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NOTE E TESTI

MACHIAVELLI E SAVONAROLA.
L’ESORTAZIONE ALLA PENITENZA E IL MISERERE

1. De profundis clamavi ad te, Domine; Domine, exaudi vocem meam. Avendo io questa
sera, onorandi padri e maggiori frategli, a parlare alle carità vostre per ubbidire alli miei
maggiori (a parlare), qualche cosa della penitenza, mi è parso cominciare la esortazione
mia con le parole del lettore dello Spirito Santo, Davit profeta, acciò che quelli che con
lui hanno peccato, con le parole sue sperino di potere dallo altissimo e clementissimo Iddio
misericordia ricevere.1

All’inizio del secolo XVI, forse in una domenica di quaresima di cui non co-
nosciamo la data, nella sede di una confraternita, un confratello, dopo aver indos-
sato la cappa della compagnia, salı̀ sul pulpito e, davanti ad una sala che vogliamo
immaginare gremita, pronunciò un sermone dedicato alla ‘‘penitenza’’.
Il predicatore, che era un buon conoscitore della Bibbia, notò come non ci
fosse miglior modo di affrontare il tema della penitenza che prendere le mosse dal-
la figura del re David. Se David era stato perdonato, osservò il predicatore, nessun
peccatore avrebbe dovuto dubitare di poter ottenere, indipendentemente dalla
gravità dei peccati compiuti, il perdono divino. Lo spirito di pentimento dell’uo-
mo trova ascolto in Dio perché la misericordia di Dio è immensa:
né di poterla ottenere, avendola quello ottenuta, si sbigottischino, perché da quello esem-
plo, né maggiore errore, né maggiore penitenzia in uno uomo si può comprendere, né in
Dio maggiore liberalità al perdonare si può trovare.2

Come David, trovandosi immerso nel peccato, chiese perdono a Dio e l’otten-
ne, ogni peccatore potrà essere perdonato.

E però con le parole del Profeta, direno: – O Signore, io constituto nel profondo del
peccato, ho con voce umile e piena di lacrime, chiamato a te, o Signore, misericordia; e ti
priego, e tu sia contento, per la tua infinita bontà, concedermela –.3

1 NICCOLÒ MACHIAVELLI , Esortazione alla penitenza, in Opere di Niccolò Machiavelli, IV,

Scritti letterari, a cura di L. BLASUCCI con la collaborazione di A. CASADEI, Torino, Utet, 1989,
p. 283. Cfr. Salmi, CXXIX (CXXX), 1-2.
2 Ibid.

3 Ibid.
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Bisogna guardarsi dal peccato di disperazione in cui talora l’uomo cade, pen-
sando di non essere degno di ottenere il perdono divino.

Né sia alcuno pertanto che si desperi di poterla ottenere, pure che con li gli occhi la-
crimosi, con il cuore afflitto, con la voce mesta l’addimandi.4

A Dio parole come vendetta e giustizia sono semplicemente ignote. Il suo è un


concetto totalmente diverso di giustizia.

O immensa pietà di Dio! O infinita bontà! – esclamò il predicatore. – Cognobbe lo al-


tissimo Iddio quanto era facile l’uomo a scorrere nel peccato; vidde che avendo a stare in sul
rigore della vendetta, era impossibile che niuno uomo si salvasse; né potette con il più pio
remedio alla umana fragilità provedere, che con ammunire la umana generazione che non
il peccato, ma la perseveranzia del peccato lo poteva fare implacabile; e perciò aperse a l’uo-
mini la via della penitentia, per la quale, avendo l’altra via smarrita, e’ potessino per quella
salire al cielo.5

Il predicatore, a questo punto, cambiò registro. Osservò che c’erano due tipi
principali di peccato, nei quali l’uomo soleva cadere. La sua ingratitudine si ma-
nifestava da un lato verso Dio dall’altro verso gli altri uomini. L’ingratitudine verso
Dio appariva condannabile, dal momento che Dio era stato particolarmente gene-
roso nei confronti degli uomini. Erano moltissimi, osservò il predicatore, i ‘‘beni-
ficii che noi abbiamo ricevuto da Dio’’. Dio aveva messo a disposizione dell’uomo
la terra, e sulla superficie terrestre ‘‘tanti animali, tante piante, tante erbe, e qua-
lunque cosa sopra quella si genera, a benificio suo’’. Tutto il creato era stato da
Dio messo a disposizione dell’uomo. Quanto all’uomo stesso, i cinque sensi gli era-
no stati dati per onorare Dio.

Addunque ogni cosa è creata per onore e bene dell’uomo, e l’uomo è solo creato per
bene e onore d’Iddio: al quale die’ il parlare che potessi laudarlo; gli dette il viso, non vòlto
alla terra come a li altri animali, ma vòlto al cielo, perché potessi continuamente vederlo;
diegli le mani, perché potessi fabbricare i tempı̂, fare i sacrifı̀cii in onore suo; diegli la ra-
gione e lo intelletto perché potesse speculare e cognoscere la grandezza d’Iddio.6

Mediante un uso distorto e peccaminoso dei sensi l’uomo si allontana tuttavia


da Dio e fa emergere la sua vera natura, che è malvagia e corrotta. Cosı̀ facendo,
notò il predicatore, l’uomo viene perdendo la propria natura di animale razionale
per diventare simile agli animali bruti.

4 Ibid.
5 Ibid.
6 Ivi, p. 284.
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Vedete addunque con quanta ingratitudine l’uomo contro a tanto beneficatore insur-
ga! e quanta punizione meriti quando e’ perverte l’uso di queste cose e voltale al male! E
quella lingua, fatta per onorare Iddio, lo bestemmia; la bocca, donde si ha a nutrire, la fa
diventare una cloaca e una via per sodisfare allo appetito e al ventre con dilicati e superflui
cibi; quelle speculazioni d’Iddio in speculazioni del mondo converte; quello appetito di con-
servare la umana spezie lussuria e mille altre lascivie diventa. E cosi l’uomo, mediante queste
brutte opere, di animale razionale in animale bruto si transforma. Diventa pertanto l’uomo,
usando questa ingratitudine contro a Dio, di angelo diavolo, di signore servo, di uomo be-
stia.7

L’altro peccato che deve essere condannato in modo particolare riguarda la


mancanza di amore verso il prossimo, ossia il contrario della carità.

Questa, padri e fratelli miei, è quella sola che conduce l’anime nostre in cielo; questa è
quella sola che vale più di tutte le altre virtù degli uomini; questa è quella di che la chiesa sı̀
largamente parla, che chi non ha carità non ha nulla; di questa dice S. Paolo: «Si linguis non
solum hominum, sed angelorum loquar, caritatem autem non habeam, factus sum sicut aes so-
nans». («Se io parlassi con tutte le lingue delli uomini e degli angeli, e non abbi carità, io son
proprio come un suono sanza frutto»); sopra questa è fondata la fede di Cristo. Non può
essere pieno di carità quello che non sia pieno di religione [...].8

Si torna però subito ai temi centrali della riflessione, il pentimento e l’accogli-


mento del peccatore da parte di Dio misericordioso. E agli esempi biblici ed evan-
gelici che dimostrano quanto la misericordia divina sia grande: David, di nuovo, e
S. Pietro.

