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Libro 1, Par.

1
Traduzione della Versione "Libro 1, Par. 1" di Cicerone
Testo Originale Latino
Quod erat optandum maxime, iudices, et quod unum ad invidiam vestri ordinis infamiamque iudiciorum
sedandam maxime pertinebat, id non humano consilio, sed prope divinitus datum atque oblatum vobis summo
rei publicae tempore videtur. Inveteravit enim iam opinio perniciosa rei publicae, vobisque periculosa, quae non
modo apud populum Romanum, sed etiam apud exteras nationes, omnium sermone percrebruit: his iudiciis quae
nunc sunt, pecuniosum hominem, quamvis sit nocens, neminem posse damnari. Nunc, in ipso discrimine ordinis
iudiciorumque vestrorum, cum sint parati qui contionibus et legibus hanc invidiam senatus inflammare conentur,
[reus] in iudicium adductus est [C. Verres], homo vita atque factis omnium iam opinione damnatus, pecuniae
magnitudine sua spe et praedicatione absolutus. Huic ego causae, iudices, cum summa voluntate et expectatione
populi Romani, actor accessi, non ut augerem invidiam ordinis, sed ut infamiae communi succurrerem. Adduxi
enim hominem in quo reconciliare existimationem iudiciorum amissam, redire in gratiam cum populo Romano,
satis facere exteris nationibus, possetis; depeculatorem aerari, vexatorem Asiae atque Pamphyliae, praedonem
iuris urbani, labem atque perniciem provinciae Siciliae. De quo si vos vere ac religiose iudicaveritis, auctoritas ea,
quae in vobis remanere debet, haerebit; sin istius ingentes divitiae iudiciorum religionem veritatemque
perfregerint, ego hoc tam adsequar, ut iudicium potius rei publicae, quam aut reus iudicibus, aut accusator reo,
defuisse videatur.
Traduzione Italiana
L’occasione più fortemente desiderata, o giudici, la sola veramente adatta a sedare l’ antipatia verso la vostra
classe e il discredito per l’istituto giudiziario, vi è data in un momento critico per lo Stato, non da consiglio
umano, ma quasi dal volere divino. Da lungo tempo ormai s’è diffusa, non solo tra noi, ma anche fra gli altri
popoli, l’opinione, esiziale per la repubblica e per voi rischiosa che, con l’attuale sistema giudiziario, un uomo
ricco può, per quanto colpevole, sottrarsi alla giustizia. Ora appunto, in un momento così delicato per la vostra
classe e per il potere giudiziario, mentre v’è gente pronta a tentare, con pubblici dibattimenti e proposte di legge,
di suscitare quest’odio contro il senato, si presenta dinanzi a voi come imputato Gaio Verre, uomo già
condannato dalla pubblica opinione per la sua vita di misfatti, ma che, stando alle sue speranze e affermazioni, è
stato, grazie ai suoi ingenti mezzi finanziari, già assolto. Io ho abbracciato questa causa, o giudici, col pieno
assenso e la viva aspettazione del popolo romano, non per accrescere l’ostilità verso il vostro ordine, ma per
porre un argine al generale discredito. Ho portato dinanzi a voi un uomo, che vi offre la possibilità di ridare alla
giustizia la perduta stima, di riconciliarvi col popolo romano, di dare soddisfazione ai popoli stranieri; un uomo
che è stato il grassatore del pubblico erario, l’oppressore dell’Asia Minore e della Panfilia, predone della giustizia
da lui amministrata come pretore urbano, peste e rovina della provincia siciliana. Se voi lo giudicherete con rigore
e secondo coscienza, resterà saldo quel prestigio che è vostro compito preservare; se invece le sue ingenti
ricchezze riusciranno a spuntarla sul rispetto della legge e sulla verità, raggiungerò almeno lo scopo di provare che
ai giudici non è mancato un accusato, né a questo un accusatore, ma è mancato piuttosto alla repubblica il suo
tribunale.
Traduzione della Versione "Libro 5, Par. 28" di Cicerone
Testo Originale Latino
Quo loco non mihi praetermittenda videtur praeclari imperatoris egregia ac singularis diligentia. Nam scitote
oppidum esse in Sicilia nullum ex iis oppidis in quibus consistere praetores et conventum agere soleant, quo in
oppido non isti ex aliqua familia non ignobili delecta ad libidinem mulier esset. Itaque non nullae ex eo numero in
convivium adhibebantur palam; si quae castiores erant, ad tempus veniebant, lucem conventumque vitabant. Erant
autem convivia non illo silentio populi Romani praetorum atque imperatorum, neque eo pudore qui in
magistratuum conviviis versari soleat, sed cum maximo clamore atque convicio; non numquam etiam res ad
pugnam atque ad manus vocabatur. Iste enim praetor severus ac diligens, qui populi Romani legibus numquam
paruisset, illis legibus quae in poculis ponebantur diligenter obtemperabat. Itaque erant exitus eius modi ut alius
inter manus e convivio tamquam e proelio auferretur, alius tamquam occisus relinqueretur, plerique ut fusi sine
mente ac sine ullo sensu iacerent,--ut quivis, cum aspexisset, non se praetoris convivium, sed Cannensem pugnam
nequitiae videre arbitraretur.
