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Mons. Dott.

PIETRO VENERONI

MANUALE
DI L I T U R G I A
Ottava Edizione

completamente riveduta e corretta da


Mons. Malocchi - Vic. Gen. di Pavia

Vo l u me t e r z o

LA S A N T A MESSA

EDITRICE "ÀNCORA,.
S e d e di P a v i a
P ro p rietà le tte ra ria rise rv a ta a term ine di legge.

Scuola Tipografica Istituto Pav. Artigianelli • Pavia • 1940-XVIII


Introduzione
CAPO I

Della Messa in generale e del Messale

1. Nomi coi quali venne chiamato il Santo S


crificio.

Il Santo Sacrificio della nuova legge, istituito da


G. C. nell’Ultima Cena ed affidato alla Chiesa,
venne chiamato con vari nomi. Così nelle Lettere
apostoliche e negli Atti si disse: comune frazioni
del pane (1), cena del Signore (2), comunione del
sangue e partecipazione del corpo del Signore (3).
Dai padri greci si chiamò eucharistia, liturgia (4),
prophora, mysterium, telete9 sinaxis, anaphora (5 );
e dai latini: collecta, nome che ha la sua origine
dall’Antico Testamento (6), dominicum (7), agen­
da, communio, oblatio (8).
I Padri dei primi secoli poi usano spesso delle
circonlocuzioni per designare il S. Sacrificio, onde
non venir meno alla disciplina dell’arcano.1

(1) ÀcL II 42.


(2) I Cor. XI 20.
(3) I Cor. X 16.
(4) Clem. Rom. I Cor. XLIV 3; Const. Apost. V ili 6.
(5) Ignazio, Giustino, Origene, Irene, Clem. Alessandrino; Cfr.
Bona, Rerum liturgicarum, Lib. I cap. I li n. 3.
(6) Levit. 23; Deut. 16; Cfr. Tertull. dejuga; Optat Milev, lib 2.
(7) S. Cypr. Ep. 63 ad Ceocilium; S. Aug. Ep. 86; Cfr. Martyro-
logium Rom. die 8 januar.
(8) Cono. Cart. sub Coelestino Papa.
8 Capo unico

2. Origine e significato del nome Messa.


Fino dal principio del medio evo, a dinotare il
Santo: Sacrificio, divenne comune in tutto l’occiden­
te, il nome di Messa (1).
Non sono d’accordo gli scrittori sacri nell’indica-
re le origini di questo nome. Alcuni lo vogliono de­
rivato1234da mittere o trasmettere, perchè il popolo pel
ministero del Sacerdote, manda la Dio le preci e le
oblazioni : onde alla fine si dice : Ite Missa est, quasi
a dire: le vostre preghiere furono presentate a Dio.
Per questa sentenza stanno, per citar solo i princi­
pali fra i moderni, Ermanno Muller (2), Lovey (3),
Marck (4). Altri invece lo fanno derivare da di­
mittere, ed equivarrebbe a licenziamento del popo­
lo. Questa sentenza, chiamata verissima dal Card.
Bona, ed alla quale egli non esita di sottoscrivere,
si può dire sostenuta comunemente da tutti gli scrit­
tori sacri, da S. Avito di Vienna fino a Benedetto
XIV. Mabillon, Assemani, e da Kòssing, Hefele.
Probst, Gihr, Rottmanner, De Herdt, ecc. Altri in­
vece lo prendono in senso complessivo.
Così scrive Innocenzo III: Officium Missae divi-

(1) Si parla qui del tempo in cui divenne comune l’uso di


questo nome, perchè si adoperò anche prima e precisamente nel
senso di Sacrificio. Tanto appare dalla Peregrinatio S. Sylviae e
dalle lettere di S. Pio I (141 - 156) e di S. Giusto Vescovo di Vien­
na, le quali, quantunque spurie, riferiscono il modo di parlare di
quel tempo.
(2) H. Muller “Freie Forschungen im Gebiet dea Alterthuma„
Wertheim. 1873.
(3) Lovey “Die mystichen Bezeichnungen Jesu Chriati ala
Silóe, Schilo und piacia„ Pederbon. 1888.
(4) Marck “ Uraprug und Bedeutung dea Wortea “MISSA,,.
Della Messa in genere e del Messale 9

ditur in Missam catechumenorum et fidelium Mis­


sam. Missa catechumenorum est ab introitu usque
ad offertorium et dicitur Missa ab emittendo, quia
tempore, quo Sacerdos incipit eucharistiam conse­
crare, catechumeni foras de ecclesia emittuntur. Per­
lecto siquidem evangelio, diaconus clamare solebat:
si'quis catechumenus adest, exeat foras. Catechume­
ni sacris mysteriis interesse non debent, quia non­
nisi'baptizatis fidelibus committuntur. Missa fide­
lium est ab Offertorio usque postcom m uniom enE t
dicitur a dimittendo, quia tunc ad propria fidelis,
quisque dimittitur, Constitutum est enim in Au-
relianensi Concilio (anno 511, can. 26) ut cum ad
celebrandas Missas in Dei nomine convenitur, popu­
lus, non ante discedat, quam dicatur Missa, quasi
trasmissio, eo quod populus fidelis per ministerium
sacerdotis, qui fungitur ministerio mediatoris inter
Deum et hominem, preces et Supplicationes et vota
transmittat Altissimo. Ipsum sacrificium id est hostia
vocatur Missa, quasi trasmissa primum nobis a Patre,
ut esset nobiscum, posteat Patri a nobis, ut intercedat
pro nobis ad ipsum ; primum nobis a Patre per in­
carnationem, postea Patri a nobis per passio­
nem ; et in Sacramento a nobis per oblationem.
Haec est sola sufficiens et idonea missio seu legatio
ad solvendds inter Deum et homines inimicitias et
offensas. Cum ergo diaconus ait : Ite Missa est, idem
est ac si diceret; redite ad propria, quieti oblata est
hostia salutaris» (De S. Altaris myst. lib. VI c. 12).
E come è diversa presso i sacri scrittori Forigine
che si dà a questo nome, diverso ancora & il signi­
10 Capo unico

ficato in cui ]fu preso. Il Card. Bona ricorda otto di­


versi sensi in cui si prende il nome Missa:
1. Il licenziamento dei Catecumeni dalla chiesa;
dopo la lettura del Vangelo;
2. L’insieme delle lezioni e preci che si fanno nel
S. Sacrificio fino a questo punto;
3. La parte della liturgia che è dalFoffertorio si­
no alla fine della Messa, detta: Messa dei fedeli;
4. Le Collette od Orazioni che si sogliono fare
durante il S. Sacrificio;
5. Le Lezioni del divino Ufficio, come si trova
spesso nelle Regole dei monaci;
6. Tutto il divino Ufficio, del quale la parte che
si recita a sera fu detta : Missa vespertina;
7. La Festa stessa di un Santo. Così presso gli
scrittori medioevali si disse : Missa S. Joannis,
invece di Festum S. Joannis ecc. Tanto si trova
ancora nei Capitolari di Carlo Magno;
8. Infine tutto il complesso (delle orazioni ed a-
zioni con cui si celebra il Santo Sacrificio.
Quest’ìiltima significazione è oggi diventata la
più comune; anzi, è l’unico senso che ha il nome
Messa (1).

3. Il Messale.
L’antica liturgia della Messa, nel rito romano, è
contenuta specialmente nei Sacramentarii dei qua­
li si è' parlato in altra parte (2). Essi però non con-12

(1) Bona O. c. cap. II.


(2) Cfr. Voi. I n. 39.
Della Messa in generale e del Messale 11

tenevano che le parti che spettano al Celebrante;


vi erano poi altri libri che si adoperavano nella ce­
lebrazione dei divini Misteri. Cosi vi era VAn­
tifonario, il Responsale, il Lezionario, l'Evangelia­
rio od Evangelistarìo, i cui nomi abbastanza espri­
mono il contenuto. Ciascuno di questi libri portava
anche il nome di liber Missalis. E poiché le esigen­
ze della Messa celebrata senza ministri richiedeva
che le diverse parti della liturgia fossero raccolte in
un solo libro, questo venne formato appena fu scrit­
ta la liturgia, e fq! detto: Missale plenarium od an­
che semplicemente: plenarium. Tali libri erano dif­
fusi per ogni luogo ove specialmente era in U6 0 il
rito romano, prima del Concilio 'di Trento ; ma mol­
te erano He addizioni che qua e là erano 6tate fatte
colPandar del tempo.
Il bisogno di una riformò era evidente, ed era già
stato sentito nel! Concilio di Basilea e nel Sinodo
Provinciale di Colonia. Nel Concilio di Trento
si era eletta una Commissione a ciò, ma non essen­
dovi essa riuscita, per la chiusura del Concilio, fu
intrapresa l’opera da Paolo IV, e finalmente condot­
ta a termine da S. Pio V, coll’aiuto del Card. Ber­
nardino Scotti, di Tommaso Golduelli, Vescovo di
Asaph e forse anche di Guglielmo Sirleto (1). Il
nuovo Messale venne pubblicato dal Papa colla Bol­
la 14 luglio 1570, colla quale ordinò che lo si} ado­
perasse in tutte le cappelle, ove era in vigore il rito
romano.1A quelle chiese poi che per antico istituto

(1) Così opina lo Zaccaria.


Capo unico

o per consuetudine avevano un Messale proprio an­


teriore a duecento anni, fece facoltà di poterlo ri­
tenere. Tutti gli altri Messali che non godevano il
privilegio di una tale consuetudine furono; interdetti.
Vietò poi di aggiungere o togliere alcunché) dal Mes­
sale stesso approvato.
Poco dopo, Clemente V ili fece intraprendere una
nuova revisione del Messale poiché, dopo S. Pio V :
«sive typographorum sive aliorum temeritas et au­
dacia effecit, ut 'multi in ea quae his proximis an­
nis excussa sunt Missalia, errores irrepserint, quibus
vetustissima Hila sacrorum Bibliorum versio, quae
etiam ante Sancti Hieronymi tempore celebris habi­
ta est in Ecclesia, et ex qua omnes fere missarum
Introitus, et quae dicuntur Gradualia et Offertoria
accepta sunt, omnino sublata est : Epistolarum et
Evangeliorum textus, qui hucusque in Missa perlec­
tus est, multis in locis perturbatus, ipsis Evangeliis
diversa, ac prorsus insolita praefixa initia; plu­
rima denique pro arbitrio immutata sint, cuius
rei praetextus fuisse videtur, ut omnia ad praescri­
ptum sadrorum Bibliorum' vulgatae editionis revo­
carentur, quasi id alicui propria auctoritate absque A-
postolica Sede inconsulta, facere licitum sit» (1).
Tali alterazioni vennero tolte; si aggiunsero e si
spiegarono meglio alcune rubriche, L’importante
lavoro venne eseguito dai Cardinali C. Baronio,
Bellarmino, Silvio Antoniano, aiutati da Ludovico
di Torres, G. B. Bandini, M. Ghislieri e Bart. Ga-1

(1) Breve 7 Luglio 1604.


Della Messa in genere e del Messale 13

vanti. L’ultima revisione venne fatta da Urbano V ili


e versò, come dice il Breve 2 Sett. 1634, special-
mente sulle rubriche. Leone XIII, il 10 maggio
1884, approvò l’edizione tipica del Messale uscita
dalla4 Tip. Pustet di Ratisbona. Dopo la riforma del
Breviario oompletata col Decreto 28 Ottobre 1913
e le decisioni (emanate dalla S. C. dei Riti èi già mu­
tata in parte la Rubrica deli Messale specie circa
le messe votive private e de requie. Sotto il ponti­
ficato di Benedetto XV è uscita la nuova riforma
del Messale.

4. Parti del Messale Romano - Suo contenuto.


Il Messale romano risulta di una introduzione,
di tre parti principali e dell’Appendice.
1. L’introduzione comprende: à j il calendario ec­
clesiastico, con una istruzione circa la sua strut­
tura e il suo: uso; 6) le Rubriche generali colle; A d­
ditiones et Variationes ad normam' Bullae Divino af­
fla tu ; ? c) una sommaria esposizione del rito della
Messa; d) una istruzione sui difetti che più spesso
possono occorrere nella celebrazione e le preghiere
pel preparamento e ringraziamento della Messa, <a
comodità del 'Celebrante.
2. Le tre parti principali del Messale sono il Pro­
prium Missarum de tempore, il Proprium, Missarum
de Sanctis ed il Commune Sanctorum.
a) Il Proprio del tempo contiene le Messe delle
Domeniche e Ferie di tutto l ’anno liturgico, di­
stribuite secondo i diversi cicli. Precedono le Dome­
niche e Ferie d’Avvento, quindi il Natale colla sua
14 Capo unico

Vigilia e colle» Feste che lo seguono frai l’Ottava, l’E­


pifania colle sue sei Domeniche. Al ciclo dell’E­
pifania segue quello dalla Settuagesima alla Pasqua
di risurrezione. Prima delle Messe del tempo pa­
squale si trovano YOrdo Missae, i Prefazi, e il Canone.
Dopo il Canone si trovano le Messe del ciclo pasquale
cioè dalla Pasqua alla Festa della SS. Trinità e dopo
questa solennità seguono le Messe delle Domeniche
dopo Pentecoste fino 'all’Avvento.
6) Il Proprio dei Santi incomincia colla Messa
della Vigilia di S. Andrea Apostolo, che occorre il
29 novembre per la ragione che l’anno liturgico in­
comincia coll’Avvento e la prima Domenica d”Av­
vento è quella dhe è più prossima alla Festa di S.
Andrea o che cade in essa (1). Questa parte contie­
ne i formulari delle Messe di quei Santi che han­
no alcune parti proprie come Introiti, Orazioni, E-
pistole, Vangelo, ecc., nonché le Messe di alcune
solennità speciali che sono fìsse ad un giorno deter­
minato dell’anno civile, per esempio le Festa della
Trasfigurazione,* della Dedicazione della Basilica'del
Salvatore, della Cattedra di S. Pietro, ecc.
c) Il Comune dei Santi è la terza ed ultima parte
del Messale e contiene i formulari delle Messe per
quei Santi che non hanno Messa propria. Sono di­
sposte secondo l’ordine di dignità : In vigiliis Apo­
stolorum — Commune unius Martiris — Com. plu-
rim. Mart. — Com. Mart. tempore Paschali —
Com. Confessoris Pontificis — Com. Doctorum — 1

(1) Cfr. Voi. II n. 174.


Della Messa in genere e del Massaie 15

Com. Conf. non Pontificis — Com. Abbatum —


Com. Virginum — Com. non Virginum — Com.
Dedicationis Ecclesiae — Com. Festorum B. M. V.
Vengono poi le Messe votive in 2. gruppi! — le ora­
tiones diversae — le Messe dei defunti — le oratio­
nes diversae pro defunctis — 1 l’Assoluzione del tu ­
mulo — e alcune benedizioni.
d ) Come Appendice af Messale si trovano alcune
Messe che si recitano in alcuni luoghi (pro aliquibus
locis).

5. Relazione della Messa con l’anno liturgico


col divino Ufficio.
La Messa, Tanno liturgico e il divino Ufficio
stanno in intima relazione.
Il prima di tutto la messa sta in relazione coll’an­
no liturgico : nell’Avvento si ricorda l’aspettazione,
nel ciclo del Natale la nascita e le prime opere di
C. C., dalla Settuagesima al-la Pasqua la sua vita
pubblica e passione, nel resto dell’anno le sua glo­
ria e le sue opere. Le Messe feriali stanno come in
proprio ordine intorno alla domenica che Ììe prece­
de e ne ritraggono il pensiero e lo spirito.’ Tale re-
iazione\ della Messa coll’anno liturgico si estende fi­
ne alle più minute particolarità ed informa il can­
to fermo, che serve alla liturgia (1).
Nè menci intima è la relazione tra la Messa ed il
divino Ufficio. T ranne la Messa votiva che non con­
corda col divino Ufficio tutto l’organismo, ler parti 1

(1) Amberger Pastoraltheologie, II, 13,264.


16 Capo unico

stesse della Messa (cioè quella parte che precede e


segue il1 Canone) richiamano l’Ufficio. Spesso fanno
parte dell’Ufficiatura: l’Introito, il Salmo, PEpisto-
la, POffertorio, il Communio; e sempre concordano
coll’Ufficio l’orazione principale, le Commemora­
zioni, il Vangelb. Nelle' Chiese collegiate la Messa
si deve celebrare dopo la recita di una data parte del
divino Ufficio, e così ha con esso relazione anche di
tempo.
Così h Chiesa ha formato del S. Sacrificio il
centro della vita liturgica, come esso è il centro del­
la cattolica religione (1).

6. Come si divide la Messa.


La Messa si divide : 1. In solenne, privata, cantata.
Chiamasi solenne la Messa che si celebra con canto,
incenso, sacri Ministri Sparati e con tutte quelle ceri­
monie che le rubriche prescrivono per Ha Messa so­
lenne. E’ privataj invece quella che si celebra senza
canto e con un sol ministro od inserviente. La cantata
o media è quella che'; si celebra in canto, ma senza
l’assistenza dei Sacri Ministri (2).
2. In conventuale e non conventuale. La prima è
quella che si celebra ogni giorno nelle chiese catte­
drali, collegiate e conventuali, in relazione almeno di
tempo col divino! Ufficio ; la seconda è quella che si12

(1) Cfr. Amberger, Pastoraltheologie, Voi. I[, 12 - 347 - 440 -


470.
(2) Merati, t. I p. 1 Observ. praelim. n. 33 - 36 - 53; Cavalieri,
t. I li c. 6 e 9; De Herdt, Sacrae Liturg. Praxis, Voi. I n. 13.
Della Messa in genere e del Messale 17

celebra in tutte le altre chiese, senza relazione di


tempo col divino Ufficio.
3. In conforme e non conforme al divino Ufficio
La prima è quella che si celebra in relazione al di­
vino Ufficio1secondo la Festa, la Feria o Domenica;
la seconda è quella che non ha alcuna relazione col­
l’Ufficio e si divide in votiva propriamente detta e
de requie.
4. In reale e dei presantificati.' Dicesi reale la
Messa nellìa quale vi ha la Consacrazione e la Co­
munione; chiamasi Messa dei presantificati quella
nellb quale non vi è la Consacrazione, ma solo la
Comunione e si celebra al venerdì santo. ;
5. In Messa del tempo e dei Santi. Messa del tem­
po è quella che corrisponde ai vari tem pi dell’anno
ecclesiastico, e si suddivide in domenicale o feriale,
secondochè si celebra in giorno di' Domenica o nelle
Ferie. Messa dei Santi invece è quella che si celebra
in loro onore.
PARTE I.

Rubriche generali della Messa


CAPO I.

Del tempo e del luogo di celebrazione


della S. Messa.

7. Tempo in cui anticamente si celebrava la


S. Messa.
Nei primi tem pi della Chiesa la, Messa si celebra­
va nelle Domeniche, come ne fa fede S. Giustino
nell’Apologià (seconda, ove parlando delle adunanze
dei fedeli, (ricorda soltanto la Domenica e tale uso
fa risalire all’Apostolo, il «quale «per unam sabbati
collectas fieri statuit». E’ certo però che, fino dai pri­
mi tempi, diversa fu la disciplina nella Chiesa circa
questo punto. Difatti S. Epifanio e Tertulliano, ri­
cordano tre giorni della settimana (Domenica, feria
IV e VI), nei quali, per tradizione apostolica, 6Ì ce­
lebrava la Messa. San Basilio ne aggiunge un quarto,
cioq il sabbato (1). San Agostino afferma esplicita­
mente che diversa era in questo punito la disciplina
delle fchiese. «Alibi nullus dies praetermittitur quo
non offertur : alibi Sabbato tantum et Dominica, a-
libi tantum Dominica» (2). In Africa (3) e nella
Spagna (4), come nella chiesa Costantinopolitana 1234

(1) S. Basii. Epist. 289 ad Caesaream Patriciam.


(2) S. August. Epist. 54.
(3) S. August. Epist. 58
(4) Concil. Toletan. I, il quale prescrive che il Sacerdote che
non celebra quotidianamente non si deve ritenere come vero e
buon sacerdote.
Capo I.

(1), si celebra tutti i giorni. Dopo il secolo V non


solo dappertutto celebravasi quotidianamente il S.
Sacrificio, ma fu spesso permesso ai Sacerdoti di ce­
lebrare più Messe, fino a tre. Onde in qualche, luo­
go al primo gennaio' si celebravano due Messe, una
dell’Ottava di Natale, Paltra della B. V.; al Gio­
vedì Santo se ne celebravano tre, la prima per ricon­
ciliare i penitenti, lia seconda per consacrare il Cri­
sma e la terza^ per celebrare la solennità. Tre pure
se ne celebravano nella festa di S. Giovanni Baiti-
sta (2). E dopo il secolo VI la celebrazione quoti­
diana divenne di uso comune, come appare dai Sa­
cramentari, nei (quali1 si trovano le Messe per tutte
le Domeniche e Ferie di Quaresima e del* Tempo pa­
squale.

8. Da chi fu tolta l'antica consuetudine.


Che la pratica di celebrare più Messe potesse ge­
nerare disordini, e quindi avesse bisogno di venire
regolata, e evidente. Quindi già nel Decreto di Gra­
ziano (3), si ricordano i Canoni che limitano la di­
vozione dei Sacerdoti; ed Alessandro II, nell’anno
1067, ordinò che i sacerdoti non celebrassero più
di una Messa al giorno ed una seconda se vi era ne­
cessità, pei defunti. Infine Innocenzo ITI (1198-216)
abolì affatto la consuetudine di celebrare più Messe
al giorno, e decretò: «Sufficere sacerdoti semel in 123

(1) S. Jo. Christost. Homil. 2 Epist. ad Ephes.


(2) Cfr. Fornici O. c. p. 1 cap. VII.
(3) De Consecr. dist. I c . 53.
Del tempo e del luogo di celebr. della Messa 28

die unam Missam solummodo celebrare, excepto die


Nativitatis Dominicae» Ed Onorio III (1116-27):
«Quacumque sacerdos dignitate praefulgedt, plureÀ
eadem dìe Missas celebrare non audeat» (1).
Anticamente si celebrava, massime in tempo di
persecuzione, di notte. Data la pace alla Chiesa, si
usò sempre celebrare la Messa idi giorno e precisa-
mente alla Festa alFora di terza, negli altri giorni,
a- sesta, in quaresima, e nei giorni di digiuno ìa nona,
e dopo il secolo XIV in qualunque ora, dall’aurora
a mezzodì.

9. Disciplina attuale circa il tempo in cui si pu


celebrare la S. Messa.
Giusta l’odierna disciplina:
1. Ogni sacerdote può celebrare solamente una
Messa al giorno, fatta eccezione del giorno di Nata­
le e del giorno dei defunti (2 novembre) in cui si
celebrano tre messe, e nelle circostanze in cui si ha
la facoltà di binare (2).
2. Il tempo in cui si può incominciare la Messa
è un’ora avanti l’aurora e non dopo la una pomeri­
diana (3), salvo s’intende speciali facoltà. Per au­
rora non s’intende il nascere del sole, ma quel tem­
po che passa tra la notte è il giorno, ossia tra le te­
nebre e il sorgere del sole ed incomincia quando si123

(1) Cap. Referente.


(2) Codex can. 806.
(3) Can. 21.
u Capo / .

diffonde la prima luce per la terra (1). Siccome il


principio delPauroray come il sorgere del sole, varia
secondo il diverso grado di' latitudine in cui è po­
sto un paese, così ogni diocesi ha la sua tabella par­
ticolare, nella quale si indica il principio dell’auro-
ra e quindi il tempo della celebrazione della Messa,
Per anticiparla e posticiparla di maggior tempo si
richiede una causa ragionevole e proporzionata / Ta­
le sarebbe: 1. La necessità di comunicare un infer­
mo che altrimenti morirebbe senza il SS. Viatico; 2.
La necessità di far adempire il precetto di ascolta­
re la Messa al popolo che altrimenti non potrebbe
adempirlo; 3.)Ogni altra causa ragionevole come di
viaggio, pubbliche preghiere, funerali solenni, pre­
diche, missioni, conferimento di Ordini.
Nella notte di Natale, dopo lai Messa della mez­
zanotte non si'possono celebrare le altre due Messe
e fare iA esse la S. Comunione ai fedeli, senza spe­
ciale indulto (2) ; ma si deve aspettare a celebrare
le altre due dopo l’aurora (3 ); nè si può allegare
la consuetudine in contrario (4). Il Vescovo può
proibire che si celebrino le Messe lette durante la

(1) Ved. S. C. R. nov. 1634 n. 614. In occasione della pubbli*


cazione del Messale romano si voleva dal De Rnbeis che fosse
meglio precisato questo punto anche per i paesi ove non si ha qua*
si aurora, come nel Belgio dalla fine di Maggio al principio di
luglio; la S. C. non acconsentì e scrisse che per aurora si deve ri-
tenere quella che si verifica nella maggior parte della terra.
(2) S. C. R. 20 apr. 641 n. 752; die. 1641 n. 781; 14 nov. 1876
n. 1584.
(3) S. C. R. 23 marzo 1686 n. 1761; 3 die. 1701 n. 2086.
(4) S. C. R. 18 sett. 1781 n. 2520 1,2.
Del tempo e del luogo di celebr. della Messa 25

Messa Pontificale, nella medesima chiesa. (1).


3. La Messa si deve celebrare dopo* )ta recita del
Mattutino e delle Lodi (2). Comunemente però i
liturgisti convengono coi teologi nell’affermare che
tale obbligazione, non è grave e che perciò, ad an­
ticiparla basta qualsiasi causa mediocre, ragionevo­
le. Tale sarebbe se chi offre l ’elemosina domanda
che si celebri tosto una Messa, se il superiore lo do­
manda, se si posticipa il Mattutino per la comodità
di studio, di viaggio e simili (3).
La ragione poi per la quale la Chiesa ha deter­
minato il tempo della celebrazione del S. Sacrificio
è esposta da S. Tommaso: «In celebratione huius
mysterii attenditur repraesentatio Dominicae passio­
nis et partecipalo fructus eius. Et secundum utrum­
que oportuit determinare tempus aptum celebratio­
nis huius sacramenti. Quia enim fructu dominicae
passionis quotidi)e, indigemus propter quotidianos
defectus, quotidie in ecclesia regulariter hoc sacra­
m entum offertur... Quia vero dominica passio ce­
lebrata est a tertia hora usque ad nonam, ideo re­
gulariter in illa parte diéi solemniter hoc sacra­
mentum in Ecclesia celebratur». (4).
A questa causa mistica se ne aggiungono due al-1234

(1) S. C. R. 28 Agosto 1655 n. 989.


(2) Rubr Gen. Miss. Rom, 1. c.
(3) Cfr. De Herdt. 1. c. n. 204; s. Alph. del Lig. lib. VI, 347 -
348; Bened. XIV de Sacrif. Missae II n. 120; Gavanto p. II t. 1;
Merati, t. I p. 3 tit. II n. 7; Cavalieri t. I li dee. 85 n. 5 sg; Quarti
p. II t. 1. s. 1. dl.
(4) S. Thom. Sum. Theol. p. III q, 83 a. 2.
Capo I.

tre: perchè dall’aurora a mezzogiorno gli uomini


sono più disposti all’istruzione e a trattare con rac­
coglimento le cose sante, e perchè dopo il mezzo­
giorno sarebbe difficile osservare il digiuno natura­
le, ed evitare la dissipazione e le irriverenze (1).
Prima della Messa si deve recitare il Mattutino
colle Lodi perchè: 1. Questa parte delPUfficio è
una preparazione alla Messa, mentre contiene la
spiegazione del Vangelo, ed è orazione eccellente;
2. La Messa dipende in molte cose dall’Ufficio
Mattutino, recitato il quale, già si può sapere co­
me si deve Celebrare la Messa; 3. Il Mattutino è
Ufficio notturno, naturalmente quindi deve prece­
dere la Messa che spetta all’Ufficio diurno (2).

10. In quali luoghi si celebrava nei primi seco


il S. Sacrificio.
Nei primi tempi della Chiesa la Santa Messa si
celebrava nelle case private costituite come centri
di riunione dei primi fedeli; il cenacolo dovette es­
sere senza dubbio il primo luogo del1sacrificio. Ta­
li luoghi erano chiamati Oratoria, Aedes sacrae,
Dominica, Domus Dei, Basilicae, Memoriae, Marti-
riae, Tituli.
Durante le persecuzioni le case private, le cata­
combe, i sepolcri dei martiri, qualunque luogo in­
somma serviva alla celebrazione dei Sacri Misteri,12

(1) De-Herdt, 1. c. n. 102


(2) De - Herdt, 1. c. 104.
Del tempo e del luogo di celebr. della Messa 27

«Quivis locus, ager, solitudo, novis, stabulum, car­


cer ad sacros conventus perangendos fuit» (I).
Cessate le persecuzioni la Chiesa ordinò che i sa­
cri Misteri non venissero celebrati se non nei 6acri
templi. S. Cirillo Alessandrino conosce già e cita
questa legge contro gli antropomorfiti: «Donum sive
oblatio, quam mystice celebramus, in solis ortho­
doxorum sanctis templis offerì debet, neque alibi
omnino. Qui secus faciunt aperte legem violant».
(2). Dalle esigenze liturgiche della Messa ebbero
quindi le Chiese la loro inconografia. (3). E per­
ché il luogo della celebrazione della Messa fosse
più conforme al suo scopo, giusta il costume già in
vigore nelPantico Testamento, venne con rito spe­
d ale consacrato o dedicato al divin cullto. Tale si
fu la pratica della Chiesa, tanto in oriente che in
ocddente, per tutti i secoli, raccolta nel Can. Mis­
sarum de Consecr. dist. 1. «Missarum solemnia non u-
bique sed in' tocis ab Epìscopo consecratis, vel ìubi
ipse permiserit celebranda censemus». Dalle quali
ultime parola appare che era allora in facoltà ai
Vescovi di lasciar celebrare in qualsiasi oratorio,
anche privato. Ma tale facoltà fu riservata alla S.
Sede dal Concilio Trid., il quale decretò che i Ve­
scovi non dovessero più oltre tollerare che si cele­
brasse il divin Sacrificio nelle case private e fuori 123

(1) Eusebii, Hist. Eccl. lib. V ili.


(2) Contra antrop. cap. XII.
(3) Su questo punto vedi Pelliccia, lib. II sect. I c. 3.
Capo / .

della Chiesa e degli oratori dedicati al divin cul­


to (1).
Il luogo prossimo, in cui si celebra la S. Messa
e YAltare. La mensa, sulla quale G. C. nell’ultima
cena celebrò la prima volta i SS. Misteri, servì di
modello ; anzi nei primi secoli le sacre mense erano
di legno. Il Pontefice Silvestro I ordinò che non
si dovesse celebrare la Messa che su altari lapidei.
Le relazioni tra la Messa e la croce, l’onore alla
SS. Eucaristia, il decoro e lo splendore del culto,
l’istruzione dei fedeli ornarono l’altare della croce,
dei candelieri* delle tovaglie ecc. ed anzi indussero
a consacrare la/ mensa con un rito speciale ('2).

11. Cosa richiede l’attuale disciplina circa la Ch


sa e l’altare, ove si celebra la S. Messa.
L’attuale disciplina circa il luogo della celebra­
zione della Messa prescrive:
1. Che la Messa si celebri in Una chiesa od ora­
torio, consacrati o benedetti dal Vescovo o da chi
ne ha le facoltà (3 ); non polluti, dissacrati od in­
terdetti. Il Vescovo durante la visita pastorale, il
viaggio © la permanenza ili qualche famiglia priva­

ci) Sese. XXII de observ. et evitan. in celebr. Missae. Sotto cer-


te condizioni si permette la celebrazione della S. Messa sulle navi
durante il viaggio sul mare. V. Anacleta a. 1901 pag. 115.
(2) Vedi ampie notizie su questo punto presso Jacob; “L’arte
a servizio della Chiesa,, Vere, del Sac. Pietro Veneroni, Voi. 2:
Scultura e pittura sacra. Pavia Tip. Artigianelli 1898. Cfr. pure
Bona, Op. cit. Cap. XX; Bened. XIV c. I.
(3) Can. 822, 1.
Del tempo e del luogo di celebr. della Messa

ta può celebrare in oratorio privato (1). E’ positi­


vamente proibito celebrare fuori di chiesa all’aper­
to; nei casi di vera necessità si deve ricorrere al
Vescovo. Quindi nessun sacerdote, senza speciale
privilegio, può celebrare la Messa in casa propria
od in altra ove non vi è almeno un oratorio priva­
to, canonicamente eretto (2) osservando in questo
caso le limitazioni dell’Ordinario. «— Nella Cap­
pella del Palazzo Vescovile, anche assente il Ve­
scovo o in sede vacante si può celebrare la Messa,
e chi l’ascolta nei giorni festivi adempie il precet­
to (3).
2. Che si celebri su di un altare (fisso o mobile)
di pietra, consacrato dal Vescovo (4).
3. Che l’altare sia ornato di tre tovaglie di tela
e che sull’altare sia5collocata la croce, fra i cande­
lieri, al cui piede si devono mettere Ue tabelle delle
secrete. (Non basta la croce che può trovarsi sulla
porticina del tabernacolo) (5). Si richiedono poi:
Dalla parte dell’Epistola il cuscino o leggio, che so­
stiene il Messali^ e dalla stessa parte una candela
da accendersi ;alPElevazione (ove si costuma) e un
piccolo campanello; le ampolle del vino e dell’ac­
qua, con un bacile ed un manutergio mondo. N ul- 1

(1) S. G. R. 8 giug. 1709 n. 2202 ad 3: 22,25 ag. 1818 n. 2885


(2) S. C. R. 11 gen. 1676 n. 1557 1.
(3) S. C. R. 2 luglio 1661 n. 1196.
(4) Rubr. gen. Miss. Rom, Tit. XX.
(5) S. C. R. 16 Giugno 1663 n. 1271. _ Cfr. Manuale, Voi. I .
n, 103. Seg. ove si nota pure quando può mettersi la croce sul­
l’altare, e n. 104 e seg. ove si parla dei candelieri e delle candele
delimitare.
30 Capo / .

la si deve mettere sull’altare che non appartenga


al S. Sacrificio od all’ornato dell’altare stesso (1).
Dell’altare e del suo ornato si è già trattato al­
trove (2), qui soggiungiamo soltanto quello che
strettamente riguarda la Messa.
a) Non è mai lecito celebrare senza lumi, tran ­
ne che per indulto apostolico. Se i lumi si estin­
guono dopo le consacrazione e non si possono più
accendere si continua la Messa perchè l’integrità
del S. Sacrificio lo richiede (3 ); non mancano però
coloro che affermano doversi aspettare finché siano
riaccesi (4). Se poi si estinguono prima della con­
sacrazione, nè si possono accendere, comunemente
affermano i liturgisti ed i teologi che si debba trala­
sciare la Messa (5). Per poter celebrare con un solo
lume (di cera), con altri lumi che non siano di ce­
ra, richiedesi una causa proporzionata grave (6).
La candela che si accende all’Elevazione non si esi­
ge per precetto, e si può conservare la consuetudine
di non adoperarla.
b) Nella Messa strettamente privata non si posso­
no accendere più di due candele (7). Fare il con­

ti) Rubr. gen, I. c.


(2) Vedi Voi. I n. 92 al 108.
(3) De Herdt, O. c. n. 185; Lehmkahl, Theol. Mor. Voi. I l a .
233.
(4) Ianseng. p. 3 tit. X § 1 n, 12. Convengono per altro tatti
che non si possa aspettare un tempo troppo lungo (mezzora od
anche un quarto).
(5) Lehmkuhl, 1. c.
(6) Lehmkuhl, 1. c. S. Ligor Lib. IV n. 393: Quarti, p. I tit.
20 dub. 21.
(7) S.C . R. 7 agosto 1627 n. 441; 20 sett. 1681 n. 1681. 1.
Del tempo e del luogo di celebr. della Messa 31

trario è dichiarato abuso da togliersi dal Vescovo


(1).. E ciò non è lecito (nella Messa privata) a
nessun sacerdote, qualùnque sia il titolo o la digni­
tà di cui sia insignito; non ai protonotari Apostoli­
ci aventi Ifuso dei pontificali (2), non ai Vicarii ge­
nerali (3), nè agli Abbati (4), nè ai Parroci (5). Pei
Vescovi, nelle Messe private, è conveniente che nel­
le Feste solenni se ne accendano quattro, nelle Fe­
ste e Ferie bastano due (6). Se è necessario alla let­
tura si può mettere vicino al Messale un altro can­
deliere che non abbia la forma di bugia vescovile.
Se sull’altare ove si celebra sta esposta fra due lumi
una sacra Reliquia se ne accendono due altri per
la Messa, specialmente, «e i due lumi fossero vicini
alla Reliquia da un lato dell’altare o anche nel mez­
zo di esso. Ciò èfprescritto per il divino ufficio del
coro (7), e sembra doversi estendere anche alla
Messa.
Tutto ciò però riguarda la messa strettamente pri-
vata, ma se essa non è tale, e specialmente ove con­
corra la ragione della solennità della Festa, sull’alta­
re si possono accendere più di due candele anche
nella Messa letta. E tale facoltà si estende alle Messe

fi) Id. 19 luglio 1659 n. 1125.


(2) Id. 27 sett. 1659 n. 1131 n. 21.
(3) Id. 7 agosto 1627 n 441; 5 luglio 1631 n 567.
(4) Id. 2 giugno 1660 n. 1163. 21; 2 die. 1673 n. 1493. 1;20
lug. 1836 n. 1771. 1: 12 apr. 1704 n. 2130. 1; 22 mar. 1710 n. 2201, 2.
(5) S. C. R. 7 sett. 1850 n. 2984.
(6) Caerem. Episc. Lib. I cap. XXIX n. 4.
(7) S. C. R. 20 marzo 1869 n. 3204.
Capo I.

conventuali, parrocchiali ed a quelle che si cele­


brano nei collegi a conventi; come pure si possono
ammettere anche due ministri. Difatti la S. G. dei
Riti prescrisse:Servanda esse quidem decreta quoad
Missas stridè privatas sed quoad Missas Par-
rochialès vel similes diebus solemnioribus quo­
ad Missas quae celebrantur loco solemnis atque
cantatae occasione realis atque usitatae celebritatis et
solemnitatis tolerari posse duos Ministros Missae in­
servientes, servatis ordinationibus S. C. in u. Tud.
diéi 7 sept. 1816 ad dubia V e V I (1). Quindi al
dubbio IX in cui si chiedeva: «Num diebus solem­
nioribus pro Missa lecta Parochiali aut Communita­
tis prout supra, accendi possint plusquam duo cerei?»
si rispondeva : A d -IX provisum in VI.
Quanto alle Messe cantate senza ministri si pos­
so»» accendere più di 2 candele (2) ; nelle cantate de
requie se ne devono accendere almeno quattro (3).
Nelle Messe solenni il numero non è determinato:
secondo il Cerem, dei Vescovi bastano quattro (4),
certo non se ne possono adoperare solamente 2 (5).
Ordinariamente se ne pongono sei, ciò che sembra
richiedere' il rito delFincensazione. Se ne possono af­

fi) S. C. R. 12 sett. 1857 n. 3059. VI. nel Decr. qui citato


7 sett. 1816 al numero V si vieta al ministro di aprire il messa­
le e cercare la Messa sull’altare, e nel IV si vieta al medesimo
di preparare il calici infondendo il vino ed acqua e di astergerlo.
(2) S. C. R. 25 sett, 1875 n. 3377. 1.
(3) S. C. R. 12 agosto 1854 n. 3029. VII.
(4) Lib. I c. Xll. 24.
(5) S. C. R. 2 maggio 1900 n. 4054.11. in u. Tirasonen.
Del tempo e del luogo di ceìebr. della Messa 33

cendere anche di più, purché non si mettano più di


sei in linea retta (1).
Riguardo all’uso della bugia o palmatoria è de­
terminato che essa non può usarsi nelle Messe pri­
vate e solenni, dai Sacerdoti, qualunque sia la loro
dignità123456o titolo (2), se non dai Canonici per indulto
apostolico o per consuetudine immemorabile legitti­
mamente approvata, e dai Canonici non fuori della
Cattedrale, nemmeno sotto pretesto di oscurità (3).
E’ permessa nei Pontificali celebrati dai Sacerdoti
che ne hanno l’uso.
c) Quello' che la rubrica prescrive circa le tabelle
delle secrete, il cuscino, il campanello, le ampolle,
il manutergio è materia di istruzione, non di pre­
cetto (4). E’ conveniente che il cuscino o leggio,
se non è di materia preziosa, sia_ ricoperto di stoffa
del colore conveniente alla Messa (5).
d) Il campanello si suona al Sanctus, d\VElevazio­
ne, e dove vi è la consuetudine, anche al Domine
non sum dignus.
Non si deve suonare: [durante le processioni per
la chiesa o le assoluzioni dei defunti,' durante l’espo­
sizione del SS. Sacramento per la pubblica adora­
zione o benedizione, durante l’officiatura' in coro, se
l’altare ove si celebra è in vista del coro stesso (6).

(1) Gavanto, P. I. Tit. 20. X.


(2) S. C. R. 24 gemi. 1860 n. 1148; 11 marzo 1624 n. 1725.
3; 2 gemi. 1689 n. 1806; 26 aprile 1704 n, 2135. 1.
(3) S. C. R. 31 maggio 1817 n. 2578. 3.
(4) Quarti, P. I. tit. XX dub. 12.
(5) Caerem. Epiac. lib. I c. XII u, 15.
(6) Cardellini, Inat. Clem. § 16; Cfr, Manuale, Voi. I n. 218
34 Capo I

e) I candelieri che servono per la Messa devono


stare sull’altare e ai lati 'della croce, non è però ne­
cessario siano sulla mensa; possono stare anche sui
gradini (1 ); quindi non possono servire per la Mes­
sa l'e candele che stanno su candelabri affissi alle
pareti, ovvero posti in piano o fuori dell’altare (2).
La ragione per la quale la Chiesa prescrive che
la Messa non si celebri, che nelle Chiese e sugli al­
tari, nonché con vasi consacrati, è esposta da San
Tommaso: «In iis quae circumstant hoc sacramen­
tum duo considerantur : quorum unum 'pertinet ad
re praesentationem eórum quae circa dominicam
passionem sunt acta; aliud autem pertinet ad reve­
rentiam huius sacramenti in quo Christus secundum
veritatem continetur et non solum in figura. Unde
et consecrationes' adhibentur his rebus quae veniunt
in usum huius sacramenti, tum propter reverentiam
Sacramenti, tum ad repraesentandum effectum illud
Hebr. ult. 12 : Iesus (ut sanctificaret per suum san­
guinem populum etc». (3).
Richiedesi poi uno speciale appartato dell’altare e
delle cerimonie : «quia in hoc Sacramento totum m y­
sterium nostrae salutis comprehenditur» (4).
E’ positivamente proibito a tutti i sacerdoti, an­
che Protonotari, Camerieri d’O.i ’ecc. di portare Ta­

ti) S. C. R. 5 die. 1891 n. 3759.


(2) De Herdt, I, c. 191.
(3) S. Thom. p. Ili p. 83. a. 3.
(4) S. Thom. 1. c. a. 4.
Del tempo e del luogo di celebr, della Messa 35

nello nella Messa (eccetto quella pontificale per


quelli che hanno facoltà dei Pontificali) (1).

12. Messa all'altare privilegiato.


Per l’acquisto delle indulgenze dell’Altare privi­
legiato, non si richiede più, come prima, che la
Messa si celebri, sotto pena di nullità,, de requie ov­
vero d é feria o vigilia (quando non si può celebra­
re de requie) colla aggiunta della Orazione propria
del defunto, quantunque ciò si possa fare ancora
lodevolmente per pietà verso dei defunti (2).

(1) S. C. R. n. 483, 2907, 3580, 3821, Can. 811. 2. Il distin­


guere la parte accidentale ed essenziale della Messa, usarlo in quel­
la, cioè fino all’offertorio e dalla Comunione alla fine e deporlo
nell’intermezzo, è per lo meno diventare ridìcoli! Cfr. Voi. I n.
n. 125.
(2) S. Congr. S. Offic. 19 febbr. 1913.
CAPO II

Dei sacri paramenti che si usano nella cele­


brazione della Messa.

13. Paramenti proprii della Messa.


Le sacre vesti che si adoperano nellai celebrazione
della Messa privata e solenne, enumerate nel Tit.
XIX della Rubrica Generale del Messale, sono: la
Pianeta, la stola, il manipolo, il camice col cingolo,
Vamitto, la beretta. Nella Messa solenne p oi il Sud-
diacono veste la tunicella col manipolo, il Diacono
la dalmatica, leb stola, il manipolo, tranne in alcuni
tempi e funzioni, nelle quali, invece della tunicel­
la e dalmatica si usano le Pianeté piegate e il cosi­
detto stolone.

14. Obbligo dei paramenti sacri nella Messa.


Circa Vobbligo delle sacre vesti nella celebrazione
della Messa i liturgisti,: coi teologi, distinguono le ve­
sti maggiori dalle minori. Chiamano vestii maggiori:
il camice,, la pianeta, e secondo i più, anche la stola;
sono invece minori : il manipolo, l’amitto, il cingolo.
Ora:
I. E’ certo che non si può, per qualunque neces­
sità che stringa (eccetto forse il caso di morte minac­
ciata, non però in disprezzo della religione), celebra­
re la Messa senza vesti sacre, perchè ciò tornereb­
be a gravissima irriverenza ali S. Sacrificio ed a
scandalo dei fedeli.
Dei sacri paramenti 37

2. E’ certo ancora' che non si può celebrare senza


la pianeta od il camice.
3. Richiedesi gravissima causa per celebrare sen­
sa stola : tale causa sarebbe la comunione d’un in­
fermo per viatico, per fare adempire il precetto fe­
stivo lai popolo. In questo caso però si potrebbe a-
doperare per stola il manipolo, se è abbastanza lungo.
4. Richiedesi pure grave necessità per celebrare
mancando insieme amitto, cingolo e manipolo : in
mancanza delFuna' o dell’altra di queste vesti minori
si può celebrare quando vi sia una causa qualsiasi ra­
gionevole, come sarebbe la devozione del sacerdote.
5. Qualsiasi causai ragionevole può scusare dell’u-
sare la berretta, massime se il tratto dalla sacrestia ab*
l’altare è breve.
6. Gli ornamenti del calice!che sono : il purifica-
toiOy la palla, il velo, là borsa e il corporale si richie­
dono tutti per precetto, perchè spettano alle Rubri­
che che si devono osservare entro (la Messa (1), e
perchè fu dichiarato dalla S. C. dei Riti (2). San
Alfonso non'ritiene di grave precetto la palla (3 );
ma tutti concordano nel dire di grave precetto il
corporale.
7. Di minor obbligo però sono la borsa, il velo,
il purificatore, onde una causa ragionevole basterà
per celebrare senza qualcuno di essi (4).
(1) Cfr. Voi. I n. 25.
(2) S. C. R. 19 genn. 1692 n. 1866. 2.
(3) S. Alf. lib. VI n. 388. In mancanza della palla si potreb­
be adoperare un purificatore ripiegato.
(4) De Herdt, Voi. I n. 165,
38 Capo II

8. Il Messale si* richiede per grave precetto, secon­


do la sentenza comune, poiché senza di esso il cele­
brante si espone al pericolo di errare in una cosa di
grande importanza. Onde alcuni ritengono che non
sia mai ll'ecito celebrare senza Messale, altri invece
pensano che, occorrendo grave necessità, sia lecito,
qualora il sacerdote sappia bene a memoria la Mes­
sa, purché si usi un altro libro, ad evitare lo scan­
dalo. — Non si possono usare due messali, uno dal
lato delPEpistola e> Faltro dal lato del Vangelo ( i) .