Queste offese contro al prossimo sono grandi, la ingratitudine contro a Dio è grandis-
sima; ne’ quali duoi vizii perché noi caggiamo spesso, Iddio benigno creatore ci ha mostro
la via del rizzarci, la quale è la penitenza. La potenza della quale con le opere e con le pa-
role ci ha dimostro: con le parole, quando comandò a S. Pietro che perdonassi settanta
volte sette il dı̀ a l’uomo che perdonanza gli domandasse; con l’opere, quando perdonò
a Davit lo adulterio e lo omicido, e a S. Piero la ingiuria di averlo non solo una volta,
ma tre negato.9

Segni del pentimento che innescano il meccanismo della grazia misericordiosa


sono le lacrime. Quelle lacrime che S. Pietro versa dopo aver rinnegato Cristo e
David mentre esclama, con le parole del salmo L (LI): Miserere mei, Deus.

Quale peccato non perdonerà Iddio, frategli miei, a voi, se veramente voi vi ridurrete a
penitenza, poiché perdonò questi loro? E non solamente perdonò, ma li onorò intra e’ primi

7 Ivi, pp. 284-285.


8 Ivi, p. 285. Cfr. I Corinzi, XIII, 1.
9 Ivi, pp. 285-286.
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eletti nel cielo, solamente perché Davit, prostrato in terra, pieno di affezione e di lacrime,
gridava: – Miserere mei, Deus –; solamente perché S. Pietro fllevit amare, pianse sempre
amaramente il suo peccato, pianselo Davit, meritò l’uno e l’altro il perdono.10

Santi come s. Francesco o s. Girolamo usavano, rivoltarsi nei pruni il primo,


lacerarsi il petto il secondo, per reprimere le tentazioni. Ma questi esempi troppo
alti non possono essere seguiti da uomini comuni.

Ma perché e’ non basta pentersi e piagnere, ché bisogna prepararsi in le opere contra-
rie al peccato, per non potere errare più, per levare via l’occasione del male, conviene imi-
tare san Francesco e san Girolamo: i quali per reprimere la carne e torle facultà a sforzarli
alle inique operazioni, l’uno si rivolgeva su per li pruni, l’altro con un sasso il petto si lace-
rava. Ma con quali sassi o con quali pruni reprimeréno noi la volontà delle usure, delle in-
famie, delli inganni che si fanno al prossimo, se non con le limosine e con onorare, benifi-
care quello? Ma noi siamo ingannati da la libidine, rinvolti nelli errori e inviluppati ne’lacci
del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo.11

E dunque ci conviene piuttosto ritornare per l’ennesima volta al grido dispe-


rato di David, Miserere mei, Deus, o alle ‘‘lacrime di s. Pietro’’.

Perciò conviene, a uscirne, ricorrere alla penitenzia, e gridar con Davit: – Miserere
mei, Deus! – e con S. Piero piagnere amaramente, e di tutti i falli commessi vergognarsi
[...] 12

Ricordando anche ciò che scrive Petrarca nel Canzoniere, che i piaceri del
mondo altro non sono che un ‘‘breve sogno’’.13

2. Chi fu a pronunciare questo sermone? La risposta, nonostante il testo sia


conosciuto, continua ad apparire sorprendente. L’autore del sermone è infatti
Niccolò Machiavelli.
Di quest’opera, che troviamo già nelle edizioni settecentesche di Machiavel-
li, non si conosce il titolo. Discorso morale era il titolo utilizzato più di frequente
nelle edizioni antiche. Nell’apografo del nipote, Giuliano de’ Ricci, tuttavia, vi ci
si accenna come a una Exortatione alla penitentia e questo è il titolo scelto da
alcuni editori moderni, come il Blasucci e il Casadei, che lo pubblicano, con
un’utile nota esplicativa, nel quarto volume di una delle più recenti edizioni del-
le Opere. Va assegnata secondo Blasucci e Casadei agli ultimi anni della vita dello
scrittore. Se ne possiede l’autografo, conservato presso la Biblioteca Nazionale

10 Ivi, p. 286. Cfr. Salmi, L (LI), 3; Matteo, XXVI, 75.


11 Ibid.
12 Ibid. Cfr., ancora, Salmi, L (LI), 3.
13 Ibid. Cfr. Petrarca, Rime, I, 14.
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di Firenze (Carte Machiavelli, I, 76), e non ne viene messa in dubbio l’autenti-


cità.14
Discorso morale: il titolo utilizzato nelle vecchie edizioni non era scelto a caso.
In un’opera come quella di Machiavelli, destinata, secondo un luogo comune nato
in età controriformistica, ad esaltare l’immoralità, si affacciava un ‘‘discorso mora-
le’’. In realtà qui non di morale si parla. Il Discorso affronta temi teologici e può
definirsi ‘‘morale’’ solo in quanto la teologia ha rapporti facili da intuire con l’etica.
Scrive Giuliano de’ Ricci nell’apografo:
A ciascuno che abbia niente pratica de’ costumi et modi della città di Firenze è noto
quanto in essa si frequentino le Compagnie o fraternite di huomini secolari, i quali riducen-
dosi in diversi oratorii fatti per la città, a cantar vespri et dir mattutini, darsi la disciplina et
altre opere buone, usano ancora in certi tempi, et la quaresima maxime, che qualcuno de’
fratelli exorti gli altri alla penitentia et alle altre opere buone. Et essendo il Machiavello no-
stro di alcune di esse, come a persona più atta et divota et religiosa, infra le altre volte li fu
dato carico di fare una domenica di quaresima una exortatione alla penitentia, et egli fece la
seguente.15

Blasucci e Casadei appaiono dubbiosi circa la sincerità dello scritto e ritengo-


no esagerato lo zelo che il Ricci mette nel sottolineare l’atteggiamento di sincera
religiosità del Machiavelli. Per Blasucci e Casadei il sermone fu composto per as-
solvere ‘‘un obbligo’’. ‘‘Il discorso trapassa volentieri e spesso – scrivono Blasucci e
Casadei – nella citazione scontata o nella parafrasi di testi sacri’’. Il che non sembra
comunque autorizzare una valutazione come quella di Villari, che ravvisò in questo
scritto ‘‘una certa velata ironia’’; 16 né quella del Croce, che lo definı̀ una ‘‘scher-
zosa cicalata’’.17
Ecco per intero il passaggio del Croce, che stava recensendo il volume di Fe-
lice Alderisio, Machiavelli. L’arte dello Stato nell’azione e negli scritti (Torino, Boc-
ca 1930):
l’Alderisio stesso è, evidentemente, un brav’uomo e punto smaliziato, e proprio l’autore del-
la Mandragola non doveva cascare tra le sue mani. Immaginarsi che egli [...] prende per
buona moneta, per una scrittura d’ascetico fervore, finanche quella scherzosa cicalata a
una confraternita (probabilmente di buontemponi!) sui peccati e la penitenza, che va tra
gli scritti minori del Machiavelli sotto il nome di Discorso morale! L’Alderisio dice che esso
‘‘nella sua bellezza contenuta e robusta ci rivela in piena luce la coscienza religiosa e cristia-

14 MACHIAVELLI , Esortazione alla penitenza, in Opere, cit., pp. 279-286. Come si sarà no-

tato, a ‘‘exortatione’’ Blasucci e Casadei hanno preferito la forma moderna ‘‘esortazione’’.


15 Cfr. ID ., Opere, cit., p. 281. Blasucci e Casadei rimandano a O. TOMMASINI , La vita e gli

scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col machiavellismo, Roma, Loescher, 1883-1911,
2 voll., vol. I, p. 663 (anastatica Bologna, Il Mulino, 1999).
16 Cfr. P. VILLARI , Niccolò Machiavelli e i suoi tempi illustrati con nuovi documenti, 3 voll.,

Firenze, Le Monnier, 1877-1882, vol. III, p. 200.