Traduzione Italiana
E a questo punto non mi sembra giusto sottacere la nobile e originale attività di questo brillante generale. Sappiate
dunque che in Sicilia non c’è nessuna città, fra quelle dove i governatori abitualmente si fermano e tengono le
sessioni giudiziarie, nella quale non si scegliesse una donna appartenente a famiglia non certo di infimo rango per
darla in pasto alla sua lussuria. Si procedeva così: alcune di esse erano invitate pubblicamente a banchetto; invece
quelle più riservate, se c’ erano, arrivavano a ore particolari per evitare la luce del giorno e le compagnie numerose.
I banchetti inoltre non rispettavano quel silenzio che è conforme alla dignità di un governatore e di un generale del
popolo romano e neppure quella decenza che solitamente regna nei conviti dei magistrati; ma si svolgevano nel
clamore più assordante e fra gli schiamazzi più scomposti; talora la situazione degenerava in una rissa e si veniva
addirittura alle mani. Infatti questo governatore severo e scrupoloso, che non si era mai sognato di obbedire alle
leggi del popolo romano, ottemperava meticolosamente alle leggi che si stabilivano nel bere. Ecco dunque come
andavano a finire queste manovre: uno veniva portato via a braccia dalla sala del convito come dal teatro di una
battaglia, un altro veniva lasciato lì come un caduto sul campo, i più giacevano qua e là lunghi distesi al suolo fuori
di testa e privi di sensi, che se uno mai li avesse visti avrebbe creduto di assistere non al banchetto di un
governatore, ma alla battaglia di Canne della depravazione.
Libro 4, Par. 1
Traduzione della Versione "Libro 4, Par. 1" di Cicerone
Testo Originale Latino
Venio nunc ad istius, quem ad modum ipse appellat, studium, ut amici eius, morbum et insaniam, ut Siculi,
latrocinium; ego quo nomine appellem nescio; rem vobis proponam, vos eam suo non nominis pondere penditote.
Genus ipsum prius cognoscite, iudices; deinde fortasse non magno opere quaeretis quo id nomine appellandum
putetis. Nego in Sicilia tota, tam locupleti, tam vetere provincia, tot oppidis, tot familiis tam copiosis, ullum
argenteum vas, ullum Corinthium aut Deliacum fuisse, ullam gemmam aut margaritam, quicquam ex auro aut
ebore factum, signum ullum aeneum, marmoreum, eburneum, nego ullam picturam neque in tabula neque in textili
quin conquisierit, inspexerit, quod placitum sit abstulerit.
Traduzione Italiana
Passo ora a parlare di quella che il nostro imputato chiama passione, i suoi amici mania morbosa, i siciliani rapina
continuata. Quanto a me, non so proprio come chiamarla: vi porrò davanti agli occhi i fatti e voi dovrete valutarli
per quello che sono, non già in base al nome che li designa. Voi, signori giudici, prendete prima conoscenza della
natura dei fatti in sé e per sé, e dopo non vi sarà probabilmente troppo difficile cercare quale nome si debba
secondo voi dare a essi. Io dichiaro che in tutta quanta la Sicilia, provincia così ricca e antica, piena di tante città e
di tante famiglie così facoltose, non c’è stato vaso d’argento né vaso di Corinto o di Delo, né pietra preziosa o
perla, né oggetto d’ oro e d’avorio, né statua di bronzo o di marmo o d’avorio, dichiaro che non c’è stato quadro
né arazzo che egli non abbia bramosamente ricercato, accuratamente esaminato e, se di suo gusto, portato via.
Libro 4, Par. 2
Traduzione della Versione "Libro 4, Par. 2" di Cicerone
Testo Originale Latino
Magnum videor dicere: attendite etiam quem ad modum dicam. Non enim verbi neque criminis augendi causa
complector omnia: cum dico nihil istum eius modi rerum in tota provincia reliquisse, Latine me scitote, non
accusatorie loqui. Etiam planius: nihil in aedibus cuiusquam, ne in quidem, nihil in locis communibus, ne in fanis
quidem, nihil apud Siculum, nihil apud civem Romanum, denique nihil istum, quod ad oculos animumque
acciderit, neque privati neque publici neque profani neque sacri tota in Sicilia reliquisse.
