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L’ITALOFONIA NEL MONDO

relazione

di

Renata Puleo

Linguistica italiana

secondo modulo

IUL

Anno Accademico 2007/2008


SOMMARIO

I. L’italofonia nel mondo………………………………pag. 3

II. La diffusione dell’italiano nel mondo e le lingue


parlate dalle comunità emigrate………………pag. 4

III. Aspetti di politica linguistica………………………………


……………......pag.11

IV. Censimento degli istituti e delle associazioni


degli Italiani o della lingua italiana all’estero…..
pag. 16

V. Le funzioni della Dante…………………………… pag.


19

VI. Bibliografia e sitografia…………………………….pag.


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I. L’italofonia nel mondo

Dal terzo Rapporto Tecnico su “Corsi di lingua e


cultura e Scuole italiane in Svizzera”, a cura
dell’Ispettorato Tecnico dell’Ambasciata italiana a
Berna, pubblicato il 30 ottobre 2004, la lingua
italiana conta circa 57 milioni di parlanti (che
arrivano a 70 milioni compresi i parlanti fuori
dall’Italia) con un bacino potenziale di utenza
valutato intorno ai 120 milioni di persone. Essa è
tra le lingue comprimarie dell’Unione Europea, è al
diciannovesimo posto nel mondo come numero
complessivo di parlanti ed è al quarto - quinto
posto tra le lingue più studiate fuori dai confini
nazionali (Tullio De Mauro, “Italiano 2000”).
Ne “Il mondo in italiano”, Barbara Turchetta,
confrontando i dati forniti dal Ministero degli Affari
esteri per i cittadini italiani residenti fuori dal
Paese e quelli forniti dalla Chiesa Cattolica in
merito al numero degli oriundi italiani, nota come
il numero degli Italiani residenti all’estero è
nettamente superiore a quello degli italofoni in
grado di utilizzare l’italiano nelle sue varietà
contemporanee e vicine allo standard.

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Dalla tabella si può notare come solo le colonne
indicanti i cittadini iscritti all’ AIRE (Anagrafe
Italiani Residenti Estero) rappresentano il totale
delle persone all’estero che sono oggi cittadini
italiani e che sono in grado di comprendere la
nostra lingua secondo le varietà in uso in Italia. Si
nota la forte disparità tra il numero degli oriundi
(individui di accertata origine italiana) e il numero
dei cittadini italiani (iscritti all’ AIRE), con buona
competenza in italiano, che sarebbero dunque
circa 4 000 000.
Secondo la Turchetta, poiché gran parte degli
Italiani emigrati fino al secondo conflitto mondiale
erano analfabeti e/o avevano una bassissima
competenza della lingua unitaria, vi è stata una
scarsa conservazione dell’uso della lingua di
origine e oggi, all’estero, si trovano quindi varietà
dell’italiano vicine ai dialetti delle aree di origine
che, in alcuni casi, hanno dato luogo a varietà
pidginizzate relativamente stabili di italiano.

II. La diffusione dell’italiano nel mondo e le


lingue parlate dalle comunità emigrate

L’italiano costituisce lingua ufficiale in Italia, nella


Svizzera e nei piccoli stati di San Marino e Città
del Vaticano, dove è utilizzata dalle gerarchie
ecclesiastiche come “lingua franca”.
È seconda lingua, coufficiale insieme al croato,
nella Regione Istriana (Croazia) e, insieme allo
sloveno, nelle città di Pirano, Isola d'Istria e
Capodistria, in Slovenia.
Pur non figurando tra le lingue parlate in questi
paesi e non essendo quindi utilizzato a livello
ufficiale, l'italiano è inoltre ampiamente compreso

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nel Principato di Monaco, a Malta, in Corsica e nel
Nizzardo (Francia) e, in misura minore, in Albania
e in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia.
A seguito dei flussi migratori realizzatisi tra il 1876
e il 1976, vi sono forti comunità italofone
nell’Europa centrale, nel continente americano e in
quello australe.