17 B. CROCE, Conversazioni critiche, serie IV, Bari, Laterza, 1951, p. 16.
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na del Machiavelli’’, la ‘‘forte sostanzialità della sua iniziazione cristiana’’; e chiama ‘‘belle
note finali di schietta e solenne ispirazione evangelica e paolina sulla brevità del sogno di
questo mondo esteriore, ecc.’’ le ultime parole della cicala, senz’avvedersi, sembra, che ter-
minano con due versi del canzoniere del Petrarca, diventati nell’uso un comune ritornello,
sul quale, come su tutti i ritornelli, si doveva talvolta celiare. Innanzi a tanta innocenza di
critico si prova una sorta d’intenerimento; ma naturalmente, si pensa un po’ anche al luogo
dove l’epigramma di messer Niccolò voleva spedire l’onesto Pier Soderini’’.18

Il problema sotteso è quello della mancanza di ‘‘eticità’’ del Machiavelli: ‘‘Il


Machiavelli ha scevrato e asserito il momento della pura forza e volontà [...]
che egli abbia asserito anche l’altro, superiore, della eticità è da vedere’’. E ancora:
‘‘Ricevere, dunque, in cambio del Machiavelli che diè, rispetto all’antichità e ri-
spetto al medioevo, avviamento nuovo alla filosofia della politica, un Machiavelli
onest’uomo [...] sarebbe un ben mediocre affare: un vero marché de dupe: perché
di onesti uomini ce ne furono e ce ne sono tanti, e di auctores veritatis tanto po-
chi’’.19
Il rischio che le interpretazioni di Croce e Villari adombrano è chiaro. Il pen-
satore laico e moderno viene qui sostituito da un predicatore. Sarebbe in tal modo
corrosa alle radici l’interpretazione desanctisiana di Machiavelli come prototipo
dell’uomo moderno, totalmente affrancato da qualsiasi preoccupazione trascen-
dente.
Molti studiosi concordano ormai nel ritenere inadeguata l’immagine di un Ma-
chiavelli ateo. Non è tuttavia tanto interessante, credo, chiedersi, in termini generici,
se Machiavelli sia stato o meno un uomo religioso. Un problema più stimolante è la
natura di questa sua religiosità. Machiavelli vive infatti in un’epoca di grandi fer-
menti religiosi: l’età del savonarolismo e dei primi passi della Riforma in Germania.
Da teorico del repubblicanesimo egli non può ignorare la semplice circostanza che
tale ideologia si è incarnata a Firenze nella forma della teocrazia millenaristica savo-
naroliana, con la sua carica utopica e la sua vocazione al fallimento, che Machiavelli
esemplifica nella concezione del Savonarola profeta ‘‘disarmato’’.20

18 Ivi, pp. 16-17.


19 Ivi, p. 17.
20 Per una discussione aggiornata circa la religiosità di Machiavelli cfr. M. VIROLI , Il Dio di

Machiavelli e il problema morale dell’Italia, Bari, Laterza, 2005, con ampie indicazioni bibliogra-
fiche. Cfr. anche il numero del «Journal of the History of Ideas» (60, 4, October 1999) dedicato
al ruolo della religione nel pensiero di Machiavelli, con articoli di J.H. GEERKEN, Machiavelli’s
Moses and Renaissance Politics, ivi, pp. 579-595; M.L. COLISH, Republicanism, Religion, and Ma-
chiavelli’s Savonarolan Moment, ivi, pp. 597-616; C.J. NEDERMAN, Amazing Grace. Fortune, God,
and Free Will in Machiavelli’s Thought, ivi, pp. 617-638; B. FONTANA, Love of Country and Love
of God. The Political Uses of Religion in Machiavelli, ivi, pp. 639-658; J.M. NAJEMY, Papirius and
the Chickens, or Machiavelli on the Necessity of Interpreting Religion, ivi, pp. 659-681. Vedi an-
che le osservazioni sul ruolo svolto dalla casistica nella elaborazione della strategia retorica di Ma-
chiavelli in C. GINZBURG, Machiavelli, l’eccezione e la regola. Linee di una ricerca in corso, in
«Quaderni storici», n.s., 112, 1, 2003, pp. 195-214.
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Occorre in altre parole, disporsi, nei confronti di un testo come il sermone,


che ci svela aspetti nuovi di una realtà che si credeva già conosciuta, in una posi-
zione di attesa, cercando di cogliere con attenzione estrema implicazioni e note do-
minanti. I testi di edificazione religiosa non sono infatti tutti uguali, non ripetono
all’infinito gli stessi concetti estremamente poveri, come appare al lettore che non
è abituato ad affrontarli seriamente, ma vanno letti fra le righe e collocati all’inter-
no del contesto storico in cui sono nati o vengono, in un secondo momento, riletti.

3. Il giudizio liquidatorio di Villari o di Croce è senz’altro venato di parzialità.


Che, come sostengono Blasucci e Casadei, lo scritto sia stato composto per obbli-
go, mi pare, tuttavia, ancor meno probabile. Citazioni e parafrasi da testi sacri so-
no utilizzati secondo una strategia retorica propria dei testi di edificazione religiosa
della quale Machiavelli fa un uso intelligente ed appropriato. Quanto al carattere
‘‘scontato’’ delle citazioni, vedremo che di scontato c’è ben poco nella scelta ope-
rata dal Machiavelli. Le citazioni che egli utilizza hanno un ben preciso significato
e suggeriscono una posizione nient’affatto di maniera all’interno del dibattito re-
ligioso dell’epoca.
Più corretta sul piano scientifico appare la posizione di Gian Piero Pacini. In
un articolo apparso nel 1991 sulla «Rivista di storia e letteratura religiosa», egli sot-
tolinea infatti come questo scritto dimostri il possesso, da parte di Machiavelli, di
una ‘‘specifica cultura religiosa’’ nutrita di spiritualità domenicana. E fa il nome
del Libro d’amore di carità di Giovanni Dominici. Nel sermone si rintraccerebbero
inoltre riferimenti al culto di S. Girolamo penitente, oltre che elementi francesca-
ni. Pacini non va oltre; e l’invito da lui formulato ad approfondire il contenuto teo-
logico del sermone è caduto sostanzialmente nel vuoto.21
Questa carenza si può spiegare alla luce di una conoscenza davvero poco ap-
profondita della teologia tanto di Savonarola quanto dei gruppi a lui collegati, che
operano a Firenze sia mentre il profeta è in vita sia dopo la sua morte. Solo di re-
cente il vuoto comincia ad essere colmato, dopo la pubblicazione della fondamen-
tale ricerca d’insieme sul savonarolismo di Lorenzo Polizzotto, cui sono seguiti al-
tri importanti contributi.22

4. La posizione teologica che viene espressa nel sermone è di natura fonda-


mentalmente agostiniana: Machiavelli sottolinea come l’uomo, da solo, con le pro-
prie forze, non possa ottenere la salvezza. E d’altronde sono tanti e tali i peccati di
cui gli uomini si sono macchiati che sperare di poterli bilanciare con le buone ope-
re sarebbe vana speranza. L’importanza della carità è sottolineata, ma le opere

21 G.P. PACINI , Per una rilettura della ‘‘Esortazione alla penitenza’’ di Niccolò Machiavelli, in

«Rivista di storia e letteratura religiosa», XXVII, I, 1991, pp. 126-135; vedi in particolare, per la
citazione, p. 133.
22 Cfr. L. POLIZZOTTO , The elect nation. The Savonarolan movement in Florence, 1494-1545,

Oxford, Clarendon press, 1994.