Traduzione Italiana
Sembra un’esagerazione la mia; fate bene attenzione anche alle parole stesse che pronuncio; ché non è già per
usare un’espressione forte né per aggravare l’accusa che dichiaro di non fare nessuna eccezione. Quando affermo
che Verre non ha lasciato all’intera provincia nessuno di questi oggetti d’arte, sappiate che adopero le parole nel
senso letterale, non con l’esagerazione degli accusatori. Sarò ancora più esplicito: non ha lasciato nulla in casa di
nessuno e nemmeno nelle città, nulla nei luoghi pubblici e nemmeno nei santuari, nulla in casa di un siciliano e
nemmeno di un cittadino romano; per concludere, di tutto ciò che gli capitasse davanti agli occhi e suscitasse la
sua bramosia, fosse un oggetto d’arte privato o pubblico, profano o sacro, costui non ha lasciato nell’intera Sicilia
assolutamente nulla.
Libro 5, Par. 43
Traduzione della Versione "Libro 5, Par. 43" di Cicerone
Testo Originale Latino
Rem navalem primum ita dico esse administratam, non uti provincia defenderetur, sed uti classis nomine pecunia
quaereretur. Superiorum praetorum consuetudo cum haec fuisset, ut naves civitatibus certusque numerus
nautarum militumque imperaretur, maximae et locupletissimae civitati Mamertinae nihil horum imperavisti. Ob
hanc rem quid tibi Mamertini clam pecuniae dederint, post, si videbitur, ex ipsorum litteris testibusque quaeremus.
Traduzione Italiana
In primo luogo sostengo che egli ha amministrato il settore della marina non già pensando alla difesa della
provincia, ma preoccupandosi di far soldi col pretesto della flotta. La consuetudine dei governatori precedenti era
quella di imporre alle città siciliane la fornitura di navi e di un numero prefissato di marinai e di soldati, tu invece
non hai imposto nessuna di queste condizioni alla grandissima e ricchissima città di Messina. Quanti soldati ti
abbiano dato sottobanco i Mamertini per questa esenzione, se sarà il caso lo scopriremo in seguito dai loro stessi
registri e dalle loro deposizioni.
Libro 5, Par. 44
Traduzione della Versione "Libro 5, Par. 44" di Cicerone
Testo Originale Latino
Navem vero cybaeam maximam triremis instar, [pulcherrimam atque ornatissimam cybaeam,] palam aedificatam
sumptu publico tuo nomine, publice, sciente tota Sicilia, per magistratum senatumque Mamertinum tibi datam
donatamque esse dico. Haec navis onusta praeda Siciliensi, cum ipsa quoque esset ex praeda, simul cum ipse
decederet, adpulsa Veliam est cum plurimis rebus, et iis quas iste Romam mittere cum ceteris furtis noluit, quod
erant clarissimae maximeque eum delectabant. Eam navem nuper egomet vidi Veliae multique alii viderunt,
pulcherrimam atque ornatissimam, iudices: quae quidem omnibus qui eam aspexerant prospectare iam exsilium
atque explorare fugam domini videbatur.
Traduzione Italiana
Io sostengo che d’altronde ti fu offerta in dono da parte di un magistrato supremo e del senato di Messina una
nave da carico enorme, delle dimensioni di una trireme, una nave da carico bellissima e perfettamente
equipaggiata, costruita palesemente, a pubbliche spese, a nome tuo, per incarico della città: e tutta quanta la Sicilia
lo sapeva. Questa nave, stracarica del bottino predato in Sicilia, mentre anch’essa faceva parte precisamente di
quella preda, nel momento in cui Verre lasciò l’isola al termine del suo mandato, partì con lui e approdò a Velia: il
suo carico era costituito da numerosissimi oggetti, tra cui quelli che costui non volle spedire a Roma con il resto
del bottino, perché gli erano molto cari e gli procuravano grandissimo piacere. Questa nave, bellissima e
perfettamente equipaggiata, l’ho vista io personalmente a Velia qualche tempo fa e così l’hanno vista molti altri, o
giudici. E, per la verità, a tutti coloro che avevano occasione di osservarla, essa dava già l’impressione di vedere già
in lontananza l’esilio del suo padrone e di volerne progettare le fuga.
Il mito di Cerere e Proserpina
Traduzione della Versione "Il mito di Cerere e Proserpina" di Cicerone
Testo Originale Latino
Vetus est haec opinio, quae constat ex antiquissimis Graecorum litteris ac monumentis, insulam Siciliam totam
esse Cereri et Liberae consecratam.Hoc ipsis Siculis ita persuasum est ut in animis eourum insitum atque innatum
esse videatur.Nam et natas esse has in his locis deas et fruges in ea terra primum repertas esse arbitrantur, et
raptam esse Liberam, quam tandem Proserpinam vocant, ex Hennensium nemore, qui locus, quod in media est
insula situs, umbilicus Siciliane nominatur.Quam cum investigare et conquirere Ceres vellet, dicitur infiammasse
(=inflammavisse) taedas iis ignibus qui ex Aetnae vertice erumpunt; quas sibi cum ipsa praeferret, orbem omnem
peragrasse (=peragravisse) terrarum.
