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Rivista mensile n. 8/2017 (agosto)
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SOMMARIO n. 8/2017

EDITORIALE

7 Lo zio Sam non è mio zio

PARTE I MESSICO E NUVOLE

29 Dario FABBRI - Stati Uniti vs Messico, il Nordamerica stretto


47 Erika PANI BANO - Da colonia a Stato, malgrado tutto
57 Federico NAVARRETE LINARES - Meticci dentro
63 Ricardo PÉREZ MONTFORT - Il mondo in un paese
75 David LIDA - Città del Messico, la Cina libera
(in appendice: Il gergo di Città del Messico)
81 Michael W. SWANTON - Parlare messicano:
le lingue indigene e lo Stato
89 Rodrigo SALAZAR ELENA - Anatomia di una (ex?) dittatura partitica
95 Nathan JONES - Frammentati ma potenti:
i cartelli messicani resistono allo Stato
103 Alicia PUYANA MUTIS - Tutti i costi del modello yankee
113 Margherita PAOLINI - Il Messico è la chiave dell’autosuffcienza
energetica nordamericana
121 Lapo PISTELLI - Anche l’Italia partecipa alla grande partita
del petrolio messicano

PARTE II COME IL MESSICO GUARDA IL MONDO

129 Rafael VELÁZQUEZ FLORES - Geopolitica del vorrei ma non posso


141 Alejandro RODILES BRETÓN - Il ruolo del Messico nell’ordine mondiale
(e accanto agli Usa)
149 Niccolò LOCATELLI - Messico-Cina, ovvero quando l’alleato
strategico è un rivale
157 Roberto VECCHI - Messico e Brasile, due modi
di (non) dire America Latina
163 Loris ZANATTA - Il Messico sceglie gli Stati Uniti
e l’America Latina che funziona
171 Carlos Humberto CASCANTE SEGURA - Un leader centroamericano mancato
PARTE III MESSICO CONTRO USA

181 John R. CHÁVEZ- La pallottola spuntata dell’irredentismo


messicano nel South-West
187 Allison FEDIRKA - Dai Caraibi ripartirà la sfda fra Usa e Messico
193 Ramón Arturo GUTIÉRREZ - Il tramonto del sogno americano
made in Mexico
201 Javier PÉREZ SILLER - Abbiamo bisogno di eroi
209 Germano DOTTORI - Il muro della discordia
215 Fabrizio MARONTA - Rinegoziare il Nafta?
Buona fortuna, Mr Trump
223 Marco LEOFRIGIO - Quando in Messico si scontravano
Usa e Germania
229 Luca MAINOLDI - Spie sul Rio Grande
237 James O. GOLDSBOROUGH - La strategia messicana della California:
uno schiaffo a Trump

AUTORI

245

LA STORIA IN CARTE a cura di Edoardo BORIA

247
LA POTENZA DEL MESSICO

Lo zio Sam non è mio zio


1. I L NORDAMERICA È IL GIARDINO PRIVATO DELL’IMPERO AMERICANO.
Nessun altro continente è dominato da una sola potenza. La supre-
mazia assoluta in questo heartland è la premessa del primato statu-
nitense nel mondo. Per Washington è dunque vitale serbare tanto
privilegio. Se tra le Isole Regina Elisabetta, nell’Artico canadese, e la
foresta pluviale del Darién, barriera fra le due Americhe a cavallo
della frontiera colombiano-panamense, dovesse sorgere o infltrarsi
un rivale capace di bilanciare l’egemonia a stelle e strisce, la gerar-
chia globale delle potenze ne sarebbe sconvolta. Oggi tale ipotesi ap-
pare folle – dopodomani chissà. Élite e apparati statunitensi hanno
però ben impressa nella memoria geopolitica la direttrice principale
delle minacce all’egemonia Usa sul Nordamerica: il fanco sud, tra
Cuba e Messico. E se l’arcipelago caraibico appare strategicamente
sterile dopo la fne della guerra fredda, la questione messicana è vi-
va e acuta.
Nell’immaginario nostrano il Messico resta paese esotico, in pe-
renne via di sviluppo, di modesta taglia strategica. Le carte mentali
europee – e la geografa uffciale delle Nazioni Unite – lo collocano
nel Centroamerica, affne più ai Caraibi che agli Usa. Assegnato allo
spazio culturale latinoamericano, del quale coltiviamo una rappre-
sentazione folkloristica, di universo affascinante e stordente, sedu-
cente e pericoloso. Ingenui semplicismi o maliziose deformazioni, do- 7
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

ve il colore soffoca l’analisi. E ci impedisce di cogliere struttura intima


e caratura geopolitica del Messico. Segnate dalla prossimità geograf-
ca e dall’intrinsechezza storica, economica e strategica agli Stati Uni-
ti. Ciò che incardina il Messico nel Nordamerica, colosso da 25 milio-
ni di chilometri quadrati e quasi 600 milioni di abitanti. Identità
continentale rivendicata sin dalla prima solenne dichiarazione di
indipendenza dei patrioti messicani dalla Spagna (1813), nella qua-
le la nuova patria si autodefniva «América Septentrional» 1.
Visto da Washington, il Rio Grande (Río Bravo del Norte, per i
messicani) non è affatto confne fra due Americhe. È faglia geopoliti-
ca interna alla propria sfera d’infuenza nordamericana. Valga la
brutale formula di Alan Bersin, già border czar al dipartimento della
Homeland Security: «Il confne del Guatemala con il Chiapas (Stato
del Messico meridionale, n.d.r.) è oggi il nostro confne sud» 2. Nella
percezione imperiale statunitense, prefgurata nel 1823 con la dottri-
na Monroe volta a escludere le potenze europee dall’emisfero occiden-
tale, il non troppo indiretto controllo delle vie di accesso al Nordame-
rica è prioritario. La geografa degli interventi armati a stelle e strisce
lo testimonia: mai una vera guerra a sud di Panamá, a fronte di
decine di spedizioni fra Caraibi, Messico e Centroamerica, di fatto
appendice del Nordamerica. Espressione del progetto statunitense di
continentalizzazione del giardino privato, ovvero di attrazione/su-
bordinazione dei due grandi vicini, codifcato nel 1994 con il varo
del Nafta, area di libero scambio Usa/Canada/Messico dal sapore più
geopolitico che economico 3.
Il valore del limes messicano per gli Stati Uniti emerge dal raffron-
to con l’altra frontiera terrestre, quella canadese, valutata sulla base
della sicurezza rispetto alla minaccia di potenze o infuenze ostili al
Numero Uno. Confne morbido, che contribuisce a disegnare un tran-
quillo spazio transfrontaliero culturalmente piuttosto omogeneo, con-
nesso da importanti infrastrutture, economicamente integrato lungo
la verticale nord-sud che vincola il Canada urbanizzato al domi-
nante vicino. Da quando le velleità secessioniste del Québec franco-

1. Cfr. «Acta Solemne de la Declaración de Independencia de la América Septentrional», datata


6/11/1813, www.pudh.unam.mx
2. Cit. in S. Taylor, «Our Southern Border is now with Guatemala», Latina Lista, 20/9/2012.
3. Sulla tesi della continentalizzazione, cfr. M.T. GuTiérrez Haces, La continentalisation du Mexique et
8 du Canada dans l’Amérique du Nord. Les voisins du voisin, Paris 2015, l’Harmattan.
LA POTENZA DEL MESSICO

fono – alimentate a Parigi dalla nostalgia della lobby gollista per la


Nuova Francia – paiono sedate, non si vede chi possa usare il Cana-
da o sue regioni per minacciare gli Usa. Le barriere fsiche estese per
oltre un terzo dei 3.201 chilometri di frontiera con il Messico – che
Trump proclama di voler murare completamente, a spese del vicino
– sono invece monumento alla percezione della minaccia da sud che
serpeggia nell’opinione pubblica americana.
Quale minaccia? Gli Stati Uniti Messicani, estesi per quasi due
milioni di chilometri quadrati (sei volte e mezzo l’Italia), con circa
130 milioni di abitanti, sono una considerevole entità economica
associata al G20, undicesima al mondo in termini di pil a parità di
potere d’acquisto 4, ma certo non un colosso militare (carta a colori 1).
Potrebbero insidiare la sicurezza del vicino settentrionale solo se si
offrissero piattaforma di una superpotenza eurasiatica che osasse sf-
darlo con le armi. Orizzonte implausibile. Il timore di Washington è
più sottile e profondo: il Messico come vettore di una graduale rivolu-
zione demografca capace di corrodere fatalmente la costituzione
culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America. Testimoniata dalla
progressione del ceppo ispanico, frutto dell’imponente immigrazione
latina oltre il Rio Grande, non pienamente assimilabile alla leggenda-
ria identità bianca, anglosassone e protestante, architrave della mis-
sione universale a stelle e strisce.
Già oggi il 17% della popolazione Usa è censito ispanico. I soli chi-
canos, ovvero i messicano-americani, sul piano nazionale valgono più
dell’11%. Ciò che più conta, sono specialmente concentrati negli Stati
contigui alla frontiera messicana. E due terzi dei messicano-america-
ni abitano Texas e California, dove superano il 30% della popolazione.
Se la tendenza all’ispanizzazione del Sud-Ovest – e non solo – conti-
nuasse e la refrattarietà all’assimilazione si accentuasse, nel tempo si
coagulerebbe una sacca potenzialmente secessionista, aspirante all’in-
dipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico.
Anche senza minare lo statuto territoriale degli Usa, ne deriverebbe la
trasfgurazione della nazione imperiale in Stato binazionale, diluito
nel brodo multiculturale o peggio piagato dalla seconda, risolutiva
guerra civile. Morte della nazione e fne dell’impero (carte 1 e 2).

4. Cfr. World Economic Outlook, International Monetary Fund, aprile 2017. 9


10
1 - LO SPAGNOLO NEGLI USA Dallo 0 all’1,38%

dall’1,39 al 4,24%

WA S H I N G TO N dal 4,25 all’8,83%

dall’8,84 al 17,7% 1
M O N TA N A NORTH
D A K O TA
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

dal 17,71 al 33,69%


M
OREGON I 3
C 2
H
WISCO NSIN I

M I N N E S O TA
SOUTH G 4
IDAHO A NEW YORK
WYOMING D A K O TA N 5 6

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NORTH
CAROLINA
A R IZON A OKLAHOMA TE NNE S S E E
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NEW CAROLINA
MEXICO
GE O R GIA
ALABAMA
MISSISSIPPI

TEXA S
FLORIDA 1 - MAINE
LOUISIANA
2 - NEW HAMPSHIRE
3 - VERMONT
ALASKA 4 - MASSACHUSETTS
5 - CONNECTICUT
6 - RHODE ISLAND
HAWAI I 7 - NEW JERSEY
8 - DELAWARE
9 - MARYLAND
LA POTENZA DEL MESSICO

Questo scenario, già evocato da autorevoli Cassandre e analizza-


to nei laboratori strategici di Washington, sarebbe impensabile se non
considerassimo, insieme alla geografa e alla demografa, la storia
del Messico, più che dimidiato erede geopolitico della Nuova Spagna
(1535-1821). Vicereame dell’impero spagnolo che all’apogeo bordeg-
giava gli attuali confni meridionali del Canada per estendersi fno al
Centroamerica, ricomprendendo gran parte degli odierni Stati Uniti
(bacini dell’Alabama e del Mississippi, più Texas, New Mexico, Arizo-
na, California, Nevada, Utah e altre terre centro-occidentali allora
prevalentemente percorse da nativi pellerossa), le Filippine, Portorico
e Cuba, oltre al territorio oggi afferente al Messico. Quest’ultimo –
centrato sullo spazio già azteco – era il cuore pulsante del vicereame,
contando a inizio Ottocento circa 6 milioni di abitanti, un terzo del
totale (carte a colori 2a e 2b). Città del Messico, capitale politica, ospi-
tava allora 170 mila anime: massima concentrazione urbana nelle
Americhe. Il Messico era il principale produttore d’argento al mondo.
Nell’anno 1800 il reddito medio pro capite dei suoi sudditi valeva un
terzo del britannico e quasi metà dello statunitense.
Intorno alla metà del XIX secolo l’immenso spazio della Nuova
Spagna fu per la maggior parte inglobato, armi in pugno, dagli Stati
Uniti d’America. La dolorosa memoria di quell’invasione è penetrata
nella coscienza dei messicani. E vi permane. Nel 2006 una rilevazio-
ne ha stabilito che per il 58% di loro i territori «rapiti» al termine della
guerra messicano-americana (1846-48) appartengono tuttora alla
nazione sconftta e umiliata 5. Prima o poi la demografa li riporterà
a casa. Di fatto o anche di diritto.
L’irredentismo serpeggia sia nella diaspora messicana che nella
madrepatria. Se ne ha traccia concreta fn dal Piano di San Diego
(1915) – dietro il quale si volle vedere la mano dei servizi segreti tede-
schi – quando alcuni ribelli di stirpe messicana si riunirono attorno
al progetto di rovesciare le autorità degli Stati Uniti sud-occidentali e
di uccidervi «tutti i maschi adulti anglo» 6. Dopo la cosiddetta «seces-
sione parziale» di El Cenizo, località texana di confne che nel 1999
stabilisce lo spagnolo come lingua uffciale e si autoproclama porto
5. «American Views of Mexico and Mexican Views of the U.S.», Rilevamento Zogby pubblicato il
25/5/2006, www.numberusa.com/text?ID=1149
6. D.M. coerver, «The Plan of San Diego», The Handbook of Texas Online, Texas State Historical Asso-
ciation, www.tshaonline.org/handbook/online/articles/npg04 11
12
2 - GLI ISPANICI D’AMERICA 1 MASSACHUSETTS
2 RHODE ISLAND/CONNECTICUT
C A N A D A 3 NEW JERSEY
4 DELAWARE
WASHINGTON 5 MARYLAND/DC MAINE
6 NEW HAMPSHIRE
7 VERMONT
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

NORTH DAKOTA MINNESOTA 7


MONTANA MICHIGAN 6
1
IDAHO WISCONSIN NEW YORK
OREGON SOUTH DAKOTA 2
WYOMING
PENNSYLVANIA 3
IOWA
NEBRASKA OHIO 5 4
ILLINOIS INDIANA
WEST
NEVADA VIRGINIA VIRGINIA
UTAH COLORADO KANSAS
MISSOURI KENTUCKY
NORTH
t i c o

CAROLINA
ARIZONA TENNESSEE
l a n

C ALIFORNIA SOUTH
NEW MEXICO OKLAHOMA ARKANSAS CAROLINA
At

ALABAMA
o
n

MISSISSIPPI GEORGIA
a
e

TEXAS
c

O
Percentuale
della popolazione LOUISIANA FLORIDA
ispanica nel 2011 (%)
o

M E S S I C O
Confne pre 1848 -
≥40 (reclamato dal Messico)

Fonte: US Census Bureau


LA POTENZA DEL MESSICO

franco per i lavoratori senza documenti, nei primi anni Duemila il


miraggio della reconquista riappare nelle tesi del professor Charles
Truxillo, docente all’Università del New Mexico. Il quale vagheggia
un’assai futuribile República del Norte (carta 3), fusione del Sud-
Ovest statunitense e del Messico settentrionale (perderà poi la cattedra
per aver dichiarato, riprendendo la formula di Malcolm X, che l’o-
biettivo sarà raggiunto «con qualsiasi mezzo necessario») 7. A legitti-
mare su base storica tanta rivendicazione, Truxillo riprende il mito
caro a diverse organizzazioni messicano-americane per cui la terra
ancestrale degli aztechi, Aztlán, sarebbe da rintracciare tra Nuovo
Messico e Arizona: spazi «irredenti».
Più rilevante è oggi il movimento Demanda Lo Nuestro, capitana-
to dal patriarca della sinistra messicana e già candidato presidenzia-
le Cuauhtémoc Cárdenas. Il quale ha affdato al suo legale, Guiller-
mo Hamdan Castro, la preparazione di un ricorso alla Corte Interna-
zionale di Giustizia (non riconosciuta dagli Usa) per l’annullamento
dei trattati che amputarono il Messico dei territori settentrionali ere-
ditati dalla Nuova Spagna, in quanto estorti via guerra d’aggressio-
ne. Citando Putin («se rivogliono la Crimea, restituiscano il Texas ai
messicani») Hamdan Castro conclude: «Il presidente del Messico non
deve governare sulla metà dei messicani, ma oltre il Río Bravo» 8.
Nessuno immagina che gli Stati Uniti rinuncino a una porzione
anche minima del loro territorio sovrano. Eppure lo spettro della re-
conquista, evocato dall’intreccio fra demografa e nazionalismo ispa-
nico-messicano, è avvistato anche a nord del Rio Grande. Nel 2004
l’infuente politologo Samuel Huntington la considerava (con orrore)
già in corso: «Nella storia degli Stati Uniti nessun altro gruppo di im-
migrati ha affermato o potrebbe affermare una rivendicazione stori-
ca su nostri territori. Messicani e messicano-americani possono farlo
e lo fanno» 9. E intitolava Chi siamo? un allarmato saggio sull’ispaniz-
zazione della patria, che ne mette in questione l’identità originaria 10.

7. Cfr. F. zoreTicH, «“Hispanic Homeland” – Southwest Shall Secede from U.S., Professor Predicts –
Death to Usa @@», Albuquerque Tribune, 31/1/2000
8. Cfr. K. surana, «The Other Dispute on the U.S.-Mexico Border», Foreign Policy, 10/4/2017. Il mani-
festo del movimento, frmato da Guillermo Hamdan Castro, è intitolato «Nos Quitaron La Mitad De
Nuestro Territorio #DEMANDALONUESTRO. Demandemos lo que nos pertenece».
9. S.P. HunTinGTon, «The Hispanic Challenge», Foreign Policy, 1/3/2004.
10. S.P. HunTinGTon, Who Are We? America’s Great Debate, London 2004, Simon&Schuster. 13
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

Cinque anni dopo il geopolitico George Friedman, in una delle sue


previsioni sul mondo di fne secolo, sanciva: «Le parti del Messico oc-
cupate dagli Stati Uniti negli anni Quaranta dell’Ottocento ridivente-
ranno messicane culturalmente, socialmente e, in molti sensi, politi-
camente» 11. Oggi l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, con-
quistata cavalcando la paura dei bianchi di scadere a minoranza
fra le altre in un paese trasfgurato dai latinos e da altri ceppi etnore-
ligiosi irriducibili al canone dei padri fondatori conferma – insieme
al violento revival del razzismo sudista – che sulla questione identita-
ria si gioca il futuro dell’impero. Sicché questa è, per defnizione, la
massima partita geopolitica in corso su scala planetaria. Il Messico ne
è il deuteragonista. Il Borderland, terra di frontiera estesa a sud e a
nord del Rio Grande in spazi già afferenti al lasco dominio della
Nuova Spagna, ne è il motore principale (carta a colori 3).

2. Questo insieme transfrontaliero può essere rappresentato come


corpo a sé, concresciuto nell’ultimo secolo e mezzo attorno alla sua
spina dorsale, il confne Stati Uniti-Messico. I limiti longitudinali del
Borderland sono fsici – i due oceani. Quelli latitudinali vaghi e fun-
gibili, fgli di percezioni soggettive. Salvo che sotto il proflo della geo-
politica ambientale: il trattato di La Paz, frmato nel 1983 da Ronald
Reagan e Miguel de la Madrid, stabilisce all’articolo 4 una «border
area» compresa entro 100 chilometri a settentrione e a meridione del
confne internazionale terrestre e marittimo, largamente affdata al-
la cura congiunta di funzionari degli Stati federati confnari e alle
autorità locali d’ambo i paesi. Quanto bastò perché a Washington si
levassero invettive contro il presunto battesimo di una regione di fron-
tiera separata e indipendente affdata a opachi poteri non elettivi,
fuori dalla giurisdizione del Congresso.
Borderland è terra ibrida. Il Sud-Ovest degli Stati Uniti e il Nord
del Messico sono più simili fra loro di quanto siano omogenei al resto
delle rispettive nazioni. Anzitutto per la lingua spagnola, o meglio per
le mescolanze anglocastigliane – vedi lo spanglish, deriso come ca-
steyanqui a sud del confne – e per le commutazioni di codice, ovvero
i passaggi da un idioma all’altro nel medesimo discorso. Esercizio
11. G. Friedman, The Next 100 Years. A Forecast for the 21st Century, New York-London-Toronto-
14 Sydney-Auckland 2009, Doubleday, p. 239.
LA POTENZA DEL MESSICO

3 - REPÚBLICA DEL NORTE (2080)

San Francisco

Pueblo STAT I UN IT I

Los Angeles Las Vegas

San Diego Albuquerque

Tijuana Phoenix
Dallas

Ciudad Juárez
Hermosillo Houston

Chihuahua

M ESSICO
Monterrey Golfo del Messico
O c e a n o
Durango
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Ciudad Victoria
Cancún
Guadalajara
Mérida
Città del Messico
Veracruz
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Stati del Nord Tuxtla Gutiérrez

Stati messicani GUATEMALA


Stati maya

praticato dalla scrittrice chicana Gloria Anzaldúa fn dal titolo del


suo Borderlands/La Frontera. The New Mestiza (1987), dedicato a
«todos los mexicanos on both sides of the border»  12. Il lesbismo
dell’autrice, intreccio di sessi nel contesto d’ibridazione di razze e
culture, è qui metafora della contaminazione che marca l’identità
chicana – messicana d’anima, non di cittadinanza – forita oltre il
confne.
Se la lingua è il sangue dello spirito e la patria è lì dove sovrano
risuona il suo verbo, come scolpiva il poeta ispanista Miguel de Una-
12. G. anzaldúa, Borderlands/La Frontera. The New Mestiza, San Francisco 1987, Aunt Lute Books. 15
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

muno, il Borderland può considerarsi subnazione informale, matria.


Quasi a materializzare l’incubo di Theodore Roosevelt, che nel 1907
si scagliava contro gli immigrati che rifutando di parlare inglese mi-
nacciavano di ridurre gli Stati Uniti a «pensionato poliglotta» 13. Allar-
me oggi estremizzato dai suprematisti bianchi, per i quali purezza
della lingua (inglese) e della razza (caucasica) sono sinonimi. Non
stupisce che il loro credo sia specialmente radicato nel Sud, parti del
Borderland a stelle e strisce comprese.
Allo stesso tempo, questo spazio meticcio è spezzato da uno dei
più ripidi confni al mondo, se consideriamo il dislivello di ricchezza
e di potenza fra i due vicini. Per Anzaldúa, quel taglio rozzamente
inciso dai plenipotenziari di Washington e Città del Messico a metà
Ottocento su rilievi e deserti incastonati fra Golfo del Messico e Ocea-
no Pacifco segna «una herida abierta dove il Terzo Mondo gratta sul
Primo e sanguina» 14.
La faglia economica nel Borderland, zona di traffci d’ogni genere
e di industrie transfrontaliere, è meno profonda rispetto al dislivello
fra il complesso delle due nazioni. Tuttavia la «ferita aperta» si vede a
occhio nudo. Per esempio varcando i limiti di Stato che bisecano le
città gemelle – non proprio siamesi – a cavallo della frontiera, come
San Diego (California) e Tijuana (Bassa California), Douglas (Arizo-
na) e Agua Prieta (Sonora), El Paso (Texas) e Ciudad Juárez
(Chihuahua). Reddito, costo della vita, servizi sanitari e scolastici di-
vergono più o meno verticalmente in favore della sponda Nord. Daron
Acemoglu e James A. Robinson, nell’ambizioso quanto fortunato com-
pendio su Perché le nazioni falliscono, fusione di scienza economica
e politologia, hanno preso il caso delle due Nogales per provare la tesi
– di rara profondità – per cui la diseguaglianza economica deriva
dalla diversa qualità delle istituzioni 15. Gli abitanti della Nogales sta-
tunitense, in Arizona, vantano un reddito triplo rispetto ai «concitta-
dini» dell’altra Nogales, nello Stato messicano di Sonora, malgrado
ambos Nogales condividano stili di vita, cucina, musica e antenati.
Sicché l’unica spiegazione – o la sola che venga in mente ai nostri due
13. Cfr. «Theodore Roosevelt on immigration», www.snopes.com
14. G. anzaldúa, op. cit., p. 25.
15. D. acemoGlu, J.a. roBinson, Why Nations Fail. The Origins of Power, Prosperity and Poverty, Lon-
16 don 2012, Profle Books.
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(import del Messico dagli Usa)

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STATO DEL MESSICO Zone di coltivazione OAXACA
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MORELOS G U AT E M A L A HONDURAS

1 - STATI UNITI MESSICANI ©Limes


2a - LA NUOVA SPAGNA (1810) Gra
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Territori
Territori Nord
LOUISIANA SPAGNOLA dell’Indiana dell’Ohio
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STATI UNITI
D’AMERICA
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Grande Oceano Nuova Vizcaya Nuova Florida


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Boreale Estremadura
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Nuovo Regno Golfo di Spagna


di León BAHAMAS
Nuovo (GB)
Santander
Portorico
Nuovo Regno Regno Cuba (Spagna)
di Galizia dello Yucatán (Spagna)
Regno HAITI
del Messico Santo
GIAMAICA Domingo
(GB)
Regno (Spagna)
Vicereame della Nuova Spagna del Guatemala
Vicereame di Granada (Spagna)

Territori britannici Oceano Pacifico VICEREAME


DI
Stati Uniti d’America GRANADA

2b - L’IMPERO AZTECO FINO AL 1519


Mayapán
Tamuín Sito dell’ultimo governo
Antico centro centralizzato dello Yucatán
Capitale azteca huaxteco distrutto nel 1441
fondata nel 1325
Tula Teayo Contatti a partire dal IX secolo d.C.
Azcapotzalco Scambi commerciali fra aztechi e maya
Texcoco El Tajín Chichén Itzá
TENOCHTITLÁN Tlatelolco
Tempio azteco Cacaxtla
scavato nella roccia Malinalco Cempoala Penisola Tulum Cozumel
Cholula Baia di Campeche Isola centro
Xochicalco Centro principale dello Yucatán commerciale
dell’alleanza azteca Champotón
Monte Albán Ichpaatun
Yagul Xicalango Città fortifcata
Tombe in un antico centro
cerimoniale zapoteco Mitla post-classica
Lamanai
Area dominata dagli aztechi nel 1519 Tayasal
Ultimo centro della resistenza Tipu
Località azteche più importanti maya agli spagnoli
Area post-classica maya XO Regni maya sotto infuenza
Ricca provincia CON del Messico centrale
Località maya più importanti fornitrice di cacao US
per la capitale azteca CO Zaculeu Wild Cane Cay
Rotte commerciali post-classiche Xoconocho Iximché Isola centro commerciale
Confne
3 - IL CONFINE USA-MESSICO
Principali punti d’ingresso/zone commerciali
N e w M e x i c o
Principali passaggi di frontiera Usa-Messico
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Fonte: Center for Global Development ©Limes ©Limes
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Nuova ondata di violenza IS
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per la guerra tra il cartello S T A T I U N I T I SI
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locale e il cartello Cjng contro SS A
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(gennaio 2017) Nogales Ciudad LO PI
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CALIFORNIA Cuauhtémoc Il cartello Los Zetas Aree di maggior
COAHUILA controlla il porto inasprimento
DEL SUD Navojoa interno di Nuevo Laredo delle guerre
M E S S I C O Nuevo Laredo sul fume Rio Grande (Rio Bravo) tra cartelli
Oceano

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D U R A N G O N. LEÓN Zone segnate dal forte
Pacifico Città teatro di lotte intestine

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per il controllo del trafco incremento della violenza

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Ondata di violenza San José del Cabo ZACATECAS del Messico
tra i cartelli Sinaloa Mazatlán Puerto Vallarta
e Jalisco Nueva Generación SAN LUIS TAMAULIPAS Acapulco
(2016) Fresnilio POTOSÍ DISTRITO FEDERAL
(Mexico City) PUEBLA
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Grandi Cartelli della droga Puerto Vallarta Tepic Guadalajara AT RO
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Sinaloa Rapimento di uno A N É RE G O YUCATÁN
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Golfo ex capo del cartello DA
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Sinaloa Manzanilio Battaglie tra il cartello Cjng QUINTANA
Los Zetas (agosto 2016) ESTADO e Los Zetas ROO
Los Caballeros Templarios COLIMA MICHOACÁN DE MÉXICO Chetumal
Tasso di omicidi, PUEBLA CAMPECHE
Jalisco Nueva Generación (Cjng) CUERVAVACA VERACRUZ
116 per 100 mila abitanti TABASCO
Juárez (gennaio 2017) Lázaro Cárdenas GUERRERO
Beltrán-Leyva Acapulco Oaxaca Tuxtla Gutiérrez
BELIZE

Cartello indipendente di Acapulco


La Familia Michoacana Lo Stato di GUERRERO CHIAPAS
è conteso tra 12 cartelli: OAXACA
Nessun cartello dominante Los Viagras, Los Rojos, Los Ardillos,
Los Tequileros, membri della Familia Michoacana G U AT E M A L A HONDURAS
e dei Caballeros Templarios, Cjng, Blo,
4 - I CARTELLI MESSICANI Guerreros Unidos, Los Jefes e la Gente Nueva ©Limes
Fonte: Drug Enforcement Administration (Dea), aprile 2015, aggiornata 2017
LA POTENZA DEL MESSICO

scienziati – sta nella pertinenza dei nogalensi del Nord a uno Stato
libero e democratico che eccita l’imprenditorialità e provvede ai servi-
zi di base, mentre gli sfortunati nogalensi del Sud soffrono delle cor-
rotte istituzioni messicane. Il postulato di Acemoglu e Robinson è me-
no asettico di quanto pretenda. Vi traspare un sottotesto culturalista:
il complesso di superiorità dei nordamericani di ceppo anglo-europeo
nei confronti degli ispanici, conftti negli stereotipi della pigrizia (po-
polo del mañana) e dell’insofferenza per legge e ordine.
Lo squilibrio di potenza è d’altronde fondativo della frontiera.
Marcato prima dall’incorporamento del Texas, appena emancipato
dal Messico, nella federazione statunitense (1845), poi dalla guerra
del 1846-48 che a spese del Messico offre agli Usa uno sbocco sul Paci-
fco – porta dell’Asia – paragonabile a quello sull’Atlantico, grazie a
una sequenza di eclatanti vittorie a stelle e strisce. Sfociate nella presa
di Città del Messico (settembre 1847), quindi nel piuttosto ineguale
trattato di Guadalupe Hidalgo (frmato il 2 febbraio 1848), rafforzato
con l’acquisto di Gadsden (24 giugno 1853). L’adolescente repubblica
messicana cede metà del suo territorio. Umiliazione indimenticata.
Ma, insieme, atto di nascita del Borderland. E fne dell’All of Mexico
Movement, corrente idealistico-geopolitica che sulle ali del «destino
manifesto» e nella prospettiva di occupare l’istmo meridionale di
Tehuantepec per scavarvi un canale transoceanico professava l’ur-
genza di annettere l’intero spazio del vicino. Al fondo, la rinuncia
alla conquista totale del Messico – tentazione non spenta fno ai primi
decenni del Novecento – discende dalla convinzione che i suoi abitan-
ti siano inassimilabili all’American Creed. È tale percezione razzial-
culturalista ad aver impedito che il Borderland, invece che sul Rio
Grande, maturasse a cavallo del Suchiate o dell’Usumacinta, al conf-
ne con il Guatemala. E a impedire che la demografa sancisse per la
giovane nazione americana, ancora in feri, un destino biculturale
che ne avrebbe stravolto la geopolitica.
Di questo sempre attivo rifesso strategico-identitario è documento
il saggio sulla regione di frontiera del Messico settentrionale pubblica-
to nel gennaio 1917 dal giovane geografo di origine canadese Isaiah
Bowman, che si rivelerà uno dei più infuenti geopolitici americani 16.
16. I. Bowman, «The Frontier Region of Mexico: Notes to Accompany a Map of the Frontier», Geo-
graphical Review, vol. 3, n. 1 (January 1917), pp. 16-27. 17
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

Siamo in piena rivoluzione messicana. Dopo che il 9 marzo 1916 la


banda di Pancho Villa ha messo a ferro e fuoco il villaggio di Colum-
bus, New Mexico – primo e unico caso di invasione latina degli States
– il presidente Wilson ordina al generale Pershing di varcare il Rio
Grande. Scatta la spedizione punitiva per catturare Villa e sgominare
i suoi seguaci. Impresa fallita. Ma a Washington si valuta se arrischia-
re un’invasione defnitiva, per evitare che la Germania o altre potenze
nemiche, contro cui gli Stati Uniti stanno per entrare in guerra, pro-
fttino del caos rivoluzionario per attrarre il Messico nella propria sfe-
ra d’infuenza, aprirvi un fronte e impantanarvi il grosso dell’esercito
statunitense. Bowman spiega perché l’invasione – magari per «pren-
dere il paese e tenercelo» come suggerito da un giovane luogotenente
di Pershing, George S. Patton 17 – sarebbe follia. Carte alla mano, mo-
stra come il Nord del Messico, area di massima concentrazione delle
bande rivoluzionarie, sia in buona parte montagnoso, desertico, qua-
si disabitato, sconnesso dal cuore demografco e politico del paese, al
centro dell’altipiano affancato dalla Sierra Madre Occidentale e da
quella Orientale. El Norte è dunque terreno ideale per la guerriglia –
le bande messicane eccellono nel «doing without», l’arte di arrangiar-
si con equipaggiamenti di fortuna – quanto inadatto all’esercito sta-
tunitense, che abbisogna di ferrovie per la sua pesante logistica. Con-
clusione: per gli Stati Uniti controllare il Messico del Nord è altrettanto
diffcile che per la Turchia domare l’Arabia.

3. Le prime barriere alla frontiera Usa-Messico furono erette nel


1909 tra California e Bassa California per impedire la transumanza
verso gli Stati Uniti di bestiame infetto. Ma la costruzione di un muro
lungo almeno un terzo del Borderland comincia solo alla fne del
secolo scorso. Per accelerare nel clima parossistico del dopo-11 set-
tembre, quando la nazione cresciuta nel mito dell’impermeabilità di
casa propria si scopre vulnerabile e stringe attorno a sé un perimetro
di protezione sempre più imponente. Fino alle roboanti promesse elet-
torali di Trump, che oggi lo obbligano all’enfasi del muro totale, per
sigillare l’intero confne a spese del vicino. Eruzioni verbali cui lui
stesso probabilmente sa di non poter tener fede.
18 17. Cfr. M. Blumenson, The Patton Papers, Boston 1972, Da Capo, p. 344.
LA POTENZA DEL MESSICO

La ragione dichiarata delle barriere di protezione – dal flo spinato


alle strutture in cemento e acciaio – erette da Washington lungo il con-
fne sud-occidentale sta nel frenare l’immigrazione illegale, i traffci di
droga, armi e altre merci di contrabbando provenienti dal Messico. I
fautori del muro osservano la coincidenza temporale tra il varo nel
2006 del Security Fence Act, che ha intensifcato l’erezione delle barrie-
re fsiche e dei controlli armati, e il forte declino dei fussi migratori dal
vicino meridionale, avviato nello stesso anno. Da quasi un decennio il
saldo migratorio netto dal Messico verso gli Usa è costantemente nega-
tivo. Attribuire l’inversione di rotta solo alla progressione del muro ap-
pare però dubitevole. Anzitutto, la maggior parte degli immigrati ille-
gali non passa dal confne del Rio Grande ma entra con regolare visto,
salvo restare negli Usa quando scade. Al calo dei transiti transfronta-
lieri sud-nord e all’aumento dei rimpatri di emigrati messicani contri-
buiscono peraltro fattori strutturali, quali il declino del tasso di fecon-
dità in Messico, e congiunture economiche, come la grande recessione
del 2008-9 che negli Stati Uniti ha colpito alcuni settori produttivi, spe-
cie quello delle costruzioni, tipicamente attrattivi della manodopera a
basso costo messicana.
Ma il fattore geopolitico più intrigante consiste nella recente non
spontanea vocazione del Messico a trattenere centinaia di migliaia di
migranti centroamericani, per nove decimi provenienti dal Triangolo
del Nord – Guatemala, Honduras, El Salvador – in fuga dalle violenze
delle gang che impazzano nella regione e dalla miseria. Il loro vero
obiettivo sono gli Stati Uniti, dove gli immigrati centroamericani sono
in crescita, superando ormai i tre milioni e mezzo. Molti però restano
fra i due Borderland: il meridionale, tra Messico, Guatemala e Belize,
e il settentrionale tra Messico e Usa. Per costoro il territorio messicano
da corridoio si è trasformato in destinazione. Effetto della stretta che
Washington ha imposto nel 2014 alla porosa frontiera Chiapas-Guate-
mala grazie al programma Frontera Sur, con il Pentagono a supporta-
re militari e poliziotti locali nel contenimento dei transiti. Chi riesce a
fltrare nell’area più povera del Messico diretto a nord è spesso soggetto
alle vessazioni delle bande locali. In alternativa è bloccato nei centri di
detenzione o si accalca nei famigerati convogli merci (soprannomina-
ti «La Bestia») che attraversano il Messico. Nel tentativo di anabasi, che
può prendere mesi, morti e dispersi si contano a decine di migliaia. 19
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

Il nuovo approccio securitario degli Usa, inaugurato da Obama,


sposta dunque a monte il fltro contro i fussi migratori illegali. Salta
agli occhi il parallelo con la faglia Italia/Nordafrica. Fatte le dovute
proporzioni e salva ogni retorica umanitaria, nel contenimento dei
migranti il Messico è per gli Usa quello che nelle intenzioni del governo
di Roma l’ex Libia dovrebbe tornare a diventare per noi: cuscinetto.
Quanto ai traffci di droga gestiti dai narcos, fnché gli Stati Uniti
resteranno un formidabile mercato per gli oppiacei, mentre il Messi-
co, che ne rifornisce il 94% della domanda di eroina, assorbe di ritor-
no ogni anno almeno 50 miliardi di dollari in grande parte riciclati
nell’economia uffciale, sarà impossibile drenarli. Meccanismo per-
fettamente inverso quello delle armi, che invadono da nord il fameli-
co mercato messicano dei cartelli e garantiscono profumati ricavi a
produttori e commercianti statunitensi.
Ma per Washington la massima posta in gioco nel doppio Border-
land non è economica né di sicurezza. È identitaria. Bisogna preser-
vare il carattere della nazione dall’eccesso di ispanici refrattari al
canone americano. Per ragioni storiche e culturali, aggravate nel
caso messicano dal mito della reconquista e dalla scarsissima dispo-
nibilità ad abbandonare il cattolicesimo, differentemente da altri la-
tinoamericani. La diffdenza nei confronti dei messicani rivela la
permanenza di stereotipi negativi. Accentuati dalla frontiera-scudo,
di discutibile effcacia protettiva ma di sicuro effetto sulla capacità di
conoscere e intendere chi siano e che cosa vogliano i dirimpettai me-
ridionali. E se alcuni sondaggi recenti segnalano un progresso, con il
64% dell’opinione a stelle e strisce disposta a guardare più o meno
favorevolmente verso i vicini del Sud 18, altre rilevazioni confermano
che a nord del Rio Grande il Messico continua ad apparire alla mag-
gioranza paese violento, corrotto e sottosviluppato 19. Sul fronte messi-
cano, invece, il giudizio sugli Usa è girato di 180 gradi negli ultimi
due anni: nel 2015 il 49% degli intervistati esprimeva una valutazio-
ne «buona» o «molto buona»; la stessa percentuale oggi considera «ma-
le» o «molto male» il colosso del Nord 20. Effetto Trump. Forse non solo.

18. Cfr. M. Browne, «Polls Measure Americans’, Mexicans’ Views of Each Other in Trump Era», Cns
News, 2/3/2017.
19. Così il sondaggio di Vianovo, «Mexico’s Brand in the U.S.», www.vianovo.com, 28/6/2016.
20 20. Cfr. M. Browne, op. cit.
LA POTENZA DEL MESSICO

4. Che cos’è davvero il Messico? Una grande potenza in costruzio-


ne o uno Stato in via di fallimento? Il caso messicano è illustrativo
della moda corrente nel mondo ipermediatizzato, dove le percezioni
prevalgono sulla realtà. I punti di vista divergono radicalmente, den-
tro e fuori il paese. Perché qui come di rado altrove gli stereotipi, spes-
so alimentati dai messicani stessi, pregiudicano le analisi. Virandole
in negativo. Ai limiti del razzismo, talvolta oltre. Per converso, inte-
ressi economici e politici – specie di chi ha investito o intende investi-
re in Messico, e ovviamente del governo locale – allestiscono uno spet-
tacolo di suoni e luci, neanche stessimo assistendo alla nascita di
una superpotenza.
Nell’inclinare il verdetto verso uno dei due poli si usa scrutare selet-
tivamente i dati economici, politico-sociali, culturali. Giusto. Noi pre-
feriamo però inquadrarli nella geopolitica, perché solo così possiamo
azzardare una risposta alla domanda iniziale. Attraverso il prisma
geopolitico possiamo pesare e interpretare le informazioni derivanti
dalle altre discipline, fondamentali per disegnare un segmento del pro-
flo dell’oggetto in questione ma insuffcienti a tracciarne l’insieme.
La geopolitica ci informa che oggi il Messico è potente. La sua po-
tenza è funzione di tre fattori. Primo e decisivo, la prossimità agli
Stati Uniti. Secondo e conseguente, l’intimità con il dominante vici-
no. Terzo e paradossale, la fragilità dello Stato.
La contiguità alla superpotenza nordamericana è di norma letta
in negativo. Implica uno scambio ineguale in ogni ambito, così limi-
tando la sovranità e ferendo l’orgoglio nazionale del partner minore.
Valga il motto attribuito a Porfrio Díaz, uomo forte della repubblica
messicana fra 1876 e 1911: «Povero Messico, così lontano da Dio e
così vicino agli Stati Uniti». A illustrare la sua geopolitica di bilancia-
mento dell’infuenza di Washington aprendo alle potenze europee e
accentrando il potere disperso nelle dispute fra caudillos e cacicchi
che si spartivano il controllo del territorio. Come nelle partite intrec-
ciate del petrolio (nel 1911 il Messico ne divenne il primo produttore
al mondo) e delle ferrovie, sottratte nel 1907-8 al condominio delle
americane Speyer e Standard Oil per affdarle a una compagnia na-
zionale (carta 4). La nazionalizzazione del petrolio promossa nel
1938 dal presidente Lázaro Cárdenas e revocata solo nel 2013 fu
l’ultimo urrà del nazionalismo riformatore, prima della marea neoli- 21
22
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4 - RETE FERROVIARIA NEL PORFIRIATO ARKANSAS
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Oceano ZACATECAS TAMAULIPAS
Pacifico Mazatlán
Zacatecas SAN LUIS
Acaponeta POTOSÍ
NAYARIT AGS. San Luis Potosí Tampico
San Blas Tepic Aguascalientes
Ferrovia Veracruz - Città del Messico Puerto Progreso Tizimìn
GUANAJUATO
Ferrovia Centrale Messicana Mérida
Paso del Norte (Cd. Juárez) - Querétaro (→Città del Messico) Guadalajara QUE. HIDALGO YUCATÁN Valladolid
Ferrovia nazionale messicana, Manzanillo - Città del Messico JALISCO Querétaro Pachuca
Campeche Peto
Querétaro - Nuevo Laredo - Piedras Negras Città del Messico Apizaco
COLIMA Colima QUINTANA
Ferrovia dell’Istmo - Coatzacoalcos - Tehuantepec Uruapan TLX
Tlaxcala Veracruz ROO Mar dei
Manzanillo MÉXICO
MICHOACÁN Puebla
MOR. CAMPECHE Caraibi
Ferrovia Panamericana, Città del Messico - Tapachula PUEBLA Córdoba
VERACRUZ Coatzacoalcos
Iguala Tehuacán TABASCO
Ferrovia Sudpacifco, Nogales - Guadalajara
GUERRERO
BELIZE

Ferrovia Querétaro - Oaxaca Oaxaca


OAXACA CHIAPAS
Ferrovie Unite dello Yucatán Tehuantepec Tonalá
Stazioni principali GUATEMALA
Golfo di Tapachula HONDURAS
La capitale, Città del Messico ©Limes Tehuantepec
LA POTENZA DEL MESSICO

berista degli ultimi trent’anni. Nei decenni recenti il processo di con-


tinentalizzazione economica, energetica e geopolitica del Nordame-
rica ha consolidato la dipendenza dagli Stati Uniti, verso cui da ben
prima del Nafta si dirige l’80% dell’export messicano. Oggi il 46,7%
del pil messicano dipende dal commercio con il colosso vicino. Nessu-
na strategia di diversifcazione economica, inclusa quella embriona-
le con la Cina, può disattivare tale campo magnetico. A meno che
non vi contribuiscano gli americani, se mai Trump desse seguito alle
velleità protezioniste erigendo suicide barriere tariffarie.
Ma osserviamo anche l’altra faccia della Luna. Se oltre il Rio
Grande si stagliassero, anziché gli Stati Uniti, misere e disputate con-
trade come quelle della frontiera Sud, per il Messico sarebbe perdita
secca. Forse si sarebbe già disfatto, inghiottito nei poco invidiabili
gironi mesoamericani. Lo riprova il relativo sviluppo del Centro-Nord
appetto all’arretratezza profonda del Meridione, colonia tropicale in-
terna. Se all’inverso il Chiapas confnasse con il Texas, non con il
Guatemala, il suo tasso di popolazione povera (75% circa) sarebbe
certo meno devastante.
Sotto il proflo schiettamente geopolitico, l’appartenenza al giardi-
no privato americano è vincolo, ma anche risorsa. Perché ha protetto
il Messico contro invasioni extraemisferiche – salvo lo sbarco francese
nel 1862 per installare Massimiliano d’Asburgo-Lorena sul trono im-
periale, ma allora gli americani erano in guerra civile. Washington
ha impedito che qualcuno si ritagliasse uno spicchio nel suo orto fra
Golfo del Messico e Caraibi (unica eccezione Cuba). Quando nel
1917 il Reich guglielmino offrì al Messico come pegno di alleanza
anti-americana la reconquista di Texas, Nuovo Messico e Arizona,
assicurando che duecentomila tedesco-americani avrebbero dato
man forte nell’impresa, il presidente Carranza, meno irrealistico dei
Realpolitiker del Kaiser, rifutò. Infne, la rete di protezione nordame-
ricana consente al Messico di non sciogliersi nell’America Latina, cu-
gino culturale ma non geopolitico. Di coltivare anzi una non frater-
na competizione con il Brasile, prevalente nel Cono Sud, per la lea-
dership nominale nella volatile famiglia latina.
Quanto all’intimità con gli Usa. Il Messico è da sempre impegnato
a defnire la sua identità nazionale. Distillare una sintesi dai molte-
plici apporti etno-culturali che arricchiscono il paese, recuperando le 23
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

radici precolombiane a cominciare dall’azteca per innestarvi creati-


vamente i patrimoni delle comunità ispaniche e creole, fno a rendere
con pedagogica forzatura il meticcio (mestizo) sinonimo di messica-
no, è esercizio permanente. Già in epoca neospagnola il viceré José de
Iturrigaray battezzò una Junta de Antigüedades (1808) e nel 1825 il
primo presidente, Guadalupe Victoria, fondò il Museo Antropologico.
Nella pedagogia nazionale del Messico postrivoluzionario l’invenzio-
ne di un’identità omogenea, corrispettivo culturale degli sforzi di
centralizzazione geopolitica, si manifestò nei murales di Diego Rive-
ra, David Alfaro Siqueiros, José Clemente Orozco come nell’ideologia
della raza cósmica e della sua missione universalista secondo José
Vasconcelos Calderón. E certamente il culto della Vergine di Guada-
lupe, Madonna messicanizzata, unisce la nazione al di là della fede.
Ma nulla quanto il paragone/contrasto con i gringos ha contribuito a
proflare l’identità messicana. Vale per i nazionalisti come per i
gringóflos sedotti dal sogno americano.
Oggi la diaspora negli States è il maggior vettore di potenza del
Messico. Non banale comunità di emigrati, utile per le rimesse. Piut-
tosto, fattore di condizionamento incardinato nel sistema america-
no. La sua maggiore o minore assimilazione potrà incidere su quan-
to ogni nazione ha di più prezioso: la coesione. L’innervarsi dei chi-
canos nei territori «irredenti» inquieta Washington e ne obbliga gli
apparati a dedicare al Messico un’attenzione superiore a quella che
gli deriverebbe dalla mera taglia economica e demografca. Quando
il «Messico di dentro» avrà capito come meglio usare il «Messico di fuo-
ri» gli Stati Uniti scopriranno che oltre il Rio Grande non c’è solo un
cliente ma un potenziale rivale. Certo non in grado di piegare gli
Stati Uniti, ma di contribuire a minarne identità e vocazione impe-
riale.
Infne il terzo fattore, quello paradossale. Uno sguardo sobrio alla
diffusione di corruzione e violenza, al proliferare per gemmazione di
milizie al servizio del crimine organizzato, intrecciato con alcuni
poteri formali in un vincolo di reciproco ricatto, induce a dubitare
dell’effcienza, fnanco della tenuta delle istituzioni. La repubblica
messicana cerca di dotarsi di uno Stato forte e legittimato dal 1824,
quando partorì la prima costituzione. Il percorso non è concluso.
24 L’autorevole Consejo Mexicano de Asuntos Internacionales sentenzia:
LA POTENZA DEL MESSICO

«In Messico il maggior problema non viene dalle droghe né dal terro-
rismo né dalla violenza; è la mancanza di un governo che governi» 21.
Nell’atlante della sicurezza e della difesa pubblicato sotto gli auspici
del Senato della Repubblica si afferma che dopo dieci anni di guerra
al narcotraffco – strage infnita il cui bilancio provvisorio è di 200
mila morti e 27 mila scomparsi 22 – «il crimine comune, la violenza e
la violazione dei diritti umani sono cresciuti in buona parte per la
corruzione e l’incapacità delle istituzioni» 23. Né vi si esita a imprime-
re il marchio di «Estado fallido» ad alcuni Stati federati, come Tamau-
lipas e Guerrero 24.
Il confitto si sta aggravando perché l’approccio militare delle au-
torità ha sì decapitato alcuni cartelli, ma li ha anche frammentati,
scatenando la guerra per il controllo dei traffci fra gli epigoni dei
boss uccisi o arrestati (carta a colori 4). Mentre l’aumento del prezzo
della benzina ha aperto un ulteriore lucroso mercato ai contrabban-
dieri. Quel che è peggio, violenza e caos si stanno estendendo a diver-
se zone turistiche. A Città del Messico, che si è guadagnata fama in-
ternazionale di vibrante megalopoli, nei primi sette mesi di quest’an-
no si attribuiscono ai cartelli 330 omicidi 25. E il clima politico si sta
surriscaldando in vista delle elezioni presidenziali del luglio 2018,
quando una possibile vittoria del candidato della sinistra Andrés Ma-
nuel López Obrador, da alcuni avversari impropriamente assimilato
a Hugo Chávez, potrebbe mettere in fuga gli investitori esteri attratti
dalla liberalizzazione del settore energetico e dalle scoperte di nuovi
giacimenti di idrocarburi.
Tuttavia i pronostici più neri sul futuro del Messico appaiono esa-
gerati. Non fosse che per un motivo squisitamente geopolitico: gli Sta-
ti Uniti non possono permettersi di confnare con un vicino fallito. Un
gigantesco buco nero alla frontiera Sud, per di più tanto intrinseco
alla superpotenza, è peggio di un rivale strategico. Se si incendia la
casa di un vicino che è anche dentro casa tua, hai un problema esi-
stenziale. La debolezza delle istituzioni messicane costringe Washing-
21. «México-Estados Unidos. Redefniendo la relación para la prosperidad de Norteamérica», Consejo
Mexicano de Asuntos Internacionales, 27/6/2017, p. 37.
22. Cfr. J.G. casTañeda, «How Trump Can Improve Nafta», The New York Times, 18/8/2017.
23. R. BeníTez manauT, s. aGuayo Quezada (a cura di), Atlas de la Seguridad y la Defensa de México,
2016, p. 25.
24. Ivi, p. 26.
25. J. Fredrick, «Mexico City Feels the Heat of Rising Drug Crime», Financial Times, 7/8/2017. 25
LO ZIO SAM NON È MIO ZIO

ton a supportarle con ogni mezzo, anche per poterle sorvegliare. Sotto
questo aspetto, la dipendenza del Messico dagli Stati Uniti è caso da
manuale di potenza dell’impotenza. Di condizionamento del debole
sul forte. Specie se il debole è insieme interno ed esterno al forte.
Forse un giorno il magnete dell’American way of life riuscirà a
includere anche i più ribelli fra i chicanos, quelli per cui «Uncle Sam
no es mi tío», nell’universo mentale a stelle e strisce 26. Fino ad allora,
avrà ragione chi sostiene che non è la frontiera del Rio Grande a se-
parare messicani e statunitensi. È l’alterità di due culture a produrre
la frontiera.

26. Cfr. D. Fonseca, a. el kadi (a cura di), Sam no es mi tío: Veintiquatro cronicas migrantes y un
26 sueño americano, Doral (Florida) 2012, Santillana Usa.
LA POTENZA DEL MESSICO

Parte I
MESSICO e NUVOLE
LA POTENZA DEL MESSICO

STATI UNITI VS MESSICO


IL NORDAMERICA STRETTO di Dario Fabbri
Il futuro dell’impero americano si gioca sull’assimilazione di
Mexican-Americans e altri ispanici. Per questo Washington riscrive
la pedagogia nazionale contro l’eredità sudista. Memoria storica e
identità messicana ostacolano questo progetto. Dov’è Aztlán?
La prossima èra augustea nascerà sull’altra sponda
dell’Atlantico. Vi sarà, forse, un Tucidide a Boston,
un Senofonte a New York, e un Virgilio in Messico.
H. Walpole, lettera a Sir Horace Mann, 24/11/1774

1. I L 1° APRILE 1909 ZEPHYRIN ENGLEHARDT,


il padre francescano responsabile degli archivi della missione di Santa Barbara,
trovò nella cassetta della posta una lettera assai peculiare. Ne era mittente Charles
Fletcher Lummis, noto intellettuale californiano, giornalista del Los Angeles Times.
Da alcuni anni Lummis era bibliotecario capo della città e in tale veste si rivolge-
va al frate. «Non mi è chiaro perché Junípero Serra, che considero tra i più im-
portanti missionari e amministratori del Nuovo Mondo – scriveva – non sia stato
ancora riconosciuto santo dalla Chiesa cattolica. Come americano credo sia giusto
celebrare un eroe che nessuno può odiare e che rilancia il nostro legame con l’e-
redità culturale spagnola» 1.
A padre Englehardt l’interrogativo parve alquanto bizzarro. Non solo perché
fno ad allora nessuno aveva mai pensato di santifcare il francescano minorchino,
fondatore nel XVIII secolo delle principali missioni dell’Alta California. Lummis
non era cattolico, era un metodista, e non vantava alcuna ascendenza spagnola,
piuttosto era di chiare origini inglesi.
Nella lettera di risposta Englehardt si limitò a illustrare il diffcile percorso ver-
so la canonizzazione di Serra, del quale non si conoscevano miracoli. Ma Lummis
promise al frate che avrebbe cercato ovunque le prove dei «gesti miracolosi, per il
bene della nazione» 2. Tanto zelo celava un’intenzione profondamente geopolitica,
intrinseca all’ascesa degli Stati Uniti.
1. Cfr. The correspondence of Charles F. Lummis with Fr. Zephyrin Englehardt, O.F.M, Franciscan
Provincial Annals, Province of Santa Barbara, vol. 3, luglio 1941, n. 4, 52.
2. Ivi, n. 4, p. 53. 29
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

Insediati su territori strappati al Messico attraverso la guerra, preoccupati


dall’irredentismo degli sconftti, consci di dover reinventare se stessi, allora califor-
niani e texani anglosassoni cominciavano ad abbracciare posticciamente i colonia-
li costumi spagnoli. Con l’obiettivo di contrapporsi al nazionalismo del vicino lati-
no, che nello stesso periodo elaborava un diretto legame tra gli aztechi e il metic-
ciato locale, intendevano presentarsi quali eredi dei conquistadores che avevano
sottomesso, civilizzato ed evangelizzato gli indigeni. Mitopoiesi utile a suffragare
una improbabile primogenitura castigliana sul Nuovo Mondo, a negare il revansci-
smo altrui e a professare la superiorità della stirpe europea.
L’impegno di Lummis tramutò la vita di Serra in una questione di notevole ri-
levanza. I protestanti californiani adottarono la causa del francescano spagnolo 3,
tra questi lo storico presbiteriano Herbert Bolton, e si schierarono per la conserva-
zione delle missioni cattoliche, ormai in stato di abbandono in seguito all’annessio-
ne del Norte messicano. Il revival ispanico-missionario si affermò quale canone
architettonico da applicare a tutte le città del Sud-Ovest. Alle chiese episcopaliane,
luterane ed evangeliche fu imposto di assomigliare a quelle cattoliche. In molti
centri furono organizzate festas españolas per celebrare i costumi iberici. La cali-
forniana città di Santa Barbara, distrutta nel 1925 da un tragico terremoto, fu com-
pletamente ricostruita in stile andaluso.
Oggi l’ispanoflia è ampiamente scemata, ma restano le ragioni strategiche che
la determinarono e il timore degli statunitensi per l’interlocutore meridionale. Forte
di una popolazione mediamente giovane e prolifca, tuttora parzialmente in dia-
spora in territori statunitensi, dotato di un infuente modello culturale, il Messico è
l’unica nazione in grado di insidiare la superpotenza dal di dentro. Privo della
forza indispensabile per soppiantare l’egemone, ma abbastanza pericoloso da con-
durlo alla distruzione.
In rapida crescita economica attraverso il legame con il suo avversario e affac-
ciato su entrambi gli oceani del Nuovo Mondo, in futuro il gigante ispanico potreb-
be annullare la compiutezza geografca del confnante anglosassone. Alterandone
la cifra antropologica, rovesciando il destino manifesto.
Di qui la volontà di Washington di completare il muro alla frontiera, così da
inserire un diaframma fsico tra i Mexican-Americans e la loro madrepatria origi-
naria. Di qui l’intenzione di rinegoziare parzialmente l’accordo di libero scambio
nordamericano, del quale ha benefciato soprattutto la nazione latina.
Mentre i chicanos collocano l’Aztlán, leggendaria terra di origine degli aztechi,
negli Stati del Sud-Ovest, onde ammantare di sacralità i territori ceduti e che un
giorno dovrebbero tornare al paese originario. E mentre i messicani, a differenza
degli altri latinoamericani, si mostrano oltremodo refrattari a convertirsi all’evange-
lismo, notevole strumento di infuenza in possesso di Washington. Proprio ora che
hanno smesso di emigrare in massa verso nord, impedendo alle élite anglosassoni
di assorbirne la gioventù e simultaneamente di sottrarla al rivale.

30 3. Nel 2015 papa Francesco ha fnalmente proclamato santo Junípero Serra.


LA POTENZA DEL MESSICO

Lungi dall’essere in disfacimento, il Messico si è tramutato nel prodromo


dell’impasse statunitense. Nazione di cui la superpotenza necessita per mantenere
violenta la sua popolazione e imperiale la sua economia, ma che al contempo ne
minaccia la cruciale confgurazione insulare.
Questione tanto dirimente da indurre in questa fase gli Stati Uniti a rinnegare
la tradizione culturale sudista, perché giudicata incompatibile con la perfetta assi-
milazione dei latinoamericani (e degli asiatici), attraverso la creazione di un movi-
mento iconoclasta che richiama il revival spagnolo che fu. Nel tentativo, adesso
come allora, di mantenere la supremazia sul Nordamerica.

2. Nel corso della storia sono stati limes continentale e demografa a segnare
perennemente le travagliate relazioni tra Stati Uniti e Messico. Già agli inizi del XIX
secolo, Washington considerava i possedimenti stranieri sul continente una intolle-
rabile distrazione della propria parabola geopolitica. Per allontanare la prima linea
di difesa dal cuore geografco ed espandere i commerci, la nascente nazione an-
glosassone necessita(va) di affacciarsi apertamente sull’Oceano Pacifco, allora ac-
cessibile soltanto attraverso il territorio dell’Oregon, occupato congiuntamente con
i britannici. In seguito all’acquisto della Louisiana francese, Washington intendeva
impossessarsi delle province settentrionali della Nuova Spagna, il cui controllo
avrebbe garantito la protezione del cruciale bacino del Mississippi.
La fermezza della corona castigliana, restia a cedere ulteriori territori dopo la
rinuncia alla Florida, nel 1821 indusse Washington ad accogliere con benevolenza
la ribellione dei creoli ispanici, riconoscendo la nascita del Messico appena sette
mesi dopo la dichiarazione di indipendenza. Nei calcoli statunitensi, la fsiologica
fragilità del neonato impero messicano, poi assurto a repubblica, avrebbe consen-
tito una più agevole spoliazione dell’altrui periferia. Troppo poco abitata e troppo
lontana dalla capitale per essere robustamente difesa.
A interessare gli statunitensi erano, in ordine di rilevanza strategica, le provin-
ce del Coahuila y Tejas, dell’Alta California, del Nuévo Mexico e di Sonora. Inizial-
mente Washington provò ad acquistare il Tejas, territorio cuscinetto posto tra il
bacino del Mississippi e la possibile ingerenza di una potenza straniera. Già nel
1825 il presidente John Quincy Adams nominò Joel Poinsett, un caroliniano con
notevole esperienza negli affari latinoamericani, legato presso il governo di Gua-
dalupe Victoria, con l’incarico di negoziare l’acquisto. Il segretario di Stato, Henry
Clay, stilò un tariffario ascendente, in relazione al fume sul quale i messicani aves-
sero acconsentito di ritirarsi. Dal Pecos, al Colorado, al Brazos; fno al Rio Grande
pensato come obiettivo ottimale ma velleitario 4. «Quanti soldi vorranno i messicani
per il Tejas? Un milione di dollari basterà?», chiese Adams a Poinsett.
La risposta non si fece attendere. Poinsett fu dichiarato persona non grata e
immediatamente imbarcato su una nave in partenza da Veracruz per gli Stati Uniti.

4. Cfr. W.H. Goetzmann, When the Eagle Screamed: The Romantic Horizon in American Expansioni-
sm, 1800-1860, Norman 2000, University of Oklahoma Press, p. 21. 31
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

Convinto che il diniego messicano fosse una mera questione pecuniaria, cinque
anni dopo il presidente Andrew Jackson istruì l’ambasciatore Anthony Butler a
offrire qualsiasi somma in cambio del riconoscimento del 37° parallelo come nuo-
vo confne tra i due paesi. Con lo stesso deludente risultato.
Fu allora chiaro che soltanto attraverso la forza sarebbe stato possibile ampu-
tare il Messico delle sue marche più remote. In Nordamerica c’era spazio per una
sola «nazione dominante» e la gigantesca estensione della repubblica messicana
impediva agli Stati Uniti di realizzarsi come potenza compiuta.
L’occasione fu fornita dalla penetrazione dei coloni anglosassoni in Tejas, ini-
zialmente su esplicita quanto ingenua richiesta degli spagnoli, poi confermata dal
primo imperatore messicano Augustín de Iturbide. L’obiettivo di Città del Messico
era popolare una regione pressoché desertica e porre i coloni anglosassoni tra il
centro della nazione e le razzie degli indiani comanche; quello dei pionieri aggiudi-
carsi ampi appezzamenti di terra; quello di Washington sfruttarne la presenza per
intestarsi il territorio.
Come successivamente capitato in California, allora anche i coloni texiani
seppero mistifcare la loro cultura, principalmente sudista e calvinista, per fngersi
ispanicizzati e cattolici, condizione necessaria a ottenere le concessioni terriere.
Finché nel 1835, guidati dai seriali usurpatori ulsteriani, si ribellarono all’autorità
messicana, proclamando l’anno successivo la Repubblica del Texas, formalmente
annessa agli Stati Uniti nel 1845 5.
Consapevole che una tale appropriazione avrebbe innescato la reazione mili-
tare del confnante ispanico, il presidente James Polk sfruttò le previste ostilità per
realizzare la defnitiva conquista del Norte messicano. «Con l’aiuto dell’onnipotente
possiamo dimostrare che il nostro dominio si estende da un oceano all’altro. E che
soltanto gli Stati Uniti possono garantire la pace del Nordamerica. Sarà mio dovere
mantenere ogni territorio conquistato oltre le Montagne Rocciose» 6, dichiarò nel
discorso inaugurale del 4 marzo 1845, illustrando il profondo senso geopolitico del
destino manifesto e palesando le mire degli Stati Uniti sulla costa pacifca.
Nel corso della successiva guerra, durata fno al febbraio del 1848, l’esercito
statunitense sbaragliò quello avversario, occupando l’Alta California e Santa Fe de
Nuevo México, oltre alla capitale e al vitale porto di Veracruz.
Intenzionati a chiudere per sempre la partita per il controllo del Nordamerica,
esponenti democratici del New England proposero allora l’annessione dell’intero
Messico. «Soltanto inglobando tutto il continente potremo sopravvivere ai prossimi
secoli», proclamarono infuenti rappresentanti e senatori. Era nato il movimento All
of Mexico, che soltanto valutazioni di natura razziale condannarono all’estinzione.
Nelle parole di John C. Calhoun, già vicepresidente degli Stati Uniti, «il nostro è il
governo dell’uomo bianco. La più grande sciagura dell’America spagnola è stata la
decisione di considerare la razza colorata al pari di quella bianca. (…) Eppure ci

5. Cfr. D. Fabbri, «Americano troppo americano», Limes, «Texas, l’America futura», n. 8/2016.
32 6. James Knox Polk’s Inaugural Address, 4/3/1845.
LA POTENZA DEL MESSICO

sono coloro che vorrebbero annettere tutti gli Stati messicani e porli sullo stesso
piano dei nostri. Dobbiamo opporci a questo progetto» 7.
Il successivo trattato di Guadalupe Hidalgo (febbraio 1848) certifcò la cessio-
ne in favore di Washington dei territori occupati, divenuti nel corso dei decenni gli
attuali Stati di California, Arizona, New Mexico, Nevada, Utah (oltre che parte di
Colorado e Wyoming). Il Messico rinunciava a metà della sua grandezza. Anche
attraverso la coeva annessione dell’Oregon, gli Stati Uniti si tramutavano in un’iso-
la geopolitica, di fatto aggredibile soltanto dal mare. I gringos erano assurti a domi-
natori del continente.

3. Benché la guerra avesse stabilito chiari rapporti di forza, negli anni vivacità
demografca e collocazione geografca conservarono il Messico quale cruciale in-
terlocutore di Washington. Dalla metà del XIX secolo gli Stati Uniti palesarono uno
schizofrenico approccio all’immigrazione messicana, della quale avevano straordi-
nario bisogno e altrettanto terrore. Già allora il vicino meridionale offriva centinaia
di migliaia di potenziali emigranti, ma la prossimità alla madrepatria li rendeva un
ceppo infdo.
Ne seguirono cicliche politiche di apertura e di chiusura nei confronti degli
hombres. Ritenuti antropologicamente inferiori agli europei, ma migliori degli asia-
tici, altra razza cui appartenevano molti degli operai giunti nel Nuovo Mondo, alla
fne dell’Ottocento i messicani servirono alla futura superpotenza per sbarazzarsi
degli immigrati cinesi. Quando nel 1882 il Congresso approvò il Chinese Exclusion
Act, che fno alla seconda guerra mondiale avrebbe proibito l’ingresso ai cittadini
dell’impero centrale, i messicani li sostituirono nella costruzione delle ferrovie tran-
scontinentali 8. Beffa della storia: furono i cosiddetti traqueros a realizzare presso-
ché in solitario i binari che attraversavano il perduto Norte – dal Texas alla Califor-
nia, dallo Utah al Nevada – e che sarebbero serviti ai militari statunitensi per
muoversi più agevolmente nei territori conquistati.
Finché all’inizio del XX secolo rivoluzione messicana e primo confitto mon-
diale riproposero plasticamente le questioni del confne e della supremazia sul
Nordamerica. Tra il 1910 e il 1920 la rivolta contro il regime di Porfrio Díaz causò
numerosi scontri armati tra messicani di ogni estrazione e truppe regolari statuni-
tensi, aggravati dall’inserimento della Germania nella contesa. Due le principali
battaglie combattute sul territorio di entrambi i paesi, che palesavano la porosità di
un confne indifendibile. Quella di Columbus, in New Mexico, del 9 marzo 1916,
segnata dallo sconfnamento dei miliziani di Pancho Villa, con tanto di saccheggio
della città e risposta dei militari statunitensi. E quella delle due Nogales del 27 ago-
sto 1918, nelle città gemelle poste lungo il confne tra Arizona e Sonora, sostenuta
dalla fanteria statunitense e da regolari e volontari messicani, nella quale rimasero

7. John Caldwell Calhoun’s Speech on Mexico, 4/1/1848.


8. Cfr. J.m. Garcilazo, V.l. ruiz, Traqueros: Mexican Railroad Workers in the United States, 1870-1930,
Denton 2016, University of North Texas Press. 33
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

uccisi anche due agenti dell’intelligence tedesca. Successivamente ai fatti, proprio


a Nogales fu costruita la prima barriera in cemento tra Stati Uniti e Messico.
Nel corso della prima guerra mondiale il Reich guglielmino, nemico prima la-
tente e poi palese di Washington, provò a innescare l’irredentismo messicano, nel
tentativo di costringere gli Stati Uniti a impantanarsi nelle vicende continentali. Si
trattava del primo coinvolgimento di matrice post-coloniale in territorio messicano
da parte di una potenza europea.
Nel gennaio del 1915 sostenitori dei leader rivoluzionari Venustiano Carranza
e Victoriano Huerta, coadiuvati da emissari tedeschi, elaborarono il cosiddetto Pia-
no di San Diego col quale si proponevano di sobillare la rivolta degli ispanici del
Texas 9. Seguirono numerosi assalti contro proprietà e cittadini anglosassoni, specie
lungo il Rio Grande, realizzati da bande di 50-100 uomini guidate dai cittadini sta-
tunitensi Aniceto Pizana e Luis de la Rosa.
Quindi il 19 gennaio del 1917 il segretario di Stato tedesco Arthur Zimmer-
mann inviò al suo ambasciatore in Messico un cruciale telegramma con cui lo in-
vitava a proporre al presidente Carranza di schierarsi, in caso di entrata in guerra
degli Stati Uniti, con Berlino contro Washington. In cambio il Messico avrebbe ri-
conquistato Tejas e Nuevo México (allora composto da Arizona e New Mexico).
L’intelligence britannica intercettò il cablo e Carranza declinò la proposta tede-
sca. Ma agli statunitensi non sfuggì che il rifuto di Città del Messico giunse soltan-
to in seguito alle perplessità espresse da una commissione militare interna convo-
cata ad hoc – in particolare si valutava potenzialmente fatale una nuova guerra tra
vicini e impossibile controllare milioni di cittadini anglosassoni – e dopo che Wa-
shington ebbe dichiarato guerra al Reich.
Seppure in forma velleitaria ed esogena, il revanscismo messicano era tornato
a inquietare gli Stati Uniti. Il rinnovato sospetto nei confronti del vicino, unito agli
effetti della grande crisi economica, provocò tra il 1929 e il 1936 l’espulsione dal
territorio statunitense di circa due milioni di ispanici, in larga parte chicanos 10.
Le relazioni bilaterali si guastarono ulteriormente nel 1938, quando il presiden-
te Lázaro Cárdenas nazionalizzò le proprietà petrolifere straniere per fondare l’a-
zienda pubblica dei Petroleos Mexicanos (Pemex). Eppure, al contrario di quanto
capitato in altre nazioni latinoamericane, gli Stati Uniti accettarono il fatto compiu-
to senza intervenire militarmente. All’orizzonte vi era un nuovo confitto con le
potenze europee e Washington intendeva scongiurare quanto avvenuto durante la
prima guerra mondiale, quando l’animosità del Messico aveva rischiato di rendere
inutili gli sforzi bellici della nazione. A tal fne Franklin D. Roosevelt si affrettò a
negoziare il sostegno del paese latino contro le potenze dell’Asse.
In pieno sforzo imperiale, Washington importò da sud il capitale umano di cui
mancava. A partire dal 1942 circa due milioni di braccianti messicani (braceros)

9. Cfr. J.A. SandoS, Rebellion in the Borderlands: Anarchism and the Plan of San Diego 1904-1923,
Norman 1992, University of Oklahoma Press.
10. Cfr. K. JohnSon, «The Forgotten Repatriation of Persons of Mexican Ancestry and Lessons for the
34 War on Terror», Pace Law Review, autunno 2005.
LA POTENZA DEL MESSICO

L’IMPERO MESSICANO
Primo impero messicano
(1821-1823)
Acquisizioni 1821-1822
C a l iforn ias

S T A T I U N I T I D ’ A M E R I C A
Nuevo Méx i co

S onor a
Tex a s

Nueva Vizc aya

Coahuila

1 Santander
Golfo del Messico
Zacatecas

2
Puebla M
Oceano Pacifico Guadalajara 3 4 a
Mérida de

rd
Yucatàn

ei
Valladolid 5

Ca
era
xic o

6 cru z

raib

i
Oaxaca
Guatemala
Honduras
1 Nuevo Reino de Leòn 7
2 San Luis Potosí Nicaragua
3 Guanajuato
4 Querétaro
5 Tlaxcala Costa
Rica
6 Puebla de los Ángeles
7 El Salvador

emigrarono legalmente negli Stati Uniti – di fatto lo stesso numero deportato pochi
anni prima – cui si aggiunse una imprecisata massa di clandestini. Inizialmente per
sostituire gli uomini impegnati al fronte, quindi per sostenere l’agricoltura.
Col tempo molti di questi divennero cittadini statunitensi. Al punto che all’ini-
zio degli anni Cinquanta l’angoscia di Washington per il possibile inquinamento
della società anglosassone da parte dei discendenti dei braceros causò una nuova
deportazione di massa. Tra il 1954 e il 1962 nell’ambito dell’operazione wetback
– dall’insulto («culi bagnati») con cui si indicavano i clandestini che attraversavano
il Rio Grande – le guardie di frontiera rimpatriarono oltre un milione di messicani.
Tra questi, ancora una volta, moltissimi cittadini statunitensi trasferiti scientifca-
mente nelle regioni meridionali del Messico, così che non potessero agevolmente
risalire il continente. La questione della (im)possibile assimilazione degli ispanici
tornava in auge a intervalli regolari.
Durante la guerra fredda il gigante latino rimase un saldo alleato degli Stati
Uniti, nonostante cosmetiche aperture in favore della Cuba castrista. In seguito al 35
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

golpe anti-Batista, Città del Messico mantenne relazioni diplomatiche con l’Avana
e si rifutò di applicare le sanzioni previste dall’Organizzazione degli Stati America-
ni, ma diminuì notevolmente gli scambi commerciali con l’isola e consentì alla Cia
di utilizzare la propria ambasciata per spiare il regime comunista 11. Intanto il go-
verno federale reprimeva nel sangue i tentativi interni di guerriglia flosovietica.
Con il crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si elevarono a unico ege-
mone globale e il loro controllo assoluto dei mari germinò l’attuale globalizza-
zione (o Pax Americana) 12. Il Messico ne fu inevitabilmente inglobato. Il trat-
tato di libero scambio per il Nordamerica (Nafta), sottoscritto assieme a Stati
Uniti e Canada, ne certifcava il tipico legame imperiale con il centro del siste-
ma. Attraverso il Nafta il Messico avrebbe incrementato massicciamente la pro-
duzione manifatturiera e le esportazioni verso nord, mentre le industrie della
superpotenza si avvantaggiavano di manodopera a basso costo e sgravi fscali.
Così tra il 1991 e il 2012 più di sette milioni di messicani sono emigrati oltre il
Rio Grande, scientifcamente attratti da Washington.
Addirittura nel 2000 il Messico ha eletto presidente Vicente Fox, discendente
di una famiglia germano-statunitense di Cincinnati, nell’Ohio, il cui cognome ori-
ginario (Fuchs) era stato anglicizzato nell’ambito dell’assimilazione forzata pro-
mossa da Washington. Attraverso la cosiddetta dottrina Castañeda – dal nome del
segretario agli Esteri, Jorge G. Castañeda, che l’aveva elaborata – Città del Messico
adottò uffcialmente l’approccio liberista della superpotenza, con tanto di accetta-
zione dell’ingerenza altrui negli affari domestici delle nazioni. Orientamento flo-
statunitense confermato anche durante la successiva presidenza Calderón.
La questione nordamericana pareva defnitivamente risolta, archiviata dallo
strapotere di Washington. Eppure a metà degli anni Dieci è tornata prepotente-
mente d’attualità, attivata dalla fatica imperiale che stanno vivendo gli Stati Uniti e
dalle caratteristiche strutturali del Messico. Scontro esclusivamente bilaterale, in-
centrato sulle cruciali questioni del confne, dell’assimilazione e dell’incrociata pe-
netrazione culturale.