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buone non sono viste come il mezzo per acquistare la salvezza. A questo pessimi-
smo antropologico e religioso si contrappone il concetto di ampiezza della miseri-
cordia divina, esemplificato sin dalle prime righe del testo da un richiamo topico,
quello al caso di David.
Il sermone non ha una datazione precisa, ma lo si colloca nella fase finale della
vita del Machiavelli. Esso potrebbe risentire di riferimenti diretti o indiretti all’o-
pera di Lutero. Nel 1519, quasi un decennio prima della morte di Machiavelli, Lu-
tero aveva pubblicato il suo commento ai sette salmi penitenziali, il suo primo la-
voro in lingua tedesca, che si apriva con il commento al De profundis. Nel 1521 di
questo testo era apparsa anche una più accessibile traduzione latina. Del 1518 è
invece il Sermo de Penitentia. Il radicale agostinismo di Lutero, i cui scritti comin-
ciavano a diffondersi in Italia negli ultimi anni della vita di Machiavelli, potrebbe
aver certo influenzato Machiavelli ed averlo indotto a ripensare al suo credo reli-
gioso.23
Qualche anno più tardi, nel 1524, era uscita invece la De immensa Dei mise-
ricordia concio di Erasmo da Rotterdam, l’opera nella quale Erasmo espone nel
modo più completo la sua teologia del ‘‘cielo aperto’’. La Concio conobbe tre tra-
duzioni italiane, tutte peraltro tardive (Brescia 1542, Venezia 1551 e Firenze 1554)
rispetto all’epoca che stiamo analizzando, ma nell’Italia degli anni venti del Cin-
quecento, ed in particolare a Firenze, il nome di Erasmo era conosciuto e rispet-
tato. L’editore fiorentino Giunta aveva assecondato quella che appariva come una
vera e propria moda erasmiana stampando cinque opere e traduzioni dell’umani-
sta olandese tra il 1518 ed il 1520, tra cui la versione originale latina dell’Elogio
della follia.24 Su di un possibile legame tra Erasmo e Machiavelli si era interrogato

23 Cfr. M. LUTHER, Sermo de penitentia, Lepzig, Valentin Schuman, 1518 e ID ., Martini Lu-

theri Piae ac doctae operationes in duas Psalmorum decades, Basileae, apud Adam Petri, 1521.
Sulla prima circolazione dei testi luterani in Italia negli anni venti del Cinquecento non si hanno
notizie precise, anche perché non era infrequente, com’è noto, che il nome dell’autore venisse
omesso dal frontespizio e che il titolo venisse cambiato cosı̀ da rendere l’opera irriconoscibile.
Cfr. Lutero in Italia. Studi storici nel V centenario della nascita, a cura di L. PERRONE, introdu-
zione di G. MICCOLI, Casale Monferrato, Marietti, 1983 e G. MAZZETTTI, Le prime edizioni di
Lutero (1518-1546) nelle biblioteche italiane, Firenze, Olschki, 1984.
24 Cfr. ERASMO DA ROTTERDAM, Erasmi Roterodami Opusculum, cui titulus est Moria, idest

stultitia, quae pro concione loquitur, Florentiae, per haeredes Philippi Iuntae Florentini, 1518 ed.
ID., De Immensa Dei misericordia, Des. Erasmi [...] concio. Virginis et martyris comparatio, per
eundem, Argentorati, excudebat J. Knoblouchus, 1524. La prima traduzione italiana della Concio
si intitolava Trattato divoto et utilissimo della divina misericordia raccolto da diverse autorita delle
scritture sacre, & da altri trattati d’alcuni catholici dottori di latino in volgare, per frate Marsilio
Andreasio mantovano dell’ordine carmelitano dell’osservanza, in Brescia, per Lodovico Britannico,
1542. Seguı̀ il Trattato della grandezza delle misericordie del Signore di Erasmo Roterodamo. Di
latino tratto in volgare, per Francesco Monosini da Prato Vecchio, in Vinegia, Bartolomeo e Fran-
cesco Imperatore, 1551 e, tre anni dopo, il Sermone di Erasmo Roterdamo della grandissima Mi-
sericordia di Dio, tradotto per M. Giovan Antonio Alati d’Ascoli, in Fiorenza, appresso Lorenzo
Torrentino, 1554. Sulla fortuna di Erasmo in Italia tra Umanesimo, Riforma e Controriforma il
riferimento d’obbbligo è a Silvana SEIDEL MENCHI, Erasmo in Italia, 1520-1580, Torino, Bollati
Boringhieri, 1987; per la circolazione italiana della Concio cfr. ivi, pp. 143-165.
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Delio Cantimori. Possibili richiami testuali a testi erasmiani sono stati rintracciati,
ma in forma fortemente dubitativa, in opere machiavelliane come i Discorsi o la
Mandragola.25

5. Tuttavia non c’è bisogno di fare i nomi di Lutero o dello stesso Erasmo
per comprendere il contenuto teologico del sermone. Negli ambienti intellettuali
fiorentini simili posizioni non erano affatto nuove. L’interesse per il salterio è
d’altronde grande a Firenze come in Germania. Nel 1495 Bartolomeo de’ Libri
aveva pubblicato i Psalmi septem poenitentiales tradotti da Petrarca; nel 1498
era uscito, sempre a Firenze, presso la Compagnia del drago, il Psalterium Sancti
Hieronymi. Esponenti di punta del mondo savonaroliano sono attivi in questo
genere di pubblicazioni. I Psalmi penitentiali di David tradocti in lingua fioren-
tina et commentati per Hieronymo Benivieni escono nel 1505, sempre a Firenze,
presso gli stampatori Andrea Tubini ed Andrea Ghirlandi. A retrodatare la
composizione del sermone e la sua eventuale effettiva pronunzia ad un’epoca
precedente la predicazione luterana e la riflessione di Erasmo sull’ampiezza del-
la misericordia di Dio concorre inoltre un’altra circostanza: un bando più volte
reiterato aveva proibito l’esercizio dell’attività confraternale a Firenze tra il 1516
e il 1527.26
Poco prima di morire, nella primavera del 1498, Girolamo Savonarola affidò il
suo ultimo messaggio a due commenti ai salmi che, composti in prigione, si diffu-
sero rapidamente a Firenze e in seguito in tutta Europa, l’Expositio in Psalmum
Miserere mei, Deus e l’Expositio in Psalmum In te, Domine, speravi.27 Il commento
al salmo L (LI) Miserere incomincia con una cripto citazione dalla Lettera ai Ro-
mani di S. Paolo e presenta la situazione di un uomo inquieto ed infelice, tormen-
tato dal peso dei peccati che ha compiuto. Ma subito la disperazione cede il posto
alla speranza. Dio è misericordia, e non vi sono peccati che non possono essere
perdonati. Tutto il percorso della storia umana, dal punto di vista cristiano, dimo-
stra la capacità di Dio di perdonare. Che appare evidente qualora si considerino
– nota Savonarola – alcune grandi figure di peccatori che Dio ha perdonato per il
solo fatto di essersi sinceramente pentiti e di aver versato quelle lacrime che del

25 Cfr. E. SCARPA, Machiavelli lettore di Erasmo?, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze,

Lettere ed Arti», CXXXIV, a.a. 1975-76, Classe di scienze morali, lettere ed arti, pp. 143-153.
Dubbi su una possibile filiazione erasmiana di certi passi machiavelliani della Mandragola o
dei Discorsi sono espressi dalla stessa autrice dell’articolo. Nessun riferimento nel saggio in que-
stione vi è al sermone machiavelliano che stiamo qui analizzando. L’ipotesi di un nesso Erasmo-
Machiavelli è abbozzata da Delio Cantimori, in Niccolò Machiavelli: il politico e lo storico, in Sto-
ria della letteratura italiana, a cura di E. CECCHI e N. SAPEGNO, Milano, Garzanti, 1966, IV,
pp. 7-53.
26 Cfr. ultra.

