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Si ringrazia Zelinda Carloni


per i preziosi suggerimenti e l’insostituibile supervisione
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Adriano Paolella

Attraverso la tecnica
Deindustrializzazione, cultura locale
e architettura ecologica

elèuthera
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Questo libro ha avuto un mecenate


Liliana Lalla Paoletti

© 2008 Adriano Paolella


e Elèuthera editrice

Progetto grafico di Riccardo Falcinelli

Il nostro sito è www.eleuthera.it


e-mail: eleuthera@eleuthera.it
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Indice

introduzione 7

capitolo primo 18
Conoscenza scientifica e progetto

capitolo secondo 30
L’industrializzazione delle trasformazioni

capitolo terzo 41
La direzione dell’innovazione

capitolo quarto 48
La merce emozionale

capitolo quinto 58
Il progetto dell’abitare
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capitolo sesto 64
Il recupero dell’identità dei luoghi

capitolo settimo 72
Attraverso la tecnica: per l’architettura ecologica
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Introduzione

Riqualificazione ambientale, riqualificazione sociale

I mutamenti del clima planetario sono di velocità e intensità mai


riscontrate in passato: lo scioglimento dei ghiacciai, l’incremento
nel numero e nella intensità dei fenomeni atmosferici, la deserti-
ficazione di vaste aree sono i più visibili effetti dell’aumento delle
temperature. Ben più profondi saranno gli effetti nell’immediato
futuro: l’instabilità del clima e l’imprevedibilità degli eventi, uniti
alla riduzione della piovosità, porteranno al collasso di vaste aree
agricole e a una estesa riduzione della produttività, con conse-
guenti problemi per le popolazioni non solo in ambito locale.
Al costante ed esponenziale aumento delle emissioni corri-
sponde una continua riduzione dei «depositi» di CO2: le foreste
pluviali vengono bruciate per fare posto all’agricoltura o tagliate
per venderne il legname, e le aree agricole sono occupate da edi-
fici e infrastrutture. Gli ecosistemi sottoposti a una continua pres-
sione diretta, per l’uso e il prelievo di risorse, e indiretta, per gli ef-
fetti delle emissioni, si degradano; il mare si riscalda, «bollendo»

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le barriere coralline, e si riempie di rifiuti solidi e di inquinanti; la


quasi totalità dei fiumi del pianeta è ridotta a fogna a cielo aperto.
La ragione dell’insieme di queste condizioni è l’azione indi-
scriminata e ottusa dell’uomo, esponenzialmente aggravata dalla
continua crescita demografica planetaria. Il numero degli indi-
vidui e i consumi hanno superato la capacità produttiva e di as-
sorbimento del pianeta e non danno tempo ai sistemi naturali di
rinnovarsi, compromettendone così le potenzialità e consu-
mando anche quanto in essi accumulato.
Consumi inutilmente elevati, sprechi, iniquità sono le mo-
dalità con cui si usano le risorse del pianeta, e l’ambiente viene
trasformato ottenendo minimi benefici con il massimo dei
danni. Ne è prova l’«impronta ecologica» che misura la quantità
di territorio indispensabile per soddisfare gli attuali consumi, in-
cludendo non solo gli spazi necessari per produrre le merci e gli
alimenti ma anche quelli per recuperare le emissioni: il calcolo
dell’«impronta» mostra come essa superi del trenta per cento la
capacità rigenerativa del pianeta e come, continuando con la me-
desima velocità di crescita attuale, tra il 2030 e il 2040 ci sarà bi-
sogno dell’equivalente di due pianeti per rispondere alla do-
manda di risorse. È un’immagine che evoca il superamento dei
limiti e che, seppure in maniera semplificata, indica quanto la
quantità di popolazione e di consumi abbia superato da tempo e
di parecchio la disponibilità di risorse del pianeta.
Esemplificativo è il settore della pesca. La quantità di pescato
ogni anno è molto superiore alla sua capacità produttiva dello
stesso periodo; per garantire le medesime quantità di pescato è
stato aumentato lo sforzo attraverso l’incremento di dimensioni
e di capacità di cattura di imbarcazioni e reti. In tale maniera
però si catturano individui in tale quantità, e spesso sotto taglia
o in riproduzione, da incidere in modo significativo sulle po-
polazioni ittiche e quindi riducendo le disponibilità immediate
e future. A fronte di un impegno di energia sempre maggiore, le

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quantità di pescato sono dunque in continua riduzione e molte


comunità locali già subiscono gli effetti economici di tale situa-
zione.
Se per la pesca sarebbe sufficiente fermarsi per qualche decina
di anni così da permettere il recupero delle condizioni di qualità
e quantità dell’inizio del secolo scorso, molto più difficile è otte-
nere lo stesso risultato quando riguarda il ripristino di una fore-
sta pluviale o il recupero della naturalità di un’area interessata da
urbanizzazione. In sintesi, se si fermassero completamente tutte
le attività in corso nel pianeta, prima di riportare a livelli di re-
spirabilità l’atmosfera, di ridurre l’effetto serra, di ripristinare gli
ecosistemi, di riacquisire livelli congrui di produttività biologica,
di riassorbire l’inquinamento ci vorrebbero molte decine di anni
e, per alcune condizioni, secoli.
Se non è possibile bloccare tutte le attività, sarebbe però ne-
cessario avviare un’azione volta a ridurre la popolazione planeta-
ria e a modificarne i comportamenti. Le azioni promosse a livello
internazionale – quali il protocollo di Kyoto sul clima, che pre-
vede l’autoriduzione delle emissioni di gas serra da parte dei paesi
aderenti, o la convenzione sulla biodiversità – hanno una fonda-
mentale importanza a livello politico ma scarsa, scarsissima con-
cretezza. Osservando i dati degli ultimi venti anni le emissioni
sono aumentate, gli insediamenti raddoppiati in superficie, la
biodiversità ridotta. Le condizioni complessive del pianeta, sep-
pure in presenza di accordi e raccomandazioni internazionali,
sono indiscutibilmente e significativamente peggiorate.
Il protocollo di Kyoto ha stimolato l’aumento dell’uso delle
fonti rinnovabili nella produzione di energia, concorso alla mo-
dificazione dei processi produttivi e dei comportamenti, e orien-
tato le politiche energetiche di alcuni paesi. Risultati interessanti
e inalienabili, ma insufficienti, in particolare quando, nello stesso
periodo, gran parte del mondo ha decuplicato le proprie emis-
sioni operando nei confronti dell’ambiente con brutalità e non-

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curanza. Le ragioni della limitatezza dei risultati è da addebitare


principalmente alla volontà comune ai paesi che aderiscono e
praticano il protocollo, e perciò comunque stimabili, di interve-
nire sulla riduzione delle emissioni senza modificare i caratteri
della produzione e del consumo. L’ipotesi perseguita da questi
paesi, e dalla parte più «illuminata» della produzione e dei go-
verni, è che si possa, attraverso l’aumento dell’efficienza dei cicli
produttivi e della qualità ambientale delle merci, ottenere l’au-
spicata riduzione delle emissioni. Questa ipotesi è errata e l’at-
tuale condizione planetaria ne è testimonianza. Il miglioramento
dell’efficienza energetica dei prodotti ha aggiunto nuovi ambiti
merceologici e incrementato il consumo di merci: il meccani-
smo del continuo miglioramento delle merci, previsto da tutti i
regolamenti e i processi certificativi ambientali, è divenuto un
ottimo strumento nei mercati saturi per la dismissione di merci
ancora utilizzabili e per l’incremento delle vendite, dissipando
in questa maniera tutti i vantaggi ambientali connessi al miglio-
ramento dell’efficienza.
Anche per quanto attiene l’energia sussistono molti dubbi sul-
l’efficacia di quanto in atto. Seppure in molti paesi del centro e
nord Europa la quantità di energia elettrica prodotta da fonti
rinnovabili sia aumentata, raramente si riscontra una corrispon-
dente riduzione dell’uso delle fonti fossili: i consumi energetici
totali sono aumentati e l’uso delle fonti rinnovabili è riuscito es-
senzialmente a rispondere all’incremento della domanda.
Per ridurre «l’impronta» dell’umanità è imprescindibile ten-
dere alla riduzione della popolazione e dei consumi e quindi
cambiare l’organizzazione economica e sociale contemporanea
fondata sul perseguimento della continua crescita quantitativa.
Ambiente e società sono intimamente connessi: le trasforma-
zioni degli ecosistemi, lo sfruttamento delle risorse, sono ancora
oggi il mezzo principale per fare profitti e accumulare capitale.
L’ambiente quindi non è solo il luogo dove si concretizzano le

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trasformazioni ma il mezzo con cui si ottengono i risultati eco-


nomici attesi. L’ambiente si riqualifica solo se si riduce la pres-
sione antropica, e quindi si riducono la popolazione e i consumi,
solo se si modifica il modello economico e sociale diffuso.
Se si vuole operare per la riqualificazione ambientale, è ne-
cessario riqualificare contemporaneamente le comunità insediate,
in quanto esse sono oggetto degli interessi di mercato e soggetto
in condizione di organizzare un altro modello; ridare agli indivi-
dui e alle comunità il diritto di gestire il proprio territorio, di
garantire la propria esistenza attraverso la conduzione corretta
delle risorse locali; riportare i processi produttivi a rispondere
alle effettive necessità delle comunità locali; sgravare le comu-
nità locali dalle merci inutili, ciascuna con il suo bagaglio di ener-
gia, materia prima ed effetti negativi nell’ambiente; ridurre la
concentrazione della produzione e della commercializzazione eli-
minando i monopoli, riducendo la mobilità delle merci e delle
persone.
Operare in questa direzione rende più diretto il rapporto tra
individuo e ambiente in cui è insediato, anche attraverso la ri-
composizione di quelle relazioni primarie alimentari, agricole,
paesaggistiche, culturali che legano le modalità di vita alla pro-
duzione e all’ambiente locali. Per permettere tale riequilibrio, le
comunità dovrebbero accedere direttamente alla maggior parte
delle risorse necessarie alla loro sopravvivenza; ovvero dovrebbero
avere un territorio di dimensioni e produttività adeguate al loro
sostentamento e dovrebbero altresì adattarsi alle limitazioni di
quel territorio per quanto riguarda sia il numero delle persone
insediate, sia i prodotti in uso. Comunità, cioè, culturalmente
evolute, socialmente non autoritarie, dotate di identità, aperte
agli scambi, capaci di gestire le risorse e riqualificare l’ambiente.
L’aumento della densità, la concentrazione delle popolazioni,
la mancanza di spazio definiscono al contrario modelli sociali in-
sostenibili, e le aree metropolitane ne sono esempio tipico. In

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esse i cittadini non sono in condizione di fare quasi nulla diret-


tamente; nessuna risorsa è disponibile a livello locale in quantità
tale da soddisfare la popolazione insediata: acqua, alimenti, ener-
gia vengono importati spesso da molto lontano e i cittadini non
hanno alternative al loro uso in quanto non vi sono terreni suf-
ficienti a produrre gli alimenti, né falde o sorgenti in condizioni
di dissetare, né strumenti con cui autoprodurre la propria ener-
gia. In esse si decompone la relazione primaria con l’ambiente, si
centralizzano i servizi e le decisioni, il sistema sociale diviene ver-
ticistico.
I grandi insediamenti sono proprio la risultante del modello
economico vigente che preferisce le macro-concentrazioni di po-
polazione per disporre di un mercato caratterizzato da grandi
numeri di acquirenti, per obbligare gli individui a dipendere
dalle merci prodotte, per garantirsi un bacino sovradimensio-
nato di manodopera sotto-occupata o senza lavoro. È un sistema
di controllo sociale basato proprio sull’impossibilità di accesso
diretto alle risorse, è la concretizzazione di una società senza am-
biente nella quale gli operatori economici trasformano per ven-
dere e le persone, che divengono solo acquirenti, non possono
praticare modelli alternativi non avendo le risorse, a partire dallo
spazio fisico, per attuarli.
È evidente come il modello economico abbia influenzato
quello sociale e come sia stato influenzato dall’industria che lo ha
adeguato ai propri interessi. Nei paesi in cui già si consuma, il
massimo dei profitti, obiettivo principale e spesso unico della
produzione, si ottiene producendo sempre nuove merci, per ac-
cattivarsi l’interesse dell’acquirente, e al contempo riducendo i
costi di produzione, attraverso l’aumento della produttività per
unità di tempo e la riduzione dell’utilizzazione della manodo-
pera. Ambedue questi caratteri non hanno nulla a che vedere
con il benessere delle persone e con la qualità, in particolare am-
bientale, delle merci. L’obiettivo di qualità non è un carattere

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precipuo della produzione industriale, tant’è che quando è ri-


chiesto risulta raggiungibile solo con un particolare impegno da
parte dei produttori (tipico è il caso degli investimenti aggiuntivi
ritenuti economicamente insostenibili da parte di molti im-
prenditori per la riduzione delle emissioni onde rientrare nei li-
miti del protocollo di Kyoto).
La produzione industriale, sempre spinta da obiettivi di pro-
fitto, ignora i pesanti effetti negativi sulla qualità dell’ambiente e
della vita delle persone e invade il pianeta di merci, ma la quan-
tità non è e non può essere obiettivo comune delle società in
quanto essa non garantisce il benessere, anzi induce processi de-
generativi dell’ambiente e delle società stesse. Quantità e qualità
appaiono fortemente conflittuali perché la quantità implica un
consumo tale di risorse, energia ed emissioni da non essere più
sostenibile.
La riduzione del mercato non solo riduce lo spreco di risorse
ed energia utilizzate per merci «monouso» o «a tempo», per merci
che ne sostituiscono altre ancora funzionanti, per merci inutili,
ma riduce anche le emissioni e gli effetti negativi connessi allo
smaltimento di tutto questo. Prodotti indispensabili, che durano
nel tempo, a bassa manutenzione, non inquinanti, modificabili
dalle esigenze dei fruitori, direttamente adattabili dagli indivi-
dui, migliorano la qualità della vita liberandola dalla schiavitù
del lavoro alienato e dagli impegni di una inutile e dannosa iper-
produttività. Un mondo di qualità riduce il lavoro umano tanto
quanto riduce la quantità della produzione e induce alla equa
distribuzione del lavoro e delle quantità, garantendolo attraverso
un ruolo propositivo e gestionale delle comunità locali.
Non è più possibile produrre per sprecare e per accumulare; le
merci debbono essere limitate a quelle utili nella misura, nella
quantità, negli scopi indispensabili; il pianeta non può più ga-
rantire merci sovradimensionate, sprechi e lussi.
Per procedere in questo senso la produzione non deve consi-

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derare la società come mercato e quindi imporre prodotti, im-


bonire i cittadini, regolare le proprie azioni al solo fine di au-
mentare i propri profitti. Ciò è possibile solo subordinando la
produzione alle effettive necessità e uscendo da quel vortice no-
civo per l’ambiente e per la società di incremento dei consumi, di
crescita, di sviluppo materiale.
In questo la capacità tecnica delle comunità è fondamentale.
Attraverso la capacità tecnica diffusa, e la produttività locale, si
può stringere il legame tra domanda e offerta, tra insediamento
e uso sostenibile delle risorse locali. Una capacità tecnica degli in-
dividui, e non delle imprese, che si esprime in processi produttivi
artigianali, semi-industriali ma anche industriali, che rispondono
a una specifica domanda nelle quantità necessarie e con il mas-
simo della qualità possibile.
La qualità viene determinata in primo luogo dalla capacità
degli individui di agire direttamente nella gestione del proprio
territorio e del proprio quotidiano; in secondo luogo dalla con-
sapevolezza dell’artigiano, che conosce materiali e processi, che
«firma» il proprio oggetto, che è riconosciuto nella comunità
come operatore e le risponde prendendosi tutte le responsabilità
del caso; in terzo luogo da altre modalità produttive a condizione
di non monopolizzare la produzione, di non esautorare le com-
petenze dei singoli, di inserirsi nel tessuto sociale manifestando
interesse primario non al profitto ma allo svolgimento di un ser-
vizio alle comunità. E il principale servizio che il sistema pro-
duttivo può svolgere, oltre a quello di fornire le merci e gli ali-
menti necessari alla vita delle persone, è quello di ridurre il suo
«peso ambientale», riducendo la quantità di risorse utilizzate e
aumentando la qualità dei prodotti.
L’edilizia è uno dei settori in cui maggiormente appare im-
portante intervenire. Costruire le proprie abitazioni è stato un ca-
rattere fondante della specie umana, e la ricerca, costruzione, si-
stemazione e gestione delle abitazioni è una delle principali

