: quelle degli stati, ma anche
quelle dei frammenti di un’opinione pubblica mondiale.

Federalismo

Nelle federazioni o confederazioni gran parte delle decisioni riguardanti la politica economica vengono
assunte dai singoli stati federati o confederati. Anche nella realtà degli stati unitari vi sono decisioni di
natura economica che vengono assunte a livello decentrato: in Italia da parte di regioni, province e comuni.

In Europa gli stati membri a quello che alcuni esperti chiamano federalismo intergovernativo: interi
pacchetti della politica, dal commercio alla concorrenza moneta sono assegnati all’unione mentre altri
settori come il bilancio sono di competenza degli stai.

Teoria economica delle federazioni e delle unioni internazionali

La teoria nota come federalismo fiscale ha come obbiettivo principale quello di determinare a quale livello
sia più opportuno assumere ogni decisione. Il principio fondamentale è quello dell’equivalenza fiscale, in
base al quale la portata amministrativa e finanziaria di una politica pubblica dovrebbe coincidere con
l’estensione della sua incidenza geografica. In termini più attuali, una buona distribuzione delle diverse
competenze dovrebbe eliminare le esternalità, in virtù delle quali un’amministrazione locale approfitta
delle politiche attuate da amministrazioni locali limitrofe.

Senza dimenticare le infernalità dato che anche queste possono ridurre il benessere.
25
Da un principio simile non deriva una scelta obbligata a favore dell’accentramento né del decentramento.
Esso presuppone l’idea invece che entrambi i sistemi portati all’eccesso diventino inefficaci.

Trattandosi della scelta fra accentramento e decentramento, il teorema del decentramento di Oates fa
valere il fatto che in assenza di esternalità e di economie di scala la decentralizzazione è sempre preferibile
o almeno equivalente alla centralizzazione perché la decisione locale soddisfa meglio le preferenze dei
contribuenti locali.

Nel caso più generale , vi è un trade-off tra i benefici delle decentralizzazioni e centralizzazioni. Questo
trade-off è al centro della teoria delle unioni internazionali : diverse regioni, caratterizzate da preferenze
eterogenee possono trarre profitto dall’azione collettiva se i benefici della centralizzazione sono
abbastanza importanti. È il caso della difesa nazionale , dove la cooperazione permette di approfittare delle
spese degli altri stati membri ma obbliga apprendere accordi con loro sulle priorità strategiche.

Esistono anche delle esternalità negative, e attraverso l’allineamento dal basso (race to the bottom)
costringe i governi a scostarsi dalle preferenze dei propri cittadini e riduce il beneficio della
decentralizzazione.

Decentramento vs. Accentramento: diverse visioni

➢ Teoria delle unioni internazionali (Alesina et al., 2005): accentramento preferibile in presenza di
benefici importanti rispetto a preferenze regionali eterogenee (es. difesa nazionale).
➢ Mobilità ed esternalità negative del decentramento (“race to the bottom”): accentramento come
soluzione alle distorsioni generabili dal decentramento via mobilità di cittadini (es. decentramento
politiche distributive) e del lavoro (es. decentramento delle aliquote fiscali, EU).In Europa, dove c’è
una notevole mobilità di capitali, l’idea del decentramento come protezione contro governi
predatori è molto diffusa.

Unione Europea

➢ 1957, Trattato di Roma: Comunità Europea (6 paesi); dalla CECA ad una unione doganale;
… evoluzione verso mercato unico e moneta unica:
➢ 1992, Trattato di Maastricht …. “Criteri di convergenza” …
➢ 2001, Trattato di Nizza … “Cooperazioni rafforzate” … evoluzione verso una unione politica
(costituzione):
➢ 2005, primo tentativo costituzionale (no Francia ed Olanda);
➢ 2009, Trattato di Lisbona … “Costituzione Europea”

La preferenza per il decentramento è stato sancita dal trattato di Maastricht attraverso il principio di
sussidiarietà, in base al quale le politiche devono essere destinate al livello più basso, a meno che la
centralizzazione non sia giustificata dall’esistenza di economie di scala o di esternalità.
“Trattato di Maastricht” e “preferenza” per il decentramento:
• 1. Principio di attribuzione;
• 2. Principio di sussidiarietà;
• 3. Principio di proporzionalità.

“Trattato di Lisbona” e “rafforzamento” del decentramento: centralizzazione solo se necessaria; es.


Politiche dell’Unione:
• 1. Competenze esclusive;
• 2. Competenze condivise;
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• 3. Coordinamento politiche economiche e occupazione;
• 4. Politica estera e di sicurezza comune;
• 5. Politiche di supporto a stati membri in ambiti specifici

La “cooperazione intergovernativa volontaria”


indebolimento progressivo istituzioni comunitarie e della divisione di competenze:
• “Patto di Stabilità e di Crescita” e altra procedure di coordinamento eccezionali;
• “Metodo aperto di coordinamento” (MAC): Consiglio Europeo Lisbona, 2001;
• “Trattato su Stabilità, Coordinamento e Governance”: 2012 (post crisi economico/finanziaria).

La maggior parte delle questioni sollevate dalla teoria del federalismo sono importanti per lo studio
dell’integrazione europea:

a. L’Unione è una costruzione politica, ma le questioni relative all’efficienza economica sono di


maggior peso rispetto a quanto accade solitamente all’interno delle singole nazioni.
b. Diversità delle preferenze fra stati membri
c. Competenze esclusive, per le quali il potere appartiene all’Unione
d. Competenze condivise , per le quali l’iniziativa appartiene all’Unione
e. Coordinamento delle politiche economiche e dell’occupazione degli stati membri
f. Definizione e realizzazione di una politica estera e di sicurezza comune
g. Competenze per sostenere, coordinare e completare l’azione degli stati come la sanità, l’industria,
la cultura o l’istruzione.

Si possono quindi fare 2 considerazioni:

1) Natura federale dell’Unione, poiché essa dispone in certi ambiti di competenze superiori a quelle
degli stati
2) Complessità del sistema decisionale europeo, dal momento che in esso coesistono 5 categorie di
competenze non sempre facilmente distinguibili e risultano sovrapposte le une alle altre, mentre la
logica di distribuzione delle politiche fra i diversi ambiti non appare chiaramente.
Distribuzione delle competenze nell’UE:

1) Vi è mobilità di beni e di capitali fra i paesi dell’UE, ma del lavoro quasi per nulla.
2) La gestione del mercato unico è sotto la responsabilità dell’UE, ma gli stati rimangono in
concorrenza per le altre politiche di allocazione.
3) Il mercato unico implica moneta unica
4) La moneta unica non implica un bilancio federale ma una sorveglianza delle politiche di bilancio
nazionali
5) L’UE non interviene nella redistribuzione interpersonale, ma ha un ruolo di redistribuzione fra
regioni e fra paesi.

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La politica economica come «gioco strategico».

Superamento presupposti («semplificazioni») dell’impostazione tradizionale e nuove modalità di


governance della politica economica:

• 1. Peso crescente delle “authority”: agenzie indipendenti con delega;


• 2. Peso crescente “regole” di politica economica

1) Peso crescente delle “authority” ):

Origini storiche: SEC (US, 1934), Bundeskartellamt (Germania, 1958), … Antitrust Authorities, Regulatory
Agencies (paesi anglosassoni, common law), …. Francia, Italia, …

Contesto europeo:
• Autorità di governo: BCE, Commissione Europea, …;
• Comitati di regolatori: Comitato di Basilea, IASB, …

Contesto italiano: istituzione per legge in ottica di “controllo-regolazione” :


• Banca d’Italia: sistema bancario;
• Public Utilities: 1. AEEG: energia e gas; 2. AGCOM: telecomunicazioni; 3. ART: trasporti;
• AGCM, CONSOB, ISVAP, …
• Altri: ISTAT, agenzie partecipazione stato, casse …

Evoluzione problematica;
• A. Perché e quando un “organo tecnocratico” in democrazia?

• Risposta generale: aree tematiche con limitata capacità decisionale del legislatore delega ad agenzie
senza possibilità di sua revoca, rimessa a livello superiore (es. indipendenza BCE vs. Trattato di Maastricht).
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NB: Possibilità di soluzioni intermedie: scelta obiettivo (politico) e delega di sua realizzazione (tecnocrate);
es. politica monetaria in UK (Cancelliere Scacchiere vs. Governatore Banca).

• Risposte particolari: (+) della tecnocrazia (vs (-));


• 1. Materia tecnica;
• 2. Preferenze sociali stabili / performance definita;
• 3. Effetti poco osservabili dagli elettori;
• 4. Scelte pubbliche a rischio incoerenza temporale;
• 5. Assenza trade-off tra obiettivi;
• 6. Possibili vantaggi per certi gruppi (lobby);
• 7. Poche implicazioni su distribuzione intragenerazionale;
• 8. Molte implicazioni su distribuzione inter-generazionale

B. Come coordinare più organi tecnocratici? bilanciamento tra decentramento ed accentramento


responsabilità (caso UK in stabilità finanziaria).

C. Perché tutti questi organi tecnocratici?


• Tecnicizzazione decisioni;
• Natura giudiziaria decisioni;
• Estrazione di decisioni dai trade-off politici (es. sicurezza);
• Preoccupazioni intertemporali (es. risparmi nel tempo, sostenibilità, …);
• Integrazione economica internazionale per istituzioni tecnocratiche (es. FMI, Banca Mondiale, …)

2)Peso crescente “regole” di politica economica:


• Regole di politica monetaria: “primo caso” – obiettivi quantitativi (Federal Reserve, UK, Europa, fine anni
‘70) – ed “ultimo caso” – “inflation targeting” (coerenza tra decisioni ed obiettivio prefissato inflazione) – di
regole.
• Regole di politica di bilancio: spazio alla flessibilità all’interno di regole per la sostenibilità del debito
pubblico (rischio monetario); dal PSC al Fiscal Compat (2012).
• Regole di politica dei cambi: da regole fisse (ancoraggio inflazione tramite costo svalutazione) - currency
boards e crawling pegs – a regole flessibili – al di fuori di unioni monetarie.

Sviluppi recenti:
• Obiettivi espliciti vincolanti, a meno di abbandoni necessari, ma giustificati.
• Il modello della “discrezionalità vincolata” (Mervyn King, Banca d’Inghilterra): regole per migliore
strategia [di politica monetaria], scostandosene solo se si cambia la strategia (anche FED).

3) Politica di bilancio

L’espressione politica fiscale, secondo quanto sostenuto da Paul Samuelson, tratta il voler modificare le
imposte e la spesa pubblica al fine di attenuare le oscillazioni del ciclo economico, di mantenere un livello di
occupazione elevato e di contrastare le spinte dell’inflazione o della deflazione.

Interventi sul “bilancio pubblico” (tipicamente “spesa pubblica”) con finalità di:
1. Allocazione: es. investimenti in infrastrutture, R&S, istruzione, …;
2. Re-distribuzione: es. trasferimenti sociali, sussidi di disoccupazione, …;
3. Stabilizzazione: es. stimoli fiscali anticiclici, … .

29
Concetti di politica fiscale (BSD)

Bilancio pubblico
I governi si impegnano a sostenere delle spese e le finanziano principalmente con i prelievi obbligatori
(imposte, contributi sociali) con l’indebitamento (emissione di debito pubblico con costo per interessi) o
con la creazione monetaria (emissione di moneta da parte della banca centrale).

Bilancio pubblico:
documento contabile programmatico (previsione) di entrate (“gettito”) ed uscite (“spesa”) pubbliche con
diversi confini “funzionali”.

Funzioni:
1. Contabilizzazione previsiva origine ed ammontare +/-;
2. Contenimento ed autorizzazione spese.

Procedure di approvazione (variabili per Stato):


➢ preparazione del quadro macroeconomico d’insieme per stabilire le previsioni di gettito
➢ fissazione del tetto di spesa per settore
➢ preparazione da parte dei vari ministeri del proprio bilancio
➢ negoziazione interministeriale e consolidamento dell’emissione
➢ discussione e voto in parlamento
➢ eventuali rettifiche di bilancio in corso d’anno

Temporizzazione:
➢ Annuale e pluriennale (in Europa PNR);
➢ Movimenti di breve periodo: vincoli e limitati margini di manovra;
➢ Movimenti di medio periodo: regole codificate (es. pareggio di bilancio in Unione Europea) e non
codificate.

A. Bilancio pubblico in Italia 1978 – 2009:


• DPEF (30/6 di ogni anno), linee guida e legge annuale di bilancio:
Bilancio annuale (competenza e cassa);
Bilancio pluriennale (competenza): triennale, i) a legislazione vigente; ii)
programmatico (incluso DPEF);

• Legge finanziaria:
Limite per il ricorso al mercato finanziario e per il saldo netto da finanziare, per ogni anno di bilancio
pluriennale;
Quote annuali di spese pluriennali:
Variazioni a imposte e tariffe esistenti.

• Collegato alla manovra di finanza pubblica:


Istituzione nuovi tributi;
Provvedimenti per DPEF extra legge finanziaria.

2009 (riforma contabilità pubblica, L. 31/12 n.196) – ad oggi:

➢ Decisione di finanza pubblica (15/9 di ogni anno) (ex DPEF);


➢ Legge di stabilità (15/10 di ogni anno) (ex legge finanziaria);
➢ “Triennalizzazione” esplicita della manovra.

30
Bilancio pubblico: voci principali
Entrate:
➢ Entrate correnti: tributi (imposte dirette, indirette, tasse, contributi sociali) ed altre fonti (es. utili di
enti pubblici economici)
➢ Entrate in conto capitale: vendita attività patrimoniali ed aziende pubbliche, e rimborso crediti (NB:
difficile alienazione asset pubblici, problematiche di valutazione e contabilizzazione lorda/netta?)

Uscite:
➢ Spesa pubblica per beni e servizi:
Consumi pubblici: costo personale ed acquisti correnti;
Investimenti pubblici: stock di capitale pubblico (es. scuole, strade, …);
➢ Trasferimenti correnti:
alle famiglie: fornitura beni meritori e redistribuzione (es. assegni di invalidità, …);
alle imprese: contributi ed assegnazioni per diverse finalità correnti (es. miglioramento bilancia dei
pagamenti, della domanda, … dell’innovazione);
al Resto del Mondo: partecipazione a organismi internazionali e PVS (redistribuzione).
➢ Interessi: servizio del debito pubblico;
➢ Trasferimenti in conto capitale: sostegno ad investimenti privati (es. finanziamenti a fondo perduto
di programmi sviluppo regionale, …).

Bilancio pubblico: passività “fuori bilancio” e natura del bilancio.


a. Esplicite vs. implicite: previsione contrattuale/legislativa (es. assicurazione sui depositi vs.
salvataggio banche “too big to fail”, di fronte a crisi bancaria) (contingenti).

b. Dirette vs. contingenti: deliberazione ed eventi scatenanti (es. azioni per crisi bancaria vs. azioni per
dipendenti pubblici (esplicite ed implicite)).

Difficoltà di valutazione e grado di dettaglio del bilancio pubblico:


a. Valutazione “fuori bilancio”: tasso di sconto?
b. Valutazione attività patrimoniali (in particolare, intangibili): costo storico o valore di mercato?

Bilancio pubblico e bilancio privato, diversità fondamentali:


a. Diverso obiettivo: no vendita beni e servizi e vincoli di breve e medio periodo.
b. Diverso grado di commitiment: lo Stato può cambiare le leggi, e disimpegnarsi.

Saldo di bilancio
Si chiama saldo di bilancio la differenza tra gettito fiscale e uscite o spese pubbliche.

(+) avanzo di bilancio: per rimborso debito pubblico (vedi debito pubblico) e/o trasferimento a fondi
investimento pubblici (es. fondi sovrani per ri-investimento);
(-) disavanzo/deficit di bilancio: da finanziarsi (vedi debito pubblico).

Saldo dello Stato o delle amministrazioni pubbliche


Il concetto normalmente accettato in Europa è quello di amministrazioni pubbliche (AP):
governo centrale, amministrazioni locali ed enti previdenziali, … “settore senza fine di lucro”

Ratio: “dietro” il saldo aggregato delle AP:


• il peso non sempre dominante del debito dello Stato centrale

31
• avanzi di bilancio aggregati “fittizi”, o lievi disavanzi: il caso Giappone (2011: 128% del PIL al netto di attivi
pubblici “intoccabili” (fondi pensione), 212% al lordo);
• criticità di sotto settori (es. bilanci federali/locali) “offuscati” dal bilancio aggregato: il caso US .
Saldo totale o saldo primario
Il saldo delle finanze pubbliche, o saldo finanziario è la differenza tra tutte le entrate e tutte le spese. Se è
positivo, rappresenta una fonte di finanziamento ; se è negativo esprime un fabbisogno di finanziamento.
Le spese comprendono gli oneri finanziari sul debito(interessi), per questo abitualmente si giudica
l’orientamento della politica di bilancio non a partire dal saldo finanziario, ma sulla base del saldo primario,
definito come il saldo di bilancio al netto degli interessi sul debito pubblico:

Saldo finanziario= saldo primario-interessi sul debito

Evidenza internazionale:
• SF minore del SP in Paesi fortemente indebitati (Italia ed Europa), ed in periodi di debito crescente (1980
– 2000; 2007 – 2010)
• Ricorso al SP nei programmi di assistenza FMI: instabilità tassi (aspettative) e loro dipendenza dal deficit
in paesi con difficoltà finanziarie

Saldo effettivo (osservato) o saldo strutturale/discrezionale (stimolo fiscale)


Il saldo di bilancio non riflette soltanto le scelte di politica economica, ma anche la sensibilità delle finanze
pubbliche all’andamento della congiuntura. Il fatto che il deficit aumenti in periodo di contenimento del PIL
e si riduca in periodo d’espansione ha, in entrambi i casi, un effetto stabilizzante sul ciclo.

Entrate (es. IVA, contributi sociali, imposte societarie, …) ed uscite (es. spese sicurezza e disoccupazione)
pubbliche stabilizzatori automatici del ciclo congiunturale, da “isolare” per valutazioni di politica di bilancio.

Per valutare la situazione di bilancio indipendentemente dalle fluttuazioni congiunturali e l’orientamento


della politica di bilancio, si può provare a costruire un saldo di bilancio corretto per il ciclo, o saldo
strutturale. L’evoluzione del saldo si scompone in una parte congiunturale, indipendentemente dalla
volontà del governo, e una parte discrezionale, pari alla variazione del saldo strutturale. La variazione della
componente discrezionale è chiamata stimolo fiscale dal FMI perché dà una buona misura
dell’orientamento della politica fiscale:

saldo finanziario=saldo congiunturale+saldo strutturale

Questa scomposizione può applicarsi sia al saldo finanziario che al saldo primario. Poiché gli interessi sul
debito pubblico non hanno un carattere ciclico marcato, si ha:

saldo finanziario= saldo primario congiunturale+ saldo primario strutturale-interessi sul debito
variazione Saldo (Primario) Strutturale = Stimolo Fiscale (FMI)

Calcolo del Saldo Strutturale (s*):


• 1. Metodo dell’output gap
• 2. Metodo Romer & Romer (2011)
Δs* = Σ decisioni entrate ed uscita approvate dal parlamento (FMI).

32
Debito pubblico

In assenza di trasferimenti internazionali, le spese pubbliche devono essere finanziate sia dai contribuenti
di oggi (con l’imposta) sia della banca centrale (con la monetizzazione deldeficit) sia dai risparmiatori di oggi
o, che è lo stesso, dai contribuenti di domani (con il debito pubblico).

La monetizzazione del deficit consiste nel finanziamento delle spese dello stato con un anticipo della banca
centrale, la cui contropartita è un’emissione monetaria della banca centrale stessa. Questa pratica
chiamata signoraggio, ha storicamente portato all’inflazione o anche all’iperinflazione, che possono esser e
considerate come una forma indiretta di tassazione. In Europa il trattato europeo vieta ogni finanziamento
diretto ai governi da parte della banca centrale europea o delle banche centrali nazionali.

L’emissione di debito pubblico, per il governo, consiste nel vendere agli investitori titoli di credito che
conferiscono loro il diritto , per un determinato periodo di tempo, a pagamenti di capitale e interessi
specificati dal relativo contratto di debito. Gli indebitamenti successivi alimentano il debito pubblico.

Mentre il debito pubblico è una variabile di flusso, che si rinnova in ogni periodo, il debito pubblico è una
variabile di stock, che si incrementa in ogni periodo. In assenza di variazioni dello stock delle attività
mobiliari e immobiliari e degli effetti della loro valorizzazione, la relazione contabile tra l’uno e l’altro è:

Debito alla fine del periodo(t)=debito alla fine del periodo(t-1)+deficit finanziario del periodo (t)

Questa però non fa emergere gli oneri finanziari sul debito, quindi:

debito alla fine del periodo(t)=debito alla fine del periodo(t-1)+oneri finanziari sul debito del periodo(t-
1)+deficitprimario del periodo(t)

La stabilizzazione del rapporto tra debito/PIL è più difficile da ottenere da un paese la cui crescita
potenziale (come i paesi europei avanzati) piuttosto che da un paese dove questa è rapida (come i paesi
emergenti). Quando il tasso di crescita è superiore al tasso di interesse , un paese può stabilizzare il suo
rapporto debito/PIL , anche se conserva strutturalmente un deficit primario. Viceversa quando il tasso di
interesse è superiore al tasso di crescita è necessario un avanzo primario per stabilizzare il rapporto
debito/PIL ; e più il tasso di interesse è superiore al tasso di crescita , più l’avanzo primario necessario sarà
consistente.

Debito lordo e debito netto


Prendere in esame le attività pubbliche, il patrimonio, conduce al concetto di debito pubblico netto
(differenza tra il debito pubblico lordo, misurato al suo valore di mercato, e il valore degli asset pubblici). In
tal caso il rapporto debito/PIL netto è generalmente più contenuto del rapporto lordo. A volte è anche
negativo, e ciò significa che gli attivi pubblici sono in grado di compensare il debito pubblico.
Tuttavia, l’utilizzo della nozione di debito pubblico netto è discutibile, perché gli attivi pubblici non possono
essere facilmente venduti.

Debito pubblico e sua stabilizzazione nel tempo.

Debito finanziario
Il concetto contabile comunemente usato per la valutazione del debito pubblico è quello di debito
finanziario, vale a dire

Debito finanziario = titoli di debito pubblico sui mercati + garanzie stati (es. FESF in UE) + impegni impliciti
(es. pensioni pubbliche).

33
I titoli di stato che costituiscono la maggior parte del debito sono scambiati sul mercato finanziario e sono
oggetto di negoziazione continua.

Titoli: a breve termine (es. BOT, 3m, 12m, …) o a lungo termine (es. obbligazioni pubbliche, a 10a, 30a, …);
in valuta nazionale o internazionale; a tasso fisso o tasso variabile (inflazione).
Mercati: primario (emissione per asta: agenzie del debito vs. investitori istituzionali) e secondario
(compravendita: investitori istituzionali vs. altri investitori, …) ->“vecchia visione”: titoli con tasso senza
rischio.

➢ Il prezzo di un’obbligazione di stato dipende dal tasso di interesse relativo. Generalmente il prezzo
di un’obbligazione perpetua varia in modo inversamente proporzionale al tasso d’interesse. Questa
proprietà è il risultato di una sommatoria a orizzonte infinito del valore attuale delle cedole: dove C
definisce la cedola e i il tasso di interesse di mercato:

formula

➢ Nel caso opposto, di una obbligazione a scadenza finita ma che non contempla alcun interesse. Il
prezzo dell’obbligazione dipende allora dalla probabilità che il valore nominale, vale a dire
l’ammontare preso a prestito alla data 0, sia effettivamente rimborsato.

Relazione diretta tra rischiosità e tasso di interesse (es. obbligazione a scadenza finita): risk
premium e spread del tasso di interesse

In generale più un’obbligazione è giudicata rischiosa, più il tasso di interesse richiesto dagli
investitori per acquistarla e conservarla nel loro portafoglio è elevato. Questo supplemento di
remunerazione legato al risk taking è chiamato premio per il rischio (risk premium).

Si ha l’abitudine di misurare i premi per il rischio calcolando il differenziale per uno stesso tipo di
obbligazione tra il tasso di interesse dei differenti mutuatari e quello di un mutuatario giudicato
particolarmente sicuro. Questi differenziali del tasso di interesse sono chiamati spread del tasso di
interesse.

➢ Relazione circolare tra solvibilità e rating di agenzie (es. Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s):
vantaggi e limiti del rating.

Una prospettiva storica


Spese ed entrate

34
Deficit e debito

Crisi del debito e le loro conseguenze

Insolvenza sovrana (soverign default): incapacità (totale o parziale) dello stato di onorare il debito
finanziario (capitale, interessi, … garanzie); evento creditizi e credit default swaps (ISDA).

Tre rimedi:
1) Assistenza finanziaria: FMI, Troika, …e programmi di aggiustamento per avanzi primari sufficienti;
Onere: contribuenti, dipendenti pubblici, beneficiari trasferite.
2) Monetizzazione del debito: acquisto titoli BCE, inflazione e svalutazione debito pubblico;
Onere: agenti con redditi non indicizzati all’inflazione (vantaggio per debitori in valuta nazionale);
35
3) Rinegoziazione del debito: riprogrammazione (scadenze) o ristrutturazione (riduzione valore attuale
pagamenti futuri);
Onere: prestatori (direttamente) ed economia (indirettamente).

Differenziazione geografica: saldi primari strutturali e politiche fiscali


Stati Uniti:
• Saldi «molto fluttuanti»: picchi di avanzo (2000, Clinton) e di disavanzo (2009, Obama);
• Politica fiscale «fluttuante»: stabilizzazione congiunturale (anni ‘70, Kennedy); stabilizzazione automatica
o monetaria (anni ‘80, Reagan); deficit strutturali (inizi 2000, Bush); stimoli discrezionali (2009, Obama).
Giappone:
• Saldi in «strutturale peggioramento»: boom pre-anni ‘80 (avanzi) e scoppio della bolla (disavanzi);
• Politica fiscale di «sterile rilancio»: rilancio della domanda (crescita) vs. difficoltà strutturali (es. sistema
bancario, demografia, …).
Europa:
• Saldi «meno fluttuanti»: fluttuazioni deboli e performance «media»;
• Politica fiscale «eccezionalmente stabilizzante (contro-ciclica)»: stimoli post shock petroliferi (1973-79) e
post crisi finanziaria (2009), e contrazioni post espansione (2006); in generale «pro-ciclica».

Teorie

E’ con la “teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes che viene contemplato
l’impiego della politica di bilancio per influenzare il livello della domanda aggregata.
Mentre la teoria classica si preoccupava essenzialmente della solvibilità, le analisi di Keynes conducono a
privilegiare i flussi delle spese e delle entrate pubbliche mettendo in secondo piano le considerazioni
relative allo schock del debito.

Analisi keynesiane I generazione


L’approccio Keynesiano, di cui una versione sintetica è il modello IS-LM, pone come ipotesi principali la
rigidità dei prezzi nel breve periodo, l’elasticità dell’offerta e la dipendenza del consumo delle famiglie dal
reddito corrente.
In queste condizioni, l’equilibrio macroeconomico non si realizza con l’aggiustamento dei prezzi, ma grazie
all’adeguamento della domanda delle quantità prodotte.
Uno schock positivo della domanda si trasmette all’economia con un effetto moltiplicatore (moltiplicatore
Keynesiano o moltiplicatore della spesa pubblica) quando spese ed entrate pubbliche, investimenti e
commercio, sono considerati esogeni; al contrario del risparmio che dipende dal reddito secondo la
propensione al risparmio.

