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Tesi d’Esame di maturità

Liceo Scientifico Statale

Il rapporto Dio-Uomo

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Indice
 Introduzione
 Dio, una guida imprescindibile: Le Metamorfosi di Apuleio
 Dio, l’arma più forte della guerra: La tregua di Natale, 25 Dicembre 1914.
 Dio… dogma, illusione, paradosso o padre: la figura di Dio tra i filosofi di Ottocento e
Novecento.
 La fisica della creazione: il bosone di Higgs, la particella di Dio.
 God, a father that has to be loved and respected: The Rime of the Ancient Mariner by
S.T. Coleridge
 Dio e la sua immanente presenza nella vita umana: la provvidenza ne I Promessi Sposi
di Manzoni.
 Bibliografia e sitografia

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Introduzione
L’essere umano, fin dalla notte dei tempi, ha sempre ricercato, provvisto di ciò che lo
distingue dagli altri animali ossia la ragione, un motivo o una spiegazione che soddisfare gli
interrogativi che si poneva. Domande che spaziavano argomenti e tematiche svariate e
sempre nuove, a cui non potevano bastare risposte labili e mutevoli, soggette al divenire, ma
serviva un punto fermo, qualcosa o qualcuno di durata imperitura, in grado di chiarire e
spiegare le grandi “questioni”.
Così nasce Dio, il quale, proprio per l’oscuro alone di mistero che circonda la sua origine, o più
imparzialmente… della sua invenzione, non è riconducibile ad una singola e definita categoria,
che sia di essere, concetto o entità sovrannaturale. Per l’infinità varietà di tradizioni credenze
e riti, infatti, ogni cultura ha infatti sviluppato una propria concezione di dio, credendo nella
esistenza di una o più entità, talvolta residenti in un mondo soprasensibile talvolta presenti
nel mondo reale, spesso immaginati a modello degli uomini ma anche completamente lungi
dall’essere “individui perfetti”.
In questo modo l’uomo ha instaurato un rapporto di assoluta fedeltà e devozione nei confronti
della divinità, credendo e pregando affinché potesse intercedere per lui e i suoi cari,
proteggendoli dalle insidie della vita. Un legame inscindibile e talmente intenso da
prescindere dalla brevità dell’esistenza umana, che si trasmette e si tramanda come un amore
viscerale, di generazione in generazione.
L’evoluzione della civiltà umana, in tutte le sue mirabili sfaccettature, ha determinato come
fisiologica conseguenza il mutamente di tale rapporto tra l’uomo e il divino, subendo vorticosi
e bruschi decadimenti o accrescimenti, ma anche notevoli e profondi stravolgimenti.
Attraverso i secoli, ogni cultura ha quindi maturato un proprio legame, il quale,
conseguentemente a episodi e avvenimenti di grande portata, si è a sua volta evoluto lungo
una precisa direttrice.