4. La contesa esistente tra Stati Uniti e Messico è di pura natura strategica. Il


nodo del contendere non riguarda le scorribande dei cartelli della droga, né il pre-
sunto timore degli statunitensi nei confronti degli immigrati. In ballo c’è il futuro
del continente, la regione del pianeta in cui si trova l’unica potenza globale. I Me-
xican-Americans costituiscono l’11% della popolazione statunitense (circa 36 mi-
lioni), ma il principale terreno di scontro è il Sud-Ovest. Territorio cuscinetto per
eccellenza, passato nei secoli da una nazione all’altra, dove da sempre si confron-
tano potenze continentali ed esterne. Regione in cui non esiste una cultura prepon-
derante, ma dove convivono costumi anglosassoni e ispanici.

11. Cfr. R. Keller, Mexico’s Cold War: Cuba, the United States, and the Legacy of the Mexican Revolu-
tion, Cambridge University Press, Cambridge 2015.
12. Cfr. D. Fabbri, «La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo», Limes, «Chi coman-
36 da il mondo», n. 2/2017.
LA POTENZA DEL MESSICO

Come spagnoli e messicani non riuscirono a imporre la propria legge sull’in-


tero Norte, così gli statunitensi non hanno obliterato le vestigia delle civiltà che li
hanno preceduti. Perché intenzionati ad assorbire immigrati ispanici e per la natu-
ra storicamente mobile del confne.
Sul piano razziale, da tempo gli apparati di Washington giudicano i latinos il
male minore. Specie da quando è cessata l’immigrazione europea di massa. Come
sancito nel 1965 dallo Hart-Celler Act che – controvoglia – poneva fne alle quote
preferenziali accordate ai naturalizzati occidentali.
Ad occhi statunitensi, gli ispanici appaiono più assimilabili di africani, indiani
e cinesi perché totalmente cristiani, sebbene in maggioranza cattolici. E nettamen-
te preferibili agli arabi musulmani, portatori di una cultura giudicata aliena e stem-
perabile soltanto attraverso una (improbabile) conversione. L’optimum si realizze-
rebbe se giungessero negli Stati Uniti soprattutto centro- e sudamericani, giacché
provenienti da nazioni non confnanti con la superpotenza. Ma questi non bastano
numericamente a soddisfarne le esigenze strategiche. Sicché il 60% degli ispanici
che vivono in Nordamerica è di discendenza messicana e in larga parte stanziato
nei territori che furono dell’imperatore Iturbide.
California, Arizona, New Mexico, Texas rimangono Stati ampiamente abitati da
chicanos e messicani che non hanno defnitivamente smesso i costumi originari,
né reciso il legame con la madrepatria ancestrale, posta appena aldilà della frontie-
ra. Come proclamato dalla scrittrice statunitense Gloria Anzaldúa, nativa di Harlin-
gen, in Texas, e discendente dei conquistadores spagnoli: «Questa terra è stata
messicana, prima ancora indiana. E lo sarà per sempre. Anche in futuro» 13.
I dati raccontano il momento che vive la frontiera. Oggi il 48% degli abitanti
del New Mexico, lo Stato più latino dell’Unione, è di origine ispanica, di questi il
70% è di discendenza messicana e il 17% è nato a sud del confne. In California, lo
Stato economicamente più evoluto d’America, gli ispanici costituiscono il 43% del-
la popolazione, di questi l’84% è di origine messicana e il 33% è nato all’estero; in
Texas, lo Stato metropolitano più grande della Federazione, i cittadini sono ispani-
ci per il 39%, dei quali l’87% è chicano e il 30% nato a sud del Rio Grande; in
Arizona, lo Stato più messicano del paese, è ispanico il 30% degli abitanti, di questi
il 90% è chicano e il 28% è stato naturalizzato 14.
Los Angeles, con 1 milione e 200 mila chicanos, sarebbe l’ottava città del Mes-
sico per popolazione (dopo la capitale, Ecatepec, Guadalajara, Puebla, Ciudad
Juárez, Tijuana e León); Houston, in Texas, con circa 800 mila discendenti di im-
migrati messicani ne sarebbe la dodicesima.
Nei territori posti direttamente sul confne le percentuali aumentano ulterior-
mente. Nelle contee texane di Brooks e Cameron gli ispanici sono rispettivamente
il 92% e l’89% della popolazione; in quelle californiane di Imperial e Riverside
raggiungono l’80% e il 51%; nelle contee di Santa Cruz e di Yuma, in Arizona, i

13. Cfr. G. anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, San Francisco 1987, Aunt Lute Books.
14. Statistical Portrait of Hispanics in the United States, Pew Research Center, 2016. 37
38
NEVADA Aztlán
Luogo indicato dagli irredentisti messicani
come terra d’origine degli aztechi
CALIFORNIA
ARIZONA
NEW MEXICO OKLAHOMA
A
C
I
OASISAMÉRICA R
É
M
A TEXAS
O
D
I
R
A
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

Oceano Pacifico Golfo del Messico

Aztlán
Luogo indicato dall’archeologo Alfredo Chavero
come terra d’origine degli aztechi
(attualmente città di Mexcaltitán)

Oasisamérica (3500 a.C. - XVI sec.)


MESOAMÉRICA
Area di insediamenti stabili con difcoltà
nel coltivare la terra, più adatta all’allevamento
degli animali da cortile.
Aridoamérica (5500 a.C. - XVI sec.)
Territorio inadatto alla coltivazione
a causa delle scarse piogge.
Area che fu soprattutto abitata
da popolazioni seminomadi, cacciatori.
Occasionalmente veniva praticata Nacascolo
un’agricoltura primitiva. Mesoamérica (7000 a.C. - XVI sec.)
Territorio in cui gli autoctoni si dotarono della struttura politica
e sociale che avrebbero incontrato i conquistadores spagnoli.
I popoli della regione praticavano un’agricoltura evoluta, costruivano
MESOAMÉRICA edifci a forma piramidale e si erano dotati di un calendario di 365 giorni. Confni degli Stati attuali ©Limes
LA POTENZA DEL MESSICO

latinos costituiscono rispettivamente l’83% e il 60% degli abitanti; in quelle di Doña


Ana e Luna, in New México, il 66% e il 62%.
La loro incidenza è potenzialmente notevole anche a livello politico, giacché
in New Mexico è ispanico il 40% degli aventi diritto al voto; in Texas e in California
il 28%; in Arizona il 22% 15.
Peraltro appena un quarto degli ispanici si sposa con statunitensi di discen-
denza europea e soltanto il 22% si è convertito al protestantesimo o all’evangeli-
smo di stampo anglosassone 16, in particolare al battismo, al mormonismo, all’av-
ventismo, al pentecostalismo. Percentuale che scende al 15% quando si tratta dei
chicanos. In quello che rappresenterebbe il segnale di un’effettiva americanizza-
zione, il passaggio a uno stile di vita comunitario e calvinista, oltre che il riconosci-
mento dell’inglese quale lingua deputata all’interpretazione dei testi sacri.
Dati che palesano tanto la strutturata presenza quanto la mancata assimilazio-
ne degli ispanici. Abbastanza per inquietare gli analisti di Washington. Anche per-
ché è nel turbolento South-West che gli attivisti chicano, seguiti surrettiziamente
dalla classe politica messicana, hanno sistemato la terra di origine degli aztechi,
popolazione da cui discenderebbe l’intera nazione messicana.

5. Narra la leggenda che il movimento fu maestoso e mistico. In età preistorica


i popoli nahua emersero dalle viscere della terra e attraverso sette caverne (chico-
mostoc) vennero alla luce. Il luogo in cui si insediarono prese il nome di Aztlán
(letteralmente «terra dell’airone»), qui si tramutarono in aztechi e prosperarono.
Prima di calare verso la valle del Messico, intorno all’anno mille dell’èra cristiana,
ed estendere il proprio dominio sull’intera Mesoamérica. Fino al catastrofco arrivo
degli europei.
L’epopea fondativa degli aztechi è stata tramandata per secoli e i primi europei
ad ascoltarla furono religiosi e storici al seguito dei conquistadores. Nel corso degli
anni archeologi e antropologi hanno provato a stabilire scientifcamente il luogo di
scaturigine dei popoli nahua, riuscendo a provare soltanto che questi provenivano
da nord. Inizialmente il cruciale territorio fu collocato all’interno del Messico con-
temporaneo. Nei pressi del lago di Yuriria, nell’attuale Stato di Guanajuato, dove il
monte Culiacan, visto da lontano, assomiglierebbe all’isola di cui parlavano i primi
relatori del mito. Oppure nello Stato di Nayarit, sulla costa del Pacifco, in corri-
spondenza con la città di San Felipe Aztatán. O ancora negli Stati di Jalisco e Mi-
choacán, posti a 150 leghe dall’antica capitale Tenochtitlan, come raccontato dal
frate Diego Durán.
Finché l’acuirsi delle tensioni nordamericane spinse in secondo piano la dispu-
ta accademica, rilanciando quella geopolitica. Presto divenne essenziale stabilire se
Aztlán si trovasse nei territori perduti dal Messico in favore degli Stati Uniti. Con gli
studi sull’Oasisamérica e sull’Aridoamérica utilizzati allora artifciosamente per in-
dividuare la terra dell’airone.
15. Ibidem.
16. Cfr. Pew Research Center Survey 2013. 39
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

A risolvere la questione intervenne nel 1969 l’attivista di Denver Rodolfo


«Corky» Gonzales che, assieme al poeta Alberto Urista, elaborò el plan espiritual de
Aztlán col quale teorizzava la corrispondenza tra il South-West gringo e la culla
della civiltà azteca. Alta California, Arizona e Nuevo México si trasformarono im-
provvisamente nel grembo del mondo. Proprio mentre in Messico il nazionalismo
locale si tingeva di indigenismo. «Consapevoli della brutale invasione statunitense
delle nostre terre, noi, abitanti e civilizzatori della terra settentrionale di Aztlán,
dichiariamo che è nostra responsabilità e destino recuperare la terra dei padri.
Perché noi siamo una nazione, un’unione di popoli, siamo Aztlán» 17. Annuncio dal
purissimo valore geopolitico, per cui gli anglosassoni avrebbero usurpato il cuore
dell’identità messicana, non una semplice regione di confne, e i chicanos avreb-
bero il dovere di recuperarla. Fondazione culturale dell’irredentismo domestico.
Nonché tentativo di conferire dignità religiosa a un proposito prettamente revan-
scista, come richiesto dalla grammatica strategica.
Da allora la vulgata è stata diffusa da infuenti associazioni etniche e studente-
sche come UnidosUS, già noto come National Council of La Raza, e come il Movi-
miento Estudiantil Chicanx de Aztlán (MEChA), che dispone di oltre quattrocento
sedi sul territorio statunitense. Cui si aggiunge in posizione peculiare il Mexica
Movement di Los Angeles, il cui obiettivo ultimo è riunire tutti i popoli amerindi
sotto la bandiera messicana.
Iniziative seguite con straordinaria attenzione dalle autorità federali, perché
cavalcate da cittadini statunitensi che tradiscono una profonda conoscenza
dell’anima germanica della superpotenza. Come dimostrato dalle manifestazio-
ni sul tema in cui spesso gli attivisti invitano i bianchi d’America a tornarsene
in Germania 18, anziché in Gran Bretagna 19. O come segnalato dalla canzone
California Über Aztlán, della band latina heavy metal dei Brujeria. Mentre il
governo messicano sostiene blandamente il movimento dei chicanos, preoccu-
pato di non irritare Washington e, uffcialmente, con il solo folkloristico scopo
di mantenere un legame culturale con i discendenti della nazione. D’altronde la
cosiddetta reconquista vive una fsiologica èra di mezzo. Nonostante i sondaggi
sul tema abbiano puntualmente dimostrato che la maggioranza dei messicani
vorrebbe recuperare il Sud-Ovest degli Stati Uniti 20. E nonostante l’attuale can-
didato alla presidenza Cuauhtémoc Cárdenas, fglio di Lázaro, abbia annunciato
che intende misconoscere il trattato di Guadalupe Hidalgo, perché siglato dai
messicani in seguito a una sconftta militare e sotto la minaccia di ulteriori ag-
gressioni 21.
17. R. GonzaleS, «El Plan espiritual de Aztlán», marzo 1969, in R.R. lint SaGarena, Aztlán and Arcadia,
New York City 2014, New York University Press, p. 143.
18. Cfr. J.r. corSi, J. GilchriSt, «The Reconquista Movement: Mexico’s Plan for the American Southwest»,
alipac.us., 27/7/2006, goo.gl/1gDN2h
19. Cfr. D. Fabbri, «I tedeschi, cuore d’America», Limes, «Usa-Germania, duello per l’Europa», n. 5/2017.
20. Cfr. J. burnS, «Most Mexicans Believe Chunk of US Belongs to Them», CNSnews.com, 7/7/2008.
21. Cfr. «En 1848 EEUU consiguió terreno mexicano; ahora México lo quiere de regreso», La Opinión,
40 10/3/2017.
LA POTENZA DEL MESSICO

Troppo tempo è passato dalla fne della guerra del 1846-48 e troppo poco da
quando i cittadini messicani sono tornati a stanziarsi in massa nei territori che fu-
rono propri perché l’irredentismo latino possa concretamente minacciare la tenuta
della superpotenza. La contesa si incresperà nel lungo periodo. Molto dipenderà
da come evolveranno i fenomeni demografci e sociali che già attraversano il Nor-
damerica. E da come Washington saprà affrontarli. Tanto sul piano materiale quan-
to su quello culturale.

6. Limitati dalle proprie esigenze imperiali e dalla prossimità geografca, gli


Stati Uniti vogliono disinnescare il detonatore messicano erigendo barriere fsiche
ed eliminando steccati culturali. L’idea di costruire un muro al confne meridionale
della nazione risale all’inizio della globalizzazione. In particolare furono Bush pa-
dre e Bill Clinton ad avviare l’erezione delle prime porzioni di barriera tra la Cali-
fornia, l’Arizona, il Texas e i corrispettivi Stati messicani di Bassa California, Sono-
ra, Chihuahua e Cohahuila.
Cosciente che l’inizio della Pax Americana avrebbe attirato sul territorio na-
zionale milioni di messicani (oltre che di molte altre etnie), Washington intendeva
cautelarsi ponendo un limite invalicabile tra questi e la madrepatria. Il muro fu
pensato come antidoto alla possibilità che i chicanos si allaccino ai messicani per
fomentare sedizione o per controllare informalmente le regioni di frontiera, quelle
più critiche per qualsiasi potenza.
Progetto dalle evidenti implicazioni strategiche, oltre che dall’innegabile ispi-
razione razzista, ampiamente sostenuto dagli apparati securitari statunitensi e dalla
intelligence federale. Eppure a lungo narrato come pura misura anti-immigrazione.
Quasi un impero potesse rinnegare il proprio bisogno di importare uomini, quasi
si potessero costruire migliaia di chilometri di barriera per mere ragioni di politica
migratoria.
Piuttosto il programma è legato agli sviluppi futuri, quando l’irredentismo
messicano potrebbe assumere contorni militari. In seguito alla realizzazione del
Secure Fence Act del 2006, oggi l’argine di cemento, acciaio e flo spinato copre
circa un terzo (930 km) dei 3.201 km totali di cui è composta la frontiera. Ma da
allora, nonostante molteplici tentativi bipartisan, il Congresso non ha approvato
ulteriori stanziamenti per proseguirne la costruzione. Né la singola volontà di Do-
nald Trump riuscirà a determinarne l’immediato completamento. Non soltanto per
ragioni fnanziarie. La reconquista è in là da venire, il muro dovrà essere comple-
tato entro vent’anni.
Al momento gli Stati Uniti si concentrano sul versante culturale della disputa.
Con alterni risultati. Da tempo Washington ritiene fondamentale convertire al pro-
testantesimo e all’evangelismo larghi strati della popolazione cattolica delle Ame-
riche. Rendere i latinos devoti delle Chiese anglosassoni dovrebbe creare empatia
nei confronti della superpotenza, interpretata quale faro della loro liberazione
spirituale. Specie a sud del Rio Grande. 41
42
I MESSICANI NEGLI STATI UNITI 1 MASSACHUSETTS
2 RHODE ISLAND/CONNECTICUT
C A N A D A 3 NEW JERSEY
4 DELAWARE
5 MARYLAND/DC MAINE
WASHINGTON 6 NEW HAMPSHIRE
7 VERMONT
NORTH DAKOTA MINNESOTA 7
MONTANA MICHIGAN 6
1
IDAHO WISCONSIN NEW YORK
OREGON SOUTH DAKOTA 2
WYOMING
PENNSYLVANIA 3
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

IOWA
NEBRASKA OHIO 5 4
ILLINOIS INDIANA
WEST
NEVADA VIRGINIA VIRGINIA
UTAH COLORADO KANSAS
MISSOURI KENTUCKY
NORTH
t i c o

CAROLINA
ARIZONA TENNESSEE
l a n

C ALIFORNIA SOUTH
OKLAHOMA ARKANSAS CAROLINA
At

ALABAMA
o
n

NEW MEXICO
MISSISSIPPI GEORGIA
a
e

TEXAS
c

O
FLORIDA
LOUISIANA

M E S S I C O
CONTEE IN CUI GLI ABITANTI DI ORIGINE MESSICANA
Confne pre 1848
COSTITUISCONO IL GRUPPO ETNICO PIÙ NUMEROSO
LA POTENZA DEL MESSICO

Qui il tentativo di convertire le masse risale alla prima metà dell’Ottocento,


durante il terzo risveglio spirituale degli Stati Uniti e in pieno scontro con il vici-
no latino per la realizzazione del destino manifesto. Nel 1872 approdarono in
Messico i primi missionari presbiteriani statunitensi, membri della Associate Re-
formed Presbyterian Church, con sede a Winnsboro in South Carolina, che assie-
me ai loro confratelli congregazionalisti e metodisti si concentrarono sulle città
di San Luis Potosí, Villa de Cos e Veracruz, e sugli Stati di Oaxaca, Guerrero e
Tabasco. Il loro intrinseco antipapismo si adattò perfettamente al contesto, con
la Chiesa cattolica apertamente accusata di complicità con gli invasori spagnoli e
con le atrocità da questi commesse. Al momento quella presbiteriana è la con-
fessione protestante più diffusa in Messico con circa due milioni di fedeli, specie
negli Stati meridionali (Chiapas in testa).
Quindi giunsero i pentecostali, originari di Topeka, in Kansas, attualmente
presenti in Messico con oltre un milione di adepti. Poi battisti, avventisti, lutera-
ni, episcopaliani. Nella seconda metà del XIX secolo i mormoni dello Utah fon-
darono 15 colonie in territorio messicano, soprattutto nel Norte. Per praticare la
poligamia e diffondere il verbo dell’unica religione che attesta l’apparizione di
Gesù Cristo in territorio americano. Tra le colonie fondate quella di Dublán, nel-
lo Stato di Chihuahua, dove nacque George W. Romney, padre di Mitt, fuggito
in California al tempo della rivoluzione e benefciario dei fondi stanziati dal
Congresso per sostenere i profughi statunitensi che avevano servito la patria 22.
Eppure in Messico l’offensiva protestante non ha riscosso tanto successo
come nel resto dell’America Latina. Se in Brasile si defnisce evangelico il 23%
della popolazione, in Venezuela il 15%, in Cile il 14%, a dispetto della contiguità
geografca appena il 6,7% dei messicani sì è convertito alle Chiese statunitensi 23.
Peraltro i missionari anglosassoni si sono imposti soprattutto nel Sud del paese,
lontano dal cruciale confne conteso. Nel Chiapas, dove si dichiara protestante il
14,5% della popolazione; negli Stati di Tabasco e di Quintana Roo dove il 13%
ha rinnegato la confessione romana 24.
A rendere diffcilmente penetrabile il cattolicesimo messicano, oltre agli sto-
rici rapporti tra Chiesa e Stato federale, è soprattutto il miracolo della Vergine di
Guadalupe con cui nel XVI secolo gli spagnoli seppero fssare un ancestrale le-
game tra Roma e il futuro meticciato locale e depurare il cattolicesimo dell’im-
printing colonialista. Complessità accresciuta dalla capacità messicana di distilla-
re una propria spiritualità alternativa e protestante e di diffonderla anche negli
Stati Uniti.
È il caso del mexicayotl, un movimento sincretico, indigenista, veteropagano
che, sebbene non si sostituisca al cattolicesimo, rinvigorisce il legame tra il Mes-
sico contemporaneo e quello azteca. Fondato negli anni Cinquanta da Antonio

22. Cfr. M. KraniSh, «Much Unsaid as Romney Cites His Tie to Mexico», The Boston Globe, 31/1/2012.
23. Cfr. Cia Factbook 2017.
24. Distribución (%) de la población mexicana según su religión, por entidad federativa, Ciudad de
México 2010, La Sociedad Bíblica de México. 43
STATI UNITI VS MESSICO, IL NORDAMERICA STRETTO

Velasco Piña, è stato abbracciato da numerosi chicanos che hanno inaugurato


luoghi di incontro (kalpulli) nel Sud-Ovest statunitense.
Così l’evangelica chiesa de La Luz del Mundo, creata negli anni Trenta a Gua-
dalajara, nello Stato di Jalisco, è presente in 54 paesi, compresi gli Stati Uniti. Ispi-
rata al cristianesimo delle origini, nel 2005 ha aperto a Houston, in Texas, il suo più
grande tempio nordamericano, che può ospitare fno a cinquemila persone. So-
spettata di legami con il Partito rivoluzionario istituzionale, è discretamente osteg-
giata dalla superpotenza e negli ultimi anni ha incontrato notevoli diffcoltà nell’a-
prire nuovi templi oltreconfne, soprattutto in California (a Ontario e Santa Ana).
Infne per assimilare milioni di immigrati (specie ispanici) e difendersi dal na-
zionalismo messicano, adesso la superpotenza prova a riscrivere la sua pedagogia
nazionale. Scagliandosi contro l’eredità culturale sudista. Benché il modello yankee
– mediamente anti-schiavista, liberale e liberista – si sia imposto al resto del paese
in seguito alla guerra di secessione, fnora elementi della cultura dixie erano stati
ampiamente tollerati, ancorché confnati negli ex Stati confederati. In nome della
coesione sociale, in un paese che è stato a lungo essenzialmente bianco, e della
conservazione della stirpe guerriera nazionale.
In vista della prossima evoluzione imperiale, adesso strateghi e classe dirigen-
te di Washington ritengono il retaggio sudista un freno esiziale all’assimilazione di
latinos e asiatici, i ceppi razziali che decideranno il futuro del paese. Secondo tale
impostazione, l’ideologia nazionale deve affrancarsi da qualsiasi folklore incentrato
sulla supremazia bianca o sulla superiorità europea.
Ne è scaturita l’attuale battaglia contro monumenti e statue che raffgurarono
eroi sudisti e icone come Cristoforo Colombo, accusato d’aver inaugurato lo ster-
minio degli indigeni amerindi. Ovvero il capovolgimento dell’ispanoflia che si era
diffusa all’inizio del XX secolo. Nella convinzione che in futuro sarà soprattutto la
violenza degli ispanici interni a soppiantare quella dei bianchi e a mantenere il
paese nella storia. Al termine degli spasmi.

7. Individuare gli avversari più temibili dell’egemone globale è esercizio fre-


quentato dagli umani in ogni passaggio storico. Per odio nei confronti del tiranno,
per sostenere il fulcro del sistema, per pura passione analitica. Punto dirimente è
individuare i reali soggetti in grado di attentare allo status quo. Da tempo molti
osservatori riconoscono nella Cina il principale rivale degli Stati Uniti, sebbene
Pechino sia giunta su quella soglia che nella sua millenaria storia non ha mai sapu-
to varcare. Altri pronosticano una Russia baldanzosa, sebbene non sia certo che
Mosca sopravviva al prossimo decennio. Altri ancora, con spudorato sprezzo della
logica, immaginano un futuro dominato da armoniosi consorzi multinazionali.
Ma gli Stati Uniti possono essere insidiati soltanto sui mari o nella loro sfera
domestica. Capacità di cui difettano Cina e Russia. E di cui dispone (parzialmente)
il Messico. Sprovvisto di proiezione marittima, ma in grado di insinuarsi nel territo-
rio e nella società della superpotenza. A Washington ne sono perfettamente con-
44 sapevoli. Anziché pensare il vicino meridionale come uno Stato fallito, infestato dai
LA POTENZA DEL MESSICO

cartelli della droga o tuttora alle prese con la questione indigena, lo ritengono l’u-
nico soggetto potenzialmente in grado di sconvolgere la tranquillità del Nordame-
rica. Continente artifcialmente asettico, destinato alla turbolenza.
Il Canada è una nazione non sovrana (i suoi abitanti sono formalmente suddi-
ti della corona britannica), demografcamente minore e multiculturale, che contie-
ne al suo interno una società di stampo tribale (Québec) e la cui popolazione vive
in dimensione post-storica.
Il Messico, invece, ha quasi 130 milioni abitanti, la metà di questi con meno di
35 anni, possiede un canone nazionale dominante (nonostante le deviazioni ame-
rinde di alcuni suoi Stati) e perfno una propaganda universalistica, legata al con-
cetto di raza cósmica, che propugna la superiorità della stirpe mista 25.
Non solo. Il Messico è intrinseco alla traiettoria degli Stati Uniti, esiste nella sua
fbra antropologica. Ne costituisce il dilemma assoluto. Perché buona parte del suo
potenziale eversivo scaturisce dalla natura imperiale del vicino settentrionale.
La superpotenza deve assorbire milioni di stranieri giovani e senza nulla da
perdere, per mantenere crudele la sua società, affnché la popolazione sia disposta
a spendersi per conservare il dominio sul pianeta. Ma aver accolto negli anni mi-
lioni di messicani consente ora al rivale latino di incidere sulla produzione dell’e-
thos altrui.
Washington ha bisogno di creare dipendenza tra sé e i clientes, così da inte-
grarli nel suo sistema, anche attraverso trattati di libero scambio. Ma aver aperto il
proprio mercato alle maquiladoras d’oltreconfne ha innescato la rapida crescita
del gigante latino, che oggi vanta un’economia grande quanto quella spagnola o
australiana.
Il risultato è uno scenario dalla fsiologica dimensione violenta. Volessero ane-
stetizzare incruentemente il Messico, i gringos dovrebbero abbandonare ogni am-
bizione imperiale. Opzione impraticabile perché indipendente da qualsiasi volon-
tà, come segnalato dalle costrizioni in cui è conftto Trump, fautore di un improba-
bile ritorno allo Stato nazionale.
Sicché il pianeta si appresta a sperimentare gli sconvolgimenti necessari agli
Stati Uniti per disattivare il pericolo messicano. Dalla rivolta della maggioranza
germanica in contrapposizione alla modifca della dottrina nazionale, alle rinnova-
te tensioni nei territori di confne per determinarne l’appartenenza. Fino alla possi-
bilità, nel caso in cui non bastassero le misure in atto, di muovere guerra contro
Città del Messico. Per fortifcare il dominio sul Nordamerica. Per tornare a muover-
si nel mondo senza guardarsi le spalle.

25. J. VaSconceloS, La Raza Cósmica, Madrid 1925. 45


LA POTENZA DEL MESSICO

DA COLONIA A STATO
MALGRADO TUTTO di Erika Pani Bano
Il Messico è creazione tanto imperfetta quanto improbabile date
le premesse storiche. Dal terremoto napoleonico alla recente
transizione democratica, passando per il porfiriato e l’epopea
rivoluzionaria. Cosa resta del mito liberal-costituzionale.

1. N
EL 1950 OCTAVIO PAZ, NUME TUTELARE
della cultura messicana, scriveva che «la storia del Messico, come quella di ciascun
messicano, consiste nella lotta tra le forme e le formule in cui si pretende di rin-
chiudere il nostro essere e le esplosioni con cui la nostra spontaneità si vendica» 1.
Il ragionamento di Paz, persuasivo e durevole, è rappresentativo della chiave
quasi psicoanalitica con cui è stata letta la storia messicana quale cronaca di an-
gustie e complessi, identità negate e traumi da superare che intralciano il cammi-
no dei messicani mentre vagano, soli, nel loro labirinto. Lasciamo qui da parte i
modi in cui tali peculiari idiosincrasie si sono manifestate nei secoli e concentria-
moci sulle dinamiche storiche che hanno plasmato il Messico odierno.
L’indipendenza del paese, e del resto dell’America Latina, fu il prodotto della
crisi transatlantica scatenata dall’invasione della Penisola iberica da parte di Napo-
leone e dall’abdicazione dei re spagnoli nel 1808. In quella che era stata una
perla della monarchia cattolica, e a differenza di quanto avvenne in altre regioni
latinoamericane, l’aspirazione dell’élite creola di concentrare e governare gli im-
pulsi autonomisti mediante le giunte che dovevano salvaguardare la sovranità del
re assente fu frustrata dalla resistenza dei settori più compromessi con il regime
coloniale. Il confitto per defnire il futuro della Nuova Spagna si trasformò in una
sanguinosa guerra civile (1810-21), nella quale ambo le parti ammainarono il ves-
sillo di Dio, della patria e del re, e già dal 1814 abbracciarono la causa indipen-
dentista e repubblicana 2.

1. O. Paz, El laberinto de la Soledad, Ciudad de México 1959, Fondo de Cultura Económica, p. 29.
2. J.E. RodRíguez, «We Are now the True Spaniards»: Sovereignty, Revolution, Independence, and the Emergen-
ce of the Federal Republic of Mexico, 1808-1824, Stanford 2012, Stanford University Press, pp. 38-67; pp.
195-234. 47
48
LA GUERRA D’INDIPENDENZA DEL MESSICO (1810-1821)
San Antonio

T E X A S
Territorio sotto il controllo dei ribelli
Grandi città che parteciparono
all’insurrezione
Città
21/3/1811 Baján

Saltillo
DA COLONIA A STATO, MALGRADO TUTTO

Golfo del Messico


San Luis Potosí
Oceano Zacatecas
Pacifico M E S S I C O
San Blas Dolores
Tepic Città del Messico
Guanajuato
Inizio dell’insurrezione il 16/9/1810 Querétaro
Guadalajara Jalapa
Perote
Luoghi principali della guerriglia, 1815 - 1817 Puebla
Valladolid San Juan de Ulúa
Campagna di Morelos Cuernavaca Cuautla
Orizaba Córdoba
Campagna di Hidalgo
Tehuacán
Luoghi di cattura di Hidalgo e Morelos
Tezmalaca Chilpancingo
Battaglie principali di Iturbide, 1821 5/11/1815
“Atto solenne di dichiarazione di indipendenza Oaxaca
Acapulco
del Nordamerica”, 1813
Proclama di indipendenza del Messico 28/9/1821
GUATEMALA
Ultimi focolai della resistenza spagnola
(sett.-ott. 1821)
LA POTENZA DEL MESSICO

Tuttavia, il grosso dei gruppi di potere vide nella crisi e nel progetto di nazio-
ne transatlantica e liberale l’occasione di rinegoziare il proprio posto nelle strutture
imperiali. Tra il 1812 e il 1814 molti «equilibristi» appoggiarono gli insorti, parteci-
pando intanto al gioco politico liberale per la redazione della costituzione di Cadi-
ce. Altri combatterono ferocemente i rivoltosi, che dopo i trionf dei primi anni e
dopo aver stabilito un governo a Oaxaca si asserragliarono, invitti, negli attuali
Michoacán e Guerrero 3.
Eppure, né il regime assolutista di Fernando né quello liberal-costituzionale
del 1820 si mostrarono disposti a ricalibrare le relazioni coloniali. Nel 1821, sotto la
guida di Agustín de Iturbide, vecchio uffciale monarchico, si tentò di negoziare
l’indipendenza, creando un impero messicano autonomo esteso dal Nuovo Messi-
co e dall’Alta California all’America centrale, con una sua costituzione e governato
da un Borbone spagnolo.

2. Il netto rifuto di Madrid ostacolò la transizione a una monarchia «moderata»


vincolata all’antica madrepatria da legami familiari, simile a quella del Brasile. Itur-
bide, proclamato imperatore, affrontò senza risolverli due problemi cruciali che
perseguiteranno i governi nazionali nella prima metà del XIX secolo: l’autonomia
delle province, consolidata nei fatti da dieci anni di guerra, e la militarizzazione
della politica. Deposto l’imperatore nel 1823, la classe politica messicana si diede
all’arduo compito di tradurre i princìpi di legittimità politica postrivoluzionaria –
libertà, diritti, sovranità popolare – in istituzioni repubblicane stabili.
Tra il 1824 e il 1855, in un contesto di crisi economica e indebitamento cre-
scente, i messicani sperimentarono cinque costituzioni diverse, sullo sfondo del
confronto tra centralisti e federalisti. Il potere esecutivo passò di mano 50 volte,
solo una volta (nel 1852) a seguito di elezioni. Sebbene infatti queste si celebras-
sero regolarmente, non costituivano meccanismi di trasferimento pacifco del po-
tere; piuttosto, si fece massiccio ricorso ai colpi di Stato come mezzo illegale ma
legittimo di negoziato, accomodamento o assalto al governo 4. Ciò prolungò l’insta-
bilità e il Messico non fu in grado di resistere all’aggressione degli Stati Uniti, che
da anni ambivano a conquistare le terre del profondo Nord messicano per espan-
dersi fno al Pacifco. Nel febbraio 1848, dopo due anni di confitto disastroso, il
Messico perse la metà del suo territorio.
La sconftta contro il vicino settentrionale si abbatté come un fulmine sui poli-
tici messicani. Il progetto sin lì fallimentare di istituire uno Stato capace di resistere
alle sfde interne e agli assalti esterni acquisì nuova urgenza. In un clima rarefatto,
le posizioni politiche si radicalizzarono: i conservatori, sorti come partito politico
nel 1848, puntarono all’accentramento, alla razionalizzazione dell’amministrazione,
al rispetto della Chiesa e alla fne delle lotte politiche mediante la soppressione

3. P. guaRdino, The Time of Liberty. Popular Political Culture in Oaxaca, 1750-1850, Durham-London 2005,
Duke University Press, pp.122-154
4. W. FowleR, Independent Mexico: The Pronunciamiento in the Age of Santa Anna, 1821-1858, Lincoln 2016,
University of Nebraska Press. 49
DA COLONIA A STATO, MALGRADO TUTTO

della politica rappresentativa. Di contro, una nuova generazione di liberali, con-


vinta che il Messico stesse affondando sotto il peso del lascito coloniale, volle che
il governo nazionale si facesse garante dei diritti umani e dell’eguaglianza civile,
che si confnasse la Chiesa nei luoghi di culto e che si modernizzasse l’economia,
riformando il fsco e ripartendo la proprietà collettiva di comunità rurali, munici-
palità e istituzioni ecclesiastiche. Questi ideali informarono la costituzione del
1857, all’origine di una guerra che spaccò in due il paese.
Per tre anni, coloro che sotto la guida tenace del presidente indigeno Benito
Juárez condividevano gli ideali della costituzione si scontrarono con quanti la con-
sideravano empia. A questo scontro si sovrappose, nel 1862, un’invasione stranie-
ra: Napoleone III rispose all’appello dei conservatori, sconftti militarmente nel
dicembre 1860, scorgendo l’opportunità di ristabilire la presenza francese nel Nuo-
vo Mondo mentre gli Stati Uniti erano dilaniati dalla guerra civile. L’intervento
della Francia portò a ristabilire un impero, al cui vertice sedeva Massimiliano d’A-
sburgo. Tuttavia, l’esperimento monarchico fnì per deludere le eccessive speranze
suscitate nei conservatori, nei cattolici militanti, in alcuni liberali moderati e nello
stesso governo imperiale francese. Pertanto, non sopravvisse alla vittoria nordista
negli Stati Uniti (1865) né alla minaccia dell’espansionismo prussiano in Francia.
Con la scandalosa esecuzione del principe austriaco nel 1867, il Messico certifcava
una volta per tutte la sua indipendenza e la Repubblica federale, liberale, rappre-
sentativa e laica si consolidò come modello politico.
Questo nuovo assetto, però, non pacifcò automaticamente il paese: nel 1876,
un altro colpo di Stato (il Plan de Tuxtepec) mise al potere il generale Porfrio
Díaz. Ciò nonostante, la costituzione del 1857 divenne la stabile cornice giuridica
entro la quale si sarebbero dovuti risolvere i confitti politici.
Nell’ultimo quarto del XIX secolo, lo Stato federale riuscì ad attrarre lealtà e
risorse, a gestire – sempre in forma limitata e contingente – i processi elettorali e
a fungere, specie dopo l’avvento al potere di Díaz, da arbitro nelle dispute regio-
nali 5. Cooptazione e repressione selettiva puntellarono la precaria pax porfriana.
La stabilità politica favorì la modernizzazione economica e l’inserimento del paese
nei circuiti economici internazionali, giovandosene a sua volta. La rete ferroviaria
passò dai 549 chilometri del 1873 agli oltre 19.500 del 1910, agendo da potente
fattore di sviluppo. L’industrializzazione, iniziata relativamente presto negli anni
Trenta del XIX secolo, si intensifcò: nel 1910, l’industria messicana di beni di con-
sumo (tessili, cemento, birra) soddisfaceva buona parte della domanda nazionale 6.
La frontiera settentrionale, dolorosamente tracciata nel 1848, si trasformò da
confne desertico che «separava la forza dalla debolezza», come ebbe a dire un
5. M. caRMagnani, Estado y mercado: La economía pública del liberalismo mexicano 1850-1911, Ciudad de
México 1994, El Colegio de México, Fondo de Cultura Económica; F.X. gueRRa, México: Del antiguo régimen
a la Revolución, 2 voll., Ciudad de México 1991, Fondo de Cultura Económica, 1991.
6. S. Kuntz, Empresa extranjera y mercado interno: el Ferrocarril Central Mexicano, 1880-1907, Ciudad de
México 1995, El Colegio de México; A. góMez galvaRRiato, «Fragilidad institucional y subdesarrollo: la indu-
stria textil mexicana en el siglo XIX», in A. góMez galvaRRiato (a cura di), La industria textil en México, Ciudad
50 de México 1999, Instituto Mora, pp.142-182.
LA POTENZA DEL MESSICO

L’INIZIO DELLA GUERRA


Fort Jesup
Lug. - ago.1846
USA-MESSICO Cavalleria Luglio 1845
di Wool Cavalleria
di Taylor

T E X A S Austin Luglio 1846


Wool parte
da New Orleans
La Grange
Agosto 1846
Wool fonda
ol
San Antonio Camp Crockett
Galveston Wo r Luglio1846
ylo Taylor parte
Agosto 1846 Ta da New Orleans
Wool fonda
Settembre 1846 Camp Irwin
Wool marcia Goliad Port
verso il Messico Lavaca
Luglio 1845
Taylor si accampa Refugio
Ri

a Rockport
oG
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Wo

San Patricio
ran

co
verso Moclova Corpus Christi ssi
de

e Parras Ago.1845-mar 1846 e


Taylor si accampa e l M
a Corpus Christi d
fo
Marzo 1846 Marzo 1846 ol
Taylor muove le Equipaggi spediti
G

truppe verso sud a Point Isabel


M E S S I C O
Mier Camargo 25 apr. 1846 8 mag. 1846
Thornton Battaglia di Palo Alto
24 set. 1846 ay lor Skirmish
Point Isabel
Taylor conquista T 9 mag. 1846
Monterrey Battaglia di Fort Texas
Monterrey Resaca de la (Brownsville)
Wool Matamoros
16 nov. 1846 Palma
Saltillo Taylor occupa Saltillo
Doniphan
22-23 feb. 1847
Battaglia di Buena Vista
Santa
Anna

noto politico repubblicano, in fulcro di uno spazio economico dinamico e omoge-


neo, grazie al parallelo sviluppo del Sud-Ovest statunitense e alla presenza di gia-
cimenti minerari, circuiti d’interscambio commerciale (leciti e non) e di un mercato
del lavoro transnazionale 7. La trasformazione economica e il risanamento delle f-
nanze pubbliche, in attivo per la prima volta nel 1895, al pari dell’incremento de-
mografco e del crescente gettito fscale proveniente dal settore edilizio, attestano
che il porfriato fu un’epoca di sviluppo. La società messicana, tuttavia, continuò a
essere caratterizzata dalla povertà dei più, da profonde diseguaglianze e da scan-
7. B. gaRcía MaRtínez, «El espacio del (des)encuentro», in M. ceballos RaMíRez (a cura di), Encuentro en la
frontera: Mexicanos y norteamericanos en un espacio común, Ciudad de México 2001, El Colegio de Méxi-
co/El Colegio de la Frontera Norte/Universidad Autónoma de Tamaulipas, pp. 19-51. 51
DA COLONIA A STATO, MALGRADO TUTTO

dalose situazioni di sfruttamento, come quelle descritte dal giornalista statunitense


John Kenneth Turner nel suo Messico barbaro (1908) 8.

3. Il primo decennio del XX secolo pose diverse sfde al governo Díaz; sfde
che un regime anchilosato trovò diffcile fronteggiare. Ai problemi causati dall’a-
dozione della parità aurea nel 1905, dalla crisi economica mondiale del 1907 e
dalle forti tensioni con gli Stati Uniti, si sommarono le preoccupazioni generate
dall’età avanzata del presidente (classe 1830), le aspettative create dalle sue pro-
messe di democratizzazione e il crescente arroccamento della classe politica.
Sintomatici dei guasti istituzionali furono i duri scioperi di Cananea (Sonora) e
Río Blanco (Veracruz) del 1907, nonché il malcontento delle comunità contadine
di Morelos rispetto alla prospettata elezione di un magnate dello zucchero a go-
vernatore 9.
Il governo centrale non riuscì nemmeno a gestire l’emergere di nuove forme
di opposizione politica: represse il Partito liberale, di tendenze anarchiche; disarti-
colò il Partito democratico che stava sorgendo intorno al collaboratore di Díaz
Bernardo Reyes; mise in carcere Francisco Madero, candidato alle elezioni del 1910
con il Partito antielettorale. I tumulti scoppiati all’indomani del voto portarono alla
rinuncia di Díaz, alla convocazione di nuove elezioni e alla presidenza Madero.
Tuttavia, quello fu solo il primo atto del dramma rivoluzionario.
Contro il governo democraticamente eletto di Madero si scagliarono quanti, al
Nord e al Sud, consideravano il nuovo presidente un traditore della promessa rivo-
luzionaria. Di fronte ai disordini, il generale porfrista Victoriano Huerta realizzò un
colpo di Stato e fece assassinare Madero. Contro il governo reazionario si ribellò la
più folta schiera di quanti non erano disposti a cedere quel che avevano ottenuto
con il governo deposto – in primo luogo, l’accesso al potere politico – e quanti
ritenevano di non aver ancora ottenuto ciò per cui avevano lottato contro Madero
stesso – soprattutto la terra. Così, sotto la bandiera della «rivoluzione» militarono
rivoluzionari di varia estrazione che si muovevano in ambiti diversi e nutrivano
aspirazioni distinte.
I comandanti dell’Esercito costituzionalista, settentrionali (si distinguevano per
protagonismo quelli provenienti da Sonora), esigevano il rispetto della Carta del
1857, riformata per prevenire gli abusi economici e politici che avevano generato
le oligarchie porfriste. Provenienti in gran parte dalla classe politica provinciale, si
distinguevano dalle forze di Francisco Villa nel Nord e di Emiliano Zapata nel Sud,
di origine popolare. Pastori, minatori, manovali, mulattieri e giornalieri della Divi-
sione del Nord immaginavano una società più giusta, egalitaria e libera, in cui
l’accesso alla proprietà e al potere locale garantisse l’autonomia. Gli zapatisti mira-
vano invece a preservare l’integrità delle comunità contadine. Sicché, una volta
8. M. lóPez alonso, Measuring Up: A History of Living Standards in Mexico, 1850-1950, Stanford 2012, Stan-
ford University Press.
9. A. góMez galvaRRiato, Industry and Revolution. Social and Economic Change in the Orizaba Valley, Mexi-
co, Cambridge MA 2013, Harvard University Press; J. woMacK, Zapata and the Mexican Revolution, New York
52 1998, Knopf.
LA POTENZA DEL MESSICO

LA GUERRA MESSICANO-STATUNITENSE (1846-1848)


IOWA

M
Movimenti delle

iss
truppe Usa

ou
TERRITORI Vittorie Usa

ri
Bear Flag , 14 giu. 1846 NON ORGANIZZATI INDIANA
Vittorie messicane
San Francisco ILLINOIS
o Fort Leavenworth Territorio ceduto
Occupata il 10 lug. 1846 ad dal Messico
or y nel 1848
Kea rn
l
Monterey Co KY.
Occupata il 7 lug.1846 MISSOURI
TENNESSEE

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Sto c

ssip
Santa Fé
San Gabriel, 8 gen. 1847 Occupata il ARKANSAS
kt o

Missi
n 16 agosto 1846 ALABAMA
San Pasqual, 6 dic. 1846
San Diego MISSISSIPPI
T E X A S
M
ico

El Brazito,
25 dic. 1846
if

LOUISIANA
ac

Fiume Sacramento, New Orleans


P

28 feb. 1847 Ri
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Chihuahua
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Corpus Christi
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co
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Wool
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Palo Alto,
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O

8 mag. 1846 Golfo del


Messico
I

Chapultepec Monterrey,
13 set. 1847 Città del Buena Vista, 21-24 sett.
El Molino Messico 22-23 feb. 1846
C

del Rey Churubusco 1847 Tampico


8 set. 1847 20 ago. 1847 Occupata il 14 nov. 1846
O

Contreras Cerro Gordo,


20 ago. 1847 17-18 apr. 1847
Veracruz
Occupata il 29 mar. 1847
CITTÀ DEL MESSICO

sconftto Huerta e dissolto l’Esercito federale a Teoloyucan (1914), la lotta prose-


guì, questa volta tra rivoluzionari.
Il fallimento della Convenzione di Aguascalientes (tentativo di villisti e zapati-
sti di porre fne alla rivalità tra capi militari per governare la rivoluzione), la limita-
ta mobilità delle truppe zapatiste, la capacità militare delle divisioni di Sonora e
l’indebolimento di Villa (il primo confitto mondiale rendeva diffcile l’accesso ad
armi e rifornimenti dall’estero), decretarono il trionfo dell’Esercito costituzionalista.
Il generale Venustiano Carranza convocò un’assemblea costituente per dar fonda-
mento giuridico alla trionfante rivoluzione. La costituzione del 1917 riformava quel-
la del 1857 per rafforzare lo Stato federale e introdurre alcuni diritti sociali prece-
dentemente esclusi dai costituzionalisti, in risposta alle richieste dei rivoluzionari,
anche di quelli sconftti: terra, libertà municipale e diritti del lavoro.
La Carta dichiarava che la proprietà della terra, dell’acqua e del sottosuolo
«appartenevano originariamente» alla nazione, ponendo le basi delle successive
politiche postrivoluzionarie: riforma agraria e nazionalizzazione delle industrie 53
54
LA RIVOLUZIONE MESSICANA (1910-1917) GE
ARKANSAS
A R I Z O N A AL OR
Tucson N E W M E X I C O M AB GI
IS AM A
SI
Nogales Ciudad Juárez S T A T I U N I T I SS A
IP
PI
Cananea LO
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Agua Prieta T E X A S SI
SONORA
AN FLORIDA
A
Hermosillo
Guaymas Sahuaripa

Chihuahua
N
DA COLONIA A STATO, MALGRADO TUTTO

CHIHUAHUA

SINALOA San Pedro


de las Colonias
Monterrey
Culiacán Torreón
Saltillo
TAMAULIPAS
Golfo del Messico
M E S S I C O
N/O Zacatecas San Luis Cd. Victoria
Oceano Potosì Tampico
Aguascalientes
Pacifico Tepic
N/E

Guadalajara Guanajuato Querétaro


Stato di Morelos
controllato da Zapata México
Sede della Convenzione MICHOACÁN MORELOS Veracruz Mar dei
di Aguascalientes Cuernavaca Caraibi
Zone di ribellione armata
Ofensiva contro Huerta
BELIZE

N/O Divisione del Nordovest (Álvaro Obregón)


N Divisione del Nord (Pancho Villa) GUATEMALA
N/E Divisione del Nordest (Pablo González) HONDURAS
LA POTENZA DEL MESSICO

strategiche. Il carattere anticlericale della legge fondamentale, che non rientrava tra
gli elementi messi in risalto dalla lotta rivoluzionaria, avrebbe radicalizzato il con-
fitto tra Stato e Chiesa, provocando la sanguinosa guerra cristera del 1926-29 10.
Quella messicana passò alla storia come la prima «rivoluzione sociale» del XX seco-
lo e divenne il fondamento della nazione, nonché importante fonte di legittimità
politica per i governi rivoluzionari.

4. Una volta giunti al potere, i rivoluzionari cercarono di stabilizzare la rivo-


luzione e trasformarla in una politica di Stato, onde poter rigenerare una nazione
povera, analfabeta e diseguale. Nel quadro di un sistema di divisione dei poteri
e di elezioni regolari, tre incarnazioni di un partito politico egemone – il Partito
della rivoluzione nazionale (1929), il Partito rivoluzionario messicano (1938) e il
Partito rivoluzionario istituzionale (1946) – assicurarono per settant’anni il con-
trollo della partecipazione politica e l’accesso ordinato al potere di quanti si
consideravano eredi della rivoluzione. Il primo diede una disciplina ai capi rivo-
luzionari, il secondo estese il partito di Stato ai settori sociali organizzati e il
terzo strutturò, dominandola, la politica nazionale e locale fno agli anni Novan-
ta del XX secolo, con un marcato carattere corporativo e patrimoniale. Esso co-
stituì l’asse centrale di un sistema politico nominalmente democratico, descritto
come «dittatura perfetta» o dictablanda (dittatura blanda).
In una società in massima parte rurale caratterizzata dalla concentrazione del-
la proprietà e dove il bisogno di terra era stato il principale vessillo rivoluzionario,
la riforma agraria declinata come «proprietà sociale» servì da strumento di giustizia
e organizzazione, da volano di sviluppo e meccanismo di cooptazione partitica.
Nel 1992, quando fu completata la ripartizione, erano stati distribuiti 100 milioni di
ettari, pari al 70% della proprietà fondiaria. La riforma sovvertì le gerarchie sociali
della campagna messicana e consentì a quest’ultima di sostenere la transizione a
un’economia industriale e urbana. Tuttavia, non risolse i problemi di povertà e
mancanza di opportunità nel Messico rurale.
Lo Stato rivoluzionario promosse dall’alto la modernizzazione economica, isti-
tuendo una banca centrale e un programma infrastrutturale. A partire dagli anni
Cinquanta, nel contesto di un’esplosione demografca che vide la popolazione
passare da poco più di 13 milioni di abitanti nel 1900 ai quasi 67 milioni del 1980,
il governo puntò all’industrializzazione attraverso le politiche di sostituzione delle
importazioni, controllo dell’infazione e del tasso di cambio.
Tra il 1956 e il 1972 le politiche di «sviluppo stabilizzante» generarono una
crescita annua del pil superiore al 6%. Il nazionalismo rivoluzionario lasciò anche
una forte impronta culturale: monumentali dipinti murali, scuola e università pub-
bliche, promozione di cultura e arte «nazionali». L’impegno all’integrazione degli
indigeni, con l’inconfessabile fne ultimo di trasformarli da indios in messicani, fu
sostenuto dal potente mito del meticciato. Venne promossa la valorizzazione delle

10. J. MeyeR, La Cristiada, Ciudad de México 1975, Siglo XXI. 55


DA COLONIA A STATO, MALGRADO TUTTO

culture indigene nell’ambito di una retorica egalitaria, la quale ha tuttavia occulta-


to il razzismo che continua a caratterizzare la società messicana.
Nello scenario internazionale postbellico, il Messico svolse un ruolo diverso
dagli altri paesi latinoamericani. Anche dopo la controversa nazionalizzazione
dell’industria petrolifera (1938), le priorità imposte agli Stati Uniti dalla guerra fredda
e l’importanza strategica che andò acquisendo la frontiera meridionale fecero sì che
tra i due vicini si costruisse una «relazione speciale», la quale ha assicurato al regime
messicano uno spazio di manovra politico, retorico e diplomatico molto ampio. Si
sono anche intensifcate le relazioni economiche, istituzionalizzate con il Nafta
(North American Free Trade Agreement) del 1994. Tuttavia, l’emigrazione verso gli
Stati Uniti, elemento centrale della relazione di vicinato (oggi sono oltre 11 milioni
i messicani residenti negli Usa), è rimasta il più delle volte ai margini del dialogo.

5. A partire dagli anni Settanta, la crisi economica mondiale ha reso palese


l’inadeguatezza del modello economico e politico messicano. Nel 1968 la repres-
sione del movimento studentesco smascherò il carattere autoritario del regime, che
diffcilmente avrebbe potuto recuperare capacità e risorse per continuare a nego-
ziare e cooptare. La riforma elettorale del 1977 inaugurò la lunga transizione demo-
cratica, culminata nel Duemila con l’avvento alla presidenza di un partito d’oppo-
sizione. Questa democrazia, fragile e costosa, convive con un’economia in diffcol-
tà ed è scossa dalla violenza di una fallimentare guerra al narcotraffco, dalla cor-
ruzione e dal collasso del sistema giudiziario.
Il Messico del XXI secolo, undicesimo paese del mondo per popolazione e
membro del G20, è molto diverso dall’esperimento rivoluzionario di inizio Nove-
cento. Eppure, malgrado le sue promesse, la rivoluzione non ha saputo risolvere
molti dei problemi storici che affiggono la nazione: la povertà di ampi settori del-
la popolazione (il 46,2% del totale nel 2014, leggermente più che nel 2010 11) e uno
dei maggiori indici di diseguaglianza economica al mondo.
Resta molto da fare, pur non potendo più il Messico attingere ai miti rivoluzio-
nari, ancorché fallaci, che hanno sospinto la politica nel XX secolo.

(traduzione di Fabrizio Maronta)

56 11. goo.gl/mlbuUM
LA POTENZA DEL MESSICO

METICCI
DENTRO di Federico Navarrete LiNares
Un paese unico perché frutto di una mescolanza razziale unica e di
successo. Così il Messico fonda la propria identità sulla mestizaje, mito
elaborato dalle élite per coagulare la nazione. Ma una narrazione
alternativa è possibile. Il colore della pelle è sempre più un fattore.

A LMENO DALLA FINE DEL XIX SECOLO,


la maggioranza dei messicani defnisce la propria identità personale e nazionale
come mestiza, termine spagnolo che denota una persona di razza mista, meticcia.
Il popolo messicano si ritiene dunque discendente di avi indigeni (amerindi) o
spagnoli (europei). Tale mescolanza, defnita «mestizaje», dovrebbe defnire non
solo l’apparenza fsica e le caratteristiche biologiche, ma anche la cultura. Essere
mestizo è diventato indistinguibile dall’essere messicano. E il Messico stesso è ge-
neralmente etichettato come una nazione meticcia.
La mestizaje nazionale e personale è vista come il risultato di un lungo e po-
sitivo processo di mescolanza razziale e come eccezionale traguardo storico nelle
Americhe e nel mondo intero. Secondo questa visione, la mestizaje messicana è
una soluzione costruttiva e inclusiva per il confitto razziale e dovrebbe essere am-
mirata ed emulata da altri paesi caratterizzati da relazioni interrazziali meno pacif-
che. È dunque un punto d’orgoglio per il paese e i suoi abitanti. Ciò comporta
anche che ogni critica delle sue fondamenta storico-ideologiche viene percepita
come una minaccia all’identità e all’unità della nazione, come un potenziale incita-
mento allo scontro razziale.

Miti e realtà della mestizaje


Secondo la sua storia uffciale, la mestizaje ebbe inizio nel XVI secolo durante
la conquista spagnola degli aztechi e degli altri popoli autoctoni del Messico. I
conquistatori ebbero diversi fgli da donne indigene, a partire dal loro comandante,
Hernán Cortés, con la sua bella e traditrice interprete nativa, la giovane Malinche.
Fu l’inizio di una nuova razza. Da allora, i mestizos hanno aumentato i propri nu- 57
METICCI DENTRO

meri e il proprio prestigio sociale. Dopo l’indipendenza del Messico dalla Spagna
a inizio Ottocento, essi divennero i leader naturali della nuova nazione e procedet-
tero a defnire la propria identità razziale e culturale. Entro la metà del secolo suc-
cessivo, riuscirono fnalmente ad assorbire la maggior parte della popolazione in-
digena e delle genti d’origine europea, per diventare lo spicchio maggioritario
degli abitanti del Messico.
L’assunzione comune è che la razza mestiza possegga le migliori virtù dei
ceppi di provenienza. Dai padri spagnoli ha ereditato il coraggio e lo spirito im-
prenditoriale, assieme a una grande intelligenza, a una religione e a una cultura
occidentali ritenute superiori, oltre alla lingua spagnola. Dalle madri indigene ha
ricevuto una singolare sensibilità estetica e un’eccellente resistenza. Elementi questi
di una presunta superiorità della cultura mestiza, meglio adattabile alle realtà mes-
sicane rispetto alle mere culture indigena e occidentale. Quella del Messico è dun-
que vista come la storia del trionfo della razza mestiza sul dominio e sull’oppres-
sione spagnola, ma anche sulla passività e sulla decadenza delle popolazioni nati-
ve sottomesse. È perciò compito storico dello Stato messicano promuovere l’unif-
cazione razziale della nazione attraverso la mescolanza e assicurare che tale ibrida-
zione comporti una prevalenza dei superiori tratti europei rispetto a quelli indigeni,
ritenuti inferiori.
La storia standardizzata della mestizaje viene appresa sin da bambini alle scuo-
le elementari e ripetuta nei musei, nel cinema, nell’arte pubblica e in molte altre
opere storiche e letterarie. In assenza di una narrazione alternativa della storia
messicana, è considerata una verità inossidabile dalla maggioranza della popola-
zione, compresa la gran parte degli storici di professione. Negli ultimi decenni, i
suoi elementi più smaccatamente razzializzati e razzisti sono stati abbandonati,
sostituiti da interpretazioni culturali più sfumate. Ma l’idea meticcia del Messico è
rimasta senza rivali.
Esistono tuttavia elementi suffcienti a proporre un’interpretazione alternativa
della storia del Messico, in grado di sfdare i principali assunti della mestizaje.
In primo luogo, non esiste una chiara evidenza di una diffusa mescolanza
razziale nella storia messicana dal XVI secolo. Durante i tre secoli di dominio spa-
gnolo, il numero di maschi immigrati dall’Europa non era suffciente a causare un
signifcativo impatto demografco sulle ben più cospicue popolazioni indigene. La
storia corrente della mestizaje attribuisce a questo manipolo di uomini una fertilità
talmente fuori dal comune da permettergli di dare al mondo una nuova razza: un
indizio dei suoi pregiudizi patriarcali e maschilisti, piuttosto che evidenza di diffusi
matrimoni misti. Molte testimonianze storiche confermano che gli uomini spagnoli
preferivano sposare donne di discendenza europea. Ovviamente le unioni infor-
mali con indigene e africane esistevano, ma non potevano essere così numerose
da alterare la composizione demografca del Messico. I pochi mestizos realmente
esistenti erano piuttosto un gruppo marginale nell’ordine coloniale. Al contrario, la
presenza di un’ampia popolazione di schiavi e di liberati di origine africana è ge-
58 neralmente ignorata dalle storie sulla mestizaje. La caratteristica più saliente dell’or-
LA POTENZA DEL MESSICO

dine coloniale non era la mescolanza razziale, ma l’imposizione di un sistema di


caste che riservava le posizioni sociali di vertice a persone di discendenza europea
e le più subordinate ai nativi e ai neri.
Dopo l’indipendenza messicana, nel presunto momento d’oro della mestizaje
fra il XIX e il XX secolo, l’evidenza di una vasta mescolanza è ugualmente scarsa.
Molti documenti di quel periodo confermano che i vari gruppi etnici e gli strati so-
ciali restavano endogami. Tuttavia, i censimenti dell’epoca rivelano un brusco calo
nella proporzione della popolazione defnita come indigena e un parallelo aumento
in quella dei messicani etichettati come mestizos, com’è evidente dalla tabella.

INDIGENI, EUROPEI E MESTIZOS

ANNO POPOLAZIONE INDIGENA METICCI EUROPEI TOTALE

1808 3.676.281 (60%) 1.388.706 (23%)* 1.097.998 (18%) 6.162.985


1885 3.970.234 (38%) 4.492.633 (43%) 1.985.117(19%) 10.447.984
1921 4.179.449 (29%) 8.850.541 (59%) 1.404 718 (10%) 14.334.780
2000 8.381.314 (9%) 89.102.098 (91%) ** 97.483.412

* Il dato dei meticci del 1808 include persone di discendenza africana.


** Dopo il 1930 si è smesso di conteggiare gli europei come gruppo demografco distinto.

L’unica spiegazione plausibile è il passaggio della lingua maggioritaria dai vari


idiomi indigeni allo spagnolo, accompagnato dall’adozione di una nuova e domi-
nante identità nazionale defnita dalle élite bianche e meticce. Tale trasformazione
non fu il risultato di una mescolanza razziale, bensì di un processo di convergenza
sociale e culturale. Esso fu alimentato dallo sviluppo dell’economia capitalista e
dalla conseguente migrazione di massa dalle campagne alle città, in cui lo spagno-
lo era dominante e prevalente nella cultura nazionale in via di emersione. È per
certi versi paradossale come tale processo sia stato accelerato dalle molte guerre
civili e internazionali patite dal Messico fra il 1810 e il 1920, che sradicarono tantis-
sime persone, sotto le armi o come profughi. Fu anche rafforzato dal consolida-
mento dello Stato nazionale messicano, che impose l’uso dello spagnolo nelle
scuole e nell’amministrazione promuovendo l’identità nazionale defnita dagli in-
tellettuali a propria disposizione.
Questa nuova identità fu esplicitamente defnita in termini razziali come me-
ticcia. Fra gli anni Novanta dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del secolo successi-
vo, un gruppo di storici, antropologi, sociologi e letterati, tutti strettamente legati ai
governi di allora, defnì la nuova identità di quella che chiamavano razza mestiza.
Fra di loro, prima della rivoluzione del 1910, vi erano Justo Sierra e Andrés Molina
Enríquez e, in seguito a essa, Manuel Gamio, José Vasconcelos e Octavio Paz.
Benché l’ideologia della mestizaje distorcesse la natura della confuenza del popo-
lo, essa fornì un’immagine positiva del punto cui possono arrivare le trasformazio- 59
METICCI DENTRO

ni culturali e linguistiche della maggioranza della popolazione. Così, molti indivi-


dui e comunità che in questo periodo stavano smettendo di considerarsi indigeni
iniziarono a identifcarsi come meticci, aderendo all’identità promossa dallo Stato.
Tale ideologia confuì inoltre nel programma culturale e sociale del regime au-
toritario che emerse dalla rivoluzione messicana: l’unifcazione razziale della nazione
era un ottimo appiglio per centralizzare il controllo politico. Essa giustifcava anche
le politiche di modernizzazione economica volte a imporre il nascente Stato sociale.

Che cosa significa essere mestizo


La contraddizione tra l’ideologia razzializzata della mestizaje e i reali processi
storici che produssero una nazione culturalmente integrata è cruciale per cogliere
la complessità della contemporanea identità meticcia del Messico.
Prima di tutto, dovremmo tenere in conto che la vasta maggioranza dei mes-
sicani che si defnisce mestiza non costituisce un gruppo omogeneo, né dal punto
di vista razziale né da quello culturale. Anzi, le differenze interne sono talmente
ampie da mettere in discussione pure la presunta unità razziale della nazione. In
termini generali, possiamo affermare che la maggior parte della popolazione me-
ticcia è chiaramente di origine indigena, remota o recente che sia. Ciò è evidente
in prima battuta nella cultura: molte popolazioni urbane e rurali continuano a cen-
trare una signifcativa parte della propria vita sociale attorno a organizzazioni co-
munitarie tradizionali e a festività religiose di origine indigena o cattolica. Esse re-
stano anche fedeli alle defnizioni locali della propria identità collettiva, radicata
nelle rispettive comunità paesane e nei quartieri urbani. In questo modo, la mag-
gioranza dei meticci mantiene attivamente le proprie identità locali e particolari,
pur aderendo a un’identità nazionale fondata sulla mestizaje. Esiste così un’ampia
gamma di diverse identità meticce che varia a seconda della località, della classe
sociale, dell’occupazione, della religione eccetera.
Al contrario, una minoranza della popolazione si defnisce pienamente occi-
dentale e autenticamente moderna e assume l’identità nazionale mestiza dominan-
te come unica identità collettiva. Di questo gruppo fanno parte le élite urbane che
occupano le posizioni di vertice nell’ordine sociale, nei settori pubblico e privato.
Distingue se stesso nettamente dal resto della popolazione, che ritiene meno mo-
derno, istruito e occidentalizzato. Tradizionalmente, si è arrogato il diritto di def-
nire il contenuto dell’identità meticcia e ha rivendicato un ruolo sociale di irrobu-
stimento dell’educazione e della modernizzazione del resto dei messicani, per ga-
rantire pieno successo alla mestizaje.
In tal modo, a dispetto delle pretese di unità e omogeneità, l’identità meticcia
messicana in realtà include diverse, addirittura opposte, concezioni di ciò che si-
gnifca davvero mestizo. Ciò spiega il fatto che molte importanti opere letterarie e
flosofche dedicate a tale concetto durante il XX secolo – come El perfl del hom-
60 bre y la cultura en México di Samuel Ramos o El laberinto de la soledad di Octavio
LA POTENZA DEL MESSICO

Paz – contengano descrizioni piuttosto negative e valutazioni pessimiste dei me-


ticci messicani, in quanto esse rifettono i pregiudizi dell’élite nei confronti del
resto del popolo.
Nonostante le pretese di unità razziale trascurino queste profonde differenze
interne ai meticci, la popolazione indigena è sempre stata percepita come esterna
a tale gruppo e alla nazione stessa. Tradizionalmente, le comunità amerinde sono
state l’Altro contro il quale l’identità dei mestizos si è defnita. Ciò ha portato a una
fusione dell’identità indigena che contraddice la pluralità di una popolazione di
oltre 10 milioni di persone che parlano 68 idiomi diversi – oltre a innumerevoli
varianti interne – praticano diversi modi di sussistenza – dall’agricoltura alla caccia
– e sono dotate delle più svariate culture.
Tuttavia, i confni tra i nativi e i meticci non sono marcati nettamente, non
essendo né razziali né fssati socialmente. L’unico criterio stabile per differenziare
tali gruppi è la lingua. Le persone si muovono costantemente da un gruppo all’altro
a seconda dei propri obiettivi sociali e delle rispettive strategie politiche.

Razzismo e ineguaglianza in Messico


Una caratteristica signifcativa della società messicana contemporanea è la pre-
valenza di una chiara stratifcazione fondata sul colore della pelle e sull’aspetto f-
sico. Anche tra la maggioranza meticcia, le persone di carnagione più chiara e
sembianze europee tendono a essere più benestanti e più privilegiate rispetto ai
messicani dai colori più scuri e dall’aspetto più indigeno. L’apparenza fsica è soli-
tamente un buon indice per valutare lo status sociale di un individuo. Recenti rile-
vazioni statistiche hanno confermato che avere una pelle più bianca è un dato
fortemente correlato a un maggiore reddito, una migliore istruzione e a un impiego
più soddisfacente. Tale stratifcazione contraddice nettamente la presunta unità
della razza meticcia e può essere attribuita all’arroccamento sociale delle caste isti-
tuite in tempi coloniali.
Tuttavia ciò non costituisce un regime di esplicita segregazione razziale. Esisto-
no individui dalla pelle più scura in preminenti posizioni sociali, anche se general-
mente più nel settore pubblico che in quello privato; inoltre, molte persone dalla
carnagione chiara non appartengono all’élite. Anche i confni sociali non sono così
delimitati, tanto che gli individui e le famiglie li attraversano di continuo. Chi scala
la piramide sociale tende a «imbianchirsi», sia socialmente sia fsicamente: adotta la
cultura e le sembianze delle élite e preferisce sposare persone di pelle più chiara.
Esistono pure espressioni razziste a testimoniare queste strategie di ascesa sociale,
come mejorar la raza. L’ideologia della mestizaje non ha sfdato quest’ordine, ma
ha cercato di imbianchire la popolazione attraverso la mescolanza razziale, sulla
carta, e la trasformazione culturale, nei fatti. Gli individui di carnagione più scura,
in particolare chi si identifca come indigeno, soffrono ogni tipo di discriminazione
in vari ambiti sociali e nella vita economica. Ciò è particolarmente lampante sui
media, dove tutti i modelli, gli attori e le personalità sono bianchi. Benché l’istruzio- 61
METICCI DENTRO

ne e lo status sociale possano bilanciare tali forme di discriminazione, possedere


una pelle più scura di altri è ancora un netto svantaggio nella società messicana.

La mestizaje nel XXI secolo


Negli ultimi decenni, il mito dell’unità della razza meticcia e della singolarità
dell’identità nazionale messicana ha perso parte del proprio fascino. Ciò è il risul-
tato della crisi del regime autoritario che ha sostenuto tale ideologia e dei progetti
di sviluppo nazionale e di benessere sociale a essa associati. La democratizzazione
e la decentralizzazione della vita sociale e politica in Messico ha rivelato la vitalità
delle varie culture e identità regionali, sociali, religiose ed etniche. Notevole è stata
l’ascesa dei movimenti politici e culturali indigeni, sull’onda dalla ribellione
dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional nel 1994.
Al tempo stesso, le immagini positive delle genti meticce costruite dalla propa-
ganda di Stato hanno perso smalto. Invece, la sfera pubblica messicana e in parti-
colare i media sono stati invasi da immagini di un’élite bianca privilegiata che ub-
bidisce a ogni dettame culturale globale del consumismo ed è dotata di uno sguar-
do e di comportamenti completamente diversi dalla maggioranza della popolazio-
ne. In tal senso, il razzismo già implicito nell’ideologia della mestizaje è diventato
ancor più plateale. Questa crescente segregazione è stata accompagnata da un
pronunciato aumento dell’ineguaglianza economica e della violenza criminale e
statuale, tale da colpire soprattutto i gruppi meno privilegiati della popolazione, sia
indigena sia meticcia. Il Messico è insomma diventato una società sempre meno
integrata sotto ogni aspetto.
Un altro sviluppo signifcativo consiste nella rivitalizzazione e nel nuovo signi-
fcato attribuito dagli immigrati messicani negli Stati Uniti all’ideologia della mesti-
zaje, enfatizzandone le componenti razziali secondo la logica della razzializzazione
sociale prevalente nel paese che li ospita. Tali nuove defnizioni rimarcano le radi-
ci indigene rispetto alle aspirazioni europee e hanno guadagnato sempre maggiore
infuenza anche in Messico.

(traduzione di Federico Petroni)

62
LA POTENZA DEL MESSICO

IL MONDO
IN UN PAESE di Ricardo Pérez Montfort
Il Messico esibisce una varietà orografica, biologica, climatica e
umana con pochi eguali. Geografia politica e fisica di un paese
dalle mille risorse e contraddizioni. Sotto la cappa del centralismo
cilango, le entità federate scalpitano.

1. G LI ATTUALI STATI UNITI MESSICANI HANNO


subìto numerose e profonde trasformazioni territoriali dalla loro iniziale concezio-
ne come repubblica unitaria. Sul grande spazio occupato dal vicereame di Nuova
Spagna nei secoli XVI, XVII e XVIII in America del Nord, quel primo abbozzo di
una possibile unità territoriale fu reso possibile dalla conquista e dalla colonizza-
zione di vaste aree abitate da gruppi molto diversi e da culture che sino ad allora
non avevano avuto alcun contatto con il continente europeo.
Per secoli prima della conquista le tre grandi regioni oggi note come Aridoa-
merica, Mesoamerica e Centroamerica erano state occupate da gruppi nomadi e
seminomadi (la prima), e da teocrazie militariste e tributarie (le altre due). Sin
dall’epoca preispanica, l’attuale Nord del Messico è stata dunque una regione di
diffcile controllo, data la sua enorme estensione semidesertica e montuosa, non-
ché la sua scarsa popolazione stabile; il Centro e il Sud invece, molto più popolati
e con una gran varietà climatica e orografca, si sono sempre distinti per la ricchez-
za di risorse naturali e sociali.
Quell’originaria divisione tra Nord, Centro e Sud permane tutt’ora con innume-
revoli sfumature, che hanno determinato sia il tipo di sviluppo subregionale che le
modalità della diffcile integrazione nazionale.
Vale la pena sottolineare che la stessa Nuova Spagna coloniale insisteva su un
territorio al cui centro dominava una complessa civiltà, quella mexica, la cui in-
fuenza si irradiava in cerchi concentrici a partire dalla grandiosa capitale: México-
Tenochtitlan. Sulle rovine di questa fu fondata l’attuale Città del Messico, a sua
volta capitale del vicereame spagnolo, e il suo dominio restò palpabile ovunque,
in modo simile a quanto avvenuto in epoca preispanica.
Verso il Sud e il Sud-Est tale infuenza si esercitò sui territori zapotechi e mixte-
chi dell’attuale Stato di Oaxaca, giungendo fno alle regioni maya dell’attuale peni- 63
IL MONDO IN UN PAESE

sola dello Yucatán, fno alle foreste dell’odierno Chiapas e alle lande del variopinto
territorio centroamericano. A occidente, la civiltà mexica si insinuò nei territori tol-
techi e chichimechi, mantenendo altresì contatti con il mondo purhépecha delimi-
tato dall’odierno Stato di Michoacán. Nel Centro-Sud, dove oggi si trovano gli Stati
di México, Guerrero e Morelos, i nahua (altro nome dei mexica) realizzarono con-
quiste rilevanti, mentre a oriente si imposero sui popoluci e sugli huaxtechi negli
attuali Stati di Puebla, Hidalgo, Veracruz, Tabasco, Tamaulipas e parte di San Luis
Potosí. Al Centro-Nord, infne, i mexico-nahua si spinsero grosso modo fno alla
metà dell’attuale territorio messicano, lungo una linea che tocca varie contrade degli
odierni Stati di Jalisco, Aguascalientes, Zacatecas, San Luis Potosí, Guanajuato e
Querétaro.
La nozione contemporanea di Mesoamerica, elaborata dall’antropologo tede-
sco Paul Kirchhoff, ebbe il suo fulcro preispanico e coloniale nell’altopiano oggi
occupato da Città del Messico, la quale da allora è stata il fulcro del centralismo
esasperato che ha caratterizzato la storia della repubblica messicana. Questa regio-
ne presentava una densità di popolazione relativamente alta rispetto ad altre città
del Sudamerica, sia in periodo coloniale che nel XIX secolo dopo l’indipendenza.
In questo lasso di tempo, era considerata la metropoli più grande dell’intero conti-
nente americano.
Da quel centro nevralgico del territorio messicano e dall’epoca preispanica si
irradiarono non solo tecniche agricole, come l’aratro o i terrazzamenti, ma anche
strutture economico-sociali, come il tributo e l’organizzazione gerarchico-teocrati-
ca. La Mesoamerica fu caratterizzata anche dal consumo di prodotti fondamentali
come il mais, il cacao, il fagiolo e la zucca, nonché dallo sviluppo di diverse tecni-
che di lavorazione della ceramica, dell’oro e del piumaggio. Molti insediamenti
precoloniali furono sfruttati dai colonizzatori per fondare città e villaggi, tanto che
ad oggi sopravvivono resti di edifci cerimoniali a pianta quadrata o circolare e di
piramidi, vestigia di una civiltà distrutta e assoggettata. La maggior parte delle città
coloniali furono costruite a pianta romana, con alcune eccezioni dettate dall’oro-
grafa e dalle caratteristiche dei dintorni.
Alla fne del XVIII secolo il territorio della Nuova Spagna era ripartito in 16
intendenze che abbracciavano un’area estesa dall’Alta (o Nuova) California a nord-
est, fno a Mérida (Yucatán) nell’estremo Sud-Est, al Guatemala e alla linea divisoria
con la Real Audiencia de Panamá nel Sud. A nord, la frontiera era segnata dal 42°
parallelo; a sud, l’Audiencia de Guatemala, anch’essa parte della Nuova Spagna,
confnava con il vicereame di Nuova Granada, oggi Colombia.