In Svizzera l’italiano è al terzo posto come lingua


di comunicazione, dopo il tedesco e il francese ed
è lingua ufficiale cantonale nel Canton Ticino, dove
si registra la maggior concentrazione di italofoni.
Oltre a questa, secondo Schmid, si possono
considerare la variazione dell’ italiano come L2 per
gli Svizzeri e gli immigrati di altre nazionalità,
come lingua madre di migranti provenienti
dall’Italia e stanziatisi in tutta la Svizzera e, infine,
come varietà in prevalenza scritta
dell’amministrazione e della burocrazia. Nei
cantoni francofoni la diffusione dell’italiano come
L2 è piuttosto bassa e limitata a contesti ristretti
mentre nei cantoni tedescofoni, dove la
percentuale di cittadini italiani è la più alta fra
tutte le comunità immigrate, l’italiano viene
ancora parlato dalla terza generazione di migrati,
fatto insolito se confrontato con l’America e
l’Australia. Caratteristica dal punto di vista
linguistico e sociale è la varietà di italiano parlata
dagli stranieri di recente immigrazione nella
Svizzera tedesca e definita
Fremdarbeiteritalienisch (=italiano dei
lavoratori stranieri). Secondo Schmid essa è
“lingua franca” fra immigrati di madrelingua
diversa anche senza la presenza di interlocutori
italofoni. Dal punto di vista fonologico presenta

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caratteristiche dello spagnolo, dell’italiano e
fonemi di sviluppo autonomo.
Nel Principato di Monaco, nonostante non abbia
un riconoscimento ufficiale, l'italiano è la seconda
lingua madre dopo il francese e subito prima del
monegasco, una variante del ligure, che invece
gode dello status di lingua nazionale. Ciò è
soprattutto dovuto all'immigrazione dall'Italia,
infatti, secondo gli ultimi dati del Ministero degli
Affari Esteri italiano, relativi alla fine del 2004, la
comunità italiana costituisce il 21% dei residenti
del Paese.

In Corsica è diffusa la competenza passiva


dell’italiano ma l’interesse dei Corsi verso l’italiano
è andato via via scemando negli ultimi decenni.
Confrontando l’italiano standard moderno e la
koinè formata dall’insieme dei tratti comuni delle
diverse varietà di corso parlato si riscontrano
numerosi fenomeni di interferenza linguistica,
soprattutto di calco sintattico e morfologico.

A Malta, con cui la penisola italiana e soprattutto


la Sicilia ha avuto relazioni storiche già a partire
dal XV secolo, l'italiano è stato lingua ufficiale fino
al 1936, insieme all’inglese che era stato imposto
dall’amministrazione britannica. Da questa data è
stato sostituito dal maltese e, dal secondo
dopoguerra, è stato messo in secondo piano
rispetto all’inglese, usato per la comunicazione
internazionale. Oggi l'italiano è usato come lingua
di insegnamento e nella letteratura scientifica
presso alcune facoltà universitarie ed è diffuso nel
lessico giuridico ed amministrativo.

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In Albania l'italiano è conosciuto principalmente
grazie alla possibilità di vedere ed ascoltare le
trasmissioni italiane attraverso una comune
antenna radiotelevisiva, oltre che ai continui
spostamenti, per questioni economiche, di
albanesi sul suolo italiano.

In Somalia l'italiano è stata lingua ufficiale fino al


1963 ed è stata usata nell'insegnamento
universitario fino al 1991, allo scoppio della guerra
civile.