Traduzione Italiana
E' una vecchia opinione, che si fonda su scritture e monumenti greci antichissimi, quella secondo cui tutta la Sicilia
è consacrata a Cerere e Libera (Proserpina). Di ciò i Siculi furono talmente convinti da sembrar loro che si
trattasse di una cosa radicata nelle loro coscienze e innata. Infatti essi credono che quelle siano nate in tali luoghi e
che in quella terra furono scoperte per la prima volta i cereali, che Libera, la stessa che chiamano Proserpina, sia
stata rapita dal bosco di Enna , il quale luogo è definito l'ombelico della Sicilia, dal momento che è situato al centro
dell' isola. Quando Cerere decise di ricercarla e rintracciarla, si narra che accendesse le fiaccole con i fuochi che
erompono dalle cime dell' Etna; le quali non appena quella si mostrò a lei, si sparsero per tutto il mondo.
Verrinae, V, 28
Traduzione della Versione "Verrinae, V, 28" di Cicerone
Testo Originale Latino
Quo loco non mihi praetermittenda videtur praeclari imperatoris egregia ac singularis diligentia. Nam scitote
oppidum esse in Sicilia nullum ex iis oppidis in quibus consistere praetores et conventum agere soleant, quo in
oppido non isti ex aliqua familia non ignobili delecta ad libidinem mulier esset. Itaque non nullae ex eo numero in
convivium adhibebantur palam; si quae castiores erant, ad tempus veniebant, lucem conventumque vitabant. Erant
autem convivia non illo silentio populi Romani praetorum atque imperatorum, neque eo pudore qui in
magistratuum conviviis versari soleat, sed cum maximo clamore atque convicio; non numquam etiam res ad
pugnam atque ad manus vocabatur. Iste enim praetor severus ac diligens, qui populi Romani legibus numquam
paruisset, illis legibus quae in poculis ponebantur diligenter obtemperabat. Itaque erant exitus eius modi ut alius
inter manus e convivio tamquam e proelio auferretur, alius tamquam occisus relinqueretur, plerique ut fusi sine
mente ac sine ullo sensu iacerent,--ut quivis, cum aspexisset, non se praetoris convivium, sed Cannensem pugnam
nequitiae videre arbitraretur.
Traduzione Italiana
E a questo punto non mi sembra giusto sottacere la nobile e originale attività di questo brillante generale. Sappiate
dunque che in Sicilia non c’è nessuna città, fra quelle dove i governatori abitualmente si fermano e tengono le
sessioni giudiziarie, nella quale non si scegliesse una donna appartenente a famiglia non certo di infimo rango per
darla in pasto alla sua lussuria. Si procedeva così: alcune di esse erano invitate pubblicamente a banchetto; invece
quelle più riservate, se c’ erano, arrivavano a ore particolari per evitare la luce del giorno e le compagnie numerose.
I banchetti inoltre non rispettavano quel silenzio che è conforme alla dignità di un governatore e di un generale del
popolo romano e neppure quella decenza che solitamente regna nei conviti dei magistrati; ma si svolgevano nel
clamore più assordante e fra gli schiamazzi più scomposti; talora la situazione degenerava in una rissa e si veniva
addirittura alle mani. Infatti questo governatore severo e scrupoloso, che non si era mai sognato di obbedire alle
leggi del popolo romano, ottemperava meticolosamente alle leggi che si stabilivano nel bere. Ecco dunque come
andavano a finire queste manovre: uno veniva portato via a braccia dalla sala del convito come dal teatro di una
battaglia, un altro veniva lasciato lì come un caduto sul campo, i più giacevano qua e là lunghi distesi al suolo fuori
di testa e privi di sensi, che se uno mai li avesse visti avrebbe creduto di assistere non al banchetto di un
governatore, ma alla battaglia di Canne della depravazione.
Verrinae, IV, 1
Traduzione della Versione "Verrinae, IV, 1" di Cicerone
Testo Originale Latino
Venio nunc ad istius, quem ad modum ipse appellat, studium, ut amici eius, morbum et insaniam, ut Siculi,
latrocinium; ego quo nomine appellem nescio; rem vobis proponam, vos eam suo non nominis pondere penditote.
Genus ipsum prius cognoscite, iudices; deinde fortasse non magno opere quaeretis quo id nomine appellandum
putetis. Nego in Sicilia tota, tam locupleti, tam vetere provincia, tot oppidis, tot familiis tam copiosis, ullum
argenteum vas, ullum Corinthium aut Deliacum fuisse, ullam gemmam aut margaritam, quicquam ex auro aut
ebore factum, signum ullum aeneum, marmoreum, eburneum, nego ullam picturam neque in tabula neque in textili
quin conquisierit, inspexerit, quod placitum sit abstulerit.