2. Le guerre d’indipendenza giunsero al termine nel 1821 con la proclamazio-


ne del primo impero messicano, i cui quasi 5 milioni di chilometri quadrati erano
divisi in 24 province. Il Nord-Est continuava a essere dominato dalle Californie,
comprendenti parte degli odierni Nuovo Messico e Texas. Alcune regioni presen-
tavano già le denominazioni attuali, come Coahuila, Sonora, Zacatecas, San Luis
64 Potosí, Guanajuato, Querétaro, Puebla, Oaxaca, Veracruz, Guatemala, Honduras,
LA POTENZA DEL MESSICO

El Salvador, Nicaragua e Costa Rica. Nel 1824 però, con l’Atto costitutivo della Fe-
derazione Messicana e la formale indipendenza dell’attuale Centroamerica, gli Sta-
ti Uniti Messicani si organizzarono in 19 Stati e 4 territori, in base alla densità de-
mografca. Alta e Bassa California, al pari di Nuovo Messico e Colima, furono
considerati territori, mentre ai nove Stati sopra elencati si aggiunsero México, Mi-
choacán, Yucatán, Jalisco, Sonora, Sinaloa, Tabasco, Tamaulipas, Nuevo León,
Coahuila, Texas, Durango, Chihuahua e Chiapas.
Il Distretto Federale fu creato appositamente per Città del Messico e da allora
risulta un’entità distinta dall’omonimo Stato (México). In origine si estendeva per
soli 220 chilometri quadrati, ma gradualmente crebbe fno ai 1.459 chilometri
quadrati attuali, con l’aggiunta di 40 municipi inglobati dalla capitale, 39 nello
Stato del México e uno in quello di Hidalgo. Oggi la cosiddetta Zona metropoli-
tana di Città del Messico è una delle conurbazioni più grandi e popolose del
mondo, con oltre 21 milioni di abitanti. Resta il centro delle attività politiche,
economiche e sociali del paese, che pur cosciente del suo esasperato centralismo
poco ha fatto in termini di distribuzione dei poteri federali e istituzionali alle altre
regioni. Il decentramento, presente nei programmi di vari governi, non è ancora
pienamente realtà.
Il territorio della prima federazione fu gravemente mutilato a seguito della
guerra del 1845-48 con gli Stati Uniti d’America, che annetterono Alta California e
Nuovo Messico. Texas e Yucatán avevano già proclamato la loro indipendenza, ma
mentre il primo fnì per unirsi agli Usa, il secondo tornò in seno alla Repubblica
Messicana al termine del confitto. Cinque anni dopo il presidente Antonio López
de Santa Anna vendette agli Stati Uniti d’America i circa 76 mila chilometri quadra-
ti della Mesilla, regione a nord degli attuali Stati di Sonora e Chihuahua, e da allora
il territorio messicano non ha più subìto modifche rilevanti.
Tra il 1857 (entrata in vigore della costituzione) e il 1867 (inizio della repub-
blica restaurata) la Federazione Messicana annoverò 25 Stati, più il territorio della
Bassa California. Un paio d’anni dopo si formarono due ulteriori Stati, Hidalgo e
Morelos, cui si affancavano i territori di Tepic, Bassa California e (dal 1902) Quin-
tana Roo.
Infne, con la costituzione del 1917 si aggiunge a ovest lo Stato di Nayarit,
portando a 28 il totale delle entità statali, più 3 territori. Nel 1974 questi ultimi sa-
ranno elevati a Stati, portando il numero complessivo a 32. Ogni Stato è organiz-
zato in municipi (ve ne sono 2.446 in tutto il paese), il cui numero varia fortemen-
te: la Bassa California ne ha appena 5, Oaxaca 570.

3. La formazione storica delle regioni in Messico a partire dalla seconda metà


del XIX secolo ricalca la divisione tra Nord, Centro e Sud, con le relative differenze
economico-sociali. Stante l’estrema concentrazione della proprietà privata incenti-
vata dal governo di Porfrio Díaz (1877-1910) e l’impulso dato all’agricoltura esten-
siva, lo storico Friedrich Katz descrisse le tre grandi regioni in base al tipo di beni
prodotti e alle modalità di produzione. 65
IL MONDO IN UN PAESE

Nel Sud (Stati di Yucatán, Tabasco, Chiapas, parte di Veracruz e Oaxaca), caf-
fè, gomma, tabacco, zucchero e agave divennero prodotti da esportazione. La loro
coltivazione su vasta scala rendeva necessario un certo livello di meccanizzazione,
ma soprattutto il lavoro di braccianti provenienti dalle campagne adiacenti alle
piantagioni o reclutati lontano e poi trasferiti nei ranch delle regioni tropicali. Seb-
bene la manodopera fosse sempre più economica delle macchine, queste trovaro-
no largo impiego, specie nello Yucatán, per produrre la fbra di agave. Il lavoro nei
campi, in questo caso coatto, divenne anche una pena per i trasgressori della leg-
ge. Pian piano si andò imponendo una forma di manovalanza più simile alla schia-
vitù che al lavoro retribuito, a causa dell’indebitamento dei braccianti, delle condi-
zioni di lavoro insalubri e dei ritmi massacranti.
Nelle piantagioni di caffè del Soconusco, in quelle di tabacco della Valle Na-
cional e in quelle di gomma della regione di Tehuantepec, la domanda internazio-
nale di tali prodotti, al pari della loro esportabilità mediante la ferrovia e le vie
d’acqua, provocò un’intensifcazione senza precedenti dello sfruttamento. I gover-
ni federali e locali favorirono questa situazione attraverso le politiche rurali e la
protezione degli interessi costituiti, specie degli investitori stranieri.
Nel Centro, la produzione era destinata maggiormente a soddisfare la doman-
da locale. I prodotti principali erano mais, grano, pulque (una bevanda alcolica) e
zucchero. Essendo questa regione molto più popolosa rispetto al Sud tropicale, la
manodopera risultava molto più abbondante. Esistevano tre tipi di lavoratori: non
retribuiti, mezzadri e fttavoli. La fgura più ricorrente era quella dei mezzadri, a cui
si anticipavano le sementi, nonché i soldi per provvedere alla propria sussistenza
e remunerare il proprietario, il quale spesso arrivava a quintuplicare la produzione.
Il latifondista a volte prestava o affttava gli attrezzi agricoli, altre volte era il mez-
zadro a doverseli procurare.
Vi fu anche il lavoro non retribuito per indebitamento, ma andò scemando
con il passare del tempo. Nella misura in cui aumentava il debito del lavoratore,
il suo vincolo con la piantagione si faceva più stringente, tanto da non poterla
abbandonare fnché non avesse estinto le pendenze. Siccome molti dei lavoratori
agricoli di questa regione erano uomini che avevano perduto le terre comuni, la
loro abbondanza faceva sì che essi vivessero sia nei paesi vicini alle terre coltiva-
te sia dentro le piantagioni stesse. La possibilità di risparmio era praticamente
nulla, pertanto non vi era alcun tipo di mobilità sociale. Il bracciante restava tale
per tutta la vita.
Nel Nord vi era invece una certa penuria di manodopera, data la scarsa demo-
grafa. Tuttavia, l’estensione delle piantagioni era molto maggiore che nel Centro o
nel Sud. Sovente i lavoratori dovevano difendere i raccolti dalle incursioni degli
indios, il che impose ai proprietari la necessità di offrire incentivi ai propri brac-
cianti affnché restassero. Ciò spiega il salario mediamente molto più elevato che
nel resto del paese, la relativa sicurezza dell’impiego, le scuole e le cure mediche.
La possibilità che i manovali abbandonassero le piantagioni e andassero a lavorare
66 in miniera era sempre presente, rendendo necessarie le prebende. La produzione
LA POTENZA DEL MESSICO

era abbastanza varia, spaziando dai cereali (mais e grano) al cotone, passando per
l’allevamento. Quest’ultimo richiedeva pastori per i pascoli e le transumanze, sic-
ché la mobilità fsica dei braccianti era scontata. Questi potevano possedere i loro
cavalli e andare in giro armati.
L’altra caratteristica del lavoro al Nord era la possibilità di trovare impiego in
aree e settori che cominciavano a industrializzarsi, come nel caso di alcune minie-
re o alcune fabbriche che producevano soprattutto per il crescente mercato norda-
mericano. Proprio per questo, tuttavia, tali settori furono investiti dalle crisi inter-
nazionali. L’insieme delle suddette circostanze fece sì che i lavoratori del Nord
godessero di una maggior mobilità sociale, sia verso l’alto sia verso il basso, rispet-
to a quelli delle altre regioni. Ciò può contribuire a spiegare perché la Rivoluzione
messicana del 1910-17 ebbe origine nel Nord, incontrando poi sul suo cammino i
contadini sfruttati del Centro e del Sud.

4. Il Messico del XX secolo comincia con la rivoluzione messicana, la quale va


in realtà vista come una serie di rivoluzioni a volte coincidenti nello spazio e nel
tempo. Molto di quanto avvenuto in Messico nel Novecento è legato direttamente
a questa rivoluzione. Dal punto di vista sociale, essa ebbe il merito di generare
un’intensa mobilità, tanto verticale che orizzontale. I sonorensi giunsero nello Yu-
catán, mentre i ribelli di Veracruz furono spostati con le loro truppe a Chihuahua;
alcuni abitanti di Oaxaca fnirono a Monterrey e molti provinciali si trasferirono a
Città del Messico. In ossequio alla sua lunga tradizione, il Centro divenne polo
d’attrazione di centinaia di migliaia di migranti in fuga dalla guerra, e che in segui-
to cercarono lavoro e istruzione.
Durante il XX secolo e in questo primo scorcio di XXI la capitale ha attratto e
continua ad attrarre quanti desiderano cambiare i propri orizzonti e darsi una chan-
ce di avanzamento. Anche nei periodi di intenso sviluppo dell’interno del paese,
specie in città come Guadalajara, Puebla e Monterrey o in porti come Tampico,
Veracruz, Coatzacoalcos e Mazatlán, Città del Messico non ha cessato di crescere.
Nella sua dimensione provinciale il territorio messicano ha seguito il modello
defnito dallo storico Luis González della «matria». Mentre la patria include l’intera
nazione, la matria è il luogo più vicino all’origine di gran parte dei messicani. È in
genere uno spazio di provincia, avente come fulcro una città di media grandezza,
di norma a vocazione commerciale, che vive senza particolari ansie ancorata alle
tradizioni e a forme semplici di produzione. A volte, a causa delle molteplici crisi
economiche, obbliga giovani e adulti a partire in cerca di lavoro o istruzione, la-
sciando donne, bambini e vecchi a custodire i pochi averi. Tuttavia, la matria si
trasforma nel porto cui si fa ritorno quando il migrante ha esaurito il suo compito,
quando c’è la festa di paese o quando si profla il fallimento.
Al di là di queste dimensioni che si situano tra il sociale, il culturale e lo spiri-
tuale, negli ultimi anni la repubblica messicana si è di fatto divisa in otto grandi
regioni in virtù del livello di sviluppo e delle caratteristiche geografche, demogra-
fche ed economiche: Nord-Ovest, Nord-Est, Ovest, Centro-Nord, Centro-Sud, Est, 67
IL MONDO IN UN PAESE

Sud-Ovest e Sud-Est. Ciascuna include almeno tre Stati e risponde al bisogno di


facilitare lo studio delle sue potenzialità e caratteristiche.
Il Nord-Ovest è composto dagli Stati di Bassa California (settentrionale e meri-
dionale), Chihuahua, Durango, Sonora e Sinaloa. Bagnata a ovest dal Pacifco e dal
Mar di Cortés, ha in Mazatlán il suo porto principale. La pesca è una delle principa-
li risorse. Varie città importanti sono ubicate al confne con gli Stati Uniti, come Ti-
juana, Mexicali, Nogales o Ciudad Juárez, tutti centri che negli ultimi anni hanno
visto svilupparsi una rilevante industria di assemblaggio. Si tratta di una regione
molto montuosa in alcune parti e arida in altre: i principali deserti messicani si tro-
vano negli Stati di Sonora, California e Chihuahua. Rilevanti i settori agricolo e del
legno, ma anche miniere, allevamento e turismo si sono notevolmente sviluppati.
Il Nord-Est è formato da Coahuila, Nuevo León e Tamaulipas. Ogni Stato ospi-
ta un paio di città sviluppatesi soprattutto nel corso del XX secolo e in questa prima
parte di XXI. La più importante è senza dubbio Monterrey, che dai primi del No-
vecento si è trasformata nel polo industriale del Messico settentrionale. Nello Stato
di Tamaulipas, Tampico è stata il secondo porto sul Golfo del Messico dopo Vera-
cruz. Anche le città di Saltillo e Torreón nello Stato di Coahuila hanno conosciuto
un importante sviluppo nel secolo scorso, specialmente per quanto concerne l’in-
dustria pesante e quella di trasformazione. Coahuila ha anche una vasta zona de-
sertica, sebbene buona parte dello Stato sia attraversato dalla Sierra Madre, sicché
presenta vaste aree montuose, al pari di Nuevo León. La suddetta catena montuosa
forma il famoso Cerro de la Silla, emblema di Monterrey. Oggi la città conta oltre
4,5 milioni di abitanti e la sua fervente economia la distingue dalle altre capitali
statali. Nello Stato di Tamaulipas termina una regione nota come Huasteca, che
inizia nella parte meridionale degli Stati di Hidalgo, San Luis Potosí e Veracruz ed
è nota per i suoi ricchi ecosistemi tropicali, i grandi fumi e le zone montuose nel-
le quali si coltivano caffè, cacao e vaniglia e in cui da vari decenni è forito l’alle-
vamento. Tamaulipas ha anche un vincolo particolare con gli Stati Uniti d’America
attraverso le città di Nuevo Laredo e Reynosa.
Nell’Ovest messicano si trovano gli Stati di Nayarit, Colima, Jalisco e Micho-
acán. Il principale porto sulla vasta costa pacifca è Manzanillo (Stato di Colima),
strettamente collegato a Guadalajara, la città più importante della regione e la se-
conda del paese, data la sua valenza industriale e commerciale. Con i municipi di
Zapopan e Tlaquepaque, la zona metropolitana di Guadalajara sfora i 5 milioni di
abitanti. La regione ospita anche due tra i più piccoli Stati della federazione: Colima
e Nayarit. Il primo ha un paio di vulcani, parte del cosiddetto asse vulcanico mes-
sicano, di cui il Colima è il più noto e attivo. Nayarit è uno Stato semitropicale,
anch’esso con una catena montuosa celebre per ospitare gli indigeni huichol e
cora. Questi gruppi etnici sono stanziati anche nel Nord dello Stato di Jalisco, la cui
costa è oggi molto sfruttata turisticamente e il cui maggior centro abitato è Puerto
Vallarta. Molto prossimo a Guadalajara è il lago di Chapala, a sua volta meta turi-
stica. Agricoltura e allevamento si sono sviluppati in particolare nello Stato di Jali-
68 sco, tra i cui prodotti principali fgura la tequila, oggi conosciuta in tutto il mondo.
LA POTENZA DEL MESSICO

Tuttavia, lo Stato occidentale di gran lunga più vario e sorprendente è Micho-


acán, la cui capitale, Morelia, è una delle città coloniali più rilevanti del paese. Lo
Stato ha tre sotto-regioni: il montuoso Nord-Est, l’altipiano lacustre centrale e il caldo
Sud-Ovest. La prima si distingue per l’intensa attività mineraria e l’industria del legna-
me; la seconda per l’agricoltura, l’allevamento e il turismo, specie in prossimità dei
laghi di Pátzcuaro e Zirahuén; la terza per l’intenso sviluppo agricolo, ma anche per
la siderurgia, forita soprattutto nei dintorni del porto di Lázaro Cárdenas-Las Tru-
chas. Negli ultimi anni, al pari di quanto accaduto in alcune parti del Nord-Est e del
Nord-Ovest, il narcotraffco ha installato qui alcune delle sue attività più importanti.
Il Centro-Nord è formato dagli Stati di Zacatecas, Aguascalientes, San Luis Po-
tosí, Guanajuato e Querétaro. I primi due si distinsero per l’industria mineraria,
sebbene il secondo divenne anche un rilevante mercato agricolo. Insieme a quelle
di Aguascalientes, le vaste pianure degli Stati di Guanajuato e Querétaro compon-
gono il cosiddetto Bajío messicano, a lungo granaio del paese. Le città di Zacate-
cas, Guanajuato e Querétaro sono note per la loro splendida architettura coloniale:
furono tutte ricchi mercati minerari, al pari di San Luis Potosí. Anche agricoltura e
allevamento hanno contribuito alla loro prosperità e continuano a farlo oggi. Inol-
tre, San Luis e Querétaro sono situati nel centro commerciale nevralgico del paese
e sono stati importanti centri culturali, al pari di Guanajuato. La conservatrice capi-
tale di quest’ultimo, León, si è distinta per l’industria calzaturiera, che ne ha deter-
minato il rapido sviluppo dai primi anni Duemila.

5. Il Centro-Sud è senza dubbio la regione più popolosa del paese. È costitui-


ta dagli Stati di México e Morelos, oltre che da Città del Messico. In quanto capita-
le degli Stati Uniti Messicani, dunque centro politico ed economico della nazione,
è la città più ricca e popolosa. I suoi oltre 20 milioni di abitanti, condivisi con
molti municipi dello Stato di México, popolano l’area metropolitana.
Nel XIX e XX secolo a Città del Messico si concentrò il grosso dell’attività in-
dustriale e commerciale del paese. Oggi la Valle de México ospita una città con
molteplici problemi, tra cui il sovrappopolamento, l’inquinamento e l’eccessiva
concentrazione di servizi. Ciononostante, la megalopoli resta il centro nevralgico
della nazione: vi si concentrano le principali università, i poli commerciali più im-
portanti e le sedi del potere federale.
México e Morelos hanno anche le loro capitali statali, rispettivamente Toluca
e Cuernavaca. La prima è un importante centro industriale, la seconda è nota come
la città della «primavera eterna». Infatti, mentre Toluca e in generale lo Stato di
México presentano un clima temperato e a volte freddo, Morelos è più caldo e
gradevole per la maggior parte dell’anno. Cuernavaca, Cuautla e altri piccoli centri
dello Stato si sono trasformate in zone di svago e turismo, specie per gli abitanti di
Città del Messico. Anche qui si registra comunque uno sviluppo agricolo e indu-
striale di una certa rilevanza: mentre infatti Morelos guarda a sud, grazie alla sua
frontiera con lo Stato di Guerrero e alla vicinanza al porto di Acapulco, México
circonda la capitale federale e ciò lo ha reso uno degli Stati più prosperi del paese. 69
70
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IL MONDO IN UN PAESE

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LE OTTO MACROREGIONI DEL MESSICO CITTÀ DEL MESSICO


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Nord-Ovest Est COLIMA MICHOACÁN CAMPECHE
Centro-Sud TABASCO
Nord-Est G UE RRE RO MESSICO
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Ovest Sud-Ovest
CHIAPAS
OAXACA
Centro-Nord Sud-Est
G U AT E M A L A HONDURAS

MESSICO/MESSICI ©Limes
LA POTENZA DEL MESSICO

Città del Messico ha una relazione complessa con il resto delle entità federali
messicane. Dagli ultimi decenni del Novecento il potere federale si è posto come
obiettivo lo sviluppo del Nord, specie di Sonora, Bassa California, Nuevo León e
Tamaulipas: non solo per la stretta relazione di questi Stati con i confnanti Usa, ma
anche perché i poteri economici locali hanno attivamente cercato di ricostruire le
loro alleanze con il centro della repubblica.
La Bassa California fu il primo Stato ad essere governato dall’opposizione sul
fnire degli anni Ottanta. Al tempo gli impresari locali e di Sonora tentarono di
mantenere la loro indipendenza avversando o appoggiando molte misure gover-
native di stampo neoliberista. Sebbene i primi governi federali del XX secolo, gui-
dati dai conservatori del Partito d’azione nazionale (opposti al Partito rivoluziona-
rio istituzionale, al potere per settant’anni) si rafforzarono nel Centro e nel Sud, è
indubbio che la loro principale forza politica risiedesse nel Nord. In buona parte
dell’Ovest e del Centro-Sud, negli anni Ottanta e Novanta crebbe anche l’opposi-
zione di sinistra, la cui forza politica ed economica non è tuttavia andata molto
oltre l’ambito regionale.
Anche se buona parte della forza economica e politica del paese si è concen-
trata a Nord, in città come Monterrey, Chihuahua, Hermosillo, Ciudad Juárez, Me-
xicali e Tijuana, Città del Messico resta il centro delle principali politiche nazionali.
Sebbene infatti gli ultimi anni abbiano visto una marcata tendenza al decentramen-
to, il centralismo ha continuato a imporsi con relativa forza: non solo in termini di
controllo politico, ma anche e conseguentemente di uso del bilancio federale.
Città del Messico è pertanto il luogo in cui vengono prese le decisioni più ri-
levanti per il paese, anche se va detto che le altre città e capitali statali lottano per
acquisire una rilevanza politica e amministrativa commisurata al loro peso econo-
mico. Tra queste si distinguono Tijuana, Mexicali, Ciudad Juárez, Monterrey, Gua-
dalajara, Puebla, León, Veracruz, Villahermosa, Tuxtla Gutiérrez, Mérida e Cancún.
La storia centralista del Messico ha fatto sì che la capitale federale fosse il polo
principale del paese in pressoché tutti gli ambiti di rilievo nazionale, sicché Città
del Messico resta il centro politico, economico, sociale e culturale del paese.
L’Est è composto dagli Stati di Tlaxcala, Hidalgo, Puebla e Veracruz. Come
prima accennato, alcune regioni settentrionali degli ultimi tre fanno parte della re-
gione Huasteca. Tlaxcala è un piccolo Stato con un’importante produzione di mais,
orzo, fagioli, zucca e pomodoro, anche nelle sue aree più montuose e secche.
Hidalgo è invece un centro minerario, specie nei dintorni della capitale Pachuca,
circondata da un territorio semidesertico abitato dalle etnie otomí-ñahñu. Il Nord
dello Stato sbocca gradualmente nell’ecosistema semitropicale di Huasteca e con-
divide con Veracruz la frontiera con lo Stato di San Luis Potosí. Veracruz è lo Stato
con il tratto di costa più lungo sul Golfo del Messico, il quale si estende da Tamau-
lipas allo Stato di Tabasco. L’omonimo porto (Veracruz) è il più importante del
paese, mentre la capitale è Xalapa, una vivace città universitaria e commerciale.
Oltre al porto, Veracruz concentra una certa attività industriale e turistica. Negli
ultimi anni il porto di Coatzacoalcos ha preso ha rivaleggiare con Veracruz grazie 71
IL MONDO IN UN PAESE

alla sua funzione di punto d’accesso al Golfo del Messico, che attraverso l’Istmo di
Tehuantepec è collegato al Pacifco mediante il porto di Salina Cruz (Oaxaca).
Allevamento e agricoltura sono le principali attività dell’interno di Veracruz,
sebbene alcune città come Orizaba e Córdoba abbiano sviluppato anche alcuni
complessi industriali. Queste città sono strettamente connesse allo Stato di Puebla,
la cui capitale, Puebla de los Ángeles, è stata a lungo uno dei centri più importan-
ti dell’interno. Oggi è un polo commerciale, industriale e dei servizi che domina
buona parte dell’Est messicano. Nota per il suo fervente cattolicesimo, Puebla è
circondata da una cintura urbana che evidenzia il contrasto tra modernità e penu-
ria. Alti grattacieli svettano nella parte orientale della città, tanto da meritarle il
nome di Angelopoli, mentre a nord e a ovest si concentrano i quartieri operai e le
baraccopoli. Lo Stato presenta altre regioni interessanti, dalla zona tropicale alla
catena montuosa che comprende alcuni dei picchi più alti del paese, come Oriza-
ba, il Popocatépetl e la Malinche. Allevamento e agricoltura prosperano.

6. Il Sud-Ovest è composto da tre Stati: Guerrero, Oaxaca e Chiapas. Si tratta


delle tre entità statali con la popolazione indigena più numerosa, composta da
nahua, mixtechi, zapotechi, mixe, chinantechi, mazatechi, chontal, tzotzil, tzeltal,
lacandòn e maya, tra gli altri. Guerrero ha due città rilevanti, Iguala e Chilpancigo
(la capitale); tuttavia, il suo porto e centro principale è Acapulco. Conosciuta so-
prattutto come meta turistica, questa città dall’origine precoloniale e dalla forte
impronta spagnola ha conosciuto un intenso sviluppo nella seconda metà del No-
vecento. Oggi la conurbazione si estende sia sull’omonima baia sia sulle coste a
nord e a sud, le cosiddette Costa grande e Costa piccola.
Quest’ultima è adiacente allo Stato di Oaxaca, che ha il maggior numero di
municipi del paese. Lo Stato è attraversato da due grandi cordigliere: la Sierra Ma-
dre del Sud e la Sierra di Juárez. Nella valle formata tra le due catene si trova la
capitale Oaxaca, perla coloniale e vibrante centro politico, economico e commer-
ciale di circa 500 mila abitanti. La seconda città è Tuxtepec, posta sul lato orientale
della Sierra di Juárez, quasi al confne con lo Stato di Veracruz. Legname, agricol-
tura e allevamento fanno di questa regione una delle più ricche dello Stato. Verso
Sud-Est si incontra un altro centro importante, Juchitán, fulcro della cultura zapo-
teca e polo commerciale dell’Istmo di Tehuantepec, che mediante ferrovia e auto-
strada unisce il Golfo del Messico all’Oceano Pacifco. Negli ultimi anni questa
zona si è trasformata in un’importante fonte di energia elettrica grazie ai venti che
danno il nome alla costa: La Ventosa.
L’estremo Sud di questa regione è occupato dallo Stato del Chiapas, probabil-
mente l’area più piovosa del Messico. Malgrado la lunga costa, non vi sono porti
di rilievo; la capitale Tuxtla Gutiérrez è un polo commerciale e agricolo, con un
principio di industria. Negli ultimi anni la città è cresciuta con particolare intensità,
arrivando a contare circa 750 mila abitanti. Le montagne del Chiapas ospitano la
bella città coloniale di San Cristóbal Las Casas, adagiata in un’area boschiva che
72 confna con la Selva Lacandona e con i Monti Blu. Nei primi anni Novanta questa
LA POTENZA DEL MESSICO

regione, abitata da importanti gruppi indigeni, fu protagonista della ribellione ne-


ozapatista guidata dal subcomandante Marcos, che fece notizia e conferì alla zona
una rilevanza internazionale.
Da ultimo, il Sud-Est è composto da quattro Stati: Tabasco, Campeche, Yu-
catán e Quintana Roo. Questa porzione del paese ha registrato la crescita maggio-
re negli ultimi anni, in buona parte grazie alla città economicamente più dinamica
di tutto il Messico: Cancún. Posta nello Stato di Quintana Roo, la cui costa ha co-
nosciuto uno sfruttamento turistico senza precedenti, Cancún fa parte di una zona
alberghiera estesa su oltre 100 chilometri di spiagge bagnate dalle acque turchesi
del Mar dei Caraibi. La capitale dello Stato è però Chetumal, che oggi ha una buo-
na università e uno dei migliori musei di cultura maya di tutto il paese.
È tuttavia lo Stato di Yucatán a dare il nome alla penisola e la sua capitale,
Mérida, è la città più rilevante: con poco meno di 1 milione di abitanti, è il fulcro
commerciale e industriale della regione. Se oggi l’area è conosciuta nel mondo
soprattutto per i siti maya come Chichen Itzá, Uxmal, Calakmul e Comalcalco, in
passato lo è stata anche per le coltivazioni estensive di agave, la cui fbra era uti-
lizzata in ambito navale prima dell’avvento dei sintetici. Oggi l’agave si usa princi-
palmente nell’artigianato, mentre sono soprattutto il commercio, il turismo, la col-
tivazione della soia e la produzione di miele, oltre ad alcune piccole industrie e ai
servizi, pilastri dell’economia locale.
Posto alla base della penisola, lo Stato di Tabasco è caratterizzato dalla gran
quantità di laghi. Abbonda l’allevamento e la capitale, Villahermosa, è cresciuta
costantemente negli ultimi anni, grazie soprattutto all’industria petrolifera che ha
consentito lo sviluppo della fascia che va dal Sud di Veracruz alla cosiddetta Sonda
de Campeche, abbracciando buona parte dello Stato di Tabasco. Questo territorio
è altresì adiacente allo Stato di Campeche, la cui capitale omonima presenta una
delle ultime cinte murarie del paese. Con un’architettura e un’urbanistica da porto
coloniale caraibico, Campeche è oggi un importante centro turistico, sebbene nei
famosi «mesi della canicola» il suo clima divenga all’improvviso troppo caldo. La
pesca, la coltivazione di mais e soia, ma soprattutto l’attività turistica e commercia-
le fanno di Campeche un piccolo fulcro di sviluppo regionale. La frontiera del
Chiapas con il Guatemala è segnata dai fumi Suchiate e Usumacinta, mentre quel-
la tra Quintana Roo e Belize dal fume Hondo.
Insieme ai territori settentrionali della federazione, il Sud-Est esibisce una ric-
chezza biologica e culturale tra le maggiori del pianeta. Oltre ai mari interni, che si
sviluppano su 2,7 milioni di chilometri quadrati, il territorio messicano ha una va-
rietà geografca e umana che comprende la maggior parte delle varianti oggi pre-
senti sul globo. Non a caso, i professori di geografa e storia delle scuole primarie
e secondarie messicane iniziavano i loro corsi dicendo con orgoglio patriottico che
in Messico si concentrano tutti i climi, le popolazioni e i tipi di territorio esistenti al
mondo. Era senz’altro un’esagerazione, ma non troppo lontana dalla realtà.

(traduzione di Fabrizio Maronta) 73


LA POTENZA DEL MESSICO

CITTÀ DEL MESSICO


LA CINA LIBERA di David Lida
Immensa, caotica, imprevedibile, la capitale messicana sarà
l’avanguardia del nostro secolo. Tra crescita incontrollata,
congestione e siccità, i suoi abitanti sapranno superare le difficoltà
e imporsi al mondo. Come cinesi liberi.

N EL CUORE DI CITTÀ DEL MESSICO VI È


il Barrio de Tepito, labirinto apparentemente infnito di vie in cui si vende di tutto:
vestiti, dispositivi elettronici, cd, dvd; oggetti contrabbandati, piratati e, in alcuni casi,
perfno legali. All’interno di patio nascosti, che un tempo erano residenziali, ora si
trovano magazzini che nascondono scorte di merce varia, di droghe e di pistole. Nel
percorrere questo dedalo di strade si ha la sensazione di trovarsi in un luogo impos-
sibile da conoscere nella sua interezza, se non in anni di assidua frequentazione.
Per chiunque voglia comprendere Tepito, anche solo superfcialmente, è ob-
bligatorio conoscere Alfonso Hernández che da oltre trent’anni è direttore del lo-
cale Centro Studi. Numerosissimi studenti bussano alla porta di Hernández per
scoprire, come egli stesso suggerisce, «se è vero che Città del Messico è ancora la
Tepito del pianeta e se Tepito è la sintesi di Città del Messico».
Hernández, barbuto e uso di mondo, è il tipo di uomo che indossa la cravatta
anche nella bettola in cui da oltre quarant’anni un suo amico serve ai clienti tacos
di trippa. Proprio lì, anni fa, gli chiesi di defnire la sua città. Mi rispose senza ne-
anche pensare: «Es China libre». Tradotto letteralmente: «È la Cina libera». Il riferi-
mento primario è a uno dei passaggi più vergognosi nella storia messicana, quan-
do all’inizio del XX secolo Porfrio Díaz accolse migliaia di immigrati cinesi con
l’intento di costruire la ferrovia nel Nord del paese. Ma durante la rivoluzione degli
anni Dieci, in pieno raptus razzista, molti di questi furono uccisi o incarcerati. E
quei pochi che uscirono vivi di galera furono chiamati chinos libres, cinesi liberi.
Da allora l’espressione Soy chino libre – sono un cinese libero – è usata per
indicare l’indipendenza degli abitanti di Città del Messico, la loro libertà di scelta.
Per esempio, quando qualcuno chiede a un amico se, a dispetto di impegni fami-
liari o matrimoniali, abbia il diritto di andarsene in una cantina o in un bordello,
questi puntualmente risponde: «Soy chino libre». 75
CITTÀ DEL MESSICO, LA CINA LIBERA

Eppure non comprendevo perché Hernández applicasse il concetto di China


libre a Tepito e a Città del Messico. Quando gli chiesi lumi, respirò profondamen-
te e mi fssò come un maestro guarda uno studente poco capace che non sa co-
gliere una nozione tanto semplice.
La gran parte degli urbanisti e dei futuristi ha elaborato due profezie in meri-
to al XXI secolo, vaticinando che questo sarà il secolo dei mercati emergenti e
delle megalopoli. Oggi più della metà della popolazione terrestre vive in città e
un’enorme porzione di questa è concentrata in pochissimi agglomerati. Molti fu-
turisti concepiscono il mondo come una rete di città complementari e parallele:
Parigi, Londra, New York, Mosca; Città del Messico, San Paolo, Buenos Aires;
Delhi, Mumbai, Karachi; Pechino, Seoul, T§ky§. Ma mentre le città europee o
statunitensi cominciano a ossidarsi, quelle del mondo in via di sviluppo ci appa-
iono come la vera incarnazione del futuro.
In tale ambito, Città del Messico è destinata a essere l’avanguardia del nostro
secolo. Culturalmente, economicamente, politicamente può essere già considera-
ta la capitale del mondo ispanofono. Nonché uno dei più infuenti centri dell’A-
merica Latina, assieme a San Paolo, Los Angeles e Miami (indipendentemente
dalla loro collocazione geografca). Con il Nordamerica che diventa ogni anno
sempre più latino – l’ultimo censimento federale ha stabilito che nel 2020 la po-
polazione ispanica della superpotenza raggiungerà i 60 milioni, circa il 18% del
totale – ormai anche per gli statunitensi è necessario comprendere come funziona
Città del Messico.
Ma quale sarà il futuro della megalopoli messicana? Spesso sembra che le
previsioni in merito siano state elaborate da Philip K. Dick dopo aver inghiottito
una scatola di anfetamine. Esiste un prevalente scenario apocalittico per cui Città
del Messico si trasfomerà in un mostro senza nome.
Secondo tale teoria, entro il 2050 la conurbazione si espanderà 40 miglia verso
ovest fno ad annettere la città di Toluca, 60 miglia verso sud per ingoiare Cuerna-
vaca e altre 60 verso nord per impossessarsi della città di Pachuca, tramutandosi in
un’entità immensa di circa 45 milioni di abitanti. Allora soltanto i treni dei pendo-
lari consentiranno ai residenti di raggiungere il posto di lavoro.
Esiste poi uno scenario disneyano, elaborato da alcuni architetti di grido che
predicano nel deserto, per cui Città del Messico sarà interamente ripensata attra-
verso un’intelligente pianifcazione urbana. Anziché realizzare un’espansione
continua e orizzontale, le delegazioni in cui è divisa aumenteranno verticalmente
la loro estensione, costruendo palazzi di dieci, venti, trenta piani ai bordi di cru-
ciali arterie come Insurgentes o Paseo de la Reforma, o al margine di parchi pub-
blici e piazze.
In realtà i due scenari non si elidono a vicenda. Anzi, si stanno avverando
entrambi. Il più alto grattacielo della città è stato realizzato soltanto pochi anni fa
all’angolo tra Paseo de la Reforma e il Periférico (un’autostrada interna). In una
torre costruita all’angolo tra Reforma e Insurgentes sono stati venduti appartamen-
76 ti all’inedito prezzo di 4 mila dollari al metro quadro. Dall’inizio degli anni Due-
LA POTENZA DEL MESSICO

mila continuano a spuntare palazzi di lusso di cinque e dieci piani in molti quar-
tieri centrali, che costano fno a 400 mila dollari. È dunque evidente che lo svilup-
po verticale dipenderà dalla quantità di persone abbienti che potranno permetter-
selo. Il centro città sarà sempre meno accessibile ai poveri, che continueranno a
popolare le gigantesche periferie nelle uniche unità abitative che potranno acqui-
stare: case in mattoncini da uno, due piani.
Già nel breve periodo le vulnerabilità strategiche di Città del Messico paiono
palesi. Anzitutto l’assenza di misure tangibili per migliorare il trasporto pubblico.
Di frequente si annunciano progetti per la realizzazione di nuove linee della me-
tropolitana. Nel 2012 è entrata in funzione la línea del Bicentenario (Mixcoac-
Tláhuac), ma è stata costruita così male che è pressoché inutilizzabile e l’attuale
sindaco, Miguel Ángel Mancera, ha atteso quattro anni prima di autorizzare le ri-
parazioni necessarie.
Progetti di riforma dell’ineffciente e inquinante sistema dei peseros (i minibus
che attraversano la megalopoli, n.d.t.) sono stati annunciati ma mai completati. Le
cinque linee del Metrobús, il sistema locale di trasporto veloce, sono effcienti ma
non bastano a coprire l’intera città. In realtà negli ultimi anni è stata soprattutto
ampliata l’autostrada del Periférico, una scelta di cui benefciano soltanto coloro
che viaggiano privatamente e su gomma, come dimostrato dalla facilità con cui le
banche fanno credito agli acquirenti di automobili.
Anche l’assenza di acqua è spesso indicata tra le principali minacce al futuro
della città. Il 70% dell’acqua utilizzata a Città del Messico è estratto dal sottosuolo
attraverso 3.500 pozzi, al doppio della velocità che serve affnché si riempiano
nuovamente. Eppure ogni anno piove tutti i giorni per cinque o sei mesi di segui-
to. Ma invece di riclare l’acqua piovana, questa ristagna nelle fogne oppure allaga
le strade, specie nei quartieri più poveri. Qui sono ormai decenni che le fogne non
vengono ripulite e ogni anno i giornali locali si riempiono di foto che ritraggono
persone sommerse fno all’ombelico mentre se ne stanno sedute sul loro divano di
casa. Esondazioni e nubifragi, sulla scia di quanto accaduto a New Orleans con
l’uragano Katrina, sono state ampiamente previste anche per Città del Messico.
Infne, le minime elargizioni garantite a poveri e anziani costituiscono un
palliativo politico che avrebbe il teorico obiettivo di ridurre la disuguaglianza. Il
settore privato non ha ancora stabilito programmi concreti con cui premiare gli
studenti più capaci e gran parte dei posti di lavoro viene assegnata tramite cono-
scenze e raccomandazioni.
Tuttavia si registrano anche molti segnali positivi. Nel 2006 il Distretto Federa-
le ha creato l’Istituto per la scienza e la tecnologia, che da allora ha ricevuto ogni
anno fondi per oltre 60 milioni di dollari. Nel gennaio del 2008 l’allora sindaco
Marcelo Ebrard ha attuato un programma di ciclonoleggio che oggi, sebbene ri-
guardi soltanto alcuni quartieri della città, può vantare 444 stazioni, 6 mila biciclet-
te e un’utenza di oltre 100 mila cittadini. Inoltre, nonostante la grande difformità di
redditi, i benefci della crescita economica stanno raggiungendo anche i ceti più
umili della popolazione. Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, anche coloro 77
CITTÀ DEL MESSICO, LA CINA LIBERA

che prima faticavano a sopravvivere fnalmente riescono a ottenere il credito ne-


cessario per comprarsi una casa o un’auto.
Il destino di Città del Messico, oggi più di ieri, è inesorabilmente legato a quel-
lo dell’economia globale. Se la salute dei mercati internazionali continuerà a peg-
giorare, le banche messicane continueranno a rilevare case e appartamenti per i
quali i legittimi proprietari non riescono a pagare il mutuo.
Ma quando si tratta di Città del Messico gli scenari catastofci vanno presi con
molto scetticismo. Qui l’apocalisse è stata prevista fn dalla notte dei tempi e gli
abitanti sanno conviverci perfettamente. Un amico messicano mi ha fatto notare
che se fossi stato un giornalista spagnolo al seguito dei primi conquistadores pro-
babilmente già allora avrei dato la megalopoli per spacciata. «Quale idiota costrui-
sce una città in mezzo a un lago (Tenochtitlan), esponendola a frequenti inonda-
zioni, senza spazio per espandersi e senza alcuna speranza di sviluppo?».
In effetti, nonostante evidenti benefci nel vivere qui, nel corso dei secoli a
Città del Messico gli ostacoli sono sempre parsi insormontabili. Durante il periodo
coloniale circa il 90% degli indigeni fu sterminato, soprattutto a causa di malattie
importate come morbillo, varicella, pidocchi, tifo e infuenza. Tra la metà del XVII
e l’inizio del XVIII secolo Città del Messico subì almeno cinque catastrofche inon-
dazioni (tra cui quella del 1629, quando la città fu sommersa da due metri d’acqua,
per riemergere soltanto cinque anni dopo).
Le cronache che vanno dal XVIII al XX secolo citano puntualmente l’alto
tasso di criminalità, le malattie provocate dalle inondazioni e dalle cattive condi-
zioni igieniche, e la cronica disuguaglianza quali principali problemi che hanno
affitto la popolazione.
Eppure Città del Messico è ancora qui. A dispetto delle sue diffcoltà, con-
tinuerà a crescere, sarà infuente, nonché guidata dalla stessa ingenuità e im-
provvisazione. Ciò che conferisce dinamismo alla città è la resistenza, la schiet-
tezza e la capacità di reinventarsi dei suoi abitanti. C’è una scintilla di ruvida
intelligenza e di spirito imprenditoriale, sebbene primordiale, all’angolo di ogni
strada. Sarebbe meraviglioso se vi fosse un’improvvisa presa di coscienza e di
volontà nella politica e nell’industria, per risolvere o almeno alleviare i proble-
mi più drammatici. Purtroppo non si registrano segnali concreti su quel fronte,
almeno per il momento, e i chilangos1 continueranno a fare da soli, un giorno
alla volta.
Quando ho chiesto nuovamente ad Alfonso Hernández che signifcasse la de-
fnizione di Cina libera, fnalmente mi ha risposto senza esitazioni: «Tutto passa da
qui». Dai vestiti di seconda mano trasformati in abiti di marca con la perizia degli
artigiani e degli scanner, dai fnti Rolex assemblati in botteghe poste su barche gal-
leggianti in acque internazionali fno alla correlazione tra l’andamento dell’econo-
mia e la crescita degli scambi informali. «Qui troverai i novelli Marco Polo, impegna-
ti a creare le nuove rotte del commercio e dell’industria», ha aggiunto.

78 1. Uno dei soprannomi con cui si indicano gli abitanti della città. Si veda l’appendice all’articolo.
LA POTENZA DEL MESSICO

«Non esistono standard che regolano questo settore dell’economia, non esisto-
no norme per questo metodo di lavoro. I chilangos sono ingegnosi. Sanno bene
come imporre le loro invenzioni. Tepito è l’epicentro di una città caotica. E noi ci
siamo immersi. Non sappiamo nemmeno dove si sia generato questo caos. È il
disordine assoluto, una completa bolgia. Ma sai una cosa? Noi siamo così. Di certo
non siamo formali».
Ho avuto questa conversazione con Hernández più di dieci anni fa e se ripen-
so alle sue parole mi convinco che è proprio così. A Città del Messico siamo venti
milioni di cinesi liberi, con le nostre regole, incontro al futuro.*

Il gergo di Città del Messico


Città del Messico può essere chiamata in molti modi: la Ciudad de México, el
Distrito Federal (il distretto federale), el D.F. o semplicemente México (il Messico).
Quando gli urbanisti parlano di Città del Messico si riferiscono all’intero agglome-
rato urbano. e hanno ragione, perché la capitale è un’immensa massa orizzontale,
dove dei discreti cartelli autostradali ci avvertono del confne tra città e Stato. La
parte centrale è chiamata el Distrito Federal soltanto dai burocrati, come soltanto i
loro colleghi statunitensi chiamano Washington «District of Columbia».
D.F., come D.C., è molto più usato.
Nel 2016 una riforma presidenziale ha nuovamente tramutato il Distretto Fede-
rale in Città del Messico, così da confondere ulteriormente le cose, al punto che
oggi non è più chiaro se quando la gente parla di Città del Messico si riferisce a ciò
che una volta era el Distrito Federal o al gigantesco agglomerato urbano che com-
prende intere regioni dello Stato di Messico (Estado de México).
I messicani che vivono nel resto della nazione considerano i residenti nella
capitale assai arroganti. Un’offesa suffragata dal fatto che spesso gli abitanti di Città
del Messico chiamano la loro città semplicemente México, quasi nel paese non
esistesse altro. Qui perfno metropoli che hanno cinque o sei milioni di abitanti
sono derubricate a provincia.
Esistono almeno tre modi per indicare i residenti nella capitale. Chilango, di
solito sulla bocca di chi vive nella provincia, è un insulto che indica una persona
sgarbata, rumorosa, presuntuosa, prepotente. Ma negli ultimi anni il termine è sta-
to orgogliosamente adottato dagli stessi abitanti di Città del Messico, un po’ come
gli afroamericani negli anni Settanta adottarono l’espressione dispregiativa «nigger».

* L’autore ha riadattato in esclusiva per Limes l’ultimo capitolo del suo libro First Stop in the New World:
Mexico City, the Capital of the 21st Century, New York City 2009, Riverhead Books. 79
CITTÀ DEL MESSICO, LA CINA LIBERA

Defeño è invece l’espansione delle iniziali D.F. (Distrito Federal). Le persone


che sono nate a Città del Messico amano dirsi defeños e sostenere che i chilangos
sarebbero individui nati nella provincia e successivamente emigrati nella capitale
(in realtà sono gli unici a credere a questa teoria). Infne capitalino, ovvero il ter-
mine più corretto, specifco ed educato, non è usato quasi da nessuno.

(traduzione di Dario Fabbri)

80
LA POTENZA DEL MESSICO

PARLARE MESSICANO:
LE LINGUE INDIGENE
E LO STATO di Michael W. Swanton
Babele di 365 idiomi, fra i sette paesi al mondo linguisticamente
più affollati: in Messico le lingue indigene sono atolli nell’oceano
dello spagnolo. Il paternalismo dell’indigenismo nazionalista.
La battaglia per i diritti linguistici nei tribunali e sui media.

I L PASSATO INDIGENO DEL MESSICO HA SEMPRE


destato l’immaginazione di un po’ tutto il mondo. Ogni anno milioni di turisti
affollano musei e siti archeologici per poter apprezzare l’arte e l’architettura delle
società precolombiane. La maggior parte di questi siti si trovano nella parte me-
ridionale del paese, in un’area che nel mondo accademico è denominata «Meso-
américa», ossia il centro di una raffnata civiltà erettasi attorno a coltivazioni pecu-
liari come mais, pomodoro, avocado e peperoncino, commercio a lunga distanza
e un ciclo rituale di 260 giorni.
Oggi, molte delle popolazioni indigene del Messico, discendenti dirette del-
le società precolombiane, vivono stanzialmente proprio nell’area mesoamericana.
Spesso vittime di marginalizzazione economica e di pregiudizi, le comunità indi-
gene mesoamericane odierne mantengono l’agricoltura tradizionale basata sulla
coltivazione del mais e conservano una forma autoctona di organizzazione sociale
spesso basata su princìpi comunitari.
La relazione fra lo Stato messicano e tale eredità indigena mesoamericana è
contraddittoria. Da un lato, l’antico passato dei popoli indigeni è stato incorporato
nel nazionalismo messicano ed è fonte di orgoglio patriottico. L’iconografa e i
personaggi storici aztechi decorano i monumenti pubblici messicani, la moneta e
la bandiera nazionale. La stessa denominazione del paese deriva proprio dal dop-
pio nome in lingua nahuatl della capitale azteca, México-Tenochtitlan, che Hernán
Cortés e i suoi alleati conquistarono nel 1521. Dall’altro lato, le attuali popolazioni
indigene sono spesso considerate un problema o persino un ostacolo per lo Stato.
Soprattutto dopo la rivoluzione, le politiche e la retorica del governo hanno trat-
tato le popolazioni indigene come popoli primitivi in lenta assimilazione, creando
la necessità di progetti speciali per promuovere la loro integrazione in uno Stato
moderno. Solo recentemente la società messicana ha deciso di accettare il proprio 81
PARLARE MESSICANO: LE LINGUE INDIGENE E LO STATO

pluralismo culturale. Il bisogno di proteggere le tradizioni culturali di tali minoran-


ze ha acquisito una forza retorica prima sconosciuta.
In questo contesto, la poliglotta eredità indigena rappresenta una sfda prati-
ca per lo Stato monolingue messicano. Gli idiomi indigeni rappresentano una no-
tevole e incontestabile forma di continuità culturale che trova radici nelle società
precolombiane. Per questo motivo, essi sono ancora uno dei marcatori più forti,
se non quello più forte, dell’identità indigena in Messico. Ciononostante sono
anche un fenomeno sociale complesso, seppur caratteristico di una minoranza
della popolazione.

La diversità linguistica indigena in Messico


In varie comunità indigene si parlano lingue che discendono direttamente da
quelle parlate ancor prima dell’arrivo degli europei. Più di sette milioni di messi-
cani parlano ancora tali idiomi. Tuttavia, il concetto di «lingua indigena» è più che
altro politico e storico, piuttosto che linguistico. Alcune lingue fra loro confnanti
come il mixe (pronunciato «mihe») e il cinanteco non hanno in comune più di
quanto il turco e l’italiano. Mentre quasi tutte le lingue nazionali e regionali dei 28
Stati membri dell’Unione Europea appartengono a solo due famiglie linguistiche,
l’indoeuropea e l’uralica, quelle indigene parlate in Messico si possono raggruppa-
re in ben undici famiglie. È proprio grazie a questa eredità che il Messico rappre-
senta il paese latinoamericano con il maggior numero di idiomi parlati. È fra i sette
paesi al mondo con più lingue.
Nondimeno, in un paese con più di 120 milioni di persone in cui lo spagnolo
è parlato dal 99,3% della popolazione, la diversità linguistica, misurata come la pro-
babilità che due persone selezionate casualmente abbiano lingue materne diverse,
è molto bassa. Secondo una statistica recente, di 232 paesi e regioni autonome, il
Messico occupa la 186a posizione nell’ambito della diversità linguistica 1. Le comu-
nità in cui si parla una lingua indigena sono quindi un arcipelago fatto di piccole
isole nel mare dello spagnolo.
Il fenomeno è relativamente recente. È stato stimato che, al tempo dell’indi-
pendenza dalla Spagna, almeno il 60% della popolazione messicana parlasse una
lingua indigena. Oggi siamo al 6%. A partire dalla fne del XIX secolo, molte lin-
gue indigene, quali il chiapaneco, il tapachulteco, il cicomuselteco, il cuitlateco e
il pochuteco, si sono estinte. Inoltre, varie comunità in cui si parlava una qualche
lingua indigena sono adesso monolingue spagnole. Molti altri idiomi sono invece
sul punto di sparire: alcuni sono parlati da appena qualche centinaio di persone e
qualcun altro, come l’ixcateco, l’ayapaneco e l’oluteco, esiste solo nella memoria
di una decina di anziani. In molte comunità indigene messicane, infne, i bambini
non parlano assolutamente più la lingua ancestrale.

1. G.F. SimonS, C.D. Fennig (a cura di), Ethnologue: Languages of the World, 12a ed., Dallas 2017, SIL
82 International, www.ethnologue.com
LA POTENZA DEL MESSICO

La deriva delle lingue indigene è il risultato di una deliberata politica coincisa


con il consolidamento dello Stato nazionale e con un periodo di enorme crescita e
di urbanizzazione della popolazione. Le politiche e le azioni governative che hanno
favorito l’espansione linguistica dello spagnolo sono chiamate «castiglianizzazione»,
l’intervento di pianifcazione linguistica in Messico con più successo. La castiglianiz-
zazione avanzò più rapidamente nel sistema educativo pubblico rurale, soprattutto
dopo la rivoluzione messicana. Parallelamente, le campagne di vaccinazione del
governo e altri programmi sociali hanno ridotto la mortalità infantile e contribuito a
un’incredibile crescita della popolazione. Durante la rivoluzione, i messicani erano
meno di 20 milioni; in cent’anni sono sestuplicati. Ciò ha coinciso con un enorme
fusso di persone provenienti dalle aree rurali verso i centri urbani, un ambiente
ostico per trasmettere le lingue indigene. Come conseguenza di questi processi e
politiche, il numero di persone che parlavano una lingua indigena è sì aumentato,
ma in una proporzione minore rispetto alla popolazione in generale.

Movimenti politici e istituzioni statali


La politica del governo messicano dopo la rivoluzione è stata infuenzata so-
prattutto dal movimento intellettuale e politico conosciuto come indigenismo. I
suoi sostenitori, politici e accademici principalmente non indigeni, si sono inter-
rogati circa il destino delle popolazioni indigene nello Stato moderno (questione
spesso denominata come «il problema indigeno») e hanno studiato progetti per po-
terle integrare. Il problema è stato affrontato soprattutto da una prospettiva nazio-
nalistica. Il Messico è sempre stato all’avanguardia di questo movimento, che si è
poi propagato in vari altri paesi dell’America Latina. Sotto la guida degli indigenisti,
il Messico ha formato nuove istituzioni (come l’Instituto Nacional Indigenista, crea-
to nel 1948), programmi e politiche, che hanno inglobato la letteratura vernacolare
come un passo verso l’alfabetizzazione in spagnolo e in ultima istanza anche per
la creazione di un’istruzione bilingue.
Ciononostante, a partire dagli anni Settanta il movimento indigenista, prima
apparentemente così rivoluzionario, è diventato sempre più paternalistico. Gli at-
tivisti provenienti dalle comunità indigene, spesso maestri, hanno sempre più pre-
teso di avere voce nelle politiche che li riguardavano da vicino. Spesso fra queste
richieste fguravano i diritti in tema di lingue, specialmente l’istruzione bilingue e
«biculturale». Durante il decennio successivo sono emerse varie organizzazioni in-
digene e forum con il preciso scopo di farsi ascoltare. Questo nuovo movimento,
assai più partecipativo, ha ottenuto risultati importanti; ad esempio, nel 1990, il
Messico ha ratifcato la Convenzione Ilo 169, che all’articolo 28 esige istruzione e
protezione per le lingue indigene.
È stato solo il 1° gennaio del 1994, quando l’Ejército Zapatista de Liberación
Nacional (Ezln) uscì allo scoperto e si impadronì di vari villaggi nello Stato meri-
dionale del Chiapas, che le comunità indigene, trattate ormai come un problema
rurale, hanno fnalmente fatto breccia nella consapevolezza nazionale. Sebbene 83
PARLARE MESSICANO: LE LINGUE INDIGENE E LO STATO

la Dichiarazione della giungla di Lacandon da parte dell’Ezln non menzionasse


mai esplicitamente i diritti degli indigeni, le dichiarazioni e gli accordi successivi –
grazie anche alla composizione dei membri del gruppo stesso, cui partecipavano
indigeni maya quali tseltal, tsotsil, ch’ol e tojolab’al – sono riusciti a collocare il
tema del trattamento dei popoli indigeni fra le priorità nazionali. Una volta apparso
chiaro al governo messicano che una soluzione militare per la rivolta non sarebbe
stata possibile senza pagare enormi costi politici, il governo e l’Ezln hanno deciso
di frmare i cosiddetti accordi di San Andrés del 16 febbraio del 1996. In essi fgu-
ravano i diritti della lingua indigena nell’istruzione, nei mezzi di comunicazione
e nel sistema giuridico. Sebbene il governo non abbia attuato i patti, questi sono
comunque serviti come punto di riferimento per politiche e accordi futuri sui diritti
dei popoli indigeni in Messico.
Il nuovo governo nel 2000 ha reso possibili alcune trasformazioni, come la
riforma costituzionale dell’agosto 2001. Tale riforma ha apportato cambiamenti
importanti al secondo articolo del primo capitolo della costituzione politica degli
Stati Uniti Messicani, con lo scopo di riconoscere uffcialmente la composizione
pluriculturale della nazione e l’eredità indigena. La riforma include alcuni diritti
linguistici specifci, soprattutto quelli di chi parla una lingua indigena ad avere
un interprete durante i procedimenti legali. Nel maggio 2003, l’Instituto Nacional
Indigenista è stato trasformato nella Comisión Nacional para el Desarrollo de los
Pueblos Indígenas (Commissione nazionale per lo sviluppo dei popoli indigeni),
che si è fatta carico di adempiere al secondo articolo della costituzione.
Nel marzo dello stesso anno è passata la legge generale sui diritti lingui-
stici dei popoli indigeni. In realtà questo atto non era che la fotocopia di una
precedente legge promossa da un’associazione composta da scrittori in lingue
indigene, Escritores en Lenguas Indígenas A.C. La nuova legge conferisce diritti
importanti a chi parla una lingua indigena nel campo dell’istruzione, della giu-
stizia e della conservazione linguistica. Inoltre l’articolo 4 stabilisce che le lingue
indigene sono, assieme allo spagnolo, lingue nazionali del Messico; esse quindi
hanno tutte «la stessa validità nel territorio, posizione e contesto in cui si parlano».
In attuazione dell’atto è stato creato un apposito Instituto Nacional de Lenguas
Indígenas (Inali), all’epoca parte della segreteria della Pubblica Istruzione. La sua
prima mansione è stata quella di stilare un catalogo delle lingue indigene parlate
sul territorio nazionale. Come negli Stati Uniti, anche in Messico non esiste una
lingua uffciale, ma, diversamente dai primi, il secondo si è posto la domanda:
quante sono le lingue nazionali?
Un quesito più diffcile di quello che si potrebbe immaginare. Molte lingue
tradizionalmente riconosciute, come il mixteco, hanno varianti regionali così diffe-
renti da una comunità all’altra che i rispettivi parlanti non si capiscono fra di loro.
«Lingue» come il mixteco potrebbero piuttosto essere utilizzate come etichette per
identifcare gruppi di lingue strettamente affni. Tuttavia, gli attivisti e gli intellet-
tuali indigeni sono restii nel «suddividere» una determinata lingua tradizionalmente
84 riconosciuta. Come via di uscita quindi, l’Inali ha preso la diplomatica decisione
LA POTENZA DEL MESSICO

di non usare più il termine «lingua», sostituendola con «varianti linguistiche» per
caratterizzare varietà mutualmente intellegibili, per esempio il mixteco della co-
sta centrale, il mixteco dell’altopiano occidentale eccetera. L’istituto ha comunque
chiarito, in occasione della pubblicazione nel 2008 del catalogo, che le varianti lin-
guistiche dovrebbero essere trattate alla stregua di lingue vere e proprie in contesti
quali istruzione, giustizia, salute e altre funzioni pubbliche. Il catalogo ha identif-
cato 364 varianti di lingue indigene; il che signifca che, contando lo spagnolo, il
Messico vanta 365 lingue nazionali.

Le lingue indigene nei tribunali messicani


Sebbene tale nuovo contesto legale stabilito all’inizio del XXI secolo rappre-
senti un’evoluzione importante, esso in realtà non ha mai fornito con chiarezza
informazioni su come attuare i diritti indigeni e il pluralismo culturale. In assen-
za di leggi secondarie che creino norme applicabili da un punto di vista legale,
come anche di procedure per tale implementazione, vari avvocati e professionisti
del settore in grado di parlare lingue indigene si sono rivolti ai tribunali in cerca
di chiarimenti. Prima ancora del completamento del catalogo dell’Inali, le Corti
stavano già ricevendo diversi casi. Nel dicembre 2006, Amelia Castillo Galán, una
signora che parlava il cinanteco proveniente da San Lucas Ojitlán nello Stato di
Oaxaca, presentò un’obiezione scritta nella sua lingua madre per un crimine per
cui era andata in carcere. Castillo Galán riuscì a portare a termine con successo
il suo «juicio de amparo» (uno strumento legale a disposizione dell’ordinamento
giuridico messicano nato al fne di proteggere i diritti fondamentali in caso siano
stati violati) e fu liberata. Si è trattato della prima volta in cui una lingua indigena
è stata usata nell’implementazione di tale strumento legale.
Nell’ottobre 2006, nello stesso periodo in cui Castillo Galán fniva in carcere,
Marisela Rivas López e César Cruz Benítez, provenienti dalla comunità otomí (o
hñähñu) di San Ildefonso, non furono in grado di registrare all’anagrafe di Tepeji
de Río nello Stato di Hidalgo la loro fglia nata da poco. I genitori avevano dato
alla neonata un nome otomí: Doni Zänä, che signifca «fore di luna». Purtroppo,
però, a causa del sistema informatico presente all’anagrafe che non disponeva dei
segni diacritici necessari per scrivere correttamente il nome, i funzionari dissero ai
genitori che avrebbero dovuto cambiare il nome della bambina. Con il supporto
di un’organizzazione indigena del posto e del Consejo Nacional para Prevenir la
Descriminación, Rivas López e Cruz Benítez riuscirono a portare il proprio caso
fno alla Corte Suprema. Dopo quasi un anno e mezzo di battaglie legali, i genitori
vinsero la causa e riuscirono a registrare la bambina con il nome che avevano scel-
to per lei. Come conseguenza, lo Stato di Hidalgo decise di riformare l’articolo 394
della legge di famiglia del registro civile per poter così scrivere i nomi con lettere
e diacritici appartenenti alle lingue indigene. Tali leggi non esistono altrove nella
repubblica messicana e solo lo scorso aprile Jorge Martínez Jiménez, il padre di
una bimba proveniente dalla comunità mixe di Tamazulapam, ha dovuto adire la 85
86
POPOLI INDIGENI DEL MESSICO ARKANSAS AL
GE
OR
A R I Z O N A M AB
N E W M E X I C O IS AM
GI
A
BASSA S T A T I U N I T I SI
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GUARIJIOS AN FL O R I DA
PAPAGOS T E X A S A
PIMAS CHIHUAHUA
GUARIJIOS
TARAHUMARAS
BASSA TEPEHUANOS
CALIFORNIA
DEL SUD 1 SAN LUIS POTOSÍ 4 ESTADO DE MÉXICO
COAHUILA CHICHIMECA JONAZ MATLATZINCA
KIKÁPUES HUASTECOS MAZAHUAS
NAHUAS NAHUAS
PAMES TLAHUICAS
SINALOA DURANGO 2 GUANAJUATO 5 TLAXCALA
MAYOS HUICHOLES CHICHIMECA JONAZ NAHUAS
PARLARE MESSICANO: LE LINGUE INDIGENE E LO STATO

MEXICANEROS 3 QUERÉTARO 6 MORELOS


NAHUAS PAMES NAHUAS
TARAHUMARAS
TEPEHUANOS

TAMAULIPAS
NAHUAS
1
Golfo del Messico
Oceano NAYARIT SAN LUIS POTOSÍ
Pacifico CORAS
HUICHOLES YUCATÁN
MEXICANEROS GUANAJUATO
NAHUAS QUE. PUEBLOS MAYAS
JALISCO 2 3
TEPEHUANOS
HUICHOL
7 PUEBLA 8 OAXACA NAHUAS
MIXTECOS TACUATES VERACRUZ CAMPECHE QUINTANA ROO
NAHUAS TRIQUIS COLIMA MÉXICO JACALTECOS
5 TLX NAHUAS JACALTECOS
OTOMÍES ZAPOTECAS MICHOACÁN 4 POPOLUCAS KANJOBALES KANJOBALES
POPOLOCAS ZOQUES MAZAHUAS MOR. PUEBLA TEPEHUAS TABASCO MAM
TOTONACAS 6 CHONTALES MAM
NAHUAS NAHUAS 7 TOTONACAS MAYAS MAYAS
MIXE PURÉPECHAS NAHUAS
9 CHIAPAS AVUZGOS OTOMÍES GUERRERO Mar dei
AGUACATECOS CHATINOS AMUZGOS
CHOLES MIXTECOS OAXACA Caraibi
CHINANTECOS
BELIZE

JACALTECOS NAHUAS CHIAPAS


KANJOBALES CHOCHOS TLAPANECOS 8
LACANDONES MAM CHONTALES 9
MOCHOS CUICATECOS
TOJOLABALES HUAVES GUATEMALA
TZOTZILES IXCATECO Golfo di HONDURAS
ZOQUES MAZATECO Tehuantepec
LA POTENZA DEL MESSICO

via legale contro l’anagrafe di Oaxaca per difendere il diritto di dare alla fglia il
nome sceltole, ossia Po’, che in mixe vuol dire «luna».
Il caso legale più famoso in favore delle lingue indigene si è verifcato in
seguito alla legge federale sulle telecomunicazioni e sulla radiodiffusione, che è
stata pubblicata il 4 luglio 2014. L’articolo 230 ha stipulato che le stazioni radio
dovranno utilizzare «la lingua nazionale» (intesa erroneamente come il solo spa-
gnolo). Col sostegno di artisti, avvocati, e organizzazioni non governative, Mar-
donio Carballo, autore e giornalista della comunità nahuatl di Chicontepec nello
Stato di Veracruz, già noto a livello nazionale, ha portato il caso in tribunale. Il
20 gennaio 2016, la Corte suprema ha dichiarato l’articolo incostituzionale. Il te-
sto è stato modifcato il 1° giugno e ora afferma che «le stazioni radiofoniche del
concessionario possono utilizzare una delle lingue nazionali conformemente alle
disposizioni legislative vigenti».
In questo e in altri casi legali spicca l’assenza di agenzie governative come
l’Inali, il cui compito sarebbe proprio quello di far rispettare il nuovo articolo 2
della costituzione e difendere la legge generale sui diritti linguistici dei popoli
indigeni. In trincea non ci sono le istituzioni governative dedicate, bensì, come
sempre, gli indigeni stessi.
Nonostante tali vittorie legali, i diritti per le lingue indigene non sono ancora
garantiti. L’istruzione bilingue spesso non viene messa in pratica. Ciò è dovuto alla
mancanza di formazione adeguata o materiali adatti, ma ha inoltre a che fare molto
spesso con la desubicación lingüística, un eufemismo per descrivere l’errore di
assegnare maestri bilingui a regioni dove non si parla la loro stessa lingua indigena.
Inoltre, i giudici non padroneggiano quasi mai le lingue parlate nelle loro giurisdi-
zioni e incappano spesso in diffcoltà amministrative nell’identifcare e pagare gli
interpreti e traduttori. Secondo Cepiadet, un’associazione di avvocati tutti in grado
di parlare varie lingue indigene, nel 2012 il 91% dei prigionieri indigeni nello Stato
di Oaxaca non ha avuto accesso a un interprete o traduttore durante i processi che
hanno portato alle loro condanne.

Guardando avanti
Nonostante la grave deriva delle lingue indigene e la confittuale relazione con
lo Stato messicano – nient’altro che due facce della stessa medaglia – si riscontra-
no anche segni importanti di una certa vitalità. Esiste una nuova generazione di
giovani in grado di parlare varie lingue indigene e di sfdare le percezioni sociali,
nonché portare i loro idiomi in nuovi spazi sociali. Le lingue indigene messicane
sono sempre più presenti nei social media. Programmatori zapotechi e triqui han-
no creato interfacce nelle loro rispettive lingue per Mozilla Firefox e Android. Nella
musica, esistono gruppi come Hamac Caziim che cantano canzoni tradizionali in
lingua seri con ritmi hard rock. Anche il rap in lingua indigena sta diventando
sempre più popolare e nello Stato di Oaxaca gruppi come Badu Bazendu’ fanno
rap bilingui in zapoteco e spagnolo. A teatro si rappresentano opere in zapoteco, 87
PARLARE MESSICANO: LE LINGUE INDIGENE E LO STATO

tzotzil, mixteco e altre lingue. Autori e poeti in lingue indigene, come la poetessa
zapoteca Natalia Toledo, godono di fama nazionale e persino internazionale. Que-
sti autori partecipano a letture e presentazioni sia in Messico sia negli Stati Uniti fra
le comunità di emigrati. Questi giovani sono impegnati in prima linea per ridefnire
cosa signifca parlare come un messicano. E saranno loro a determinare il futuro
delle lingue indigene del paese.*

* Il titolo di questo articolo rievoca il titolo del libro assai approfondito di Jane e Kenneth Hill, Speaking
Mexicano: Dynamics of Syncretic Language in Central Mexico (Tucson 1986, University of Arizona
Press) sul contatto linguistico nahuatl-spagnolo fra le comunità in cui si parla nahuatl situate attorno il
vulcano La Malinche nel Messico centrale. Tuttavia, qui l’autore preferisce usare l’espressione «parlare
messicano» non tanto per descrivere il sincretismo linguistico, ma piuttosto per rivolgere l’attenzione
88 alla tensione in generale fra il nazionalismo messicano e le lingue indigene.
LA POTENZA DEL MESSICO

ANATOMIA
DI UNA (EX?) DITTATURA
PARTITICA di Rodrigo Salazar ElEna
Formazione clientelare dominante per 71 anni ininterrottamente,
negli ultimi due decenni il Pri ha comunque attraversato un
profondo processo di adattamento. Impossibile prevedere chi vincerà
le presidenziali del 2018, ma già questa è un’evoluzione positiva.

1. A METÀ DEL 2018 IL MESSICO ELEGGERÀ


il successore di Enrique Peña Nieto, esponente del Partito rivoluzionario istituzio-
nale (Pri) e presidente della Repubblica uscente – come tale impossibilitato dalla
costituzione a candidarsi per un secondo mandato consecutivo. Alcuni dei princi-
pali partiti di opposizione vagheggiano la necessità di presentare un candidato
comune per impedire la riedizione della dittatura partitica che ha caratterizzato la
politica messicana per gran parte del XX secolo.
Effettivamente, dal 1929 al 2000 il Pri ha guidato il governo ininterrottamente:
un modello di dominio autoritario che Giovanni Sartori 1 defnisce «sistema a parti-
to egemonico». Questi modelli si caratterizzano per l’esistenza di reali partiti d’op-
posizione che si presentano a regolari elezioni senza però alcuna aspettativa di
raggiungere il potere.
Il Pri affonda le radici nella rivoluzione iniziata nel 1910 e conclusa sette anni
più tardi, con la stesura di una costituzione che fra i propri articoli enunciava una
serie di diritti sociali come quelli sindacali e la redistribuzione delle terre. Nelle
ultime fasi della lotta armata, il potere era concentrato nelle mani di caudillos mi-
litari con infuenza regionale. Il presidente Plutarco Elías Calles creò il Partito na-
zionale rivoluzionario (Pnr) nel 1929, con l’obiettivo di unifcare tali formazioni e
porre fne alla violenza che accompagnava le dispute di potere.
Lo stesso Calles si convertì in una fgura dominante attraverso il controllo eser-
citato sul partito. Nell’arco di un breve periodo, designò informalmente due presi-
denti interini e due candidati presidenziali del Pnr. L’ultimo di questi, Lázaro Cár-
denas del Río (1934-1940), ruppe a sorpresa con Calles e diede impulso a un

1. G. Sartori, Parties and Party Systems: A Framework for Analysis, The European Consortium for Politi-
cal Research, 2016. 89
ANATOMIA DI UNA (EX?) DITTATURA PARTITICA

programma radicale di rafforzamento dei sindacati e di accelerazione della riforma


agraria. Lo zenit di queste politiche fu raggiunto con l’espropriazione dell’industria
petrolifera nel 1938 e la creazione della parastatale Petróleos Mexicanos (Pemex).
Cárdenas concepì la trasformazione del Pnr in partito di massa che inglobasse
le organizzazioni della classe lavoratrice, in modo che queste potessero difendere
più effcacemente le proprie conquiste sociali. Il partito fu rifondato nel 1938 e ri-
nominato Partito della rivoluzione messicana (Prm). Il suo tratto distintivo consiste-
va nell’incorporazione delle federazioni sindacali e dalle leghe contadine più in-
fuenti del paese. A questi segmenti si aggiunse, nel giro di poco tempo, quello
militare. Nei primi anni Quaranta fu la volta del settore «popolare», rappresentante
dei ceti medi e dei gruppi urbani semiorganizzati. Una struttura «territoriale», paral-
lela a quella settoriale, constava di compagini partitiche che riproducevano la divi-
sione politica del paese. Il partito acquisì la denominazione attuale nel 1946.

2. A partire da metà anni Cinquanta, il Pri si è consolidato come partito ege-


monico grazie alla centralizzazione dell’organizzazione delle elezioni nel governo
nazionale e all’assenza di meccanismi giuridici di convalida del processo elettorale.
Malgrado la defezione di personalità che vedevano frustrate le proprie aspirazioni
politiche, tra il 1940 e il 1952 i candidati del Pri ottennero almeno il 74% dei voti
– chiaro segnale che abbandonare il partito equivaleva a porre fne alla propria
carriera politica. Di conseguenza, dal 1952 si sarebbe osservata una ferrea discipli-
na di selezione dei candidati.
Alcune di tali rotture, nondimeno, rimodellarono la struttura del sistema parti-
tico messicano. Nel 1948 un gruppo di leader operai, emarginati in seguito a un
riassetto degli equilibri di potere interni, fondò il Partito popolare socialista (Pps),
di ispirazione marxista. Nel 1954 vide la luce il Partito autentico della rivoluzione
messicana (Parm), vagamente destroide, creato da un gruppo di generali che ave-
vano perduto infuenza nel Pri.
La costituzione di queste formazioni rispondeva alla strategia messa in campo
da leader di partito in declino, che tentavano di assicurarsi la sopravvivenza politi-
ca seguendo le regole del sistema. Pps e Parm poterono di fatto contare sull’aperto
sostegno del governo, contraccambiato da un atteggiamento pienamente coopera-
tivo. Non è un caso che nelle cinque elezioni celebratesi tra 1958 e 1982 le due
sigle appoggiarono il candidato del Pri alla presidenza. In questo periodo, l’unica
formazione a mantenere un’aperta opposizione fu il Partito di azione nazionale
(Pan), fondato nel 1939 come reazione ideologica alle politiche di Lázaro Cárde-
nas; un partito conservatore socialcristiano, con enfasi su democratizzazione e ri-
spetto dei diritti individuali. Al contrario di Pps e Parm – bollati come «parastatali»
o «satelliti» – il Pan presentò un candidato proprio alle elezioni tra 1946 e 1970,
nelle quali il Pri ottenne una media dell’82,5% delle preferenze.
Tale schema palesò i suoi limiti intrinseci alle presidenziali del 1976, quando
confitti interni impedirono al Pan di presentare una candidatura. Poiché i partiti
90 parastatali appoggiarono nuovamente l’uomo del Pri, José López Portillo, quest’ul-
LA POTENZA DEL MESSICO

timo fu l’unico candidato alla presidenza. Tali sviluppi, in aggiunta alla prolifera-
zione di gruppi armati di sinistra, indussero le forze di governo ad ampliare gli
spazi di opposizione. Una riforma del sistema elettorale coadiuvò la registrazio-
ne di diverse organizzazioni – tra le quali il Partito comunista – disponendo che
100 dei 300 seggi in palio alla Camera bassa venissero assegnati con metodo
proporzionale. La quota restante veniva attribuita a maggioranza semplice in
circoscrizioni uninominali, nelle quali il Pri trionfava in più del 95% dei casi.
Risultato: il numero di partiti rappresentati al Congresso passò dai quattro del
1976 ai sette del 1979.
Formalmente, dal 1917 il Messico è una repubblica presidenziale e federale,
sul modello degli Stati Uniti. La supremazia elettorale del Pri e il divieto di rielezio-
ne immediata delle cariche a elezione popolare, tuttavia, hanno di fatto impedito
una reale separazione dei poteri. Le Camere espressione del potere legislativo
erano difatti controllate dal Pri, cui apparteneva anche la totalità dei gobernadores,
titolari dei poteri esecutivi locali. A fronte del divieto di rielezione, la carriera di
questi politici era correlata al favore goduto presso la massima carica statale, date
le facoltà presidenziali di assegnazione degli incarichi governativi. Da ciò è deriva-
ta l’accettazione da parte di tutto il Pri dell’autorità assoluta del presidente.
Tale prerogativa includeva il diritto del capo dello Stato di designare il proprio
successore, che avrebbe ricevuto l’appoggio unanime del partito. Posto che riceve-
re la candidatura del Pri equivaleva a essere eletto presidente, la competizione
politica (che poteva essere feroce) acquisì i connotati di una lotta sotterranea tra
membri di gabinetto per il favore del presidente. Ogni aspirante era sostenuto nel-
la disputa da un gruppo informale basato su vincoli di lealtà personali conosciuto
come camarilla (cricca). All’epoca ogni camarilla svolgeva le funzioni politiche di
promozione e reclutamento, più delle stesse fazioni interne, come espressione
della concorrenza intrapartitica.