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attività dell’umanità. L’edilizia, attività capillare direttamente


connessa alle comunità locali e al territorio, forma la qualità degli
insediamenti, dei territori, dei paesaggi, definisce per gran parte
le relazioni con l’ambiente e quindi ne determina la qualità.
Nel corso del tempo questa attività è stata espropriata alla co-
munità, è divenuta strumento di profitto e non mezzo per l’ot-
tenimento del benessere, e il bisogno primario di un riparo am-
bientalmente ed energeticamente congruo è divenuta la molla
per speculazioni. Questo fenomeno, che interessava esclusiva-
mente i centri urbani dei paesi ricchi, è oggi presente in tutti i
continenti, in tutti gli insediamenti. Gli individui sono stati
esautorati dal costruirsi casa, sono divenuti gli acquirenti di pro-
dotti che vengono definiti da imprenditori a prezzi tali da co-
stringere, secondo le statistiche, al principale indebitamento che
una persona affronta nella sua vita.
Se si considerano le enormi quantità di materiali utilizzati dal-
l’edilizia, si può intuire quale sia l’interesse da parte del mercato
a occupare parte di quel settore. E infatti le comunità locali sono
state espropriate della capacità di produrre i materiali da costru-
zione da parte delle imprese che producono, su scala mondiale e
a prezzi bassi, materiali e componenti di semplificata utilizza-
zione. Le maestranze locali non sono state sostenute e sono
scomparse a seguito del consolidarsi delle imprese di costruzioni
rispondenti ai caratteri organizzativi della produttività corrente.
L’azione diretta dei cittadini è stata vessata culturalmente e osteg-
giata normativamente. Ma ciò che più ha inciso è stata la cultura
che ha abbracciato l’ipotesi di una edilizia fondata su criteri
unici, universali, uniformati, che ha deriso altre modalità di co-
struire collegate alle società locali e alle specificità dell’ambiente.
Questa cultura ha spazzato ogni altra forma di produzione degli
edifici, ha tacciato le culture locali di arretratezza e incapacità a ri-
spondere alle nuove esigenze, e così ha cancellato la cultura dei
luoghi, la capacità di trovare soluzioni tecnicamente appropriate

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alle condizioni ambientali; ha cancellato un tessuto produttivo


artigianale qualificato e capace che era una componente indi-
spensabile per l’economia e l’identità sociale e culturale delle co-
munità locali.
Partendo dal presupposto che per invertire la tendenza a de-
strutturare l’ambiente sia necessario intervenire sulla demografia
e sui comportamenti, e ritenendo che la modalità migliore sia
quella di fare acquisire consapevolezza e autonomia culturale e
produttiva alle comunità locali, promuovendo la capacità tec-
nica diffusa, intesa come capacità di trasformare in qualità il pro-
prio spazio fisico per rispondere a specifiche e inalienabili neces-
sità di benessere diretto, la riacquisizione della capacità tecnica
individuale e comune appare un passaggio indispensabile.
Il settore dell’edilizia si presta, come quello dell’alimentazione,
a essere uno dei mezzi per ottenere questo risultato, in quanto
tutti interagiscono con le abitazioni e tutti hanno il diritto di
adattare e di adattarsi allo spazio in cui si insediano quando fa-
cendo ciò non si danneggino gli altri e l’ambiente. La consape-
volezza delle condizioni di alterazione, la chiarezza degli obiettivi
di riqualificazione sociale e ambientale, uniti alla capacità di per-
seguirli individualmente e collettivamente, sono i requisiti ne-
cessari per recuperare l’autonomia locale e impostare un modello
non basato sul profitto come quello attualmente praticato. Ma
per fare questo è necessario riempire di nuovo di capacità tecni-
che le comunità; capacità tecniche di alimentarsi, di abitare, di
vivere senza razziare le risorse locali, senza destrutturare l’am-
biente e il paesaggio.
Riassumendo, la conservazione e la riqualificazione dell’am-
biente, necessarie al mantenimento/miglioramento dei livelli di
qualità della vita, si attuano attraverso la modificazione della so-
cietà e dei settori produttivi, attraverso il controllo degli stessi
da parte delle comunità locali e la presenza di una capacità tec-
nica diffusa che permetta la gestione diretta delle tecniche, delle

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trasformazioni e quindi dell’ambiente. Con la conservazione e


la riqualificazione dell’ambiente si interviene su alcuni caratteri
fondanti della società contemporanea, come il perseguimento
della crescita quantitativa e dell’accumulo.
Il rapporto diretto tra comunità e ambiente, non filtrato da
interessi speculativi, è il meccanismo con cui si salvaguarda l’am-
biente locale inteso come contenitore e dispensatore delle risorse
delle comunità; alterarlo, riduce le risorse e peggiora immedia-
tamente la qualità di vita degli individui.
La questione ambientale apre quindi una questione sociale la
cui risoluzione riduce la produzione e garantisce a tutta la popo-
lazione di lavorare di meno, di produrre qualità, di accedere
equamente alle risorse e di vivere in benessere, attraverso l’au-
mento delle relazioni interpersonali e la ricomposizione di co-
munità di mutua assistenza, di società connesse, solidali, aperte,
creative, caratterizzate.
La questione ambientale è altresì questione comune in quanto
la sua soluzione non può essere delegata ad alcuno, né può essere
pienamente ottenuta solo riequilibrando alcuni territori. Si deli-
nea così una società direttamente connessa all’uso delle risorse,
equa, non autoritaria, non accumulatrice, una società libertaria.
Agire in questo senso è possibile, se ci si comporta con coe-
renza rispetto alle scelte possibili. Non si tratta di aspettare un fu-
turo, ma di operare coerentemente nel presente e in particolare
in quegli ambiti che strutturano le relazioni produttive sociali e
ambientali. E in questa prospettiva l’edilizia appare essere un set-
tore in cui si può intervenire concretamente ed efficacemente.

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capitolo primo

Conoscenza scientifica e progetto

Conoscenza scientifica e ambiente

In alcuni popoli (in passato e anche oggi) la comprensione del


mondo è attuata attraverso l’interpretazione dei fenomeni e delle
condizioni ambientali. Questa comprensione non solo definisce
una relazione tra gli individui e gli accadimenti naturali così sim-
biotica da radicare i comportamenti delle comunità nell’am-
biente, producendo sistemi insediativi in equilibrio stabile con gli
ecosistemi, ma inoltre permea la vita di tutti gli individui attra-
verso una conoscenza diffusa, semplice, direttamente connessa
alle modalità di agire. L’interpretazione dell’ambiente è attuata
attraverso un apparato culturale in cui l’immaginazione, l’evo-
cazione, costituisce lo strumento per decodificare i fenomeni. I
fenomeni non sono conosciuti nella loro genesi e nel loro essere
ma negli effetti che essi comportano sulla comunità e nella ma-
niera in cui la comunità potrà mettersi in relazione con essi mo-
dificandoli o alterandoli.
La loro cultura tecnica delle trasformazioni non si basa su ele-

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menti probatori, non riesce a spiegare le ragioni della presenza


dei fenomeni, né ad anticiparne l’evoluzione, ma è tesa a definire
soluzioni concrete che possano contenere l’insorgenza di pro-
blemi, ridurre gli effetti negativi, evitare di squilibrare il sistema.
Gran parte della popolazione del mondo contemporaneo, in-
vece, sembra vivere in una condizione diametralmente opposta a
quella dei popoli cui ci riferiamo. L’informazione scientifica sui
fenomeni è oggi dettagliata e quasi ridondante; i fenomeni e le
condizioni ambientali sono studiati e compresi nella loro genesi,
nel loro svolgersi e nell’evolversi nel tempo. Ma questa precisa co-
noscenza scientifica, anche quando diffusa, non comporta un
consequenziale atteggiamento della popolazione, non sembra es-
sere trasferibile in una pratica quotidiana che migliori le rela-
zioni tra ambiente e comunità.
In sintesi: per i Lakota, i Nuer o i Tapioka l’interpretazione e
le attenzioni rivolte all’interazione uomo-natura erano elevate a
fronte di una conoscenza ridotta; per la società contemporanea,
la conoscenza scientifica è elevatissima a fronte di un ridotto in-
teresse all’interazione e alla consequenzialità dei comportamenti.
Osservando lo stato dell’ambiente e l’incapacità a mettere in
atto rimedi a tale condizione di alterazione, possono sorgere al-
cuni dubbi sulla correttezza dell’impostazione diffusamente se-
guita nel mondo contemporaneo. Ad esempio può venire il dub-
bio che sia poco interessante conoscere l’esatta composizione,
qualità, potenzialità di un ecosistema forestale e l’importanza di
tali sistemi per il mantenimento degli equilibri ecologici plane-
tari, se contemporaneamente milioni di ettari della stessa foresta
vengono incendiati o tagliati a raso. Non sarebbe forse preferibile
immaginarlo quale residenza di ninfe, folletti e qualsivoglia tipo
di essere, ma praticare forme di uso non distruttive? Se l’oggetto
dell’interesse fosse il benessere comune, questa domanda, così
impostata, non avrebbe che una sola risposta.
È palese che nemmeno volendolo si potrebbe recuperare quel-

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l’innocenza perduta popolata di ninfe e folletti, ma forse si po-


trebbe tentare di ricomporre culture fondate su un rapporto di-
retto con i luoghi, maggiormente attente al mantenimento della
qualità degli ecosistemi in cui si insediano le comunità. Perché a
ciò corrisponde il benessere della comunità stessa.
Una cultura adeguata ad affrontare la gravità dei problemi am-
bientali dovrebbe dare valore all’ambiente; al contrario, le attuali
condizioni di alterazione planetaria dipendono dallo scarsissimo
valore che si conferisce all’ambiente. Quello attribuitogli è, nel
caso migliore, un valore economico, di trasformazione, connesso
al mercato e al prezzo. Nulla a che vedere con il valore culturale,
sociale, antropologico, unico valore a poter determinare, se ade-
guatamente compreso, un nuovo atteggiamento; unico valore
fuori del mercato e forse proprio per questo con le caratteristiche
potenziali per essere risolutivo.
Ricomporre una cultura di interazione con l’ambiente è
molto difficile. Difficile perché la cultura della società contem-
poranea è strutturata proprio sull’ignorare l’ambiente, e ogni ri-
flessione su questo tema appare una riflessione minore, irrisolu-
tiva e, in caso di massima considerazione, inibente i processi di
sviluppo che si dicono portatori del benessere delle persone.
L’ambiente è interpretato come substrato dell’attività, risorsa da
utilizzare, nel caso correttamente, ma comunque entità separata
dall’uomo e a questo sottomessa.
In questo la cultura scientifica ha le sue responsabilità. Essa ha
infatti scalzato la cultura della relazione diretta, della compren-
sione diffusa, della consapevolezza individuale e comune del pro-
prio agire, settorializzando, specializzando e approfondendo le
conoscenze estrapolate dal contesto sociale. Ma anche appro-
priandosene inopinatamente, traslandole in un linguaggio elita-
rio, sopravvalutando gli obiettivi della disciplina o della ricerca,
facendosi governare da interessi speculativi interni al settore o,
molto frequentemente, da interessi economici.

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Tutto ciò non è avvenuto in maniera indolore. La cultura


scientifica ha irriso, e irride, ogni altro tipo di cultura, forte della
sua capacità di produrre e della sua omogeneità strutturale con
l’organizzazione economica della società globale. Si è inoltre
eretta a super partes, astraendosi dalla società e privandola del di-
ritto alla consapevolezza del proprio ambiente e quindi alla ca-
pacità di relazionarsi direttamente con esso. E infine non solo
ha reso ignoranti coloro i quali per migliaia di anni hanno prati-
cato e utilizzato adeguatamente le risorse, ma ha oltretutto de-
strutturato ogni interpretazione che desse autonomia all’am-
biente e che dunque prevedesse una pariteticità di relazioni.
La percezione della sacralità della natura, che nelle sue infinite
variazioni constatava l’esistenza di un mondo altro e non sotto-
messo dall’uomo, era un freno all’uso dell’ambiente (si veda Ze-
linda Carloni, Innatura e cultura, 2000), un limite tanto poco
razionale quanto insuperabile. Un limite che permetteva a gran
parte delle comunità del pianeta di vivere in sistemi ambientali
energeticamente «chiusi», ovvero che utilizzavano principal-
mente le risorse locali, mantenendosi tendenzialmente in equili-
brio stabile con la disponibilità delle stesse e adattandosi alle li-
mitazioni da queste imposte in maniera da non danneggiarle.
L’azione combinata della cultura scientifica e delle religioni
monoteiste, alleate sul tema del dominio sulla natura e dell’o-
mogeneizzazione dei popoli, ha alienato il «sacro» dal territorio
e ha così reso possibile il raggiungimento di un livello di pro-
duttività altrimenti non praticabile.
Riconoscere che tale passaggio è stato realizzato e si mantiene
con l’uso della forza, con il dileggio e con la disonestà culturale
è un atto fondamentale per permettere alla cultura scientifica di
ritornare a essere uno strumento comune utile a ricomporre una
equilibrata relazione tra ambiente e comunità.

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La didattica diseducativa

Per migliaia di anni la conoscenza è stata collegata alla pratica,


al fare. Si apprendeva e si attuava quasi contemporaneamente: la
conoscenza, anche quando astratta, era applicata e per gran parte
afferiva alla capacità tecnica di intervenire fisicamente sullo spa-
zio. Un insieme organico di informazione e pratica delle tecniche
finalizzato a compiere bene un’azione dall’ideazione all’attua-
zione.
Negli ultimi secoli la cultura occidentale ha diviso l’unità della
conoscenza: essa parte da un momento di apprendimento teorico
che non necessariamente conduce a una pratica, la quale è co-
munque temporalmente successiva e frequentemente disorga-
nica rispetto alle informazioni ricevute.
Applicando questo criterio, le modalità di apprendimento si
sono modificate e oggi sono sostanziate da una impostazione
teorica della conoscenza. La pratica diviene una realizzazione par-
ziale della teoria, mentre le informazioni acquisite permangono
molto più estese di quelle appropriate e utilizzate nella fase di
attuazione dell’attività. La didattica fornisce così informazioni
in quantità eccedente, gran parte delle quali difficilmente si tra-
sforma in una pratica qualificante.
La difficoltà di questo trasferimento appare evidente nell’in-
colmabile distanza tra quanto si insegna e quanto si realizza,
come risulta evidente nel campo della trasformazione dello spa-
zio fisico: è difficile pensare che un discente, dopo aver studiato
tredici anni nelle scuole e almeno cinque nell’università, uscen-
done come esperto preparato in uno specifico tematismo, possa
poi commettere delle azioni in grado di alterare l’ambiente e dan-
neggiare la società come quelle che hanno condotto agli attuali li-
velli di qualità sociale e ambientale del pianeta.
Ciò appare possibile solo in ragione dell’enorme distanza tra la
teoria e la pratica diffusa, distanza incolmabile nell’attuale orga-

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nizzazione delle conoscenze, prodotta dall’autoreferenziazione


delle discipline, dallo scarso interesse nei confronti della forma-
zione etica del progettista, dalla difficoltà di evidenziare da parte
dei docenti quanto il ruolo del progettista nella società travalichi
la gestione dell’informazione tecnica.
E se negli ultimi tempi il divario tra cultura teorica e cultura
pratica risulta in via di riduzione, ciò non accade per il trasferi-
mento di conoscenza nella pratica (consapevolezza e cultura),
ma al contrario per l’avvicinamento della teoria agli interessi eco-
nomici connessi con le realizzazioni. La didattica ha diffusa-
mente e inopinatamente assunto l’obiettivo di formare dei tec-
nici specialisti che rispondano esattamente alle attuali richieste
del mercato.
Il rischio di tale situazione è enorme. Se si risponde solo alle ri-
chieste del mercato e della produzione, si perde la capacità di pro-
gettare un futuro diverso da quello attuale, operando esclusiva-
mente all’interno di criteri e obiettivi parziali. Gli operatori così
formati tendono a divenire dei gestori e promulgatori dell’infor-
mazione tecnica piuttosto che degli operatori della conoscenza,
dei propositori culturali.
La didattica frequentemente diviene lo strumento per divul-
gare le innovazioni, cassa di risonanza e sostegno culturale di so-
luzioni tecnologiche definite in ambito industriale. La mancanza
di critica, tipica della cultura specialistica, scientifica e industria-
lizzata, semplifica gli aspetti culturali, sociali e ambientali della
tecnica, limitandone la trattazione solo al caso in cui siano stret-
tamente connessi alla realizzazione e alla messa in opera dei ma-
teriali e delle componenti.
Del resto, con l’interesse commerciale all’innovazione mo-
strata dalla produzione industriale contemporanea, la quantità
dei prodotti immessi sul mercato è tanto rilevante che la didattica
ha un vasto ambito dove attingere per i propri contenuti. L’esito
è che l’interesse dei percorsi di istruzione e formazione non si

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concentra su quanto il tecnico sappia «fare», intendendo con ciò


la capacità tecnica di operare con qualità culturale, sociale, am-
bientale, ma sulle informazioni trasmesse, sulla capacità di ri-
spondere alle normative esistenti, sulla quantità delle attestazioni
prodotte (laurea, master, specializzazioni).
In ciò la distanza tra informazione e capacità critica del fare
diviene un baratro.
Se la cognizione è «un assetto mentale incardinato su alcuni
dati fondanti intorno ai quali si agita una problematica aperta»,
l’informazione si mette in relazione alla cognizione e, se di note-
vole portata, mette in discussione la cognizione stessa; al contra-
rio, quando l’informazione non si incardina su una cognizione,
non assume forma e quindi resta indeterminata (si veda Zelinda
Carloni, 2006).
Allora oggi, in assenza di una consapevolezza critica e di una
capacità da parte delle comunità di utilizzare direttamente le co-
noscenze, siamo in presenza di una informazione senza cogni-
zione ovvero dell’uso inconsapevole e non educato delle stru-
mentazioni disponibili.