15. Stato dei paramenti.


Circa lo stato dei paramenti che si adoperano nel­
la celebrazione/della Messa scrive il Fornici: «Cum
tremendum Missae sacrificium peragendum sit cum
maxima reverentia et tali exteriori apparatu ut ex
ipso indicetur actionem tam sanctam, terni excelsam,
majori, q[uo fieri potest, peragi, splendore; absurj
dum revera esset si sacerdótis vestes vetustate squtd-
lantes, vel concissae, vel sordibus foedatae inspice­
rentur, Praecipit propterea Rubrica ut sacerdotalia
indumenta, 'quae omnia suas habent mysticas signi­
ficationes, tam in ordine ad mores, quam ad recolen­
dam Christi Domini Passionem, non sint lacera aut
scissa, sed integra, munda et'pulchra; unde a culpa
non exusantur Celebrantes utentes vestibus sacris
scissis, immundis, quae vilis, ac ridiculi indumenti
formam potius exibeant, quam sacerdotale\ornamen-1

(1) S. C. R. 1 nov. 1904 n. 4144. 11.


Dei sacri paramenti 39

tum ; et multo magis lethaliter peccant superiores


Ecclesiarum, Sacristae, et alii ad quos spectat sacra­
rum suppellectilium cura* nisi maximo studio atten­
dant, ut quaelibet immunditia, vilitas atque indecen­
tia in sacris vestibus non reperiantur9 sed integrae
sint, ab omni labe purae et ad ecclesiasticam venu­
statem compositae» (1).

16. Dove si indossano i paramenti della Messa.


I sacri paramenti si devono ordinariamente indos­
sare in sacrìstia, od in luogo a ciò preparato, e non
mai all’altare ove si celebra. I soli Vescovi hanno
il privilegio di prendere i paramenti dall’altare, e
gli Abbati quando celebrano pontificalmente (’2) o
hanno uno speciale privilegio dalla S. Sede (3). Do­
ve manca la sacristia si devono assumere i paramenti
in disparte dall’altare, da un tavolo a ciò preparato,
e dove non vi fosse neppure spazio per questo, an­
che dalla' mensa dell’altare, ma dalla parte del Van­
gelo (4). Ciò per altro è proibito all’altare, ove si1234

(1) Fornici, O. c, pag. 41-42. E' qui il luogo di ripetere ai


sacerdoti ed ai ministri la cura che devono avere per i sacri p a ­
ramenti, quando li indossano, durante le sacri funzioni e nel le­
varli terminate le funzioni Ciò si dica in modo speciale del ca­
mice e della pianeta. 11 primo va spesso ad esser lacerato nelle
parti inferiori, la seconda ad esser rovinata per lo sfregamento.
Anche a tener le mani sui sacri paramenti, quando si è seduti, è
meno conveniente, spesso dannoso, massime d’estate, quando le
mani sono sudate: non è pure conveniente l’appoggiarvi la berretta
Cfr. Voi. 1 n 126 nota ultima. — Circa il modo conveniente di
conservarli, vedi Voi, 1 n. ! 26.
(2) De. Urb. Vili, al principio del Messale S. C. R. 17 giugno
1673 n. 2641; Ritus, servand, iu celebr. Missae I. 5.
(3) S. C. R. 30 marzo 1675 n. 1533.
(4) Gavanto, p. 2 tit. 1 n. 2,
40 Capo II

conserva il' SS. Sacramento: mancando la sagristia,


in (questo caso, si devono assumere i paramenti e de­
porre in luogo lontano dallFÀltare (1).
Circa il1modo di indossarli vedi Voi. I n. 117 e
seguenti.
Le preghiere indicate dal messale da recitarsi
nelFindossare li sacri paramenti appartengono alle
rubriche direttive e non cadono sotto precetto, ovve­
ro sono certamente di leggera obbligazione (2).

17* Colore dei paramenti.


Già si è detto (Voi. I Capitolo IV) quale colore
si adopera nelle feste, Domeniche o ferie dell’anno.
Qui1è da notare alcuni cambiamenti importati dal
lef nuove decisioni della S. C. Nelle domeniche cor­
renti fra le ottave si adopera il colore richiesto» dalla
festa di cui si celebra l’ottava solamente quando in
tali domeniche si celebra l’Ufficio dell’ottava, ma
se l’Ufficio s i assume ìdal salterio, il colore dei para­
menti è quello voluto dalla Domenica (3).
Per le Messe sollenni votive che secondo le nuove
rubriche si ponno celebrare nelle Domeniche,, il co­
lore dei paramenti è quello , richiesto dalle Messe
stesse.123

(1) Caerem. Ep. lib. 11 c. XXX111. 30: Merati p. 2 tit, n. 15


Catalanus, in Caerem. Ep. lib. 1. c. Xll § 15 n. 5.
(2) S. Alph. de Lig. lib. VI 410-3; Gavanto, part. II tit. 1 n. 2;
Lohner. p. VI tit. 1 n. 3; Quarti, p. 11 tit. 1 § 4 dub. 8; De Rerd,
Voi. 1 n. 197.
(3) S. C. R. 2 marzo 1912, 9 marzo 1912. 1.
CAPO III

Delle cerimonie della Messa e del Ministro


inserviente.
18. Delle cerimonie della Messa in generale
Loro scopo secondo la mente della Chiesa.
Il Santo Sacrificio' della Messa è l’atto principale
dèi culto cattolico; quindi fino dai prim i tempi usò
la Chiesa, circondarlo di numerose e solenni cerimo­
nie che riguardano non solamente l’esterno appara­
to del tempio, dell’altare, delle 'vesti, ma le azioni
stesse del Celebrante. In nessuna altra parte della
liturgia cattolica occorrono tante sacre azioni come
nella Messa.
Ed è giusto, poiché: «in hoc sacramento totum
mysterium salutis comprehenditur, ideo prae caeteris
sacramentis cum majori; solemnitate agitur» (1). La
eccellenza poi ed il suo fine sono significati perfet­
tamente colle parole e colle azioni: «Significantur
verbis in celebratione huius Sacramenti quaedam
pertinentia ad [passionem Christi9 quae repraesenta­
tur )in hoc sacramento, vel etiam ad corpus mysti­
cum, quod significatur, in hoc sacramento; et quae­
dam pertinentia ad usum huius sacramenti, qui de­
bet esse cum devotione ét reverentia. E t ideo in cele­
bratione hujus mysterii quaedam aguntur ad devo­
tionem et reverentiam hujus sacramenti» (2).12

(1) S. Thom. p, 111 q. 88 a. 4.


(2) S. Thom. 1. c. a. 5.
42 Capo III

19. Principali azioni liturgiche della Messa.


Il Messale raccoglie sotto un unico titolo l’ordine
di genuflettere, di sedere e stare in piedi e: le altre
cerimonie della Messa privata e solenne. Sotto que­
sto!'capo si raccolgono tutte le cerimonie che in ge­
nerale occorrono.

20. Delle genuflessioni.


Nella Messa, in generale, si fa la genuflessione sem­
plice (1) :
1. In piano nell’arrivo all’altare, e dopo la Messa
prima di partire; e sul¥infimo gradino appena di­
sceso-' da esso prima di cominciare la Messa, quando
nel Tabernacolo dell’altare, ove si celebra, si con­
tiene il SS. Sacramento (2).
2. Quando si dice il Credo al versetto E t incarna­
tus est etc.;
3. Prima e dopo l’elevazione dell’Ostia e del Ca­
lice;
4. 'Appena scoperto il Calice, prima del segno di
croce coll’Ostia sul Calice e dopo coperto il Calice;
5. Prima e dopo la frazione dell’Ostia; ■
6. Prima del Domine non sum digrius ;
7. Appena scoperto il Calice prima di assumere
le sacre Specie del vino ;
8. Nel Vangelo di S. Giovanni alle parole : Et ver-

(1) Ved. Voi. 1 pag. 230. — Delle genuflessioni speciali che


occorrono nella Messa solenne si parlerà a suo luogo.
(2) S. C. R. 12 nov. 1831 n. 2682 ad. 47.
Delle cerimonie della Messa ecc. 43

bum caro factum est. — Vi sono poi delle circostanze


particolari, nelle quali il celebrante all’altare deve
genuflettere, come: nel Vangelo dell’Epifania alle
parole: E t procidentes adoraverunt eum; nell’Epi*
stola della Domenica delle Palme e nelle Messe del­
la croce alle parole: In n o m in e Jesu etc.; quando si
dice : Flectamus génua; in, Quaresima, all’invocazio­
ne : Adiuva nos, Deus etc. ; nelle Messe dello Spirito
S. alle parole: Veni, Sancte Spiritus. Così pure quan­
do sull’altare sta esposto il SS. Sacramento il cele­
brante genuflette ogni volta che passa in mezzo al­
l’altare o dal mezzo va ad un lato (1).
Si noti che quando le parole alle quali si genuflet­
te sono brevi si incominciano e si terminano colla
genuflessione; se invece sono lunghe si genuflette
solo' al principio e, poi si sorge p er proseguire. Così
nella Messa privata alle parole dell’Epistola: In no­
mine Jesu, nella Quaresima all’invocazione Adiuva
nos, ed al Verso Veni, Sancte Spiritus nelle Messe
dell’Ottava di Pentecoste, si genuflette solo al prin­
cipio e si sorge tosto. ,
Si fa poi genuflessione doppia: 1. Al primo ar­
rivo all'altare prima di cominciare la Messa, e dopo
di essa quando sta sull’altare esposto il SS. Sacra­
mento.
2. Nella lettura del Passio alle parole: Expiravit
od emisit spiritum, rimanendo alquanto' tempo in gi­
nocchio.1

(1) Rubr. Gen. Miss. VII. 1.


u Capo III

La ragione per la quale la sacra; liturgia prescrive


tante genuflessioni durante la Messa è pure accen­
nata dal De-Herdt: «Genuflexi© in rubricis praescri­
bitur quia est actus supremus adorationis^ humilia­
tionis et submissionis, quia Missae sacrificio maxime
convenit ut homo Deum adoret, vilitatem suam a-
gnoscendo, seque quodammodo an nihilum redigen­
do ante divinam' majestatem non tantum, spiritu sed
toto corpore, non dictis tantum sed et facto» (1).

21. Degli inchini.


Nella Messa occorrono diverse specie di inchini,
di cui si è parlato nella Liturgia' generale. Voi. I n.
137. H Celebrante:
A Fa inchino profondo del corpo:
1. Arrivato all’altare prima di salire e prima di
incominciare Ila Messa, quando nel! tabernacolo non
si conserva il SS. Sacramento;
2. Recitando il Confiteor, finche il ministro ha
risposto il Misereatur ed egli ha soggiunto : Am en;
3. Durante il Munda cor meum e lei orazioni che
seguono;
4. Nella Orazione Te igitur, in principio del ca­
none fino al bacio dell’altare ;
5. Recitando il Supplices te rogamus (2).
B Fa inchino mediocre del corpo :

(1) De Herdt, Voi. 1. 120.


(2) Merati, p. 11 tit, 2 n. 2.
Delle cerimonie della Messa ecc. 45

1. Recitando POrazione Deus tu conversus, fino


alla parola Oremus inclusiva;
2. Durante l’Oramus te Domine fino al bacio del­
imitare;
3. Durante POrazione: In spiritu humilitatis;
4. Durante il Suscipe Sancta Trinitas;
5. Al Sanctus, fino al Benedictus,
6. Recitando Ile tre Orazioni secretei prima della
Comunione ;
7. Durante il Domine, noii sum dignus;
8. Facendo lai S. Comunione con l’Ostia.
C Fa inchinoì profondo del capo :
1. Prima di uscire dalla sagrestia e ritornando ad
essa, verso la croce od immagine che vi è in essa.
2. Arrivato nel mezzo delimitare dopo accomodati
i segnacoli del messale, prima d^'discendere a inco­
minciare la Messa;
3. Al Gloria Patri, quando si dice, dopo il Salmo
ludica e dopo il Lavabo;
4. Alle parole del Gloria in excelsis Deo, Adora­
mus te, Gratias agimus tibi, Jesu Christe, Suscipe
deprecationem nostram;
5. Ogni volta che si nomina il nome di Gesù o
della SS. Trinità, eccettochè ilv Sacerdote fosse già
per altra ragione inchinato;
6. Ogni volta che si dice la parola Oremus;
7. Quando il Sacerdote stesso porta il Messale da
un lato all’altro delimitare* inchina la croce passan­
do nel mezzo;
8. Al Credo dicendo le parole Deum, Jesum Chri­
stum, et simul adoratur ;
46 Capo III

9. Al Prefazio dicendo Gratias agimus, alle paro­


le: Deo nostro;
10. Durante i due Memento;
11. Alla consacrazione dell’Ostia e del, Calice di­
cendo le ;parole Tibi gratias agens, é durante la con­
sacrazione, quando pure in questo caso, non occor­
resse inchinar anche il corpo, per la depressione del­
la mensa;
12. Alle parole 'Per Christum etc. prima del No-
bis quoque peccatoribus ;
13. Dicendo tre volte YAgnus Dei fa tre inchini:
14. Alla fine della Messa, durante ili Placeat tibi,
S. Trinitas; *
15. Dando la benedizione alla parola omnipotens
Heus;
16. Finita la Messa prima di partire dall’altare per
andare alla sagrestia, se non: vi è nel tabernacolo il
SS. Sacramento,
Alcuni liturgisti vogliono che il Celebrante debba
far1inchino ogni volta che va nel mezzo dell’altare o
parte da esso se non è prima inchinato. Altri invece
negano. La S. Cong. dei Riti, interrogata in questo
punto, rispose: Serventur Rubricae (1), e queste non
dicono che si debbono fare sempre tali inchini. Per­
ciò qualunque! sentenza si tenga in proposito, non si
potrà imporre come obbligo. S. Alfonso però afferma
che nell’accedere al mezzo dell’altare e nell’andare

(1) S. C. R. 12 nov. 1831 n. 2682. 27.


Delle cerimonie della Messa ecc. 47

dal mezzo ad uno dei tali lati è cosa lodevole far in­
chino alla Croce (1).
D Fa inchino mediocre del capo al nome di Ma­
ria, in qualunque' luogo occorre di pronunciarlo, an­
che secretamente, quantunque non 6Ì faccia comme­
morazione della B. V. nelle Collette.
E Fa inchino breve del capo all nom&(del Santo o
della Santa di cui si celebra la S. Messa o si fa com­
memorazione speciale, ogni volta che si incontra nel­
l’Orazione o nel Canone non però nei Titoli dei Van­
geli e delle Epistole. Tale inchino si fa verso il libro,
«nisi in locp principali altaris habeatur statua vel
imago B.) V. M. aut Sancti ad quam, quia expressius
repraesentat, caput inclinatur» (2). Si fa pure un bre­
ve inchino al nome del Papa e dell Vescovo nel Ca­
none e nelila Colletta (3).
Circa gli inchini si deve infine notare: a) Quelli
che hanno per oggetto il culto di latria si fanno ver­
so la croce così a l pronunciare il nome di Gesù ed
il1Gloria Patri etc. Leggendo il Vangelo si fa inchino
verso il Vangelo per la sua dignità;
6) Pronunciando il nome di Maria o di un Santo
gli inchini si fanno verso il messale, tranne il caso
nel quale sull’altare vi fosse la statua della B. V. o
del Santo; di cui si recita il divino Ufficio o di cui
si è fatta Commemorazione;123

(1) Cfr. Gavaoto, p. Il tit. 1; S. Alph. De Caerem. Missae c


IH n. 17 e c. XVlll n. 8.
(2) S. C. R. 13 marzo 1700 n. 2048. 3; 23 maggio 1846 n 2915 5
(3) S. C. R. 13 febbr. 1899. n. 5767 XXV.
48 Capo III

c) Si fa un inchina col capo ai nomi dei Santi di


cui si fa Ufficio o Commemorazione e non di quelli
dei quali si fa menzione nella orazione A cunctis o
dei quali si recita,'l’Orazione ad libitum, e nemme­
no a quelli degli Apostoli ed Evangelisti che si tro­
vano nei titoli delle Epistole e dei Vangeli.
d ) Si fa solo ai nomi propri dei Santi, sotto i qua­
li sono venerati dalla Chiesa e non sotto gli altri co­
me Saulus, Bar-Jona etc. ;
e) Quando occorrono più nomi uniti si fa un solo
inchino che dura fino all’ultimo nome.
La ragione degli bichini nella Messa è ancora e-
sposta dal De H erdt: «Sicut genuflectio, sic etiam
inclinatio est actus adorationis, honorationis et hu­
miliationis, qui proindei quia faciliter et ubique
inter actionem et lectionem fieri potest optime con­
venit ut homo etiam actu adoret, seque coram Deo
humiliet ac Sanctos honoret». (1).

22. Dell’elevazione degli occhi.


Quando nella Santa Messa si devono elevare gli
occhi si rivolgono alla croce dell’altare (la quale
perciò si deve vedere) (2), eccettochè nella eleva­
zione dell’Ostia e del Calice, e quando è esposto il
SS. Sacramento (3). Si deve notare che si elevano gli
occhi e non il capo.123

(1) Te Herdt, Voi. 1 n. 128.


(2) Vedi Voi. 1 n. 139.
(3) Bened. XIV, Conet, Accepimus, 16 luglio 1746. Voi. 1 n. 103.
Delle cerimonie della Messa ecc. 49

A Nella Messa si levano gli occhi per abbassar­


li tosto:
1. Al munda cor meum;
2. Offrendo FOstia, alle parole: Suscipe, sancte
Pater;
3. Al Veni Sanctificator;
4. All’orazione: Suscipe± sancta Trinitas;
5. Al Domino Deo nostro del Gratias agamus;
6. Al principio del Canone, d ic e n d o le igitur;
7. Prima della consacrazione dell’Ostia, alle pa­
role: Elevatis oculis;
8. Alla benedizione, in fine della Messa, dicendo :
Benedicat vos;
B Si levano in modo continuato :
1. All’offerta del Calice, durante la orazione: O f­
ferimus;
2, Durante l’elevazione del'Fostia q del calice;
C Si tengono gli occhi fissi al SS . Sacramento:
1. Durante il Memento dei morti, per tutto il tem­
po nel quale il Sacerdote prega privatamente;
2. Durante la recita dell’Orazione Domenicale;
3. Recitando le tre orazioni prima della Comu­
nione.
Le ragioni per cui si elevano gli occhi sono :
1. ut Sacerdos Christum imitetur, qui patrem ora­
turus, saepius et precipue in ultima coena oculos ele­
vavit ;
2. u t verbis et actione Deum alloquatur, suamque
mentem et attentionem per exteriorem oculorum e-
levationem ad Deum dirigat;
50 Capo III

3. quia actiones et preces, ad quas elevandi sunt


illorum elevationem quasi exigunt» (1).

23. Dei baci all’altare e ad altre cose (2).


Nella Messa il Sacerdote deve baciare l’altare :
1. Nell’Orazione Oramus tef Domine, alle parole:
quorum reliquiae hic sunt;
2. Ogni volta che si volge al popolo per dire Do­
minus vobiscum;
3. Prima dell’Orate fratres;
4. Al principio del( Canone recitando il' Te igitur
dicendo le parole: Uti accepta habeas;
5. Nell’orazione Supplices, che si dice dopo la con­
sacrazione, alle parole :i Ex hac altaris partecipatio-
ne;
6. Prima di dare la pace nella Messa solenne;
7. Dopo l’orazione Placeat tibi, Sancta Trinitas,
anche quando non si dà' la Benedizione.
Circa il modo dì baciare l’altare si noti:
a) si deve baciare nel mezzo, toccando con le lab­
bra l’altare;
b) si stendono le mani hòic inde sulla mensa, ad
uguale distanza;
c) conviene ritirarsi col corpo alquanto indietro
per poter più comodamente baciare lPaltare, senza
contorcere la persona.
Fra le cose che si baciano nella Messa si annove­
rano : 112

(1) De Herdt, 1. c. n. 129


(2) Vedi volume 1 n. 144.
Delle cerimonie della Messa ecc. 51

1. Il manipolo* la stola e Famitto nell’indossarli


e nel deporli. 1
2. Il Messale, dopo la lettura del Vangelo nella
Messa (tranne in quella da morto) eccetto il caso
che fsi celebri in presenza del Vescovo, del Papa o
di un Legato, perchè si bacia dal Vescovo ecc.
3. La patena, nell’orazione: Libera nos9 si bacia
nella parte superiore e non nel luogo ove si deve
mettere l’Ostia.
La ragione di questi baci è pure data dal' De*
H erdt:: «Osculum altaris considerari potest non tan­
tum ut salutatio altaris, et ut signum reverentiae in
rem sacram, sed etiam ut signum amoris et devotio­
nis ]erga Christum, qui per altare significatur : et i-
deo extenduntur manus ut sacerdos Christum, quasi
complectatur>(l ad obtinendum tum sibi, tum aliis ejus
benedictionem et benevolentiam... Atia oscula consi­
derari possunt ut signa venerationis erga rem sacram
aut celebrantem qua Christi ministrum» (1).

24. Dei Segni di croce (2)


A Nella Messa il Celebrante segna se stesso:
1. Tre volte in principio della Messa, cioè dicen­
do : In nomine Patris etc. ; Adiutorium nostrum etc. :
Indulgentiam.
2. AI principio dell’introito, tranne nelle Messe
da morto, nelle quali si fa il segno sul libro.12

(1) De Herdt, Voi. 1 n. 130


(2) Vedi Voi. I n . 143
Capo III

3. In fine del Gloria in excélsis Deo e del Credo.


4. In principio dei due Vangeli segna se stesso
col pollice alla fronte, alla bocca e: sul petto.
5. Dopo il Sanctus, dicendo : Benedictus qui venit.
6. Nell’orazione Supplices te rogamus alle paro­
le : omni benedictione.
1. Ne 11’or azione Libera nos si segna colla patena
alle parole: da \p ropitius pacem.
8. Coll’Ostia e col' Calice prima della Comunione.
(Circa il modo di fare i segni di croce sulla pror
pria persona vedasi quello che si è detto nel Vol-
I n. 143).
B Si fa il segno della croce sull-oblata:
1. nella Orazione: Veni sanctificator, dicendo:
benedic etc.
2. Nel Canone, all’Orazione Te igitur si fanno tre
segni di croce alle parole: haec dona etc.
3. Nella Orazione Quam oblationem si fanno tre
segni di croce sull’Ostia e sul Calice insieme, ed u-
no particolare sull’Ostia ed un, altro sul calice.
4. Prima della Consacrazione dell’Ostia e del Ca­
lice dicendo: benedixit.
5. Dopo la Consacrazione, nell’orazione Unde
et memores, si fanno tre segni insieme sul calice e
sull’Ostia, quindi ancora uno sull’Ostia ed un altro
sul Calice.
6. Nell’Orazione : Supplices si fa un segno di cro­
ce sull’Ostia, dicendo Corpus, ed un altro sul cali­
ce, dicendo Sanguinem.
7. Nel'l’Orazione per quem etc. si fanno tre segni
Delle cerimonie, della Messa ecc- 53

sul Calice e 'sull’Ostia insieme, dicendo Santificas


etc.
8. Dicendo Per ipsum si fanno tre segni di croce
colFOstia sul Calice e due tra il1 Sacerdote e il Ca­
lice dicendo est tibi Deo Patri etc.
9* Dicendo Pax Domini si fanno pure tre segni
sul calice con la particella dell’Ostia che deve met­
tersi nel Calice.
— U modo da fare questi segni di croce è■il se­
guente:
a) Quando si fa il segno della Croce sul Calie& e
sulFOstia insieme prima si congiungono ld mani da­
vanti all petto, quindi si depone la mano sinistra sul­
l’altare! e precisamente fuori del corporale, se è pri*
ma della Consacrazione, e sul corporale se è dopo
la Consacrazione. Tenendo le dita stese ed unite
(tranne dalla Consacrazione alla Comunione, per­
chè in questo tempo si tengono uniti il pollice e
l’indice della sinistra e della destra), si abbassa la
destra sul Calice in modo che l’estremità del migno­
lo corrisponda al mezzo della palla,( quindi si ritrae
sull’Ostia ili linea retta e ad eguale altezza, non de­
primendola verso l’Ostia, in modo che la mano ar­
rivi alla metà delPOstia colle estremità del migno­
lo. Quindi si ritorna la mano in linea retta, e ad e-
guale altezza tfino alla metà della parte anteriore
della palla, e tenendo sempre le dita unite e stese si
porta la mano verso il lato del Vangelo fino alla e-
stremità della palla, ritornandola poi fino all’altra
estremità che è del lato -dell’Epistola, tenendola
54 Capo i l i

sempre ad eguale altezza e senza ripiegarla nel fare


la linea trasversale (1).
6) Quando si segna la sola Ostia sii può abbassare
la mano* colle dita stese, come si è detto, fino al no­
do del calice, ovvero tenerla all’altezza della palla.
Questa croce dev’essere piccola, sicché le sue linee
(misurate coll’estremità del dito mignolo) non ec­
cedano di molto il diametrd dell’Ostia. La direzione
delle linee è come si è detto in a.
c) Nello stesso modo si segna il Calice; la palla,
ordinariamente, indica la misura della croce. Se­
gnando colla destra il Calice, prima della Consacra*
zione la croce noni deve eccedere (almeno di molto)
il diametro del calice.
d) Segnando, ili Calice colPOstia o colla particella
delPOstia, si conducono le linee della croce dal lab­
bro al labbro in senso diametrale, in modo però che
le sacre Specie non tocchino il Calice (2).
La ragione per la quale si fanno nella Messa tan­
ti segni di croce è data da Benedetto XIV (3) e sì
può brevemente riassumere così: La croce è il se­
gno, la causa della benedizione che ci proviene dalla
passione di G. C. e quindi si adopera nella Messa
per benedire le cose, ringraziare Dio» e commemora­
re la passione di G. C. In modo speciale poi ricor­
dano la passione di N. S. G. C. (e non benedicono)123

(1) S. €■ R. 4 agosto 1663 n. 1275.


(2) De Herdt. 1. c. n. 133.
(3) Bened- XIV, Op. cit. Lec:-. I. § 277 e seg.; Cfr. 'S. Thom- 1- c.
Delle cerimonie della Messa ecc-

le croci che si fanno sull’Ostia e sul Calice: dopo la


Consacrazione: inoltre esse ricordano l’identità' del
sacrificio dell’altare con quello della croce ; esprimo­
no le benedizioni e grazie delle quali va ricco il
corpo di G. C„ per effonderle sopra di noi.
Le altre croci si devono considerare come vere
benedizioni per ottenere a chi; le fa ed agli altri la
santificazione» e per ordinare le cose a fine sacro.
Talora poi si fanno due o tre segni di' croce ed han­
no un senso mistico; la croce fatta una volta può e-
sprimere l’unità della divina natura, o l’unità del­
la persona di G. C., fatta due volte, la doppia n a ­
tura di G. C., ripetuta tre volte, le tre divine Persone,
e fatta cinque volte, lle cinque piaghe di G. C. — S.
Tommaso, data la spiegazione mistica dei segni di
croce nella Messa in relazione alla passione di G. C.
conclude: «potest1 autem brevius dici quod conse­
cratio huius sacramentis et acceptatio huius sacrifi­
cii, et fructus ipsius procedit ex virtute crucis Chri­
sti et ideo ubicumque fit menio de aliquo horum,
sacerdos crucis signatione' utitur» (1).

25. Congiungimento, elevazione, estensione del


mani (2).
Nella Messa si devono congiungere le mani :
1. Ogni volta che il Sacerdote si volge al popolo,
va all’altare e ritorna ad esso, passa da un lato al-12

(1) S. Thom. III. LXXXIII, art. 5 ad. 3.


(2) Voi. I n. 139.
IPaltro, eccettochè abbia Una mano impedita o si pre­
scriva diversamente, il che si deve sempre intendere
in tutti i casi che si enumerano;
2. Prima di fare il segno di croce sui di una cosa;
3. Dal' principio della Messa fino all’Orazione
Aufer a nobis inclusive;
4. AÌVIntroito, al Kyrie ed al Gloria.
5. Dopo detto Oremus, in qualunque luogo si di­
ca, e nella conclusione delle Orazioni e Segrete, di­
cendo Per Dominum nostrum, ovvero, se altra è la
conclusione, alla parola1in unitate;
6. Al Munda cor méum, nella lettura del Vange­
lo, durante la recita del Credo e dell’0 //erto rio ;
7. Durante il Salmo Lavabo, dopo finita la la*
vanda delle mani;
8. Al’ principio del Prefazio, dicendo: Gratias a-
gamus Domino Deo nostro;
9. Al Sanctus fino a( Benedictus;
10. Durante i due Memento si giungono le mani
davanti al petto o fino alla faccia;
11. In fine delle Orazioni1Communicantes, Hanc
igitur e prima della Consacrazione dicendo : fiat dile­
ctissimi etc. ;
12. In fine delle Orazioni Supplices, Memento,
Nobis quoque peccatoribus; '
13. Prima del Pater noster, nell’Orazione Prae­
ceptis salutaribus;
14. Al primo Agnus Dei, finche si dice misererò
nobis, e durante i tre Agnus Dei, nelle Messe da mor-
Delle cerimonie della Messa ecc- 57

15. Alla recita del Comniunio e dell’ultinu» Van


gelo.
Alcuni liturgisti vogliono che si congiungano le
mani dopo il segno di croce alla fine dell Gloria e
del Credo, prima di stenderle sulla mensa e baciar
Fallare; ma le Rubriche non dicono nulla e la S.
C. dei Riti interrogata, rispose: Serventur Rubricae
(1)-
fl modo di congiungere le mani davanti al petto,
essendo azione comune a molti atti liturgici, fu de­
scritto altrove (2). Qui noteremo solo che per tut­
to il tempo che passa dalla Consacrazione alla Co­
munione si tengono riunite le estremità del pollice
e dell’indice di ciascuna mano e non si disgiungono
che per toccare la S. Ostia.
Le mani così congiunte occorre spesso che si deb­
bano porre sulla mensa. Ciò avviene :
1. AlPOrazione Oramus te Domine, fino al quo­
rum reliquiae etc.
2. All”/n spiritu humilitatis;
3. Al Suscipe Sancta Trinitas;
4. AI principio del: Canone, dal Te igitur fino al-
lé parole: uti accepta habeas;
5. Durante FOrazione : Supplicesi te rogamus, fino
alle parole: ex hac altaris participatione escluse;
6. Durante le tre Orazioni avanti la Comunione;
7. Per tutta la recita dell’Orazione Placeat tibi
sancta Trinitas.12

(1) S. G. R. 12 nov. 1831 n. 168 p. 29.


(2) Voi. I n. 139.
58 Capo IH

Le mani giunte si mettono sull’altare in modo che


«digiti parvi damtaxat frontem , seu medium ante­
rioris partis tabulae, seu mensae altaris tangant, re­
siduo manuum inter altare et se (sacerdotem) re­
tento pollice dextro super sinistrum in modum Cru­
cis posito» (1).
Si mettono le mani tese sull*altare:
1. Ogni volta che bisogna baciar l’altare, genu-
flettere all’altare (tranne nella genuflessione che si
fa subito dopo la Consacrazione dell’Ostia);
2. All’Epistola, Graduale, Verso, Tratto, Sequen­
za si ponno mettere le mani stese sull’altare o sul
libro od anche si può tenere con le mani II libro;
3. Al Per omnia saecula e Dominus vobiscum pri­
ma del Prefazio!
4. Al Per omnia saecula1,prima del Pater noster ;
Sì mette sull9altare la sola mano sinistra;
3. All’Introito della Messa da morto, mentre col­
la destra si fa il segno di croce sul Messale ;
2. Al Nobis quoque peccatoribus;
3. Dorante l’Orazione Libera nos, fino alle parole
da propitius;
4. Dopo il primo Agnus Dei, fino al dona nobis
pacem inclusive, eccetto nella Messa dei defunti;
5. Ogni volta che la destra è occupata, come
quando si) toglie la palla e la patena dal Calice al-
l’Offertorio, o si fanno sull’Oblata i segni di Croce.
Quando però si copre e si scopre il’ Calice delia pal­

ei) Rit. celebr. Miss- IV. !•


Delle cerimonie della Messa ecc> 59

la, la sinistra si mette convenientemente sul piede


del Calice.
Sii mette sull’altare la sola memo destra:
1. Ogni volta che colla sinistra- si voltano i fogli
del Messale;
2. Alle parole1dom ine non sum dignus la mano
destra con cui si percuote il petto può tenersi in con­
tinuo e lento movimento, ovvero anche mettersi sul­
l’altare.
I l modo poi di m ettere le mani stese sull’altare è
doppio, cioè: a) fino alla Consacrazione e dalla Co­
munione alla fine si pongono le palme sull’altare
colle dita riunite e distese, fuori del corporale, ad u-
gual distanza od accanto al libro; b) invece fatta la
Consacrazione fino alla Comunione si pongono sul
corporale vicino alla piegatura di mezzo, col pollice
e l’indice riuniti ed in modo che siano sulla piega­
tura di mezzo, senza però tocca-re con queste dita il
corporale ;
Occorre pure nella Messa di mettere la mano si­
nistra sul petto, cioè : :
1. Ogni volta che il Sacerdote si segna, se però
la sinistra non è impedita (1).
2. Al Confiteor, quando si percuote il petto;
La mano si deve mettere 'sul petto colle dita di­
stese e riunite (tranne si intende dalla Consacrazio­
ne alla Comunione) ed infra pectus in modo cioè che,
facendo il segno di croce, colla destra non si sor­
passi la sinistra.

(1) Caerem. Episc. 1. c. c. XIX. 3.


Al Vangelo, segnando col pollice della destra il
libro, si mette pure la sinistra stesa sul libro.
Triplice è il modo che occorre nello Messa di e-
stendere te mani davanti, al pètto, cioè: estenderle
per congiungerle tosto, estenderle per tenerle estese
ed estenderle elevandole per poi congiungerle.
A Si estendono e si congiungono tosto le mani :
1. Ogni volta che si dice Oremus (eccettochè al Pa­
ter noster) ;
2. Quando ili .Sacerdote si volge al popolo per di­
re: Dominus vobiscum;
3. Dicendo: Orate fratres;
In questo caso il movimento delle mani accompa­
gna la parola pronunciata, in modo grave e non pre­
cipitato.
B Si tengono stese davanti al petto :
1. Durante le Orazioni, le Secrete, i Postcommu­
ni, fino alla conclusione: Per Dominum od in uni-
tate;
2. Nel Prefazio dal sursum corda fino al Gratias
agamus, e quindi per tutto il Prefazio;
3. Durante il Canone* quando non è prescritta
altra azione;
4. Dal principio sino alla fine del Pater noster.
Quando si devono estendere le mani senza che pri­
ma siano congiunte non è necessario congiungerle
prima, ma basta che si elevino davanti al petto co­
me al Sursum corda, e nella prima Orazione del' Ca­
none. Si muovono sempre in linea retta e nell’altez­
za non si sorpassano mai le spalle.
Delle cerimonie della Messa ecc­ iti

C Si estendono insieme per elevarle e tosto con­


giungerle :
1. Dicendo: Gloria in excelsis Deo;
2. Dicendo: Credo in unum. Deum;
3. Alle parole: Veni sanctificator etc. ;
4. Al Te igitur, in principio del Canone;
5. Ai due Memento;
6. In fine della Messa dicendo : Benedicat vos, etc.
Il modo di fare questa cerimonia colle mani è il se­
guente : le mani giunte si estendono, senza abbassarle,
fino alle spalle in linea retta, quindi si elevano fino
alfa parte superiore delle spalle ove si ricongiungono
e si abbassano ancora al petto (1).
— Un’ultima cerimonia è la percussione del petto.
Essa avviene:
1. Per tre volte al Confiteor, dicendo : mea culpa,
tenendo la sinistrai stesa infra pectus;
2. Al Nobis quoque peccatoribus, tenendo la sini­
stra sull’altare;
3. Tre volte all’Agnus Dei (non nelle messe fu­
nebri) ;
4. Tre volte al Dominus non sum dignus;
La percussione del petto, segno di contrizione, si
deve fare modestamente e senza strepito. Essa può
farsi in due modi: o colle dita congiunte e chiuse o
colla palma aperta e stesa e le dita giunte come quan­
do si mette la mano! sul petto o sull’altare (2). Dopo
la Consacrazione però il petto} si percuote solamente

(1) Rit. cel. Miss. V n. 1.


(2) Martmucci, lib. I c. 18 n. 31; Mèrati, p. 2 Tit. Ili n. 20.
62 Capo III

colle tre dita inferiori, senza toccar la pianeta col pol­


lice e indice, che stanno riuniti colla'loro estremità
e disgiunte dalle altre dita.
La ragione di questi movimenti delle mani è data
compendiosamente da S. Tommaso : «Ea quae sacer­
dos in Missa facit, non sunt ridiculosae gesticulatio-
nes, fiunt enim ad aliquid repraesentandum. Quod
enim sacerdos brachia extendit post Consecrationem,
significat extensionem brachiorum Christi in cruce.
Levat etiam manus orando ad designandum quod ora­
tio eius dirigitur pro populo ad Deum, secundum il­
lud Thren. 3, 41 : Levamus corda nostra Cum manibus
ad Dominum in coelos; et Exodi 17. 11- dicitur quod
cum levaret Moyses manusi vincebat Israel. Quod au­
tem manus interdum jungit et se inclinat, est supplici~
ter et humiUter orantis, et designat humilitatem et o-
bedientiam Christi, ex qua passus est. Digitos autem
jungit post Consecrationem, scilicet pollicem cum in­
dice, quibus Corpus Christi consecratum tetigerat, ut
si qua particula digitis adhaeserit, non dispergatur;
quod pertinet ad reverentiam sacramenti» (1).
26. Tono della voce.
Già abbiamo altrove notato (2), il triplice tono
di voce che occorre nella recita delle parole liturgi­
che. Ora nella Messa occorrono precisamente tutti
e tre questi toni.
A Si devono recitare in secreto :
1. Le Orazioni che si dicono salendo l’altare do-

(1) S. Thom. 1. c. td. 5.


(2) Vedi Voi. I n. 150.
Delle cerimonie della Messa ecc- 63

po la Confessione! cioè A ufer nobis e Oramus te


Domine;
2. Il Munda cor meum, colle orazioni chef seguo­
no prima del Vangelo;
3. La Orazione Orate fratres, dopo queste due< pa­
role;
4. Le Orazioni delle secrete, e -la maggior parte
del Canone;
5. L’Orazione prima della benedizione: Placeat
tibi.
B S i devono recitar a voce media :
1. Le, due parole Orate fratres;
2. Il Sanctus e il Benedictus;
3. Le tre parole Nobis quoque peccatoribus ;
4. Le parole, che si ripetono tre volte, Domine,
non sum dignus.
C Si devono dire a voce alta e chiara: Tutte le
parole del principio della Messa all’Orazione Aufer
a nobis esclusive. ^In tro ito , il Kyrie, il Gloria, Do­
minus vobiscum, Oremus, Flectamus génua, Levate,
le Orazioni, le Profezie, TE pistola, ili Graduale col
Verso, Tratto ei Sequenza, il Vangelo, il Credo, ^ O f­
fertorio, il Prefazio, il Per omnia saecula saeculó­
rum col Pater noster, Pax Domini, Agnus Dei, il
Comunio collie Orazioni che; seguono, Humiliate ca­
pita vestra Deo, Ite Missa est o Benedicamus o Re­
quiescant, la Benedizione e Vultimo Vangelo (1).
Circa la voce con cui si devono pronunciare le1

(1) Rubr. Gen. M5s9. XVI 1. Le partì che si devono cantare


nelle Messe cantate si accenneranno a suo luogo.
64 Capo III

parole della Messa giova ricordare quanto osserva la


rubrica del Messale : «Sacerdos... maxime curare de­
bet, Ut ea quae clara voce dipenda sunt, distincte et
apposite proferat, non admodum festinanter, ut ad­
vertere possit quae legit; nec fiimis morose, ne au­
dientes taedio afficiat, neque etiam voce nimis elata,
ne perturbet alios, qui fortassef in eadem ecclesia
tund1 temporis celebrant: neque tam submissa,
ut a circumstantibus audiri non possit,i sed mediocri
e£ gravi, qìiae ad devotionem moveat, u i audientibus
ita sit accomodata ut quae leguntur intelligant. Quae
vero secreto dicenda sunt, ita pronuntiet, ut et i-
psemet se audiat et a circumstantibus non audiatur».

27. Ministro inserviente della Messa.


II Ministro nella Messa fa Ite veci del popolo, in
nome dei quale risponde al Sacerdote; quindi per
celebrare la Messai esso è necessario e non se ne può
far senza se nonj per grave urgenza, come per dare
ili SS. Viatico, ped far ascoltare al popolo la Messa
di precetto, ovvero se partisse, incominciata la Messa.
Nella Messa solenne occorrono più ministri; nel­
la Messa strettamente privata se ne deve adoperare
uno solo; nei giorni solenni però e nelle Messe par­
rocchiali ie non stranamente private, se ne possono
adoperare anche due (1). Il ministro inserviente
nella Messa privata, letta, non può aprire il libro al­
l’altare, preparare il Calice con vino ed acqua, aster-1

(1) S. C. R- 20 luglio 1886 n. 1771. 1; 12 seti. 1857 n. 5050. VII.


Delle cerimonie della Messa ecc. 65

gerlo, ricoprirlo ecc. anche se è in sacris (1). Ciò


vale qualunque sia iL Celebrante, che non sia Ve­
scovo (2). I soli Vescovi, anche celebrando Messa
privata, ponno avere due ministri (3)
Il ministro dovrebbe essere : Chierico (4), ma può
anche essere laico. Le donne, anche iappartenenti' ad
ordini religiosi, non possono, in via ordinaria, servi­
re la Messa, ed urgendo la necessità devono rispon­
dere stando fuori del presbiterio (5). Il Sacerdote
in questo caso deve preparar tutto sull’altare e por­
tare) egli stesso il Messale durante la Messa.
Circa le cerimonie: il ministro fa genuflessione
all’altare, appena arrivato, anche se non si conser­
va il SS. Sacramento nel tabernacolo, ogni volta che
passa nel mezzo dell’altare o si allontana da esso,
e prima di partire. Bacia l’ampolla del vino e del­
l’acqua prima di presentarle senza baciare la mano
del Celebrante, tali baci si omettono nelle Messe da
Morto e al Venerdì Santo (6). Deve indossare la ve­
ste e la cotta eccetto i Regolari che hanno abito pro­
prio (7).1234567
(1) Ciò appare dalla decisione citata e da un gran numero
dei Decreti posteriori. Cfr. anche Decr- 31 mag. 1817 n. 2578. 6: 7
seti. 1816 n. 2572. 5.
(2) a C. R. 27 agosto 1822 n. 2624. 24; 2 luglio 1855 n. 3030,2.
(3) S. C. R. 5 luglio 1631 n. 567.
(4) Conc. Trid. sess. 23 de Ref. c. 17.
(5) & C. R. 27 agosto 1836 n. 2745. 8.
(6) E* facile trovare esposto nei libri per servire la Messa o
sui trattati di Liturgia pratica, l’Ufficio del ministro, e quindi lo
omettiamo. E* però di somma importanza che i sacerdoti istruiscano
convenientemente le persone che servono* all’Altare, perchè ciò con­
corre al decoro delle sacre funzioni.
(7) S. C. R. 23 nov. 1905, n. 4194, 2.
CAPO IV

Conformità della Messa coll’Ufficio della


chiesa ove si celebra.
28. Antiche questioni dei liturgisti circa questo
punto.
La questione ideila celebrazione della Messa in
aliena ecclesia tenne occupati i liturgisti e la stessa
S. C. dei Riti senza che riuscissero a togliere tutti
i dubbi che sul tal punto nascevano.
Altri infatti restringevano il dovere della confor­
mità a quelle chiese nelle quali vi è l’uso del coro,
altri restendevano anche agli oratori. Si facevano
questioni pel Sacerdote che in un’altra chiesa fa le
veci del parroco; pei cappellani delle Monache che
hanno la recita dellbUfficio ; si distingueva la cele­
brazione della Messa privata dalla solenne.
Sopratuttoi era il colore dei paramenti della Mes­
sa in relazione all’Ufficio che si celebrava quello
che decideva se un sacerdote estraneo doveva cele­
brare la propria Messa oi piuttosto quella della chie­
sa.
Come ognun vede tutte queste questioni, quan­
tunque sciolte dall’autorità de'l'la S. Congregazione
dei Riti, finivano in pratica ad ingenerare confu­
sione.

29. Decreto della S. C. dei Riti deH’anno 1895.


La Sacra Congragazione dei Riti pertanto, affine
di rendere (ovvia la cosa e dare una norma certa e
Conformità della Messa ecc. 67

generale in un punto di sì grande e pratica impor­


tanza, decretò per principio generale, che:, ogni sa­
cerdote che celebra in Una chiesa deve conformarsi
ali’Ufficio della chiesa stessa, ossia celebrare la Mes­
sa che in essa si celebra dat clero che vi è ascritto.
Essendo questo decreto di speciale importanza e
per sè e per le conseguenze che ne derivano lo si
riferisce qui integralmente: «Urbis et 'orbis 9 Jul.
et 8 decemb. 1895». — «Quod Benedictus XIV di­
serte docet (Op. de Beat, et Can. Lib. IV part. li.
C. Il, num. 5) Missas nempe in honorem Beatorum
vel etiam sanctorum nonnullis Ordinibus Regula­
ribus, ex induito concessas, ab aliis Presbyterii sive
secularibus, sive regularibus, celebrari non posse;
Sacrorum Rituum Congregatio jampridem declara­
verat, ac postea quampluribus particularibus seu ge­
neralibus Decretis retinuit confirmavitque.
«Cum nihilominus, eodem Benedicto XIV fatente,
incogruum videretur, ut exteri sacerdotes ad Regu­
larium Ecclesias die pro festo statuta, confluentes
aliam celebrant Missam ab illa (eisdem Regularibus
concessa; hinc factum est, ut summi Pontifices da­
tum, ad omne9 et singulos Sacerdotes in praefatis
Ecclesiis celebrantes extenderent.
«Id autem progressu temporis consultius ac prope
necessarium judicatum est, cum novae pluresque
Missae, eisdem Regularibus, seu etiam permultis
particularibus Ecclesiis, quum sanctorum, tum Bea­
torum indultae sint; ne videlicet latae super Missa­
rum celebrationem leges aut confusionem aut faci-
64 Capo III

parole della Messa giova ricordare quanto osserva la


rubrica dei Messale : «Sacérdos.,, maxime curare de­
bet, iit ea quae clara voce dipenda sunt, distincte et
apposite proferat, non admodum festinanter, ut ad­
vertere possit quae legit; nec fiimis morose, ne au­
dientes taedio afficiat, neque etiam voce nimis elata,
ne perturbet alios, qui fortassef in eadem ecclesia
tu n c1 temporis celebrant', neque tam submissa,
ut a circumstantibus audiri non possitJ sed mediocri
et gravi, quae ad devotionem moveat, u i audientibus
ita sit accomodata ut quae leguntur intelligant. Quae
vero secreto dicenda sunt, ita pronuntiet, ut et i-
psemet se audiat et a circumstantibus non audiatur»,

27. Ministro inserviente della Messa.


II Ministro nella Messa fa 'l'e veci del popolo, in
nome del quale risponde al Sacerdote; quindi per
celebrare la Messai esso è necessario e non se ne può
far senza se nonj per grave urgenza, come per dare
il SS. Viatico, peri far ascoltare al popolo la Messa
di precetto, ovvero se partisse, incominciata la Messa.
Nella Messa solenne occorrono più ministri; nel­
la Messa strettamente privata se ne deve adoperare
uno solo; nei giorni solenni però e nelle Messe par­
rocchiali ie non stranamente private, se ne possono
adoperare anche due (1). Il ministro inserviente
nella Messa privata, letta, non può aprire il libro al­
l’altare, preparare il Calice con vino ed acqua, aster­

(1) S. C. R- 20 luglio 1886 n. 1771. 1; 12 sett.1857 n. 5059. VII.