Traduzione Italiana
Passo ora a parlare di quella che il nostro imputato chiama passione, i suoi amici mania morbosa, i siciliani rapina
continuata. Quanto a me, non so proprio come chiamarla: vi porrò davanti agli occhi i fatti e voi dovrete valutarli
per quello che sono, non già in base al nome che li designa. Voi, signori giudici, prendete prima conoscenza della
natura dei fatti in sé e per sé, e dopo non vi sarà probabilmente troppo difficile cercare quale nome si debba
secondo voi dare a essi. Io dichiaro che in tutta quanta la Sicilia, provincia così ricca e antica, piena di tante città e
di tante famiglie così facoltose, non c’è stato vaso d’argento né vaso di Corinto o di Delo, né pietra preziosa o
perla, né oggetto d’oro e d’avorio, né statua di bronzo o di marmo o d’avorio, dichiaro che non c’è stato quadro né
arazzo che egli non abbia bramosamente ricercato, accuratamente esaminato e, se di suo gusto, portato via.
Verrinae, IV, 2
Traduzione della Versione "Verrinae, IV, 2" di Cicerone
Testo Originale Latino
Magnum videor dicere: attendite etiam quem ad modum dicam. Non enim verbi neque criminis augendi causa
complector omnia: cum dico nihil istum eius modi rerum in tota provincia reliquisse, Latine me scitote, non
accusatorie loqui. Etiam planius: nihil in aedibus cuiusquam, ne in quidem, nihil in locis communibus, ne in fanis
quidem, nihil apud Siculum, nihil apud civem Romanum, denique nihil istum, quod ad oculos animumque
acciderit, neque privati neque publici neque profani neque sacri tota in Sicilia reliquisse.
Traduzione Italiana
Sembra un’esagerazione la mia; fate bene attenzione anche alle parole stesse che pronuncio; ché non è già per
usare un’espressione forte né per aggravare l’accusa che dichiaro di non fare nessuna eccezione. Quando affermo
che Verre non ha lasciato all’intera provincia nessuno di questi oggetti d’arte, sappiate che adopero le parole nel
senso letterale, non con l’esagerazione degli accusatori. Sarò ancora più esplicito: non ha lasciato nulla in casa di
nessuno e nemmeno nelle città, nulla nei luoghi pubblici e nemmeno nei santuari, nulla in casa di un siciliano e
nemmeno di un cittadino romano; per concludere, di tutto ciò che gli capitasse davanti agli occhi e suscitasse la
sua bramosia, fosse un oggetto d’arte privato o pubblico, profano o sacro, costui non ha lasciato nell’intera Sicilia
assolutamente nulla.
Verrinae, III, 43
Traduzione della Versione "Verrinae, III, 43" di Cicerone
Testo Originale Latino
Rem navalem primum ita dico esse administratam, non uti provincia defenderetur, sed uti classis nomine pecunia
quaereretur. Superiorum praetorum consuetudo cum haec fuisset, ut naves civitatibus certusque numerus
nautarum militumque imperaretur, maximae et locupletissimae civitati Mamertinae nihil horum imperavisti. Ob
hanc rem quid tibi Mamertini clam pecuniae dederint, post, si videbitur, ex ipsorum litteris testibusque quaeremus.
Traduzione Italiana
In primo luogo sostengo che egli ha amministrato il settore della marina non già pensando alla difesa della
provincia, ma preoccupandosi di far soldi col pretesto della flotta. La consuetudine dei governatori precedenti era
quella di imporre alle città siciliane la fornitura di navi e di un numero prefissato di marinai e di soldati, tu invece
non hai imposto nessuna di queste condizioni alla grandissima e ricchissima città di Messina. Quanti soldati ti
abbiano dato sottobanco i Mamertini per questa esenzione, se sarà il caso lo scopriremo in seguito dai loro stessi
registri e dalle loro deposizioni.
Verrinae, V, 44
Traduzione della Versione "Verrinae, V, 44" di Cicerone
Testo Originale Latino
Navem vero cybaeam maximam triremis instar, [pulcherrimam atque ornatissimam cybaeam,] palam aedificatam
sumptu publico tuo nomine, publice, sciente tota Sicilia, per magistratum senatumque Mamertinum tibi datam
donatamque esse dico. Haec navis onusta praeda Siciliensi, cum ipsa quoque esset ex praeda, simul cum ipse
decederet, adpulsa Veliam est cum plurimis rebus, et iis quas iste Romam mittere cum ceteris furtis noluit, quod
erant clarissimae maximeque eum delectabant. Eam navem nuper egomet vidi Veliae multique alii viderunt,
pulcherrimam atque ornatissimam, iudices: quae quidem omnibus qui eam aspexerant prospectare iam exsilium
atque explorare fugam domini videbatur.