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Dio, una guida imprescindibile.
Come prima sfumatura di un’esperienza umana così intrinsecamente legata all’individuo stesso, è
doveroso focalizzarsi sul rapporto originario, primordiale, con la divinità, la quale rappresentava un
costante punto di riferimento per il fedele, che, intimorito dai mali della vita e desideroso di
preservarsi dai dolori che essa riservava, considerava la divinità come una guida, una luce per
illuminare il tortuoso cammino dell’esistenza. Questo atteggiamento si è protratto nel tempo fino ai
giorni nostri, ma pur essendo riscontrabile in qualsiasi credo religioso, ha subito variazioni, e spesso
“cali d’intensità”, causati dall’avvento di “falsi idoli”, dei quali si discuterà successivamente.
Compiendo un salto temporale non indifferente (se si considerano le prime religioni appartenenti al
IX-X millennio a.C.), si giunge nell’età classica degli antichi greci e romani, dove le innumerevoli
divinità venerate erano indubbiamente, ognuna per la sua specifica funzione, punti di riferimento per
la vita dell’individuo. Una tale visione del divino non poteva non essere oggetto di opere letterarie, che
per narrare vicende e avvenimenti nel modo più fedele possibile a come essi si fossero svolti nella
realtà, sovente riguardavano il rapporto tra l’uomo e la divinità. Questa rappresentava quindi talvolta
una guida da seguire, ma anche un fatale nemico per colui che, ignaro dei limiti a egli preposti,
intendeva oltrepassarli.
Nel caso del romanzo “Le metamorfosi o Asino d’Oro” dell’autore latino del II secolo d.C. Lucio Apuleio,
il protagonista Lucio deve fronteggiare una serie di difficoltà per riacquistare le sembianze umane, dal
momento che aveva tentato la metamorfosi in gufo bevendo un unguento magico, ma ottenuto solo la
trasformazione in asino. Egli infatti, pur continuando a possedere le facoltà umane, sarà sottoposto a
svariati padroni con i quali si avvicinerà sempre più alla soluzione finale, che consisterà nel mangiare
delle rose in grado di ripristinare il suo corpo antropomorfo. Durante questo percorso, che
rappresenta inoltre probabilmente il primo esempio di “bildungsroman” (romanzo di formazione), il
protagonista sarà aiutato dalla divinità Iside (al quale culto l’asino è un animale sacro) e ad essa infine
mostrerà la sua piena gratitudine divenendo suo sacerdote, per onorarla e ringraziarla delle
sembianze umane riacquistate. Un esempio così lampante dell’intervento benevolo del divino per il
completamento di un percorso umano, seppur dopo una violazione (Lucio infatti, in preda alla
curiositas, aveva persuaso la serva di Pànfile, alla cui dimora era stato invitato la sera, di porgere lui il
medesimo unguento che aveva permesso alla padrona la trasformazione in gufo), non può non
ricalcare quindi quel legame tra divinità e uomo precedentemente esposto e così ben radicato nella
cultura classica, non solo romana. Presente inoltre “in miniatura” all’interno del romanzo stesso, la
favola di “Amore e Psiche”, narrata da una vecchia alla giovane Càrite, prigioniera con l’asino Lucio di
una banda di briganti, sembra in effetti ricalcare le peripezie e le vicende di Lucio stesso, talvolta
anticipandone l’esito. Nella favola mitologica, infatti, la giovane Psiche, dopo aver rotto il patto con il
suo sposo, il dio Amore (o Cupido) che le impediva di vedere le reali sembianze di lui, è costretta a
compiere una serie di prove per ricongiungersi infine con il marito, allontanatosi dopo l’errore di
Psiche. La giovane donna arriverà al suo obiettivo soltanto grazie i ripetuti aiuti della dea Venere, che
come appunto Iside per Lucio, faciliterà, anzi permetterà, la buona riuscita dell’intera avventura.

