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Renata Puleo A.A.

2007/2008

STORIA CONTEMPORANEA

RELAZIONE

Testo di riferimento:

Z.Ciuffoletti – E. Tabassi
Breve storia sociale della comunicazione
CAROCCI
Introduzione

Il testo oggetto di studio è un interessante saggio che prende in


esame le trasformazioni spesso rivoluzionarie che, negli ultimi
cinquecento anni di storia, a partire dall’invenzione della stampa,
hanno coinvolto i mezzi ed i sistemi di trasporto e di
comunicazione, innescando quel processo di globalizzazione che
caratterizza la società, la cultura e l’economia contemporanea.
Il libro è suddiviso in due parti: la prima tratta la storia dei mezzi
di comunicazione, dall’invenzione della stampa a quella della
fotografia e del cinema di fine ‘800, mentre la seconda affronta la
comparsa e la diffusione dei media dal ‘900 ai giorni nostri.

Da Gutenberg all’Ottocento
Fin dalle sue origini, l’uomo si è servito di strumenti in grado di
conservare, scambiare e trasmettere informazioni e conoscenze
e, in un primo tempo , quello definito della “prima oralità”, è stata
la memoria ad essere utilizzata e sviluppata.
In seguito, l’introduzione della scrittura, di un sistema codificato
di segni e di un supporto fisico atto a conservarla, ha segnato il
cruciale passaggio dall’epoca preistorica a quella storica. La
comparsa di questo artefatto “cognitivo”, così come è avvenuto ed
avviene quando una nuova tecnologia appare nella storia, viene
percepita dall’uomo come una incombente minaccia,
provocandone il grido di allarme causato dal timore di perdere
qualcosa di ormai definitivamente acquisito.

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Non si possono dimenticare le forti critiche mosse alla scrittura
da Platone nel “Fedro” e nella Lettera VII:
“Questo, Fedro, ha di tremendo la scrittura, veramente simile
com'è alla pittura. Anche le immagini di questa si ergono come se
fossero vive; ma, se si chiede loro qualcosa, tacciono con molta
solennità. Lo stesso per i discorsi scritti: penseresti che essi parlino
come se avessero una qualche intelligenza; ma se chiedi loro
qualcosa intorno a ciò che dicono, con il desiderio di imparare, il
loro significato è uno solo, sempre lo stesso [...]. Se uno di questi
discorsi viene offeso e ingiuriato magari a torto, ha sempre
bisogno del padre che lo aiuti: da solo non è capace di difendersi
né di portare aiuto a se stesso” (Fedro, 275d-e).

“La scrittura indurrà l'oblio nelle anime di chi apprende. Essi non
eserciteranno più la memoria, perché, fidando nella scrittura, ri-
chiameranno le conoscenze dall'esterno, per l'effetto di segni
estranei, non dalla propria interiorità e ad opera di se stessi. Non
hai dunque trovato il farmaco della memoria, ma del richiamo alla
memoria. Offri ai discepoli una presunzione di sapienza, non la
verità: diventati a causa tua orecchianti di molte cose senza
insegnamento, penseranno di essere pieni di conoscenze, benché
siano per la gran parte ignoranti, e la loro frequentazione risulterà
insopportabile, perché invece che la sapienza hanno acquisito la
sua presunzione” (Fedro, 274e-275b).

“Non esiste alcun mio scritto su queste cose né mai esisterà. E un


sapere che non può in alcun modo venire espresso come gli altri.
Solo dopo una lunga esperienza di vita e di ricerca comune intorno
al suo oggetto improvvisamente - come la luce si sprigiona d'un
tratto da una scintilla di fuoco - esso si produce nell'anima e ormai
si alimenta da solo. Del resto io so bene almeno questo, che se
potesse venire esposto da me, lo sarebbe nel modo migliore, e che
se invece venisse messo malamente per iscritto questo mi
addolorerebbe non poco. Ma se davvero pensassi che sia possibile
scrivere queste cose esprimendole in modo adatto a molti lettori,
che cosa di più bello avrei potuto fare nella mia vita se non affidare
alla scrittura ciò che è di grande utilità per gli uomini e portare alla
luce per tutti la vera natura delle cose?” (Lettera VII, 341b-d).