ΔY = ΔG+ ΔGb+ (ΔGb)b + (ΔGb2)b +…= ΔG(1+ b + b2 + b3 +...)= 1/(1− b) ΔG

Con b(propensione marginale al consumo) = 0,8


ΔG (reddito) = 1
ΔY(produzione=moltiplicatore spesa pubblica) = 5

Limiti versione base e versioni “avanzate”:

1. Mercati finanziari: aumento tasso di interesse ed effetto di spiazzamento (finanziario) degli


investimenti: l’investimento privato si riduce a causa del rialzo del tasso di interesse, che
indebolisce l’impatto di un’espansione delle politiche fiscali sulla domanda aggregata e sul reddito.
Modello IS-LM;

36
2. Economia aperta:
- “Fuoriuscita” (importazioni) della politica fiscale: 1/(1–b+m), con m = propensione
marginale ad importare (0.3); Modello croce-keynesiana (2);
- Tassi di cambio e flussi di capitale: efficacia combinato-condizionata della politica fiscale;
Modello Mundell-Fleming
- Livellamento tassi di interesse al tasso mondiale: debole effetto spiazzamento, a meno di
grandi premi di rischio (spread)

3. Non perfetta rigidità dei prezzi: inflazione da domanda (da politica fiscale), limitata solo con forti
rigidità prezzi e/o capacità produttiva inutilizzata; Modello AD-AS keynesiano;

4. Offerta aggregata inclinata (pendenza positiva), piatta nel MP ma ripida nel BP: aumenti di offerta
solo con forti aumenti dei prezzi ma limiti ex-post alla domanda causa aumento prezzi;

Modello AD-AS classico/ monetarista; breve vs. medio/lungo periodo;

5. Effetti negativi lato offerta: finanziamento tramite imposte della spesa pubblica, impatto negativo
su offerta fattori (lavoro e capitale), e rischio inversione moltiplicatore;
politica fiscale temporanea vs. permanente; effetti non determinabili a priori ed effetti di
composizione: a una dimensione data gli effetti di un aumento o una diminuzione del disavanzo
potrebbero differire significativamente a seconda che questo derivi dalle spese o dal gettito, a
seconda della loro rispettiva natura.

6. Consumi indipendenti dal livello del reddito corrente: ricorso al mercato del credito, livellamento
dei consumi nel tempo, e dipendenza consumi da reddito intertemporale -> Programma di max.
vincolata

Consumi dipendenti dal reddito intertemporale (continua): vincolo di bilancio pubblico


intertemporale e neutralità della politica fiscale temporanea (stabilizzazione).

Riduzione temporanea imposte:


effetto pubblico: deficit di bilancio corrente -> imposte future per ripianarlo;
effetto privato:
a. aumento reddito corrente;
b. pari riduzione reddito futuro;
c. reddito intertemporale invariato (se r = ρ); c)
effetto complessivo netto sulla DA: nullo.

Aumento temporaneo spesa pubblica:


effetto pubblico: deficit di bilancio corrente -> aumento domanda aggregata ->imposte future
per ripianarlo;
effetto privato:
1.riduzione reddito futuro;
2. riduzione reddito intertemporale;
riduzione consumi pari ad aumento spesa pubblica (se r = ρ); c)
effetto complessivo netto sulla DA: nullo.

Riduzione permanente imposte o aumento permanente spesa pubblica:


effetto pubblico: …;
effetto privato: variazione reddito intertemporale e dei consumi;
effetto complessivo sulla DA non nullo.
37
Teorema dell’equivalenza ricardiana
debito pubblico corrente equivalente ad imposte future

Modello base (Barro, 1974): aspettative razionali; spese pubbliche improduttive; ricorso al credito
illimitato; orizzonte infinto o benevolenza intergenerazionale (ipotesi irrealistiche, Mankiw, 2000) -> effetti
ricardiani totali.

Modelli più recenti (Blanchard, 1985; Campbell e Mankiw, 1989; Galì, Lopez-Salido e Valles, 2007): due
famiglie tipo immortali (con e senza vincoli di liquidità) o assenza di benevolenza intergenerazionale +
rigidità dei prezzi -> effetti ricardiani parziali e proprietà keynesiane.

Evidenze empiriche sui moltiplicatori


Tenuto conto delle ambiguità e delle controversie teoriche , l’efficacia della politica di bilancio per
tsabilizzare l’attività economica è in definitiva una questione empirica. Diversi tipi di approccio:
a. simulazione modelli macroeconomici (e.g. Coenen et al. 2010 (FMI));
b. stima econometrica modelli ridotti (Blanchard e Perotti, 2002 (es. VAR));
c. analisi di episodi importanti/duraturi di politica fiscale (Alesina e Ardagna, 2010, FMI, 2010).

Principali risultati:
1) Il moltiplicatore della spesa pubblica è prossimo ad 1 (minore quello delle imposte nelle simulazioni).
2) Il moltiplicatore aumenta con politica di bilancio e monetaria concertate e rispetto a certi strumenti (es.
stimolo fiscale temporaneo vs. aumento permanente spesa pubblica).
3) I moltiplicatori (5 paesi OCSE) sono diminuiti nel corso degli anni ‘80 e ’90 (Perotti, 2015), ed aumentati
durante la crisi del 2008-2009 (Christiano et al., 2011): credito ed effetti ricardiani.
4) I moltiplicatori hanno effetti maggiori nei periodi di recessione che nei periodi di espansione (Auerbach e
Gorodnichenko, 2012).

Analisi keynesiane II generazione

Il “circolo vizioso” della politica fiscale


Lo stato contrariamente alle famiglie , ha una durata di vita infinita, al punto che il suo debito non ha mai
bisogno di essere integralmente rimborsato. Più precisamente il debito a scadenza sarà rimborsato grazie a
nuovi prestiti perché è ragionevole pensare che le generazioni future saranno pronte, a loro volta, a
investire una parte dei loro risparmi nei titoli del debito pubblico.
Non c’è dunque limite a questa capacità di prendere a prestito dallo stato? Per rispondere occorre valutare
la solvibilità dello stato in ogni istante , vale a dire appurare l’esistenza di risorse che gli permettano di far
fronte alle sue cadenze.
Come dimostrano diversi esempi storici, la bancarotta si verifica quando i cittadini si rifiutano di ridurre
ulteriormente il loro reddito a vantaggio dei creditori dello stato.

La solvibilità caratterizza la situazione delle finanze pubbliche in un dato istante: ma, tenuto conto
dell’inerzia delle spese e del gettito è importante riuscire a prevedere un’eventuale insolvenza in un dato
momento nel futuro. Questo è ciò che definisce il concetto di sostenibilità o di viabilità.
La situazione delle finanze pubbliche è insostenibile se, sulla base della politica economica e delle previsioni
disponibili , l’andamento previsto del debito pubblico porta a una situazione di insolvenza.
A causa delle aspettative di mercato, finanze pubbliche insostenibili possono facilmente diventare
insolvibili.
La sostenibilità delle finanze pubbliche è un concetto particolarmente importante nell’Eurozona, dove uno
stato che si trovi nell’incapacità di far fronte al servizio del debito non può contare né su un finanziamento

38
attraverso la creazione di moneta , né sulla solidarietà finanziaria degli altri stati membri. Non restano
allora che 2 soluzioni: o un enorme consolidamento fiscale o una ristrutturazione del suo debito.

Due approcci teorici di analisi degli effetti della politica fiscale con debito:
1) Calcolo dello spazio fiscale (fiscal space) (Ghosh et al., 2011, FMI): livello di debito pubblico che consente
stimoli fiscali senza incorrere in insostenibilità
(BQ, Fig. 3.11, pag. 180).
- funzione di reazione saldo primario al debito pubblico; linea di interessi costanti sul debito; equilibrio
stabile (E0), ed equilibri instabili (E1 ed E2);
- FS: differenza tra debito pubblico osservato e quello “soglia” in E1 (o E2): circa 200% del PIL (stime fragili).

2) Modelli keyensiani a soglia: stesso stimolo, effetti diversi sotto e sopra la soglia di debito pubblico:
- “sotto soglia”: assenza di programmi futuri di stabilizzazione (Bertola e Drazen, 1993), o onere
aggiustamento su generazione future (Sutherland, 1997) -> effetti keynesiani (correlazione (+) tra SG e SPR)
- “sopra soglia”: previsione programmi stabilizzazione (B&D, 1993), o onere su generazione presente (S,
1997) -> effetti non keyensiani ((-) tra SG e SPR).

Criteri valutazione sostenibilità debito/finanze pubbliche


Controllo del circolo ed effetti keynesiani della politica fiscale: effetti preservati a condizione che il circolo
sia controllato, …. Il debito sia sostenibile.

1) Stabilità rapporto debito/PIL: confronto tra saldo primario effettivo e quello teorico, che
permetterebbe al rapporto di restare costante. Questo saldo teorico dipende dal rapporto
debito/PIL e dalla differenza tra la crescita del PIL e il tasso di interesse.
2) “Vincolo di bilancio pubblico intertemporale” ed “aliquota d’imposizione sostenibile” (AIS):
Le finanze pubbliche sono sostenibili se il valore attuale di tutte le entrate pubbliche future è
almeno pari al valore attuale di tutte le spese future, più il valore iniziale del debito . In altri termini,
poco importa che le spese siano finanziate domani o dopodomani, purché lo siano un giorno , e che
si tenga conto degli interessi corrispondenti.

39
Il confronto tra pressione fiscale effettiva (PFE) e l’aliquota che, per date proiezioni (spesa pubblica
(es. pensioni e sanità), tasso di interesse, e di crescita), soddisfa il vincolo di bilancio
intertemporale.

NB: Applicazione numerica UE nel PSC, a complemento del controllo deficit e debito: anche prima
della crisi (2008-2009), PFE < AIS –> più tasse e condizione più severa del 60%!!!
(-) Dipendenza criterio dalle proiezioni e non definizione del sentiero verso la sostenibilità.
(-) Sensibilità di AIS a cambiamenti di scenario economico (es. riforma pensioni e riduzione AIS).
40
3) Analisi dinamica del debito pregresso: stima rischio di una “traiettoria divergente” della PFE dalla
AIS.
(+) Analisi indipendentemente da previsioni a lungo termine.
(-) Esclusiva considerazione dinamica passata del debito: impossibilità di valutare impatto riforme
attese (es. riforma pensioni).

4) Contabilità intergenerazionale (CI): integrazione Criterio 2) con considerazione di trasferimenti ed


imposte di generazioni presenti e future (Auerbach, Gokhale e Kotilkoff, 1991). Nuova AIS che
soddisfa:

Valore attuale imposte al netto trasferimenti x generazioni future=


Valore iniziale debito pubblico+valore attuale spese pubbliche al netto di imposte pagate da
generazione corrente

NB: Principali risultati di contabilità intergenerazionale in Europa: le generazioni vincenti sono


quelle che sono andate in pensione e anche che la legislazione attuale lascia alle generazioni future
un onere significativo da pagare.

Considerazioni conclusive:

• Difficoltà di valutazione: mancanza di dati affidabili su conti pubblici, dipendenza dal metodo usato, a cui
si aggiunge la “political economy” del debito frutto di storia ed equilibri politici, e dipendente dagli assetti
istituzionali (es. Tabellini, 1991: debito pubblico più sostenibile in società né troppo egalitarie, né troppo
diseguali).

• Importanza di valutazione: insufficienza del monitoraggio di deficit e debito pubblico (PSC) Trattato UE su
Stabilità, Coordinamento e Governace (TSCG) 2012:

• Integrazione sorveglianza di bilancio con regola evoluzione debito/PIL =


Diminuzione di 1/20 all’anno del gap tra debito/PIL effettivo e 60%, per
paesi sopra questa soglia.

La dimensione internazionale

Internazionalizzazione economica, coordinamento istituzionale internazionale (es. G20, PSC, TSCG, …) e


dimensione internazionale della politica fiscale.

1.dimensione economia-Paese (piccola vs. grande);


2.regime tassi di cambio (fissi vs. flessibili);
3.mobilità dei capitali (elevata vs. contenuta).

1. Il caso di economie “piccole”: modello Mundell-Fleming “base” (IS-LM allargato);

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2. Il caso di economie “grandi”: modello Mundell-Fleming “esteso”.
3. Il caso di unioni monetarie: modello Bénassy-Quéré e Cimadomo, 2006.

1. Il caso di economie “piccole”: modello Mundell-Fleming “base”

Cambi fissi:
-Mobilità capitali: (+)G -> [(+)i, (+)Y)] -> disavanzo commerciale ma capitali stranieri ed apprezzamento
valuta nazionale -> intervento BC per cambi fissi ed acquisto riserve valuta estera -> politica monetaria
espansiva -> (-)i fino a tasso mondiale (i*): no spiazzamento, effetto politica fiscale rinforzato.

-No mobilità dei capitali: (+)G -> [(+)i, (+)Y)] -> no ingresso di capitali ma deficit commerciale e
svalutazione valuta nazionale -> intervento BC per cambi fissi e vendita riserve valuta estera -> politica
monetaria restrittiva-> (+)i fino a Y* inziale: effetto politica fiscale spiazzato.

Cambi flessibili:
-Mobilità capitali: (+)G -> [(+)i, (+)Y)] -> deficit commerciale ma capitali stranieri ed apprezzamento valuta
nazionale -> peggioramento competitività -> (-)i e (-)Y fino a livello iniziale (Y*): effetto politica fiscale
spiazzato da domanda estero/nazionale.

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-No mobilità dei capitali: (+)G -> [(+)i, (+)Y) -> no ingresso capitali, ma deficit commerciale e svalutazione
valuta nazionale -> miglioramento di competitività -> (+)i e (+)Y: effetto politica fiscale rinforzato.

2. Il caso di economie “grandi”: modello Mundell-Fleming “esteso” (a interazioni e trasmissioni).

Cambi fissi:
-Mobilità capitali: come per Paese piccolo manovrante, … apprezzamento, acq. valuta, (-)i -> “diffusione” di
(-)i al Paese estero -> aumento attività economica estera (investimenti ed export vs. Paese manovrante);
Sì Trasmis.

-No mobilità dei capitali: come per Paese piccolo manovrante, deprezzamento, vend. valuta, (+)i e
spiazzamento e no impatto su attività Paese manovrante no impatto su attività economica Paese estero;
No Trasmis.

Cambi flessibili:
-Mobilità capitali: come per Paese piccolo manovrante … tasso di cambio nazionale si apprezza -> tasso di
cambio estero si deprezza equilibrio monetario con stesso tasso di interesse ed effetti diluiti, non nulli;
Sì Trasmissione.

-No mobilità dei capitali: come per Paese piccolo manovrante … tasso di cambio nazionale si deprezza ->
equilibro bilancia pagamenti senza trasmissione di effetti; No Trasmissione.

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Conclusione: Mobilità di capitali come cerniera di trasmissione della politica fiscale, a prescindere dal tasso
di cambio, sebbene con canali diversi.

3. Il caso di unioni monetarie:


cambi fissi e mobilità di capitale all’interno e cambi flessibili e mobilità di capitali all’esterno.

Una politica fiscale espansiva in un paese crea un’esternalità positiva, in termini di domanda aggregata, per
gli altri membri, ma ne crea una negativa quanto concerne il tasso di interesse. Questo suggerisce che nel
caso di uno schock di domanda simmetrico e negativo, l’equilibrio non cooperativo sarà sub ottimale,
perché caratterizzato da un livello del tasso di interesse troppo elevato.
In questo senso si può considerare che il patto di stabilità e di crescita (PSC) sia uno strumento non solo di
disciplina di bilancio ma anche di coordinamento, poiché limita la reazione degli stati membri a uno shock
di domanda simmetrico, e lascia il campo a una reazione centralizzata della politica monetaria unica.
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Tuttavia, vi è una difficoltà di coordinamento delle politiche di bilancio: assenza di una unione politica, e
priorità stabilizzante della politica monetaria (coordinamento politiche di bilancio come soluzione di
secondo ordine alla stabilità dei prezzi).

Buona regola:
shock simmetrici ->politica monetaria comune risponde agli schock che interessano l’insieme della zona;
shock asimmetrici –> politica fiscale, risponde agli schock che riguardano specificamente un paese o un
gruppo di paesi.

Contagio delle crisi del debito


Crisi simultanee del debito (Eurozona 2010-2012) segnate da una correlazione importante tra i tassi di
interesse dei paesi colpiti. Tale evidenza non è spiegata dal modello di Mundell-Fleming.

Possibili spiegazioni:
1) Effetti di apprendimento: i mercati imparano a riconoscere cause comuni e Paesi in condizioni simili a
quelli pesantemente indebitati e li colpiscono (Grecia, Portogallo, Irlanda, ...).
2) Reazioni a catena: ricadute razionali (es. perdite Paese x e diminuzione dell’esposizione al rischio in
Paese y) ed irrazionali (es. effetti panico) della crisi dei Paesi colpiti.

Evidenze empiriche su Eurozona


• Non conclusive e limitate ad aspetti propedeutici: es. recente scoperta del rischio di insolvibilità europea
da parte dei mercati Euro (De Grauwe, 2011).
• Evidenza sia di effetti di apprendimento (mercati attenti alla sostenibilità ed alle sue determinanti), sia di
reazioni a catena (es. effetti gregge).

Politiche fiscali

“Ricette classiche” di politica fiscale, ma con importanti specificazioni.

Gli impegni sottoscritti dai governi soffrono del problema di incoerenza temporale: per poter prendere a
prestito a buone condizioni, un governo ha interesse ad annunciare un rapido ritorno all’equilibrio delle
finanze pubbliche; ma gli viene poi chiesto di rinunciare al suo impegno per sostenere l’attività economica o

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per soddisfare gruppi di pressione. Conoscendo gli incentivi del governo , gli agenti privati non hanno
ragione di credere ai suoi annunci e le aspettative sono sfavorevoli.
Per evitare questo genere di problema, in numerosi paesi sono state introdotte regole vincolanti destinate
a guidare le decisioni di politica fiscale e sono state rese il più possibile indipendenti dalla politica le loro
istituzioni finanziarie.

Un ricorso crescente alle regole


Le regole di bilancio mirano ad assicurare in modo credibile e duraturo la gestione delle finanze pubbliche,
consentendo alla politica di bilancio di svolgere il suo ruolo di stabilizzazione anticiclica. Queste regole
rappresentano per i governi dei vincoli che limitano l’uso discrezionale della politica fiscale, ma anche la
certezza che essi nel futuro potranno affrontare degli schock inattesi, grazie al fatto che le finanze
pubbliche fino ad allora saranno state in equilibrio.

Diverse regole distinte per:


• Forma: limiti (di deficit, di debito pubblico), obiettivi (di spesa), destinazioni (avanzi di bilancio), …
• Tempo: ex-ante (politica votata), ex-post (politica eseguita), …
• Ambito: stato centrale, amministrazioni pubbliche, regioni, …
• Oggetto:
i) Divieto di approvazione bilancio in disequilibrio.
ii) Obbligo di pareggio del bilancio corrente (“regola aurea” delle finanze pubbliche).
iii) Livelli attesi di deficit o avanzo primario.

I contra specifici e generali delle regole:


i) problemi di misurazione;
ii) limiti all’aggiustamento congiunturale (regole strutturali);
iii) limiti al livellamento dei consumi nel tempo; iv) eccesso di investimenti pubblici (regola aurea).

Tuttavia: in media, 1,9 regole per Paese Avanzato; 1,7 per Paese emergente (FMI, 2012).

Regole e istituzioni
L’alternativa alle regole consiste nel porre l’accento sulle istituzioni che partecipano alla decisione di
bilancio e sulle procedure decisionali. La political economy ha mostrato che la sostenibilità fiscale risente
sia delle condizioni politiche e sociali che della qualità delle istituzioni.
1) Una politica di bilancio non sostenibile deriva frequentemente da conflitti tra gruppi sociali sulla
ripartizione del costo dell’aggiustamento fiscale che è percepito come necessario, ma di cui
nessuno intende sostenere l’onere. Quindi, la frammentazione sociale e politica indebolisce la
solidarietà e mina la disciplina di bilancio, perché ciascun gruppo si focalizza sul proprio interesse e
tende a trascurare i costi collettivi di una politica di bilancio insostenibile.
2) La qualità delle istituzioni e delle procedure di bilancio spiega una parte importante delle differenze
nelle performance tra paesi. Quindi, il grado di centralizzazione della politica fiscale evidenzia le
differenze tra paesi relativamente al deficit e al debito.

Politiche fiscali nell’Eurozona


L’unificazione monetaria pone numerose questioni di politica fiscale: Le 3 principali si riferiscono:
a. Alla disciplina di bilancio dei paesi partecipanti, ossia al rischio che le politiche fiscali lassiste o
un’evoluzione insostenibile dei debiti pubblici possano far correre alla stabilità monetaria
b. Al federalismo fiscale, vale a dire alla necessità o all’opportunità di accompagnare la gestione a
livello federale della politica monetaria con una federalizzazione parziale anche della politica fiscale
c. Al coordinamento tra le politiche di bilancio e all’eventuale coordinamento di queste con la politica
monetaria d’insieme.
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Disciplina di bilancio
Il moltiplicatore Keynesiano tende a essere elevato in un’unione monetaria dove i capitali circolano
liberamente. I governi hanno allora la tendenza a sostenere l’attività economica in periodi di crescita
debole e a non aggiustare le finanze pubbliche quando la crescita riparte, in modo che tendenzialmente il
debito pubblico aumenta sempre. Di fatto, in un’unione monetaria, l’indisciplina di bilancio di un singolo
stato fa correre un rischio alla stabilità monetaria dell’unione nel suo insieme.
Si crea quindi un circolo vizioso tra il peggioramento del debito sovrano e quello bancario.
Cosa succede quando uno stato non è più in grado di finanziarsi?
Inevitabilmente la BC è oggetto di pressioni perché si sostituisca agli investitori privati nell’acquistare i titoli
di stato.
L’instabilità finanziaria , inoltre, in un mercato integrato non è limitata a un solo paese: se il debito sovrano
di uno stato è detenuto dalle banche di altri stati, l’incapacità di onorare il servizio del debito indebolisce il
settore finanziario in tutta la zona.
E’ per prevenire a questo rischio che con il trattato proibisce alla BCE e alle banche centrali nazionali
dell’Eurosistema di acquistare direttamente, dai differenti ministeri del Tesoro, titoli sovrani dei paesi
partecipanti all’euro, quando vengono messi all’asta (mercato primario)
Da un lato la banca centrale può eludere tale divieto con l’acquisto di titoli sul mercato secondario, sul
quale le istituzioni finanziarie rivendono i titoli prima della loro scadenza, oppure prestando alle banche in
modo che queste acquistino i titoli pubblici.
Dall’altro lato, uno stato in difficoltà ha la tendenza a finanziarsi a breve termine questo può porre
rapidamente la BC davanti a un dilemma: rischiare di provocare il fallimento dello stato aumentando i tassi
d’interesse o accettare di condurre una politica espansiva che preservi la capacità dello stato di pagare e
che nello stesso tempo svaluti il debito.
Una politica fiscale irresponsabile aumenta , così il rischio che le pressioni sulla BC inducano un’inflazione
più elevata o tassi di interesse più bassi.
Il dibattito sulle modalità di disciplina di bilancio non è cessato in particolare sul Patto di stabilità e crescita.

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Questioni ancora aperte:
1. Variabili da sorvegliare: da includere – es. debiti “impliciti” fuori bilancio, come pensioni retributive – o
escludere – investimenti in attività intangibili, come la R&S.
2. Rischiosità finanziaria Stati: obiettivi di debito più alti – per Paesi a rischio – o più bassi – per Paesi
finanziariamente sviluppati.
3. Profilo temporale del vincolo: possibilità di violare il deficit eccessivo in fasi sfavorevoli, se si sono
cumulate risorse in fasi favorevoli del ciclo.
4. Grado di centralizzazione: maggiore/minore flessibilità di bilancio a Stati con regole-istituzioni fiscali
solide/deboli.

Federalismo e “unione fiscale”


Diversi tipi di risposta alle opportunità di federalismo fiscale:

1) Sostegno alla stabilità finanziaria: di Stati che conoscono/rischiano problemi di finanziamento per
preservare la stabilità finanziaria dell’Eurozona
Strada già impiegata e ancora dibattuta: dal Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, TSCG, 2012), a
(possibili) Fondi di risoluzione per le banche dell’Eurozona, dispositivi centralizzati di garanzia depositi
bancari.

2) Eurobonds/Eurobills: schemi di emissione debito comune a Stati eurozona


Strada molto dibattuta: (+) garanzia congiunta e solidale tra Stati; (+) vigilanza di bilancio reciproca tra
Stati.

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3) Potenziamento del bilancio europeo (1% reddito lordo UE 2014): da strumento di allocazione e
redistribuzione tra regioni (principali spese: PAC, sviluppo rurale, e coesione regionale),
complementare agli stati (principali entrate: contributi statali su loro reddito lordo, % di gettito IVA,
tariffe doganali e su import agricolo), a strumento di stabilizzazione (spese: grandi assicurazioni sociali;
entrate: possibili imposte europee (es. eco imposte)
Strada quasi non considerata: (-) frammentazioni politiche).

Coordinamento politiche di bilancio

Tra politiche economiche statali: i Grandi Orientamenti della Politica Economica (GOPE) dell’Unione
europea (art. 121 TFUE) e le riunioni dell’Eurogruppo (Ministri finanze) -> coordinamento debole (replica
pareri Consiglio Europeo nel PSC), benchè opportuno più forte.

Tra politiche fiscali statali: … -> coordinamento assente, anche se opportuno per 2 ragioni: 1) disciplina di
bilancio come “bene pubblico internazionale”; 2) interdipendenze internazionali di bilancio.

Tra politica monetaria e politiche fiscali: possibilità ministro presidente ECOFIN di assistere al Consiglio
governatori BCE senza diritto di voto -> coordinamento debole, ma opportuno per non mettere in
discussione indipendenza BCE.

4) Politica monetaria

Cosa sono e cosa fanno le Banche Centrali?

Oggi le banche centrali implementano strategie molto complesse, mentre in precedenza servivano
essenzialmente a conservare le riserve auree, ad emettere banconote e monete in proporzione alle riserve
e a riempire le casse dello stato sfruttando la differenza tra il valore nominale della moneta emessa e il suo
contenuto in oro (il cosiddetto signoraggio).

Le banche centrali o «Super-banche»: caratteristiche e funzioni addizionali a quelle delle banche ordinarie,
evolute nel corso della «loro storia».

Da «banche dello Stato» a «banche delle banche»: …, anche se, un’istituzione non necessaria per la
circolazione della moneta, teoricamente ed empiricamente

Da «creatrici di moneta» a «stabilizzatrici dei prezzi»: errori monetari storici (anni ’20, ‘30, ‘70, …) e
revisione «unanime» delle priorità (stabilità dei prezzi), benché non dei modi.

Da istituzioni «statali» ad istituzioni «indipendenti» (in genere, anni ‘80-90): necessità di politiche
«credibili» di stabilità dei prezzi (inefficacia di annunci non credibili).

Da obiettivi macro «standard» a funzioni macro «nonstandard» (post-crisi 2007) - stabilità finanziaria,
prestatore di ultima istanza, … - con possibili interferenze, e tecniche – statistiche, bilancia dei pagamenti…

La Banca Centrale Europea


Istituzione federale dell’UE (art. 130 TFUE) -> statuto internazionale, su obiettivi (es. stabilità prezzi) e
modalità (es. non finanziamento Stati).

Direzione centralizzata:
• Comitato esecutivo (Executive Board) BCE: presidente, vicepresidente, e altri 4 membri.
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Decisione centralizzata:
• Consiglio dei governatori (Governing Council) BCE: comitato + governatori BC 19 Paesi Euro

Gestione decentralizzata:
• Eurosistema: BCE + 19 BC area euro (es. banche italiane finanziate da Banca d’Italia).
• SEBC: BCE + 28 BC dei Paesi dell’UE (inclusi non Euro).
• Target 2: sistema di pagamento unificato dell’Euro, collegamento: banche -> BC -> BCE.

Cosa fanno le banche centrali?


Due azioni principali:
1) creano (una certa) moneta;
2) fissano (alcuni) tassi di interesse.

Creazione di moneta da parte della BC

1)Le banche centrali hanno il privilegio di creare quella che viene chiamata moneta ad alto potenziale o
base monetaria(M0): stampano cioè banconote e forniscono liquidità alle banche in modo da assicurare la
stabilità dei prezzi e favorire la sicurezza e l’efficienza del sistema dei pagamenti.
2)Inoltre, un’attività meno conosciuta , ma quantitativamente molto più importante fornisce liquidità alle
banche.

1)La moneta immessa direttamente dalla banca centrale è costituita dalle monete metalliche e banconote
(fiat money) in circolazione e della moneta scritturale (depositi bancari).
Le banche possono a loro volta accreditare i conti dei loro clienti e questi ultimi possono acquistare attività
finanziarie da utilizzare come riserva di valore.

La moneta immessa direttamente dalla banca centrale , costituisce il primo degli aggregati monetari (M0),
Una frazione della moneta in circolazione («moneta scritturale»): M1, M2, M rientra nella definizione di
moneta ma è meno liquida della moneta ad alto potenziale.

Il rapporto tra base monetaria (M0) e moneta scritturale (M), dipendente da 2 variabili:

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a. riserve obbligatorie: percentuale (r) dei depositi ricevuti dal pubblico che le banche commerciali
sono tenute ad avere presso (alcune) BC (es. BCE, 1%).
b. incidenza prestiti rispetto alle altre attività delle banche: “banche universali” (EU) (di deposito + di
investimento) e “banche specializzate” (US, post Volcker Rule) (l’uno o l’altro).