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Dio, l’arma più forte della guerra.
“Una guerra per terminare tutte le guerre” così recitava l’autore inglese H. G. Wells l’indomani
dello scoppio del primo conflitto mondiale, evidenziando quindi l’utilità… quasi la necessità, di
quest’evento, per il benessere del mondo. É chiaro quindi come l’opinione pubblica di ogni
fazione coinvolta verteva verso una tale considerazione, illudendosi di condurre una “guerra-
lampo”.
Con la dichiarazione di guerra dell’Austria nei confronti della Serbia si innescò una reazione a
catena che vide la legittimazione di due schieramenti in Europa, già precedentemente
delineati. La Triplice Intesa, composta da Inghilterra, Francia e Russia, si contrapponeva agli
Imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria, sostenuti in passato dall’Italia (formando
quindi la Triplice Alleanza), che all’inizio del conflitto si dichiarò però “neutrale”. Gli
immediati sviluppi sui due fronti di guerra che si vennero a delineare (fronte orientale, tra
Germania e Russia, e fronte occidentale tra Germania e Francia, anche attraverso le Fiandre)
furono tutt’altro che rassicuranti. L’introduzione di nuove tecnologie e armamenti non
determinarono infatti maggiori sbilanciamenti su un fronte, bensì un vero e proprio scontro
alla pari che finì per non risolversi ne in settimane, spesso addirittura in mesi, comportando
quindi l’impantanamento degli schieramenti nelle trincee.
La trincea portava con sé strazio, impotenza e sconforto davanti a operazioni militari
insensate e notevolmente dispendiose, ma soprattuto era il luogo di ricovero e assistenza dei
feriti, di cura… e spesso di morte. Ma proprio nelle tremende trincee del fronte occidentale,
che correva lungo il confino tra Germania e Francia attraversando anche il Belgio, si verificò
l’impensabile.
Il 25 dicembre 1914, i soldati tedeschi e anglo-francesi, spossati da interminabili settimane
trascorse a ripararsi nelle trincee dal fuoco nemico, iniziarono a intonare rispettivamente
“Stille Nacht” e “Silent Night” (le due versioni di “Astro del Ciel”) in nome di quell’istituzione
universale che è la religione, la quale appariva così lontana, così distante da quel luogo tetro e
di morte. Magicamente, all’udire la stessa dolce melodia provenire dal solco opposto del
terreno, entrambi gli schieramenti, come se impotenti di combattere e odiare, gettarono via i
propri fucili e si incamminarono solennemente al di fuori delle trincee, continuando il canto.
Nel giro di poche strofe erano lì, l’uno dinnanzi all’altro, uomini forti, padri di famiglia, con le
stesse paure ed emozioni, uguali di fronte a Dio, ma con la divisa di diverso colore.
Ma quel giorno l’identità nazionale appariva così insignificante rispetto alla gioia immensa del
Natale, capace di unire, con la venuta del Bambino Gesù, i più tremendi eserciti.
Come d’incanto, Dio scese nelle trincee, e dimorò presso loro, sconfiggendo la guerra.

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La giornata, seppur evolutasi in modo imprevisto e senza alcun ordine dei comandanti,
proseguì in nome della festività natalizia, e ci furono strette di mano, scambi di fotografie e
tabacco, culminando infine con un’insolita partita di calcio organizzata tra le due trincee come
meglio si poteva. Ad affrontarsi però non c’erano due schieramenti, ma solo 22 uomini felici e
gioiosi, stanchi dell’odio che li circondava, desiderosi di vivere la pace e la serenità del Natale.
Un’atmosfera così pura, spontanea e mistica, si esaurì purtroppo al calar della sera, quando i
soldati, salutandosi con cenni che mai furono di più profondi stima e rispetto, rientrarono
nelle loro trincee, consapevoli che l’indomani sarebbero ritornati alla tremenda abitudine
della morte e della distruzione, conservando però un ricordo dolce e inamovibile di quel
giorno.

Dio…dogma, illusione, paradosso o padre?

A cavallo tra due secoli così turbolenti, ricchi di stravolgimenti e rivoluzioni non solo
politiche, i massimi pensatori europei, parallelamente ai periodi storico-sociali che si
susseguirono, elaborarono e perfezionarono teorie e riflessioni riguardanti l’essere umano, la
sua natura e i suoi processi ontologico e gnoseologico. Una questione di estrema importanza e
clamore, posta al centro dei dibattiti fin dai primi saggi greci, era di certo il concetto di Dio,
inteso in svariate sfumature ora come padre, ora come illusione da sfatare. Del resto il secolo
ventesimo e gli ultimi spiragli dell’Ottocento offrivano differenti chiavi di lettura per
interpretare il concetto del divino, dal momento che, al di là della semplice distinzione fra
religioni, ogni società subì importanti mutazioni orientandosi verso un materialismo o uno
spiritualismo, a seconda del contesto storico.
Iniziando con il filosofo di Königsberg Immanunel Kant (costui però visse a cavallo tra
Settecento e Ottocento), si può notare una visione abbastanza “classica” della divinità, dal
momento che l’esistenza di quest’ultimo viene giudicata indimostrabile. Kant, infatti, afferma
che Dio appartiene alla categoria di postulati della “Critica della ragion pratica”, che
costituiscono una giustificazione e una guida per la condotta etico-morale, ed in quanto tale
rappresenta una verità indimostrabile ma al tempo stesso il garante della legge morale.
Tra gli idealisti successivi, invece, Hegel fa corrispondere Dio all’assoluto e all’idea,
teorizzando così una sorta di panteismo razionalista. Egli inoltre include Dio nel movimento
dialettico costituito dalle tre fasi “tesi, antitesi e sintesi”, alla base della sua filosofia,
affermando che il divino, ossia la ragione, prima si aliena da sé per poi ritornare in sé più ricca
ed abbondante.
Ritornando ad una visione simile a quella kantiana, Kierkegaard sostiene ancora l’esistenza di
Dio come paradossale, al quale l’uomo deve sempre dogmaticamente credere. Eloquente è il
salto che il fedele deve compiere, secondo Kierkegaard, da vita etica a vita religiosa, anche
attraverso sacrifici disumani e scandalosi, come il sacrificio di un proprio caro, in completo
accordo con le vicende di Abramo nella Bibbia.