3. Se dalla metà degli anni Cinquanta il Pri si affermò come partito egemonico,
nello stesso periodo consolidò il proprio proflo ideologico. Lontane da una dottri-
na totalizzante e pervasiva, le anime del Pri condividevano alcuni postulati identi-
fcabili con l’etichetta «nazionalismo rivoluzionario» 2: un programma di sviluppo
economico guidato attivamente dallo Stato. Un nazionalismo, abbinato a un dirigi-
smo economico, che poneva l’unità nazionale e di partito al di sopra della lotta tra
classi e fazioni. Altri elementi portanti dell’ideologia del Pri erano l’anticlericalismo,
l’indipendenza dagli Stati Uniti e l’ancoraggio retorico ai diritti sociali sanciti dalla
costituzione del 1917.
Una sequenza di crisi economiche accrebbe tra la metà degli anni Settanta e
gli inizi del decennio successivo l’infuenza della camarilla dei «tecnocrati», for-
mata da giovani economisti concentrati nella segreteria di Bilancio e Programma-

2. R. Segovia, «El nacionalismo mexicano: Los programas políticos revolucionarios (1929-1964)», Foro
Internacional, vol. 8, n. 4 (32), 1968, pp. 349-359, goo.gl/t83Wgp 91
ANATOMIA DI UNA (EX?) DITTATURA PARTITICA

zione (Spp, da acronimo in spagnolo, incaricata della spesa pubblica) che in


molti casi avevano frequentato corsi post lauream nelle università statunitensi.
Quando nel 1981 esplose una crisi fscale e infazionistica, il titolare della Spp,
Miguel de la Madrid, convinse il presidente López Portillo che le competenze
tecniche della sua squadra lo rendevano la fgura più adatta a fronteggiare i pro-
blemi economici del paese.
Durante il mandato di de la Madrid (1982-88), la camarilla dei tecnocrati as-
sunse un ruolo vieppiù dominante tanto che, nel 1986, si riteneva molto probabile
che la candidatura presidenziale sarebbe ricaduta sul suo membro preminente,
Carlos Salinas de Gortari. I tecnocrati, propugnatori di un’ideologia neoliberista agli
antipodi del nazionalismo rivoluzionario, promuovevano un programma di libera-
lizzazioni e di riduzione del ruolo dello Stato nell’economia. La potenziale perpe-
tuazione di tale modello indusse alcuni membri del Pri a organizzarsi come Cor-
rente democratica (Cd), mettendo in discussione la politica economica del governo
ed esigendo la democratizzazione del processo di nomina dei candidati presiden-
ziali. Tra i suoi membri spiccava Cuauhtémoc Cárdenas, ex governatore dello Stato
di Michoacán e fglio di Lázaro Cárdenas.
L’attivismo della Cd non diede i risultati sperati: Carlos Salinas fu cooptato
secondo i meccanismi tradizionali nell’ottobre del 1987. I dissidenti reagirono se-
parandosi dal Pri, mentre Cárdenas ottenne la nomina a candidato presidenziale di
Parm, Pps e Partito socialista dei lavoratori – satellite di recente formazione rinomi-
nato Partito del fronte cardinista di ricostruzione nazionale. Ognuna di queste for-
mazioni rifuggiva il potere dei tecnocrati.
Stando ai risultati uffciali, Salinas trionfò alle elezioni del 1988 con il 50,4% dei
voti, mentre le preferenze per Cárdenas non superarono il 31,1%. Tuttavia, il con-
teggio dei voti fu evidentemente manipolato e secondo diversi osservatori il Pri in
realtà perse le elezioni.
Il governo di Salinas implementò una serie di riforme che includeva un tratta-
to di libero scambio con Stati Uniti e Canada, la privatizzazione di numerose im-
prese parastatali e delle terre demaniali, nonché la normalizzazione dei rapporti
con la Chiesa cattolica. Il programma, da taluni defnito modernizzatore, era in-
compatibile con il substrato dottrinario del Pri, al punto che lo stesso Salinas pro-
mosse l’adozione del «liberismo sociale» come nuova ideologia di partito. Nono-
stante questa impostazione non sia sopravvissuta al governo salinista, il successore
alla presidenza, Ernesto Zedillo (1994-2000), era un altro tecnocrate con ancor
minore affnità ai princìpi tradizionali del Pri.
Malgrado l’ondivago orientamento ideologico del Pri aprisse maggiori spazi
alla competizione elettorale, il nazionalismo rivoluzionario – ancora privo di una
dottrina consolidata – continuò a convogliare le preferenze di una parte della
popolazione. L’attrattività del nazionalismo rivoluzionario fu capitalizzata dalla
nuova compagine emersa da una scissione del Pri, il Partito della rivoluzione de-
mocratica (Prd).
92
LA POTENZA DEL MESSICO

4. Oltre al proflo ideologico, l’altra trasformazione precipua che investì il Pri


fu dovuta alla fne dell’egemonia elettorale, che ne determinò l’estromissione dalla
presidenza. Tra 1990 e 1996 vennero attuate quattro riforme del sistema elettorale,
con due obiettivi principali: mitigare la distorsione a favore del partito maggiorita-
rio, replicando la formula utilizzata per il Congresso; trasferire gradualmente a un
organo indipendente dal governo l’organizzazione delle elezioni, affdandone il
vaglio al potere giudiziario. Ogni ciclo di riforme rafforzava le opposizioni, garan-
tendo loro maggiore potere negoziale in vista del successivo round di negoziati.
L’uscita di scena del Pri è quindi spiegata dalla confuenza del processo di trasfor-
mazione istituzionale e della volontà congiunturale di cambiamento da parte della
maggioranza alle elezioni del 2000.
Secondo Beatriz Magaloni 3, l’elettorato ha tenuto conto delle crisi cicliche che
hanno caratterizzato gli ultimi quattro governi del Pri: un voto punitivo che si sareb-
be riorientato verso Vicente Fox (Pan) o Cuauhtémoc Cárdenas (Prd), candidato per
la terza volta. In precedenza questi ultimi avevano tentato, invano, di presentare una
candidatura comune. Fox ne uscì vincitore, grazie soprattutto alla disponibilità di
una parte dell’elettorato anti-Pri a favorire il candidato con maggiori possibilità.
Il Pri superò la sfda nel corso degli anni che vanno dalla sconftta nel 2000 al
ritorno al potere nel 2012; stando a Joy Langston 4, lo fece grazie al processo di
decentralizzazione portato avanti in favore dei governatori statali. Questi ultimi,
secondo l’autrice, si sono convertiti in leader di partito all’interno degli enti che
governano, grazie alla capacità di destinare parte delle risorse fscali alle attività
politico-elettorali. Tale fnestra fnanziaria ha permesso ai governatori di acquisire
il controllo delle candidature nei propri distretti territoriali. La classe dirigente na-
zionale è stata percepita dai governatori come rappresentante i loro interessi innan-
zi alla presidenza, controllata dal Pan.
Parallelamente, il Pri è stato costretto ad acquisire le abilità necessarie a dispu-
tare elezioni combattute, al pari di ogni altro partito. Ciò ha conferito maggiore ri-
levanza alla struttura territoriale a discapito di quella settoriale. Langston mostra
come la proporzione di candidati del Pri alla Camera bassa affliati ai tre settori sia
passata dal 53% nel 1982-85 al 25,2% nel 2006-9. La capacità dei sindacati di mobi-
litare il voto corporativo risulta dunque piuttosto limitata in contesti competitivi.
È manifestazione di questo processo di adattamento anche la fne dei tecno-
crati quali gruppo dominante del Pri e del potere esecutivo. Poiché ottenere la
candidatura del Pri non signifcava più raggiungere la presidenza, il processo di
nomina dei candidati si trasformò in modo da emarginare la camarilla tecnocratica
dai processi elettorali (nonostante i suoi membri mantenessero posizioni di rilievo
nelle aree di gestione fnanziaria). Nel 2000, Francisco Labastida ottenne la nomina
mediante elezioni interne, in cui sconfsse Roberto Madrazo. Dopo la sconftta,

3. B. Magaloni, Voting for Autocracy: Hegemonic Party Survival and Its Demise in Mexico, Cambridge UK
2006, Cambridge University Press, 2006.
4. J.K. langSton, Democratization and Authoritarian Party Survival: Mexico’s PRI, Oxford 2017, Oxford
University Press. 93
ANATOMIA DI UNA (EX?) DITTATURA PARTITICA

quest’ultimo raggiunse la presidenza del Pri facendosi portavoce del nazionalismo


rivoluzionario più tradizionale e in qualità di dirigente di partito preparò la propria
candidatura alla presidenza del Messico. La sua sconftta nel 2006 comprovò che
questo ramo del Pri era inidoneo alla competizione elettorale tanto quanto i tecno-
crati. Enrique Peña Nieto optò per un percorso differente. Da governatore dello
Stato del Messico, per anni promosse sui media un’immagine di gestore competen-
te. La strategia diede i suoi frutti: il risultato delle elezioni del 2012 fu fglio princi-
palmente della combinazione tra identifcazione partitica e percezioni della perso-
nalità dei candidati, stando all’analisi di James A. McCann 5.

5. Diffcilmente si può affermare che Peña Nieto sia stato un presidente con-
servatore. Dopo l’insediamento, ha avviato un programma di riforme che in buona
misura ha dato continuità alle politiche «modernizzatrici» di Salinas. Nondimeno,
non può neanche essere defnito un riformatore per quanto concerne la democra-
tizzazione del suo partito o delle relazioni tra quest’ultimo e lo Stato o la società. Il
Pri è a oggi un partito clientelare che, quando al potere, abusa delle risorse pubbli-
che per ottenere vantaggi elettorali.
Ma gli appelli lanciati da Prd e Pan per una candidatura comune, che impedisca
la riedizione dell’autoritarismo del Pri, segnalano una lettura imprecisa del quadro
attuale. Data la cornice istituzionale, la permanenza al potere dipende dalle prefe-
renze degli elettori, le quali sono plurali e mutevoli. È possibile dunque che la ratio
sottesa alle manovre di Prd e Pan sia la creazione di un fronte comune che risponda
alla candidatura di Andrés Manuel López Obrador – candidato del Prd alle elezioni
del 2006 e del 2012, in seguito fondatore di una nuova compagine, il Movimento di
rigenerazione nazionale (Morena). Nello spettro ideologico, quest’ultimo si colloca
a sinistra del Prd nonostante i postulati prospettati nei suoi statuti abbiano più pun-
ti in comune con il nazionalismo rivoluzionario che con la socialdemocrazia.
Diversi sondaggi danno López Obrador favorito alle elezioni presidenziali del
luglio 2018. I risultati raggiunti dal governo in carica non riscuotono entusiasmo
e dall’inizio degli anni Novanta il Pri ha ridotto il suo nucleo duro di circa un
terzo  6. Vi sono però segnali di un’accelerazione della crescita economica che,
qualora confermata, potrebbe dare maggiori opportunità al candidato del Pri (an-
cora in via di defnizione).
In altri termini, sarebbe azzardato pronosticare il risultato delle prossime ele-
zioni; un’affermazione – scontata in qualsiasi democrazia – che dimostra le trasfor-
mazioni occorse dall’èra egemonica del Pri.
(traduzione di Lorenzo Di Muro)

5. A.J. Mccann, «Time to Turn Back the Clock? Retrospective Judgments of the Single-Party Era and
Support for the Institutional Revolutionary Party in 2012», in Aa.Vv., Mexico’s Evolving Democracy, A
Comparative Study of the 2012 Elections, Baltimore MD 2014, Johns Hopkins University Press, 2014,
goo.gl/f8NbrQ
6. A. Moreno, «Who Is the Mexican Voter?», The Oxford Handbook of Mexican Politics, Oxford 2012,
94 Oxford University Press, goo.gl/2LWQuA
LA POTENZA DEL MESSICO

FRAMMENTATI MA POTENTI:
I CARTELLI MESSICANI
RESISTONO ALLO STATO di Nathan Jones
La repressione del governo ha contribuito a dividere le bande
di narcotrafficanti, non a estinguerle. Quello di Sinaloa resta il
gruppo più minaccioso, mentre emerge il Cartel de Jalisco Nueva
Generación. L’espansione nelle aree turistiche.

T RACCIARE UNA MAPPA DEL CRIMINE


organizzato in Messico è impresa ardua. Già quando nel 2007 iniziai a studiare
la guerra della droga in Messico trovavo il tema complesso. Lo è diventato più
che mai ora che il governo messicano – in risposta alle legislazioni statunitensi –
ha frammentato queste organizzazioni. Come registrava un rapporto di Southern
Pulse nel 2012: «In Messico i gruppi criminali tendono a una dimensione locale e
ristretta» 1. Questa previsione, in effetti, si è rivelata veritiera nella misura in cui è
emersa una miriade di piccole bande impegnate nel controllo del territorio e in
un’ampia gamma di attività criminali.
Al contempo, in Messico si è affermata una tendenza che privilegia la stabilità
ai cambiamenti. Se molti gruppi si sono formati a partire dai maggiori cartelli «na-
zionali» e «regionali» che conoscevamo 2, i nuclei originari rimangono – spesso con
la stessa denominazione – attraversando fasi di debolezza e di ripresa. Dello «sman-
tellamento» di questi ultimi (riferito al Cartello di Beltrán Leyva nel 2012) o della
loro involuzione fno a divenire «ombre di se stessi» (si veda il Cartello di Tijuana
nel 2010) hanno parlato i governi statunitense e messicano, i quali hanno poi fni-
to per vederseli riapparire all’orizzonte spesso e volentieri in alleanza con altri
cartelli, come evidenziato da Irina Chindea 3. Come se non bastasse, la campagna
che ha preso di mira le organizzazioni più importanti ha creato un vuoto in cui si
è inserito un attore non presente nel 2007, il Cartel de Jalisco Nueva Generación

1. Cfr. il rapporto di Southern Pulse, «Zetas Push to Take Guadalajara Could Unleash Battle with Sina-
loa», Insight Crime, 3/10/2011, goo.gl/ydhLwm; J.S. Beittel, «Mexico: Organized Crime and Drug
Traffcking Organizations», Congressional Research Services, 25/4/2017, goo.gl/UBdsQ7
2. E. Guerrero Gutiérrez, «Security, Drugs, and Violence in Mexico: A Survey», 2011.
3. I. Chindea, «Fear and Loathing in Mexico: Narco-Alliances and Proxy Wars», Fletcher Security Review,
I, n. II, primavera 2014. 95
FRAMMENTATI MA POTENTI: I CARTELLI MESSICANI RESISTONO ALLO STATO

(Cjng). Quest’ultimo è l’unico cartello messicano che in anni recenti la Drug Enfor-
cement Administration (Dea) abbia descritto come in espansione e con ambizioni
su scala nazionale. Nello specifco, la volontà di colpire il governo messicano è
all’origine dell’abbattimento di un elicottero militare nel 2015 4.
Per descrivere la geografa attuale (estate 2017) dei cartelli messicani mi avvar-
rò del lavoro d’inchiesta condotto da coraggiosi giornalisti – tra cui Javier Valdez
Cárdenas 5, ucciso recentemente – e di documenti della Dea 6.

I cartelli della Costa pacifica


Il Cartello di Sinaloa – per cui talvolta si utilizza la denominazione di Cartello
del Pacifco – viene generalmente considerato la rete di narcotraffco più estesa e
potente del Messico 7. O meglio, una «federazione» 8 di importanti traffcanti il cui
carattere cooperativo pare essere venuto ampiamente meno negli ultimi tempi.
Il Cartello di Sinaloa visse una prima frammentazione nel 2008 quando l’organiz-
zazione di Beltrán Leyva percepì come un tradimento l’arresto da parte della polizia
federale – ritenuta sotto il controllo di El Chapo Guzmán – di «El Mochomo» 9, fratel-
lo di Arturo Beltrán Leyva. La sua cattura innescò una spirale di violenza tra i due
gruppi che non più tardi del 2012 spinse molti ad annunciare la morte del gruppo
dei Beltrán Leyva. Dichiarazione alquanto azzardata se si parla di cartelli della droga,
noti per la loro capacità di resilienza e riorganizzazione. I Beltrán Leyva, infatti, co-
stituirono con i cartelli dei Los Zetas e di Juárez un’alleanza in funzione anti-Sinaloa.
Cionostante, quest’ultimo cartello continua a essere il più potente in Messico 10.
Nel 2010 un altro duro colpo fu inferto dal governo al Cartello di Sinaloa con
l’uccisione da parte della polizia di Ignacio «Nacho» Coronel, noto produttore di
anfetamine. I membri superstiti della sua organizzazione diedero inizio a un con-
fitto intestino da cui uscì vincitore il Cartel de Jalisco Nueva Generación (Cjng).
Allora questo gruppo poteva essere visto come un braccio armato del Cartello di
Sinaloa impegnato nella guerra contro Los Zetas dello Stato di Veracruz – o Mata-
zetas, come si fanno chiamare 11. Alla trasformazione del Cjng da alleato del Car-
tello di Sinaloa a suo rivale, la violenza è dilagata inarrestabile in luoghi prima
insospettabili. Il tasso di omicidi nello Stato di Colima, destinazione balneare af-

4. P. CorCoran, «US Warns of CJNG Expansion from Mexico», Insight Crime, 21/2/2017, goo.gl/hoZFiM
5. J. Valdez Cárdenas, The Taken: True Stories of the Sinaloa Drug War, Latin American and Caribbean
Arts and Culture Initiative, Norman 2017, University of Oklahoma Press.
6. Witness to History: Operation Shadow Game, National Law Enforcement Offcers Museum, 2016,
goo.gl/ojWSqi
7. J.S. Beittel, op. cit.
8. L. astorGa, d.a. shirk, «Drug Traffcking Organizations and Counter-Drug Strategies in the U.S.-
Mexican Context», Working Paper, 2010, University of San Diego; J.S. Beittel, op. cit.
9. A. hernández, Narcoland: The Mexican Drug Lords And Their Godfathers, London-New York 2013,
Verso Books; I. Grillo, El Narco: Inside Mexico’s Criminal Insurgency, New York 2011, Bloomsbury
Publishing Usa; N.P. Jones, Mexico’s Illicit Drug Networks and the State Reaction, Washington DC
2016, Georgetown University Press.
10. I. Chindea, op. cit.
96 11. P. CorCoran, op. cit.
LA POTENZA DEL MESSICO

facciata sul Pacifco, è passato dall’essere prossimo allo zero agli 81,55 omicidi per
100 mila abitanti del 2016, aumentati ulteriormente a 116 per 100 mila abitanti nel
gennaio 2017 12. Medesima sorte è toccata alla città frontaliera di Tijuana, la quale
– all’apparenza pacifcata nel 2010 – è stata protagonista di nuovi episodi di vio-
lenza dopo che il Cjng e i sopravvissuti del cartello locale hanno unito le forze
per combattere i nemici di Sinaloa 13.

La ricattura del Chapo e l’ipotetica fine del Cartello di Sinaloa


L’importanza della ricattura di Joaquín «El Chapo» Guzmán Loera nel 2016 e
della sua estradizione negli Stati Uniti alla vigilia dell’investitura a presidente di Do-
nald Trump lo scorso gennaio non può in alcun modo essere sottovalutata. Dopo
il trasferimento a Ciudad Juárez nel 2016, Guzmán sembrava avere perso il control-
lo della propria organizzazione; impressione rinforzata dopo la sua consegna alle
autorità statunitensi. L’erede apparente era Dámaso López, vicedirettore della pri-
gione Puente Grande da cui «El Chapo» era evaso nel 2001 14. I fgli di Guzmán non
hanno preso bene l’investitura di López e un’ennesima ondata di violenza ha tra-
volto la regione di Sinaloa a partire dallo scorso anno (dei suddetti fgli del Chapo,
uno fu rapito a Puerto Vallarta nell’agosto 2016 in un tentativo di rinegoziazione del
controllo dei territori da parte del Cjng 15). Quanto a Dámaso López, è stato arresta-
to a maggio nel corso dei sanguinosi scontri tra la prole guzmaniana e almeno altri
tre gruppi per il controllo del narcotraffco a Sinaloa 16. E anche laddove il Cartello
dello «Stato degli undici fumi» dovesse frammentarsi in cinque gruppi più piccoli,
questi sarebbero in ogni caso tra i più potenti ed estesi del Messico.

Il Messico nordorientale e la Costa del Golfo


Il Cartello del Golfo ha controllato a lungo il Nord-Est del paese tramite Los
Zetas, braccio armato i cui membri sono stati reclutati tra le fle delle forze spe-
ciali messicane. Los Zetas hanno abbandonato il cartello nel 2010 dopo che scon-
tri sanguinosi erano scoppiati al confne settentrionale con il Texas e il governo
aveva avviato una campagna serrata contro di loro 17. A dimostrazione di quanto
sia radicata a Tamaulipas la corruzione che permette a questi cartelli di prospe-
12. Ch. Woody, «Mexico’s Bloody Cartel Realignment Is Intensifying in One of the Country’s Smallest
States», Business Insider, 23/1/2017, goo.gl/LHxrWH; K. linthiCum, «More and More People Are Being
Murdered in Mexico – and Once More Drug Cartels Are to Blame», Los Angeles Times, 3/3/2017, goo.
gl/y6zfbt
13. A. noel, «Suicide Journalism on the Crazy-Mean Streets of Tijuana», The Daily Beast, 10/12/2016,
goo.gl/QMjkzg
14. A. hernandez, op. cit.
15. F. Gutierrez, «Sources: El Chapo’s Son Freed a Week after Kidnapping, sources say», Cnn, 23/8/2016,
goo.gl/LPkzmc
16. P.J. mCdonnell, «Mexico Captures Sinaloa Drug Cartel Leader Damaso Lopez, a Former Associate
of “El Chapo” Guzman», Los Angeles Times, 2/5/2017, goo.gl/KpK3tS
17. G.W. Grayson, s. loGan, The Executioner’s Men: Los Zetas, Rogue Soldiers, Criminal Entrepreneurs,
and the Shadow State They Created, Piscataway, New Jersey 2012, Transaction Pub. 97
FRAMMENTATI MA POTENTI: I CARTELLI MESSICANI RESISTONO ALLO STATO

rare, l’ex governatore Tom Yarrington è stato arrestato l’aprile scorso in Italia e
probabilmente verrà estradato in Texas, dove dovrà rispondere di accuse riguar-
danti «milioni di dollari in tangenti versategli dal Cartello del Golfo e da altri
narcotraffcanti» 18. Dal 2010 sia Los Zetas che il Cartello del Golfo resistono, ben-
ché fazioni interne stiano tentando di affermarsi alla leadership. Il Cartello del
Nord-Est (Los Zetas leali ai fratelli Treviño, attualmente in carcere) controlla lo
Stato di Coahuila e il porto di Nuevo Laredo. Primi nemici del Cartel del Nordeste
sono i Los Zetas Vieja Escuela, che non mancano di stringere alleanze con altre
fazioni del Cartello del Golfo per sconfggere i propri avversari. Teatro di lotte
intestine è anche Reynosa, città al confne con il Texas, mentre a Monterrey, cen-
tro industriale del Messico settentrionale, a farla da padrone è il sodalizio tra Los
Zetas, Cartello Juárez e Beltrán Leyva. Questi ultimi sono attivi anche nel Nord di
Sinaloa e nello Stato di Guerrero, sulla costa pacifca, dove si contendono con
non meno di dieci altri cartelli il controllo di una delle aree più povere e violen-
te del paese 19.
La battaglia di Los Zetas contro il Cjng continua poi nello Stato di Veracruz.
Qui sono state recentemente scoperte fosse comuni contenenti circa 250 corpi,
apparentemente seppelliti utilizzando bulldozer 20. L’ex governatore di Veracruz è
poi stato accusato di corruzione e scovato in Guatemala dopo una caccia all’uomo
durata mesi (l’estradizione in Messico è stata decisa il 4 luglio) 21. Più a sud, in
Oaxaca, recenti arresti di alcuni Zetas suggeriscono una coesione interna maggiore
di quanto le schermaglie intestine possano far presumere 22. Sul confne settentrio-
nale, Ciudad Juárez è oggetto di contesa tra il Cartello di Sinaloa e quello di Juárez,
supportato dal suo braccio armato, noto come La Linea. Gli scontri tra quest’ultima
e le forze di Sinaloa sono un’ipoteca pesante sulla pace, fnora con 14 vittime 23.

I cartelli della Terra Caliente


La regione della Terra Caliente include gli Stati di Michoacán, Guerrero e l’E-
stado de México ed è diventata un’importante area di confitto anche a causa della
notevole produzione locale di oppiacei. Qui abitano le più sanguinarie e famose
organizzazioni di narcotraffcanti del Messico. Nel 2006 La Familia Michoacana ha
dichiarato formalmente guerra ai Los Zetas e si è autoincoronata protettrice del
popolo messicano 24, risultando tanto violenta e mafosa quanto gli Zetas stessi. Nel

18. «Mexico Kills Gulf Cartel Boss in Reynosa Shootout», Reuters, 22/4/2017, goo.gl/K6xNyr
19. M. GalVán, «Diez cárteles se pelean Guerrero con más brutalidad y violencia, mientras la pobreza
se acentúa», SinEmbargo MX, 19/3/2017, goo.gl/pukSLR
20. F. karimi, J. Jones, «“One Big Mass Grave”: More than 250 Skulls Found in Mexico», Cnn, 15/3/2017,
goo.gl/VJo4da
21. «AP: Mexican Ex-Governor Ordered Extradited from Guatemala», ABC News, 4/7/2017, goo.gl/
zqKN9f
22. R. mosso, «Cae “El Cáncer”, líder de “Los Zetas” en Oaxaca», Milenio, 6/6/2017, goo.gl/KGU7DT
23. «La Linea, Sinaloa Cartel Clash in Chihuahua; 14 Killed», Kvia, 5/7/2017, goo.gl/uzrfQb
24. N.P. Jones, op. cit.; G.W. Grayson, s. loGan, op. cit.; G.W. Grayson, «Los Zetas: The Ruthless Army
98 Spawned by a Mexican Drug Cartel», Foreign Policy Research Institute, 13/5/2008, goo.gl/VN9439
LA POTENZA DEL MESSICO

RETENES, L’ULTIMA BARRIERA

O K L A H O M A

N E W
M E X I C O

Dallas
20

Sierra Blanca T E X A S

45
35
Alpine
10
Marfa Austin
Houston

Uvalde San Antonio


Eagle Pass 37
M E S S I C O Carrizo Springs
Laredo 83 Freer
Laredo
Oilton
Posti di blocco permanenti Hebbronville
Sarita G o l fo
Rotte del contrabbando
di stupefacenti Falfurrias d e l M e s s i c o
Passaggi primari
Passaggi secondari Brownsville
Eagle Ford Play
(bacino d’estrazione degli idrocarburi)

2011, poi, dalla famiglia si sono distaccati i cosiddetti Caballeros Templarios  25.
Contro costoro e La Familia Michoacana sono sorti nel 2012 nuclei di «autodifesa»,
di cui alcuni addirittura approvati dal governo che si è rifatto a una disposizione
costituzionale che permette la creazione di forze rurali di difesa 26.
L’incremento della dipendenza da oppiacei e la legalizzazione della marijua-
na in molti Stati Usa ha prodotto un aumento nella domanda di eroina e spinto
molti agricoltori messicani a convertire le proprie coltivazioni 27. Stati come quello
25. Ch. Parkinson, «Mexico’s Knights Templar Earns $73 Mn Before US Drug Profts», InSight Crime,
8/11/2013, goo.gl/htFYi5
26. M. Carillo, «Mexico Self-Defense Groups Coach Businesses on Counter-Extortion», InSight Crime,
19/6/2013, goo.gl/kjjaz1; st. mCCrummen, «In the Hills of Michoacan, Self-Defencse Groups Battle a
Mexican Drug Cartel», The Washington Post, 9/9/2013, goo.gl/yc3VpX
27. A. hoPe, e. Clark, «Si los vecinos legalizan: Reporte técnico», Imco, ottobre 2012, goo.gl/tHN4iN 99
FRAMMENTATI MA POTENTI: I CARTELLI MESSICANI RESISTONO ALLO STATO

di Guerrero – produttore del 60% degli oppiacei made in Mexico secondo Chri-
stopher Kyle 28 – hanno incrementato l’estensione dei terreni piantati a stupefa-
centi e le organizzazioni locali dedite al narcotraffco hanno cominciato a terroriz-
zare la popolazione lungo vie di comunicazioni strategiche come l’autostrada
51 29. Il controllo di queste arterie da parte delle gang regola l’accesso alle strade
sterrate che conducono alle colline dove, a oltre 300 metri di altitudine, si semi-
nano oppiacei  30. Los Tequileros, guidati da un ex pezzo grosso della famiglia
Michoacán, sono specializzati in rapimenti e controllano sedici municipalità trami-
te una strategia del terrore di tipo feudale 31. Interi villaggi sono stati sgomberati
da bande dedite a sequestri ed estorsioni nello Stato di Guerrero 32. Roccaforte dei
Beltrán Leyva fno a dieci anni fa, quest’ultimo territorio è ora oggetto di contesa
per una dozzina di cartelli (tra cui Los Viagras, Los Rojos, Los Ardillos, Los Tequi-
leros, membri della Familia Michoacana e dei Caballeros Templarios, i Cjng, i Blo,
i Guerreros unidos, Los Jefes e la Gente nueva), mentre il Cartello indipendente
di Acapulco si è affermato nell’omonima città 33.

Le zone turistiche
Il 2017 ha segnato uno spartiacque nella comune concezione di quali zone
siano sicure in Messico. A gennaio Los Zetas hanno ucciso cinque persone a sud
di Cancún nel corso di un festival musicale organizzato da canadesi e americani 34.
La Bassa California del Sud ha avuto uno dei più rapidi incrementi del tasso di
omicidi su scala nazionale, mentre il sequestro del fglio di El Chapo è avvenuto in
un’altra zona turistica sul Pacifco, a Puerto Vallarta 35. Sogno dei turisti negli anni
Sessanta, negli ultimi dieci anni Acapulco è diventata una meta inavvicinabile dove
gli assassinî sono all’ordine del giorno 36. Anche aree non interessate dal turismo
sono state progressivamente travolte da una spirale di violenza (basti citare lo Sta-
to di Puebla, dove Benjamín Arellano Félix fu arrestato nel 2002).
Dovremmo esserne sorpresi? Gli analisti per lo più ritenevano che i narcotraf-
fcanti cercassero la tranquillità lì dove si dedicano al riciclaggio di denaro sporco.
Ma come giustamente sottolineato da Alejandro Hope, una pianifcazione urbani-

28. Ch. kyle, «Violence and Insecurity in Guerrero», Wilson Center for International Scholars, gennaio
2015, goo.gl/gu4qJB
29. J. PartloW, «Violence Is Soaring in the Mexican Towns That Feed America’s Heroin Habit», The
Washington Post, 30/5/2017, goo.gl/erU3Zb
30. Ch. Woody, «Violence Is Rising in Mexico’s Heroin Capital, and It’s a Sign of How Ugly the Fight
against Crime Has Gotten», Business Insider, 8/7/2016, goo.gl/tQKVq9
31. J. PartloW, op. cit.
32. Ibidem.
33. M. GalVán, op. cit.
34. S. nasser, «Mexico Nightclub Shooting Was for “Not Falling in Line”, Says Threat Naming Festival
Organizer», CBC News, 18/1/2017, goo.gl/o4KKos
35. A. hoPe, «Bienvenidos al inferno», El Universal, 12/6/2017, goo.gl/ZwLpdR
36. K. heinle, Q. rodriGuez Ferreira, d.a. shirk, «Drug Violence in Mexico: Data and Analysis Through
100 2016», University of San Diego: Justice in Mexico Project, marzo 2017, goo.gl/rtUFwy
LA POTENZA DEL MESSICO

stica scadente, stipendi miseri e potenziali vittime oltremodo remunerative rendo-


no l’idea di poter tenere lontana la violenza del tutto inattuabile 37.

Prospettive future
In questo momento ciò che meno serve al Messico è una reviviscenza della
violenza. Il paese si trova a dover affrontare nuove sfde: la rinegoziazione del
North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scam-
bio – Nafta) con l’amministrazione Trump, l’umiliazione di essersi sentito imporre
nel corso del G20 il pagamento della costruzione del muro alla frontiera con gli
Stati Uniti38, l’applicazione più severa della legislazione Usa anti-immigrazione gra-
zie alla quale il Messico è diventato destinazione dei disperati in fuga dalla violen-
za delle gang dell’America centrale, un’economia in affanno e un presidente impo-
polare – Enrique Peña Nieto – a capo dello Stato dal 2012 e al proprio ultimo anno
di mandato nel 2018. A detta di tutti gli analisti, il costante ricorso a operazioni di
polizia e interventi dell’esercito non ha migliorato una situazione; sono invece ne-
cessarie – tra gli altri provvedimenti – una riforma dei sistemi giudiziario e penale
nonché la riduzione della corruzione39. Proprio i piani che il dipartimento di Stato
Usa supporta e le sfere militari a stelle e strisce avversano. Indovinate chi si vedrà
decurtati i fondi nel prossimo bilancio?

(traduzione di Alessandro Balduzzi)

37. A. hoPe, «Paraíso perdido», El Universal, 12/5/2016, goo.gl/vRLMQH; A. hoPe, «Bienvenidos al


inferno», cit.
38. R. ramPton, «Trump Hails NAFTA Progress, Mexico Eyes General Deal by End-2017», Reuters,
7/7/2017, goo.gl/DiaDkH
39. A. hoPe, «Paraíso perdido», cit.; Ch. kyle, op. cit. 101
LA POTENZA DEL MESSICO

TUTTI I COSTI
DEL MODELLO
YANKEE di Alicia Puyana Mutis
Trent’anni di liberalizzazioni e globalizzazione selvagge hanno
impoverito le classi medio-basse, distrutto posti di lavoro e seminato
diseguaglianze. Lo shock del 1982. Il paradosso della stagnazione
necessaria. Rinegoziare il Nafta per rinnegarlo.

1. P ER INQUADRARE LA SITUAZIONE ATTUALE


dell’economia messicana e le sue prospettive a breve e medio periodo bisogna
abbracciare un orizzonte temporale ampio, data la lentezza con cui si vanno con-
solidando i cambiamenti strutturali, economici, sociali e istituzionali intervenuti dal
1982, anno della crisi del debito. Conviene dunque rifettere sulla maturità e sui
frutti del modello da allora adottato, con la liberalizzazione dell’economia e l’in-
gresso nel Gatt (Accordo generale sulle tariffe e il commercio, nel 1986), le riforme
strutturali e i 24 anni di vigenza del Nafta (North Atlantic Free Trade Agreement).
Altrettanto ineludibile è l’impatto causato dall’elezione di Donald Trump alla
presidenza degli Stati Uniti, paese a cui politica e gruppi di potere messicani hanno
legato il destino economico e politico del paese. Trump accusa il Messico di esse-
re, se non la prima, una delle principali minacce alla sicurezza nazionale statuni-
tense, per la migrazione di «delinquenti», il traffco di droga, la distruzione del tes-
suto economico e sociale interno con la concorrenza industriale oltreconfne. Te-
ma quest’ultimo che lo ha spinto a defnire il Nafta «l’accordo commerciale peggio-
re per gli interessi statunitensi mai frmato», risultato dell’astuzia dei negoziatori
messicani che ottennero compromessi sfavorevoli agli Stati Uniti.
Il Nafta ha costituito per anni l’asse della politica economica e della diplomazia
del Messico, trovando rigorosa applicazione da parte dei tre governi succedutisi
alla guida del paese dalla sua entrata in vigore, il 1° gennaio 1994: giorno in cui il
movimento zapatista ricordò al mondo le profonde divisioni interne alla nostra
società. I negoziatori messicani videro nell’accordo anzitutto uno strumento per
mettere le riforme neoliberiste al riparo da qualsiasi intento revisionista; in secondo
luogo, la via per elevare il paese al rango di potenza moderna, status sancito
dall’ingresso nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico
(Ocse). Come ebbe a dire Jagdish Bhagwati riguardo all’urgenza del presidente 103
TUTTI I COSTI DEL MODELLO YANKEE

Salinas di frmare l’accordo, «[I negoziatori messicani] guardano ai problemi dalla


stessa ottica di quelli nati a nord del Rio Bravo. Sono profondamente impressiona-
ti dagli Stati Uniti e vogliono emularli. Dicono: “Gli Stati Uniti vanno bene; se en-
triamo nel Nafta, tutti i nostri problemi si risolveranno”» 1.
Il Nafta, si diceva, avrebbe avvicinato il tenore di vita dei messicani a quello
degli statunitensi; si sarebbero esportati beni, non persone, e l’emigrazione sarebbe
diminuita. Si sosteneva che con l’apertura, le privatizzazioni e la disciplina fscale
si sarebbe tenuta a bada l’infazione e l’economia si sarebbe stabilizzata, creando
un clima favorevole agli investimenti. Non è andata esattamente così. L’infazione
è stata domata con la svalutazione interna, la costante austerità fscale e pesanti
tagli alla spesa per investimenti, anche per mantenere basso il livello delle imposte
dirette (esclusa la rendita petrolifera, il peso del fsco è pari al 14% del pil e la par-
te del leone la fa l’iva, un’imposta altamente regressiva). Il risultato è stato un equi-
librio a bassa crescita, bassi salari, domanda aggregata limitata, investimenti per
lavoratore decrescenti (al punto che nel 2015 erano inferiori al 1980) e sostituzione
della manodopera con il capitale, come vedremo meglio dopo.
Pur di aderire al trattato, il Messico accettò forti asimmetrie negoziali. Innanzi-
tutto, il diverso livello di sviluppo e di peso economico rispetto agli Stati Uniti nel
mercato regionale: nel 1994 il pil totale e quello pro capite del Messico erano, ri-
spettivamente, il 5 e il 22% di quelli statunitensi. Secondo, le divergenze tra il mo-
dello economico allora vigente in ciascun paese e quello implicito nell’accordo.
Terzo, i differenti costi di un fallimento negoziale percepiti dalle parti. Quarto, le
differenze nei processi istituzionali e nelle modalità tradizionali di formazione del-
le istituzioni. In sintesi il Messico, l’economia più piccola e debole, spinse per
aprire i colloqui in cerca di un approdo sicuro per le sue esportazioni e accettò di
rinunciare al trattamento preferenziale che gli sarebbe spettato in virtù del suo
minor livello di sviluppo.
Se la traiettoria dell’economia messicana è stata segnata dagli impegni assunti
con il Nafta, superiori per ritmo e intensità a quelli derivanti dall’adesione al Gatt
nel 1986, i cambiamenti che si proflano con la rinegoziazione voluta da Trump
possono alterare i fragili equilibri sin qui costruiti, in quanto le ragioni che spingo-
no l’attuale amministrazione a rinegoziare l’accordo sono equivoche e meno favo-
revoli al Messico.

2. Nel periodo compreso tra la crisi del 1982 e oggi, l’economia messicana ha
registrato la minor crescita dall’inizio del XX secolo e soprattutto dalla fne della
seconda guerra mondiale; una crescita inferiore a quella statunitense, a differenza
di quanto avvenuto tra il 1945 e il 1982, quando il pil pro capite dei due paesi si
avvicinò (tabella 1). Il ciclo 1982-2017 include intervalli di maggior crescita e insta-
bilità, misurata con la devianza standard dei tassi di crescita (superiore del 36% ri-
spetto al 1950-82), ma anche di divergenza rispetto agli Stati Uniti, a differenza di

104 1. J. Bhagwati, intervista a El Universal, 22/11/1999.


LA POTENZA DEL MESSICO

Tabella 1 - CRESCITA MEDIA DEI PAESI SELEZIONATI, 1900-2016 (valori %)

1900-09 1900-45 1945-82 1982-09 1990-16 2003-08 2003-16 2009-16


Argentina 1,40 1,18 1,32 1,41 -1,40 6,0 0,4 0,0
Brasile 2,00 1,71 3,35 1,05 -3,48 1,7 1,9 0,9
Cile 1,96 1,55 1,36 2,99 0,35 3,0 3,3 2,6
Colombia 1,85 1,55 2,18 1,79 0,46 4,5 3,3 2,9
Messico 1,68 1,11 2,98 0,58 0,31 1,2 1,2 0,7
Perú 1,99 2,48 2,15 0,82 -3,92 6,0 4,6 3,8
Uruguay 1,66 1,58 1,36 1,67 -0,01 6,6 5,2 4,4
Venezuela 2,66 4,61 2,21 0,41 0,46 4,7 1,7 -2,0
America Latina 1,73 1,72 1,92 1,29 -0,69 4,0 1,0 0,7
Usa 2,02 2,63 1,17 1,76 -1,37 1,0 3,0 1,7
Fonte: Calcoli dell’autrice basati su: anni 1900-50, Madisson, dati storici; anni 1950-2016, The Conference Board, Total Economic Data Base 2017.

quanto avvenuto in precedenza. Il distanziamento delle due economie nel periodo


1982-2016 è illustrato dal rapporto tra pil messicano e pil mondiale, passato dal 2
all’1,6%; e tra pil messicano e pil statunitense, passato dall’8,5 al 7,3%.
La crescita economica messicana dell’ultimo periodo non ha saputo assorbire
tutta la manodopera che si inserisce annualmente nel mercato del lavoro, né man-
tenere i livelli occupazionali del periodo 1975-81, con conseguente aumento della
disoccupazione ben oltre i numeri uffciali. L’elasticità nella generazione di impiego
si è ridotta, sicché oggi sono necessari tassi di crescita maggiori per generare i me-
desimi posti di lavoro del periodo 1950-82 2. Ciò è spiegato in parte dal crescente
peso delle importazioni in tutta la struttura produttiva e in particolare nei settori
rivolti all’esportazione, dove le componenti importate superano in media il 65% del
prodotto fnito. Il peso dell’import è cresciuto anche nel consumo di alcune cate-
gorie di prodotti agricoli, che oggi risultano importate per il 75%. Queste relazioni
si evidenziano nell’aumento della quota di importazioni ed esportazioni sul pil e
nel perdurante defcit commerciale.
La minor crescita non è stata dovuta alla mancata liberalizzazione dell’econo-
mia o all’assenza di riforme strutturali. Anzi. Tutti i settori sono stati liberalizzati:
oltre ai beni di consumo e d’investimento, di fatto totalmente esposti alla concor-
renza, sono stati deregolamentati i mercati del lavoro, dei capitali e monetari. Sono
state altresì privatizzate quasi tutte le imprese pubbliche, processo culminato con
la riforma del mercato energetico nel 2013, che ha aperto agli investimenti privati
i settori minerario e petrolifero a benefcio soprattutto di imprese canadesi.
Dalle riforme degli anni Ottanta e Novanta, specie dall’entrata in vigore del
Nafta, il Messico ha cessato di elaborare e applicare autonomamente qualsivoglia
politica settoriale. L’allocazione dei fattori produttivi avviene secondo meccanismi
concordati con gli Stati Uniti e inseriti nel Nafta, nonché in ulteriori accordi siglati
dal Messico con altri paesi. Tra questi rientrano normative fondamentali come la
regola d’origine e le politiche di cambio, fscali e creditizie. Nei vari accordi com-
2. A. Puyana, J. RomeRo, México. De la crisis de la deuda al estancamiento económico, México D.F. 2009,
El Colegio de México, Centro de Estudios Económicos. 105
TUTTI I COSTI DEL MODELLO YANKEE

Grafico 1 - PRINCIPALI MERCATI DI ORIGINE E DESTINAZIONE


DEL COMMERCIO ESTERO MESSICANO, 2016

CINA
ARGENTINA
INDIA
BRASILE
CILE
UE
COLOMBIA

PANAMÀ
USA COREA
MESSICO
CANADA
GIAPPONE

PERÚ

SVIZZERA

Fonte: Elaborazione dell’autrice su dati Wto

merciali frmati dal Messico fgurano norme che avvicinano l’economia messicana
a quella statunitense, ma impediscono a Washington di imporre dazi sui compo-
nenti non regionali dei prodotti importati dal vicino meridionale. Il Messico ha
dunque adottato unilateralmente normative esterne al Nafta che tuttavia infuisco-
no sul commercio con gli Stati Uniti, negoziandole non già con questi ultimi, ben-
sì con altri 14 paesi cui è legato da accordi commerciali.
Sia il Nafta sia gli altri trattati prevedono vincoli in materia di investimenti stra-
nieri, diritti di proprietà, appalti pubblici, norme ftosanitarie e, in alcuni casi, poli-
tiche di cambio e diritto degli investitori privati di fare causa agli Stati per politiche
considerate lesive dei loro interessi. Questi accordi commerciali limitano l’azione
governativa in materie di tradizionale ed esclusivo appannaggio dello Stato, che
prima venivano discusse nelle apposite sedi istituzionali. Il grafco 1 mostra l’intri-
cata rete di accordi che vincola il Messico e che, di fatto, ne limita la facoltà di
plasmare politiche nazionali autonome.
Il Messico ha liberalizzato così intensamente da ridurre o annullare la protezio-
ne del valore aggiunto nazionale per una vasta gamma di prodotti. Gli effetti di
tale politica sulla struttura e sulla dinamica di pil e impiego sono tutto fuorché
positivi. L’indice di apertura dell’economia (import ed export in relazione al pil)
sfora il 78%, mentre nel 1980 era del 24%. Nel 2016 l’incidenza delle esportazioni
ha raggiunto il 38%, quella delle importazioni il 40% (tabella 2).
I settori aperti fronteggiano un’intensa concorrenza: sia nel mercato interno
con le importazioni, sia in quello statunitense, dove fnisce l’85% dell’export mes-
sicano e dove i concorrenti sono numerosi e agguerriti. Con un coeffciente di
apertura del 72,9% (37,5% le importazioni, 35,4% le esportazioni), l’economia mes-
106 sicana è 2,6 volte più aperta di quella statunitense. Non si vede dunque come
LA POTENZA DEL MESSICO

Tabella 2 - COEFFICIENTE DI APERTURA DI PAESI


SELEZIONATI IN % DEL PIL, 1980-2016

CANADA CINA STATI UNITI MESSICO


1980 1990 2016 1980 1990 2016 1980 1990 2016 1980 1990 2016
Esportazioni 27,6 25,7 53,3 5,9 14 22 9,8 9,2 12,6 10,7 18,6 35,1
Importazioni 25,1 24,9 50 6,5 10,7 18,5 10,3 10,5 15,4 13 19,7 37,1
Totale 31,6 34 65,5 12,4 24,7 40,5 20,1 19,8 28 23,7 38,3 72,2
Equilibrio totale 2,5 0,8 3,3 -0,6 3,4 3,5 -0,5 -1,3 -2,9 -2,3 -1,1 -2
Equilibrio medio 2,2 2,1 - 1,6 -1,8

Fonte: Banca mondiale, 2017

Trump possa giustifcare la rinegoziazione del Nafta con la dipendenza e la fragili-


tà degli Stati Uniti rispetto al Messico, in ragione dell’attivo commerciale di quest’ul-
timo. L’affermazione è errata, come dimostrano i dati relativi alla dipendenza intesa
come peso del commercio reciproco sul pil dei due paesi. Nel caso statunitense,
tale valore si situa al 3% per il commercio con Messico e Canada e al 3,5% per
l’interscambio con la Cina (grafco 2a). La dipendenza opposta è allarmante: il
46,7% del pil messicano dipende dal commercio con gli Stati Uniti, quasi 16 volte
l’incidenza del commercio bilaterale sul pil statunitense (grafco 2b). La dipenden-
za cinese dal commercio con gli Usa è tre volte inferiore a quella messicana, seb-
bene l’economia cinese sia 17 volte più grande.
L’attivo commerciale messicano verso gli Stati Uniti è cresciuto da 18 a 58 mi-
liardi di dollari tra il 1996 e il 2016, grazie soprattutto all’industria dell’auto che da
sola genera quasi l’80% dello squilibrio, seguita dall’elettronica. Veicoli e ricambi
messicani rappresentano il 26% delle importazioni statunitensi di auto, ma solo il
2,3% dell’import totale. Il settore dell’auto è emblematico dei problemi che affig-
gono le economie dipendenti dalle catene del valore transnazionali: circa il 40%
del valore esportato è rappresentato da componenti e parti prodotte da imprese
statunitensi o da loro sussidiarie in Corea del Sud, Giappone, Cina ed Europa. Le
esportazioni di manufatti messicani contengono un alto valore aggiunto importato,
che varia da settore a settore.
Il maggior valore importato si registra nelle produzioni a più alta tecnologia e
presenza di capitale straniero, che poi sono quelle maggiormente responsabili
dell’attivo commerciale con gli Stati Uniti: elettronica, ottica, trasporti, macchinari. La
massiccia presenza di componenti esterni nei manufatti messicani ha determinato un
aumento complessivo delle importazioni e ha acuito le restrizioni esterne: per ogni
punto percentuale di aumento del pil, le importazioni crescono del 5%. Si allenta
così il vincolo tra crescita delle esportazioni, dell’economia e dell’occupazione 3.

3. A. Puyana, «La Economía Mexicana bajo el Tratado de Libre Comercio de América del Norte. ¿Mucho
ruido pocas nueces?», in M. tawil (a cura di), Avances y obstáculos en la integración de América del
Norte a 20 años de su frma, Ciudad de México 2017, El Colegio de México. 107
TUTTI I COSTI DEL MODELLO YANKEE

Grafico 2 - DIPENDENZA COMMERCIALE DI MESSICO E CINA


DAGLI STATI UNITI IN % DEL PIL, 1996-2015 (valori %)

A Dipendenza degli Stati Uniti da Messico, Cina e Canada

4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
0

2011
2001
1996
1997
1998
1999
2000

2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010

2012
2013
2014
2015
Messico Cina Canada

B Dipendenza Messico, Cina e Canada dagli Stati Uniti

60

50

40

30

20

10

0
2011
2001
1996
1997
1998
1999
2000

2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010

2012
2013
2014
2015

Messico Cina Canada

3. La forma assunta dall’apertura messicana ha indotto da un lato un’estesa


fuga dei fattori produttivi dalle attività incapaci di competere sui mercati esterno e
interno, dall’altra l’aumento della propensione a importare, che nel 2016 è salita a
circa il 5% (come si accennava, ogni punto di crescita del pil implica un aumento
quintuplo dell’import). Ciò aggrava lo strangolamento interno: per mantenere l’at-
tuale equilibrio del conto corrente il pil non può infatti crescere oltre il 2%, mentre
ci vorrebbe una crescita tripla per assorbire gli 1,3 milioni di persone che ogni
108 anno si aggiungono alla forza lavoro. Una simile crescita, ricorrente promessa elet-
LA POTENZA DEL MESSICO

torale, incrementerebbe le importazioni di sei volte e le esportazioni ancor di più,


dato il loro peso sul pil, obbligando gli Stati Uniti ad assorbire quantità nettamente
maggiori di merci messicane.
Non meno preoccupante è l’andamento della produttività del lavoro, rispetto
sia a prima del 1980 sia ad altri paesi con cui il Messico compete sul mercato sta-
tunitense o con cui ha sottoscritto accordi commerciali. Il fenomeno rifette la de-
crescente incidenza sul pil e sulla creazione d’impiego dei settori esposti alla con-
correnza: se infatti tra il 1960 e il 1980 la produttività aumentò in media dell’8,2%
l’anno, nel periodo 1982-2015 è cresciuta di appena lo 0,7% all’anno, 1,3% nel
comparto manifatturiero. Numeri inferiori sia a quelli dei concorrenti del Messico,
sia a quelli statunitensi. In assenza di aumenti della produttività, la competitività
dell’export è stata garantita dalla compressione salariale, al punto che nelle indu-
strie messicane il salario medio è inferiore a quello cinese. Alla base dei ridotti in-
vestimenti non c’è la scarsità di capitale, bensì la mancanza di opportunità d’inve-
stimento indotta dalla somma di liberalizzazioni, austerità e apprezzamento del
cambio (dunque, dei tassi d’interesse)  4. Il credito privato fnanzia soprattutto il
consumo di beni durevoli e il mercato ipotecario; non c’è una banca di sviluppo
che sostenga l’attività produttiva.
Di particolare rilevanza è l’arretramento del manifatturiero in termini di pil e
posti di lavoro creati, malgrado la crescita formidabile dell’export industriale e
della sua incidenza sul totale delle esportazioni (grafco 3a). Una traiettoria simi-
le si osserva nel settore agricolo (grafco 3b), sebbene con un peso minore sulle
esportazioni, un decremento ancor maggiore dell’incidenza sul pil e una riduzio-
ne molto più marcata dell’impiego, a suggerire livelli di produttività e reddito più
bassi in ambito rurale. Qualcuno afferma che l’arretramento di industria e agri-
coltura sia prematuro e costituisca la causa dei mali che affiggono l’economia
messicana: scarsa crescita, produttività e salari in picchiata, incapacità di supera-
re la trappola del reddito medio. A mio avviso, la scarsa crescita è il risultato –
almeno nel caso messicano – delle politiche introdotte a partire dal 1982 e del
modo in cui il paese è stato proiettato nel mercato esterno, che è fondamental-
mente quello statunitense 5.
La contrazione dell’investimento, specie di quello pubblico, spiega la traietto-
ria del pil e la sua struttura. Nel 2015 l’investimento per singolo lavoratore, a valo-
re costante del peso messicano (assumendo il 2000 ad anno base), era di circa il
2% inferiore a quello del 1982 e ciò spiega l’arrancare dell’economia e la relativa
deindustrializzazione 6. Tra il 1980 e il 2013 la produttività totale è cresciuta dello
0,4%, ma nell’industria il contrasto è maggiore: se nel periodo 1965-1980 crebbe in
media dell’11,2%, nel 2013 ha segnato un -0,9%.

4. A. Puyana, J. RomeRo, «¿De qué sufre la economía mexicana? ¿Falta de recursos u oportunidades de
inversión?», Economía Informa, n. 63, 2010.
5. J.C. moReno-BRid, J. Ros, Desarrollo y crecimiento en la economía mexicana. Una perspectiva histórica,
México D.F. 2010, Fondo de cultura económica.
6. A. Puyana, J. RomeRo, «¿De qué sufre la economía mexicana?», cit. 109
TUTTI I COSTI DEL MODELLO YANKEE

Grafico 3 - INCIDENZA DI INDUSTRIA E AGRICOLTURA SULL’EXPORT,


SUL VALORE AGGIUNTO E SULL’IMPIEGO TOTALE IN MESSICO (valori %)

90
80
70
60
50
40
30
20
10
0
1960
1963
1966
1969
1972
1975
1978
1981
1984
1987
1990
1993
1996
1999
2002
2005
2008
2011
2014
Export Valore aggiunto Impiego
manifatturiero manifatturiero manifatturiero

55

45

35

25

15

-5
1962
1964
1966
1968
1970
1972
1974
1976
1978
1980
1982
1984
1986
1988
1990
1992
1994
1996
1998
2000
2002
2004
2006
2008
2010
2012
2014
2016

Export Valore Impiego


agricolo aggiunto agricolo agricolo

Questa dinamica si è tradotta nella caduta dell’apporto salariale al reddito, in


Messico più intensa che nel resto dell’Ocse e dell’America Latina. Dal 1970 tale
apporto si è ridotto dell’11,2% e nel 2016 ha toccato il 23% del reddito totale. Dal
1980 (anno in cui l’incidenza del salario sul reddito ha toccato il picco del 43,1%),
il calo è stato di quasi 17 punti. L’evoluzione rifette l’erosione del salario reale
medio e minimo: usando sempre il 2000 come anno base, il grosso della popola-
110 zione ha visto calare in media il proprio potere d’acquisto del 79%. Un salario mi-
LA POTENZA DEL MESSICO

LA RETE ELETTRICA NORDAMERICANA

C A N A D A
Québec
Interconnection

OTTAWA
Toronto
Detroit
S T A T I U N I T I New York
San Francisco Chicago
WASHINGTON D.C.

Interconnessioni Los Angeles


elettriche
Atlanta
Western El Paso Dallas
Eastern Austin Houston
Electric reliability San Antonio
Council of Texas (Ercot)
Miami
San Antonio:
Texas Cryptology Center
Dallas, Austin, Houston, El Paso:
Principali Data Center

nimo del 1979 equivale a tre salari minimi del 2015, anno in cui circa il 57% della
forza lavoro impiegata cumulava appunto fno a tre salari minimi (mentre nel 1979
i lavoratori a salario minimo non superavano il 50%). L’erosione del salario medio
reale è minore, ma pur sempre rilevante.
Anche il livello di diseguaglianza è preoccupante, sebbene gli ultimi anni non
abbiano registrato signifcativi cambi di tendenza, bensì solo lievi oscillazioni: an-
cora nel 2014 l’indice di Gini (che misura la concentrazione di reddito) era al 49%,
tre punti in più rispetto al 1984 (tabella 3).
Le rimesse dagli Stati Uniti e l’assistenza pubblica alleviano parzialmente po-
vertà e diseguaglianza; tuttavia, nessuna delle due retrocede in modo signifcativo
e duraturo, anche a causa di politiche fscali scarsamente redistributive.
In questo quadro, non stupisce che gran parte dell’opinione pubblica messi-
cana ritenga opportuno approfttare della rinegoziazione del Nafta per abbandona- 111
TUTTI I COSTI DEL MODELLO YANKEE

Tabella 3 - MESSICO, COEFFICIENTE DI GINI 1984-2014

1984 1994 2000 2004 2008 2010 2014

Coef. di Gini - reddito complessivo 0,445 0,491 0,493 0,469 0,471 0,476 0,451
Coef. di Gini - reddito pro capite 0,049 0,545 0,546 0,523 0,522 0,495 0,508

Fonte: F. CortŽs, 2017

re il modello attuale, formulare politiche industriali che giovino al lavoro e ai sala-


ri, ridurre emarginazione e povertà reintegrando verticalmente le catene produttive
e cercando nuovi mercati, previo rafforzamento di quello interno.

(traduzione di Fabrizio Maronta)

112
LA POTENZA DEL MESSICO

IL MESSICO È LA CHIAVE
DELL’AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA
NORDAMERICANA di Margherita Paolini

La parabola del petrolio messicano, fra nazionalizzazioni


e aperture agli investimenti esteri. L’esaurimento del ‘miracolo
Cantarell’ e le sue conseguenze. Il restyling accelerato del Nafta
per garantire le Big Oil contro il rischio Obrador.

1. A GLI INIZI DEL GENNAIO SCORSO


il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha annunciato senza mezzi termini
che la parabola al ribasso della produzione petrolifera del paese aveva toccato
ormai la soglia dell’insostenibilità. «La gallina dalle uova d’oro è stramazzata», ha
detto, riferendosi alla produzione dello storico megagiacimento di Cantarell, ine-
sorabilmente calata a poco più di 200 mila barili/giorno (b/g). Con questa battu-
ta, peraltro già sfruttatissima, il presidente ha voluto riaffermare come irreversi-
bile la scelta compiuta dal suo governo nel 2014: solo privatizzando il settore
energetico nazionale, aprendo agli investimenti e alle tecnologie avanzate delle
grandi compagnie estere, le ingenti riserve accertate di petrolio e gas naturale
nazionale potranno essere sviluppate. Così riaprendo la possibilità di una cresci-
ta stabile dell’economia messicana.
Di fatto, Peña Nieto ha voluto enfatizzare la sfda, già lanciata sul campo con
un calendario serrato di iniziative, contro le posizioni «ultranazionaliste» sull’energia
sostenute da Andrés Manuel López Obrador, candidato della sinistra alle elezioni
presidenziali del prossimo anno. A vantaggio della scelta di Peña Nieto gioca il
fatto che l’interesse e gli appetiti dell’industria energetica nordamericana e interna-
zionale si sono già manifestati ampiamente nei round che hanno offerto ad attività
esplorative e di sviluppo un ampio menù di riserve offshore di petrolio e gas e di
riserve onshore di shale gas. Quelle che la Pemex (Petróleos Mexicanos), la com-
pagnia nazionale, ha stimato come certe ma che è impossibilitata a sfruttare per
mancanza di fnanziamenti e tecnologie appropriate.
Il bacino petrolifero di Cantarell ha una storia up-down avvincente che bene
si intreccia con quella del paese. Si è formato nell’offshore poco profondo della
baia di Campeche nel cratere provocato dall’impatto di un meteorite sulla Terra
decine di milioni di anni fa. Nel 1976 la sua scoperta è stata casuale, dovuta alle 113
IL MESSICO È LA CHIAVE DELL’AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA NORDAMERICANA

ripetute rimostranze di un pescatore (Rudesindo Cantarell Jiménez) le cui reti


erano costantemente impregnate di petrolio. Per la Pemex si rivelerà la manna di
riserve su cui far decollare fnalmente una sostanziosa produzione nazionale. Nel
1981 Cantarell, che coinvolge quattro giacimenti limitrof, già produce 1,6 milioni
di b/g. È perciò considerato, all’epoca, il più grande progetto di sviluppo offshore
del mondo.
Grazie al determinante contributo della produzione di Cantarell si stabilizzerà
un consistente fusso di greggio pesante messicano verso le raffnerie statunitensi
del Golfo. Da cui deriva uno scambio di mutua convenienza di prezzi, sia per i
raffnatori Usa forti importatori di greggi pesanti adatti a essere lavorati nei loro
impianti sia per il Messico. Infatti, una quota consistente di greggio messicano raff-
nato negli Stati Uniti viene a sua volta importata per coprire fabbisogni del mercato
interno. Ma nell’ultimo decennio, con il calo della produzione di greggio messicano,
la bilancia dello scambio ha cominciato a inclinarsi a favore degli Stati Uniti.
La bonanza messicana inizia a perdere colpi già nel 1995 quando il «miraco-
lo Cantarell» manifesta i primi inquietanti segnali di stanchezza produttiva: non
più di 1 milione di b/g. L’enorme bolla di gas naturale sovrastante il giacimento
– che aveva garantito per anni la forte pressione, causa del generoso slancio
produttivo – si era andata infatti svuotando in ragione dello sfruttamento inten-
sivo. La Pemex ha tentato in tutti i modi, con le tecnologie dell’epoca, di rivita-
lizzare meccanicamente la pressione con iniezioni di azoto, reso disponibile con
costosi investimenti. Questo ha permesso di far riprendere slancio alla produzio-
ne che nel 2004 ha toccato il suo massimo: 2,2 milioni di b/g sui 3,4 milioni di
b/g del totale nazionale. Poi è sopraggiunto il brusco, inevitabile declino di cui
si potevano ormai prevedere le cadute produttive fno all’esaurimento delle ri-
serve recuperabili. Anche perché alla gallina dalle uova d’oro si è continuato a
tirare il collo.
Dal 2006 al 2010 il valore economico delle esportazioni di greggio locale verso
gli Stati Uniti superava ancora di gran lunga quello delle importazioni di prodotti
petroliferi dalle raffnerie della costa statunitense verso il Messico. Poi il declino
della produzione di greggio messicano non ha più consentito esportazioni suff-
cienti a compensare il fabbisogno di raffnati da importare, evidenziando una di-
pendenza energetica crescente del paese dagli Stati Uniti. Dipendenza che si è
aggravata negli ultimi anni con le massicce importazioni della sovrapproduzione
texana di gas naturale da shale a basso costo.

2. Lo scoop prima e poi il declino commerciale di Cantarell hanno contribuito


a far dimenticare l’epopea politica del petrolio messicano che risale a una stagione
più antica. Una memoria ne riaffora nello scenario che si prefgura per le elezioni
presidenziali del prossimo anno: «il petrolio messicano è nostro», sostiene infatti il
candidato Obrador.
È ben nota l’ostilità di Obrador alla totale privatizzazione dell’industria energe-
114 tica messicana, dall’upstream al downstream degli idrocarburi convenzionali e non,
LA POTENZA DEL MESSICO

al business strategico della produzione e della distribuzione di energia elettrica.


Anche se non è ben chiaro quali limiti potrebbe porvi se vincesse le elezioni. Non
solo perché molte iniziative si stanno avviando concretamente, ma anche perché
si va diffondendo lo slogan lanciato dai suoi oppositori: «Non vogliamo fare la fne
del Venezuela». Il fattore Obrador suscita comunque serie preoccupazioni non
solo nel mondo politico e imprenditoriale messicano promotore della privatizza-
zione, ma soprattutto in quello dell’industria energetica nordamericana. E quindi, a
ruota, nella cerchia dello stesso Trump.
Il fatto è che le Big Oil, di matrice americana o acquartierate negli Stati Uniti,
hanno la memoria lunga e, visto che si preparano a banchettare «alla carta» sui
menù offerti dall’attuale governo messicano, vogliono garantirsi che la tavola non
venga sparecchiata da un cambio di gestione. La prima èra del petrolio messicano
ne offre infatti esempi signifcativi.
Agli inizi del Novecento, nel Messico confnante con i territori Usa febbricitan-
ti di corsa al petrolio, operavano l’American Petroleum, a proprietà anglo-olandese,
e la Mexican Eagle a proprietà inglese supportata dall’entusiasmo di giovani leve
dell’Istituto geologico americano. Nel 1910 la Mexican Eagle fu in grado di fare il
colpo grosso che innescò grandi aspettative sulle potenzialità del petrolio messica-
no: la scoperta del giacimento Potrero del Llano (nella regione del bacino oggi
chiamato Tampico-Tuxpan) il cui pozzo numero 4 arrivava a produrre circa 100
mila b/g. Per quei tempi, il pozzo più grande del mondo.
Il greggio pesante messicano, che si prestava a essere lavorato per produrre
soprattutto carburante, ebbe immediata fortuna negli Stati Uniti durante la prima
guerra mondiale. Nel 1920 già ne copriva un quinto dei fabbisogni interni. Nel
frattempo la Royal Dutch Shell aveva acquisito la proprietà degli asset della Mexi-
can Eagle.
Il clima politico interno messicano si era però arroventato a seguito delle pul-
sioni rivoluzionarie che avevano rovesciato nel 1911 il presidente Porfrio Díaz, per
il dilagare del banditismo, per il contrasto tra compagnie straniere e governo sulle
spinose questioni di sovranità e di proprietà. Le pressioni degli operai petroliferi
avevano infatti spinto il governo a resuscitare lo storico principio che attribuiva le
risorse del sottosuolo alla nazione messicana. L’abolizione di questo principio vo-
luta dal presidente Díaz permise che il 90% dei territori con aspettative petrolifere
venisse venduto a società straniere.
Nell’articolo 27 della nuova costituzione messicana del 1917 verrà esplicitato
chiaramente il principio della proprietà nazionale delle risorse energetiche. Questo
articolo sarà il nodo centrale delle rivendicazioni e degli scioperi che vent’anni
dopo porteranno allo scontro insanabile tra gli operai e le direzioni delle compa-
gnie straniere.
Nel 1938, messo sotto pressione dalla situazione, il governo di Lázaro Cárdenas
del Río metterà in atto la procedura di espropriazione di tutti i beni delle multina-
zionali, nazionalizzandoli e creando una situazione di monopolio per l’appena
istituita azienda di Stato Pemex. Si apre così una grave crisi diplomatico-politica con 115
IL MESSICO È LA CHIAVE DELL’AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA NORDAMERICANA

i governi britannico e americano che esigono compensazioni per le aziende da loro


protette. Durissimo si dimostra quello britannico, più fessibile lo statunitense, cui
interessa in quel periodo sottrarre il Messico a un possibile allineamento con la
Germania nazista. Tra l’altro, dalla baia di Campeche partirà nel 1948, su esortazio-
ne degli Usa, il primo carico di petrolio diretto allo Stato di Israele, appena nato.
Alla fne degli anni Quaranta si chiude anche la questione delle compensa-
zioni. Lo sbarramento all’ingresso degli investimenti stranieri nell’industria ener-
getica messicana sarà invece mantenuto tenacemente fno al dicembre 2013,
quando il governo, sollecitato dal nuovo presidente Enrique Peña Nieto sostenu-
to dagli Stati Uniti, passa l’emendamento costituzionale all’articolo 27 che apre la
porta alla privatizzazione.

3. Un primato, in termini di anticipo dei tempi e di tenuta, va comunque rico-


nosciuto all’esperienza di nazionalizzazione messicana, nonostante sia meno famo-
sa e quindi meno deprecata in Occidente di quelle messe in atto nel 1951 dall’ira-
niano Mossadeq nei confronti della British Petroleum e nel 1976 dal governo ve-
nezuelano, che si attribuì la proprietà di tutta l’industria petrolifera privata straniera
e locale. I vari governi messicani sono riusciti infatti a evitare che lo scontro con le
compagnie petrolifere americane si traducesse in un confitto duro, non negoziabi-
le su altri piani, con il governo degli Stati Uniti.
Lo si è visto anche nell’atteggiamento ambivalente che il Messico ha tenuto
nei confronti dell’Opec. Dapprima si è mostrato favorevole al progetto di un’or-
ganizzazione dei paesi produttori avviato dai ministri del Petrolio con cui intrat-
teneva diretti rapporti, il venezuelano Juan Pablo Pérez Alfonzo e il saudita Šayœ
‘Abdullåh al-¡arøqø, soprannominato «lo sceicco rosso» per aver criticato Aramco
e auspicato la nazionalizzazione del petrolio arabo. In seguito ha anche ricerca-
to le simpatie (e i prestiti) dei produttori arabi con il voto all’Onu del 10 novem-
bre 1975 a favore della risoluzione che defniva il sionismo una forma di razzi-
smo e di discriminazione razziale. Quel voto gli ha fatto perdere l’amicizia con
Israele, economicamente meno importante. Nei fatti concreti però il Messico si è
mantenuto piuttosto prudente: monitorando da vicino le mosse dell’Opec ma
evitando accuratamente di farne parte, per non esporsi a condizionamenti su-
scettibili di compromettere la sua indipendenza nelle relazioni internazionali
(leggi con gli Stati Uniti in particolare). Visto che lo US Trade Act del 1974 – che
concedeva un trattamento di tariffe preferenziali a talune esportazioni dei paesi
«less developed» – aveva cassato dalla lista due membri Opec latinoamericani (Ve-
nezuela ed Ecuador), che avevano partecipato all’embargo petrolifero contro gli
Stati Uniti dopo il confitto arabo-israeliano del 1973. Nel dicembre 1976 il presi-
dente messicano José López Portillo ha chiuso la partita annunciando uffcial-
mente di non prendere in nessuna considerazione la partecipazione del suo
paese all’Opec. La libertà di manovra ha sempre permesso al Messico di pratica-
re una politica dei prezzi conveniente ai propri interessi, allineandosi a rialzi o
116 praticando sconti. E questo ne ha fatto un partner commerciale affdabile per gli
LA POTENZA DEL MESSICO

Stati Uniti. Finché non è arrivato Trump con la sua ossessione per il Nafta.
Avendo dichiarato ai tempi della sua ascesa una feroce ostilità al «disastroso»
accordo Nafta, il presidente americano ne ha sottostimato un aspetto strategico
importante: quello di aver facilitato automaticamente gli scambi energetici Mes-
sico-Usa, oggi decisamente favorevoli ai petrolieri statunitensi e all’industria te-
xana del fracking. Ecco perché l’industria energetica americana e le sue connes-
sioni messicane hanno temuto la messa in discussione del Nafta: meglio lasciar-
lo così come è, visto che gli scambi energetici vanno per il verso giusto. Ovvero,
poiché Trump ne ha fatto un cavallo di battaglia nella sua fase di ascesa ma ora
sembra preoccuparsi meno al riguardo, si lavora a far passare l’idea di un re-
styling di facciata del trattato che non provochi impuntature rischiose nelle trat-
tative, da cui potrebbero derivare ripicche energetiche. Per esempio, uno scontro
sul lattiero-caseario tra Usa e Messico che metta a rischio le forniture di gas cui
il Messico non ha alternative, assai vantaggiose per il Texas. Come dimostra il
clima delle trattative appena iniziate, non molto incoraggiante.

4. Tutti sono d’accordo comunque sul fatto che alla questione Nafta o non si
mette mano o la si deve chiudere prima delle elezioni presidenziali in Messico.
Anzi, nei piani della potentissima lobby dell’Api (American Petroleum Institute),
che raccorda gli interessi delle compagnie americane e delle multinazionali con
sede negli Stati Uniti, il Nafta 2 dovrebbe esplicitare, ora che il Messico ha aperto
alla privatizzazione anche il libero scambio energetico, una cooperazione forte-
mente integrata tra Canada, Usa e Messico, includendo clausole che diano ampie
garanzie alla protezione degli investimenti.
In questa prospettiva il Messico è considerato un pilastro chiave dell’integra-
zione energetica nordamericana, volta all’autosuffcienza e alla sicurezza strategica.
Sotto leadership statunitense, ovviamente. Dunque la riforma energetica messicana
promossa da Peña Nieto con il programma varato nell’agosto 2014 per concretiz-
zare i fni dell’emendamento costituzionale va protetta e i nazionalismi energetici
di Obrador battuti sul tempo.
La carta sintetizza il menù energetico offerto all’ingresso degli investimenti
stranieri: i bacini più importanti di petrolio e gas convenzionale, nonché i giaci-
menti di shale gas contigui a quelli texani di Eagle Ford che la Pemex non ha
potuto sviluppare perché spiazzati dalle forniture oltrefrontiera a basso costo. Si
notino le direttrici dei gasdotti che si moltiplicano per rifornire, ora anche diret-
tamente, le centrali elettriche esistenti e quelle numerose in progetto. L’ultimo
gasdotto di cui è stata recentemente avviata la costruzione, in parte sottomarino
e in parte terrestre, andrà ad agganciarsi direttamente alla rete interna della com-
pagnia Cfe (Comisión Federal de Electricidad). Tenuto conto dell’espansione dei
consumi messicani di elettricità e visto che le importazioni di gas naturale dagli
Usa sono cresciute vertiginosamente (più 35% dal 2015 al 2016), il business
dell’industria elettrica costituisce una delle portate più appetibili del menù, dun-
que il maggior volano per gli investimenti che si vogliono attrarre. 117
IL MESSICO È LA CHIAVE DELL’AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA NORDAMERICANA

MENÙ MESSICANO PER L’INTEGRAZIONE


ENERGETICA NORDAMERICANA
MISSISSIPPI
S TAT I U N I T I

TEXAS
LOUISIANA

San Antonio
Houston
shale
le Ford
Eag
Bacino shale gas
“Sabinas”
AREA E PROGETTI STRATEGICI
COAHUILA Interconnessione
gas Usa ofshore Confne marittimo Usa-Messico
N. LEÓN
Bacino shale gas TRION
“Burgos”

Perdido
area Giacimenti di gas
TA
M

ZACATECAS Giacimenti di petrolio


AU
LI

Gasdotto sottomarino
PA

Giacimenti di gas e petrolio


S

Ciudad “Sud Texas-Tuxpan”


SAN LUIS Victoria Ofshore Import shale gas
POTOSÍ Altamira profondo Import di prodotti petroliferi
(Terminal
d’importazione gnl) Bacini importanti di petrolio e gas
MESSICO
Ciudad Tampico

GUANAJUATO Golfo del Messico


Tuxpan
QUER.
HIDALGO
CANTARELL
Città del Messico Bacino shale gas
MICHOACÁN TLX. “Veracruz” Veracruz Area Sud-Est E
(ofshore poco profondo) CH
MOR. PUEBLA PE
M
CA
TA B A S C O
VERACRUZ
GUERRERO

OAXACA
C H I A PA S

Confni degli Stati messicani GUATEMALA


SAN LUIS Nomi degli Stati messicani
118 POTOSÍ
LA POTENZA DEL MESSICO

Infne, ci sono le risorse dell’offshore profondo aperte nel 2016 da una abile
manovra di partnership, conclusa tra Bhp Billiton (australiana ma con quartier ge-
nerale a Houston e membro dell’Api) che contribuisce al 60% e Pemex (40%) per
lo sviluppo del giacimento Trion situato nel perimetro dei blocchi più promettenti
della Perdido Area. E che può essere sfruttato agganciandone la produzione ai vi-
cini giacimenti dell’offshore statunitense. Complessivamente, come sottolinea l’Api,
le compagnie energetiche associate alla sua lobby (ExxonMobil, Chevron, Bp,
Statoil e Total tra le più importanti) sono già state favorite nelle prime assegnazio-
ni di progetti e sono in pole position per quelle più importanti che saranno presto
aperte. A riprova del buon lavoro di intermediazione col governo messicano, svol-
to da petrolieri intenditori come il segretario di Stato Rex Tillerson e il segretario
all’Energia Rick Perry, ex governatore del Texas.

119
LA POTENZA DEL MESSICO

ANCHE L’ITALIA PARTECIPA


ALLA GRANDE PARTITA
DEL PETROLIO MESSICANO di Lapo Pistelli
Malgrado la retorica di Trump, gli Usa mirano a cementare un
dominio energetico esteso a Canada e Messico. Lo scontro a Città
del Messico tra fautori della liberalizzazione e neonazionalisti
per le elezioni del 2018. L’attivismo italiano e il ruolo dell’Eni.

1. I L QUADRO MACROECONOMICO DEL MESSICO


è in rapida evoluzione. A meno di un anno dalle prossime elezioni presidenziali, i
sondaggi – che come era solito ripetere Shimon Peres «sono come i profumi: vanno
annusati, ma non bevuti» – segnalano un’opposizione di sinistra in ascesa e un
governo in affanno, principalmente a causa del malcontento sociale verso la poli-
tica economica di natura liberista e la persistente incertezza dei rapporti con l’am-
ministrazione Trump. Negli ultimi mesi, l’aggressiva narrazione protezionista che
Washington suggeriva a proposito del Messico sembra essersi attenuata, rifettendo
con ciò un nuovo pragmatismo dell’amministrazione – o forse solo la mera diffe-
renza fra i toni della campagna elettorale e la dura arte quotidiana del governare:
questa nuova modulazione, fra l’altro, ha elevato il rango del tema energetico
nell’agenda bilaterale.
Nella conferenza stampa congiunta tenuta in luglio a Città del Messico, i ministri
dell’Energia, Rick Perry e Pedro Joaquín Coldwell, hanno dichiarato di aver identif-
cato obiettivi comuni per un programma trilaterale con il Canada: «Siamo uniti nella
ricerca di un domani migliore», ha detto Perry, «le nostre culture sono mescolate, le
nostre storie e le nostre famiglie sono condivise, le nostre economie sono state da
sempre interdipendenti. Dobbiamo costruire un futuro migliore insieme, partendo
da un dominio energetico nordamericano». Perry e Coldwell si sono inoltre impe-
gnati ad accelerare lo sviluppo di risorse non ancora sfruttate, aumentare l’inter-
scambio energetico e migliorare la sicurezza e l’affdabilità dei propri sistemi.