La dimensione cognitiva (e forse improduttiva) del progetto

Seppure nella enorme quantità di informazioni ed elabora-


zioni disponibili vi sono sicuramente strumenti utili per miglio-
rare le condizioni sociali e ambientali del pianeta, non sussiste
però alcuna garanzia che la conoscenza disponibile sia volta al
benessere comune. Ciò è troppo poco e troppo casuale per po-
tersi ritenere soddisfacente in relazione alla gravità dei problemi
e allo stato di alterazione in cui si trova il pianeta e la sua popo-
lazione.
Per cambiare questo stato di fatto, sarebbe opportuno svi-
luppare una conoscenza finalizzata non al raggiungimento di un

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titolo ma di una capacità, non di un riconoscimento formale


ma di una consapevolezza; e per fare questo sarebbe necessario
riportare la conoscenza e le attività in ambito locale così da per-
mettere la riconoscibilità all’interno di una comunità dell’indi-
viduo e delle sue capacità.
Sarebbe inoltre opportuno passare dalla dimensione indu-
striale e di mercato propria del modello globale a una in cui i
rapporti conoscitivi diretti assumano una valenza centrale, in cui
il tempo della trasmissione della conoscenza si allunghi, in cui la
quantità delle informazioni si riduca a fronte di una più ap-
profondita e soppesata considerazione e pratica del fare.
Si tratta di uscire da quella trappola produttivistica in cui l’in-
tera società si è lasciata trascinare: uscire dalla trappola perché la
quantità è nemica della qualità e l’attuale modello produttivo
produce sempre quantità e solo qualche volta qualità.
In questo quadro, mentre la produttività punta all’aumento
della quantità dei prodotti e della loro efficienza all’interno di
un contesto specifico e limitato, la dimensione improduttiva di-
viene quella in cui si riesce a ottenere la massima conoscenza e
consapevolezza di quello che si fa e degli effetti che ciò comporta
nell’ambiente e nella comunità. Infatti, se la conoscenza, la for-
mazione, la cultura si realizzano nella pedissequa attuazione di
quanto già esistente e predisposto, allora non è possibile imma-
ginare un futuro diverso dal presente, non è possibile formare
delle persone che in qualche modo abbiano le strumentazioni
critiche che consentano loro di modificare quanto in essere per
adattarlo meglio a quelli che sono i desideri della comunità.
Dato che la cultura propria di questa società è settorializzata,
iperproduttiva e di mercato, è opportuno superare i limiti setto-
riali su cui è impostata la cultura produttiva, i confusi ma
profondi limiti delle competenze, e contemporaneamente allun-
gare i tempi della produzione, diffondere le conoscenze, ridurre
le informazioni e i prodotti.

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Si tratta, cioè, di insegnare e imparare l’improduttività, in


quanto attraverso di essa si aumenta la consapevolezza dell’agire
nell’ambiente e nella società, e si aumenta l’ambito della rifles-
sione e della critica, ambito per sua propria natura improduttivo.

Complessità dei problemi, semplicità delle soluzioni

Tra i problemi riscontrati nel mondo contemporaneo, anche


dagli organismi internazionali, i maggiori sono l’iniquità nel-
l’accesso alle risorse, la quantità dei consumi, la concentrazione
delle ricchezze, il degrado dell’ambiente, la sudditanza sociale e
culturale delle comunità locali al modello globale. La risoluzione
dei problemi evidenziati sembra tecnicamente semplice: permet-
tere l’autonomia alle comunità locali e quindi non espropriarle
delle loro risorse (inclusi produzione e mercati), riducendo o eli-
minando la voracità delle aziende che sfruttano le risorse e im-
pongono i loro interessi e il loro mercato; ridurre i consumi di
energia e di merci e contemporaneamente indirizzare i finanzia-
menti (e basterebbe solo una parte delle spese militari) alla riqua-
lificazione dell’ambiente.
Ci si attenderebbe che la ricerca, l’innovazione e l’informa-
zione scientifica e tecnologica agissero prioritariamente per con-
tribuire alla risoluzione dei problemi; viceversa, davanti alla con-
statazione della complessità del sistema, molto frequentemente
rispondono aumentando fittiziamente la complessità e perve-
nendo alla definizione di soluzioni complicate. Questo perché
la ricerca e la tecnica praticate presuppongono di risolvere i pro-
blemi senza cambiare le condizioni dell’esistenza, lasciando im-
mutati i caratteri dei sistemi produttivi e gli interessi degli indi-
vidui e delle aziende, non chiedendo una modificazione dei
comportamenti e dei processi. Così facendo, le soluzioni non
possono che aumentare la complicazione del sistema: una com-

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plicazione che attanaglia le normative, penetra nella società e


rende ogni atto farraginoso, non partecipato e, se non demago-
gico, inintelligibile.

Invenzioni e inventori

La società contemporanea affida la soluzione dei suoi pro-


blemi alla capacità individuale (o delle aziende che ne governano
la creatività) di «scoprire», di «inventare» le soluzioni stesse. È
un avanzo della cultura dell’inventore ottocentesco, di colui che
è capace, attraverso una vita dedicata, o per l’illuminazione di
un momento, di sintetizzare le necessità e di proporre la solu-
zione che, senz’altro aiuto, è capace di modificare, in meglio, la
situazione di tutti gli uomini che la praticano.
In realtà ciò si realizza solo nel caso di alcuni problemi speci-
fici (alcune medicine, alcuni strumenti operativi), mentre gene-
ralmente ottiene solo semplificazioni di atti e incrementi di
quantità, generando troppo spesso svantaggi di ordine superiore
ai vantaggi ottenuti.
È evidente che la soluzione dei problemi, in particolare am-
bientali, deve essere ricercata più attraverso la cultura, nella mo-
dificazione delle società e dei comportamenti individuali, che at-
traverso le invenzioni, per quanto interessanti siano.
Non è forse noto che gran parte delle cause dell’insorgenza
di malanni possono essere connesse con il consumo di alimenti
inopinatamente contenenti sostanze pericolose, con la respira-
zione di polveri e inquinanti assimilati quotidianamente in qua-
lunque area urbana, con l’esposizione all’azione di sostanze di
sintesi nel mondo del lavoro? E allora, non sarebbe meglio mo-
dificare queste condizioni che compromettono la salute dei cit-
tadini piuttosto che concentrare l’interesse nella successiva ed
eventuale cura?

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Non è forse noto che decine di milioni di persone soffrono e


muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili? E allora,
non sarebbe altrettanto interessante provvedere a una equa di-
stribuzione geografica dei medicinali e ridurre il loro prezzo?
E ancora, non è forse noto che il problema della fame è un
problema di distribuzione (equità) e non di produzione per et-
taro? E allora, non sarebbe meglio operare per ridurre le ecce-
denze di alcuni territori, connettere aree di produzione e mercati
in ambito locale e pagare il giusto prezzo ai produttori?
In conclusione, non risulta chiaro per quale ragione tanta en-
fasi venga data alla ricerca e agli investimenti a essa dedicati, a
partire da quelli europei, tanto da farli divenire un indicatore
della qualità di programmazione di un paese, quando l’obiettivo
della ricerca è oscuro.
Tutti gli elementi per il raggiungimento del benessere esistono
già; è solo necessario connetterli in maniera diversa dall’attuale.
Solo dopo avere utilizzato bene quanto esiste si riusciranno a to-
gliere le ombre e le nebbie create dagli interessi, solo dopo avere
eliminato le ridondanze e avere riorganizzato il sistema diverrà
chiaro cosa effettivamente serve e cosa effettivamente manca e
quindi su cosa orientare la ricerca.

Scienza, conoscenza, consapevolezza

L’astrazione di gran parte della ricerca ha prodotto una strana


condizione: da un lato, una conoscenza scientifica approfondita,
specialistica e settoriale che produce «soluzioni innovative» e,
dall’altro, una comunità ignorante che consuma sotto forma di
merci le soluzioni predisposte.
La scienza comprende ma non fa capire agli individui, non
fornisce conoscenza e consapevolezza, non si trasferisce in cultura
diffusa ma in strumentazioni complesse di uso volutamente a-

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tecnico. Gran parte della ricerca non ha bisogno di quella conti-


nuità tra individui, comunità e ambiente che rende ogni risultato
una conquista comune, richiesta e apprezzata. Le comunità e gli
individui non possiedono le conoscenze e le capacità tecniche
necessarie a produrre e gestire quanto predisposto, consumano il
prodotto ma non sono consapevoli degli effetti su se stessi, sugli
altri e sull’ambiente che scaturiscono dall’uso.
Gran parte della popolazione occidentale, pur essendo consa-
pevole dei mutamenti climatici, dei disastrosi danni da essi com-
portati e dell’elevato rischio per la propria sopravvivenza, e no-
nostante ne verifichi direttamente la gravità e i rischi per il proprio
benessere, guarda con indifferenza all’evolversi della situazione,
confidando nella capacità del sistema di generare soluzioni ade-
guate. Un’astrazione che permette a ciascuno di non sentirsi di-
rettamente impegnato e di non abbandonare lo stato di torpore
infantile in cui versa, seppure, com’è ben evidente, non dia alcun
segnale di praticabilità.

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capitolo secondo

L’industrializzazione delle
trasformazioni

Una contemporaneità industrializzata

Negli ultimi decenni la sensibilità verso le questioni ambientali è


aumentata, ma le condizioni dell’ambiente sono peggiorate. No-
nostante parte della cultura tecnica e parte degli operatori in que-
sto stesso periodo abbiano posto una maggiore attenzione nei
confronti dell’ambiente, le modificazioni che hanno interessato
le società, e i loro modi produttivi e insediativi, hanno condotto
a trasformazioni dello spazio fisico di segno completamente di-
verso.
Tale condizione non è riscontrabile esclusivamente nei terri-
tori in cui le forze speculative non sono limitate dalla considera-
zione dei temi ambientali ma anche ove, indiscutibilmente, si
attua una mediazione tra l’interesse privato, il benessere della so-
cietà e la qualità dell’ambiente.
È quindi possibile che sussistano fattori che facilitano le tra-
sformazioni a elevata negatività ambientale, fattori che contri-
buiscono, indipendentemente dalla volontà dei singoli, a ren-

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dere più difficile il raggiungimento di un equilibrio stabile con


l’ambiente naturale.
Alcuni di questi sono ascrivibili al dilagare di caratteri e criteri
operativi propri dei processi produttivi industrializzati: una vera
e propria «industrializzazione culturale». La diffusione di criteri,
obiettivi e modalità di precipua genesi industriale ha permeato i
comportamenti degli individui ponendoli come valori assoluti
della società e parametro di giudizio delle azioni. Qui di seguito
se ne tracciano brevemente alcuni caratteri.
L’aumento delle quantità. Il modello industriale è strettamente
connesso all’aumento delle produzioni: se anno dopo anno,
giorno dopo giorno, non cresce, entra in crisi e la necessità di
acquisire sempre maggiori quote di mercato comporta una
enorme sovrapproduzione con i connessi consumi energetici ed
emissioni.
L’aumento delle prestazioni. Le merci vengono liberate da ogni
limitazione derivante dal contesto di uso: soluzioni esclusiva-
mente acquisibili (che non possono essere utilizzate se non ac-
quisite), individualmente acquisibili (che possono essere utiliz-
zate dall’acquirente indipendentemente dalla comunità),
universalmente acquisibili (che possono essere messe in opera in
qualunque luogo). Questa logica consente il miglioramento delle
prestazioni tecniche e della produzione, ma non garantisce la
qualità del sistema in cui la merce viene utilizzata.
Il prodotto a scadenza. È pratica consolidata la sostituzione di
prodotti con altri prodotti aventi la medesima funzione ma con
maggiori prestazioni. La continua sostituzione, anche quando
solo strumentale alla vendita, definisce una temporizzazione
della funzionalità delle merci, ovvero ne determina una sca-
denza.
Articolazione per fasi e per parti. Le logiche della produzione
industriale tendono a organizzare le attività per fasi concluse e
consecutive in un processo unicursale.

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L’allontanamento da tecniche specifiche. I prodotti industriali,


per loro carattere, sono definiti per ottenere la massima efficienza
produttiva (riduzione dei costi), i massimi profitti, la massima ca-
pacità di rispondere alla domanda o crearla. Una delle variabili
indispensabili per raggiungere tali obiettivi è la riproposizione
di un tipo di prodotto quante più volte possibile e in ogni con-
testo territoriale ove si riescano a creare condizioni favorevoli di
mercato. Il prodotto sempre uguale si allontana dalle caratteri-
stiche specifiche di utilizzazione in una data area e dalle tecniche
connesse a quell’area per prodotti di funzione simile.
Le produttività. I processi industriali ricercano la massima pro-
duttività attraverso la riduzione del tempo di produzione e del-
l’uso di manodopera. Ciò implica l’abbandono delle tecniche
lente e complesse, incluse le tecniche tradizionali e quanto può
derivare da una loro innovazione.
L’autoregolamentazione e l’opzionalità della qualità ambientale.
Il modello industriale contemporaneo non sopporta troppo le
norme ritenendosi capace di autoregolamentazione. Esso defi-
nisce norme autoreferenziate e pone come opzionale e volonta-
ria la considerazione delle variabili ambientali e sociali.
La responsabilità limitata. La produzione industriale limita la
responsabilità sulla qualità tecnica, sociale e ambientale del pro-
dotto, interessandosi solo alle sue caratteristiche tecniche alie-
nate dal contesto in cui si inseriscono (prodotti inutili, iniqui,
dannosi).
Il fattore tempo. L’attenzione dei processi industrializzati è
volta a ridurre i tempi di realizzazione anche a scapito della qua-
lità tecnica, sociale e ambientale del produrre e dell’usare.
Questi criteri definiti nell’ambito della produzione industriale
hanno permeato quasi tutte le attività del modello globale: il
commercio, la distribuzione, la comunicazione fino all’arte. La
struttura della società si è piegata a norme e comportamenti che,
seppure avessero ragione di essere all’interno di uno specifico set-

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tore, non hanno alcuna ragione di essere applicati come validi in


assoluto. Nel momento in cui si industrializzano altri ambiti ope-
rativi non si possono eludere questi criteri che dell’industrializ-
zazione sono i fondamenti.