Delle cerimonie della Messa ecc. 65

gerlo, ricoprirlo ecc. anche se è in sacris (1). Ciò


vale qualunque sia iL Celebrante, che non sia Ve­
scovo (2). I soli Vescovi, anche celebrando Messa
privata, ponno avere due ministri (3)
Il ministro dovrebbe essere : Chierico (4), ma può
anche essere laico. Le donne, anche iappartenenti ad
ordini religiosi, non possono, in via ordinaria, servi­
re la Messa, ed urgendo la necessità devono rispon­
dere stando fuori del presbiterio (5). Il Sacerdote
in questo caso deve preparar tutto sull’altare e por­
tare) egli stesso il Messale durante la Messa.
Circa le cerimonie: il ministro fa genuflessione
alFaltare, appena arrivato, anche 6e non si conser­
va il SS. Sacramento nel tabernacolo, ogni volta che
passa nel mezzo dell’altare o si allontana da esso,
e prima di partire. Bacia l’ampolla del vino e del­
l’acqua prima di presentarle senza baciare la mano
del Celebrante; tali baci 6i omettono nelle Messe da
Morto e al Venerdì Santo (6). Deve indossare la ve­
ste e la cotta eccetto i Regolari che hanno abito pro­
prio (7).1234567
(1) Ciò appare dalla decisione citata e da un gran numero
dei Decreti posteriori. Cfr. anche Decr- 31 mag. 1817 n. 2578. 6: 7
sett. 1816 n. 2572. 5.
(2) S. C. R. 27 agosto 1822 n. 2624 24 ; 2 luglio 1855 n. 3030,2,
(3) S. C. R. 5 luglio 1631 n. 567.
(4) Conc. Trid. sess. 23 de Ref. c. 17.
(5) S. C. R. 27 agosto 1836 n. 2745. 8u
(6) E* facile trovare esposto nei libri per servire la Messa o
sui trattati di Ialurgia pratica, l’Uifficio del ministro, e quindi lo
omettiamo. E* però di somma importanza che i sacerdoti istruiscano
convenientemente le persone che servono! all’Altare, perchè ciò con­
corre al decoro delle sacre funzioni.
(7) S. C. R. 23 nov. 1905, n. 4194, 2.
CAPO IV

Conformità della Messa coll’Ufficio della


chiesa ove si celebra.
28. Antiche questioni dei liturgisti circa questo
punto.
La questione Ideila celebrazione della Messa in
aliena ecclesia tenne occupati i liturgisti e la stessa
S. C. dei Riti senza che riuscissero a togliere tutti
i dubbi che sul tal punto nascevano.
Altri infatti restringevano il dovere della confor­
mità a quelle chiese nelle quali vi è l’uso del coro,
altri Testendevano anche agli oratori. Si facevano
questioni pel Sacerdote che in un’altra chiesa fa le
veci del parroco; pei cappellani delle Monache che
hanno la recita dell’Ufficio ; si distingueva la cele­
brazione della Messa privata dalla solenne.
Sopratuttoì era il colore dei paramenti della Mes­
sa in relazione all’Ufficio che si celebrava quello
che decideva se un sacerdote estraneo doveva cele­
brare la. propria Messa oi piuttosto quella della chie­
sa.
Come ognun vede tutte queste questioni, quan­
tunque sciolte dall’autorità della S. Congregazione
dei Riti, finivano in pratica ad ingenerare confu­
sione.

29. Decreto della S. C. dei Riti dell’anno 1895.


La Sacra Congragazione dei Riti pertanto, affine
di rendere (ovvia la cosa e dare una norma certa e
Conformità della Messa ecc. 67

generale in un punto di sì grande e pratica impor­


tanza, decretò per principio generale, che:, ogni sa­
cerdote che celebra in una chiesa deve conformarsi
alVUfficio della chiesa stessa, ossia celebrare la Mes­
sa che in essa si celebra dot) clero che vi è ascritto.
Essendo questo decreto di speciale importanza e
per sè e per le conseguenze che ne derivano lo si
riferisce qui integralmente: «Urbis et 'orbis 9 Jul.
et 8 decemb. 1895». — «Quod Benedictus XIV di­
serte docet (Op. de Beat, et Can. Lib. IV part. II.
C. Il, num. 5) Missas nempe in honorem Beatorum
vel etiam sanctorum nonnullis Ordinibus Regula­
ribus, ex induito concessas, ab aliis Presbyteris* sive
secularibus, sive regularibus, celebrari non posse;
Sacrorum Rituum Congregatio jampridem declara­
verat, ae postea quampluribus particularibus seu ge­
neralibus Decretis retinuit confirmavitque.
«Cum nihilominus, eodem Benedicto XIV fatente,
incogruum videretur, u t exteri sacerdotes ad Regu­
larium Ecclesias die pro festo statuta, confluentes
aliam celebrant Missam ab illa (eisdem Regularibus
concessa; hinc factum est, u t summi Pontifices da­
tum, ad omnes» et singulos ‘Sacerdotes in praefatis
Ecclesiis celebrantes extenderent.
«Id autem progressu temporis consultius ac prope
necessarium judicatum est, cum novae pluresque
Missae, eisdem Regularibus, seu etiam permultis
particularibus Ecclesiis, quum sanctorum, tum Bea­
torum in duitae sint; ne videlicet latae super Missa­
rum celebrationem leges aut confusionem aut faci-
68 Capo IV

lem trasgressionem paterentur^ nisi et forte earum-


dem observantia fere impossibilis fieret.
Quae quidem omnia cum pluris, ad praesertim in
una Romana Dubiorum, in conventu habito die 23
augusti 1890, perpensa fuissent; Sacra Rituum Con­
gregatio, dilata resolutione, decrevit u t ad omnem
difficultatem penitus amputandam certae normae
hac in re universis Sacerdotibus in singulis casibus
constituerentur. Idcirco in Ordinariis Comitiis ad Va.
ticanum subsignata die habitis, hanc generalem regu­
lam ab omnibus servandam constituit,
«Omnes et singuli sacerdotes, tam Saeculares
quam Regulares, ad Ecclesiam confluentes vel ad
Oratorium pubblicum Missam quum sanctorum tum
Beatorum, etsi Regularium proprias, omnino cele­
brent, Officio ejusdem Ecclesiae vel Oratoriis con­
formes, sive illae in Romano, sive in regularium Mis­
sali contineantur; exclusis tamen peculiaribus riti­
bus Ordinum propriis.
«Si vero in dicta Ecclesia, vel Oratorio, Officium
ritus duplicis minoris agatur, unicuique ex Celebran­
tibus liberum sit Missam de requie peragere, vel vo­
tivam, vel etiam de currenti feria ; iis tamen exceptis
diebus in quibus Rubricae Missalis Romani, vel S. C.
R. Decreta prohibent. — Die 9 Julii 1895 n. 3862.
«Super quibus omnibus facta postmodum Sanctis­
simo Domino Nostro Leoni Papae XIII per me sub­
scriptum Secretarium relatione, Sanctitas Sua sen­
téntiam «ejusdem Sacrae Congregationis ratam habuit
et confirmavit: Rescripta seu Decreta, tum parti­
Conformità della Messa eco. 69

culari a tum etiam generalia in contrarium facientia,


suprema auctoritate sua penitus abrogando. Die 9
mensis Decembris eódem anno».
Caj. Card« Aloysi-Masella. Praef.

30. Conseguenze che ne derivano.


Da questo decreto generale appare:
1. Che esso, nonostante parli di Messe proprie dei
Regolari e delle chiese particolari, contiene una nor­
ma generale ed assoluta per tutti i sacerdoti che cele­
brano in una chiesa od Oratorio pubblico.
2. Che tale norma consiste nella celebrazione della
Messa conforme all’Ufficio che si fa ili quella chie­
sa, sia esso di un Santo particolare o di un Santo
o Festa generale, anche trasferita.
3. Che la Messa si celebra coli rito proprio del
Sacerdote 'celebrante, tanto regolare che secolare;
quindi non si può celebrare nel rito particolare di
un Ordine o di una diocesi (1) se ad essa non appar­
tiene il Sacerdote stesso ; quantunque coloro che han­
no rito particolare possano celebrare nel rito roma­
no.
4. Che quando nella chiesa, ove si celebra, si fa
un Ufficio di Santo di rito inferiore al Doppio (Se-
mid., Semplice) ovvero, de Feria minore, si può ce­
lebrare la Messa da morto o altra Votiva, od anche1

(1) Bened. XIV Const. Etsi pastoralis § VI de Sacr. Euchar. et


Mi99. Sacri!. Quando però un sacerdote è chiamato a fungere le veci
del parroco in una chiesa che ha rito particolare deve usare il rito
della chiesa sTes&a, almeno quando celebra in canto o con solennità
70 Capo IV

quella del proprio Ufficio, non però in modo votivo,


(1) se le regole liturgiche permettono tali Messe.
5. Che tanto si deve dire ancora per gli Oratori
pubblici.
6. Che tutti i Rescritti o Decreti contrari a questo
sono abrogati.

31. Come deve conformarsi all’Ufficio della Chiesa


La conformità della Messa coll’Ufficio della Chie­
sa ove si celebra, come appare dal succitato decreto,
non è soltanto nel colore del paramenti, ma anche
nel calendario, e si deve celebrare la Messa che ivi
è prescritta, con tutte quelle parti e in quel modo
che sono notate nel Calendario particolare di (quel­
la Chiesa. Quindi il1Celebrante non deve tener con­
to del proprio Calendario ma celebrare la Messa co­
me se fosse ascritto alla Chiesa ove celebra.

32. Soluzione di alcuni dubbi.


A maggiore dichiarazione del Decreto riferito ven­
ne domandato alla S. C. :
1. Se anche i Regolari chó hanno il privilegio di
celebrare la Messa giusta i!l! calendario del proprio
Ordine, quando si trovano fuor delle proprie chiese,
debbano, nella celebrazione della Messa, uniformar­
si al Decreto 9 die. 1895? E ia S. C. dei R iti'rispo­
se: Affirmative (2).12

(1) S. C. R. 14 marzo 1896 n. 3892. V.


(2) S. C. R. 8 febb. 1896 n. 3883.
Conformità della Messa ecc. 71

2. Se coloro che celebrano nelle Cappelle Vesco­


vili, dei Seminari, dei Collegi, delle Comunità Reli­
giose, degli Ospedali e delle carceri, debbano con­
formarsi al detto Decreto?! E lia S. C. dei Riti rispo­
se: «Dummodo agatur de Cappella principali, quae
instar Oratorii) publici ad effectum memorati Decre­
ti habenda: Affirm itive (1). E così deve dirsi
di tutti gli altri Oratori pubblici (2).
3. Chi celebra in una casa religiosa’ che haì Calen­
dario proprio è tenuto ad uniformarsi ad esso (3);
anche se si celebra in oratorio interno (4 ); se poi
non ha calendario proprio, deve uniformarsi al ca­
lendario diocesano del luogo ove celebra (5) .
4. Fu chiesto: «Evulgatum 'S. Rituum Congrega-
ùonis Decretur Urbis et Orbis, die 9 Decembris
1895, quo firma ac certa norma pro celebranda Mis­
sa in alia ecclesia constituta est, patiturne aliquam
exceptionem, adeo ut Uceat Missam Officio Proprio
ritus classici convenientem celebrari, aut saltem
Symbolum ejusmodi Officio conforme addi, quando
in primo et altero casu idem sitI color O ffici Proprii
ac O fficii alienae Ecclesiae&R. Negative (6).
5. In fine alia questione : «Quando Sacerdos re­
citans O fficium de festo aliquo in quo occurret. dies
infra Octavam et festum simplex, de quibus sola
commemoratio facta est, et celebrans in Ecclesia u-123456

(1) S. C. R. 2 maggio 18% n. 3910.


(2) S. C. R- 27 giugno 18% n. 3920. XVII.
(3) S. C. R. 15 dic- 1899 n. 3051. II.
(4) S. C. R. 16 maggio 1901 n- 4072. I.
(5) S. C. R. 17 luglio 1896 n. 3927.
(6) S. C. R. 3 giugno 1896 n. 3896 n. 3921- III.
72 Capo IV

bi O fficium ritus duplicis inferioris agatur vellit re­


citare Missam de die infra Octavam vel de Sancto sim­
plici istane Missa votiva seu more votivo dicenda e-
rit; vel potium festiva est ut in festo celebranda?.
Rispose: Negative ad primum partem. Affirm ative ad
secundam (1).
6. I Sacerdoti di rito romano che celebrano nelle
chiese della diocesi milanese aventi rito ambrosiano,
senza essere ascritti a chiese, ossia forestieri* devono
uniformarsi al Calendario romano di quella diocesi,
eccetto nelle Feste più solenni, nelle; quali si devono
conformare nel jcolore e nella Messa al Calendario
ambrosiano. — Quelli' che celebrano la Messa par*
l'occhiale devono seguire il calendario e il rito'am ­
brosiano, e questo vale anche pei Regolari (2}.

(1) S. C R. IO gennaio 1902. Ord. Min. S. Francisci Cupucci-


(2) S. C. R. 21 aprile 1899 n. 4020.
norum.
CAPO V

Difetti principali che possono occorrere


nella celebrazione della Messa.

33. Di quante specie sono i difetti che posson


occorrere nella celebrazione della Messa.
Nella celebrazione della Messa si deve usare tanta
diligenza quanto ne richiede la importanza dell’a­
zione che si compie, e Ila necessità di non dare scan­
dalo ai fedeli. Tuttavia, siccome è dell’uomo l ’errare
anche in questo punto, così non ostante le sapien­
tissime leggi della Chiesa, ponno occorrere dei difet­
ti che importa conoscere, onde evitarli o ripararli
convenientemente. Tali difetti possono essere sostane
zialt o accidentali; i primi rendono nullo il Santo
Sacrificio, perchè lo privano di ciò ch’è essenzialmen­
te richiesto per esso; tali sono quelli che riguardano
la materia, il ministro, e la forma richiesta ; i secon­
di vanno contro Fintegrità, l’ordine, il significato o
la riverenza.
Gli uni e gli altri o si prevedono prima della Mes­
sa, ovvero ponno occorrere nelFatto della celebra­
zione della Messa. Ora se si tratta di difetti sostan­
ziali preveduti, si devono togliere o si deve astener­
si dalla celebrazione, anzi si deve recedere dall’alta­
re, se si prevedono prima della Consacrazione e non
si ponno riparare. Invece i difetti accidentali, preve­
duti, vogliono bensì peri regola generale, che non si
74 Capo V

celebri se non si possono riparare prima della Mes­


sa, però, in pratica, bisogna) tener conto dello scan­
dalo che si indurrebbe nel popolo, e della necessità
di celebrare, ragioni che ponno ' rendere lecita la
celebrazione, anche- con quei difetti.
Quanto ai difetti sostanziali rilevati dopo la Con­
sacrazione, se è! possibile, si riparano; se non si pos­
sono riparare conviene terminare la Messa, per e-
vitare lo scandalo dei fedeli, ma la Messa è inva­
lida.
Quanto ai difetti? accidentali, che si rilevano dopo
la Consacrazione si suppliscono se si può, altrimenti
si può procedere nella celebrazione. Quindi si può
celebrare quando, si scopre che sull’altare vi sono
solo due tovaglie; non si ponno ripetere le parti
straordinarie omesse o cambiate come il Gloria, il
Credo, il Communicantes, etc., nè si devono fare le
genuflessioni omesse.
Si eccettua però :
1. Il caso in cui le Rubriche prescrivono altri­
menti, come l’omissione di inforder acqua nel calice,
che'può ripararsi fino alla Consacrazione.
2. Quando è stata omessa una parte notevole e si
può ripetere, là dove il sacerdote prega in segreto.
3. Se quelle cose che si sono omesse si ponno) fa­
cilmente aggiungere, come se si fosse lasciata una
Commemorazione (1).1

(1) De Herdt, Voi. Il n. 133; Quarti, p. 3 tit. I li ecc.


Difetti principali ecc. 75

34. Regole generali per ripararli.


In generale circa i difetti che occorrono nella
Messa si noti:
a) non si deve turbarsi per essi, perchè l’errare
è delFuomo; ma si deve procedere col giudizio del­
la ragione! e concepirne dolore, se vi fu colpa;
b) quando il Celebrante non si ricorda d’aver det­
to o fatto alcuna cosa, deve procedere con sicurezza
senza ripetere la cosa stessa;
c) occorrendo qualche difficoltà o perplessità, se­
condo S. Tommaso (1) — semper esse accipiendum
illud quod habet minus de periculo — e si reputa
minor male;
d) si deve considerare il difetto commesso se è
grave o Aleggierò, se vi è irriverenza, indecenza, o
scandalo del popolo, se si può facilmente riparare
ecc. e si segue il giudizio che si forma in quel mo­
mento, perchè non è allora !il momento di seguire
gli scrupoli, ma di fare quello che appare meglio
( 2 ).
35. Qualità deli*Ostia - Difetti che possono oc­
correre - Come emendarli.
Il pane che si richiede pel S. Sacrificio, ad imi­
tazione di quello adoperato da G. C., dev’essere az-

(1) S. Thom. p. I li q. 82 art. 6 ad 2.


(2) Quarti, p. 3 tit. I dub. 2 in fine. Queste regole sono pure
date dal De Hert, 1. c. n. 130. Anche il Gavano dà copiose norme
circa questo punto ; ne parlano pure Merati, Vinitor, S. Alfonso, Be­
nedetto XIV. n Cavalieri enumera alcuni difetti e insegna conte ri­
pararli. Anche il Jansens reca molte istruzioni specialmente circa la
materia del Sacrificio.
76 Capo V

zimo, giusta la consuetudine e la prescrizione della


Chiesa occidentale. ET permesso però agli orientali
di seguire la consuetudine della loro Chiesa di' ado­
perare pane fermentato (1).
Per la validità del Sacrificio occorre che l’Ostia
sia composta di farina di frumento e di acqua na­
turale, almeno per la maggior quantità, e non cor­
rotta. Per la liceità si richiede che essa} sia formata
di pura farina di frumento con acqua naturale sen­
za lievito, fatta di recente, rotonda, integra e non
rotta, candida, sottile, di grandezza ordinaria e col­
l’immagine del Crocifisso, giusta la consuetudine
(2). — La mancanza di alcuno di questi requisiti
per la liceità costituisce un difetto circa il pane del
S. Sacrificio.
L’adoperare il pane fermentato, non è lecito,
tranne che per completare il Sacrificio, quando si
scoprisse il difetto sostanziale del pane, dopo la
Consacrazione e non vi fosse affatto pane azzimo.
Non è lecito celebrare la Messa con una sola ma­
teria, nè consacrare fuori della Messa (Can. 817).

(1) Cfr- Decret. Gratiani de Consecratione di!ct. IL — Tale per­


messo fu dato dal Conc. di Firenze 1439. Tra gli orientali, i Maro­
niti e gli armeni adoperano ancora il pane azzimo;. I Copti adope­
rano il pane fermentato un giorno solo alTanno, cioè il 12 giugno.
Cfr. Can, 815 e 816.
(2) De Herdt, 1. c. m 134. Presso tutte le chiese che hanno li­
turgia propria, sii: ha somma cura circa la preparazione del pane per
la Messa; hanno poi anche dei 9egni particolari sulle Ostie- Vedi
O. Brien ed Even. Storia della Messa, Colageli e Fabri 1896., pag.
154 e seg.
Difetti principali ecc. 77

Neppure è lecito celebrare con una particola a


meno che manchi l’Ostia grande e vi sia necessità;
ma si deve avvertire: il popolo, onde evitare lo scan­
dalo) (I).
Ora vediamo come emendare i difetti del pane
che si scoprono durante la Messa.
1. Se il Celebrante, prima della Consacrazione,
avverte che l’Ostia è corrotta, o non è di frumento
(ovvero manca di qualcun altro dei requisiti alla
liceità della Messa), deve assumerne un’altra, ri­
muovendo la prima e fatta la oblazione Suscipe
Sancte Pater etc., almeno mentalmente, proseguire
da quel punto ove ha sospesa la Messa (2 ); deve
ripetere però, se già l’avesse detto, il Qui pridie
etc. (3).
2. Se invece fosse già 'fatta la Consacrazione ed
anche la Comunione con l’Ostia stessa, deve tosto
prendere un’altra; Ostia, consacrarla, incominciando
dalle parole Qui pridie quam pateretur etc. e tosto
assumerla prima del Calice. Anche in questo caso
non si ripete alcuna delle parole o cerimonie inter­
medie tra la Consacrazione ei la Comunione. Se poi
l’Ostia consacrata! invalidamente non fu ancora as­
sunta la si assume dopo la Comunione col Calice,
ovvero, se non si può, la si conserva finché è 12

(1) De Herdt, n. 137. Sulla antica forma delle Ostie vedi: Ber-
lendis: de oblat, ad altare, n. 1S e aeg.
(2) Rubr* de Defecò. IH» 4.
(3’ L’Ostia difettosa, se è stata offerta, la si consuma dopo
la Comunione o la si mette nel sacrario.
78 Capo V

totalmente corrotta, quindi la si getta nel sacrario.


3. Se ciò poi accade dopo aver assunto anche il
Calice, si deve rinnovare la Consacrazione delle due
specie, incominciando dalle suddette parole; quin­
di senza fare Felevazione e tutte le altre cerimonie,
assumere tosto l’una e Paltra Specie e proseguire nella
Messa (1).
La ragione di questo si è che sulPaltare si devono
trovare contemporaneamente le due specie consa­
crate, ma se quando1 si è> assunto il calice si consa­
crasse solo POstia non si troverebbero più contem­
poraneamente le due specie.
Le particole per la Comunione, devono essere of­
ferte insieme all’Ostia della Messa; quindi se si por*
tano sulPaltare dopo fatta l’offerta, devesi ripetere
mentalmente l’offerta stessa.
Dopo che è incominciato il Prefazio non si devo­
no ammetter se non per grave causa e cominciato il
Canone non si ponno più ammettere, nemmeno per
comunicare un infermo.
In questo caso sarebbe lecito piuttosto illevare una
particella delPOstia del Sacrificio (2 ); qualora pe­
rò vi fosse un certo quale urgente bisogno.12

(1) Rubr. Missal. de Defect. Ili 5*6. D Quarti sarebbe d’avviso


che in questo ultimo caso (n. 3) basta consacrare soltanto una nuova
Ostia, se le specie del vino non sono invalide. Le ragioni che addu­
ce (riferite da De Herdt) sono anche speciose, ma diremo con Be­
nedetto XIV: nos non ita fidenti animo sumus ut a rubrica rece.
damus. O. c. Sec*t. 2 § 121.
(2) Benedetto XIV loc. cit.
IHfetti principali eco. 79

36. Quale dev'essere il vin o per la Messa - D


fetti occorrenti. Come emendarli.
Il vino della Messa dev’essere naturale, di vite,
ed incorrotto; può essere bianco, o rosso, quantun­
que il primo sia preferito per la mondezza (l) .
Come si deve emendare il difetto deti vino scoper­
to nella Messa?
1. Se il Celebrante, prima della Consacrazione,
avverte che nel1Calice manca il vino o l’acqua o
Funo o Faltro insieme, ovvero che il vino è corrotto,
deve tosto mettere in altro vaso il liquore difettoso
e prendere nuovo vino con acqua, offrirlo mental­
mente e proseguire la Messa, dal punto ove ha la­
sciato per correggere il difetto. Il liquore difettoso
si assume coll’abluzione delle dita ovvero si versa
nel sacrario.
2. Se avverte il difetto dopo la Consacrazione e
prima d’aver assunto la S. Ostia, rimosso il liquore
difettoso, come si è detto, infonde ‘n el Calice vino
ed acqua, li offre mentalmente incominciando dalle
parole: Simili modo etc. Se si è già messa la parte
di Ostia nel Calice, si versa il liquore, senza versar
la particola, e quindii si consacra nuova materia, co­
me si è detto.

(1) «Utrum licitum sit ad S. Missae sacrificium uti vino ex


musto obtento quod ante fermentationem vinosam, per evaporationem
igneam condensatus etft? R. Licere, dummodo decoctio hujusmodi
fermentationem alcollicam haud excludat, ipsaque fermentalo natu­
raliter obtineri' possit et de facto obtineatur» S. U, Inq. 5 ago­
sto 1896. Can. 815. 2.
80 Capo V

3. Se avverte il difetto del vino dopo aver assunta


la S. Ostia nella Comunione'od anche il liquore di­
fettoso del Calice, quantunque non sia più digiu >
no deve consacrare un’altra Ostia ed altro vino con
acqua nel calice e tosto assumerli.
4. Se poi, prima della Consacrazione avverte che
nel' Calice non ha versato l’acqua, ve la deve infon­
dere; se invece <è già fatta la Consacrazione, non è
più lecito versarvi l’acqua (1).
Che deve farsi quando si dubita della validità del­
la materia? Se il dubbio è veramente prudente e
fondato si deve ritenere come se la materia fosse
certamente invalida e non adoperarla nel Sacrificio.
La materia di dubbia Consacrazione si deve assume­
re dopo ila Comunione, se però non reca nausea.
Consacrando una nuova materia è meglio adoperare
la forma assoluta e non condizionata (2).
Infine che deve farsi quando, scoperto il difetto
sostanziale in una materia, non si può avere quella
che occorre pel Sacrificio?: Risponde la stessa Rubri­
ca del Messale: sè si avverte il difetto prima della
Consacrazione non si può più oltre procedere; se dopo
la Consacrazione dell’Ostia od anche del Calice si
scopre il difetto di una specie, mentre l’altra è già
consacrata, se non si può per nessuna maniera ave­
re materia valida, si procede nella Messa omettendo
i segni e le parole che si riferiscono alla specie difet­

ti) Rubr. Misa De def. IV. 2-7.


(2) De Herdt. n. 146-147.
Difetti principali ecc. 81

tosa. Che se aspettando alquanto si può avere tale


materia, si dovrà aspettare onde non. rimanga imper­
fetto il) Sacrificio (1).

37. Della formula della Consacrazione - Difetti.


Il difetto della formula può avvenire quando
manca alcuna cosa che si richiede all’integrità delle
parole della Consacrazione. Spetta alla teologia dog­
matica il determinare quali parole della formula
sono* essenziali e quali no. Scoperto il difetto essen­
ziale (perchè circa i difetti accidentali nulla vi è da
riparare, ma si procede senza ripetere la forma),
deve ripetere la formula, incominciando dalle paro-
De: Qui pridie etc.; se poi sì accorge dopo assunta
l’Ostia d’aver omesso od alterata la forma della Con­
sacrazione, deve tosto Consacrare un’altra Ostia co­
me si è detto parlando del difetto circa la materia;
se poi ha già assunto anche il Calice deve consacrare
ambe le specie.

38. Difetti da parte del celebrante.


Parlando dei difetti nella persona del Celebrante
lia Rubrica del Messale ricorda Pintenzione, la di­
sposizione delVanima e del1Corpo, le vesti ed il' m i­
nistro. La disposizione dell’anima e dei1corpo spetta
più alla morale che alla liturgia, e quindi la omet­
tiamo. 1

(1) Rubr. de Defect. IV n. 8.


82 Capo V

Circa tintenzione per poter consacrare valida­


mente e lecitamente si richiede:
1. Pintenzione di fare quello che ha istituito G.
C. e che fa la Chiesa nel consacrare il pane ed il
vino.
2. Tale intenzione dev’essere determinata circa la
materia .
3. Si richiede l’intenzione di consacrare tutte le
Ostie che si hanno davanti : ; onde non è lecito esclu­
dere una o più di quelle che sono sul corporale.
4. Tale intenzione può essere anche solo virtua­
le (1).
5. !Dev’essere formata prima della Consacrazione
dopo la quale non si può più cambiare.
Accorgendosi il Sacerdote d’aver consacrato due
Ostie, invece di una, le deve assumere entrambe e
deve pure assumere i frammenti di Ostia che sco­
prisse sul corporale, anche se avesse fatta e presa
l’abluzione.
Se invece avesse dimenticato un’Ostia intera con­
sacrata la deve riporre nel tabernacolo; ovvero la­
sciarla sul corporale, decentemente coperta, da con­
sumarsi da un altro Sacerdote che celebri dopo; o
se non può altrimenti conservarsi o consumarsi, la
può egli stesso assumere.
Quando il celebrante fosse colpito da morte, se
ciò avviene dopo la Consacrazione, si deve continua­

ci) De Herdt, 1. c. 152* Quanto alle gocce di vino aderenti al


calice ed ai frammenti delle particole sì consultino i teologi.
D if e tti p r in c ip a li ecc. 83

re da un altro Sacerdote il santo Sacrificio prose­


guendo dal' punto dove fu interrotto. Qualora man­
casse un Sacerdote ancora digiuno, uno tanche non
digiuno deve continuare la Messa perchè tanto esige
l’integrità del Sacrificio. U Sacerdote poi che pro­
segue e termina la Messa interrotta, in quel giorno
non può più celebrare altra Messa. Se poi la Messa
fu interrotta prima della Consacrazione non la si
deve compiere, ma si sospende la celebrazione (1).
In fine il' Messale parla ampiamente dei difetti
occorrenti nello stesso ministro e nei paramenti, ad
esso rimandiamo, perchè la Rubrica "h chiara suffi­
cientemente (2) Cfr. Can 807-808.

(1) S. a R 16 die. 1823 n. 2630.


(2) Questo capo che parla dei difetti ad alcuno potrà parere
forse fuori di posto in un Manuale destinato allo studio della Litur­
gia nelle scuole; ma si osservi che questo Studio è anche ordinato
alla pratica, ed in pratica le cose che occorrono più sovente nella
celebrazione della Messa sonoi precisamente i difetti. Sarà quindi
necessario farne uno studio profondo ed ampio sulla scorta per es.
del De Herdt o del Quarti, onde, alla occorrenza, riparare ai difetti
stessi con speditezza, evitando l'irriverenza al Sacramento e lo scan­
dalo dei fedeli'.
PARTE II

D e l l e p a r t i d e l l a Messa
I liturgisti! distinguono diversamente le parti del­
la) Messa. Alcuni, appoggiati alPantica disciplina, la
dividono' in Messa dei catecumeni, dei competenti e
dei fedeli (1). La prima, così chiamata perchè po­
tevano assistervi anche i catecumeni, si estendeva dal
principio fino al termine del Vangelo, al qual pun­
to essi venivano congedati ; la seconda, a cui poteva­
no assistere i competenti, si estendeva fino alla Con­
sacrazione' esclusiva ; da questo punto alla fine i soli
fedeli potevano assistervi, e però era chiamata la
Messa dei fedeli.
A ltri dividono nella Messa la parte didattica (det­
ta anche Evangelio) che si estende fino alla fine del
Vangelo; Il Sacrificio che comprende le preghiere
ed azioni che si fanno dall’offerta dei doni fino al­
la 'Orazione domenicale esclusa; la Comunione che
incomincia colle orazioni preparatorie (dal Pater
Noster) e termina con quelle di ringraziamento e di
conclusione delia Messa (2). Questa divisione in so­

ci) Cfr. Lapin! 0 . c. pag. 65.


(2) Kossing: «LUturgische Erhàrug der heiUgen Messe» Regen-
9burg, J. Rtanz. 1859; Markzol e SchneUer: «Liturgia Sacra» Lucer­
na 1835; Schmid: «Kullu9 der chriset. Kirche» Passali, 1831.
88 Capo 1

stanza è seguita da tutti i moderni, fra i quali, se


vi è alcuna discrepanza, consiste solo nella divisione
del sacrificio in Oblazione o Consacrazione e quin­
di la Messa risulterebbe di quattro parti.
Qui si p arlerà:'].. Della preparazione didattica al
Santo Sacrificio. 2. Dell Sacrificio. 3. Della Comu­
nione e conclusione della Messa (1).
Di ciascuna di queste parti si esporrà la origine,
il carattere, Fuso, le cerimonie relative, rimandan­
do le spiegazioni delle altre cerimonie particolari
della Messa solenne e letta a suo luogo.

(1) Cfr. S. Thom. III. 83, art. 4.


S E Z IO N E I.

Della preparazione didattica al S. Sacrificio

CAPO I.

ingresso all’altare e prime preghiere.

39. Preparazione alla Messa.


Doppia è la preparazione alla Messa: privata e
pubblica. La prima è quella che fa il Celebrante
come persona privata, la seconda è quella che fa
come pubblico ministro e in presenza del popolo,
con preghiere ordinate dalla Chiesa, ai piedi del­
l’altare, prima, di incominciare la vera Messa.
La preparazione privata si divide in remota e
prossima. La remota consiste nell’esenzione da col­
pa grave, dalle censure ed irregolarità, nel digiuno
regolare e recita del Mattutino colle Lodi (1 ); la
preparazione prossima consiste nell’intenzione di ce­
lebrare e nella recita di alcune preghiere. Queste si
trovano nel Messale Romano (prò opportun. Sacerd.
dicendae) e sono certo antiche nella liturgia roma­
na (2 ), ebbero forma attuale da S. Pio V e conten­
gono un profondo senso liturgico (3), ma non cado­
no sotto precetto, perchè la Rubrica del Messale

(1) De Defect. Missae VI.


(2) Cfr. Missale Flacci Illyrici del Sec. XI o XH ove si trovano.
(3) Thalhofer, «Liturgik» Voi. II pag. 35.
90 Capo I

rimettere all’arbitrio del Sacerdote la loro recita (1),


quindi se ne ponno recitare altre in loro vece. E ’
p u r importante, per formar l’intenzione, la recita
dell’Orazione : Ego volo celebrare etc. Tutte sono
arricchite di indulgenze.
Il Celebrante deve preparare il Messale scorren­
do brevemente la Messa ed osservando le Comme­
morazioni da farci etc., si lava le mani, sul cui signi­
ficato si è parlato altrove (2) e prepara il calice.
Questo può essere preparato anche da un chie­
rico tonsurato ma è meglio che lo prepari lo stesso
Celebrante (3).
Le orazioni prescritte nelPindossare i sacri pa­
ramenti o non cadono sotto precetto o sono certo
di leggero obbligo (4),. ma prima di assumerli è con­
veniente segnarsi (5). Il Messale vorrebbe cbe pri­
ma di tutto si indossasse la cotta. Si può seguire la
consuetudine. Chi non è Vescovo non può, nella
Messa, portar anello o pileolo e, senza speciale di­
spensa, nemmeno la parrucca (6).

40. Ingresso all'altare.


Presso tutte le liturgie l’ingresso alFaltare, ha
sempre un carattere grave, solenne, maestoso; ciò
ì

(1) RiL Serv. in celebr. Miss. I. 1.


(2) Cfr. Voi. I, n. 141. Si noti che sd dice lavar le mani non sol­
tanto adunque le dita.
(3) S. G R. 1 febbr. 1097 n. XV.
(4) S. Aìph. Lib. VI, n. 410 dub. 3; De Herdt, L c- n. 197;
Gavanto p. 2 tit. 1. n. 2, 6.
(5) De Hcrdt, 1. c.
(6) Vedi Voi. I n. 125-
Ingresso alVaUare e prim e preghiere 91

che si osserva ancora, nella liturgia romana nelle


Messe solenni e specialmente nei pontificali, ove ri­
veste il carattere di processione.
Gli espositori delle cerimonie della Messa para­
gonano questo ingresso a quello di G. C. nel mon­
do preceduto dalla luce della legge e dei Profeti ed
accompagnato dagli Angeli (1).
Il Sacerdote parato si copre il capo col berretto,
prende, il calice (al nodo) con la sinistra, stende la
destra sulla borsa, inchina la Croce ed esce di sa­
grestia. Non è prescritto segnarsi uscendo di 'Sagre­
stia. Andando all’altare (2) si fa riverenza, senza
levare il berretto, incontrando il Vescovo, il Pre­
lato, il Principe o un Celebrante che ritorna: a que­
sto si cede la destra (3).
Sii deve pure fare inchino col capo passando da­
vanti alPaltar maggiore (se non si contiene in esso
il SS. Sacramento), e ad una Reliquia esposta, al­
meno se è insigne (4) e, almeno dove vi è corsile"
tudine, ad una statua solennemente esposta.
Si deve fare genuflessione semplice: 1. Quando
si passa davanti (5) al tabernacolo ove si conserva il
SS. Sacramento. 2. Alle Reliquie degli strumenti del-1

(1) Thalhofer, 1. c- p. 5<6-58 ; Card. Bona, O. c. cap. II; Le-


biun, Q. c. pag. 74. . , .
(2) Se la sacristia età di dietro all’altare ove si celebra e vi sono
due accessi si va all’altare dal lato del Vangelo e 9Ì ritorna da quel­
lo dell’Epistola S C. R. 12 agosto 1854 n. 3029. 12.
(3) De Herdt, Voi. I n. 2Q0.
(4) Gavanto p. Il tit. 2 n. 1.
(5) Se però il Tabernacolo ove si conserva il SS. Sacramenti, c
visibile al sacerdote che recasi a celebrare.
92 Capo I

la Passione esposte. 3. All’altare ove si celebra la


Santa Messa, quando sull’altare vi sono le Sante
Specie (1).
Si fa genuflessione doppia: a) davanti od al co­
spetto dell’altare ove è esposto (in modo pubbli»
co od anche privato) il SS. Sacramento per l’adorazio­
ne o benedizione; b) davanti all’altare ove si distri­
buisce la S. Comunione al popolo, senza però fermar­
si genuflesso (2); c) all’altare ove si sta facendo la
consacrazione o la Elevazione rimanendo in ginocchio
finché è' terminata la Elevazione del Calice (3); d)
nell’atto che sì sta impartendo la benedizione col SS.
Sacramento.
Portando it Calice il Celebrante non leva mai la
berretta agli inchini e genuflessioni semplici ; quando
invece fa genuflessione doppia, prim a genuflette, poi
leva la berretta, 'non appoggiandola sulla borsa (sulla
quale si devono solo stendere le ultime dita della ma­
no) e tenendo La parte 'concava rivolta a sè. si china
profondamente col capo, si erige, si copre, si alza e
procede. Quando invece non porta il Calice e non ha
le mani altrimenti impedite, leva la berretta prima di
fare inchino o genuflessione, e se la rimette dopo aver
compiuto la riverenza.
Andando «procedit oculis 'demissis, incessu gravi,
erecto corpore» (4).

(1) S. C. R. 20 maggio 1904. 4135. IL


(2) S. C. R. 5 luglio 1698 n. 2002, 14.
(3) Cfr. Decr. Aut. Index ed Voi. VI ad verbum: G en u flectere.
(4) Rit. cel. Miss- II. 1.
Ingresso all’altare e prime preghiere 93

Quando il celebrante arriva all’altare, si ferma in


piano davanti al primo gradino, si scopre il capo, dà
\a berretta al ministro e fa profondo inchino alla Cro­
ce dell’Altare. Se nel tabernacolo si conserva il SS.
Sacramento, genuflette in piano senza inchinarsi. Sa­
le al mezzo dell’Altare e depone il calice sulla men­
sa dalla parte del Vangelo. Toglie dal Calice la bor­
sa é tenendola con la sinistra ne estrae il corporale
che spiega sulla mensa davanti al tabernacolo. Sul
corporale, dopo la piega anteriore, pone il Calice
portandolo, come prima e accomoda il velo in modo
da coprirlo tutto dalla parte anteriore. Poi colle m a­
ni giunte va al Messale e lo apre ; indi sempre a ma­
ni giunte torna nel mezzo, inchina la Croce ; si volta
verso la parte dell’Epistola ritraendosi un po’ dal la­
to del Vangelo e scende in piano. Qui, fatto (inchino,
o genuflessione sull’infimo gradino, incomincia la
Messa.
Quando la Messa è incominciata non la si inter­
rompe, per qualunque funzione si faccia fin chiesa
( 1 ).

41. Principio della Messa - Segno di Croce


Antifona - Quando si omette il Salmo colla dossologia.
I/altare è fil luogo dell’espiazione, della speciale
presenza di Dioj il Sancta Sanctorum del Nuovo Te-1

(1) Quind’mnanzi si adopererà la parola debita riverenza a s


gnificare Finchino o la genuflessione da farsi nel mezzo dell’altare,
aecondochè non vi è o vi è il SS. Sacramento nel tabernacolo.
94 Capo I

stamento (1). Prima di accostarsi ad esso, a compie­


re !i l grande Sacrificio, il Celebrante deve premette­
re una preparandone pubblica, perchè si presenta a
Dio a nome del popolo. Tale preparazione che tro­
vasi in tutte le liturgie, in formà più o meno solèn­
ne, comprende tutte le preghiere che 6i recitano in
piano davanti all’altare, alternativamente col mini­
stro e quello che die» il sacerdote da solo, in secreto
salendo Paltare (2).
Tale preparazione incomincia coll segno di cro­
ce accompagnato dalle parole : In nomine Patris etc.,
dette ad alta voce, e l’Antifona Introibo etc. seguita
dal Salmo, recitato ool ministro, Judica me Deus.
L’Antifona rivela il senso liturgico del Salmo
scritto da Davide quando, fuggendo dal ribelle
Assalonne, sospirava di ritornare alla santa città ad
offrire i sacrifici al Signore; esso termina colla pic­
cola dossologia, dopo la quale si ripete l’Antifona
che.'meglio imprime nella mente il ricchissimo sen­
so liturgico del Salmo (3).
Questa parte non si trova negli antichi Sacramen-
tarii romani, s’incontra però già nei secoli V II ed
V m , quantunque non di U 6o comune (4).
Il Salmo col Gloria si tralascia :1

1) Cfr. VoL I n. 93: Ja^kob, O. c. Versione Italiana, Pavia,


Artigianelli.
(2) Thalhofer, O. c. pag. 58.
Lebrun e dal Kossing, per tacere degli altri.
(3) Esso è esposto brevemente dal Thalhofer, dal De-Herdt, dal
(4) Lebrun, 0. c. pag. 87 ; Bened. XIV, De Sacrif. Miss. Lih
II cap. IH?; Bona 0. C. Lib. II cap. 2.
Ingresso all’altare e prime preghiere 95

а) Nelle Messe de Tempore «dalla Domenica di


Passione, inclusa, al Sabbato Santo escluso;
б) Nelle Messe de Requie.
La ragione di una tale esclusione alcuni la trova-
no nel carattere giocondo' del Salmo stesso, che non
conviene a questo tempo ed a queste Messe (1). Al­
tri invece nel fatto{ che la Chiesa nel tempo di Pas­
sione vuol concentrare la mente dei fedeli n tl mi­
stero dei dolori del Redentore, «e nelle Messe da mor­
to, nelle pene delle anime del Purgatorio (2).

42. 11 C on fiteor e versetti che lo seguono.


Il passaggio dall’Antifona deiT Salmo alla Confes­
sione è un Versetto, con cui si invoca l’aiuto di Dio;
Adjutorium nostrum, chej si recita facendo il segno
della Croce, a protezione di Dio e fiducia nella V ir­
tù del Redentore. Quindi si 'fa la Confessione nel-
Patteggiamento il più umile.
Se non guardiamo la forma ma la sostanza, tale
atto risale all’antico Testamento, quando i Sacerdoti
si professavano peccatori prima di offrire i sacri­
fici. Come pubblica preparazione «alla Messa lo tro­
viamo in tutte le antiche liturgie, e quindi senza
dubbio tale rito è di) tradizione apostolica. Tale , for­

ci) Tourncly, Pouget, Benedet. XIV.


(2) 11181110167, O. c. pag. 61; Kòssing, O. c. pag. 210, ove s
espone in modo assai profondo questo pensiero- Il Bintterin «Denk-
wiirdigkeiten» Voi. IV. Sez. 3 pag. 291-296, volle escogitare una nuo­
va ragione e sarebbe la relazione fra questo Salmo coll'Introito del­
le Messe di Passione, e l’Invitatorio dell’Ufficio da morto; tale opi­
nione però è generalmente rifiutata.
% Capo I

ma dell’odierno Confiteor risale a poco dopo il X


secolo e venne confermata da S. Pio V (1).
Tale 'confessione che il sacerdote fa in principio
della Messa «ut purus et sine macula ingrediatur»
(Durando), consta di due parti, la prima è una? di­
chiarazione di essere peccatore, la seconda è una in ­
vocazione ai Santi e ai fedeli presenti, per ottenere
l’aiuto della loro preghiera presso Dio.
Si recita profondamente inchinato col corpo, e
colle mani giunte, che è atto di umiliazione davan­
ti alla divina maestà, si ripete la confessione dal mi­
nistro, a nome del popolo, il Celebrante si erige,
quasi' sicuro d’aver ottenutò da Dio misericordia, per
farsi mediatore presso Dio pel popolo peccatore.
Al Confiteor segue l’orazione deprecativa: Mise­
rentur vestri etc. susseguita -da' un’altra, nella quale
pure si invoca Vindulgenza, Yassoluzione e la remis­
sione dei peccati. Il segno di Croce qui evidentemen­
te esprimere che tutto ciò procede dalla virtù della cro­
ce; e la forinola stessa corrisponde aii tre bisogni che
abbiamo come peccatori, ed è ordinata a togliere il
triplice male che porta il peccato, cioè la pena, la
colpa ed il debito di soddisfazione alla divina giu­
stizia (2).

(1) Su questo punto parlano diffusamente Bona, O. c. lib. Il


cap. M; Lcbrun* O- c. pag. 103 5 Martene, de Antiq. Eccles. ridb.
lib. I- cap. 4, art 2; Thalhofer, 0. c. pag. 62 e seg.: Kossing, O-
c. p. 220.
(2) Kossing, O. c. pag. 224-225; Cfr. S. Thom. 1-2. quest. 8 6
art. 1.
Ingresso all'altare e prime preghiere 97

43. Salita all'altare - Orazioni relative.


La terza parte della pubblica preparazione risulta
da alcuni Versetti é da due preghiere, che si dicono
in segreto salendo Paltare. Il carattere ed il fino dei
Versetti nella) liturgia fu esposto altrove (3 ); qui
basti osservare come questi riflettono una speciale
fiducia nei divini soccorsi, implorati col’ Salmo e nel
perdono dei peccati, e quindi si recitano con inchi'
no mediocre del corpo. Le Orazioni segrete hanno
le formule comuni d’introduzione: Domine exaudi
etc. Dominus vobiscum (2).
Pronunciata, pure a voce alta, la parola Oremus,
estendendo, e ricongiungendo le mani (3), il Cele­
brante sale l’altare, pronunciando sècretamente FO-
razione Aufer a nobis, nella quale, con allusione al
l’antico Sacerdozio ebraico (4) il Sacerdote doman
da un’altra volta la purificazione dalle iniquità, per
accostarsi al santo altare, a compiere il divino Sa-
crificio. La seconda Orazione è quella che incomin­
cia Oramus te Domine, colla quale si invoca la in­
tercessione dei Santi, le cui Reliquie sono rinchiuse
nell’altare.
Queste due Orazioni si recitane in secreto, quasi
a concentrare maggiormente lo spirito e la seconda

(1) Manuale, Voi. II n. 322.