Per il filosofo greco, la scrittura è sorda e muta, ripetitiva, inerte e,


a differenza della lingua orale, non è in grado di selezionare i suoi

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destinatari: è a disposizione di tutti, "volgarizza" la circolazione
della cultura in modo socialmente irresponsabile, perché sottrae
l'autore e gli anonimi lettori al controllo reciproco e della società.
Platone non poteva immaginare che la diffusione della scrittura,
consentendo il riesame del testo, avrebbe permesso forme nuove
di riflessività e avrebbe influito sullo sviluppo di una nuova forma
di conoscenza, di un pensiero analitico scientifico e di una
maggiore introspettività.
Secondo la tesi sostenuta da Marshall McLuhan è il moltiplicarsi
delle esigenze di trasmissione dell’informazione e della cultura, è
il nascere di un insoddisfatto bisogno di comunicazione che
implica una corrispondente risposta sociale, culturale e
tecnologica. Proprio il 1400 e il 1500, i secoli che vedono
l’affermarsi delle monarchie nazionali e dei grandi imperi mondiali,
l’epoca dell’espansionismo della civiltà occidentale verso
Occidente e verso Oriente, l’età delle scoperte geografiche,
vedono nascere una nuova e rivoluzionaria modalità di
trasmissione del sapere: la stampa a caratteri mobili.
Il libro diverrà così la nuova “tecnologia caratterizzante” della
trasmissione della cultura nell’età moderna. Esso, rispetto alla
scrittura del manoscritto, introduce delle profonde innovazioni: la
fissità delle informazioni che, una volta stampate non possono più
essere modificate; la possibilità di produrre innumerevoli copie
tutte perfettamente identiche; la separazione nello spazio e nel
tempo tra autore e lettore ; l’accesso all’informazione per un gran
numero di persone e, infine, la decadenza dell’ oralità come forma
prevalente di trasmissione dell’informazione e della cultura.
Gran peso ebbe l’utilizzo della stampa, “l’ultimo e più grande dono
di Dio”, secondo Lutero, come fattore di successo nell’

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affermazione della Riforma protestante che poté sfruttare la
diffusione dei volumi della Bibbia, di libelli, di volantini e di
manifesti.
Con l’avvento della stampa cambiò la visione del mondo: se nel
Medioevo la trasmissione della cultura avveniva solamente tra una
ristretta cerchia di pari dello stesso ceto, isolati nei monasteri
prima e nelle Università poi, nell’epoca moderna, la cultura che si
sviluppa in circoli intellettuali, Accademie ed Università,
strettamente legate alle monarchie nazionali, viene via via
diffondendosi ad un numero sempre maggiore di cittadini, grazie
alle copie dei libri e dei giornali che, progressivamente,
conquistano lettori sempre più numerosi.
Nel 1559, in risposta al protestantesimo e alla stampa, la Chiesa
pubblicò l’ ”Indice dei libri proibiti”, dando inizio all’ odiosa pratica
della censura a cui ricorsero il potere politico e religioso di ogni
tempo e di ogni luogo fino, purtroppo, ai nostri giorni. Nonostante
ciò, nessun impedimento riuscì a fermare la circolazione dei libri e
quindi delle “idee, invenzioni, nuovi modi di pensare, notizie ma
anche arte, poesia cultura, conoscenza, persino i segreti del
potere”, di cui essi erano veicolo.
Un secolo e mezzo dopo Gutenberg, la necessità di informazione
tempestiva si fece sempre più pregnante e nel XVII secolo si
colloca la nascita del giornalismo moderno. La stampa diventò “un
mezzo di informazione ma anche di mobilitazione politica ……e di
allarme sociale”(Ciuffoletti, pag.45) di sempre più rilevante
importanza che, se usato sapientemente, poteva diventare uno
strumento assai efficace sia in mano a chi deteneva il potere che
a chi ad esso si opponeva.