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Schopenhauer invece apre le porte per una rivisitazione del concetto del divino, studiando
questo “fenomeno” come limitativo e talvolta maligno per l’essere umano. Per questo motivo,
egli crede fermamente che Dio consista solo in un’illusione per garantire una vita serena al
fedele, ma in realtà esso rappresenta una menzogna protrattasi attraverso i secoli e come tale
va sfatata.
Tra i materialisti, inoltre, Feuerbach, proclamando estrema fedeltà al concreto e una rinuncia
dell’astratto, annuncia il suo ateismo, affermando che Dio è una creazione dell’uomo a cui
però l’individuo stesso ha scelto di subordinarsi. Per questo motivo è impensabile far derivare
l’essere umano da un’entità ultraterrena, e ciò comporta la visione della religione come
“antropologia capovolta”.
Marx amplia lo studio teologico di Feuerbach sostenendo che Dio (e quindi la religione) altro
non è che “oppio dei popoli”, un potentissimo veleno narcotizzante creato dalla classe
dominante affinché i ceti meno abbienti, potendo trovare conforto in un’entità sovrumana che
li faccia dimenticare le ingiustizie sociali e lo sfruttamento, siano da essa soggiogati.

L’ennesimo critico della figura di Dio, stavolta in maniera clamorosa e fortemente critica, è
Nietzsche. In controtendenza con ogni precedente corrente di pensiero. Il filosofo tedesco
predica infatti la morte e la fine di Dio, inteso però non come entità ultraterrena bensì come
insieme di valori e credenze, tramandate a partire dall’antica Grecia, derivanti dall’impotenza
degli uomini deboli dinanzi alle pulsioni della vita. In altre parole, Nietzsche afferma così il
primato nella realtà dell’impulso apollineo (la ragione, la poesia, la scultura) su quello
dionisiaco, quest’ultimo rappresentante la vera essenza della vita, nei suoi estremi
stravolgimenti. Occorre perciò rovesciare questo sistema di valori dopo l’unico evento in
grado di scatenare una tale rivoluzione, ossia la morte di Dio. Il solo individuo in grado di
comprenderne fino in fondo il significato sarà l’”oltreuomo” (Zarathustra nel suo poema “Così
parlò Zarathustra”), che avrà perciò il compito di diffondere la morale non più dei servi, ma
dei signori.

Nel panorama novecentesco infine compare l’indagine psicoanalitica di Sigmund Freud, il


quale si sofferma sul concetto di Dio ricollegandolo al rapporto padre-figlio, uno dei punti
cardine del suo pensiero “medico-filosofico”. Secondo il fisiologo, infatti, Dio rappresenta un
perfezionamento della figura del padre che ogni figlio ricerca e persegue. In questo modo, Dio
offre al “figlio-fedele” protezione assoluta e conforto nei momenti del bisogno, offrendo così
un’altra, particolare visione del rapporto uomo-divino.

