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Locke

Il pensiero politico di John Locke è considerato come espressione del liberalismo tipico del ‘600 inglese. I
suoi due bersagli principali sono la concezione paternalistica del potere e quella assolutistica (in parole
povere, Filmer e Hobbes). Per quanto riguarda la prima concezione, Locke afferma che il potere politico e il
potere paterno sono distinti e separati, e quindi l’identificazione tra i due non ha alcun fondamento. Per
opporsi alla seconda concezione, invece, Locke afferma che per lui il potere assoluto di un uomo su un altro
non può nascere né per natura, né per contratto: tale potere dispotico (tirannico) può derivare solo dalla
violenza. C’è da dire che vi è differenza tra Locke e Hobbes anche per quanto riguarda lo stato di natura.
Anche per il primo gli uomini in questo stato sono liberi ed uguali tra loro, ma esso è anche uno stato
pacifico. Se al suo interno, però, nasce una guerra, essa non terminerà più. Per Locke gli uomini non sono
così cattivi come per Hobbes, e seguono la ragione. Ma egli è anche realista e quindi sa che non proprio
tutti sono ragionevoli, ed è per questo che nasce lo stato di guerra. Quindi, per Locke lo stato di natura ha
solo un difetto: non avere un giudice imparziale, e il compito dello Stato civile è proprio quello di rimediare
a questa carenza. Tutto questo spiega anche il diverso modo dei due di vedere il patto che da vita allo Stato
civile. Per Hobbes questo patto è stipulato tra i singoli a favore di un terzo (il sovrano). Per Locke, invece, il
contratto è prima un pactum societatis che unisce i singoli in società, e poi un pactum subjectionis tra tale
società e il sovrano, al quale viene ceduto soltanto il diritto di farsi giustizia da soli. Il sovrano, inoltre, non
potrà godere del consenso di tutti, poiché tale cosa è impossibile sia per natura pratica (ci sarà sempre
qualcuno che non parteciperà alle pubbliche decisioni), sia perché è inevitabile la presenza di opinioni e di
interessi diversi. Il potere del sovrano, poi, non è illimitato, ma ha ben quatto limiti, che sono: 1) i diritti
naturali che il sovrano non può violare; 2) il principio di legalità che fa sottostare il potere al controllo delle
leggi; 3) il diritto alla proprietà che da a tutti gli individui l’impossibilità di vedersi togliere un possedimento
senza il suo consenso; 4) il potere non può trasferire ad organi diversi dal parlamento il potere legislativo,
che è per Locke il potere supremo.

In Locke troviamo una teoria innovativa della proprietà, che per la prima volta nel pensiero sociale e
politico ne fa qualcosa di dinamico, frutto dello sforzo e dell’attività dell’uomo. Se è vero, osserva Locke,
che la terra è stata data agli uomini in comune, come è scritto nella Bibbia, è altrettanto vero che la
proprietà della persona è rigorosamente individuale: e come ognuno possiede individualmente il proprio
corpo e la propria mente, così possiederà tutto ciò che l’opera delle sue mani e della sua intelligenza potrà
procurargli. Con il lavoro, l’uomo trae i beni dallo stato comune in cui si trovano originariamente e vi
aggiunge qualcosa di individuale, che giustifica quindi la proprietà privata, la quale sorge già nello stato di
natura. Dapprima Locke pone due limiti all’acquisizione della proprietà privata: lasciare cose sufficienti e
altrettanto buone agli altri e appropriarsi soltanto di ciò che può essere consumato. Ma tali limiti vengono
superati grazie all’istituzione della moneta, che non è deperibile. Locke è inoltre convinto che un’economia
fondata sulla proprietà privata e sull’accumulazione illimitata di ricchezza generi uno sviluppo economico
complessivo infinitamente superiore ai modelli pre-borghesi: un piccolo pezzo di terra coltivato
privatamente, egli osserva, rende cento volte di più di quanto renderebbe se lasciato in proprietà comune.

Locke teorizza infine la tolleranza religiosa. Il potere politico, anche quando è basato sul consenso, può
ricorrere alla forza, se le sue decisioni non vengono rispettate. Il potere spirituale, invece, può soltanto
convincere e non costringere, perché la religione consiste nella fede interiore, senza la quale nulla ha valore
di fronte a Dio. Imporre una fede religiosa con la forza non ha senso. Perciò sfera politica e sfera religiosa
debbono essere chiaramente distinte. Quanto alle varie Chiese, ognuna ritiene di avere il monopolio della
verità: ma si tratta, secondo Locke, soltanto di una convinzione soggettiva. Ogni individuo entra
spontaneamente in una Chiesa, sperando di aver trovato la vera religione e il culto più gradito a Dio; ma
proprio per ciò, se cambiasse idea, deve poter abbandonare quella Chiesa, con la stessa libertà con cui vi
era entrato. Dalla tolleranza, però, Locke esclude sia i cattolici (perché obbediscono agli ordini del papa, e
quindi sono pronti a disobbedire agli ordini civili) sia gli atei (perché, non credendo in Dio, non riconoscono
nulla di sacro e di stabile).

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