2. Se l’energia può avvicinare i governi americano e messicano, sono state


invece le riforme del mercato energetico domestico introdotte dal presidente
Enrique Peña Nieto ad allontanarlo dalla propria base elettorale, catalizzando
una forte protesta. 121
ANCHE L’ITALIA PARTECIPA ALLA GRANDE PARTITA DEL PETROLIO MESSICANO

Nel gennaio 2017, la liberalizzazione del mercato al dettaglio dei carburanti ha


prodotto un immediato aumento del 20% del prezzo della benzina, innescando
manifestazioni, alcune anche violente, e consegnando un argomento polemico di
facile impatto ad Andrés Manuel López Obrador, il populista di sinistra che sfderà
il partito del presidente nelle prossime elezioni del giugno 2018. Da allora, Obra-
dor ha fatto dell’abrogazione della riforma del settore energetico del 2013 uno dei
temi centrali della propria campagna. Questa scelta di posizionamento non è frutto
automatico e scontato della collocazione gauchiste di Obrador. Da sindaco di Città
del Messico, dal 2000 al 2005, egli si era infatti molto impegnato nell’attrazione di
investimenti privati, lo stesso obiettivo che in fondo Peña Nieto si è dato durante il
mandato presidenziale per rendere ancora più interessante il Messico agli occhi
degli investitori internazionali.
Ma il petrolio è un’altra cosa.
Il petrolio è un pilastro fondamentale dell’economia del paese. In più, e que-
sto non vale solo in Messico, esso è da sempre una risorsa politica chiave nella
retorica dei paesi che ne dispongono e che affondano le radici della propria legit-
timità nel crogiuolo di una rivoluzione. Il petrolio è un bene che appartiene al
popolo (in questo caso a quello messicano), è una risorsa non alienabile e il suo
controllo completo in fase sia di esplorazione sia di produzione gioca un ruolo
importante nella legittimazione dell’élite al potere.
Di petrolio, e di idrocarburi in generale, il Messico ne ha in considerevole
quantità. La World Oil&Gas Review riporta che il Messico detiene 7,6 miliardi di
barili di riserve provate di petrolio a fne 2016 e 257 miliardi di metri cubi di riser-
ve provate di gas, mentre l’Oil&Gas Journal stima che il Messico abbia ancora un
potenziale di 35 miliardi di barili di petrolio equivalenti di risorse convenzionali
tecnicamente recuperabili (di cui la metà nelle acque profonde del Golfo del Mes-
sico) e di quasi 100 miliardi di barili equivalenti di risorse tecnicamente recupera-
bili non convenzionali (13 miliardi di barili di shale oil, che collocano il paese
all’ottavo posto nel mondo e 90 miliardi di barili equivalenti di shale gas, che piaz-
zerebbero il Messico al sesto posto potenziale). Insomma, tante risorse.
Nella realtà, da molti anni il Messico ha visto ridurre sensibilmente sia l’am-
montare delle sue riserve accertate di petrolio e gas (a un tasso di oltre il 7,5% in
media negli ultimi 15 anni), sia la produzione di petrolio, scesa dal picco di 3,8
Mb/g nel 2004 ai 2,6 Mb/g nel 2015, sia quella associata di gas, come conseguenza.
Ovviamente sono invece aumentate le importazioni di gas fno a coprire quasi il
50% della domanda.
Non è tanto il crollo del prezzo sui mercati internazionali ad avere causato il
declino produttivo messicano. Altri fattori di sistema hanno infuito pesantemente:
soprattutto la prolungata fase di sottoinvestimento nelle attività petrolifere per la
mancanza di risorse fnanziarie della compagnia di Stato Petróleos Mexicanos (Pe-
mex), il declino dei campi maturi non compensati da nuove esplorazioni, il ritardo
accumulato nella tecnologia. Per aumentare, al limite per mantenere, il contributo
122 del settore energia alla ricchezza nazionale, si rendeva dunque necessaria una ri-
LA POTENZA DEL MESSICO

forma che ponesse fne al monopolio statale e favorisse l’ingresso di capitali priva-
ti, nazionali e stranieri, pur mantenendo il principio della inalienabile sovranità
nazionale sulle risorse.
Così, a fne 2013, il governo messicano ha adottato una riforma costituzionale
che ha aperto la porta a un sistema energetico più competitivo, effciente e soste-
nibile, sia dal punto di vista fnanziario che ambientale. Abolito il monopolio di
Pemex nel settore petrolifero e della compagnia statale Comisión Federal de Elec-
tricidad (Cfe) nel settore elettrico, è stato dato il via agli investimenti privati, sono
state avviate iniziative per sfruttare il potenziale di risorse rinnovabili (solare, eolico
e geotermico) ma soprattutto per sviluppare i giacimenti petroliferi sia in acque
basse che profonde, traendo infne vantaggio dalle importazioni di gas naturale a
basso costo dagli Usa. Il Fondo monetario internazionale ha stimato in proposito
che, sostituendo l’olio combustibile con il gas per la produzione di energia elettri-
ca, il Messico potrebbe ridurre i prezzi dell’energia elettrica del 13% e ottenere un
incremento della produzione industriale di circa il 4%.
La riforma non ha incrociato il momento giusto del ciclo economico poiché,
proprio mentre essa faceva i primi passi nel 2014, il prezzo del petrolio è collassa-
to, faccando l’iniziale ottimismo. In realtà, si è presto capito che se essa era impor-
tante in un regime di prezzi alti, lo era ancora di più dopo la loro caduta.

3. La prima tornata di aste competitive della Reforma Energética per l’assegna-


zione di licenze petrolifere (o bid round), svoltasi in diverse fasi rispettivamente
nelle acque poco profonde, nell’onshore, e nelle acque profonde, iniziata a fne 2014
e conclusasi nel dicembre 2016 (la cosiddetta Ronda 1) ha segnato dunque la riaper-
tura del settore a investimenti e tecnologie internazionali, e ha mostrato un interesse
cauto, ma via via crescente, da parte degli operatori. In verità, non tutti i blocchi in
offerta sono stati assegnati, anche perché non tutte le aree avevano lo stesso interes-
se minerario, ma il governo messicano è stato abile a imparare, asta dopo asta, dai
propri errori, modifcando le regole e le condizioni per attrarre più investimenti.
Così, alla fne della prima asta della Ronda 2, conclusa nel giugno di questo
anno, il Messico può fnalmente vantare la presenza nel paese di tutte e sette le
majors petrolifere del mondo. Si tratta di un risultato non scontato e di grande ri-
levanza. Secondo la International Energy Agency (Iea), la produzione di petrolio in
Messico, grazie agli esiti delle riforme, potrebbe raggiungere i 3,4 Mb/g nel 2040,
ripristinando la posizione del Messico fra i più importanti produttori ed esportatori
petroliferi a livello mondiale.
Fra le majors, Eni – che si era affacciata in Messico fn dal 2005 con program-
mi di cooperazione tecnologica con Pemex – è stata la prima a mettere piede nel
paese, aggiudicandosi alla prima asta della Ronda 1, nel settembre 2015, il 100%
dell’Area 1, situata nelle acque convenzionali della Baia di Campeche, a ovest del-
la penisola dello Yucatán.
L’area 1 contiene tre scoperte a olio (Amoca, Miztón e Tecoalli) e la campagna
di perforazione ha dato fnora risultati molto positivi, superiori alle aspettative. I 123
ANCHE L’ITALIA PARTECIPA ALLA GRANDE PARTITA DEL PETROLIO MESSICANO

due pozzi già terminati danno evidenza di risorse petrolifere in posto per un volu-
me complessivo stimato in circa 1,3 miliardi di barili di olio equivalente, un dato
che apre la strada a un piano di sviluppo accelerato, con la perforazione di altri
due pozzi nei prossimi mesi. Analoghe scoperte sono state effettuate a luglio da un
consorzio a guida americana, confermando la potenzialità della zona. Nel giugno
2017, Eni ha poi ampliato ulteriormente la propria presenza aggiudicandosi nella
Ronda 2 altre tre aree contigue. La presenza di abbondanti risorse, la localizzazione
in acque basse a pochi chilometri dalla costa, la presenza di buone infrastrutture a
terra e un’economia sviluppata rendono perciò il Messico un’area di interesse pri-
oritario per Eni. Tutto questo si inquadra poi in un contesto bilaterale che negli
ultimi quattro anni ha visto uno scambio di visite senza precedenti a tutti i livelli,
fra il presidente Peña Nieto e i diversi presidenti del Consiglio italiani, i ministri
dell’Economia, fno alle delegazioni economiche rappresentative dei «campioni»
del sistema paese, ponendo le fondamenta per trasformare una base importante di
simpatia politica reciproca in una robusta partnership economica.

4. La potenzialità del paese, la lunga campagna elettorale in corso e le posizio-


ni pubbliche di Obrador hanno sollevato un interrogativo sul futuro di questa sta-
gione di apertura. L’industria petrolifera non è materia da mordi e fuggi ma instau-
ra, per defnizione, rapporti di partnership destinati a durare più di una generazio-
ne. Molti osservatori affermano che, anche in caso di vittoria e di ferrea volontà di
mantenere le promesse elettorali di questi mesi, Obrador diffcilmente avrebbe al
Congresso la maggioranza qualifcata necessaria per modifcare in chiave restrittiva
le riforme costituzionali introdotte da Peña Nieto. Ma è vero anche che il nuovo
presidente potrebbe comunque infuire sulla piena applicazione delle riforme, ri-
vedendo i programmi dei bid rounds, cambiando regole e termini fscali. Da qui
l’attenzione che tutti i grandi operatori, appena entrati nel paese, attribuiscono ai
prossimi passaggi politici.
Anche il potente vicino americano ha seguito con estrema attenzione l’evolu-
zione del settore energetico messicano. La liberalizzazione del mercato downstre-
am ha permesso quest’anno a Tesoro, un importante raffnatore del Texas, di di-
ventare la prima azienda privata a vincere un’asta per il trasporto e lo stoccaggio
di prodotti petroliferi importati utilizzando le infrastrutture di Pemex. Il petrolio
delle raffnerie americane conta ora per circa la metà del consumo domestico del
Messico. Bp ed ExxonMobil stanno pianifcando l’apertura delle prime stazioni di
servizio nel paese.
Secondo la Energy Information Administration, fra il 2011 e il 2016 il bilancio
energetico fra Stati Uniti e Messico si è concretamente ribaltato a vantaggio degli
Usa, passando da un defcit americano di 20 miliardi di dollari ad un surplus di 11,5
miliardi. Storicamente il Messico vendeva greggio alle raffnerie americane e impor-
tava prodotti raffnati per un valore largamente inferiore alle proprie esportazioni.
Oggi il Messico è diventato invece la prima destinazione privilegiata americana non
124 solo per prodotti raffnati ma anche per il gas naturale, con un raddoppio delle
LA POTENZA DEL MESSICO

vendite negli ultimi tre anni e un raddoppio programmato nei prossimi tre anni
della capacità di trasporto dei gasdotti transfrontalieri provenienti dal bacino del
Permiano. José Antonio González Anaya, capo di Pemex, ripete di voler incorag-
giare altri raffnatori americani, come Tesoro e Valero, a co-investire in alcune
delle sei raffnerie messicane, tutte costruite prima del 1980, che hanno bisogno di
essere modernizzate poiché perdono complessivamente circa 9 miliardi di dollari
l’anno.
Il mondo americano del petrolio e del gas naturale ha mostrato a più riprese
al presidente Trump il suo interesse strategico per il Messico e ha salutato con fa-
vore la scelta di Rick Perry, ex governatore del Texas, quale segretario all’Energia.
Fra le altre cose, Perry è stato membro del board di Energy Transfer Partners, so-
cietà di gasdotti che trasporta gas naturale in Messico. Il pragmatismo di Perry ha
aiutato a inquadrare in maniera diversa i rapporti col Messico andando oltre il tema
dell’interscambio energetico. Perry ha spiegato ai colleghi come il 40% del valore
aggiunto delle manifatture messicane di base esportate negli Usa venga poi con-
cretamente trasformato in prodotto fnito negli Stati Uniti e come da esse dipenda-
no dunque milioni di posti di lavoro americani. Riferendosi a una revisione del
North American Free Trade Agreement (Nafta), Wilbur Ross, segretario al Commer-
cio, ha recentemente parlato della necessità di un accordo «molto ragionevole» con
il Messico. Peter Navarro, direttore del National Trade Council, gli ha fatto eco al-
ludendo a una «potenza regionale reciprocamente vantaggiosa», parole molto lon-
tane da quelle usate da Trump in campagna elettorale.
Si temeva che Trump avrebbe annunciato il ritiro dal Nafta per l’anniversario
dei suoi primi 100 giorni. Aspettative del genere avevano causato una forte svalu-
tazione del peso messicano. Poi, in aprile, dopo una conferenza telefonica fra
Trump, il premier canadese Trudeau e il presidente del Messico, la Casa Bianca
aveva fatto sapere che gli Usa non si sarebbero ritirati dal Nafta «almeno per ades-
so». Il rinnovato ottimismo ha rafforzato il peso messicano, quasi tornato ai livelli
precedenti all’elezione di Trump. A fne maggio, la Banca centrale ha poi rivisto al
rialzo la previsione di crescita per il 2017, oggi stimata tra l’1,5 e il 2,5% (dato con-
fermato dal Fondo monetario internazionale). La crescita americana sta aiutando le
imprese messicane: le esportazioni non petrolifere del Messico sono cresciute del
13% anno su anno in maggio.
I dati parlano dunque chiaro. L’integrazione economica regionale aiuta en-
trambi i paesi, al di là di ogni retorica politica. Anche se, in questo tempo di impre-
vedibilità della politica americana, continua a pendere sul Messico la spada di
Damocle di un «aggiornamento» del Nafta. Il paese sa bene che una revisione in
senso restrittivo delle regole lo esporrebbe immediatamente al rischio della dipen-
denza del mercato domestico da quello americano, destinazione fnale di circa
l’80% delle proprie esportazioni. Inoltre, l’interruzione delle complesse catene di
approvvigionamento e subfornitura che legano aziende americane e messicane
ridurrebbero gli investimenti con conseguenze pesanti sulla valuta, sulle esporta-
zioni, sulla crescita. 125
ANCHE L’ITALIA PARTECIPA ALLA GRANDE PARTITA DEL PETROLIO MESSICANO

5. Il rapporto del Messico con la regione latino-americana è da sempre abba-


stanza irregolare, sia in termini di impegno che di intensità. Negli ultimi anni, i due
presidenti Vicente Fox (2000-6) e Felipe Calderón (2006-12) hanno avuto imposta-
zioni di politica regionale diametralmente divergenti. Fox aveva sostanzialmente
isolato il Messico dagli altri grandi paesi dell’America Latina, accendendo una forte
rivalità con Brasile, Cuba e Venezuela (al punto da ritirare gli ambasciatori), crean-
do tensioni con l’Argentina e perfno con il Cile, tradizionale alleato. Durante quel
mandato, il Messico non partecipò ai programmi subregionali – come l’Unione
delle Nazioni sudamericane (Unasur) o l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Al-
ba) – e il ministro degli Esteri fece più volte riferimento al Messico come paese non
latinoamericano, ma piuttosto nordamericano.
Calderón invece reintegrò pienamente il Messico nel contesto regionale latino-
americano, attraverso vari programmi e schemi multilaterali, coinvolgendo il paese
nella creazione del Celac (Comunità di Stati latinoamericani e dei Caraibi) e dell’Al-
leanza del Pacifco. Questa linea è stata confermata dal presidente Peña Nieto, che
ha fatto del rafforzamento dei rapporti con l’America Latina una priorità della pro-
pria agenda geopolitica. Da questo punto di vista, il successo messicano nel setto-
re energetico si è collocato in netto contrasto con il «nazionalismo dell’energia» di
Venezuela, Argentina e Brasile, che hanno sperimentato, anche a causa delle pro-
prie crisi politiche, una forte contrazione degli investimenti e, nei primi due paesi,
anche della produzione. L’apertura del Messico a capitale e know how internazio-
nale poteva e potrebbe quindi diventare un esempio virtuoso per altri paesi latino-
americani resource rich, franati su uno sterile nazionalismo energetico.
I prossimi mesi ci diranno se i frutti dell’impegno di Peña Nieto in questa di-
rezione saranno colti da un successore che tanto ha fatto per avversarli.

126
LA POTENZA DEL MESSICO

Parte II
COME il MESSICO
GUARDA il MONDO
LA POTENZA DEL MESSICO

GEOPOLITICA
DEL VORREI
MA NON POSSO di Rafael Velázquez Flores
La geografia del Messico alimenta ambizioni internazionali
che non trovano adeguato riscontro nella pratica. La diplomazia
petrolifera degli anni Settanta-Ottanta. La centralità dell’America
Latina. L’eterodirezione statunitense è un destino.

1. L A POLITICA ESTERA DI UN PAESE È


determinata da diversi fattori. Nel caso del Messico, vi sono elementi congiuntura-
li, semicongiunturali e permanenti che incidono in modo signifcativo sul processo
decisionale. I primi mutano con relativa facilità, mentre i secondi di norma perman-
gono per un certo lasso di tempo e possono modifcarsi in base a diverse circostan-
ze. Gli ultimi persistono indefnitamente e diffcilmente si alterano.
I fattori congiunturali sono principalmente la situazione esterna e interna, sog-
getta a repentine e frequenti modifche. Anche l’interesse nazionale è un fattore
che plasma la politica estera e che può modifcarsi in funzione della congiuntura.
Ancora, le preferenze e le percezioni delle autorità preposte esercitano un’infuen-
za signifcativa sull’azione esterna del paese e possono mutare con relativa facilità.
Tra le variabili semicongiunturali vi sono il modello di sviluppo economico,
il tipo di sistema politico, le caratteristiche demografche e le priorità politiche
nazionali.
Infne, i fattori pressoché permanenti: l’identità nazionale e la geopolitica. Di
fatto, i tratti identitari e la posizione geografca del Messico sono stati tra gli ele-
menti di maggior peso nello sviluppo della politica estera nazionale sin dall’in-
dipendenza, nel 1821. Al tempo, il paese ereditò dalla Spagna un territorio mol-
to vasto; pertanto, uno dei primi obiettivi della sua politica estera fu la delimita-
zione esatta delle frontiere e la loro protezione. Tuttavia, molte delle aree riscat-
tate dal dominio coloniale risultavano disabitate. Il governo centrale non eserci-
tava pertanto un vero controllo sui territori più remoti, specie su quelli oggetto
delle brame di alcune potenze straniere. Gli Stati Uniti, ad esempio, erano inte-
ressati ad acquisire zone nel Nord del paese; la Russia mirava alla porzione
dell’Oregon confnante con l’Alta California; Francia e Inghilterra puntavano a
mantenere la loro presenza nel territorio americano. 129
GEOPOLITICA DEL VORREI MA NON POSSO

L’espansionismo statunitense privò il Messico di gran parte del suo territorio a


metà del XIX secolo. Nel 1836, il Texas si rese indipendente con l’aiuto degli Stati
Uniti, per poi unirsi agli stessi nove anni dopo. Nel 1848, a seguito della guerra, il
Trattato di Guadalupe-Hidalgo sancì il passaggio agli Usa di circa la metà del terri-
torio messicano: gli attuali California, Nuovo Messico, Arizona e Nevada, tra gli
altri. Ancora, nel 1853 il presidente Antonio López de Santa Anna vendette a Wa-
shington la regione detta La Mesilla per la costruzione di una ferrovia, ma tutte
queste cessioni territoriali non furono suffcienti. In seguito, gli Stati Uniti mirarono
ad acquistare la Bassa California e Sonora, ma soprattutto l’Istmo di Tehuantepec
per realizzarvi un canale che collegasse i due oceani. Nel 1859 Messico e Usa fr-
marono il Trattato di McLane-Ocampo, con il quale Benito Juárez cedeva la sovra-
nità sull’istmo; tuttavia, il testo non fu ratifcato dal senato statunitense e non entrò
mai in vigore.
Gli interventi stranieri e le perdite territoriali lasciarono un’impronta profonda
sulla politica estera del Messico. Da allora, il paese assunse una postura difensiva
e di rifuto delle intromissioni esterne, promovendo la pace e condannando l’uso
della violenza. Fu così che presero a confgurarsi i princìpi fondamentali della po-
litica estera messicana 1. Quegli avvenimenti generarono inoltre un forte nazionali-
smo, il che favorì la costruzione di un’identità nazionale basata sul sentimento
antistatunitense e fortemente vincolata al territorio.

2. Tra fne Ottocento e inizio Novecento il territorio perse gradualmente la sua


centralità nelle relazioni internazionali del Messico, anche se continuarono a veri-
fcarsi confitti alle frontiere. Per esempio, il paese ottenne dagli Stati Uniti la resti-
tuzione del Chamizal, un territorio perso in seguito a una deviazione del fume che
in quel punto segnava la frontiera tra i due paesi. Il governo messicano recuperò
anche le isole Clipperton, ma più tardi le perse di nuovo a vantaggio della Francia.
Ben più rilevante fu invece la defnizione dei confni con i vicini meridionali.
Nel 1882 Messico e Guatemala trovarono un accordo per la defnizione della fron-
tiera comune: i guatemaltechi ritenevano che il territorio di Soconusco, parte dello
Stato messicano del Chiapas, fosse loro, ma alla fne desistettero. Nel 1897 Messico
e Regno Unito frmarono l’accordo Mariscal-Spencer, che fssava defnitivamente la
frontiera con l’attuale Belize. Con questi due trattati, i confni meridionali del paese
assunsero la loro confgurazione attuale.
Successivamente le potenze straniere e il vicino settentrionale non avanzarono
più mire territoriali, ma cercarono di investire nei settori strategici dell’economia
messicana: industrie, banche, imprese minerarie e compagnie petrolifere, tra l’altro.
Da allora la priorità di questi paesi è stata proteggere i loro interessi economici in
Messico, anche con interventi militari. All’inizio del XX secolo, del resto, il capitale
straniero dominava l’economia messicana, il che alimentò ulteriormente il naziona-

1. Tra questi vi sono la non ingerenza, l’autodeterminazione dei popoli, l’eguaglianza giuridica degli
130 Stati, la soluzione pacifca delle controverse e la cooperazione internazionale per lo sviluppo.
LA POTENZA DEL MESSICO

lismo e l’antiamericanismo. Questa situazione fu uno dei fattori determinanti per lo


scoppio della rivoluzione nel 1910. Si può dunque affermare che la formazione
dell’identità nazionale messicana prende avvio da un certo rifuto dell’esterno.
Nel periodo delle guerre mondiali la geopolitica infuì in modo determinante
sulle relazioni internazionali del Messico. Durante il primo confitto, la Germania
aveva un certo interesse a evitare che gli Stati Uniti entrassero in guerra al fanco
degli Alleati: il calcolo tedesco era che se Washington fosse intervenuta, Berlino
avrebbe perso. Pertanto, il ministro degli Esteri Zimmermann inviò nel 1917 un
telegramma al presidente messicano Venustiano Carranza con una proposta tenta-
trice: il Messico avrebbe dovuto provocare un confitto con il vicino settentrionale
per distrarlo e tenerlo impegnato, in cambio la Germania sarebbe andata in suo
aiuto consentendogli di vincere e recuperare i territori persi nel 1848. Tuttavia, il
telegramma fu intercettato dall’intelligence britannica e giunse nelle mani dei fun-
zionari statunitensi, giocando un ruolo importante nel convincere gli Stati Uniti a
entrare in guerra.
Alla fne degli anni Trenta, di fronte allo spettro di una nuova guerra e al timore
statunitense di un’invasione giapponese, la priorità di Washington era stringere un’al-
leanza difensiva col Messico. Infatti, essendo la costa degli Usa ben difesa, gli ame-
ricani temevano che i giapponesi invadessero la Bassa California e da lì tentassero di
risalire verso nord. Al tempo in Messico imperversava un forte sentimento antiame-
ricano e alcuni settori della società esibivano una certa simpatia per il nazismo; del
resto, il ricordo dell’intervento statunitense nella rivoluzione era ancora fresco. Per-
tanto, l’opinione pubblica si mostrava contraria a un’alleanza con Washington. La
quale, per garantirsi l’appoggio del vicino meridionale, accettò di accordargli grandi
benefci: nel 1941 fu siglato un accordo per risolvere i confitti scaturiti dagli espropri
petroliferi effettuati da Lázaro Cárdenas; nel 1942 il Messico si vide condonata parte
del debito estero e ai suoi cittadini fu consentito di lavorare regolarmente negli Usa.
Il Messico strinse così un’alleanza con Washington e dichiarò guerra ai paesi dell’As-
se. In questo caso, la geopolitica aveva giocato a suo favore.
Durante la guerra fredda, il Messico occupò una posizione geostrategica cen-
trale nella politica di sicurezza statunitense. Per Washington era infatti fondamen-
tale avere in Città del Messico un alleato nel confronto ideologico con l’Unione
Sovietica. Tale importanza aumentò ulteriormente dal 1959, quando la guerra fred-
da sbarcò in America Latina con l’arrivo di Castro a Cuba. Nel corso della crisi dei
missili (1962), gli Stati Uniti potevano aver bisogno di basi in Messico qualora i
loro aerei fossero dovuti atterrare vicino all’isola caraibica. Il governo di Adolfo
López Mateos offrì anche l’isola di Cozumel allo scopo. Fortunatamente, la crisi si
risolse per via diplomatica, ma da allora e per il resto della guerra fredda il Messico
si convertì in un tassello fondamentale dello scacchiere geopolitico.
Caduta l’Urss, apparvero nuovi nemici degli Stati Uniti: il crimine internaziona-
le organizzato e il terrorismo. Nella nuova cornice la posizione geografca del
Messico risultava non meno rilevante, stante il rischio che criminali e terroristi en-
trassero in territorio statunitense attraverso la frontiera sud. 131
GEOPOLITICA DEL VORREI MA NON POSSO

3. L’ubicazione del Messico è privilegiata per varie ragioni. In primo luogo, il


paese è un ponte tra America del Nord e del Sud. Inoltre, è posto tra l’Asia-Paci-
fco, l’Europa e l’Africa, il che ne fa in un certo senso il centro del mondo. Non
c’è altro Stato che goda di tale posizione e che possa, pertanto, fungere da snodo
tra i principali continenti.
In secondo luogo, il Messico ha un territorio esteso, che abbonda di risorse
naturali e sbocchi al mare. In termini geopolitici è un macro-Stato, il 13° al mon-
do per dimensioni, con una superfcie di quasi 2 milioni di chilometri quadrati.
Ma la sovranità messicana si estende anche sul mare: di fatto, il paese ha un’e-
stensione marittima superiore a quella terrestre. La sua Zona economica esclusi-
va legalmente riconosciuta si estende per oltre 3 milioni di chilometri quadrati,
tra mare territoriale e le numerose isole, il che gli dà accesso a ingenti ricchezze
marittime. Per lunghezza delle coste, il Messico è 15° al mondo. L’insieme di
queste circostanze fa del paese al contempo un gigante terrestre e una potenza
marittima: gli oceani non sono una barriera, bensì una via di comunicazione e
un veicolo d’infuenza. Il paese ha anche fumi estesi e grandi laghi, nonché
vasti boschi e ricche riserve d’acqua. Il clima è temperato quasi tutto l’anno e ciò
favorisce l’agricoltura e il turismo.
Questi elementi rappresentano potenziali vantaggi: uno su tutti, la fortuna di
non dover cercare altrove le numerose risorse necessarie a sostenere la popola-
zione, l’economia e le ambizioni internazionali del paese. Tuttavia, siccome il
Messico non possiede le tecnologie necessarie a sfruttare appieno la sua dovizia,
quest’ultima si trasforma spesso in uno svantaggio, in quanto genera vincoli di
dipendenza con altri paesi.
Il petrolio, in particolare, ha prodotto un impatto signifcativo sulla politica
estera messicana. Negli anni Settanta, quando furono scoperti vasti giacimenti sot-
tomarini nel Golfo del Messico, il paese vide notevolmente accresciuta la sua ca-
pacità negoziale: la politica estera di Luis Echeverría e José López Portillo si fondò
sostanzialmente sulla diplomazia petrolifera. Il Messico si fece promotore di impor-
tanti iniziative internazionali, come la Carta dei diritti e doveri economici degli
Stati approvata dall’Assemblea Generale dell’Onu, che prefgurava una nuova rela-
zione tra paesi ricchi e poveri; il Piano mondiale dell’energia, che puntava a un
nuovo ordine globale in materia energetica; il Patto di San José siglato da Messico
e Venezuela nel 1980 per fornire petrolio ai paesi centroamericani e caraibici a
prezzi di favore; e il Vertice Nord-Sud del 1981, che riunì 22 paesi dei 5 continenti
per dare impulso alla cooperazione internazionale. Tutte queste iniziative, fondate
sul potere del petrolio, resero il Messico un attore di rilievo in quel periodo.

4. Un dato ineludibile è la vicinanza del Messico alla prima potenza economi-


co-militare del mondo, fonte al contempo di vantaggi e svantaggi in termini di
politica estera. Da un lato, le relazioni commerciali bilaterali sono molto strette: gli
Stati Uniti sono il principale partner commerciale del Messico, di cui assorbono
132 oltre l’80% dell’export e cui forniscono circa il 70% dell’import. D’altro canto, l’eco-
LA POTENZA DEL MESSICO

nomia del paese latinoamericano è incapace di creare suffciente impiego e pertan-


to migliaia di messicani emigrano a nord. Ciò rappresenta un vantaggio, essendo
l’emigrazione una preziosa valvola di sfogo e un’importante fonte di rimesse. Inol-
tre, la vicinanza geografca favorisce l’affusso del turismo statunitense, mentre la
potenza militare a stelle e strisce ha rappresentato a lungo (e in parte rappresenta
ancora oggi) una garanzia di sicurezza dalle minacce esterne che consente al Mes-
sico di limitare gli investimenti in difesa 2.
Tra gli svantaggi più ovvi c’è la limitata autonomia che una presenza così in-
gombrante comporta. La pressione di Washington sul governo messicano si eser-
cita in particolare sul tema della sicurezza ed è indirizzata in primo luogo a proteg-
gere gli investimenti e gli interessi statunitensi in Messico. Quest’ultimo è dunque
costretto a investire ingenti risorse nella soddisfazione dei desiderata americani, e
in generale nella relazione bilaterale, tanto da essere l’unico paese ad avere ben 50
consolati in un altro Stato. La vasta rete consolare messicana negli Stati Uniti, volta
ad assistere la diaspora, assorbe il 50% del bilancio del ministero degli Esteri, a
detrimento di altre aree geografche.
L’altro svantaggio consiste nel crescente consumo di droga da parte dei citta-
dini statunitensi, che ha reso il territorio e le acque messicane una base logistica
estremamente attraente per molti cartelli criminali. Oggi il narcotraffco costituisce
un tema centrale nell’agenda di politica estera messicana, proprio a causa di questa
realtà. L’opinione pubblica lamenta i costanti interventi statunitensi in materia, vis-
suti spesso come abusi di potere e violazioni della sovranità nazionale. Ne sono
esempi Casablanca e Rápido y Furioso: il primo fu un programma attuato dagli
Stati Uniti nel 1998 per intercettare le attività di riciclaggio del denaro; la seconda
fu un’operazione che vide funzionari statunitensi introdurre illegalmente armi in
territorio messicano per tracciare la natura dei traffci e i gruppi criminali che le
acquisivano. Entrambi i casi furono visti come indebite ingerenze, al pari degli
adempimenti antidroga imposti dagli Stati Uniti a fronte della minaccia indiretta di
sanzioni economiche.
La stessa emigrazione, che pure ha i suoi vantaggi, si è convertita in fonte di
attrito. Le costanti misure statunitensi per contrastare gli ingressi irregolari sono
state criticate dai cittadini e dal governo messicani: la legge Simpson-Rodino, la
proposta di legge 187 in California e la SB1070 in Arizona, tra le altre, confgurano
per il Messico violazioni dei diritti umani. Malgrado i numerosi e frequenti ambiti
di confitto, la relazione bilaterale resta comunque improntata alla cooperazione,
risultando strategica per ambo i paesi.
Sin dall’inizio il Messico si è confgurato come una potenza regionale per l’A-
merica centrale e i Caraibi. Nel corso della sua storia, queste due regioni sono
state la principale zona d’infuenza e di esercizio della politica estera per il Messico,
per ragioni economiche e di sicurezza. Se da un lato Città del Messico ha costan-
temente mirato al controllo della sua frontiera meridionale per ostacolare il passag-

2. M. Ojeda, Alcances y límites de la política exterior de México, México D.F. 1976, El Colegio de México. 133
GEOPOLITICA DEL VORREI MA NON POSSO

gio di droga e migranti, dall’altro i paesi centroamericani e caraibici rappresentano


un’opportunità di diversifcazione dell’export e degli investimenti. Per questo,
quando l’area risulta instabile, calamita l’attenzione del Messico.
È successo ad esempio negli anni Settanta e Ottanta, quando le guerre civili
prospettarono la possibilità di un massiccio intervento militare statunitense, senza
contare le migliaia di rifugiati che si riversarono nel Sud e nel Sud-Est messicani. I
governi di López Portillo e Miguel de la Madrid si adoperarono per far cessare i
confitti, frmando con la Francia un protocollo per il riconoscimento formale del
Fronte Farabundo Martí di liberazione nazionale del Salvador e lanciando nel 1983
l’iniziativa Contadora per risolvere pacifcamente i confitti nel Centroamerica. Seb-
bene tale sforzo non ottenne i risultati sperati, Città del Messico mantenne la sua
presenza con meccanismi come quello di Tuxtla Gutiérrez o il Piano Puebla Pa-
namá, che mirava a favorire l’integrazione regionale.

5. Dal 1929 al 2000 il Messico è stato governato praticamente da un solo par-


tito: il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri). In questa lunga fase, la politica este-
ra messicana è stata relativamente stabile e prevedibile, almeno fno agli anni Ot-
tanta. Le sue principali caratteristiche erano una posizione basata sui princìpi, con
un certo tono legalistico e a tratti isolazionista; la solidarietà con l’America Latina e
la parallela critica agli Stati Uniti per il loro interventismo. Queste posture erano
fnalizzate soprattutto a mantenere il consenso e la legittimità all’interno.
A metà anni Ottanta intervennero cambiamenti signifcativi. La profonda crisi
fnanziaria d’inizio decennio obbligò il governo a modifcare sensibilmente il mo-
dello di sviluppo economico. Da uno schema protezionistico basato sulla sostitu-
zione delle importazioni, il paese passò a un modello aperto al commercio e agli
investimenti stranieri. Questo cambiamento strutturale ebbe ripercussioni signifca-
tive sulle relazioni internazionali del paese: a partire da Miguel de la Madrid (1982-
88), il governo perseguì un avvicinamento agli Stati Uniti e abbandonò il suo iso-
lazionismo. Il culmine di questo processo si ebbe con la presidenza di Carlos Sali-
nas de Gortari (1988-94), che nel 1992 appose la sua frma in calce al North Atlan-
tic Free Trade Agreement (Nafta).
Quest’enfasi sul commercio e sull’integrazione regionale si è mantenuta anche
dopo il 2000, anno in cui il Pri fu sconftto alle elezioni dai conservatori del Partito
d’azione nazionale (Pan). L’avvento del nuovo presidente Vicente Fox (2000-06)
favorì la democratizzazione del sistema, il che si ripercosse anche sulla politica
estera: il Messico si avvicinò ulteriormente agli Stati Uniti, rientrò nel Consiglio di
Sicurezza dell’Onu come membro non permanente e si scontrò con Cuba (2004) e
Venezuela (2005). Fox fece dei diritti umani un tema centrale della sua agenda
politica e mirò a siglare con gli Stati Uniti un accordo in materia di migrazioni: si
trattava di innovazioni importanti rispetto al settantennato del Pri.
Con l’arrivo di Felipe Calderón (2006-12) alla presidenza, il Messico cercò di
recuperare i rapporti con l’America Latina, pur mantenendo una certa vicinanza
134 agli Stati Uniti, specie sul tema della lotta al narcotraffco. Ne scaturì l’Iniziativa
LA POTENZA DEL MESSICO

Mérida, un programma di cooperazione per rafforzare le capacità del governo


messicano nella lotta contro i cartelli della droga.
Il ritorno del Pri alla presidenza nel 2012 produsse nuove aspettative circa la
politica estera del Messico: ci si chiedeva se l’amministrazione di Enrique Peña
Nieto si sarebbe posta nel solco dei governi conservatori, se avrebbe ripristinato i
paradigmi passati, o ancora se il nuovo presidente avrebbe imposto uno stile tutto
suo. Al principio del mandato, Peña Nieto mandò segnali contrastanti: da un lato,
la nomina agli Esteri di José Antonio Meade (già ministro dell’Energia e del Tesoro
con Calderón) sembrò avvalorare la tesi della continuità, in quanto vi si lesse il
proposito di continuare a privilegiare gli aspetti economici e il libero commercio
nell’azione internazionale; dall’altro, il neopresidente compì una svolta non inse-
rendo in cima all’agenda i temi della sicurezza, delle migrazioni e dei diritti umani.
Al di là delle singole politiche, la priorità era, e resta, accreditare un’immagine del
Messico come attore internazionale responsabile, dunque impegnato nella risolu-
zione dei problemi globali. È come se il governo volesse adeguare le ambizioni
della politica estera messicana alla dimensione geografca del paese.
A tal fne, Peña Nieto ha indicato quattro pilastri: «rafforzare la presenza inter-
nazionale del Messico; ampliare la sua sfera di cooperazione internazionale; pro-
muovere il valore del Messico nel mondo e proteggere gli interessi del paese
all’estero» 3. In altri termini, l’obiettivo è aumentare la presenza del Messico nelle
istituzioni internazionali, svolgere un importante ruolo di promozione dello svi-
luppo nell’ambito della cooperazione internazionale, proiettare all’esterno la cul-
tura del paese per far conoscere le sue ricchezze e proteggere gli interessi dei
messicani all’estero.
Questi propositi appaiono promettenti sulla carta. La sfda è però enorme,
dato che le condizioni interne ed esterne non sono favorevoli: da un lato, i casi di
corruzione governativa, la scomparsa di 43 studenti nello Stato di Guerrero, la ca-
duta del prezzo del petrolio, la svalutazione del peso e la violenza generalizzata
della lotta al narcotraffco catalizzano l’attenzione del governo, a scapito della po-
litica estera; dall’altro, il moltiplicarsi dei nazionalismi e dei confitti nel mondo la-
scia meno spazio al protagonismo delle potenze emergenti. L’arrivo di Donald
Trump alla presidenza degli Stati Uniti e il voto a favore dell’uscita del Regno Uni-
to dall’Unione Europea sono emblematici dello spirito del tempo.

6. Malgrado le suddette innovazioni, la politica estera messicana resta organiz-


zata essenzialmente con un criterio geografco, come attesta la suddivisione del mi-
nistero degli Esteri in segretariati afferenti ad aree specifche. In ordine di importanza
(e di grandezza dei corrispondenti uffci) vi sono America del Nord, America Latina,
Europa, Asia e Africa (queste ultime due ricomprese nel medesimo segretariato).
Da oltre vent’anni, la relazione con il resto del continente nordamericano è
regolata essenzialmente dal Nafta, il cui valore per il Messico travalica quello pura-
3. «El Presidente Enrique Peña Nieto delineó la Política Exterior que México seguirá en los próximos
años», goo.gl/7UnRcJ 135
GEOPOLITICA DEL VORREI MA NON POSSO

mente economico-commerciale. Dall’entrata in vigore del trattato, nel 1994, la per-


cezione del paese è cambiata: da nazione latinoamericana a parte integrante del
Nordamerica. Se in effetti dal punto di vista geografco ed economico il Messico è
un paese nordamericano, in termini identitari i messicani si considerano comunque
più latinoamericani che nordamericani. Nel sondaggio México, las Américas y el
Mundo realizzato dal Centro de Investigación y Docencia Económicas (Cide), oltre
il 50% degli intervistati considera il Messico un paese latinoamericano e solo l’8%
ritiene appartenga al Nordamerica 4.
È ovviamente l’estrema prossimità geografca la ragione della peculiare rela-
zione Messico-Stati Uniti e della sovrapposizione di piani che la caratterizza: i tre
temi fondamentali del rapporto bilaterale – commercio, narcotraffco e migrazioni
– sono infatti percepiti al contempo come questioni interne e transfrontaliere. Ciò
ha portato a coniare un neologismo per defnirle: si tratta di questioni intermestic,
crasi di «internazionale» e «domestico».
Quando Peña Nieto giunse alla presidenza nel 2012, la relazione bilaterale non
presentava particolari criticità. Per questo, oltre che per ragioni di orgoglio nazio-
nale, la nuova amministrazione non vi ha posto particolare enfasi e ha scelto di
privilegiare l’America Latina. Il fatto che nel Documento di politica estera 2013-18 5
gli «Stati Uniti» non siano citati nemmeno una volta non signifca che essi siano
assenti dall’orizzonte strategico nazionale; anzi, si può dire che la loro presenza sia
talmente radicata da esser data per scontata. Se in ambito commerciale il rapporto
bilaterale resta all’insegna del Nafta, la scelta di Peña Nieto di rendere meno ecla-
tante la lotta al narcotraffco ha escluso un rinnovo dell’Iniziativa Mérida. Cionono-
stante, la collaborazione in materia non ha subìto fessioni signifcative, tanto che
il Messico continua a concedere l’estradizione dei capi catturati. Anche sul fronte
migratorio non si registrano grandi cambiamenti: con Barack Obama il Messico
continuava a denunciare le espulsioni di massa e la violazione dei diritti umani dei
migranti messicani.
I temi si sono però complicati con l’arrivo di Donald Trump, specie a causa
delle sue affermazioni sulla relazione tra immigrazione messicana e criminalità, del
suo proposito di costruire un muro al confne Usa-Messico e della sua volontà di
rinegoziare (se non abolire) il Nafta. Le dichiarazioni di Trump hanno fatto suona-
re l’allarme al ministero degli Esteri: tra le prime misure adottate dal governo già
durante la campagna elettorale statunitense, vi erano riunioni volte a studiare modi
per accrescere l’infuenza dei messicani residenti negli Stati Uniti, in modo da con-
trastare gli effetti di una politica antimigratoria.
Il primo momento di tensione diplomatica si ebbe all’indomani dell’elezione
di Trump, quando parve che Peña Nieto fosse sul punto di incontrare il neoeletto
negli Usa. Le forti pressioni interne affnché il presidente cancellasse la visita per
ragioni di dignità nazionale sortirono il loro effetto e l’incontro non avvenne, anche

4. Disponibile su goo.gl/qWbmia
136 5. Plan Nacional de Desarrollo 2013-2018, disponibile su pnd.gob.mx
LA POTENZA DEL MESSICO

se sorge il sospetto che Peña Nieto si sia risolto a restare in patria soprattutto per
ragioni di consenso interno, dato che al tempo la sua popolarità era in caduta e la
mossa l’ha parzialmente risollevata.
L’altro passaggio burrascoso risale a qualche mese fa, quando Trump minacciò
di denunciare il Nafta per decreto esecutivo. Come noto, il presidente è poi torna-
to sui suoi passi e ha accettato un iter di revisione più ortodosso, iniziato lo scorso
16 agosto e condito dall’ormai consueta retorica incendiaria.
Il risultato complessivo del nuovo corso statunitense è stato quello di obbliga-
re Peña Nieto a rimettere gli Stati Uniti al centro della politica estera messicana: la
realtà geopolitica si è presa una rivincita.

7. La rinnovata problematicità della relazione con il vicino settentrionale non


sminuisce tuttavia l’importanza dell’America Latina nella politica estera messicana.
Un’importanza simbolica (il Messico è e si sente anche latinoamericano), strategica
(la relazione con il Sud rappresenta un contrappeso al rapporto con gli Stati Uniti,
oltre a essere importante sotto il proflo della sicurezza), politica (coltivare i rappor-
ti regionali appaga il nazionalismo messicano e giova dunque al consenso interno),
economica e commerciale.
Il floamericanismo di Fox e il suo contestuale antagonismo verso l’America
Latina avevano precipitato numerose crisi: prima Cuba e Venezuela, poi Argen-
tina, Bolivia, Colombia e Cile. Tra i principali obiettivi enunciati da Peña Nieto
nel 2012 vi era pertanto il recupero dei rapporti con i paesi della regione. L’atti-
vismo del presidente ha prodotto come principale risultato l’Alleanza del Pacif-
co, che riunisce Messico, Colombia, Cile e Perú. Scopo principale dell’organi-
smo, improntato al pragmatismo e alla semplicità amministrativa (resa possibile
anche dal fatto che il grosso delle decisioni è preso a livello intergovernativo), è
eliminare le barriere tariffarie e promuovere schemi di cooperazione multilatera-
le. Tra le azioni concrete sin qui intraprese vi sono l’eliminazione dell’obbligo di
visto per i cittadini che viaggiano nei quattro paesi, l’idea di un programma di
borse di studio universitarie e l’apertura di ambasciate e consolati comuni in
varie parti del mondo.
Il successo dell’iniziativa non si deve solo all’assenza di fni ideologici, ma
anche alle affnità economiche, geografche e culturali tra i quattro paesi: in parti-
colare il loro consistente peso economico, l’ambizione comune di divenire potenze
regionali, la convinta adesione al libero commercio e alla democrazia, l’affaccio sul
Pacifco e l’identità latinoamericana. La portata dell’organismo resta limitata, dato
che il volume del commercio tra i quattro paesi membri è modesto (Colombia,
Cile e Perú valgono appena il 4% del commercio estero messicano). Sotto il prof-
lo qualitativo però l’alleanza può svolgere un ruolo importante nella regione 6.
Il Messico ha promosso anche la creazione della Celac (Comunità di Stati lati-
noamericani e dei Caraibi), un foro di discussione dei temi d’importanza regionale.

6. j.P. PradO et al., La Alianza del Pacífco: Nuevo mecanismo de cooperación e integración latinoame-
ricano, Ciudad de México 2017, Amei-Kas. 137
GEOPOLITICA DEL VORREI MA NON POSSO

Con gli Stati confnanti il governo ha promosso il progetto Mesoamerica, per svi-
luppare l’integrazione subregionale e meglio indirizzare gli sforzi di cooperazione.
La relazione con l’America Latina non è tuttavia priva di frizioni. In seno all’Or-
ganizzazione degli Stati americani il governo Peña Nieto ha promosso censure e
sanzioni al Venezuela di Maduro, il che ha causato tensioni bilaterali e ha esposto
l’esecutivo alle critiche dell’opinione pubblica interna, che lo accusa di aver violato
il principio di non ingerenza.
Geografcamente, l’Europa è molto lontana dal Messico. Tuttavia, il fatto di
essere stato colonia spagnola per tre secoli fa sì che il paese mantenga forti legami
storici e culturali con il Vecchio Continente. L’identità gioca un ruolo importante,
specie rispetto alla Spagna. Dopo Stati Uniti e Cina, l’Europa è il partner commer-
ciale più importante del Messico, il che ne fa un continente strategico nell’ottica
messicana. Il presidente Enrique Peña si è recato molte volte in Europa e ha frma-
to numerosi accordi su diverse materie con vari paesi europei.
Il Messico ha sempre visto nel Vecchio Continente un’occasione per diversif-
care le sue relazioni economiche, nonché una potenziale fonte di investimenti. Il
Trattato di libero scambio con l’Unione Europea è il principale asse attorno cui
ruotano le relazioni economiche bilaterali: un accordo fortemente voluto dal Mes-
sico per stimolare la crescita economica e la creazione di impiego. Dal 2000 (anno
di frma del trattato) al 2015, il commercio bilaterale è pressoché raddoppiato 7.
A inizio 2017 Messico e Ue hanno siglato un accordo per «aggiornare» il tratta-
to commerciale. Le tornate negoziali hanno abbracciato numerosi ambiti, tra cui
l’accesso ai mercati dei beni, le regole d’origine, l’impulso al commercio, la concor-
renza, gli ostacoli tecnici agli scambi commerciali, le misure sanitarie e ftosanitarie,
la proprietà intellettuale, gli appalti pubblici, il commercio di servizi (ivi compresi
e-commerce e telecomunicazioni), gli investimenti, l’evoluzione normativa e lo
sviluppo sostenibile, l’energia e le materie prime, la cooperazione in tema di pic-
cole e medie imprese e la risoluzione delle dispute commerciali 8.
Al pari dell’Europa, l’Asia-Pacifco rappresenta un’opportunità di diversifca-
zione e attrazione di capitali. Tuttavia, la presenza del Messico nella regione è li-
mitata, pur essendo l’area dinamica in termini economici. Una prova delle ambi-
zioni internazionali del Messico si ebbe con il Mikta, raggruppamento informale
di cinque paesi (Messico, Indonesia, Corea del Sud, Turchia e Australia) che
nell’ambito del G20 puntava a fare da contrappeso al G7 e ai Brics (Brasile, Rus-
sia, India, Cina e Sudafrica) mediante la creazione di un foro di dialogo politico-
economico 9. I paesi in questione non erano geografcamente prossimi tra loro,
ma svolgevano tutti un ruolo non secondario nell’economia globale, erano deter-
minati a promuovere il libero commercio e, soprattutto, puntavano a convertirsi
in potenze regionali e ad accrescere la loro infuenza internazionale. All’inizio vi

7. «México y Unión Europea aceleran modernización del TLC», El Financiero, 1/2/2017.


8. «Finaliza tercera ronda para modernizar TLCUEM», El Economista, 10/4/2017.
9. G. MaihOld, «Brics, Mist, Mikta: México entre poderes emergentes, potencias medias y responsabilidad
138 global», Revista Mexicana de Política Exterior, n. 100, 2014.
LA POTENZA DEL MESSICO

fu un forte interesse dei partecipanti ad approfondire l’integrazione in vari ambiti,


ma in seguito tale interesse è andato scemando.
Tra i principali temi al centro della politica estera messicana nella regione vi
è il Tpp (Trans-Pacifc Partnership), il trattato di libero scambio tra Australia, Bru-
nei, Canada, Cile, Stati Uniti (ritiratisi nel 2017), Giappone, Malaysia, Messico,
Nuova Zelanda, Perú, Singapore e Vietnam in gestazione dal 2006 e infne frma-
to nel febbraio 2016. Sin dal principio, il Messico ha manifestato un forte interes-
se all’iniziativa, al fne di aumentare la propria presenza nella regione e, con essa,
le opportunità di commercio e investimento.
La presenza del Messico in altre regioni, quali Africa, Medio Oriente, Europa
orientale e Asia centrale è piuttosto limitata: le relazioni commerciali sono presso-
ché nulle, stante la lontananza culturale e la mancanza di risorse per promuovere
una politica di rilievo in quelle aree. Peña Nieto ha visitato varie volte l’Africa e
l’Asia centrale, frmando diversi accordi di collaborazione con vari paesi, tra cui
Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Kuwait a inizio 2016. Ciò nonostante
la presenza del Messico, lì come in Africa, resta insuffciente, a riprova che la po-
sizione privilegiata, le dimensioni e le risorse naturali del paese non trovano ade-
guato riscontro nella sua politica estera.

(traduzione di Fabrizio Maronta)

139
LA POTENZA DEL MESSICO

IL RUOLO DEL MESSICO


NELL’ORDINE MONDIALE
(E ACCANTO AGLI USA) di Alejandro Rodiles BRetón
Con le dottrine di politica estera di Estrada e Castañeda, l’orgoglioso
paese latinoamericano ha coltivato l’ambizione di farsi influente
architetto del sistema globale. Rinunciando però a definirne il
contenuto. Dare priorità a Washington non significa dipenderne.

D A TEMPO LA POLITICA ESTERA MESSICANA


è guidata dalla promozione di un ordine internazionale poggiato sul diritto. Non
solo il Messico cerca di giocare secondo le regole internazionali, ma prova anche
a partecipare alla loro creazione. I due principali approcci messicani alla politica
estera, le dottrine Estrada e Castañeda, possono essere descritti come sforzi, con-
dotti in diversi periodi storici attraverso strategie molto diverse tra loro, volti a ga-
rantire al paese un ruolo nella costruzione di un ordine legale internazionale. Il
tutto sullo sfondo di una relazione inevitabilmente speciale, anche se quasi sempre
diffcile, con gli Stati Uniti.

La dottrina Estrada nella teoria e nella pratica


In ragione della propria taglia, forza e realtà geopolitica, il Messico ha un inte-
resse vitale nella costruzione di un mondo governato dal diritto. Tale idea fu arti-
colata già nel 1930, quando l’ex ministro degli Esteri Genaro Estrada istruì come
segue i diplomatici del suo paese: «Il governo messicano non emanerà alcuna di-
chiarazione sotto forma di concessione di riconoscimento, considerando tale prati-
ca come un insulto che, oltre a offendere la sovranità di altre nazioni, implica che
un qualche giudizio sugli affari interni di quelle stesse nazioni possa essere pro-
nunciato da altri governi, quando in realtà questi ultimi assumono un atteggiamen-
to critico nel deliberare, favorevolmente o meno, sulle qualifcazioni legali dei re-
gimi stranieri» 1.
Non è diffcile scorgere l’essenza della dottrina Estrada nel principio di non
intervento negli affari interni degli altri Stati. Quella che sarebbe diventata una pie-
1. Traduzione dalla versione inglese presente in American Journal of International Law supplemento al
vol. 25, 1931, p. 203. 141
IL RUOLO DEL MESSICO NELL’ORDINE MONDIALE (E ACCANTO AGLI USA)

tra miliare del sistema legale del dopoguerra, ancorata nella Carta delle Nazioni
Unite, al tempo della sua articolazione nel settembre 1930 non era ancora una
norma universalmente riconosciuta del diritto internazionale positivo. Non erano
ancora state archiviate le storie degli abusi degli Stati Uniti e delle potenze europee
che ritenevano inalienabile il diritto di esercitare una protezione diplomatica ag-
gressiva dei propri cittadini in America Latina per proteggerne gli investimenti.
Questi stessi attori contemplavano l’intervento militare come mezzo legittimo e
legale per riscuotere i propri crediti. Il Messico non era certo estraneo a queste
vicende, come dimostrano le guerre franco-messicane del XIX secolo.
La dottrina Estrada si situava in questo contesto con altri importanti sviluppi
nella regione, quali le dottrine Drago e Calvo 2. E onorò la massima del grande
patriota liberale messicano Benito Juárez, che difese con successo il suo paese
dalla Francia e pose fne al regno di Massimiliano d’Asburgo: «Tanto fra gli indivi-
dui quanto fra le nazioni, pace è rispettare gli altrui diritti».
Tuttavia, legando il non interventismo al complesso tema del riconoscimento
degli Stati e dei governi, la dottrina Estrada andò oltre la mera reazione di una na-
zione all’intrusione straniera. Bandire tale pratica dagli usi diplomatici messicani era
una mossa audace e assertiva nella ricostruzione del diritto internazionale post-jus
publicum europaeum. Nelle parole di Carl Schmitt, la dottrina Estrada «aveva il va-
lore dialettico di un’antitesi coerente»3, in opposizione al vecchio sistema di giudizio
valoriale soggettivo secondo il quale gli Stati meritavano o meno il riconoscimento
nella famiglia delle nazioni civilizzate – la tesi del riconoscimento costitutivo. La
sintesi di questo processo passò sotto il nome di tesi dichiarativa, stipulata dalla
Convenzione di Montevideo sui diritti e i doveri degli Stati del 1933, in virtù della
quale gli Stati che soddisfano i criteri formali di territorio, popolazione, governo e
capacità di intrattenere relazioni estere devono essere riconosciuti in quanto tali 4.
In questa prospettiva, la dottrina Estrada non invocava affatto un disimpegno.
Nondimeno, essa è stata spesso descritta, soprattutto in Messico, come segnale di
un atteggiamento passivo negli affari mondiali. La messa al bando del riconosci-
mento di governi «legali» o «legittimi» è stata ricondotta al desiderio di non essere
giudicati 5. E tale fu per decenni la lettura più comune nella pratica statuale del

2. Entrambe le dottrine provengono da giuristi internazionali argentini (Luis María Drago e Carlos Calvo)
e risalgono a inizio Novecento. La dottrina Drago afferma che nessuna potenza straniera ha il diritto di
impiegare la forza contro uno Stato americano per esigere i propri crediti. La dottrina Calvo invece af-
ferma che le vie interne devono essere esaurite prima di ricorrere alla protezione diplomatica in caso di
protezione di proprietà estere. Sulla relazione fra le tre dottrine, si veda J.L. Esquirol, «Latin America», in
B. FassbEndEr, a. PEtErs (a cura di), The Oxford Handbook of the History of International Law, Oxford
2012, Oxford University Press, pp. 553, 568.
3. C. schmitt, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, 2a ed., Berlin 1974,
Duncker&Humblot, p. 282. Cfr. anche P.C. JEssuP, «The Estrada Doctrine», American Journal of Interna-
tional Law, vol. 25, 1931, p. 719.
4. Sull’importanza della Convenzione di Montevideo, si veda A. bEckEr lorca, Mestizo International Law:
A Global Intellectual History 1842–1933, Cambridge University Press, 2014, pp. 349-352.
5. Anche in caso di ritiro dei propri agenti diplomatici o di non accettazione di diplomatici accreditati
nel paese, queste decisioni sono espressamente staccate da ogni tipo di espressione di riconoscimento
142 o non riconoscimento. Questa è la seconda parte della dottrina Estrada.
LA POTENZA DEL MESSICO

Messico. I diplomatici messicani erano molto attivi in questioni di comune preoc-


cupazione internazionale, come la codifcazione del diritto dei trattati, del mare o
del disarmo. Emerse una scuola di diplomatici altamente qualifcata che fu presto
apprezzata a livello mondiale per le capacità negoziali e di costruire ponti tra po-
sizioni opposte nei forum multilaterali. Eppure, tutto ciò restava confnato a que-
stioni riguardanti l’applicazione del diritto a livello globale. La promozione interna-
zionale dello Stato di diritto a livello nazionale, per esempio favorendo certi valori
come i diritti umani o la democrazia, non faceva parte delle priorità di politica
estera del Messico. E come poteva quando il sistema politico messicano ruotava
attorno all’autoritario dominio del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri)?
Tuttavia, ci fu un periodo nel settantennale regno del Pri in cui la dottrina
Estrada creò una certa tensione con la politica estera: l’èra del presidente Luis
Echeverría (1970-76). Questi divenne un leader del Terzo mondo, facendosi cam-
pione del tentativo di costruire un nuovo ordine internazionale economico. In un
certo senso, la sua politica era estremamente fedele alla dottrina Estrada: cercava
di riconfgurare l’ordine mondiale enfatizzando il rispetto dell’uguaglianza sovrana,
specialmente nei confronti dei paesi più poveri, includendo l’autodeterminazione
economica. Al tempo stesso, però, ne metteva in discussione la perdurante validità
quando ruppe le relazioni diplomatiche con il Cile dopo il golpe di Pinochet, ne
criticò la dittatura militare e cercò di far espellere la Spagna di Franco dall’Assem-
blea Generale delle Nazioni Unite 6.
Ma l’emergenza che sembrava segnalare la fne della dottrina Estrada, alme-
no per quanto concerneva il riconoscimento dei governi di estrema destra, rien-
trò in fretta. Il nuovo ordine economico non si materializzò e la politica estera
messicana recuperò il proprio ruolo più cauto, sempre più determinata da quella
che Mario Ojeda, un realista del Colegio de México e allievo di Hans Morgen-
thau, ha descritto come «intesa a dissentire» fra Messico e Stati Uniti. Secondo
questa tesi, il Messico poteva essere in disaccordo con Washington su questioni
essenziali per se stesso ma solo importanti per gli Stati Uniti, mentre doveva co-
operare ogni volta che gli interessi fondamentali di quest’ultimi erano in gioco.
La dottrina Ojeda era l’osservazione di uno studioso, non la formula di un fun-
zionario, ma catturò il limitato margine di manovra della diplomazia messicana
negli ultimi 15 anni di guerra fredda. Allineare tale limitazione alla dignità di
un’orgogliosa nazione divenne specialità dei diplomatici di Città del Messico.
Cuba assunse una posizione centrale nella politica estera di fne XX secolo, ormai
essenzialmente ridotta a una questione estetica di bilanciamento. Il Messico di-
venne il ponte fra l’Avana e il continente, Stati Uniti silenziosamente inclusi. Dal
punto di vista domestico, la relazione speciale bilaterale comportava che il regi-
me di Fidel Castro e il suo sofsticato apparato d’intelligence continuassero a es-
sere forti alleati del Pri, a dispetto della solidarietà invocata dalla crescente oppo-

6. Su questo interessante periodo della storia diplomatica messicana, si veda A. covarrubias vElasco, «La
Política Exterior “Activa”… Una Vez Más», Foro Internacional, vol. XLVIII, 2008, p. 13. 143
IL RUOLO DEL MESSICO NELL’ORDINE MONDIALE (E ACCANTO AGLI USA)

sizione di sinistra, anche nel momento in cui il partito messicano abbracciava


apertamente il liberalismo e il libero commercio. Il presidente Carlos Salinas
(1988-94), iniziatore del Nafta e buon amico del regime di Castro, incarnava que-
sto ruolo di mastro giocoliere.
La dottrina Estrada, con il suo nucleo anti-interventista, faceva comodo a que-
sti sforzi di bilanciamento. Non era più impiegata in un ampio tentativo di riscrive-
re l’ordine mondiale, ma come effcace e vuota formula che proprio in virtù della
vacuità attribuitale permetteva di gestire la crescente ambivalenza sul palcoscenico
globale del Messico. Il quale, mentre apriva l’economia al commercio internazio-
nale, resisteva allo scrutinio esterno del proprio sistema politico. Tuttavia, verso la
fne del millennio, il governo non poteva (o voleva) più resistere. Durante la pre-
sidenza di Ernesto Zedillo (1994-2000), il paese iniziò ad aprirsi al di là dei merca-
ti economici, come testimoniò l’accettazione della giurisdizione obbligatoria della
Corte interamericana dei diritti umani nel 1998.

La dottrina Castañeda e la sua turbolenta applicazione


Dal 2000, con il primo governo democraticamente eletto dopo sette decenni,
questa tendenza si è consolidata. Sotto la guida del ministro degli Esteri Jorge Ca-
stañeda Gutman, l’esecutivo, non senza proteste da sinistra e dall’ala più moderata
del Pri, mise apertamente in discussione la validità della tesi di Estrada. Intellettua-
le con trascorsi nella lunga lotta per la democrazia, Castañeda riteneva l’idea del
suo predecessore vecchia, dichiarazione di principio troppo formalistica per fun-
zionare nel XXI secolo. Per il nuovo ministro degli Esteri, la dottrina Estrada era – o
era divenuta negli anni – poco più che una formula difensiva dei governi del Pri
che rifutavano di giudicare altri paesi principalmente per non essere giudicati per
le lacune democratiche. La partnership con la Cuba di Castro non era niente più
che la nostalgia di una sinistra latinoamericana sorpassata, oltre che un esercizio di
ipocrisia autoritaria di entrambi i regimi. La diplomazia messicana era diventata ri-
cettacolo di vecchie glorie con scarse conoscenze e scarso interesse verso il dina-
mico e cangiante ambiente post-guerra fredda e con ancora meno immaginazione
su come giocare una partita le cui regole stavano attraversando una profonda tra-
sformazione. Dovendo forzare una rottura con gli antichi usi diplomatici, Castañe-
da fece della dottrina Estrada il suo bersaglio retorico.
La politica estera messicana è stata guidata dalla promozione del diritto inter-
nazionale. A questo si riferiva la dottrina Estrada. Ma è importante sottolineare che
tale formula si riferiva al diritto interstatale classico, poggiato sul consenso degli
Stati. Castañeda capì come nessun altro in Messico che alla fne dell’anno 2000
l’ordine globale stava attraversando trasformazioni strutturali e che il paese, con il
suo nuovo bonus democratico, aveva l’opportunità di giocare un ruolo attivo in
questi movimenti tettonici. Anche questo comportava la promozione del diritto
internazionale, ma non solo di quello classico. Se il Messico ambiva a partecipare
144 alle riconfgurazioni dell’ordine mondiale, doveva invocare i paradigmi di un emer-
LA POTENZA DEL MESSICO

gente diritto globale che cercava di ricollocare il proprio epicentro nell’individuo.


La promozione dei diritti umani e della democrazia al di sopra del non interventi-
smo fu così il principale messaggio della politica estera del presidente Vicente Fox
(Partito d’azione nazionale, 2000-6). Il ministero degli Affari Esteri guidato da Ca-
stañeda, e poi da Luis Ernesto Derbez, lo abbracciò con tanta solerzia da arrivare
quasi a rompere le relazioni diplomatiche con Cuba nel 2004. Per essere preso sul
serio in qualità di infuente architetto del nuovo sistema emergente, il Messico do-
veva assumersi più responsabilità negli affari mondiali, comprese questioni diri-
menti come la pace e la guerra. Da qui la terza partecipazione al Consiglio di Sicu-
rezza dell’Onu nel 2002-3. È utile ricordare come molti internazionalisti di spicco
vi si opponessero perché pensavano che quel seggio mal si conciliasse proprio con
la dottrina Estrada.
La dottrina Castañeda consisteva di due princìpi guida: la relazione strategica
con gli Stati Uniti e il multilateralismo attivo del XXI secolo. Nell’articolo che la
enunciava, Castañeda sosteneva che la geografa può non determinare il destino di
una nazione, ma «fssa le condizioni del possibile affnché ciascuna nazione costru-
isca il proprio percorso» 7. Di conseguenza, la geopolitica messicana, la situazione
di milioni di messicani negli Stati Uniti e il crescente commercio con il Nordameri-
ca permesso dal Nafta rendevano inevitabile la centralità del rapporto bilaterale
con il proprio vicino settentrionale. Gli antichi risentimenti antiamericani non furo-
no solo tacciati di arretratezza, ma anche come ostacoli al tentativo di ottenere il
massimo da quello che poteva iniziare a essere visto come un privilegio della ge-
ografa: fare degli Stati Uniti un partner avrebbe soltanto fortifcato la posizione del
Messico nel mondo. Per fare ciò, gli americani dovevano essere convinti dello
stesso, ossia che anche per loro il Messico rappresentasse la relazione bilaterale più
importante. Si dovette instillare più fducia fra le parti, migliorando la situazione
degli immigrati messicani negli Stati Uniti, e il Messico dovette dimostrare di essere
un attore globale responsabile nella lotta al terrorismo o nella promozione di de-
mocrazia e diritti umani nelle Americhe 8.
Tale multilateralismo attivo ambiva anche a rafforzare la posizione del Messico
nei confronti degli Stati Uniti stessi. Il nuovo equilibrio con Washington non pote-
va scaturire dalla promozione di rapporti bilaterali concorrenti: le asimmetrie della
potenza rispetto all’egemone erano troppo ampie. Il Messico doveva quindi ricor-
rere alle proprie antiche forze nel gioco multilaterale, ma con la nuova consapevo-
lezza che le regole stesse stavano cambiando.
Questi due princìpi guida avevano un fondamentale ma spesso dimenticato
corollario: la promozione dei diritti umani e della democrazia all’estero serviva a
rafforzare la democrazia stessa in Messico, neonata e fragile. Questo effetto àncora
fu espresso chiaramente da Castañeda non solo a parole ma pure nei fatti, come
dimostrò la creazione della carica di sottosegretario per i Diritti umani e la Demo-

7. J.G. castañEda, «Los ejes de la política exterior en México», Nexos, dicembre 2001.
8. Da cui l’attivo sostegno del Messico per la Carta democratica dell’Organizzazione degli Stati America-
ni adottata nel settembre 2001. 145
IL RUOLO DEL MESSICO NELL’ORDINE MONDIALE (E ACCANTO AGLI USA)

crazia – nonché la nomina di Marieclaire Acosta, nota attivista in questo campo.


Ciò non solo depotenziava la consueta critica al Messico di non disporre dei titoli
per criticare la situazione a Cuba – o il Venezuela oggi – ma la rendeva pure inu-
tile. Secondo il corollario, infatti, più il governo messicano difende i diritti umani e
promuove la democrazia nei forum multilaterali, più è spinto a fare tutto il possi-
bile per realizzare le stesse aspettative in patria. Princìpi guida e corollario erano
dunque tutti costitutivi, superando le antiche divisioni tra diplomazia bilaterale e
multilaterale e quelle fra politica interna ed estera.

Conclusione
Al di là delle evidenti differenze, le dottrine Estrada e Castañeda avevano
molti punti in comune. Molto più che reazioni difensive della periferia, ambedue
cercavano di collocare il Messico, nei rispettivi periodi storici, fra gli attori in gra-
do di partecipare alla costruzione dell’ordine mondiale. Benché Castañeda tac-
ciasse di eccessivo legalismo la dottrina Estrada, entrambe enfatizzavano le rego-
le alla base del sistema internazionale, contrastando ogni diritto egemonico deter-
minato solamente da pochi potenti attori. Sia l’una che l’altra erano fglie della
situazione politica del paese dell’epoca: la prima riaffermava l’indipendenza na-
zionale in ambiente postrivoluzionario – il Messico fu espulso dall’Unione Pana-
mericana a causa del mancato riconoscimento da parte degli Stati Uniti del gover-
no di Álvaro Obregón (1920-24) – e la seconda come mezzo per consolidare una
nuova e fragile democrazia.
Ciononostante, entrambe hanno fallito nel corso del tempo. La dottrina Estra-
da è stata impiegata da un regime antidemocratico come scudo contro lo scrutinio
internazionale che avrebbe potuto innescare un cambiamento politico. E la dot-
trina Castañeda è stata vittima del ritorno del vecchio Pri, poco entusiasta di un
nuovo ordine mondiale (o anche solo interno). Forse le tesi di Castañeda ne
contenevano la sconftta sin dall’inizio. Eppure, durante il suo periodo da ministro
degli Esteri, divenne chiaro come coltivare un rapporto strategico con gli Stati
Uniti sia di gran lunga più impellente di qualunque cosa accada a nord del Rio
Grande. L’ambiente post-11 settembre ha soffocato ogni speranza di una riforma
dell’immigrazione, motivando le dimissioni di Castañeda nel 2003. Oggi, ai mes-
sicani viene costantemente e bruscamente ricordata la relazione a distanza che il
governo degli Stati Uniti intende imporre.
Sarebbe desiderabile una sintesi tra le dottrine Estrada e Castañeda  9. Non
possiamo fare a meno di una relazione speciale con Washington, ma la partner-
ship strategica emergerà solo in conseguenza di evoluzioni storiche cui nessun
governo, a nord o a sud del confne, può impartire una direzione. La nostra di-
plomazia multilaterale non dovrebbe essere guidata da (né strategicamente con-
cepita in relazione a) un rapporto bilaterale con un solo paese, per quanto impor-

146 9. Si veda A. rodilEs, «La nueva responsabilidad global y la Doctrina Estrada», Este País, settembre 2013.
LA POTENZA DEL MESSICO

tante esso sia e sarà. Il Messico deve adattarsi alle questioni di volta in volta
all’ordine del giorno e per farlo deve creare le condizioni propizie stringendo al-
leanze con altri partner strategici. In altre parole, deve imparare a cogliere i veri
vantaggi del mondo non polare.
Ciò richiede anche identifcare e difendere princìpi affermati ed emergenti che
aiutano a navigare questo mondo caotico in costante cambiamento: quale tipo di
nuovo ordine mondiale dovrebbe favorire il Messico è la domanda cruciale che la-
titava sempre nella dottrina Castañeda. Il suo propositore cercava giustamente di
spezzare le catene degli antichi usi diplomatici, ma la sua politica estera abbraccia-
va troppo acriticamente qualsiasi cosa sapesse di nuovo e rigettava tutto ciò che
puzzava di vecchio. Tuttavia, molte delle antiche strutture restano – e resteranno a
lungo – in piedi e altre potrebbero addirittura riapparire: il cambiamento non è
necessariamente abbinato al rinnovamento. Sbarazzarsi dell’essenza della dottrina
Estrada – la veemente negazione della narrazione di un mondo strutturato lungo la
faglia tra la «civiltà» e il resto, che riecheggia nel discorso inaugurale di Donald
Trump – può essere una mossa perdente. Specie per un paese che ha sempre cer-
cato di partecipare su basi eque alla continua costruzione dell’ordine mondiale.

(traduzione di Federico Petroni)

147
LA POTENZA DEL MESSICO

MESSICO-CINA, OVVERO
QUANDO L’ALLEATO
STRATEGICO È UN RIVALE di Niccolò LocateLLi
Pechino attribuisce grande rilievo alle relazioni con il paese
nordamericano. Ma la concorrenza cinese sul mercato statunitense
e i limiti geopolitici per ora insuperabili impediscono al vicino
meridionale degli Usa di beneficiare del rapporto con la Rpc.

1. L A REPUBBLICA POPOLARE CINESE (RPC)


guarda al proprio rapporto con il Messico e, malgrado i numerosi incidenti di per-
corso, nota di aver raggiunto i principali obiettivi che si era posta. Il Messico guar-
da alla Cina comunista e vede lo specchio dei propri errori.
A quarantacinque anni dall’apertura delle relazioni diplomatiche, oggi tra i due
paesi è uffcialmente in vigore un «partenariato strategico integrale». Ma il paese
nordamericano non ha ancora sviluppato una strategia nei riguardi della potenza
asiatica, che è anche il suo secondo socio commerciale. Così si trova esposto alla
competizione delle merci di Pechino sia sul mercato interno sia su quello – crucia-
le – degli Stati Uniti d’America, mentre non riesce ad attrarne gli investimenti.
Le diffcoltà economiche, alcune delle quali legate a difetti storici del Messico,
favoriscono un clima di sfducia e si ripercuotono sulla sfera geopolitica. La posi-
zione geografca rende il vicino meridionale degli Usa tanto invitante sotto il punto
di vista commerciale quanto vincolato sotto il proflo strategico: i rapporti con
Città del Messico dipendono da quelli che Pechino intrattiene con Washington.
Fino a quando la Cina non intenderà sfdare apertamente gli Stati Uniti nel loro
emisfero, il suo coinvolgimento in America Latina e a maggior ragione in Messico
sarà limitato. Il Messico non può quindi contare sull’appoggio della Rpc a livello
multilaterale e – qualora volesse – non potrebbe giocare la carta cinese contro gli
Stati Uniti, poiché non la controlla.
Questa condizione di debolezza relativa è attualmente inaggirabile, ma potreb-
be essere ridotta se il paese latinoamericano affrontasse le cause economiche e
politiche del suo ritardo.

2. Alcune criticità del rapporto tra Messico e Cina emergono da subito. I primi
contatti sono di natura commerciale, risalgono al XVI secolo e anticipano un pro- 149
MESSICO-CINA, OVVERO QUANDO L’ALLEATO STRATEGICO È UN RIVALE

blema comune nell’interscambio tra tutta l’America Latina e l’Impero del Centro.
Da sotto il Rio Grande partono alla volta della Cina – via Filippine – cacao, grano,
cotone e manioca; percorrono la rotta inversa prodotti tessili, vasellame e seta. Lo
scambio tra materie prime e prodotti lavorati è in ultima analisi più benefco per
chi esporta i secondi, che hanno un valore maggiore e sono più resistenti alle oscil-
lazioni dei prezzi sui mercati internazionali.
Nel XIX secolo nel Nord del Messico si forma una piccola comunità cinese,
inizialmente composta da migranti la cui meta originaria erano gli Stati Uniti e
successivamente integrata dai lavoratori incentivati a venire dai governi di Porf-
rio Díaz (1876-1911). Oggi i cinesi e i messicani di origine cinese sono in totale
poche decine di migliaia: malgrado il peso demografco sia inconsistente in un
paese che conta circa 130 milioni di abitanti, la comunità nei primi decenni del
Novecento è stata oggetto di proteste, discriminazioni, esecuzioni ed espulsioni
di massa. Contro di essa, le stesse accuse di concorrenza sleale che il governo di
Città del Messico ripetutamente rivolge alla sua controparte cinese dall’inizio del
XXI secolo.
Dopo la visita degli ex presidenti Lázaro Cárdenas ed Emilio Portes Gil nel
1959, il 14 febbraio 1972 – una settimana prima dello storico viaggio di Nixon in
Cina – il Messico è il quarto paese latinoamericano a instaurare relazioni diploma-
tiche con la Rpc. Lo precedono solo la Cuba di Fidel Castro, il Cile socialista di
Salvador Allende e il Perú della giunta militare «di sinistra» del generale Velasco.
La decisione è sensata: Pechino si avvia a dismettere i panni di paria interna-
zionale grazie al disgelo con gli Stati Uniti, ma la piattaforma anticolonialista e a
favore di un nuovo ordine mondiale di Mao Zedong è condivisa dal presidente
messicano Luis Echeverría (1970-76), uno dei pochi a sciogliere la tradizionale im-
postazione burocratico-amministrativa della politica estera del paese nordamerica-
no per metterla al servizio degli interessi nazionali.
All’epoca il Messico sta perseguendo l’industrializzazione attraverso la sostitu-
zione delle importazioni (Isi), mentre la Repubblica Popolare è ancora sottosvilup-
pata; non ci sono dunque motivi di attrito sotto il proflo economico.
La Cina coglie i numerosi aspetti della rilevanza strategica della controparte:
oltre alla vicinanza geografca agli Stati Uniti e alle dimensioni che ne fanno uno
dei pesi massimi dell’America Latina, il potenziale protagonismo messicano in
America centrale potrebbe convincere i paesi a sud del Suchiate (il fume che
segna il confne con il Guatemala) a riconoscere diplomaticamente la Rpc al posto
della Repubblica di Cina (Taiwan). Nel 1980 Pechino manda in Messico per un
paio d’anni un centinaio di suoi dirigenti a imparare lo spagnolo e a familiarizza-
re con l’America Latina; da questo paniere verranno pescati i futuri diplomatici
cinesi nella regione.