(2) Cfr. Voi. I n. ISO.
(3) Rit. celebr. Miss. III. 10.
(4) Levit. XVI, 33: XXV, 29; Hebr. IX 3-6.
98 Capo 1

con le mani giunte sull’altare. Il bacio all’altare è


un atto di venerazione alle sacre Reliquie che vi si
contengono, e il desiderio di unirsi a G. C. rappre­
sentato dall’altare (1).

(1) Fornici, O. c. p. 60; Lebrun, 0 . c. p. 113116; De-Papi,


O. c. p. 166.
CAPO II

Dell’Introito e del Kyrie eleison.

44. Cosa significa la parola In troito e da c


venne introdotto nella Messa.

La parole Introito si adopera per dinotare:


1. L’ingresso del Celebrante e dei Ministri nella
Chiesa per incominciare lai Messa;
2. Il canto che accompagna un tale ingresso;
3. L’Antifona che si cantava, come nel divino Uf­
ficio si chiama invitatorio anche solo l’Antifona del
Salmo 92 che si recita in principio e si ripete;
4. La parte della Messa che si estende fino al
Gloria in excelsis ;t
5. Infine, in senso stretto, l’Antifona, il Versetto
del Salmo col Gloria Patri che sì. legge dal lato del­
l’Epistola.
Ad ogni modo il nome che si dà a questa parte si
desume dalFingresso che il Sacerdote fa all’altare,
nel rito ambrosiano chiamata ingressa (1).
L’istituzione dell’Introito viene riferita, nella sua
prima origine e forma, al Papa S. Celestino I (423)
(2 ); nella elaborazione ulteriore a S. Gregorio I
(590). Sant’Antonino d’A utun infatti scrive: Coele-

(1) Microlog. De ecrles. observat, cap. L; Ordo Rom. I) n. 7-8


pubblicati dal Mabillon «Museum Italicum» tom. IL
(2) Auctor libr. Pontificalis; Amalariue. lib. 3 cap. 5; Micro-
log.. 1. c.
100 Capo II

sùnus psalmos ad Introitum, Missae cantari instituit,


de quibus Gregorius Papa postea Antiphonas ad In ­
troitum Missae modulando composuit (1). Onde si
deve dire che il Papa S. Celestino aveva stabilito di
cantare) i Salmi prima delia Messa e S. Gregorio dai
Salmi stessi trasse delle Antifone ch^ servirono per
l’Introito, Responsorio, Offertorio, e Communio,
che vennero raccolte in libri speciali (2)^. seguendo
in ciò la versione itala antica come si pratica tut­
to ra.

45. Sua forma antica - Parte di cui risulta a


tualmente.
Prima adunque di S. Celestino la Messa comin­
ciava propriamente colle lezioni (3), come si pra­
tica ancora Snella Vigilia di Pasqua e di Pentecoste
(nella Messa solenne). S. Agostino (4) ci riferisce
infatti tale pratica, che vigeva nella chiesa d’Ip-
pona (a. 425).
La forma che l’Introito ebbe da S. Gregorio non
rimase la medesima fino a noi. Allora' dopoj l ’Anti­
fona si recitava o si cantava il Salmo intero od an­
che più e si terminava col' Gloria Patri, al cenno del
Sacerdote. Quando si ordinò la recita del Salmo
Judica me Deus, aif piedi dell’altare, all’Introito non

(1) Gomma animae, lib. I cap. 87.


(2) Bona. O- c. cap. IIL
(3) Àcla S. S. Aprii. Tom. I 9ub. nom. S. Coelestini; Amalar.
0. c. ITI c. 15.
(4) De civit* Dei lib. XXHI c. 8.
Deirintroito e del Kyrie eleison 161

restò che un Versetto di Salmo. Durante il medio


evo troviamo intersecati nell’Antifona dell’Introito
spesso numerosi tropi (1) che spiegano e commen­
tano il testo. Ora dal Messale romano vennero tolti,
e gli stessi Introiti hanno una forma più semplice
che non ai tempi di S. Gregorio.
Nelle! Messe antiche le Antifone degli Introiti so­
no, per lo più, tratte dal Salmo che 6egue (2), on­
de il Durando chiama irregolari quelli che non si
conformano a questa norma; attualmene abbiamo
Introiti tratti dai Profeti e dagli altri libri scrittu­
rali o di Sedulo (3).
Nella forma odierna l’Introito risulta da una An­
tifona, dal Versetto di un Salmo seguito dal Gloria
Patri, dopo iHl quale si ripete ancora l’Antifona.

46. Scopo ed importanza - Sua relazione col


Messa.
l ’Introito è la speciale introduzione alla Messa,
ed ha per iscopo di esprimere il pensiero della Chie­
sa nel celebrare la solennità del Santo o dei Mistero.
Quindi talora esso annuncia ed esalta nella forma
più svariata il fatto od il Mistero che si ricorda, ora123

(1) Durand. Rational. divin. lib. IV cap. V. Tali sono quelli


che si travano nelle Messe del Natale, dell’Ascensione, di Penteco­
ste, di San Pietro, cc.
(2) Cfr. Bona, O. c. cap. HI.
(3) Messa Votiv. della B. V. dalla Pente. all’Avvento* Se non
è l’unico Introito è certo dei pochissimi che non sono tolti dalla
S. Scrittura.
102 Capo II

esprìme gioia, ora ringraziamento, o speranza, o


invocazione (1).
La sua intima relazione colla Messa è evidente;
basta osservare le Messe (comuni o proprie) dei
Santi, delle Solennità, dei Misteri, dellef Domeniche
e ferie.

47. Come si recita llntroito.


Questa parte della Messa si legge dal lato delVE-
pistola all’altare (ossia dal1 lato sinistro dell’altare
stesso) ed anticamente si recitava lontano dall’alta­
re; si dice ad alta voce perchè contiene una istru­
zione al popolo. Leggendo l’Introito si fa il segno
della S. Croce, perchè con* esso incomincia la parte
propria della Santa Messa.
Nella Messa de Requie il Sacerdote invece di se­
gnare sè stesso, segna il libro, tenendo la sinistra
stesa sull’altare.
Nel tempo pasquale s’aggiungono due Alleluja.
Si recita colle mani giùnte per esprimere divozio­
ne e raccoglimento; al Gloria Patri si fa inchino
del capo vorso la croce, quindi si ripete l’Antifona
dell’Introito, senza però ripetere il segno della croce.

(1) Kossing, 0. c. p. 239, ove si danno esempi degli Introit


d’Awento e di altre circostanze liturgiche. — Le Domeniche poi
spesso assumono il nome della prima parola dell’Introito : così ab­
biamo la domenica Aorate, Laetare, Gaudete, Quasi modo, ect. L’In­
troito è una delle parti più belle della messa; lo studino i sacer­
doti, maxime i predicatori, e ne sapranno trarre profondi pensie­
ri adatti ai Misteri e ai Santi dei quali devono parlare al popolo-
Abbiamo nel formulario delle Messe un vero tesoro; che non sia
nascosto ed ignorato!
DelFIntroito e del Kyrie eleison 103

48. Quando si tralascia l’Introito - Quando si


tralascia il G loria P a tri e perchè.
LfrIntroito si tralascia nella Messa solenne della
Vigilia di Pasqua e di Pentecoste nelle quali la Mes­
sa preceduta dal rito solenne della benedizione del
sacro Fonte, incomincia colle Lezioni.
Il Gloria Patri dell’Introito si tralascia: a) nelle
Messe delle Domeniche e Ferie dalla Domenica di
Passione fino al Giovedì Santo; b) nelle Messe de
Requie.
Nel tempo di passione difatti la Chiesa chiama ad
onorare la profondai umiliazione di G. C. che oscu­
rò la sua gloria, e ci invita ad entrare in noi stessi
per distruggere, colla penitenza, il peccato; nella
Messa de requie tutto è ordinato a sollevare dalle
pene le anime purganti (1).
49. Da chi viene introdotto il K y r ie eleison
Sua forma attuale - Come si recita.
All’Introito succede la recita del Kyrie eleison.
L’origine di questa invocazione è riferita dal Card.
Bona ad una specie di occulto istinto naturale : «Cura
enim homo multis miseriis'ab ipsa infantia, ob cul­
pam primi parentis, vetuli haereditario jure subve­
ctus sit ; ad iltius opem implorandam, natura ipsa im­
pellente, excitatur, qlii solus miseris misericordiam
praeètare et tot malis oppressam' sublevare potest»
( 2 ). 12

(1) Kossing, O. c. p. 241.


(2) Bona, I. c. p. cap. IV ; Bened- XIV, 0. c. lib. II e IV.
Ite Capo II

Quindi spesso occorre tale invocazione nella Li­


turgia ebraica ed in quasi tutte le liturgie antiche.
Nella stessa liturgia romana non fu una importazio­
ne fatta da San Gregorio M., ma vi si trovava lungo
tempo innanzi (1).
La ragione* poi per cui queste parole si lasciaro­
no in lingua greca come si conservarono in ebraico
le voci Am en, Alleluja, Sabaoth, è pure data dal
Card. Bona: «Quia fortassim sic ab initio ecclesia­
sticarum precum institutores voces istas usurparunt,
ut ostenderent Unem esse Ecclesiam, quae ex He­
braeis et Graecis primum, deinde ex ladnis, coadu­
nata est : vel quia mysteria nostrae fidei tribus hisce
linguis ab Apostolis et Evangelistis eorumque imme­
diatis successoribus conscripta fuerunt : quae quidem
linguae 'in titulo crucis quodammodo consecratae
sunt» (2).
Anche a questa invocazione qua ei là vennero ag­
giunti durante il medio evo, dei tropi9 che spesso
non mancano di1profondo senso liturgico (3).
La recita del Kyrie eleison si ometteva in quelle
Messe che erano precedute dalle Litanie. Fino al
secolo decimo non era prescritto il numero delle vol­
te che si doveva ripetere, ma, come appare dal pri­
mo Ordo romanus, il canto di questa invocazione du­
rava finche il' Celebrante (pontefice) faceva cenno 123

(1) Cfr- Bona, 1. c.; Kossing, O. c. pag. 243 e seg.; Brev. Rora,
in Festo S. Gregorii' M.
(2) Bona, 1. c.
(3) Il Card. Bona, al/luogo citato, reca numerosi esempi.
Dell’Introito e del Kyrie eleison 105

di finire (1). Col secolo XI si trova già prescritto di


recitarla come attualmente, ossia di ripetere tre vol­
te il Kyrie eleison, tre volte il Christe eleison e tre
volte ancora il K yrie eleison.
QuaFè la rapone di questa ripetizione? a) Per
onorare la Trinità delle Persone in Dio nell’unità
dell’essenza (2 ); ò) per imitare gli angeli che, di­
stribuiti in nove cori, narrano la gloria di Dio; c)
per ottenere il divino aiuto contro l’ignoranza, la
colpa e la pena che sono le tre miserie umane (3).
Questa invocazione si recita, nella Messa privata
stando in mezzo all’altare e davanti alla' croce e non
nel passaggio dal Messale al! mezzo dell’altare (4) e
nella Messa solenne stando al Messale, dal lato del­
l’Epistola (5). Si recita colle mani giunte.12345

(1) Bellarmino, t. 3 de controv. lib. 6.; de M'issa cap. 16;


Toumely, de Sacram. Euch. t. 2 ; Card. Bona, O. c. cap. I ; Martène
de antiq. ecdes■ retibus, lib.. I. c. IV art. 3 n. 5.
(2) Vedi più ampiamente questo pensiero presso «Ko9sing» 1. c.
(3) S. Thom. I li q. 83, art. IV.
(4) Bit. celebr. Miss. IV. 7.
(5) Rit. celebr. Miss. IV. 2.
CAPO III

Il G lo ria in Excelsis D eo

50. Nomi con cui è chiamato l’Inno G loria


Sua eccellenza e parti di cui risulta.
L’inno che dalle prime parole si chiama comune­
mente Gloria in excélsis, dai latini è detto ancora
Inno angelico, perchè incomincia colle parole che
gli angeli cantarono sulla Capanna di Betlemme
(1), dai greci dossologia maggiore, a contraddistin­
guerla dalla minore, che è quella con cui si con­
cludono i Salmi e gli inni liturgici.
Parlando della sua eccellenza scrive il Card. Bo­
n a : «AIulius autem hoc nobilior reperiri potest, si­
ve auctorem respvciamus, sive usum, sive tandem d i­
vinarum laudum, quae in eo cantantur, excellentiam
et sublimitatem» (2).
Ili) contenuto di esso trovasi, come in tema, nelle
prime parole e si divide in tre parti, cioè lode di
Dio, ringraziamento ed invocazione. Queste sono ri­
volte in modo speciale al Divin Padre ed a G. C.,
mentre dello Sp. S. si fa solo cenno, confessandone
la divinità nell’ultimo versetto (3).

(1) Lue. IL 14.


(2) Bona, O. c. lib. II. cap. IV. 4.
(3) Questo inno è spiegato ampiamente dal Kòssing, O. c. pag.
248 e seg. e dal Lebrun, O. c. p. 142.
Il Gloria in Excelsis Deo ii/7

51. Suo autore.


Le prime parole di questo Inno furono rivelate
da Dio per mezzo degli Angeli : quando e dai chi sia
stato composto il seguito, non lo si può certamente
affermare (1). H C.1 Bona raccoglie le varie opinioni
in proposito: alcuni lo attribuiscono al Pontefice S.
Telesforo (142-154), altri a S. Bario di Poitiers (2),
altri al Papa S. Simmaco (488-514)4, altri infine lo
dicono di origine apostolica.
I l Kossing, sostiene che è di origine greca e che
la nostra lezione latina non è che una libera' versio­
ne dal greco. Perchè: 1. Si trova come preghiera
mattutina nelle Costituzioni apostoliche, che risai*
gono certamente ad epoca anteriore a S. Ilario di
Poitiers (3 ); 2. E* citato da S. Atanasio nel libro
primo sulla verginità; 3. L’anonimo di Tours rife­
risce come questo Inno si recitava nella prima Messa
di Natale in greco, ed in latino nella seconda (4).
Presso le liturgie orientali non si trova comple­
to questo Inno e i greci lo recitano nell’Ufficio di­
vino alle Lodi mattutine. In occidente, specialmen­
te durante il medio evo, anche in questo Inno si
introdussero i tropi che applicavano il! senso alle spe­
ciali solennità che si celebrano (5).12345

(1) Innoc. HI lib. II de mysteriis Missae, cap. 20; Sigebertua,


Chronicon.
(2) Ale trino, c. 40: Hungo Victorinus, de divin. Off. lib. I l cap.
11; Regimus Antisiod. Exposit- Miss.; S. Honor. Gemma animae,
lib. I. o. Beléth. de divin. Off. cap. 36.
(3) Comtit Apotft. lib. VII c. 47.
(4) Kossing. O. c. cap. IV. n. 6.
(5) Vedi Bona, O- c- capo IV n. 6.
108 Capo 111

52. Quando e da chi venne introdotto nella Mes­


sa - Da chi si recitava anticamente.
Se però è incerto l’autore di questo Inno., ci re­
stano sicuri documenti che dimostrano quando e da
chi venne introdotto nella Messa. Si sa infatti dal
Liber Pontificalis che S. Telesforo ordinò di recitar­
lo nella notte del) Natale (1). S. Stefano I ('257-215)
ordinò che si recitasse nelle! Domeniche, e S. Boni­
facio I (418-422) vi aggiunse il Giovedì Santo, San
Simmaco le Feste dei* Martiri.
Limitati i tempi, nei quali si doveva recitare que*
sto Inno, erano ancora determinate le persone. Fino
al secolo decimo soltanto i Vescovi potevano recitar­
lo nelle domeniche e feste, i sacerdoti soltanto
il giorno di Pasqua. Tanto appare chiaramente
dal Sacramentario di S. Gregorio I, nel quale si leg­
ge : Item dicitur* Gloria in excelsis Deo, si Episcopus
fuerit, tantummodo*die dominico, sive diebus festis.
A presbyteris autem minime dicitur, nisi in solo Pa­
scha (2). Incominciando però dal secolo XI la re­
cita divenne comune anche ai Sacerdoti, finché nel­
la revisione del Messale, fatta per1autorità di S. Pio
V, se ne ordinò la recita, in date solennità e Feste,
indistintamente jai Sacerdoti e ai Vescovi.
53. Quando si recita attualmente.
Secondo l’odierna disciplina liturgica il' Gloria in
excelsis si recita in generale in tutte le Messe che

(1) Il C ari Bona è d’avviso che la costituzione di S. Telesforo


ordinasse solo la recita ed il canto delle prime parole.
(2 Bona, 1. c.; Cfr. pure Walfr. Strabone cap. 22.
Il Gloria in Excelsis Deo 109

hanno carattere d i letizia o di letizia insieme e di


solennità.
Quindi si dice: 1. Ogni volta che nell’Ufficio re­
lativo alla Messa si è recitato il Te Deum. Ali'Gio­
vedì e al Sabbato santo la Messa non è in relazione
liturgica coll’Ufficio, quindi in essa si recita il Glo­
ria non ostante che non sia detto il Te Deum (1 );
2. In tutte le Messe dei Santi, nel giorno nel qua­
le se ne fa l ’U fficio,1
3. Nelle Messe feriali del tempo pasquale;
4. Nelle Domeniche che sono dalla Pasqua all’ul­
tima dopo l’Epifania eccetto quelle dell’Avvento;
3. Nelle Messe solenni votive e nelle altre voti­
ve private concesse da Leone XIII, nonché nella vo­
tiva degli Angeli e di S. Maria in Sabbato.
Non si dice*1il Gloria in tutti quei giorni od Uffi­
ci che hanno carattere di lutto o di penitenza, ov­
vero non hanno solennità.
E la ragione è intuitiva, essendo questi giorni ed
Uffici in contrasto colla natura del Gloria in exel-
sis.
Quindi non si recita: a) Nelle Messe da morto;
b) Nelle Messe delle Ferie fuori del tempo pasqua­
le; c) Nelle Domeniche di Avvento e dalla Settua-
gesima alle Palme; d ) 1Nella festa dei SS. Innocenti,
quando non cade in Domenica; e) Nelle Messe vo­
tive private.

(1) La Messa del Sabbato santo entra in relazione intima co


divino Ufficio solo dopo la Comunione*
110 Capo HI

54. Azioni cerimoniali che ne accompagnano


recita.
Le azioni cerimoniali che accompagnano? la recita
del Gloria sono ordinate a farne conoscere il senso
e a dargli espressione esterna.
Pronunciando le parole Gloria in exelsis Deo si
allargano, si ellevano e si ricongiungono !l e mani chi*
nando il capo alla parola Deo, E9 questa l’espres­
sione del sentimento dell’anima che si eleva, piena
di gioia, per esaltare la divina grandezza.
Si ripete l’inchino del capo alle parole adoremus
te — gratias aginUis tibi — Iesu Christe — suscipe
deprecationem nostram — ad esprimere riverenza,
ringraziamento e umiltà.
In fine alle parole :Cum Sancto Spiritu in gloria
Dei Patris, Am en, si fa il segno di croce e ciò per
tre ragioni: a) perchè l’inno si chiude con una con­
fessione della SS. Trinità ed iX segno di croce espri­
me il mistero; b) per esprimere che la grazia e la
pace ci provengono dalla croce; c) perchè contengo­
no parole evangeliche, le 'quali, secondo un’antica
regola, 6Ì devono recitare col segno di croce (1).
Circa il modo di fare queste cerimonie si noti :
1. Pronunciando le prime parole Gloria in excél
sis Deo etc. si elevano le mani (2), non gli occhi nè
il capo.12

(1) Kossing, O* c- p. 255.256; Cfr Durando, Rationale etc. Ob.


IV, cap. II n. 15.
(2) Cfr. più sopra n. 412.
H Gloria in Excelsis Deo IU

2. Le ultime parole :Cum Sancto Spiritu etc. si di­


cono facendo insieme ili segno di croce ei si devono
incominciare e terminare con esso (1).
3. Terminato il segno di croce, le mani non si
congiungono idi nuovo ma si depongono tosto mi"
l’altare per baciarlo (2).
Tanto nelle Messe private come nelle cantate e
solenni il Gloria si dice stando nel mezzo dell’Altare,
colle mani giunte coi relativi inchini.12

(1) Rìt. celebr. Miss. IV, 3.


(2) S. C. R. 12 nov. 1831 n. 4669. 30; Meratj II, tit. 4 n. 121;
De-Herdt, Voi. I n. 211.
CAPO IV

Delle orazioni

55« Il saluto del popolo D óm inu s vobiscum -


Origine - Significato - Modo con cui si fa nella
Messa.
Recitato l’Inno angelico, baciato l’altare, il Ce­
lebrante si volge al popolo» e lo saluta collo parole
Dóminus vobiscum, alle quali il ministro risponde
Et cum spiritu tuo. Le prime parole sono desunte
dalla Sacra Scrittura, e furono usate da Booz quan­
do salutò i suoi mietitori (1), dal1 profeta Azaria
per* salutare il re Aza ed il di lui esercito trionfante
(2) , dall’Arcangelo Gabriele per salutare Maria SS.
(3) ; le altre che servono di risposta del popolo al
Sacerdote, sembrano tolte dalle lettere di S. Paolo,
il quale conclude spesso i suoi scritti con questo san­
to augurio (4).
Il Vescovo invece del Dominus vobiscum dice, a
questo punto, Pax vobis, ogni volta che nella Mes­
sa si recita il Gloria in excelsis, ciò che non può far­
si dai Sacerdoti che hanno l’uso dei Pontificali (5).
Di questo avanzo dell’antica pratica, secondo la qua-12345

(1) Ruth, II. 1.


(2) II. Paralìp. XV. 1-2.
(3) Lue. I. 28.
(4) II. Tim. IV. 42 ; ad Galat. VI. 22; ad Philip. IV. 23;
ad Philem. 25.
(5) S. C. R. 29 gennaio 1752 n. 2418, 5.
Delle Orazioni 113

le i soli Vescovi recitavano: nella Messa PInno angeli­


co, si trova già fatto cenno da Ottato di Milevi ( l) ,
di S. Ambrogio (2) e dal Pontefice Leone V H (3),
ed è conveniente che chi possiede la pienezza del sa­
cerdozio, usi il saluto di G. C. risuscitato, agli A-
postoli. I Greci però usano tutti indistintamente, in
ogni Messa la formula : Pace a tutti.
La ragione di questo saluto al popolo, così spesso
ripetuto nella Messa, è evidente. Con esso si invoca
sui fedeli Passistenza di G. C. per pregare conve­
nientemente. La vera preghiera, che si può dire il
respiro della vita religiosa, 'è un dono di Dio ed un
dovere per Puomo. Ma la preghiera deve essere ac­
cetta a Dio (4 ); quindi il Sacerdote, ministro della
pubblica preghiera, invoca ed augura ai fedeli, rac­
colti alla partecipazione del S. Sacrificio, che il Si­
gnore sia con essi e vi rimanga, secondo la sua pro­
messa, come luce e vita, protezione e guida, affinchè
la preghiera trovi esaudimento (5). 12345

(1) De schismat. Donatisi lib. III. «Non potuisti praetermit­


tere quod legiltimum est utique dixisti: Pax vobiscum! quid saluto»
de quo non habes? quid nominas, quod exterminasti? Saluta» de
pace qui non arnesi».
(2) «Pronunciai enim Episcopus hujusmodi al populum dicens:
Pax vobiis». De dignit, Sacerd■cap. V.
(3) Consultum est etiam, utrum Episcopi Pax vobis an Dóminus
vobiscum pronuntiare debent, 9ed non aliter per omnes ve9tram
provinciam tenendum est quam in sancta Romana Ecclesia. In Do­
minici» enim diebus et in praecipuis festivitatibus atque Sanctorum
natalii's «Gloria in excelsis Deo et Pax vobis» pronunciarmi»: in
diebus vero quadragesimae et in quatuor temporibus et in reliquis
jejuniorum diebus «Dóminus vobiscum» tantummodo dicimus. Cfr.
Mortene, t I, lib. I, cap.. IV, art. IU. 7.
(4) Cfr. Secreta in fe9to Purif. B» M. V. 2 febr,
(5) Kossihg, 0 . c, pag. 259.
114 Capo IV

Il modo con cui 6Ì fa questo saluto nella Messa


è doppio, cioè rivolgendosi al popolo o stando! rivo]*
to verso l’altare.
Si recita rivolgendosi al popolo, dal mezzo dell’al­
tare: — 1. Dopo il Gloria in excélsis o dopo il Ky­
rie, quando non si recita l’inno angelico; — 2. Do­
po la lettura del Vangelo, del Credo, quando si dice ;
3. Dopo la lettura dell’antifona Communio; — 4.
Dopo l’ultima Orazione Postcommunio; ossia prima
del Placeat tibi etc. ’
I n tutti gli altri casi 6Ì dice rivolto all’altare,
Quando però Faltare fosse 'disposto in modo, come
era in antico, che ‘i l Celebrante s{ trovi dalla parte
del coro e di fronte al popolo, non si volge indietro
per dire Dóminus vobiscum, ma lo recita sempre
stando rivolto all’altare.
Dovendosi rivolgere1al popolo per dire il Dóminus
vobiscum, si va nel mezzo dell’altare, lo si bacia;
quindi si erige perfettamente la persona, si giungo­
no le mani, e cogli occhi bassi, per la destra si vol­
ge totalmente al popolo^ rimuovendosi alquanto dal­
la fronte della mensa. Alle parole Dominus vobiscum
si allargano e, si ricongiungono tosto le mani, ìin li­
nea retta, é dalla stessa parte, per la quale si è vol­
to al popolo, si rivolge ancora all’altare.
Quando si deve andare dal mezzo ad un lato del­
l’altare per recitare una parte della Messa, si va to-
6to, senza rivolgersi totalmente prima verso la croce.
Delle Orationi 115

56. Annuncio dell’Orazione - Come si fa.


Le Orazioni che precedono la lettura dell’Episto­
la, come pure quelle che seguono la Comunione, si
annunciano sempre al popolo colla parole d’invito
alla preghiera: Oremus.
Quando vi hanno più Orazioni (che non si riunì-
scono colla prima) dopo la prima conclusione, si ri­
pete ancora questa parola, dopo la quale si leggono
di seguito tutte le» altre Orazioni.
Solamente FOr azione super populum , che ha prin­
cipio e conclusione propria, vuol ripetuta davanti a
sè la parola ' Oremus,
Il modo poi con cui si recita èì il seguente: pro­
nunciando1la parola si estendono e si ricongiungono
tosto le mani davanti al petto ed insieme si inchina
(1), col capo, la Croce, volgendosi alquanto ad es­
sa senza far movimento coi piedi.

57. Le O ra zio n i o C ollette - Loro origine e


forma.
Le Orazioni della Messa negli antichi Sacramenta-
rii sono chiamate Collette. Questo nome nell’A. T.
significava l’adunanza dei fedeli e i giorni di solen­
nità (2) da S. Paolo venne adoperato a dinotare le e-
lemosine, od anche il conventus dei fedeli (3) e dai
Padri per indicare lo stesso S. Sacrificio (4). Nella 1234

(1) R it celebr. Mia» V, n. 1, Vedi più sopra n. 25.


(2) Levit. XXIII; Parai. XVL 1-2.
(3) I ad Corinth. XVI, 1-2.
(4) Vedi più sopra n. 25.
116 Capo IV

Messa indica quella breve Orazione che il Sacerdote


fa prima della lettura; dell’Epistola' dopo l’offertorio
e dopo la Comunione.
Si chiamano Collette o perchè il sacerdote, pel
suo ministero presso Dio, raccoglie in esse e presen­
ta a Dio i voti comuni del popolo, ovvero perchè
le Orazioni stesse sono una? raccolta di parole della
Sacra Scrittura e della Chiesa, ridotta in forma com­
pendiosa (1), od ancora perchè si’ recitavano sul po­
polo raccolto in Chiesa (2) prima di recarsi proces-
sionalmente al tempio ove si /celebrava la Stazione
(3) ossia il S. Sacrificio, accompagnato da speciali
preghiere. Da quella Orazione poi, che ancora ci re­
sta nel Messale, il nome Colletta si estese a signi­
ficare le Orazioni propriamente dette della
Messa.
Se per Colletta adunque vogliamo intendere quel­
le Orazioni che in breve contengono le principali co­
se che si chiedono a Dio nel S. Sacrificio, esse risal­
gono, nella loro origine, agli Apostoli, ed) ai loro suc­
cessori e vennero sempre adoperate nelle sacre' adu­
nanze dei fedeli (4). Quelle poi che attualmente si
usano nella Messa, le più antiche, nella forma, risal­
gono al Pontefice S. Gelasio (5 ); altre hanno per

(!) Iimoc. Ili De myster. Missae lib. Il, c. 37.


(2) Bona, O. c. lib. Il, c. V, 3, Thalhofer, O- c. pag. 82, Iimoc.
IH «De My9ter. Missae» lib. II, c. 27; Beleth, «De divin. Offic.»
eap. 27.
(3) Cfr.Vol. II, n. 283.
(4) Bona, O. c. L n. 4.
(5) Anastasius in vita S- Gelasti.
Delle Orazioni 117

autore S. Gregorio M. (1), il quale elaborò il codi­


ce gelasiano; altre infine vennero aggiunte colle nuo­
ve Feste che si istituirono, nei diversi tempi, e coi
nuovi Santi che entrarono ad arricchire il tesoro del­
la liturgia. Queste ultime però si distinguono fa­
cilmente, s$ si confrontano colle antiche. «Elucet e-
nim, dice il Card. Bona, in antiquis veteris Eccle­
siae spiritu : eludit in rebus ipsis apostolica quaedam
gravitas; in sensu et in collocatione verborum gra­
ta quaedam et perspicua concinnitas, adeo ut brevi
compendio multa contineantur. E t primo quidem
Dei benevolentia captari solet vel ab aliquo ejus at­
tributo, vet a commemoratione alicujus beneficii no“
bis coltati, vel proposita nostra infirmitate et indigen­
tia. Sequitur expositio rei, quae petitur, addito non­
numquam motivo, quo Deus flectatur ad nobis con­
cedenda, quae postulamus. Addit eis venustatem
ipsum genUs compositionis r.on solutum et vegum,
sed certo ambitu definitum, variisque schematibus
exornatum» (2).

58. Le C om m em orazion i - Quando e in qua!


ordine si fanno.
Premessa — P er sè, nelle feste di rito :
a) doppio - si dice Una sola orazione ;
b) semidoppio - si dicono 3 orazioni;12

(1) Jo. Diacon. in vita S. Gregor. lib. H e . 17: Walfridus Sira*


bo cap. 22<. Anche S. Ambrogio è autore di Collette.
(2) Bona, L c.; O. c. pag. 154.
118 Capo IV

c) semplice - si dicono 3 o 5 o17 orazioni ad


bitum.
Se però occorrono commemorazioni si devono
dire più orazioni anche nelle feste di rito doppio.
Eccezioni ■ — Alla regola che stabilisce 3 orazio­
ni nelle Feste di rito semidoppio si danno le seguenti
eccezioni :
1. Si dice una sola orazione :
a) la Domenica delle Palme;
b ) la Vigilia di Pentecoste;
c) la vigilia di Natale (se non è domenica).
2. Si dicono 2 orazioni soltanto (s’intende quando
non ci sono altre commemorazioni).
et) nel tempo di Passione;
b) nei giorni fra l’ottava di Pasqua e Pente­
coste;
c) nei giorni fra l’ottava del Corpus Domini se
si commemora un doppio;
d) nelle Messe di ferie! e di feste di rito sem­
plice se si commemora un doppio ;
e) nelle Domeniche se c’è commemorazione di
un doppio o di un giorno fra l’ottava comune o del-
Fottava semplice.
Per regola generale nella S. Messa si fanno
quelle commemorazioni che si sono fatte» alle Lodi;
ossia:
a) della Domenica;
b) delle ferie maggiori;
c) delle vigilie comuni (non nei doppi di I.a
classe) ;
Delle Orazioni 119

d) dei giorni fra l’ottava privilegiata di H.o e


ni.o [ordine;
e) delle feste di rito doppio maggiore o minore
o semidoppio (non però nelle sette feste primarie
di La classe del Signore) ;
/) del giorno fra l’ottava comune (non però nei
doppi di La e ILa classe) ;
g) della festa del giorno dell’ottava semplice
(non nei doppi di La classe).
Si osserva però che nella Domenica delle Palme
e nella vigilia di Pentecoste si omette nella Messa
qualsiasi commemorazione fatta alle Lodi.
Si osserva pure chei nella Messa solenne o canta*
ta di un doppio di La classe si omettono tutte le
commemorazioni eccetto quella (della Domenica, del­
la feria maggiore del doppio di II.a classe. Mentre
nella Messa solenne o cantata di u n doppio di ILa
classe si omette solo la commemorazione del sem­
plice e del suo giorno ottavo.
Da ultimo si fa notare che si fa sempre commemo­
razione nella Messa:
a) della Domenica riposta quoad Missam;
b) della vigilia in Quaresima e nelle 4 tempora ;
c) delle litanie maggiori e minori.
Anche se non si è fatta alle Lodi.
L’ordine delle commemorazioni c il seguente (1) :
1) Festa del Signore;
' 2) Domenica - Vigilia dell’Epifania; 1

(1) Vedi Addit. Brer. Tit. VII. n. 1.


120 Capo IV

3) Dies infra octavam - di ILo ordine;


4) Dies octava comm.;
5. Festa di rito doppio maggiore;
6) Festa di rito doppio minore;
7) Festa di rito semidoppio;
8) Dies infra octavam - di III.o ordine;
9 ) 'Dies infra octavam - comune;
10) Feria 6.a dopo l’Ottava dell’Ascensione;
11) Feria maggiore;
12) Vigilia comune;
13) Dies octava • semplice;
14) Festa semplice;
I
59. Orazioni pro d iv e rsita te T e m p o ru m asse*
gnate - In quali Messe si dicono ~ Quali sono - Quan*
do si possono sostituire o si ommettono.
Nei primi tempi, fino al medio evo, nella Messa si
recitava una sola Orazione (1). In. seguito crescen­
do il numero delle Feste che coincidevano col mede­
simo giorno, si incominciò, specialmente negli O r­
dini religiosi, a recitare più Collette a fine di ricor­
dare ossia commemorare queste Feste. Alla fine
del secolo XIII anche in Roma si usava, in alcuni
giorni, recitare nella Messa tre o anche cinque 0 -
razioni o Collette, finché si sentì il bisogno di li­
mitare il numero che non doveva sorpassare il set*
te.
Nell’odierna disciplina alla Orazione della Mes-1

(1) Anastadua, In vita S. Gelasti. Jo Diacon. In vita S. Gregari


lib- II. c. 17; Walfr. Strabo cap. 22.
Delle Orazioni 121

sa si aggiungono altre a commemorare i Santi che


cadono nello stesso giorno od Uffici del Tempo
che sono impediti perchè coincidono colla Festa di un
Santo di rito maggiore. Queste Orazioni si chiamano
Commemorazioni e di esse si è parlato nel numero
precedente. Ma nelle Messe di Feste meno solenni e
in quelle dei tempi, o fra le Ottave, o nelle Votive
la Chiesa ha aggiunto speciali Collette che variano se­
condo il Tempo o la Messa che si celebra. Si è di que­
ste che qui si parla, seguendo l'a Rubrica corretta del
Messale.
Nelle Messe dei Semidoppi e semplici, dopo l’Ora­
zione del giorno si dicono le Orazioni assegnate prò
diversitate temporum come si dirà più sotto.
Se vi è una Commemorazione si omette la 2.a di
tali Orazioni assegnate e tutte, se vi sono due Comme­
morazioni.
Queste Orazioni assegnate pro diversitate Tempo-
rum sono numerate dalla Rubrica del Messale ri­
formato e si trovano nel Messale al principio del ri­
spettivo tempo.
A Nell’Avvento (eccetto le Messe della B. V.
Maria e quelle in cui di essa si fa Commemorazione
e la Messa votiva de Omnibus Sanctis), la '2. Ora­
zione della B. V. Deus, qui de beatae, la 3., contra
persecutores Eccl. o prò Papa.
B Dal Natale al 2 febbraio inclusive (colle ecce­
zioni sopradette), la' 2. Orazione è della B. V. Deus,
qui salutis, la cui secreta è Tua Domine, la 3. contra
persecutores Eccl. o prò Papa.
C Dal 2 Febbraio alici Feria III dopo la Domeni­
ca di Quinqìiagesima e dalla domenica I dopo Pen-
122 Capo IV

tecoste al sabbato avanti la prima Domenica di Av.


vento, (eccetto lei Ottave e Vigilie, se di esse si fa
Commemorazione e colle eccezioni ricordate per
FA w ento), la 2. Orazione è A cunctis, la 3. ad li­
bitum. V

D Fra le Ottave privilegiate e comuni e nel gior­


no ottavo semplice che cadono dal 3 febbraio alla
Feria III dopo la Domen. di Quinquagesima e dalla
Domenica I dopo Pentecoste all’Avvento e nelle vi­
gilie che cadono in tal tempo od in Quaresima fino
al Sabbato dopo la Domenica IV inclusive, se si fa
almeno Commemorazione dell’Ottava o della Vigi­
lia che non siano della B. V., la 2. Orazione è de S.
Maria, Concede, la 3. contra persecutores Eccl. o
prò Papa.
E Dalla Feria IV delle Ceneri al Sabbato dopo
la Domenica IV di Quaresima inclusive, colle ecce­
zioni ricordate in D la 2. Orazione a Cunctis, la 3.
pro vivis et def. Omnipotens.
F Dalla Domenica di Passione al Sabbato in Ai-
bis inclusive e durante VOttava di Pentecoste si dice
la 2. Orazione solamente contra persecutores Eccl. o
prò Papa.
G Dalla Domenica in Albis alta Feria V I dopo
VOttava delVAscensione inclusive, eccettuate le Mes­
se della B; V., quelle in cui di essa si fa Commemo­
razione, la 2. Orazione del S. M. Concede, la 3. con­
tra persecutores Ecch o prò Papa.
H In tutte le Messe della B. V. Maria (alle quali
si referisce anche la Messa della Circoncisione e sua
Ottava, dove si fa) e nella Vigilia durante l’ottava,
Delle Orazioni 123

e nella Votiva di tutti i Santi, la 2. Orazione è del­


lo Spirito Santo, la 3. contra persecutores Eccl. o prò
Papa.
Nella Consacrazione del Vescovo e nella Colla­
zione degli Ordini nella Messa del giorno si dice,
sotto unica conclusione colla prima, FOrazione pro­
pria che si trova tra le Votive.
Nell*Anniversario della propria ordinazione sa­
cerdotale, computata nel giorno fisso del mese e se
in tale giorno occorre la Vigilia del S. Natale, Pen­
tecoste, Domenica delle Palme o un Doppio di I
classe, nel prossimo giorno non impedito, qualun­
que Sacerdote può, fuori della Messa de requie, do­
po le Orazioni prescritte dalle rubriche, aggiunge­
re FOrazione prò seipso Sacerdote che trovasi al n.
20 tra le Orationes diversae.

60. O razione im p era ta - Quando si recita.


1. Essa si deve recitare in tutto il mondo se è o r­
dinata universalmente dal Papa, e in tutta la Dio­
cesi, quando è prescritta dall’Ordinario, da qualun­
que Sacerdote che in essa celebra la S. Messa, anche
se è Regolare ed esente (1), nè si tralascia di reci­
tarla prima che il Vescovo lo abbia comandato, ec­
cetto se vi è apposta la clausola donec urgeat necessi­
tas passata la quale si tralascia (2).
2. Quando si prescrive una Colletta prò re gran’

(1) S. G R- 1821, n. 2643, 1 ; 5 marzo 1898 n. 3985.


(2) Decr. dt.
124 Capo IV

anche nei Doppi di I classe, si omette solo nella fe­


sta del S. Natale, dell’Epifania, la feria V in Coe
na Domini, Sabbato Santo, Pasqua, Ascensione, Peti,
tecoste, SS. Trinità, Corpus Domini, S. Cuore di
G. e Cristo Re.
3. Quando è prescritta la Colletta simpliciter pro
re gravi senza far menzione dei doppi di X classe la
si omette nei doppi di I classe, nella Vigilia' di Na­
tale, Pentecoste q la Domenica delle Palme (1).
4. La Colletta anche prò re gravi non si unisce
mai sub unica conclusione (neppure nella votiva del
S. Cuore o quando non vi siano commemorazioni) a
quella della Messa, ma sempre sub distincta cond ir
sione e quando vi sono le Commemorazioni si dice
dopo di esse, colla conclusione, che si fa sempre* do­
lio l’ultima orazione nelle Messe (2).
5. Quando non è prescritta prò re gravi non si de­
ve mai recitare sub unica conclusione coll’Ora zio oe
della Messa ma dopo l’ultima Orazione prescritta
dalle Rubriche od anche invece dell’Orazione ad
libitum assegnata pro diversitate Temporum.
6. Si omette la colletta imperata nei Doppi di I
e II classe, nelle Domeniche maggiori (se non si di­
ce invece dell’Orazione ad libitum), nelle Ferie, Vi­
gilie ed Ottave privilegiate, nelle Messe votive ce­
lebrate prò re grati et pubblica simul causa vel ad in­
star solemniumt ed ogni volta che nella Messa, se-12

(1) S. c. R. 30 die. 1914


(2) S- C. R. 16 febhr. 1918, Rubr. Miss, novis». VI, 4
Delle Orazioni 125

condo le Rubriche, si sono già dette quattro Ora­


zioni.
Se è prescritta la Colletta pro defunctis, ciò che il
Vescovo può fare, si deve omettere nel tempo Pa­
squale e nelle Messe di doppi e semidoppi od aven­
ti di essi Commemorazione.
Se è prescritta la Colletta contra persecutores Ec­
clesiae vel pro Papa, nei giorni in cui l’una o l’altra
e prescritta dalle rubriche, si adempie al precetto re­
citando l’una o l’altra.
7. L'ordine poi in cui si devono recitare tali
Collette (eccettuata quella pro defunctis, che si met­
te sempre in penultimo luogo anche delle Orazio­
ni permesse al Celebrante) è il seguente: Prima si
pone la Colletta prò re gravi poi quella prò re non
gravi; se sono due le prescritte prò re 'gravi o non
gravi si recitano secondo l’ordine delle Litanie e se­
condo l’ordine in cui si trovano nel Messale (Rubr,
rif.). 1
8. La Colletta prò eligendo Episcopo, voluta idal
Cerimoniale dei Vescovi (1) si incomincia dopo la
sepoltura del Vescovo defunto e si continua fino al
giorno della elezione del nuovo Vescovo fatta nel
Concistoro (2).
61. Orazione A cunctis - Quando e come si
recita - con quale regola si nomina in essa il Titolare
Circa ^Orazione A cunctis9 che è prescritta come

(1) Lib. n cap. xxxm, 3.


(2) S. C. R. 19 die. 1829, n. 2627, 3.
126 Capo IV

seconda Orazione in alcune Messe del tempo o dei


Santi (1) si noti:
1. Chef in essa si deve nominare il Titolare della
chiesa nella quale si celebra (2) e non il Patrono
della diocesi o del luogo (3), anche) 6e la chiesa non
è consacrata, ma soltanto benedetta solennemente
(4).
2. Se il Titolare della Chiesa è la Beata Vergine
od und dei Santi1già compresi nella detta Orazione
od un Mistero, non si ripete il nome del Santo, nè
si nomina il Mistero.
3. Il Patrono della città 6Ì può nominare insieme
ai Patroni della Diocesi quando è concesso dalla S.
Sede per grazia speciale (5). E quando si celebra
in una Chiesa odi Oratorio dedicati ad un mistero
ovvero in Oratorio che non ha titolo si deve nomi­
nare il Patronoj del luogo (6).
4. Celebrando negli Oratori privati dei Seminari,
si nomina il Titolare della Chiesa principale del Se­
minario non il Patrono del luogo (7).
5. Quando la chiesa ha piu Titolari si nomina il1234567

(1) Vedi più sopra n. 59: Addit Cardellini 189, III*


(2) S. C.R. 13 febbr. 1666 n. 1332. 5; 22 gemi. 1678 n. 1609.
8; 23 seti. 1837 n. 2769. 7. 1; 7die. 1844 ir. 1822. 3 q. 2. E’
quindi conveniente che nelle 9acrestie vi sia un cartello che porti
scritto a caratteri grandi il nome del Titolare a cui è dedicata la
chiesa, a cui si potrebbe aggiungere il nome del Vescovo diocesano,
che si deve ricordare nel Canone, e la qualità delle Orazioni imperate.
(3) S. C R. 23 seft. 1837 n. 2769 VII- 2.
(4) S. C R. 28 nov. 1891 n. 3752 1. ,
(5) S. C.R. 2 maggio 1900 n. 4054. V.
(6) S. C.R. 23 nov. 1906 n.4194. IX n. 2814, 1; 2822, 3. q. 3.
(7) S. C. R. 16 giugno 1893 n. 3804. VHI.
Delle Orazioni 127

principale, eccetto il caso che fossero uniti per m o­


dum unius; però si ponno anche nominare tutti (1).
Colle Lettere Apostoliche Inclytum del 7 luglio
1871 (2) venne stabilito che il nome di S. Giusep­
pe in questa Orazione si deve pronunciare dopo
quello di S. Giovanni Battista (3).
6. I Regolari ponno nominare anche il loro Santo
Fondatore, ma non devono omettere il Titolare, os­
servando ancora Lordine di’ dignità voluto dalle R u­
briche (4).
7. Si deve, mutare in quella Concede che è la pri­
ma delle Orationes diversae nella Messa votiva dei
SS. Apostoli Pietro e Paolo (5), e nella Messa vo­
tiva del Titolare, ovvero si può recitare questa Ora­
zione A cunctis (omettendo il nome del Titolare se
lo contiene (6).,
8. Quando si dice A cunctis in secondo luogo, non
si può dire in terzo luogo l’Orazione prò congreg.
et familia (7).
9. Uordine con cui si deve inserire il Titolare è
quello delle Litanie dei Santi (8). Quindi i nomi de­
gli Angeli vanno subito dopo quello della B. V., poi
S. Giovanni Batt., S. Giuseppe, gli Apostoli, ecc. (9) 1234567*9

(1) S. C. R. 2maggio 1900 i. 4055. IV.