• L’effetto “moltiplicato” di M0 su M: il moltiplicatore monetario (1/r > 1) (es. M0 = + 100, con propensione
nulla del pubblico al circolante):
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M0 = 100
Deposito Banca A = 100
Prestito Banca A = (1− r )100
Deposito Banca B = (1− r )100
Prestito Banca B = (1− r )(1− r )100...

M = 100 +100(1− r )+100(1− r )2 +100(1− r )3 +... =(1/r)100


2)Liquidità delle banche di 2 tipi:
a. liquidità di mercato, che può essere definita come la facilità con la quale è possibile vendere attività
finanziarie (asset) senza modificarne significativamente il prezzo.
b. liquidità di finanziamento, che può essere definita come la facilità con la quale un’istituzione solvibile
può onorare i suoi debiti alla scadenza.

Le banche si prestano reciprocamente denaro a breve e brevissimo termine su un mercato denominato


mercato monetario o mercato interbancario. Tuttavia, l’equilibrio globale tra offerta e domanda di liquidità
non è lasciato solo al mercato. Senza l’intervento della BC il prezzo della liquidità , cioè il tasso di interesse a
breve termine , varierebbe considerevolmente.
Le banche possono sempre rivolgersi alla banca centrale per ottenere liquidità di cui hanno bisogno e la
banca centrale può correggere in ogni momento quelli che considera eccessi o insufficienze di liquidità.

Modalità intervento: «Operazioni di mercato aperto» di 2 tipi:


-Acquisto/vendita assets delle banche: US, “FED funds” e conti delle banche presso la FED;
-Repurchase agreements operations (repo)/operazioni di rifinanziamento: UE, prestito temporaneo di
liquidità alle banche, garantito da «collateral» (pacchetto di asset delle banche) che in genere comprende
obbligazioni (bonds)private e pubbliche ma anche prestiti bancari e asset banche securities ( ABS)

La BCE applica un «haircut» al valore di mercato del collateral in funzione della sua qualità, vale a dire che
richiede un volume di garanzie maggiore del prestito accordato per premunirsi dal rischio di insolvenza. Di
conseguenza il valore delle garanzie deve essere tanto più alto del valore del prestito quanto peggiore è la
loro qualità. Come indicatore di qualità si utilizza tipicamente il rating” dei “collateral”.

Come la fornitura di liquidità alle banche appare sul bilancio della banca centrale?
A debito (exit) sul conto della BC, a credito (entry) sul conto delle banche commerciali presso BC.
Bilancio della BC:
(-): M0 e fondi azionisti // (+): titoli (diversi), riserve auree e valuta.

Fissazione (alcuni) tassi di interesse da parte della Banca Centrale


Le banche quando si finanziano presso la banca centrale, pagano un prezzo calcolato in funzione del tasso di
rifinanziamento. Più il tasso di rifinanziamento è elevato, più la domanda di liquidità è bassa . Fissando dunque il tasso
di rifinanziamento o tasso di sconto, la banca centrale ha dunque il potere di influenzare la domanda di liquidità.

La BCE
❖ Tre tassi di interesse chiamati Leading interest rates: regolano i tassi di interesse del mercato
interbancario a breve termine:
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1. Tasso « principale di rifinanziamento» (refi) : tasso al quale la BCE conduce le Operazioni
Principali di Rifinanziamento settimanali (MRO)
• 1999 – 2007: asta a chiamata tra le banche commerciali, su tassi offerti da banche oltre
tasso minimo = tasso principale di rifinanziamento (refi), variabile (diverso da tasso medio
di rifinanziamento).
• 2007 – oggi: asta a tasso fisso, dal 2009, a somme illimitate.
2. Tasso marginale di prestito: per accedere alla «permanent marginal lending facility», con
repo a 24 ore ->tasso di interesse elevato.
3. Tasso marginale di deposito: per accedere alla «permanent marginal deposit facility» a 24
ore ->tasso di interesse basso (o negativo).

❖ Operazioni di Rifinanziamento a Lungo Termine (LTRO): mensilmente, repo a scadenza 3 mesi;

❖ Operazioni di Rifinanziamento Eccezionali (es. repo a 3 anni, 12/2011, 2/2012, 9/2014) e di fine-
tuning (es. 11/settem./2001).

❖ Strumenti non convenzionali (post-crisi debiti sovrani 2010):


1) Emegency Liquidity Assistance (ELA): aiuti urgenti e garantiti a banche solvibili incapaci di
rifinanziarsi sul mercato (tassi > refi, in quanto prestiti di ultima istanza).
2) 2010: Cover Bond Purchase Program (CBPB) e Security Markets Programme (SMP); 2012:
Outright Monetary Transactions (OMT), in sostituzione di SMP: ridurre esposizione rischio banche
(> prestiti) e abbassare tassi di interesse dei governi nazionali sui titoli del debito pubblico (<
deficit).

Ogni giorno la BCE calcola una media dei tassi praticati da un paniere di banche dell’Eurozona nel mercato
interbancario per prestiti overnight di brevissima durata. Per ragioni di arbitraggio questa media chiamata EONIA
fluttua all’interno dei 2 limiti costruiti dalle marginal facilities della BCE.
Nel 2009 la BCE fornisce alle banche dell’Eurozona tanta liquidità quanta esse ne richiedono. Il sistema bancario
complessivo era in una situazione di liquidità eccessiva e il tasso interbancario si collocava di conseguenza a un livello
molto basso.
Questo meccanismo permanente di arbitraggio, così come un sistema di pagamento unificato dell’euro (Target2)
assicura l’unità dei tassi del mercato monetario dell’Eurozona. Ciò permette di sapere in ogni momento se una banca
è creditrice e quali sono quelle che forniscono liquidità, o quelle che beneficiano dei depositi delle banche locali.

La FED
❖ Tasso dei «FED funds»: tasso al quale le banche prendono o danno a prestito liquidità a 24 ore,
usando i lodo depositi presso la FED -> leading interest rate.
❖ «Discount window»: opportunità per le banche in carenza di liquidità di prendere a prestito con
tassi più elevati che i FED funds, e differenziati in funzione del rischio di chi prende a prestito.

Nel 2008 la FED ridusse a 0 il suo leading interest rate, il tasso obbiettivo dei FED founds e dato che i tassi di a breve
non potevano più diminuire come si poteva combattere una pressione di ribasso dei prezzi e quindi di aspettative di
deflazione? La FED ha acquistato su larga scala attività finanziarie, soprattutto titoli di stato a lungo e medio termine
per aumentare la massa monetaria e e far diminuire i tassi di interesse su tutta la yeld curve. (poliotica di quantitative
easing)

I tassi di interesse
Tasso di rifinanziamento principale -> tassi di interesse a breve: attraverso l’arbitraggio delle banche tra
operazioni sul mercato interbancario e operazioni con la BC.

Tasso di rifinanziamento principale -> tassi di interesse a lungo: attraverso la «yield curve» e le aspettative.

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- Yield curve: sequenza tassi di interesse per prestiti/investimenti a scadenze crescente-> crescente;
concava; con possibile piega da interventi BC (es. politica espansiva)
-Aspettative:i tassi a lungo termine possono variare anche se i tassi a breve non cambiano perché
incorporano le aspettative dei mercati riguardo ai futuri tassi a breve

Tasso di interesse «nominale» e «reale»: reale ex-ante (nominale – inflazione attesa) e reale ex-post
(nominale – inflazione osservata).

Tassi di interesse in contesto internazionale: mobilità dei capitali, arbitraggio ed interdipendenza tra tassi
di diversi Paesi, ma diversità tra i tassi che a parità di scadenza:
1) Diversi gradi di rischio (es. instabilità politica, vigilanza bancaria, …) e diverse probabilità di default
(agenzie di rating) -> diversi premi di rischio -> diversi tassi.
2) Diversi tassi di cambio -> diversi rendimenti per assets in valute più o meno rivalutate/deprezzate ->
diversi tassi di interesse.
Teorie

Si tratta di teorie in evoluzione come per le altre politiche, con importanti spunti di novità generale (es.
aspettative razionali):
• Teoria keynesiana;
• Teoria monetarista: critica e primi modelli con aspettative razionali;
• Teorie neo-keynesiane microfondate: primi modelli con rigidità nominali.
• Nuove teorie microfondate: con settore bancario e/o mercati finanziari.

Abbiamo diverse teorie per molti ambiti monetari tra cui:


• Teorie del controllo della moneta: neutralità e non.
• Teorie del controllo dei tassi di interesse.
• Teorie dell’efficacia della politica monetaria.
• Teorie sulla trasmissione della politica monetaria.

Teorie del controllo della moneta:


Lungo periodo (LP): assenza (esclusività) di impatto su variabili reali (nominali), come ad esempio il PIL (il
livello generale dei prezzi) -> Controllare la moneta per stabilizzare l’inflazione.
Breve periodo (BP): possibilità (impossibilità) di impatto su variabili reali (nominali), come ad esempio il PIL
(il livello generale dei prezzi) -> Controllare la moneta per stabilizzare l’output.

Lungo periodo (LP)


La moneta è neutrale, quindi influenza solo le variabili nominali senza modificare quelle reali. Quindi:
-costanza della velocità di circolazione della moneta (V = transazioni in valore per unità di moneta),
-dipendenza del PIL (Y) dalla capacità produttiva,
-neutralità della moneta (M)
Si ha un solo un impatto sui prezzi (P).

Teoria quantitativa della moneta


Assumendo:
-un certo (basso) tasso di decrescita di V (es. -0,5% pa),
-un certo tasso di crescita di Y (es. 2,5% pa),
-il controllo di M può garantire il controllo di un certo target di crescita di P (es., 1,5% pa):
24

52
PY = MV;
ln(PY) = ln(MV);
ln(P)+ ln(Y) = ln(M)+ ln(V)

ΔP/P +ΔY/Y =ΔM/M +ΔV/V → ΔM/M =ΔP/P +ΔY/Y –ΔV/V → 1,5% = -0,5% +4,5% -2,5%

Pilastro principale” iniziale della BCE: obiettivo di crescita dell’1,5% all’anno della massa monetaria (P)
attraverso il controllo della politica monetaria (M) (dal 2003,è stato messo in secondo piano, essendo
inflazione stabile, anche con variazioni di M fuori obiettivo)

Il legame tra crescita monetaria ed inflazione è stato dimostrato da numerose evidenze empiriche.
Tale legame dipende dall’inclusione di Paesi e/o periodi ad alta inflazione (es. Turchia), infatti nel BP e in un
contesto a bassa inflazione , non c’è relazione tra crescita monetaria e inflazione.

Breve periodo (BP).


-La “vecchia” storia keynesiana esogena dei prezzi rigidi: il mercato della moneta assorbe la moneta creata
tramite riduzioni del tasso di interesse -> aumento delle variabili reali, ovvero DA e PIL (capacità
inutilizzata).
NB: Nel LP, prezzi flessibili e neutralità.

-La nuova storia keynesiana (“neokeynesiana”) endogena delle rigidità nominali: prezzi e/o salari non si
aggiustano istantaneamente all’aumento dell’offerta di moneta -> effetti ricchezza (aumento valore reale
depositi) -> aumento delle variabili reali, ovvero DA e PIL (capacità inutilizzata).

Tre possibili spiegazioni delle rigidità nominali:


• 1. L’ipotesi di informazione asimmetrica.
• 2. L’ipotesi di contratti multi-periodali.
• 3. L’ipotesi di costi di menù.

1. Informazione asimmetrica (Lucas, 1972; Phelps, 1967): i produttori (+ informati sui loro mercati)
scambiano l’inflazione indotta da shock monetari non anticipati per un aumento dei prezzi relativi, ed
aumentano l’offerta.

2. Contratti multi-periodali (Fischer, 1977; Taylor, 1980): imprese e lavoratori adeguano i salari
all’inflazione indotta da shock monetari (anche anticipati) solo periodicamente (a scaglioni) e non
completamente, consentendo aumenti dei salari reali e dell’offerta.

3. Costi di menù (Akerlof e Yellen, 1985; Mankiw, 1985): a causa di costi di aggiustamento dei listini (es.
costi menù ed Euro), le imprese non trovano micro-economicamente ottimale adeguare completamente i
prezzi di vendita all’inflazione indotta da shock monetari (anche anticipati), consentendo aumenti dei salari
reali e dell’offerta.

NB: L’esistenza delle rigidità nominali nel breve periodo non è incompatibile con il funzionamento
neoclassico dell’economia nel lungo periodo. Quindi, un’espansione monetaria avrà inizialmente un effetto
sull’attività economica , ma questo effetto verrà progressivamente annullato dall’adeguamento dei prezzi.
Bisogna anche notare che più la massa monetaria cresce velocemente, più gli agenti reagiscono
rapidamente, eliminando le rigidità nominali e facilitando l’aggiustamento dei prezzi. In casi estremi
(iperinflazione) l’aggiustamento dei prezzi è pressoché istantaneo.

Teorie del controllo dei tassi di interesse


Approccio monetarista: data la rilevanza della moneta (es. inflazione), fissare il tasso coerente con il target
monetario pre-fissato.

53
Approccio post-monetarista: data la scarsa rilevanza della moneta nel BP (inflazione), fissare il tasso
coerente con target non monetari; modelli coerenti con le “nuove strategie” delle Banche Centrali.

Il modello di Clarida, Galì e Gertler (1999, JEL).


Modello neo-Keynesiano con agenti ottimizzanti, aspettative razionali, e rigidità nominali.
In questo modello la BC fissa i tassi di interesse a breve termine per mantenere il tasso di inflazione futura
e l’output gap futuro quanto più vicini possibile agli obiettivi.
Un aspetto importante è che la BC adotti un approccio forward looking: non cerca di controllare i livelli
attuale dell’inflazione e dell’output ma il livello atteso → tasso di interesse reale di breve (i) fissato in modo
tale da minimizzare la media ponderata (pesi variabili) dei gap di inflazione (π *) e output (Y – YP) futuri.

Risultati: il controllo del tasso di interesse è diverso rispetto a shock di Domanda o di Offerta.

• Shock D: ↑P e ↑Y → ↑Gapπ e ↓GapY;

• Shock O: ↑P e ↓Y → ↑Gap π e ↑GapY.

1) Controbilanciare completamente lo shock D (aumento pieno di i):

↑i → ↓Y →↑GapY → Phillips → ↓Gap π

2)Controbilanciare parzialmente lo shock S (riduzione non piena di i):

↓i → ↑Y →↓GapY → Phillips → ↑Gap π

3)Aumento del tasso nominale più del target sul reale, in presenza di inflazione. 30

Teorie dell’efficacia della politica monetaria


Due minacce potenziali all’efficacia della politica monetaria verso gli obiettivi di output ed inflazione:

(1) Efficacia della politica monetaria ed aspettative razionali.

Il problema: conoscendo i parametri del modello e la funzione di perdita sociale della BC (aspettative
razionali), le famiglie possono vanificare gli effetti della politica monetaria, anticipando gli effetti della
politica (inflation bias) e i comportamenti opportunistici della BC (incoerenza temporale).

La soluzione: per avere garanzia degli effetti voluti della politica monetaria, le BC devono comportarsi e
annunciarsi in modo credibile.

➢ Aspettative razionali e “inflation bias” di una politica monetaria “allocativa” (output) (Barro e
Gordon, 1983JPE):

● Famiglie anticipano inflazione indotta da una riduzione del tasso di interesse della BC, e la
incorporano nei salari reali (non scendono) -> aumento inflazione senza riduzione disoccupazione
(inflation bias)
-> politica inefficace.

54
● Scomparsa inflation bias con impegno credibile della BC alla lotta all’inflazione -> riduzione
inflazione attesa e il livello di interesse per controllare l’inflazione e aumentare l’output ->
riduzione disoccupazione senza aumento inflazione
-> politica efficace.

➢ Aspettative razionali ed “incoerenza temporale” di una politica monetaria “stabilizzatrice” (prezzi)


(Barro e Gordon, 1983JPE):
Incentivo BC a non mantenere in t +1 la lotta all’inflazione annunciata in t (incoerenza temporale):
shock economici o tentativo di ancorare in basso le aspettative di prezzo (t) per condurre una
politica espansiva contro la disoccupazione meno costosa in termini di inflazione (t + 1).

● Anticipo delle famiglie di annuncio non credibile, aspettative inflazione … come sopra …
->politica inefficace.

● Scomparsa inflation bias con annunci credibili di lotta all’inflazione (vedi istituzioni)… come sopra …
->politica efficace.

(2) Efficacia della politica monetaria ed interdipendenza con la politica fiscale (“dominanza
fiscale”).(sono dipendenti solo nel lungo periodo)

Problema: una politica fiscale minante la sostenibilità del debito pubblico genera aspettative di
a. sovereign default (bancarotta)
b. monetizzazione del debito, che influenzano l’efficacia della politica monetaria esponendola a:
1. crisi di liquidità bancaria (riduzione valore collateral dei titoli colpiti)
2. spinte inflazionistiche (eccesso di moneta per acquisto titoli).

La soluzione: evitare o ridurre la “dominanza fiscale” della politica monetaria

Conseguenze monetarie dei deficit: l’ “aritmetica sgradevole” di Sargent e Wallace (1981)

Soluzione alla “dominanza fiscale”: “scoordinare” politica monetaria e politica fiscale:


• Divieto di monetizzazione del debito pubblico: quasi ovunque.
• Divieto di finanziamento diretto di governi e/o istituzioni pubbliche da parte della BC: UE, Trattato di
Maastricht, ma acquisto sul mercato secondario di BCE e BC.
• Temporaneità e vincoli di adeguamento di manovre acquisto titoli: es. Securities Market Program (SMP,
Eurozona, 2010), Outright Monetary Transactions (OMT, Eurozona, 2012).

Contro-soluzione: “coordinare” politica monetaria e politica fiscale:


• Ragioni politiche: evitare sindromi da scarica barile.
• Ragioni economiche: ristabilire il first-best di un gioco con equilibrio sub-ottimale (Dixit e Lambertini,
2003).

Teorie sulla trasmissione della politica monetaria


➢ Canale del tasso di interesse
➢ Canale degli assets price
➢ Canale del credito
➢ Canale del tasso di cambio in un’economia aperta
➢ Canale del risk taking nel settore finanziario

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Canale tasso di interesse
Canale keynesiano “standard”: ↑M →↓i →↑I →moltiplicatore sulla domanda di beni e servizi →↑Y

Gli investimenti dipendono dal tasso di interesse reale a lungo termine, mentre la politica monetaria agisce
sul tasso di interesse nominale a breve termine. Quindi il canale di trasmissione dipendente dalla relazione
tra tassi di interesse a breve e tassi di interesse a lungo, e dalla propagazione di variazioni dei primi sui
secondi (yield curve).

Un importante mis-match temporale: M →i BP; I ←i LP.

Differenze a livello Paese:


-Pratiche prestiti: propagazione maggiore con mutui a tasso variabile (es. UK) che a tasso fisso (es. D).
-Diffusione credito al consumo: propagazione maggiore con possibilità di acquisti a credito (es. US).
-Formazione aspettative: propagazione maggiore con yield curve più ripide (es. IT vs. J).

Canale degli assets price


Canale “bi-dimensionale” indotto dal canale tasso di interesse: ↑M → ↓i →

a) ↑prezzo assets finanziari (prezzo delle attività finanziarie) ed immobiliari famiglie


(obbligazioni e beni immobili) [effetto concorrenza rispetto a titoli vecchi a tasso + alto]
wealth-effects da rivalutazione patrimonio → aumento consumi.

b) ↑prezzo azioni delle imprese [effetto (di i) su “valore fondamentale” (attuale) e/o effettivo dei
dividendi] aumento q di Tobin (Valore mercato impresa/Costo sostituzione capitale fisico) probabilità che
un investimento generi profitto → aumento investimenti.

Canale di trasmissione con peso crescente: crescente partecipazione di famiglie ed imprese ai mercati
finanziari (es. UK, uso di immobili propri come garanzia di crediti al consumo).

Canale del credito


Canale “bi-fronte” indotto dal canale tasso di interesse: ↓M → ↑i →

a) Fronte famiglie/imprese: aumento costo prestiti riduzione domanda credito → riduzione consumi e
investimenti.

b) Fronte banche: aumento costo rifinanziamento presso BC + aumento rischiosità debitori → riduzione
offerta credito (a famiglie e imprese) → riduzione investimenti.

Punto chiave: minore disponibilità credito come acceleratore finanziario degli effetti di i sul costo del
credito (Bernanke-Gertler1995).

● In assenza del teorema di Modigliani-Miller, aumenti di i riducono finanziamento di investimenti,


causa razionamento del credito, anziché/oltre causa aumento del suo costo  Per 2 ragioni:

1) Informazione asimmetrica e “selezione avversa” dei progetti da finanziare (Stiglitz e Weiss,


1981): impossibilità banche di valutazione capillare rischiosità ed imposizione generale di un
premio di default; troppo alto (basso) per progetti “buoni” (“cattivi”), basso (alto) rischio, basso
(alto) profitto  ↑i → rischiosità cattivi debitori  razionamento.

56
2)Svalutazione assets in portafoglio (riduzione prezzo) ed eccesso di impaired assets (titoli in
sofferenza, “tossici”) nei bilanci delle banche: difficoltà di usare titoli per rifinanziarsi in caso di
insolvenza debitori  razionamento.

Soluzioni al razionamento del credito:

1) Informazione asimmetrica e selezione avversa:


• Opportunità/obbligo di pubblicazione di informazioni sulle imprese da finanziare (signalling).
• Offerte bancarie di credito differenziate (tassi diversi) per rivelare il rischio del debitore (screening).

2) Svalutazione assets in portafoglio e deterioramento bilanci bancari:


• Misure non convenzionali da parte di BC per aiutare il rifinanziamento delle banche: vedi Eurozona
2008/09 e 2011/2012.
• In caso di insolvenza (- > +), obbligo di ricapitalizzazione di mercato (fusioni o emissioni azioni) o
ricapitalizzazione pubblica (politica fiscale vs. politica monetaria!!!): vedi Eurozona crisi 2008/09.
• Sovvenzioni statali di prestiti bancari socialmente desiderabili (politica fiscale!!!): es. in R&S ed
infrastrutture.
• Superamento test di resistenza (stress tests) di fronte ad avvenimenti estremi.

1e2) Evitare sussidio sistematico di rischi cattivi (NB: le banche sono razionali nel razionamento).
39
Canale del tasso di cambio in un’economia aperta
Canale “multi-dimensionale” indotto dal canale tasso di interesse ed amplificante i suoi effetti:

↑M (↓M)→ ↓i (↑i)→

differenziale negativo (positivo) rispetto a tasso di interesse estero (i - i*) → vendita (acquisto) capitali in
valuta nazionale → diminuzione (aumento) tasso di cambio
valuta nazionale (S = $ per unità di €) = svalutazione (apprezzamento) → molteplici effetti:

• livello generale dei prezzi: rivalutazione (svalutazione) importazioni ed inflazione (deflazione).


• domanda aggregata: aumento (diminuzione) beni commerciabili (rispetto a non commerciabili) e
commerciabili nazionali/export (rispetto a commerciabili esteri/import).

57
• offerta aggregata: aumento (diminuzione) prezzo materie prime e beni intermedi importati.

Canale M→ i → S (tasso di cambio) è esplicitabile mediante la Parità Scoperta dei Tassi di Interesse, o
Uncovered Interest Rate Parity (UIP): è un’uguaglianza che presuppone la perfetta mobilità dei capitali,
sostituibilità perfetta tra asset nazionali ed esteri, cambi flessibili ed assenza di rischio.

Reazione istantanea del tasso di cambio a:


i) differenziali presenti ed attesi dei tassi di interesse;
ii) cambiamento atteso del tasso di cambio  Implicazioni:

1. Impatto politica monetaria tanto più importante quanto maggiore è la sensibilità del tasso di cambio al
tasso d’interesse: Paesi “piccoli”.

2. Possibilità di overshooting di BP del tasso di cambio, rispetto al valore di LP (Dornbusch, 1976): con
aspettative razionali, ed aggiustamento graduale dei prezzi, con una politica monetaria
espansiva nel BP il tasso di cambio deve scendere oltre il livello di equilibrio di LP, per generare un Sa che ri-
soddisfi la UIP.

3. Maggiore volatilità dei tassi di cambio rispetto alle variazioni del tasso di interesse

4.Possibilità di variazione dei tassi di cambio anche per la sola variazione di aspettative sulla politica
monetaria: annunci, anche in assenza di azioni concrete.

Canale del risk taking

↑M → ↓i →
1) maggiore assunzione (taking) di rischio (risk)da parte degli investitori →
2) maggiori “rischi sistemici” (es. panico bancario) per la “stabilità finanziaria”

1. Aumento della rischiosità dei progetti di investimento, per diversi ragioni:

• Maggiore facilità di raggiungere valori “benchmark” per il rendimento nominale dell’investimento: tassi
bassi, bassi benchmark, alti rischi per alti rendimenti.
• Maggiore domanda (D) e maggiore offerta (O) di prestiti rischiosi: canale asset price
a. aumento valore titoli concessi in garanzia per ottenere prestiti rischiosi (D);
b. aumento valore fondi propri delle banche e rispetto del capital adequacy ratio per concedere
prestiti più rischiosi (O).
c. Maggiore ricorso all’effetto leva finanziaria (leverage effect, l = D/K): debito meno costoso e
possibilità di ampliare le attività investite (K a r) con il debito (D ad i), aumento atteso dei
guadagni [r + (r - i) I] ma anche delle perdite [-z-(z+i)I].

2. Aumento “rischi finanziari sistemici”, a causa di diversi meccanismi di rischio nella intermediazione
bancaria (shock macro):
a. Aumento e propulsione “rischio da controparte”: maggiore probabilità di bancarotta dell’impresa
debitrice verso la banca, della banca debitrice verso un’altra banca...

b. Aumento e propulsione “rischio di liquidità”: maggiore difficoltà a smobilizzare asset per accendere linee
di credito agli investitori, quando una crisi non li colpisce individualmente
o casualmente (Tirole, 2008).

58
c.Aumento e propulsione “rischio di mercato”: peggioramento dei valori di bilancio bancari, e corsa agli
sportelli (panico bancario) per ritirare i depositi feed-back sugli altri rischi.

Rischio di diffusione a cascata di singoli default bancari, e crisi del sistema finanziario nel suo complesso:
crisi sistemica (Diamond e Dybvig, 1983), insufficienza di “liquidità interna”,
e necessità di “liquidità esterna”.
Rischi sistemici e fornitura di liquidità esterna: pro e contro della BC verso altri prestatori (Stato, FMI, RdM,
…).

Pro:
• Selezione più adeguata delle banche bisognose di liquidità.
• Differenziazione di interventi per shock di liquidità aggregati (sostegno liquidità settore bancario con
politica monetaria standard) vs. shock di liquidità bancari (prestiti temporanei per
rifinanziamenti banche solvibili).

Contra:
• Trasferimento di ricchezza da risparmiatori a banche: basso tasso di interesse.
• Rischio finanziamento progetti non redditizi.
• Rischio “sovvenzione” sistema intermediazione finanziaria socialmente inefficiente (“zombie banks” tipo
Giappone anni ‘90): disincentivi alle banche per ridurre dimensioni del loro bilancio e/o orizzonti temporali
dei prestiti.

Osservazioni conclusive.
• Nessuno dei canali comporta effetti diretti della moneta sull’inflazione (come da teoria quantitativa
moneta):
l’effetto è indiretto e passa attraverso l’impatto sulla domanda aggregata; l’unico effetto diretto è quello
garantito dalle aspettative “razionali” di inflazione (es. Barro e Gordon, 1983; Clarida, Galì e Gertler, 1999).

• Il funzionamento dei canali è differente in differenti Paesi, risentendo delle modalità di prestito, della
presenza di credito al consumo, della struttura degli investitori (piccoli vs. grandi), dal bilancio ricchezza
immobiliare e finanziaria, comportando effetti diversi per una stessa politica.

Politiche

Obbiettivi
Diversi obiettivi delle BC, con diversa declinazione nei loro mandati (parlamenti nazionali o trattati
internazionali (es. Euro):
1. Stabilità dei prezzi (*).
2. Stabilità del tasso di cambio.
3. Stabilità dell’output.
4. Stabilità finanziaria.