27 I due commenti sono stati editi da M. FERRARA , in GIROLAMO SAVONAROLA , Operette spi-

rituali, II, Roma, Belardetti, 1976.


394 LUIGI LAZZERINI

pentimento sono il correllativo: Maria Maddalena, il ladrone, il figliol prodigo. Tra


queste figure c’è anche S. Pietro che viene perdonato da Dio perché si è pentito ed
ha pianto amaramente (‘‘flevit amare’’).

Petrus negavit et cum iuramento detestatus est te: respexisti eum; amare flevit et indul-
sisti ei, et principem apostolorum confirmasti.28

Naturalmente questo elenco comprende anche David, che è colui che nei sal-
mi penitenziali, tra cui lo stesso Miserere, invoca la misericordia divina e la ottiene
nonostante l’enorme gravità dei suoi peccati. Nel commento contemporaneo al
salmo XXX (XXXI), In te, Domine, speravi, Savonarola illustra più dettagliata-
mente il caso di David:
An non David, propheta maximus, multa et magna beneficia accepit, de quo dixit Do-
minus: Inveni virum secundum cor meum? Et tamen peccavit, et quidem graviter in adul-
terio quam in homicidio iusti viri et innocentis. Nec tamen Dominus suam misericordiam
eum terminavit.29

Ciò è accaduto perché David, abbandonato ogni atteggiamento di orgoglio, ha


chiesto perdono a Dio e si è pentito.

Quare? Quia peccatum suum non abscondit. Non illud praedicavit sicut Sodoma, se
dixit: Confitebor adversus me in iustitiam meam Domino.30

Alla base di questa capacità di Dio di perdonare sta una differenza fondamen-
tale, che anche Machiavelli nel suo sermone sottolinea: Dio non applica agli uomi-
ni il criterio dell’umana giustizia, che implica la punizione e la vendetta, ma il cri-
terio della infinita misericordia.

Misericordia mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam: non secundum mi-
sericordiam hominum, quae parva est, sed secundum tuam quae magna est, quae immen-
sa est, quae incomprehensibilis est, quae omnia peccata in immensum excedit.31

L’immagine che gli uomini hanno di Dio è errata. Dio non è un giudice seve-
ro, ma un padre pietoso che sempre perdona i peccatori:

28 SAVONAROLA , Operette spirituali, II, cit., p. 109. Si noti l’uso al plurale del termine bene-

ficium, destinato ad una grande fortuna nella Riforma italiana e già presente anche nel sermone
machiavelliano.
29 Ivi, pp. 260-261.

30 Ivi, p. 261.

31 Ivi, p. 198.
MACHIAVELLI E SAVONAROLA. L’ESORTAZIONE ALLA PENITENZA E IL MISERERE 395

Te enim homines iudicant rigidum et severum: vince tua pietate et dulcedine iudicium
eorum, ut discant homines peccatoribus misereri et accedant delinquentes ad poeniten-
tiam.32

La riflessione luterana compie un salto di qualità allorché Lutero intuisce


che la giustizia divina non schiaccia l’uomo con il suo peso terribile, ma si pre-
senta sotto forma di misericordia. Con notevole anticipo Savonarola illustra la
differenza tra la giustizia divina, che è misericordia e la giustizia umana, che è
vendetta. E sottolinea come i nostri meriti siano inutili, al fine di ottenere la sal-
vezza:
Quibus meritis liberabor? Non meis, Domine, sed in iustitia tua libera me. In iustitia
tua, dico, non mea. Ego enim misericordiam quaero, non meam iustitiam offero. Sed, si per
gratiam tuam me iustum reddideris, iam habebo iustitiam tuam.33

Scrivendo ‘‘cognobbe lo altissimo Iddio quanto era facile l’uomo a scorrere


nel peccato; vidde che, avendo a stare in sul rigore della vendetta, era impossibile
che niuno uomo si salvasse’’, Machiavelli sembra aver compreso e recepito nel suo
sermone questo fondamentale passaggio, che implica la definitiva sostituzione del
Dio severo che pesa e misura i peccati e le buone opere con un Dio misericordio-
so, incapace di giudicare in termini di umana giustizia.
Centrale è perciò, nei commenti savonaroliani ai due salmi, il concetto di pe-
nitenza, inteso non nel senso stretto di sacramento della confessione, ma come at-
teggiamento che si sviluppa all’interno di un rapporto diretto tra l’uomo e Dio. Si
legge ad esempio nell’In te, Domine, speravi:
Tu, igitur, patienter interim substine Dominum: peccasti enim. Paenitentiam age: suf-
ficiat tibi remissio culpae per gratiam. [...]. Nec enim una tantum Maria Magdalena, nec
tantum unus latro, unus Petrus, unus Paulus, quin innumerabilis secuti sunt eorum vesti-
gia paenitentiam agentes, et a Domino suscepti et multi magnisque gratiae muneribus de-
corati.34

6. Il lettore avrà intuito quale sia il senso di questo confronto. Tra le posizioni
contenute nei due commenti e quella espressa nel sermone c’è una fortissima con-
sonanza. Concludere un proprio sermone con un riferimento a David e al Miserere
aveva, nella Firenze del primo Cinquecento, un senso molto preciso: comportava
un’ovvio riferimento alle posizioni espresse dal Savonarola in punto di morte, in
una riflessione che era stata letta e discussa animatamente e che nessun fiorentino
poteva ignorare.

32 Ivi, p. 206.
33 Ivi, p. 241.
34 Ivi, p. 252.
396 LUIGI LAZZERINI

Riepilogare la lunga discussione circa i rapporti tra Machiavelli e Savonarola ci


porterebbe lontano.35 Negli scritti di Machiavelli sono stati da tempo individuati
– a cominciare dalla lettera a Ricciardo Becchi del 9 marzo del 1498 – alcuni luoghi
topici in cui Machiavelli esprime i propri giudizi, talvolta ambigui, talvolta decisa-
mente negativi, su Savonarola e sul mondo piagnone.36 A questa lunga lista, va
aggiunto, ora, questo sermone: se il testo è davvero di Machiavelli – un dato
che non mi risulta sia mai stato messo in discussione da filologi ed interpreti del-
l’opera machiavelliana – siamo di fronte alla più forte presa di posizione a favore di
Savonarola che Machiavelli abbia espresso in qualsiasi suo scritto. Stupisce che il
sermone sia stato spesso utilizzato per misurare il grado di religiosità di Machia-
velli, ma che nessuno l’abbia organicamente e strutturalmente inserito all’interno
della riflessione teologica savonaroliana e post-savonaroliana.37