Qual è l’esito

Gli esiti dell’applicazione di questi criteri sono stati l’au-


mento della produttività, la riduzione dei costi per unità di pro-
dotto, la riduzione dell’uso di manodopera e dei tempi di pro-
duzione, l’uniformazione dei prodotti, la concentrazione dei
profitti, l’invenzione prima della «società dei consumi» e poi del
«mercato globale» come palliativi all’eccedenza delle merci e
strumenti per l’aumento della produzione, e infine la contem-
poranea e indispensabile sostituzione sia dei processi produttivi
artigianali e semi-industrializzati (attraverso i quali comunque si
riusciva a produrre le merci in quantità adeguate a soddisfare la
reale domanda), sia delle forme tradizionali di mutualità, di
scambio e di dono.
Tutto questo non ha portato un beneficio diffuso alla popo-
lazione planetaria, non ha migliorato la qualità dell’ambiente.
Anzi, spesso è stato causa di alterazione delle comunità locali e
degli ecosistemi.
Eppure l’ambito operativo che afferisce alla trasformazione
del territorio, e in primo luogo il settore delle costruzioni, ha
sempre subito, e ancora oggi subisce, il fascino dei metodi in-
dustriali.
In questo ambito, rispetto a un passato anche recente, oggi
non si parla più diffusamente di industrializzazione dei processi
costruttivi, piuttosto l’attenzione è volta all’uniformazione delle
componenti e dei materiali. I sistemi costruttivi e i manufatti,
caratterizzati da una consistente presenza di prodotti industriali

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e da un’assenza di specificità nelle soluzioni adottate, stanno pro-


vocando esiti simili a quelli riscontrabili in altri settori della pro-
duzione.
Di fatto, l’edilizia è uno dei maggiori mercati di merci plane-
tario, ed è quindi nelle logiche del mercato che le aziende operino
per acquisirne una parte. Non sussiste problema fintanto che, per
raggiungere questo obiettivo, non si si determinano comporta-
menti che, travalicando i ragionamenti propri di un’azienda, in-
cidono sulla cultura delle comunità. Questo rischio è oggi molto
più concreto dato l’interesse mostrato da molti comparti nei con-
fronti di popolazioni che fino a pochi anni fa non erano ritenute
potenziali acquirenti di merci.
La grande acquisizione teorica del mercato globale è che vi
sono delle merci acquisibili anche da chi ha minime disponibilità
economiche e che con esse, nonostante il basso prezzo, si otten-
gono elevati profitti in ragione dell’elevato numero di acquirenti,
concentrando la produzione. Così come per i semi in agricol-
tura, questo ha stimolato l’industrializzazione della produzione
di materiali e componenti precedentemente gestiti in sede locale
con processi artigianali. E mentre l’industrializzazione del set-
tore edile fino a qualche decennio fa riguardava una minima
parte del costruito mondiale, l’attuale tendenza comporta una
consistente ingerenza all’interno delle comunità e del loro co-
struire, annullandone i caratteri tradizionali, implicando la per-
dita di riconoscibilità delle soluzioni operate e modificando le
pratiche di cantiere e di progettazione.
In particolare, l’attuazione di questa strategia di mercato ha
comportato la delega del sapere tecnico da parte delle comunità,
la rinuncia a un ruolo sociale del settore, l’evoluzione della com-
mittenza.
La delega del sapere tecnico. Le soluzioni tecniche industrializ-
zate non sono prodotte in un luogo e in una comunità, né per un
luogo e per una comunità. Chi costruisce artigianalmente e tra-

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dizionalmente è il depositario di millenni di tecnica tramandata


e applicata in un dato luogo. Ma custodi di questa tecnica sono
state, in realtà, le comunità intere, e i tecnici che al loro interno
ne sono stati i depositari. La riduzione e semplificazione delle
pratiche di cantiere riducono i costruttori a montatori e dele-
gano la conoscenza delle soluzioni a chi produce componenti e
materiali. La comunità non è più il substrato alla cultura locale,
ma è l’utilizzatore della soluzione. I progettisti estranei alla co-
munità tendono a operare sui cataloghi delle componenti e dei
sistemi costruttivi e a chiedere alle aziende il supporto proget-
tuale piuttosto che a misurarsi con soluzioni progettuali specifi-
che e tecnicamente colte.
La rinuncia a un ruolo sociale. Il settore delle costruzioni è ra-
dicato nella struttura sociale del territorio. Trasformare lo spazio
fisico è una pratica tanto diffusa da risultare inalienabile dalla
presenza degli individui. È pratica tanto diffusa che costituisce
un settore di attività centrale per gran parte delle comunità, ele-
mento fondamentale sia per l’importanza economica sia per gli
effetti che la sua produzione ha nella caratterizzazione dei luoghi:
tecniche, capacità operative, lavoro, esiti formali sono fusi nelle
pratiche di trasformazione del territorio e manifestano la cultura
della comunità.
La sostituzione di pratiche che non sono connesse al territo-
rio, l’uso di materiali che non sono prodotti localmente e hanno
bisogno di tecnici specifici, quasi sempre collegati alla produ-
zione del materiale e delle componenti e non al territorio, im-
plica non solo la modificazione dei processi di produzione dei
manufatti ma la modificazione dell’assetto sociale e culturale.
Applicare queste pratiche appare una vera e propria rinuncia al
ruolo sociale del settore.
L’evoluzione della committenza. Anche la committenza si mo-
difica all’interno di questo modello. La stretta relazione tra pro-
gettista, impresa e comunità, che definiva soluzioni specifiche

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per un territorio specifico, non trova più riconoscimento cultu-


rale. A osservare le pubblicazioni specializzate, le opere ritenute
maggiormente qualificanti sono quelle che investono grandi ca-
pitali, che frequentemente sono connesse a sistemi costruttivi in-
dustrializzati sostenuti dalle aziende che li producono. Quasi
tutti coloro che sono ritenuti grandi architetti contemporanei
hanno operato con grandi disponibilità economiche e prodotti
industrializzati e in gran parte con ricche committenze private.
Queste modificazioni hanno condizionato l’attività e il ruolo
dei progettisti promuovendo un’organizzazione del lavoro meno
artigianale, la concentrazione delle maggiori progettazioni, la
promozione delle proprie attività a livello internazionale. In ciò
sono facilitati i soggetti di grandi dimensioni e con maggiori ca-
pacità di investimenti, ma anche quelli che in maniera acritica
meglio rispondono alle richieste della committenza, mentre si
marginalizzano coloro che hanno organizzazioni produttive di-
verse, ovvero che trovano maggiore qualificazione nella specificità
territoriale o tecnica.
Il progetto è svuotato di caratteri specifici e di quella com-
plessità derivata dall’adattare le idee progettuali alle condizioni
ambientali e sociali locali: i progetti e le realizzazioni sono tra
loro sempre più simili. Avendo svuotato di specificità, di valenza
locale, di attenzione alle relazioni sociali e ambientali il progetto
e l’esecuzione, la concorrenza si attua nel campo delle capacità
imprenditoriali di chi meglio interpreta i processi che portano al-
l’assegnazione delle opere.
Le aziende di progettazione e di costruzione, che nel loro in-
grandirsi e nel loro acquisire attività vendono rispettivamente
immagine e forza economica e finanziaria, tendono a costituire,
come in molti altri settori, dei monopoli i cui caratteri principali
sono l’uniformità dei prodotti e la marginalità della qualità della
produzione rispetto alla capacità di commercializzarla.

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Il prodotto industriale è sempre uguale a se stesso

La Harley-Davidson commercializza in Italia venticinque mo-


delli di motociclette. Osservandoli attentamente si può notare
che le motorizzazioni sono solamente tre, il tipo di motore è uno
solo e i vari telai sono assimilabili a un’unica concezione.
Connessa all’uso vi è una serie di accessori per «personaliz-
zare» le moto, alcuni direttamente prodotti dalla Harley-David-
son, altri da industrie concessionarie, di cui la principale ha un
catalogo con cinquemila diversi pezzi.
Gli acquirenti possono operare le personalizzazioni presso of-
ficine concessionarie, comprare una linea di abbigliamento, an-
dare a feste e raduni con spettacoli, degustazioni, «gadget», se-
guire circuiti predefiniti e supportati, associarsi ai «club»,
comportarsi secondo norme precise, tutto in ambito Harley-Da-
vidson e tutto pubblicizzato da riviste sostenute dalla pubblicità
delle moto. E questo in ogni parte del mondo, alla stessa ma-
niera, con un vero sistema che connette il prodotto alle modalità
del suo uso, definendo i comportamenti stessi dell’utente.
Nei caratteri della Harley-Davidson si rileggono alcune delle
politiche dell’industria contemporanea, per le quali un prodotto
è parte di un sistema di merci integrato, finalizzato a incremen-
tare il mercato dell’azienda attraverso la gestione dell’acquirente
piuttosto che del singolo prodotto.
A ben guardare, però, le moto e le loro personalizzazioni con
i prodotti del catalogo danno all’osservatore una sensazione di
prevedibilità che contrasta con l’ampia scelta di soluzioni adot-
tabili e annulla quell’immagine di autonomia delle scelte alla
base del modello di vita che il sistema stesso evoca.
Riportando l’esempio nel settore edile, la notevole attenzione
della ricerca applicata nei confronti dell’involucro è motivata,
oltre che dall’indubbio interesse del tema, dal fatto che è la parte
dell’edificio dove, con maggiore diffusione, trovano applicazione

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le componenti prodotte dall’industria. Questa, nella continua


predisposizione di nuovi prodotti, indirizza la ricerca e risponde
alla domanda di nuove soluzioni, che poi sostiene attraverso la
comunicazione tecnica e commerciale sulla stampa specializzata
e non.
Nell’involucro si combinano le soluzioni tecniche che deter-
minano immagini forti, riconoscibili, comunicabili, proprie della
tensione formale del progettista, e la possibilità di operare a ca-
talogo, in apparente autonomia, propria dell’impostazione in-
dustriale del settore. L’involucro, così come diffusamente si
conforma, scaturisce dal dialogo serrato tra la creatività del pro-
gettista e la disponibilità della tecnica di sostenerla, in una vi-
sione prettamente connessa alla produzione di componenti e so-
luzioni predefinite.
L’attività di divisione dell’edificio per parti, che ha impegnato
per anni una gran quantità di energie da parte di esperti ricerca-
tori, ha costituito quella uniformazione di dimensioni, funzioni
e prestazioni che è premessa indispensabile all’attuale sviluppo
della produzione.
Come per l’Harley-Davidson, anche per l’edificio esiste un
catalogo reso possibile dall’intercambiabilità delle parti in ra-
gione del gusto del progettista e delle prestazioni che al prodotto
si richiedono. Indipendentemente dal costruttore, che come il
meccanico diviene un montatore, dal luogo, dalla comunità e
dalle sue tecniche, il catalogo dei prodotti consente soluzioni in-
novative (nel senso di sempre nuove), efficienti (nel senso che
ciascuna di esse consente il massimo dell’efficacia in termini pre-
stazionali), indifferenti alla soluzione finale attesa (indifferenza e
intercambiabilità sono connesse).
Il dizionario delle parole-componenti-merci è divenuto infi-
nito e conforma l’edilizia secondo lessici individuali, creativi, che
mirano a traslare la soluzioni dalla parte al tutto, dalla compo-
nente all’edificio. Gli edifici spesso si riconoscono, e con essi gli

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architetti che li hanno progettati, per avere usato una sola parola
del dizionario-catalogo mai prima utilizzata, come se nel parlare
una parola fosse più e più volte ripetuta e da sola ambisse a di-
venire discorso.

La rinuncia critica

L’insieme dei caratteri brevemente accennati compone una


modalità operativa che pretende di essere essa stessa garanzia di
qualità; una modalità con la quale si possono ottenere determi-
nati risultati positivi, ma che non consente di raggiungere obiet-
tivi che non si adattino a essa.
Appare fondamentale comprenderne i vantaggi e gli svan-
taggi, in quanto l’acriticità è un atto di sudditanza culturale,
spesso inconsapevole, che sostiene un modus operandi mosso
principalmente da ragioni di profitto. Essere critici comporta la
capacità di discernere quanto c’è di positivo in questa condizione
e di eliminare o ridurre quanto c’è di negativo rispetto al rag-
giungimento di condizioni di sostenibilità diffusa. E quanto a
questo, in edilizia come per le Harley-Davidson, i prodotti in-
dustriali comportano caratteri di somiglianza superiori a quelli di
diversità.
È evidente che non è possibile addebitare ai metodi di pro-
duzione industriale le cause di alterazione ambientale e di de-
grado sociale del pianeta. Il problema risiede nella loro utilizza-
zione speculativa che spinge a una imposizione, sia fisica sia
culturale, del modello industriale su tutte le pratiche operative,
indifferenziatamente.
Per questo risulta indispensabile non aderire, nello sviluppo
dei progetti, alla logica propria dell’organizzazione produttiva
industriale, che marginalizza le pratiche artigianali, le compe-
tenze dei mastri, la capacità umanistica e sociale dei progettisti e

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non fa rientrare all’interno della progettazione quella società che


del prodotto è committenza e del prodotto è utilizzatrice. E que-
sto anche se così si limitasse la quantità dei prodotti, si rendessero
meno efficienti i processi, si riducessero le prestazioni delle merci,
si adoperasse una maggiore quantità di manodopera e maggior-
mente specializzata, si ridistribuissero i profitti tra un maggior
numero di soggetti.

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capitolo terzo

La direzione dell’innovazione

Uno dei termini oggi più utilizzati è innovazione. Esso ha as-


sunto un valore di positività che garantisce ogni azione o oggetto
che se ne possa fregiare. Ma spesso è un valore pregiudiziale, e
forse non è dell’innovazione proposta che si ha davvero bisogno.
Alcune oasi sono la testimonianza di un articolato progetto di
prelievo e mantenimento dell’acqua. I principali elementi che
costituiscono un’oasi sono la costruzione artificiale della duna, a
difesa dal vento e dalla sabbia del deserto, l’impianto delle palme
per ridurre l’evaporazione e mantenere il fresco, l’eventuale co-
struzione della rete di foggara che, attraverso la captazione delle
acque sotterranee e la condensazione dell’umidità all’interno dei
canali ipogei, alimenta il palmeto nei periodi non piovosi.
In questo progetto la disponibilità locale della risorsa acqua
misura la quantità e la qualità della sua utilizzazione e definisce
per questo i caratteri dell’insediamento: in presenza di una mag-
giore disponibilità l’insediamento diviene stabile, in caso con-
trario rimane temporaneo. Le residenze e la produzione parteci-
pano al mantenimento del sistema, ad esempio ricorrendo

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all’uso in agricoltura dei rifiuti e dei liquami delle abitazioni.