(2) S. G. R. 7 luglio 1871 n. 3252.
(3) S. C. R. 21 aprile 1871 n. 3249. Ili; 18 agosto 1829 n. 3502.
(4) S- C. R. 2 dicem. 1891 n. 3758.
(5) S. C. R. 18 luglio 1884 n. 3612 II.
(6) S. C. R. 15 maggio 1813 n. 2597. 3.
(7) S. C. R. 13 febbraio 1892 n. 3767. 34.
(8 S. G. R. 2 mageio 1900 n. 4055.
(9) S. C. R. 13 febbraio 1666 n. 1333. 6.
128 Capo IV

62. Orazioni ad libitu m - Di quante specie so­


no - Regole relative.
Dì due specie sono le Orazioni dette ad libitum
cioè: a) quelle che in alcuni tempi ed in alcune
Messe si pongono in terzo luogo e sono ordinate dal­
la Liturgia stessa del giorno; b) quelle che, oltre òl­
le tre Orazioni di precetto, si ponno aggiungere nei
Semplici, nelle Ferie, nelle Messe private votive.
Ora l’Orazione che si dice ad libitum in terzo luo­
go non si può tralasciare, ma si deve recitare, per
precetto. — Quando si dice per seconda Orazione
VA cunctis, la terza) che si deve dire ad libitum non
può essere pro Congregatione et familia che inco­
mincia colla parola Defende (1). In sua vece si può
dire l’Orazione imperata.
Riguardo poi alle orazioni che si possono aggiun­
gere ad libitum Sacerdotis e da notarsi che nelle Mes­
se lette, (eccettuato le Conventuali), che si celebra­
no in giorno di rito semplice, (ferid minori) si pos­
sono! dire più Orazioni ad libitum Celebrantis, e tra
esse (fu o rid ei Tempo pasquale) si può recitare l’O­
razione'pro defunctis. Tali orazioni che il Sacerdote
pub aggiungere si devono recitare dopo le Orazioni
prescritte dalle rubriche e dalFOrdinario, non devo­
no eccedere, insieme colle altre, il numero di selle
e formare un numero dispari. Nella recita si osservi
l’ordine che si è detto al n. precedente, ponendo

(1 ) S. C. R . 13 fe b b r a io 1892 n . 3 7 6 7 . X X IV .
Delle Orazioni 129

sempre in penultimo luogo quella prò defunciis


(Rubr.( rif. Miss. VI).
Riguardo a queste Orazioni <si noti che :
1. Si devono leggere quelle che si trovano nel
Messale; siano esse di u n | Santo o Mistero di cui si
può celebrare la Messa.
2. Non devono essere conformi alla Colletta rela­
tiva alla Messa che si celebra.
3. Assumendo le Orazioni dei Santi si cambiano
le parole natalida, festivitas, solemnitas, etc. in com­
memoratio, memoria e 6Ì tralasciano fle parole hódie,
hodierna die. —
4. E’ conveniente che si reciti quella prò seipso
Sacerdote (n. 20) ma non nelle Messe conventuali
o cantate, nè allia presenza del Vescovo.

63« Conclusione delle Orazioni » Numero delle


conclusioni - Quando si uniscono le Orazioni sotto
un'unica conclusione.
La prima Orazione, che è quella propria della
Messa, ha sempre la sua speciale conclusione. In al­
cune circostanze però un’altra Orazione va ad ag­
giungersi ad essa, sotto unà sola Conclusione; in al~
tre,, le Orazioni che si Aggiungono ne vogliono una
distinta, che si aggiunge allFultima. E’ dunque a ve­
dersi quando le Orazioni che si aggiungono vanno
ad* unirsi all’Orazione della Messa coni una sola con-
clusione e quando ne vogliono una distinta, ossia
aggiunta all’ultima Orazione.
1. Non si uniscono mai sotto una sola conclusione
le Commemorazioni liturgiche, anche occorrenti nel­
130 Capo IV

le Feste di prima classe ma vogliono sempre la loro


conclusione distinta dall’Orazione della Messa. Le
Commemorazioni che occorrono coll’Orazione impe­
rata od altra, se vi è, hanno una conclusione d is ia ­
ta dalla prima.
2. Quando non occorrono Commemorazioni si a
nisce alla prima ed unica Orazione delta Messa, sotto
una sola conclusione :
а) L’Orazione del SS. Sacramento esposto o da e-
sporsi, nei Doppi di I e II classe.
б) L’Orazione della Messa votiva prò re gravi et
pubblica causa, chei sia impedita.
c) L’Orazione pro ordinandis va sempre unita sot­
to unica conclusione, coll’Orazione della Messa, an­
che se vi sono commemorazioni (1).
d) Nella Messa votiva pro quocumque necessitate si
aggiunge all’Orazione di questa Messa, la Colletta
particolare per cui si celebra la Messa (2).
e) L’Orazione, della Messa pro sponsis, quando la
Messa è impedita si aggiuge a quella della Messa.
Fuori di queste circostanze le Orazioni che si ag­
giungono dopo quella propria della Messa vanno a
concludersi coll’ultima, in modo che ordinariamente
quando si recita nella Messa più di una Orazione, vi
hanno due conclusioni : la prima, che è quella del­
l’Orazione della Messa; e l’al'tra che si fa dopo le
Commemorazioni e Orazioni che si devono o si pon-
no aggiungere.
La Conclusione si fa sempre in relazione alVulti-
(1) Rubr. Missalis R. in h. 1.
(2) S. C. R. 23 febbraio 1884 n. 3606. IV.
Delle Orazioni 131

ma Orazione, giusta le regole esposte altrove, (1),


senza riguardo alle precedenti Orazioni (2).
64. Azioni cerimoniali nella recita delle Orazio
nella Messa.
Le Orazioni nella Messa si recitano colle mani dis­
giunte, come si è detto altrove, fino alla conclusio­
ne dell’Orazione, riunendole alla' parola : Per Domi-
num, se così incomincia la conclusione, altrimenti al.
ih parola in unitate. Questo atto, nel quale molti
scrittori antichi videro l’immagine di G. C. che pre­
ga (3), è l’espressione naturale ’ldell’umile e arden­
te preghiera, ed era/ in uso anche nell’antico Testa­
mento e presso i pagani (4).
Dopo le Orazioni, il ministro a nome del popolo,
risponde Am en, che significa una conferma della ve­
rità espressa, il desiderio che si compia'quanto ven­
ne domandato colla preghiera. Tale costume è apo­
stolico ed e ricordato da S. Giustino M. (5): «Ab­
solutis precibus eft gratiarum actione, quilibet de pó­
pulo, qui adest, faustis vocibus acclamat: Amen»' E
S. Agostino: «Populus orat cum illo (Episcopo), et
quasi subscribens ad 'ejus verba, respondit: Am en»
( 6 ).
(1) Vedi Voi. 1. n. 352.
(2) S. C. R. 15 settembre 173-6 n. 2326. 6.
(3) Tertulliano, De oratióne cap. XI; Minutius Felix «Octavius»
cap. 29; Aurelius Prudentius «Peristephanon* Hymn. VI; S. Am­
brosius Sermo 55, de cruce.
(4) Cfr. Brouer de Niedek. «De populorum et recentiorum ado­
rationibus» Amsterdam, 1713 cap. 158.
(5) Apologia I, c. 61.
6) Lib. II. Epist. contra Parmen. c. 7. II Card. Bona nota
qui il rito particolare vigente a Roma di fare le acclamzioni dopo
le collette della Messa, Bona, 1. c.
CAPO V

Dell’Epistola

65. La lettura della S. Scrittura e il S. Sacrificio.


Fino dall’Antico Testamento la Lezione della
Scrittura andava; unita spesso al Sacrificio. Si legge
infatti nell’Esodo (1) che Mosè prese in mano il vo­
lume fdelFalleanza, ed immolate le vittime, lo lesse
stando accanto all’altare, ascoltando il popolo. Al­
trettanto si ripete nel Deuteronomio (2) e nel libro
di Esdra (3) da cui appare che tale ufficio era affida­
to ai Leviti. I tratti che si leggevano dopo il''Sacri­
ficio ebbero il nome di Haftare, cioè dimissione,
mentre quelli che si leggevano nell© Sinagoghe furo­
no dette parascha.
Tale costume venne conservato ed inculcato dagli
Apostoli ai primi cristiani; e quindi, nelle loro a-
dunanze, dovevano5prima del S. Sacrificio, ascoltare
la Lezione scritturale, specialmente le lettere che gli
Apostoli spedivano alile chiese. Tanto ci dimostra JS.
Paolo nelle lettere ai Corinti (4), ai Colossesi (5), ed
a quei di Tessalonica (6).
I primi scrittori sacri e gli apologisti cristiani ri-

Cap. XXIV.
Cap. XXXI.
Esdrae, V ili.
I. ad Corith. XIV. 26.
(5) Ad Colossenses. IV. 6.
(6) I. ad Teasalonic. V. 27.
Dell’Epistola. 133

feriscono un tal costume. S. Giustino Martire nella


sua prima àpologìà! (1) dice che nella domenica i
fedeli convenuti da ogni parte, sentono leggere gli
scritti degli apostoli e dei Profeti, quindi il Vescovo
tiene un discorso omeletico, a cui si uniscono FOf-
fertorio, il Prefazio,, la Consacrazione e la Comunio­
ne. Tertulliano nel, suo apologetico (c. 39), nel libro
Ad\ uxorem (II. 6) ed in quello De anima riferisce
altrettanto; le antiche liturgie che portano il nome
di qualche Apostolo descrivono una tale lettura (2).
In fine fanno ^testimonianza degli antichi codici
scritturali adoperati per l’uso liturgico che ancora
ci rimangono. Onde/ il Cardinal Bona, riferite le so­
pra citate testimonianze, conclude : Ex his autem, o*
missis recentiorum^ testimoniis, evidenter deducitur,
morem legendi in Ecclesia, et specialiter initio Missae
Scripturam, non ab Alexandro 1 Romano Pontifice,
ut quidam perperam scribentur, sed db 'Apostolis in-
coepisse» (3).

66. Perchè Ia Chiesa nella Messa fa leggere


Sacra Scrittura.
E’ facile conoscere la ragione che indusse la Chie
sa ad unire la lettura dei liibri sacri al S. Sacrificio.
La Messa infatti, come continuazione del Sacrificio

(1) Cop. l v i i .
(2) Gonsist- ApostoL Kb. II. c. 57. Cfr. Theodoretum Histor.
Eccle. L 15; Euseb. Vita Costante IV. 37; S. Ago&tìn. Serro. 33, da
Verbis Domìni; Serm. 10 de verb. Apostol.; Serm. 49, de tempore;
S. Leone M. Serm. 4; S. Jo. Chrisost. hom. 3, in II ad Thessakftd-
censes, et homil, de David et Saulle.
(3) Bona, O. c. cap.. VI n. 1.
134 Capo V

del Calvario è ordinata a comunicare ai popoli i frut­


ti della Redenzione. E come G. CI. non è solo Sa­
cerdote, ma anche Maestro e Profeta, è conveniente
che nell’atto del culto/che lo rende presente a noi,
Egli non soltanto comunichi le sue grazie per mezzo
del Sacrificio e della Comunione, m a anche coll’an­
nuncio della divina parola, che illumina sopranna­
turalmente le anime e le prepara 'così al Sacrificio
ed alla Comunione.
Le Lezioni Scritturali della Messa hanno adunque
lo scopo:
1. Di richiamarci alla mente del popolo e d’im pri­
mere sempre più nel cuore le verità rivelate, onde
fortificare e nutrire la fede : «donec occurramus om­
nes in unitatem fidei, et agnitionis Filii Dei, in
virum perfectum, jtn mensuram aetatis plenitudinis
Christi» (1 );
2. Di far conoscere il Mistero o la Festa che si ce­
lebra, al quale scopo sono ordinate ancora tutte le
parti mutabili scritturali della Messa, cioè l’Introito,
l’Epistola col Graduale, il Vangelo, l’Offertorio ed il
Comunio, per lo più tratte dallaj S. Scrittura;
3. Di' richiamare i! fedeli alla partecipazione della1

(1) Ad Eph. IV,12. - A questo scopo è ordinata l’omelia che s


deve tenere alla Meesa nei giorni festivi. Quanto riuscirebbe questa
utile e fruttuosa se si leggesse prima tutta la Messa, dall’Introito
fin all’ultimo Postcommunio e le Lezioni dell’Ufficio: si cercasse
di colpir bene il pensiero della Chiesa e secondo esso si spiegasse
il tratto del Vangelo o dell’Epistola! L’os6ervazione è fuori del
campo della Liturgia; ma questa ha pure per suo compito di of­
frire i suoi ricchi' tesori anche alla sacra predicazione.
Deir Epistola 135

vita della Chiesa* nelle varie fasi dell’anno liturgico


(1).
4. Di preparar# i fedeli ad assistere al Santo Sa­
crificio : «Praemittitur instructio fidélis populi, quia
hoc sacramentum est mysterium fidei... Quae quidem
instructio dispositive quidem fit per doctrinam Pro­
phetarum et A posto lo ru m .P erfecte autem populus
instruitur per doctrinam Christi in Evangelio con“
tentam...» (2).

67. Distribuzione delle Lezioni - Da chi e s


qual principio fu fatta.
Nei primi tempi si leggevano nella Messa non solo
i libri scritturali ma spesso anche le lettere del Som­
mo Pontefice e dei Vescovi e specialmente le lette'
re così dette ireniche o di pace e comunione, che ser
vivano a conservare l’unione fra il Pontefice, i Ve­
scovi e i fedeli. Di tale costume fanno menzione S.
Agostino (3), Sant’Eusebio (4), S. Giovanni C ri­
sostomo (5), S. Gerolamo (6). In alcune chiese del­

ti) Thalhofer, O. c. p. 87-90.


(#) S. Thom. Summa Theol. p. III. q. 84 a 4.
(3) S. Agostino, nella Lettera 162, si difende dalla falsa accusa
d’aver spedito lettere ireniche ai donatisti.
(4) Hom. 30 in II al Cor. «Vide quemadmodum omnes tam
corporibus longe dissitos, quam vicinos inter se conciliet, hós nem­
pe per osculum, 1II09 per litteras».
(5) Euseb. lib. IV cap. 15; riferisce ima lettera della chiesa di
Smime alle chiese cattoliche, nella quale si descrive il martirio di
S. Policarpo. Nel capo 23 parla di una lettera di Dionigi Vescovo
di Corinto.
(6) S. Gerol. nella I Lez. del II noti, della festa di S. Policarpo
26 gennaio.
136 Capo V

FAsia Minore, della Grecia e di altri luoghi si legge­


vano anche gli atti dei Martiri (1).' In Roma però
non si leggevano se non libri della Sacra Scrittura.
Ma nulla vi era di] determinato con/ legge generale
circa i libri e la quantità da leggersi, tranne nelle
principali solennità!. (E’1 probabile che si leggessero
Lettere intere con altre parti della Scrittura che ad
esse avevano relazione, finche if Vescovo faceva cen­
no di cessare la lettura (2).
Fra gli scrittori di liturgia del Medio Evo (3), fu
comune la opinione che S. Gerolamo fosse il pri­
mo a scegliere i tratti scritturali da leggere nelle so­
lennità e nei tempi, raccolti in un libro dettoi Comes
e poi Lectionarium. Ma posto pure' che sotto S. Da-
maso, ed anche per opera di S.‘ Gerolamo, siasi com­
piuto un tal1lavoro non si può dire con certezza che
sia stata una nuova creazione, la quale venne impo­
sta a tutte le Chiese come nonna, come si volle cre­
dere da alcuni; poiché esso non è che l’espressione
di ciò che in Roma ed altrove era già in uso e che
poi venne esteso alle altre Chiese (4). Onde il Card.
Bona) scrive : «Hunc morem» (legendi certas et pro­
prias lectiones statis diebus), qui tunc vigebat in a~
fricanis ecclesiis, credibile est in aliis quoque serva­
tu m : Hieronymum vero suum Lectionarium per sin-1234

(1) Gcrbert, «Vetus liturgia Alemaimioa» P. I. die. IV c- 2.


(2) Kòssing. 0 . c* p. 171 ; Nilles, «Kalendarium» tom. II. p. 444-
(3) Alamario, Bernone, Micrologo, Beleth, appoggiati ad una
lettera di S. Gerolamo (Ranke, Append. p. HI). Questa sentenza
è pure tenuta dal Card. Bona, 1. c.
(4) Kliefoth. «Liturgiche Abhandlungen» Voi. VI pag. 14.
Dell’Epistola, 137

gulos dies distributum ordinasse, ‘jubente Damaso Pa­


pa, qui ordinem illumi in ‘R omana ecclesia servari
praecépit, ex qua ad alias dimanavit» (1).
X tratti scritturali di'leggersi nella Messa vennero
definitivamente stabiliti da S. Pio V, e nessuno, sen­
za l’autorità della S. Sede, può introdurre nella Mes­
sa un tratto della S. Scrittura da leggere o cantare
come parte liturgica (2).
Il principio che mosse la Chiesa ad organizzare la
lettura della S. Scrittura nella Messa fu da una par­
te il carattere speciale della solennità e dall’altra le
relazioni che l’anno ecclesiastico ha colla vita di C.
C. Tale principio appare evidente, appena si osser­
vino le parti scritturali che si trovano 'nelle Messe
delle Solennità, dei Santi, e dei vari tempii delFan*
no.

68« Perché la prima Lezione scritturale della


Messa si chiama E pistola.
La prima lezione della Messa si chiama Epistola,
anticamente detta anchej Apostolo, perchè le prime
lettere che si leggevano nella Messa furono quelle
di San Paolo, e perchè ancora oggidì esse formano
Ila maggiar parte, delle lezioni 'della Messa. «Inde or­
ta est epistolae nomenclatura, quae huic lectioni com­
muniter tribui solet, liceat non. ex Epistolis, sed ex 12

(1) Bona, l. c. n. 2.
(2) Quanto al canto dei motteti ih lìngua volgare, è proibito
nelle funzioni solenni liturgiche.
138 Capo V

prophetis, sive aliis Scripturae libris desumptasit>»


(l).
Il Messale romano, nel proprio del tempo, contie­
ne ora circa 70 Epistole tolte dalle Lettere apostoli'
che, una dalPApocalisse, 12 dagli Atti apostolici, e
circa 80 dai libri dell9Antico Testamento. Quasi tut­
te le lezioni dell’Antico Testamento si trovano nei
tempi di penitenza.

69. Relazione tra l’Epistola ed il Vangelo del


Messa.
Che tra l’Epistola ed il Vangelo di ogni Messa e-
sista una intima relazione è evidente. Se ricerchia­
mo in che consiste questa relazione, i liturgisti con*
vengono tutti nell’affennare che l’Epistola ha lo sco­
po di preparare Vanimo del popolo alla lettura dot
Vangelo.
Difatti l’Epistola ora contiene una predizione
profetica del fatto che si narra nel Vangelo (Epi­
fania, Purificazione, Annunciazione ed Assunzione
di Maria SS.) ; ora invece narra il, fatto, mentre il
Vangelo contiene la sua predizione (Pentecoste,
Corpus Domini, S. Stefano, conversione di S. Pao­
lo). Molte Epistole delle Ferie di Quaresima ricor­
dano un miracolo dell’A. T. come preparazione di
un altro simile nel N. T.'iche si narra nel Vangelo.
Talora è una verità od un fatto generale, che ci fa
meglio comprendere di senso del fatto o della ve­

ti) Bona, 1. c. n. 1.
Dell’Epistola 139

rità evangelica. (Domenica IV dopo Pentecoste e fe­


sta di S. Maria Maddalena). Spesso l'Epistola riferi­
sce la morale del Vangelo (Domenica IX dopo Pen­
tecoste) (1). Tale relazione si trova ancora nelle
Messe dei Comuni dei Santi ed in quelle dei defunti.

70. Chi leggeva anticamente l’Epistola - Dove


eggeva - Numero delle lezioni.
L’Epistola anticamente era letta dal Lettore, ciò
che ancora le accennato dal Messale riguardo la Mes­
sa cantata senza ministri (2), e come si pratica ne!
la liturgia ambrosiana nella Messa) solenne. Verso il
secolo nono, dopo cioè che venne assegnato al Diaco­
no il canto del Vangelo, al Suddiacono venne ordi­
nato* di leggere l’Epistola (3). — Il luogo ove si leg­
geva, fino dall’antichità, era il presbiterio e preci­
samente sull’amòone, e rivolto verso il popolo
(4) ; dal medio evo in poi si praticò di leggere l’E­
pistola stando rivolto all’Altare.
Riguardo al numero nella liturgia romana ordina ­
riamente vi ha una sola Epistola o Lezione; non
mancano però circostanze nel'le quali vi hanno più 1

(1) Kòssing. O. c. 1. 276-277.


(2) Rit. celebr. Miss. Vii. 8. Ciò è ancora espresso nell’ordina­
zione dei Lettori.
(3) Am alarius, lib. II c. 11; Ordo Roman. I. n. 10; Conc. Rhc-
niense I c. 1 (a. 813).
Ciò che si pratica ancora nella liturgia Ambrosiana nella
quale l’Epistola si legge dal pulpito, come il Vangelo. Cfr. Selvag­
gio, Antiq. christ. II p. c. 2 § 2.
J40 Capo V

Lezioni (Feria IV e Sabbato delle quattro tempo­


ra^ Messa solenne della Vigilia di Pentecoste e del
Sabbato S. ecc.).
Nella liturgia ambrosiana se ne trovano due : una
delPA. T.! che si legge dal lettore soltanto nella Meo
sa solenne, e l’altra che si legge in tutte le Messe ed
è tolta sempre (eccetto alcune Messe de requie) dai
libri del N. T., ianzi quasi sempre dalle Lettere apo­
stoliche.
Nella liturgia di, S. Giacomo se* ne trovano parec­
chie; la siriaca ne ha cinque, l’armena tre (1).

71. Azioni cerimoniali nella lettura dell’Episto


Osservazioni.
Leggendo l’Epistola il Celebrante mette le mani
stese sul libro, ovvero sull’Altare} od anche in modo
quasi da tenere in mano il libro.
L’Epistola Viduas honora, che trovasi come in se­
condo luogo, alla fine delle Messe per le Vedove,
si legge solamente quando è voluta dal Messale o da!
l’Ordinario delle Messe per la! Diocesi, non per tut»
té le sante Vedove indistintamente (2).
Dove Vi è antica consuetudine l’Epistola si può
cantare dal pulpito nelle Messe solenni (3). 1

(1) Cfr. Voi. I. Parte IL


(2) S. C. R. 11 sett. 1841, n. 2839.
(3) S. C, R. 16 marzo 1591 n. 9, 1-2; 17 nov. 1592, n. 32. 2.
Dell’Epistola 141

All*Epistola si risponde Deo gratias, onde ringra­


ziare) Dio della parola che ci ha inviato. E’ una ri­
sposta antichissima,) perchè di essa fa cenno S. A-
gostino nel Sermone de Verbis Domini e nella Enar-
razione sul Salmo 132 (1). 1

(1) Sermone de verbis Domini 133. «In lectione Apostolica gra­


tiae Domino aguntur de fide gentium». In Africa i cristiani usano
salutarsi colle parole: Deo gratias. Contro i donatisti, che deridevano
un tale costume, sii' scaglia 6. Agostino (Enarr. in Pe- 132).
CAPO VI

Graduale, Tratto e Sequenza.

72. Parti liturgiche tra l’Epistola e il Vangelo.


Dall’Epistola non si passa immediatamente alla
lettura del Vangelo; ma tra l’una e l’altra lezione la
Chiesa ha posto alcune parti, chei si recitano, secon­
do l!ai diversità! dei tempi e delle Feste. Tali parti so­
no il Graduale, il Tratto e la Sequenza.

73. Il G raduale - Perchè così chiamato - Sua


forma antica - Parti di cui risulta attualmente*
Il Graduale, (che segue immediatamente l’Episto­
la in tutte le Messe, fuori del tempo pasquale, è co­
sì chiamato dal luogo ove si cantava, durante la Mes­
sa solenne, cioè dai gradini dell’ambone, intanto che
il Diacono preparavasi ad ascendere l’ambone, per il
canto del Vangelo. «Finita lectione, leggesi in un
Ordine Romano, ilUs qui Graduale^ et Alleluia can­
taturi sunt, iuxta pulpitum, in inferiori standum est»
(i).
Esso si chiama anche responsorio non tanto per
la corrispondenza che può avere} colla Lezione scrit­
turale precedente, quanto per il! modo di canto con
cui veniva eseguito (canto responsorio) (2).1

(1) Presso Bona, o. c. 1. c. n. 4; Amalar o- c- lib. IH c. 17.


(2) S- Isidorus. «De Officiis Ecclesiasticis» lib. I, c. 8. «Respon*
soria ab Italis longo tempore surft repera, et vocata hoc nomine,
Graduale, Tratto e Sequenza 143

La forma antica del Graduale, non era quale l’ab­


biamo attualmente. Nei primi secoli, nella Chiesa
Orientale (1), ed Occidentale (2), dopo la Lezione,
si cantava un Salmo, in forma di Responsorio (3),
il quale stava in relazione colla Messa che 6Ì cele»
brava secondo il tempo o la Festa. Invece del Salmo
intero, s’incominciò però, già per tempo, a recitare
solamente alcuni Versetti. Comunemente i liturgisti
affermano essere stati gli Italiani i prim i ad adoperare
i Graduali o Responsori così ridotti, ma nessuno può
determinare l’epoca neBa quale si introdusse u n ta­
le costume. Certo non si può dire primo autore dei
Graduali il Pontefice S. Gregorio Magno, il quale
li trascrisse nel suo Antifonario, come già si adope­
ravano nella Chiesa romana, pongasi pure che ne
abbia creati dei nuovi ed abbia ritoccati gli antichi
(4). Tale costume passò tosto e perseverò in tutta
la liturgia.
Soltanto una mala intelligenza di un Canone del

quod uno canente, chorus consonando respondeat»- Un cantore cioè


detto praeceptor, forse lo stesso lettore (Ordo Rom. XI, 40, più
tardi erano due preceptores) cantava il primo verso e la scuola dei
cantori rispondeva lo stesso verso; quindi il praeceptor cantava il
secondo verso, e gli altri rispondevano il primo, in tono più alto.
Durando, O. c. lib. IV, c. 19, n. 8.
(1) Constitut. Apostol. lib- V ili, c. 57; Card. Tommasi, Praef.
ad Resp. etc.
(2) Tertulliano, «De anima» cap. 9; S. Augusf. De verbis Àpoet.
serm. 8- «Primum lectionem audivimus Apostoli, deinde cantavimus
Psalmum; post haec Evangelica lectio decem leprososl mundatos
osténdit»-
(3) S- August- Enarr. in psalin. 119. «Brevis psalmus et valde
utilis, quem nobis cantatum audivimus et cantando respondimus».
(4) Bona, I. c.
144 Capo VI

Consilia Toletano ha potuto far credere che esso


avesse vietato il Graduale. Il Canone infatti si rife­
riva alla liturgia! mozarabica, secondo la quale il Re­
sponsorio o Graduale cantavasi subito dopo la Le­
zione dell’Antico Testamento, (oome anche oggidì la
liturgia ambrosiana ha la psallemus),, e da alcuni
veniva) ripetuto anche dopo l’Epistola o la Lezione
del Nuovo Testamento. Il Concilio vietò una tale ri­
petizione, ed brdinò che dopo l’Epistola si leggesse
tosito il Vangelo, senza il Graduale (1).
Attualmente il Graduale risulta di tre parti, cioè :
di due Versetti, o meglio di una specie di Antifona
seguita da un Versetto; di due Alleluja, e di un altro
versetto seguito da un altro Alleluja. Questi ver­
setti sono per lo più tolti da uno stesso o anche da
due differenti Salini, non mancano però Graduali, i
cui Versetti sono, tolti da altri libri scritturali ed an­
che composti dalla Chiesa) in relazione alla Festa od
al tempo (2).

7 4 Scopo e carattere del Graduale • Sua rela­


zione coll’Epistola.
Il Graduale venne introdotto per varie ragioni :
a) Per dare varietà alle parti nel S. Sacrificio,1

(1) Bona, ibid, ove si cita per intero il canone conciliare»


(2) Specialmente nelle Messe meno antiche. Cfr. ex. gr. il Gra­
duale della festa del 'Preziosissimo Sangue (1 luglio — Ottava dei
SS. Apostoli Pietro e Paolo (6 Luglio) — S. Gerol. Emiì. (20 lu­
glio ecc*). La parte composta dalla Chiesa o tolta da altri libri scrit­
turali è specialmente l’ultimo verso che è po&o tra gli Alleluja. —
Cfr. la Messa dell’Invenzione di S. Croce, 3 maggio — di S. Pietro
in Vincoli, 1 agosto — Dedic. di' S. Michele Arcangelo, 29 sétt. ecc.
Graduale, Tratto e Sequenza 145

mentre riescirebbero troppo pesanti due Lezioni di


seguito. Esso lq interrompe e, mediante il canto, sol"
leva lo spirito dei fedeli e li prepara alla Lezione
Evangelica.
b) In conformità alla Festa o al tempo contiene
adorazione di Dio, ringraziamento, invocazione, fi­
ducia in Dio, specialmente quando, nell’ultimo Ver­
setto, si ricorda un fatto od una promessa divina.
c) Talora è un lamentum, poenitentiaet e il suo
scopo è di destare nell’animo dei fedeli questa virtù.
d) In alcuni tempi esso ha un doppio fine, cioè di
giubilo e insieme di penitenza, come mella settima'
na dopo Pasqua, (eccetto il sabbato)( nella quale si
recita il Graduale, perchè giusta l’antica disciplina
in essa venivano raccolti in Chiesa i neofiti e si ini­
ziavano alla vita cristiana (1).
Gli scrittori medioevali videro nel Graduale quasi
una risposta all’Epistola ( responsorium), una con­
centrazione dellfideai principale che si trova in quel­
la (2), ovvero il grido di penitenza raccolto dalla
Chiesa sul labbro del Precursore (3). Altri danno
spiegazioni morali (4) le quali hanno certo il loro me­
rito, spesso' sono istruttive assai, rivelano la fede di
quei tempi, ma> non hanno valore critico Storico (5).
In tempi più) recenti si volle vedere nel Graduale 1

(1) Thalliofer, 0* c. pag. 95 e seg.; Durand, O. c. lib, VI, c.


96, 9.
(2) Innoc. III. 0 . c. lib. IL c. 30.
(3) Ibid. col. Durando.
(4) Rlperto, De div. offic. lib. I, cap. 34.
(5) Kossing, O. c. p. 282.
146 Capo VI

un solenne ringraziamento a Dio per le verità con*


tenute nell’Epistola, una preghiera per praticare
quanto ci ha insegnato in essa, una capitolazione del­
le verità espresse nella Lezione scritturale (1),*
Altri infine negano qualsiasi relazione tra il Gra­
duale e l’Epistola e 6 0 I0 ravvisano in essa il caratte­
re del tempo in cui si recita e lo scopo immediato di
far conoscere lo Spirito della Chiesa nei diversi tem­
pi e Feste (2). Ma questo carattere non si trova sol­
tanto nel Graduale, bensì in tutte le parti scrittu­
rali della Messa.
Quindi non si può assolutamente escludere una
relazione speciale tra l’Epistola ed il Graduale, il
Tratto ecc. Tale relazioni poi è simile a quello che
abbiamo detto trovavasi tra i Responsori e le Lezioni
del- Divino Ufficio, cioè nelle Messe del tempo ha re­
lazione col tempo e col Libro scritturale del quale
è tolta l’Epistola, nelle Feste ha relazione ool Santo
di cui si celebrai la Messa.

75. Quando si tralascia il Graduale - Quali pa


ti si omettono.
Il Graduale si omette in tutte le Messe feriali e
festive del tempo Pasquale, cioè dal Sabbato in Ai-
bis fino a l Sabbato dopo?’Pentecoste, ed in 6uo luogo1

(1) Le Courtier ^Explicatiori des prières et dea cerimonie»


de la Messe», cap. II § 3; Schmd, «Lhurgik» Voi. 1, pag. 118. Ed. 3.
(2) Così il Kossing, O. c- pag. 283, il quale a conferma della
propria sentenza riferisce l'esempio dei graduali delle domeniche
dopo PEpifania e di altri tempi dell'anno liturgico.
Graduale, Tratto e Sequenza 147

si recitano due Alleluja, quindi due versetti ciascuno


dei quali termina con u n Alleluja.
Durante l’Ottava di Pasqua si continua a recitare
non già solo perchè è quasi un canto giulivo alla ri­
surrezione di Gesù Cristo, ma per riguardo al­
l’antica disciplina circa i neofiti, come già più so­
pra si è accennato (1).
Dalla Domenica di Settuagesima fino al Sabbato
Santo non si dicono gli Alleluja, nè l’ultimo Verset­
to (2).
Nelle Messe delle Ferie di Avvento (nelle quali
si dice quella della Domenica relativa) non si di­
cono gli Alleluja nè Pultimo Versetto, ma soltanto i
due primi Versetti del! Graduale (3). Si omettono
ancora gli Alleluja col Versetto nelle Messe Feriali
dei quattro tempi (eccetto quelle di Pentecoste) e
delle Vigilie (eccetto quella di Pasqua, di Pente­
coste e di Natale quando occorre in Domenica) e
nella Messa dei SS. Innocenti (tranne quando occor­
re in Domenica) (4).
Le Messe de requie hanno Graduale e Tratto pro­
prio. che non si omettono: mai.1234

(1) Vedi sopra a parte IL Parli della Messa. — Anche qui il


Kosaing, rifiuta l’opinione del Tapfer 6ul carattere giulivo del Gra*
duale dell’Ottava di Pasqua, c^rca dare una spiegazione mistica del
rito e dice che venne ritenuto perchè con essa si compiono i settan­
ta giorni (dalla Settuagesima) che simboleggiano gli anni della schia­
vitù di Babilonia-
(2) Rubr. Gen. Miss. X, 4-5.
(3) Gen. Miss. Cfr. Rubr. in Domin. I Adv.
(4) Rubr. Gen. Miss. ibid. e ai propri luoghi per le eccezioni
indicate.
146 Capo VI

76. T ratto - Perchè così chiamato - Suo cara


tere e parti che lo compongono - Quando si recita.
Il Tratto è una parte che, in alcuni tempi, 6Ì ag­
giunge ai» Graduale e risulta di Versetti, per lo più
tolti dai Salmi.
E’ così chiamato dal, modo con cui veniva canta­
to : «Propterea cantum hunc tractum appellatum,
quod continua serie modulationis unius Cantoris,
non interrupto responsionibus aliorum intercinens
tium, peragetur. Sic enim Tractum canere dicitur Can­
tor; quemadmodum latini tractim dicere, tangere, tra-
ctim sussurrare etc. accipiunt; trahendo scilicet in lon­
gum, sine intermissione, non interrumpendo seriem o-
rationis iit percussionis, vel sussurri» (1). Quindi il
Tlratto differisce dal Responsorio in ciò che in que­
sto risponde il coro, mentre il tratto non ha alcuna
risposta (2).
Il Tratto ha inI generale il carattere del lamentum
poenitentiae e si trova in quei tempi nei quali man­
ca YAlleluja (eccetto la Vigilia di Pentecoste, nella
quale vi è Y Alleluja e il Tratto).
In particolare poi: »— a) alcuni hanno un con­
cetto giocondo e sono una continuazione del Gra
duale. Tale è il Tratto della Messa del Comune dei
Confessori dopo la Settuagesima ; —1b) altri conten-12

(1) Card. Tommasini, Praef. ad Respons. et antiphon. Rom. Ec­


clésiae.
(2) Amalar. lib. Ili, cap. 12; Ordo Rom. IH, 9. — Quando
sentiremo anche nelle nostre Chiese eseguito giuste le leggi liturgi­
che, ih canto fermo, queste parti della Messa che la rendono sì bel­
la, sì varia, sì attraente?
Graduale, Tratto e Sequenza 149

gono un pensiero idi confidenza in Dio, e stanno in


contrapposto col Graduale che esprime le tribola­
zioni della vita, come nella Dom. I l di Quaresima;
— c) altri infine hanno u n carattere di vero lamen­
to di penitenza : come quello del giorno delle Cene­
ri, chel si dice comunemente nella Feria II, IV e VI
delle settimane di Quaresima fino alla Feria IV del­
la Settimana Santa. Essi ci ricordano l’antica disci­
plina penitenziale che consacrava tre Ferie a specia­
li astinenze (1).
Il Tratto si recita :
1. Nelle Messe delle Domeniche e dei Santi dalla
Settuagesima fino a Pasqua; quindi si eccettuano le
Messe feriali dalla Settuagesima fino alla Feria IV
delle Ceneri esclus., nelle quali si dice la Messa del­
la Domenica, ma non si dice1il Tratto (2).
2. Nelle -Ferie II, IV e V I delle settimane di
Quaresima, fino? alla Feria IV della Settimana San­
ta, nelle quali sì recita ordinariamente il Tratto:
Domine non secundum etc. della Feria delle Ceneri.

77. - Sequenza. - Origine e numero delle Seque


ze - Quando si recita e in quale Messa si tralascia.
Il modo di cantare l’ultimo Alleluja del Graduale
diede origine alle Sequenze. Peit mezzo di numerosi
neumi si protraeva il' canto dell’ultima vocale «Ut12

(1) Kos9Ìng, O. c. 89>-29. Queste ferie erano chiamate feriae le­


gitimae ossia di’ penitenza speciale e sd trovano spesso ricordate nel
poenitentiale romanum•
(2) Rubr. Gen. Miss. X, 5.
160 Capo VI

jucundo auditu )mens attonita repleatur et rapiatur


ilhic, ubi Sancti exultabunt in gloria et laetabuntur
in cubilibus suis» (1). Ora gli stessi neumij delYAl^
teluja si chiamano jubili o jubilationes e il loro in­
sieme si disse anche sequentia. A meglio fissare qu e­
ste molodie* nel secolo nono, si incominciò qua e là
a sottoporre ai neumi delle parole in relazione alla
Festa, ma in forma sciolta, non legate cioè da leggi
metriche, e si chiamarono perciò prose (2). Col se­
colo XII le prose ebbero anche la forma metrica, co­
me gli inni, ma conservarono indifferentemente il
nome di prose o di Sequenze.
Il primo autore delle Sequenze, nel senso stretto
della parola è PAbbate Nokero di S. Gallo.
Durante il medioevo le sequenze divennero nu­
merose nel Messale; finche S. Pio V non ne ritenne
che cinque, che sono ancora in uso, cioè quella di
Pasqua «Victimae paschalis» (3), di Pentecoste «Ve­
ni Sancte Spiritus» (4), del Corpus Domini «Lauda
Sion Salvatorem» (5) della B. V j Addolorata «Sta­

ci ) Rupcrtus, de div. Off. cap. 35.


(2) Prosa, cioè prosa-oratio, orazione libera, sciolta.
(31 Non si «a con certezza cbi sia l’autore del «Victimae Pa-
sdiulis»; chi lo vuole opera di S. Pier Damiani, chi del prete Wido
cappellano aulico di Corrado II e di Enrico III (sec. XI). — Si
noti la forma dialogica che biì trova in questa Sequenza.
(4) Della Sequenza di Pentecoste è autore il re Roberto (996-
1031) figlio di Ugo Capeto : altri però l’attribuipcono all’Abbate Not-
kero, altri ad Ermanno Contratto ( t 1054).
(5) Questa ha indubbiamente per autore S. Tommaso d’Aquino
(1227-1274).
Graduale, Tratto e Sequenza 151

bat Mater dolorosa» (1), e quella della Messa dei


defunti «Die trae» (2).
Le quattro sequenze per le feste si dicono sola­
mente nella Festa e durante FOttava quando si cele­
bra la Messa de Octava: si omettono sempre nelle
Messe votive (3).
Le Sequenze di Pasqua e Pentecoste si devono! di­
re anche durante FOttava inf tutte le Messe. Le Se­
quenze del Corpus Domini e dell’Addolorata si de­
vono dire soltanto nelle conventuali e cantate du­
rante FOttava: nelle private sono ad libitum. Nel
giorno ‘d ell’Ottava sono obbligatorie.
La Sequenza Dies irae si deve dire in tutte le Mes­
se cantate de requie qualunque sia il giorno o la oc­
casione per cui si cantano; nelle Messe lette de re­
quie si deve dire in die obitus, in die tertia, septi-
ma, trigesima ed anniversario : nelle quotidiane è la­
sciato ad libitum sacerdotis il recitarla (4).

78. Azioni cerimoniali nella recita di queste pa


ti liturgiche.
Tutte le parti che seguono l’Epistola ossia il Gra­
duale, il Tratto, la Sequenza, si leggono dal Cele­
brante al lato dell’altare, nel quale si è letto FEpisto-1

(1) La Sequenza Sabat Mater è di Jacopone da Todi ( t 1306).


(2) Il Dies irae si riferisce generalmente a Tommaso da Gelano
(t verso la metà del sec. VHI) Gfr. D. Jacob. «L’arte a servizio del­
la Chiesa». Voi. Iti, pag. 5 e seg. Pavia Artigianelli.
(3) .$. C. R. 16 sett. 1673, n. 1490.
(4) S. C. R. 30 giugno 1896, n. 3920, IV.
152 Capo VI

la, con la stessa posizione delle mani e coll medesimo


tono di voce con cui si è letta FEpistola. Il Celebran­
te, nella Messa tanto solenne che privata, deve lefc’
gere tutto e" non è lecito recitare queste parti od, an­
che la Sequenza, alternativamente coi ministri (1).1

(1) S. C. R. 11 sett. 1847, n. 2956, 7.


CAPO VII

Del Vangelo

79. Antico costume di leggere nella Messa u


tratto del & V angelo .
I l Vangelo è il centro della divina Rivelazione:
la Chiesa quindi, costituita da Dio per conservare e
comunicare ai popoli la divina parola, ha formato
della lettura del Vangelo la parte più importante
della preparazione didattica al S. Sacrificio.
Che il costume di annunciare un tratto del Van­
gelo nella Messa risalga agl^ Apostoli è fuori di, o-
gni dubbio. Essi ancor vivi, presenti alla celebrazio­
ne Idei divini Misteri, dovevano senza dubbio, spe­
cialmente nelle(principali ricordanze dei Misteri cri­
stiani, narrare il fatto del quale, erano stati testimo­
ni. Scritti,; Specialmente per istanza dei fedeli, i sa­
cri Codici, si lessero colla più sacra venerazione,
nelle adunanze, durante il S. Sacrificio. S. Paolo
ricorda questo fatto, e parlando di uno1dei più illu­
stri personaggi, dice che di lui si narrano le lodi in
tutta la Chiesa (1), ed ancorai più chiaramente Eu­
sebio dice del Vangelo1di S. Marco: «quod curri Pe­
trus, per* revelcttionem Sancti Spiritus cognovisset, de1

(1) li, ad Corinth. V ili, 18. Non vanno d’accordo gli interpre­
ti nel determinare chi 9ia il personaggio al quale allude qui l’Apo­
stolo. Alcuni vogliono che sih S. Luca, altri $. Batnaba, S. Gerola­
mo sta per la prima opinione.
154 Capo VII

lectatus ardenti hominum studio, tibrum illum au­


ctoritate'sua comprobasse didtur ut deinceps in Ec­
clesiis legeretur. Refertur id a Clemente in sexto
Institutionum libro, cui testis etiam accedit Papias
Episcopus Hierapolitanus» (I)- Di tale costume par­
lano ancora S. jGiustino Martire e S. Cipriano. Nè
ad esso fu contrario il Concilio di Laodicea, il qua­
le ordinò che si leggessero le Scritture e il Vangelo al
sabbato; poiché con tale prescrizione non si vollero
esclusi .-gli altri giorni ma si volle che si estendesse
anche al sabbato la solenne celebrazione della Me»*
sa (2). Laonde, conclude il Cardinal Bona, esser fal­
sa l’opinione di coloro che affermano avere gli A-
postoli celebrata la Messa soltanto colla recita del­
l’Orazione Domenicale, e che un tale costume si sia
protratto per alcuni secoli, perchè, le autorità sto­
riche dei prim i scrittori, oltreché a tutte le ragioni
di convenienza, sono contrarie a detta opinione (3).
La liettura del Vangèlo nei prim i secoli si faceva123

(1) Hi$t. eccles. lib- II, cap. 15.


(2) Bona, O. c. cap. VII, n. 1.
(3) Bona, 1. c- Tale opinione sostenuta dal Morino ha la sua
origine in una falsa interpretazione della lettera di S- Gregorio M.
a Giovanni Siracusano. In essa il Santo parla del sacrificio propria­
mente detto, la sua affermazione non esclude le partì che precede­
vano, e poi 9Ì riferisce al tempo nel quale gli Evangeli non erano
scritti, quando naturalmente non «i potevano leggere nella Messa.
Supporre il contrario sarebbe dare una smentita alle Lettere ed agli
Atti Apostolici che, come abb'iam veduto altrove (Voi. I, cap. Ili)
ricordano sempre la lettura delle Scritture nella celebrazione dei
sacri Misteri.
Del Vangelo 155

dal Lettore; ma poi passo ai Diaconi, per rispetto al­


la dignità1del Vangelo (1).

80* Quando avvenne la distribuzione delle peri-


cope evangeliche.
I tratti © pericope che si dovevano leggere in par­
te erano determinati dalla stessa natura della solen­
nità che esigeva l’annuncio del fatto narrato dal
Vangelo, 'altri erano regolati dai Vescovi. A poco a
poco, insieme allo sviluppo organico che ebbe la li­
turgia colle istituzioni delle feste di Nostro Signore,
della) B. V., dei Santi, e colla formazione dell’anno
liturgioo, vennero anche scelti speciali tratti o peri­
cope evangeliche in relazione ai Sacri Misteri die
si ricordano. Nel comes o Lectionarium di S. Ge­
rolamo si trova già una disposizione di! pericope e-
vangeliche che, in sostanza, concorda coll’attuale;
quantunque, più tardi, alcuni tratti venissero mutati,
altri introdotti di nuovo con le feste. Onde è lecito
concludere che Forigine delIFodierna disposizione
delle pericope evangeliche della Messa si deve ri­
cercare, come in germe, nei primi tempi della Chie­
sa, appena scritti i sacri Codici ; in seguito venne per­
fezionata, sempre sullo' stesso principio e secondo la
mente, il fine che ebbe la Chiesa, nell’unire al S.
Sacrificio la promulgazione della rivelazione evan­
gelica.

(1) S. Gerolamo ricorda già questo costume della lettura del


Vangelo fatta dal iDiacono. Nell’ordinazione del Diacono gli si con­
ferisce tale autorità.
156 Cupo VII

81. Principio secondo il quale vennero distribuite


tali lezioni nelle feste principali.
Da ciò siamo indotti a ricercare quale sia stato in
concreto questo principio, questa mente della Chie­
sa, secondo, la quale sono ordinate le odierne perico»
pe evangeliche. Col Santo Sacrificio la Chiesa pre­
senta a Dio adorazioni, ringraziamenti, suppliche;
l’occasione;'di compiere tali atti è il ritorno periodi­
co di un tempo che ricorda i misteri della Redenzio­
ne, ossia una Festa, una circostanza della vita di G.
C. o dei Santi; la Messa ha un’intima relazione con
esse. (Per ravvisare questa ìntima relazione che de­
terminò la scelta delle pericope evangeliche basta e-
saminare le Feste principali, i cicli domenicali e le
feste dei Santi.