7. Avidamente letti e subito ristampati, sia in latino che in volgare, i due com-
menti conobbero una enorme diffusione. Se ne conoscono edizioni francesi, spa-
gnole, tedesche, inglesi. Una delle edizioni del Miserere, in latino, esce con una
prefazione dello stesso Lutero, che conosceva ed apprezzava la meditazione savo-
naroliana. I calvinisti sembrano essere stati affascinati dal testo come e più dei lu-
terani, a giudicare dall’edizione dei due commenti curata nel 1584 dal Duplessis
Mornay e dalla meditazione sul Miserere pubblicata, sulla falsariga di quella savo-
naroliana, nel 1582, da Teodoro di Beza.38
Quando i commenti savonaroliani vengono pubblicati Lutero ha appena quin-
dici anni, mentre Erasmo (nato nel 1566) è un giovane chierico poco più che tren-
tenne. Il problema della influenza dei due testi savonaroliani sulla riflessione dei
riformatori della generazione successiva, a cominciare proprio da Lutero e dall’E-
rasmo della Concio, andrebbe perciò posto seriamente. Non minore impatto ebbe-

35 Per un dettagliato riepilogo del dibattito rimando al saggio di G. CADONI , Qualche osser-

vazione su Machiavelli e Savonarola, in «La cultura. Rivista di filosofia, letteratura, storia», 2,


2007, pp. 263-278. Ai saggi indicati da Cadoni si può aggiungere V. GASTON, The Prophet Ar-
med. Machiavelli, Savonarola, and Rosso Fiorentino’s Moses Defending the Daughters of Jethro,
in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes», 51, 1988, pp. 220-225.
36 Si pensi a passaggi come quelli contenuti in Discorsi, I, XI; Discorsi, I, XLV; Discorsi, III,

XXX: Principe, cap. VI; Decennale I.


37 A conferma della mai smentita attribuzione machiavelliana del testo, va segnalato l’inse-

rimento del sermone, con il titolo di Esortazione alle penitenza, anche nella edizione Einaudi-
Pléiade degli scritti di Machiavelli curata recentemente da Corrado Vivanti. Cfr. NICCOLÒ MA-
CHIAVELLI , Opere, a cura di C. VIVANTI, Torino, Einaudi, 1997-2005, 3 voll., vol. III, pp. 247-
250.
38 Cfr. M. LUTHER, Meditatio pia et erudita Hieronymi Savonarolae. A papa exusti, svper

psalmos Miserere mei. Et In te Domine speravi, Witembergae, 1523 e PH. DU PLESSIS MORNAY,
Discours de la vie et de la mort par P. de Mornay gentil-homme françois. Reveu & augmenté. auquel
est adiousté les meditations de I. Sauonarole sur le pseaumes traduicts par iceluy de Mornay, à Paris,
chez Guillaume Auvray, 1584. Sulla circolazione di Savonarola in Francia cfr. S. DALL’AGLIO,
Savonarola in Francia. Circolazione di un’eredità politico-religiosa nell’Europa del Cinquecento, To-
rino, Aragno, 2006.
MACHIAVELLI E SAVONAROLA. L’ESORTAZIONE ALLA PENITENZA E IL MISERERE 397

ro i due commenti in Italia. La lezione savonaroliana era destinata a propagarsi


attraverso i suoi seguaci e successivamente ad alimentare e nutrire la Riforma ita-
liana, quella fase di autonoma riflessione religiosa sui temi della grazia, dell’am-
piezza della misericordia di Dio, della giustificazione, che precede ed accompagna
la Riforma luterana e calvinista, e che trova nell’anonimo libretto del Beneficio di
Cristo la sua sistemazione teorica più coerente. L’importanza del Beneficio non va
certo sottovalutata: ma lo si deve vedere, a mio parere, come il punto di arrivo di
un dibattito sviluppatosi in Italia dalla fine del Quattrocento, che continuamente si
intreccia con le posizioni che si vengono affermando nell’area della Riforma. Si
può ricostruire la storia di questo movimento anche attraverso la riflessione che
continua a svilupparsi sulle figure dei grandi peccatori come la Maddalena, il buon
ladrone, S. Pietro, David, lo stesso S. Paolo, che ricevono, dopo essersi pentiti ed
aver versato lacrime sincere, la grazia gratuita da Dio. Vediamo infatti ritornare le
figure evocate dal sermone di Machiavelli e, prima ancora, dai commenti savona-
roliani, nelle prediche di Ochino come nel testo della conversione di Pietro Fati-
nelli, nelle meditazione valdesiane come nel Beneficio di Cristo: sono figure di santi
peccatori cui è stata concessa una grazia gratuita. Richiamarli serve a rammentare
al comune peccatore che non bisogna cadere nel peccato di disperazione, perché
Dio è pronto a perdonare qualsiasi colpa, anche la più grave. Anche se non tutti i
contemporanei lo compresero, con la sue drammatiche meditazioni, che Machia-
velli richiama, Savonarola aveva inteso inserire se stesso all’interno della categoria
del santo peccatore (il simul iustus et peccator di Lutero).39
La materia sarà rielaborata in forma nuova dalla teologia gesuitica all’interno
di opere come il De gemitu columbae del Bellarmino, una dotta ed originale rifles-
sione circa il ruolo svolto dalle lacrime nel processo di pentimento e conversione.
Ma alle lacrime di S. Pietro aveva dedicato un fortunata composizione, a fine Cin-
quecento, anche il poeta napoletano Luigi Tansillo.40

8. Che Machiavelli sia stato tentato di inserirsi nei dibattiti religiosi della sua
epoca potrà stupire ed indurre a rivedere in parte l’immagine che si ha del Segre-
tario fiorentino. Ma non più di tanto. In primo luogo perché la forma repubblica-
na che per lungo tempo è al centro degli interessi di Machiavelli come pensatore
politico contiene al suo interno una dimensione religiosa ineludibile. La renovatio

39 Per maggiori particolari vedi di chi scrive, Nessuno è innocente. Le tre morti di Pietro Pa-

golo Boscoli, Firenze, Olschki, 2002.


40 Sul destino di questa riflessione sul pentimento e sulle lacrime all’epoca della Controri-

forma si è soffermato, fornendo molte suggestive indicazioni, Mario Rosa in un seminario dedi-
cato al De gemitu columbae del Bellarmino, tenutosi presso la Scuola Normale di Pisa nell’anno
accademico 2006-2007. Cfr. R. BELLARMINO, De gemitu columbae sive De bono lacrymarum libri
tres, Mediolani, apud haer. q. Pacifici Pontij, & Ioan. Baptistam Piccaleum, 1617. L’opera del
Tansillo si intitolava Le lagrime di san Pietro del signor Luigi Tansillo da Nola. Mandate in luce
da Giouan Battista Attendolo, in Vico Equense, appresso Gioseppe Cacchij, & Gio. Battista Cap-
pello, 1585.
398 LUIGI LAZZERINI