3. Il quadro inizia a cambiare a fne anni Ottanta per via delle decisioni prese
dalle rispettive classi dirigenti. Con Deng Xiaoping, la Cina dal 1978 ha gettato le
150 basi dello sviluppo industriale e dell’apertura internazionale.
LA POTENZA DEL MESSICO

Dopo la crisi debitoria del 1982, il Messico ha rinunciato all’Isi e alla breve il-
lusione di poter prosperare grazie all’export del petrolio.
Anche per legittimare la propria presidenza, frutto di un’elezione contestata, il
presidente Salinas (1988-94) abbandona il nazionalismo difensivo, cardine geopo-
litico almeno dall’immediato secondo dopoguerra. L’obiettivo strategico del Messi-
co non è più ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, pur all’interno di un rapporto
asimmetrico di alleanza quantomeno formale con questi ultimi, bensì agganciare il
sistema produttivo nazionale al mercato del vicino settentrionale. Mutano l’assetto
interno e le prospettive internazionali dell’economia messicana: pur senza smantel-
lare il corporativismo, vengono introdotte le misure del Consenso di Washington
(privatizzazioni, liberalizzazioni, smantellamento del protezionismo) e vengono
siglati numerosi accordi di libero scambio, il più importante dei quali è naturalmen-
te il Nafta con Stati Uniti e Canada. Oggi oltre il 90% del commercio messicano è
coperto da Tlc 1.
L’entrata in vigore del Nafta il 1° gennaio 1994 e l’ingresso della Cina nell’Or-
ganizzazione mondiale del commercio (Wto) l’11 dicembre 2001 alterano in manie-
ra probabilmente defnitiva le coordinate del rapporto tra il Messico e il gigante
asiatico, sbilanciandolo a favore di quest’ultimo. Come socio del Nafta, il paese la-
tinoamericano può massimizzare il suo ruolo di piattaforma logistica e produttiva
per il ricco mercato statunitense, ma al costo di dipenderne: attualmente oltre l’80%
delle esportazioni messicane è diretto al vicino settentrionale 2 (nel 1990 era il 70%).
Al contempo, la riduzione/eliminazione delle barriere tariffarie sui beni cinesi
conseguente all’ingresso di Pechino nella Wto comporta un cambio in testa alla
classifca dei principali esportatori verso gli Stati Uniti: la Rpc supera il Messico già
nel 2003. Non sorprende che nel 2001 il paese latinoamericano sia stato l’ultimo a
siglare l’accordo necessario a permettere alla Cina di entrare nella Wto, negoziando
la proroga di alcune misure antidumping per dieci-quindici anni.

4. L’impatto della potenza commerciale asiatica sul Messico è devastante sotto


tutti i punti di vista 3.
Nell’interscambio bilaterale, il defcit del paese nordamericano (comparso nel
1990) si amplia fno a sforare i 60 miliardi di dollari nel 2015. I dazi anti-dumping
1. L’integrazione economica non comportò l’appiattimento del Messico sull’agenda internazionale degli
Stati Uniti. Salinas frmò il Nafta, ma rimase un amico personale di Fidel Castro e grazie al suo rapporto
con il dittatore cubano fu in grado di mediare tra L’Avana e Washington durante la crisi migratoria del
1994. Sul nazionalismo difensivo, cfr. L. Meyer, «Estados Unidos y la evolución del nacionalismo defen-
sivo mexicano», Foro Internacional, vol. XLVI, n. 3, 2006, luglio-settembre, pp. 421-464, goo.gl/SjjCQQ.
Sui rapporti tra Messico, Cuba e Stati Uniti, cfr. gli articoli di Alejandro Rodriles e Loris Zanatta in questo
numero. Sui legami commerciali del Messico, cfr. World Factbook, Cia, 30/8/2017, goo.gl/KtDV
2. Balanza comercial de mercancías de México. Síntesis metodológica 2017, Instituto Nacional de
Estadística y Geografía, goo.gl/8RrSmn
3. I dati economici citati in questo paragrafo sono tratti da: Mexico, Observatory of Economic Comple-
xity, goo.gl/E9xhYG; Mexico Exports by Country, goo.gl/Z4GQB9; E. Dussel Peters (a cura di), La rela-
ción México-China: Desempeño y propuestas 2016-2018, Unión de Universidades de América Latina y el
Caribe, Ciudad de México 2016; A.H. Hearn, Diaspora and Trust: Cuba, Mexico and the Rise of China,
Durham-London 2016, Duke University Press; Panorama general de las inversiones chinas en América
Latina, Grupo Regional sobre Financiamiento e Infraestructura, Lima 2016. 151
MESSICO-CINA, OVVERO QUANDO L’ALLEATO STRATEGICO È UN RIVALE

imposti in cifre da record sulle merci cinesi a partire dal 1993-94, lungi dal ridurne
l’affusso, hanno avuto l’effetto di favorirne il passaggio attraverso l’economia som-
mersa, privando lo Stato di un’importante fonte di entrate.
La Cina è il secondo partner commerciale del Messico, ma ne riceve solo
l’1,4% delle esportazioni.
Le imprese messicane non vedono il mercato cinese o lo vedono come remo-
to, quasi inaccessibile per via della barriera linguistica, improntato sulla violazione
dei diritti di proprietà e sul contrabbando. Invocano, sinora invano, un sostegno
governativo alle esportazioni.
Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo: la Cina esporta dall’altro
lato del Pacifco prodotti ad alto valore aggiunto – beni intermedi e capitali, so-
prattutto elettronica, ottica, attrezzature mediche e prodotti plastici – e importa
materie prime: metalli, minerali, cuoio, prodotti chimici. Una relazione commer-
ciale piuttosto comune per l’America del Sud, tradizionale esportatrice di com-
modities, ma sorprendente per un paese industrializzato come il Messico. Con gli
svantaggi descritti a inizio articolo. Anche gli insignifcanti investimenti diretti
esteri di Pechino nel paese nordamericano si concentrano nel settore minerario,
che qui è esentasse 4. Poiché dipende sempre più dal mercato statunitense, il
Messico sconta le conseguenze più preoccupanti della potenza commerciale ci-
nese proprio nell’espansione di quest’ultima a nord del Rio Grande/Río Bravo
del Norte.
Subito dopo l’ingresso di Pechino nella Wto le fabbriche dei settori calzaturie-
ro, tessile ed elettronico avevano chiuso in Messico e riaperto in Cina, dove i sala-
ri più bassi permettevano di risparmiare anche a fronte di superiori costi di traspor-
to 5; con il passare degli anni e i mutamenti del mercato del lavoro nella Rpc (au-
mento dei salari stessi, riduzione e invecchiamento della manodopera), il fenome-
no si è parzialmente rovesciato. Nel senso che oggi sono le imprese cinesi a pre-
ferire direttamente l’apertura di stabilimenti in Messico: approfttano della vaghezza
delle regole d’origine del Nafta, in base alle quali per avere diritto alle preferenze
tariffarie non è necessario che la proprietà delle imprese sia nordamericana 6.
Ulteriori opportunità vengono offerte dall’infrazione delle regole stesse
(non solo Nafta), capitalizzando sui mali storici del Messico: iperburocratizza-
zione, ineffcienza, corruzione 7. Si è stimato che il 97% delle produzioni mani-

4. Nel 2014 appena l’1,4% degli investimenti diretti esteri cinesi in America Latina è arrivato in Messico;
tra il 2013 e il 2015, gli Ide verso il paese nordamericano hanno rappresentato lo 0,2% del totale cinese.
A dicembre 2016, la China Offshore Oil (ramo della compagnia petrolifera nazionale Cnooc) ha vinto la
concessione per due blocchi petroliferi messi all’asta in seguito alla liberalizzazione del settore voluta da
Peña Nieto.
5. A.H. Hearn, op. cit.
6. F. Monteiro, NAFTA’s “Uninvited Guest”: Why China’s Path to U.S. manufacturing Runs through Me-
xico, Philadelphia 2013, The Wharton School of University of Pennsylvania, goo.gl/ra3QYr
7. Con il salto arancelario, ossia identifcando erroneamente i beni in base alla categoria tariffaria simile
e più conveniente rispetto a quella esatta (ad esempio: tassare come indumenti usati degli indumenti che
in realtà sono nuovi). Oppure con la triangolazione, in base alla quale durante la sosta dei cargo in un
paese terzo si cambia etichetta alle merci cinesi dirette in Messico e le si fanno fgurare come made in
152 Usa onde evitare i dazi.
LA POTENZA DEL MESSICO

fatturiere e il 71% delle esportazioni messicane siano «minacciati» dalla concor-


renza cinese8.
La dipendenza pressoché assoluta del Messico dal mercato statunitense è un
problema che l’ascesa commerciale di Pechino ha complicato e che non può aiu-
tare a risolvere.
La Repubblica Popolare Cinese non ha interesse ad assorbire le esportazioni
del settore secondario messicano, con il quale anzi è in concorrenza, e ha molti
altri fornitori di materie prime, petrolio compreso. Gli investimenti cinesi in settori
cruciali come l’energia e le infrastrutture sono scoraggiati dalla burocrazia e dagli
stessi Stati Uniti, sempre vigili su quanto accade a sud della frontiera.

5. Un’interazione economica così sbilanciata impedisce una vera alleanza geo-


politica.
Non tragga in inganno la promozione formale della relazione da «partnership
integrale» (stabilita nel 1997) a «partnership strategica» (2003) a «partnership strate-
gica integrale» (2013). I criteri con cui la Cina assegna patenti di strategicità ad al-
cuni suoi soci sono tuttora oscuri, soprattutto in America Latina, e non preludono
all’effettivo consolidamento dei legami. Né la creazione di meccanismi di dialogo
istituzionale, politico e imprenditoriale – prontamente iperburocratizzati – tra i due
paesi ha migliorato il dialogo stesso. Anche la dimensione culturale è ridotta, mal-
grado il Messico sia il paese ispanofono latinoamericano che ospita più Istituti
Confucio (cinque; il lusofono Brasile ne ospita dieci). Lo stesso vale per quella
militare, che anche qualora – come promesso – fosse innalzata non renderebbe
una potenza delle Forze armate il vicino meridionale degli Usa 9.
Al di là dell’unità retorica su temi multilaterali quali il cambiamento climatico
o la necessità di riformare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (che in re-
altà la Cina non condivide), i benefci geopolitici di questo rapporto rimangono
incerti per il Messico, anche perché dipendono principalmente da Pechino.
In America Latina, sinora la Repubblica Popolare Cinese si è mostrata rispetto-
sa degli Stati Uniti; non ha mai sobillato le pulsioni anti-yankee di interlocutori
locali come Castro o Chávez, insistendo sul carattere pacifco e prevalentemente
economico del suo interesse per l’area. Alla radice di questo comportamento c’è
l’auspicio, da parte di Pechino, che Washington faccia lo stesso in quello che la
Rpc considera il proprio giardino di casa (Mar Cinese e dintorni).
Il livello di sviluppo raggiunto dall’Impero del Centro non gli consente an-
cora un confronto aperto con la superpotenza, tanto meno nell’emisfero occi-
dentale. Meno che mai in un paese come il Messico, così legato – storicamente,

8. R. HernánDez HernánDez, «Economic Liberalization and Trade Relations between Mexico and China»,
Journal of Current Chinese Affairs, 41, 1, 2012, pp. 49-96.
9. Nel 2016 il paese nordamericano ha dedicato appena lo 0,6% del pil alle spese militari. Sipri Military
Expenditure Database, 2016, goo.gl/1XGdYm; «China, Mexico Vow to Elevate Military Ties to New Hi-
gh», Xinhua, 28/10/2016, goo.gl/PtjLfS; G. Marcella, «China’s Military Activity in Latin America», Americas
Quarterly, inverno 2012 goo.gl/yxJWCx 153
MESSICO-CINA, OVVERO QUANDO L’ALLEATO STRATEGICO È UN RIVALE

economicamente, demografcamente e in termini di sicurezza – al suo vicino


settentrionale 10.
Per la Cina i rapporti con i paesi latinoamericani rimangono una funzione di
quelli con gli Stati Uniti. Qualora questa strategia cambiasse o Pechino scegliesse
di «passare all’offensiva», un maggior coinvolgimento cinese in (e accanto al) Mes-
sico sarebbe necessario. Ammesso che quest’ultimo voglia servirsene, non potreb-
be deciderne tempi e modi.
Oltretutto la Cina ha già un alleato latinoamericano su cui puntare in ambito
multilaterale (il Brasile, via Brics) e non può essere certamente d’aiuto sul dossier
attualmente più importante per il Messico, ossia i negoziati per l’aggiornamento del
Nafta, data la concorrenza tra le due economie.

6. A peggiorare ulteriormente i termini di una relazione complicata è giunto


nel XXI secolo l’atteggiamento di capi di Stato e alti dignitari messicani.
Dalla presidenza di Vicente Fox (2000-6) in poi, questi hanno scelto di caval-
care a fni elettorali la diffdenza verso Pechino, invece di sostenere riforme interne
impopolari ma necessarie. Ciò ha rafforzato l’endemica sfducia del Messico verso
la Cina e i cinesi, che più di una volta ha assunto tratti parossistici – ritorcendosi in
ultima analisi contro il Messico stesso. L’aneddotica al riguardo è talmente ricca ed
esemplifcativa da permettere di scartare l’ipotesi che si sia trattato di una sfortuna-
ta serie di gaffe.
Di seguito, solo gli episodi più signifcativi:
– 2001: durante la visita di Fox a Pechino, il ministro degli Esteri Jorge Castañe-
da diserta la cena di gala offerta dalla Cina;
– 2003: per incentivare gli investimenti in Messico, il ministro dell’Economia
Fernando Canales Clariond dichiara durante un discorso pubblico che la Cina «non
è un paese democratico, non rispetta i diritti umani, non ha istituzioni politiche e
fnanziarie solide». Quello stesso anno, allo scoppio dell’epidemia di Sars, il Messi-
co mette in quarantena circa 40 atleti cinesi;
– 2004: la Commissione binazionale Messico-Cina individua nell’assenza di
dialogo con Pechino e nel mancato sostegno statale alle imprese messicane le ori-
gini dello squilibrio nella bilancia commerciale. Fox si limita a dirsi dalla parte dei
produttori;
– 2007: secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 55% dei cittadini
messicani considera lo sviluppo economico cinese come una minaccia; è la per-
centuale più alta in America Latina 11;
– aprile 2009: Dopo i primi casi di infuenza A/H1N1 in Messico, ricordando
evidentemente i fatti del 2003, la Cina mette in quarantena un veivolo di Aeroméxi-
co e i suoi circa 50 passeggeri messicani, sani.

10. Per motivi diversi, la cubanizzazione del Venezuela di Maduro e l’escalation della crisi con la Corea
del Nord possono alterare in maniera decisiva il calcolo cinese. Ma il Messico non è una pedina chiave
in nessuno di questi dossier.
154 11. Views of China and Its Increasing Infuence, Pew Global Research, 27/6/2007, goo.gl/pKd5Qv
LA POTENZA DEL MESSICO

Il presidente Felipe Calderón (2006-12) rifuta esplicitamente il paragone e


accusa: «Nel caso della Sars in Cina non si seppe mai quante vittime ci furono per-
ché si decise di tacere sui casi e non dire al mondo che c’era un problema» 12;
– 2010: per tagliare i costi, il Messico chiude il proprio uffcio turistico in Cina.
Lo riaprirà l’anno successivo, ma con solo un dipendente;
– 2011: a settembre Calderón si riunisce «in forma privata» con il Dalai Lama
nella residenza presidenziale di Los Pinos. Il governo cinese critica «la grossolana
interferenza nei propri affari interni» e «la violazione della promessa fatta più volte»
di non riunirsi con il leader spirituale (e sino a pochi mesi prima politico) tibeta-
no 13. Quello stesso anno, Expo China-México viene interrotta.
A giugno, Pechino aveva sostenuto con successo la francese Christine Lagarde
e non il messicano Agustín Guillermo Carstens per la carica di direttore operativo
del Fondo monetario internazionale;
– novembre 2014: il governo del presidente Enrique Peña Nieto (2012-18) re-
voca la concessione dell’appalto per la ferrovia ad alta velocità Citta del Messico-
Querétaro a un consorzio guidato dall’impresa pubblica cinese China Railway Con-
struction Corporation. Il motivo uffciale è la scarsa trasparenza nei rapporti tra
alcune imprese messicane del consorzio e la famiglia presidenziale, ma nella deci-
sione rientrerebbero anche pressioni statunitensi 14. Il progetto verrà abbandonato
defnitivamente a ottobre 2015 per ragioni di bilancio;
– 2015: l’Agenzia ambientale del Messico blocca la costruzione di un centro
commerciale Dragon Mart appena fuori Cancún. Il progetto da 180 milioni di dol-
lari era stato ideato da investitori messicani e da un’impresa di diritto privato fon-
data dal ministero del Commercio cinese.
– 2017: pochi giorni dopo l’inaugurazione di Donald Trump come presidente
degli Stati Uniti, Peña Nieto tiene un discorso sulla politica estera messicana. Par-
lando dell’importanza dell’Asia-Pacifco per il Messico, non menziona la Cina ma
promette negoziati per accordi bilaterali con gli altri soci della Trans-Pacifc Part-
nership, ora congelata ma concepita proprio in opposizione a Pechino 15.
Attualmente, il totale di traduttori simultanei messicani uffciali dal cinese man-
darino allo spagnolo è pari a uno.

7. Un elenco così lungo di incidenti, verifcatisi sotto presidenze di colori po-


litici diversi, evidenzia sfducia e pregiudizi sul popolo, sull’apparato industriale e
sul sistema di governo della Rpc. E lascia intendere che la classe dirigente del

12. B. torres, G. VeGa cánoVas (a cura di), Los grandes problemas de México. Relaciones internacionales.
T-XII, Colegio de México, 2010.
13. «La reunión entre Felipe Calderón y el Dalai Lama molesta a China», Expansión, 10/9/2011, goo.
gl/5C4jRJ. Il Dalai Lama tornerà in Messico nel 2013, in quella che per ora è la sua ultima visita in Ame-
rica Latina, ma non incontrerà il presidente Peña Nieto; il governo anzi emetterà un comunicato a soste-
gno della posizione cinese sul Tibet.
14. L’amministrazione Obama avrebbe chiesto al Messico di rifutare gli investimenti cinesi nelle infra-
strutture e nell’energia. F. Foer, «Mexico’s Revenge», The Atlantic, maggio 2017 goo.gl/PNFwO6
15. E. Peña nieto, Posicionamiento en materia de política exterior, 23/1/2017 goo.gl/sAUEah 155
MESSICO-CINA, OVVERO QUANDO L’ALLEATO STRATEGICO È UN RIVALE

Messico sia amaramente consapevole della problematicità dei rapporti con la Cina.
Quest’ultima, malgrado le incomprensioni ha raggiunto i suoi obiettivi.
Dal punto di vista economico, il secondo mercato più grande dell’America
Latina è ormai terra di conquista per i beni cinesi e piattaforma per la loro espor-
tazione verso gli Stati Uniti e il Canada. Un fenomeno che lo stesso paese norda-
mericano ha favorito, siglando il Nafta e poi l’Alleanza del Pacifco con Colombia,
Perú e Cile. Anche dal punto di vista geopolitico sono arrivati i benefci, pur
meno clamorosi.
La mediazione messicana si è rivelata preziosa nel convincere il Costa Rica ad
«abbandonare» la Repubblica di Cina e riconoscere diplomaticamente la Rpc, nel
2007, rompendo il monopolio di Taiwan in America centrale (da allora il dominio
di Taipei nella regione è stato eroso dalla «diplomazia del dollaro» di Pechino e
dall’evoluzione dei legami tra le due Cine). Soprattutto, la Cina ha potuto stabilire
la propria presenza – per quanto embrionale – nel vicino meridionale dell’unica
superpotenza emersa dalla guerra fredda.
Per motivi non solo geografci, la relazione tra Pechino e Città del Messico ri-
entra in un triangolo che comprende Washington. Attualmente il Messico è in una
posizione di debolezza nei confronti di entrambi; per cercare di trarre qualche
benefcio dal «partner strategico» asiatico, spendibile anche nei confronti degli Usa,
deve consolidare il proprio sistema paese.
Non è un caso se il rafforzamento relativo nei confronti della Rpc dipende
dalla soluzione di questioni endemiche: corruzione, clientelismo, strapotere della
burocrazia, predominio dell’economia informale, scarsi investimenti in
ricerca&sviluppo. Come per tutti i paesi dell’America Latina, i problemi nascosti
emergono quando entra in scena la Cina. Al Messico non rimane che provare a
risolverli.

156
LA POTENZA DEL MESSICO

MESSICO E BRASILE,
DUE MODI DI (NON) DIRE
AMERICA LATINA di Roberto Vecchi
L’identità subcontinentale al centro dei dibattiti strategici a Città
del Messico e a Brasilia. La tesi del ritardo strutturale dell’America
iberica. La dimensione sudamericana della geopolitica brasiliana
non è compatibile con la visione messicana.

1. M ESSICO E BRASILE COSTITUISCONO


due poli fondamentali di quel vasto ed eterogeneo insieme che si chiama, con
proprietà culturale e improprietà storico-geopolitica, America Latina. Mettono in
gioco, nella loro complessa interrelazione continentale, un concetto specifco,
quello di Sud.
La questione meridionale infatti risulta essenziale in questa ricostruzione si-
nottica della condizione latinoamericana del Messico, per la caratteristica propria
e intersoggettiva del Sud, ovvero per il suo rinvio diretto alla polarità opposta: il
Messico si gioca in questa futtuazione molto della sua identità, concreta o imma-
ginata, posto come è su un piano geografco inesorabilmente basculante tra le
Americhe, nella sua iscrizione nordamericana (ma con una America del Nord irri-
ducibile alla sua struttura storica) e un Sud nel quale la forza di gravità storica
della sua formazione sembra farlo precipitare. Pensare a questa iscrizione attra-
verso un punto di fuga, un luogo di osservazione eccentrico come il Brasile o più
in generale il subcontinente meridionale offre la possibilità di confgurare un
movimento meno visibile nella tettonica tra due placche continentali assai insta-
bili, il Nord e il Sud delle Americhe appunto.
La premessa metodologica indispensabile, in una fase di impetuosa turbolenza
politica del Brasile tale da non rendere possibile su un piano sincronico una rico-
gnizione strutturale delle relazioni internazionali latinoamericane, spinge a retroda-
tare di un paio di anni le considerazioni utili per captare la disgiunzione strategica
dell’asse messicano-brasiliano. Il tempo verbale insomma è quello del passato
prossimo, quando cioè il Brasile si è profondamente impegnato per realizzare un
progetto, oggi in sede storica di facile comprensione e lettura, di riposizionamento
della propria iscrizione sovrana sul piano internazionale. L’attuale incertezza inter-
na del Brasile infatti si riverbera visibilmente anche sul piano delle relazioni ester- 157
MESSICO E BRASILE, DUE MODI DI (NON) DIRE AMERICA LATINA

ne, non solo relative al contesto regionale (e qui si pensi alla drammatica crisi ve-
nezuelana che avrebbe avuto un’altra declinazione, in un quadro di protagonismo
sudamericanista del paese lusofono), ma più in generale nello scenario globale,
rendendo impossibile, se non su un piano congetturale, la messa a punto di un’a-
nalisi articolata.

2. Le relazioni tra Messico e Brasile si sviluppano soprattutto nel quadro dei


modernismi politici e culturali del subcontinente. Qui un prodromo interessante da
ricordare, più come un’occasione perduta che come un’effettiva piattaforma con-
cettuale attraverso la quale ripensare alle relazioni latinoamericane come un tutto,
dal Rio Grande alla Terra del Fuoco, è offerta dal libro – oggi quasi dimenticato –
dell’intellettuale brasiliano Manoel Bonfm, pubblicato nel 1905, América Latina.
Males de origem. In questo lucido e tagliente unicum critico, l’America iberica
viene analizzata ben oltre le limitazioni delle prospettive evoluzionistiche del tem-
po (anzi, in polemica con le teorie dello sbiancamento come prospettiva correttiva
di un’asimmetria coloniale). Bonfm iscrive tutta l’America a sud degli Stati Uniti
come vittima di un medesimo, deformante processo di colonizzazione da parte di
regni iberici dell’Europa segnati a loro volta da una componente macroscopica di
ritardo. Il ritardo sudamericano insomma veniva così indagato attraverso la trascri-
zione di un problema strutturale di sviluppo originario dal Sud Europa. Le cattive
eredità peninsulari iberiche erano il sostrato identitario comune a tutti gli Stati sor-
ti dalle ex colonie americane, ispaniche e portoghesi. Tale prospettiva analitica ri-
scuoterà successo soprattutto a partire dagli anni Trenta con la rifessione intorno
al concetto di formazione, ma la sua portata seminale verrà defnitivamente limita-
ta all’orizzonte nazionalistico che segna il XX secolo anche nelle Americhe, per-
dendo dunque il potenziale critico della sua proiezione americana ed effettivamen-
te internazionale (si pensi qui all’infuenza di Bonfm sul dello grande storico bra-
siliano Sérgio Buarque de Holanda).
Il dialogo sincopato tra Messico e Brasile prende forme più defnite, tuttavia
sempre segnate, sin dai primordi, da alcuni anacronismi costitutivi, nel contesto
postrivoluzionario per il Messico e nel paesaggio storico ancorato alle convenzio-
ni della prima repubblica oligarchica nel caso del Brasile. Gli inizi datano al 1922
– che rappresenta per la storiografa brasiliana un anno cruciale di svolta: il cen-
tenario dell’indipendenza politica del Brasile coincide infatti con un agglomerato
di fatti cruciali – culturali, storici, politici – per il futuro assetto del paese, mentre
per il Messico segna il superamento della guerra civile: si stabiliscono allora rela-
zioni diplomatiche strutturate tra i due paesi, con l’apertura delle rispettive amba-
sciate, grazie allo sforzo compiuto in particolare dall’ambasciatore e intellettuale
messicano José Vasconcelos Calderón, inviato del suo presidente Álvaro Obregón.
Pur nelle diverse serie storiche ciò che faceva avvicinare i due Stati in questa epo-
ca era la comune preoccupazione di defnire i contorni di una cultura nazionale
effettivamente emendata dai lasciti del passato coloniale, in grado di elaborare
158 narrazioni comunitarie.
LA POTENZA DEL MESSICO

Un intellettuale utopista come José Vasconcelos Calderón contribuì in modo


decisivo a iscrivere il Brasile in una comunità latinoamericana dove il rafforzamen-
to delle identità nazionali avrebbe dovuto ispessire il contorno dell’identità ameri-
cana. Il suo amico e omologo brasiliano era il poeta e critico moderno Ronald de
Carvalho, che dopo un viaggio in Messico dedicò all’idealismo ibero-americano il
volume Toda a América (1926).
Nel margine di nazionalismi divergenti ma che in un qualche modo attingono
a radici comuni culturali e identitarie, possono essere intesi i decenni successivi
alla rifondazione dei rapporti tra Messico e Brasile. Un esempio di questo scambio
intenso ma sommerso – soprattutto perché limitato in modo preponderante al pia-
no delle relazioni culturali e accademiche – è offerto nell’epoca della dittatura civi-
le-militare brasiliana (1964-85). Molti ricercatori ed economisti brasiliani, impegna-
ti congiuntamente nell’elaborazione della «teoria della dipendenza» che avrebbe
riscosso una vasta eco anche presso le università europee nel contesto delle revi-
sioni neomarxiste dell’economia mondiale, quali Teotônio dos Santos, Vânia Bem-
birra e Ruy Mauro Marini, trovarono asilo nelle università messicane durante la
lunga notte repressiva promossa dal regime militare.
La nuova percezione geopolitica del Brasile, che ha segnato in modo dinamico
oltre un decennio di politica estera all’interno di un lucido progetto strategico, ini-
zia col tentativo di allargamento dell’egemonia del Nafta, il trattato nordamericano
di libero scambio, nel quadro di una crescita accelerata dell’economia globale,
inaugurato nel 1994, che riunisce l’America del Nord compreso il Messico. Esso
rappresenta tuttavia, come lo defnisce Joseph Stiglitz, «an unfair trade treaty», per
la sua scivolosa asimmetria costitutiva di sviluppo e ritardo, di Nord e di Sud.
La creazione dell’Alca, l’area di libero scambio commerciale delle Americhe,
prende forma negli stessi anni di decollo del Nafta. Alcuni osservatori colgono le
analogie del progetto, almeno dal punto di vista statunitense, con l’associazione
nordamericana, defnendolo un «Nafta plus». Nel primo governo Lula (2003-6) i
negoziati per la costruzione dell’Alca giungono a un binario morto, con la succes-
siva archiviazione del progetto in occasione del 4° Summit delle Americhe nel
novembre del 2005 a Mar del Plata. Ciò avviene soprattutto a causa dell’opposizio-
ne brasiliana, sostenuta in particolare dal Venezuela bolivarista, che sfrutta così il
nuovo quadro di relazioni di forza internazionale, dove il governo Bush, sempre
di più impegnato nella guerra contro l’Iraq, opera un sostanziale abbandono della
sua storica posizione egemonica nelle Americhe. La forte resistenza brasiliana rive-
la il riposizionamento internazionale che in seguito il gigante di lingua portoghese
avrebbe esplicitato negli anni successivi: l’Alca avrebbe forse defnitivamente dan-
neggiato il consolidamento dell’associazione regionale del Mercosul, il mercato
comune del Sud (americano) con cui avrebbe innescato, in termini tutt’altro che
teorici, una sostanziale concorrenza.

3. Nella prospettiva delle relazioni tra Messico e Brasile la riconfgurazione di


una geopolitica nuova e lucidamente articolata, che in un certo senso fa divergere 159
MESSICO E BRASILE, DUE MODI DI (NON) DIRE AMERICA LATINA

MERCOSUR VS ALLEANZA DEL PACIFICO

Canada

Messico

Costa Rica Venezuela Guyana


Panamá Suriname
Guyana Fr.
Colombia

Ecuador
Brasile
Perú Scambi commerciali 2015 in mld di $:
Cina 65,1 (export 37,7, import 27,4)
India 6,4 (export 3,4, import 3)
Russia 4,4 (export 2,4, import 2)
Sudafrica 1,8 (export 1,3, import 0,5)

Bolivia

Cile Paraguay

Uruguay
Argentina

Membri Mercosur
STATI ASSOCIATI
Venezuela sospeso dal Mercosur ALL’ALLEANZA DEL PACIFICO
Membri in corso di adesione al Mercosur Australia
Stati associati al Mercosur Canada
Nuova Zelanda
Membri Alleanza del Pacifco Singapore
Candidati a entrare nell’Alleanza del Pacifco
160
LA POTENZA DEL MESSICO

i due paesi posizionandoli su versanti opposti, prende le mosse con il secondo


mandato Lula (2007-2010), prorogandosi poi anche nel quinquennio successivo
durante il primo mandato di Dilma Rousseff e nello scorcio del secondo, prima
dell’interruzione istituzionale del 2016. È in quest’epoca che la politica estera del
Brasile diventa parte di un progetto nazionale nuovo che poggia anche su una
crescita stabile dell’economia, con una espansione del mercato interno e la riorga-
nizzazione della spesa pubblica. La reiscrizione internazionale del Brasile viene
messa a punto da una strana coppia: il ministro degli Esteri, Celso Amorim, e il
consigliere speciale per la politica estera del presidente Lula, lo storico e intellet-
tuale Marco Aurélio Garcia. Sono loro che ridefniscono una politica divergente di
alleanze rispetto ai paradigmi del passato. E il movimento principale discende da
una differenziazione in primo luogo concettuale tra America Latina e America del
Sud, con una forte enfasi posta su quest’ultimo ambito. Approfondendo così il
solco che il fallimento dell’Alca aveva dischiuso, la via di fuga a sud – che sottrae
uno spazio di alleanza meridionale al Messico, almeno in termini strategici – accen-
tua, anzi radicalizza l’importanza regionale, vero e proprio contorno strategico, del
blocco sudamericano.
Tale opzione si iscrive nel quadro di una più vasta manovra che valorizza la
condizione meridionale come componente essenziale e attiva di una profonda
revisione dei rapporti di forza tra il Brasile e altri interlocutori internazionali nel
quadro dell’economia globale. A questo riguardo, l’opzione per il Sud viene raf-
forzata dalla costituzione, nel 2008, di Unasul, l’Unione delle Nazioni sudameri-
cane, capace di riunire 12 paesi (appartenenti al Mercosul e al Can, la comunità
andina, con l’integrazione di Cile, Guyana e Suriname), a cui il Messico intelli-
gentemente, con Panamá, aderisce in qualità di osservatore. Ancora, in coerenza
con la scelta meridionale, viene promossa sempre dal Brasile l’opzione Sud-Sud
che ripensa al funzionamento contemporaneo del «Global South», in cui si affer-
mano azioni rivolte a un contorno strategico che include partner come Cina,
Sudafrica, India o si affermano spazi geostrategici specifci, come per esempio
l’Atlantico del Sud, oppure si valorizza il protagonismo esercitato in questi anni
dal Brasile come capofla, a nome del Sud appunto, di una nuova visione, non
più subalterna, del commercio internazionale nel segmento più attivo e innova-
tore della compagine dei G20.
In questo arco di tempo, pur se in un paesaggio di profonde trasformazioni
relazionali in gioco (come l’accresciuta importanza del Pacifco o la costituzione di
nuovi soggetti come, nel 2010, la Celac, la Comunità di Stati latinoamericani e dei
Caraibi), il varco tra Messico e Brasile, almeno in termini geopolitici e strategici,
pare si sia ampliato, anche per una congiuntura storica favorevole alle alleanze
orizzontali sudamericane che hanno trovato nel Brasile una leadership forte.
Tuttavia questa è già storia e il presente è gravido di incertezze che rendono
opache le ipotesi sul futuro. Al di là dei riassetti geopolitici e delle posizioni strate-
giche divergenti, resta il fatto che tra il 2006 e il 2015 il Brasile è stato tra i princi-
pali investitori nell’economia messicana. Per questo, la minaccia del muro trumpia- 161
MESSICO E BRASILE, DUE MODI DI (NON) DIRE AMERICA LATINA

no, con l’annesso tracollo del Nafta – un simbolo dell’isolazionismo neosovranista


quantomeno declamato da parte degli Usa – potrebbe aprire scenari nuovi e assai
interessanti. Come, per esempio, una nuova meridionalizzazione del Messico, in
controtendenza rispetto ai movimenti dell’ultimo decennio, ancorata alla necessità
di costruire nuove alleanze vitali rispetto a quelli che prima sembravano assetti
settentrionali granitici e inscalfbili.
Il Messico, insomma, è sempre di più, nella sua futtuazione storica, nella sua
posizione in bilico tra mondi diversi e forse inconciliabili, dentro e fuori l’America
Latina, così come può essere visto in una rifessione che muove dal Sud: rappre-
senta, in fondo, la frontiera mobile di un mondo storicamente cangiante, di un’i-
dentità plurale problematicamente impegnata nell’articolazione di una narrazione
coerente. Nella sua eccezione, il Messico è forse il luogo laterale che alimenta,
oggi, il dilemma da quasi due secoli aperto di una «America Latina» alla ricerca di
un nome proprio defnitivo.

162
LA POTENZA DEL MESSICO

IL MESSICO SCEGLIE GLI


STATI UNITI E L’AMERICA
LATINA CHE FUNZIONA di Loris Zanatta
Il legame con il vicino settentrionale non dipende dalla sudditanza
all’impero yankee ma dall’interesse nazionale. L’Alleanza del
Pacifico è l’unico esempio di integrazione di successo nella regione.
La logica opposizione al Venezuela di Maduro.

1. I
L MESSICO HA CAMBIATO POLITICA ESTERA?
Ha forse compiuto una svolta in senso contrario al paradigma sovranista che
lo rese celebre in America Latina e nel mondo ai tempi della guerra fredda?  1.
Com’è possibile, proprio oggi che il sovranismo torna di moda e che gli insulti
xenofobi di Trump paiono fatti apposta per dare nuova linfa all’antica pianta
dell’antiamericanismo messicano?
A scatenare un vespaio e incendiare le polveri è stata la dura posizione assun-
ta dal governo del presidente Enrique Peña Nieto sulla crisi del Venezuela.
Per la cancelleria messicana non v’è alcun dubbio che Caracas abbia violato i
princìpi democratici sottoscritti da tutti i membri dell’Organizzazione degli Stati
americani e perciò sia passibile di sanzioni. Come darle torto? Il governo ritiene
inoltre che la deriva venezuelana possa produrre ondate in grado di destabilizzare
lo stesso Messico; ad esempio per effetto dei fussi migratori che già interessano i
paesi confnanti col Venezuela, dove si riversano a migliaia i profughi in fuga dalla
miseria economica e dalla persecuzione politica.
Ma per i tanti emuli messicani del chavismo e dei suoi accoliti dell’Alba (l’Al-
leanza bolivariana per i popoli della nostra America ideata da Hugo Chávez e Fidel
Castro, n.d.r.), o di ciò che rimane del fronte antioccidentale che Caracas foraggiò
a suon di petrodollari quando ne aveva le casse piene, il principio guida della po-
litica estera messicana uno era e uno rimane: gli yankee (o yanqui, nello spagnolo
dell’America Latina) sono il nemico, sempre e comunque. Per loro regna in Vene-
zuela – e a Cuba – una bella democrazia cui nulla può imputarsi. Metterlo in dub-
bio equivale a servire l’impero e a svendere la sovranità messicana.

1. Paradigma il cui emblema fu il suo rifuto di piegarsi alla rottura con Cuba all’indomani della crisi
dei missili del 1962, sottoscritta da tutti gli altri paesi dell’emisfero. 163
IL MESSICO SCEGLIE GLI STATI UNITI E L’AMERICA LATINA CHE FUNZIONA

Questo schema è piuttosto stantio e logoro dal tanto uso, ma la sua potenza
non va mai presa sottogamba. Soprattutto in vista delle elezioni presidenziali del
luglio 2018 e dell’ottuso impegno che Donald Trump profonde per riesumarlo.

2. Il tema si presta a rifessioni più vaste sulla geopolitica latinoamericana e


mondiale; vale quindi la pena approfondire la questione e prendere subito il toro
per le corna: davvero il governo messicano sta stravolgendo la sua lunga tradizione
di indipendenza e fratellanza panlatina? E davvero lo fa, come gridano indignati i
suoi nemici, per sudditanza verso l’impero a stelle e strisce?
Per rispondere, sarà bene verifcare innanzitutto quanto sia fondato tale mito
sovranista. Se davvero cioè la storia della politica estera messicana si sia fnora
fondata su un’orgogliosa contrapposizione all’arroganza del grande e potente vi-
cino, su cui ovviamente non si discute nemmeno. Contrapposizione della cui ra-
zionalità sarebbe in realtà lecito dubitare, ma che non v’è dubbio conferisca al
Messico l’aura di cui si nutrono il mito sovranista e i suoi cultori nel paese e
ovunque in America Latina: quella del piccolo Davide che tiene testa al grande
Golia, o meglio ancora quella – di matrice cattolica – del popolo crocifsso che
non svende la sua dignità spirituale alla voracità materialista dei prepotenti prote-
stanti che il destino gli ha messo alle porte.
Come tutti i miti, anche questo compie la funzione di soddisfare una narra-
zione eroica della realtà cui tale realtà corrisponde solo in parte. In questo caso,
in piccola parte.
Per i sovranisti tale narrazione è accreditata da una lunga catena di eventi e
risale ai niños héroes che nel 1847 morirono sotto i colpi degli yankee durante
l’assedio di Città del Messico, quando per effetto di quei fatti d’armi gli Stati Uniti
sottrassero al Messico metà circa del suo territorio. Da allora tale tradizione si
mantenne viva in mille modi: con le scorribande di Pancho Villa durante la gran-
de Rivoluzione; con la nazionalizzazione del petrolio ad opera di Lázaro Cárdenas
nel 1938; quando il paese oppose un austero ma deciso niet alla pretesa di lascia-
re sola Cuba nel 1962; con la creazione del gruppo di Contadora, per ostacolare
Ronald Reagan che negli anni Ottanta stava mettendo a ferro e fuoco l’America
centrale.
Di tale tradizione sono oggi eredi coloro che da sempre si oppongono al
Nafta; il loro capofla è Andrés Manuel López Obrador, il quale dopo tante scon-
ftte futa il trionfo alle elezioni del 2018.

3. Sennonché così vicina a tale tradizione da risultarne inestricabile ve n’è


sempre stata un’altra, fatta di intesa e collaborazione col grande vicino del Nord.
Come a rigor di logica impone una prossimità fatta di contrasti ma anche di inte-
ressi comuni, di ostilità ma anche di ftti legami, di asimmetria ma anche di inter-
dipendenza.
Non è necessario spingersi così indietro da ricordare quando Porfrio Díaz aprì
164 il paese al commercio e agli investimenti statunitensi, inaugurando la prima stagio-
LA POTENZA DEL MESSICO

ne di modernizzazione autoritaria delle tante che il Messico ha avuto da allora.


Basta notare come ognuno degli atti sovranisti compiuti dal paese latinoamericano
durante la guerra fredda si prestasse a più letture, presentasse un doppio volto.
Lungi dall’infuriarsi perché il Messico tenne aperta l’ambasciata a L’Avana do-
po la vittoria di Fidel Castro, gli Stati Uniti ne benefciarono più volte come fonte
di informazioni e canale di contatto con i cubani; lungi dal tremare spaventati
quando negli anni Settanta il presidente Luis Echeverría cavalcò l’onda antistatuni-
tense dei non allineati, Washington seppe sempre che in quel foro ostile il Messico
rafforzava il fronte moderato al cospetto dei pro sovietici. E così via.
La verità è che la politica estera messicana durante la guerra fredda visse pro-
prio di tale ambivalenza costitutiva, a suo modo razionale e comprensibile. Da un
lato, i governi del Messico coltivavano la retorica nazionalista e l’orgoglioso distac-
co dagli Usa necessari per mantenere il consenso interno e l’infuenza nell’area
centroamericana e caraibica verso cui il paese era storicamente proiettato; dall’al-
tro, conoscevano benissimo i limiti di tale politica, che per nessuna ragione li
avrebbe spinti al punto di sfdare gli interessi strategici degli Stati Uniti.
Non per viltà o sudditanza, come con ostinata ottusità ripetono i sovranisti più
fanatici, ma per convenienza, poiché degli Stati Uniti il Messico aveva bisogno vi-
tale se voleva ambire davvero a svilupparsi, a vivere sicuro, ad avere sbocchi per
le sue merci e la sua popolazione in costante crescita.
Il Messico del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), che fno agli anni No-
vanta regnò indisturbato su una specie di regime a partito unico sul paese, cammi-
nava certamente sulle uova – ma sapeva bene dove andava e perché.

4. Poi il mondo cambiò, con buona pace dei sovranisti che ancora oggi non
ne hanno ricevuto notizia. E con esso, inevitabilmente, cambiò la politica estera
messicana. Negli anni Novanta fu lo stesso Pri, sotto la presidenza di Carlos Solinas
de Gortari (1988-1994), ad aprire la danza del cambiamento. Da quel momento la
democratizzazione (ossia il passaggio – ancora in atto, tutt’altro che facile e pacif-
co – a una democrazia pluralista e a un sistema di controlli e contrappesi) cammi-
na di pari passo con l’apertura di un’economia fno ad allora autarchica e ineff-
ciente alla vasta area di libero commercio nordamericana.
Non è questa l’occasione adatta per dilungarsi sugli effetti del Nafta, a pare-
re di chi scrive assai più positivi che negativi per il Messico. Basti osservare che
colui che con veemenza ambisce a demolirlo è, guarda caso, Donald Trump, il
presidente degli Stati Uniti.
Detto ciò, occorre domandarsi in che modo la fne della guerra fredda e
l’incerta alba di un nuovo mondo impattarono sulla tradizionale politica estera
messicana. E farlo alla luce di una considerazione storica fondamentale per com-
prendere l’attualità: non solo il Messico ma l’intera America Latina – a volte con
successo, altre meno – conversero allora verso l’adozione di regimi politici libe-
raldemocratici e l’apertura all’economia di mercato, con maggiore o minore par-
tecipazione statale. 165
IL MESSICO SCEGLIE GLI STATI UNITI E L’AMERICA LATINA CHE FUNZIONA

La questione è tutt’altro che secondaria per comprendere il nuovo mondo


che stava nascendo e il ruolo che nel suo seno s’accingevano a interpretare il
Messico e l’America Latina.
Per una semplice ragione: la democrazia liberale e l’economia di mercato che
da allora andarono universalizzandosi in America Latina erano i valori nel cui no-
me gli Stati Uniti avevano sempre rivendicato un destino manifesto nell’emisfero.
Erano i cardini del panamericanismo, contro i quali s’era battuta la tradizione pan-
latina dei populismi latinoamericani. Il peronismo, il castrismo, il chavismo e mol-
ti altri ancora alla democrazia liberale opponevano un’idea organica e non plurali-
sta di sovranità del popolo e all’economia di mercato un modello economico sta-
talista e protezionista, imbevuto di risonanze cristiane e socialiste.
L’universalizzazione della democrazia liberale e del mercato in America Latina
hanno avuto effetti assai più complessi e spesso assai diversi da quello che i sovra-
nisti giudicano un trionfo degli Stati Uniti e della loro indisturbata egemonia in
Messico, in America Latina, nel mondo. Nell’ultimo ventennio l’infuenza statuni-
tense è calata un po’ ovunque, America Latina compresa, e la vittoria elettorale di
Donald Trump è il migliore indice dello scarto tra le aspettative che gli Usa ripone-
vano sul mondo nato dalle ceneri della guerra fredda e ciò che invece ne è uscito.
È il caso di analizzare come tali trasformazioni, nel mondo ed al suo interno,
abbiano indotto il Messico a mutare politica estera fn dagli anni Novanta, spezzan-
do l’ambivalenza tra sovranismo e liberalismo che ne aveva caratterizzato le coor-
dinate durante la guerra fredda. Poi come tali mutamenti spieghino l’attuale politi-
ca estera messicana e la dura posizione assunta dal governo sulla crisi venezuela-
na. Infne perché l’eterno grido del populismo latinoamericano contro l’imperiali-
smo alle porte sia oggi più che mai un logoro cliché impiegato per giustifcare
l’autoritarismo politico e il fallimento economico di taluni regimi.

5. La progressiva democratizzazione e l’apertura economica dell’intera Ameri-


ca Latina negli ultimi trent’anni hanno indotto tre trasformazioni epocali nella poli-
tica internazionale messicana – o meglio, nel modo del Messico di inserirsi nel
mondo contemporaneo. Trasformazioni sviluppate dal Pan (Partito di azione na-
zionale) durante le presidenze di Vicente Fox e Felipe Calderón, sulla scia delle
radicali novità introdotte sotto Salinas de Gortari, e riprese in larga misura dal Pri
di Enrique Peña Nieto a partire dal 2012. Tali trasformazioni sono state in larga
misura assecondate dal partito della sinistra riformista, il Prd (Partito della rivolu-
zione democratica), ma avversate dalle già menzionate correnti populiste che fan-
no capo a López Obrador.
La prima di tali trasformazioni è la più evidente e la più polemica: il paname-
ricanismo ha vinto, si inalberano i sovranisti! Gli Stati Uniti ci dominano!
Ma se il panamericanismo ha vinto poiché i suoi valori sono oggi condivisi
dalla maggioranza dei messicani e difesi dalle sue istituzioni e politiche pubbli-
che, allora il panamericanismo è morto. Se il Messico fa suoi quei valori perché vi
166 crede e li sostiene, gli Stati Uniti non potranno più invocare lo strumento ideolo-
LA POTENZA DEL MESSICO

gico che ha permesso loro di esercitare così a lungo un’ingerenza, alimentando di


rifesso la reazione sovranista.
Privi di tale missione storica redentiva, gli Stati Uniti si sono trasformati da vi-
cino minaccioso e invadente a partner, per quanto poderoso e onnipresente.
Difatti oggi la relazione tra Messico e Stati Uniti è una partnership gigantesca,
capillare, molteplice, fatta di merci, istituzioni, idee, culture, incroci linguistici, via
vai di frontiera, leciti e illeciti; fatta di persone, famiglie, amici.
Chi invoca muri da un lato, come Donald Trump, o barricate ideologiche
dall’altro, come López Obrador, elemosina i facili consensi che suole portare in
dote l’appello ai peggiori istinti, ma non può scalfre l’enorme comunità di interes-
si e sentimenti che la storia continua a creare tra i due paesi e che impone coope-
razione, pragmatismo, condivisione.
I dati non lasciano scampo: dei 12 milioni di messicani che vivono all’estero,
il 97% è negli Stati Uniti, dove i cittadini di ascendenza messicana sono già 35
milioni. Ciò benché ormai da anni il fusso dei rimpatri sia maggiore di quello
dell’emigrazione e perfno il numero di chi entra illegalmente negli Usa sia da
tempo in calo.
Un terzo di loro sono bambini o ragazzi: spesso bilingui, nati da famiglie
miste, cittadini di due patrie, fgli di due culture, abitanti di uno spazio transna-
zionale cui non è possibile imporre catene. Circa un milione di statunitensi vive
oggi in Messico.
I chicanos – messicani residenti a nord del Rio Grande – producono l’8% del
pil statunitense (un’enormità), inviano in patria una quantità di risparmi equivalen-
te al 2,2% del pil messicano, hanno creato 570 mila imprese di ogni dimensione.
Per il Messico gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggiore partner commerciale,
mentre il paese latinoamericano è il secondo partner degli Usa e genera 6 milioni
di posti di lavoro. Al confronto, i rapporti economici di Washington con Stati della
taglia di Brasile o India sono quasi insignifcanti.
Moltissimi messicani emigrati negli Stati Uniti vi studiano e acquisiscono com-
petenze che innescano virtuosi cicli di diffusione della conoscenza di cui benefcia
il sistema produttivo ed educativo messicano e a cui il Messico destina oggi una
quantità sempre maggiore di risorse attraverso il bando di numerose borse di stu-
dio. Su questa via si potrebbe continuare all’infnito, fno all’ovvia conclusione: chi
inquadra tale relazione in termini di dominio e sudditanza non sa di cosa parla.
Oppure lo sa, ed è in malafede per ragioni ideologiche.

6. La seconda grande trasformazione della politica estera messicana è altrettan-


to importante: riguarda la relazione con il suo passato e con chi l’ha condiviso,
ossia gli altri paesi latinoamericani.
Che il Messico sia un paese latino e ispanico è fuor di dubbio. Semmai lo è
più di qualsiasi altro, essendo stato per secoli la perla più preziosa della monar-
chia cattolica spagnola. Ma quanto pesa tale passato? Che implicazioni ha? Quan-
to lo unisce a chi ne è a sua volta erede? 167
IL MESSICO SCEGLIE GLI STATI UNITI E L’AMERICA LATINA CHE FUNZIONA

Di certo, il peso specifco del passato deve fare i conti con i condizionamen-
ti imposti dalla geopolitica, che lo calamitano verso i suoi vicini settentrionali,
verso l’area cui geografcamente appartiene e che più opportunità gli offre. Una
tendenza acuita sempre più dalla condivisione con Usa e Canada dei medesimi
valori democratici e dell’economia di mercato, capaci di erodere i rigidi confni
linguistici e religiosi di un tempo.
Cosa offre invece al Messico la romantica evocazione di una comunità lati-
noamericana alla cui base, a ben vedere, sta proprio quel retaggio ispanico da
cui pretesero di emanciparsi gli Stati dell’area? 2. Cosa, se non fumi di retorica
vacua e inconcludente, cui non corrisponde una comunità politica o economica
utile e tangibile?
Così, mentre l’Alba agonizza oggi intorno al Venezuela che ne aveva voluto
fare lo strumento della sua guerra ideologica all’Occidente e mentre il Mercosur
stenta a uscire dalle secche in cui è fnito a causa delle competizioni nazionalistiche
al suo interno e all’affato autarchico che l’ha sempre minato, il Messico può dirsi
soddisfatto di avere aderito all’unico schema integrativo latinoamericano di succes-
so: l’Alleanza del Pacifco (Ap). Di cui è fondatore insieme a Cile, Perú e Colombia
e che invece di far garrire vecchie e stantie bandiere nazionaliste coniuga l’apertu-
ra al mondo e la comunità latina, la democrazia politica e l’apertura commerciale.
Nessuno, nella regione, aveva fnora creato un’area di così vasta e libera circo-
lazione di beni, persone, capitali e servizi. Nessuno aveva creato un sistema credi-
tizio così esteso e solido, né incoraggiato il libero commercio, né promosso la mo-
bilità di studenti e accordi di cooperazione. Il risultato è sorprendente: il tasso di
crescita dell’Alleanza del Pacifco è stato molto più elevato di quello del resto della
regione e ha resistito piuttosto bene alla fne del boom delle materie prime, che ha
causato invece l’immediato tracollo dei paesi irretiti dalla via populista.
Non sarà un caso se i quattro paesi dell’Ap attraggono da soli il 40% di tutti gli
investimenti esteri e dei turisti che si recano nell’area, se producono oltre la metà
delle esportazioni di tutta l’America Latina e se ben 42 paesi hanno chiesto di es-
sere ammessi come osservatori a tale Foro.

7. La terza trasformazione della politica estera messicana è coerente con le


prime due. Se gli Stati Uniti sono un potente partner ma non una catena cui il Mes-
sico è legato a forza, se l’America Latina è uno spazio aperto dove scegliere o
scartare e non più una gabbia morale che esercita un ricatto in nome della storia,
se il mondo globalizzato schiude opportunità un tempo impensabili per uscire dal
sottosviluppo, perché non profttarne?
La proiezione asiatica che da tempo il Messico coltiva è in tale ottica del tutto
logica. Non è forse l’Asia l’area di maggiore crescita, innovazione, competitività? Al
confronto, l’Unione Europea è una lumaca. Pro e contro, potenzialità e pericoli
sono ovviamente noti. Ma pur considerando i secondi, i primi prevalgono.

168 2. Retaggio di cui tra l’altro è facile cogliere l’eco nei populismi panlatini.
LA POTENZA DEL MESSICO

Il commercio messicano con la regione ha ormai superato i 150 miliardi di


dollari e il 20% di tutti i suoi scambi: un mutamento epocale. Negli ultimi 15 anni,
il solo Giappone ha investito in Messico circa 10 miliardi. E si potrebbero snoccio-
lare molti altri numeri analogamente convincenti.

8. Sulla scorta degli elementi sottolineati sinora, bisogna tornare a chiedersi se


la dura posizione assunta dal governo messicano sulla crisi venezuelana sia o me-
no sensata. Se cioè il Messico si stia comportando da suddito che ipoteca la sovra-
nità del paese per servire l’impero, come tuonano gli inaciditi intellettuali messica-
ni che sfdano il ridicolo chiamandosi «rete in difesa dell’umanità»; o se tale schema
non evochi un panorama ideologico inadeguato e seguirlo non renda complici del
regime chavista, che ha calpestato ogni norma collettiva sovranamente sottoscritta
da tutti i paesi latinoamericani.
Non si può infatti dimenticare che le clausole democratiche degli organismi
multilaterali cui il Messico appartiene non gli sono state imposte da nessuno, ma
sono state approvate dalle sue istituzioni democratiche e sovrane; che il regime
venezuelano uccide, tortura, stupra, perseguita, censura; che ha concesso elezio-
ni solo fnché è stato sicuro di vincerle, salvo cambiare le regole pur di perpe-
tuarsi al potere quando ha iniziato a perderle; che monopolizza il potere eserci-
tando un ferreo controllo sulle Forze armate, la magistratura, i mezzi di comuni-
cazione, la distribuzione dei beni di prima necessità e qualsiasi cosa si muova
nel paese.
Invocare a sua difesa l’antico feticcio della sovranità nazionale suona cinico e
brutale. La verità è che tale schema invoca a protezione di Maduro una contrappo-
sizione di valori tra panamericanismo e panlatinismo profondamente erosa dalle
trasformazioni dell’ultimo ventennio. Reclamando la democrazia in Venezuela, il
Messico è coerente con tali trasformazioni e con l’orientamento di politica estera
cui si attiene da molto tempo: lo fa per sé, non per fare felice Washington.

9. A questo punto i sovranisti insorgeranno.


Che credibilità può mai avere come difensore della democrazia il governo
messicano? Il governo di un paese dove i giornalisti cadono uccisi come mosche?
Dove la corruzione e l’impunità camminano a braccetto, il narcotraffco controlla
interi Stati, i familiari dei 43 giovani scomparsi ad Ayotzinapa attendono inutilmen-
te chiarezza e giustizia? La risposta è ovvia: nessuna o molto poca. Difatti la popo-
larità del governo in carica è sotto i tacchi e lo scenario elettorale sorride a López
Obrador, cui sta dando un’enorme mano Trump, almeno per ora, quando il voto
è ancora molto lontano. Ma l’argomento che più diretto arriva alla pancia non è
necessariamente il più valido.
I fallimenti del governo di Peña Nieto non rendono errata la sua posizione
sulla crisi venezuelana e ancor meno la politica estera che è andata prendendo
forma dagli anni Novanta, così come gli fanno onore le garanzie che sta offrendo
all’autonomia della Commissione interamericana per i Diritti umani, benché non 169
IL MESSICO SCEGLIE GLI STATI UNITI E L’AMERICA LATINA CHE FUNZIONA

sia affatto tenera nei suoi confronti; la stessa commissione che il Venezuela vorreb-
be invece vedere morta.
Diffcile dire se tale sia il progetto messicano, ma di certo contribuisce a smon-
tare l’antico gioco dei paesi latinoamericani, usi a invocare la sovranità contro il
lupo yankee per coprirsi mutuamente le spalle. Tutto ciò è fnito, era un’altra epo-
ca: non lo capisce Trump, che abbaia contro un nemico inesistente; non l’ha capi-
to Maduro, che abbaia e basta.
Il Messico sta da tempo cercando di mettere a fuoco una politica estera razio-
nale, aperta, fessibile, multilaterale, improntata allo sviluppo. Una politica estera
con la quale posizionarsi in modo vantaggioso nel mondo globale, che sopravvivrà
sia a Trump sia a Maduro.

170
LA POTENZA DEL MESSICO

UN LEADER
CENTROAMERICANO
MANCATO di Carlos Humberto CasCante segura

L’America centrale per i messicani è fatica di Sisifo. È la sua


sfera d’influenza naturale, ma vi domina l’agenda securitaria
degli Usa. E alla penetrazione commerciale non corrisponde
un adeguato disegno politico.

L A GEOGRAFIA E IL PESO POLITICO E


culturale del Messico, ancor prima della congiuntura internazionale e delle condi-
zioni politiche interne, sono stati elementi cardine nello sviluppo storico dell’A-
merica centrale. Il quadro geopolitico centroamericano ha attratto le potenze in-
ternazionali a partire dal XVI secolo e ha costituito una preoccupazione costante
per le élite politiche ed economiche messicane, che hanno tentato di incrementa-
re la propria infuenza sull’istmo. Il Centroamerica ha costituito nei secoli XIX e
XX una regione fondamentale nella geopolitica del Messico, quando nel costruire
la frontiera Sud si tentò di limitare la libertà d’azione degli Stati Uniti. Acquisita
consapevolezza dell’impossibilità di adoperare mezzi coercitivi (hard power) 1, il
Messico dovette virare su strumenti tipici della diplomazia persuasiva e della coo-
perazione (soft power)  2 per condizionare le élite centroamericane e competere
con la macchina diplomatica di Washington. Tali condizionamenti hanno deter-
minato un complesso tessuto politico, economico e culturale che ha comportato
l’emersione di confitti e approcci diversi nella gestione di sfde comuni 3.
Il Messico è passato dall’interventismo politico-diplomatico nei confitti centro-
americani degli anni Ottanta a uno schema basato sul rafforzamento delle relazioni
economiche e di cooperazione allo sviluppo nel nuovo millennio 4. Questa gradua-
1. Sulla defnizione di hard power si veda E. Wilson III, «Hard Power, Soft Power, Smart Power», The
Annals of the American Academy of Political and Social Science, 616, marzo 2008, pp. 110-124.
2. Ibidem.
3. Sulle relazioni storiche tra Messico e Centroamerica si veda M.Á Castillo, M. toussaint, M. Vásquez
oliVera, «Historia de las Relaciones Exteriores de México», Messico D.F. 2011, Secretaría de Relaciones
Exteriores de México (Sre), goo.gl/SaHkQC
4. In tal senso, M. toussaint ribot, «México en Centroamérica: del activismo de los años ochenta a la
nueva agenda del siglo XXI», Cuadernos Inter.c.a.mbio sobre Centroamérica y el Caribe, 11, 1, gennaio-
giugno 2014, pp. 173-203. 171
UN LEADER CENTROAMERICANO MANCATO

le trasformazione, in aggiunta alle nuove minacce alla sicurezza regionale, si è


sostanziata nel tentativo di defnire nuove relazioni politiche con i vicini alla luce
dei cambiamenti nell’architettura globale, dalla gestione dei commerci e degli inve-
stimenti al controllo dei fussi migratori e della criminalità organizzata. Questi sono
i tratti strutturali della relazione tra America centrale e Messico, canali di trasmissio-
ne dell’infuenza di quest’ultimo nella regione.
Tuttavia, al successo della penetrazione nei mercati centroamericani da parte
delle imprese messicane ha corrisposto il fallimento degli ambiziosi progetti politi-
ci dei primi tre lustri del XXI secolo. La ragione risiede nella mancanza di un dise-
gno chiaro per l’istmo e nell’irrilevanza assegnata alle differenze e ai confitti esi-
stenti tra paesi centroamericani. In tal modo, se negli ultimi anni la ristrutturazione
delle relazioni bilaterali ha permesso al paese nordamericano di stabilire un’in-
fuenza su ogni paese della regione sfruttando i canali della cooperazione tecnica
e della diplomazia culturale, tra autorità messicane e centroamericane permangono
controversie sui meccanismi per arginare il fenomeno migratorio e il crimine orga-
nizzato che fagellano le società del Centroamerica.

Da una leadership incompiuta al (tentato) riscatto dell’influenza


Dopo gli anni Ottanta, Città del Messico ha tentato di ricalibrare la relazione
politico-diplomatica con il Centroamerica, ottenendo però risultati non equipa-
rabili alla progressiva penetrazione delle imprese messicane nei mercati regiona-
li. Nel 1990 l’istituzione di una Commissione messicana di cooperazione per il
Centroamerica aprì la strada al vertice dei capi di Stato che portò alla creazione
del Meccanismo di dialogo e concertazione di Tuxtla (1991), le cui riunioni si
tengono con cadenza biennale, nonostante alcune interruzioni, dal 1996. Scopo
del Meccanismo di Tuxtla è «analizzare periodicamente e sistematicamente i mol-
teplici dossier regionali, emisferici e mondiali di interesse comune; elaborare
posizioni condivise nei diversi forum multilaterali; procedere all’istituzione di
una zona di libero scambio; promuovere progetti economici congiunti e concer-
tare azioni, in ogni ambito, di cooperazione per lo sviluppo sostenibile della
regione» 5.
Oltre al dialogo prettamente politico, nel 2001, durante il primo governo del
Partito di azione nazionale (Pan) – che interruppe 71 anni di dominio del Partito
rivoluzionario istituzionale – il Messico lanciò il Piano Puebla-Panamá, un siste-
ma di integrazione e cooperazione regionale con l’obiettivo di implementare
cento progetti basati su otto direttrici: sviluppo sostenibile, sviluppo umano,
prevenzione e risposta ai disastri naturali, promozione del turismo, facilitazione
degli scambi commerciali, integrazione e interconnessione stradale ed energeti-
ca, integrazione dei servizi di telecomunicazione. Vista l’impossibilità di dare
corso alla proposta – percepita come meramente messicana – durante il secondo
172 5. Dati del Sistema Económico Latinoamericano y del Caribe, goo.gl/DLnvA6
LA POTENZA DEL MESSICO

governo del Pan, nel 2008, il progetto venne circoscritto e rinominato, dopo
l’adesione della Colombia 6, Progetto di integrazione e sviluppo della Mesoaméri-
ca. Le direttrici vennero ridotte a tre (infrastrutture, interconnettività, sviluppo
sociale) e i progetti a 22 7 (tabella).
Queste iniziative di integrazione e cooperazione sono state percepite come
poco effcaci dai governi centroamericani. Il loro fallimento ha infciato il dialo-
go politico, come dimostrano i problemi di convocazione del Meccanismo di
Tuxtla e l’assenza di capi di Stato e di governo dei paesi partecipanti. Durante
l’ultimo vertice di San José (Costa Rica) nel 2017, per esempio, il Messico ha
tentato di elaborare un’agenda condivisa in risposta alla politica estera della
nuova amministrazione statunitense. Eppure, dei sette paesi centroamericani
soltanto due erano rappresentati dalla massima carica statale, cosa che ha dele-
gittimato il vertice.
Lo scarso impatto dei progetti regionali ha portato il Messico a concentrare
gli sforzi in questo decennio sul miglioramento delle relazioni bilaterali, stabilen-
do come priorità la cooperazione con i vicini centroamericani sotto un diverso
criterio. In tal senso, oltre alla collaborazione regionale tramite il Progetto Meso-
américa, sono stati elaborati progetti bilaterali di cooperazione tecnica nei campi
dell’agricoltura (controllo degli infestanti e sicurezza alimentare), sostenibilità
ambientale e cambiamenti climatici (controllo forestale e gestione delle risorse
idriche), rafforzamento della pubblica amministrazione. A giugno 2017 si conta-
no 86 progetti bilaterali (21 col Guatemala, 12 col Nicaragua, 17 con El Salvador,
10 con l’Honduras e il Belize, 9 col Panamá e 7 con il Costa Rica). A questi ulti-
mi si aggiungono sforzi concreti di diplomazia culturale, come dimostrano le 946
borse di studio assegnate a studenti centroamericani dal 2011 8.

Il Centroamerica nell’espansione commerciale messicana


Gli anni Novanta furono segnati dall’espansione e dall’internazionalizzazione
dei commerci e degli investimenti messicani. Uno dei primi spazi di penetrazione
fu l’istmo centroamericano, che iniziò a ricevere copiosi investimenti diretti delle
grandi imprese e a essere oggetto di intensi fussi commerciali. Tale tendenza si
consolidò tramite alcuni trattati di libero scambio con paesi come il Costa Rica
(1994), il Nicaragua (1997) e con il Triangolo del Nord (Guatemala, Honduras, El
Salvador, 2000); accordi poi ristrutturati e aggiornati mediante un trattato regionale
nel 2011 9. In tutti questi accordi le autorità messicane esercitarono una chiara lea-
dership, vista la sempre maggiore rilevanza delle imprese messicane nella regione.

6. M. alCázar, «México y Centroamérica en búsqueda de una política integral», Z. VillaMar (a cura di),
México y América Central: una perspectiva estratégica e integral en seguridad, Messico D.F. 2013, Frie-
drich Ebert Stiftung, p. 13.
7. Dati del Proyecto Mesoamérica, goo.gl/Uzz2Wa
8. «Cooperación de México con Centroamérica», 14/6/2017, goo.gl/sEYZfw
9. Cronologia dei trattati di libero scambio del Messico, dati di ProMéxico, goo.gl/S7LNBM 173
UN LEADER CENTROAMERICANO MANCATO

VERTICI DEL MECCANISMO DI DIALOGO


E CONCERTAZIONE DI TUXTLA (1996-2017)

PAESI CAPI DI
ANNO SEDE RAPPRESENTATI STATO PRESENTI CAPI DI STATO ASSENTI

1996 San José 8 8


1998 San Salvador 8 7 Panamá
2000 Guatemala 8 7 Panamá
2002 Yucatán 8 7 Panamá
2004 Managua 8 4 Panamá, Costa Rica, El Salvador, Belize
2005 Tegucigalpa 8 8
2006 Panamá 10 9 Repubblica Dominicana
2007 Belize 10 7 Costa Rica, Colombia, Repubblica Dominicana
2008 Tabasco 10 10
2009 Guanacaste 10 6 Belize, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana
2010 Cartagena 10 5 Belize, Nicaragua, El Salvador, Panamá, Repubblica Dominicana
2011 Yucatán 10 6 Belize, Costa Rica, Colombia, El Salvador
2014 Yucatán 10 ND ND
2015 Antigua 10 5 Belize, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Messico, Colombia
2017 San José 10 5 Belize, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Repubblica Dominicana
Fonte: elaborazione dell’autore sulla base dei dati del Sistema Económico Latinoamericano y del Caribe

Gli effetti di tale processo sono visibili nel grafco 1: nel corso degli ultimi due
decenni si è registrata una crescita signifcativa degli scambi bilaterali, trainati dalle
imprese messicane. Il Messico si è convertito in una della più importanti fonti di
investimento diretto in Centroamerica – quinta destinazione a partire dal 2014. Le
imprese a capitale messicano sono la principale fonte di investimento in Honduras,
la seconda in Nicaragua e la terza in Guatemala e Panamá. Tali fussi riguardano
più di un centinaio di grandi imprese attive in settori quali alimenti lavorati, forni-
ture industriali, edilizia, beni di consumo durevoli, manifattura, telecomunicazioni,
servizi ricreativi e trasporto aereo 10.
L’avanzata economica del Messico nella regione ha tentato di scalzare la poli-
tica come mezzo di risoluzione delle grandi sfde sociali della regione.

I flussi migratori
I confitti centroamericani degli anni Ottanta e le riforme economiche del de-
cennio successivo hanno provocato un aumento considerevole delle migrazioni
dalla regione verso gli Stati Uniti. Secondo le stime attuali, i centroamericani costi-
tuiscono l’8% del totale degli immigrati (quasi due milioni e mezzo di individui) e

10. «Sistema Económico Latinoamericano y del Caribe, Evaluación de las Relaciones Económicas y de
Cooperación entre Centroamérica, el Caribe y México, Relazione presentata nel corso della Reunión
Regional de evaluación de las relaciones económicas y de cooperación entre Centroamérica, el Caribe
174 y México, Georgetown, Guyana, 2016, p. 17.
LA POTENZA DEL MESSICO

Grafico 1 - TASSO DI VARIAZIONE E VALORE TOTALE DEI FLUSSI


COMMERCIALI TRA MESSICO E CENTROAMERICA (ESPORTAZIONI
DAL CENTROAMERICA E IMPORTAZIONI DAL MESSICO) (1994-2016)

9.000 60,0
8.000
40,0
7.000
milioni di dollari

6.000 20,0
5.000
0,0 %
4.000
3.000 -20,0
2.000
-40,0
1.000
0 -60,0
2001

2011
1994
1995
1996
1997
1998
1999
2000

2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010

2012
2013
2014
2015
2016
Esportazioni Importazioni
Tasso di variazione Tasso di variazione lineare

Fonte: elaborazione dell’autore sulla base dei dati del Sistema de Estadísticas de Comercio
de Centroamérica del Sistema de Integración Económica Centroamericana

il 15% dei clandestini negli States. Tra il 2000 e il 2014 il numero di migranti illega-
li centroamericani – in particolare guatemaltechi, salvadoregni e honduregni – è
passato da 546 mila a un milione e 600 mila persone 11.
Gran parte della migrazione centroamericana illegale negli Stati Uniti avviene
mediante le rotte passanti per il Messico, il quale negli ultimi anni ha rafforzato i
controlli di frontiera in esecuzione degli accordi siglati con Washington. Tra il 2010
e il 2014 le autorità messicane hanno fermato e rimpatriato oltre 352 mila individui,
con un aumento superiore al 53% nel quinquennio in esame; durante lo stesso
periodo le autorità statunitensi hanno registrato una crescita dei rimpatri pari al
49,6%. Ciò dimostra la centralità di Città del Messico nella gestione del fenomeno
(grafco 2) 12.
Perdurano tuttavia aspre controversie sui metodi di detenzione e sulle pratiche
impiegate dalle autorità messicane, sovente accusate di violare i diritti umani fon-
damentali dei migranti13. Tali denunce, assieme alla convergenza tra politiche mi-
gratorie messicane e interessi di Washington, hanno prodotto una crisi di legittimi-
tà del Messico nelle discussioni sul tema con i governi dell’istmo.

11. M. roseMbauM, a. ruiz soto, «An Analysis on Unauthorized Immigrants in the United States by Count-
ry and Region of Birth», Migration Policy Institute, Washington D.C. 2015.
12. «Anuario de Migración y Remesas», Segob (La Secretaría de Gobernación), Conapo (Consejo Nacional
de Población), Fundación Bancomer y BbvaB Research, México D.F. 2016, p. 110.
13. «Migración en tránsito por México: rostro de una crisis humanitaria internacional», La Red de Docu-
mentación de las Organizaciones Defensoras de Migrantes (Redodem), México D.F. 2015. 175
UN LEADER CENTROAMERICANO MANCATO

Grafico 2 - FLUSSO DI CITTADINI CENTROAMERICANI RIMPATRIATI


DALLE AUTORITÀ DI MESSICO E STATI UNITI (2010-2014)

140 mila

120 mila

100 mila
Persone
80 mila

60 mila

40 mila

20 mila

0
2010 2011 2012 2013 2014

Rimpatri dal Messico 60.696 55.790 73.065 71.716 90.780

Rimpatri dagli Usa 74.662 68.923 91.529 100.715 114.333

Fonte: Segob, Conapo, Fundación Bancomer y Bbva Research, Anuario de Migración y Remesas, 2016, p. 110.

La gestione della criminalità organizzata


Gli Stati a sud del Messico, il Triangolo del Nord e il Belize sono teatro di vio-
lenze endemiche, derivanti dalla presenza di gang (maras) e bande organizzate su
scala transnazionale dedite al narcotraffco, riciclaggio di denaro, traffco di armi e
persone. Questo fenomeno si è tradotto negli alti tassi di omicidio dei paesi dell’i-
stmo e nell’aumento di quelli del Messico durante la prima metà del decennio
scorso (grafco 3).
Il tema delle minacce transnazionali è dunque stato inserito tra gli ambiti di
applicazione del Piano Puebla-Panamá e del Progetto Mesoamérica 14. A fronte del
loro scarso impatto, il Messico ha proposto di congiungere gli sforzi con Stati Uni-
ti, Canada e Sistema dell’integrazione centroamericana (Sica) sino alla creazione
nel 2013 del Dialogo Nordamerica-Sica sulla sicurezza 15. Malgrado gli interventi e
la cooperazione con il Centroamerica siano aumentati tramite i Gruppi di alto livel-
lo di sicurezza (Ganseg) con Guatemala, Honduras ed El Salvador, il Messico si è
visto obbligato ad allinearsi alle politiche degli Stati Uniti, per i quali la sicurezza
costituisce una priorità nelle relazioni con l’istmo.

14. L. Herrera lasso, «Seguridad regional y delincuencia organizada: América del Norte, Centroamérica y
el Caribe», in Z. VillaMar (a cura di), México y América Central: una perspectiva estratégica e integral en
seguridad, México D.F. 2013, Friedrich Ebert Stiftung, pp. 23-43.
176 15. Ibidem.
LA POTENZA DEL MESSICO

Grafico 3 - TASSI DI OMICIDIO IN MESSICO E CENTROAMERICA (2000-2016)

120
Omicidi per 100 mila abitanti

100

80

60

40

20

0
2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016

Messico Belize Costa Rica El Salvador


Guatemala Honduras Nicaragua Panamá

Fonte: Unodc, Global Homicide Book (Ginevra, Onu, 2014) e Datos Macro.