Traduzione Italiana
Io sostengo che d’altronde ti fu offerta in dono da parte di un magistrato supremo e del senato di Messina una
nave da carico enorme, delle dimensioni di una trireme, una nave da carico bellissima e perfettamente
equipaggiata, costruita palesemente, a pubbliche spese, a nome tuo, per incarico della città: e tutta quanta la Sicilia
lo sapeva. Questa nave, stracarica del bottino predato in Sicilia, mentre anch’essa faceva parte precisamente di
quella preda, nel momento in cui Verre lasciò l’isola al termine del suo mandato, partì con lui e approdò a Velia: il
suo carico era costituito da numerosissimi oggetti, tra cui quelli che costui non volle spedire a Roma con il resto
del bottino, perché gli erano molto cari e gli procuravano grandissimo piacere. Questa nave, bellissima e
perfettamente equipaggiata, l’ho vista io personalmente a Velia qualche tempo fa e così l’ hanno vista molti altri, o
giudici. E, per la verità, a tutti coloro che avevano occasione di osservarla, essa dava già l’ impressione di vedere
già in lontananza l’esilio del suo padrone e di volerne progettare le fuga.
Actio Prima, 7-8 (in parte)
Traduzione della Versione "Actio Prima, 7-8 (in parte)" di Cicerone
Testo Originale Latino
Etenim sic ratiocinabantur sic honestissimi homines inter se et mecum loquebantur: aperte iam et perspicue nulla
esse iudicia. Qui reus pridie iam ipse se condemnatum putabat is postea quam defensor eius consul est factus
absolvitur! Quid igitur? quod tota Sicilia quod omnes Siculi omnes negotiatores omnes publicae privataeque
litterae Romae sunt nihilne id valebit? nihil invito consule designato! Quid? iudices non crimina non testis non
existimationem populi Romani sequentur? Non: omnia in unius potestate ac moderatione vertentur. Vere loquar
iudices: vehementer me haec res commovebat. Optimus enim quisque ita loquebantur: iste quidem tibi eripietur:
sed nos non tenebimus iudicia diutius. Etenim quis poterit Verre absoluto de transferendis iudiciis recusare?
Traduzione Italiana
Così giungevano a questa conclusione, così i rispettabilissimi uomini parlavano fra loro e con me, che in modo
chiaro e palese il sistema giudiziario non c’è più. L’imputato che il giorno prima si sentiva già condannato, è
assolto dopo che il suo difensore è stato eletto console? Come dunque? Il fatto che a Roma c’erano tutta la Sicilia,
tutti i siciliani, tutti gli uomini d’affari, tutti i documenti pubblici e privati, tutto questo non serviva a nulla? A nulla
se il console designato non lo vuole. Come? I giudici non si conformeranno ai capi d’accusa, ai testimoni,
dall’opinione pubblica? No: tutto dipenderà dal potere e dalla direzione di uno solo. Parlerò con sincerità, giudici:
questa circostanza mi turbava profondamente. Tutti i migliori cittadini dicevano: costui ti sarà davvero strappato,
ma noi non conserveremo più a lungo il potere giudiziario: infatti una volta che Verre sia stato assolto, chi potrà
opporsi al trasferimento del potere giudiziario?
Actio Prima, 11
Traduzione della Versione "Actio Prima, 11" di Cicerone
Testo Originale Latino
Nunc ego iudices iam vos consulo quid mihi faciendum putetis. Id enim consili mihi profecto taciti dabitis quod
egomet mihi necessario capiendum intellego. Si utar ad dicendum meo legitimo tempore mei laboris industriae
diligentiaeque capiam fructum; et [ex accusatione] perficiam ut nemo umquam post hominum memoriam paratior
vigilantior compositior ad iudicium venisse videatur. Sed in hac laude industriae meae reus ne elabatur summum
periculum est. Quid est igitur quod fieri possit? Non obscurum opinor neque absconditum. Fructum istum laudis
qui ex perpetua oratione percipi potuit in alia tempora reservemus: nunc hominem tabulis testibus privatis
publicisque litteris auctoritatibusque accusemus. Res omnis mihi tecum erit Hortensi. Dicam aperte: si te mecum
dicendo ac diluendis criminibus in hac causa contendere putarem ego quoque in accusando atque in explicandis
criminibus operam consumerem; nunc quoniam pugnare contra me instituisti non tam ex tua natura quam ex
istius tempore et causa [malitiose] necesse est istius modi rationi aliquo consilio obsistere. Tua ratio est ut
secundum binos ludos mihi respondere incipias; mea ut ante primos ludos comperendinem. Ita fit ut tua ista ratio
existimetur astuta meum hoc consilium necessarium.