In Eritrea e in Etiopia sono diffuse due varietà di


italiano:
o quella a cui fa riferimento la comunità di
origine italiana, rappresentata dalla lingua
curricolare utilizzata dalle istituzioni
scolastiche e da tutti gli organi o enti facenti
capo allo Stato italiano;
o quella pidginizzata in uso tra parlanti
autoctoni non di origine italiana o
nell’interazione con gli oriundi italiani;

Nell’Unione Europea a 25, un recente sondaggio


effettuato su un campione di 28.694 cittadini
europei e relativo al 2006, ha confermato la
seconda posizione dell'italiano quanto a numero di
madrelingua comunitari, preceduta solo dal
tedesco (18%), a pari merito con l'inglese (13%),
e davanti al francese (12%), mentre lo colloca al
sesto posto fra gli idiomi più parlati come lingua

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straniera (3%), preceduto da inglese (38%),
francese
Lingue(14%),
usate piùtedesco (14%),
comunemente spagnolo
dall'UE - % (6%) e
russo (6%) (v. tabella)
Lingua materna

13%

38%
Inglese Lingua straniera
18%

14%
Tedesco
12%

14%

Francese
13%

3%

Italiano
9%

6%

Spagnolo
9%

1%

Polacco
6%
1%

Russo

Nel continente americano, nei luoghi dove la


migrazione italiana risulta maggiormente
consistente, si trova l’uso di dialetti appartenenti
agli Italiani migrati fino alla seconda guerra
mondiale influenzati dalle lingue ufficiali del Paese
ospitante come, ad esempio, l’italo-portoghese di
San Paolo del Brasile.
Nelle zone più che altro rurali o isolate dove si
sono stabiliti gruppi di migranti provenienti dalle
stesse aree regionali, si sono sviluppate lingue
vicine ai dialetti italiani di origine, ancora in uso
oggi, in contesti comunicativi ristretti come canti
tradizionali o espressioni idiomatiche. Un esempio
è costituito dal talian, la lingua parlata, a distanza
di oltre 120 anni, dalle comunità di origine veneta

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del Rio Grande do Sul in Brasile. La varietà di
italiano più interessante per gli studiosi è quella
parlata dalla prima generazione di Italiani migrati
negli Stati Uniti dopo gli anni ’30 – ’40, poiché
prima di tale data non si può parlare di
popolazione realmente italofona per la scarsa
competenza posseduta nell’italiano. Si è diffuso
così l’uso di varietà di italoamericano pidginizzato
di cui restano poche tracce scritte. Attualmente le
varietà di italoamericano parlate dalla seconda
generazione in poi di migranti sono molto vicine
all’italiano popolare, con qualche marcato tratto
regionale, e godono di basso prestigio rispetto a
quelle parlate nei decenni precedenti; ciò, come
risulta dal censimento USA del 2000, ha portato il
numero degli italofoni a calare del 23% rispetto al
censimento del 1990, nonostante sia in aumento il
numero degli oriundi italiani. In generale, la
seconda e la successiva generazione di migrati si
orientano, in misura limitata, verso un italiano
standard appreso ex novo, passando da corsi di
lingua o da rapporti di lavoro o studio con l’Italia
mentre l’italoamericano in uso fino alla seconda
guerra mondiale era molto più lontano
dall’influenza dell’italiano standard e comprendeva
il totale riadattamento fonologico di intere porzioni
di inglese.
Tra la fine dell‘800 e gli inizi del ‘900, tra le mete
principali dei migranti italiani vi fu l’Argentina
dove, nel 1914, essi costituivano l’11% della
popolazione globale. La vicinanza genetica tra
spagnolo e italiano e la forte eterogeneità dei
dialetti parlati dai migrati italiani, favorirono il
nascere di una lingua mista, il cocoliche,
caratterizzata dall’uso di strutture grammaticali di
italiano e spagnolo e dall’uso di lessico

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appartenete ad entrambe le lingue. L'italiano
standard non fu mai parlato dagli immigrati italiani
in Argentina, poiché la maggioranza di essi era
dialettofona. Questo ostacolò lo svilupparsi di una
cultura della lingua italiana. Gli immigrati di
seconda generazione crebbero parlando spagnolo
a scuola, al lavoro e nel servizio militare e il
Cocoliche rimase confinato soprattutto nella
parlata degli immigrati di prima generazione e
andò con gli anni estinguendosi (circa negli anni
‘60 del ‘900). Alcune parole del cocoliche sono
state prese in prestito dal lunfardo, un gergo della
malavita, sviluppato negli ambienti più bassi di
Buenos Aires, che possedeva numerosi termini
provenienti dalle varie lingue degli immigrati. Il
lessico di questa lingua contribuì ad arricchire il
vocabolario dell’argentino parlato.

