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INTEGRAZIONI SULLA FILOSOFIA DI CARTESIO

L'ENUMERAZIONE
(La quarta regola del metodo)

La garanzia delle inferenze (deduzioni) della logica classica era riposta nella conoscenza delle leggi del pensiero,
delle forme in cui esso doveva svolgersi; non v'era bisogno né di attenzione particolare, né di continua presenza
della mente, né di particolare memoria, bastava ricordare come doveva svolgersi un argomento in Barbara, in
Caelarent, in Baroco, ecc.1 Con Descartes siamo su tutt'altro versante ed egli ne è perfettamente cosciente:
rigettate tutte le catene dei sillogismi - scrive - non ci resta che questa sola via (l'enumerazione) cui accordare
interamente la nostra fiducia2. Già l'abbiamo visto, per il filosofo francese la deduzione si scompone e si
risolve in atti intuitivi, ma la serie di questi atti può essere così numerosa da sfuggire alla presa dell'intuito
e lasciarci nell'incertezza sul legame, sulla completezza e sulla continuità del moto del pensiero dall'inizio
alla fine del processo; di qui l'esigenza di questa ulteriore garanzia:
«Tutte 'le proposizioni' che abbiamo infatti dedotto immediatamente le une dalle altre sono già ridotte al vero intuito, se
l'inferenza è stata evidente. Qualora invece da molte e disgiunte 'proposizioni' inferiamo qualcosa di unico, spesso la
capacità del nostro intelletto non è così grande da poterle comprendere tutte con un solo intuito; nel qual caso
dev'essergli sufficiente la certezza di quest'operazione [quella che si compie con l’enumerazione]. Allo stesso modo,
non possiamo distinguere con un solo sguardo tutti gli anelli di una catena piuttosto lunga; nondimeno, se avremo visto
la connessione di ciascun anello col più vicino, sarà sufficiente perché possiamo dire anche di aver visto in qual modo
l'ultimo anello si congiunge col primo»3,
garanzia anche contro le carenze della nostra memoria, facoltà che Descartes riconosce debole per natura e
destinata a divenirlo sempre più con l'aumentare degli anni 4. L'enumerazione supplisce alla mancanza di regole
formali perpetuando l'intuito, facendolo scorrere attraverso tutti i punti nevralgici dell'iter della deduzione
tante volte quanto basta per imparare a passare dal primo all'ultimo così velocemente che, non lasciando
quasi alcuna parte alla memoria, si abbia l'impressione di intuire tutto il processo simultanemente 5, come
se si fosse insomma abbreviato vertiginosamente il tempo ed acquistata la certezza della continuità e della
ininterrotta concatenazione del moto del pensiero. La deduzione non è che un labile strumento di conoscenza,
perché o si riduce all'intuito o si ricostituisce nella enumerazione che, pur meno certa dell'intuito, lo è comunque
abbastanza da permettere all'autore del Discours una di quelle prospettive utopiche che spesso si concede:
«Non è grandissima impresa abbracciare con il pensiero tutte le cose contenute nell'universo per riconoscere come
ciascuna di esse sia soggetta all'esame della nostra mente: nulla può esservi infatti di così molteplice e di così
frammentario che non si possa, grazie alla enumerazione, [ ... ] circoscrivere entro limiti ben determinati e ricondurre ad
un ristretto numero di classi6».
La ricerca sul metodo in uno dei suoi momenti limite o – meglio - la coscienza del limite della nostra mente e la
consapevolezza della sua immensa potenzialità scandiscono ancora una volta un momento dell'affermazione del
metodo.

LA QUESTIONE DEL CIRCOLO VIZIOSO


(La funzione di Dio nella conoscenza, da aggiungere alla p. 99, par. 6, 4° cv.)

Alcuni contemporanei (specialmente Gassendi), accusarono Descartes di esser caduto nel circolo vizioso. Si
segua il ragionamento: all'esistenza di Dio Descartes era giunto partendo dalle idee chiare e distinte (evidenti), ma
poi si vale della conoscenza di Dio per giustificare tali conoscenze. Ma Descartes rispose alle obiezioni in maniera
convincente: egli fa ricorso a Dio non per garantire la verità delle idee evidenti, intuite nella loro attualità
(presenza alla mente), ma per salvare dal dubbio il ricordo di evidenze intuite nel passato, garantire cioè la
permanenza della loro verità e quindi la validità della deduzione e del sistema scientifico che essa
costituisce. È, infatti, proprio su questa lunga concatenazione di verità che si basa la scienza. Dio è,
dunque, il garante della validità della scienza (cioè della lunga concatenazione deduttiva delle verità in cui consiste
il discorso scientifico), non dell'intuizione chiara e distinta della singola conoscenza.

1 Espressioni arbitrarie utilizzate dagli scolastici per indicare i vari modi del sillogismo: ad esempio Barbara indicava il primo dei
nove modi del sillogismo di prima figura costituito da due premesse universali affermative e da una conclusione pure universale
affermativa, ricordate dal succedersi delle tre a; tali espressioni mnemoniche furono poi utilizzate anche dagli autori della
Logique de Port Royal.
2 Regola VII, O.F., I, p. 256 (A.T., X, 389).
3 Regola VII, ibid. p. 256 (A.T., X, 389).
4 Regola IV, ibid., p. 249 (A.T., X, 379): «[ ... ] quando col crescere degli anni diminuisce la memoria [...]» o Regola VII, ibid. p.
255 (A.T., X, 387): «[ ... ] si deve portare aiuto alla debolezza della memoria».
5 Regola VII, ibid., p. 255 (A.T., X, 388).
6 Regola VIII, ibid., pp. 262-263 (A.T., X, 398).