Traduzione Italiana
Ora appunto, giudici, chiedo il vostro parere su quanto devo fare, e sono certo che acconsentirete taciti alla
decisione che io stesso capisco di dover prendere per necessità. Se sfrutto il tempo che mi è concesso per legge,
coglierò il frutto della mia fatica, della mia attività e della mia diligenza, e con la mia accusa farò sì che nessuno
mai, a memoria d’uomo, risulti essere giunto ad un processo più preparato, più solerte, più agguerrito. Ma in
questa fama meritata per la mia attività c’è il rischio gravissimo che l’imputato sfugga. Che cosa dunque è mai
possibile fare? Non è oscuro, credo, né segreto. Questo frutto della gloria, che si sarebbe potuto ottenere da un
discorso continuo e compiuto, riserviamolo ad altra occasione: ora accusiamo quest’uomo mediante i registri
ufficiali, i testimoni, i documenti privati e pubblici, le credenziali. Tutta questa faccenda avrò da sbrigarmela con te,
Ortensio: lo dirò apertamente. Se pensassi che tu in questa causa lotti con me parlando in difesa e infirmando le
imputazioni, mi impegnerei anch’io parlando in accusa e sviluppando le imputazioni. Ma ora, poichè ti sei
proposto di farmi guerra non tanto secondo il tuo naturale ufficio di difensore quanto piuttosto secondo la
particolare circostanza e situazione di costui, è necessario opporsi con qualche espediente a tale intento. Il tuo
intento è di incominciare a rispondermi dopo i due ludi, il mio invece è di giungere al rinvio prima dei primi ludi.
Ne conseguirà che codesto tuo intento sia considerato astuto, questo mio espediente necessario.
Actio Prima, 14
Traduzione della Versione "Actio Prima, 14" di Cicerone
Testo Originale Latino
Quo me tandem animo fore putatis si quid in hoc ipso iudicio intellexero simili aliqua ratione esse violatum at
commissum? cum planum facere multis testibus possim C. Verrem in Sicilia multis audientibus saepe dixisse "se
habere hominem potentem cuius fiducia provinciam spoliaret: neque sibi soli pecuniam quaerere sed ita triennium
illud praeturae Siciliensis distributum habere ut secum praeclare agi diceret si unius anni quaestum in rem suam
converteret; alterum patronis et defensoribus traderet; tertium illum uberrimum quaestuosissimumque annum
totum iudicibus reservaret." Ex quo mihi venit in mentem illud dicere (quod apud M'. Glabrionem nuper cum in
reiciundis iudicibus commemorassem intellexi vehementer populum Romanum commoveri) me arbitrari fore uti
nationes exterae legatos ad populum Romanum mitterent ut lex de pecuniis repetundis iudiciumque tolleretur. Si
enim iudicia nulla sint tantum unum quemque ablaturum putant quantum sibi ac liberis suis satis esse arbitretur:
nunc quod eius modi iudicia sint tantum unum quemque auferre quantum sibi patronis advocatis praetori
iudicibus satis futurum sit: hoc profecto infinitum esse: se avarissimi hominis cupiditati satisfacere posse
nocentissimi victoriae non posse.
Traduzione Italiana
Quale credete che sarà il mio stato d’animo se capirò che qualche trasgressione o colpa è stata commessa con
qualche sistema analogo proprio in questo processo? Tanto più che posso provare con molti testimoni che Gaio
Verre in Sicilia fece spesso le seguenti dichiarazioni alla presenza di molte persone: “Aveva un uomo potente e
confidando lui saccheggiava la provincia: non cercava denaro soltanto per sé, ma per quel triennio di governo della
Sicilia aveva un programma tale per cui, diceva, gli andava benissimo se riusciva a trasferire nel proprio patrimonio
il profitto del primo anno, a consegnare ai suoi avvocati difensori quello del secondo e a riservare per giudici tutto
il terzo anno, che era stato abbondante e redditizio.” Questo mi ha fatto venire in mente l’osservazione che feci
recentemente dinanzi a Manio Glabrione in occasione della selezione dei giudici, e capii che il popolo romano ne
rimase molto impressionato: secondo me, dicevo, era prevedibile che le nazioni straniere inviassero ambasciatori al
popolo romano per chiedere l’abrogazione della legge sulle concussioni e il relativo processo. Se infatti non ci
fosse più il processo, pensano che ogni governatore si contenterebbe di portar via quanto ritiene sufficiente per sé
e i suoi figli; ora invece, dato che si tengono processi di tal genere, ciascuno porta via tanto quanto possa bastare
per sé, per gli avvocati difensori, per gli assistenti, per il pretore, per i giudici, e ciò costituisce certo un cumulo
senza limiti: essi ritengono possibile saziare la cupidigia di un uomo avidissimo, ma non garantire il successo del
colpevole.