In Australia, diversamente da quanto accaduto in


Nord America, la migrazione europea non fu mai
ostacolata ma, al contrario, specie negli anni a
cavallo tra ‘800 e ‘900 fu assai incoraggiata.
Secondo un’indagine del 2003 – 2004, gli oriundi
italiani sarebbero 600 000 e vi si distinguono due
diverse realtà sociolinguistiche:
o quella delle comunità rurali in cui le
generazioni di parlanti successive alla prima
hanno conservato un uso dell’italiano vicino
alle parlate dialettali della prima generazione
migrata;
o quella delle comunità dei contesti urbani in
cui tra le generazioni di oriundi che si sono
via via susseguite, l’uso dell’italiano è andato
dissolvendosi, fino a scomparire del tutto.

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La migrazione più consistente di Italiani verso
l’Australia si registra a partire dal secondo
dopoguerra e i dati relativi all’uso dell’italiano
segnalano una perdita linguistica di questo rispetto
all’inglese, soprattutto nel passaggio dalla prima
alla seconda generazione migrata. In Australia non
vi è stata la genesi di una varietà comune di lingua
simile all’italoamericano parlato dai migrati negli
USA dopo la seconda guerra mondiale e ciò è
probabilmente da attribuirsi all’eterogeneità della
provenienza geografica e alla stratificazione storica
della migrazione italiana. Si riscontrano tuttavia
alcune caratteristiche comuni, in particolare
fonetiche e di interferenza dall’inglese australiano,
tipiche dell’italiano parlato oggi dagli oriundi del
nostro Paese.

III. Aspetti di politica linguistica

La politica linguistica, in quanto riflette la volontà


di influenzare e modificare la naturale evoluzione
delle lingue che si inserisce in un complesso
insieme di fattori sociali, politici ed economici, ha
ricadute sul tessuto economico, politico e sociale
di una comunità. Alcuni requisiti linguistici possono
costituire in ambito comunitario un ostacolo al
commercio e sollevare sospetti su una loro
funzione protezionistica nei confronti tanto delle
merci quanto del lavoro di uno Stato membro; in
altri casi, le scelte di politica linguistica possono
nascondere intenzioni discriminatorie nei confronti
di una cultura o di un’etnia. Al fine di evitare tali
effetti, i trattati internazionali sui diritti dell’uomo

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vietano qualsiasi discriminazione in base alla
lingua.
Si possono ipotizzare tre indirizzi di politica
linguistica:
• quello verso l’uniformità linguistica, per cui
un’autorità sceglie una lingua e scoraggia o
proibisce l’uso di lingue alternative. Nel
periodo moderno ne sono stati esempi i
regimi centralisti, caratterizzati da forme più
o meno spiccate di nazionalismo, come
l’Unione Sovietica, la Spagna di Franco e
l’Italia fascista che hanno visto l’imposizione
di una lingua nazionale, coincidente spesso
con la lingua della classe dirigente. Non sono
però mancati esempi di ordinamenti non
totalitari che perseguono questa via, come ad
esempio la Francia, in cui solo negli ultimi
anni, grazie ad un mutato clima politico e
all’azione dell’Unione europea e del Consiglio
d’Europa, si è potuta notare una timida
apertura verso le lingue regionali e
minoritarie, come il bretone, il corso e
l’occitano. L’atteggiamento verso le lingue
straniere, in particolare verso l’inglese, è
tuttavia caratterizzato dal rifiuto delle loro
influenze e dalla ricerca di preservare la
“purezza” del francese, “Langue de la
Republique”, dal 1992.
• quello della neutralità, per cui le autorità e le
istituzioni si astengono dall’intervenire e
lasciano che i meccanismi sociolinguistici che
determinano la nascita, l’evoluzione e la
morte di una lingua agiscano senza influenze
esterne, con il risultato che le lingue più
dinamiche, più rispondenti al mondo che
rappresentano, sopravvivranno, mentre le più

