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LINGUISTICA CINESE:

Dal punto di vista della linguistica comparativa, il cinese (sia antico che moderno) va considerato 
come un sistema complesso, in cui esistono centinaia di varianti locali mutuamente non intelligibili,
che difficilmente si possono ritenere un'unica lingua. Parlando del cinese sarebbe quindi più 
corretto parlare di una famiglia di lingue sinitiche le quali, prese insieme alla lingua bai, 
costituiscono una branca importante della più vasta famiglia delle lingue sinotibetane. La lingua
cinese appartiene alla famiglia delle lingue sino-tibetane ed è classificata a livello morfologico,
come una lingua isolante.  “La parola tende ad essere formata da un solo morfo: ciò significa che essa è priva di
struttura interna, parola e morfo tendono a coincidere e i morfi ad essere tutti liberi. Il termine isolante si riferisce alla tendenza
di queste lingue a ‘isolare’ ciascuna parola rispetto alle altre, cioè a non dare segnali morfologici delle relazioni tra loro. (…) Il
; ciò comporta la totale assenza, al
ruolo delle parole nell’enunciato è quindi segnalato solo dalla loro posizione (…)
suo interno, di declinazioni in termini di genere, numero e marche di caso e di coniugazioni verbali
(tempi e modi) tipici delle lingue flessive.
Essa è essenzialmente basata sui morfemi che nel 90% dei casi corrispondono ai caratteri e alle
sillabe; tuttavia non si può sostenere che questa lingua sia totalmente monosillabica in quanto
esistono alcuni morfemi polisillabici costituiti per lo più da prestiti provenienti da lingue straniere
per esempio: 葡 葡 pútao (uva – dal greco botrus); 葡 葡 jípǔ (jeep – dall’inglese); 葡 葡 葡
葡 āsīpǐlín (aspirina – dall’inglese).
A livello di parola invece in cinese moderno il bisillabismo è molto ricorrente, al punto che – non
essendo la lingua scritta dotata di spazi grafici che delimitino le parole – può alle volte risultare
complesso stabilire se due caratteri ravvicinati vadano considerati separatamente o come
componenti di una singola parola, questo perché molto spesso i composti cinesi sono formati da
“radice + radice”, quindi, entrambi i morfemi sono portatori d’informazioni semantiche.
Il significato della parola composta sarà affine, sebbene non del tutto sovrapponibile, a quello delle
sue parti: ad esempio 葡葡 (fēijī) è un composto di “volare”+ “macchina” ma significa “aereo”.
Caratteristica fondamentale della lingua cinese è il suo essere tonale, ossia possedere
quattro toni differenti che determinano la lunghezza e l’altezza dei suoni dei gruppi vocalici
presenti all’interno di ogni sillaba. Le sillabe cinesi sono composte da una consonante detta
iniziale (non obbligatoria), da una finale costituita da un gruppo vocalico a cui si possono
aggiungere due gruppi consonantici n e ng e da uno dei quattro toni, sebbene esistano anche
delle sillabe atone. I toni hanno carattere distintivo, infatti una stessa sillaba pronunciata con un
tono diverso assume un significato differente.
Da quanto appena illustrato emerge un altro tratto fondamentale del cinese: l’omofonia. La maggior
parte delle sillabe è associata a molteplici morfemi secondo una corrispondenza non biunivoca,
perciò ad una singola sillaba modulata con lo stesso tono corrispondono molti caratteri diversi.
Sebbene non vi siano tempi verbali, la lingua cinese presenta alcune particelle aspettuali a cui si può
ricorrere per enfatizzare un evento o un’azione già compiuti e terminati ( 葡 le), un’esperienza
fatta almeno una volta nella vita ( 葡 guo) o qualcosa che avverrà in tempi brevi o brevissimi
(葡 jiāng).
Non vi è traccia, inoltre, di espliciti nessi sintattici tra le varie parti di un enunciato e se essi non
sono strettamente necessari, la loro espressione viene affidata alla pura sequenza delle unità. Per
esempio se due persone compiono la stessa azione all’interno di uno stesso enunciato i due soggetti
e i due verbi verranno semplicemente giustapposti, come emerge dall’esempio sotto:
(1)

cinese: 葡 葡 葡 葡葡

glossa lett. tu andare io anche andare

trad. Se ci vai tu, ci vado anche io


Inoltre la lingua cinese non dispone di articoli, né determinativi né indeterminativi; possiede tuttavia
un sistema diverso rispetto a quelli cui si è abituati in Occidente per la quantificazione. In cinese un
numero non può, a parte alcune sporadiche eccezioni, essere seguito direttamente dal sostantivo a
cui si riferisce, tra i due deve essere interposto un classificatore. (Mancanza di articolo, ma 
marcatura della definitezza tramite i classificatori).

Le parole della Biasco (2003) sembrano dare una giusta rappresentazione del fenomeno:
(…) non esiste nelle lingue a noi più conosciute nulla di equiparabile, possiamo dire che i nomi,
nella lingua cinese, privi di genere e di numero, sono stati tuttavia progressivamente classificati in
base al loro aspetto, alla loro forma, al loro uso ecc. e quindi raggruppati sotto un certo numero di
classificatori per quantificarli.
(Biasco, 2003:62)
I classificatori sono tutti monosillabici e hanno spesso una stretta relazione con la forma dei
sostantivi cui si riferiscono.
Si prenda ad esempio 葡 (tiáo): quando esso ricorre in funzione di sostantivo copre un’area
semantica corrisponde più o meno all’italiano “striscia, oggetto stretto e lungo”; quando ha ruolo di
classificatore viene si utilizzato, tra le altre cose, anche per “fiume” (葡 hé), quindi “un fiume” in
cinese si dirà 葡 葡 葡 “uno + class. tiáo + fiume”. È evidente che la ragione per la scelta di tale
classificatore per il sostantivo fiume sia da riscontrarsi nella sua forma nella maggior parte dei casi
stretta e allungata.
È da tenere presente che i classificatori, quando utilizzati come tali, spesso perdono il loro
significato originario e servono per unire numero, dimostrativo o interrogativo e il nome che li
segue.
Alle volte tuttavia alcuni di essi mantengono il loro valore semantico di partenza che va ad
aggiungersi alla funzione di classificatore creando un fenomeno più complesso.
Per esplicare tale situazione ricorrere ad un esempio pratico appare la modalità più efficace.
Il classificatore 葡 (tào) porta con sé il valore semantico di “un set, una serie di cose dello stesso
tipo” anche quando è in funzione di classificatore perciò può essere utilizzato per classificare gruppi
di oggetti che quando occorrono come singoli pezzi fanno ricorso a un altro classificatore.
Un esempio di tale fenomeno è quello riportato nella frase che segue:
(2)
Cinese 葡 葡葡葡

glossa lett. Uno + class. GE + tè + ciotola

trad. Una tazza da tè

Cinese 葡葡葡葡

glossa lett. Uno + class. TAO + tè + ciotola

trad. Un set di tazze da tè

Primi documenti
XIV­XI sec. a.C.
Iscrizioni su ossa e gusci di tartaruga e su suppellettili in bronzo, a carattere divinatorio;

Nome
Mancanza di caso e genere;
Numero sui pronomi personali e qualche nome;

Tratti soprasegmentali:
Tono
Mā (tono alto, costante) madre 葡
má (tono alto, ascendente) lino 葡
mă (tono basso, discendente­ascendente) cavallo 葡
mà (tono alto, discendente) ingiuriare 葡

Sintassi
SVO  Pr  GN  AN
pro­drop (topic prominent)