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La particella di Dio, il bosone di Higgs.
Se si volesse far corrispondere all’idea di Dio in quanto creatore dell’Universo un elemento
analizzato in fisica, in seguito alle recenti scoperte, si nominerebbe senza dubbio il bosone di
Higgs, non a caso chiamato “la particella di Dio”.
Citando l’INFN (Istituto nazionale fisica nucleare) per una precisa definizione, esso

“è una particella davvero speciale, perché conferisce il dono della sostanza a tutte le cose. I fisici
la chiamano massa ed è la proprietà fondamentale di tutto ciò che esiste. Se non avessimo massa –
se non l'avessero gli atomi, cioè i protoni, i neutroni, gli elettroni di cui noi stessi siamo costituiti –
saremmo solo particelle che schizzano nel vuoto alla velocità della luce. Saremmo videogiochi, non
realtà consistenti. Invece, dal momento che tutte le particelle elementari interagiscono con il
bosone di Higgs, allora la materia assume la sua consistenza, la sua massa”

La sua origine deriva, guarda caso, dall’esplosione primordiale, il cosiddetto Big Bang. In quel
momento le temperature erano tropo elevate perché il bosone di Higgs potesse “spuntare”.
Poi l’Universo si è raffreddato (dopo circa un decimo di miliardesimo di secondo dal Big Bang)
e ha avuto luogo una delle trasformazioni più drammatiche di tutta la sua storia: è comparso il
bosone di Higgs, con il suo campo diffuso ovunque, e ha cambiato la simmetria del mondo.
Sono nate le particelle con la loro massa. Proseguendo, sempre l’INFN spiega l’eccezionale
particolarità del bosone di Higgs:

“Il bosone di Higgs è l’unica particella che conosciamo che prende la sua massa interagendo con
se stesso. Anche il bosone di Higgs, come tutte le altre particelle massicce, prende massa
“navigando” e interagendo con il suo campo. Proprio il valore di questa interazione, l’attrito

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sperimentato dal bosone di Higgs quando nuota nel “mare” da lui stesso prodotto, determina alla
fine la stabilità o meno del vuoto in cui il nostro Universo si trova.”

L’esempio dei fisici del CERN, “la festa nella stanza”. Le particelle impazzite, uscite dal Big
Bang, sono di quattro tipi: elettrone, muone, bosone W, quark Top. Ognuna di esse, quando
l'intero spazio possibile viene invaso dal campo di Higgs, lo attraversa: il campo di Higgs,
durante questo attraversamento, ne rallenta alcune, che devono così trasformare la loro
energia in massa (giustificabile attraverso la teoria della Relatività Generale di Einstein).
L’esempio suppone quindi di prendere una festa in una stanza molto affollata. Ad un certo
punto entra una celebrità: alcune persone si fiondano intorno al Vip e man mano che questo
"grumo" di "particelle" avanza, sempre più ospiti curiosi vogliono andare a vedere il nuovo
arrivato. Allora possiamo dire che questo "grumo" è una particella che ha acquisito più massa
grazie agli "ospiti", che sono i Bosoni di Higgs. Poco dopo entra il postino e nessuno si raduna
intorno a lui: possiamo dire che allora il postino non ha acquisito massa.
Il bosone di Higs, è inoltre l'elemento mancante per la teoria del “modello standard” che
consiste in un catalogo della materia che include gli ingredienti fondamentali dell'universo.
Tale “database” è composto da 12 particelle elementari organizzate in due famiglie che sono i
quark e i lectoni, presenti nell’universo infinitamente grande e nel mondo microscopico. Ci
sono poi altre 12 particelle che sono i messaggeri delle tre forze di natura (forza debole e
forza elettromagnetica), comprendenti fotoni e gluoni, responsabili dell’unione della materia.
Resta però da capire se questa particella, scoperta grazie all’acceleratore di particelle LHC che
ha fatto scontrare due fasci di protoni provocando mezzo miliardo di collisioni al secondo,
dalle quali sono cosi emersi loro componenti fondamentali, corrisponda davvero al bosone
teorizzato nel 1964, o invece rappresenti l’inizio di una nuova fisica ancora tutta da scoprire.

God, a father that has to be loved and respected.