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deboli si estingueranno. È difficile trovare
esempi di imparzialità assoluta negli Stati
moderni: è infatti necessario che sia chiaro
quali siano le lingue dell’apparato statale, le
lingue insegnate nelle scuole, le lingue usate
nei tribunali, per cui di solito le autorità
intervengono, adottando misure che
rientrano nel primo atteggiamento, di
uniformazione linguistica, o al contrario
incentivando l’uso delle lingue minoritarie.
• Quello del protezionismo, per cui lo Stato può
decidere di tutelare le lingue minoritarie e i
dialetti locali, ritenuti deboli in confronto alla
lingua nazionale o ad una lingua straniera. In
questo caso l’azione si concreta nel
permettere o nell’imporre l’uso della lingua
protetta nelle scuole, nelle istituzioni, e
nell’attribuire ad essa pari dignità rispetto
alle lingue nazionali o dominanti.
Ognuno di questi tre indirizzi presenta vantaggi e
svantaggi.
L’approccio uniformante ha il vantaggio di
semplificare il panorama linguistico di una
nazione. Nel territorio dell’Unione Sovietica, ad
esempio, erano parlate circa 300 lingue:
riconoscere l’ufficialità di ciascuna avrebbe
comportato che l’apparato statale e la produzione
normativa fossero in grado di operare in trecento
lingue: uno sforzo organizzativo ed economico
difficilmente sostenibile. D’altra parte,
l’imposizione dall’alto di una lingua percepita come
estranea può essere avvertita come una violazione
della libertà di espressione, oltre che costituire un
pesante ostacolo per chi non conosca la lingua
imposta dalle autorità. Misure di questo tipo,
inoltre, nascondono spesso intenzioni

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discriminatorie da parte delle autorità centrali nei
confronti delle minoranze etniche collegabili agli
idiomi minoritari.
Il secondo approccio, che accetta come un fatto
ogni risultato della naturale evoluzione linguistica,
ha come vantaggio la costante corrispondenza tra
la situazione linguistica della nazione ed il suo
regime linguistico, in quanto i mutamenti
provengono dal basso e non sono imposti dall’alto.
Nella pratica, nelle società contemporanee,
potrebbe essere difficile, per l’amministrazione
statale, seguire le mutazioni di natura
sociolinguistica che si verificano nella popolazione.
Inoltre bisogna rilevare le difficoltà di carattere
politico e ideologico a cui questa soluzione
potrebbe andare incontro: lo Stato moderno ha tra
i suoi fondamenti il concetto di nazione, del quale
la lingua è una componente importante e un
approccio liberale in politica linguistica può essere
visto come un attacco all’idea stessa di Stato.
Un altro vantaggio di questa scelta è quello di non
far gravare le spese relative agli interventi di
politica linguistica sul bilancio dello Stato.
L’approccio protettivo si basa su motivazioni non
economiche: è necessario preservare una lingua
debole perché non vada perso il suo patrimonio
linguistico, al fine di tutelare la diversità e la
ricchezza culturale di un Paese. Un’esasperazione
di questo approccio concepisce le lingue come
elementi di un complesso tessuto socio-culturale
all’interno del quale non si può modificare alcun
elemento senza compromettere anche gli altri; per
preservare un idioma bisognerebbe quindi anche
mantenere in vita tutte le espressioni della cultura
materiale e sociale proprie del contesto in cui si
utilizza tale lingua, come ad esempio il tipo di