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Dalla fine del 1600 in poi, diventa difficile, se non impossibile,
trascurare il peso dell’opinione pubblica che, grazie anche al
diffondersi delle idee illuministiche, diventa più autonoma e
consapevole rispetto alle manipolazioni del potere sia politico che
della Chiesa. La censura, sempre meno efficace, non riesce a
fermare le edizioni dell’Encyclopédie e, con essa, la circolazione
della cultura, delle informazioni e del sapere. Lo strepitoso
successo internazionale dell’opera ebbe come conseguenza lo
sviluppo industriale della stampa che aveva nel contempo
sostenuto e consentito il diffondersi delle innovazioni scientifiche e
tecnologiche comparse sulla scia della rivoluzione causata dalle
nuove teorie di Copernico, Galilei e Newton.
Le nuove scoperte, tra cui l’elettricità, che ebbe una ricaduta
formidabile sulla vita dell’uomo nei secoli successivi, attorno al
1770, collocarono l’Europa al centro di un processo di sviluppo
straordinario e la posero su un piano di netta superiorità
scientifica e culturale rispetto al resto del mondo.
In America, dove le idee illuministiche ebbero grande diffusione,
libri, pamphlet e giornali rivestirono un ruolo di primaria
importanza durante le lotte per l’indipendenza americana e nella
battaglia per l’approvazione della Costituzione di Filadelfia,
permettendo la circolazione delle idee tra la popolazione sparsa
nella vastità del territorio americano. Il famigerato Stamp Act, con
il quale il governo inglese imponeva alle colonie il pagamento di
un’imposta sui giornali e sugli atti legali, ad esempio, fu revocato
proprio grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica sostenuta
dai media. La constatazione della forte presa sociale della stampa,
guidò i politici americani a sfruttarne le possibilità di “muovere,

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commuovere e persuadere” il popolo per creare la democrazia
pluralista e liberale tanto caparbiamente voluta.
In Francia, invece, durante la rivoluzione, la propaganda giacobina
si servì dei media, precludendo qualunque spazio di discussione
ed utilizzando ogni tecnica di comunicazione manipolativa per
influenzare la popolazione a favore della nuova ideologia che non
prevedeva alcun dissenso. La libertà di stampa fu soffocata dal
regime del Terrore e, in seguito, Napoleone, diventato primo
console, soppresse tutti i giornali, esclusi quelli a lui favorevoli, in
nome della nazione, sostenendo che “quattro giornali ostili erano
da temere più di centomila baionette”.
Le innovazioni che caratterizzano il corso del XIX secolo ed
innescano il processo di globalizzazione dell’economia e della
conoscenza vedono intrecciarsi saldamente tra loro il campo dei
trasporti e quello della comunicazione.
Lo sviluppo dell’industrializzazione che sfrutta fonti energetiche
nuove come il vapore e l’elettricità è strettamente connesso alla
comparsa dei nuovi media: il telegrafo, la fotografia, il telefono, il
cinematografo e la radio.
E’ in questo secolo che prende corpo il concetto di rete: reti di
canali navigabili, reti ferroviarie, reti telegrafiche che si
intersecano tra loro e inglobano lo sviluppo industriale e il
conseguente sviluppo economico, tecnologico e sociale,
interpretando il senso di “ciò che nell’Ottocento si intendeva per
progresso” (Ciuffoletti, pag.61).
Grazie all’invenzione del telegrafo e al codice Morse, accettato in
tutto il mondo nel 1936, fu possibile guidare il percorso dei treni e
regolare il traffico ferroviario così come, grazie alle ferrovie, fu
possibile ridurre i costi per la posa in opera delle reti telegrafiche.