Solitamente:
1 parte del mandato delle BC,
4 condiviso da tutte le BC (implicitamente o esplicitamente)
2 e 3 condivisi e/o esplicitati in modi diversi (es. Paesi piccoli/grandi, più o meno sviluppati…)

59
Stabilità dei prezzi

Perché stabilizzare i prezzi?


Evitare/ridurre i costi di una inflazione troppo alta (se non persino “iperinflazione”, es. π >50%):

1. Costi psicologici e di programmazione: cambiamenti unità di valore per confronti nel tempo, incertezza e
riduzione consumi ed investimenti
2. Tassazione implicita della ricchezza di famiglie ed imprese: riduzione del valore reale dei loro assets,
specie in PVS (economie sommerse, intensive di contanti) ed in assenza di indicizzazione o contratti in
valuta.
3. Redistribuzione potere di acquisto: vincitori e perdenti (es., nei contratti di prestito non indicizzati, dai
creditori ai debitori).
4. Costi di menù: riassortimento listini e prezzari.
5. Distorsione dei segnali informativi forniti dai prezzi relativi: adeguamento delle imprese all’inflazione non
sincronizzato, “falsi” prezzi relativi, e decisioni “errate” di produzione e consumo.
6. Distorsioni fiscali: tasse che non tengono conto dell’inflazione (es. capital gains).

Perché la BC deve stabilizzare i prezzi? E non qualcun’altro


• Risposta istituzionale: la BC è garante del valore interno (potere di acquisto) e del valore esterno (tasso di
cambio) della moneta che emette, con diverse modulazioni in economie “piccole” (VE primario) e “grandi”
(VI primario).
• Riposta classica (“monetarista”): “l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario” (Friedman)
→ controllo inflazione tramite controllo moneta.
• Riposta moderna (post anni ’80, legame debole moneta - prezzi): controllo dell’inflazione più efficace in
capo ad una istituzione indipendente da altri attori, con obiettivi conflittuali (es. intermediari finanziari e
soprattutto Stati).

Evidenza empirica sulla stabilizzazione dei prezzi


• Pre-anni ‘80: Inflazione elevata → shock petroliferi, indicizzazione salari, politiche monetarie espansive.
60
• Post-anni ‘80: Controllo inflazione → indipendenza BC e agganci monetari a valute con bassa inflazione
(es. marco in Europa)
• Anni ‘90: Deflazione → il caso del Giappone post bolla immobiliare (crollo prezzi, ritardo riduzione tassi
interesse, e primi esempi di quantitative easing).
• Metà anni 2000: Inflazione → aumento generalizzato prezzi petrolio e materie prime
• Post 2010: Deflazione→ riduzione prezzi petrolio e dei beni (es. quantitative easing della BCE per
“generare inflazione” (vedi scelte chiave).

NB: L’evoluzione è il frutto (indistinguibile) congiunto di cambiamenti istituzionali (es. indipendenza della
BC) e di cambiamenti economici (es. BRIC ed aumento offerta mondiale).

A quale valore stabilizzare i prezzi?


L’inflazione non deve essere troppo alta, ma neanche troppo bassa, potendo una sua crescita “oliare gli
ingranaggi”, consentendo:
1) Uscita da “trappole della liquidità” che vanificano l’effetto reale della politica monetaria: abbassare il
tasso di interesse reale, quando il tasso nominale è vicino allo zero (non potendo diventare negativo).
2) Aggiustamento dei salari reali, in presenza di rigidità al ribasso dei prezzi e dei salari nominali.

Tasso ottimale di inflazione > 0:


1,5% < π <4% nei PS;
tra 1-1,5% per i “rigorosi”;
tra 3-3,5% per i “meno rigorosi”
Tasso obiettivo BC: BCE 2%, stesso la FED dal gennaio 2012.
Come stabilizzare i prezzi? Come raggiungere un certo target di inflazione?
Tre diversi tipi di regole, rispetto a variabili diversamente osservabili/prevedibili (regole esplicite/ implicite):
1. Regole strumentali: esprimere variabili “strumentali” (tipicamente tasso di interesse) “in funzione”
dell’inflazione target (es. Taylor rule); regola inflessibile.
2. Targeting rules: scegliere tra le strategie (anche di tasso di interesse) che minimizzano l’inflation-gap, al
netto di trade-off (es. output-gap); regola osservabile con possibile discrezionalità.
3. Targeting rules intermedie: perseguire un obiettivo intermedio (tipicamente monetario), collegato
all’obiettivo finale inflazione; regola osservabile e gestibile, ma debole.

Evoluzione delle regole di stabilizzazione dei prezzi:


-Anni ‘60, 70’ e 80’ - Targeting rules intermedie (tipo 3) su aggregati monetari (es. M3): i 2 pilastri della BCE
pre-2003:
• i) crescita annua a medio termine del 4,5% per M3 (ex Bundesbank)
• ii) valutazione di un insieme di indicatori di inflazione.

-Anni ’90 - Inflation targeting (tipo 2) su inflazione attesa a medio termine (NZ, Canada, UK, Svezia,
Australia e PVS*):
• Svantaggi: difficoltà di previsione inflazione e sua dipendenza da informazioni e politiche cogenti.
• Vantaggi:
a. trasparenza e prevedibilità della politica monetaria (previsioni inflazione rese pubbliche e
commitment);
b. esclusione degli shock temporanei (approccio forward looking);
c. combinazione di regole ed informazioni (discrezionalità);
d. supporto al coordinamento internazionale e alla stabilità dei cambi;
e. compatibilità con stabilizzazione output (vedi curva di Phillips).

• Valutazione inflation targeting (in PVS emergenti): efficace in contesti deflazionistici, meno in contesti
inflazionistici (2000 –2010).

61
Quale tattica per stabilizzare i prezzi?
Anche una volta fissato l’obiettivo e la regola, differenze tra le BC in quanto a frequenza e rapidità degli
interventi, tipicamente modifiche dei tassi di interesse.

Le differenti tattiche di FED e BCE: diverse reazioni allo stesso shock, per diversi pesi all’informazione, al
rischio di errore ed alla propria funzione.

➢ FED: attivismo (abbassamento tassi, 2002, innalzamento tassi, 2004-2006).


Ratio: non mancare occasioni di stabilizzazione, anche al rischio di destabilizzare i mercati e/o
generare effetti pro-ciclici (ritardo trasmissione politica).

➢ BCE: prudenza (ribassi e rialzi più graduali negli stessi anni).


Ratio: non reagire alla volatilità dell’economia con comportamenti altrettanto volatili, assicurando
gli agenti nel risk-tacking, anche a costo di opportunità di stabilizzazione mancate.

L’utilità di una tattica intermedia: evitare attivismo eccessivo (cambi di direzione, destabilizzazione e pro-
ciclicità) e prudenza eccessiva (opportunità mancate), … ma spesso convergenza su uno dei due (es.
attivismo post 2007-2008).

Stabilità tassi di cambio


Perché controllare il tasso di cambio?
Per evitare/ridurre l’impatto di cambi flessibili sull’inflazione (svalutazione del cambio ed “inflazione
importata”), tipicamente con un “ancoraggio” nominale esterno (cambio fisso bilaterale).

Perché (allora) il tasso di cambio (indirettamente), invece che il tasso di inflazione (direttamente)?
• 1) Obiettivo (intermedio) più verificabile dell’obiettivo (finale) inflazione.
• 2) Obiettivo (a volte) più credibile di quello sull’inflazione:
Paesi in via di Sviluppo, domanda incerta, istituzioni non affidabili →ancoraggio a monete forti (es. $).

Differenze tra Stati nella priorità di questo controllo:


1) Paesi piccoli: incidenza prodotti importanti su IPC →inflation targeting = exchange rate fixing;
2) Paesi grandi: compromesso tra obiettivi interni ed esterni.

Stabilità dell’output

Perché stabilizzare l’output, con la politica monetaria?


-Con prezzi rigidi e/o rigidità nominali di BP (consenso), aumento moneta comporta riduzioni tasso di
interesse … effetti reali, possibilmente anti-ciclici:

Aumento:
investimenti (moltiplicatore);
esportazioni (deprezzamento cambio).

Riduzione
domanda (inflazione ed effetti ricchezza negativi);
ritardi trasmissione stimoli monetari;
effetti neutralizzanti delle aspettative, …

Non consenso su effetti anti-ciclici della politica monetaria

62
-Nella pratica, BC “come se” la minimizzazione dell’output-gap fosse un obiettivo: il caso della “Taylor rule”
per la FED (Taylor, 1993) e per altre BC (Bernake e Mihov, 1997):
65
it = r * +0,5(π t −π *)+ 0,5( yt − y*)

r* : tasso di interesse "naturale"


π * : target per tasso di inflazione (π )
y* : livello potenziale (target) per l’output (y)

NB: se l’output gap è preso per proxy inflazione, obiettivo standard di inflazione.

La Taylor rule non è uno strumento normativo, ma analitico: benchmark per previsioni, confronti, …).

Declinabile in due modi, a volte divergenti: rispetto al tasso di inflazione generale, o rispetto al tasso di
inflazione core (esclusi prezzi cibo ed energie, più fluttuanti).

A volte rispettata, a volte disattesa: il caso della BCE nel 2005 (disattesa), nel 2008 (rispettata
moderatamente), nel 2009 e 2013 (disattesa).

Stabilità finanziaria

Cosa si intende per stabilità finanziaria?


Buon funzionamento del sistema finanziario; infrastrutture (borsa, sistemi di pagamento, ..) e regole (es.
Accordi di Basilea) perché gli intermediari finanziari si comportino in modo virtuoso (valutazione corretta
assets, detenzione riserve liquide, ...).

Perché stabilizzare il sistema finanziario?


1. Per prevenire crisi sistemiche: es. alzando il tasso di interesse per frenare offerta credito e aumento
prezzi assets alle porte dello scoppio di bolle.
2. Per curare crisi sistemiche: es. fornendo liquidità alle banche per agevolare i loro prestiti.

Perché lo dovrebbe fare la BC?


Vantaggi e svantaggi (vedi canale risk-taking), ma “fa parte del codice genetico delle BC”.

Istituzioni di politica monetaria


Dipendenza dell’efficacia della politica monetaria da diversi aspetti istituzionali inerenti:
1. Indipendenza e credibilità della BC.
2. Governance (interna ed esterna) della BC

Indipendenza e credibilità
BC sempre più indipendenti dai governi, indicatori di indipendenza:
➢ nomina governatore,
➢ risoluzione conflitti governo BC,
➢ obiettivo esplicito di politica monetaria,
➢ limitazioni al credito della BC al governo

Motivazioni indipendenza:
1) Politiche monetarie altrimenti affette da inflation-bias (Barro e Gordon, 1984): le famiglie non credono a
promesse di controllo inflazione di banche “statali”, ...
2) Incentivo delle banche “statali” (cioè non indipendenti) a favorire inflazione:
➢ maggiore signoraggio (“tassa da inflazione”) da trasferire allo Stato se controllante;
➢ riduzione del debito pubblico non indicizzato e trasferimento debitori  Stato;
63
➢ aumento delle tasse e imposte pagate dalle imprese sul valore nominale.

Diversi gradi di “indipendenza statutaria” per diverse BC:


• FED: mandato ampio e non molta indipendenza (influenza del Congresso degli US sullo Statuto).
• BCE: molto indipendente (Statuto modificabile solo per revisione trattato Europeo).
• Banca del Giappone: dipendente dal governo.
• Banca d’Inghilterra: indipendenza operativa, ma ruolo del ministro delle finanze nello stabilire il
significato della stabilità dei prezzi.

Altri modi per dare credibilità alla BC, diversi dalla indipendenza :
• Il committment: “legarsi le mani”, tipicamente in tema di tassi di cambio, con cambi fissi bilaterali,
dollarizzazione, currency board.
• Banchieri centrali conservatori: scegliere banchieri apolitici (es. ex-BC nazionali in EU) e di giovane età
(meno storia politica).
• Mandati di lunga durata: promesse ed annunci che abbiano il tempo tecnico per realizzarsi e non
dipendano dai cicli politici (> 6 anni).
• Contratti incentivanti: pagare il governatore in relazione ai risultati sulla inflazione (applicazioni diluite
nella realtà, NZ e UK).
• Spinte implicite agli obiettivi: trasparenza, pubblico riconoscimento, reputazione ed accountability (dare
conto) degli organi della BC; differenze tra Stati in quanto ad accountability e trasparenza (es. voti) processi
decisionali (es. US ed Euro)

Governance (interna ed esterna) della BC


Impatto sull’efficacia della politica monetaria del modello di governance della BC rispetto a:
1) Processo decisionale “interno”.
2) Relazioni “esterne” con le banche: “controllo bancario”.
3) Relazione “esterne” con il governo: “policy-mix

1) Processo decisionale “interno”.


• Co-evoluzione (‘90 – ’00) BC verso indipendenza e modelli decisionali collegiali: casi crescenti di comitati
di politica monetaria
• Ratio: maggiore probabilità di decisioni corrette (numerosità di fonti informative) e contestuali
(composizione di istanze istituzionali/ geografiche diverse) rispetto a decisore singolo.

• Problemi:
-Numerosità: comitato preferibile sotto certe ipotesi (es. preferenze comuni, Teorema di Condorcet) e
numerosità non eccessiva (incentivo a non informarsi per componenti non chiave, Teorema dell’elettore
mediano) → numero ottimale? I lavori sperimentali tendono a confermare che i comitati prendono
decisioni migliori dei singoli, ma non c’è ancora accordo sulla loro dimensione ottimale

-Composizione (es. unioni monetarie): comitato “composito” preferibile con governatori (locali) aventi
stesse preferenze (rappresentatività), ma con rischio di decisioni sbagliate (con bias locali, crescente con il
peso dei governatori locali (problema EU e “rotazione dei diritti di voto” dal 2015).

-Comunicazione e trasparenza delle decisioni: pluralità di messaggi, oscurità/segretezza dei processi


collegiali, ed agitazione mercati.

2) Relazioni esterne con le banche: il “controllo bancario”.


-Controllo di vigilanza preventiva (pre-crisi) sulle istituzioni (banche, assicurazione, …) di norma esercitato
da BC, e distinto dal controllo sui mercati (comportamento e diffusione info imprese a protezione
64
risparmiatori): Banca d’Italia vs. CONSOB in Italia, 5 vs. 3 organismi in US, … ma eccezioni (BaFin e
FinServAge) e non accordo universale sulla divisione.

-Regole comuni: Comitato Basilea sul Controllo Bancario →


• Basilea I, 1988: capital adequacy ratio (Rapporto di Cooke) →fondi propri / prestiti (ponderati per rischio
controparte) > 4% (8% quasi-fondi propri).
• Basilea II, 2004 (eccezione US): car con diversi tipi di rischio + vigilanza controllore bancario +
informazione di mercato.
• Basilea III, 2011 (-2018, in EU car = 9% per major dal 2012): car = 7% (fondi propri solo azioni) + cuscinetto
anticiclico (0 – 0, 25%) + SIFI (2,5%) + leverage ratios + 2 liquidity ratios.
• Valutazioni ambigue (es. BRI): (-) riduzione finanziamenti e crescita; (+) riduzione rischio crisi sistemiche.

-Il quadro dell’Unione Europea (oltre gli accordi di Basilea): agenzie di vigilanza nazionali coordinate da
organismi europei:
• Dal 2011: Autorità Bancaria Europea (EBA); Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali
e professionali (EIOPA); Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA).
• Dal 2014: Single Supervisory Mechanism (nella BCE) per le banche dell’Eurozona.

3)Relazione “esterne” con il governo: “policy-mix”.


• Policy-mix (politica monetari e fiscale), coordinamento e diversi modelli di relazione tra BC e governi.
• Modello americano: collaborazione frequente ed “intima” tra Tesoro e FED (le “riunioni” di Rubin
(Segretario al Tesoro presidenza Clinton con Alan Greenspan, governatore FED).
• Modello Eurozona: relazioni più infrequenti e “fredde” tra politici e BCE (assenza di una politica
economica europea unica e la proposta di un Ministro Finanze Eurozona (Trichet (BCE)).
• Ordnungspolitik (Germania vs. Trattato Europeo): coordinamento non necessario nel lungo (nominale vs.
reale) ed implicitamente garantito nel breve dalla divisione del lavoro e da regole (reciprocamente attese)
(es. indipendenza BCE e PSC nell’Eurozona); non universalmente condivisa (es. Francia e UK).

Le scelte chiave
Teorie e pratiche generali di politica monetaria si declinano in modo specifico di fronte ad alcune
“situazioni chiave”, tra cui:
1. Gestione della trappola della liquidità e dei prezzi degli assets.
2. Gestione delle crisi: il “prestito di ultima istanza”.
3. Gestione della politica monetaria in unioni monetarie: l’Eurozona.

1.Gestione trappola liquidità e prezzi degli assets


Trappola della liquidità e “sterilità” di interventi sul tasso di interesse nominale→ il caso “scuola” del
Giappone fine anni ’90 (post bolla immobiliare) ed inizi 2000, e la “nuova lezione” attuale per US (2008) ed
Eurozona (post 2008).

Necessità di interventi alternativi al tasso di interesse (impossibile < 0):

1. “Commitment to be irresponsible” (Krugman, 2000 rispetto al Giappone): aumento massa monetaria nel
lungo periodo (non solo nel breve), e/o impegno credibile a creare inflazione → aumento inflazione
anticipata → riduzione tasso di interesse reale ex-ante.
2. “Quantitative easing”(acquisto massiccio di titoli di stato): il caso “scuola” del Giappone e la lezione
appresa da US, UK e Eurozona ma con modalità diverse:
• US e UK: acquisto assets;
• EU: repurchasing operations.
• Valutazione:
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(+) stime apprezzabili (circa 1%) di abbassamento del tasso di interesse reale
(-) rischio di dominanza fiscale (con debito crescente) e di uscita dal quantitative easing (vendita massiccia
titoli?)
Il controllo dell’inflazione è sufficiente ad assicurare la stabilità economica?
Dal 1997 al 2007 l’aumento della liquidità ha reso stabili l’offerta di moneta e i prezzi dei beni al consumo,
aumentando i prezzi degli asset finanziari.
Perché questo shift inflazionistico?
Politiche monetarie credibili, globalizzazione, BRIC e pressioni competitive (deflazione da consumo) vs.
liberalizzazione finanziaria (inflazione da assets).
Tenere conto dei prezzi degli asset nella gestione della politica monetaria?

Le banche centrali si rifiutano, di solito, di fissare degli obiettivi in materia di prezzo degli asset, soprattutto
perché sembra loro praticamente impossibile distinguer una bolla dall’evoluzione fondamentale dei prezzi
degli asset stessi prima dello scoppio della bolla. Inoltre un price targeting sugli asset fornirebbe
un’assicurazione implicita agli investitori privati contro lo sviluppo di bolle finanziarie creando così un
problema di moral azzard.

Quindi , le BC sono d’accordo nel considerare che la stabilità dei prezzi degli asset non può far parte dei loro
obbiettivi ma anche che devono
a. evitare di far variare troppo bruscamente i tassi di interesse , per non destabilizzare il settore
finanziario
b. Pre-bolla: sorvegliare crescita prezzi assets e creditizi;
c. Post-bolla: mantenere stabilità finanziaria.

NB: difficoltà in Eurozona, bolle asimmetriche.

2. Gestione delle crisi: il “prestito di ultima istanza”.


Ruolo della BC nel salvataggio di banche “in difficoltà”, per evitare crisi sistemiche: “lender of last resort”.

Stimolo di moral hazard da parte delle banche (rischi maggiori se salvate!), attenuato combinando
l’intervento ex-post con la vigilanza ex-ante:
1. Controllo bancario: vedi → (-) limitazione prestiti.
2. Narrow banking: →obbligare le banche a disporre permanentemente delle somme necessarie a
rimborsare i depositanti
3. Assicurazione depositi: + moral hazard banche si assumono più rischi →controllabile agganciando il
premio ai rischi assunti.
4. Riserve di liquidità: buoni del Tesoro e altre formule della riforma Basilea III.

Il prestito di ultima istanza, 3 questioni aperte:


1. Modalità intervento: prestito d’urgenza, garantito da collateral, della BC a banche solvibili;
ricapitalizzazione pubblica banche sistemiche insolventi.
• Problema: difficoltà distinzione tra banche, ed opportunità di “ambiguità costruttiva” della BC (non per
banche grandi).

2.Distinzione rispetto ad altri interventi (vigilanza, rifinanziamento e ricapitalizzazione):


BC→ rifinanziamento per problemi di liquidità (attivo non suff.te liquido rispetto al passivo) vs.
Governo → ricapitalizzazione per problemi di solvibilità (valore netto negativo → liquidazione), da non
lasciare al mercato (fallimento o fusione).
• Problema: difficoltà distinzione tra le due situazioni (no distinzione formale), e rischio accollo totale della
BC con impatto stabilità prezzi.
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3. Compatibilità con obiettivi stabilità dei prezzi: rialzo dei prezzi in istanze di crisi che riguardano tutto il
sistema bancario.
• Problema? Non necessariamente:
-creazione di moneta temporanea (repo);
-crisi bancarie momenti di crescita debole.

3.Gestione della politica monetaria in unioni monetarie: l’Eurozona

• Differenziali di performance cumulati tra i Paesi dell’Eurozona, a causa di eterogenea evoluzione delle
macro-variabili (inflazione, PIL, …), pur in presenza di un “ciclo economico comune”: es. crescita Irlanda vs.
Italia (+33% (-5%) su media EU tra 1999-2007).

• Differenziali di riequilibrio (es. aggiustamenti prezzi, cambi, …), e differenziali strutturali (es. migrazione,
demografia, …): il ruolo fondamentale dei secondi.

• Differenziali strutturali “dati” ed immodificabili per la BCE (politiche strutturali nazionali coordinate), e
non considerati nella politica di tasso di interesse Euro (prezzi eurozona!!!), se non tali da influenzare la
media.

• Differenziali nei canali di trasmissione del tasso di interesse Euro, che la BCE non può ignorare, specie
dopo la crisi dei debiti sovrani (eterogeneità sistemi bancari):
1. Paesi sotto assistenza finanziaria: es. Grecia e Irlanda.
2. Paesi sfiorati dalla crisi: es. Germania, Paesi Bassi, Finlandia.
3. Paesi “in mezzo” (alcuni salvataggi): Francia, Spagna e Italia.

Reazione della BCE alla eterogeneità dell’area Euro dopo la crisi dei debiti sovrani:
1. Supporto alla circolazione di liquidità sul mercato interbancario dell’Eurozona ed implicazioni sul sistema
Target.
2. Due operazioni di rifinanziamento di lungo periodo per 3 anni(LTRO): beneficio soprattutto per Paesi più
colpiti della crisi.
3. Misure non convenzionali di politica monetaria: mercato delle obbligazioni garantite (covered bonds) e
obbligazioni di stato attraverso CBPP, SMP e OMT.

Questioni aperte:
1) Scarsi incentivi di banche e stati nazionali a stabilizzare i bilanci (rifinanziamento BCE a bassi tassi);
2) Capacità del sistema finanziario Eurozona di rientrare a funzionare in condizioni normali.

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5) Politica del tasso di cambio

Il quadro istituzionale della politica del tasso di cambio

La politica del tasso di cambio rappresenta per un governo uno dei più importanti strumenti di politica
economica.

Politica del tasso di cambio: interventi “diretti” (es. svalutazioni) ed “indiretti” (es. riserve valuta estera,
tassi di interesse) sul tasso di cambio, con effetti macroeconomici (monetarie e/o reali).

• Contesto economico della politica: mercati dei cambi, e mercati dei beni/servizi e mercati monetari
nazionali in contesti aperti agli scambi internazionali.

• Contesto istituzionale della politica: sistema di regole ed organizzazioni internazionali sulle relazioni
(cambio) tra le monete → sistema monetario internazionale.

Cenni storici
➢ Gold standard (fine XIX sec. – I Guerra Mondiale): dalle monete d’oro/ argento, al cartamoneta
convertibile in oro  convertibilità fissa monete nazionali / oro e cambio (intermediato) fisso tra
monete nazionali  stabilità prezzi relativi e sterlina valuta-chiave a livello internazionale.

➢ Fase di transizione (I GM – 1944): abbandono convertibilità (guerra e finanziamento monetario


spese militari) ed inflazione  re-introduzione convertibilità squilibrata (crisi anni ‘30) e deflazione
 abbandono convertibilità “misto” (sterlina 1933 vs. svalutazioni competitive)

➢ II GM ed Accordi di Bretton Woods (1944): creazione Fondo Monetario Internazionale (FMI)


vigilanza equilibrio pagamenti mondiali ed aiuto ai paesi in squilibro, e creazione:
➢ Gold Exchange Standard (1944 – 1971): convertibilità fissa monete nazionali / $ (banda oscillazione
ristretta) e $ / oro (circa 1$ al g)  stabilità prezzi relativi e dollaro valuta-chiave internazionale.

➢ Fase critica del GES (1960 – 1971): necessità di forti emissioni di $ (US: guerre, FDI, …) vs. necessità
controllo emissioni (fiducia parità $ / oro), paradosso di Triffin (1961) ed insostenibilità della parità
 La
➢ sospensione unilaterale di Nixon (15/08/1971)

➢ Fluttuazione principali monete internazionali (1973 – ad oggi, con eccezione Europa (vedi dopo)):
abbandono del sistema di BW e ratifica della fluttuazione delle monete con gli accordi di Giamaica
(1976).

Il sistema monetario Europeo dopo BW


• Serpente Monetario Europeo (1972 – 1979): convertibilità fissa (banda di oscillazione molto stretta) fra le
monete aderenti.
• Fase intermedia: non sostenibilità e non accordo sulle parità.
• Sistema monetario europeo (SME) (1979 – 1999): paniere di monete europee – l’ECU (European Currency
Unit) e convertibilità fissa tra le monete aderenti (banda di oscillazione ± 2,25% con eccezioni correnti (IT
6%) e prospettiche (± 6%).
• Fase intermedia: liberalizzazione movimenti di capitale (anni ’90) ed insostenibilità tassi di cambio fissi
(1992: uscita Lira e Sterlina; 1993: allargamento banda a ±15% !!!).
• Unione Monetaria Europea (1999 – oggi): Trattato di Maastricht, e sostituzione delle monete dei Paesi
aderenti con l’Euro (da 11 a 19).
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All’epoca del Gold standard, la fissità dei tassi di cambio bilaterali era vista come il cemento del processo di
integrazione finanziaria internazionale. Infatti i flussi internazionali di capitale sono aumentati
enormemente tra il 1870 e il 1914. Tuttavia la seconda grande ondata di integrazione finanziaria
internazionale, a partire dagli anni 80 del 900 si è invece svolta in un contesto di cambi flessibili.

Si pensa che i flussi internazionali di capitali non hanno contribuito molto alla crescita degli investimenti,
che sono stati invece finanziati essenzialmente dai risparmiatori nazionali.
Paradosso di Feldst in-Horioka (1980): 16 Paesi OCSE, 1960-1974, investimenti correlati con il risparmio
nazionale 0.89 (mentre perfetta mobilità capitali → no correlazione).
Studi più recenti invece, trovano una correlazione minore tra risparmio e investimento, facendo ritenere che
l’integrazione finanziaria internazionale sia aumentata dal 1980 in poi.

Diverse spiegazioni del paradosso di Feldstein-Horioka:


➢ problema nella metodologia econometrica utilizzata
➢ vincolo di bilancio intertemporale: uguaglianza nel LP tra risparmio e investimento
➢ reazione endogena delle autorità pubbliche: aumento risparmio pubblico quando l’investimento
privato aumenta
➢ asimmetrie informative
➢ home-bias effect nelle scelte di portafoglio internazionali: i risparmiatori possiedono meno asset
internazionali e più asset domestici di quelli che i modelli di scelta di portafoglio prescrivono.

Convertibilità delle monete


Due possibili scenari di decisione governativa, con obbligo di comunicazione al FMI:

1. Non convertibilità della moneta: tasso di cambio fisso + autorizzazione preventiva di ogni transazione in
valuta (es. Paesi del blocco sovietico, numerosi paesi in via di sviluppo, …).

2. Convertibilità della moneta: assenza di controlli, e libero scambio moneta nazionale vs. moneta estera,
per uno o entrambi i tipi di transazioni della bilancia dei pagamenti:
• Convertibilità delle transazioni del conto corrente: export/ import, redditi esteri da lavoro/investimenti ed
altri trasferimenti correnti (quasi tutti i paesi).
• Convertibilità delle transazioni del conto finanziario: investimenti diretti, investimenti di portafoglio e
prestiti bancari → chiamato anche libertà di circolazione dei capitali (dagli anni ’80/’90 quasi tutti i paesi,
con eccezioni nei paesi emergenti e in via di sviluppo)

Quando i capitali non circolano liberamente tra i paesi, le transazioni valutarie sono essenzialmente
contropartite delle esportazioni, delle importazioni, degli investimenti diretti autorizzati o dei rimpatri di
capitali. Quando i movimenti di capitali sono liberi, invece, le transazioni valutarie risultano essere
operazioni quantitativamente più importanti e più volatili di quelle che corrispondono alle transazioni di
conto corrente, con un impatto molto importante sul tasso di cambio.