Libro 5, 117-118-119 (Inaudità crudeltà di un littore)
Traduzione della Versione "Libro 5, 117-118-119 (Inaudità crudeltà di un littore)"
di Cicerone
Testo Originale Latino
Includuntur in carcerem condemnati. Parentes quoque prohibentur adire ad filios prohibentur liberis suis cibum
vestitumque ferre. Patres hi quos videtis iacebant in limine matresque miserae pernoctabant ad ostium carceris ab
extremo conspectu liberum exclusae. Aderat ianitor carceris carnifex praetoris mors terrorque sociorum et civium
Romanorum lictor Sextius cui ex omni gemitu doloreque certa merces comparabatur. Sextium enim non pudebat a
parentibus pecuniam his verbis petere:«Ut adeas tantum dabis; ut cibum tibi intro ferre liceat tantum.». Nemo
recusabat. «Quid? ut uno ictu securis adferam mortem filio tuo quid dabis? ne diu crucietur ne saepius feriatur ne
cum sensu doloris aliquo spiritus auferatur?» Etiam ob hanc causam pecunia dabatur lictori quem non miserebat
illorum infelicium eorumque parentum.
Traduzione Italiana
I condannati vengono rinchiusi nel carcere. Anche ai genitori viene proibito di andare dai figli e di portare cibo e
vestiti ai figli. Questi padri, che vedete, giacevano (erano distesi) sulla soglia e le povere madri trascorrevano la
notte presso l’ingresso del carcere e poste fuori dalla vista dei figli. Erano presenti il custode del carcere, il
carnefice del pretore, morte e terrore degli alleati e dei cittadini Romani, il littore Sestio, al quale da ogni gemito e
dolore (endiadi: gemito di dolore) veniva procurata una certa ricompensa. Infatti Sestio non si vergognava di
chiedere denaro ai (loro) genitori con queste parole: “Per entrare darai tanto (denaro); tanto in modo che ti sia
permesso di introdurre cibo”. Nessuno si opponeva. “Cosa? Cosa darai in modo che io procuri la morte a tuo
figlio con un solo colpo di scure?” Affinché non soffra a lungo, affinché non sia ferito più spesso, affinché il suo
respiro non sia portato via con qualche sensazione di dolore?”. Anche per questo motivo si dava denaro al littore
che non aveva compassione di quegli sventurati e dei loro genitori.
Libro 5, Paragrafo 29
Traduzione della Versione "Libro 5, Paragrafo 29" di Cicerone
Testo Originale Latino
Aestas summa esse coeperat tempus quod omnes Siciliae semper praetores in itineribus consumere consuerunt
proterea quod tum putant obeundam esse maxime provinciam cum in areis frumenta sunt: tum inquam cum
concursant ceteri praetores iste novo quodam genere imperator pulcherrimo Syracusarum loco stativa sibi castra
faciebat.
Traduzione Italiana
Aveva iniziato ad essere nel vivo l’estate, stagione in cui tutti i pretori di Sicilia furono soliti trascorrere sempre in
marcia, per il fatto che pensano che si debba visitare la provincia soprattutto nel momento in cui i cereali sono
nell’aia: dico, nel periodo in cui tutti gli altri pretori la visitano, costui, comandante di tipo insolito, si faceva
costruire un accampamento stabile nel bellissimo luogo di Siracusa.
Libro 5, Paragrafo 30
Traduzione della Versione "Libro 5, Paragrafo 30" di Cicerone
Testo Originale Latino
Nam in ipso aditu atque ore portus ubi primum ex alto sinus ab litore ad urbem inflectitur tabernacula carbaseis
intenta velis conlocabat. Huc ex illa domo praetoria quae regis Hieronis fuit sic emigrabat ut eum per illos dies
nemo extra illum locum videre posset. In eum autem ipsum locum aditus erat nemini nisi qui aut socius aut
minister libidinis esse posset. Huc omnes mulieres quibuscum iste consuerat conveniebant quarum incredibile est
quanta multitudo fuerit Syracusis; huc homines digni istius amicitia digni vita illa conviviisque veniebant. Inter eius
modi viros et mulieres adulta aetate filius versabatur ut eum etiamsi natura a parentis similitudine abriperet
consuetudo tamen ac disciplina patris similem esse cogeret.
Traduzione Italiana
Infatti proprio nell’ingresso e nell’imboccatura del porto, non appena dal profondo un’insenatura si incurva in
direzione della città, collocava le tende drizzate con vele di lino. Dal famoso palazzo pretorio, che fu del re
Gerone, qui si trasferiva, in modo che durante quei giorni nessuno poteva vederlo fuori da quel luogo. Inoltre, in
quello stesso luogo nessuno aveva accesso, se non chi poteva essere o suo alleato o intermediario di piacere
(=mezzani). Qui si radunavano tutte le donne con le quali costui aveva rapporti sessuali: è incredibile quanto
grande folla di queste ci fu a Siracusa; qui venivano gli uomini degni dell’amicizia di costui, degni di quella vita e
dei banchetti. Tra uomini e donne di tal genere si trovava il figlio, già cresciuto (lett. In età adulta) cosicché,
sebbene l’indole sua lo tenesse lontano dalla somiglianza col padre, tuttavia l’abitudine e il modo di vivere lo
costringevano ad essere simile al padre.

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