82. Preparazione alla lettura del Vangelo - Il


M unda eor m eum e la B en edizion e.
La lettura del Vangelo è preceduta da una pre­
ghiera preparatoria che incomincia colle parole:
Munda cor meum.
Questa preghiera è ordinata ad ottenere la purez­
za del cuore ei del labbro, onde poter annunciare de­
gnamente il santo Vangelo; in essa si ricorda il fat­
toi di Isaia, al quale Dio mandò un Angelo che con
un carbone acceso, simbolo della grazia, gli purifi­
cò il labbro. Ad essa segue la benedizione invocativa,
per poter annunciare «digne et competenter Evan-
gelium suum».
Queste preci sono recitate da® Celebrante nel
Del Vangela 157

mezzo dell’altare,' profondamente inclinato, colle ma­


ni giunte, ma non poste sull’altare, alzati prima gli
occhi alla croce. Invocando direttamente la benedi­
zione da Dio, il Celebrante dice : Jube, Domine, ete.
83* 11 saluto al popolo - Annuncio del Vangelo -
Risposta del ministro.
La lettura del Vangelo ha una doppia introduzio­
ne, cioè: il saluto al/'popolo e Vannuncio della Le­
zione evangelica. Col primo si augura al popolo la
divina assistenza perchè possa rettamente intendere
e praticare FEvangelo ; col secondo si fa conoscere
di quale Evangelista sia il tratto^ che si sta per leg­
gere.
La lezione evangelica è ordinariamente preceduta
dalle parole aggiunte dalla Chiesa: In ilio tempore,
che ci riportano al tempo nel quale avvenne il fatto
descritto nel Vangelo. Tali parole mancano quando
si legger i! principio dei libri evangelici ed in alcuni
altri tratti.
La risposta del ministro : Gloria ubi, Domine com­
pie il senso che traspare da tutta l’introduzione del'
Vangelo, che è di eccitare fede e rispetto verso il
divin Maestro, il quale ci parla per mezzo del San­
to Vangelo, ed in relazione all’ultima risposta: Laus
tibi, Christe.
84. Azioni cerimoniali nella lettura del Vangelo.
Le azioni cerimoniali sono numerose intorno al
Vangelo, come precisamente richiede la sua santità.
1. Esso vien letto dal Celebrante o cantalo dal
]58 Capo VII

Diacono rivolti alquanto verso il popolo e il libro


stesso rivolto Verso il mezzo dell’altare, onde annun­
ciare il Vangelo stesso al popolo.
2. Recitando l’annuncio della Lezione si segna
colla croce il labro del Vangelo (il principio della
pericope), la propria fronte' le labbra ed il petto, ad
indicare come la divina parola deve ritenersi colla
mente, professarsi colla bocca e compiersi colie ope­
re. «In fronte... contra pudorem, ad significandum
se paratum esse ad Evangelium non erubescendum,
in ore contra silentium, ad Evangelium libere pro­
fitendum ; et in pectore contra simulationem fidei,
ad indicandum se internam habere fidem , et corde
credere ad justitiam» (1).
3. Si legge o si canta colle mani giunte per espri­
mere divozione e venerazione verso la parola di Ge­
sù Cristo.
4. In fine si bacia ili libro (al principio della pe­
ricope), in segno di amore verso la parola di Dio.
5. D urante le lettura del Vangelo tutti stanno in
piedi, ad esprimere la prontezza ad obbedire al S.
Vangelo.

Kf:- ■*'- ; ^
t L --,? • ,. c : ' \ \ s ... .• • - *'1

(1) De-Herdt, Voi. II, n. 67*


CAPO Vili

D e l S im b o lo .

85. Il Sim bolo.


Letto il Vangelo e fatta l’Omelia, nell’antica di­
sciplina della Chiesa, si facevano uscire i Catecu­
meni e si incominciava la Messa detta dei fedeli, Ila
quale, nei tempi della più severa disciplina, si cele­
brava a porte chiuse, custodite anzi dai ministri, per­
chè nessuno che fosse' immondo od indegno, avesse
ad entrare (1),
Il Simbolo, che si,1recita attualmente nella Messa
in alcune circostanze, appartiene propriamente alla
parte, didattica ed è come 'la risposta che i fedeli,
uniti al sacerdote, danno agli insegnamenti ricevuti
da G. C. Esso è quello che fu proposto ed approvato
nel Concilio Costantinopolitano, (a. 381). Da al­
cuni è anche detto Niceno, perchè, in sostanza il
Simbolo di Costantinopoli non è che una maggiore
spiegazione dei dogmi contenuti in quello di Nicea.
«Utrumque etiam confundunt Patres quia quidquid
additum est Costantinopolitano, jam virtute in Ni­
caeno continebatur: et c u m Kfides una sit, uniim e~
tiarn simbolum est, quamvis NicaerVum apostolico,
Nicaeno autem Constantinopolitanum quaedam ma­
jori explicationis gratia, adiunxerint» (2). E questa12

(1) Card. Bona, O. c. lib. ©ap. V ili , 1.


(2) Theod. Lector, Lib. II Collectaneor.
160 Capo V i l i

fu appunto la ragione, per la quale si preferì al Ni-


ceno, e lo (si introdusse nella Messa, e non perchè
esso si prestava meglio alla musica, come opinarono
alcuni (1).

86. Quando e dove si incominciò a recitare


Simbolo nella Messa.
I primi ad introdurre il Simbolo nella Messa fu­
rono gli} Orientali, e precisamente si vuole sia stato
Pietro Fullone, che ordinò la recita per la sua Chie­
sa Antiochena (a. 475). Ma l’eretico m onoibita fa­
ceva recitare il Simbolo Niceno, che non conteneva
aperta condanna al suo errore; onde i Vescovi o-
rientali sentirono il bisogno di fare una pubblica
professione, pure nella Messa, contro l’eresia che
serpeggiava e introdussero la recita del Simbolo Co­
stantinopolitano (2) che meglio rispondeva al biso­
gno di difendere la fede dagli errori allora in voga.
Tale pratica dall’oriente passò, in breve tempo an­
che all’occidente, e prima di tutto nella Spagna, la
più infestata dalle eresie. Qui fu il Concilio/ di To­
ledo (a. 519) che decretò la recita del Simbolo (nella
Messa, che doveva farsi anche dal popolo, prima
dell’Orazione domenicale. E se ne dà anche la ra­
gione : «Pro reverentia sanctissimae fideij et propter
corroborandas hominum invalidas mentes, consultu
piissimi et 'gloriosissimi domini nostri Recaredi regis,12

(1) Bona, o. c.
(2) Così Walfr. Strabone, O. c- cap. 22, confutato dal Card. Bona
Del Simbolo 161

sancta constituit fSynodus ut per omnes ecclesias Hi­


spaniae vel Galliae, secundum formam Orientalium
eccles., concilii Constantinopolitani hoc est, centum
quinquaginta Episcoporum symbolum fidei recitetur;
ut priusquam Dominica dicatur oratio, voce clara
a populo decantetur; quo et fides vera manifestum
testimonium habeat et ad Christi corpus et sangui­
nem praelibandum, pectora populorum fide purifi­
cata accendant». (1).
Tale pratica divenne anzi quasi comune in
Francia e nella Germania durante il secolo nono,
specialmente dopo lo condanna di Felice Urgel e di
Elipando ili Toledo, sostenitori delFadozianismo (2).
87. Il Simbolo nella Liturgia romana.
Quando si cominciò a recitarlo nella Chiesa ro­
mana? Tale questione spesso agitata, tenne sempre
divisi nelle sentenze i liturgisti e gli storici, e 11 tie­
ne ancora. Secondo una testimonianza dell’Abate
Bernone (3),; nelFanno 1014 i romani non usavano
ancora il Simbolo nella Messa ed interrogati alcuni
sacerdoti romani, perchè non lo recitassero, rispo­
sero: perchè la Chiesa romana non era mai stata
infetta da errore. L’imperatore Enrico III avrebbe
tuttavia persuaso il Papa Benedetto V ili ad intro-1

(1) Conc. HI Tolet presso Harduin, Acta etc. tom. Ili, eoL 497.
(2) Walfr.. Strabo, De reb. eccles. c. 22. Alcuino, Alamario e
Sabano Mauro, nei loro scritti sulla Messa non fanno cenno del
Credof onde si deve dire che esso entrò precisamente nella Francia
circa il secolo nono.
(3) Berno Ab. di Reichenau «De rebus quibusd. ad Missam
spectantibus» cap. II.
162 Capo V ili

durlo. Ma si sa che nella Spagna, nella Francia e


nella Germania s’era introdotta nel Simbolo la pa­
rola Filioque e i Greci ne avevano fatto rimostranze.
Il Concilio di Acquisgrana studiò la cosa e furono
inviati tre legati al Pontefice S. Leone HI, il quale
confermò la fede nella processione dello S. Santo;
ma riprovò il fatto d’aver introdotto nel Simbolo,
prima della (definizione della 'verità, quella parola,
tuttavia permise che da quel tempo in poi la si a-
doperasse. Nel dialogo avuto coi> delegati il Pontefi­
ce avrebbe soggiunto: «Nos idipsum non cantamus
sed légimus, et legendo docere, nec tamen legendo
aut 'docendo aliquid addere quipiam eidem symhoti
inserendo praesuminus» (1).
Ora la Legazione di Carlo M. dopo, il Concilio di
Aquisgrana, avvenne nell’anno 809, come adunque
si possono combinare le parole di Leone III colla
testimonianza dell’Abate Bernone?
Il MabilTon, che per primo propose la questione
cercò scioglierla col dire che quantunque nel secolo
nono in Roma si dicesse il Simbolo, fu tralasciato pe­
rò nei secoli intermedi e poi ripreso sotto Benedet­
to vm (2). Il Martene vorrebbe che in questo tem­
po in Roma non si cantasse, si recitasse però il Simbo­
lo, ll’imperat. pregò il Papa che si cantasse (3). Tra i1

(1) Baronius, Armai, a. 809., Tom. IV Tit. Ratio quae habita


est etc,
(2) Mabillon, «In Ord. Rom. commentarius» III Mus. Ital-
Tom. IH.
(3) Martene, «De Antiq. Eccles. ritibue» Tom. I Lib. c- IV
art. 6 n* 11.
Del Simbolo 163

recenti il Binterim opina che in Roma, prima del


tempo di Bernone, si recitasse -non il Simbolo Co­
stantinopolitano, ma il Niceno, e quindi le parole
di Leone III si riferiscono- al Simbolo che era in
uso in altre Chiese (1). Kossing rifiuta tutte le
precedenti sentenze e prova,,^che al tempo di Leone
III il Simbolo non eravparte del solenne Sacrificio,
non entrava in esso, come parte liturgica, ma solo
si recitava dal! popolo e dal clero come professione
di fede.
Presa la cosa sotto* questo aspetto non v’ha diffi­
coltà ad ammettere che il Simbolo fosse stato anche
introdotto da S. Damaso come alcuni vogliono, che
però lo si leggeva pubblicamente, per istruzione dei
fedeli, senza farvi alcuna variazione (2). Ad ogni
modo però è certo che col principio del secolo XI
anche nella Chiesa romana si recitava e cantava il
Simbolo, precisamente come parte liturgica della Mes­
sa, pure adottando Paggiunta approvata nel Concilio
di Aquisgrana e sancita dal Papa.

88. Quando si recita il Simbolo secondo l’attual


disciplina liturgica.

Il Simbolo è pubblica professione di fede : il prin­


cipio adunque secondo il quale la Chiesa, in alcune
Feste e tempi, vuole che si reciti il Simbolo nella 1

(1) Binterim, «Denkwiirdigkeiten» IV. 3. p. 355 e seg.


Kossing, O. c. pag. 335-339. — Questa sentenza è la più co-
164 Capo V i l i

Messa, è la speciale relazione che il Mistero o la


Festa ha colla fede stessa, ovvero il carattere solen­
ne della festività1, che 'richiede solenne professione
di fede.
Secondo questo principio, nella attuale discipli­
na della liturgia romana si prescrive di recitare il
Simbolo :
1. In tutte lé domeniche, qualunque Festa cada in
esse, e nelle Domeniche vacanti (Quindi anche? nel­
la Vigilia del Natale se cade in Domenica) ( i) e nel*
la Domenica anticipata. Non si recita però nella Mes­
sa delle Rogazioni se la Festa di S. Marco cade in
Domenica (2).
2. Nelle Feste di Nostro Signore Gesù C. (3),
nonché nelle Feste degli strumenti della Passione.
& Nelle Feste della B. V. Maria, non però nella
Messa de S. Maria in sabbato, perchè di rito sem­
plice.
4. Nelle Feste dei S. Angeli e di Ognissanti.
5. Nelle Feste di quei Santi del Nuovo Testamen­
to che furono i promulgatori o gli interpreti ed e-

mnnc oggidì fra i dotti e presenta ]a soluzione più soddisfacente alla


questione. Anche 1’Illustre Vescovo di Parma Mona. Magani nell’O-
fede che si faceva dopo l’Omelia del Vescovo, e si considerava «non
come un cantico od una preghiera ma, com’è infatti, una professio­
ne di fede, una spiegazione ufficiale della Dottrina cristiana». Voi.
II pag. 155.123
(1) S. C. R- 7 sett. 1816 n. 2572. 16.
(2) S. C. R. 7 sett. 1819 n. 2572. 16.
(3) La Pentecoste per sè è la festa dello Sp. S., ma si potrebbe
anche riguardare come festa di N. S. perchè in essa sì compì la 6ua
promessa di mandare agli apostoli lo Sp. 3. ed ebbe principio la
vita divina e pubblica della Chiesa-
D el Sim b o lo 165

spositori della fede, quindi in tutte le feste degli A-


postolì ed Evangelisti ed in quelle dei Dottori (1).
6. Nella Festa di S. Giuseppe (2), ancher quando
viene trasferita, perchè Patrono della Chiesa catto­
lica (3), ed in quella di S. Maria Maddalena, perchè
apostola della risurrezione.
7. NelFanmversarw> della Dedicazione della Chie­
sa del SS. Salvatore e de’ SS. Pietro e Paolo a Ro­
ma, nonché nelFanniversario della dedicazione della
propria Chiesa (4) e nel giorno della Dedicazione
della Chiesa o di un altare (5).
8. Nella Festa del Titolare o Patrono principale
di una chiesa o di un luogo, e del Patrono; generale
della Diocesi (6). Sei vi sono due Patroni o Titola­
ri aeque} principali, col rito doppio di prima classe,
si recita il Credo nella Festa di ciascuno di essi. Si
dice pure nelle Feste secondarie del Patrono, eùe
si celebrano sotto rito doppio (7).
9. In una festa trasferita di seconda classe, che1234567

(1) Anche nelle loro Feste secondarie che si celebrano con rito
doppio come l’elevazione, la traslazione, la conversione ecc.
(2) Leti. Apost. diPio IX 7 luglio 1871 n. 3252.
(3) S. C. R. 22 aprile 1871 n. 3249, I.
(4) Quando però si celebra nella Chiesa nella quale occorre
l’anniversario della dedicazione delle due basiliche romane si recita
dapertutto il simbolo, perchè l’ufficiatura della loro dedicazione è ge­
nerale.
(5) Nella dedicazione d’un Altare vi si celebra una Messa della
Dedicazione con Gloria e Credo; nel giorno della Dedicazione di
una chiesa tutte le Messe che si celebrano in essa devono essere
de dedicatione con Gloria e Credo-
(6) S. G. R. 15 sett. 1691 n- 1854.
(7) S. C. R. 10 nov. 1906 n. 4192* IV.
166 Capo V i l i

per sè non avrebbe il Credo, quando in essa si fa


Commemorazione di' unaè festa (per es. di un Dotto­
re) che esige ilf Credo (1).
10. Nelle Chiese ove si conservano Reliquie insi­
gni dei Santi l('2);, ed anche Id ei Beati, dei quali si
può celebrare PUfficio; e la Messa (3) quando oc­
corre la loft* Festa primaria o secondaria, purché si
celebri in rito- doppio. (Il Simbolo si dice però sola­
mente nella Chiesa ove esistè, ta Reliquia insigne e
non fuori di essa).
11. Nella Festa delle Sacrae Reliquiae quae as­
servantur in eccles. si dice il Credo in quelle Chie­
se, nelle'i'quali vi hanno Reliquie insigni (4)., nelle
altre non si recitai il Credo, tranne quando tale Fe­
sta si celebrasse, per privilegio,' in Domenica (5), ov­
vero fra un’ottava che ha il Credo.
12. Nelle Feste principali degli Ordini religiosi cioè12345

(1) S- C. R. 19 giugno 1700 n. 2059. 4.


(2) Per Reliquia insigne di un Santo si intende il corpo, il ca-
po, un braccio, una gamba, od anche una parte nella quale il mar­
tire subì il martirio, purché sia integra non piccola, e legittimamen­
te approvata dall’Ordinario (S. C. R. 8 apr.. 1628 n. 460 ; 13 genn.
1631 n. 555; 13 febbr. 1666 n. 1334. 3). Non 9Ì reputa reliquia insi­
gne una sola parte di capo, di braccio o di gamba, come un femore
o ad una (3 die- 1662, n. 1460) una tibia (S* C. R. 3 giugno 1662,
n. 2) o-d una parte di piede (7 die. 1844 n. 2883, 1). — Non è poi
necessario che la Reliquia aia esposta. Rasta che vi sia nella chiesa
ove si celebra. (S. C. R. 5 maggio 1906, n. 4186, II).
(3) De-Herdt, O. c. Voi. I, n. 90; Halden, p. Ili, tit 2; Merati,
p. I, tit. 11, n. 10; Cavalièri, p. I, tit. 5, c. 12, n. 63; S. C. R. 13
febbr. 1666, n- 1333, 14.
(4) Cavalieri, t. 5, cap. 12, n. 55 citati dal De-Herdt, 1. c-
(5) S. C. R. 11 marzo 1871, n. 3238.
Del Simbolo 167

dei loro fondatori e istitutori, però soltanto nelle chie­


se -dell’Ordine stesso (1).
13. Quando una festa per propria fattura e non
per speciale coincidenza con una Domenica, esige
la recitai del1 Simbolo, questo si recita per tutta VOt­
tava, se la Festa ha l’Ottava, qualunque Festa
si celebri in essa, ed anche quando non si facesse
alcuna commemorazione dell’Ottava (2).
14. NeU’y4nmverstìno della elezione e Consacra­
r n e del Vescovo e della creazione e coronazione
del Sommo Pontefice, soltanto però nella Mensa so­
lenne.
15. Nelle Messe votive solenni che si celebrano
prò re gravi e per pubblica causa.
16. Nella Messa solenne (non nellle private) fe­
stiva o votiva, che si canta nella Chiesa od all’altare
in una Festa nella quale, per ragione della Festa
stessa, vi è straordinario concorso di popolo (3),
Il Credo quindi jion si recita : a) nelle Feste «li1
rito Semidoppio, eccettochè occorressero fra u n ’Ot­
tava, che ha già il Credo; b) nella Messa della Vi­
gilia o della Feria, anche occorrente in una Festa
o fra un’Ottava che lo richiede e di cui si è fatta
Commemorazione nella Messa (4); c) nelle Feste
(1) S. C. R. 4 marzo 1662, n. 1227; 22 luglio 1848, n. 2946, 3,
ed anche in virtù del Decreto sopra citato per la Messa in aliena
ecclesia.
(2) Fanno eccezione gli Ordini religiosi che non sono tenuti a
celebrare l’Ottava di Titolari o Patroni della Parrocchia Ove hanno
le loro case. Devono però recitare il Credo quando celebrano in
quella chiesa ove si fa la festa del Patrono o del Tit giusta il
decreto citato.
(3) S. G. R. 1 aprile 1662, n. 1228; 23 seti. 1837, n. 2769, V ili. i.
(4) S. C- R. 21 giugno 1912. VI, 2.
168 Cupo V ili

dei Beati, anche quando per speciale indulto si ce­


lebra la Festa con rito doppio di prima classe f i) ,
fatta eccezione delle Chiese, nelle quali di essi si han­
no Reliquie insigni come si è detto ; d) nel giorno ot­
tavo di ottava semplice, anche se la Festa ha il Cre­
do (2 ); e) nella Domenica! che si riassume quando
non è Domenica in octavam.
89. Azioni cerimoniali che accompagnano la r
cita del Simbolo.
Il Credo si recita stando nel mezzo delFaltare col­
le mani giunte, chinando il capo alle parole: unum
Deum, Jesum Christumt simut adoratur. Al princi­
pio si allargano* si elevano e si ricongiungono le
mani, per la stessa ragione che tei è detto parlando
dell’Inno angelico. Alle parole: Et incarnatus est,
si genuflette, unico genu (3), ad esprimere profonda
venerazione verso il mistero dell’Incarnazione del
Divin Verbo. Si conclude la recita col1 segno della
Croce, che è esterna professione di fede nel mistero
della SS} Trinità.
Quando nella Messa si tiene la predica sia dal
Celebrante come da altri, il Credo si deve recitare do­
po la predica (4).
(1) S. C. R. 29 nov. 1755, n. 2439. 1. De-Herdt, 1. c. 12. -
Ad agevolare la memoria dei Santi, nelle Messe dei quali si dice il
Credo, i liturgisti danno la regola in queste parole: «DA credit,
MVC non credit» cioè i Dottori c gli Apostoli hanno il Credo, i
Martiri, le Vergini, e i Confessori per sè non l’hanno- Si noti che si
dice per sè, perchè quando fossero Titolari o Patroni, e quando di
essi in una chiesa vi fosse una Relìquia insigne si dovrebbe recitarlo.
(2) S. C. R. 18 gennaio 1918, 4.
(3) S. C. R- 22, 25 agosto 1818, n. 2580, 9. Cfr- Adnot. Car­
dellini in h. 1.
(4) S. € . R. 17 marzo 1591, n. 9-7.
SEZIONE II

Del Sacrificio (i)

CAPO I

Oblazione e Secrete.

90. L’antifona O ffertoriu m - Quando e da chi


introdotta - Forma antica ed attuale - Come si recita.
Dopo il Vangelo, o dopo il Simbolo, quando si
recita, il Celebrante saluta nuovamente il popolo, e
colla parola Oremus l’invita alla preghiera. Quindi se­
gue una Antifona, che è detta Offertorium. Con que­
sto nome gli antichi volevano designare il comples­
so delle preghiere-e delle azioni che si facevano dal
saluto del popolo fino al principio del Prefazio;
mentre oggidì il senso si è ristretto all’Antifona stes­
sa. In senso ampio però si può riferire a tutte Ite; 0 -
razioni ed azioni dell’Oblazione, e si chiama anche
piccolo Canone.
E® incerto il tempo nel quale s’incominciò a re­
citare, e specialmente a cantare delle preghiere co­
me accompagnatorie delPOblazione propria del Sa-1

(1) Si chiama questa parte della Messa col nome di sacrificio,


senza punto entrare nelle questioni teologiche circa questo punto.
Qui si fa semplicemente una partizione liturgica, che è adottata da
molti autori moderni ed è tondala sulla natura delle preghiere stesse-
170 Cupo I

orificio, ma si può'con fondamento supporre che es­


se abbiano avuto origine dal costume dei fedeli di
presentare, nella Messa, le loro offerte all’altare; ed
ha certo avuto lo scopo di occupare, con qualche con­
veniente preghiera, il tempo in cui si ricevevano le
offerte (1).
Neppure si conosce chi abbia introdotto il canto di
queste preghiere che accompagnavano l’Offertorio;
alcuni Pattribuiscono a S. Gregorio M., altri a San
Celestino, ed altri: ancora a S. E'utichiano (2).
Quello che è certo circa questo punto si è che la
forma antica delPOffertorio era diversa dall’attua­
le. Perchè nel Sacramentario gregoriano l’Antifona
detta Offertorium ha aggiunti parecchi versetti, spes­
so anche un intero salmo il cui canto durava, ripe­
tendo se occorreva i Versetti, finché durava l’offerta
fatta dai fedeli. Cessato questo costume da parte dei
fedeli, dalFOffertorio si tolsero i Versetti e rimase la
sola Antifona, qualle la abbiamo attualmente. 'L’u­
nico Offertorio che ancora ci resta nella forma an­
tica è quello delle Messe de requie (3).
H O ffertorium, nell’attuale disciplina, si recita dal
Celebrante, in mezzo all’altare, colle mani giunte, e
col tono di voce delle Lezioni.
Nel tempo Pasquale si aggiunge un Alleluja.1

(1) Walfr. Strab. 0. c. cap. 22; Microlog. c. 10. Tale costume


era ampiamente in uso in Africa al tempo di S. Agostino; Lib- 2,
de retract., cap. XI.
(2) Cfr, Merati, t. I, p. I; Torres, de wcrif. oblat. n. 74.
(3) Di questo Offertorio danno ampia spiegazione dogmatica e
liturgica il Kossing. 0- c. pag. 349; il Thalhofer, 0. c. pag. 134-145;
O blazioni c Secrete 171

91. U O blazione nella Messa secondo l'anti


disciplina - Materia delle Oblazioni - Eulogie - Persone
che potevano presentare i doni all'altare - Rito - Avan-
zo dell’antico costume.
Fin dal tempo degli Apostoli, s*era introdotto, ira
i fedeli, ili costume di presentare delle offerte nella
Chiesa, durante la Messa, e precisamente prima del­
la consacrazione della materia del Sacrificio. S! Pao­
lo (1) e S. Giustino (2) fanno aperta menzione di
un tale costume.
Da principio, e finché durarono le agapi cristiane,
i fedeli presentavano non solamente pane e vino,
ma anche altri cibi.
Cessate le agapi, troviamo leggi che prescrivono
FOfferta solamente di pane e vino (3). Tutto il re­
sto che poteva servire o pel culto o pel sostentamen­
to dei ministri oj per i poveri, doveva presentarsi alla
casa del Vescovo o ad uno speciale Diacono in al­
tro luogo, e non più all’altare. Da queste offerte si
toglieva pure Ila materia dei Sacramenti ed anche
pel S. Sacrificio. «Mos veteris ecclesiae fu it non con-
f icere Sacram entanea quidpiam ad ea pertinens be­
nedicere, nisi ex oblatis» (4). Quella parte poi del1

(1) I ad Coririfh. XI, 20-22; XVI, 1-3.


(2) Apologia, II, n. 63.
(3) Can. Apoet. DII, IX; Conc. Carthag. a. 397, presso il Card.
Bona, O. c- cap. V ili.
(4) Bona, 1. c. — Da questo farto G. Sirmond (m. 1651) d. C.
di G. trae una ragione per provare come prima dello scisma greco,
la Chiesa abbia usato nella Messa pane con lievito.. ConTro questo
argomento il Mabillon replica che se è vero che la materia dei Sa­
crificio si toglieva dalle offerte dei fedeli, non si può provare che
172 Capo I

pane che non era stata consacrata nella Messa, ve­


niva benedetta e distribuita, in segno di comunione
fraterna, a quelli che non avevano partecipato ai di­
vini misteri. Si chiamava eulogia (1).
Non tutti potevano fare queste offerte all’altare,
ma solamente coloro che avevano diritto di comu­
nicare cioè quelli che erano in comunione colla Chie­
sa. Erano quindi esclusi i pubblici penitenti che non
potevano partecipare all’Eucaristia, gli eretici, gli sci­
smatici, i catecumeni. La ragione d’una tale esclusione
scrive il Kossing, si trova nelFintima relazione, nel-
Funione organica tra il Sacrificio e l'a Comunione...
Perchè il Sacrificio e la Comunione sono tra loro u-
niti cosicché la partecipazione all’uno presuppone la
capacità a partecipare alPaltra e quindi coloro che
non erano degni di sedere alla Mensa del Signore ven­
nero sempre esclusi dal' porgere doni pel Sacrificio
( 2 ).
tra questa non vi sia stato anche il pane azzimo. Questa pratica vi­
ge ancora in alcune parti della Francia e nella Cattedrale di Mila­
no e non esiste alcuna prova che dopo lo scisma foziano 9iaei
cambiato il pane fermentato in azzimo. La questione è tratta'a am­
piamente dal Kossing. O- c. Fd ancora più profondamele dal Gie.
se: «Ererterung der Streifarg uber den Gebrauch del Azymen», II,
p. 228. 11 Card. Bona tiene una sentenza come di mezzo fra il Sir-
niond e Mabillon; egli sostiene che si adoperava tan'o il pane azzi­
mo come il fermentato. Rer. Liturg. I, 23.1
(1) Questo nome presso i greci fu prima adoperato a dimostra­
re le specie eucaristiche e lo a'esso S. Paolo chiama il calice euca­
ristico calix benedictionis, 1 Cor. X, 16. Nel secolo IX la eu­
logia o pane genedetto si dava ai catecumeni, S. Agost. de pece.
merit. n. 26, e spesso se lo mandavano vicendevolmente i V e s C J -
vi in segno di Comunione. Nel secolo sesto le eulogie ebbero la più
grande estensione. Cfr. Martigny. Diction. des amiquités chr. «Fulo-
gies»; Magani, 0. c. pag. 157.
(2) 0 . c. pag. 383-384.
O blazioni e Secrete

II' luogo ne] quale si facevano tali offerte era pei


chierici il presbiterio, pei laici fuori di esso.
Il rito o modo col quale si facevano queste offerte
dai fedeli era diverso presso le varie chiese; nell’Or­
dine Rom. II al n. 9 ci viene descritto il rito delle 0 -
blazioni nella Messa Papale. Il card. Bona riferisce
questo rito come pure quello di diverse chiese e
quello oontenuto in molti codici antichi (1), e dove
vige la consuetudine si può osservare ancora, salvo
però le prescrizioni date dal Cerimoniale (2).
Col secolo decimoprimo andò'; scomparendo questo
rito e la preparazione della materia del sacrificio
venne lasciata al clero. Le orazioni però del Canone
lo ricordano ancora, come lo ricordano alcune se­
grete (Cfr. Dom. V. dopo Pent.).
Un avanzo di questo costume è l’offerta in dana­
ro che si fa dai fedeli durante la S. Messa e preci­
samente in molti luoghi all’Offertorio e, fuori della
Messa, in altra materia che serve al sostentamento
del clero e all’esercizio del culto. La elemosina stes­
sa che si dà al Celebrante per l’applicazione della
Messa è un altro avanzo di questo costume (3),
Avanzo di questo costume sono ancora le offerte
che si fanno alila consacrazione dei Vescovi, Abbati,
nelle Ordinazioni sacre e simili.1

(1) Bona, 0- c. cap. IX. 1*2, Cfr. pure Magani, O. c.■ pag. 1*)5-
(2) Caerem. Rom. Lib. XVIII, 16.
(3) Intorno agli usi particolari ancora vigenti qua e là vedi'
Marzoli e Scneller «Liturgia sacra» parte 2, pag. 203 ; Binterim
«Denkwiirdlgkeitn» Voi. 1, parte 3, pag. 366, e più concisamente-
Kossing, O- c. pag. 385*387; Lcbrun, «Explication des priéres et des.
cérémonies de la Messe» Besangon 1729, pag, 228 e seg.
174 Capo I

92. Cerimonie ed osservazioni circa l’Oblazio


nella disciplina odierna.
Il Sacerdote, terminata la lettura delPOfferto-
rio, toglie il velo dal Calice, lo piega e lo pone dal
liato delFEpistola, vicino al corporale, in fondo alla
mensa. Pone la mano sinistra stesa sulla mensa e
con la destra porta il calice fuori dal corporale dal­
la parte dell’Epistola; toglie la palla che depone
presso il velo e con Findice e il pollice della destra
prende la patena, se la porta dinanzi e, tenendola
colle prime tre dita delle due mani quasi all’alltezza
del viso fa l’offerta dell’Ostia, come è detto in se­
guito. Mette poi la patena sotto il corporale dalla
parte delFEpistola, e si porta da questa parte. Aster­
ge il calice col purificatore, infonde il vino, benedice
(non nelle Messe funebri) e infonde qualche goccia
d’acqua, recitando il Deus qui humanae substantiae,
toglie col purificatore le goccie rimaste sospese nella
coppa del calice, depone ili purificatore lungo il, cor­
porale e va nel mezzo. Prende con la destra il Ca­
lice per il nodo e lo sostiene al piede con la sinistra,
alzandolo fino all’altezza degli occhi, e con gli occhi
alzati verso la Croce fa l’offerta del Calice. Prima di
deporre il calice fa con esso un segno di croce a po­
ca distanza dal corporale. Posta Ila sinistra sulla men­
sa, prende con la destra la palla e copre il calice.
Circa le cerimonie che s’usano nella attuale/ discipli­
na si osservi che: in relazione all’intenzione che fa
di offrir alFAltissimo l’Ostia, al principio dell’O ra­
zione che si recita in questo atto il Celebrante alza
O blazioni e Secrete 175

gli occhi alla Croce, ma tosto li abbassa^ e li tiene


sempre bassi, in segno di umiltà ; perchè nell’Orazio­
ne il' Celebrante si accusa colpevole davanti a Dio
e per i propri peccati offre POstia.
La preghiera che accompagna quest’atto, come le
altre, nel1Messale Romano, non risalgono,, nella for­
ma attuale, ad epoca anteriore al secolo decimo; ai
trovano però con qualche differenza di espressioni,
in codici più antichi.
All’offerta dell’Ostia si recita POrazione Suscipe
Sancte Pater. In essa viene espresso a chi si offre il
sacrificio cioè al Padre, Dio onnipotente ed eterno;
la materia del sacrificio cioè POstia, detta immaco­
lata, non per ciò che è in sè stessa, ma perchè, me­
diante la consacrazione, si trasmuterà nel corpo SS.
di C. G. ; il ministro, il quale confessa la sua indegni­
tà davanti a Dio ed in rapporto all’altissimo ufficio
che compie; le persone per le quali viene offerto,
cioè pel ministro stesso, per i presenti, pei vivi e pei
defunti; il fine del Sacrificio che è «ut mihi et illis
proficiat ad salutem>in citam e ternam ^ (!)•
Il segno di Croce che si fa nel deporre POstia
esprime che l’Ostia è posta sulFaltare come sulla
croce, essendo! identica la vittima che si offre sul­
l’altare e quella che si offrì sulla croce (2).12

(1) Questa orazione, come pure la seguente, sono ampiamente


commentate rial Lebrun, O. c. p. 240 e seg. il Kossing, il Thalhofer,
e più brevemente il Ludtke «Erklarang des keil, Messopfer» Dan-
sig, 1892, lo seguono. Basti questo cenno, per ogni ulteriore cita­
zione.
(2) Honorius «Gemma animae» 1. c. 96: Durand, 1. IV. c.
30, n. 17.
176 Capo I

Circa la quantità di acqua da mettersi nel Calice


il Conc. fiorentino prescrisse «aqua modicissima ad­
misceri debet», onde qualunque piccola quantità è
sufficiente. Però: «illud parum aut modicìssimum
ita stride accipiendum non esse in tam minima quan­
titate accipere, impossibile est, sed aliquam habere
latitudinem, ita ut, licet una aut altera gutta sufficiat
inquietari tamen non debet, qui quid plus acceperit»
(1). Non sarebbe tuttavia parte modicissima quando
rispetto al vino si assumesse una quarta od anche
quinta parte di acqua.
La ragione di questa mescolanza di acqua col vino
è data dal Concilio di Trento (2) : «tum quod Chri­
stum Dominum ita fecisse credatur, tum quia e latere
ejus aqua simul cum Sanguine exierit, quod Sacra­
mentum hac mixtione recolitur; et cum aquae in
Apocalypsi beati Joannis populi dicantur, ipsius po­
puli fideli cum capite Christo unio repraesentatur».
Ed in questo punto il Sacro Concilio non fa che rias­
sumere il pensiero dei Padri e confermare l’anti­
chissima pratica della1Chiesa (3).
L’Orazione che accompagna quest’azione trovasi,1*3

(1) De-Hcrdf, 0 . c. I. 233.


(2 Conc. Trid. Sess. XXII de Sacr. Missae - Sathec. Rom. p.
II, eap. TV.
(3) Per uno studio più profondo cfr. : Kossing, O. c. p. 371; Ber-
Iendi.% de oblationibus; Binterim «Kirchenlexicon»; Mortene «de an-
tiq. eccl. rit.v lib- I. c. IV a. 6; Georgi, Lìturg. Rom. Pondi. ;
Prosbt «Die Liturgie der drei ersten Yahrh.» p. 337 seg.; Thalhofer,
O. c. Voi. II, p. 136-166. — S. Cipriano parla diffusamente della
mescolanza dell’acqua col vino nella Messa nella lettera 63 ad Cae­
dium cap. 13: Cfr. pure Magani, O. c. 170.
O blazioni e Secrete 177

in sostanza, nel Sacramentario gregoriano tra lo col­


lette del Natale. Essa contiene tutti gli elementi che
abbiamo notato in quella che si recita all’offerta
dell’Ostia; una sola differenza qui ei osserva ed è il
numero plurale che si usa: Offérimus... prò nostra
etc. La ragione di questo alcuni vollero ravvisarla
nel rito della Messa solenne, nella quale l’offerta
del calice è fatta dal Celebrante e dal Diacono insie­
me; altri la trova nelPantico costume, quando il po­
polo presentava specialmente il vino all’Altare on­
de si faceva l’offerta del Calice a nome del po­
polo. Ma come osserva il Kossing, Pantico rito cessò
molto tempo prima che fossero ordinate le odierne
preghiere della Oblazione, onde conviene trovare u-
na ragione più intima' e profonda. Il medesimo auto­
re ce la presenta1nel fatto che il Sacerdote è il mini­
stro di G. C. ed il rappresentante della Chiesa e del
popolo a nome del quale prega ed offre il Sacrifi­
cio: «meum ac vestrum sacrificium» (1).

93« Le due Orazioni sull’oblata.

Fatta POblazione dell’Ostia e del Calice, il Cele­


brante colle mani giunte e poste sull’altare, inchina­
to col corpo recita l’Orazione In spiritu humilitatis.
Queste prime parole spiegano già le cerimonie che
accompagnano l’Orazione la quale è composta dalle

(1) Kossing, 0. c. pag. 394 seg.: Thaltiofer, O. c. pag. 165. Una


spiegazione più ampia dogmatica e mistica di questa orazione vedi
presso Lebnm, 0. I. c.
r<8 Capo I

parole dette dai tre fanciulli condannati alla forna­


ce di Babilonia (1), con relazione al Salmo peniten­
ziale davidico (2). Essa contiene il sacrificio che di
noi stessi facciamo a Dio in spirito di umiltà e col­
la contrizione del cuore, affinchè sia a Lui accetto
quello dell’altare.
A questa si connette un’altra Orazione, colla qua­
le si invoca la benedizione sui doni offerti: Veni
Sanòtificator etc... Tale benedizione viene daiPalto
quindi al principio di questa Orazione il Celebran
te alza gli occhi e le mani e tosto le congiunge in se­
gno di ardente preghiera e fai con la destra un segno
di croce sull’oblata. Poi con le mani giunte va al
lato delFEpistolia per il Lavabo. Mentre le secrele
ordinano il Sacrificio al Padre, il che appare spe­
cialmente dalla loro conclusione, questa Orazione
lo ordina alla glorificazione del nome dell1© Spirito
Santo «tuo sancto nomini praeparatum» perche a
lui è attribuita la /dispensazione della grazia e la be­
nedizione che in questo punto si invoca (3). Non
mancano però liturgisti che sostengono che anche
questa Orazione è diretta al Padre, mentre si dice:
«omnipotens aeterne Deus». Questa orazione trovasi
anche nella liturgia mozarabica con poche varianti
ed in tutte le liturgie anche le più antiche. Anzi123

(1) Daniel, III, 39-40.


(2) Thalhofer, 1. c. pag. 167.
(3) Thalhofer, 1. c. pag. 167: Kòssing, spiega l’orazione come
puramente diretta al Padre; è almeno libero di tenere la sentenza
che si vuole.
O blazioni e Secrete 179

i Greci ritengono che per essa si operi la transustan­


ziazione, come si è detto altrove (1).
Tutto il formulario di preghiere che riguardano la
preprazione della materia del Sacrificio e la sua o-
blazione non sono più antiche del secolo XIII o XII,
e vuoisi siano state introdotte nel Messale romano tra
il Pontificato di Innocenzo III ( t 1216) e quello di
Clemente V I ( + 1362). Gli scrittori di liturgia ante­
riore a quest’epoca non ne fanno cenno e il Microio-
gio (c. 1090) afferma che Foffertorio si faceva sen­
za alcuna formula di preghiera. Qua e là però già
esistevano preghiere presso le chiese particolari (2).

94. Lavanda delle mani - Salmo relativo.


AirOffertorio si, connette il rito della lavanda del­
le mani e precisamente come significato dell’interna
purezza che deve avere colui che celebra il Santo
Sacrificio. E9 un rito antichissimo, mentre ne fanno
parola le costituzioni Apostoliche (3) e S. Cirillo di
Gerusalemme (4) e per là Chiesa romana lo pseudo
Agostino, che dagli eruditi si fa risalire al tempo di
S. Damaso (5). 12345

(1) Cfr. Voi. I, n.


(2) Kossing, O. c. 398400.
(3) Lib. V ili cap. H.
(4) Cathech. Myst. V. 2.
(5) Lamenta egli che i Diaconi romani si rifiutano di dar l’ac­
qua alle mani del celebrant corne si fa da tutte le chiese. Vedi te­
stimonianza presso Magoni, O- c. Voi- I l pag. 147.
180 C apo 1

Chi versava l’acqua, nella Messa solenne, era il


Diacono od anche il Suddiacono (1).
LTabDuzione delle mani si faceva prima dell’Offer-
torio e non si lavavano le mani, ma solamente le
quattro dita che servono a trattare l’Ostia (2) e nel­
la Messa!' solenne, dopo l’incensazione. Il rito è ac­
compagnato dallà recita di alcuni Versetti (6-12) del
Salmo vigesimoquinto, che nel senso grammaticale-
storico, contiene una preghiera fiduciosa di un ismae­
lita perseguitato da) persona iniqua e si applica per­
fettamente, in senso liturgico, al Sacerdote (3).
II' Salmo s’incomincia quando si principia l’ablu­
zione delle mani e si prosegue mentre si astergono
col manutergio. Dicendo il Gloria Patri, si volge la
faccia verso la Croce, si fa profondo inchino, e si re­
cita il Sicut erat in principio rivolto verso l’altare
ovvero andando al mezzo dell’altare in modo di a-
verlo completamente finito quando vi si giunge
— Il Gloria Patri etc. si deve tralasciare nelle
Messe de requie ed in quelle de tempore dalla Do­
menica di Passione al Giovedì Santo\ inclusivo (4). 1234

(1) Più diffusamente Cfr. Magani, 1. c. ; Kòssing., 0. c. p- 41


seg.: Thalhofer, O. n. p. 158; I.ebrun, 0 . c. pag. 273; Fornici, 0.
c. pag. 86.
(2) Cfr. S. Thom. p. I li q. 83 a. 5, ad I; Amberger, 277. Que­
sto Salmo è pure esposto da S. Agostino e da altri. «Pastoraìtheolo-
gie» Voi. Il p. 148, vuole che la lavanda dei piedi fatta da G- C.,
all’ultima 'Cena, ai suoi Apostoli.
(3) Thalhofer, O. c. pag. 109; Ko9sing, O. c. pag. 401-405: Am­
berger, O- c. Voi. II pag. 150; Lebrun, O. c. pag.
(4) De-Herdt, I. n. 233.
1O blazioni e Secrete 181

AI Venerdì Santo, nella Messa dei Presantificati,


si fa Fabluzione delle dita, senza recitar alcuna pre­
ghiera.
Le mani si devono tenere giunte, dopo che si sono
asciugate le dita, fino allia fine del Salmo.

95. Orazioni Su scipe , Sancta T rin ita s e Ora-


tea fr a t rea,
L’Orazione Suscipe, Sancta Trinitas, nel ciclo del­
le Orazioni delFOffertorio, o piccolo Canone, è cer­
tamente la più antica, perchè essa si trova nel Mes­
sale mozarabico e nell’ambrosiano con poche diffe­
renze di parole aggiunte, e si sa che si recitava colle
secrete nell medio evo.
Essa è diretta alla SS. Trinità, al cui onore è or­
dinato il Santo Sacrificio; si ricordano in essa le o-
pere principali di G. C. Redentore, i tre momenti
che riassumono la sua vita, che sono la passione, la
risurrezione e Fascensione al cielo; si ricorda anco­
ra la Chiesa trionfante e si offre il sacrificio in ono­
re della B. V., di S. Giovanni Battista e dei santi
apostoli Pietro e Paolo, precisamente come alla loro
intercessione si è fatto ricorso nel Confiteor. Solo il
nome di S. Michele qui si tralascia, forse perchè vicn
ricordato nel rito della incensazione.
Fanno questione/ i liturgisti a chi si riferisca la pa­
rola «istorum». Alcuni vogliono sia stata una parola
della rubrica che voleva in questo punto ricordato
il1Santo di cui si faceva la Festa, od anche il Patrono
o Titolare; ma i più convengono che per essa si deb­
182 Capo /

bano intendere i Santi, le cui Reliquie stanno nel-


Faltare o pietra sacra.
Questa Orazione si recita nel mezzo dell’altare col
corpo mediocremente inclinato e colile mani giunte
poste sull’altare, ed elevando gli occhi alla croce al­
le prime parole. Recitando i nomi di G. C. e della
B. V. non si fa alcuna riverenza, perchè si sta già
inclinati.
Finita l’Orazione il Celebrante bacia l’altare, nel
modo che si è detto, e si volge al popolo, colle mani
giunte, come quando si dice il Dominus vobiscum e,
con voce mediocre, dice Orate fratres, allargando e
tosto ricongiungendo le mani. Rivolgesi ancora al­
l’altare, compiendo il circolo, dalla parte del Vange­
lo, e continua a voce secreta l’Orazione. Alla rispo­
sta de! ministro il Celebrante soggiunge, a voce som­
messa: Amen.
A chi è diretto l’invito del sacerdote: Orate fra-
tres? Il Tapfer risponde che è diretto solamente al
clero assistente (1), ma altri vogliono che esso sia
rivolto a tutti i presenti che sono fratelli in G. C. H
fine dell’invito alla preghiera vi è pure espresso ut
meum ac vestrum sacrificium etc. «Il sacrificio è
del Sacerdote e del popolo fedele: primo, perchè
anticamente il popolo vi partecipava offrendo i doni
che servivano alla Messa, ed ancora vi partecipa al­
meno spiritualmente; secondo, perchè il Sacerdote
lo offre in proprio nome ed in nome del popolo fe-1

(1) Presso Kòssing, 0 . c. pag. 408.


O blazioni e Secrete 183

dele; terzo infine, in quanto che il Sacerdote ed i


fedeli si offrono spiritualmente a Dio, durante la of­
ferta dello stesso sacrificio (1).
La risposta del ministro anche qui è fatta a nome
del popolo e suona : Dio accetti questo sacrificio che
si fa per mezzo delle tue mani ecc. e tom i a nostro
vantaggio, cioè per compiere i doveri di culto che
abbiamo verso Dio e per ottenerci i soccorsi della
grazia.