Regimi valutari
1. Regimi “hard pegs” → cambio fissato con regole istituzionali:
• Adozione nazionale di moneta estera: “dollarizzazione” (Panama, Ecuador, Timor Est, …), “eurizzazione”
(San Marino, Montenegro, …);
• Unioni monetarie (fusione monete nazionali in una moneta unica): Unione Latina, Comunità Stati
Indipendenti sovietici, … Unione Monetaria Europea);
• Currency board (il tasso di cambio è fisso, la moneta nazionale continua a circolare ma l’emissione e
circolazione di moneta nazionale è condizionata al possesso di valuta/asset esteri, es. $): Argentina anni ’80
– ’00.

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2. Regimi “soft pegs” → cambio fissato dalle banche centrali attraverso operazioni valutarie e/o di aggancio
ai tassi di interesse (non vi sono vincoli istituzionali che garantiscono una parità fissa).
• Cambio fisso convenzionale: paesi aderenti allo SME anni ‘80.
• Crawling peg (banda di oscillazione): accessi allo SME di seconda generazione.

3. Regimi di cambio flessibile: assenza di obiettivi espliciti o impliciti sul tasso di cambio:
• Fluttuazione pura: interventi rari o assenti della banca centrale sul mercato dei cambi.
• Fluttuazione impura: interventi frequenti della banca centrale sul mercato dei cambi, ma senza annuncio
di obiettivo.

Evoluzione regimi di cambio:


-Dominanza dei regimi soft-pegs (cambi fissi convenzionali o con banda) negli anni ’80, e loro progressiva
scomparsa negli anni ‘90.

-Dominanza dei regimi flessibili negli anni ‘90, con peso relativo maggiore di regimi a fluttuazione
controllata negli anni ‘00 (cambi fissi de facto).

Motivazione di fondo: libertà di circolazione dei capitali e rischi di attacchi speculativi in presenza di cambi
fissi:
• Prendere a prestito in valuta con svalutazione attesa, per investire in valutata apprezzata costo non
svalutazione: differenziale tasso di interesse; guadagno svalutazione: minore somma da rimborsare.
• Inizi anni ‘90: attacchi alle monete SME nel 1992 (Lira e Sterlina).
• Fine anni ‘90: attacchi monete asiatiche (1997) e paesi emergenti (1998-2002).

-Aprile 2011: solo 30 su 178 paesi con regime di fluttuazione pura.

Tasso di cambio

1.Diversi tipi di tasso di cambio

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-Tasso di cambio nominale (bilaterale, per definizione): prezzo relativo delle monete tra loro (Sij = unità di
moneta j (es. $) per unità di moneta i (es. €). Si interessa al prezzo relativo delle monete tra loro.

-Tasso di cambio reale: si interessa al prezzo relativo dei beni, dei servizi e del lavoro che determinano la
competitività delle imprese domestiche sui mercati nazionali. Nel calcolo del tasso di cambio reale si utilizza
un indice dei prezzi differente a seconda di cosa si vuole studiare: competitività, poteri d’acquisto , prezzo
relativo del lavoro ecc…

• Tasso di cambio reale bilaterale: prezzo relativo di beni, servizi e lavoro di due paesi (indice di
competitività relativa):

Qij = Sij (Pi /Pj)


Pi e Pj= prezzi paese i e j (diversi indici) Sij= tasso cambio nominale

• Tasso di cambio reale effettivo: media (geometrica) ponderata (peso del paese sul commercio totale) dei
tassi di cambio reali bilaterali (indice di competitività complessiva):

Qi = j ΠQij ^αij
αij = quota di j nel commercio di i, i Σαij = 1

Quando l’inflazione è bassa, le fluttuazioni del tasso di cambio nominale sono più importanti
dell’evoluzione dei prezzi relativi: il tasso di cambio reale è fortemente correlato al tasso di cambio
nominale.
Se l’inflazione è alta, al contrario, il tasso di cambio nominale si evolve in senso contrario ai prezzi, e il tasso
di cambio reale è più stabile di quello nominale.

Nelle economie più avanzate, il tasso di cambio reale fluttua generalmente intorno a un valore stabile di
lungo periodo.
Nei paesi in via di sviluppo, invece, il tasso di cambio reale non è stabile nel lungo periodo: cresce nella
misura in cui il paese si sviluppa.
Questo legame tra livello del tasso di cambio reale e livello di sviluppo è una caratteristica tipica del
comportamento di lungo periodo dei tassi di cambio.

2.Mercato dei cambi


Il mercato dei cambi è un mercato all’ingrosso in cui operano gli intermediari finanziari, le grandi imprese e
le banche centrali. Le operazioni consistono in scambi di biglietti di banca o in storni tra conti bancari.

Se il mercato è sufficientemente attivo, l’arbitraggio assicura in ogni istante l’unicità del tasso di cambio tra
2 paesi e la transitività tra tassi di cambio.
L’arbitraggio, però, non è mai perfetto, a causa della differenza tra i prezzi di vendita e quelli di acquisto,
che rappresenta il prezzo del servizio fornito agli intermediati finanziari che realizzano le operazioni.

Al netto di queste commissioni di cambio, il prezzo di una moneta espresso in un’altra è lo stesso
dappertutto nel mondo.

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Il prezzo di una moneta dipende anche dalla data di consegna:
-tasso di cambio spot: corrisponde ad una consegna immediata
-tassi di cambio a termine: corrispondono alle consegne differite.

Si può dimostrare che il valore di un’opzione aumenta con la volatilità del tasso di cambio su tutta la durata
dell’opzione stessa: la valutazione di mercato delle opzioni fornisce quindi un mezzo per misurare la
volatilità dei tassi di cambio attesa dai mercati, che viene chiamata volatilità implicita.

Nonostante la realizzazione dell’euro, che ha portato alla scomparsa delle monete europee e un calo del
volume delle transazioni valutarie, il mercato dei cambi ha continuato a vivere , con lo stesso sviluppo che
aveva conosciuto negli anni 90 a causa di 3 motivi principali:
-sviluppo commercio internazionale;
-liberalizzazione mercato dei capitali;
-sofisticazione tecniche finanziarie gestione dei rischi.
3.Bilancia dei pagamenti
In mancanza di convertibilità, il tasso di cambio può essere fissato per via amministrativa. Se invece gli
agenti economici sono liberi di acquistare e vendere beni, servizi e attività finanziarie estere, allora il tasso
di cambio è il risultato dell’equilibrio sul mercato mondiale dei cambi. Le autorità monetarie possono allora
controllare il tasso di cambio solo agendo sull’offerta e sulla domanda di moneta nazionale, sia in modo
diretto che indiretto.

Uguaglianza di mercato tra:


acquisto netto di beni, servizi e asset nazionali da parte dei non residenti = acquisto netto di beni, servizi e
asset esteri da parte dei residenti

Quindi, equilibrio della bilancia internazionale dei pagamenti:


1.Conto corrente:
-Redditi ricavati dalle transazioni con il resto del mondo
(esportazioni beni e servizi + redditi da lavoro (rimesse emigrati) +redditi da capitale (dividendi ed interessi
societari)] + trasferimenti netti (es. aiuti allo sviluppo dati/ricevuti))
-pagamenti realizzati a vantaggio del resto del mondo
(importazioni di beni e servizi + redditi da lavoro (rimesse immigrati + redditi da capitale+ trasferimenti
netti)

2. Conto capitale: trasferimenti di capitale senza contropartita (es. agevolazioni a IDE in entrata).

3. Conto finanziario: acquisti e vendite di asset, stranieri (entrata) e nazionali (uscita):


•Investimento estero diretto: partecipazione superiore al 10%.
•Variazioni riserve ufficiali: titoli esteri banca centrale.
•Investimenti netti di portafoglio: non classificabili come i primi 2.
•Altri investimenti: prestiti bancari.

Nella misura in cui ogni transazione deve essere finanziata, il saldo aggregato dei tre conti dovrebbe essere
pari a 0. Non tutte le transazioni sono però misurate correttamente ad esistere, in genere, un errore
statistico non trascurabile, classificato alla voce discrepanza statistica.

In un paese dove le importazioni di beni e servizi sono superiori alle esportazioni, si dice che presenta un
deficit delle partite correnti o deficit di conto corrente:
(+) conto corrente (acquisto merci estere) & (-) conto finanziario (acquisto asset nazionali)
I residenti “vivono al di sopra delle loro possibilità” e si indebitano con l’estero per compensare quanto
guadagnano → in assenza di sufficiente domanda di asset nazionali, il loro prezzo deve scendere →
svalutazione tasso di cambio (mercato o banca centrale) → riequilibrio deficit.

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Quando il passivo di un paese nei confronti del resto del mondo diventa superiore al suo attivo si dice che
la sua posizione netta è negativa.
Interpretazione di posizione esterna netta (passivo vs, RdM > attivo): accumulo di deficit correnti nel tempo
e concentrazione di asset nazionali (titoli, imprese, immobili, …) nelle mani degli stranieri; il caso degli US.

Teorie dei tassi di cambio

Principali ambiti di sviluppo teorico in tema di cambi:

1. Tasso di cambio di equilibrio “fondamentale”:


valore di equilibrio macro-economico del tasso di cambio, dipendente solamente da variabili
macroeconomiche (squilibri correnti, tassi di interesse, produttività, …) e non da fenomeni transitori sul
mercato dei cambi (es. cambiamenti aspettative, modifiche avversione al rischio, …).

2. Regime valutario:
scelta del regime valutario macro-economicamente migliore rispetto a diverse
esigenze (stabilizzazione, crescita, competitività, …), e/o gestione di un cambiamento di regime valutario a
seguito di crisi valutarie.

1.Tassi di cambio di equilibrio


In un regime di cambi flessibili, il tasso di cambio è il prezzo d’equilibrio del mercato dei cambi.
L’offerta e la domanda di valuta, però possono essere la conseguenza di fenomeni transitori che
allontanano il tasso di cambio dal valore delle variabili macroeconomiche, come tasso di interesse, prezzi,
produttività squilibri correnti ecc..
Si definisce tasso di cambio di equilibrio il tasso di cambio corrispondente a un equilibrio macroeconomico.

Diverse teorie, principalmente a seconda dell’orizzonte temporale di riferimento (selezione):


a. Lunghissimo periodo: Parità del potere d’acquisto (PPA) ed effetto Balassa-Samuelson.
b. Breve e medio periodo: Condizione di Marshall- Lerner e curva J.

Altri sviluppi teorici (non da fare):


• Tasso di cambio di equilibrio fondamentale (FEER)
• Tasso di cambio reale naturale (NATREX)
• Tasso di cambio reale e trade-off intertemporale.
• Modello di scelta di portafoglio.

a.PPA ed effetto Balassa-Samuelson


La legge del prezzo unico (Law of One Price, LOP): nel lunghissimo periodo, in mercati internazionalmente
integrati, il prezzo di un bene commerciabile (tradeable) espresso nella stessa valuta, è uguale i tutti i paesi:
differenziali di prezzo relativi come meccanismo di aggiustamento.

Parità del Potere di acquisto (Purchasing Power Parity,PPP):


• Assoluta (PPP-A): prezzi uguali anche considerando imperfezioni di mercato (costi di trasporto, dazi,
asimmetrie).
• Relativa (PPP-R): differenze di prezzo a causa di imperfezioni costanti → differenziali di prezzo stabili nel
tempo.

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In riferimento alla PPA assoluta si può definire tasso di cambio PPA: livello del tasso di cambio nominale
che uguaglia i prezzi tra i paesi.
• Tasso benchmark teorico: tasso di cambio sopravvalutato se supera il livello della PPA stessa e
sottovalutato nel caso contrario
• Tasso di convergenza effettivo: fluttuazioni del tasso di cambio reale sono compatibili con un lento
aggiustamento verso la PPA.

Validità effettiva della legge del prezzo unico: valida in assoluto per alcuni beni commerciabili (es. materie
prima), non valida per beni non commerciabili (es. ristorazione, servizi pubblici), a meno di costi e
tecnologia identici: il caso esemplare del McDonald.

Effetto Balassa-Samuelson (1964)


I differenziali di prezzo tra paesi con diversi gradi di sviluppo possono essere spiegati grazie ai differenziali
di produttività nel settore dei beni commerciabili.
I beni non commerciabili vengono prodotti pressoché allo stesso modo in tutti i paesi del mondo, che siano
sviluppati o meno. La produttività nei settori dei beni e servizi non commerciabili è quindi paragonabile.
Nel settore dei beni commerciabili, invece, la produttività è maggiore nei paesi sviluppati grazie alla
tecnologia superiore e alla maggiore disponibilità di capitale.

Salari più bassi nel settore dei beni commerciali (paesi in via di sviluppo piuttosto che in quelli sviluppati,
per la PPA) →si ripercuotono anche nei beni non commerciabili nei paesi in via di sviluppo

Effetto 1: A parità di produttività, beni non commerciabili costano meno nei paesi in via di sviluppo
Effetto 2: Se All’aumentare della produttività nel settore dei beni commerciabili nei paesi di sviluppo,
questa si avvicina al livello dei paesi sviluppati → crescita salari → trasmissione crescita salari a beni non
commerciabili (mobilità lavoro a parità produttività) →aumento prezzi e crescita tasso di cambio reale nel
paese meno sviluppato che determina un apprezzamento reale. Questo aumento viene definito effetto
Balassa Samuelson.

L’effetto Balassa Samuelson è


-un effetto naturale (no intervento), ma che va misurato bene e non confuso con altri meno naturali
(intervento).
-un effetto che pone nuovi vincoli: incompatibilità tra convergenza dei tassi di inflazione e stabilità dei tassi
di cambio nel Trattato di Maastricht → impossibilità di una rivalutazione reale!
-per paesi con uguali livelli di produttività, equivale alla PPA: nessun differenziali di produttività nel settore
beni commerciabili giustifica differenziali di prezzo nel settore dei beni non commerciabili.

b.Condizione di Marshall- Lerner e curva J.


Nel medio periodo, il tasso di cambio reale si allontana dal valore della PPA o da quello corrispondente
all’effetto BS a causa degli squilibri della bilancia dei pagamenti.
Bisogna allora considerare il tasso di cambio di equilibrio così da mettere in relazione il tasso di cambio
reale con gli squilibri interni ed esterni dell’economia, tenendo conto della competitività degli esportatori.

(Medio periodo, squilibri della bilancia dei pagamenti e deviazioni del tasso di cambio reale dal valore PPA o
effetto BS → deprezzamenti/apprezzamenti → variazioni domanda/offerta aggregata → nuovo tasso di
cambio di equilibrio di lungo periodo.)

Domanda aggregata: Y=C+I+G+(X-(M/Q))

M : importazioni in termini di beni prodotti all'estero;

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Q = SP /P* : tasso di cambio reale;
M /Q = M/(SP /P *) = MP */PS → valore reale delle importazioni in termini di beni nazionali prodotti

B = X –(M/Q) → bilancia commerciale in termini di beni nazionali

Una diminuzione tasso di cambio reale Q (un deprezzamento reale) ha diversi effetti sulla domanda
aggregata Y, attraverso effetto su B = X – M/Q (in termini di unità di beni nazionali):
1. effetto volume: aumento volume esportazioni (X);
2.effetto volume: diminuzione volume importazioni (M).
3. Effetto valore: aumenta il costo delle importazioni (Q diminuisce → M/Q aumenta).

I primi 2 effetti volume influenzano positivamente la bilancia commerciale, mentre l’effetto valore la
influenza negativamente. Nel caso in cui un deprezzamento reale genera un miglioramento della bilancia
commerciale, si dice che la condizione di Marshall- Lerner è verificata.

Tale condizione è di solito verificata nel medio periodo, in quanto il deprezzamento ha spesso un impatto
negativo nel breve periodo. Ne risulta una J rovesciata , che viene appunto definita curva J. Inoltre le
imprese esportatrici possono scegliere di approfittare del deprezzamento per mantenere i loro prezzi
espressi in valuta estera aumentando così i loro margini. Questo fenomeno è detto pricing to market, e ne
risulta una modifica dell’effetto del tasso di cambio sui volumi scambiati.

Nel caso in cui la condizione Marshall- Lerner sia verificata (cosa che di solito accade in un orizzonte
temporale di alcuni mesi) la domanda aggregata Yd allora è una funzione decrescente dei prezzi nazionali P
e del tasso di cambio nominale S (modello offerta/domanda aggregata).
Se la moneta nazionale di deprezza, cioè S diminuisce (tasso di cambio nominale) , la curva di domanda si
sposta verso destra YS, come acne quella di offerta. Quindi nel breve periodo si passa da E ad F e quindi
aumenta solo l’output, ma nel lungo periodo le imprese aggiustano i loro prezzi e la curva di offerta
spostandosi ci conduce al punto E’, portando in generale ad un aumento dei prezzi, a parità dei tassi di
cambio nominali e dell’output iniziale.

Ambiguità effetto su output di breve/medio, dipendente da:


• Reattività import/export al tasso di cambio reale.
• Flessibilità dell’offerta al prezzo: effetto tanto più grande, quanto maggiore è la flessibilità (Ys piatta)
75
• Inflazione importata: tanto maggiore (spostamento di Ys) quanto più aperto e/o dollarizzato è un paese
(opportunità di cambi fissi).

Quale deve essere il tasso di cambio che consente di ottenere un adeguato “equilibrio esterno”, in
relazione ad un adeguato equilibrio interno? Verso le teorie del:
- tasso di cambio d’equilibrio fondamentale: (FEER, Williamson, 1983: tasso di cambio reale che permette
di raggiungere l’equilibrio esterno di un’economia nel medio periodo, supponendo che l’output abbia
raggiunto il suo livello potenziale (equilibrio interno)
Metodo FEER presenta molti limiti quindi →
-tasso di cambio naturale (NATREX, Stein, 1994): considera un obbiettivo di conto corrente a partire dalle
sue determinanti fondamentali: produttività, consumi pubblici e consumi privati.

2.Regime valutario
Corpo di teorie sull’opportunità di adottare un certo regime valutario, o di cambiarlo in luogo di un altro.

Una scelta delicata tra due “estremi”:

1. Regimi di cambi flessibili: (+) cambio come variabile di aggiustamento macroeconomico (stabilizzazione),
in luogo di aggiustamenti esogeni (possibilità di ulteriori squilibri; (-) instabilità, distorsioni prezzi relativi,
incertezza.

2. Regimi di cambi fissi: (+) stabilità …; (-) rinuncia a variabili di aggiustamento, …

Diverse teorie su come affrontare questa scelta:


• Aree monetarie ottimali.
• Modello di Poole
• “Risk-sharing”.
• Crisi valutarie.

Aree monetarie ottimali


Scelta del regime valutario dipendente dalle condizioni di adottabilità di unioni monetarie e/o regimi di
cambi fissi (Mundell, 1961; McKinnon, 1963; Kenen, 1969)

Analisi costi/benefici che contrappone:


1) Benefici di integrazione delle economie: riduzione incertezza, riduzione costi di transazione relativi al
cambio valute.
2) Costi di gestione di shock asimmetrici: perdita dello strumento del tasso di cambio per fronteggiarli, e
costi di aggiustamento distribuito più lungo.
Costi più (meno) importanti in assenza (presenza) di strumenti alternativi di gestione degli shock, quali:
• Mobilità del lavoro nell’area: in presenza di prezzi e salari relativamente rigidi e con condizioni socio-
culturali.
• Mobilità del capitale nell’area: portafoglio diversificato di titoli nazionali meno sensibile a shock che
colpiscono un paese.
• Bilancio federale dell’area: contributo dei paesi differenziato secondo esposizione allo shock e
trasferimenti.

Un problema fondamentale delle aree ottimali: endogenità di grado di integrazione e di shock asimmetrici
al regime valutario → il regime valutario co-determina entrambi.

76
Aumento integrazione (monetaria) →specializzazione intraindustriale (localizzativa, es. Silicon Valley) →
accentuazione carattere asimmetrico degli shock macroeconomici → circolo vizioso dell’unione monetaria
(Krugman, 1993).

Circolo vizioso apparentemente confermata nell’area Euro: paesi periferici (beni e nei servizi non
commerciabili a basso valore aggiunto, come l’edilizia, trasporti e turismo) vs. paesi core (beni e
servizi commerciabili ad alto valore aggiunto)→ problemi ripresa crisi e sostenibilità dell’integrazione nel
lungo periodo.

Modello di Poole e tipi di shock


Scelta del regime valutario condizionata dal tipo di shock fronteggiato dal sistema economico (Poole, 1970,
economia chiusa, ma estendibile).

-Shock nominali (offerta di moneta, sua velocità di circolazione, …): maggiore stabilità del reddito con tassi
di cambio fissi (molta liquidità dei privati o sistema finanziario è instabile).
-Shock reali (domanda aggregata): maggiore stabilità con tassi di cambio flessibili (paesi fortemente
specializzati).

Implicazioni per Paesi in via di sviluppo ed emergenti:


transizione da regime di cambi fissi (shock nominali) verso regime di cambi flessibili (shock reali); Il caso dei
piccoli paesi aperti europei vs. l’unione monetaria (Slovenia, Estonia e Lettonia).

“Risk-sharing”
Scelta del regime valutario (es. unione monetaria) condizionata dalla presenza di integrazione finanziaria:
diversificazione dei portafogli delle famiglie, e consumption smoothing di fronte a shock asimmetrici di
produttività.

Ruolo cruciale di azioni complementari: politica fiscale e bilancio federale.

La contrapposizione EU vs. US: forte assorbimento shock negli US (Asdrubali et. Al, 1996: 1963-1990, 39%
degli shock attenuati dalla diversificazione dei portafogli) ma debole in EU (Kalemli-Ozcan, et al. 2004: 1993
e il 2000, 6% degli shock attenuati da diversificazione portafogli); EU: più bassa integrazione, bilancio
federale irrisorio e divari di specializzazione.

Crisi valutarie
Scelta del regime valutario legata alla soluzione di crisi valutarie che ne impongono un cambiamento.
Diverse scelte a seconda del tipo di crisi valutaria.
• Modelli di crisi valutaria di prima generazione: crisi del pesos messicano 1994.
• Modelli di crisi valutaria di seconda generazione: crisi dello SME 1992-1993.
• Modelli di crisi valutaria di terza generazione: crisi delle monete asiatiche (+ Brasile e Turchia) 1997.

1)Modelli prima generazione


Estensione del modello del panico bancario (Flood e Garber 1984; Krugman 1979): timore di non
sostenibilità del cambio fisso (riserve valutarie) e richieste del pubblico di conversione asset
nazionali in valuta estera; → Timing della crisi: tasso di cambio flessibile virtuale (in assenza
di riserve) < tasso di cambio fisso.

Logica dei modelli: reazione razionale degli agenti economici di fronte a un tasso d’interesse inadeguato.

77
Applicazione: crisi messicana del 1994 (forte deficit corrente vs. US). → Sforzi banca centrale messicana di
conservare tasso di cambio fisso tra peso e dollaro (vendita dollari e acquisto peso) →
esaurimento riserve $ → panico agenti economici e vendita peso vs. dollari nelle riserve ufficiali → crollo
peso → ricostruzione riserve, con prestiti in valute estere FMI e dai paesi stranieri.

2)Modelli seconda generazione


Estensione del modello di incoerenza temporale di Barro-Gordon (Obstfeld, 1994): aspettative svalutazione
• richieste salariali → aumento disoccupazione (con vincoli offerta) → a meno di svalutazione effettiva;
• aumento del tasso d’interesse nominale (UIP) → riduzione domanda aggregata → a meno di svalutazione
effettiva.

Logica dei modelli: “self-fulfilling expectations” di una crisi valutaria, dinanzi al dilemma delle banche
centrali. Libertà circolazione capitali e sostenibilità cambio solo con
aumento tasso di interesse e penalizzazione domanda.
Applicazione: crisi SME del 1992/1993 (avanzi correnti e riserve valutarie). →Attacchi alla sterlina → solo
sensibile aumento del tasso di interesse della banca centrale UK → rivelazione non interesse
per difesa della valuta → uscita UK dallo SME.

3)Modelli terza generazione


Estensione del modello delle crisi bancarie (Corsetti, 1998): indebitamento estero (in $) delle banche
nazionali per finanziare attività locali (es. mercato immobiliare).

Logica del modello:


➢ “crisi gemelle” (bancaria – valutaria):
Bancaria → valutaria: self-fulfilling expectations svalutazione (riserve valutarie) generate dagli aiuti
concessi dalla BC a banche in difficoltà:
Valutaria → bancaria: incapacità banche onorare prestiti in moneta nazionale essendosi indebitate in
valute estere, a seguito di svalutazione.

➢ effetti di contagio:
• Attacco preventivo degli agenti a monete dei paesi partner di quello svalutante, in attesa di una loro
svalutazione a difesa del cambio.
• Rivalutazione rischio di investimento in paese emergente ripercossa in tassi di interesse più alti (premio di
rischio) in altri paesi simili.
• Vincolo di bilancio investitori, vendita asset non ancora deprezzati e crisi valutarie in altri paesi.

Applicazione: abbandono cambio fisso con $ in Brasile, Russia, Thailandia e altre Asia orientale 1997; effetti
di contagio della crisi dei debiti sovrani nell’Eurozona.

Valutazione empirica dei modelli di crisi valutaria:


-metodi probabilistici o stime econometriche del grado di sopravvalutazione del tasso di cambio reale.
-modelli deludenti: Asia (Cartapanis, Dropsy e Mametz [2002]), Europa (Kaminsky e Reinhart [2003]), …
spiegazioni ex-post e previsioni sulla probabilità di crisi basate su esperienze storiche.

Politiche tasso di cambio


Le decisioni principali di politica valutaria riguardano la scelta del regime valutario e il grado di mobilità dei
capitali. Quindi rientrano tutti gli interventi delle banche centrali, dei governi e delle organizzazioni
internazionali (soprattutto Fondo Monetario Internazionale), principalmente in tre ambiti:
-Scelta del regime valutario.

78
-Apertura e regolamentazione dei mercati finanziari.
-Gestione di un regime di cambi flessibili.

Scelta del regime valutario

Una scelta tipicamente “politica”: scarso utilizzo della teoria delle aree monetarie ottimali (costi/benefici
cambio fisso / unioni);

-Il caso Euro: completamento necessario del progetto di mercato unico e benefici economici ancora “non
pieni” (es. debole convergenza prezzi dell’area in presenza di settori (servizi) regolamentati (Ilzkovitz et al.,
2007).
-Il caso di altre aree: unioni monetarie (Asia orientale, Africa occidentale, Caraibi, paesi del Golfo) o
dollarizzazione (NAFTA, Nuova Zelanda) con scarso uso delle teorie aree ottimali.
-Il caso singolare del Regno Unito: unico caso applicazione costi-benefici micro/macro per rimandare
ingresso Eurozona (i «cinque test» di Gordon Brown nel 1997).

Una scelta vincolata: impossibile coesistenza di:


➢ tasso di cambio fisso;
➢ mobilità dei capitali;
➢ politica monetaria autonoma.

La lezione del modello di Mundell-Fleming:


capitali molto mobili:
• cambi flessibili:
politica monetaria (↓i →↓Cambio) più efficace della politica fiscale (↑i →↑Cambio);
• cambi fissi:
politica fiscale (↑i →↑Riserve valutarie→↑Moneta) più efficace delle politiche monetaria (↓i
→↓Riserve valutarie →↓Moneta) (in assenza di sterilizzazione → vedi).

capitali poco mobili:


• cambi fissi:
politica fiscale poco efficace: ↑Y→↑Import→↓Partite correnti→ in assenza di mobilità di
capitali (seppure con ↑i) → vendita valuta contro apprezzamento →↓ Moneta.
• cambi flessibili: politica fiscale molto efficace: ↑Y→↑Import→↓Partite correnti→↓Cambio (seppure
con ↑i, in assenza di mobilità dei capitali) → ↑Y

Regime di cambi fissi, con forte mobilità dei capitali:


politica monetaria a sola difesa del tasso di cambio; stabilizzazione solo con politica fiscale (accumulo
debito pubblico).