È un sistema di trasformazione dell’ambiente che pone in atto
soluzioni tecniche di notevole valore, misurate sulle potenzialità
e sulla rinnovabilità del sistema locale, in un equilibrio nato dalla
comprensione dei fenomeni e dall’adattamento a essi. L’innova-
zione, che nel corso dei secoli ha ottimizzato il sistema, ha per-
seguito sempre la medesima logica, attuando soluzioni che inte-
ragissero con il sistema naturale e che portassero benessere
diffuso alla comunità. Questa logica è palese osservando l’uso
che viene fatto della sabbia, e delle sue modalità di accumulo e
stabilizzazione, proprio come strumento per il mantenimento
dell’area umida: la maggiore minaccia per l’esistenza dell’oasi ne
diviene così il materiale costruttivo, e l’energia dei fenomeni na-
turali è utilizzata volgendola, senza alterarla, all’interesse della
comunità insediata.
In questo caso, come in gran parte della cultura tecnica tra-
dizionale, l’innovazione, quando perviene a un equilibrio tra tra-
sformazione e ambiente ai livelli minimi di energia impiegata e
ai livelli massimi, nel tempo, dei benefici diffusamente addotti
alla comunità, si ferma. Rimane ferma fin quando il variare delle
condizioni ambientali e sociali determina una inefficienza o
rende possibile un miglioramento dei caratteri di uso; in tal caso
evolve sempre nel rispetto dei criteri adottati.
Nel mondo contemporaneo il benessere dei cittadini e la qua-
lità dell’ambiente non appaiono i principali obiettivi dell’inno-
vazione, né tanto meno lo è il raggiungimento di un equilibrio
tra trasformazione e sistemi naturali.
L’innovazione si muove prevalentemente su percorsi propri,
indipendenti dalla domanda e dai constatati problemi ambientali
e sociali, in una modificazione continua, autistica, autopromossa.
Nonostante ciò, essa viene tendenzialmente percepita di segno
positivo in quanto troppo spesso si considerano solo le capacità
tecniche ed economiche delle soluzioni prospettate, estrapolate

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dal contesto sociale e ambientale con cui esse interagiscono. L’in-


novazione contemporanea, infatti, si caratterizza per alcuni
aspetti che rendono improbabile l’ottenimento per suo tramite di
un diffuso miglioramento delle condizioni ambientali o della
qualità di vita degli individui; qui di seguito se ne evidenziano
sinteticamente alcuni.
L’innovazione è per gran parte composta da merci. Ovvero pro-
dotti che riescono ad aumentare l’efficienza e l’efficacia di alcune
azioni o a creare nuovi comportamenti che hanno necessità di
strumenti (appunto le merci). Per gran parte l’innovazione è pro-
mossa dalle grandi aziende che investono nella ricerca per otte-
nere nuovi prodotti da immettere sul mercato. Il fine dunque di
questa innovazione è principalmente commerciale, e l’aumento
del benessere degli individui è subordinato a esso, tanto che è
enorme la quantità di prodotti innovativi che ledono la salute
fisica e mentale degli individui, che non risolvono i loro pro-
blemi e che degradano le condizioni dell’ambiente.
L’altro traino dell’innovazione è la ricerca in ambito militare
o di settori connessi all’uso militare. Sulla discutibile qualità delle
motivazioni non appare necessario soffermarsi.
L’innovazione non attiene all’organizzazione sociale. L’innova-
zione, anche quando di processo, riguarda il modello interno alla
produzione delle merci e molto raramente il complessivo sistema
economico, sociale e ambientale della produzione, distribuzione,
utilizzazione. L’innovazione rifugge, nella sua generalità, dall’in-
tervenire direttamente per il miglioramento delle condizioni so-
ciali, limitandosi a mettere a disposizione soluzioni-prodotti;
esemplificative sono le soluzioni farmacologiche per il controllo
dell’AIDS, assolutamente inutilizzabili proprio dalle popolazioni
più fortemente colpite dal virus.
L’innovazione tende a rendere autonoma la singola soluzione
dalle condizioni in cui essa opera. Ciò avviene allo scopo di evitare
che l’applicazione dell’innovazione dipenda da atti e situazioni

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estranei a quelli dell’acquisizione. L’apparato normativo e ammi-


nistrativo qualifica le prestazioni all’interno dei settori e delle
merci, così da permettere l’autoreferenziazione delle soluzioni, in-
dipendentemente dal sistema naturale e sociale in cui si usano, o
considerandole come elementi astratti e tipologici. L’impegno re-
golamentativo internazionale conferma tale impostazione; esso
rispecchia integralmente i caratteri dell’industria, e quindi gli in-
teressi dei grandi gruppi che forniscono materiali, componenti e
attrezzature per la trasformazione del territorio, e vuole garantire,
attraverso i controlli di prodotto e di processo, la qualità della sin-
gola merce.
L’innovazione, come è correntemente interpretata, si concentra
nelle aziende di grandi dimensioni. Sono infatti queste ad avere la
possibilità di finanziare la ricerca di prodotto e promuovere sul
mercato le relative soluzioni. A supporto di questa condizione, i
grandi produttori danno consulenza tecnica per l’applicazione
delle soluzioni prodotte, tanto che spesso la progettazione esecu-
tiva delle trasformazioni è svolta dai loro uffici tecnici, che di fatto
si propongono come garanti dell’intero processo trasformativo.
Questa tendenza concentra la capacità tecnico-progettuale in
un numero limitato di soggetti, marginalizzando le competenze
e la cultura locali. In tale maniera si riduce l’autonomia della tra-
sformazione facendola dipendere da materiali, componenti, ca-
pacità tecniche estranei al contesto locale, e la comunità diviene
esclusivamente un acquirente.
L’innovazione propone soluzioni settoriali e universali. Questi
due caratteri mal si adattano alla definizione di soluzioni orga-
niche connotate dalla specificità dei sistemi abitativi, dall’adat-
tarsi alle condizioni degli ecosistemi. Le soluzioni proposte dalle
innovazioni contemporanee, perdendo la specificità, aumentano
le prestazioni per rispondere alle diverse situazioni in cui ver-
ranno adottate e così diventano tendenzialmente sovradimen-
sionate. In tale maniera, oltre a promuove una uniformità che

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lede l’autonomia culturale, produttiva e tecnica delle comunità


insediate, comportano sprechi di materiali ed energia che l’uso di
soluzioni specifiche avrebbe evitato.
L’innovazione tende ad assimilare le modalità delle trasforma-
zioni ai processi produttivi industriali. I cantieri delle trasforma-
zioni tendono sempre più a divenire luoghi di assemblaggio di
componenti predefinite dalle industrie. Come detto, il compor-
tamento dell’industria è stato sempre volto alla riduzione del
tempo di produzione e dell’uso di manodopera, in particolare di
quella qualificata, al fine di ridurre i costi e aumentare i profitti.
Applicando questi criteri alla fase di attuazione della trasforma-
zione, i costi sono concentrati nei materiali e nelle componenti
che, derivando da processi industrializzati, già hanno ridotto al
minimo l’uso del personale. I profitti aumentano, e più dell’atto
costruttivo assume importanza l’apparato ideativo-produttivo,
promozionale e commerciale.
Per questo tipo di organizzazione non è più necessario un
buon mastro locale che attui una qualificata trasformazione, men-
tre è indispensabile una rivista specializzata che sostenga il pro-
dotto innovativo e sia disposta a essere da questo sostenuta. Esito
di tale pratica è l’annullamento di quel tessuto artigianale che ha
garantito, e ancora in parte garantisce, una diffusa occupazione,
ma che spesso ha il limite di ostacolare la diffusione delle pratiche
e dei prodotti innovativi.
L’innovazione tende sempre a proporre nuove soluzioni anche
quando ne esistono già di qualificate. Queste nuove soluzioni ser-
vono alle singole aziende per acquisire settori di mercato. In par-
ticolare hanno effetti negativi non solo per la difficoltà di verifi-
care nel tempo la qualità delle proposte – sia come efficienza, sia
come effetti su persone e ambiente, e per lo spreco di materia ed
energia necessaria a produrre e promuovere il surplus di merci –
ma anche per la tendenza a sostituirsi alle pratiche e ai materiali
tradizionali. Dato che l’ambito delle soluzioni tradizionali rap-

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presenta per i produttori un potenziale mercato a cui proporre


merci sostitutive delle modalità praticate, l’innovazione, con un
meccanismo tipico della società dei consumi, non soddisfa ma
tende a carpire una domanda attraverso il continuo, e spesso inin-
fluente e non richiesto, aumento delle prestazioni dell’offerta.
L’innovazione tende a determinare la durata dei prodotti. Porre
un limite temporale già in fase di progettazione implica la neces-
sità di successive trasformazioni per svolgere la stessa funzione e
comporta un continuo aumento/autosostentamento del mercato.
I prodotti hanno una scadenza, dai semi OGM «terminator», agli
alimenti, ai manufatti.
L’innovazione di cui siamo oggetto, quella innovazione di
merci sostenuta da gran parte dell’apparato produttivo, non è
estranea alla configurazione di un modello ambientale e sociale.
Essa di fatto sostiene, molto attivamente, non solo un sistema
di mercato ma una cultura in cui la trasformazione è assimilata
alla merce, è composta di materiali e componenti la cui produ-
zione è centralizzata, è universale e industrializzata, è aliena dalle
pulsioni delle comunità e dalle problematiche ambientali.
In queste condizioni risulta difficile che essa di per sé possa
contribuire all’auspicata inversione di tendenza nei comporta-
menti, nei consumi, nelle emissioni. Appare opportuno, per per-
mettere un uso critico e consapevole dell’innovazione, elaborare
un giudizio fondato sulla valutazione degli scenari prospettati
dal suo uso, dei vantaggi e dei danni sociali e ambientali appor-
tati. Per qualificarne il segno positivo, in un contesto di grande
alterazione ambientale e sofferenza sociale, è necessario che essa
sia completamente sostenibile. E onde evitare il rischio di quella
genericità che ha reso vaga questa aggettivazione, è necessario
definire i criteri di giudizio che possano disconnettere la perce-
zione del binomio innovazione-positività.
L’innovazione positiva, sostenibile, non può essere «di merci»,
non può rispondere esclusivamente alle regole della produzione

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industriale e del mercato, non può essere qualificata solo sulle ca-
pacità tecniche ma anche sui caratteri sociali e ambientali che la
contraddistinguono. È quella che prioritariamente si pone l’o-
biettivo di ridurre al minimo i consumi di ambiente ed energia, di
rispondere alla domanda diffusa di benessere, di ridurre gli effetti
negativi e riqualificare l’ambiente, di operare per sistemi abita-
tivi, a favore dell’autonomia tecnica, culturale ed economica delle
comunità. È dunque una innovazione che si muove verso la ri-
duzione delle trasformazioni, un maggiore ricorso alla manodo-
pera, il decentramento della produzione, la disgregazione dei mo-
nopoli di materiali e componenti, l’applicazione di modelli
differenti per i diversi territori, la diffusione della cultura tecnica.

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capitolo quarto

La merce emozionale

Come notato da alcuni architetti e critici, in gran parte dell’ar-


chitettura contemporanea si riscontra una tensione a suscitare
meraviglia attraverso la novità delle forme, dei materiali e delle
soluzioni tecniche.
Vi è un diffuso giudizio positivo nei riguardi delle novità fon-
dato sulla ideologica certezza della continua evoluzione in un fu-
turo sempre migliore del presente, alla luce della quale il nuovo,
proprio in quanto tale, è la realizzazione di parte del futuro stesso.
L’innovazione tecnologica si trova nella favorevole condizione
di essere considerata intrinsecamente positiva, in quanto favori-
sce l’evoluzione della società, e di suscitare ammirazione per la
grandezza ed efficacia delle soluzioni adottate. Essa è la testimo-
nianza leggibile e rassicurante della capacità della specie umana
di risolvere problemi, e lo è indipendentemente dal fatto di af-
frontare e risolvere i problemi dirimenti le imbarazzanti condi-
zioni in cui versa l’umanità e il suo ambiente. In questa maniera,
quindi, indipendentemente dalla reale capacità di rispondere alle
aspettative, garantisce e tranquillizza.

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Dalla ammirazione e dalla tranquillità nasce la meraviglia, sen-


timento deproblematizzato, non critico: la meraviglia di potersi
abbandonare a un futuro migliore, la meraviglia di avere indivi-
duato l’accessibile strumento per risolvere i problemi e migliorare
le proprie condizioni di vita.
Spesso la demagogia politica e la comunicazione commer-
ciale, sfruttando questo sentimento così radicato, vendono
merci, indirizzano scelte, nascondono interessi e, coerentemente
con il proprio vantaggio, supportano e diffondono tali discuti-
bili certezze. Anche il settore delle costruzioni ha subìto una
profonda modificazione in relazione al consolidarsi di tali criteri,
e così profonda che una attività quale quella del costruire, pre-
posta alla risoluzione di specifici problemi connessi alla vita
degli individui, si è sganciata dalla concretezza che per millenni
ne aveva caratterizzato la pratica per assumere frequentemente
una dimensione eterea, simbolica, astratta.
Se al mercato e ai modelli sociali da esso proposti è possibile
attribuire una forte influenza sul contesto culturale in cui si ge-
nerano le soluzioni progettuali, tra le concause che hanno deter-
minato la dimensione operativa contemporanea si possono in-
dividuare sia la recente marginalizzazione dello stile sia il più
antico disinteresse nei confronti dell’architettura tradizionale.
Lo stile è stato per anni il metro di giudizio della qualità del-
l’architettura. Attraverso la sua pratica si poteva esprimere un
giudizio di bellezza sulla base di un linguaggio condiviso e mi-
surare la capacità compositiva degli architetti in ragione della ca-
pacità di elaborare e interagire con il linguaggio corrente. Que-
sta impostazione non riduceva la possibilità di modificare i
linguaggi, ma costringeva il progettista a formulare le proprie
scelte in relazione, seppure critica, con lo stile.
L’architettura tradizionale, vernacolare, regionale, «senza ar-
chitetti», ha differenziato le soluzioni tecnologiche da paese a
paese, sostenuto la riconoscibilità dei luoghi e delle comunità in

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essi insediate, è stata l’elemento, in quanto culturalmente e tec-


nicamente condiviso dalle comunità locali, per cui ogni trasfor-
mazione attuata in un determinato territorio rispondeva a una
medesima logica. Gli edifici tradizionali erano in condizione di
utilizzare le risorse e di approntare soluzioni tecniche che utiliz-
zavano i caratteri dell’ambiente per ottenere il massimo benessere
in un sistema energetico stabile ed equilibrato già a livello locale.
I progettisti, per una volontaria quanto suicida limitazione di
campo, e forse per una presunzione che voleva piegare alla pro-
pria interpretazione un inconsapevole e diverso mondo, non
hanno considerato adeguatamente le potenzialità insite nella
considerazione degli equilibri energetici locali.
Da qualche tempo molti progettisti, già liberatisi nella pratica
dello stile dalle relazioni con l’ambiente e la società proprie del-
l’architettura tradizionale, hanno dichiarato un aperto disinte-
resse a praticare un linguaggio organizzato e si sono liberati anche
dallo stile, ritenendolo un impedimento alla concretizzazione
della propria creatività. Così oltre a ignorare il contesto ambien-
tale e sociale in cui si opera, o a piegarlo, artatamente interpre-
tandolo, alla propria volontà, si ignora anche il senso dell’adot-
tare un linguaggio comune con altri.
La contemporanea assenza di limiti sociali, ambientali e cul-
turali voluta al fine di permettere la massima libertà operativa ap-
pare la chiave sconvolgente del nostro presente. L’esercizio di que-
sta «libertà», così gratuita, ricorda i bambini viziati quando
vogliono un gioco dopo l’altro fino a non comprendere più la dif-
ferenza delle cose, a non provare più soddisfazione e divenire stra-
niti e infelici. È un esercizio così impostato che fa male a chi lo
pratica e fa male agli altri.
Il limite è proprio dell’esistenza degli uomini e l’intelligenza si
misura appunto nel trovare soluzioni all’interno dei limiti esi-
stenti. Il riconoscimento dei limiti in cui si svolge la propria at-
tività è testimonianza della considerazione di entità altre da sé:

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persone, fenomeni, cose che limitano con la loro esistenza e con


i loro desideri la propria attività e che costituiscono l’ambito in
cui collocarsi.
Il primo risultato di questa libertà dai condizionamenti del-
l’ambiente e della società, rinnegando una pratica tradizionale, e
della cultura, operando con un linguaggio autoreferenziato, è
stato la riduzione della capacità speculativa. Il progettista non
giustifica il proprio fare e quando ne tenta una motivazione la
sviluppa attraverso una terminologia e una logica fondate sulle
sensazioni, adottando i medesimi criteri della più superficiale cri-
tica dell’arte.
Se tutto è consentito, se l’unico obiettivo è la meraviglia, per
quale ragione si dovrebbero scambiare idee, si dovrebbe dibat-
tere, si dovrebbe organizzare il proprio pensiero a dimostrazione
che il proprio agire è motivato?
Così i progettisti «globali», quelli che praticano autisticamente
il proprio mestiere, viaggiano senza interlocuzione. Le commit-
tenze li adorano in quanto capaci di supportare i propri processi
produttivi, la propria immagine, i propri interessi; i colleghi sono
schiacciati dalla quantità del loro fare e dalla grandezza della loro
notorietà; l’ambiente è reinterpretato da loro stessi a immagine e
somiglianza delle loro opere; la comunità è ignorata se non per le
informazioni e le conoscenze trasferite da altri.
Sono significative le relazioni tra la contemporanea ricerca
della meraviglia e quella attuata nel Seicento dal barocco; in am-
bedue i casi, si riscontra la presenza di poteri forti, di una scelta
di livelli di comprensione differenziati, di cui il primo è accessi-
bile a tutti perché vi è la ricerca di una comprensione diffusa at-
tuata attraverso la meraviglia.
Gli architetti moderni, che pensavano di costruire per tutti,
progettavano edifici che non venivano diffusamente apprezzati
perché veniva usato un linguaggio ignoto e perseguiti obiettivi
non condivisi. La meraviglia parla a tutti e può divenire schermo