Non è un caso che nell’aprile 2017 il Messico abbia ospitato la Conferenza


annuale sulla sicurezza del Centroamerica (Centsec) battendo sul tasto dell’istitu-
zione di protocolli di attuazione e programmi di formazione e del consolidamento
di alleanze strategiche di contrasto al crimine organizzato 16. A Miami si è tenuta due
mesi più tardi la Conferenza sulla prosperità e la sicurezza in Centroamerica con il
motto «Their success is our security», organizzata dai dipartimenti di Stato e di Sicu-
rezza nazionale a stelle e strisce e dalle segreterie degli Esteri e del governo del
Messico. Attraverso la defnizione di obiettivi comuni, quest’ultimo cerca di difen-
dere la propria frontiera Sud, incrementando i livelli di cooperazione tra forze di
polizia e contenendo i fussi migratori dal Centroamerica. E di rispondere così alle
istanze di Washington, che spinge affnché il vicino contribuisca maggiormente
alla sicurezza regionale 17.
Il problema di tali approcci, sul piano sia regionale sia bilaterale, risiede nella
mancanza di una visione condivisa della questione. La sicurezza viene percepita
come mero argine alle minacce asimmetriche – prodotto dei diversi livelli di svi-
luppo della regione – che dal Centroamerica premono sul confne Sud messicano,
senza considerare la realtà oltrefrontiera.

(traduzione di Lorenzo Di Muro)

16. Conferencia de seguridad de Centroamérica 2017, Las Secretarías de la Defensa Nacional y de Mari-
na (Sdn), 21/7/2017, goo.gl/kYfNYi
17. «Kelly: México tiene una “gran policía”; podría entrenar a la de Centroamérica», Milenio.com, 15/6/2017,
goo.gl/mvmRxT 177
LA POTENZA DEL MESSICO

Parte III
MESSICO contro USA
LA POTENZA DEL MESSICO

LA PALLOTTOLA SPUNTATA
DELL’IRREDENTISMO
MESSICANO NEL SOUTH-WEST di John R. Chávez
Le terre di frontiera a sud degli Usa, strappate al Messico nel XIX
secolo, non covano desideri di secessione. L’immigrazione ispanica
ha corretto il torto storico diluendo la memoria della conquista.
Nessuno può sigillare il confine ma nemmeno aprirlo del tutto.

1. C ON IL BOOM DEMOGRAFICO DEGLI ISPANICI


negli Stati Uniti, capita di sentire che questa popolazione sta riconquistando le
terre di frontiera sudoccidentali per conto del Messico, un po’ come i loro antena-
ti avevano redento la Spagna dai mori. Gli etnonazionalisti, generalmente di sini-
stra, anelano il giorno in cui torneranno a godere dello stesso prestigio e potere del
periodo precedente all’ascesa dell’inglese a idioma dominante in California, New
Mexico e Texas. I patrioti di destra temono invece lo smembramento della terra
natia angloamericana, il declino dell’inglese, i matrimoni misti e altre malattie incu-
rabili. Sia le speranze sia le paure sono smaccatamente esagerate. Tuttavia, i senti-
menti irredentisti hanno una lunga storia nelle relazioni Stati Uniti-Messico e persi-
stono sottotraccia nei rapporti interetnici.
La conquista statunitense del Nord del Messico riceve molta meno attenzione
sui media e nel sistema educativo statunitense rispetto alla schiavitù dei neri e al
genocidio dei nativi. La narrazione storica resta ferma all’Alamo – coraggiosi anglo-
americani che difendevano il loro Texas nel 1836 contro l’invasione del presidente
del Messico, Antonio López de Santa Anna. L’Alamo è dunque diventato il simbolo
della dittatura messicana che giustifcava l’espansione angloamericana. In molti ne-
gli Stati Uniti vorrebbero credere che quella con il Messico sia stata una guerra di
liberazione – con i marines a razziare, come gli intrepidi spagnoli di Cortés, «le sale
di Montezuma» – per liberare i nativi dalla tirannia. In realtà gli stessi marines che
sbarcarono nel futuro porto di Los Angeles dovettero affrontare la resistenza locale
tanto quanto i loro compatrioti in New Mexico, in Texas e a Città del Messico.
Nel 1848, il trattato di Guadalupe Hidalgo trasferì agli Stati Uniti più di metà
delle rivendicazioni territoriali messicane. Benché la grande maggioranza di quel
territorio fosse tecnicamente sotto la sovranità degli indiani d’America, circa cento-
mila mestizos messicani risiedevano nelle terre di frontiera fra San Diego, El Paso 181
LA PALLOTTOLA SPUNTATA DELL’IRREDENTISMO MESSICANO NEL SOUTH-WEST

e San Antonio – essi stessi nativi grazie a generazioni di mescolanze fra ispanici,
africani e pellerossa dai remoti aztechi fno ai locali Apache. Alcuni si spostarono
a sud della nuova frontiera per restare nell’amputato Messico, ma la maggioranza
rimase dopo la promessa della cittadinanza statunitense e delle garanzie sull’inco-
lumità e sulle proprietà. Il resto del XIX secolo fu comunque speso a lottare per
mantenere le concessioni terriere, gradualmente minate dal punto di vista sia lega-
le sia illegale.
La perdita del Nord è rimasta presente nella memoria collettiva dei messicani
etnici su entrambi i lati del nuovo confne. Per i locali, la costante erosione delle
concessioni territoriali a favore degli insediamenti angloamericani ricordava, in
piccolo, quanto era successo fra i due Stati. Gli emigrati verso sud temevano inve-
ce di perdere altro territorio a causa delle frequenti incursioni e della vendita dell’a-
rea di Mesilla (oggi fra New Mexico e Arizona) da parte di Santa Anna nel 1854.
Periodicamente, la resistenza agli sconfnamenti esplodeva in episodi violenti, co-
me nel 1859 quando Juan Cortina radunò un vero e proprio esercito nel Texas del
Sud per difendere i diritti dei messicani etnici nel ranch di sua madre e a Brown-
ville, per poi fnire schiacciato dalla forza combinata dei due Stati centrali. O come
nel 1880, quando i messicani etnici nella contea di San Miguel, New Mexico, raz-
ziarono le case e i ranch di chi ne minava i diritti civili e di proprietà. Benché tali
movimenti riguardassero questioni locali, il pericolo per i diritti terrieri riportava
alla mente la perdita del Grande Messico.
Il risentimento nei confronti degli Stati Uniti sarebbe potuto essere anche mag-
giore se altre nazioni non si fossero unite nell’accanirsi sul Messico. Le forze spa-
gnole, britanniche e francesi sbarcarono occasionalmente sulle coste messicane,
persino per esigere il pagamento dei debiti verso Parigi nel 1838. Quest’ultima
bissò il suo intervento militare fra 1862 e 1867, imponendo un protettorato sotto
forma di monarchia asburgica. Dopo la guerra civile statunitense, le minacce di
Washington ai francesi aiutarono a far ritirare le truppe d’occupazione, ripristinare
la sovranità messicana e migliorare i rapporti, così minimizzando i sentimenti irre-
dentisti per decenni. Anche perché gli Stati Uniti non avevano mai davvero abbrac-
ciato l’idea di assorbire l’intero paese: Washington non era molto propensa all’in-
corporazione razziale sottesa a tale progetto sociale e geopolitico.

2. Sfortunatamente, la penetrazione economica angloamericana s’intensifcò


durante il regime di Porfrio Díaz, sostituendo all’espansione territoriale ottocente-
sca uno schema neocoloniale. I capitalisti statunitensi investirono massicciamente
nelle infrastrutture messicane, aiutando il vicino meridionale a costruire ferrovie,
porti, torri di trivellazione e a migliorare le attività estrattive. Nonostante questi
progetti avessero modernizzato il paese, i relativi proftti allargarono le tasche di
Wall Street e dell’oligarchia messicana, con poche conseguenze benefche per le
masse. Particolarmente sconcertante per i piccoli agricoltori fu il crescente consoli-
damento delle concessioni terriere nelle mani degli hacendados, sia stranieri sia
182 connazionali. Fenomeno che accrebbe i sentimenti xenofobi.
LA POTENZA DEL MESSICO

Ne conseguì la rivoluzione messicana del 1910, che innescò emigrazioni di


massa e il più signifcativo movimento irredentista della storia della frontiera – il
Plan de San Diego. Benché rivolto anche ad asiatici e afroamericani, esso in sostan-
za spronava i messicani del Sud-Ovest alla secessione dagli Stati Uniti, alla creazio-
ne di una nuova repubblica e alla ricongiunzione al Messico qualora le circostanze
lo avessero concesso. Infuenzati dalla rivoluzione, dallo scoppio della prima guer-
ra mondiale e dalla propaganda tedesca, i messicani sui due lati della frontiera
organizzarono bande di guerriglieri nel 1915 e lanciarono attacchi alle ferrovie e ai
ranch del Texas meridionale. La reazione fu veloce perché i vigilanti, i Texas Ran-
gers e l’Esercito degli Stati Uniti contrattaccarono uccidendo centinaia – se non
migliaia – di civili per sedare la ribellione. Dopo che Washington ebbe riconosciu-
to il suo governo, il presidente messicano Venustiano Carranza represse gli attivisti
dal lato del suo confne. La violenza e i programmi di americanizzazione spinsero
i tejanos nativi a voltare le spalle all’irredentismo messicano per integrarsi nella
società angloamericana.
L’impresa non fu facile, anche perché le violenze dell’epoca portarono un
decimo della popolazione del Messico a emigrare verso nord. Benché il fusso di
persone fosse stato una costante della fne del XIX secolo – a causa della domanda
di manodopera negli Stati Uniti – la rivoluzione portò oltrefrontiera rifugiati di vari
orientamenti politici. Tutti però imbevuti di nazionalismo, derivazione del senti-
mento antistraniero. Molti rifugiati si aspettavano di far ritorno in patria una volta
fnita la rivoluzione, ma con il passare del tempo parecchie persone scelsero di
stanziarsi defnitivamente negli Stati Uniti. Sebbene avessero subìto discriminazioni
e segregazioni suffcienti ad alimentare il Plan de San Diego, la maggior parte di
questi individui trovò comunque opportunità tali da spingerli a dubitare della sag-
gezza di riportare quelle terre nel Messico degli anni Venti, in cui la violenza, la
crisi economica e l’instabilità governativa continuavano imperterrite.
Con la Grande depressione, i governi locali, statali e federale furono spinti a
varare programmi di rimpatrio per liberare gli Stati Uniti dalla manodopera messi-
cana in eccesso. Tali politiche alienanti minarono l’integrazione sociale e resero più
fertile il terreno per gli irredentismi. Ma furono compensate, almeno a livello di
relazioni internazionali, dalla politica di buon vicinato propugnata da Franklin De-
lano Roosevelt che creò un ambiente meno propizio per i risentimenti geopolitici.
Ritirare le truppe a stelle e strisce da diverse nazioni latinoamericane e non reagire
sproporzionatamente alla nazionalizzazione del petrolio in Messico nel 1938 servì
a mandare il messaggio che il vecchio imperialismo era un capitolo chiuso.
Il rispetto della sovranità dell’America Latina avrebbe spianato la strada alle
solide alleanze della seconda guerra mondiale. Periodo in cui il marginale partito
dei sinarquistas, infuenzato dalla Falange fascista spagnola, riuscì ad attirare la
repressione del governo messicano a causa delle sue idee irredentiste. Quella for-
mazione si oppose all’entrata in guerra del proprio paese contro Germania e Giap-
pone dal momento che nessuna delle due potenze aveva arrecato danno al Messi-
co, come avevano fatto invece gli Stati Uniti con la loro guerra di conquista. La 183
LA PALLOTTOLA SPUNTATA DELL’IRREDENTISMO MESSICANO NEL SOUTH-WEST

memoria del Plan de San Diego portò le agenzie di sicurezza americane e messi-
cane a monitorare da vicino l’attività sinarquista in entrambi i paesi. I messicani
etnici in generale sostennero la guerra e i rispettivi governi si accordarono con il
programma Bracero per inviare lavoratori temporanei negli Stati Uniti e rimpiazza-
re la manodopera impegnata nel confitto. Le truppe di origine messicana furono
inoltre le più decorate del secondo confitto mondiale, mettendo a tacere le voci
sulla loro slealtà suggerite dai trascorsi della Grande guerra.
Sfortunatamente, la guerra fredda minò la politica di buon vicinato. Il ritorno
dell’interventismo statunitense negli affari latinoamericani nel 1954 fece riaffacciare
i risentimenti. La cacciata del governo del Guatemala favorita dalla Cia segnalò il
recupero dei comportamenti neocoloniali. Negli Stati Uniti, gli immigrati messicani
divennero il bersaglio di isterie anticomuniste. I «nativisti» si allarmarono sempre
più della crescente presenza di manodopera messicana permessa dalla continua-
zione del programma Bracero e dei sovversivi forestieri illegali nel Sud-Ovest. Nel
1954 l’Immigration and Naturalization Service lanciò l’operazione Wetback per
deportare i lavoratori senza documenti. Alcune organizzazioni di sinistra, ma non
il governo di Città del Messico, fecero notare come il confne imposto nel XIX se-
colo fosse nuovamente usato per rendere i messicani degli estranei in terre un
tempo di loro proprietà.
Al di là delle deportazioni, la politica estera del Messico, un alleato di Wa-
shington nell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), non aveva alcun posto
per l’irredentismo. A dispetto della persistente memoria pubblica delle terre perdu-
te, essa non è mai entrata nelle posizioni uffciali del governo. La rivoluzione cu-
bana del 1959 mise comunque a dura prova l’Osa a causa della continuazione dei
rapporti del Messico con un governo comunista noto per la sua critica all’imperia-
lismo americano passato e presente. In virtù della propria storia di resistenza all’in-
vasione, il Messico si oppose con decisione al rinnovato interventismo di Washing-
ton in America Latina, anche nella Repubblica Dominicana nel 1965.

3. La guerra in Vietnam portò tali critiche nel cuore della sfera domestica
statunitense, fra i messicano-americani. I movimenti per le libertà civili, per la li-
bertà di espressione, ma soprattutto contro il confitto in Indocina crearono un
ambiente che permise di riconoscere gli Stati Uniti come impero. Storie a lungo
sepolte sulla schiavitù, sul genocidio dei nativi e sulla guerra contro il Messico
cominciarono a diffondersi a causa del desiderio di Washington di imporre la
propria volontà al Vietnam.
Alimentato da quest’atmosfera, il movimento chicano sfdò negli anni Sessan-
ta-Settanta la narrazione corrente di un’America terra benigna verso gli immigrati e
ricordò al grande pubblico che i messicani etnici erano un popolo originario del
Sud-Ovest, porzione settentrionale del Messico conquistata con le armi. Ma i chi-
canos spinsero i propri argomenti più in profondità, superando la storia della re-
pubblica e persino quella della Nuova Spagna. Essi si ritenevano infatti gli eredi
184 dell’Aztlán, l’antica culla da cui gli aztechi erano emigrati verso l’odierna Città del
LA POTENZA DEL MESSICO

Messico. Riportarono così alla luce una narrazione radicata nell’etnostoria diffusa
tra gli indiani, dai mestizos e dai cronisti spagnoli durante l’epoca coloniale. A
smentire tale argomentazione, alcuni studi archeologici avevano indicato in Nayarit
– sulla costa pacifca del Messico centrale – la vera collocazione di Aztlán. Sposta-
re le terre d’origine messicane a nord aveva però una base linguistica perché la
regione circa tremila anni prima aveva convogliato nell’odierno Messico le lingue
uto-azteche. In ogni caso, i chicanos rivendicavano le terre di frontiera attraverso i
propri antenati indigeni. E ambivano a recuperare la regione.
Tale proposito non era però propriamente irredentista, perché i chicanos pun-
tavano a un maggiore controllo sulle comunità a loro più prossime all’interno degli
Stati Uniti, invocando l’autodeterminazione politica, culturale e socioeconomica.
Sempre nell’ottica di risvegliare l’orgoglio della propria eredità mestizo, il sostegno
per la lingua spagnola e il rispetto per le proprie arti, i chicanos riaprirono i con-
tatti con il Messico. Ma le connessioni politiche ed economiche si rivelarono più
diffcili del previsto. La maggioranza dei messicano-americani discendeva da per-
sone fuggite dall’instabilità politica e dalle privazioni economiche. Benché esposti
a plateali ineguaglianze negli Stati Uniti, la situazione in Messico era peggiore. Per
questo le loro richieste non includevano la riunifcazione, ma rappresentanza,
uguaglianza socioeconomica e pluralismo culturale negli Stati Uniti. L’irredentismo
poteva apparire in lavori d’immaginazione artistica, ma non nella realtà.
Può sorprendere il fatto che l’irredentismo rimase quiescente negli anni Ottan-
ta, decennio in cui l’imperialismo statunitense si intensifcò. L’ascesa di un governo
di sinistra a Managua aveva infatti aumentato gli interventi a stelle e strisce nelle
guerriglie dell’America centrale – Nicaragua, Guatemala, El Salvador, Honduras.
Nel tentativo di impedire la diffusione del marxismo nel proprio cortile di casa,
Washington riversò armi in alcuni degli ultimi campi di battaglia della guerra fred-
da. Il Messico continuò a opporsi a tale approccio, con scarso successo. Fra i risul-
tati più signifcativi di tali confitti rientrano le massicce migrazioni di rifugiati
centroamericani verso gli Stati Uniti – molto spesso proprio attraverso il Messico.
Ciò ebbe l’effetto di diversifcare le comunità del Sud-Ovest, rendendole più ispa-
niche e meno messicane. Benché parte dell’America centrale fosse stata per breve
tempo integrata nel Messico dopo l’indipendenza dalla Spagna, i nuovi arrivati non
condividevano il nazionalismo etnico messicano delle comunità delle terre di fron-
tiera. E pertanto diluirono le pulsioni irredentiste.
Curiosamente, tali sentimenti presero una piega diversa nel 1992, quando il
Messico siglò il North American Free Trade Agreement (Nafta) con Canada e Stati
Uniti. Modellato sul mercato comune, fondamento dell’Unione Europea, il Nafta
sembrava suggerire la possibilità di un’unifcazione postnazionale. Dopo la secon-
da guerra mondiale, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Italia, Francia e Germania
Ovest si erano accordati per eliminare le barriere doganali tra di loro, riducendo
indirettamente le tensioni irredentiste che avevano portato ai confitti territoriali
della prima metà del XX secolo. Con l’espansione del mercato comune e l’esten-
sione di tale principio al movimento delle persone, alcuni sostenitori del Nafta 185
LA PALLOTTOLA SPUNTATA DELL’IRREDENTISMO MESSICANO NEL SOUTH-WEST

sperarono nella completa apertura del confne statunitense ai messicani, molti dei
quali l’avevano oltrepassato illegalmente. Tale libertà di accesso avrebbe permesso
una piena e legale rioccupazione messicana delle terre di frontiera senza per forza
riunirle politicamente a Città del Messico. In tal modo, il Nafta avrebbe fornito una
soluzione postnazionale al persistente risentimento causato dal confitto del XIX
secolo. Sfortunatamente, simili speranze sono rimaste irrealizzate a causa delle
maggiori restrizioni sull’immigrazione imposte dai conservatori statunitensi.
Nonostante ciò, l’ingresso dei messicani nel Sud-Ovest è impennato, soprattut-
to in California e Texas, dalla fne del XX secolo all’inizio della Grande recessione.
Fino al 2014, il numero dei migranti centroamericani non ha mai superato quello
dei soli messicani. Nel 2015, i latinos in totale costituivano quasi il 40% della po-
polazione di Texas e California, circa la metà di quella del New Mexico e il 30% di
quella dell’Arizona. Anche Stati non di frontiera ma già appartenuti al Messico –
Nevada, Utah, Colorado – hanno sperimentato incrementi signifcativi, per non
parlare delle grandi comunità in Illinois, Michigan e Wisconsin.

4. Con la Grande recessione i numeri di migranti messicani negli Stati Uniti


sono calati drasticamente, benché l’arrivo dei centroamericani e l’incremento
naturale di una popolazione relativamente giovane punti verso una maggioranza
di latinos in Texas e California entro il censimento del 2030. Allora sarà stata
l’America Latina, non il Messico, a recuperare demografcamente quelle terre.
Anche se, dal punto di vista politico, la rappresentanza in cariche pubbliche –
legislature, consigli cittadini, Corti locali – è cresciuta più lentamente rispetto
alla popolazione. California e Texas continuano ad aspettare il loro primo gover-
natore di etnia messicana dal XIX secolo. Arizona, New Mexico e Nevada inizia-
no invece già a mostrare segni di autodeterminazione politica. A ricordare come
il Grande Messico sia sempre esistito e nel corso del XX secolo fosse semplice-
mente in via di realizzazione.
A dispetto dei tentativi di Donald Trump di murare le terre di frontiera, i mes-
sicani vi hanno sempre vissuto e sempre hanno defnito il paesaggio. Dal momen-
to che virtualmente chiunque sia emigrato dal Messico si è trasferito negli Stati
Uniti, questa popolazione ha assicurato la continuazione della cultura ispanica at-
traverso media in lingua spagnola, negozi bilingui, ristoranti messicani e musei
latinoamericani. L’economia è sempre più dipendente dalla classe lavoratrice ispa-
nica e, grazie allo stretto legame commerciale fra Messico e Texas sigillato dal
Nafta, nemmeno i politicanti conservatori della Stella solitaria hanno potuto chiu-
dere il confne. Né gli angloamericani possono ormai negare che gli originari del
Messico parlano sempre più l’inglese in un mondo transnazionale in cui le nazioni
si amalgamano, invece di sostituirsi l’un l’altra.

(traduzione di Federico Petroni)

186
LA POTENZA DEL MESSICO

DAI CARAIBI
RIPARTIRÀ LA SFIDA
FRA USA E MESSICO di Allison Fedirka
Trascorso il XX secolo a rimettersi in sesto dalle crisi interne, Città
del Messico potrebbe in futuro tornare a contendere a Washington il
primato in Nordamerica, perché ne condivide i fattori della potenza
geopolitica. Primo teatro: Cuba, chiave del Golfo. Come in passato.

I L DOMINIO DEGLI STATI UNITI SUL NORDAMERICA


sembra cosa certa e inevitabile. Dopotutto, Washington è potenza regionale senza
rivali da più di un secolo e pure a livello mondiale non viene sfdata da oltre 25
anni. Facile scordarsi come il Messico sia stato per breve tempo attore complemen-
tare dell’egemonia americana nella regione. Osservare questo lato della relazione
fra le due sponde del Rio Grande impone di esaminare come i paesi competano e
interagiscano nel proprio estero vicino. Al di là del confne in comune, la loro ri-
valità si esprime principalmente nei Caraibi, in particolare a Cuba, dove Città del
Messico e Washington hanno interessi strategici in competizione. Pur trovandosi in
una fase di relativa quiescenza, nei prossimi decenni il confitto caraibico potrebbe
riprendere vigore.

Mentalità diverse
Nell’immediato periodo postcoloniale, Messico e Stati Uniti assursero a princi-
pali competitori per il rango di potenza regionale. Non fu subito chiaro chi l’avreb-
be spuntata: i due paesi compensavano a vicenda i rispettivi punti di forza e debo-
lezze e, al massimo, a inizio Ottocento il candidato più probabile era il Messico.
Quest’ultimo, dopo l’indipendenza dalla Spagna, controllava un territorio che an-
dava a nord a sforare l’attuale Canada e a ovest a inglobare la California. Gli Stati
Uniti erano invece relegati alla striscia fra gli Appalachi e l’Oceano Atlantico. Per
sopravvivere e prosperare, dovevano espandersi. I due attori erano dunque dotati
di mentalità fondamentalmente diverse: gli Stati Uniti abbracciavano l’espansioni-
smo, mentre il Messico era focalizzato sul mantenimento dello status quo territoria-
le, per respingere ogni tentativo di (ri)conquista proveniente dall’Europa. 187
DAI CARAIBI RIPARTIRÀ LA SFIDA FRA USA E MESSICO

L’espansionismo statunitense minacciò non soltanto l’integrità territoriale ma


pure gli interessi strategici del Messico nei Caraibi, che collidevano con quelli di
Washington in particolare a Cuba. Quest’ultima, situata tra Florida e Yucatán, pos-
siede un valore strategico intrinseco, in quanto in grado di bloccare i traffci marit-
timi dal Golfo del Messico all’Atlantico. Le acque che la bagnano sono l’unica via
per uscire dal bacino su cui s’affaccia il Texas; qualora rese impraticabili, esse im-
pediscono il transito di merci da e verso porti vitali – come New Orleans negli
Stati Uniti e Veracruz in Messico – e strozzano le rotte commerciali.
Per Washington, Cuba rappresentava un’enorme vulnerabilità economica. Il
fume Mississippi scorre attraverso il cuore agricolo degli Stati Uniti e si tuffa nel
Golfo del Messico presso New Orleans. Altri importanti fumi delle principali zone
agricole del paese alimentano questo sistema fuviale, consentendo l’agevole
esportazione di imponenti carichi di merci. Qualunque importante interruzione
dell’accesso marittimo dal Golfo del Messico all’Atlantico metterebbe in ginocchio
l’attività economica a stelle e strisce. È per questa ragione che nel 1823 il segretario
di Stato John Quincy Adams informò i diplomatici statunitensi del desiderio di Wa-
shington di annettere Cuba nel giro di mezzo secolo.
Nei primi anni dell’indipendenza, l’isola rappresentava una vulnerabilità eco-
nomica e una minaccia alla sicurezza pure per il Messico. Quando la rottura di
quest’ultimo con la Spagna venne infne riconosciuta nel 1821, Cuba era ancora
sotto il controllo iberico. Prima di separarsi da Madrid, il Messico intratteneva forti
rapporti commerciali con il possedimento caraibico, sia mercato sia snodo logistico
verso i porti europei. Dopo l’indipendenza, gli scambi diminuirono, non essendo
la Spagna interessata ad aiutare un’economia ostile ai propri interessi. Dal punto di
vista della sicurezza, inoltre, Cuba era una base favorevole da cui muovere un at-
tacco al Messico, soprattutto per Madrid o per altre potenze europee intenzionate
ad annettere l’ex colonia. Per mitigare tali minacce, il governo messicano iniziò a
sostenere ideologie e movimenti separatisti a Cuba negli anni Venti dell’Ottocento.
Non solo per negare alla Spagna la possibilità di colpire il proprio paese, ma per
potenziare la posizione del Messico nel bacino caraibico e mantenere la possibilità
di acquisire l’isola stessa.
Non c’è da stupirsi che la prima grande disputa fra Stati Uniti e Messico nei
Caraibi si sia giocata su Cuba, proprio dopo la guerra fra i due paesi nel 1846-
48. La vittoria americana conferì a Washington gli attuali territori occidentali e
sudoccidentali, in ossequio al proprio imperativo espansionista. Una volta mes-
si in sicurezza il bacino del Mississippi, le terre a ovest di esso e quelle verso
l’attuale confne con il Canada, gli Stati Uniti poterono iniziare ad avanzare i
propri interessi al di fuori dello heartland verso la periferia. A cominciare dai
Caraibi. Washington intendeva assicurarsi le rotte dal Golfo all’Atlantico: sosten-
ne pertanto la Cuba flospagnola e a un certo punto cercò di comprarla da
Madrid. Ebbe così inizio la competizione con il Messico per l’infuenza e la si-
curezza nei Caraibi.
188
LA POTENZA DEL MESSICO

Controllo decisivo
Alcune questioni domestiche in entrambi i paesi misero momentaneamente in
sordina questo confitto. Gli Stati Uniti precipitarono nel 1861 nella guerra civile.
Nello stesso decennio anche il Messico ne conobbe una, giocata attorno all’instal-
lazione di una monarchia europea al governo. Nel 1868 le ostilità erano cessate e
ciascun paese si immerse nella propria ricostruzione. Toccava invece a Cuba cade-
re in un decennio di guerra dopo il fallito tentativo di ottenere una piena indipen-
denza dalla Spagna. Quando l’isola tentò per una seconda volta di staccarsi da
Madrid (1895-98), Stati Uniti e Messico si erano stabilizzati e in buona parte ripresi
dalle proprie guerre civili.
Ancora una volta, tuttavia, i rispettivi interessi li mettevano l’uno contro l’altro.
Per Washington, la guerra cubana era un’opportunità di espandersi nei Caraibi. Per
il Messico, il confitto presentava uno scenario più complesso. Cuba indipendente
avrebbe assicurato l’espulsione degli spagnoli dalla regione. Ma nel frattempo con
Madrid erano stati allacciati forti legami commerciali. Il presidente Porfrio Díaz si
trovò a soppesare due forti gruppi in opposizione fra loro sulla questione. Invece
di alienarsi il sostegno di uno dei due – oppure di Cuba e della Spagna – il Messi-
co appoggiò in modo più diplomatico e indiretto l’indipendenza caraibica.
Meno gravati rispetto al rivale, gli Stati Uniti intervennero formalmente a Cuba
(e a Portorico). Il risultato fu l’indipendenza cubana dalla Spagna ma sotto la pro-
tezione e l’infuenza di Washington, formalizzata nella costituzione dell’isola nel
1901 attraverso l’emendamento Platt, che aprì il neonato paese alle installazioni e
alle attività militari a stelle e strisce, necessarie in caso di nuova guerra civile o di
disordini interni.
Il decisivo controllo degli Stati Uniti su Cuba inaugurò un’èra in cui Washing-
ton si presentava come il protettore dei Caraibi, mentre il Messico si proponeva
come alternativa all’intervento americano nell’area. Gli Stati Uniti mantennero la
loro parola con azioni politiche e militari nella Repubblica Dominicana e a Haiti. Il
Messico cercò di controbilanciarli, rigettando apertamente il potere americano nel-
la regione. I suoi principali strumenti includevano il soft power (la lingua comune,
i legami storici e culturali, il commercio eccetera) nonché alleanze e cooperazione
con l’Europa. Ma gli Stati Uniti disponevano di un superiore potere militare, mentre
il Vecchio Continente era già alle prese con le proprie tensioni geopolitiche che
l’avrebbero spinto nella prima guerra mondiale, così relegando i Caraibi alle que-
stioni secondarie. In breve, il Messico aveva soltanto opzioni limitate per ridimen-
sionare il potere statunitense nell’area.
Dopo le incursioni militari in Messico nel 1914 e nel 1917, gli Stati Uniti ebbe-
ro la meglio nella competizione bilaterale per diventare la potenza regionale. Nel
1910 Díaz annunciò la sua intenzione di lasciare la carica dopo oltre trent’anni.
Tale cruciale transizione politica innescò un decennio di rivoluzioni e controrivo-
luzioni. Il caos generalizzato andava a svantaggio degli interessi commerciali statu-
nitensi – per non parlare del danno infitto al Messico. A Washington montò la 189
DAI CARAIBI RIPARTIRÀ LA SFIDA FRA USA E MESSICO

pressione per proteggere gli affari a stelle e strisce che risultò nell’occupazione del
porto di Veracruz da parte della U.S. Navy per sette mesi nel 1914. In seguito, i
combattimenti nel Nord sfociarono negli Stati Uniti, che spedirono esercito e caval-
leria a inseguire le forze messicane per assicurarsi che tale evenienza non si ripe-
tesse più. Il Messico spese i successivi due decenni a cercare di consolidare il po-
tere politico e a ricostruire il governo. Il paese era così concentrato sulle questioni
interne – e sui disordini a esse associati – da non essere in grado di proiettarsi
all’estero. Il tutto mentre gli Stati Uniti continuavano a prosperare, consolidando e
mantenendo il proprio status di incontrastato leader del Nordamerica.
Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, Cuba tornò alla ribalta del-
la competizione messicano-americana sui Caraibi. Questa volta, gli Stati Uniti erano
estremamente più potenti del Messico, il quale poteva fare ben poco per sfdare o
anche solo competere con il rivale. Assunse dunque un approccio cauto su Cuba,
anche se riconobbe e accettò il regime di Castro sulla base dell’autodeterminazione
e del non interventismo. Benché sostenesse un regime contrario agli interessi sta-
tunitensi, il Messico non adottò un’ideologia o una politica tali da innescare una
rappresaglia o un’azione contro di sé.
Analizzare la competizione tra Stati Uniti e Messico nei Caraibi nel XX secolo è
un esercizio semplice. In poche parole, il Messico non era affatto un competitore.

Le radici della potenza nel Nordamerica


Sebbene anche l’odierno Messico non sia nella posizione di sfdare gli Stati Uni-
ti nei Caraibi, sarebbe negligente assumere che sarà sempre così. Le dinamiche della
potenza non sono mai statiche. Il Messico godeva di un vantaggio geopolitico nei
confronti di Washington che poi ha perso – il tutto nei primi cent’anni dalla sua in-
dipendenza. Non è irragionevole pensare che possa recuperarlo nei prossimi cento.
Per spiegare il perché occorre capire come la potenza geopolitica sia passata
di mano nel corso del tempo. Fra le due guerre mondiali e la caduta dell’Unione
Sovietica nel XX secolo, la sede del potere globale si è spostata dall’Europa all’A-
merica del Nord. A differenza di gran parte del resto del mondo, al territorio di
quest’ultima furono risparmiate le atrocità della prima e della seconda guerra mon-
diale. Il suo sviluppo e la sua prosperità sono dunque relativamente ininterrotte.
Inoltre, il Nordamerica è un luogo unico ed eccezionale fra gli oceani Pacifco e
Atlantico per i commerci, che ancora si svolgono in stragrande maggioranza nell’e-
misfero boreale rispetto a quello australe. La più importante fonte di potere geo-
politico in Nordamerica è l’accesso agli oceani, fattore che accomuna gli Stati
Uniti a Canada e Messico. Entrambi potrebbero assumere in futuro il ruolo di po-
tenza dominante. Lo stesso avvenne durante l’età del dominio europeo. Portogal-
lo, Spagna, Francia e Regno Unito guidarono il continente, e dunque il mondo, in
epoche diverse.
Il Messico non è ancora nemmeno lontanamente potente come gli Stati Uniti,
190 ma sta guadagnando terreno. Dopo aver speso quasi tutto il XX secolo a gestire i
LA POTENZA DEL MESSICO

tumulti politici ed economici interni, è entrato nel XXI secolo poggiando su basi
migliori e ora fgura fra le prime 15 economie al mondo. Non è solo ricolmo di
risorse naturali, ma la sua crescita non è nemmeno più dipendente dalle commo-
dities. Negli ultimi decenni ha sviluppato centri manifatturieri di alto valore nel
Nord e impianti produttivi poco costosi e basilari nel Sud. Benché la maggioranza
dell’attuale commercio ruoti attorno agli Stati Uniti, il paese sta ora esplorando altri
mercati per l’export. A contribuire ulteriormente al dinamismo economico è la
presenza di industrie e servizi tecnologici, così come quella di signifcativi infussi
di capitale grazie alle rimesse degli emigrati e agli investimenti diretti esteri. E, a
differenza degli Stati Uniti, le tendenze demografche del Messico gli impediranno
di vedere declinare la popolazione, garantendo la necessaria forza lavoro per so-
stenere una crescita economica nei decenni a venire.
Il Messico possiede molti degli stessi vantaggi geografci che formano la base
della potenza statunitense. La sua diversità economica e demografca presagisce
una crescita continua. E nel lungo periodo trarrà benefcio anche dall’immigrazione
negli Stati Uniti. Il divario nella potenza fra i due paesi è ampio, ma emergono
indicazioni che può restringersi nel tempo.

(traduzione di Federico Petroni)

191
©Limes
1 - L’ESPANSIONE AD OVEST (1783 - 1845) Possedimenti britannici
Louisiana
Groenlandia (venduta nel 1803 dalla Francia agli Stati Uniti)
Alaska (Danimarca)
(russa fno al 1867) Stati Uniti
Territorio dei 13 Stati fondatori
Stati istituiti sino al 1825 (Florida 1821)
Territori non organizzati
Fort
Simpson
Territ L’INDIPENDENZA TEXANA (1835-1845)
ori
Te r r i t o r i d e l Territori
Territori ceduti
del
alla Gran Bretagna
No Missouri S T A T I dellÕArkansas
rd
nel 1818 Fort
Fort Churchill
-O U
George ve
N

Territori ceduti st
dalla Gran Bretagna Clarksville
nel 1818 Fort
I T

Albany Fort Dallas


I

Rupert
Astoria
REPUBBLICA Henderson Louisiana
Territorio Québec
dell’Oregon DEL TEXAS Los Adios
Maine COLONIA
Territorio Territorio DI EDWARD 1721-1773
del Michigan Vermont Crockett Capitale del
del Texas spagnolo
Fort Boston

r
Missouri New York Huntsville Insediamento
Laramie

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Austin Washington del Bevil

sou
Fredericksburg City on the Brazos

Oh
San Francisco

Illin i

del
Mis
Washington
Medina

Missouri
Kentucky Liberty

Territorio
Santa Fé San
Stati Uniti New Braunfels Harrisburg
Territorio Tennessee d’America Alamo Gonzales New Washington
R e p u b b l i c a dell’Arkansas (1783) Colonia
di Austin

ma
d e l San Antonio Brazoria
Bexar

ba
M e s s i c o Goliad Velasco

Ala
(1821) San Antonio Indianola

Mississippi
Oceano Refugio Battaglie fra messicani
Chihuahua Florida Atlantico San Patricio e texani
Louisiana Corpus Christi
Territorio conteso tra Stati Uniti I confni della Repubblica
e Gran Bretagna Monterrey indipendente
Colonie che avevano
ottenuto concessioni
Ex possedimenti spagnoli Tampico Cuba dal Messico (fno al 1830) Territorio ceduto al Texas
(Spagna)
Linea del compromesso del Missouri, Yucatán dagli Stati Uniti nel 1840
Messico Repubblica Il tentativo di invasione
che separa gli Stati schiavisti dagli Puerto Rico da parte del Messico
Stati abolizionisti (1820) Belize di Haiti (Spagna) Territori rivendicati
(Gran Bretagna) (1835-1836)
dal Texas
2 - LA GUERRA DI CUBA E DELLE FILIPPINE

V)
) Schley (13-
r (1 4-VI
e
t Mariel
Shaf Cabañas Punta Brava
Cacarajícara L’Avana Coliseo
Ceja del Negro Calimete
Pinar del Río Güira de Melena Nueva Paz Sta. Isabel de las Lajas
Mantua
Guane Las Taironas Mal Tiempo Iguara
Manicaragua Morón Sa
mp
La Siguanea Mangos de Baraguá son
San Gerónimo (1 2-V)
Júcaro
Saratoga Lavado
Guaramanao
Baraguá
“Grito de Baire” (24/2/1895) Baire
(26-
V) Santiago de Cuba Daiquiri
Zona sotto il controllo dei rivoluzionari
(3-VII) ( 1 -V I )
Zona di resistenza spagnola

Cervera (
(26-VI)
“Spedizione a Occidente” di Maceo-Gómez
(ottobre 1895/gennaio1896)

19-V )
Afondamento del Maine (15/2/1898)
Movimento della fotta spagnola
Intervento navale degli Stati Uniti (1898) Aparri
Battaglia
Blocco navale CAGAYAN
Bangued
Candon
Palanan
LUZÓN

San Carlos Baler


Tarlac San Isidro
San Fernando
Malolos
Manila
Cavite (1/V/1898)
Batangas CAMARINES
Legazpi
MINDORO Santa Cruz Sorsogon

Calbayog
Capiz SAMAR
PANAY Tacloban
Silay
Iloilo LEYTE
Cebu

NEGROS
Territori ribelli alle
autorità spagnole Butuan
Dapitan
1896 Tudela
1897 ZAMBOANGA/ MINDANAO
1898 SIBUGAY
Avanzata della forza di occupazione Davao
statunitense dopo la resa
di Manila (13/8/1898)
Joló
Rotta seguita dall’armata statunitense
del commodoro Dewey
Assedio
Battaglia
©Limes
3 - L’ASCESA DEGLI USA A POTENZA GLOBALE
(1867-1935)
Alaska
R u s s i a

Mare di Bering Canada

Seattle
21 maggio 1908
Giappone Stati Uniti ritorno a Norfolk
Cina Yokohama Isole Midway San Francisco 16 dicembre 1907
7 aprile 1908 San Diego
17 ottobre 1908 1867
Isole Wake Hawaii Baia di Guantanamo
1899 1898 Messico 3 1903 I. Vergini
Manila 12 marzo 1908 Cuba 1917
2 ottobre 1908 Hawaii
Guam, 1898 Isola 7 luglio 1908
Guatemala P. Rico
Filippine Honduras 1898
1898 Johnston Nicaragua
1898 Venezuela
Ritorno in patria
attraverso lo stretto Canale di Panamá, 1903
di Malacca ed
il Canale di Suez Callao
Samoa americane
1889,1899 20 febbraio 1908

Australia Cile
Oceano Pacifico
Sydney
Melbourne 20 agosto 1908 Auckland Valparaíso
29 agosto 1908 9 agosto 1908
Nuova Zelanda
Intervento a Formosa: 1867 Intervento a Panamá: 1885 Coinvolgimento
Il “Weekend War” di Corea: 1871 Intervento a Valparaíso: 1891 degli Stati Uniti
3 L’Afaire Virginius: 1873 Intervento alle Hawaii: 1893
Rotta del viaggio
Rivolta dei Boxer: 1900
della fotta Great White
1907-’08
Interventi americani in Golfo del
America centrale: 1903-35 Oceano Atlantico Interventi americani
Messico a Cuba, Haiti
Florida
IsoReg

MARINA e nella Repubblica


(
le no
(Beli s
ico)

MARINES Dominicana:
ra

Ba Un
Brita nnze

Messico
Hondu

Nassau 1902-35
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7
3
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190

m )
24

as

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19

Guatemala Laguna 1924


L’Avana
Puerto Cortes
Cholomo Tela La Ceiba 1898-1902 Cuba
1906-09
Honduras 1912-1917 Guantanamo
1912-19 Santiago Rep. Dominicana
El Salvador Haiti 1903, 1904, 1916-24
Nicaragua 1899, 1910 1915-34
1912, 1921 Santo
Bluefelds 1922, 1926 Giamaica Domingo
Corinto,1912 (Regno Unito)
Managua
1912-25 Stati Uniti Interventi
1927-33
El Paso americani
Sbarchi e brevi occupazioni Costa
in Messico:
Ciaris Estero
delle forze Usa Rica 1913-14
Prolungate occupazioni delle Colón Messico
forze Usa 1903-04 Panama City
MARINA Panamá Città del Messico

MARINES Oceano Veracruz


Pacifico
ESERCITO Colombia
©Limes
Baton Rouge 4 - CUBA ALLE PORTE DEGLI USA
(Porto South Louisiana) Principali contee
di cubano-americani
Flo rid a in Florida
Houston Miami-Dade: 642.200
Te xa s Broward: 46.000
O ceano Hillsborough: 42.300
Miami Palm Beach: 30.700
Gol fo del M es s ic o A tlantico Collier: 15.900
Fonte: U.S. Census Bureau

Presenza di Stretto
cubano-americani di Florida
negli Usa Varadero Canale
L’Avana Stretto della Mona San Juan
Florida: 873.000 Porto di Mariel Porto di Camarioca di Windward
California: 36.000 Canale
Texas: 29.000 Playa Girón CUBA REP. DOMINICANA Puerto Rico
di Yucatán (Baia dei Porci)
New York: 28.000 HAITI (Usa)
Guantánamo Santo
Georgia: 11.000
Louisiana: 5.000 Port-au-Prince Domingo
Fonte: U.S. Census Bureau
Isole Cayman GIAMAICA
(Regno Unito) Kingston

M E S S I C O
BELIZE

GUATEMALA Caracas
HONDURAS

EL SALVADOR NICARAGUA V E N E Z U E L A
Rotte marittime

Rotta Mississippi - Istmo di Panamá COSTA RICA Rotta aerea dei migranti cubani
Oc ean o Colón
Rotta Golfo del Messico - Atlantico C O L O M B I A
(Canale di Panamá) Porti di partenza dei migranti cubani
Rotta New York - Istmo di Panamá Pacif ic o PANAMÁ Rotte dei migranti cubani
Rotta Canale di Panamá - Mediterraneo (marine, aeree, terrestri)
Rotta Canale di Panamá - Mare del Nord ©Limes Principali porti lungo le rotte
LA POTENZA DEL MESSICO

IL TRAMONTO
DEL SOGNO AMERICANO
MADE IN MEXICO di Ramón Arturo Gutiérrez

Da oltre un secolo e mezzo, buona parte dell’economia


statunitense dipende dalla manodopera messicana. La storia
legislativa dell’immigrazione in America si è spesso adeguata
alla realtà, non il contrario. Cosa cambia con Trump?

1. L A STORIA DEGLI STATI UNITI È SCANDITA


da ondate cicliche di intenso fervore nazionalista e ansie xenofobe, a quanto sem-
bra provocate dalla visibilità degli immigrati stranieri e dalla loro apparente ascesa
socioeconomica. Annunciando la propria candidatura alla presidenza il 16 giugno
2015, Donald Trump approfttò subito di questi sentimenti accusando il Messico di
giocare una parte nel declino dell’impero americano. È dal 1980 che i messicani
nati all’estero sono effettivamente il gruppo nazionale più numeroso negli Stati
Uniti. Nell’immaginario popolare i messicani sono da tempo tratteggiati come po-
veri, ignoranti, inetti e – per la maggior parte – immigrati irregolari. Il tycoon, quin-
di, fece ricorso a una tattica effcace quando li prese come esempio dei problemi
causati dall’immigrazione incontrollata. «Quando il Messico ci spedisce la propria
gente», proclamò, «non ci manda i migliori. Non ci manda voi. Ci manda gente con
un sacco di problemi e che porta con sé questi problemi. Portano droga. Portano
criminalità. Sono stupratori». Per proteggere la patria da stupefacenti, delinquenti e
stupratori d’oltreconfne, The Donald promise di costruire un muro impenetrabile
tra Stati Uniti e Messico qualora fosse stato eletto presidente. «Costruirò un grande
muro – e nessuno tira su muri meglio di me, credetemi. E lo farò in maniera eco-
nomicissima. Costruirò un grande, grandissimo muro sui nostri confni meridionali.
E lo farò pagare al Messico».
Nel 2015 la popolazione statunitense ammontava a 320 milioni di persone. Di
queste, circa 43,2 milioni – solo il 13,4% del totale – sono nati all’estero, per lo più
in America Latina e in Asia. Dei nati all’estero, i messicani rappresentano il 26,8%,
circa 12 milioni di individui. L’immigrazione messicana è cresciuta in maniera espo-
nenziale tra il 1980 e il 2000, passando dai 2,1 milioni del 1980 ai 4,2 nel 1990, ai
9,1 nel 2000, agli 11,7 nel 2010 fno ai 12 milioni nel 2015. Come mostrano i nume-
ri, i fussi migratori dal Messico in direzione nord hanno subito un deciso rallenta- 193
IL TRAMONTO DEL SOGNO AMERICANO MADE IN MEXICO

mento tra il 2000 e il 2010 (per un aumento pari al 28% circa). A partire dalla crisi
del 2008, il numero di immigrati messicani residenti all’ombra della bandiera a
stelle e strisce è rimasto sostanzialmente invariato sia per il rafforzamento dei con-
trolli frontalieri da parte di Washington sia grazie a una crescita qualitativa e quan-
titativa delle opportunità economiche ed educative nel paese latinoamericano.
L’immigrazione messicana negli Stati Uniti ha avuto uffcialmente inizio al ter-
mine della guerra tra i due paesi, quando nel 1848 il Messico cedette a Washington
un terzo dei propri territori (gli attuali Stati di California, Arizona, Nevada, Colorado
e New Mexico). Da allora l’esodo verso nord non si è mai interrotto. A consolidare
un ben rodato circuito migratorio hanno contribuito la prossimità geografca, una
profonda forbice salariale e un confne discretamente poroso e scarsamente sorve-
gliato per gran parte del XX secolo. La frontiera tra Stati Uniti e Messico corre per
oltre 3 mila chilometri, malamente segnalata e facilmente valicabile: ecco perché
Trump vuole costruirci una bella muraglia. In molti punti solo vecchi segnali in
cemento, barriere arrugginite o fumi dal letto mutevole e facilmente guadabile
indicano la linea sulla quale i due Stati si toccano.

2. A partire dal 1848, le leggi statunitensi sull’immigrazione sono state la prin-


cipale determinante del trattamento cui sono sottoposti gli immigrati messicani. Se
questi ultimi entrano legalmente con un visto lavorativo e da appositi posti di fron-
tiera se la passano molto meglio rispetto a chi è sprovvisto dei documenti minimi
necessari ad attestare il diritto di risiedere o lavorare negli Stati Uniti. Entrare nel
paese senza documentazione è un crimine minore, mentre molto più seria è l’as-
sunzione di un immigrato senza visto. Ma sono da sempre i lavoratori messicani a
pagarne lo scotto, non certo i loro datori di lavoro.
Sono tre le leggi americane sull’immigrazione che hanno maggiormente se-
gnato la forma, il trattamento e l’integrazione dell’immigrazione messicana verso
nord: l’Immigration Act del 1924 (noto anche come Johnson-Reed Act), l’Immigra-
tion and Nationality Act del 1965 (altrimenti conosciuto come Hart-Celler Act) e
l’Immigration and Reform Act del 1986.
Fino al 1924, a essere censiti o controllati erano solamente gli immigrati dall’Eu-
ropa o dall’Asia in arrivo a San Francisco, Los Angeles, New York, Boston e Balti-
mora. Il numero di messicani sbarcati in questi porti era molto piccolo, aggirandosi
tra i dieci e i cento individui all’anno, per lo più dignitari, diplomatici e rappresen-
tanti dell’alta società in visita in queste città. La maggior parte dei messicani raggiun-
geva gli Stati Uniti a piedi, in treno o attraversando a nuoto il Rio Grande, senza che
si tenesse il conto degli ingressi o ci si occupasse particolarmente del fenomeno.
Dagli anni Ottanta del XIX secolo al 1924, il Congresso emise numerose leggi
atte a ridurre l’affusso di immigrati non bianchi provenienti da Asia, Medio Orien-
te ed Europa orientale e meridionale. Il pensiero diffuso al tempo – come oggi,
d’altronde – era che immigrati inferiori per razza e incapaci di assimilarsi stessero
invadendo gli Stati Uniti privando i cittadini bianchi di opportunità di impiego e
194 mobilità sociale. Tra il 1870 e il 1920, la popolazione nata all’estero crebbe da 5,6
LA POTENZA DEL MESSICO

a 13,9 milioni, arrivando a rappresentare il 14% del totale. Restrizioni quantitative


dovevano essere introdotte a supporto di leggi che già limitavano l’immigrazione
dal punto di vista qualitativo: ci pensò l’Immigration Act del 1924, stabilendo quo-
te di immigrati per ogni paese delle suddette regioni del mondo.
L’impatto di questa legge fu presto visibile. Mentre tra il 1890 e il 1924 un to-
tale di 20,6 milioni di immigrati era entrato negli Stati Uniti, tra il 1925 e il 1965 lo
fecero solo 7 milioni. Prima del 1925 circa 606 mila immigrati annui raggiungevano
il paese, mentre dopo quell’anno a soli 179 mila venne concesso di accedervi le-
galmente. Una normativa simile, tuttavia, non sarebbe mai entrata in vigore senza
alcune eccezioni. Gli Stati Uniti occidentali erano fortemente attivi nell’agricoltura,
nell’allevamento, nel settore minerario, nell’edilizia e nelle infrastrutture di traspor-
to: ambiti in cui la manodopera era per lo più messicana. Appunto per soddisfare
interessi economici particolarmente rilevanti in California e in Texas, venne codif-
cata una Western Hemisphere Exception per permettere a messicani e canadesi di
entrare liberamente negli Stati Uniti al di fuori di uno schema di quote. Poiché
pochi canadesi cercavano lavoro a sud, l’autentico scopo dell’eccezione era l’ap-
provvigionamento ininterrotto e illimitato di forza lavoro messicana.
L’Immigration Act del 1924 ebbe anche altre conseguenze. In primis, permise
e fnanziò la costruzione di barriere, di posti di controllo alla frontiera e di una
forza paramilitare – poi nota come U.S. Border Patrol – incaricata di regolare il
passaggio da e verso gli Stati Uniti. Questi controlli non si prefssarono mai lo sco-
po di fermare i messicani – e in effetti mai lo fecero. Il loro fne esplicito era, piut-
tosto, arrestare l’ingresso di asiatici, musulmani mediorientali, ebrei dell’Est Europa
e cattolici dell’Europa meridionale che spesso tentavano di penetrare illegalmente
nel territorio americano attraverso il Messico.
A ogni signifcativa modifca delle leggi migratorie, la popolazione statunitense
di etnia messicana divenne sempre più inesorabilmente stratifcata per classe socia-
le, generazione e status legale. Per questa ragione, ad esempio, negli anni Trenta
del secolo scorso i messicani ormai da lungo tempo negli Stati Uniti si stavano in-
tegrando nella società americana – malgrado livelli notevoli di discriminazione e
segregazione – e si identifcavano più come statunitensi che come messicani, par-
lavano inglese a scapito dello spagnolo e diventavano sempre più consapevoli dei
propri diritti in quanto cittadini.
Il fabbisogno di manodopera da parte del West era tale che ogni decennio
recava con sé un numero sempre maggiore di lavoratori messicani, percepiti dai
propri consanguinei già da tempo a nord del Rio Grande come una minaccia. I
nuovi arrivati erano visti come sporchi, libertini, delinquenti e stereotipicamente
rappresentati con la pelle scura. Venivano stagionalmente, lavoravano per uno
stipendio più basso di quello accettato dai «messicani americani» e sottostavano a
condizioni di sicurezza pessime pur di restare negli Stati Uniti anche senza docu-
menti. L’opinione pubblica statunitense nel suo complesso non distingueva gli
immigrati recenti dai messicani già da tempo stanziatisi nel proprio paese, simili
fsicamente, provenienti dallo stesso Stato, cattolici. 195
IL TRAMONTO DEL SOGNO AMERICANO MADE IN MEXICO

3. Nel 1942, alla vigilia dell’intervento statunitense nella seconda guerra mon-
diale, Città del Messico e Washington crearono di comune accordo un piano di
«emergenza» per lavoratori stagionali che divenne noto come programma Bracero.
Benché concepito per un periodo limitato, il programma fu rinnovato più volte,
reclutando 6,4 milioni di lavoratori messicani a contratto tra il 1942 e il 1964. Nello
stesso periodo, 5,5 milioni di lavoratori messicani irregolari furono catturati ed
espulsi dallo U.S. Immigration and Naturalization Service (Ins) – una media di 250
mila all’anno. Il presidio sui confni meridionali fu intenzionalmente blando in
questi anni, appunto per soddisfare la brama di braccianti messicani. Questi ultimi
furono assunti in 21 Stati differenti, ma in maggioranza furono impiegati in Califor-
nia nelle coltivazioni di cotone, agrumi, meloni, lattuga e – in misura minima – nel-
le compagnie ferroviarie.
Il programma Bracero fornì ai datori di lavoro statunitensi dipendenti ideali: i
messicani accorrevano quando necessario, se ne andavano quando la stagione f-
niva, godevano di pochissimi diritti in quanto lavoratori temporanei e mettevano i
bastoni fra le ruote ai loro colleghi americani quando questi tentavano di organiz-
zarsi in sindacati. L’unica nota dolente era che il fabbisogno superava di gran lunga
il quantitativo di lavoratori messicani assumibili per legge. Per rispondere alla ne-
cessità di manodopera a buon mercato, facilmente sfruttabile e libera da lacci e
lacciuoli legali, le imprese a stelle e strisce cominciarono molto semplicemente ad
assumere in maniera irregolare tutti i braccianti messicani che volevano. Quindi se
si sommano i 6,4 milioni interessati dal programma Bracero ai 5,5 milioni cacciati
perché sprovvisti di visto lavorativo, il numero di messicani impiegati nei campi
statunitensi si aggirava sui 10 milioni (i 5,5 milioni includevano persone catturate
ed espulse più volte, da cui la stima totale).
Concluso nel 1964, il programma Bracero fu seguito l’anno successivo dall’Im-
migration and Nationality Act. Quest’ultimo tentò di estirpare il pregiudizio razzia-
le palese nell’Immigration Act del 1924 rimpiazzando le quote legate all’etnia con
limiti quantitativi specifci per paese. Il numero complessivo di immigrati autoriz-
zati a entrare negli Stati Uniti dopo il 1965 fu aumentato da 165 mila a 290 mila
all’anno, di cui un lotto di 170 mila destinato agli individui provenienti dall’emisfe-
ro orientale (Europa, Africa, Medio Oriente, Asia e Pacifco) con un massimo di 20
mila visti concessi a ciascuno Stato. A causa del trattamento di favore di cui aveva
goduto nei decenni precedenti, all’emisfero occidentale fu assegnato un massimo
annuo di 120 mila immigrati.
Fino al 1965, il confne meridionale degli Stati Uniti era stato una porta girevo-
le per la manodopera messicana, abbondante ed economica, benvenuta se neces-
saria ed espulsa in caso contrario. Se il fabbisogno di braccianti stagionali era alto,
lo U.S. Border Control si girava dall’altra parte. Non era raro che gli agenti riman-
dassero in Messico immigrati illegali colti in fagrante, per poi permettere loro di
rientrare subito dopo. La distinzione cruciale stava nel fatto che gli stessi immigra-
ti entravano dopo un controllo – stava agli addetti verifcare i documenti – a un
196 valico di frontiera autorizzato.
LA POTENZA DEL MESSICO

L’Immigration and Nationality Act del 1965 impresse un cambiamento decisi-


vo. Al Messico – che nel 1964 aveva fornito al suo vicino settentrionale quasi un
milione di lavoratori – furono concessi solo 20 mila visti annuali. Tutt’a un tratto,
lo status legale di circa 980 mila immigrati messicani divenne irregolare. Queste
persone continuarono a entrare negli Stati Uniti e a trovare facilmente un’occupa-
zione, ma furono sempre più disprezzati in quanto «illegal aliens» e sfruttati di
conseguenza. A causa della loro clandestinità erano pagati meno, obbligati a subi-
re ogni sorta di sfruttamento senza possibilità di far valere i propri diritti per timore
che una lagnanza si trasformasse nel licenziamento e nell’espulsione, sempre atten-
ti a non attirare l’attenzione della polizia. I datori di lavoro statunitensi non subiro-
no alcuna conseguenza per avere assunto immigrati non autorizzati: semplicemen-
te approfttavano della situazione.
A partire dal 1970, la preoccupazione per la progressiva visibilità degli immi-
grati messicani non autorizzati cominciò ad aumentare. I sociologi Douglas Massey
e Audrey Singer stimano che tra il 1965 e il 1986 si trasferirono negli Stati Uniti 5,7
milioni di messicani – di cui la maggior parte (circa 4,6 milioni) illegalmente. Per
risolvere questo problema, l’Immigration Reform and Control Act (Irca) del 1986
offrì l’amnistia a quasi tre milioni di immigrati senza documenti, di cui 2,3 milioni
erano messicani. Per ottenere la regolarizzazione, i clandestini dovettero dimostra-
re di essere entrati in territorio statunitense prima del 1° gennaio 1982, di avervi
risieduto in maniera continuativa, di essere rispettosi della legge e con la fedina
penale pulita, di conoscere le basi della lingua inglese e dei valori della società
americana; dovettero inoltre dichiararsi disposti a riconoscere di essere entrati ille-
galmente negli Stati Uniti, a pagare una sanzione per questo e a rimborsare il go-
verno federale di ogni tassa loro ascrivibile e non pagata.
L’Irca placò anche il sindacato a stelle e strisce. Tutte le imprese con più di
tre dipendenti dovettero chiarire la loro situazione legale o far fronte a multe sa-
late per aver consciamente assunto lavoratori irregolari. Il bilancio dell’Ins venne
aumentato del 50% per permettere un maggior controllo dei confni. A un incre-
mento signifcativo furono soggetti anche i fondi dello U.S. Labor Department per
sostenere le spese delle ispezioni aggiuntive sui luoghi di lavoro e di revisione
della documentazione.
L’impatto dell’Irca sull’immigrazione messicana consistette nel trasformare un
consolidato sistema di migrazione temporanea e circolare in un processo perma-
nente di stanziamento. Washington investì il 90% del bilancio dell’Ins nel pattuglia-
mento delle frontiere, mentre solo il 10% fu destinato a verifche sul luogo di lavo-
ro e sanzioni. Di conseguenza, il rischio di essere sorpresi al confne mentre si
tentava di penetrare illegalmente negli Stati Uniti era alto, ma una volta entrati
passare inosservati era tutt’altro che diffcile. Ovviamente, per evitare di essere
scoperti ed espulsi gli immigrati irregolari stavano sul chi va là, vivendo il più di-
scretamente possibile e spesso sposando donne statunitensi al fne di accelerare la
legalizzazione. Il fatto che questi messicani fossero spesso analfabeti o con un’i-
struzione minima e provenienti da famiglie povere economicamente e cultural- 197
IL TRAMONTO DEL SOGNO AMERICANO MADE IN MEXICO

mente permise loro un notevole miglioramento della qualità della vita, una volta
regolarizzata la loro posizione. In caso contrario, all’ombra dell’illegalità erano
inevitabilmente vittime di sfruttamenti e abusi.

4. Qual è la qualità dell’integrazione degli immigrati messicani nella società


statunitense? Comparando le esperienze degli europei sbarcati oltreoceano negli
anni Venti con quelle dei messicani, si riscontrano sia somiglianze sia differenze.
Appena arrivati, gli europei occupavano i gradini più bassi della società, ma entro
una generazione i loro fgli e nipoti diventavano protagonisti di una sensibile
mobilità sociale grazie alla quale raggiungevano la classe media. Alla seconda
generazione parlavano inglese, erano ben integrati e si sposavano sempre più
frequentemente al di fuori del gruppo di appartenenza con membri della popola-
zione bianca statunitense.
Il ritmo di integrazione dei messicani è stato più lento e ha in meno casi pro-
dotto l’approdo alla middle class, anche alla terza generazione. Il 53% delle fami-
glie di immigrati messicani di prima generazione guadagnava meno di 35 mila
dollari all’anno. Tra i membri della seconda generazione la quota è scesa al 36%,
nella terza al 29% per poi risalire con gli esponenti della quarta generazione fno
al 34%. Nel giro di quattro generazioni un terzo di tutti i pronipoti degli immigra-
ti messicani vive in povertà benché il livello di istruzione sia aumentato. Il 49%
della prima generazione di immigrati messicani non è in possesso di un diploma
di scuola superiore, mentre alla quarta è solo il 17% a esserne sprovvisto; ciò si-
gnifca che uno su sei rimane legato a una condizione di povertà in qualità di
lavoratore non qualifcato. Privo di prospettive di riscatto sociale e fducioso in
una rapida regolarizzazione, il 16% degli immigrati messicani di prima generazio-
ne si arruola nelle Forze armate; una quota che sale a 46% per la seconda, 66%
per la terza e 69% per la quarta generazione. A causa dell’istruzione limitata for-
nita loro nelle scuole pubbliche di quartiere – sorta di ghetti sottofnanziati – i
messicani vengono indirizzati alla carriera militare dagli insegnanti o la scelgono
personalmente come unica via percorribile per migliorare la propria condizione
sociale grazie all’addestramento tecnico che possono ricevere sotto le armi e ai
benefci riservati ai veterani. Infne, mentre solo il 14% degli immigrati messicani
di prima generazione si sposa con non ispanici, è il 49% degli immigrati di quarta
generazione a farlo.
Nel 2008 due sociologi dell’Università della California, Edward Eric Telles e
Vilma Ortiz, nel loro libro Generations of Exclusion: Mexican-Americans, Assimi-
lation, and Race hanno ipotizzato che un profondo attaccamento all’origine etnica
messicana giochi un ruolo sia nell’apprendimento dell’inglese – e nel progressivo
abbandono dello spagnolo – sia nella rappresentazione di sé all’interno della so-
cietà statunitense. I messicani americani vivono in quartieri più integrati, sono
soggetti a minori discriminazioni sul mercato del lavoro e percepiscono i confni
razziali in cui vivono e lavorano come molto meno rigidi rispetto agli afroamerica-
198 ni. Il tratto saliente dell’identità messicana – la padronanza e l’utilizzo dello spagno-
LA POTENZA DEL MESSICO

lo – sopravvive molto più a lungo che in altri gruppi etnici: tra gli esponenti della
quinta generazione, il 94% a casa parla soprattutto inglese, lingua cui ricorre solo
una minima quota della prima generazione quando in ambiente domestico.
Molti immigrati messicani sono venuti negli Stati Uniti con la speranza di ave-
re più opportunità che in patria. Il sogno americano, vaghe promesse di successo
materiale, migliori standard di vita, uno stipendio più elevato, la casa di proprietà,
libertà personale e uguaglianza di diritti: tutti elementi dal fascino ineludibile per
gli immigrati messicani. Per loro American dream signifca maggior sicurezza f-
nanziaria grazie a lavori ben retribuiti in imprese dove non sono relegati alla bassa
manovalanza, i datori di lavoro sono rispettosi, i colleghi premurosi. Molti partono
dal Messico con una scolarizzazione pressoché nulla e guardano quindi all’istruzio-
ne come alla chiave per il riscatto sociale proprio e dei fgli. Sognano di avere una
casetta in un quartiere sicuro. E soprattutto vogliono essere trattati equamente e
rispettati per il contributo dato quotidianamente alla società americana con giorna-
te lavorative senza fne, sfnenti e retribuite una miseria.
Essere pubblicamente accusati di concorrere al declino americano e additati
come criminali, narcotraffcanti e stupratori è quanto di più lontano ci sia dal so-
gno a stelle e strisce che ha spinto molti messicani ad abbandonare il proprio
paese. L’esodo verso nord come lavoratori stagionali, immigrati legali o clandesti-
ni è diventato piuttosto un incubo di cui è sintomo il numero crescente di messi-
cani che decidono di fare ritorno in patria o di non lasciarla affatto. Nei giornali
americani si legge che nello Stato di Washington i mirtilli stanno marcendo sui
cespugli, le lattughe californiane giacciono non raccolte nei campi e nessuno ba-
da ai polli dell’Arkansas perché nessun americano accetta di spaccarsi la schiena
per una paga misera.
Sin dalla messa al bando dei lavoratori cinesi nel 1882, i messicani sono la più
immediata e conveniente fonte di manodopera immigrata a buon mercato. Ma gli
americani saranno disposti a pagare di più i prodotti dei propri campi in nome
dello slogan trumpiano di «rifare grande l’America»? Chi vivrà, vedrà.

(traduzione di Alessandro Balduzzi)

199
LA POTENZA DEL MESSICO

ABBIAMO
BISOGNO
DI EROI di Javier Pérez Siller
Dai manuali di storia delle scuole elementari emerge la
rassegnazione con cui il Messico racconta a se stesso il conflitto con
gli Usa del 1846-48. Invece di denunciare il ricorso alla forza o di
sviluppare il patriottismo, si offre un panorama avvilente del paese.
Il Messico ha oltrepassato la frontiera
degli Stati Uniti, ha invaso il nostro territorio
e versato sangue in suolo americano. (…)
Invoco una rapida azione del Congresso
che riconosca l’esistenza della guerra.
James K. Polk, 10/5/1846

Non credo vi sia stata guerra più perversa


di quella intrapresa dagli Stati Uniti
contro il Messico.
Ulysses S. Grant, 1879

L A MENTALITÀ CHE HA FOMENTATO LA


guerra degli Stati Uniti contro il Messico (1846-48), ben descritta da Amy S. Gre-
enberg in A Wicked War 1, non è mai stata completamente superata. Le esternazio-
ni del presidente Donald Trump, prima in qualità di candidato presidenziale e poi
di leader della nazione più potente del mondo, alimentano una rappresentazione
negativa del Messico e dei messicani che persiste da allora. E rivelano annosi e
profondi problemi: su tutti, la convinzione della supremazia bianca, fonte di razzi-
smo e xenofobia.
La psicologia politica dell’allora presidente James K. Polk, sostenitore della
schiavitù, profeta del Destino manifesto e promotore della grandezza americana, fu
un elemento chiave nella guerra contro il Messico. Egli percepiva i messicani come
esseri inferiori razzialmente e intellettualmente 2, convinto che fosse «volontà di Dio
che le terre più foride del Messico, in particolare il lembo fertile lungo il Pacifco,

1. S.A. GreenberG, A wicked war: Polk, Clay, Lincoln, and the 1846 U.S. Invasion of Mexico, New York
2012, Alfred A. Knopf.
2. E. Krauze, «La guerra injusta», Letras libres, n. 179, ottobre 2013, goo.gl/RtCTVy 201
ABBIAMO BISOGNO DI EROI

passassero dai suoi irrequieti abitanti ai laboriosi bianchi che sanno meglio custo-
dirne le risorse» 3. In campagna elettorale, Polk promise l’espansione territoriale e
l’annessione del Texas. Come presidente cercò il pretesto per iniziare la guerra.
Nelle parole del generale Ulysses S. Grant, «fu una cospirazione per acquisire terri-
tori nei quali potessero costituirsi Stati schiavisti» 4.
Giustifcata come patriottica, la guerra contro il Messico è stata adulterata
nell’immaginario statunitense o è caduta nel dimenticatoio. Sono pochi gli storici
che segnalano «altre verità», come quelli che descrivono le brutalità perpetrate du-
rante il confitto. A tal proposito, nel gennaio 1847 il generale Winfeld Scott – co-
mandante dell’esercito d’invasione e governatore del Messico durante la sua occu-
pazione – scrisse al segretario di Stato: «I nostri soldati e volontari (…) hanno
commesso atrocità in Messico, suffcienti perché il cielo versi lacrime e ogni ame-
ricano di morale cristiana arrossisca pensando al proprio paese. Omicidi, furti e
stupri di madri e fglie alla presenza degli uomini legati sono diventati eventi usua-
li lungo il Rio Grande» 5.
In assenza di una legge migratoria umanitaria e fatte le debite proporzioni,
questo turpe atteggiamento si ripete oggi alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. I
migranti, in cerca del «sogno americano», sono vittime di estorsioni e violenze;
vengono perseguiti, vessati, fermati e incarcerati dalla polizia frontaliera; cacciati
come animali da individui razzisti e xenofobi.
Tra le promesse elettorali, Donald Trump ha intrapreso una battaglia contro i
migranti: cerca di deportare tutti i messicani illegali, che considera «delinquenti»,
«stupratori», «criminali» e si impegna a costruire un muro alla frontiera. Dichiarazio-
ni aggressive che stimolano il sentimento di superiorità bianca sino a giustifcare
tragedie deplorevoli come quella del 12 agosto a Charlottesville 6.
Il retaggio del passato e la complessità del presente si coniugano e danno si-
gnifcato alle rappresentazioni di questa guerra trasmesse dai manuali di storia
messicani. Come spiegare un confitto in cui gli Stati Uniti si appropriano della
metà del territorio nazionale, l’equivalente della superfcie di sette tra i paesi più
estesi d’Europa? 7 Quali sono le ragioni, le giustifcazioni e le loro conseguenze?
Come integrare questo trascorso nella storia nazionale? In che modo esso alimenta
o inibisce il patriottismo messicano e condiziona la percezione del vicino? Quali
sentimenti, valori etici e civici infonde questa storia?

3. Citato in ibidem.
4. J.H.L. Schlarman, México tierra de volcanes, México D.F. 2012, Porrúa.
5. Citato in E. Krauze, op. cit.
6. Il 12 agosto 2017, in occasione della rimozione della statua del generale Robert. E. Lee – assistente
di Scott nella guerra contro il Messico e leader degli schiavisti sudisti – si è scatenata a Charlottesville
un’ondata di violenza tra suprematisti bianchi e movimenti egalitari. L’aggressione dei suprematisti ha
provocato la morte dell’attivista Heather Heller e 19 feriti. Il presidente Trump è stato aspramente
criticato, mentre alcuni membri del governo hanno rassegnato le dimissioni, per non aver condanna-
to prontamente le violenze dei suprematisti.
7. Una superfce pari a 2.378,539 km²; più estesa della somma dei territori di Portogallo, Spagna,
202 Francia, Italia, Germania, Austria e Polonia.
LA POTENZA DEL MESSICO

I manuali di storia: 2000-17


In Messico, i manuali scolastici o libri di testo sono gratuiti e obbligatori. Furono
istituiti dal governo a fne anni Cinquanta per combattere l’analfabetismo e fomen-
tare l’amor di patria. Da allora sono state pubblicate quattro generazioni di manuali,
che hanno istruito quasi 100 milioni di messicani. L’ultima di queste è fglia dell’al-
ternanza politica. Nel 2000, per la prima volta dal 1929, ha conquistato la presiden-
za un candidato esterno al Partito rivoluzionario istituzionale 8. E nel 2006, in elezio-
ni decisamente controverse, è stato eletto un altro candidato del Partito di azione
nazionale. Questi governi conservatori hanno riformato i programmi di studio e in-
trodotto, nel 2010, la nuova e attualmente vigente generazione di manuali.
La riforma dell’istruzione del governo conservatore ha riorganizzato l’inse-
gnamento della storia del Messico in due corsi: gli alunni di quarta elementare
(dieci anni di età) studiano dalla preistoria all’indipendenza; quelli di quinta dal
1821 agli albori del XXI secolo. È in questo ultimo anno che si affronta il tema
della guerra con gli Stati Uniti 9.
Il manuale di storia di quinta elementare è articolato in cinque sezioni. La pri-
ma, intitolata «I primi anni di vita indipendente», è suddivisa in cinque capitoli, dei
quali il terzo e il quarto sono relativi alla guerra con gli Stati Uniti 10. Nel capitolo «Gli
interessi stranieri e il riconoscimento del Messico» vengono enucleati gli ostacoli alla
sua fondazione: «Il nostro paese dovette sostenere grandi sforzi affnché le altre na-
zioni del mondo riconoscessero la sua esistenza come paese sovrano e rispettassero
i suoi diritti» 11 – ossia le rivendicazioni sui territori ereditati dall’impero spagnolo.
Subito dopo si enunciano gli Stati che riconobbero il Messico, a partire dagli
Stati Uniti che «si resero indipendenti dall’Inghilterra» e che potevano contare su
un’economia solida. «Come altre nazioni quali Francia, Olanda e Inghilterra, gli
Stati Uniti erano molto interessati a commerciare con il Messico. Ma alcuni statu-
nitensi ambivano ad acquisire porzioni del territorio nazionale e in particolare la
provincia del Texas» 12.
Viene suggerito il tema dell’espansionismo. Ma il manuale si sofferma sulla
remissività messicana: il governo «permise che lì [in Texas] si stabilissero alcuni
coloni provenienti dagli Stati Uniti, a condizione che rispettassero le leggi e fos-
sero cattolici». Viene segnalato il numero di migranti – «più di 30 mila stranieri!»
– e rafforzato il sentimento di appartenenza nazionale – «contro 3 mila messicani»,
un rapporto di dieci a uno.

8. Nel 1929 i leader della rivoluzione crearono un partito che, con diverse denominazioni sino a
quella attuale di Partito rivoluzionario istituzionale, ha governato fno al 2000, quando vinse le ele-
zioni il candidato del Partito di azione nazionale.
9. Historia. Quinto grado, México D.F. 2015, Comisión National de Libros de Texto Gratuitos, da qui
in poi H-5° 2015.
10. I capitoli sono: 1) Il Messico alla fne della guerra d’indipendenza. 2) Confitti interni e primi go-
verni: federalisti e centralisti; 3) Gli interessi stranieri e il riconoscimento del Messico; 4). Un vicino in
espansione; 5) La vita quotidiana nei campi e nelle città.
11. H-5° 2015, p. 25.
12. Ivi, p. 26. 203
ABBIAMO BISOGNO DI EROI

Chi è lo straniero? Nel raffgurare «l’altro» il manuale pone l’accento sulla dis-
sonanza con i messicani – «non parlavano spagnolo, non erano cattolici e avevano
schiavi» – attributi negativi che li dipingono come estranei i quali, dato il loro
comportamento, non rientrano in ciò che è «nostro». Possedere schiavi, d’altronde,
«era proibito dalle leggi del nostro paese». I migranti sono una maggioranza, non
rispettano le leggi, dunque sono fuorilegge e delinquenti. Una condizione struttu-
rale che spiega l’anelito indipendentista in territorio messicano; il manuale infor-
ma: «In diverse occasioni gli Stati Uniti tentarono di acquistare il Texas dal Messi-
co, ma il governo rifutò perché considerava la cessione di territorio un tradimen-
to della patria» 13.