Il “triangolo di incompatibilità di Mundell (1968)”: necessità di scegliere uno dei 3 vertici, ovvero 2 dei 3 lati

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Esperienze storiche: anni ‘30 ed abbandono del regime o fluttuazione del cambio per recuperare la politica
monetaria; anni ‘90, simile contraddizione Asia ed America Latina.
Situazione corrente: lato basso-destra, con rilevanti eccezioni (Malesia, Ecuador, e Cina).

Pro e contro dell’apertura dei mercati finanziari (mobilità dei capitali)


La visione iniziale (‘70 – ’90) del “Washington consensus”: liberalizzazione dei movimenti internazionali di
capitale ed allocazione ottimale del risparmio mondiale dai paesi ricchi ai paesi poveri (FMI, G7, OECD e
molti paesi emergenti).
La revisione del consensus (’90 – oggi) ed il ritorno alla regolamentazione: attacchi valutari speculativi (Asia,
Brasile, …), “paradosso di Lucas” (Nord-Nord vs. Nord-Sud) e sue spiegazioni, “allocation puzzle” degli
effetti sul tenore di vita e sue spiegazioni.

Tipi di interventi sui movimenti dei capitali:


•Controlli amministrativi ed autorizzazioni: nel 2010, presenti in 123 paesi su 168 del FMI (transazioni
correnti) e in 167 su 168 (transazioni finanziarie).
•Imposta sulle transazioni valutarie (Tobin tax): disincentivo ad investimenti speculativi a breve ed
incentivo ad investimenti a lungo termine (imposta debolmente incentivante).
•Liberalizzazione graduale dei mercati finanziari emergenti e reintroduzione temporanea barriere: nuovo
consenso FMI, seguito dalla Cina nel 2000 (rischio scoraggiamento flussi buoni).

Cambio fisso o flessibile?


Partecipare a un’unione monetaria o rendere fisso il tasso di cambio della moneta è il risultato di un trade
off tra vantaggi essenzialmente microeconomici e costi soprattutto macroeconomici. I primi sono legati ai
costi dell’instabilità del tasso di cambio e ai costi di conversione tra monete che sono molto difficili da
quantificare, mentre i secondi dipendono dalla natura degli shock ai quali l’economia deve far fronte.
L’esperienza europea (unione monetaria) perseguito per ragioni politiche ha dimostrato che una vera
integrazione del mercato dei servizi sarebbe probabilmente un fattore di convergenza dei prezzi più
rilevante della sola moneta, ecco perché questo fa diminuire l’entusiasmo delle altre regioni del mondo nel
procedere verso unioni monetarie.

Vantaggio di un tasso di cambio fisso in termini di credibilità (politica monetaria indipendente)


L’aggancio nominale esterno come sostituto della credibilità istituzionale interna: la banca centrale
annunciando che il tasso di cambio non si muoverà spinge le imprese e i lavoratori a moderare gli aumenti
di salari e prezzi → strumento efficace come lotta all’inflazione.

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-Una scelta che può essere efficace: es. obiettivo tasso di cambio e lotta all’inflazione (l’effetto
disinflazionistico del currency-board argentino negli anni ‘90; e quello della politica francese del franco-
forte (agganciato al marco) negli anni ’80).

-Una scelta che però fallisce, a meno di una strategia chiara e coerente di lungo periodo: l’insostenibilità del
currency-board argentino nel 2001 (sbandamento finanze pubbliche), la crisi dello SME del 1992/1993 e gli
effetti ambivalenti della credibilità offerta dall’unione monetaria.

Gestire un regime di cambi flessibili


In un regime di cambi flessibili, il tasso di cambio fluttua in modo da uguagliare l’offerta e la domanda di
moneta. I governi possono essere interessati ad influenzare questo meccanismo per 3 ragioni:
-possono cercare di riportare il tasso di cambio al valore fondamentale
-possono cercare di utilizzare il tasso di cambio come strumento di politica economica
-possono cercare di ridurre la sua variabilità perché la giudicano un fattore di disturbo per l’economia

Diversi approcci nazionali alla gestione del cambio flessibile:


-controlli stretti ed interventi frequenti (quotidiani) [maggior parte economie emergenti, + Giappone in
alcuni periodi];
-interventi possibili, ma rari ed eventualmente concordati [Stati Uniti, Regno Unito ed Eurozona, +
Giappone in alcuni periodi];
-rinuncia di intervento sul mercato dei cambi [Australia].

Chi fa cosa?

• Il Fondo Monetario Internazionale: vigilanza sui regimi di cambio e sulle politiche valutarie; Statuto
modificato ripetutamente: 1976: previsione cambi flessibili post Bretton Woods; 2007 (richiesta US):
divieto di manipolazione dei tassi di cambio ed indicazione del Fondo di monete con “disallineamento
fondamentale” (es. Cina).
• I governi nazionali: scelta del regime valutario da comunicare al Fondo (da statuto) (es. Unione
Monetaria: decisioni governative ratificate da parlamenti e/o referendum).
• La politica valutaria? Banca centrale o Ministro delle Finanze (governo), a seconda dei casi.

Stati Uniti, Regno Unito e Giappone: responsabilità governativa e banca centrale solo attuativa.
Eurozona: responsabilità divisa tra BCE e Ministri delle Finanze all’interno dell’ECOFIN; non chiara
distinzione tra politica monetaria e valutaria nel Trattato (stesso obiettivo) e potere sostanziale “Il signor
Euro sono io” (Trichet).

Gli strumenti possibili:


•Interventi sul tasso di interesse (politica monetaria): aumento del tasso di interesse nazionale attira
capitali stranieri, e scoraggia la fuoriuscita di capitali nazionali → allineamento del tasso di cambio al tasso
di interesse (a seconda dell’avversione al rischio).

•Invio di segnali ai mercati (annunci di politica monetaria o valutaria): influenzare le aspettative di tasso
di cambio, di interesse e sui loro differenziali di rendimenti attesi di diverse monete.

•Acquisto o vendita di valuta estera “sterilizzati” (politica valutaria strictu sensu):


L’acquisto di valuta estera implica la creazione di moneta nazionale. La banca può scegliere di compensare
questo impatto vendendo titoli nazionali , cioè ritirando moneta nazionale dalla circolazione →
sterilizzazione.

vendita riserve valutarie→ ritiro dalla circolazione della moneta nazionale in cambio→ riduzione offerta di
moneta

81
Impatto possibilmente indesiderato sui tassi di interesse e necessità di “sterilizzazione”:
a. vendita (acquisto) di titoli nazionali = acquisto (vendita) valutario(a);
b. emissione e vendita a banche di buoni di sterilizzazione = acquisto valutario.

Buoni di sterilizzazione: titoli a breve scadenza, utilizzati soprattutto in paesi emergenti (es. Cina).

Differenziali paese nella sterilizzazione, ma molto ampia in generale: inizio 2000, India, Corea del Sud,
Malesia, Singapore e Taiwan, tra 85 e il 95%, Cina e in Russia 70 e 60% delle variazioni degli attivi esteri
netti (Mohanty e Turner 2006).

Gli interventi sterilizzati sono meno efficaci rispetto a quelli non sterilizzati: non modifica dell’offerta di
moneta nazionale. Nei paesi con valuta debole il costo per possedere titoli esteri “cost of carry” pesa sul
bilancio portando anche a spinte inflazionistiche indirette.

Nei paesi avanzati, interventi valutari poco efficaci, se non massicci, non sterilizzati (Giappone, 2003, 2011),
coordinati tra banche centrali (2000 a sostegno dell’Euro), o accompagnati da comunicazioni forti (Banca
Svizzera 2011, di recente smentita).

Come giudicare le politiche valutarie?


1: esaminare i differenziali di tassi di cambio rispetto al loro livello di equilibrio di lungo periodo
Esistono però diversi metodi per stimare il tasso di cambio di equilibrio con risultati a volte molto
differenti.

2: esaminare come varia il tasso di cambio reale nel corso del ciclo economico: ci si aspetta infatti che il
tasso di cambio reale aumenti quando la domanda aggregata è superiore all’offerta aggregata e che
diminuisca nel caso opposto. Il tasso di cambio ha dunque un ruolo stabilizzatore: in caso di aumento della
domanda più rapido di quello dell’offerta, al contrario, il tasso di cambio effettivo reale tende a crescere
quando l’output gap è negativo, e a diminuire nel caso di gap positivo.

US: comportamento anticiclico, con l’unica eccezione del periodo 2004-2007 (deprezzamento con output
effettivo maggiore del potenziale).
Eurozona: comportamento pro-ciclico, amplificando le fluttuazioni.

Due spiegazioni:
-Maggiore reattività agli shock di domanda della FED rispetto alla BCE;
-Diverse filosofie valutarie: residuale e stretta in EU, attiva (a dispetto del benign neglect) negli US.

Evoluzione del sistema monetario internazionale


Gli squilibri dei pagamenti correnti hanno suscitato intensi dibattiti all’inizio degli anni 2000. Secondo
l’approccio intertemporale alla bilancia dei pagamenti non c’è motivo per preoccuparsi di questi squilibri:
sono infatti il risultato di una ottimizzazione intertemporale dei consumi di fronte a un profilo dei redditi
attesi diverso da quello deciso per il loro consumo. Se la globalizzazione finanziaria fa crescere il livello del
benessere è proprio perché permette questi trasferimenti intertemporali.

Per rendersi conto dei rischi di crisi non basta vigilare sugli squilibri dei pagamenti ma bisogna analizzare in
dettaglio la composizione dell’attivo e del passivo di ogni paese o zona sia per moneta che per livello di
liquidità → (crisi 2008-2009 infatti squilibrio di liquidità).

Sistema monetario internazionale e vecchie e nuove monete-chiave.

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Sistema monetario ancora incentrato sul $: ruolo di valuta n-esima rispetto alle n -1 del resto del mondo →
non necessità di una politica valutaria (accomodabilità a costo zero di svalutazioni e rivalutazioni di altri
Paesi).

Crescente inadeguatezza di questo sistema:


1) Necessità di politiche monetarie indipendenti dei Paesi emergenti.
2) Capacità non infinita di prestatori di ultima istanza degli Stati Uniti.
3) Rischio di un nuovo paradosso di Triffin: domanda crescente di asset in $, prezzi sempre più alti, tassi di
interesse sempre più bassi, possibilità di crisi di sfiducia.
4) Squilibri mondiali dei pagamenti correnti: es. import/export di US/Cina ed eccessi non corretti
automaticamente di risparmio americano negativo e risparmio cinese positivo → le correzioni auspicate dai
G20 per ridurre gli squilibri dei pagamenti in contrapposizione con la volontà dei paesi emergenti di avere
degli avanzi per accumulare per riserve valutarie.

Scenari alternativi per il sistema monetario internazionale:


•La via multilaterale dello sviluppo dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP): credito potenziale espresso in un
paniere di quattro monete (dollaro, yen, euro, sterlina) sulle banche centrali, assegnati agli stati membri del
FMI in funzione delle loro quote-parte nel Fondo e non in funzione del loro saldo estero corrente.

•La via multipolare dello sviluppo dell’Euro e del Renminbi come monete internazionali complementari al $:
la progressiva, ma ancora debole, internazionalizzazione della moneta cinese.

(Situazione del Renminbi cinese: una molto efficace e discussa strategia di sottovalutazione:
A partire dal 2007 le autorità cinesi hanno iniziato uno straordinario accumulo di riserve valutarie
(internalizzazione).
Il problema è l’avanzo corrente cinese che ha come contropartita una uscita di capitali, cioè acquisti asset
stranieri o vendite di asset cinesi. Quando i cinesi saranno autorizzati a investire liberamente all’estero la
Cina potrà contemporaneamente acquistare e vendere. Non ci sono dubbi che prima o poi la moneta cinese
potrebbe diventare una delle monete-chiave del sistema internazionale monetario).

83
6) Politiche della crescita

Nel lungo periodo le politiche della domanda perdono la loro efficacia e il livello di attività economica è
interamente determinato dall’offerta potenziale → determina l’aumento della ricchezza e del benessere sia
in maniera diretta sotto forma di reddito, che in maniera indiretta attraverso il godimento di beni pubblici
come la salute, l’istruzione, la sicurezza e le infrastrutture.

Generare la crescita e mantenerla o accelerarla implica la ricerca delle determinanti della crescita.

1)Un primo livello di analisi, di tipo descrittivo, consiste nell’analizzare le traiettorie di crescita dei diversi
paesi nel corso della storia. Ma non ci dice nulla sulle cause delle evoluzioni individuate. L’analisi può essere
raffinata se si ragiona in termini di convergenza dei livelli di reddito pro capite→
2)questa analisi introduce i fattori di produzione, ossia il lavoro, capitale fisico e capitale umano, e isola i
loro contributi alla crescita in una operazione di vera e propria contabilità della crescita (growth
accounting)
3)modelli neoclassici: spiegano l’accumulazione di capitale e i suoi effetti sul reddito pro capite in funzione
dei comportamenti di risparmio e investimento. Ma non riescono a spiegare le cause della crescita di lungo
periodo che dipende comunque da fattori esogeni al modello.
4)modelli di crescita endogena: si concentrano invece, sulla comprensione di questi fattori esclusi dai
modelli di crescita esogena e cercano di spiegare principalmente le determinanti dell’innovazione.

Bisogna comunque sempre determinare il contenuto istituzionale migliore per sviluppare l’innovazione,
analizzando gli effetti dell’istruzione, della ricerca pubblica, del regime di protezione della proprietà
intellettuale, della concorrenza, del finanziamento alle imprese ecc...

Concetti fondamentali
Dallo studio dei dati sulla crescita emergono 5 evidenze empiriche o fatti stilizzati:
1)In una prospettiva storica, la crescita rapida del reddito pro capite è un fenomeno recente.

Brusche discontinuità nella crescita del reddito mentre la crescita rapida è solo un fatto recente.

2)Il PIL pro capite e la produttività presentano delle discontinuità nel medio periodo che non sono
necessariamente sincronizzate tra i paesi a uno stesso stadio di sviluppo.
La storia della crescita economica dopo il 1914 è stata segnata da 2 crisi mondiali (1929 e 2008), da un periodo di
espansione rapida e da 2 ondate di innovazione tecnologica. Negli anni 80 l’Europa e il Giappone dopo aver raggiunto
il tenore di vita degli Stati Uniti del secondo dopo guerra si sono fermate.

84
3)Alcuni paesi sono riusciti a colmare la differenza di tenore di vita rispetto ai paesi più avanzati
(convergenza) ma altri sono rimasti ai margini della crescita mondiale.

4)Le disuguaglianze di reddito sono aumentate nel corso del XIX e del XX secolo prima all’interno dei paesi e
poi tra i diversi paesi.
Kunets spiega la ricollocazione della manodopera nella fase della transizione industriale: in un’economia agraria le
disuguaglianze di reddito sono deboli; successivamente la popolazione tra il settore agrario e manifatturiero urbano
aumenta le disuguaglianze → queste si riducono quando il settore agricolo diventa minoritario. L’analisi economica
moderna preferisce evidenziare il ruolo dell’innovazione tecnologica che crea disuguaglianze sia tra i settori che
all’interno dei settori stessi dato le innovazioni generano rendite provvisorie che non sono distribuite in maniera
uniforme. L’aumento delle disuguaglianze è quindi il corollario del processo di distruzione creatrice di Schumpeter.

5)All’interno dei paesi sviluppati il progresso tecnologico può acuire le disuguaglianze di reddito
aumentando il tasso di disoccupazione e/o riducendo il salario relativo dei lavoratori poco qualificati.
All’interno delle economie avanzate gli sviluppi tecnologici connessi alla crescita implicano una riallocazione
dell’occupazione dai settori in declino verso i settori ad alta intensità tecnologica: il processo tecnico ha un bias per il
lavoro qualificato. Questo processo aumenta le disuguaglianze di reddito perché si traduce in una variazione della
domanda di lavoro e quindi per lo stesso livello di offerta, sia in una disoccupazione più elevata che in una riduzione del
salario relativo dei lavoratori non qualificati in rapporto a quelli qualificati. ( fenomeno non universale).

Come misurare crescita e sviluppo


Il termine crescita economica fa riferimento all’aumento del PIL pro capite nel corso del tempo.
Per confrontare i Pil pro capite tra paesi e periodo storici sono necessarie delle correzioni. In una
prospettiva temporale, è necessario misurare i PIL a prezzi costanti, vale a dire corretti per l’andamento
dell’inflazione. In una prospettiva geografica occorre anche considerare i tassi di cambio e i risultati
saranno diversi nel caso si utilizzino tassi di cambio correnti di mercato oppure tassi di cambio teorici che
permettono il livellamento dei prezzi.

Il PIL pro capite oltre a trascurare le disuguaglianze presenta anche altri limiti:
a. non coglie le esternalità positive o negative correlate al processo di produzione
b. non tiene conto delle componenti essenziali del benessere, come la speranza di vita o la qualità del
tempo libero.
c. Non è adeguato a studiare l’efficienza dell’apparato produttivo perché una parte degli abitanti non
lavora. L’efficienza della produzione si misura meglio con la produttività del lavoro che è spesso
definita come il PIL prodotto dagli occupati. Ovviamente, la valutazione delle performance delle
diverse economie è molto diversa a seconda che si consideri il PIL pro capite o la produttività del
lavoro.
85
La convergenza
Due tipi di convergenza:
B-convergenza → relativa al tasso di crescita
0-convergenza → relativa alla dispersione del reddito tra un gruppo di paesi (c’è 0-convergenza se la
varianza della distribuzione del PIL pro capite per un gruppo di paesi diminuisce).

I club della convergenza:


Per studiare la B- convergenza basta analizzare il tasso di crescita nel LP in rapporto al livello di PIL pro
capite iniziale.
A livello mondiale non c’è stata convergenza, ma solo all’interno del gruppo di paesi che fanno parte
dell’OECD (no Messico tirchia e Giappone). Questa evidenza quindi mostra l’esistenza di un club di
convergenza , ossia della B-convergenza all’interno di un gruppo ristretto di paesi.
Come può un paese entrare in questo club?
Gli studi che tengono conto delle variabili Z danno una velocità di convergenza dell’ordine del 2,5 % annuo,
cioè un riassorbimento della metà delle differenze in una 20 anni.
Gli studi empirici (Barro e Sala-i-Martin) rilevano che le variabili Z che esercitano un effetto significativo sul
tasso di crescita di LP del PIL pro capite sono:
a. La qualità del capitale umano
b. Il buon funzionamento dei mercati
c. La stabilità macroeconomica e soprattutto la stabilità dei prezzi
d. Stabilità politica
Si parla allora di convergenza condizionale che si verifica tra 2 paesi con valori simili delle variabili Z.

L’origine dei differenziali di produttività


Maddison ha distinto 4 fattori principali della crescita di LP del PIL pro capite:
a. Pregresso tecnologico
b. L’accumulazione di capitale produttivo che incorpora il progresso tecnologico
c. Miglioramento delle competenze, del livello di istruzione, e dell’organizzazione del lavoro
d. L’integrazione crescente delle nazioni attraverso il commercio, l’investimento e gli scambi
economici e intellettuali
La contabilità della crescita cerca di quantificare questi 4 fattori.

Contabilità della crescita


Il punto di partenza è la funzione di produzione: Y=AF(KN)
In questa equazione il capitale K è uno stock. K= -0K+I
dove 0 è il tasso di deprezzamento del capitale e I l’investimento
La distinzione tra flusso e stock è tecnicamente inutile. Una politica di stimolo all’investimento o alla
formazione deve perciò continuare per anni per avere degli effetti significativi sullo stock di capitale o di
lavoro e quindi sull’output.

A parità di quantità di lavoro e capitale il livello dell’output dipende dalla tecnologia ma anche dal
funzionamento dei mercati e dall’organizzazione del lavoro.
Il termine A nell’equazione combina quindi tali fattori e viene chiamato produttività totale dei fattori (TFP)

A partire dall’equazione si può dimostrare che il tasso di crescita del PIL si può scrivere come la media
ponderata dei tassi di crescita del capitale e del lavoro sommata al tasso di crescita g della TFP

Y/Y= wk K/K +wn N/N +g g= residuo di Solow

Produttività del lavoro e TFP


Non bisogna confondere la produttività totale dei fattori (TFP) A con la produttività del lavoro Y/N.

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Se k=K/N è il capitale per lavoratore, possiamo scrivere la funzione di produzione a rendimenti di scala
costanti in questo modo:
Y/Y-N/N=g+wK.k

L’aumento della produttività del lavoro (termine a sinistra) ha 2 componenti:


la TFP e la variazione del capitale per lavoratore che misura l’intensità di capitale del processo di
produzione. Questa scomposizione è uno strumento molto importante per comprendere la crescita: una
crescita più sostenuta della produttività può derivare sia da una accelerazione della TFP sia da un aumento
dell’intensità di capitale (detto anche approfondimento del capitale o capital deepening) vale a dire da una
sostituzione del capitale al lavoro nel processo di produzione.

Da dove provengono i guadagni di produttività?


La contabilità della crescita ha un limite nell’opacità del residuo di Solow. Lo stesso Solow nel 1956 stimava
che g spiegasse 9/10 dell’aumento della produttività del lavoro negli Stati Uniti. Per comprendere
l’evoluzione della TFP è necessaria un’analisi più approfondita.
Una prima opzione consiste nell’associare la crescita della TFP a un certo numero di indicatori di progresso
tecnologico. In seconda analisi si possono anche misurare gli input del processo di innovazione e di
istruzione.

Il contributo delle ICT alla crescita passa attraverso molti canali: le nuove tecnologie aumentano la
produttività, portano allo sviluppo di nuove forme di capitale favorendo la sostituzione del capitale al
lavoro e sviluppo di nuove forme di capitale favorendo la sostituzione del capitale al lavoro e inducono la
riallocazione della forza lavoro, generalmente a danno del lavoro poco qualificato. Tuttavia il loro effetto
può anche verificarsi con ritardo.
Al di là delle ICT, da dove provengono i guadagni di produttività? La diffusione delle tecnologie è difficile da
osservare. Gordon aveva sostenuto che l’accelerazione della TFP negli Stati Uniti era stata circoscritta al
settore informatico e che, al di fuori di questo settore, aveva natura essenzialmente ciclica, poiché in
relazione a un periodo di espansione della domanda . Tuttavia lo stesso Gordon ha poi cambiato idea.
Bartelsman e Van Ark hanno identificato 5 settori che maggiormente hanno sostenuto della produttività
americana tra il 1995 e il 2002:
-commercio al dettaglio
-commercio all’ingrosso
-componenti elettroniche
-intermediazione finanziaria
-altri servizi
I 5 settori più performanti in Europa, cioè:
-comunicazioni
-informatica
-servizi legali e di pubblicità
-componenti elettroniche
-servizi sanitari e sociali
Spiegano invece meno della metà dei guadagni di produttività europei e soprattutto la loro produttività è
cresciuta 2 volte meno velocemente dei 5 settori più performanti degli Stati Uniti. In sintesi, i settori
americani più dinamici crescono molto più velocemente dei settori europei più dinamici.
Teorie
Per comprendere davvero il meccanismo della crescita è necessario comprendere le cause della crescita
della forza lavoro, dell’accumulazione del capitale e dell’innovazione tecnologia.

Accumulazione di capitale (crescita e squilibri)


Le teorie dell’accumulazione di capitale produttivo in un’economia chiusa partono dal confronto tra
l’offerta di capitale e la domanda di capitale.

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-Modello Harrod-Domar: il tasso di crescita del capitale, determinato dall’investimento e quindi dal tasso di
risparmio, non corrisponde necessariamente al tasso di crescita della forza lavoro. Inevitabilmente ad un
certo punto c’è penuria di lavoro che genera inflazione o penuria di capitale che genera disoccupazione.
Una crescita equilibrata è possibile solo se l’economia si trova sul filo del rasoio, ossia se l’investimento
corrisponde all’equilibrio di piena occupazione. Quindi tale modello uno squilibrio crescente tra capitale e
lavoro e non offre una descrizione realistica della crescita di LP.
Preso alla lettera, il modello predice che la crescita prima o poi è limitata dalla mancanza di capitale.

Risparmio, investimento e crescita bilanciata


-Modello Solow-Swan: partendo dalla consapevolezza che è la redditività del capitale il vero motore
dell’investimento, descrivono un percorso di crescita caratterizzato da mercati in equilibrio. I fattori di
produzione sono sostituibili e il rendimento marginale del capitale è decrescente: più si accumula capitale e
meno è redditizio al margine. L’incentivo ad investire sparisce quando il rendimento marginale del capitale
è uguale al costo di utilizzo. In questo momento il capitale pro capite e quindi anche il PIL pro capite si
stabilizzano: questa situazione si chiama stato stazionario.
Il modello prevede l’esistenza di un valore di equilibrio del capitale pro capite che dipende dal tasso di
risparmio, dal tasso di crescita della popolazione attiva e dal tasso di deprezzamento del capitale. In una
versione più completa, dove la TFP cresce a un tasso esogeno e costante g, è il PIL pro capite aggiustato per
la TFP ad essere stabile nel LP e il suo valore dipende anche da g. Stock di capitale e PIL crescono tutti e 2 al
tasso costante n+g, dove n è il tasso di crescita della popolazione. Il modello così specificato è anche
perfettamente coerente con la contabilità della crescita.
Quando il capitale ha raggiunto il suo valore di equilibrio, il tasso di crescita del PIL dipende dall’evoluzione
demografica e dal progresso tecnologico esogeno e non dal tasso di risparmio.
Il livello di LP del PIL pro capite dipende da 3 parametri:
a. Tasso di risparmio
b. Tasso di crescita della popolazione
c. Tasso di deprezzamento del capitale
Quando il rendimento marginale del capitale è decrescente è inutile cercare di influenzare il tasso di
crescita di LP con politiche che incentivano il risparmio o l’investimento. Queste politiche sono
temporaneamente efficaci, ma il loro effetto sulla crescita tende ad esaurirsi e finiscono per influenzare
solo il livello del PIL pro capite.

Obiettivo sociale: PIL pro capite sufficientemente alto per rendere disponibili le risorse, ma non troppo dato
che l’investimento per la sostituzione del capitale assorbirebbe una quota troppo alta del reddito prodotto.
-Tale livello ottimale del capitale pro capite viene trattato dal modello di Ramsey: esiste un tasso di
risparmio che massimizza il consumo pro capite e che questo tasso è esattamente pari al peso del capitale
nella funzione di produzione.
In questo caso il rendimento del capitale, cioè il tasso di interesse è esattamente pari al tasso di crescita del
PIL , n+g. Questa relazione è chiamata la regola aurea (golden rule). Un aumento di un’unità della quantità
pro capite genera un reddito aggiuntivo che copre solo le spese al mantenimento di questa unità
addizionale di capitale, in modo che il consumo pro capite rimanga invariato.

Se il tasso di interesse è costantemente superiore al tasso di crescita , non c’è abbastanza capitale e un tasso di risparmio più alto permetterebbe di
aumentare il consumo nell’equilibrio di stato stazionario.
Viceversa se il tasso di interesse è costantemente inferiore al tasso di crescita, c’è troppo capitale e sarebbe meglio impiegare il reddito per il
consumo. Il primo caso è tipico dei paesi a basso reddito, mentre il secondo chiamato inefficienza dinamica è quello dei paesi ricchi dell’Asia
orientale come la Cina e Singapore.
Crescita e convergenza
Mankiw, Romer e weil, propongono un modello di Solow aumentato, in quanto quest’ultimo non considera
l’accumulazione di un fattore di produzione cruciale, ossia il capitale umano. Infatti, una parte del
risparmio nazionale è investito in formazione (spese di istruzione) che non viene considerato come un
consumo.
Tale modello riesce a spiegare la crescita di LP soltanto con fattori esogeni: demografia e progresso
tecnologico. Tuttavia il merito di mostrare che un modello fondato sulla sola accumulazione di capitale
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produttivo non è abbastanza ricco per descrivere la complessità del processo di convergenza e che la
convergenza del PIL pro capite dipende dal ritmo d’accumulazione di un fattore di produzione immateriale:
il capitale umano.,

Esternalità, innovazione e crescita


La crescita rimane esogena nel senso che nel LP il PIL pro capite si stabilizza o aumenta un ritmo che resta
esogeno.
Le teorie della crescita endogena sviluppate negli anni 80 e 90 cercano di superare queste limitazioni
aprendo la scatola nera della TFP. Ci sono 2 buone ragioni per ritenere che la TFP sia determinata da fattori
economici:
a. L’efficienza della produzione non dipende solo dalle imprese ma anche dalla loro interazione.
Questa genera esternalità che devono essere necessariamente integrate nella teoria per
comprendere come l’organizzazione dei mercati influenzi la crescita e in che misura sia necessario
l’intervento pubblico.
b. Il progresso tecnologico deriva dalle grandi scoperte e invenzioni, dalle innovazioni al margine
dovute al contesto sociale, culturale e storico e probabilmente dalla fortuna. Tuttavia queste
invenzioni e le loro applicazioni industriali non sarebbero possibili senza un insieme di incentivi
economici. I ricercatori, quindi, sono interessati al risultato della loro attività per ragioni
economiche , etiche o sociali.
Il punto comune dei modelli di crescita endogena è quello di ridimensionare l’ipotesi dei rendimenti
decrescenti del capitale a livello macroeconomico. La crescita può allora durare anche in assenza di
progresso tecnologico esogeno.