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Con il tempo, il telegrafo collegò fra loro i continenti e, grazie alla
cablatura sottomarina e terrestre, la velocità di trasmissione delle
informazioni crebbe a dismisura e ne conseguì un grande sviluppo
delle comunicazioni che nascondeva interessi strategici sia
nazionali che privati.
La stampa, fino ad allora legata alla composizione manuale dei
caratteri impressi con il torchio a legno, subì in questo secolo una
seconda rivoluzione con l’utilizzo di nuovi torchi più rapidi ed
efficienti, della “pedalina” , manovrabile con i piedi, e della prima
rotativa tipografica, grazie alla quale la produzione passò dalle
800 copie all’ora del 1814, alle 20 000 copie nel 1872. Con
l’invenzione della linotype, che compone e fonde meccanicamente
le righe tipografiche, la composizione manuale si ridusse ai testi o
ai soli titoli, composti con caratteri grandi. Si diffondono
sensibilmente la stampa periodica, le opere di narrativa di vario
genere, i giornali, questi ultimi alimentati da movimenti sia politici
che nazionali, con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica.
Nel 1848, in tutti i paesi europei e anche in Italia, nonostante
l’alto tasso di analfabetismo che rese difficile la diffusione dei
giornali, attraverso opuscoli, libelli e satire, la sinergia tra stampa
e telegrafo permise il rapidissimo diffondersi della propaganda
patriottica e l’evoluzione della rete postale.
La libertà di stampa divenne un diritto irrinunciabile, tanto da
essere considerata un criterio politico di valutazione di stati e
governi ma la decisione di giornali e riviste di accettare la
pubblicità per contenere i costi li espose ad alto rischio di
condizionamento da parte degli inserzionisti.
Nel 1873 fu brevettata la macchina da scrivere, nel 1876, a
Filadelfia, fu presentato il telefono, la cui invenzione fu

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ingiustamente attribuita per ben centotredici anni a Bell invece
che a Meucci e, nel 1895, grazie a Marconi, comparve il primo
radiotelegrafo, strumento concepito per uso principalmente
militare e navale che avrebbe generato “il più grande mezzo di
comunicazione di massa dopo l’invenzione della stampa: la radio”
(Ciuffoletti, pag. 80).
La comunicazione per immagini, tipica dell’epoca contemporanea,
ha una sua tappa fondamentale nel 1839, con l’invenzione della
fotografia che divenne con il tempo una vera e propria arte che
interessò ogni classe sociale, tanto più dal 1888 quando, negli
Stati Uniti, nacque la Kodak e la macchina fotografica divenne un
prodotto industriale di massa.
Con l’evoluzione delle tecniche e la fotoincisione si riuscì a
stampare nella stessa pagina parole e immagini e diventarono
possibili le manipolazioni. I fotoreporter, nuovo genere di
fotografo che si affermò nell’Ottocento, si misero al seguito delle
truppe impegnate nelle guerre di fine secolo e ne testimoniarono
gli orrori ma, a volte, le loro fotografie furono usate dalle autorità
per documentare solo gli aspetti per esse più vantaggiosi. Da qui
il paradosso della fotografia che “come tutti i media contiene un
messaggio, rappresenta un punto di vista sulla realtà e ne è allo
stesso tempo un’interpretazione” (Ciuffoletti, pag. 84).
Dopo la prima fase di globalizzazione che si era aperta con la
rivoluzione della stampa, la fine dell’Ottocento si trova calata in
quella che Ciuffoletti definisce la seconda fase della
globalizzazione: il mondo, grazie ai nuovi sistemi di trasporto e di
comunicazione si stava unificando sia dal punto di vista
economico che da quello delle conoscenze. Le grandi città del
Vecchio e del Nuovo Mondo stavano cambiando il loro aspetto per

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essere pronte ad accogliere sempre più masse di persone e per
soddisfare i gusti e le esigenze delle nuove classi sociali
emergenti.
Le innovazioni di fine secolo riguardarono la medicina , la chimica
e l’industria meccanica e le grandi esposizioni universali erano un
inno all’inarrestabile progresso tecnologico.
Oltre a nuove forme di giornalismo e di narrativa, si affermarono
nuove forme di spettacolo popolare di cui il Wild West Show di
Buffalo Bill costituì un esempio emblematico. La rappresentazione
a Londra, nel 1887, in concomitanza con la celebrazione del
Giubileo d’oro della regina Vittoria e la tourneé europea del 1889
che culminò con il ricevimento in Vaticano, alla presenza del neo
papa Leone XIII, furono eventi che ebbero risonanza mondiale e
che contribuirono ad avvicinare idealmente il Vecchio e il Nuovo
mondo verso il quale, tra il 1846 ed il 1875, si muoveranno, pieni
di speranza, milioni di persone in cerca di fortuna.
L’ultimo grandioso mezzo di comunicazione di massa, figlio
dell’Ottocento, fu il cinema che nacque in Europa ad opera di
Auguste e Louis Lumière ma che trovò negli Stati Uniti il terreno
più fertile per raggiungere il suo massimo sviluppo.