L’indipendenza del Texas


Il capitolo «Un vicino in espansione» sottolinea la vicinanza geografca e la vo-
lontà espansionistica degli Stati Uniti, avendo cura di esporre i fatti storici benché
complessi per dei bambini. Se il numero di migranti, di «stranieri», è un elemento
chiave per fare luce sulla secessione del Texas, per esempio, qui si descrive un’in-
stallazione «illegale, che il governo non poté impedire». Si dice anche che «i coloni
sfdavano le leggi messicane» e che tentavano di «distaccarsi». Vengono dipinti simil-
mente al modo in cui alcuni statunitensi, a partire dal presidente Trump, defnisco-
no oggi i messicani privi di documenti, delinquenti che meritano la deportazione.
Ma la colpa non ricade soltanto sui migranti illegali. Il manuale spiega che nel
1835 il Congresso messicano decise di trasformare il paese in una repubblica cen-
tralista. E che «ciò causò il malcontento di alcuni Stati» – Yucatán, Zacatecas, Alta
California, tra gli altri, minacciarono la secessione – e «servì da pretesto ai coloni
texani che avevano giurato sulla costituzione federale del 1824 [che, come sappia-
mo dalle precedenti pagine, non rispettavano] e non erano obbligati a far parte di
un paese che aveva alterato la propria forma di governo» 14. I migranti possono
esimersi dal rispettare le leggi del paese di accoglienza?
La reazione del governo centrale, guidato dal generale Antonio López de San-
ta Anna, si sostanziò in una spedizione militare che mosse verso il Texas per sot-
tomettere i separatisti. «Dopo alcuni trionf (come la presa del Forte di El Álamo)»
– assedio che si risolse in un massacro e che è servito, e serve ancora (remember
the Alamo), da emblema dell’indipendenza del Texas – Santa Anna fu sconftto
nella battaglia di San Jacinto dell’aprile 1836; «durante la prigionia siglò un accordo
in cui accettava l’indipendenza e ordinò la ritirata delle truppe messicane». Il presi-
dente cade in battaglia, è una vittima, non un attore che tradisce l’onore patrio
concedendo l’indipendenza al Texas.
«Il Congresso [messicano] ripudiò l’accordo e continuò a considerare il Texas
parte del paese». L’opposizione al trattato è appannaggio dei «rappresentanti della

13. Ivi, p. 27.


204 14. Ivi, p. 28.
LA POTENZA DEL MESSICO

nazione». Con questa narrazione, il manuale lascia presagire una lotta nazionale
per riappropriarsi del territorio e il lettore si chiede: cosa ha fatto quindi il gover-
no? Nulla: il volume illustra che esso «non aveva risorse per avviare un’altra cam-
pagna militare». Il risultato è inevitabile: il Texas si convertì in una repubblica 15. E
nel 1845 fu annesso agli Stati Uniti, «generando un confitto tra i due paesi». La
guerra è pienamente legittimata.
A fne capitolo, un esercizio didattico invita gli studenti a «identifcare le cause
dell’emancipazione del Texas». La risposta indotta è che «il Congresso trasformò la
repubblica in senso centralista e i migranti si opposero alla nuova forma di gover-
no». In altri termini, i «migranti illegali» godono del diritto di non rispettare le leggi
del paese di accoglienza, dal quale possono dunque separarsi.

L’invasione statunitense del Messico: una guerra premeditata?


«Incorporato il Texas, gli Stati Uniti miravano a espandere i propri domini sino
alle coste del Pacifco», prosegue il manuale 16. Perciò «proposero al Messico la ces-
sione del Nuovo Messico e della California». Il governo messicano rifutò per non
«tradire la patria». A questo punto il volume lancia un’accusa: «Gli Stati Uniti piani-
fcarono di appropriarsene militarmente». La guerra si trasforma così in un atto
premeditato per impossessarsi di un territorio straniero.
Invece di discettare sull’etica di un’appropriazione manu militari o sul patriot-
tismo di coloro che vi si opposero, il manuale offre una panoramica avvilente del
Messico, «disunito e disorganizzato». E, dialogando con il presente, postula: «I grup-
pi politici messicani non sospesero le proprie dispute «e perciò non riuscirono ad
affrontare con successo il nemico». Viene così giustifcata la disfatta, le cui respon-
sabilità ricadono sui «gruppi politici» che non seppero dare priorità alla difesa della
patria, mentre si assolve l’invasore.
Le battaglie vengono enunciate asetticamente, in ordine cronologico: «I primi
scontri ebbero luogo nell’aprile del 1846 sulla frontiera tra Texas e Tamaulipas».
Come risaputo, secondo il Messico la frontiera del Texas era il Río Nueces, per i
texani il Río Bravo. Il presidente Polk inviò l’esercito e diede l’ordine di avanzare
sino al Río Bravo; i messicani respinsero l’invasore e le scaramucce si tramutarono
in un espediente per dichiarare guerra. L’invasione del paese si realizzò su tre fron-
ti, scrive il manuale. Il primo, attraverso gli Stati del Nord-Est: Tamaulipas, Nuevo
León e Coahuila, dove infuriarono «aspre battaglie» e «scontri di grandi proporzio-
ni». Il secondo, tramite Nuevo México e California, sul quale non viene aggiunto
altro. Il terzo, infne, sotto il comando di Scott, a Veracruz: «Le sue navi da guerra
sottoposero il porto a un intenso bombardamento. Marinai e soldati messicani di-
fesero la città, ma dovettero arrendersi alla superiorità del nemico».

15. La Repubblica del Texas fu riconosciuta, oltre che dagli Stati Uniti, da Inghilterra e Francia.
Quest’ultima vi stabilì una delegazione nel 1839.
16. H-5° 2015, p. 29. 205
ABBIAMO BISOGNO DI EROI

Le porte dell’entroterra erano oramai dischiuse. Le truppe statunitensi avanza-


rono e lanciarono l’attacco «contro la capitale della repubblica»; l’esercito messica-
no fu sconftto in varie battaglie: Padierna, Churubusco, Molino del Rey e Chapul-
tepec. Il manuale si limita a elencarle, malgrado il loro tributo di sangue abbia
costituito l’occasione per costruire una mitologia patriottica. «Finalmente, il 14 set-
tembre l’esercito invasore issò il proprio vessillo sul Palazzo Nazionale, rimanen-
dovi fno alla metà dell’anno successivo».
Conclusione: il paese è sotto occupazione. Per liberarlo bisogna cedere. «Ol-
tre a Nuevo México e California, gli Stati Uniti volevano impadronirsi della peni-
sola della Baja California e di parte di Tamaulipas, Coahuila, Nuevo León,
Chihuahua e Sonora». Le pretese del vicino sembrano senza limiti. Con il trattato
di Guadalupe-Hidalgo (febbraio 1848) «il Messico accettò la perdita di Nuevo
México e California. Gli Stati Uniti si impegnarono a corrispondere una compen-
sazione di 15 milioni» di dollari.
Il risultato della guerra espansionistica non è la cessione di territorio, bensì la
perdita; una sorta di rassegnazione all’inevitabile. In cambio, il paese riceve una
«compensazione»; come se si tentasse di riparare al danno infitto. A tal proposito,
il manuale presenta una mappa delle «perdite territoriali del Messico», accompa-
gnata da due litografe: la battaglia di Molino del Rey, in prossimità di Città del
Messico, e l’ingresso del generale Scott nella capitale, «dopo aver sconftto le forze
nazionali».

Cosa resta agli scolari messicani?


L’ultimo paragrafo del capitolo offre una conclusione: «La sconftta militare, la
morte di migliaia di soldati e la perdita della metà del proprio territorio rappresen-
tarono un duro colpo per il Messico». Per la prima volta, il manuale menziona
morti, «migliaia di soldati» 17. Ma non descrive le sofferenze generate dalla guerra,
né come visse e sopravvisse la popolazione; le conseguenze che dovette affronta-
re; le atrocità a cui fu sottoposta a fronte delle urgenze militari del proprio paese e
dell’invasione subita. Come se la guerra fosse un fatto clinico, oggettivo, alieno
alla popolazione e alle passioni soldatesche.
Dalla narrazione del manuale emerge una storia immateriale, in cui non vi
sono persone in carne e ossa che pensano, sentono, lottano, soffrono, vivono e
prendono decisioni. Parimenti, mancano giudizi di valore o rifessioni etiche ed
educative. I bambini possono chiedersi se sia morale che una nazione ne invada
un’altra per impossessarsi del territorio agognato, se gli individui possano sotto-
metterne altri con la forza, se il bullismo sia permesso. Non vi sono nemmeno gli
eroi che popolano i parchi con i loro viali e statue, ai quali sono dedicati onori

17. Si stima che i soldati statunitensi deceduti in battaglia siano stati 1.773 e i feriti 4.152; i decessi per
cause terze come la febbre gialla 11.538 (in totale, meno di 18 mila). I messicani registrarono almeno
206 25 mila perdite tra morti e feriti.
LA POTENZA DEL MESSICO

civici, come i cadetti del Collegio militare (niños héroes, bambini eroi). Non vi è
posto in questa storia uffciale per il loro esempio o quantomeno per il loro atteg-
giamento di fronte all’invasione, le loro opinioni, imprese e sventure.
A 170 anni dalla guerra, non si tratta di riscrivere la storia patria all’ombra di
una visione teleologica in cui il destino è frutto di un’imposizione e i messicani
sono vittime dell’aquila imperiale che ha dilaniato il nostro territorio – dando pie-
no signifcato alla celebre espressione: «Povero Messico, così lontano da Dio e
così vicino agli Stati Uniti». No, la nazione non è soltanto un territorio: è soprattut-
to un popolo con etnie, lingue, culture, tradizioni e valori propri, un passato co-
mune con i suoi miti ed eroi. Una nazione è un sentimento di appartenenza e di
amore e deve dar luogo a un patriottismo che permetta di agire, decidere e orien-
tare il paese verso il bene comune. È per questo che dobbiamo interrogarci su
sentimenti patri, valori etici e civici che instillano le narrazioni che utilizziamo sul
passato e per il presente.
(traduzione di Lorenzo Di Muro)

207
208
LA POTENZA DEL MESSICO

IL MURO
DELLA DISCORDIA di Germano Dottori
Separare fisicamente Messico e Usa è un obiettivo perseguito fin
dal 1990. Alle spalle ci sono preoccupazioni per la possibile crisi
del melting pot, per le infiltrazioni criminali e per il possibile
irredentismo messicano.

1. L O SCORSO ANNO HA FATTO MOLTO


parlare di sé il progetto di separare il Messico dagli Stati Uniti con un vero e pro-
prio muro continuo, come se si trattasse di un’idea nuova. Al formarsi di questa
percezione oggi tanto diffusa quanto distorta hanno concorso due cause conver-
genti. In primo luogo, vi ha contribuito proprio la propaganda dell’allora candidato
Donald Trump, che della proposta di erigere una barriera da costa a costa aveva
fatto una bandiera, nel convincimento che gli giovasse elettoralmente, spiazzando
anche i propri rivali all’interno del Partito repubblicano 1.
Ma anche i democratici avevano fatto la loro parte, credendo che attribuire la
paternità della costruzione del muro al tycoon newyorkese potesse screditarne la
candidatura, facendogli perdere consensi. Questa linea era stata quindi rapidamen-
te adottata anche dai grandi media d’Oltreoceano, con l’effetto che neppure una
messa celebrata in mondovisione il 17 febbraio dell’anno scorso da papa France-
sco sotto un tratto già esistente della barriera a Ciudad Juárez era bastata a sma-
scherare l’inganno. Per la cronaca, sarebbe stato quindi Trump, il «non cristiano»,
novello Adriano, a voler trincerare l’America dietro un vallo da erigere dove fnora
la gente aveva liberamente attraversato il confne.
La realtà era però ben diversa: il magnate pensava di completare e perfezio-
nare infrastrutture fsiche il cui allestimento era iniziato senza particolari reazioni
dalle parti di San Diego nel lontano 1990, ai tempi di George Bush senior, con un
breve tratto di pochi chilometri, ed era proseguito praticamente senza soluzione di
continuità fno ai nostri giorni.

1. Si vedano al riguardo le considerazioni di L. Schweikart, «The Wild Ride: Primary Season 2015», pp.
82-83, parte del volume scritto insieme a J.B. Pollack, How Trump Won. The Inside Story of a Revolu-
tion, Washington D.C. 2017, Regnery Publishing. 209
IL MURO DELLA DISCORDIA

Una prima estensione fu disposta già da Bill Clinton nel 1994. Più tardi, il 15
dicembre 2005, fu poi approvata dal Congresso la proposta di erigere un vero e
proprio muro lungo 1.123 chilometri, corrispondenti più o meno a un terzo dell’in-
tera linea confnaria, ridotti successivamente a 595, ma con 800 chilometri di bar-
riere aggiuntive meno strutturate, destinate a interdire solo il transito di autovetture.
In questa forma, l’allungamento della separazione fu votato il 29 settembre 2006
anche dall’allora senatrice Hillary Clinton e dal futuro presidente Barack Obama,
la cui amministrazione avrebbe poi condotto a compimento nel 2011 il cosiddetto
Secure Fence Act 2.
È noto altresì come Trump pensasse di scaricare il costo dell’impresa sui mes-
sicani: non è chiaro se esigendo un apporto fnanziario diretto dallo Stato conf-
nante, che però Enrique Peña Nieto si sarebbe sempre dichiarato indisponibile a
fornire, oppure utilizzando i proventi delle confsche ai clan mafosi che insangui-
nano el Norte messicano.
Sta di fatto che per la convergenza delle opposte narrazioni abbracciate in
campagna elettorale dal candidato repubblicano e dai suoi avversari democratici
– una centrata sulla priorità della lotta all’immigrazione illegale, l’altra tesa invece
a ribadire il carattere inclusivo della civilizzazione americana – l’argine rimasto
incompiuto si è trasformato per tutti nell’erigendo «Muro di Trump», fnendo per
divenire uno degli elementi più immediatamente riconoscibili della sua proposta
politica. Tale è del resto tuttora, nella polemica ormai mondiale che coinvolge e
oppone tra loro amici e nemici del presidente americano e, dietro di loro, i di-
fensori delle società opulente dell’Occidente e coloro che ambirebbero invece a
veder costruito un ordine globale più giusto ed equilibrato, anche sotto il proflo
della libertà degli individui di spostarsi dalle zone a basso reddito a quelle più
ricche del pianeta. Si tratta quindi di una battaglia molto ampia. Non a caso, tra
gli oppositori del progetto di Trump spiccano proprio coloro che hanno avver-
sato e tuttora osteggiano anche le politiche di rigore invocate in Europa da chi
teme che le recenti ondate migratorie transmediterranee possano travolgere gli
accordi di Schengen.

2. La questione del Muro sul Rio Grande tuttavia sfugge a molte delle sem-
plifcazioni alle quali è stata spesso ricondotta. Non nasce soltanto dalla necessità
di proteggere i redditi e i posti di lavoro dei redneck americani dalla concorrenza
dei loro meno abbienti vicini. Parte invece da molto lontano e rifette una serie di
timori che da tempo hanno un certo radicamento negli Stati Uniti. In gioco non ci
sarebbe soltanto il futuro benessere degli operai americani, che i messicani non
minaccerebbero più di altri gruppi di migranti giunti di recente gli Stati Uniti, ma
l’avvenire stesso della più potente nazione del pianeta, ormai a rischio dal punto
di vista sia identitario sia geopolitico.

2. Per il voto di Hillary Clinton e Barack Obama, si veda H.R. 6061 (109th): The Secure Fence Act of
210 2006, reperibile all’indirizzo: www.govtrack.us/congress/votes/109-2006/s262
LA POTENZA DEL MESSICO

Il primo a esprimere la preoccupazione che un fusso intenso e costante di


migranti messicani potesse alterare le caratteristiche etiche e culturali dell’America
fu Samuel Huntington, rilevando in un saggio apparso nel 2004 e giustamente
divenuto celebre – Who are We?, tradotto in italiano con il titolo assai meno signi-
fcativo La nuova America – come fosse ormai sempre più diffcile amalgamare i
latinos in un corpo sociale di ceppo anglosassone.
Ai suoi occhi, proprio le dimensioni in breve tempo raggiunte in America
dall’immigrazione messicana, e ispanica più in generale, lasciavano immaginare
una crescente diffcoltà ad accogliere così tante persone facendone altrettanti cit-
tadini statunitensi. Sei fattori in particolare rendevano l’affusso dei messicani negli
Stati Uniti un fenomeno diverso rispetto alle migrazioni sperimentate in preceden-
za: la contiguità dello Stato sorgente, l’entità numerica degli arrivi, la sostanziale
clandestinità del fenomeno, la concentrazione regionale, la persistenza e presenza
storica delle nuove minoranze. I messicani, inoltre, venivano assimilati con stra-
ordinaria lentezza 3. Già tredici anni fa, ben prima cioè che Trump scendesse in
campo, Huntington era così giunto alla conclusione che l’immigrazione messicana
stesse conducendo alla reconquista demografca delle zone che l’America aveva
sottratto con la forza al Messico negli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo. A
Huntington sembrava inoltre plausibile che dall’ispanizzazione di porzioni crescen-
ti del territorio americano potesse addirittura derivare uno snaturamento dell’etica
collettiva statunitense, tuttora basata sul riconoscimento del valore quasi mistico
del merito e della concentrazione del reddito che ne deriva.
Questo argomento pesa tuttora fortemente nel dibattito americano, tanto da
far pensare che il rifuto dell’immigrazione messicana sia in fondo solo un aspetto
della resistenza culturale di lungo periodo opposta dal ceppo anglo-germanico
all’evangelizzazione cattolica del Nordamerica, secondo i suoi detrattori foriera
di un’attenuazione dell’ethos capitalistico che sostiene gli Stati Uniti. Di qui, la
sensazione che dietro la paura degli americani nei confronti del Messico possa
celarsi non solo il timore della loro concorrenza sleale sul mercato del lavoro –
in realtà per Trump possibile anche senza immigrazione, dati gli effetti nocivi
della delocalizzazione delle produzioni industriali statunitensi verso le cosiddette
maquilladoras – bensì anche la preoccupazione ricorrente di un nuovo tentati-
vo cattolico di acquisire maggiore infuenza a Washington tramite l’affusso dei
latinoamericani.
Non sarebbe del resto una tesi del tutto destituita di fondamento. Secondo alcu-
ni osservatori, che pure non hanno fnora prodotto evidenze documentarie, proprio
facendo leva sul prematuro ritiro dei candidati cattolici dalle primarie repubblicane
nel 2012 papa Ratzinger avrebbe cercato di rafforzare le possibilità di vittoria di Mitt
Romney contro Barack Obama, di cui Benedetto XVI temeva soprattutto le politiche
di apertura nei confronti dell’islam politico. Con Francesco, tuttavia, la prospettiva
è oggi certamente cambiata: la Santa Sede non sembra più tanto interessata ad ac-

3. Cfr. S. huntington, La nuova America, Milano 2005, Garzanti, pp. 265 ss. 211
IL MURO DELLA DISCORDIA

crescere la forza politica dei cattolici negli Stati Uniti quanto a difendere su scala
mondiale la causa dei poveri residenti nei paesi in via di sviluppo, dove ormai si
trova il grosso dei fedeli della Chiesa di Roma. Il papato che si oppone al muro è in
fondo lo stesso che soffre gli accordi di Schengen, contro i quali conduce da tempo
una lotta senza quartiere in nome dell’umanitarismo cristiano.

3. Neanche la paura di subire un’alterazione dell’etica collettiva, attraverso il


collasso delle capacità assimilatrici del melting pot e la progressiva penetrazione
dei valori cattolici nella morale americana, spiega peraltro da sola il forte interesse
di Trump e dei suoi sostenitori per l’allestimento di una barriera fsica di protezione
dall’immigrazione messicana.
Il muro è visto anche come una risposta pratica al pericolo di importare dal
Settentrione messicano il disordine e l’illegalità diffusa che lo affiggono. Un fatto-
re, questo, ben presente nel calcolo geopolitico statunitense che non può essere
sottovalutato e del quale abbiamo avuto un sentore quando Hollywood, nel 2006,
affdò ad Antonio Banderas e Jennifer Lopez il compito di mostrarci nel flm Bor-
dertown cosa accade dalle parti di Ciudad Juárez, giusto di fronte a El Paso, anche
se alle nostre latitudini non pare sia bastato a diffondere una maggiore consapevo-
lezza dell’ampiezza della sfda di fronte agli Stati Uniti. Sono in effetti tutte le pro-
vince del Nord del Messico in preda ai disordini e sotto il tacco di poteri di natura
mafosa che gestiscono tanto il traffco dei migranti quanto il commercio di droga.
Alcuni sodalizi criminali come il Jalisco Nueva Generación sono talmente struttu-
rati e complessi da comportarsi con modalità simili a quelle dello Stato Islamico,
praticando forme d’intimidazione estremamente violente e pubblicizzandole spu-
doratamente sul Web. Non manca neanche chi considera el Norte prossimo a una
vera e propria insurrezione, che sarebbe determinata dall’inettitudine dimostrata
dal governo centrale di Città del Messico nel fornire ai propri cittadini sicurezza e
protezione nei confronti dell’illegalità.
Commentando recentemente l’assassinio di un brillante investigatore appar-
tenente alla polizia federale messicana, tal Juan Camilo Castagné Velasco, Guido
Olimpio ha snocciolato i dati dell’emergenza esplosa a ridosso degli Stati Uniti:
2.234 assassinî legati al crimine organizzato nel solo mese di giugno scorso; 12.155
omicidi nei primi sei mesi del 2017; 23.953 in tutto il 2016; 1.143 fosse comuni
scoperte dal 2007 a oggi e 30 mila desaparecidos della cui sorte nessuno più s’inte-
ressa, a parte i parenti prossimi 4. In un commento separato pubblicato nello stesso
periodo sulla sua pagina Facebook, sempre Olimpio aggiungeva a questa triste
contabilità anche i 42 omicidi registrati nella prima settimana di agosto di quest’an-
no nella sola Tijuana, dove i cartelli combattono una feroce lotta per il controllo
dei corridoi di accesso al mercato americano della droga.
Città del Messico ha in sostanza perso da tempo il controllo del confne e delle
zone che gli sono adiacenti, dove imperversa un crimine organizzato che ormai si

212 4. G. olimPio, «Messico, 75 omicidi al giorno», Corriere della Sera – La Lettura, 6/8/2017.
LA POTENZA DEL MESSICO

considera minaccioso anche al di là del Rio Grande, malgrado il ricorso fatto dal
governo centrale alle forze armate. Non è per caso che nel 2012 Robert Kaplan
proponeva di tornare ai pattugliamenti militari congiunti americano-messicani lun-
go tutta la zona di confne, evidenziando come l’esercito degli Stati Uniti potesse
ottenervi risultati migliori e più utili all’America di quelli piuttosto deludenti ripor-
tati nel lontano Afghanistan 5.
Rispetto all’uso dello strumento militare, il muro di Trump si confgurerebbe
a questo punto come una specie di succedaneo statico e difensivo della strategia
offensiva invocata da Kaplan. Qualcosa che l’attuale presidente deve ritenere parti-
colarmente attraente, sia perché permetterebbe di dimostrare la nuova determinazio-
ne americana a frenare l’immigrazione illegale – insieme all’annunciato incremento
delle espulsioni, in realtà effettuate in gran numero anche durante i due mandati di
Barack Obama – sia perché confermerebbe anche l’adesione della nuova ammini-
strazione repubblicana a una politica di limitazione degli interventi militari all’estero.

4. Vi è poi negli Stati Uniti anche chi da Huntington in avanti ha posto l’accen-
to sull’oggettiva pericolosità di alcune caratteristiche dell’immigrazione messicana,
che tenderebbe a concentrarsi nei territori un tempo appartenuti a Città del Mes-
sico e a mantenere stretti rapporti con la madrepatria, senza veramente integrarsi
nella società statunitense, ma spostando gradualmente verso nord il confne cultu-
rale con la comunità d’origine.
Su queste basi, ad esempio, George Friedman non ha esitato a pronosticare
nel 2009 la possibilità che negli Stati Uniti emerga, tra il 2070 e il 2090, un vero e
proprio irredentismo alimentato dalla diaspora messicana che vi risiede, ipotizzan-
do apertamente l’eventualità di un confitto devastante tra Washington e Città del
Messico da lui giudicato come la maggiore minaccia gravante a lungo termine sulla
sicurezza dell’America 6. Si tratta di concetti e di idee che il sito di intelligence e
analisi strategica Stratfor, una realtà molto infuente fondata dallo stesso Friedman,
ha divulgato a lungo e ben prima della discesa in campo del tycoon newyorkese.
Che vi credano seriamente o meno, le preoccupazioni cui Friedman e Kaplan
hanno dato voce esistono, sono del tutto razionali e debbono aver condizionato le
scelte fatte l’8 novembre scorso dagli elettori americani. I non messicani che vivono
nei pressi della frontiera temono effettivamente di essere in qualche modo sommersi
dai loro vicini e hanno sempre di più la percezione di vivere in Messico, anziché
negli Stati Uniti 7. Trump, che è sensibilissimo ai sentimenti dell’opinione pubblica,
ha scelto in campagna elettorale di cavalcare tali timori, adottando slogan di forte
impatto mediatico. È sullo sfondo del complesso retroterra appena descritto che ha
preso forma la battaglia trumpiana per il muro, poi rapidamente divenuta uno degli

5. R.D. kaPlan, The Revenge of Geography, New York City 2012, Random House, pp. 340-341.
6. In particolare, si veda G. Friedman, The Next 100 Years. A Forecast for the 21st Century, New York
City 2009, Doubleday, pp. 329-44.
7. Cfr. G. Friedman, The Next Decade, New York City, London, Toronto, Sydney, Auckland 2011,
Doubleday, pp. 205 ss. 213
IL MURO DELLA DISCORDIA

elementi di riconoscibilità del messaggio elettorale dell’imprenditore e fattore di tra-


scinamento per le sue fortune elettorali.

5. Resta da stabilire se il muro sarà o meno completato. Il semplice effetto di-


chiaratorio delle politiche di rigore annunciate dall’amministrazione Trump sembra
avere signifcativamente abbattuto la consistenza dei fussi migratori in entrata, fa-
cendo registrare quest’anno il dato più basso di ingressi negli Stati Uniti da 17 anni
a questa parte e generando la sensazione che una barriera psicologica antimigranti
piuttosto solida sia sorta nelle more della costruzione di quella vera.
Ne è derivato un effetto sorprendente, rilevato prontamente dai Rasmussen
Reports, fnora tra i sondaggi meno sfavorevoli all’attuale presidente, che hanno
attestato proprio nell’agosto scorso come il consenso al completamento del Muro
non sia più maggioritario negli Stati Uniti: sarebbe ormai favorevole alla realiz-
zazione del tratto mancante della barriera soltanto il 37% degli elettori probabili,
contro il 56% che invece vi si opporrebbe. Lo stesso istituto ha inoltre inopinata-
mente sottolineato come il campione statistico assunto a riferimento fosse anche
complessivamente insoddisfatto del modo in cui Donald Trump gestiva il dossier
immigrazione, ritenendolo non migliore di quello adottato dal predecessore, mal-
grado i notevoli risultati raggiunti8.
Sulla base di questi dati, pare diffcile che il presidente non reagisca, dal mo-
mento che sono in discussione le percezioni dell’elettorato rispetto a un elemento
cruciale della sua agenda. Ma quale strada imboccherà davvero Trump? Con tutta
probabilità, il presidente cercherà comunque di realizzare dei progressi nel com-
pletamento della barriera. Non per caso, il Congresso gli ha appena concesso 1,6
miliardi di dollari per andare avanti. Non è però da escludere che in nome del
suo proverbiale pragmatismo Trump destini al progetto attenzioni minori rispetto
a quelle riservategli nel corso della sua cavalcata vittoriosa dello scorso anno, spe-
cialmente se ciò si rivelasse utile ad aumentare le possibilità di rielezione. Alla Casa
Bianca, infatti, si guarda già al 2020.

8. Cfr. Most Voters Say «No» to Border Wall, Rasmussen Reports, 31/7/2017; Voters Say Trump No Better
214 than Obama on Immigration, Rasmussen Reports, 1/8/2017.
LA POTENZA DEL MESSICO

RINEGOZIARE IL NAFTA?
BUONA FORTUNA, MR TRUMP
Oltre vent’anni di scambi tra Usa, Canada e Messico hanno creato
una vasta rete produttiva transnazionale. L’accordo va aggiornato,
ma il revisionismo radicale cozza con poderose realtà economiche.
Tutte le incognite di un percorso a ostacoli.
di Fabrizio Marontai

1. L ONTANO DAI RING TELEVISIVI NAZIONALPOPOLARI


in cui Trump fnge di mettere al tappeto avversari che incarnano televisioni a lui
sgradite, un agone ben più impegnativo attende il presidente. È un terreno che The
Donald si è deliberatamente scelto, facendone una delle sue principali promesse
elettorali. Ma che non per questo gli si presenta favorevole.
Si tratta della revisione del Nafta, acronimo di North American Free Trade
Agreement: il trattato di libero commercio negoziato e siglato da Bill Clinton con
Messico e Canada nel 1992 che dalla sua entrata in vigore, il 1° gennaio 1994, ha
costituito l’applicazione geografcamente più prossima agli Stati Uniti della globa-
lizzazione economica di stampo americano. «L’accordo commerciale peggiore del-
la storia, uno dei peggiori che il nostro paese abbia mai fatto» (Cnn, 9/5/2016). «Un
disastro totale» (comizio a Green Bay, Wisconsin, 5/8/2016), che «ha causato un’e-
catombe di posti di lavoro e fabbriche in America» (comizio a St. Louis, Missouri,
9/10/2016) e che per questo va rinegoziato. «Se dai negoziati non otterremo ciò che
vorremo, lo cancellerò» (Twitter, 19/10/2016).
Come sempre, la realtà è più diffcile e sfumata di quanto la retorica manichea
prospetti. E i rimedi ai problemi che l’accordo presenta, meno intuitivi. Cerchiamo
dunque di fare un po’ di chiarezza, tentando di rispondere ad alcune (apparente-
mente) semplici domande. A chi giova e a chi nuoce il Nafta? In che modo può
essere rinegoziato? Quali passaggi comporta la revisione e che controllo ha su di
essi il presidente? È possibile cancellarlo con un tratto di penna?

2. Il Nafta è un accordo vasto ed estremamente complesso, dalle ricadute eco-


nomiche, commerciali e normative ramifcate. Quantifcarne gli effetti è pertanto
esercizio assai diffcile, anche perché presuppone una cornice teorica da cui le
variabili economiche e geopolitiche esterne al trattato stesso siano in qualche mo- 215
RINEGOZIARE IL NAFTA? BUONA FORTUNA, MR TRUMP

do escluse. In un periodo storico convulso come l’attuale, ciò rende ancor più ar-
duo il compito.
Partiamo dall’unico dato su cui appare possibile rifettere con ragionevole cer-
tezza: l’andamento del commercio Usa-Messico, Usa-Canada e Messico-Canada
dall’entrata in vigore dell’accordo (1994) a oggi. In questo lasso di tempo, al netto
dell’infazione l’interscambio di beni e servizi tra gli Stati Uniti e il loro vicino me-
ridionale è cresciuto del 255%, quello con il vicino settentrionale di oltre il 63% e
quello tra Messico e Canada del 432%. Nel complesso, il volume del commercio
trilaterale è aumentato del 125%: circa mille miliardi di dollari 1. Molti osservatori
concordano nell’attribuire in buona misura questo poderoso aumento al Nafta.
Tuttavia, le confortanti verità fniscono qui.
Nel medesimo periodo, l’economia statunitense è cresciuta di oltre il 39%, quel-
la canadese di oltre il 40% e quella messicana del 24% 2. Questi numeri suggerireb-
bero che a trarre maggior vantaggio dal Nafta non sia stato il Messico, che essendo
ben più arretrato degli altri due partner avrebbe dovuto crescere di più e più in
fretta. Allora perché Trump spara a zero sul Nafta, additandolo come lo strumento
di un furto epocale di lavoro e capacità industriale da parte dei messicani?
Perché, a ben vedere, il Messico ha tratto la sua buona parte di guadagno.
Prima del Nafta, gli Stati Uniti vantavano un modesto avanzo commerciale rispetto
al loro vicino meridionale; oggi, registrano un disavanzo di circa 60 miliardi di
dollari. Dunque è a sud del Rio Grande che vanno cercate le cause dei mali eco-
nomici d’America? Non necessariamente.
Se si guarda infatti a un altro indicatore chiave, la disoccupazione, il quadro
torna a complicarsi. Attualmente, il tasso dei senza lavoro americani (4,8%) è più
basso che nel 1993 (6,5%), alla vigilia del Nafta. Non è sempre stato così: esso è
calato stabilmente dal 1994 al 2001, quando si è impennato per lo scoppio della
bolla delle dot.com (rimanendo comunque sotto il livello del 1993). Poi è tornato
a scendere fno alla crisi del 2008, durante la quale ha sfondato quota 6,5%. Dal
marzo 2014 è di nuovo in calo.
Stabilire un nesso tra Nafta e disoccupazione in America non è affatto semplice.
In un rapporto del 2011 3 l’Economic Policy Institute – centro studi fnanziato in
parte dal sindacato americano – stimava in quasi 852 mila i posti di lavoro persi a
causa del trattato, pari allo 0,6% della forza lavoro statunitense in quell’anno. Ma nel
2015, il rigoroso Congressional Research Service (Crs, il centro studi del Congresso
di Washington) affermava in uno studio 4 che il Nafta «non ha causato l’enorme per-
dita di impieghi paventata dai suoi detrattori. (...) Gli effetti sono stati più rilevanti in
alcuni settori industriali, specie quelli più esposti alla concorrenza dopo la rimozione
delle barriere tariffarie e non, come il tessile, l’abbigliamento, l’auto e l’agricoltura».
1. Fonte: US Census Bureau.
2. D. Floyd, «NAFTA’s Winners and Losers», Investopedia, 18/5/2017.
3. R.E. Scott, Heading South. U.S.-Mexico Trade and Job Displacement after NAFTA, Economic Policy
Institute, Briefng Paper 308, 3/5/2011.
4. M. Angeles VillArreAl, i.F. Fergusson, The North American Free Trade Agreement (NAFTA), Congres-
216 sional Research Service, 24/5/2017.
LA POTENZA DEL MESSICO

In effetti, negli anni di vigenza del Nafta l’impiego industriale negli Stati Uniti
si è ridotto del 30%: dai 17,7 milioni di posti del 1993 ai 12,3 milioni attuali. Tutta-
via, è diffcile valutare con certezza quanto l’accordo abbia pesato su questa dina-
mica. L’industria automobilistica è di norma annoverata tra i settori più colpiti dal
trattato nordamericano, il che per Trump ha una notevole rilevanza politica, aven-
do pescato il grosso dei suoi voti nella Rust Belt. Eppure, nei sei anni successivi
alla liberalizzazione commerciale l’impiego nell’industria automobilistica statuni-
tense crebbe fno a 1,3 milioni di unità; fu solo col nuovo millennio che cominciò
a ridursi, per poi franare con la grande recessione. Oggi il settore dà lavoro a 948
mila persone: oltre 300 mila in più rispetto a cinque anni fa, ma pur sempre il 27%
in meno rispetto al 1994 5.
Il proliferare di maquiladoras (industrie di assemblaggio per conto terzi) e
impianti monomarca a sud del Rio Grande fa pensare che quei posti di lavoro sia-
no fniti in Messico. Eppure, molti economisti sottolineano come il Nafta «abbia
permesso all’industria americana, specie a quella dell’auto, di diventare globalmen-
te più competitiva attraverso lo sviluppo di catene produttive geografcamente
prossime». Cioè: i produttori statunitensi si sono potuti permettere di delocalizzare
in Asia meno di quanto avrebbero fatto se non avessero potuto spostare in Messico
(a due passi da casa) parte della produzione, trattenendo in patria svariate lavora-
zioni. Secondo questa lettura, l’emorragia occupazionale ci sarebbe stata comun-
que, anche senza il Nafta, e sarebbe stata maggiore.
L’abbigliamento è un altro settore ampiamente investito dalle delocalizzazioni.
I posti di lavoro sono crollati dell’85% dall’entrata in vigore del Nafta, ma secondo
il dipartimento (ministero) del Commercio statunitense il Messico è stato solo la
sesta fonte di importazioni tessili nel 2016, dopo Cina, Vietnam, India, Bangladesh
e Indonesia. Nessuno di questi paesi fa parte del Nafta, e stante la mancata ratifca
della Trans-Pacifc Partnership (Tpp) nessuno di essi ha al momento un accordo
commerciale con gli Stati Uniti.

3. Insieme all’occupazione, in cima alla lista delle ragioni addotte da Trump


per rivedere i rapporti col Messico – Nafta compreso – fgura l’immigrazione ille-
gale. Al tempo, i fautori del Nafta (da ambo i lati del confne) vedevano nell’accor-
do un modo per ridurre gradualmente il fusso migratorio sud-nord, perché – si
argomentava – il trattato avrebbe incentivato lo sviluppo dell’economia messicana
e ridotto la spinta all’emigrazione. In teoria il ragionamento flava; in pratica, le
cose sono andate diversamente. Se tra il 1980 e il 1990 il numero di messicani pre-
senti (legalmente o meno) negli Stati Uniti raddoppiò, passando da oltre 2 a 4,3
milioni, tra il 1994 e il 2000 passò a 9,2 milioni: un andamento pressoché analogo.
Ancora una volta, di fronte ai numeri le spiegazioni divergono. C’è chi vede nella
massiccia industrializzazione delle regioni messicane al confne con gli Stati Uniti
(conseguenza del Nafta) un incentivo all’emigrazione verso nord, perché l’eccesso
5. D. Floyd, art. cit. 217
RINEGOZIARE IL NAFTA? BUONA FORTUNA, MR TRUMP

di manodopera affuita lì dal resto del paese col miraggio di un impiego tende a
«debordare» oltreconfne. Altri invece indicano nella crisi del peso (la valuta messi-
cana) nel 1994-95, nell’insostenibile concorrenza dell’agricoltura statunitense e nei
mancati investimenti di Città del Messico nelle regioni centrali le radici di un per-
durante divario economico foriero di emigrazione.
Fatto sta che, sinora, l’unico elemento in grado di invertire temporaneamente
la dinamica migratoria è stata la crisi dell’economia americana tra il 2008 e il 2014.
Negli ultimi 3-4 anni, con la ripresa gli ingressi sono tornati ad aumentare ed è
questo fenomeno ad alta visibilità mediatica, indipendentemente dalle cause, a
suscitare le paure dell’opinione pubblica e la reazione dell’amministrazione, che a
quei timori risponde.
Da ultimo, a impedire una valutazione precisa degli effetti economico-occupa-
zionali del Nafta intervengono potenti fattori esogeni dispiegatisi negli ultimi
vent’anni. Innanzi tutto, il decollo cinese (e asiatico in generale): nel 1993 dall’Im-
pero del Centro proveniva appena il 5,3% delle importazioni statunitensi, nel 2015
oltre un quinto. In secondo luogo, la rivoluzione informatica: alla vigilia del Nafta,
i computer erano meno potenti degli attuali smartphones e Internet come fenome-
no di massa era agli albori. Tra il 1993 e il 2016 la produzione industriale america-
na è aumentata di quasi il 58%, malgrado il calo occupazionale: gran parte di
questo incremento è dovuto all’automazione e ai conseguenti incrementi di pro-
duttività (causa di molti licenziamenti). Infne, tre elementi che hanno prodotto un
impatto sull’economia statunitense, nessuno dei quali direttamente afferente al
Nafta. Si tratta della bolla informatica (dot.com) e della crisi economico-fnanziaria
del 2008, cui vanno aggiunti gli attentati dell’11 settembre 2001 e le successive,
dissanguanti guerre mediorientali.
Tutti questi fattori perturbano il quadro in misura forse eccessiva per consen-
tire di stimare accuratamente gli effetti negativi (per l’America) del Nafta. Del resto,
vale anche il contrario. Come tutti i grandi accordi di libero scambio, il Nafta ha
verosimilmente prodotto benefci diffusi e costi concentrati. Un cotonifcio o un
subfornitore del Southeast chiudono licenziando decine o centinaia di operai, ma
centinaia di migliaia di consumatori pagano un po’ meno magliette e automobili.
Il problema sta nell’individuare con precisione le cause dei licenziamenti e dei ri-
sparmi: in alcuni casi è possibile, in molti altri no. Con buona pace degli economi-
sti, l’economia non è una scienza. Di certo, non una scienza esatta.

4. Nel suo impetuoso e disinformato revisionismo, Trump sembra averne con-


tezza. La rinegoziazione del Nafta, dunque, al pari di altre politiche economiche e
fscali che questa amministrazione intende perseguire, appare dettata soprattutto
da considerazioni tattiche: soddisfare un elettorato che si sente minacciato, se non
danneggiato, dalla globalizzazione economico-commerciale, che pure costituisce
uno dei maggiori successi postbellici del made in Usa. Il Nafta rientra a pieno tito-
lo nella categoria: a torto o a ragione, la base elettorale di Trump lo aborre e dun-
218 que va rinegoziato. Punto.
LA POTENZA DEL MESSICO

Trattandosi di questione eminentemente geopolitica, vediamo pertanto in det-


taglio le posizioni dei principali attori statunitensi coinvolti. Oltre a offrire uno
spaccato più accurato dei costi e benefci (reali o percepiti) del trattato, ciò dovreb-
be dare un’idea dei limiti politici entro cui si muove l’amministrazione su questo
dossier.
Al pari degli studiosi, le grandi aziende sono divise sull’opportunità di rivede-
re il Nafta. La Camera di commercio americana, di concerto con quelle canadese e
messicana, ha assunto una posizione sostanzialmente neutra, fermi restando due
punti: il meccanismo di risoluzione delle controversie va mantenuto inalterato e il
trattato deve restare trilaterale (no a ipotesi di sostituzione dell’accordo esistente
con due trattati bilaterali). La ragione della prima posizione è facilmente intuibile:
cedendo alle pressioni della lobby industriale, l’amministrazione Clinton impose
un sistema arbitrale che consente alle aziende di citare direttamente in giudizio i
governi degli Stati membri in caso di controversie commerciali. Ciò conferisce al
big business un notevole potere negoziale rispetto al proprio e agli altrui governi
in materia di commercio.
Quanto alla difesa della trilateralità, essa dà la misura del carattere ormai trans-
nazionale delle catene del valore di molti comparti e aziende dei tre paesi, con al
centro la grande manifattura statunitense. Ed è proprio il settore manifatturiero
quello che esercita le pressioni maggiori per rinegoziare il Nafta. I grandi produt-
tori americani sottolineano da tempo l’anacronismo del trattato, ormai non più al
passo con gli sviluppi tecnologici degli ultimi anni. Nel 1993 la protezione del se-
greto industriale era ancora affdata in gran parte a casseforti e guardie giurate.
Oggi è materia di server e hacker. Parimenti, il commercio elettronico era inesisten-
te e il cloud computing, con tutto quanto ne consegue in termini di gestione e
protezione delle banche dati, era di là da venire. La grande industria chiede per-
tanto norme più stringenti in materia di proprietà intellettuale e brevetti, ma anche
l’ammorbidimento dei rigidi standard normativi del Canada (visti come barriere
non tariffarie) e maggior tutela degli investitori esteri.
Il punto è che in materia di brevetti, dati e investimenti i produttori statuniten-
si non hanno grandi problemi con Canada e Messico. La spinta a rivedere il Nafta,
presente già con Obama e rafforzatasi con Trump, origina soprattutto dalla volon-
tà di stabilire un precedente politicamente e giuridicamente vincolante in vista di
altri accordi commerciali, bi- o multilateriali, specie con i paesi asiatici e con l’Eu-
ropa. È dunque sul commercio transoceanico che si gioca la partita vera per la
grande industria americana, la quale punta a servirsi di Trump per fssare standard
ad essa favorevoli in vista di un nuovo ciclo di liberalizzazione commerciale suc-
cessivo all’attuale fase protezionistica.
Questo è, in particolare, il movente dell’industria automobilistica, allineata con
il presidente nel chiedere l’inserimento di clausole più stringenti sulla manipolazio-
ne valutaria ad opera dei partner commerciali (il pensiero va alla Cina). Curiosa-
mente in sintonia con Trump, ma per ragioni diverse, anche la United Auto Wor-
kers (il maggior sindacato del settore), che in un comunicato uffciale ha espresso 219
RINEGOZIARE IL NAFTA? BUONA FORTUNA, MR TRUMP

pieno appoggio ai propositi di rinegoziazione. Il problema qui è la regola d’origi-


ne, ovvero la percentuale minima di componenti fatti in patria che un veicolo deve
avere per poter essere considerato made in Usa, Canada o Messico. Il Nafta la fssa
al 62,5%: troppo bassa per i sindacati, ma non per i produttori. Si profla dunque
un confitto tra elettori di Trump e loro datori di lavoro, destinato a esplodere in
pieno laddove i negoziati entrassero nel vivo.
Un’altra potenziale grana per il presidente è rappresentata dall’agribusiness, i
giganti dell’agricoltura statunitense, per i quali il Nafta va sostanzialmente bene
così. Agli intenti revisionistici, i grandi coltivatori contrappongono l’imperativo del
«frst do no harm» («innanzitutto non fare danni»). La litania del furto di posti di la-
voro lascia fredde le grandi aziende americane che esportano in Messico soia,
granturco e sciroppo di mais (di cui gli Stati Uniti sono tra i principali produttori
mondiali) in notevoli quantità.
L’unico vero problema non è con il vituperato Messico, ma con il Canada, che
continua a imporre barriere tariffarie su pollame e latticini (grazie ad apposite ec-
cezioni inserite nel Nafta) e applica con scrupolo il principio precauzionale su ogm
e pesticidi, a differenza degli Stati Uniti. A Ottawa è suonato l’allarme: i coltivatori
nazionali premono sul governo affnché preservi la normativa attuale e hanno tro-
vato in Justin Trudeau il loro paladino. Lo scorso aprile, il premier canadese ha
dichiarato che «gli Stati Uniti hanno un surplus commerciale di 400 milioni di dol-
lari con il Canada nel settore caseario, dunque il problema non siamo noi. Non
fngiamo di essere in un mercato globale libero quando parliamo di agricoltura» 6.
L’esecutivo canadese promette anche di difendere l’industria del legname, la cui
materia prima cresce su suolo pubblico e gode di un particolare regime fscale. I
produttori americani vi scorgono indebiti aiuti di Stato, ma il Canada nega.
Si tratta comunque di questioni relativamente contenute rispetto ai guadagni
realizzati dai coltivatori statunitensi con l’export di commodities alimentari in Mes-
sico. A prima vista l’opposizione dell’America agricola non sembra un gran proble-
ma per Trump, il cui zoccolo duro sono i bianchi impoveriti delle aree deindustria-
lizzate. Ma con un occhio alle elezioni di metà mandato, e ancor più alle prossime
presidenziali, l’importanza dell’Iowa e di grandi Stati a forte vocazione agricola,
come la Florida, è impossibile da trascurare.
Non meno problematica è la resistenza a ogni ipotesi di revisione da parte del
settore energetico, strategico per Trump. I produttori americani di gas e petrolio,
convenzionali e non, hanno trovato nel Messico una sorta di eldorado. Metà del
greggio raffnato nel paese proviene dai pozzi statunitensi; inoltre, la federazione
messicana è divenuta il principale importatore del gas reso disponibile dalle tecni-
che di fratturazione idraulica, che in un lustro hanno sovvertito il mercato mondia-
le dell’energia. L’export di gas verso il vicino meridionale è quasi raddoppiato dal
2014, grazie a una domanda in ascesa che punta a sostituire il più inquinante car-
bone. Agli attuali ritmi di sviluppo, la capienza dei gasdotti che attraversano il
220 6. Ibidem.
LA POTENZA DEL MESSICO

confne Messico-Usa dovrebbe raddoppiare nei prossimi tre anni. Le majors ame-
ricane si sono aggiudicate cinque delle otto licenze offshore messe all’asta dal go-
verno messicano nel 2016 e nel prossimo decennio ExxonMobil investirà 300 mi-
lioni di dollari nella rete di distributori messicana. Non stupisce dunque che per Big
Oil il Nafta sia un totem, e diffcilmente Trump potrà infschiarsene.
Se da parte canadese le resistenze surclassano le disponibilità negoziali, il
Messico si mostra più accomodante. La priorità del paese è non perdere l’acces-
so al mercato e agli investimenti statunitensi, pertanto il governo di Enrique Peña
Nieto ha fatto sinora buon viso a cattivo gioco. Con un caveat: l’esecutivo mes-
sicano sarebbe intenzionato a preservare l’attuale versione della regola d’origine,
onde evitare che una sua revisione in senso restrittivo pregiudichi l’industria
nazionale.

5. La rinegoziazione del Nafta non si preannuncia semplice né breve. La dif-


fcoltà della materia, la sua ampia interpretabilità e gli interessi configgenti – degli
attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi – rendono diffcile
alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati dai
vari blocchi d’interesse. Se i negoziati si trascinassero troppo, incagliandosi maga-
ri nel rifuto canadese di cedere sull’agricoltura o in quello messicano di modif-
care la regola d’origine, quanto è credibile la minaccia formulata da Trump di
denunciare l’accordo?
Non molto. Un ritiro unilaterale dal Nafta sarebbe infatti estremamente onero-
so per l’economia americana. Un recente studio 7 del Wilson Center ha calcolato
(per difetto) in circa 5 milioni i posti di lavoro statunitensi che dipendono in un
modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sareb-
be messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritor-
sioni che un partner commerciale «tradito» potrebbe infiggere. A oggi, le imprese
messicane e ancor più quelle statunitensi hanno investito miliardi di dollari nelle
rispettive economie per strutturare catene di produzione regionali diffcilmente
reversibili senza danni ingenti alla competitività e alla salute fnanziaria dei produt-
tori. Basti un dato: il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati
Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense 8.
Per di più, tra le aree economiche e geografche più colpite ve ne sarebbero
di elettoralmente strategiche per Trump. La cancellazione del Nafta, e il conseguen-
te venir meno della clausola della nazione più favorita, danneggerebbe in primo
luogo gli Stati agricoli: alte tariffe su malto, patate e prodotti caseari graverebbero
le esportazioni dell’Idaho verso il Messico di una tassa del 15%. Iowa e Nebraska
vedrebbero i loro prodotti rincarare del 12-13%, ma per alcune voci il rincaro sa-
rebbe molto più alto. Nel 2015, ad esempio, l’Iowa ha esportato in Messico scirop-

7. C. Wilson, Growing Together: How Trade with Mexico Impacts Employment in the United States,
Wilson Center, 4/11/2016.
8. «How Donald Trump Could Take America out of NAFTA», The Economist, 22/1/2017. 221
RINEGOZIARE IL NAFTA? BUONA FORTUNA, MR TRUMP

po di mais per 132 milioni di dollari: prima del Nafta, il vicino meridionale appli-
cava un dazio del 100% sul prodotto 9.
Molto peggio se la passerebbe il Texas, la cui economia dipende in larga
misura dagli idrocarburi e il cui export verso il Messico vale il 6% del pil (contro
una media nazionale dell’1,3%). Anche il Michigan, grande esportatore verso il
Messico di componentistica per auto (molta della quale torna in patria sotto for-
ma di prodotto fnito), se la vedrebbe male: il rincaro medio delle sue merci non
supererebbe il 5%, ma su un volume di esportazioni di 4,1 miliardi nel 2015 il
conto sarebbe salato10.
Ciò che attende l’America è dunque, nella migliore delle ipotesi, un iter ne-
goziale lungo e diffcile che durerà mesi, se non anni. Dopo l’input presidenzia-
le al Congresso statunitense, e le consultazioni informali in Canada e Messico tra
vertici politici ed economici, tocca ai legislativi esprimersi. Ma mentre l’assenso
dell’attuale parlamento canadese – controllato dallo stesso partito del premier
Trudeau – è dato quasi per scontato, in Messico e negli Stati Uniti quella parla-
mentare è un’incognita notevole, data la forte dipendenza di molti collegi eletto-
rali dal commercio bilaterale.
L’inizio dei colloqui trilaterali veri e propri è dunque subordinato agli iter
parlamentari dei tre paesi, che specie nel caso messicano e statunitense possono
riservare sorprese. Al termine dei negoziati, la cui durata è al momento impon-
derabile, il testo dell’accordo dev’essere approvato dai parlamenti prima di poter
entrare in vigore.
Sulla Casa Bianca pende poi la spada di Damocle della «corsia (legislativa)
preferenziale» voluta da Obama per snellire l’iter del Tpp, in base alla quale il Con-
gresso rinuncia temporaneamente al suo diritto di votare i trattati commerciali arti-
colo per articolo, potendo solo approvare o respingere in blocco il testo. La legge
scade il 30 giugno 2018 è può essere estesa per tre anni con voto parlamentare.
Tuttavia, data la fatica spesa da Obama a suo tempo per convincere il Congresso a
votarla e visto il carattere altamente divisivo della fgura di Trump, non è affatto
scontato che l’estensione sia accordata.
Alle incognite politiche insite nell’iter procedurale si aggiunge infne l’alea
elettorale. Il 1° luglio 2018 in Messico si vota per le presidenziali, il 6 novembre è
la volta delle elezioni statunitensi di metà mandato. Il 21 ottobre del 2019, il Cana-
da rinnova parlamento e presidente. Good luck, Mr Trump.

9. «Farmers and Texans Would Lose Most from Barriers to Trade with Mexico», The Economist, 2/2/2017.
222 10. Ibidem.
LA POTENZA DEL MESSICO

QUANDO IN MESSICO
SI SCONTRAVANO
USA E GERMANIA di Marco Leofrigio
A cavallo tra Otto e Novecento, Berlino studia azioni di disturbo
all’egemonia a stelle e strisce in America centrale, di cui il telegramma
Zimmermann non è che l’apice. L’iperreazione di Washington liquida
l’influenza dei Deutschamerikaner nel continente americano.

1. D
OPO LA VITTORIA A SEDAN NEL 1870,
in Germania balenò l’idea di subentrare alla Francia pure in Messico. Fu Bi-
smarck a bocciare il progetto di aprire una stazione navale caraibica, ma do-
po il suo fatale licenziamento nel 1890 l’America Latina tornò nel mirino della
Weltpolitik guglielmina. Recentemente defnita da Thomas Schoonover «impe-
rialismo competitivo»  1, la politica tedesca verso l’America centrale mantenne
inizialmente un basso proflo, evitando il più a lungo possibile di allarmare
Washington.
Propiziati dal regime porfrista (1876-1911) – tipica espressione della moder-
nizzazione reazionaria 2 – gli investimenti tedeschi in Messico si intensifcarono
però all’inizio del secolo 3, nel quadro dell’industrializzazione forzata promossa
dal presidente Díaz e dal suo ministro delle Finanze José Yves Limantour, fglio
di un immigrato francese e capofla del movimiento científco 4, formato da poli-
tici, intellettuali e imprenditori e infuenzato dal positivismo di Comte. In parti-
colare, sia la costruzione sia la successiva «messicanizzazione» 5 delle ferrovie ri-
chiesero un massiccio affusso di capitali e tecnologia stranieri, provocando un
indebitamento estinto solo nel 1960.

1. Th. Schoonover, Germany in Central America: Competitive Imperialism, 1821-1929, Tuscaloosa 2012,
University of Alabama Press.
2. Ricordiamo che Porfrio Díaz governava col pugno di ferro («pan o palo») un sistema socioeconomico
arretrato, basato sulla dipendenza servile delle masse contadine dal latifondo ecclesiastico e privato (840
famiglie di hacendados e 411 mila agricoltori liberi su 15 milioni di abitanti).
3. W. Schiff, German Interests in Mexico in the Period of Porfrio Díaz, Berkeley 1957, University of Ca-
lifornia.
4. L. González y González, «El liberalismo triunfante», in D. coSío villeGaS, Historia general de México,
Ciudad de México 2009, El Colegio de México, pp. 633-706.
5. M.J. Twomey, A Century of Foreign Investment in Mexico, First Congress of Mexican Economic History,
Mexico City, Um-Dearborn Economics Working Paper n. 98, ottobre 2001, pp. 16-20 e 30 ss. 223
QUANDO IN MESSICO SI SCONTRAVANO USA E GERMANIA

Ciò innescò pure una consistente immigrazione nordamericana ed europea,


ma diversa per numeri e qualità dalla contemporanea immigrazione «povera»
negli Stati Uniti. Nel primo decennio del XX secolo la colonia tedesca aumentò
da 2.500 a 3.600 unità, molto qualifcate, ben integrate e concentrate nelle aree
degli investimenti della madrepatria, specialmente a sud e nell’area della capita-
le 6. Siemens, che nel 1897 aveva installato i primi 800 lampioni elettrici a Città
del Messico, nel 1903 ottenne l’appalto della diga idroelettrica sul Necaxa, tutt’o-
ra in funzione, per il rifornimento energetico della capitale e dell’ area mineraria
di El Oro7.
Ma intanto crescevano le tensioni tra Germania e Stati Uniti per le Samoa e
il Marocco 8 e l’America rispondeva (1902) alle cannoniere europee in Venezue-
la e all’alleanza anglo-giapponese col corollario Roosevelt alla dottrina Monroe
e con la decisione di costruire il canale di Panamá 9. Il cui scopo strategico origi-
nario era consentire alla U.S. Navy una manovra per linee interne proprio in
caso di attacco congiunto del Regno Unito dall’Atlantico e del Giappone dal
Pacifco 10.
2. La rivoluzione messicana scoppiata nel 1910 – e caratterizzata anche da un
confitto anglo-americano sui giacimenti di petrolio in un’epoca in cui non erano
ancora stati pienamente messi a regime quelli texani 11 – non interruppe la crescita
della colonia e degli investimenti tedeschi. Questi aumentarono costantemente dal
1906 al 1914, meno per iniziativa della Germania che dei leader messicani, i quali
reclamavano da Berlino un crescente appoggio diplomatico-militare, anche gio-
cando la carta del petrolio.
Il governo di Francisco Madero (1911-13) 12 mantenne buoni rapporti con Ber-
lino, malgrado la Germania avesse accolto in esilio l’ottuagenario Díaz (morto poi
a Parigi nel 1915) 13. Salito al potere nel febbraio 1913 (la Decena Trágica) e minac-
ciato dall’insurrezione costituzionalista guidata da Venustiano Carranza, il generale
golpista Victoriano Huerta chiese in seguito un consistente aiuto militare all’amba-

6. J. Buchenau, Tools of Progress: A German Merchant Family in Mexico City, 1865-Present, Albuquerque
2004, Unm Press, 2004. I residenti tedeschi in Messico sono oggi 8.500, si veda «Mexico so far from
Trump so Close to Germany», Thelocal.de, 9/6/2017.
7. f.S. PearSon, P.o. Blackwell, «The Necaxa Plant of the Mexican Light and Power Company», Transac-
tions of the American Society of Civil Engineers, vol. LVIII, giugno 1907, pp. 37-50; G. JacoB-wendler,
Deutsche Elektroindustrie in Lateinamerika, Siemens und AEG, 1890-1914, Stuttgart 1982, Klett-Cotta.
8. V.R. moncada, «Landung in Cape Cod. I piani tedeschi di invasione degli Stati Uniti (1897-1906)», in V.
ilari (a cura di), Future Wars, Quaderno Sism 2016, pp. 231-248.
9. M. Giurco, «Dollar Diplomacy e Banana Wars. La fase emisferica dell’impero globale americano», in V.
ilari e G. della Torre (a cura di), Economic Warfare, Quaderno Sism 2017, pp. 233-246. Naturalmente
all’operazione partecipò pure la Kaiserliche Marine, che non mancò di rinfocolare il già forte risentimen-
to dell’opinione pubblica americana con un provocatorio quanto inutile sbarco a Puerto Cabello nel
gennaio 1903.
10. M. leofriGio, «War Plan RED/CRIMSON», in V. ilari, Future Wars, cit., pp. 397-410.
11. P. calverT, Mexican Revolution 1910-1914: The Diplomacy of the Anglo-American Confict, Cambrid-
ge 1968, Cambridge University Press.
12. J. Silva herzoG, Storia della rivoluzione messicana, Milano 1975, Longanesi & C., I, pp. 88-91.
13. Nel 2015, centenario della morte, in Messico si è riacceso il dibattito (mai sopito) sulla fgura di Díaz
224 e sul possibile rientro della salma.
LA POTENZA DEL MESSICO

sciatore straordinario tedesco Paul von Hintze, offrendo in cambio addirittura una
porzione di territorio con annessi pozzi di petrolio 14. L’offerta fu però saggiamente
declinata dall’accorto ammiraglio e futuro ministro degli Esteri 15 con l’argomento
che «i tamburi di guerra che stavano rullando in Europa avrebbero assorbito tutte
le energie del Reich». Ma in realtà egli non intendeva compromettere le buone re-
lazioni diplomatiche con Washington: un ruolo che nel 1917, dopo l’entrata in
guerra degli Stati Uniti, valse a Hintze il permesso di rientrare da Pechino attraver-
so il territorio americano come honoured guest del dipartimento di Stato. Una
prudenza allora condivisa da Berlino, che fnì per accodarsi alle pressioni e alle
azioni statunitensi che di lì a poco avrebbero cacciato Huerta.
Nell’aprile 1914, il presidente Woodrow Wilson colse l’opportunità di un inci-
dente diplomatico con le autorità portuali di Tampico e della violazione dell’em-
bargo sulle forniture di armi al dittatore messicano. Si trattava soprattutto di Re-
mington americani spediti in Messico via Odessa e Amburgo da una joint venture
tra un mercante d’armi statunitense e un russo. Il carico era poi arrivato con lo
stesso cargo tedesco (SS Ypiranga) che aveva portato Díaz in Germania, ma con-
trariamente a quanto scrisse la stampa americana il governo di Berlino era del
tutto all’oscuro della triangolazione. Ciononostante, Wilson ordinò l’occupazione
di Veracruz, che superata la resistenza popolare e ottenuta la caduta di Huerta si
protrasse sino a fne novembre  16. Il deposto leader fuggì in Giamaica a bordo
dell’incrociatore tedesco SMS Dresden per poi sbarcare a Bristol, ma a sorpresa ri-
comparve a New York il 13 aprile 1915, tre settimane prima dell’affondamento del
Lusitania (7 maggio) da parte di un sottomarino del Reich. Episodio che suscitò la
protesta diplomatica e l’indignazione dell’opinione pubblica americana minando la
campagna dell’infuente comunità tedesca negli Stati Uniti a sostegno della neutra-
lità nel confitto europeo.
Al Manhattan Hotel e alla Holland House di New York, Huerta incontrò l’im-
presario svizzero Emil V. Gasche, alias Kapitän zur See Franz Dagobert Johannes
von Rintelen, un agente tedesco incaricato di intercettare e distruggere polvere
infume per sottrarla all’Intesa, di organizzare un sindacato pacifsta e di convincere
i portuali irlandesi a sabotare le navi inglesi. A Huerta, Rintelen promise denaro per
acquistare armi e sottomarini per sbarcarle in Messico, con l’impegno di far guerra
agli Stati Uniti per diminuire le loro forniture di munizioni all’Intesa 17. Rintelen era
però marcato strettamente dal Secret Service e dalla Room 40 britannica e il 27
giugno, mentre si recava in Texas per organizzare l’insurrezione della minoranza

14. J.J. leffler, Germany, Mexico, and the United States, 1911-1917, Portland 1982, Portland State Uni-
versity Press.
15. J. hürTer, Paul von Hintze: Marineoffzier, Diplomat, Staatssekretär; Dokumente einer Karriere
zwischen Militär und Politik, 1903-1918, München 1998, Oldenbourg Verlag.
16. J. Silva herzoG, op. cit., II, pp. 45-48; M. Small, The Forgotten Peace: Mediation at Niagara Falls, 1914,
Ottawa 2009, University of Ottawa Press.
17. F. von rinTelen, The Dark Invader: Wartime Reminiscences of a German Naval Intelligence Offcer,
London 1933, Penguin; 1998, Routledge; D. meSSimer, The Baltimore Sabotage Cell: German Agents, Ame-
rican Traitors, and the U-boat Deutschland During World War I, 2015, Naval Institute Press. 225
QUANDO IN MESSICO SI SCONTRAVANO USA E GERMANIA

messicana, Huerta fu arrestato in una stazione ferroviaria del New Mexico: morì di
cirrosi epatica, nella prigione di El Paso, il 13 gennaio 1916 18.
A impegnare gli Stati Uniti fu invece il suo nemico Pancho Villa, col raid del 9
marzo su Columbus che provocò la spedizione punitiva del generale Pershing
nello Stato del Chihuahua e un paio di scaramucce con le forze regolari messicane
(El Parral, 12 aprile, El Carrizal, 21 giugno). Nuove incursioni oltreconfne di bande
messicane note come Piano di San Diego furono poi imputate da Washington al
governo Carranza e furono elaborati piani per schierare centomila uomini al con-
fne. Wilson era però ben deciso a non fare il gioco di Berlino: «La Germania»,
scriveva al suo segretario personale Joseph Patrick Tumulty, «spera moltissimo che
noi scendiamo in guerra contro il Messico, così da farci distogliere le nostre menti
ed energie dal grande confitto in corso al di là dell’Oceano» 19.
3. Nella seconda metà del 1916 questa partita a tre fra Berlino, Città del Messico
e Washington prese uno sviluppo repentino e cruciale per le sorti della Grande
guerra 20. In cerca di garanti contro gli Stati Uniti, Carranza valutò inizialmente la
carta giapponese, per poi avvicinarsi sempre più alla Germania. Il primo segnale fu
l’invio a Berlino, come attaché militare messicano, di Arnold Krumm-Heller, medi-
co, agente segreto e occultista tedesco, fondatore della Fraternidad Rosacruz Anti-
gua e colonnello dell’esercito costituzionalista, noto all’intelligence americana per
l’ostilità agli Stati Uniti e considerato il collegamento tra Carranza e le bande del
Piano di San Diego. Secondo Sylvanus G. Morley, agente dell’Offce of Naval Intel-
ligence americano oltre che archeologo e studioso dei maya, una delle carte di
Carranza sarebbe stata la concessione di una base d’appoggio per gli U-Boote.
L’offerta della base fu formalizzata a ottobre, in cambio dell’impegno tedesco a op-
porsi a qualsiasi intervento statunitense contro il Messico. A novembre le proposte
del governo messicano furono presentate con una nota diplomatica che fnalizzava
la base sottomarina all’attacco delle petroliere britanniche in transito tra Tampico e
il Regno Unito 21. Carranza chiedeva inoltre istruttori militari, fabbriche di armi, l’ac-
quisto di U-Boote e la creazione di un potente ponte radio tra i due paesi.
La risposta della cancelleria tedesca, comunicata dallo Staatssekretär Arthur
Zimmermann, fu sostanzialmente negativa, anche se bilanciata dalla fornitura, via
Cile, di 20 milioni di munizioni per fucili e cannoni. Benché implicato anche nei
piani di appoggio ai nazionalisti indiani e irlandesi in funzione antibritannica e a
Lenin contro lo zar, in seguito Zimmermann avrebbe dichiarato che «quello non ci
era parso il momento propizio per fare un passo del genere» 22. Non si voleva, an-
cora a fne 1916, provocare la reazione americana.
18. B.W. Tuchman, The Zimmermann Telegram, New York 1965, Dell.; N. menTor, 1967, p. 73-74; F. kaTz,
The Secret War in Mexico: Europe, the United States, and the Mexican Revolution, Chicago 1981, Univer-
sity of Chicago Press.
19. J.P. TumulTy, Woodrow Wilson. I Know Him, New York 1921, Doubleday & Company, Inc. 
20. D.P. halevy, Threats of Intervention: U. S.-Mexican Relations, 1917-1923, 2000, iUniverse; L. meyer,
Mexico and the United States in the Oil Controversy, 1917-1942, Austin 1977, University of Texas Press.
21. J.J. leffler, op. cit., pp. 110-115.
226 22. Ibidem.
LA POTENZA DEL MESSICO

Ma nel gennaio 1917 l’ipotesi di una guerra per procura messicana per disto-
gliere gli Stati Uniti dall’Europa riprese corpo: il famoso telegramma Zimmermann 23
prometteva al Messico l’impossibile, ossia il recupero di territori usurpati dagli
Stati Uniti – Texas, New Mexico e Arizona. A Berlino si pensava che, oltre a vinco-
lare per un certo tempo aliquote importanti delle forze statunitensi, la minaccia di
una diversione (sia pure suicida) dei messicani oltre il Río Bravo/Rio Grande avreb-
be rallentato il fusso di rifornimenti verso Francia e Regno Unito. Dando così alla
guerra senza restrizioni al traffco navale dell’Intesa, dichiarata il 1° febbraio, il
tempo di affamare i britannici e di ottenere una pace non punitiva 24.
L’intercettazione del telegramma provocò invece l’effetto opposto, superando
le ultime resistenze isolazioniste e consentendo alla leadership statunitense di otte-
nere il consenso all’entrata nel confitto. Il 2 aprile, il presidente Wilson invitò il
Congresso a dichiarare guerra alla Germania, decisione formalizzata il 6.
Una delle conseguenze dell’intervento americano fu quella che su queste pa-
gine è stata descritta come la «liquidazione» dei Deutschamerikaner 25, oggetto di
una campagna dai toni sempre più accesi che ne metteva in dubbio la lealtà. I
negoziati tedesco-messicani contribuirono potentemente alla caccia alle streghe
contro i cittadini di etnia tedesca. Anche quelli chiamati alle armi furono sottoposti
a test di lealtà  26, nonostante lo stesso generale John J. Pershing  27, comandante
della spedizione contro Pancho Villa e poi delle American Expeditionary Forces in
Europa, discendesse da immigrati tedeschi – il suo cognome originario era Pför-
schin. Nella repressione furono coinvolti pure personaggi che si erano battuti per
l’integrazione, come Hugo Münsterberg, pioniere della psicologia applicata, che fu
accusato di collaborazione col nemico quando invece si era speso costantemente
per migliorare le relazioni tra i due paesi e superare i pregiudizi 28.

23. B.W. Tuchman, op. cit.; B. millS, Treacherous Passage: Germany’s Secret Plot against the United States
in Mexico during I World War, Lincoln 2016, University of Nebraska Press, 2016.
24. A. de Toro, «La guerra al traffco “senza restrizioni” e il “concetto discriminatorio” di guerra econo-
mica», in V. ilari, G. della Torre, Economic Warfare, cit., pp. 205-218.
25. D. faBBri, «La guerra al Kaiser liquida l’America tedesca e vara la superpotenza», Limes, «2014-1914
L’eredità dei grandi imperi», n. 5/2014.
26. M.J. manninG, «Being German, Being American: In World War I, They Faced Suspicion, Discrimination
Here at Home», Prologue: The Journal of the National Archives, 46, 2014, pp. 15-24.
27. Ibidem.
28. H. münSTerBerG, The Americans, New York 1904, McClure, Phillips & Co; Aus Deutsch-Amerika,
Berlin 1909, E.S. Mittler und Sohn. 227
LA POTENZA DEL MESSICO

SPIE SUL
RIO GRANDE di Luca Mainoldi
La guerra alla droga ha avvicinato le intelligence messicane e
statunitensi, che ne approfittano per spiarsi a vicenda. Tra narcotraffico
e Muro si gioca la partita per la sicurezza. Dopo Trump, i messicani
hanno intensificato la raccolta d’informazioni negli Usa.

1. M« I SONO SEMPRE CHIESTO COSA


sarebbe stata l’America Latina se a nessuno fosse fregato della cocaina o del comu-
nismo», dice James Bond al suo amico della Cia, Felix Leiter, nel flm Quantum of
Solace (2008), riferendosi in modo brutale ma effcace a due delle maggiori leve
usate da Washington per giustifcare le ingerenze nel proprio «cortile di casa». La
lotta al comunismo è stata però da tempo sostituita da quella al terrorismo come
collante ideologico per legare gli Usa agli Stati latinoamericani.
Il Messico non fa eccezione. Stato nordamericano ma culturalmente latinoame-
ricano, il paese di Pancho Villa alla metà del XIX secolo ha visto ampie aree del
suo territorio venire inglobate negli States, generando risentimento e diffdenza nei
confronti del vicino settentrionale, tanto da impedire a lungo la collaborazione tra
le rispettive amministrazioni giudiziarie. A loro volta gli Stati Uniti hanno sempre
guardato con una certa cautela alla propria frontiera meridionale, temendo che i
diversi periodi d’instabilità che caratterizzano la vita politica e sociale messicana
tracimassero oltre il Rio Grande. A questo si aggiunge il timore che il Messico po-
tesse diventare un santuario per operazioni da parte di potenze ostili: la Germania
durante le due guerre mondiali (si ricordi il famoso telegramma Zimmermann),
l’Unione Sovietica e Cuba durante la guerra fredda, ora forse la Cina.
Nel corso della seconda guerra mondiale, nell’ambito della divisione del lavo-
ro tra i diversi servizi d’intelligence dell’epoca (Oss, intelligence dell’Esercito e
della Marina) l’Fbi di John Edgar Hoover riuscì a farsi assegnare l’America Latina (e
quindi il Messico) come propria area di competenza per sventare le operazioni
spionistiche e di sabotaggio dell’Asse. Durante la guerra fredda invece la stazione
della Cia presso l’ambasciata di Città del Messico ha svolto una funzione di allerta
contro le mosse sovietico-cubane nel paese, vegliando affnché il Partito rivoluzio-
nario istituzionale (Pri, un ossimoro) non perdesse la presa a scapito di formazioni 229
SPIE SUL RIO GRANDE

di sinistra. Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono ricordati come quel-
li della guerra sucia (guerra sporca), quando gruppi paramilitari sotto la guida
della Dirección Federal de Seguridad (Dfs) hanno rapito, torturato e ucciso miglia-
ia di persone. La Dfs, creata nel 1947 sul modello dell’Fbi e che durante la sua
esistenza ha mantenuto uno stretto rapporto con la Cia, è stata soppressa dopo
l’uccisione dell’agente della Dea (Drug Enforcement Administration statunitense)
Enrique S. «Kiki» Camarena Salazar, che agiva sotto copertura in Messico, il quale
fu sequestrato, torturato e infne assassinato da due agenti corrotti della Dfs. Inol-
tre, il ruolo della stazione Cia di Città del Messico nel sorvegliare le mosse di Lee
Harvey Oswald nella capitale messicana, è una citazione d’obbligo in tutte le rico-
struzioni del delitto Kennedy, cospirative o meno che siano.

2. La cosiddetta «guerra alla droga» vede ora il coinvolgimento di una pletora


di agenzie federali (Dea, Fbi, Cia, Nsa, Dhs e Atf) e degli Stati americani confnan-
ti, tutti operanti in territorio messicano con le proprie catene di comando e le pro-
prie agende, dalla lotta al narcotraffco all’antiterrorismo, dalla prevenzione dell’im-
migrazione clandestina al contrasto al contrabbando di armi e di merci rubate.
Le agenzie messicane sono a loro volta divise in federali, statali e locali, e
spesso mantengono rapporti con una o più controparti statunitensi. Sono stati così
creati degli organi di coordinamento tra agenzie statunitensi e messicane per cer-
care di evitare sovrapposizioni, limitare le contese burocratiche e rendere effcien-
te l’azione di contrasto al crimine organizzato. Questi fusion centers offrono però
allo stesso tempo alle agenzie statunitensi l’occasione per spiare le attività delle
loro controparti e più in generale la situazione del paese a sud del Rio Grande.
La prima di queste strutture è l’El Paso Intelligence Center (Epic), fondato nel
1974 per coordinare la lotta alla droga e all’immigrazione clandestina. Nel corso del
tempo l’Epic ha integrato Dea, Fbi, U.S. Marshals Service (Usms) e il Department
of Homeland Security’s Bureau of Immigration and Customs Enforcement (Ice),
oltre a personale delle controparti messicane. Nel 2006 è stata creata a Laredo (Te-
xas), su impulso dell’Ice, la Border Enforcement Security Task Force (Best), primo
di una serie di centri di coordinamento tra entità statunitensi e messicane per il
controllo della frontiera comune. Successivamente sono sorti centri Best a Città del
Messico, Phoenix, Tucson, Yuma, Imperial Valley, Los Angeles, Long Beach, San
Diego, Miami, Deming, Las Cruces, El Paso, Rio Grande Valley e negli Stati di New
York, Michigan e Washington (questi ultimi nel Nord degli Stati Uniti, a signifcare
la portata delle organizzazioni criminali di origine messicana).
La collaborazione tra strutture di polizia e di intelligence statunitensi e messi-
cane è regolato da diversi accordi, come ad esempio il Tratado de Cooperación
entre los Estados Unidos Mexicanos y los Estados Unidos de América sobre Asi-
stencia Jurídica Mutua (frmato nel dicembre 1987 ed entrato in vigore nel 1991).
Ma la svolta nella cooperazione bilaterale avvenne con la cosiddetta Iniziativa di
Mérida (nota pure come Plan México in riferimento al più noto Plan Colombia),
230 annunciata nell’ottobre 2007 dal presidente messicano Felipe Calderón e da quello
LA POTENZA DEL MESSICO

statunitense George W. Bush 1. L’Iniziativa di Mérida prevede l’assistenza di Wa-


shington al Messico e agli Stati centroamericani per impedire il traffco di stupefa-
centi in direzione degli Stati Uniti, come pure di quello di armi da fuoco dagli Usa
al Messico. Secondo un rapporto dello statunitense Government Accountability
Offce (Gao), il 70% delle armi da fuoco sequestrate dalle autorità messicane tra il
2009 e il 2014 provien