96. Le S ecrete - Come si recitano.


A questo punto si recitano le Orazioni così dette
secrete, dal modo con cui si pronunciano (2), cioè:
«submissa voce, ita tamen ut ipsemet sacerdos se au-
didt jet a circumstantitus non audiatur» (3). Sul­
l’origine e antichità delle secrete vale quanto si è
detto in generale delle Orazioni della Messa, e sotto
una eccellente conclusione delle preci delPoblazione
«dum per eas adhuc semel rogatur Deus, ut oblata
dona ad suam gloriam et ad salutem nostram acce­
ptare dignetur (4). La secreta era anzi, in origine,
Punica Orazione che si faceva sull’oblata, mentre
tutto il resto si eseguiva in silenzio, senza alcun for­
mulario di preci. Quando venne introdotto Pattuale 1

(1) Kòssing, O. c. 1- c.
(2) Il Bossuet, «Explic. de la Messe» n. 1, le vorrebbe deriv. da
secernere, cioè recitar sulla parte dei doni separata dal resto.
(3) Fornici, pag. 88. Alcuni liturgisti però non richiedono che
il sacerdote senta le parole che pronuncia nelle segrete. O r. Ma­
nuale Voi- I n. 150.
(4) De Papi, O. c. pag. 191.
184 Cupo I

ciclo di orazioni sull’oblata, la secreta servì ad esse di


corona (1).
Il numero delle secrete è uguale a quello delle
Orazioni recitate prima dell’Epistola, come pure
l’ordine con cui si recitano e le conclusioni cbe si
devono fare.
Alla fine della prima conclusione il Celebrante
stesso, secretamente, risponde Am en; all’ùltima con­
clusione (ovvero airùm ca! conclusione quando ve n’è
una sola) arrivato alle parole per omnia saecula sae­
culorum, le pronuncia ad alta voce, ovvero le canta,
se la Messa! è in canto, perchè con' esse incomincia il
Prefazio.
Le secrete si recitano :
1. Colle mani disgiunte come le altre Orazioni,
ricongiungendole alla conclusione.
2. Ad esse non si premette il saluto al popolo e la
parola Oremus, perchè si è già invitato il popolo
alla preghiera coWOrate fratres.(I)

(I) Su questo punto vedi: Thalhofer, *0. c. pag. 173; Kossing,


p 41. Magani, O. c. pag. 185; Lebrun, 0 . c. pag. 299; Amberger, 0.
c. Voi. II pag. 15.
CAPO II

Prefazio e Sanctus

97. Origine del P refa zio - Sua ragione liturgi


- Nomi con cui è chiamato dai sacri scrittori.
Dall’esempio di G. C., il quale nell’ultima cena,
prima di consacrare la SS. Eucarestia, fece un solen­
ne ringraziamento al Padre (1), ebbe origine, fino
dai tempi apostolici, il Prefazio come parte del S.
Sacrificio.
La sua ragione liturgica, come lo dimostra lo stes­
so nome, è quella di servire a preparare gli animi
alla discesa di G. C. sull’altare, a dispensare i suoi
doni pel ministero del Sacerdote (2).
Esso è chiamato con diversi nomi dai sacri scrit­
tori: è detto Praefatio, quasi istruzione, preliminare
fatta al popolo, Illatio perchè è quasi conseguenza
delle cose promesse nelle secrete, o perchè si sono
offerti i doni, od ancora perchè si invitano le crea­
ture a ringraziare'e lodare Dio (3). Nel Messale gal­
licano e nel gotico si chiama contestatio, immolatio
«.eo quod contestetur sacerdos fixam ac veram pro­
fessionem populi, idest, gratias referre Deo dignum 1

(1) Cfr- Voi. I n. 13.


(2) Thalhofer, O. e pag. 175; Magani, O. c. pag. 209 e seg.
(3) S. Isidor., De ecdes. Off. I- cap., dà quest’otiima spie­
gazione del nome illatio che si trova nel messale mozarabico.
186 Capo I I

esse» (1). Dai Greci è detto anafora, quasi offerta


o presentazione dei doni a Dio.

98. II Prefazio nei primi quattro secoli.


Nei primi quattro secoli cristiani il prefazio aveva
principio colla introduzione, ossia con quel prologo
o dialoghetto che lo precede, come Io dichiara 8. Ci­
priano. Esso era unico, come anche oggidì uno solò
ne ha la Chiesa greca : i concetti erano quasi gli stes­
si presso le diverse chiese, solamente le espressioni
o meglio il colorito esterno era diverso.
Di essi parlano i Padri greci e latini che noi ab­
biamo altrove citati (2), se ne trova ampia traccia
nella Didachè (3) e sopra tutto nelle Costituzioni À-
postoliche, ove se ne trova una che serve di' archeti­
po per tutte quelle liturgie orientali che hanno ori­
gine apostolica (4).

99. Numero dei Prefazii - Quanti e quali Prefa-


zìi contiene attualmente il Messale Romano.
Mentre in oriente rimane un’unica Anafora, che
serve ancora invariabilmente in tutte le Messe, in
occidente, ossia nella Chiesa latina, sull’esempio di
Roma, che pare sia stata la prima ad ammettere la1

(1) Du Cange, Glossarium, C£r. pure Bona, O. c. cap. X. 1.


(2) Manuale Voi I 15 e seg.
(3) Magani, 0. c. 1. c. Minasi, Malocchi, Salvi.
(4) Chi volesse allargare le cognizioni su questo punto, oltre
l’opera di Mons. Magani, potrebbe consultare quella del Probst,
citata nel primo volume di' questo Manuale, il Duchesna, Origines
etc-; Thcdhofer, 0. c.; Kòssing; Bona, O - c. Cap. X. Amberger,
0. c. pa. 154.
P refazio e Sanctus 187

molteplicità, si ebbero numerosi Prefazii. Essi ebbe­


ro origine dopo il secolo quarto e precisamente fu­
rono quasi una rifioritura dello sviluppo che prese
Tanno liturgico, col suo mirabile organismo del ci­
clo del tempo e delle Feste di N. S., della B. V. e dei
Santi.
Il Sacramentario leoniano ha 267 frammenti di
Prefazii, il gelasco ed il gregoriano ne hanno IO’’
ma nelFappendice, che proviene dal medio evo, se
ne contano un centinaio.
I messali mozarabici ed ambrosiani ne hanno u-
no particolare quasi per ciascuna Messa. Numerosi
sono pure quelli del Messale gotico (sec.7) e del gal­
licano (sec. 8).
Fino al secolo XI e XII la Liturgia romana con­
servò numerosi prefazii e la lettera di Pelagio II
(+ 590) che ordina di usarne solo nove, è certo priva
di autenticità. Il Sinodo di Londra (a. 1175) ordinò
che si ritenessero solo dieci Prefazi, tra i quali an-
noveravasi quello della B. V. stato composto da U r­
bano II (a. 1095), per ottenere il patrocinio di Ma­
ria sulla prima spedizione dei crociati. Anche Du­
rando parla soltanto di questi dieci, ma ad essi cer­
tamente devesi aggiungere quello che chiamasi co­
mune. che trovavasi come schema davanti il Canone
e nel quale dovevansi inserire le parti proprie degli
altri Prefazii, come si pratica ancora attualmente.
Col secolo XII nel Messale romano il numero dei
Prefazii è ridotto ad undici, oggi sono quindici, e
cioè: del Natale, dell’Epifania, della Quaresima, del­
la Croce, della Pasqua, delFAscensione, della Pente-
188 Capo II

coste, della SS.ma Trinità, del S. Cuore di Gesù, di


Cristo Re, della B. V. M., di San Giuseppe, degli
Apostoli, il Comune, e quello de Requie.

100. Carattere particolare di ciascun Prefazio


Quando si recita.
Ciascuno dei quindici Prefazi, che sono attualmen~
te nel Messale romano, ha un carattere particolare
e per conseguenza viene adoperato in ispeciali tempi
e festività.
Il Prefazio del Natale contiene uno speciale rin­
graziamento a Dio, il quale col Mistero dell’Incarna­
zione del divin Verbo illuminò di nuova luce le no­
stre menti, e noi dalla vista dell’umanità da lui as­
sunta, siamo rapiti all’amore delle cose invisibili,
celesti, divine.
Si recitai a) dalla Festa del Natale (colle relative
varianti (nocte, die) fino all’Epifania; b) nella Fe­
sta della Purificazione della B. V., nella quale la
Chiesa celebra ancora il fatto della Presentazione
di Gesù al Tempio e nel giorno Ottavo quando det­
ta Festa si celebrasse con Ottava (1 ); c) nella Festa
del Corpus Domini e durante l’Ottava quando non
occorra una Festa che abbia Prefazio proprio; d)
Nelle Messe votive del SS. Sacramento; e) nella Fe­
sta della Trasfigurazione e del SS. Nome di Gesù
e in quella della S. Famiglia.
2. Il Prefazio dell’Epifania, contiene un ringrazia­

ti) S. C. R. 29 die. 1884 n. 2364 0 1 .


Prefascio e Sanctus 189

mento a Dio il quale, colla manifestazione che fece


del divin Verbo nella carne sua mortale (ai Magi,
al Giordano, alle nozze di Cana) riparò, colla nuova
luce delUa sua immortalità, i danni che ci aveva por­
tato il peccato ; tale luce incomincia in noi pel batte-
simo e si perfezionerà colla gloria.
Si recita solamente nella Festa dell’Epifania e per
tutta l’Ottava.
3. Il Prefazio della Quaresima ringrazia Dio per
la salutare istituzione del digiuno temporale che pur­
ga i peccati e frena le ree concupiscenze (vitia com­
primis) dà allo spirito energia per sollevarsi alle
cose celesti (mentem elevas) e forza per esercitare
le virtù e meritarsi il premio (virtutem largiris et
praémia). ,
Si recita in tutte le Messe feriali, domenicali e
festive dalla Feria quarta detta delle ceneri fino al
sabato innanzi alla Domenica di Passione incluviso,
quando però non occorrono Feste che abbiano pro­
prio Prefazio (1).
4. II Prefazio della Croce ha per fine di ringra­
ziar Dio, ili quale, colla morte dolorosa di G. C. sul­
la Croce ha formato della croce stessa l’albero della
speranza e della salvezza; e come da un albero sca­
turì la morte, così dal legno della croce scaturì la vi­
ta; ili demonio venne vinto dall’albero della croce,
come egli da un albero aveva rovinato il genere u-
inano.

(1) S. C. R . 18 d ie . 177 9 n. 251S. 5.


190 Capo I I

Si recita questo prefazio: a) dalla domenica di


Passione fino al giovedì santo incluso, quando tutta­
via in questo tempo non occorrono Feste che abbia­
no propri Prefazii; 6) in tutte le messe della Croce,
della Passione e degli strumenti dellia Passione; c)
nelle Feste del SS. Redentore e del Preziosissimo
Sangue.
5. Il Prefazio Pasquale riferisce a Dio uno spe­
cialissimo ringraziamento per la immolazione che per
noi fece G. C., il vero Agnello, che tolse i peccati del
mondo distruggendo la nostra morte, morendo per
noi sulla croce e restaurandoci a nuova vita, median­
te la sua risurrezione.
Si recita: dalla Messa del Sabbato santo fino al­
la Ascensione. Nella Messa del Sabbato santo si di­
ce: sed in hac potissimum nocte; dal giorno di Pa­
squa fino al1Sabbato in albis incluso si dice: sed in
hoc potissimum die; dalla Domenica inj albis all’A­
scensione si dice: sed in hoc potissimum gloriosius.
6. Il Prefazio dell9Ascensione contiene uno spe­
ciale ringraziamento per la permanenza di quaranta
giorni che G. C. fece in terra, dopo la sua risurrezio­
ne, apparendo ai suoi’ discepoli, per confermarli nel­
la fede e per averci chiamato per mezzo della sua
Ascensione, a partecipare della sua divinità colla
grazia santificante in terra ed in fine colla gloria
eterna del cielo.
Si recita solamente nella Festa dell’Ascensione e
per tutta l’Ottava,j quando però non occorrono Feste
che abbiano proprio Prefazio.
P refazio e Sanctus 191

7. Il Prefazio del Sacro Cuore di Gesù ringrazia


Dio che ha voluto permettere la ferita del costato
delPUnigenito pendente dalla croce affinchè il Cuo­
re aperto di Gesù effondesse su di noi torrenti dì
misericordia e di grazia e nel suo amore inestingui­
bile fosse di requie ai buoni e di suffragio salutare
ai penitenti.
Si recita: a) nella festa del S. Cuore; b) nelle Mes­
se votive del S. Cuore.
8. Il Prefazio della festa di Cristo Re esalta Dio
che per mezzo della1redenzione operata da Gesù Sa­
cerdote eterno e Re dell’universo 6Ì riconduca alla
Sua Immensa maestà il regno eterno e universale di
tutte le creature soggette all’impero di Gesù.
Si recita: a) nella festa di Cristo R e; 6) nelle Mes­
se votive di Cristo Re .
9. Il Prefazio della Pentecoste s’innesta nel Pre­
fazio comune e si protrae fino alla fine, senza assu­
mere la conclusione comune. Esso contiene un rin­
graziamento per ila missione dello Spirito Santo fatta
da G, C., seduto alila destra del Padre, e per gli ef­
fetti prodotti nel mondo che esulta di gaudio insie­
me alle superne virtù e potestà celesti.
Si recita : a) dalla Vigilia di Pentecoste fino al
Sabbato seguente incluso; b) nelle Messe votive del­
lo Spirito Santo, omettendo però, le parole hodier­
na die, che si dicono solo nella Festa ed Ottava di
Pentecoste.
10. Il Prefazio della SS. Trinità è ordinato alla
glorificazione del Padre, al quale è diretto, contie-
192 Capo 11

ne una chiara professione del mistero della SS. Tri­


nità e termina come il precedente con propria con­
clusione.
Si recita: a) nella festa della SS. Trinità e nelle
Messe votive del mistero; b) in tutte le Domeniche
dell’anno che non hanno Prefazio proprio e nelle
quali non si fa Ufficio di una festa che ha Prefazio
proprio. Questo si può dunque dire il Prefazio Co­
mune domenicale, e come tale il Sommo Pontefice
Clemente XIII ne prescrisse la recita nelle domeni­
che (1).
11. II Prefazio della B . V. Maria loda Dio per le
meraviglie compiute nella Vergine sua Madre. Tra
queste meraviglie si ricorda la concezione del Divin
Verbo per opera dello Spirito Santo e la divina ma­
ternità, senza lesione del di lei candore verginale.
Questo Prefazio, come altrove si è detto, ha per au­
tore Urbano II.
S i recita, colle debite varianti che ' accenna il
Messale: a) in tutte le feste della B. V. eccetto la
Purificazione, e nelle loro Ottave, quando non oc­
corrono in esse delle Feste che abbiano Prefazio pro­
prio; b) nelle Messe votive della B. V.
12. II Prefazio di S. Giuseppe dopo la solita in­
troduzione esalta Ila giustizia1del Santo e la Sua mis­
sione di Sposo di M. V. e di padre putativo di Gesti,
Si recita nella festa e nelle Messe votive di S. Giu­
seppe.

(1) S. G R. 3 gennaio 1759 n. 2442.


P refazio e Sanctus 193

13. Il Prefazio dei SS, Apostoli contiene una in­


vocazione a G. C. perchè voglia custodire il gregge
suo, cioè la Chiesa fondata dallo zelo degli Apostoli.
Si recita : a) nelle Feste degli Apostoli ed Evan­
gelisti (eccetto la Festa di S. Giovanni Ev., in cui si
recita il Prefazio del Natale) e nelle loro Ottave,
quando le Feste che occorrono in esse non l’hanno
proprio; b) nelle Messe votive degli Apostoli; c) nel
giorno e nell’anniversario della creazione e incoro­
nazione del Papa.
14. Il Prefazio comune è lo schema nel quale vie­
ne ad inserirsi la parte propria degli altri.
Si recita : In tutte quelle Feste che occorrono lun­
go Panno è che non hanno Prefazio proprio, nè so­
no fra una Ottava avente proprio Prefazio, ovvero
in Domenica.
15. Il Prefazio dei defunti che è splendido pei
concetti che contiene sulla morte e risurrezione si re ­
cita in tutte le Messe de requie,
La rubrica generale del Messale riformato stabi­
lisce che in ogni Messa si dica :
a) il Prefazio proprio quando c’è.
b) Il Prefazio comune quando non c’è proprio,
a meno che si debba dire :
1) quello proprio di una festa commemorata;
2) quello proprio di una ottava commemorala;
3) quello de tempore (se si celebra in Quaresi­
ma, in tempo di Passione o in tempo Pasquale).
Osservazioni :
1) Nelle domeniche fra l’ottava delle feste del Si­
194 Capo II

gnore, con la commemorazione dell’ottava si dice an­


che il Prefazio de octava.
2) ' Nelle Messe delle Rogazioni il Prefazio propri
è quello del tempo Pasquale. Se le Rogazioni Mag­
giori cadono nell’ottava di Pasqua, commemorando
l’ottava se ne dice anche il Prefazio.
3) Il Prefazio di Natale si recita, durante Pottava,
anche nelle Messe di feste che hanno Prefazio pro­
prio; (es. S. Giovanni Evangelista) non però in quel­
le che esigono il Prefazio di Misteri o Persone divine
(es. Spirito Santo - Croce).
4) Nelle feste del Signore senza proprio Prefazio,
non si dice mai quello della Quaresima nè altro che
non sia di qualche mistero del Signore.
5) Nelle Messe de tempore in Avvento non si di­
ce mai il Prefazio della B. V. M.

101. Parti di cui risulta il Prefazio - Come si recita.


Il Prefazio risulta di tre parti, cioè : 1. dell’iretro-
duzione che è formata da alcuni Versetti; 2. del
Prefazio propriamente detto; 3. della conclusione o
canto angelico.
Vintroduzione^ la parte più antica e più uniforme
nelle liturgie, è accompagnata da azioni liturgiche
numerose : — a) Le parole : Per omnia saecula etc.
si recitano colle mani stese sull’altare; — 6) Il Do­
minus vobiscum, si recita, senza volgersi al popolo,
dal "quale si è già congedato coWOrate fratres, e nella
stessa posizione; — c) Dicendo Sursum corda si ele­
vano le mani fino al petto od alle spalle; — d) Di­
Prefazio e Sanctus 195

cendo gratias agamus etc. si congiungono in linea ret­


ta dinanzi al petto ; — e) Dicendo Deo nostro si ele­
vano gli occhi alla crocei e tosto si fa inchino col ca­
po.
Tutto il rimanente del Prefazio si recita o si can­
ta colle mani stese ed elevate davanti al petto, facen­
do i debiti inchini col capo, ove occorrono.

102. Il SanctU9 <• Sua antichità - Come si recita.


II Sanctus, chiamato anche epinicio, a distinguer­
lo dal Trisagio greco, forma il punto culminante e
la conclusione veramente grandiosa del Prefazio.
Il principio è tolto da Isaia (1) e si trova in tutte
le liturgie. F u w i tempo in cui s’era lasciato di re­
citarlo nelle Messe lette ed in quella dei defunti, ma
il Conc. di Yaison (a. 529) ne prescrisse indistinta­
mente la recita (2).
Il' Sanctus si recitai a); con tono di voce alquanto
bassa «voce mediocri», tanto nelle Messe in canto
come nelle lette;
b) In posizioni del corpo mediocremente inchina­
to fino alle parole benedicius etc. escluse;
c) Colle meati gjkinte innanzi at petto (non poste
sull’altare).
d) Alle parole Benedictus etc. si fa il segno di
croce, che si termina colle ultime parole: Hosanna
in excelsis (3). 1

(1) Isaia, VI 3.
(2) Per più ampie notizie vedi: Kossing, Thalhofer, Magani,
nelle opere più volte citate.
(3) Rubr. Mise. Rii. cel. Miss. VII. 8.
CAPO III

D el C anone in g e n erale e della p rim a O razio n e.

103. Cosa è Canone - Perché così chiama


questa parte della Messa - Altri nomi. Sua estensione.
Canone vale altrettanto che regola stabilita dalla
legittima autorità, e venne così chiamata questa par­
te della Messa perchè contiene la norma stabilita
dalla Chiesa, giusta la quale si deve celebrare il San­
to Sacrificio (1).
Dagli scrittori ecclesiastici e presso le varie litur­
gie è chiamato anche con altri nomi. Così si dice Ac­
tio «quia in ea sacramenta conficiuntur dominica»
(2) ; è detto regola ecclesiastica: S. Ottavo di Milevi
lo chiama Legitimum (3). S. Gregorio M. Prex, Stra­
bone, Ordo predum ed i greci anafora o prosfora.
Qualunque però sia il nome con cui, dai diversi
autori, è chiamato, in' senso stretto, per Canone s’in-
tente questa parte che incomincia subito dopo il
Sanctus e termina all’Orazione Domenicale, colla
quale ha principio il preparamento alla Comunione.
In senso ampio, quale è oggidì adottato dal Messale,1

(1) Bened. XIV, O. c. lib. 1. cap. XII; Belet. Explic. divin.


Uffic. cap. 46; Durando, Ratione, lib. IV c. 35 n. 2.
(2) Walfr. Strabo, cap. 22. Il medesimo autore nota anche
la differenza che passa tra oratio e canon, mentre, proseguendo
nel testo citato, soggiunge: «Canon vero eadem actio nominatur
quia in ea est legitima et regulari sacramentorum confectio».
(3) Ottavo MUevit. Contra Parmen. lib- II cap. XII.
Del Canone in generale e della prima Orazione 197

il Canone comprende tutta la parte della Messa che


si estende dal Sanctus all’ultimo Vangelo di S. Gio­
vanni ed abbraccia le Orazioni e le cerimonie re*?
lative.

104. Origine del Canone in generale e del C


none romano in particolare.
Il Concilio di Trento, parlando del Canone della
Messa, dice: Ecclesia catholica sacrum Canonem,
multis ante saeculis instituit, ita ab omni errore pur
rum, ut nihil neocontineatur, quod non maximam
sanctitatem et pietatem quandam redoleat, mente­
sque offerentium in Deum erigat. Is enim constat
dum ex ipsius Domini verbis, tum ex Apostolorum
traditionibus ac sanctorum quoque Pontificum piis
institutionibus ( 1).
Dalle quali parole appare:
a) Che la formazione del' Canone è opera della
Chiesa cattolica, come quella che da Gesù Cristo ha
ricevuto autorità di amministrare le cose sante e di
regolarne il modo;
b) Che esso è puro da ogni errore dogmatico e
morale, essendo Ila Chiesa infallibile anche nel re*
golare il culto publico, che è espressione di fede e
di morale;
c) Che esso risulta da un triplice elemento, cioè:
dalle parole di Gesù Cristo che si trovano nella for­
inola della consacrazione e nell’Orazione Domeni-1

(1) Cone. Trid. Sese. XXII cap, 4.


198 Capo III

cale; dalle tradizioni apostoliche, il che appare spe­


cialmente dalla conformità che in questa parte si
trova nella sostanza, in tutte le liturgie (1 ); e dalle
istituzioni dei SS. Pontefici, che elaborarono il Ca­
none stesso, fino a dargli la forma attuale.
Questa forma, che è in uso nella Liturgia romana,
risale a S. Gregorio M. (2) ( t 604), il quale, come
attesta il suo biografo Giovanni diacono, fece alcune
aggiunte al Canone, rese necessarie per i cessati riti
della presentazione dei doni fatti dal popolo. ET cer­
to che dopo S. Gregorio M. al Canone romano pro­
priamente detto, non venne fatto'più alcuna] aggiun­
ta nè modificazione di forma.
Prima di S. Gregorio elaborarono il Canone S.
Gelasio, S. Leone I e S. Alessandro I ( t 119).
Che poi il Canone attuale gregoriano abbia subito
leggere modificazioni di forma, variazioni di voci,
piccole aggiunte, trasposizioni di orazioni, appare
dall’esame del Canone stesso (3), il quale è proba­
bilmente quello che serviva nei primi secoli nelle
Messe private. Circa Vepoca nella quale sarebbero
avvenute tali modificazioni si hanno tre opinioni : la
prima le farebbe risalire ad Alessandro I, la seconda
a Papa Siricio, la terza le attribuisce a S. Gelasio, e
questa ultima è la più accreditata. «Certo si è ad o-
gni modo, dice Mons. Magani, che, anche così come1

(1) Magani, O. c. pag. 198-199.


(2) Vedi il Codice Gregoriano pubblicato dal Muratori, Li-
turg. Romana Vetus.
(3) Magani, O. c. pag. 2>02-2>03.
Del Canone in generale e della prima Orazione m

si trova, ili Canone risale ad una alta antichità e certe


parti si conservano ancora nella loro forma primi­
tiva, Protesta di sì remota antichità il fatto che, ri
salendo di secolo in secolo, lo si trova menzionato,
senza che nessuno abbia mai pensato di indicare Fau­
tore ; fa pure di ciò fede la sua semplicità, la brevità,
il non trovarsi alcuna di quelle voci tecniche, di quei
neologismi composti per precisare Ile verità dogmati­
che, come per esempio, Yomousion, e il riscontrar-
vene invece altre di provenienza ebraica e al tutto
appartenenti alla primitiva epoca cristiana, quale la
frase: Et sacrificium Patriarchae nostri Abrahae. Per­
sino nel Comunicarites, eh’è la parte piò recente,
non vi si riscontra il nome di alcun Santo Confessore,
il che lo fa risalire più in lài di S. Gelasio; e se non
fossero i nomi dei Santi Giovanni e Paolo, martiri
dell’epoca di Giuliano, si potrebbe portarlo di là del
quarto; e (dii sa che tal nomi non siano aggiunti più
tardi (1).

105. Come si recita questa parte.


Il Canone si recitava in antico ad alta voce, come
ancora oggidì si pratica, per la maggior parte, dai
greci. Dalle espressioni degli scrittori del secolo XI
e XII appare che la consuetudine di recitarlo in se­

ti) Magani, O. c. pag. 207-208 — Per uno studio più profon­


do Cfr. Magoni, O. Thalhofer, Q. c. pag. 190 e seg. : Grisar
rrelT«Innsbruker Zeitschrift f- kath. Theol.» under rom. Kirchen»;
Kossing, O. c.; Kreuser «Das h. Messopfers, geschichtlieh erklart»
Bona,0. c. ecc.
200 Capo IH

creto sia invalsa specialmente nel secolo decimo ; non


è però facile determinare con precisione il tempo
(1). L’antico1modo si osserva oggidì' nelle Ordinazio­
ni dèi Sacerdoti e nella Consacrazione dei Vescovi,
nelle quali si recita tutto ad alta voce.
E le ragioni dell’odierna pratica della Chiesa so­
no specialmente : a) perchè nel Canone il Sacerdote
compie Fazione specifica del Sacrificio non tanto a
nome del popolo quanto come rappresentante di G.
C. Quindi è dal popolo segregato (2) : «ista orario
specialiter ad sacerdotem pertinet», e quindi la reci­
ta da solo ed in segreto b) inoltre: «ne verba terni sa­
cra et ad tantum mysterium pertinentia vilescerent»
(3).
Il Canone si deve leggere dal libro e non recitare
a memoria, eccetto quelle Orazioni che si devono di­
re cogli occhi fissi alPOstia e col capo inchinato.

106. Prima Orazione • Commemorazioni.


La prima Orazione del Canone incomincia colle
parole: Te igitur clementissime Pater e termina alla
fine del Communicantes, colle parole: Per eundem
Christum etc. (4). Comprende: una preghiera al Pa­

ci) Bona, 0 . c. kk cap. XII; Grancolas, Les anciènnes Li-


turgies, pag. 622.
(2) Questa è la ragione per cui. come osserva il Thalhofer
(0 . c. Voi. I pag. 427 nota 2) alcuni Sinodi ordinano che duran­
te la consacrazione non isuoni l’organo-
(3) Innoc. HI, de sacro altar. myst. lib. Hll c. 1; Amalarius,
Eglog. n. 21. Durante il Canone anticamente si velava l’altare col­
le cortine, come si pratica ancora presso alcune liturgie orientali.
(4) Bellarminu9, de Controv. t. HI lib. 6; de Missa c- 21.
Del Canone in generale e della prima Oratióne 201

dre, la memoria dei superiori ecclesiastici, dei fede­


li e dei santi.
a) La preghiera al Padre Te igitur etc. è colle­
gata colile lodi espresse nel Prefazio, è fatta per mez­
zo di G. C. ed ha per fine di rendergli accetta l’of­
ferta che a lui si presenta sull’altare. Questa si chia­
ma dona, perchè tutto ciò che si offre proviene da
Dio, munera perchè sono le nostre offerte che si pre­
sentano a Lui, sancta sacrificia illibata, perchè sono
separate!, dalle altre cose che servono all’uso comune,
e per Ila purezza della materia in sè ed in ordine alla
consacrazione (1). Questa preghiera poi, come le al­
tre, si recita in munero plurale, perchè il sacerdote
prega anche a nome dei fedeli.
b) La memoria dei Superiori ecclesiastici è prece­
duta da una preghiera per la Chiesa, quindi si ricor­
da il Sommo Pontefice ed il Vescovo.
La pratica di. ricordare il Papa è antichissima, tan­
to nella Chiesa orientale come nella occidentale, e si
sa quanto scandalo abbia sollevato chi volle cancel­
lare il nome del Papa dai sacri dittici}1il Concilio di
Vaison, al principio del secolo VI, ne confermò la
pratica. S. Ennodio prova la legittimità di Simmaco
da ciò che il suo nome fu ricordato sempre nella
Messa (2).
Dopo il Papa, celebrando fuori di Roma, si nomi­
na anche il Vescovo, il che è pure pratica di tradi-12

(1) Thalhofer, O. c- pag. 199*200.


(2) Vedi Mageni; G. c. 568, specialmente sulla storia dei ditti­
ci; Martigny «Dipryques» ove si tratta ampiamente di essi.
202 Cupo III

zione apostolica. Il Vescovo od il Cardinale celebran­


te dicono et me indigno famulo tuo etc., in qualun­
que diocesi e luogo celebrino (1).
Circa questo punto si noti :
a) Quando è vacante la S. Sede si omette ìa me­
moria del Papa;
b) Si deve nominare il Vescovo (2), non l’Ausi­
liare, della diocesi in cui si celebra. Quando è vacan­
te la. Diocesi non si nominano altri, quindi non i su­
periori dei Regolari (3), anche se sono Vescovi a-
venti giurisdizione quasi vescovile nullius (4) o Am­
ministratori papali.
c) Si incomincia a nominare il Vescovo diocesano
dal giorno in cui per sè o per mezzo di un suo pro­
curatore, prende possesso della Diocesi (5).
Per benigna concessione della S. Sede e duratura
ad beneplacitum si concede che i Vescovi che lascia­
no la propria diocesi per trasferirsi ,a un’altra resi­
denziale o titolare e ritengono l’amministrazione a-
postolica, della prima, durante tale amministrazione,
possano godere di tutti gli onori, privilegi, indulti e fa­
coltà che loro competevano come Ordinari (6). Quin­
di si dice anche il loro nome nel Comune.123456

(1) S. C- R. 5 febbraio 1892 n. 3764. XIX.


(2) Anche pei regolari e per quelli esenti dalle giurisdizio­
ni vescovili voi questa nonna. S- C. R. 8 aprile 1827. 8.
(3) S. C. R. 15 febbraio 1666 n. 1333. 9.
(4) S. C. R. 27 giugno 1889 n. 3711. I,
(5) S. C- R. 4 giugno 1879 n. 35<MX II.
(6) S. C. R. 25 giugno 1897 n. 3958.
Del Canone in generale e della prima Orazione 203

Per ultimo si ricordano tutti colore che professa­


no la fede cattolica (1). / nomi dei fedeli anticamen­
te si leggevano dai dittici.
Ricordata la Chiesa militante, si fa memoria della
Chiesa trionfante nell’Orazione Communicantest la
quale, in alcune solennità, ha un principio parti­
colare e si recita per tutta e sola FOttava. Questa
pratica antichissima, comune a tutte le liturgie, è
piena di profondi significati. I sacerdoti coi fedeli
si presentano a Dio in intima comunione (communi-
carites) coi membri gloriosi del Corpo mistico di G.
C., dei quali celebrano la memoria coll’offerta del S.
Sacrificio, e invocano la divina clemenza affinchè,
per loro’i intercessione e pei loro meriti, Dio ci pro­
tegga. In tutte le liturgie si fa specialissima menzione
della B. V. Maria e dei Santi Apostoli. Quanto poi
ai Martiri si ricordavano, presso le primitive Chiese,
quelli che colà avevano subito martirio.
L’orazione è conclusa, come le altre, col: Per
eundem Christum etc. (2).

107. Azioni cerimoniali.


Le azioni cerimoniali che accompagnano questa
Orazione sono accennate dalla rubrica del Messale :12

(1) Queste parole mancano in alcuni codici antichi* Sulla


controversia vedi Menardo, note al Sacram. Gregor.; no<ta 191; Bo­
na, 1. c. n. 4; Magoni, O. c. eoe.
(2) Non possiamo qui soffermarci, anche solo per accennare
le questioni critiche, storiche, ecc. circa ciascuna Orazione, per­
chè usciremmo dallo scopo prefissoci; chi ama allargare le co­
gnizioni ricorra alle fonti che più volte 9Ì sono citate.
204 Capo III

a) Al principio del Te igitur si elevano gli occhi


alla Croce ed insieme si allargano e si alzano le ma*
n i a rappresentare la passione di G. C. e la preghie­
ra che si dirige al Padre;
b) Quindi si abbassano tosto, in segno di umiltà e
di invocazione (supplices) (1 );
c) Si bacia Faltare e si fanno tre segni di croce
sull’oblata nel modo e pel fine che si è detto altro-
ve (2).
d) Colle mani disgiunte ed elevate, si prosegue la
recita dell’Orazione fino al memento dei vivi. Pro­
nunciando le parole: Memento, Domine etc., senza
alzare gli occhi, si elevano e si giungono le mani fi­
no alla faccia o davanti al petto, in modo lento, sì
da terminare Fazione alla parola : tuarum. Quindi si
china alquanto il capo, e cogli occhi bassi, od anche
chiusi, si ricordano (per il tempo circa di un Pater no­
ster) (3), quelle persone viventi che il Celebrante
vuol raccomandare (4).
e) Finito il Memento per le persone particolari,
si prosegue l’Orazione et om nium circumstantium,1234

(1) Cfr. Voi. I n. 142.


(2) 'Secondo altri liturgisti l’elevazione degli occhi ecc. si fa
prima di cominciare l’orazione: l’una e l’altra sentenza si può
tenere.
(3) Merati, u. 2 tit 8 n. 7; De-Herdt, O. c. n. 241.
(4) La rubrìca del Messale dice in questo punto: «Non... ne­
cesse est ea (nomina fidelium) exprimere, sed mente tantnm eo­
rum memoriam habeat Potest etiam celebrans, si pro pluribus
orare intendit, circustantibus sit morosum, ante Missam in a-
nimo proponere sibi omnes illo9 tam vivos quam defunctos, pro
quibus in ipsa Missa orare intendit, et hoc loco generaliter, unico
contextu, ipsórum vivorum commemorationem agere, pro quibus
ante Missam orare proprosuit in Missa» Rit. celebr. Miss. VMI. 3.
Del Canone in generale e della prima Orazione 205

colle mani disgiunte, fino alla fine del Comunicantes


ove, alla conclusione : Per eundem etc. si giungono
le mani, senza inchino del capo.
/) Al nome di G. C., di Maria o del Santo di cui
si celebra la Messa o si fa commemorazione e che
si trova nell’Orazione, si fa inchino col capo, come
si è detto altrove.
Quando una Festa ha if Communicantes proprio e
per l’Ottava, lo si deve recitare per tutta la sua Otta­
va, qualunque festa cada in essa, anche se dell’Ot­
tava non si fa commemorazione nella Messa (1), ec­
cettuato le Messe de requie, quando sono permesse
fra l’Ottava.1

(1) S. C. R. 16 giugno 1865 3.


CAPO IV

Seconda e terza Orazione - Consacrazione*

108. L’Orazione: H anc ig itu r - Azioni cerim


niali.
La seconda Orazione del Canone incomincia col­
le parole : Hanc igitur, ed ha la sua conclusione : Per
Christum Dóminum etc.
La parola igitur collega questa all’Orazione pre­
cedente e specialmente alFultima parte di essa, al
Communicantes, nella quale si fece menzione del­
la Chiesa trionfante.
Quattro cose in essa si chiedono a Dio, cioè: —
a) che accetti benigno l’offerta che gli presenta il
sacerdote (servitutis sdì. servi), in unione colla fami­
glia cristiana; — 6) che ci conceda pace nel secolo
presente; — c) ci salvi, nell’altra vita, dalla danna­
zione eterna ; — d) ci conceda di trovarci nel nume­
ro degli eletti, convertendoci al bene e confermando­
ci in esso.
Questa Orazione è antichissima. Le parole però:
diesque nostros etc. fino alla fine vennero aggiunte
da S. Gregorio I, e sono ordinate ad ottenere la ap­
plicazione dei copiosi frutti del S. Sacrificio.
Nel sacramentario gelasiano e nell gregoriano, in
certe solennità! si trovano delle addizioni proprie del­
la solennità stessa che vanno ad inserirsi in questa
Orazione. E sono quelle precisamente che sono anco­
ra in uso, cioè: — a) nella Messa del Giovedì San­
Seconda e terza Orazione - Consacrazione 207

to, in cui si fa cenno dell’istituzione della SS. Eu­


caristia; — b ) nella Messa di Pasqua e di Pente­
coste (e durante POttava) in cui si ricordano i neo­
fiti; — c) infine nella Messa della Consacrazione
del Vescovo, in cui si fa menzione del Vescovo con­
sacrato.
L’Orazione si recita colle mani stese sul Calice e
sulPOstia, senza toccare la palla del Calice nè abbas­
sare verso l’Ostia, e precisamente in modo che colle
estremità si arrivi circa a metà della palla stessa. I
pollici si tengono sempre sulla mano Funo sopra
Faltro in croce, ed in fine, senza disgiungerli, si ri­
congiungono le palme e si ritirano, così giunte, da­
vanti al petto, alle parole: Per Christum Dom. etc.
senza inchino del capo (1).
Questa azione, che spesso occorre nella Liturgia,
in questo punto esprime che il pane e il vino sono
ordinati a diventare, mediante la Consacrazione, un
sacrificio nel senso stretto della parola, identico a
quello della Croce, il quale fu preceduto da sacrifi­
ci simbolici, nei quali il popolo imponeva le mani,
quasi ad imporre sulle vittime i peccati (2). L’azio­
ne proviene dalla riforma piana del Messale. Mi-
crologo e Durando (3) parlano di inchino che qui
si faceva; i Domenicani recitano ancora questa Ora­
zione colle mani alzate.1

(1) 'S. C. R. 4 agosto 1663 n. 3275. 5.. De-Herdt, O. c. n. 245.


(2) Thalhofer, O. c. pag. 214.
(3) Micrologìo. n. 16; Amalario, Eclog. 30; Durando 1. IV
c. 39. Anche in parecchi Messali del secolo decimo&esto viene or­
dinalo Finchino e non Fimposizione delle mani.
208 Capo IV

209. L’Orazione Q aam oblationem - Cerimonie.


La terza Orazione del Canone incomincia colle
parole: Quam oblationem e si conclude colPanam-
mesi : Haec quotiescumque feceritis etc. dopo la Con­
sacrazione.
Con essa si concludono le preghiere al Padre, per­
chè accetti l’oblazione e si invoca che la faccia be­
nedictam, adscriptam etc, I liturgisti danno parec­
chie spiegazioni di queste parole; la migliore sem­
bra quella tolta dal Can. Utrum, de consecr. dist. 2:
«Rogamus hanc oblationem benedictam per quam
nos benedicamur adscriptam per quam omnes in
coelo adscribamur ratam per quam in visceribus Chri­
sti censeamur, rationabilem per quam a bestiali sensu
eruamur, acceptabilemque facere dignetur, quatenus
et nos, per quod in nobis displicuimus, acceptabiles
in eius unico Filio simus (1).
Pronunciate, colle mani giunte, le parole: Quam
oblationem tu Deus in omnibus quaesumus, colla de­
stra si fanno tre segni di croce sull’Ostia e sul Cali­
ce insieme, dicendo le parole: benedictam, adscri­
ptam, ratam. Fatta la terza croce, alcuni vogliono che
si giungano le mani, recitando le parole seguenti:
rationabilem, acceptabilemque facere digneris, altri
invece insegnano di far lentamente l’ultima croce,
sì da pronunciare anche le dette parole. Questuiti- 1

(1) Presso Fornici, 0- c- pag. 94, Cfr. Tbalhofer, O. c. pag.


216; Lebrum, 0 . c. pag. 355; Bona, 0- c. cap. XIII; Am-
berger, 0 . c. pag. 180 seg. ; Bened. XIV, O- c. lib. H cap. XIV;
S. Thom. p. ITI p. 83 n. 4.
Seconda e terza Orazione - Consacrazione 209

me modo pare il più naturale ed il più conforme al­


le rubriche che non ordinano di giungere le m an i
Quindi si fanno due altri segni di croce, uno sull’O­
stia, dicendo Corpus, e l’altro sull Calice dicendo San­
guis, e si prosegue l’Orazione, a mani giunte, chi­
nando profondamente il capo alle parole : Jesu Chri­
sti.
Tali croci sono effettive, e terminano la prepara­
zione della materia del Sacrificio. — Se tutte le cro­
ci del Canone rappresentano la passione di G. C.,
non a torto gli scrittori del medio evo ravvisarono,
nelle cinque Croci che qui si fanno, significare le
cinque piaghe del corpo di G. C. in croce ( i) .

110. Continuazione Q ui p r id ie quam p a te re tu r


• Cerimonie.
L’Orazione prosegue colle parole: Qui pridie quam
pateretur. Queste parole sono storiche, e ricordano
il tempo e il modo col quale G. C. istituì la SS. Eu­
caristia; non sono però tutte tolte direttamente dagli
evangelisti, hanno solo il Vangelo per fondamento.
Così mentre nel Vangelo ed in S. Paolo si dice sem­
plicemente accepit panem, la Liturgia della Messa vi
aggiunge : in sanctas ac venerabiles manus suas.
Nella istituzione della SS. Eucaristia non si ac­
cenna afla elevazione degli occhi, si parla però di1

(1) Amberger, O. c. pag. 182; Benedet. All V, 1. c.; Kòsaing,


O. c. p. 491.
210 Capo IV

essa in motte circostanze del Vangelo (1). S. Matteo


e S. Marco dicono solo che G. C. benedisse il pane.
S. Luca e S. Paolo dicono anche che fece una pre­
ghiera di ringraziamento : gratias egit etc., la Liturgia
romana come altre Liturgie, aggiunge la benedizione
e ringraziamento gratias agens, benedixit etc. (2).
Le azioni cerimoniali che accompagnano Ha recita
deirOrazione sono:! a) dicendo le parole: qui pridie
quam pateretur, il Celebrate asterge sul1corporale le
quattro dita con cui toccherà l’Ostia «non in medio
(corporalis) sed super utramque extremitatem latera­
lem anterioris plicaturae» (3).
b) dicendo : Accipiens panem etc. prende in mano
l’Ostia in questo modo : «indice sinistro premit extre­
mitatem hostiae a parte Evangelii contra altare, ho-
stiamque sic ab altera parte elevatam accipit inter
pollicem et indicem dexterae, manus : sic Tisliam te­
nens, eandem ad inferiorem eius extremitatem, seu
ad pedes Crucifixi hostiae impressi, mox accipit ex­
tremitate pollicis et indicis sinistrae manus, stallmaue
etiam accipit, ad eandem extremitatem, extremitate
pollicis et indicis dexterae manus, ita ut pollices et
indices utriusque manus se atingant, et digiti utriu-
sque manus infra hostiam extensi et juncti sint a sua
extremitate usque ad pulsum. Qui modus hostiam
tenendi, infra Consecratione'genuflexionem et ele-123

(1) Matt. XIV. 96; Marc. VI, 41; Lue. IX 16; Joah. XI, 41.
(2) Kowing, I. c. pag. 392; Cfr. Magani, O. c.; Innoc. III,
Lib. IV de myst. miss. cap. 5 ; Bona, c. 1. c-
(3) De-Herdt, I n. 247.
Seconda e terza Orazione - Consacrazione 211

vationem servandus est» (1). L’Ostia però si tiene


eretta, elevata sul corporale, senza toccar questo con
le mani;
c) dicendo le parole: et elevatis oculis etc, eleva
gli occhi alla croce;
d) alle parole:- tibù gratias agens abbassa gli occhi
e china profondamente il capo;
e) alla parola: benedixit colla destra stessa fa un
segno di croce sull’Ostia, tenuta nella stessa posizio­
ne colla sinistra, e prosegue nella recita delle parole :
fregit deditque etc. (2).
Se vi sono particole da consacrare o l’Ostia nella
teca, si devono scoprire i vasi sacri che le conten­
gono, prima delle parole: Qui pridie etc.

111. Formula della Consacrazione ” Elevazione


Adorazione delle Sacre Specie.
Alla narrazione storica dell’istituzione dell’Euca­
restia succedono Ile parole della Consacrazione (3).
1. Esse si devono pronunciare attente, continuate,
distinte, reverenter, secrete, 1assertive, cioè non in
modo puramente storico «sed et assertive séu signi­
ficative.... scUicet sacérdos, induendo personam Chri­
sti, applicando verborum significationem ad mate-123

(1) De-Herdt, 1. c.
(2) S. C. R. 4 settembre 1880 n. 3524. VI.
(3) A questo punto i' liturgisti si diffondono in questioni cir*
ca la formula della Consacrazione che son più teologiche che li­
turgiche. Non si ponno qui accennare senza uscire dai limiti che
abbiamo prefissi; chi le volesse conoscere e studiare le trova mas­
simamente svolte negli autori più volte citati.
212 Capo IV

riam presentem, de ea affirmando, dicere debet :


Hoc est etc.» (1).
2. Nell’atto della Consacrazione il Sacerdote met­
te i cubiti sull’altare, senza toccarlo con le mani, te*
nendo cioè l’Ostia alquanto sollevata, col capo pro­
fondamente inchinato.
3. Terminata la formula della Consacrazione del­
l’Ostia, il Celebrante si erige, rimuove i cubiti dal*
Faltare e tenendo l’Ostia nelle mani, poste sul cor­
porale, genuflette fino a terra, adorandola.
4. Erettosi, eleva, con ambo le mani, l’Ostia fino
al disopra del capo accompagnandola collo sguardo;
quindi depostola sul corporale, nel mezzo della pie­
gatura della parte anteriore donde la tolse, genuflette.
A questo punto si chiude e si copre col velo la
pisside e la teca contenenti le particole e l’Ostia
consacrata.
Circa la consacrazione del Calice si osservi che
il Celebrante: 1. Dopo la genuflessione scopre il
Calice colla destra e mette la palla sul velo del calice;
2. Sul Calice asterge le dita, non fregandole contro
il Calice, ma muovendole leggermente l’uno contro
l’altro, per far cadere nel Calice i frammenti che
mai vi si fossero attaccati' e dicendo le parole : Simili
modo postquam coenatum est;
3. Dicendo: Accipiens et hunc etc. prende il Ca­
lice con ambo le mani, sotto la coppa, ossia tra l’in-1

(1) O. c. Voi. I n. 249.


Seconda e terza Orazione - Consacrazione 213

dice e pollice riunito, e le ultime tre dita delle mu­


n i Lo eleva alquanto e lo depone;
4. Dicendo: Tibi gratias agens, inchina col capo
l’Ostia, fa un segno di Croce 6ul Calice, alla parola
Benedixit tenedolo sempre colla sinistra ;
5. Quindi, prendendo colla destra il Calice sotto
la coppa, e colile ultime dita della sinistra sostenen­
do il piede, alquanto alzato sul corporale e inclinan­
dolo verso di sè, pronuncia la formula della Consa­
crazione.
6. Dette le parole in remissionem peccatórum, de-
pone il Calice, fa genuflessione, dicendo intanto se-
cretamente: Haec quotiescumque feceritis etc. Quin­
di lo eleva, sostenendolo colla destra sotto la coppa e
la sinistrarono il piede, fino al! disopra del capo, ac­
compagnandolo collo sguardo.
7. Depostolo sul corporale, lo copre colla palla e
genuflette nuovamente.
Che nella Messa si sia sempre fatta VAdorazione
delle Sacre Specie è fnori di dubbio, e la si trova
presso tutte le Liturgie: così pure dicasi della Ele­
vazioni. E’ però un fatto che i due atti non si com­
pivano subito dopo la Consacrazione ma prima della
Comunione, come rimane ancora un piccolo avanzo
nella breve Elevazione che si fa dell’Ostia e del Ca­
lice insieme, alle parole omnis honor et gloria. La
Elevazione dopo la Consacrazione venne introdotta
nel secolo decimoprimo, ossia dopo l’eresia di Beren­
214 Capo IV

gario, perchè servisse di professione di fede nella


reale presenza (1).
I Certosini elevano solo l’Ostia; i greci, gli arme­
ni e gli abissini conservano l’Elevazione e Adora­
zione avanti la Comunione (2).
La Consacrazione deve farsi non in modo troppo
affrettato, ma nemmeno in modo troppo lento, pro­
lisso, che invece! di raccogliere distrae i fedeli.12

(1) Circa questo punto vedi le opere più volte citate e spe­
cialmente il Lebrun. Durante la Consacrazione, Adorazione ed
Elevazione delle Sacre Specie l’Organo gli altri strumenti musicali
si devono suonare «cum omni melodia et gravitate». Cerem. Epis.
lib. II c. VIIE 70. Alcuni Sinodi' però prescrivono che non si suo­
nino l’organo durante la Consacrazióne «Synod. Colo, et August.)
affinchè i fedeli possano: «in altissimo silentio prostrati, Corpus et
Sanguinem Dominum venerari, nihilque perturbet eórum taliter
veneratium devotionem» De Papi, O* c. pag. 205.
(2) Bona, 0 . c. cap. XIH.
CAPO V

Quarta» quinta ed ultima Orazione del Canone.