Dal Novecento ai giorni nostri


La seconda parte del testo, offre una panoramica dei mass-media,
intesi come il fenomeno più vistoso della produzione e della
trasmissione dell’ informazione della nostra epoca: la stampa a
grande diffusione, il cinema, la radio, la televisione fino ad arrivare

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ad Internet, la rete delle reti, vengono analizzati e rivisti nel loro
percorso di sviluppo attraverso il XX secolo che li ha rivelati come
potenti mezzi di diffusione del messaggio culturale e di controllo e
formazione dell’opinione pubblica.
Il nuovo giornalismo popolare che si impose negli Stati Uniti dalla
seconda metà dell’Ottocento, la penny press, risentì della forte
spinta proveniente dal rinnovamento sociale in atto, frutto della
democratizzazione del mercato, non più legato alle sole esigenze di
una ristretta cerchia di uomini d’affari. Nacquero i “muckraker,
nuove figure di giornalisti sempre a caccia di notizie per poter
battere la concorrenza e gli obiettivi principali degli “yellow
papers”, come erano chiamati dalla carta scadente su cui erano
stampati, era vendere il più possibile e quindi realizzare anche i
massimi introiti pubblicitari, in quanto naturalmente la pubblicità,
per diffondere i suoi messaggi, preferiva i giornali ad alta tiratura.
Lo scoppio del primo conflitto mondiale diede un forte impulso alle
comunicazioni di massa.
Le tecnologie della raccolta e della trasmissione delle informazioni,
giornalismo, radio, tecniche fotografiche e cinema, ebbero una
rapida crescita in rapporto alla guerra. Ogni governo si preoccupò
di tenere sotto controllo la circolazione delle informazioni sia
praticando forme di censura, sia forme di propaganda, con l’intento
di diffondere notizie volte a sostenere il morale non solo delle
truppe al fronte, ma delle intere società coinvolte e a far penetrare
gli ideali patriottici tra i civili.
Fu la guerra a dare alla radio, inventata nel 1897, un impulso
decisivo nel progresso tecnologico e a consentirle di diventare un
medium di massa già dagli anni ‘20. Nata come strumento di
comunicazione individuale, il cui uso presupponeva che gli utenti

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fossero forniti di apparecchi in grado di trasmettere e ricevere
insieme, si trasformò in un mezzo di massa il cui uso presuppone
invece una rigida divisione dei compiti tra un’emittente dotata di
strumenti di trasmissione potenti e in grado di fornire una certa
varietà di programmi e un pubblico dotato di apparecchi
esclusivamente riceventi, in grado cioè di ascoltare ma non di
rispondere. Fin dall’inizio l’organizzazione radiofonica prese due vie
diverse: negli USA quella della libertà commerciale, per cui in ogni
città era possibile all’utente scegliere fra diverse emittenti; in
Europa in generale quella del monopolio pubblico, per cui era lo
Stato a fornire il servizio, dietro pagamento di una sorta di
abbonamento.
La capacità di informare simultaneamente su un evento un gran
numero di persone, nel momento stesso in cui questo si svolgeva e
la possibilità di fare penetrare la voce dell’emittente, e quindi
anche dello Stato, in quella che era stata fino ad allora l’area più
remota dell’influenza del potere centrale, cioè nella sfera
domestica, fecero della radio uno dei maggiori strumenti di
propaganda nazista in Germania e fascista in Italia.
Anche il cinema, straordinario veicolo dell’immaginario collettivo, in
grado di instaurare un dialogo onirico e catartico con gli spettatori,
diede origine ad una “industria globale dell’intrattenimento”
(Tabasso, pag.123) e, in America, grazie ai finanziamenti delle
grandi banche, esso fu organizzato secondo i criteri della
produzione industriale, dando origine ai generi filmici che ancora
oggi contraddistinguono il canone cinematografico.
In Italia, con la creazione di Cinecittà e le sovvenzioni economiche,
il regime fascista si adoperò per gettare le basi di un’industria del
cinema che ricalcasse quella americana e, nonostante le difficoltà