During the Romantic age, that goes from 1798 to 1837, English poets focused their attention
on the strong relationship between man and nature. As a consequence, someone looked at the
nature a source of joy and pleasure like William Wordsworth, and other authors believed in a
dualistic vision of the nature, both pleasant and frightful, as Samuel Taylor Coleridge.
Among the “Lyrical Ballads”, who published with Wordsworth, He only wrote “The Rime of
the Ancient Mariner”, a romantic ballad who tells the story of an old captain and his crew.
It does not only represent an example of romantic literature and styles, but also tries to
explain the relationship between man and God through nature. According to this moral aim,
the narrator describes the happenings of an Ancient Mariner (whose identity is voluntary
kept in darkness, to say that he could represent everyone of us) that has to face a terrible
thunderstorm, which drive his ship to the Land of Ice. Suddenly the sun rises and shines, so
nature seems to turn into a ship’s ally. But the captain decides to kill an Albatross that came
across the ship some time before, while the guiltless creature was only enjoying itself with the
crew.
After this terrible and unjustified omicide, an implacable curse “falls” on the ship and his crew,
through nature. Consequently, the sun starts becoming hotter and hotter, the wind dies and it

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does not rain. The captain and his mariners also meet two invisible ships with two spirits,
“Death” and “Life in Death”, which bet on the destiny of the crew. At the end, the only man
saved by the spirits, the captain, understands his fatal guilt and starts loving and appreciating
all natural creatures, that are, overll, God’ sons. For this reason, he will be able to come back
home and he will start travelling to teach people to love God and respect nature, that was
lovely created by Him.

Dio e la sua immanente presenza nella vita umana.


L’avvincente romanzo storico “I Promessi Sposi” scritto da Alessandro Manzoni alla metà del
XIX secolo rappresenta certamente la tensione verso quel “vero” che egli stesso si prefiggeva
di raccontare, perseguendo al tempo stesso un “utile iscopo”. Infatti l’intera opera, attraverso
parallelismi non troppo celati ma nemmeno lampanti, può essere letta in chiave
“risorgimentale”, trasformandosi abilmente in una lettura di propaganda. La storia della
coppia popolana lombarda, e le sue interminabili peripezie, si intreccia così con il periodo
della vicenda, risalente alla dominazione spagnola nel Seicento in Nord Italia, dove appunto
degli oppressori schiacciavano la popolazione indigena, assetata di rivoluzione e libertà.
Traslando abilmente di 200 anni questo “quadro socio-politico” si arriva così all’Italia
manzoniana in via di unificazione, ancora sotto il potere asburgico a Settentrione.
Al di là di quest’importantissima tematica, di certo rilevante per lo scopo del romanzo, ve n’è
un’altra di altrettanto valore, che accompagna la narrazione in tutto il suo svolgimento.

Si tratta della visione religiosa dell’autore (e perciò del narratore onnisciente), fortemente
influenzata dal concetto di Provvidenza divina, per cui il Manzoni già aveva fatto “discutere” i

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critici in merito alla “provida sventura” dell’Adelchi, e che ne I Promessi Sposi ricopre un
ruolo di estrema importanza.
Sia durante la narrazione che alla conclusione dell’opera, infatti, svariate sono le definizioni
che i personaggi stessi tentano di dare a quest’immanente presenza di Dio nella vita umana, a
partire da Don Abbondio, il curato responsabile dell’annullamento del matrimonio dei
protagonisti Renzo e Lucia. Quest’ultimo infatti la definisce semplicemente come una “scopa”
che ha spazzato via i malvagi come Don Rodrigo (il signorotto invaghitosi di Lucia), mentre il
giovane Renzo la interpreta in funzione della sua formazione personale e del raggiungimento
dei suoi desideri. In verità la concezione manzoniana di Provvidenza prescinde queste e altre
semplici interpretazioni, bensì implica una riflessione più profonda, a cui l’intelletto umano
può aspirare, ma non approdare. Di conseguenza si profila un’immagine del divino tendente al
Dio di Pascal e dei giansenisti, nascosto ma al tempo stesso immanente nell’esistenza dei suoi
figli, che agisce per vie incomprensibili e sfugge ad ogni tentativo di chiara definizione. Per
concludere, questa arcana Provvidenza non può, tra l’altro escludere il male dalla storia, il cui
disegno, conciliato con quello del “bene”, garantisce lo svolgimento di azioni, l’evoluzione
delle cose, sfuggendo però alla mente umana.

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