Al di là della funzione di produzione

Commercio internazionale
-innanzitutto il commercio internazionale permette di realizzare guadagni d’efficienza determinati da
specializzazione di ogni paese in funzione dei suoi vantaggi comparati.
-la liberalizzazione degli scambi stimola la concorrenza e la ricerca dei guadagni di produttività
-il commercio internazionale e l’investimento all’estero facilitano i trasferimenti tecnologici e di
competenze che permettono ai paesi in via di sviluppo di ottenere guadagni di produttività e di crescere più
velocemente.
- il commercio amplia i confini dei mercati permettendo alle imprese produttrici di realizzare economie di
scala e di rendere l’innovazione potenzialmente più redditizia.

L’influenza del commercio internazionale sull’innovazione di prodotto è evidente nei modelli di commercio
di varietà simili.
L’innovazione consiste quindi nell’allargare la gamma di prodotti offerti, ossia nella differenziazione
orizzontale. Il presupposto fondamentale è che l’utilità dei consumatori aumenti con il numero delle varietà
disponibili e che queste siano sostituibili all’interno del loro paniere di consumo. In questo caso si dice che i
consumatori hanno una preferenza per la varietà.
In un’economia chiusa l’espansione del numero dei profitti offerti ai consumatori è limitata dalla ricerca
dell’efficienza produttiva. Se la produzione di ciascuna varietà comporta un costo fisso, allora aumentare il
loro numero influenza la produttività dell’economia. Il commercio internazionale permette quindi di
allentare questo vincolo aprendo nuovi mercati ai produttori senza limitare la scelta del consumatore.

La geografia e la storia
Le imprese si raggruppano in funzione di fattori geografici, culturali e industriali. Un mercato più ampio
genera una maggiore domanda per ogni prodotto e questo stimola la produzione e quindi il reddito
distribuito.
La nuova geografia economica di cui Paul Krugman è uno dei massimi esponenti, si è sforzata di spiegare le
disuguaglianze spaziali nel livello di reddito prendendo in considerazione questi meccanismi.
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Le imprese scelgono tra concentrare le loro attività in un solo luogo per sfruttare le economie di scala e
diversificare i loro impianti per ridurre i costi di trasporto verso clienti finali o per evitare la congestione.
Quindi la distribuzione delle attività nello spazio è determinata dall’equilibrio tra le forze della
concentrazione e quelle della dispersione.

Modello centro/periferia (equilibri multipli e path dependency): quando il costo di trasporto è elevato le
forze di dispersione dominano e le attività possono rimanere disperse. Quando il costo di trasporto è basso
invece le forze di agglomerazione prendono il sopravvento e le attività si raggruppano tutte nella stessa
zona. L’equilibrio è discontinuo, catastrofico nel senso matematico del termine: un piccolo cambiamento
può portare a un’improvvisa delocalizzazione di attività.

Le disuguaglianze
Influenza delle disuguaglianze sulla crescita:
-la disuguaglianza dei redditi implica spesso una disuguaglianza delle opportunità. In particolare
l’impossibilità di accedere al mercato del credito impedisce ai più poveri di investire in capitale fisico o in
istruzione, generando delle trappole della povertà. Per uscire da questo circolo vizioso <Muhammad
propone il microcredito.
-la disuguaglianza dei redditi è un fattore di instabilità
- in un sistema democratico la disuguaglianza può orientare la scelta politica a favore della redistribuzione
piuttosto che incentivare la creazione di ricchezza.

-Benabou 1996 → modello teorico in cui la dispersione dei redditi aumenta il rischio di conflitto tra gruppi
sociali sulla distribuzione dei profitti creando un dilemma del prigioniero nel quale nessun gruppo vuole
contribuire alla creazione di ricchezza.
-un altro meccanismo di tipo fiscale: più la distribuzione dei redditi è disuguale più l’elettore mediano vota
a favore di una fiscalità redistributiva. Quindi l’aliquota fiscale sui redditi elevati, che ridistribuisce le rendite
e le destina alla remunerazione del fattore lavoro e al consumo dei più poveri, può diventare un freno
all’accumulazione di capitale e quindi alla crescita.
Viceversa in assenza di una fiscalità redistributiva, l’aumento della disuguaglianza può essere favorevole
alla crescita se la ricchezza accumulata dalla frazione più ricca della popolazione è investita nelle industrie
che generano guadagni di produttività: la ricchezza creata in questi settori può allora diffondersi a tutta la
popolazione.
Quindi, si ritiene generalmente che le disuguaglianze abbiano un’influenza negativa sulla crescita nelle
economie meno sviluppate, ma che questa influenza possa essere positiva nelle economie più sviluppate.

Le istituzioni
Teoria dell’origine giuridica (La Porta, Lopez-de-Silanes, Shleifer e Vishny)→ i paesi come Francia ed ex
colonie la cui tradizione civile è ereditata dal diritto romano hanno istituzioni meno flessibili e quindi, lo
sviluppo è meno rapido. Al contrario il Regno Unito e le ex colonie che hanno ereditato la common law
beneficerebbero di istituzioni più flessibili e di una migliore protezione dei diritti di proprietà.
Si possono formulare diverse critiche a questo approccio. Innanzitutto la Cina e l’India hanno sviluppato
modelli istituzionali singolari non riducibili né al diritto romano né alla common law, e sono entrambi
esempio di crescita sostenuta. Inoltre le leggi possono essere molto lontane dalla pratica del diritto.
→teoria dello sviluppo come processo di transizione tra istituzioni. (non esiste un modello unico e le buone
istituzioni per i paesi più sviluppati non lo sono necessariamente per i paesi in via di sviluppo).

Concetto di distanza dalla frontiera: per i paesi più lontani dalla frontiera tecnologica, rappresentata
dall’economia più avanzata in un dato periodo, il progresso tecnologico si concentra soprattutto
sull’adozione delle tecnologie esistenti e le istituzioni favorevoli alla crescita sono quelle che facilitano
questa imitazione. Tuttavia più ci si avvicina alla frontiera più è importante incoraggiare l’innovazione e
creare istituzioni specifiche.

90
Dalla fine degli anni 90n gli economisti hanno esplorato sistematicamente il legame tra istituzioni e crescita
li LP. Gli studi empirici hanno provato a costruire degli indicatori della qualità delle istituzioni collegandoli
all’evoluzione del PIL pro capite.
La banca mondiale gestisce un database sulla governance che comprende 6 indicatori:
-qualità della democrazia rappresentativa
-stabilità politica
-efficienza dell’amministrazione
-qualità della regolamentazione
-rispetto dello stato
-lotta alla corruzione
A partire da questi dati il FMI ha evidenziato una relazione positiva e robusta tra la qualità delle istituzioni e
il livello del PIL pro capite.

Politiche

La crescita
➢ Nel medio periodo (pochi anni) i governi possono influire sullo stock di capitale e sull’offerta di
lavoro. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, le politiche utilizzate sono la regolamentazione
(durata del lavoro) e gli incentivi fiscali. Per quanto riguarda l’investimento, gli incentivi fiscali
possono giocare un ruolo importante ma è l’insieme del funzionamento dei mercati dei beni, servizi
e del capitale ad essere determinante.
➢ Nel lungo periodo (qualche decina di anni)n il livello del PIL e la combinazione di capitale e lavoro
sono determinanti soltanto dalla demografia e dalla TFP come suggerisce il modello di Solow. Le
uniche politiche efficaci sono quelle che modificano le dinamiche demografiche oppure che
aumentano la TFP n come le politiche di innovazione, di miglioramento del funzionamento dei
mercati, di miglioramento della qualità delle istituzioni e di investimento per generare esternalità.
➢ Nel breve periodo (da qualche mese a qualche anno) l’impatto sull’offerta delle politiche è
dominato dalle fluttuazioni congiunturali e dagli effetti indotti dalle politiche di stabilizzazione. Il
punto è sapere se queste politiche di stabilizzazione hanno effetti nel medio periodo e se, al
contrario, le politiche di crescita hanno effetti di breve periodo sulla domanda.

Diverse argomentazioni hanno portato a respingere l’ipotesi di una completa indipendenza tra congiuntura
e trend:
1)I costi dell’instabilità macroeconomica: inflazione troppo elevata riduce la crescita
2)L’isteresi della disoccupazione: meno lavoro meno conoscenze. Al limite una recessione molto lunga
porta a non avere più un’occupazione
3)Gli effetti delle recessioni sulla demografia delle imprese: le recessioni da una parte sono produttive
perché consentono l’uscita dal mercato delle imprese meno performanti e partecipano così alla dinamica
della distruzione creatrice, ma d’altra parte le recessioni determinano perdite irreversibili dato che le
imprese falliscono non necessariamente perché sono più inefficienti, ma semplicemente possono essere
più deboli o che si sono assunte più rischi. La loro scomparsa porta ad una perdita sociale sostanziale.

In conclusione, la semplice idea secondo la quale le politiche di stabilizzazione e le politiche di allocazione


possono essere completamente separate non è vera in generale. La politica di stabilizzazione
macroeconomica ha degli effetti di lungo tempo, soprattutto quando le fluttuazioni sono ampie e quando le
istituzioni non permettono agli agenti economici di reagire adeguatamente alle recessioni. In modo
simmetrico le politiche favorevoli alla crescita sembrano anche in grado di aumentare la resistenza agli
shock congiunturali.

Migliorare le istituzioni
La ricerca economica sul ruolo delle istituzioni ha prodotto un certo numero di raccomandazioni chiare di
politiche economica. Innanzitutto avere un sistema giuridico indipendente che garantisca la sicurezza dei
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contratti, l’assenza di corruzione, la riduzione delle formalità amministrative e la trasparenza
dell’informazione economica.
Al di là dei principi generali, però, è difficile produrre un insieme di raccomandazioni→ dopo la
constatazione del fallimento del Washington Consensus che guidava l’azione del FMI e della Banca Centrale
mondiale alla fine degli anni 80 le certezze non sono più di moda.

Investire nell’istruzione e nell’innovazione


Le politiche pubbliche intervengono al cuore della TFP, il capitale umano, su 2 livelli strettamente correlati
tra loro: l’istruzione e ricerca e sviluppo.

Istruzione:
La relazione tra istruzione e produttività pro capite a livello macroeconomico è stata evidenziata per la
prima volta dallo studio di Nelson e Phelps. Uno studio successivo di Barro mostra che un anno in più di
istruzione primaria aumenta il tasso di crescita fdi LP di 0.44 punti percentuali. Altri studi tra cui quelli della
Banca mondiale hanno confermato che:
a. Per i paesi in via di sviluppo il rendimento sociale più elevato è quello dell’istruzione privata,
mentre per i paesi più sviluppati è quello dell’istruzione superiore e universitaria
b. Il rendimento privato dell’istruzione è più altro del suo rendimento sociale perché quest’ultimo
tiene conto di tutti i costi diretti di istruzione e del costo-opportunità del finanziamento pubblico
c. Il rendimento dell’istruzione femminile è il più elevato
La conclusione è chiara: se i paesi in via di sviluppo vogliono continuare a convergere devono investire in
istruzione primaria e secondaria; l’Europa se vuole mettersi al passo degli stati uniti deve investire
massicciamente in istruzione superiore.

Ricerca e innovazione:
Due indicatori frequentemente utilizzati per valutare lo sforzo innovativo: numero dei brevetti depositati e
numero di articoli pubblicati nelle riviste accademiche più prestigiose.
Lo sforzo finanziario pubblico e privato a favore della R&D è più debole in Europa che negli Stati uniti e in
Giappone.
Abbiamo visto che il progresso tecnologico e l’innovazione sono prodotti in gran parte all’interno delle
imprese: le imprese investono per sviluppare nuovi prodotti che daranno loro un vantaggio competitivo
oppure in nuovi processi di produzione e di distribuzione che ridurranno i costi e miglioreranno la qualità.

Infrastrutture pubbliche:
Lo sviluppo economico richiede infrastrutture adeguate, che sono finanziate in un primo momento dallo
stato o grazie agli aiuti internazionali e solo successivamente quando i paesi si arricchiscono e quando
sviluppano i mercati finanziari interni, dal settore privato.
-Molte infrastrutture sono dei monopoli naturali. Questi possono essere posseduti da investitori privati ma
lo stato deve verificare che i gestori non si approprino di una frazione eccessiva della rendita di monopolio.
-Alcune infrastrutture creano esternalità positive o negative
-Le infrastrutture spesso non possono essere finanziate interamente dal mercato. Infatti raccogliere fondi
per finanziare progetti infrastrutturali richiede l’esistenza di un mercato per i prestiti o per le obbligazioni a
lunghissima scadenza.

Aumentare l’offerta di lavoro


Nel lungo periodo non sono le politiche dell’occupazione ma le tendenze demografiche che determinano il
tasso di crescita della popolazione in età lavorativa. Variabili come il tasso di fertilità o il tasso di
immigrazione sono spesso considerate come extraeconomiche ma la politica economica può influenzarle.

Migliorare il funzionamento dei mercati

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Si presuppone spesso che i mercati finanziari orientino il risparmio verso l’utilizzo dove è più produttivo,
che i mercati del lavoro assicurino l’allocazione efficiente delle risorse umane e che la concorrenza sui
mercati dei beni e dei servizi determini l’incentivo a innovare. La capacità dei mercati di assicurare questa
funzione che contribuisce alla TFP ha riassunto un’importanza sempre maggiore nella valutazione della
performance economica, vista anche la crescente necessità di riallocazione dei fattori di produzione tra
settori e tra imprese dello stesso settore.

La concorrenza è un incentivo o un freno all’innovazione?


Aghion e Howitt pensano che la concorrenza riduce la rendita che deriva dalle innovazioni di successo e
quindi l’incentivo stesso ad innovare. Ma la concorrenza promuove anche l’innovazione come mezzo per
sfidare il potere di mercato delle imprese esistenti. Ciò suggerisce l’esistenza di una relazione a campana:
troppa concorrenza scoraggia l’innovazione, poca concorrenza la elimina.
Griffith e Harrison hanno mostrato che le riforme che facilitano l’entrata nei mercati e l’alleggerimento dei
vincoli amministrativi riducono i margini delle imprese e questa diminuzione delle rendite sostiene
l’investimento e l’occupazione. Questo mostra che l’apertura dei mercati dei beni e dei servizi è un
corollario indispensabile della riforma del mercato del lavoro. Da questi studi non bisogna concludere però
che la deregolamentazione è sempre e dovunque favorevole alla crescita, bensì che lo stato deve aiutare i
mercati ad essere efficienti. Tra l’altro l’apertura dei mercati è spesso rallentata dalla persistenza della
corruzione amministrativa che difende le rendite per poi appropriarsene.

Sviluppare e regolamentare i mercati finanziari


Il risparmio delle famiglie può finanziare l’accumulazione di capitale da parte delle imprese se il sistema
finanziario raccoglie e dirige questo risparmio. Il sistema finanziario svolge quindi un’importante funzione
allocativa e la sua corretta regolamentazione è indispensabile per la crescita dell’economia reale. Possono
essere identificati 3 canali principali:
-la diminuzione del costo del capitale
-lo stimolo al risparmio
-una migliore allocazione del capitale disponibile.

Diminuire il costo del capitale:


Di quali mezzi dispongono i governi per influenzare il costo del capitale?
1)Innanzitutto il tasso di interesse può essere fissato dal governo a un livello artificialmente basso per
stimolare l’investimento
2) Concedere prestiti agevolati ad alcuni settori dell’economia considerati strategici ma questo non è
possibile in ambito europeo in quanto gli aiuti di stato sono proibiti in quanto lesivi della concorrenza
3) garanzia statale sui prestiti. Tuttavia un basso costo del capitale può anche avere delle conseguenze
negative perché può favorire lo sviluppo di una bolla speculativa immobiliare o finanziaria.
Oggi gli strumenti di intervento sono principalmente di natura fiscale e temporanei e non riescono a
cambiare permanentemente il comportamento delle imprese: al massimo creano degli effetti calendario
accelerando gli investimenti.
Viceversa sono le caratteristiche più strutturali del sistema fiscale come il regime di ammortamento , il
calcolo dell’imponibile e l’aliquota fiscale sugli utili delle società, che giocano un ruolo molto importante.

Stimolare il tasso di risparmio:


Quando i capitali circolano liberamente l’investimento delle imprese non è limitato dalla disponibilità del
risparmio nazionale. In pratica, però, il tasso di risparmio e il tasso di investimento sono correlati e questo
giustifica le politiche che incoraggiano il risparmio. Un sistema finanziario robusto, dando fiducia ai
risparmiatori, permette di aumentare il tasso di risparmio e quindi il reddito pro capite.

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Anche la scelta di un regime pensionistico a ripartizione o a capitalizzazione influenza l’accumulazione di
capitale. La capitalizzazione, infatti, costituisce un risparmio forzato sia nella sua forma decentralizzata
attraverso fondi pensione, sia in quella centralizzata tramite un fondo di riserva pubblico. Questo risparmio
forzato è desiderabile se l’economia non è sufficientemente capitalizzata nel senso del modello di Ramsey a
condizione però che finanzi la formazione di capitale e non il consumo pubblico. Tuttavia, quando il tasso di
interesse è basso rafforzare il sistema a ripartizione permette alle famiglie di abbassare il tasso di risparmio
e di consumare di più.

Orientare l’allocazione del capitale:


I mercati finanziari hanno bisogno di istituzioni solide per evitare un’eccessiva assunzione di rischi da parte
degli intermediari finanziari e il trasferimento dei rischi alle famiglie.
In particolare, c’è bisogno di una regolamentazione prudenziale capace di adattarsi al ritmo
dell’innovazione finanziaria, di regole di gestione delle crisi che non favoriscano il moral hadard e di una
struttura degli incentivi all’interno del sistema finanziario che non inviti a un’assunzione eccessiva di rischio,
soprattutto riguardo alla compensazione dei manager e al controllo interno. La crisi del credito del 2007-
2008 ha evidenziato che queste condizioni non sono soddisfatte neanche nel mercato finanziario più
sviluppato del mondo, quello degli stati uniti e ha portato nel 2008 a un rafforzamento senza precedenti
dell’intervento pubblico. Per riprendere l’espressione di Rajan e Zingales questa crisi ha mostrato la
necessità di salvare il capitalismo dai capitalisti.

Correggere gli effetti della geografia e della storia


La combinazione di fattori storici, geografici e di mercato generalmente si traduce in una distribuzione
molto disuguale del reddito e della ricchezza.
Al di là delle misure fiscali di redistribuzione, la vera questione è sapere se le politiche pubbliche possono
promuovere la crescita nelle regioni meno sviluppate. Le politiche di coesione regionale in ambito europeo
hanno esattamente questo scopo, così come scritto dal Trattato.
Le politiche regionali europee sono economicamente efficaci?
Abbiamo visto che la teoria prevede una convergenza delle regioni, eventualmente condizionata dal livello
del capitale umano o dalla qualità delle istituzioni che dovrebbero uniformarsi all’interno dell’unione nel LP.
Tuttavia solo le regioni ricche dei paesi inizialmente in ritardo hanno fatto registrare la convergenza più
evidente. Contrariamente al caso degli Stati Uniti e
Canada,la convergenza delle regioni europee non è così
chiara. La geografia economica propone anche un nuovo
punto di vista sulle politiche regionali per una discussione
dettagliata che deriva dall’interazione tra le forze di
agglomerazione dovute alle esternalità e le forze di
dispersione legate ai costi di trasporto.

Come abbiamo visto, le teorie della crescita endogena


sottolineano il rischio che alcuni paesi o alcune regioni
restino bloccati nelle trappole della povertà. Contro questo
rischio possono essere offerti 2 rimedi complementari:
1)Aprirsi ai mercati regionali e internazionali oppure creare
un mercato unico con i propri vicini per ottenere tutti i
benefici della specializzazione senza limitare le scelte dei
consumatori.
2) Convincere gli agenti economici che ikl livello di sviluppo
futuro giustifica l’investimento di oggi.

Quali priorità?

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Per effettuare strategie efficaci di crescita bisogna stabilire alcune priorità. Possiamo identificare dei metodi
affidabili per identificare queste priorità?
L’OECD propone di individuare, paese per paese, i settori dove la performance e le politiche pubbliche sono
relativamente più deboli e di ricavarne 3 priorità per l’azione pubblica, basate sugli indicatori appropriati.
Haussmann, Rodrik e Velasco propongono di assegnare la priorità alle riforme che hanno un impatto
maggiore in termini di riduzione della differenza tra il valore privato e il valore sociale di un insieme di
attività.

Indubbiamente la migliore strategia di crescita consisterebbe nell’eliminare contemporaneamente tutte le


distorsioni, ma questo non è realistico né politicamente né praticamente. Molto spesso i governi, dato che
non riescono a stabilire le priorità, sono tentati di attuare le riforme più semplici, che però non sono
sempre le più efficaci. Tra l’altro la scelta delle priorità dipende anche da fattori politici, dal momento che
implicano una distribuzione dei guadagni e delle perdite che hanno un effetto sui comportamenti elettorali.

8)Politiche dell’occupazione

Concetti fondamentali
Gli economisti considerano il lavoro come una quantità scambiabile su un mercato: il mercato del lavoro. In
questo mercato si incontrano la domanda di lavoro delle imprese e l’offerta di lavoro dei lavoratori e si
determina il prezzo o salario.
Le misure dell’occupazione e della disoccupazione hanno necessariamente una dimensione arbitraria. In
genere si definisce disoccupazione una situazione in cui un individuo è contemporaneamente senza
occupazione remunerata, disposto a lavorare e alla ricerca attiva di un impiego.
La definizione di disoccupazione è oggetto di armonizzazione internazionale. Quella più utilizzata è dell’OIL:
è disoccupato colui o colei che in età lavorativa (più di 15 anni) soddisfa contemporaneamente 3 condizioni:
-essere senza occupazione → non aver lavorato neanche per un’ora durante una settimana di riferimento
-essere disponibile a occupare un posto di lavoro entro 15 giorni
-aver cercato attivamente un’occupazione nel mese precedente o averne trovata una che inizia in meno di
tre mesi.

Alcuni disoccupati non cercano attivamente un lavoro perché scoraggiati. Questi soggetti non sono
disoccupati nel senso dell’OIL ma conteggiati tra gli inattivi. Questa categoria comprende anche pensionati,
casalinghe invalidi e più in generale tutte le persone che non possono lavorare.
Gli attivi, invece, sono gli occupati, sia dipendenti che autonomi, e di disoccupati.
Si definisce tasso di attività il rapporto tra il numero di attivi e la popolazione in età lavorativa, mentre il
tasso di occupazione è il rapporto tra il numero di persone occupate e la popolazione in età lavorativa. Il
tasso di disoccupazione è invece il rapporto tra il numero dei disoccupati e il numero di attivi.

La creazione (distruzione) di occupazione, non si traduce sempre integralmente in una diminuzione


(aumento) della disoccupazione.
Occupazione flessibile: contratti che non sono a tempo pieno e a tempo indeterminato.
Occupazione stabile: comprende i contratti a tempo indeterminato.

Evoluzione dell’occupazione
Popolazione attiva e occupazione: un legame stretto nel LP → i dati sulla disoccupazione mostrano un trend
nel LP: il numero degli occupati dipende dall’evoluzione della popolazione attiva e non ci sono relazioni
sistematiche tra tasso di crescita della popolazione attiva e tasso di disoccupazione.
Divari molto importanti tra paesi e regioni → tasso di disoccupazione molto variabile sia nei paesi in via di
sviluppo, sia in quelli sviluppati.

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I paesi dove il tasso di disoccupazione è più basso sono in genere quelli dove il tasso di attività è più alto.
Questo conferma che la soluzione al problema della disoccupazione non può consistere nell’esclusione di
alcuni gruppi della popolazione attiva più difficilmente occupabili.
Discontinuità storiche significative → variazioni più importanti si osservano tra cicli successivi piuttosto che
all’interno dei cicli stessi. Questo andamento suggerisce l’esistenza di un livello strutturale del tasso di
disoccupazione verso cui l’economia tende a convergere: il tasso naturale di disoccupazione.

Un mercato del lavoro eterogeneo


Qualsiasi analisi della disoccupazione e qualsiasi politica che intenda ridurla non può prescindere dalle
specificità relative a: professioni / qualifiche / età e sesso

Evoluzione delle professioni:


In pratica la domanda di lavoro delle imprese è caratterizzata dall’evoluzione delle tecnologie,
dell’organizzazione industriale e della domanda dei consumatori.
Tenuto conto dell’inerzia nell’adeguamento dei percorsi formativi e del lento aggiustamento dei salari
relativi, queste tendenze possono comportare squilibri prolungati tra offerta e domanda di lavoro. Quindi si
osserva spesso una disoccupazione persistente nei mercati in declino e contemporaneamente una difficoltà
di assunzione nei settori in espansione e nelle qualifiche più ricercate. Allo stesso modo, la scarsa mobilità
geografica spiega la coesistenza di regioni a forte disoccupazione e regioni in piena occupazione in cui le
imprese hanno difficoltà ad assumere.

Scelta delle qualifiche:


La disoccupazione varia sensibilmente rispetto alla classe d’età, alla professione, alle origini sociali e al
sesso ma le differenze più significative si manifestano tra qualifiche diverse. Tuttavia bisogna fare molta
attenzione al modo in cui si definisce la qualifica di un lavoratore che può dipendere dall’assenza di un
titolo di studio superiore (laurea o diploma), dalla posizione che occupano all’interno dell’impresa oppure
dal salario che percepiscono.

Disuguaglianze tra classi di età e tra i sessi:


In generale nei paesi dove il tasso di occupazione è più basso, la difficoltà di accesso all’occupazione spesso
porta a disuguaglianze tra età e sessi.

Entrata e uscita dall’occupazione


Definiamo il tasso di creazione netta di occupazione, cioè il tasso di crescita dell’occupazione in un dato
periodo di tempo come la differenza tra il tasso di creazione di lavoro e il tasso di distruzione.
L’aumento dell’occupazione è accompagnato contemporaneamente da una creazione e da una distruzione
di posti di lavoro. Quantitativamente il tasso di riallocazione dell’occupazione che è uguale alla somma del
tasso di creazione e del tasso di distruzione è dell’ordine del 20& annuo (OECD).

Un risultato importante per la politica economica è che la riallocazione della forza lavoro dai settori in
declino verso quelli dinamici è più lenta rispetto ai flussi di creazione e di distruzione di occupazione.
Anche se l’evoluzione della disoccupazione è chiaramente collegata alla differenza tra creazione e
distruzione, queste non ne sono le cause principali. Infatti, la distribuzione di occupazione costituisce
soltanto una parte minima dei flussi di entrata nella disoccupazione, che sono invece dominati dall’entrata
delle nuove generazioni tra gli attivi. Allo stesso modo, i flussi di uscita dalla non corrispondono soltanto
alla creazione di nuovi posti di lavoro ma anche all’adattamento dei disoccupati ai posti vacanti e al
passaggio all’inattività.

Matching tra domanda e offerta di lavoro:

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Il buon funzionamento del mercato del lavoro non si misura soltanto attraverso il tasso di disoccupazione
ma dipende anche dalla sua capacità di assicurare efficacemente il matching tra offerta e domanda di
lavoro.

Uno strumento molto utile per descrivere l’efficienza


del mercato del lavoro rispetto a questa funzione di
matching è la curva di Beveridge  la relazione tra il
tasso di disoccupazione , che misura le domande di
lavoro non soddisfatte, e il tasso di posti vacanti, che
misura le offerte di lavoro non soddisfatte.
La curva è decrescente perché più ci sono offerte di
lavoro e più basso è il tasso di disoccupazione.
Inoltre la curva è convessa perché la probabilità di
trovare un’occupazione non aumenta con
l’incremento del numero di offerte di lavoro. Più la
curva si trova a sinistra e più rapido è il matching.