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a una possibile maggiore consapevolezza; tant’è che sia il barocco


sia l’architettura contemporanea globale si muovono in mondi
stravolti da inibizioni culturali e tragedie umane: la Contro-
riforma, le guerre, la peste nel Seicento; la violenza del mercato,
le guerre, l’alterazione dell’ambiente nella contemporaneità.
Mondi che non si rileggono né nelle statue del Bernini né nelle
architetture globali.
Quando si percorrono quelle periferie, comuni a gran parte
dell’Italia meridionale, composte, in un disordine gigantesco, di
edifici condominiali attanagliati su scoscesi pendii, stretti tra
loro, non completi e già in molti casi diruti, si ha una immagine
che non suscita meraviglia. Non lo fa perché rappresenta una so-
cietà, le sue capacità e i suoi problemi. Rappresenta un tessuto so-
ciale che è ancora forte, in cui la densità e l’interazione tra le per-
sone non è rifuggita, in cui la capacità tecnica del costruire
diffusa nella comunità si riscontra nelle case in autocostruzione
tutte simili e tutte diverse, nella organizzazione artigianale che le
ha definite. Rappresenta, anche, una sofferenza interna alla so-
cietà stessa, che per garantirsi una casa, o una piccola specula-
zione, ha massacrato il proprio paesaggio.
Quando si guarda un grattacielo di un architetto globale si
prova una meraviglia così significativa che travalica la sagoma
dei forti interessi che lo hanno sostenuto, e anche guardando
con attenzione, non si ritrova nulla al di là della capacità tecnica
e compositiva che ha permesso la predeterminazione di una
forma e l’inserimento al suo interno delle funzioni richieste.
L’architettura della meraviglia non si ottiene attraverso i par-
ticolari ma con l’immagine complessiva. Questo forse avviene
proprio perché per meravigliare è necessario essere astratti. E in-
vece, più si considerano le variabili sociali e ambientali e più si
concretizza l’immagine, più si riporta all’interno di una quoti-
dianità che proprio per essere tale non può «emozionare».
Il segno si astrae, diviene sintetico, evocativo. L’architettura

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emozionale si realizza con baccelli e pustole, corpi di gomma tra-


sparenti, sospesi, rimandando a immagini elettroniche e televi-
sive presenti nella memoria degli individui. La concretizzazione
di queste immagini tranquillizza gli individui sul fatto che gli
anni trascorsi con i video giochi, la pubblicità, i film sono una
realtà e che dunque non hanno buttato la propria esistenza ma
hanno al contrario elaborato gli strumenti conoscitivi per la con-
temporaneità. Il ciclo così si chiude: la merce emozionale è ven-
duta e acquisita; emoziona perché è compresa ed è compresa fin
quando emoziona.
La meraviglia ha però un limite congenito: viene a noia. Per
emozionare c’è bisogno di comporre forme e condizioni sempre
profondamente diverse e nuove. La diffusa infantilità o impo-
tenza stimola gli uomini – intesi come persone di sesso maschile
– a misurare e adorare il più grande, alto, lungo, grosso, pesante,
leggero, colorato, incredibile, etc., e questo facilita la meraviglia.
Ma sia la competizione dimensionale sia l’iperproduzione di ma-
teriali non possono assolvere al compito di meravigliare conti-
nuativamente e diffusamente. E forse proprio questa possibilità di
svelare il meccanismo e di anticiparne i prevedibili risultati può
divenire un supporto a limitare l’invasione di questi ultracorpi
nei tessuti urbani e nel territorio. Ma per usufruire di questo aiuto
è opportuno che i progettisti acquisiscano una maggiore consa-
pevolezza dell’importanza e dell’incidenza del loro ruolo all’in-
terno della società contemporanea, non tanto nel definire forme
per una ristretta e potente committenza quanto nell’interpretare
le necessità e i desideri diffusi delle persone e delle comunità e nel
contribuire alla risoluzione di problemi planetari in cui il settore
edilizio incide in maniera molto significativa.
Alcuni progettisti hanno recuperato il valore sociale del loro
agire ponendo come principale interlocutore la società locale e la
qualità dell’ambiente. Se il progettista non può avere una di-
mensione operativa autoreferenziata, se dunque deve svolgere un

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ruolo che garantisca l’interesse diffuso della comunità, sia in


forma diretta che indiretta, egli deve allora abbandonare una vi-
sione settoriale del proprio agire.
L’operare a livello settoriale comporta una visione parziale del
mondo, una visione connessa alle attività specifiche che si svol-
gono e agli interessi collegati allo svolgimento delle attività stesse.
Il produttore di vetro opera per un mondo costituito con edifici
di vetro, promuove il vetro anche oltre il vantaggio per la comu-
nità, tende a modificarlo per acquisire nuovi mercati. Alla stessa
maniera, il produttore di legno desidera edifici fatti in legno,
promuove il legno anche oltre il vantaggio per la comunità, lo
modifica per rispondere alla potenziale domanda. E così i medici,
che hanno come obiettivo quello di curare, anche se non si au-
gurano che tutti si ammalino, permettono che l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, solo modificando i parametri, aumenti il
numero dei malati.
Questi sono esempi di un modo di fare diffuso che si basa su
una visione settoriale in cui gli operatori ritengono che appli-
cando all’infinito le regole e i criteri della propria disciplina ab-
biano svolto il loro ruolo. Ma se il ruolo dell’architetto è trasfor-
mare lo spazio fisico per il benessere delle comunità e degli
individui, se in questo benessere è considerata la qualità del-
l’ambiente in cui la comunità vive, se la qualità dell’ambiente è
la risultante delle azioni dell’uomo e se il costruire può portare ef-
fetti negativi, diretti e indiretti, allora egli deve essere dotato di
una visione meno parziale. Non può avere solo la dimensione
operativa del «costruire», a meno di non ricadere nella promo-
zione della propria disciplina e della propria tecnica indipen-
dentemente dalla società in cui opera.
Gestire la trasformazione dello spazio fisico comporta una di-
mensione operativa molto maggiore di quella dello specifico co-
struire: la dimensione del poter scegliere se costruire. Poter sce-
gliere se costruire vuol dire verificare se è necessario, se è

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opportuno, se è qualificante; vuol dire non perseguire l’opera


che manterrà la memoria della propria presenza, prendere le di-
stanze dalla necessità di realizzare a tutti i costi e riacquistare il va-
lore culturale e progettuale della scelta dell’opzione zero, del non
produrre materia.
Nella società contemporanea così piena di trasformazioni, in
cui la popolazione mondiale crescerà di un miliardo di individui
nei prossimi venti anni, in cui il dieci per cento del territorio
mondiale è occupato da insediamenti e molto, molto di più è
stravolto da insediamenti, in cui si consumano quantità di ener-
gia e di materiali enormi per costruire edifici sovradimensionati
e abitazioni che rimarranno vuote, il non costruire è una scelta
progettuale, una scelta interna alle possibilità e al ruolo dei pro-
gettisti.
È questa un’acquisizione fondamentale che non corrisponde
al rifiuto di un ruolo ma alla sua applicazione consapevole, che
non nega ai progettisti la possibilità di costruire ma che li chiama
a una maggiore responsabilità.
Il progettista si colloca nell’attuale situazione come garante nei
confronti della società non tanto della qualità dell’edificio quanto
della correttezza dell’intero processo di scelta. Se gli architetti vo-
gliono riprendere un ruolo e non ridursi a rappresentanti di pro-
dotti o consumatori di merci, che possono avere genesi e finalità
diverse da quelle del comune interesse, debbono necessariamente
assumersi una responsabilità complessiva che li porti fuori dalla
sequenza di decisioni che in modo così spesso scellerato rende
possibile l’attuazione di interventi dannosi; e allo stesso tempo
non debbono essere parte di un meccanismo profondamente giu-
stificazionista, creato per diluire nei processi le responsabilità dei
singoli, e concentrare l’interesse sulla corretta esecuzione delle
procedure piuttosto che sulla qualità complessiva dell’opera.
Massima garanzia per la collettività è non avere interessi per
uno specifico intervento e quindi essere disposti a negarne l’at-

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tuazione quando questa ledesse la qualità della vita delle persone


e dei luoghi, non solo a livello locale ma nel complesso delle
azioni umane e della qualità ambientale planetaria. È proprio
questa responsabilità complessiva, questo saper discernere il po-
sitivo dal negativo, che può dare fiducia. Altrimenti, i progettisti
saranno costretti a migliorare dei prodotti che potrebbero essere
sbagliati fin dalla loro ideazione, ad aumentare l’efficienza di edi-
fici che non hanno ragione di essere o non hanno ragione di es-
sere in quella dimensione e in quei luoghi.
Il garante della qualità delle costruzioni solo in un’ottica re-
strittiva corrisponde al garante dell’efficacia delle soluzioni tec-
niche e formali adottate; ed è stata proprio questa visione parziale
che ha portato alle attuali condizioni ambientali e sociali. L’ottica
di settori, e di aumento quantitativo e qualitativo degli stessi,
non è più sufficiente a interpretare il desiderio e la necessità di
una maggiore qualità della vita delle comunità, in quanto un in-
sieme di azioni singolarmente sostenibili può peggiorare una
condizione già profondamente alterata quale quella attuale e di-
venire per questo insostenibile.
Questa constatazione comporta una maggiore attenzione alla
coerenza delle proprie azioni e la comprensione che ognuna di
esse diviene riferimento ed esempio per altre azioni della stessa
natura, imponendo al progettista di saper discernere il gioco, lo
scherzo, l’elaborazione teorica, dalla risposta a definiti problemi,
di saper discernere i propri desideri dal proprio ruolo e compor-
tarsi conseguentemente. Ovvero comprendere a fondo quale
possa essere lo spazio delle proprie elaborazioni culturali, della
propria creatività, al fine di non invadere un campo che non è
personale ma comune alla società; operare con accortezza affin-
ché non ci siano prevaricazioni, meno che mai quando queste
siano consentite dalla potenza della committenza.
Se si costituisse questa entità di progettista, forse si porrebbero
in risalto le soluzioni che sostengono il benessere delle comu-

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nità, l’architettura regionale, l’innovazione ambientalmente e so-


cialmente corretta, le tecnologie appropriate. Le riviste si riem-
pirebbero di progetti apparentemente semplici, di quegli esempi
di soluzioni di recupero, modificazione, adattamento e integra-
zione di edifici che sono la maggior parte delle costruzioni, di
quegli esempi di intelligenza progettuale applicata in presenza
di forti limiti economici, ambientali, sociali. Forse il progettista
perderebbe quell’ansia del costruire, dell’essere presente sulle ri-
viste, di avere conferma della propria esistenza attraverso le opere
materiali, e forse l’architetto tornerebbe a esercitare un mestiere
di interesse comune.
Il ciclo della merce emozionale, in tal caso, si interrompebbe:
il piacere, al contrario dell’emozione, può essere stabile, dura-
turo, in equilibrio. E non necessita di crescita.

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capitolo quinto

Il progetto dell’abitare

L’assunzione di responsabilità

La constatazione degli effetti negativi apportati all’ambiente dalle


trasformazioni aveva avviato, negli anni Settanta del secolo
scorso, una riflessione in diversi ambiti di progetto. Tale rifles-
sione portò nel mondo occidentale alla elaborazione di una nor-
mativa e al conseguimento di una pratica progettuale, entrambi
tesi alla composizione di una visione intersettoriale delle proble-
matiche emergenti.
Questa condizione, sicuramente migliorativa di quella prece-
dente, non è però riuscita a produrre una diffusa riqualificazione
del territorio, né a innescare una diversa relazione tra ambiente e
insediamenti. Ciò in ragione del fatto che, da un lato, il perse-
guimento di pratiche più accorte, non risultando condiviso dal-
l’intera società, ha interessato un numero limitato di operatori e,
dall’altro, troppo spesso le dichiarazioni formali non sono dive-
nute azioni efficaci.
La distanza tra i termini di enunciazione e i risultati ottenuti

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non è dovuta esclusivamente all’avidità di amministrazioni e ope-


ratori nei confronti degli interessi consolidati. Anche i progettisti
non sono riusciti a permeare la società con la loro azione, e il li-
vello di qualità diffusa degli insediamenti è molto distante dalla
qualità delle elaborazioni teoriche prodotte e da alcune singole
progettazioni.
Per superare questo limite è necessario in primo luogo verifi-
care se vi sia disponibilità da parte di chi progetta ad aprirsi verso
desideri e richieste della popolazione e ad affrontare un confronto
che non si risolva esclusivamente nella definizione di un giudizio
ma si sviluppi nella promozione degli interessi comuni. Capire e
farsi capire appaiono due momenti inalienabili del lavoro dei pro-
gettisti.
Nonostante l’unanime constatazione delle attuali condizioni
di alterazione del pianeta, quasi nessun paese ha posto come prio-
ritario quel contenimento dei consumi che permetterebbe una
immediata riduzione delle emissioni e del degrado degli ecosi-
stemi. In questo vuoto politico e amministrativo i progettisti sono
chiamati a un’assunzione volontaria di responsabilità in quanto il
loro ruolo li mette nella condizione di indirizzare la pratica verso
soluzioni di maggiore efficienza ambientale. I progettisti dovreb-
bero considerare il miglioramento della qualità ambientale e so-
ciale l’obiettivo principale e imprescindibile del loro operare.

Il mantenimento della diversità

Il modello insediativo contemporaneo colonizza territori e


paesi, uniforma le trasformazioni, disconnette gli edifici dai luo-
ghi, interrompe una relazione millenaria tra tecniche, materiali,
capacità costruttiva, luoghi e società insediate, sostituisce a un
enorme patrimonio locale un prodotto astratto, collegato alle lo-
giche dell’efficienza in termini di mercato e di merce, molto lon-

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tano dalle esigenze della comunità. Nonostante il poco spazio


lasciato all’autonomia culturale, sociale ed economica delle co-
munità, esistono però tanti «mondi» che si mantengono indi-
pendenti dalle uniformazioni vigenti, che praticano modi diversi
di interpretare le relazioni sociali e ambientali. Sia nei paesi ric-
chi sia in quelli poveri sono presenti ambiti culturali autonomi,
nicchie sopravvissute nella tradizione o composte nella contem-
poraneità che non sono determinate dalla localizzazione geogra-
fica ma dalle scelte culturali degli individui e delle comunità
stesse.
Se si vuole contenere l’uniformità dettata dalle ragioni del
profitto, è opportuno interloquire con la magnifica ricchezza
della diversità, sostenendo e supportando la quale si potenzia
l’autonomia delle comunità locali da quei processi di mercato
che rafforzano la centralizzazione delle scelte e, dunque, la sud-
ditanza economica e sociale delle comunità.

Il riequilibrio dei sistemi

In passato le comunità hanno dimostrato notevoli capacità


nell’adattare il luogo alle proprie necessità e nell’adattare queste
ai caratteri del luogo. Ne è riprova, se ce ne fosse bisogno, l’e-
norme quantità di soluzioni tipologiche, tecniche, formali fina-
lizzate al risparmio energetico ed economico in fase di localizza-
zione, di costruzione, di gestione dei manufatti.
La modificazione dello spazio era l’esito di un agire omogeneo
per aree geografiche in quanto rispondente alle stesse logiche ap-
plicate, ai medesimi condizionamenti ambientali da parte di in-
dividui appartenenti a una determinata comunità. Un rapporto
diretto tra comunità e ambiente locale che oggi non sostanzia
più l’azione umana: materiali e merci sono importati, le trasfor-
mazioni non sono correlate alla capacità ecologica dei siti, le ri-

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sorse sono consumate anche quando non rinnovabili, le emis-


sioni sono significativamente superiori a quelle riassorbibili dai
sistemi naturali.
I sistemi abitativi locali da energeticamente «chiusi» sono di-
venuti «aperti», ovvero sistemi che utilizzano risorse di origine
non locale e in quantità superiore alla produttività biologica
complessiva del territorio di pertinenza, interrompendo così quel
rapporto diretto causa-effetto tra azione e ambiente naturale sulla
cui considerazione si definivano i comportamenti degli individui.
Oggi il riequilibrio dei sistemi si può fondare sul recupero
delle relazioni tra individuo e ambiente in un sistema non aperto,
implicando l’esistenza di una capacità di abitare un luogo e di
utilizzarne le risorse ai minori livelli energetici possibili, e ciò è
reso possibile dalla definizione di soluzioni specifiche per i luoghi
e le persone.