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economia, le condizioni di vita, l’ordinamento
sociale. Quest’ultima concezione risulta poco
applicabile nelle società contemporanee,
caratterizzate da un susseguirsi ininterrotto di
scoperte e innovazioni.
La tutela delle lingue minoritarie è oggi un
problema molto sentito, in particolare nell’Europa
occidentale, ed è vista come un esigenza morale
collegata a temi quali la tolleranza, il rispetto delle
etnie e delle culture cosiddette “diverse”. Il
problema consiste però nel trovare una forma di
tutela realmente efficace che dovrebbe riguardare
non solo la lingua ma tutti i principali elementi che
caratterizzano un’etnia: sviluppo demografico,
organizzazione sociale, quadro economico
generale.
In Italia vivono molti gruppi di minoranza
linguistica. Secondo le stime del Ministero
dell’Interno circa il 5% della popolazione italiana
ha come lingua materna una lingua diversa
dall’italiano. Le costituzioni di molti Pesi europei
non contengono disposizioni specifiche riguardo la
tutela delle minoranze linguistiche, ma si limitano
a richiamare il principio di eguaglianza che vieta la
discriminazione a causa della religione, della
lingua e dell’etnia.
L’Italia, pur non avendo ancora ratificato la Carta
europea delle lingue regionali o minoritarie, si è
data, nel 1999, una specifica legge-quadro, la n.
482/99 intitolata «Norme in materia di tutela delle
minoranze linguistiche storiche».

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IV. Censimento degli istituti e delle
associazioni degli Italiani o della lingua
italiana all’estero

Attualmente l’insegnamento della lingua all’estero


è assicurata da varie Istituzioni attraverso cui il
Governo, e cioè il Ministero degli Esteri con la
collaborazione del Ministero dell’Istruzione, è
impegnato nella diffusione della lingua e cultura
italiana.

Gli Istituti Italiani di Cultura promuovono e


diffondono la cultura e la lingua italiana negli Stati
dove hanno sede. L’elenco completo si può trovare
consultando il sito:
http://www.comuni.it/servizi/emigrati/italiamondo
/istcultura/elenco.htm

Essi:
 stabiliscono contatti con istituzioni, enti e
personalità del mondo culturale e scientifico
del paese ospitante e favoriscono le proposte
e i progetti per la conoscenza della cultura e
della realtà italiane o comunque finalizzati
alla collaborazione culturale e scientifica;
 forniscono la documentazione e
l'informazione sulla vita culturale italiana e
sulle relative istituzioni;
 promuovono iniziative, manifestazioni
culturali e mostre;
 sostengono iniziative per lo sviluppo culturale
delle comunità italiane all'estero, per favorire
sia la loro integrazione nel paese ospitante
che il rapporto culturale con la patria
d'origine;

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 assicurano collaborazione a studiosi e
studenti italiani nella loro attività di ricerca e
di studio all'estero;
 promuovono e favoriscono iniziative per la
diffusione della lingua italiana all'estero,
avvalendosi anche della collaborazione dei
lettori d'italiano presso le università del
paese ospitante, e delle università italiane
che svolgono specifiche attività didattiche e
scientifiche.
Sono oggi attivi 93 Istituti di Cultura nel mondo: il
52 % di essi è presente nell’Europa occidentale e
centro - orientale, il 13% in Africa settentrionale e
Medio Oriente, il 12% in America Latina, seguono
percentuali minori in America del Nord, Asia,
Africa subsahariana.
Secondo gli ultimi dati, gli Istituti hanno
organizzato complessivamente nel mondo circa
4200 corsi cui hanno partecipato più di 55.000
persone.

Le Scuole Italiane all’estero formano una rete


composta da 181 scuole italiane e 116 sezioni
italiane presso scuole straniere (bilingui o a
carattere internazionale) e presso scuole europee,
per un totale di 297 istituzioni.
Le finalità prevalenti di queste istituzioni sono:
• la promozione e diffusione della lingua e
cultura italiana negli ambienti stranieri;
• il mantenimento dell’identità culturale dei figli
dei connazionali e dei cittadini di origine
italiana, anche di seconda e terza
generazione.
Al complesso delle istituzioni scolastiche italiane
all’estero si deve aggiungere la rete delle direzioni
didattiche dei corsi di lingua e cultura italiana