Salario
Salario nominale → espresso in termini monetari
Salario reale → misura il potere di acquisto del salario e che si calcola deflazionando il tasso nominale con
un indice dei prezzi alla produzione o con un indice dei prezzi al consumo. Il tasso di crescita del salario
reale quindi, è pari al tasso di crescita del salario nominale meno il tasso di inflazione.

L’aggiustamento del salario è vincolato da 3 fattori:


a. Esistenza di vincoli normativi sulla fissazione dei salari
b. Modalità di contrattazione salariale tra sindacati e imprese
c. Asimmetria informativa tra datori di lavoro e dipendenti che può condurre a fissare il salario a un
livello che non corrisponde alla produttività del lavoro.
Il vincolo più pesante sull’aggiustamento dei salari è l’esistenza, in quasi tutti i paesi, di un salario minimo
istituito per legge o da accordi collettivi nazionali.
Un modo per valutarlo consiste nel rapportarlo al salario mediano: un rapporto elevato significa che la
distribuzione dei salari è concentrata intorno ai valori bassi e quindi che il salario minimo blocca delle
remunerazioni che, in sua assenza, sarebbero inferiori.

Teorie
Le divergenze riguardano il modello economico di riferimento, cioè l’origine della disoccupazione, e il trade-
off tra l’occupazione e gli altri obiettivi di politica economica.

L’origine della disoccupazione

Secondo l’approccio neoclassico, l’offerta di lavoro da parte di un individuo è il risultato di una scelta ottima
tra lavoro e tempo libero ed è una funzione crescente del salario reale.
La domanda di lavoro dell’impresa è invece una funzione decrescente del salario reale.
Si definisce allora disoccupazione la differenza tra l’offerta e la domanda di lavoro a un dato livello di
salario.

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La rigidità del salario reale è la causa principale della disoccupazione.
Si definisce cuneo fiscale la differenza tra il costo del lavoro e il salario netto → rappresenta la differenza
tra il costo del lavoro per l’impresa e il beneficio del lavoro per il lavoratore.

I contributi a carico dei datori di lavoro abbassano la curva di domanda di lavoro mentre i contributi a
carico dei dipendenti alzano la curva di offerta di lavoro. In entrambi i casi il costo del lavoro aumenta e
l’occupazione diminuisce. La scomposizione dell’aggiustamento tra variazione del costo del lavoro e
variazione dell’occupazione dipende dall’elasticità dell’offerta e della domanda di lavoro.
Quindi ci si aspetta che la fiscalità sul lavoro determini un aumento del tasso di disoccupazione.
Questa prima analisi trascura però la possibilità che la politica economica possa spostare la curva d’offerta
o la curva della domanda di lavoro. Questi spostamenti possono avvenire sia direttamente, mediante
misure destinate alle famiglie o alle imprese, sia indirettamente, con misure che incidono sul livello
generale dell’attività economica o dei prezzi.

Differenti tipologie di disoccupazione:


L’attività economica è soggetta a fluttuazioni cicliche: nel BP l’offerta di beni e servizi può essere inferiore o
superiore alla domanda. Bisogna quindi tener conto di questo disequilibrio potenziale per caratterizzare la
disoccupazione.
➢ Disoccupazione classica  se la domanda di beni e servizi è superiore all’offerta allora il livello
generale dei prezzi aumenta  questa riduce la domanda aggregata perché diminuisce la ricchezza
reale delle famiglie e aumenta il prezzo dei beni prodotti nel paese in rapporto ai beni prodotti
all’estero  questo aumenta anche l’offerta aggregata dato che riduce il salario reale e questo
porta ad un aumento della domanda di lavoro. Tuttavia questo riequilibrio non si determina se i
prezzi non si aggiustano immediatamente o se i salari sono indicizzati ai prezzi. Le rigidità nominali
impediscono quindi alle imprese di produrre di più e di occupare più forza lavoro.

➢ Disoccupazione keynesiana  viceversa quando l’offerta è superiore alla domanda i prezzi


diminuiscono per aumentare la domanda e ridurre l’offerta. Se i prezzi si aggiustano lentamente
però le imprese sono vincolate dall’insufficienza della domanda: non possono occupare più forza
lavoro non perché il salario reale è troppo alto, ma perché la domanda di beni e servizi è
insufficiente.

➢ Disoccupazione di equilibrio  considerando un orizzonte temporale tale che non ci siano rigidità
nominali l’offerta potenziale è pari alla domanda.

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Questa classificazione è chiamata teoria del disequilibrio, ci insegna che gli strumenti di lotta contro la
disoccupazione devono essere diversi e specifici:
➢ Disoccupazione classica: politiche di flessibilità dei prezzi
➢ Disoccupazione keynesiana: politiche di stimolo della domanda
➢ Disoccupazione di equilibrio: politiche strutturali

Disoccupazione di equilibrio
La teoria economica distingue tra
➢ piena occupazione  occupazione di tutta la forza lavoro in età lavorativa, in modo che ci sia solo
disoccupazione frizionale (dipende principalmente dal tempo necessario a trovare una
occupazione)
➢ equilibrio del mercato del lavoro  fa riferimento a una situazione stabile in cui può persistere un
certo livello di disoccupazione chiamato disoccupazione di equilibrio  tasso di disoccupazione di
equilibrio: il tasso che si realizzerebbe in assenza di shock macroeconomici.
La mancata corrispondenza tra offerta e domanda di lavoro è uno dei possibili fattori di
disoccupazione di equilibrio. Quando il tasso di disoccupazione è basso, le politiche di aumento
della domanda possono portare solo a un aumento dell’inflazione senza alcun effetto reale.

NAIRU:
Abbiamo visto che il mercato del lavoro è in equilibrio se la disoccupazione corrisponde a una situazione
stabile. In termini macroeconomici questa stabilità si traduce in un salario reale costante. Si può allora
calcolare il tasso di disoccupazione di equilibrio a partire dalla curva di Philips che descrive il rapporto tra il
tasso di variazione del salario reale e il tasso di disoccupazione.
Esiste un solo tasso di disoccupazione per il quale il salario reale rimane stabile e un solo tasso di
disoccupazione per il quale l’inflazione rimane costante → NAIRU ossia il tasso di disoccupazione tale per
cui l’inflazione non accelera.

➢ Un risultato importante è che il NAIRU dipende negativamente dagli incrementi di produttività: gli
incrementi di produttività non creano disoccupazione perché permettono un aumento del potere
di acquisto senza creare inflazione. Viceversa, un rallentamento della produttività può determinare
un aumento del NAIRU.

➢ Un secondo fattore determinante del NAIRU è il termine costante della curva di Philips che si può
interpretare come il fattore “autonomo” della dinamica del salario reale, cioè i guadagni di potere
di acquisto attesi dai lavoratori dipendenti. In breve, un’analisi basata sul NAIRU suggerisce che
un’elevata pressione fiscale o la mancanza di concorrenza sul mercato dei beni e dei servizi
potrebbero non essere le cause di un’elevata disoccupazione di equilibrio. Tuttavia entrambe le
conclusioni sono poco coerenti con la realtà.

➢ Un terzo fattore determinante del NAIRU è la sensibilità del salario reale al tasso di disoccupazione.
Un’elevata sensibilità riduce il NAIRU perché un aumento della disoccupazione ridimensiona le
rivendicazioni salariali.

Modello WS-PS:
Tale modello si riferisce all’intersezione di 2 curve:
WS → contrattazione salariale tra impresa e lavoratori, che implica un salario reale decrescente al crescere
della disoccupazione a causa di un minor potere contrattuale dei lavoratori.
PS → descrive il rapporto tra prezzi e salari come funzione decrescente del tasso di disoccupazione, dato
che le imprese possono aumentare i loro margini quando la congiuntura è buona e quando la
disoccupazione è bassa.
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L’intersezione di queste rette ci porta a un tasso di disoccupazione di equilibrio di lungo periodo.
Il modello permette di collegare questo equilibrio del mercato del lavoro al modello offerta/domanda
aggregata. Ne consegue che:
a. La disoccupazione di breve periodo può essere diversa dal suo livello di equilibrio di lungo periodo a
causa della presenza di rigidità nominali, vale a dire a causa del lento e graduale aggiustamento dei
salari e dei prezzi.
b. Nel breve periodo uno shock della domanda modifica l’inflazione e la disoccupazione in senso
opposto
c. Uno shock dell’offerta, di breve o lungo periodo, sposta l’inflazione e disoccupazione nella stessa
direzione; questi shock spiegano parzialmente gli effetti di stagflazione degli shock petroliferi.
Il modello WP-PS permette quindi di tener conto sia delle determinanti microeconomiche che
macroeconomiche della disoccupazione dato che combina proprietà di BP analoghe a quelle della curva di
Philips aumentata e proprietà di LP che dipendono da elementi più strutturali.

La contrattazione salariale si può modellizzare in 2 modi diversi:


-negoziazione salario-occupazione (curva dei contatti)→ coppie ottimali nel senso di Pareto.
-contrattazione sul salario/determinazione da parte dell’impresa dell’occupazione →non è più Pareto-
efficiente.

Secondo alcuni studi bisognerebbe privilegiare il lavoratore dipendente rispetto al consumatore per
promuovere l’occupazione. Altri dimostrano, al contrario, che restringere la concorrenza porterebbe
piuttosto a creare rendite di cui si approprierebbero i detentori di capitale e i lavoratori dipendenti locali,
con l’effetto di una minore occupazione e maggiori disuguaglianze.

Persistenza della disoccupazione


Passato un certo periodo di tempo è come se i disoccupati uscissero dal mercato del lavoro: la loro
probabilità di ritrovare un’occupazione diminuisce e di conseguenza smettono di influenzare la formazione
dei salari. Questa isteresi implica che la disoccupazione se lasciata aumentare non può ritornare
immediatamente al suo valore di equilibrio di LP se non al costo di un aumento di inflazione.
Una politica monetaria o fiscale restrittiva anche se ha effetti temporanei sulla domanda potrebbe portare
a un aumento persistente del tasso di disoccupazione. In particolare, questo implicherebbe un ruolo
importante delle banche centrali nella riduzione della disoccupazione, non soltanto nel B ma anche nel LP.
Sebbene questa teoria sembri convincente la sua rilevanza empirica è criticata. Tra queste:

-Teoria del salario d’efficienza→ considera che non è nell’interesse delle imprese abbassare i salari. Il
motivo è l’asimmetria informativa: le imprese non possono osservare l’impegno dei lavoratori
e quindi non possono remunerarlo direttamente; pagare un salario più elevato permetterebbe quindi di
indurre un impegno maggiore da parte dei lavoratori, dato che aumenta il costo-opportunità della perdita
del lavoro in caso siano poco produttivi.

100
-Modello insider-outsider→ incentrato sul potere di contrattazione dei sindacati che privilegiano i
lavoratori occupati appartenenti al sindacato rispetto agli altri.

Modelli di matching del mercato del lavoro


Il punto di partenza degli approcci stock/flusso è l’esistenza di frizioni sul mercato del lavoro che spiegano
la coesistenza di lavoratori senza occupazione e di posti di lavori vacanti.
I modelli di matchinng prendono quindi in considerazione il fatto che il lavoro è eterogeneo, che le offerte
di lavoro delle imprese sono specifiche e che la creazione di un posto di lavoro è il risultato di un processo
che precede per tentativi ed errori.

➢ Il modello parte da una funzione di matching che mette in relazione il numero delle assunzioni per
unità di tempo M al numero dei posti di lavoro vacanti V e asl numero dei disoccupati U. Un
parametro importante della funzione è lo sforzo e prodotto dai disoccupati alla ricerca di
occupazione. Il numero di assunzioni in ciascun periodo quindi è:
M= M (V, eU) dove M è una funzione crescente di V e di eU

➢ Il secondo passaggio del ragionamento consiste nel definire il numero dei nuovi disoccupati per
unità di tempo: da un lato i nuovi attivi, dall’altro le persone che hanno abbandonato il lavoro per
una qualsiasi ragione.
Si chiama tasso di separazione la percentuale s dei lavoratori che lasciano il loro posto di lavoro per
unità di tempo.
Il tasso di disoccupazione è stabile se, in ciascun periodo, il numero di matching s è pari alla somma
delle separazioni e degli ingressi nel mercato del lavoro.
Un tasso di disoccupazione è elevato a causa di un basso tasso di posti di lavoro disponibili, oppure
un tasso elevato di posti di lavoro disponibili determina un basso tasso di disoccupazione  curva
di Beveridge.

➢ Il terzo passaggio del modello consiste nel descrivere il comportamento di ottimizzazione delle
imprese e dei lavoratori. Il costo medio di un posto di lavoro vacante deve essere pari al guadagno
atteso di un posto di lavoro occupato.
Questa relazione di equilibrio permette di costruire una curva di domanda di lavoro: il costo medio
di un posto di lavoro vacante cresce con l’occupazione dato che la probabilità di coprire un posto
decresce quando l’occupazione aumenta, mentre il guadagno atteso da un posto occupato è una
funzione decrescente del salario reale.
Questo modello propone una descrizione del mercato del lavoro più fine rispetto al modello WP-PS
in quanto tiene conto di fattori come l’efficienza del sistema di collocamento, l’adeguamento
dell’offerta alla domanda e lo sforzo dei disoccupati nella loro ricerca di occupazione e.

➢ L’ultimo passaggio del modello consiste nel trovare il punto di equilibrio tra l’occupazione e il
salario reale. Si considera una contrattazione alla Nash: i lavoratori cercano di massimizzare il
surplus di utilità che deriva dall’occupazione, che è una funzione crescente del salario, mentre le
imprese massimizzano il surplus di profitto che deriva dalla differenza tra il valore di un posto
occupato e il valore di un posto vacante che è invece una funzione decrescente del salario.
Il salario che risulta da questa ottimizzazione ripartisce il valore generato dal matchong: se i
lavoratori hanno tutto il potere di contrattazione si attribuiscono tutto il valore aggiunto; se al
contrario non hanno alcun potere non ottengono niente di più dei lavoratori senza impegno.
Come nel modello WP-PS si ottiene una relazione crescente tra l’occupazione e il salario negoziato
chiamata curva del salario. Il livello di occupazione è dato dall’intersezione di questa curva del
salario con la domanda di lavoro di impresa. Il vantaggio rispetto al modello WP-PS deriva dal
prendere in considerazione il modo in cui si realizzano le riallocazioni nel mercato del lavoro.

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In conclusione, il modello di matching spiega il tasso di disoccupazione con:
- l’efficienza del processo di matching
- lo sforzo nella ricerca di occupazione
- il tasso di distribuzione di lavoro
- Il potere di contrattazione dei lavoratori
- I sostegni al reddito
- La produttività
- Il tasso di interesse
Oggi questo modello costituisce il quadro teorico di riferimento principale per le analisi del mercato del
lavoro.
Politiche

Istituzioni del mercato del lavoro e politiche dell’occupazione

Istituzioni, strategie e risorse


Le istituzioni del mercato del lavoro, cioè l’insieme di leggi, regolamenti e convenzioni che disciplinano il
modo in cui interagiscono i datori di lavoro, i dipendenti, i disoccupati e gli inattivi mostrano una forte
inerzia, contrariamente a quanto si è verificato per i mercati dei capitali in seguito alla liberalizzazione
finanziaria o per i mercati dei beni in seguito all’apertura commerciale.
Anche le differenze nelle risorse destinate alle politiche per l’occupazione sono considerevoli.
Tuttavia possiamo anche identificare una tendenza comune in molti paesi europei dagli anni 90 in poi:
l’attivazione delle spese, ossia la sostituzione delle spese attive, destinate a fornire la creazione di
occupazione e il ritorno al lavoro, alle spese passive, dedicate invece a indennizzare i disoccupati o a
incoraggiare il pensionamento.
Queste 3 evidenze empiriche, cioè persistenza delle caratteristiche istituzionali, differenza di risorse e
disparità di priorità, mostrano chiaramente che i paesi sviluppati sono molto lontani da una convergenza
verso un approccio comune sull’occupazione.

Diversi orientamenti
Perché le politiche dell’occupazione sono così diverse da un paese all’altro?
Perché non c’è convergenza verso le politiche migliori? Innanzitutto le situazioni di partenza dei paesi sono
molto diverse: diversa percentuale di lavoratori poco qualificati, diversa prevalenza di manifattura e di
servizi, diversa tradizione giuridica ecc.
Tuttavia questa spiegazione è limitata. 3 risposte possibili:
a. Una difficile identificazione delle politiche ottimali. L’analisi e le raccomandazioni di politica
economica differiscono secondo il livello di aggregazione al quale si colloca, secondo l’orizzonte
temporale e rispetto alle ipotesi sul funzionamento dei mercati
b. La resistenza alle riforme. La seconda spiegazione della diffusione insufficiente di buone politiche è
che le riforme anche quando servono l’interesse collettivo, possono essere contrarie agli interessi
di alcune categorie che beneficiano di rendite e che hanno quindi interesse alla conservazione dello
status quo
c. È difficile comprendere i dibattiti sull’occupazione e sulla disoccupazione senza far riferimento
all’equità. Spesso il dibattito contrappone chi considera come unico obiettivo il volume
dell’occupazione e chi invece considera altre finalità come la qualità del lavoro o la giustizia sociale.

Le politiche dell’occupazione sono efficienti?


Una delle ragioni principali dello scetticismo sull’efficacia delle politiche dell’occupazione deriva dal
confronto tra le risorse pubbliche destinate all’occupazione e la performance delle economie: alcuni paesi
che dedicano molte risorse all’occupazione come la Francia o il Belgio, non sembra che ci sia alcuna
relazione tra risorse e risultati. In pratica la politica dell’occupazione è sempre e comunque in un modo o
nell’altro, una politica di sostituzione che serve a rimediare alle distorsioni del mercato del lavoro e alle
carenze della politica economica. Il metodo migliore per valutare le politiche dell’occupazione consiste nel
102
confrontare la situazione dei soggetti che beneficiano degli effetti di una politica a quella di un gruppo di
controllo composto da tutti gli altri individui che, pur avendo una situazione analoga a quella dei
beneficiari, non sono stati interessati dalla politica. Si parala di esperimento controllato quando sia il
gruppo dei beneficiari che quello di controllo sono selezionati a priori; in caso contrario, quando non sono
selezionati, ossia quando gli statistici sfruttano una informazione disponibile si parla di esperimento
naturale.

Stimolare la domanda di lavoro


Politiche per stimare la domanda di lavoro consistono essenzialmente nella creazione di posti di lavoro
pubblici, nella sovvenzione ad alcuni posti di lavoro privati, oppure nella riduzione del tempo di lavoro per
aumentare il numero di occupati.

Ipotesi di lavoro assistiti


Molti governi hanno reagito spesso creando degli impieghi assistiti. L’idea è quella di offrire un posto di
lavoro nei servizi pubblici, negli enti locali, o nelle associazioni senza scopo di lucro per migliorare le loro
occupabilità future reinserendoli nel mercato del lavoro e fornendo loro delle competenze. L’occupazione
pubblica assistita può quindi servire ad ammortizzare le fluttuazioni dell’occupazione privata e a controllare
le statistiche della disoccupazione e, per tutte queste ragioni, ha goduto per molto tempo del favore dei
politici. Parallelamente, alcuni programmi pubblici cercano anche di favorire l’accesso ai posti di lavoro
privati per alcune categorie come i disoccupati di lunga durata o i giovani senza formazione. Tutti questi
programmi al di là dei loro effetti immediati e quasi meccanici, migliorano effettivamente la probabilità di
inserimento nell’occupazione stabile per le persone coinvolte?
L’evidenza empirica dimostra che i programmi incentrati su posti di lavoro pubblici non aumentano la
probabilità di accesso a posti di lavoro privati; al contrario, questi programmi bloccano spesso i beneficiari
nel lavoro assistito. Viceversa, il bilancio dei programmi centrati sugli incentivi all’occupazione privata è più
positivo: questi aiuti migliorano effettivamente la probabilità di accesso a un’occupazione a un tempo
indeterminato non sovvenzionata.

Il costo del lavoro


L’idea di fondo è che, nei paesi industrializzati, la struttura del costo del lavoro è sfavorevole
all’occupazione: il prezzo del lavoro non qualificato è relativamente alto a causa del livello del salario
minimo e la domanda di lavoro delle imprese tende quindi a spostarsi verso il lavoro più qualificato. Il
risultato è sia un aumento della disuguaglianza salariale, sia un aumento della disoccupazione dei lavoratori
meno qualificati. Una possibilità per migliorare questa situazione è la riduzione dei contributi sociali a
carico dei datori di lavoro sui salari più bassi. Tuttavia questa politica è fiscalmente molto costosa e pone 3
problemi relativi all’efficacia per l’occupazione, agli effetti sulla struttura di salari e qualifiche, e
all’incidenza sulla produttività e sulla crescita.
Effetti:
a. Queste riduzioni sono efficaci nell’aumentare l’occupazione poco qualificata solo se determinano
una diminuzione del suo costo relativo. In caso contrario sono solo uno strumento di
redistribuzione.
b. Effetti negativi sulle retribuzioni
c. Gli effetti delle riduzioni dei contributi sulla crescita.
Concludendo, le riduzioni dei contributi sociali sui salari bassi sembrano efficaci per stimolare l’occupazione
e i loro effetti indesiderati sembrano limitati, almeno nel BP. Tuttavia possono essere criticate perché, se
utilizzate come strumento di redistribuzione, sono meno efficienti di altri strumenti più mirati.

La riduzione della durata del lavoro


Il ricorso alla riduzione della durata del lavoro per aumentare l’occupazione si basa su un insieme di ipotesi
che è utile esplicitare. In particolare, affinché ci sia lavoro condiviso a produzione costante è necessario
che:

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- Il mercato del lavoro sia in equilibrio di sottoccupazione e che il livello dell’occupazione sia
essenzialmente determinato dalla domanda di lavoro (nel BP)
- Le persone siano sostituibili alle ore lavorate
- La riduzione della durata del lavoro non aumenti il costo unitario del lavoro in modo da non
determinare effetti negativi sulla domanda di lavoro e sul volume totale di ore lavorate.

Limitare o incoraggiare l’offerta di lavoro?


Le politiche malthusiane
Non è limitando la crescita di manodopera, né escludendo artificialmente una frazione della popolazione
dal mercato del lavoro che si abbassa la disoccupazione.
Le politiche di prepensionamento, implementate da numerosi paesi europei negli anni ottanta, sono un
buon esempio di inefficacia delle politiche malthusiane. L’idea di base era quella di abbassare il tasso di
attività facendo uscire i disoccupati potenziali dalla popolazione attiva, ma i risultati sono stati deludenti. Le
politiche si solo allora orientate sempre di più verso un allungamento del periodo di attività lavorativa.
Anche alcune politiche redistributive hanno un effetto importante sul tasso di attività. Per esempio, i
sostegni a reddito delle casalinghe.
Le politiche che provocano una modificazione duratura della struttura della popolazione attiva possono
avere degli effetti negativi di lungo periodo molto importanti.

Gli incentivi finanziari per tornare al lavoro


Abbiamo visto che uno dei mezzi per lottare contro la disoccupazione consiste nell’avvicinare l’offerta di
lavoro delle famiglie alla domanda delle imprese riducendo il costo opportunità di tornare al lavoro.
Una prima soluzione consiste nel ridurre i sostegni al reddito come trasferimenti sociali e indennità di
disoccupazione.
La scelta di lavorare, naturalmente, non può essere considerata in una prospettiva esclusivamente
monetaria. I dati dimostrano che il passaggio dalla disoccupazione all’occupazione migliora soltanto il
benessere psicologico mentre il passaggio dall’occupazione alla disoccupazione lo peggiora.
Tuttavia il ritorno al lavoro genera dei costi e impone una riorganizzazione familiare ed entrambi i fattori
devono essere presi esplicitamente in considerazione nelle politiche dell’occupazione.

Riformare il mercato del lavoro


La riforma della tutela del lavoro contrappone due visioni opposte, l’una secondo cui il modo migliore per
promuovere l’occupazione è proteggere i posti di lavoro esistenti, l’altra secondo cui, al contrario, è
riducendo le tutele di cui beneficiano quei posti di lavoro che si sosterrà la creazione di lavoro. Quanto
all’indennità di disoccupazione, molti rifiutano l’idea stessa che questi dispositivi abbiano a che fare con
l’occupazione.

Bisogna proteggere i posti di lavoro esistenti?


La legislazione a tutela del lavoro ha un chiaro effetto distributivo: diminuisce il rischio di perdita
dell’occupazione per chi ne beneficia ma lo aumenta per chi non ne beneficia.
In generale, la tutela del lavoro riduce l’ampiezza delle fluttuazioni congiunturali dell’occupazione perché
aumenta i costi di aggiustamento delle imprese, diminuendo quindi sia i flussi dall’occupazione verso la
disoccupazione che i flussi dalla disoccupazione verso il lavoro. Il risultato dovrebbe essere una durata
media più lunga della disoccupazione.
Una questione importante è capire se la tutela del lavoro ha effetti allocativi sulla produttività e sulla
crescita. Mantenere l’occupazione stabile favorisce l’acquisizione di capitale umano specifico, al contrario le
limitazioni ai licenziamenti aumentano il costo atteso del fallimento per le nuove imprese e per le imprese
innovative.
Viceversa, le limitazioni incoraggiano l’innovazione nelle imprese esistenti, soprattutto attraverso i
meccanismi schumpeteriani di distruzione creatrice.
Infine, la tutela del lavoro può frenare le riallocazioni, ma i lavori empirici non sono conclusivi su questo
punto.
104
Sono state presentate diverse proposte di riforma della tutela del lavoro.
Invece che far verificare dal giudice la fondatezza di un licenziamento collettivo e sottoporre le imprese a
vincoli procedurali Blanhcard e Tirole considerano più opportuno far pagare un prezzo all’impresa per il
licenziamento (esternalità negativa).

Bisogna forzare i disoccupati ad accettare qualsiasi lavoro?


Il livello di occupazione e di disoccupazione nel modello di Matching dipendono sia dalla performance delle
istituzioni responsabili dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, come l’agenzia di collocamento, sia
dalla natura degli incentivi per chi cerca lavoro. Riformare le une e le altre dovrebbe permettere di
diminuire la durata media della ricerca di occupazione e, di conseguenza, il tasso medio di disoccupazione.
In aggiunta, un matching più efficiente è in grado di migliorare l’aggiustamento tra offerta e domanda di
lavoro e, quindi, la produttività.
Quello che il modello di matching non dice, però, è fino a che punto bisogna cercare di ridurre la durata
della disoccupazione.
Il punto è che non è desiderabile né socialmente né economicamente che i disoccupati siano costretti ad
occupare posti di lavoro che non corrispondono alle loro competenze o che impongono loro inutili costi di
trasporto. Quindi un buon sistema d’indennità e di collocamento deve trovare un equilibrio tra queste
esigenze opposte.
Risultati sugli effetti dell’assicurazione contro l’assicurazione:
-nei sistemi dove l’incentivo si basa sull’evoluzione nel tempo delle indennità di disoccupazione, il
comportamento della ricerca di lavoro è significativamente influenzato dal profilo dell’indennità
-nei sistemi in cui c’è un collocamento individuale e in cui le indennità sono condizionali, la qualità del
collocamento e la credibilità delle sanzioni sono entrambe importanti e interdipendenti.
-un collocamento individuale ha come effetto la riduzione significativa della durata della disoccupazione,
consentendo ai beneficiari di accedere a posti di lavoro meglio retribuiti.

Il modello di Fexsecurity
I paesi scandinavi e in particolare la Danimarca hanno proposto negli anni novanta tale modello che
consiste nell’offrire alle imprese la possibilità di adeguare rapidamente il numero dei lavoratori alla
situazione economica e fornisce ai dipendenti licenziati un supporto maggiore nella ricerca di un nuovo
lavoro.
Negli anni 2000 l’unione europea ha inserito la flexsecurity nella sua strategia per la crescita e
l’occupazione.

Quale strategia per l’occupazione?


Altri strumento di una strategia per l’occupazione: formazione, sostegno alla creazione d’impresa,
l’estensione dell’accesso al credito per i nuovi imprenditori, rafforzamento della concorrenza sul mercato
dei beni e l’eliminazione degli ostacoli alla mobilità geografica.
L’esperienza mostra che le priorità della politica dell’occupazione devono cambiare nel corso del tempo,
infatti la crisi economica del 2008 le rimette in discussione. Inoltre bisognerà anche confrontarsi con la
concorrenza dei grandi paesi emergenti e con la crescita più lenta della produttività.

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