La promozione di una capacità tecnica diffusa

Le soluzioni tecniche tradizionali erano espressione della ca-


pacità degli individui e delle comunità di adattare e di adattarsi
all’ambiente. Finalizzate all’ottenimento della maggiore qualità
con il minore impegno energetico, incluso il lavoro, e con la mi-
nore alterazione dei sistemi naturali locali, rispondevano alle esi-
genze degli abitanti e ai caratteri dei luoghi.
Nel mondo contemporaneo è in atto, come già detto, una
omogeneizzazione delle soluzioni. La gran parte del territorio del
pianeta è stata trasformata da processi economici che hanno
esautorato le comunità locali dalla gestione del proprio spazio,
sottomettendole a un modello insediativo che non risponde agli
interessi e al piacere delle popolazioni.
Si è così perso il senso della tecnologia come processo co-
struttivo in grado di considerare la complessità del sistema in cui

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si opera, in grado di comporre un unicum organico indissolubil-


mente connesso con l’ambiente e le società insediate. Per recu-
perare la relazione tra tecnica, ambiente locale e trasformazione
è opportuno ricercare un’autonomia operativa per le comunità,
riconoscendo loro la possibilità di adattare alle proprie esigenze
gli spazi che abitano e la capacità di mettere in opera soluzioni
tecnologiche appropriate.
È difficile ipotizzare che i progettisti possano fermare i feno-
meni di esautorazione delle comunità dalla gestione del territo-
rio e di imposizione di un modello insediativo unico senza recu-
perare un ruolo attivo delle stesse popolazioni. Ruolo attivo che
permette il consolidamento nella comunità della capacità di abi-
tare un determinato sito; condizione, questa, non solo irrinun-
ciabile per l’esistenza delle comunità stesse, ma anche necessaria,
seppur spesso insufficiente, per la conservazione e gestione so-
stenibile dell’ambiente.
Tale ruolo attivo permette altresì di superare quella riduttiva
interpretazione che vedeva il progettista come l’unico soggetto
capace di generare, attraverso la sua tecnica e creatività, nuove
configurazioni comunque migliorative dell’esistente, e di pro-
muovere una creatività interna all’ambiente e alla comunità in
grado di produrre soluzioni diverse per i luoghi e le persone,
mezzo qualificante e insostituibile per il raggiungimento di un
diffuso benessere.

La rinuncia al futuro preconfigurato

Troppo spesso il presente è dequalificato dalla tendenza a pre-


configurare il futuro, immaginato come evoluto, moderno, tec-
nologico (veloce, lucido, pulito, efficiente, ovvero destrutturato,
alterato, angosciante), sempre estremamente diverso dal presente.
Il presente così si deforma nel tentativo di somigliare a quanto

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preconfigurato, mentre dovrebbe recuperare la sua capacità di


esistere non solo in quanto anticipazione del futuro.
La percezione del futuro dovrebbe invece definirsi sulla base
dei caratteri qualificanti del presente, tra cui la non omogeneità
dei comportamenti dei singoli, la vastità di un patrimonio cul-
turale e tecnico diffuso, l’autonomia culturale e politica delle co-
munità, la ricerca del benessere, la consapevolezza dell’insosteni-
bilità del rapporto tra sviluppo economico e benessere. Il futuro
– e il progetto è la prima azione che lo concretizza – potrà allora
caratterizzarsi per l’uso di elementi tradizionali, rivisitati o meno,
di forme atipiche, di soluzioni «anomale», di prodotti non ne-
cessariamente «lucidi» e «belli».

La perdita di «purezza» del progetto

Il progetto ricerca soluzioni senza pregiudizi con la principale


finalità di migliorare l’efficienza e di mantenere o recuperare una
indispensabile qualità ambientale e sociale, al cui fine la solu-
zione del singolo, della comunità, del grande progettista assume
il medesimo valore. Una perdita di «purezza» che rende impre-
vedibile il prodotto formale, tranne che nella sua creativa capacità
di assorbire al proprio interno le connessioni con i sistemi natu-
rali e sociali con cui interagisce e le soluzioni maggiormente ef-
ficaci a ridurre il peso ambientale del progetto.
Il progetto dell’abitare è appunto un progetto che affronta
l’insieme delle condizioni che definiscono la presenza dell’uomo
nel territorio, volto all’aumento dell’efficienza ambientale e so-
ciale degli insediamenti, attento alla definizione di sistemi atti a
favorire il benessere e a mantenere o recuperare un’autonomia
culturale, tecnica, costruttiva ed economica degli individui e
delle comunità. Un progetto il cui obiettivo, la sostenibilità, è la
conservazione o riqualificazione dell’ambiente.

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capitolo sesto

Il recupero dell’identità dei luoghi

Riconoscibilità dei luoghi

Per «luoghi» si intendono ambiti che mantengono una ricono-


scibilità specifica, coerente ai caratteri ambientali locali, anche
dopo l’azione trasformativa dell’uomo. Generalmente nascono
da una continua interazione tra comunità e ambiente e sono
quelli che producono quella qualità del paesaggio che non può es-
sere definita da un singolo progetto ma dall’insieme delle azioni
realizzate in quell’area.
I luoghi sono connessi alla comunità in quanto da essa tra-
sformati, e la perdita della riconoscibilità di un luogo è diretta-
mente connessa alla perdita di riconoscibilità della comunità che
in quel luogo opera. La costruzione di luoghi riconoscibili senza
la comunità porta a realizzazioni astratte (ad esempio la concre-
tizzazione di un programma teorico come Pienza o commerciale
come Las Vegas). La perdita di riconoscibilità della comunità
porta alla perdita di valore dei luoghi (ad esempio gli imponenti
flussi turistici che hanno trasformato Venezia e Firenze). Operare

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per la riconoscibilità dei luoghi implica dunque operare sulla ri-


conoscibilità della comunità.
Osservando gran parte del costruito contemporaneo si hanno
significative difficoltà a connettere gli edifici a luoghi specifici.
Questa condizione non è legata alla tipologia edilizia, né alla
densità insediativa o alla funzione: si può riscontrare nelle grandi
estensioni di abitazioni mono-bifamiliari in legno, nelle city a
grattacieli acciaio e vetro, nei condomini in calcestruzzo.
L’avere abiurato la cultura tradizionale, vista come un retaggio
arcaico, una superfetazione, un intralcio sottoculturale, senza
conservare le parti sostanziali che in essa definivano il rapporto
tra comunità e luoghi, ha determinato l’interruzione di quella
continuità organica tra insediamenti e ambiente che connotava,
e in alcuni casi ancora connota, l’edificare.
Alla difficoltà a comprendere, interpretare, vivere la relazione
con i luoghi, si è affiancato l’interesse a costruire non già la pro-
pria casa ma un prodotto, un investimento commerciale, in que-
sto perdendo ulteriormente quell’attenzione da parte dell’indivi-
duo nei confronti dell’edificio e del luogo.
Tutto ciò non è avvenuto casualmente. L’esito è generato, e
sostenuto, da un modello che ha colonizzato le culture locali, in
primo luogo attraverso la marginalizzazione e la messa «fuori
norma» della complessità e della diversità degli atti umani e nello
specifico del costruire.
Con una continuità e una insistenza inaspettate, sono stati ri-
dicolizzati i comportamenti tradizionali esaltandone tutti i li-
miti: igienici, tecnici, economici. E contemporaneamente si è
sostenuta l’affidabilità del sistema proposto, mostrandone spesso
solo i vantaggi economici e quantitativi, come se fosse l’unica
modalità per ottenere una migliore qualità di vita.
Ignorando le matrici culturali, spirituali, sociali che generano
le modalità del costruire, questo è divenuto un prodotto unifor-
mato dalle regole settoriali. Inoltre, le espressioni culturali delle

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comunità sono state inibite dalla pressione di merci che confi-


gurano comportamenti simili (sentire tutti la stessa musica, par-
lare tutti lo stesso linguaggio, limita la capacità di sentire e di
esprimersi), da cui si differenziano solo le espressioni «artistiche».
Anche questo non è un caso. Nel modello fondato sull’u-
niformazione (voluta dall’industria e dal mercato) si auspica l’e-
laborazione individuale, monade isolata anche se spesso omoge-
nea ai criteri vigenti, piuttosto che quella delle comunità
autoregolate e quindi «pericolosamente» indipendenti dal mo-
dello economico.
Così l’azione creativa individuale è presentata come risolutiva
sostituendosi alla cultura diffusa e comune. Nel mondo dive-
nuto «non luogo», gli architetti sono chiamati a caratterizzare
singoli edifici, a creare «super luoghi», mentre le azioni della co-
munità – inclusi gli architetti, che creano i luoghi, anche quelli
bellissimi – trovano solo isolate e autonome concretizzazioni.

La negatività della perdita di riconoscibilità

La perdita di riconoscibilità è un dato negativo in ordine al-


l’ambiente, al paesaggio, alla società. Se dopo le trasformazioni
attuate da una comunità un luogo mantiene una sua riconosci-
bilità, vuol dire che i manufatti costruiti hanno mantenuto rela-
zioni con l’ambiente. I progetti, quando interpretano le condi-
zioni meteo-climatiche e la disponibilità di materiali, approntano
soluzioni tecniche appropriate, permettono la riduzione dei con-
sumi energetici e l’uso congruo delle risorse, riducono il «peso»
ambientale degli edifici e contemporaneamente differenziano le
soluzioni e mantengono la caratterizzazione dei luoghi. Un edi-
ficio coerente con un luogo ha un portato ambientale positivo.
Alla stessa maniera, se il paesaggio è la risultante percepibile
delle condizioni dell’ambiente, incluse le trasformazioni che in

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esso avvengono, la definizione di paesaggi simili implica l’annul-


lamento delle diversità già presenti e la riduzione dello spettro
delle soluzioni che la diversità medesima, se conservata e adegua-
tamente interpretata, avrebbe potuto produrre.
Un edificio coerente con un luogo ha un portato paesaggi-
stico positivo.
I luoghi si formano dalle relazioni degli individui che prima
compongono in modo immateriale gli spazi e poi sulla loro base
trasformano e adattano fisicamente gli stessi. Ma se si impedisce
la costruzione immateriale degli spazi (luoghi di sosta, di scambio,
di interlocuzione, etc., luoghi cui è attribuito un particolare valore
testimoniale, emotivo, etc.) in quanto si astraggono dai luoghi
naturali le relazioni (per riportarle nei luoghi artificiali progettati
secondo l’interpretazione degli architetti e quindi con spazi pre-
definiti e impostati), se la trasformazione è un atto non collettivo
e non relazionato alla sensibilità della comunità (per dimensioni,
per riconoscimento delle diversità: ipermercati, città del cinema,
etc. si sovrappongono all’ambiente e alle modalità sociali come se
vi fosse una tabula rasa), se si vieta l’adattamento dello spazio da
parte dell’utente (le norme lo impediscono), se tutti i luoghi che
sono di gestione diretta da parte delle comunità vengono forma-
lizzati, istituzionalizzati (si pensi ad esempio alla trasformazione
dei mercati rionali), allora abbiamo luoghi non riconoscibili, ma
anche società forzate, spinte verso percorsi impropri. Un edificio
coerente con un luogo ha un portato sociale positivo.

Alcune riflessioni per il progetto

La non indifferenza dell’atto. La consapevolezza delle proprie


azioni, l’attenzione a inserirsi nei luoghi senza alterarne le risorse,
l’interesse a che l’edificio sia «benevolo» per la propria vita e nel
tempo, rendono il costruito un oggetto in cui la capacità tecnica

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e il piacere formale si relazionano alle condizioni dell’ambiente lo-


cale rasserenando quell’ansia che deriva dal trasformare la natura.
La ricorrente permanenza di questa attenzione (e non solo
della ritualità a essa connessa) tra le architetture vernacolari è
possibile in quanto gli edifici sono costruiti non attraverso «l’a-
strazione produttiva» delle imprese, ma con l’attività diretta di
chi personalmente vivrà in quella casa e in quei luoghi per il suo
«sempre».
L’atto del costruire non è un’azione indifferente nei confronti
dei luoghi trasformati, né delle persone che pongono nella tra-
sformazione aspettative di benessere, né della comunità che vede
modificato il proprio paesaggio e il tessuto immateriale delle re-
lazioni.
La società contemporanea ha superato l’imbarazzo antropo-
logico a trasformare la natura rendendo l’atto quotidiano di nes-
sun valore; al contrario, si dovrebbe operare dando a esso il giu-
sto valore, riflettendo sulla sua necessarietà, sugli effetti, sul
benessere apportato. Un atto pesante e non trattabile superfi-
cialmente di cui si deve avere consapevolezza e preoccupazione.
Innovazione e tempo. Le tendenze evolutive sono insite nell’a-
dattamento della specie umana all’ambiente al fine di migliorare
le condizioni della propria esistenza. Tuttavia, ritenere l’evolu-
zione un processo lineare nel tempo, in cui la fase successiva è
sempre migliorativa della precedente, è una impostazione errata
che ha generato una sterile e continua ricerca alla modificazione.
L’evoluzione è connessa alla stabilità come momento neces-
sario alla qualificazione dell’esistenza, alla permanenza delle so-
luzioni, e come indicatore della capacità di discernere l’opportu-
nità delle modificazioni, prerogativa questa della certezza che la
modificazione sia di segno positivo. Tutto ciò non rimanda al
tradizionalismo né alla volontà di riproporre il passato; ha in-
vece molto a che vedere con la consapevolezza del proprio agire
e del futuro comune.

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La permanenza nel tempo rende possibile assimilare le solu-


zioni da parte delle comunità, di socializzarle, ovvero renderle di
tutti e permettere che tutti le possano adattare alle proprie ne-
cessità, alle diversità culturali e ambientali locali. Le soluzioni si
dovrebbero innovare nel tempo, lentamente, verificandone gli
effetti, e l’innovazione si dovrebbe fermare quando è raggiunto il
massimo utilizzo rinnovabile delle risorse locali (sistema energe-
ticamente equilibrato).
La pratica dello stile e la qualità dell’abitare. In passato gli ar-
chitetti hanno spesso operato nell’ambito degli stili e dei lin-
guaggi referenziati all’interno della disciplina – interessandosi in
minima parte all’abitare diffuso, che era affidato alle capacità tec-
niche della comunità – e in massima parte sono stati chiamati a
rispondere alle richieste delle ricche committenze.
Nei primi decenni del secolo scorso questa condizione mo-
strò tutti i suoi limiti e parte degli architetti si propose di con-
tribuire alla qualità dell’abitare diffuso. Per fare questo, però, le
esigenze degli individui furono interpretate secondo le logiche
culturali e progettuali degli architetti, che operarono una ridu-
zione della complessità dell’atto del costruire riportandolo ai
propri strumenti operativi (industrializzazione, uniformazione,
semplificazione, etc.) e definirono un modello insediativo e so-
ciale afferente a una limitata realtà (urbana e industrializzata)
assunta a universale.
Il risultato di questa impostazione è stato il sostegno culturale
alla definizione di un processo che ha condotto a un prodotto
settoriale, qualificato in relazione a un solo gruppo di parametri,
e la contemporanea eliminazione di tutta quella diversità di so-
luzioni (tecniche, sociali, rituali, artistiche) che non rientrava nel
modello unico così definito.
La destrutturazione delle culture locali, al cui fine ancora oggi
si opera con insistenza, è stata per qualche tempo mitigata dalla
presenza delle ideologie. Con esse il numero e il valore dei para-

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metri di giudizio che conferivano una qualità al costruito erano


spesso estranei alla parte fisica dell’edificio (ad esempio le case
popolari, seppur brutte e mal fatte, erano positivamente consi-
derate in quanto fornivano abitazioni ai meno abbienti), ma oggi
anche questi ultimi «intralci» al mercato sono stati eliminati.
Oggi si è di nuovo smarrito l’interesse nei confronti dell’abi-
tare diffuso affidandolo a professionisti che progettano limitati
da norme, componenti e materiali preconfezionati e convenienze
economiche, mentre la massima attenzione della cultura di set-
tore è concentrata nella sterile ed eccessiva creatività degli archi-
tetti che operano senza limiti sociali, ambientali, di stile, e spesso
neanche economici.
Se tutto ciò ha ormai mostrato i propri limiti, è necessario
avere il coraggio e la tranquillità culturale di capire cosa si è perso
e come recuperarlo.