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conseguenti alla caduta del fascismo, il nostro cinema riuscì a darsi
un assetto piuttosto solido e, dal secondo dopoguerra agli anni ’60,
rispecchiò le trasformazioni sociali in atto nel paese, riuscendo a
mantenere una sua precisa identità culturale, senza farsi
schiacciare dal cinema americano.
Fu però l’avvento della televisione a decretare un netto
cambiamento del ruolo del cinema all’interno dell’intrattenimento di
massa. Mezzo di comunicazione “liberamente accessibile e fruibile,
la televisione è senza dubbio il più democratico dei grandi media”
(Meyrowitz, 1993) tanto più oggi che vede una molteplice offerta di
canali e programmi adattabili ad ogni gusto e tendenza.
Dalle prime esperienze degli anni ’30 in Germania, Gran Bretagna
e Stati Uniti, la diffusione della televisione si concretizzò negli anni
’50 ed essa si rivelò per le aziende un ottimo investimento
pubblicitario e, per le masse, un importante punto di riferimento
culturale.
Dalle trasmissioni via cavo si passò a quelle via satellite per
arrivare, alla rivoluzione digitale dell’ultimo decennio del
Novecento. Come era accaduto per la radio, la televisione negli
Stati Uniti rientra in una visione prettamente commerciale mentre
in Europa prevale il monopolio pubblico e solo verso la metà degli
anni ’70 compariranno le televisioni private e commerciali.
In Italia la televisione ebbe un importante ruolo sociale,
contribuendo a rendere omogeneo il senso di appartenenza alla
comunità nazionale e favorendo il processo di alfabetizzazione e di
modernizzazione dell’intero Paese. Con il diffondersi e l’affermarsi
delle televisioni private, finanziate dalla pubblicità, sono aumentate
le ore di trasmissione per riuscire ad avere più spazi da concedere

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agli inserzionisti e anche il servizio pubblico non ha più potuto
prescindere dall’offerta commerciale.
La concorrenza, spesso spietata tra Rai e Mediaset, produce
palinsesti quantitativamente ricchi ma sempre più scadenti sul
piano della qualità, a discapito delle masse di videoascoltatori che
ancora oggi ne subiscono passivamente l’influenza mediatica.
Dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del muro di
Berlino, nel 1989, i media furono il veicolo strategico della Guerra
fredda tra USA e URSS. La comunicazione fu l’unica opzione
sfruttabile da una o dall’altra potenza per diffondere le proprie
opinioni e per consolidare la propria sfera di influenza.
Il maccartismo dei primi anni ’50 in America, i movimenti
antimperialisti dell’Unione Sovietica, il processo di destalinizzazione
iniziato da Chruščëv e contraddetto dalla sanguinosa conclusione
della rivolta ungherese e dalla costruzione del muro di Berlino nel
1961, la tragica guerra del Vietnam, il piano dello Scudo stellare di
Reagan, il lancio nello spazio dello Sputnik, il primo satellite
artificiale sovietico, furono episodi di risonanza mondiale che
costellarono i decenni della Guerra fredda.
Fu il timore di preservare il contenuto delle informazioni militari da
un eventuale attacco nucleare sovietico ad aprire la strada allo
sviluppo di Internet e del World Wide Web, la rete delle reti.
Dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, lo sviluppo e la diffusione
dell’informatica prima e delle nuove tecnologie della comunicazione
digitale poi, hanno interessato ogni campo dell’attività umana.
“La pervasività di questa rivoluzione… e la sua rilevanza non
possono più essere messe in discussione e ormai si tratta di
analizzare l’entità del processo in atto per comprendere..se
[essa]…possa essere paragonata ad eventi chiave per l’intera storia