che si ha in mente riguarda sia l’instaurazione o la difesa della libertà sia una pro-
fonda riforma religiosa. Se la polis classica aveva un fondamento puramente uma-
no, la polis rinascimentale sarebbe impensabile senza una propria dimensione re-
ligiosa. Uomini che sul piano dei riferimenti storico-politici si muovono all’interno
della lezione dello stoicismo e del tacitismo, che hanno a modello gli antichi roma-
ni, sul piano religioso si scoprono soggetti a Dio e bisognosi di misericordia. Certo,
il messaggio di Lutero fa breccia nei principi. Ma anche la Riforma attecchisce in
contesti politici repubblicani.41
Croce osserva che la citazione finale di Petrarca inficia il discorso religioso. Gli
sfugge che anche all’interno della meditazione religiosa petrarchesca l’agostinismo
è nota fondamentale. La storia di questa posizione religiosa all’interno della cultu-
ra italiana, da Petrarca fino al Sarpi e a Galileo è molto lunga. Essa si interrompe
soltanto allorché, in pieno Settecento, si apre uno iato tra il pessismo agostiniano
dei giansenisti e l’ottimismo antropologico degli enciclopedisti e di Rousseau. Tra i
volgarizzamenti dei salmi penitenziali che abbiamo ricordato prima ne figura uno
che è opera proprio del Petrarca.42
Machiavelli è molto pessimista circa le ragioni profonde dell’agire dell’uomo.
L’uomo è preda dei vizi, è traditore e crudele. In certe circostanze almeno gli fa
difetto del tutto la pietà. Se non si è consapevoli di questa naturale propensione
ferina, difficilmente i sistemi di governo o le tattiche militari funzionano. Fare ap-
pello ai buoni sentimenti è un rischio per condottieri e politici. Non mancano, ac-
canto ad analisi spietate della malvagità umana, momenti in cui Machiavelli si la-
scia sedurre dal fascino dell’utopia. Immagina una società giusta e libera, una
religione depurata dai vizi. Potremmo definire la sua posizione intellettuale come
una continua alternanza di pessimismo e speranza. Diversamente dagli utopisti e
dai pensatori politici illuministi Machiavelli non crede affatto alla bontà naturale
dell’uomo. Sa che la felicità è un punto d’arrivo, e non di partenza. La speranza
è la nota dominante dei Discorsi, il pessimismo pare dominare invece l’opera
più controversa e più difficile a comprendersi di Machiavelli, il Principe. Questa
alternanza di pessimismo antropologico e di speranza è anche ciò che connota
la riflessione religiosa dei Riformatori. Le pagine iniziali del Beneficio nelle quali
si insiste sulla natura bestiale dell’uomo sono apparse come esempio di una visione
antiumanistica. Ma a ben vedere vengono a coincidere con quello che afferma il

41 Sul rapporto tra tradizione repubblicana ed aspirazione ad una riforma religiosa cfr. VI-
ROLI, Il Dio di Machiavelli, cit.
42 Manca ancora uno studio d’insieme sul ruolo svolto dall’agonistinismo nella cultura ita-

liana tra medioevo ed età moderna. Un simile studio mostrerebbe che il modello agostiniano era
estremamente diffuso tra le élite intellettuali di idee più avanzate almeno fino a tutto il Seicento.
Toni acutamente agostiniani rivela, per fare un solo esempio, l’atteggiamento di Paolo Sarpi al
momento della morte. Si vedano in proposito le osservazioni di Franco Dal Pino in «Studi storici
dell’Ordine dei servi di Maria», 55, 2005, p. 296 (rec. a LAZZERINI, Nessuno è innocente. Le tre
morti di Pietro Pagolo Boscoli, cit.).
MACHIAVELLI E SAVONAROLA. L’ESORTAZIONE ALLA PENITENZA E IL MISERERE 399

Machiavelli politico e ciò che ribadisce, su di un altro versante, il Machiavelli ago-


stiniano nel suo sermone.43
Non diversa d’altronde è la visione della filosofia neoplatonica e della gnosi i
cui testi venivano riscoperti in questi anni da Ficino e dai Pico: una visione fondata
sulla corruzione della natura umana, sulla centralità della fede, sul concetto di cha-
ritas, in quanto amore che da Dio trapassa negli uomini e che deve improntare i
rapporti degli uomini tra di loro. Di charitas, umana e divina, sono impregnate an-
che queste pagine di Machiavelli. Neoplatonismo, repubblicanesimo e cristianesi-
mo riformato di stampo savonaroliano sono i tre elementi fondanti la cultura di
quel movimento intellettuale, nato a Firenze, che è stato definito Rinascimento.
Visti nei loro reciproci rapporti, questi tre elementi concorrono a formare una vi-
sione del mondo e della società umana, nonché dei rapporti tra umano e divino,
che appare profondamente coerente.
Le critiche di Machiavelli al clero, su cui si è spesso insistito non ne facevano
necessariamente un miscredente. Critiche simili venivano quotidianamente formu-
late negli ambienti collegati alla Riforma. E riversati in opere dal contenuto pun-
gente ed ironico come i Colloqui di Erasmo o il Pasquino in estasi di Celio Secondo
Curione. Il feroce e tante volte ricordato anticlericalismo machiavelliano è tutt’al-
tro che in contrasto con le posizioni dei riformatori e dei savonaroliani. L’idea dif-
fusa in questi circoli religiosi che la Chiesa abbia tradito la propria missione e che i
suoi membri si comportino in modo disdicevole si lega in modo evidente alla ne-
cessità che si avverte di una profonda riforma morale.44
L’agostinismo, svilendo le opere umane, apriva la via ad una teologia in cui
fosse valorizzato il rapporto diretto tra uomo e Dio, mentre si riduceva il ruolo
di mediazione della Chiesa, con i suoi sfarzosi ma vuoti rituali (le ‘‘supervacuas
cerimonias’’ che Savonarola criticava) e, potenzialmente, come Lutero e Calvino
mostrarono, la centralità di sacramenti come l’ordine o la confessione. Se il cre-
dente poteva pentirsi da solo, in segreto, instaurando un rapporto con il Dio mi-
sericordioso, a che serviva il prete, che utilità poteva avere quel sistema giudi-
ziario umano, formalistico, con tanto di pene erogate, che era rappresentato
dalla confessione?
La congiura antimedicea del 1513, i cui esponenti erano in evidente contatto
con il mondo savonaroliano, porta all’arresto di Machiavelli. Quando la condanna

43 Sul pessimismo agostiniano come nota dominante della visione di Machiavelli cfr.

M.L. COLISH, Republicanism, Religion, and Machiavelli’s Savonarolan Moment, cit. G. COTTA
(La nascita dell’individualismo politico. Lutero e la politica della modernità, Bologna, Il Mulino,
2002) vede nell’antropologia luterana un ulteriore approfondirsi, anche rispetto a Machiavelli,
del pessimismo agostiniano e collega questa antropologia alla visione che sarà poi di Hobbes.
44 Per una interpretazione diversa dalla mia cfr. G. CAVATORTA , Girolamo Savonarola e la

figura del religioso negli scritti machiavelliani, in «Rivista di studi italiani», 2, 2000, dicembre,
pp. 68-81 che sottolinea come sia fortemente negativo il giudizio che Machiavelli esprime tanto
nei confronti di Savonarola che del clero. Sull’anticlericalismo cinquecentesco, che è l’altra faccia
del grande spirito religioso dell’epoca, cfr. O. NICCOLI, Rinascimento anticlericale. Infamia, pro-
paganda e satira in Italia tra Quattro e Cinquecento, Roma-Bari, Laterza, 2005.
400 LUIGI LAZZERINI