Regionalismo critico e architettura vernacolare

Condizioni meteo-climatiche, disponibilità risorse (materiali,


essenzialmente), morfologia, cultura locale sono state determi-
nanti per la definizione delle scelte tecnologiche. Solo combi-
nando i grandi areali definibili sulla base della disponibilità di
materiali costruttivi (aree «geo-materiali») con gli areali climatici
e culturali si può immaginare quante soluzioni tecniche possano
essere, e siano state, generate dall’interagire di questi fattori; solu-
zioni che nel quadro di numerosi caratteri comuni si articolano in
innumerevoli scelte che le rendono specifiche per i luoghi.
Le soluzioni locali hanno privilegiato l’intermediazione del
progetto con le condizioni ambientali e la disponibilità di mate-
riali; fuori dallo stile, ma non dalla cultura e dalla forma, le tec-
nologie erano finalizzate a migliorare le condizioni di vita degli
abitanti.

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Se la perdita di identità si recupera con una relazione serrata


con i luoghi, allora non possono che essere abbandonate solu-
zioni di international style, di architettura globale, di autorefe-
renziata creatività individuale. Riaprire il dialogo con i luoghi, o
con quel che resta delle culture locali, non vuol dire utilizzarle
come stimolo al linguaggio della propria creatività disciplinare;
vuol dire discernere le richieste indotte dai desideri profondi
degli utenti, definire le modalità di migliorare la qualità del-
l’ambiente, attuando una critica in termini ambientali e sociali
alle richieste e alle consuetudini.
Il regionalismo critico sembra essere un ambito di riflessione
da cui partire, con l’accortezza di non affrontare l’architettura re-
gionale come uno stile, ovvero abbandonando i linguaggi deri-
vanti dalla sintassi autoreferenziata della disciplina e della com-
merciale ed esaltata creatività individuale.
L’architetto e la comunità parlano lo stesso linguaggio, com-
prensibile in primo luogo in quanto risponde a problemi comuni
(riqualificazione ambientale, qualità della vita), in modo ragio-
nevole (attraverso percorsi comprensibili), con soluzioni tecniche
e formali scaturite dalla creatività applicata ai problemi comuni
e non finalizzata all’artistica riconoscibilità dell’opera.
Il progettista e la comunità parlano lo stesso linguaggio a li-
velli di informazione tecnica differente (in quanto la creatività è
di tutti gli individui e non una prerogativa dell’artista, mentre la
conoscenza tecnica specifica segue un percorso di crescita fon-
dato sullo studio e sulla pratica).
La creatività è un gesto relazionato, compreso, condiviso.
In tale maniera si ricostruisce la continuità tra individuo e ar-
chitetto e quindi l’organicità della comunità stessa; la comunità
pone al suo interno la creatività degli individui, si caratterizza, re-
cupera identità, riconoscibilità, e lo spazio fisico da essa abitato
torna a essere un luogo.

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capitolo settimo

Attraverso la tecnica:
per l’architettura ecologica

Le condizioni di alterazione ambientale del pianeta non sono ca-


suali. Esse derivano direttamente dall’operato umano e in parti-
colare dalle modalità con cui esso si è caratterizzato nell’ultimo
secolo.
Se l’industrializzazione aveva avviato un processo di profondo
degrado dei sistemi ambientali, sono stati i modelli economici
della «società dei consumi» e poi della «globalizzazione» ad au-
mentare esponenzialmente gli effetti negativi della presenza del-
l’uomo nel pianeta.
Questa consapevolezza, unita a quella della precarietà in cui
la popolazione mondiale si ritrova a vivere, impone una revi-
sione profonda delle modalità di operare e degli obiettivi che
tecnici e comunità ipotizzano di raggiungere. Ciò non implica
la rinuncia a perseguire un benessere diffuso e la necessità di
«regredire» verso condizioni di vita arcaiche, ma solo la consta-
tazione dell’inappropriatezza di quanto è attuato rispetto a
quanto è auspicato.
Se è il benessere diffuso a essere auspicato, è evidente che il

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modello praticato non solo non ne garantisce il raggiungimento


ma è incongruo sia per i mezzi sia per il fine.
Se è il benessere diffuso a essere auspicato, si dovrebbe allora
abbandonare il dogma del presente, così ben strutturato da inte-
ressi inopinati e desideri indotti da apparire irrinunciabile, e ve-
rificare serenamente quanti altri modelli si possano ideare e pra-
ticare.
La riduzione delle quantità di consumi, di energia, di rifiuti, di
emissioni, cioè il riequilibrio tra specie umana e sistemi naturali,
è possibile senza rinunciare alla qualità dell’esistente, anzi. Man-
tenere i vantaggi raggiunti, eliminando tutto ciò che non porta
benessere, appare proprio quello che il modello praticato non rie-
sce a ottenere. Per fare questo, è opportuno che i tecnici e le co-
munità recuperino la capacità di progettare non la singola tra-
sformazione ma la propria esistenza, all’interno dei cui criteri si
inseriscono le trasformazioni, e quindi la capacità, utilizzando
una terminologia molto diffusa, di progettare la contemporaneità.
La contemporaneità è l’esito dell’insieme delle azioni umane:
quelle dei tecnici, degli imprenditori, dell’intervento diretto degli
individui; quelle materiali, quali la trasformazione degli spazi, e
quelle immateriali, quali norme e finanziamenti. È il risultato di
un’azione complessa, costantemente in corso, il cui effetto è per-
cepibile un attimo dopo la sua realizzazione, ovvero appena non
è più contemporanea.
Proprio per questo la progettazione assume una maggiore im-
portanza non in quanto esercizio individuale ma in quanto stru-
mento per configurare parte di una composizione comune, per
anticipare le condizioni comunemente auspicate.
Attualmente, invece, la contemporaneità è l’esito di azioni in-
dividuali scoordinate, mosse principalmente dalla ricerca del pro-
fitto, tra cui emergono quelle proposte-imposte da una piccola
minoranza di operatori con grande potere, ciascuno dei quali agi-
sce in ambito settoriale, con interessi minimi (i propri), senza al-

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cuna visione complessiva, senza alcuna capacità di gestire gli effetti


di quanto attuato.
Le comunità sono esautorate, non vi sono più beni comuni,
a partire dall’ambiente, cui sia riconosciuta un’importanza tale da
indirizzare le scelte. Queste, che dovrebbero essere saldamente
partecipate in quanto riguardano tutti, sono state, con un’azione
di cosciente esproprio da parte di pochi, alienate a soggetti estra-
nei ai contesti locali e da essi fisicamente lontani.
Recuperare la capacità di comporre la propria esistenza, ri-
tornando a essere agenti culturali e non subendo uno scenario
impostato più sugli interessi commerciali che su obiettivi condi-
visi, appare indispensabile per tutti. Costruire e non subire la
contemporaneità risulta un’esigenza insopprimibile della comu-
nità e degli individui in qualunque società non autoritaria.
Se questa condizione nel contesto sociale è un obiettivo da
raggiungere, nell’attività del progettista essa è un criterio da pra-
ticare, subito. Al progettista è infatti richiesta la lucidità di ope-
rare scelte consapevoli, scelte che aiutino la società a uscire dalle
situazioni problematiche in cui siamo stati condotti, e quindi
scelte critiche nei confronti di modelli subiti e capaci di definire
soluzioni specifiche basate su criteri generali coerenti con le co-
muni necessità.
I progettisti dovrebbero comprendere che la loro azione non
può essere estraniata dal contesto locale e globale in cui si svolge
e che essa, per quanto parziale e piccola, non è comunque «in-
nocente». Ogni azione, ogni progetto, è strumento di sostegno o
di detrazione di una impostazione, e la diffusa conoscenza delle
alterate condizioni ambientali e sociali esige un’azione consape-
vole. Il progettista, quindi, dovrebbe misurarsi non solo con la
parte che gli è affidata, operando per la sua efficacia tecnica, ma
anche con il sistema produttivo, insediativo, sociale e ambientale
in cui essa è inserita, verificandone la congruità rispetto a un
obiettivo di qualità ambientale.

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La tecnica in questo assume un ruolo centrale.


La tecnica è imprescindibile dalle azioni umane; dal raccogli-
tore-cacciatore essa denomina una parte fondante dei compor-
tamenti della specie, sia quando riferita alla modalità del fare, sia
quando connessa con l’uso di strumentazioni. Nel tempo lo stru-
mento ha aumentato il suo valore e la tecnica del fare si è paral-
lelamente ridotta. Nel mondo contemporaneo l’uso delle stru-
mentazioni appare sempre più a-tecnico. Si pensi ad esempio
all’attività di tagliare l’erba: la falce era uno strumento il cui uso
richiedeva una capacità, il tagliaerba riduce l’azione tecnica al-
l’andare avanti e indietro.
La soluzione tecnica e strumentale si è tradizionalmente de-
terminata in un contesto geografico e sociale definito ed è sem-
pre stata una risposta locale a un problema specifico: ambiti, ge-
nesi, soluzioni sono sempre stati profondamente diversi da luogo
a luogo, sia per obiettivi, sia per modalità, sia per relazioni con il
sistema sociale e ambientale di riferimento. È per questo che, at-
tuando soluzioni locali e specifiche, si può ipotizzare di recupe-
rare una relazione tra tecnica e società quale strumento per ri-
pristinare un equilibrio con i luoghi.
In questo la scelta tecnica assume un fine, ovvero la tecnica,
connessa intimamente alla società, non si muove in un progresso
autonomo, inarrestabile, autogenerante.
Le comunità, operando delle scelte tecniche finalizzate alla ri-
qualificazione ambientale e al benessere delle persone, pongono
fine a un incubo: quello di essere in balìa di soluzioni imposte.
Ma si può recuperare fiducia nella possibilità di risolvere i pro-
blemi ambientali e sociali planetari attraverso la tecnica solo se si
ha fiducia negli uomini che la producono e la gestiscono, ovvero
solo se la tecnica è parte della comunità e quindi conosciuta,
controllata, comune, specifica, e solo se si conoscono e condivi-
dono i fini per cui essa è utilizzata. Solo se la tecnica è condivisa
e diffusamente praticata si possono comporre quelle condizioni

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di organicità di scelta che caratterizzano e quindi identificano le


singole comunità. Un edificio di grande qualità all’interno di un
tessuto insediativo degradato è la rappresentazione di una società
disinteressata al benessere diffuso e all’ambiente, una società di-
visa nei comportamenti e nella cultura, a riprova di quanto
spesso l’oggetto «eccezionale» sia prodotto proprio dalle condi-
zioni di degrado.
Oggi le soluzioni fornite o ricercate ai problemi constatati
sono molto complesse. La complessità giustifica l’uso di modelli
matematici, di verifiche, di procedure e di certificazioni, ovvero
sostiene scientificamente e motiva l’esistenza degli operatori spe-
cializzati. Ma in un sistema già complesso di suo, in cui i pro-
blemi sono di enorme entità, le soluzioni non possono che essere
semplici, non fosse altro perché debbono essere diffusamente
praticate (se le tamponature degli edifici del dopoguerra fossero
state costruite con un’altra fila di laterizi intervallati da una ca-
mera d’aria o da un isolante, i consumi energetici e le connesse
emissioni oggi sarebbero dimezzati).
Tuttavia, le soluzioni semplici attualmente non appaiono qua-
lificanti: sono a basso contenuto innovativo, non utilizzano ma-
teriali e componenti di nuova produzione, non gratificano la
creatività del progettista.
La complessità fittizia appare un mezzo per consolidare la pro-
duzione industriale che vive dell’immagine come strumento di
comunicazione e della novità come mezzo per l’ampliamento del
mercato.
Siamo in presenza di società che già posseggono tutte le ri-
sposte ai propri problemi, ma che non riescono a porle diffusa-
mente in atto (se le risposte non ci fossero si potrebbe almeno
sperare che una volta trovate si attuassero). E allora la risoluzione
dei problemi non può che partire dalla diffusione della capacità
di porre in atto le soluzioni. Una capacità tecnica che si misura
nell’individuazione di quelle soluzioni specifiche per i luoghi che

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possano essere applicate in condizioni limitate dalla cultura e


dalla disponibilità di risorse.
L’industrializzazione della produzione di materiali e compo-
nenti e dei processi progettuali ed esecutivi che interessa il settore
non può quindi aiutare. Il gigantismo dimensionale, le modalità
operative funzionali all’incremento delle quantità, la necessità di
mercati sempre più vasti, l’omogeneità delle soluzioni proposte,
la concentrazione della produzione e il monopolio delle merci, la
riduzione dell’uso di manodopera e la non specializzazione della
stessa: tutti questi sono caratteri inalienabili degli attuali processi
produttivi industrializzati e non sono utili alla riqualificazione
dell’abitare.
Per recuperare un equilibrio diffuso, per permettere che tutta
la comunità si comporti in maniera organica e consapevole e per-
segua i suoi interessi conservando e riqualificando ambienti e ri-
sorse è necessario che essa sia permeata di capacità tecniche, che
conosca appunto come intervenire per migliorare le proprie con-
dizioni, e ciò è possibile solo attraverso il sostegno alle modalità
produttive artigianali.
L’artigiano non è solo una modalità produttiva ma una con-
dizione culturale. L’artigiano è un individuo che ha capacità tec-
niche, che conosce il processo produttivo e il prodotto, che ap-
plica la propria creatività, che – ed è questa una condizione
essenziale dell’esistenza – è soddisfatto di quello che fa. Egli non
trova appagamento in quello che sarà, diventerà, ma nella pro-
pria capacità di attuare e quindi nel presente.
Le modalità produttive contemporanee, dell’industria come
dei servizi, pongono gli individui in una costante posizione di
instabilità, in primo luogo perché non ne riconoscono le capa-
cità e quindi il valore dell’attività, in secondo luogo perché il
loro operare è inteso, anche da loro stessi, come uno strumento
per ottenere denaro o il potere attraverso il quale ottenere il be-
nessere. Non vi è soddisfazione nel fare, ma nel fare di più, nel

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cambiare il proprio ruolo in uno di maggiore potere o fama, nel


fare altro o in altra maniera e quindi nell’essere diverso da quello
che si è.
Questa insoddisfazione è il motore primo dell’instabilità alla
base del modello economico vigente: tutti si agitano per otte-
nere o fare qualcosa di altro da quello che fanno e sanno fare.
I criteri del produrre artigianalmente riguardano quindi non
solo le modalità ma proprio gli individui, l’impostazione della
loro esistenza operativa. L’artigianato, inoltre, è una produzione
propria della scala locale: l’artigiano lavora in un luogo, con le ri-
sorse in esso presenti, per la comunità locale. Ha una dimen-
sione produttiva con chiari limiti quantitativi; non può condi-
zionare il mercato e quindi risponde alla domanda reale senza
ingigantirla e indirizzarla; non promuove il proprio prodotto in
ambito globale e quindi non utilizza la comunicazione commer-
ciale; ha una cultura tecnica specifica e quindi connessa ai luoghi;
non può produrre merci al di fuori delle proprie capacità tecni-
che; gode di un’autonomia tecnica e culturale.
La modalità artigianale appare essere esattamente ciò che serve
per eliminare gli effetti negativi del mercato globale delle merci,
lo strumento adatto per riportare l’edilizia all’interno delle co-
munità. È evidente che tale modalità produttiva ha dei limiti, in
particolare nelle dimensioni degli interventi (ma non è forse me-
glio operare per piccoli interventi?), nella parcellizzazione delle
competenze in fase di cantierizzazione e quindi nell’allunga-
mento dei tempi di costruzione (ma non è forse meglio operare
con più calma?). Anche le scarse capacità innovative con cui si
possono tacciare i modi produttivi non industriali vanno riviste
alla luce delle necessità di innovare i processi e non le merci e di
diffondere l’innovazione sostenibile; finalità queste verso le quali
il modello diffuso non ha mostrato alcuna capacità.
In conclusione, l’incremento dell’uso di artigianato non im-
plica la dismissione dell’apparato produttivo industriale, ma solo

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la sua utilizzazione critica: una deindustrializzazione culturale che


consenta di disintossicare l’umanità dalle imposizioni dell’indu-
stria e del mercato da essa generato.

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Finito di stampare nel mese di dicembre 2008


presso Grafiche Ortolan, Opera, su carta Bollani,
per conto di Elèuthera, via Rovetta 27, Milano