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della comunità, per esempio l’invenzione della scrittura…o
l’adozione della stampa a caratteri mobili, oppure se si tratti di una
rivoluzione di portata semplicemente secolare, quale per esempio
l’introduzione del vapore e successivamente dell’elettricità nei
processi produttivi” (La scuola digitale, P. Ferri).
Nei media digitali tutti i codici comunicativi hanno una stessa
matrice: il codice binario. La possibilità di ridurre tutte le forme
della comunicazione umana ad un unico codice originario è il
fenomeno centrale della cosiddetta “convergenza digitale”, che
muta e aumenta enormemente le possibilità creative, operative e
divulgative degli attori comunicativi.
Secondo Castells, la società in cui ci troviamo a vivere è una
“società dei flussi” di informazione, cioè le nostre istituzioni globali,
sono basate su un continuo e costante scambio di informazioni che
si realizza attraverso le reti di comunicazione digitale.
La fissità e la monumentalità della stampa e l’unidirezionalità della
comunicazione televisiva, non riescono più a reggere la necessità e
l’urgenza di un flusso continuo e bidirezionale delle informazioni.
La rapidissima diffusione delle tecnologie della comunicazione
moderna (computer, cellulari di prima, seconda e terza
generazione, Web 1.0 e 2.0) che si sviluppano e si connettono una
all’altra ad un ritmo impressionante, ha prodotto incertezza e
timori, dovuti soprattutto alla paura del cambiamento che le
organizzazioni internazionali non riescono a regolare con una salda
governance e un’attenta e seria regia legislativa.
Il potere degli individui e delle organizzazioni dipende sempre di
più dalla loro capacità di accesso alla conoscenza e dalla loro
capacità di generarne di nuova e ciò è alla base del fenomeno che
Al Gore ha definito il “digital divide”, ossia il “gap tra individui,

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organizzazioni e aree geografiche in relazione alle loro opportunità
di accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione
sia al loro uso di Internet” (definizione OCSE).
Oggi sono urgenti politiche di intervento che riducano su scala
globale e locale le disuguaglianze sociali e digitali e vengono
invocate da più parti (UNESCO, WSIS) misure concrete per ridurre
le ineguaglianze di accesso alle nuove tecnologie.
Lo straordinario veicolo di diffusione delle idee costituito dai media
è sempre stato una fonte di preoccupazione per tutte le forme di
potere “la cui tendenza è stata quella di controllarne l’uso e di
ridurne la potenzialità” (Tabasso, pag.194), ma la Rete sembrava
assai difficile da censurare. Tuttavia i regimi illiberali come quello
della Cina, di Cuba, dell’Iran e della Corea del Nord ,che esercitano
un fortissimo controllo sulla società, sono stati in grado, per ora, di
esercitare un controllo assai efficace sull’informazione proveniente
da Internet e lo stesso Google ha dovuto piegarsi alla censura del
governo cinese, pena la propria accessibilità.
Il libro a stampa ha rappresentato per la modernità il veicolo di una
forma comunitaria dai contorni ben definiti; attraverso di esso è
passata l’unificazione linguistica di molte nazioni (pensiamo alla
Germania con la lettura della Bibbia di Lutero), la costruzione
stessa degli stati nazione (pensiamo ai codici delle leggi,
all’apparato burocratico, al ruolo della comunicazione a distanza),
la creazione di uno spazio pubblico di azione politica.
Oggi Internet permette di poter accedere in tempo reale da tutto il
pianeta, contemporaneamente, alle più svariate forme di
informazioni, di poter comunicare condividendo le stesse
esperienze, di fare ricerca in collaborazione da ogni luogo della
terra e ciò ha comportato una trasformazione rilevante nelle forme

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dell’odierna socialità e nelle forme stesse del nostro vivere
comunitario.
La sfida a cui oggi il mondo è chiamato è quello di avviare ad un
uso proattivo, critico e cooperativo dei nuovi strumenti digitali
(Castells, 2000), ritrovando quell’etica della responsabilità
indispensabile a chi opera nel mondo della comunicazione e far sì
che il processo di globalizzazione, che ha moltiplicato in modo
esponenziale la velocità di circolazione delle informazioni e le reti di
comunicazione, “giochi a favore della conoscenza, dell’accettazione
delle diversità…e dell’integrazione e non del suo contrario”
(Tabasso, pag.198).

Testi consultati:

P. Ferri - La scuola digitale. BRUNO MONDADORI

M. Ranieri – Formazione e cyberspazio. ETS

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