a morte dei due aspiranti tirannicidi Boscoli e Capponi viene eseguita Machiavelli
si trova nella cella accanto. Non si sa ma è estremamente probabile che Machia-
velli abbia preso visione della Recitazione di Luca della Robbia, un intenso testo
di edificazione religiosa, nel quale temi come quelli della ampiezza della misericor-
dia di Dio erano continuamente agitati e venivano utilizzati nell’ambito di una
strategia di preparazione alla morte alquanto simile a quella che Savonarola aveva
dispiegato nei suoi due commenti. Nella Recitazione si narrano le ultime ore della
vita di Pietro Pagolo Boscoli ed i tentativi messi in atto da un suo amico, Luca
della Robbia e dal frate savonaroliano Cipriano da Pontassieve, di sottrarlo al sen-
so di inquietudine in cui è precipitato. Alla incapacità del Boscoli condannato a
morte di pentirsi sinceramente, capacità che è esemplificata proprio dal fatto
che dai suoi occhi non sgorgano lacrime, i suoi confortatori contrappongono, ci-
tando esplicitamente il Miserere, l’idea che Dio non lascia nessuno senza perdono
e l’incoraggiamento a non disperare della generosità divina.45
I due commenti ai salmi di Savonarola sembrano segnare infine un mutamento
significativo nelle posizioni savonaroliane. Giunto in punto di morte Savonarola
abbandona ogni inclinazione profetica, non lancia più messaggi di moralizzazione
o invettive contro i propri nemici. Ma produce una riflessione teologica limpida,
scritta in un latino purissimo, ed estremamente nuova e coerente. Che queste me-
ditazioni abbiano potuto affascinare Machiavelli, svelandogli un tratto nuovo del
profeta che aveva tante altre volte aspramente criticato, è senz’altro possibile. An-
che protestanti e luterani compiono nei confronti degli scritti savonaroliani una
scelta estremamente selettiva che lascia sopravvivere, in pratica, solo le due medi-
tazioni del Savonarola morente.

9. Qualche parola merita di essere spesa anche sul contesto in cui il sermone
sarebbe stato pronunciato. Il nipote di Machiavelli Giuliano de’ Ricci descrive cosı̀
l’attività confraternale: ‘‘cantar vespri et dir mattutini, darsi la disciplina et altre
opere buone’’. Le confraternite tardo-medioevali erano di solito luoghi di una re-
ligiosità formalistica ed esteriore. Le buone opere in cui i confratelli erano impe-
gnati potevano essere concepite come i mezzi più sicuri per compensare gli effetti
del peccato e conquistare la salvezza, secondo i criteri del cattolicesimo medioeva-
le. La predicazione luterana si scaglia contro queste associazioni laiche, mettendo-
ne in rilievo la scarsa religiosità. Nel Sermone del venerabile sacramento del corpo di
Cristo del 1519, Lutero muove aspre critiche al modello devozionale delle confra-
ternite.46 Pietro Pagolo Boscoli dichiara di preferire, alla rumorosità dei canti dei
confratelli della compagnia dei Neri, che lo assistevano al momento del trapasso,
un rapporto personale con Cristo mediato dai colloqui con il Della Robbia e fra
Cipriano.

45 Cfr. ancora, di chi scrive, Nessuno è innocente. Le tre morti di Pietro Pagolo Boscoli, cit.
46 Cfr. M. LUTERO, Scritti religiosi, a cura di V. VINAY, Torino, 1967, pp. 297-322.
MACHIAVELLI E SAVONAROLA. L’ESORTAZIONE ALLA PENITENZA E IL MISERERE 401

Tuttavia le forme stesse della socievolezza confraternale, la possibilità che ai


laici veniva offerta di predicare, le discussioni che potevano svilupparsi tra i con-
fratelli, il ridotto controllo da parte del personale ecclesiastico, potevano fare delle
confraternite luoghi privilegiati del dibattito teologico e politico-religioso. Sul pia-
no politico le confraternite si presentavano come luoghi di sperimentazione della
democrazia urbana ed erano caratterizzate da meccanismi istituzionali come la ro-
tazione delle cariche e l’elaborazione di borse degli eleggibili che le rendevano co-
pie in piccolo del sistema politico cittadino in cui erano immerse. Si spiega alla
luce di questa loro natura potenzialmente eversiva, la decisione che il governo fio-
rentino prende di decretare, subito dopo il rogo di Savonarola, nel 1498, la chiu-
sura di queste associazioni. Un secondo periodo di chiusura si ebbe in seguito al
fallimento della prima repubblica ed al ritorno al potere dei Medici, tra il 1516 ed
il 1527. Alcune confraternite erano profondamente collegate al movimento savo-
naroliano, come quella dei Capi Rossi. Guidati da un cardatore dotato di capacità
profetiche, Pieruccio dei poveri, i Capi Rossi avevano cominciato a riunirsi clan-
destinamente nelle sedi delle compagnie di S. Benedetto Bianco e S. Benedetto
Nero, entrambe ubicate all’interno del convento di S. Maria Novella. Usciti alla
scoperto durante il periodo della seconda repubblica fiorentina, i Capi Rossi si di-
stinsero per l’assistenza prestata ad ammalati e poveri durante la peste e la carestia
del 1528. I loro rapporti con il governo repubblicano erano stretti. La caduta de-
finitiva della repubblica comportò un terzo blocco dell’attività delle confraternite,
che andò avanti fino al 1533.47
A Siena, nel 1544, il figlio di un orafo, Pietro Antonio, pronunciò nella sede di
una confraternita un sermone in cui affermava che il culto dei santi era inutile. In-
terrogato dall’inquisizione Pietro Antonio confessò di essere stato convinto ad ab-
bracciare convinzioni ereticali dal maestro dei novizi della compagnia: quest’ulti-
mo altri non era che Basilio Guerrieri, membro di un gruppo ereticale di cui
faceva parte anche Lelio Sozzini. Allo stesso modo, il sermone machiavelliano po-
trebbe essere letto come un invito, in parte polemico, rivolto ai confratelli ad ab-
bandonare la carità formalistica, i canti e la disciplina, e a volgersi ad una charitas
disinteressata, nutrita dal senso del peccato e dalla consapevolezza della inanità
delle opere umane. All’interno di un testo complessivamente serio ed ispirato,
una nota di ironia si coglie in particolare nel passaggio in cui Machiavelli sconsiglia
i confratelli dal rivoltarsi nei pruni o dal ferirsi al petto con sassi, chiara allusione
alle fustigazioni che si infliggevano i disciplinati.48

10. In questo sermone Machiavelli si avvicina in maniera evidente alle posizio-


ni dei circoli savonaroliani, cui lo accomunava il republicanesimo e l’aspirazione

47 Sulle chiusure delle confraternite fiorentine e sulla vicenda dei Capi Rossi cfr. POLIZ-
ZOTTO, The elect nation, cit., p. 266 e pp. 340 ss. e 420 ss.
48 Cfr. V. MARCHETTI , Gruppi ereticali senesi del Cinquecento, Firenze, La Nuova Italia,

1975, pp. 51 ss.


402 LUIGI LAZZERINI

ad una riforma della Chiesa. In particolar modo non si può non cogliere il nesso
che c’è tra questa meditazione ed il commento di Savonarola al Miserere, un testo
che si era diffuso rapidamente in Italia e fuori d’Italia assurgendo a manifesto pro-
gramatico delle concezioni dei circoli savonaroliani. Sembra affiorare qui una di-
versa idea di religione: non, come in altre opere di Machiavelli, strumento di po-
tere, ma esperienza interiore.
Questo contributo aspira ad arricchire, in vista di sondaggi ulteriori, la già
complessa ed ambigua figura del Segretario fiorentino. Concludiamo suggerendo,
per la breve opera di Machiavelli, un nuovo titolo: Sermone del Miserere.

LUIGI LAZZERINI