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rivolti ai nostri connazionali residenti all’estero. Tali
iniziative si realizzano mediante l’istituzione di
corsi con docenti locali presso i nostri Consolati o
enti finanziati dal Governo.
Negli ultimi anni è proseguita la politica mirata
all’integrazione nel curricolo scolastico dei corsi di
lingua e cultura italiana in quei Paesi dove
maggiore è la presenza di nostre comunità
(Argentina, Brasile, Canada, Stati Uniti, Australia).
Oggi il 59% dei nostri corsi di lingua italiana è
integrato nell’orario scolastico curricolare.
Di seguito è fornito un elenco di alcune
Associazioni e Comunità italiane nel mondo.

Associazioni e Comunità italiane nel mondo

• Emigrati d'Italia
Il sito degli italiani all'estero. Raccoglie link e
informazioni su tradizioni italiane,
associazioni, ambasciate, istituti di cultura,
legislazione.
http://www.comuni.it/servizi/emigrati/
• Altreitalie
portale di studi sulle popolazioni di origine
italiana nel mondo
Versione online della rivista edita dalla
Fondazione Agnelli. Disponibili i
full-text in pdf anche dei numeri arretrati.
http://www.altreitalie.it/

• L'Unione Italiana (in inglese)


comunità italiana in America (Tampa, FL)
http://www.italian-club.org/ che si propone lo

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scopo di difendere la cultura e le tradizioni
italiane.

• ECCO! (in portoghese)


Comunità italiana
Attivo dal 1997. Portale italiano in Brasile
http://www.ecco.com.br/

• CIB - Comunità Italiana in Brasile


Sito bilingue in italiano e in portoghese, attivo
dal 1995
http://www.associb.org.br/index.php3

VII. Le funzioni della Dante

La Società Dante Alighieri,


(http://www.ladante.it/index.asp) è sorta nel
1889, grazie ad un gruppo di intellettuali guidati
da Giosuè Carducci. Il suo scopo primario, come
recita l’articolo 1 dello Statuto sociale, è quello di
“tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane
nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei
connazionali all’estero con la madre patria e
alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per
la civiltà italiana”.
Essa si avvale di una rete di circa 500 Comitati, di
cui più di 400 attivi all’estero, in Africa, America,
Europa, Asia e Oceania per istituire e sussidiare
scuole, biblioteche, circoli e corsi di lingua e
cultura italiana, diffondere libri e pubblicazioni,
promuovere conferenze, escursioni culturali e

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manifestazioni artistiche e musicali, assegnare
premi e borse di studio. Per mezzo dei Comitati in
Italia, la Dante Alighieri partecipa alle attività
intese ad accrescere ed ampliare la cultura della
nazione e promuove ogni manifestazione rivolta ad
illustrare l’importanza della diffusione della lingua,
della cultura e delle creazioni del genio e del
lavoro italiani.
Punto di riferimento per i Comitati dell’Italia e
dell’estero è la Sede Centrale, situata a Roma, in
Palazzo Firenze, e presieduta dall’Ambasciatore
Bruno Bottai.
Dal 1993, in base ad una convenzione con il
Ministero degli Affari Esteri, la Società Dante
Alighieri opera per la certificazione dell’italiano di
qualità con un proprio certificato PLIDA (Progetto
Lingua Italiana Dante Alighieri), riconosciuto
anche dal Ministero del Lavoro e delle Politiche
Sociali e dal Ministero dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca, che attesta la
competenza in italiano come lingua straniera
secondo una scala di sei livelli rappresentativi di
altrettanti fasi del percorso di apprendimento della
lingua che corrispondono a quelli stabiliti dal
Consiglio d’Europa.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

B. Turchetta. Il mondo in italiano. Edizioni Laterza, 2005

http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_italiana

http://www.jus.unitn.it/cardozo/review/2002/ortolani.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Cocoliche

http://www.ambberlino.esteri.it/NR/rdonlyres/F057F198-
FEEE-4304-BA26-
D777AD7F4116/15279/Rapportotecnico1.pdf

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