112. In quante parti si divide la quarta Orazio


del Canone.

La quarta Orazione del canone si divide in tre


parti: la prima incomincia colle parole: Unde et
memores, dai greci chiamata anamnesi; la seconda
colle parole: Supra quae propitio; la terza colle pa­
role Supplices te rogamus. — La prima parte con­
tiene POfferta delle Sacre Specie ed è continuata
dalla seconda parte: Supra quae propitio, che nel
Sacramentario gelasiano, edito dal Muratori, forma un
solo corpo colla precedente. E’ questa la preghiera
che dà alla Messa il vero carattere di Sacrificio, men­
tre si offre la Vittima divina, presente sotto le Spe­
cie Sacramentali (1). In tutte le Liturgie cattoliche
si trova tale offerta; e sta bene, perchè «Come G.
C. s’è offerto una prima volta al Padre facendo il
suo ingresso nel mondo, e l’oblazione sua ripetè sul­
l’altare della croce (Hebr. X, 5-10-14); così nella
S. Messa che non è altro che la rinnovazione del Sa­
crificio del Golgota, non si poteva dimenticare la
rinnovazione di quella offerta, che si identifica col1

(1) Magani, (X c. pag. 249; Suarez, op. M. 3 f. 3 q. 83 o.


4 diep. 83.
216 Capo V

sacrificio stesso» (1). — In essa si ricorda la Pas­


sione, la Morte e la Risurrezione di Gesù Cristo che
riassumono i momenti principali della Redenzione u-
mana e si offre alla divina maestà FOstia pure, santa
ed immacolata, in senso proprio ed eminente, il Pa­
ne di vita eterna ed il Calice della perpetua salute
a chi se ne ciba degnamente.
Questa prima parte dell’Orazione si recita: a)
colle mani disgiunte ed estese, per ragioni altrove ri­
ferite; b) Alle parole, de tuis donis ac datis si con­
giungono le mani e si fanno tre segni di croce sulTo-
blata (Calice ed Ostia insieme), quindi un segno sub
FOstia ed un altro sul Calice pronunciando le rela­
tive parole.
Tali croci sono dichiarative, indicando cioè l’iden­
tità della vittima che è sull’altare con quella della
Croce; e sono anche effettive, cioè ottengono al po­
polo cristiano lei divine benedizioni dei tesori del Sa­
crificio di G. C. che si offre sull’altare (2).

113. Seconda parte dell’Orazione - Rinnovazion


dell’Offerta - Cerimonie.
La seconda parte di questa preghiera completa la
prima, ossia è una supplica a Dio, affinchè abbia
da guardare con volto propizio e sereno sui doni of­
ferti (Supra quae), e li abbia da accettare (accepta
habere), come già accolse quelli tipici del giusto A-1

(1) Magani, 1. c.; Thalbofer; «Das Opfer dee Atlen und


Neuen Bundes» p. 239 e seg.
(2) 'Hialhofer, Liturgik, Voi. 2- pag. 227-229.
Quarta, quinta ed ultima Orazione del Canone 217

bele, di Abramo, padre della fede, e del sacerdote


Melchisedech.
Le ultim e parole : sanctum sacrificium, immacu­
latam Hostiam vennero aggiunte dal Papa S. Leone I.
Questa parte si recita colle mani estese nel mo­
do che si è detto.

114. Terza parte dell’Orazione.


■La terza parte che incomincia colite parole: Sup­
plices te rogamus, continua la stessa offerta, ma, in
modo più umile, alla divina maestà.
Queste parole, nelle quali alcuni vedono una e-
piclesi od invocazione dello Spirito Santo (1), sono
spiegate da S. Tommaso : Sacerdos non petit, neque
quod Species Sacramentates deferantur in coelum, ne­
que quod Corpus Christi verum , quod ibi esse non
desinit, sed petit hoc pro corpore mystico, quod sci­
licet in hoc Sacramento significatur, iit scilicet oratio­
nes Sacerdotis et populi Angelus assistens divinis m y­
steriis Deo repraesentet» (2).
Non vanno d’accordo gli interpreti nel determina­
re chi sia PÀngelo di cui si parla: alcuni credono sia
G. C., detto Angelo del Testamento (Malach. I li I).
altri vogliono sia l’Angelo custode del Celebrante.1

(1) Magarli, O. c. pag. 253. Dj questa opinione sono pure


Hoppe, Loffler, Probst, Langhorflt, Franz. 11 Thalhofer la com­
batte (pag. 236).
(2) S. Tbeolog. p. I li q. 83 art. 4 ad 9. Bellarminus, De con.
trov. tom. DII Kb. 5; de Missa, cap. 24; Suarez, in 3 part. tom.
3 q. 83 art. 4 disp. 83 aect. 2; Lebrun, (X c. pag. 400; Bona
O. c. cap. XH1; Bened. XIV, *0. c. cap. 16. ’
218 Capo V

Comunemente però si ritiene che si parli qui di S.


Michele, custode della Chiesa (1).
II fine della preghiera è espresso nelle parole :
«Ut quotquot ex hac altaris partecipatione etc. om­
ni benedictione coelesti et gratin, repleamur».
Questa ultima parte dell’Orazione si recita: —
a) colle mani giunte, poste sull’Altare, (e non sul cor­
porale) (2) e col corpo profondamente inchinato,
in segno di fervorosa ed umile preghiera; — b) a
mente, cioè senza leggerla dal libro : «ne caput inde­
core elevet ad legendum» (3 ); — c) Alle parole:
ex hoc altaris partecipatione, si bacia l’altare; d) di­
cendo: omni benedictione coelesti etc. si fa il se­
gno della Croce, che è simbolo delle beatitudini che
si invocano e si sperano dalla Comunione mez­
zo efficace per ottenerle.

115. Quinta Orazione, ossia il Memento dei morti.


Colla quinta Orazione del Canone sii invocano sui
fedeli' defunti i frutti del Santo Sacrificio.
La preghiera pei morti, nella Messa, si trova in
tutte le Liturgie orientali e occidentali (4) ed è ri-1

(1) Dan. X, 21; XII, 2; Apocal. XII, 7. Quest’ultima spiega­


zione conviene coll’Orazione con cui si benedice l’incenso all’Of*
fertorio. _
(2) S. C R. 7 settembre 1816 n. 1572.. 21.
(3) De-Herdt, I. n. 255.
(4) Nel sacramentario gelasiano manca, ma il Muratori dimo­
stra che tale mancanza la si deve ad un errore del copista (Dis-
sert. de rebus Liturgitur cap. 5).
Quarta, quinta ed ultima Orazione del Canone 219

cordata dagli antichi scrittori ecclesiastici (1). «La


preghiera pei morti si fonda in generale sulle verità
che la Chiesa è una società di fedeli che vivono sul­
la terra uniti coi cittadini del dello e colle anime do­
lenti del purgatorio, e sul potere e dovere che abbia­
mo di soccorrere queste ultime. E poi la S. Messa è
un vero sacrificio espiatorio, non solo pei fedeli an­
cor sulla terra, ma anche per coloro che muoiono
nella grazia e nella fede di G. C. e non sono ancor
puri per il cielo, così è evidente che il Memento dei
morti, come quello dei vivi, è una parte integrante
del sacrificio (2).
Questa Orazione negli antichi codici è detta: O-
ratìo super dyptica, perchè si leggevano dai lettori
i nomi dei defunti p er i quali si offriva il Sacrificio
o che si volevano ricordati in esso, come abbiamo ve­
duto nella Commemorazione dei vivi. Di questo co­
stume, che, secondo il Martène (3), perdurò in al­
cune chiese, fino al secolo XD, ci rimane un avanzo
nel Messale colle lettere N. N. poste a questo punto.
Con essa si prega pei defunti: qui nos praecesse-
runt cum signo fidei... in Christo quiescentibus, cioè
col battesimo e colla professione della fede ortodos­

s i Tertull. De corona mil. c. HI; de monogamia c. X. 5.


Cyprianus, Epist. 39 n. 3, 12; S. Cyrill. Hierosol. Catec• 23 mystag.
5 n. 9.; S. Epiphan. Contra haeres. Aqrii I, 4. S. Ambrosius, de
obitu Theod; S. Augustinus de cura pro mortuis c. I. 4; S. Gre­
gor. L Dialog. Lib. IV c. 55 ecc.
(2) Kòs&ing. 0 . c. pag. 513. Ofr. Thalhofer, pag. 239 e seg.
Lebrun, pag. 408; Bened. XIV, 0 . c. cap. 16.
(3) Martène, de Antiq. Eccles. ritibus, libro I cap. 4 art. 8
n- 24.
220 Capo V

sa, cattolica, e che ora «dormiunt in somno paci!»


cioè non si trovano più nelle lotte della vita ed un
giorno verranno risuscitati a nuova vita dalle virtù
di G. C. poiché pel credente la morte è un sonno.
Si domanda da Dio che venga perdonata la pena
temporale (ut indutgeas) e siano posti nel luogo del
refrigerio (in relazione ai dolori del, purgatorio) del­
la luce e della pace.
Alle parole: Memento Domine etc. si elevano e
congiungono le mani lentamente, in modo di termi­
nare l’azione colle parole: in somno pacis.
Durante il Memento, che si fa in segreto, si eleva­
no le mani giunte fino alla faccia e si tiene chinato
leggermente il capo. Gli occhi si tengono aperti ed
intenti all’Ostia. Alle parole : ipsis Domine si esten­
dono ancora le mani e si giungono le mani e si chi­
na il capo, al Per* Christum etc.

116. Ultima Orazione: N ohis quoque pecca to -


ribua - Di quanti membri risulta.
L’ultima Orazione del Canone propriamente det­
to è quella che incomincia colle parole : Nobis quo­
que peccatoribus, e si estende fino alla piccola ele­
vazione del Calice.
Essa risulta di due membri: il primo che comin­
cia colle parole: Nobis quoque peccatoribus e si e-
stente fino al: Per Christum Dóminum nostrum; il
secondo che comincia colle' parole: Per quem haec
omnia, Domine, e si estende sino alla fine.
Nel primo membro si invoca lFapplicazione dei
Quarta, quinta ed ultima Orazione del Canone 221

frutti del Sacrificio sul Celebrante e sul popolo (par­


tem... aliquam donare digneris). Si' ricordano i Santi
che morirono per la fede dell’Antico (S. Giov. Batt.)
e del Nuovo Testamento (Apostoli, Diaconi, Martiri*
Vergini), non per invocare la loro intercessione, ma
quasi modelli da imitare per arrivare alla gloria. Si
ricordano in ordine cronologico e non di dignità; più.
tardi (dopo S. Gregorio M.) le chiese, specialmente
occidentali, vi fecero le loro particolari aggiunte, co­
me si può vedere nel Sacramentario gallicano e nella
Liturgia mozarabica ed ambrosiana, ove in questo
punto, si trovano anche ricordati dei Santi che non
subirono il martirio (1).
Le prime parole di questo primo membro dell’O­
razione: Nobis quoque peccatoribus, si pronunciano
con voce media, cioè alquanto elevata, ed intanto,,
posta la sinistra/ sull’altare (sul corporale), colla de­
stra (cioè colle tre ultime dita) si percuote il petto
in modo modesto, senza strepito e senza inchino del
capo. Il rimanente delFOrazione si recita colle mani
estese sino alla fine.
Se si celebra la Messa o in essa si fa Commemo­
razione di alcuno dei Santi qui ricordati, al pronun­
ciare il suo nome si china verso il Messale, a cui
si sta rivolto per leggere la Orazione. Alle parole:
Per Christum Dominum nostrum si congiungono le
mani, senza inchino del capo.1

(1) Più ampie, notizie vedi presso Magari, Thalhofer, Kos-


sing, Bona, Benedetto XIV, i quali danno anche brevi cenni' dei
Santi qui accennati.
222 Capo V

117. Secondo membro della detta Orazione - B


nedizioni - Cerimonie.
Alla Orazione precedente non si risponde Am en,
perchè essa si connette col secondo suo membro che
incomincia colle parole : Per quem haec omnia etc.
A questo punto si solevano benedire i frutti e le
altre cose che si presentavano, come ancora attualmen­
te, al Giovedì santo, si benedice, dal Vescovo, l’Olio
degli infermi. Alcune forinole di queste benedizioni
ci rimangono ancora nel Messale, ed il costume, che
già da tempo è quasi generalmente scomparso, è cer­
to appoggiato al pensiero che la S. Messa è la fonte
delle divine benedizioni su tutte le creature (1). Le
parole quindi : Per qdem haec etc., che prima aveva­
no relazione alle cose benedette, ora si riferiscono
alle sacre Specie : «Cum autem haec frugum benedic­
tio non amplius fiat, per Haec... bona tantum intei•
ligenda sunt panis et vinum . quorum spécies, post
IC onsecrationem recreat, producendo novum triticum
et uvas: santificai acceptando iUa in materiam con­
secrationis, quo fit, tot ex usu profano in usum san-
tum transeant; 'vivificat, per verba consecrationis,
quibus substantia panis et vini convertitur in Cor­
pus et Sanguinem Christi, qui sub speciebus eucha-
risticis vivit; benedicit, quaten)us hoc Sacramentum
est fons omnis gratiae et benedictionis; et praestat
nobis per1comunionem, qua gratiis' et bonis omnibus
replemur» (2).
La recita di questa preghiera è accompagnata da
(1) Thalhofer, pag. 250 e eeg.
(2) De-Herdt, II n. 101.
Quarta, q u in ta ed u ltim a O razione d e l Canone 223

numerose cerimonie. — 1) Le parole: Per quem


haec etc. si recitano collie mani giunte; — 2) Alle pa­
role: Sanctificas, vivificas, benedicis et praestas no­
bis, si fanno 3 segni di croce sul Calice.' e sull’Ostia
insieme; — 3) Scoperto il calice si fa genuflessio­
ne; — 4) Quindi si prende POstia tra il pollice e l’in­
dice della destra, come si è detto prima della Consa­
crazione; — 5) Coll’Ostia si fanno tre segni di Cro­
ce sul Calice (come si è detto e per le stesse ragioni
sopra accennate) e due tra il Calice e il Celebrante
e pronunciando le relative parole; — 6) Riportando
poi in linea retta POstia sul Calice e sostenendola su
di esso, colla sinistra si eleva alquanto il Calice -in­
sieme e POstia dicendo: Omnis honor et gloria; —
7) In fine, asterse le dita sul Calice, lo si copre col­
la palla e si fa genuflessione.
La piccola Elevazione, che qui si fa, è avanzo
dell’antico rito, secondo il quale a questo punto,
si faceva l’adorazione delle Sacre Specie.
Colle parole : Per omnia saecula saeculórum, che
si recitano colle mani stese sul corporale, termina il1
Canone propriamente detto, ossia la parte della
Messa detta Sacrificio. Per conseguenza si recitano
a voce chiara ed intelligibile (e nella Messa in canto
si cantano) ed il popolo risponde Am en, a conferma
di tutte le preghiere fatte nel Canone. «Quod facien­
do populus insipienter non agit, licet Canonem non
audiat, nec percipiat, quia est omnino certus Eccle­
siam nihil a Deo petere, nisi quod Dei gtoriae et fi­
delium saluti congruit».
SEZIONE III

Della Comunione

CAPO I

Orazione domenicale

118. Sacrificio e Comunione.


Parte integrante, frutto e corona del Sacrificio è
la partecipazione di esso, per mezzo della Comunio­
ne. La Messa, come Sacrificio che rinnova in mezzo
a noi quello della Croce, rende gloria a Dio, espia
le nostre colpe, ci ottiene copiose grazie e> ci unisce a
Dio. Questa unione ci perfeziona per mezzo della Co­
munione : Consedere fecit nos in coelestibus in Christo
Iesu (1). E’ questa anzi la figura ed il pegno dell’e­
terna fruizione della divinità nel regno della gloria
( 2).

119. Parti della preparazione remota alla Comu­


nione.
Come la parte della Messa che contiene il Sacri­
ficio propriamente detto, così la Comunione risulta
di una preparazione, deWatto stesso della Comunio­
ne e del ringraziamento o conclusione. La prepara- 12

(1) Ephcs. II. 6.


(2) Orario in Missa de SS. Euchar. Sacram.
Orazione domenicale 225

zione ha principio colla Orazione domenicale e si


compie prossimamente colle tre Orazioni che prece­
dono Fatto della Comunione.

120. O razion e dom en icale * Antico costume


di recitarla nella Messa - A qual punto si recitava.
L'Orazione domenicale venne introdotta nella S»
Messa sin dall’epoca apostolica. Questa fatto, quan­
tunque non si possa direttamente provare con docu­
menti, appare da S. Gerolamo (1), da alcuni cenni
dei Padri, e dalle antiche liturgie.
Il punto della Messa in cui veniva recitata, non
è ben preciso. In generale tutti convengono che si
recitasse tra la Consacrazione e la Comunione, ma in
alcune chiese si recitava prim a della frazione dell’O­
stia ed in altre dopo. Così nella liturgia mozarahica
la si recita dopo la Prefazione e prima della commi-
xtio, nell’ambrosiana dopo la commixtio. Essa poi
si recitava, come ancora presso i greci, a voce alta,
da tutto il popolo, quantunque rimanga poi dubbio
se questo sia stato il modo primitivo di recitarla.
Nella liturgia romana l’Orazione domenicale ot­
tenne il luogo, ove si trova anche oggidì, per opera
di S. Gregorio I, come ne fa fede la celebre lettera
al Vescovo Giovanni Sirico, nella quale il Santo Pon-1

(1) «Sic enim docuit Christus Apostolos suos, ut quotidi


Corporis illius Sacrificio credentes audeirent loqui: Pater noster
etc.» (Adv. Pelag. Lib. III).
226 Capo I

tefice si difende dalFaccusa di aver introdotte muta­


zioni nella Messa, sull’esempio dei greci (1).

121. Introduzione all’Orazione domenicale - O


gine * Come si recita.
L’Orazione domenicale è preceduta da una intro­
duzione che, nella sua sostanza, risale al tempo di
S. Agostino, e fors’anco di S. Cipriano. Una tale
introduzione si trova pure nella liturgia di S. M ar­
co, nella gallicana antica, nella greca, nella maroni-
tica, e nelPambrosiana. E’ il grido dei figli di Pio
che, pieni di fiducia, 6Ì presentano al Padre, con
quella preghiera che venne insegnata da G. C. (di­
vina istitutione formati). Essa è preceduta dalla pa­
rola Oremus, che è invito alla preghiera.
Recitando la parola Oremus si alzano dalFaltare
le1mani e si congiungono davanti al petto, insieme si
fa col capo profondo inchino al SS. Sacramento. Le
mani si tengono congiunte fino al principio del Pa­
ter* noster; al principio di questo si estendono davan­
ti al petto e si prosegue la recita fino alle parole:
Et ne nos inducas in tentatiónem, tenendo sempre1

(1) Ecco il celebre passo del Santo: «Oratiónem dominicam


idcirco inod post precem (scii, canonem) dicimus, quia mos Apo-
stolarum fuit, ut ad ip9am solummodo orationem oblationis ho­
stiam consecrarent. Et valde mihi inconveniens visum est, ut pre­
cem, quam scolasticus composuerat, super oblationem diceremus et
ipsam traditionem, quam Redemptor noster composuit, super ejus
Corpus et Sanguinem non diceremus. Sed et dominica oratio apud
Graeco9 ab omni populo dicitur, apud nos vero a solo Sacerdote^.
Chi vuol studiare le interpretazioni date a questo passo le potrà
trovare presso Thalhofer, 0 . c. pag. 259-262.
O razione dom enicale 227

gli occhi figgi al1 SS. Sacramento. Rispostosi dal mi­


nistro: Sed libera nos a malo, il Celebrante a voce
sommessa soggiunge: A m en.
Estrae la patena! da sotto il corporale, l’asterge col
purificatore, depone il purificatore lungo il corpo­
rale e tiene tra l’indice e il medio della destra la pa­
tena eretta sul purficatore.

122. Embolismo - Azioni cerimoniali.


L’Orazione è seguita da\Yembolismo, ossia da una
preghiera, che è come un ampiamente dell’ultima
petizione del Pater noster, fatta dal Celebrante per
tutta la famiglia cristiana.
ET di origine antica e si trova nel Sacramentario
gelasiano e gregoriano, nel quale ultimo, forse per
opera della stesso Pontefice S< Gregorio, si trova ag­
giunto il nome di S. Andrea.
In alcune chiese si praticò di celebrare la memo­
ria di altri Santi. In essa si implora la liberazione
dei mali passati (peccati), presenti (tentazioni), e
futuri (pene temporali ed eterne), quindi la pace (1).
Tale Orazione si recitai 1. Segretamente, perchè
è specificamente preghiera del Sacerdote, come me­
diatore tra Dio e il popolo. Solo1 al Venerdì sante,
mancando tale scopo e forse anche a significare le
parole di G. C. in croce, l’embolismo si recita ad alta
voce; 2. Tenendo la patena nella destra conte si è
detto; 3. Alle parole: da propitius si fa con la patena

(1) Benedetto XIV, O. c. cap. XIX.


228 C apo 1

un segno di croce sulla propria persona, collocando


infra pectus la mano sinistra, ed accompagnando l’atto
colla recita delle parole: Da propitius pacem in diebus
nostris; poi si bacia la patena all’estremità ossia a]
labbro (1) ; 4. Proseguendo nelle parole: Ut ope mi­
sericordiae tuae etc. si sottopone Ila patena all’Ostia,
fermando questa coll’indice della sinistra, senza pe*
rò spiegarla sulla patena; 5. Perchè la patena non
tocchi il corporale nel luogo ove stava prima lo -
stia, si alza alquanto, appoggiandola al piede del Ca­
lice; 6. Scoperto il Calice, si fa genuflessione.

(1) S. C R. 24 luglio 1683 n. 1711. 5.


CAPO II

Frazione dell’Ostia, Commistione - Agnus Dei.

123. Antico costume di frangere l’Ostia e me


terne una parte nel calice • Ragione e modo di que­
sto rito.
Che nella S. Messa siasi sempre costumato di fran­
gere FOstia appare dal fatto della sua stessa istitu­
zione, nella quale G. C. prese il pane, lo spezzò e
lo diede a’ suoi discepoli, pronunciando le parole
consacratone. Gli apostoli non 'praticarono la frazio­
ne del pane nell’atto della Consacrazione, ma dopo
di essa; onde S. Paolo avverte che il pane che fran­
giamo è la partecipazione del Corpo di G .C. (1) e
lo stesso Sacrificio è chiamato negli Atti apostolici:
fractio panis. Di essa fanno menzione gli antichi
scrittori e si trova nelle liturgie apostoliche. I greci
dividono FOstia in quattro parti, delle quali la prima
è presa dal Celebrante, la seconda si dispensa al
popolo, la terza si riserva per gli infermi e l’ultima
si mette nel Calice; i mozarabici la dividono in nove
parti, come si è detto alrove (2). Nella chiesa occi­
dentale generalmente si divide in tre parti, delle
quali due sono assunte dal Sacerdote e la terza si
mette nel Calice. Anticamente però il Celebrante ne 1

(1) Ad Cor. X. 16.


(2) Cfr. VoL I n. 82.
230 C a p o II

assumeva soltanto una parte, l’altra si metteva nel


Calice e la terza si usava per comunicare i fedeli
o si serbava per gli infermi. Avanzo di tale rito è
la I&turgia della Messa solenne del) Papa, »n cui si
comunicano, con una parte dell’Ostia, i Diaconi, e
quella della Messa nella Consacrazione del Vescovo,
nella quale si dà una parte dell’Ostia al Vescovo
consacrato. U n vestigio rimane anche nella Messa
delle Ordinazioni in cui si devono comunicare gli
Ordinati con particole consacrate nella Messa stessa
e subito dopo la comunione del Vescovo celebran­
te (1).
Si divide in tre parti, giusta l’antico costume, pro­
veniente dal medio evo (6ec. 9), a significare tre par­
ti del corpo mistico di G. C. ossia la Chiesa gloriosa,
militante e penante.
Hostia dividitur in partes : tincta beatos
Plene, sicca notat vivos9 servat sepultos (.2).
II modo di frangere l’Ostia è il seguente : Si pren­
de l’Ostia (come è detto) col pollice e l’indice del­
la destra, e dalla patena la si porta sul Calice, teneu- 1

(1) Vedi Bona, O. c. lib. I oap. IX n. 4 e lib. H c. XV


n. 4; Cfr. Pontificale Rom. de Consacralionem Episcopi — de
Ordinai, eie-
(2) Presso S. Thom. Sum. Theol. p. IDI q- 83 ort. 5. Tali
parole sono appoggiate alla pratica, già in disuso peraltro al tem­
po di S. Tommaso, di conservare una parte delTOsiia fino alla
fine della Messa (semrto). Osserva il S. Dottore che quantunque
sìa andato in disuso il costume, sta ancora il 'Significato: «Hic ta­
men ritus non servatur modo, ut eciliioet una pats servetur usque
ad finem Missae, propter periculum manet eadem significatio par­
tium», ibid. ad 8). Cfr. pure Innocenzo III. de Mysi. Missae,
c. p. 3.
Frazione dell’Ostia, Commistione - Agnus Dei 231

dola eretta; qui prendendola anche col pollice e


l’indice della sinistra, la si divide riverentemente
in mezzo in senso verticale e lentamente, in modo
da non far disperdere dei frammenti, ciò che facil­
mente può avvenire quando l’Ostia è troppo secca.
Durante questa azione si dicono in segreto le paro*
le: Per Dóminum nostrum Jesum Christum Filium
tuum, chinando il capo profondamente al nome di
Gesù Cristo.
Si colloca nell mezzo della patena la parte del­
l’Ostia che si tiene nella destra, quindi dalla parte
inferiore dell’altra metà che si tiene colla sinistra sul
Calice, se ne stacca, nello stesso modo che si è det­
to, una particella e Isi depone il rimanente, che ai
tiene colla sinistra, 'sulla patena, accanto all’altra
metà, in modo che apparisca ancora rotonda. Du­
rante questa azione si dicono, in secreto, le parole:
Qui tecum vivit et regnat in unitate Spritus Sancti
Deus. Quindi, portando la mano sinistra sotto la cop­
pa del Calice, colla destra tenendo l'a particola del-
FOstia sul Calice, 6Ì dicono, con voce intelligibile,
o si cantano, le parole : Per omnia etc. Rispostosi A-
men dal ministro o dal coro, colla particola dell’O­
stia si fanno tre segni di croce sul Calice, cioè entro
la coppa e muovendo non solo le dita che tengono
la particola, ma tutta la mano. A ciascuno di que­
sti segni, con voce intellegibile, si pronunciano le pa­
role relative: Pax Domini sit semper vobiscum. Ri­
spostosi dal' ministro o dal coro : E t cum spiritu tuo,
si mette nel Calice la particola dell’Ostia, lasciandola
cadere vicina al labbro, dalla parte del Celebrante.
232 Capo II

124. Formula che accompagna tale azione.


La formula che si recita nella Messa alla frazione
delPOstiai non è uguale presso tutte le liturgie. La li­
turgia romana usa per essa la conclusione delFembo-
lismo del Pater noster : Per Dominum nostrum eie.
Nella Messa di rito ambrosiano si dice : Corpus tuum
frangitur, Calix benedicitur, la quale espressione si
deve attribuire alle Specie Sacramentali (1).
Dapprima si frangeva l’Ostia sulla patena, più
tardi e in seguito sul 'Calice. Nella liturgia mozara-
bica la frazione dell’Ostia si fa prim a del Pater 'no­
ster e dopo di questo se ne mette una parte nel Ca­
lice; nell’ambrosiana le due azioni! hanno luogo pri­
ma del Pater noster.

125. Parole che seguono tale azione.


La commistione della particola dell’Ostia colle sa­
cre Speciei del Calice si fa pronunciando la formu­
la: Haec commixtio et conservatio etc. — Come la
frazione dell’Ostia, così la mescolanza delle Sacre
Specie è antichissimo uso e la si:trova nella liturgia
di S. Giacomo e tra le prescrizioni del concilio Arau-
sicano (a. 441). Nè manca di mistero: che tale a-
zione, secondo Innocenzo III, significa l’unione del­
la carne e dell’anima avvenuta nella risurrezione di
G. C. : quindi non si può riguardare come puro a*(I)

(I) Cfr. S. Thom- Sum theol. p. ITI q. art. 7 ad 3.


Frazione dell’Ostia, Commistione - Agnus Dei 233

vanzo della Comunione che si faceva ai fedeli sotto


le due specie, come pretesero alcuni (1).
La formula del rito romano non parla solo di me­
scolanza, ma anche di Consacrazione; come si deb­
ba intendere questa parola, lo spiega il Bellarmino
«neque habet aliquid incommodi ea vox, si bene 'n-
telligatur; non enijn petim us,ut nunc fiat consecra­
tio sed consacrano iantea facta sit nobis ad vitam ae­
térnam (2). La detta formula si pronuncia in se­
greto, mentre si lascia cadere la particola dell’Ostia
nel Calice.

126. U A gnus D e i - Orìgine - Perchè e com


si recita.
A questo punto nella liturgia romana si recita (e
dal coro, nella Messa cantata si canta) YAgnus Dei.
Se la frazione dell’Ostia simboleggia il corpo di G.
C. confitto alla croce per la redenzione del genere
umano, VAgnus Dei, è un’invocazione alla Vittima
innocente, mite, divina (Agnello di Dio), perchè ci
applichi i frutti del sacrificio stesso, dandoci il per­
dono dei peccati (miserere nobis) e la pace, (3).1

(1) Circa questo punto, ossia la Comunione dei fedeli sotto


le due specie, vedi Bona, 0. c. cap. XXIII, 3; Bellarminus, t. I li
Controv., lib. 6 de Missae Sacrif. capo 27.. Quarto o biidt• Altri
riti, come l’esomologesi, il Sancta Sanctis etc. Vedi presso Magani,
0. c. 325 e seg.
(2) Bellarmino, 1. c. cap. 27.
(3) Thalhofer a pag. 276 dell’opera più volte citata scrive:
«già i più antichi manoscritti del Sacramentario Gregoriano (eccetto
POthaboniano) notano VAgnus Dei dopo il Pax Domini; Papa
Sergio (m. 701) quindi non lo introdusse di' nuovo nella liturgia
234 Capo I I

Generalmente si vuole che questa invocazione sia


stata introdotta nella Messa dal Papa Sergio I ; e la
ragione ci è data da Strabone: «Agnìis Dei in con­
fractione Corporis Domini a clero et pópulo cantari
Sergius constituit, ut dum praeparatur ad dispetti
sandum Corpus Dominicum, rogent accepturi, qua­
tenus ille, qui pro eis oblatus est innocens, faciei eos
salubriter pignora salutis aeternae accipere» (1). An­
ticamente si aggiungeva tre volte la invocazione m i­
serére nobis, come 9Ì pratica tuttora nella basilica la-
teranese, ma dopo il secolo X, o per le tribolazioni
della Chiesa, o per togliere gli scismi, alla terza in*
vocazione, invece del Miserere nobis, si aggiunge do­
na nobis pacem.
Il modo di recitare VAgnus Dei è il seguente: e-
rettosi il Celebrante, dopo la genuflessione, giunte
De mani senza metterle sull’altare, china il capo (non
il corpo) verso il Sacramento e a voce intelligibile,
cioè alta, recita le parole: Agnus Dei qui toìlis pec­
cata mundi facendo inchino del capo; qui, posta la
sinistra sulPaltare, sul corporale, colle tre ultime dita

romana, ma solo ordinò che esso non fosse soltanto cantato dal
coro (clero) e dal popolo (lib. Pontif. cap. 14) «tempore confrac­
tionis Corporis Domini». Non so che si debba pensare di questa
sentenza, perchè non ho mezzo di confrontare tali manoscritti; mi
pare però che già il Card. Bona, che sostiene sia stato Sergio l'in­
troduttore dcll'Agnus Dei nella Messa, ci abbia messo sull'avviso
per non adottare altra sentenza: «Hac autem Agni in graeca ov-
nodi commemoratione quidam decepti, et eam ad latinorum prae-
cationem trahentes, scripserunt ante Sergium coepisse et Concilio
Nieaeneo antiquiorem vel certe coevam existimarunt». (O. c. lib.
cap. XVI, 5).
(1) De rebus eccles. cap. XXII.
Frazione dell’Ostia, C o m m istio n e - Agnus Dei 235

della destra si percuote, senza strepito, il petto, di­


cendo miserere nobis. Senza congiungere nuovamen­
te Ile mani, pronuncia la seconda e la terza invocazio­
ne percuotendosi il petto alle parole miserere nobis,
e dona nobis pacem.
Nelle Messe de requie invece delPinvocazione mi­
serére nobiSf di dice: dona eis requiem ed alla terza
volta si aggiunge sempiternam senza mai percuotersi il
petto.
CAPO III

Orazione per la pace - Comunione

127. Antico costume di dare la Pace nel


S. Messa.
Il costume di dare la pace nella Messa è senza
dubbio di origine apostolica. Il bacio era Fazione che
accompagnava questo augurio cristiano; quindi più
volte raccomandato da S. Paolo nelle sue lettere (1).
Anche nelle Costituzioni Apostoliche il Diacono in­
vita i fedeli : «Osculamini vos invicem in osculo san­
cto... deosculentur clerici Episcopum viri laici Icà-
cos, mulieres se invicem» (lib. 8). Cresciuta però la
comunità cristiana, diminuita l’antica semplicità dei
costumi, e probabilmente anche i disordini o le con­
fusioni introdottisi, fecero cessare il costume di dare
la pace per mezzo del bacio, e già nel secolo XIII
non si trova più in uso. In suo luogo però sottentrò
Yamplesso, e poi anche il pacificale, piccolo strumen­
to che si porge a baciare colla form ula: pax tecum
(2). Il punto della Messa in cui si dava la pace era
all’Offertorio o prima della Comunione, od anche
in tutti e due i momenti; nella Chiesa orientale ed1

(1) Ofr. Xol. I n- 144.


(2) Con ciò non si intende di dire che i pacificali avessero
origine dopo il secolo X; ne abbiamo anche diNpiù antichi, come
quello, assai celebre, che si conserva a Cividale nel Friuli, che
risale al secolo ottavo.
O razione p er la pace - C o m u n io n e 237

ini qualche chiesa latina prevalse il costume di darla


dopo rO ffertorio. Attualmente la si dà prima della
Comunione.

128. Orazione per la pace - Come si recita.


Il saluto della pace è nella sacra liturgia della
Messa preceduto da una preghiera ordinata ad otte'
nerla da G. C., principe ed apportatore della pace al
mondo. E prima si augura ai fedeli la pace interna
colla formula : Pax Domini sit semper vobiscum, poi
si implora, coll’Orazione propria, la pace esterna per
la Chiesa Cattolica e pei di lei m em bri: «eamque,
secundum vohmtdtem tuam, pacificare, et coatlanare
digneris».
Affine di ottenerla il Celebrante ricorda il fatto
di G. C. risorto che la porta a’ suoi Apostoli, e la
fede della Chiesa cattolica della quale il Sacerdote
è rappresentante e Ministro.
Questa Orazione risale al secolo decimo.
Si recita colle mani giunte, poste sull’alt are, non
sul corporale (1), cogli occhi intenti al SS. Sacra­
mento e col corpo mediocremente inchinato.

129. In quali Messe si dà la pace.


La pace si dà nelle Messe solenni (tranne al Gio­
vedì, Venerdì e Sabbato santo) che non siano de
requie. Nelle Messe cantate o private, la si può da­
re, dove vi è costume, ma si deve adoperare il paci-

(1) S. C. R. 7 settembre 1816 n. 2572, 21.


238 Capo I I I

ficaie o strumento della pace. In questo caso il Ce­


lebrante bacia prima il pacificale dicendo pax tecum
ed un Ministro lo porge poi al bacio degli altri di­
cendo lia form ula: pax tecum, nel modo cbe si dirà
parlando della Messa solenne.

130. Le due ultime Orazioni preparatorie alla


Comunione • Come si dicono.
Le due Orazioni che seguono quella della pace si
trovano già n el secolo XI : ma dopo la Comunione.
Prima di S. Pio V Porazione Domine Jesu Christe
stava dopo il Domine non sum dignus, l’altra dopo
la Comunione; colld. riforma piana ottennero defini­
tivamente il posto che occupano oggidì. Esse con'
tengono una viva preghiera fatta a G. C. affinchè ìa
partecipazione del suo SS. Corpo e Sangue produca,
nel Sacerdote celebrante, frutti di salvezza (1).
Queste due Orazioni si recitano colle stesse azioni
cerimoniali della precedente.

131. Comunione - Purificazione ed abluzione.


Finita l’ultima Orazione, il Celebrante genuflet­
te, e tosto sorge e recita in secreto le parole : Panem
coelestem accipiam etc. Quindi eolPindice della si­
nistra spinge le due parti dell’Ostia che sono sulla
patena verso il Calice e le prende, insieme riunite
come stanno, colPindioe e pollice della destra e le1

(1) Per più ampia spiegazione v. Lebrun e Thalhofer, nel­


le O- c-
O razione p er la pace * C om u n io n e 239

mette tra le stesse dita della sinistra, in modo che


Fostia apparisca ancora rotonda. Colla destra met­
te pure la patena tra l’indice e il medio della sinistra
al disotto delFOstia e la tiene tra il Calice e il pro­
prio petto, ossia sulla piegatura media della parte
anteriore del corporale.';Il braccio e là mano sinistra
non devono essere poste sull*altare, ma la mano de­
v’essere elevata dal corporale di circa quattro dita.
Col corpo mediocremente inclinato verso II Sacra­
mento, pronuncia a voce inedia, per tre volte, le pa­
role: Domine non sum dignus, percuotendosi colla
destra il petto come si è detto altrove e prosegue in
secreto la recita delle altre parole. Recitata la ter*
za volta la formula, colla quale il Celebrante confes­
sa a Dio e fa conoscere pure ai fedeli la propria in­
degnità, si erige perfettamente, prende colla destra
le due parti dell’Ostia sovrapponendole l’una alFal-
tra, e senza muovere la mano sinistra, colla quale
tiene la patena, si segna coll’Ostia elevandola sulla
patena stessa fino alla parte superiore del petto e di­
ce le parole Corpus Domini etc. chinando il capo al­
le parole Jesu Christi. Quindi,1posti i cubiti sull’alta­
re, tenendo sempre la patena nelle mano sinistra,
senza che questa tocchi il corporale, assume le due
parti dell’Ostia colla massima riverenza, senza espor­
re la lingua. Depone la patena, appoggiandola al
piede del Calice e* su di essa muove leggermente le
dita per far cadere i frammenti; si erige totalmente
col corpo e colle mani giunte fino al mento, adora al­
quanto, cioè per lo spazio di un Pater noster, nella
meditazione del SS. Sacramento,'senza chinare il ca­
po, perchè le rubriche non lo prescrivono.
240 Capo H I

Circa questo punto si osservi : 1. Che le due p ar­


ti delPOstia si devono assumere contemporaneamen­
te; 2. non si devono masticare coi denti nè muove­
re la bocca in modo da parere che si mastichi; 3.
qualora una parte si attaccasse al palato e non si po­
tesse distaccar colla lingua, la si può inghiottire in­
sieme col preziosissimo sangue; 4. nel mettere in
bocca le due parti sovrapposte si faccia in modo che
quella superiore non cada di bocca (1).
In seguito, posta la sinistra sul- corporale e sul pie*
de del Calice, colla- destra lo scopre dalla palla, ge­
nuflette, dicendo’ intanto : Quid retribuam etc. Pren­
de la patena fra Findice ed il medio della destra e
con essa raccoglie i frammenti che vi potessero es­
sere sul corporale ove si è deposta FOstia ; senza ri­
muovere il Calice od alzare il corporale colla mano
sinistra. Ciò fatto, prende la patena, non però da
quella parte colla quale si raccolsero i frammenti, e
la porta, tenendola in senso orizzontale, sul Calice.
Qui colle estremità delFindice e del pollice, racco­
glie i frammenti che ponno esservi sulla patena, al­
zandola alquanto in modo che vadano a cadere nel Ca­
lice; quindi asterge le dita della destra sul Calice; nel
modo che più sopra si è detto.
Deposta la sinistra, con cui tiene la patena, sul
corporale, colla destra prende il Calice per il nodo
senza disgiungere il pollice e Findice, e dice segre­
tamente : Calicem salutaris -etc. Alza il Ca­

ci) De Herdt, Voi. I n. 63.


O razione p er la pace • C om u n io n e 241

lice e fa con esso un segno di Croce, pronunciando


la formula : Sanguis Domini etc., china il capo
alle parole Jesu Christi, lo porta riverentemente al­
la bocca ed assume il! preziosissimo Sangue, tenen­
do colla sinistra 'Ila patena,, in senso, orizzontale, vici­
no al mento.
Circa il modo di assumere le sacre Specie del vi­
no, alcuni vogliono che si prendano in un sol sorso,
altri in due o più. Ad ogni modo non si deve distac­
care il Calice dal labbro. Se poi la particella dell’O­
stia che è nel Calice, rimanesse dopo assunto il pre­
ziosissimo Sangue, attaccata ad esso, la si può ridur*
re al labbro del calice, coll’indice della destra e poi
assumere, ovvero si può assumere col vino della pri­
ma purificazione : il) primo modo è il migliore. Inol­
tre non si deve alzar troppo il capo o il Calice, nè
lambire le dita, se con esse si fosse toccata la parti-
cella che è nel Calice.
A questo punto, quando occorre, si fa la Comu­
nione ai fedeli, della quale si parlerà a suo luogo.
Se si sono consacrate le particole o l’Ostia grande,
si ripongono prima nei loro vasi, e poi si collocano
nel tabernacolo. Quando si sono'consacrate le parti-
cole sul corporale, si devono mettere nei loro vasi
prima di scoprire il Calice, quando non si fa la Co­
munione. Se invece 6Ì deve fare la Comunione ai
fedeli, vi si mettono dopo la assunzione del> Calice;
per conseguenza, in questo caso, i frammenti si rac­
colgono dopo la assunzione del Calice.
Se nell’altare ove si celebra non vi è tabernacolo,
giusta i liturgisti, si coprono i vasi sacri e si tengono
242 C apo I I I

sull’altare fino alla fine della Messa, osservando tut'


te le cerimonie relative al SS. Sacramento presente
sulFalttare. Dopo la Messa il Celebrante li trasferi­
sce al tabernacolo e ritorna poi per ripiegare il cor­
porale, e riportare il Calice alla sacrestia. Questo
trasporto dei sacri vasi lo si può fare anche' da un al­
tro Sacerdote, dopo la Comunione della Messa.
Assunte le Sacre Specie del vino, deposta tosto
sul corporale la patena e, senza far nuova medita­
zione sul Sacramento, nè allontanarsi dal mezzo del­
imitare, porge al ministro il Calice, dal lato dell’E­
pistola, tenendolo sull’altare, senza però posarlo sul­
la mensa, perchè vi infonda il vino, in quella quan­
tità circa che si è adoperata per la Consacrazione (1).
Durante questa azione il Celebrante dice le parole:
Quod ore sumpsimus etc., quindi, riportato il Cali­
ce nel mezzo dell’altare, senza deporlo sul corpora­
le, si può agitare aliquanto il liquore, onde far a-
derire ad esso le goccie che mai vi fossero nell’in­
terno della coppa, e lo si assume, sottoponendo an­
cora al mento la patena.
Deposto il Calice nel mezzo del1corporale, e la pa­
tena dal Iato del Vangelo, senza coprir questa colla
palla, nè astergerla col purificatore, tosto prende il
gambo del Calice sotto la coppa colle dita libere’del­
le mani, tenendo 6ulla coppa i pollici e gli indici,

(1) Il Calice sostenuto dalla mano, deve tenersi sulla men*


sa dell’al'tare, quando però speciali circostanze non vogliono al­
trimenti. — Questa prima infusione del vino si fa subito dopo
l'assunzione delle SS. Specie anche se in fondo al Calice riman­
gono le gocce di vino consacrato. (S. C. R. 12 luglio 1904. IV).
O raziane p e r la pace • C o m u n io n e 243

e dal lato delPEpistola si purificano le dita sul Ca*


lice*1prima col vino e poi coll’acqua, che sono versati
dal ministro e intanto si dice Corpus tuum etc. Secon­
do alcuni liturgisti tale abluzione! si può fare anche
stando in mezzo all’altare, quando però non fosse
esposto sull’altare il SS. Sacramento. Deposto il Ca­
lice sull’altare, fuori dell Corporale, dal lato dell’E­
pistola se si è fatta l’abluzione da questo Iato, o
6ul corporale alquanto1dal lato delPEpistola se si1 è
fatta in mezzo all’altare, il Sacerdote col parificato-
re si asterge le dita, quindi stando, in mezzo all’alta­
re, assume, ancora dalla medesima parte del Calice,
il liquore, sottoponendo colla sinistra, al mento, il
purificatore stesso (1). Con questo asterge il Calice
e Io rasciuga diligentemente, quindi pone il purifi­
catore (2) sulla coppa del Calice, e su di esso la pa­
tena colla palla. Colloca il Calice fuori del corpora­
le dal lato del Vangelo, piega; il corporale, prima ri­
volgendo la parte che è verso il Celebrante, poi quel­
la verso il fondo dell’altare, quindi la parte
che è dal lato delPEpistola, infine quella dal
lato del Vangelo e lo ripone nella borsa. Copre
col velo il Calice e vi sovrappone la borsa col-12

(1) Qui si deve avvertire di non lasciar cadere dalle dita le


goccie sul corporale.
(2) Così vuole il De-Herdt, il quale anche qui è da seguir­
si, perchè tiene la sentenza migliore- — Alcuni liturgici' vogliono
che il purificatore prima si pieghi e ripiegato lo si metta sul
calice. Ora la rubrica dice, purìi^ca&ontm extendi4 super calieem
(Rit cel. Mess. X. 5) e la S. C. dei Riti interrogata rispose (n.
3368, 2) di osservare la rubrica. Questa colla parola ej&endit eer-
fo non vuol dire di ripiegarlo.
244 Capo I I I

riapertura rivolta da quella partei dalla quale si por­


ta il Calice, et lo colloca nel mezzo delimitare, la­
sciandolo coperto intieramente nella parte anterio­
re col velo come prima.
Si noti: 1. Che la S. C. dei Riti prescrisse che il
velo non può rivoltarsi sulla borsa, ma deve coprire il
Calice tutto quanto, nella parte anteriore mentre sta
sull’altare (1 ); 2. Quando si celebrano nello stesso
giorno più Messe allo stesso altare non si può la­
sciarvi il corporale nè il Calice, ma l’uno e l’altro
devonsi riportare, terminata ciascuna Messa, alla sa­
grestia; 3. Nelle Messe privale nessuno può asterge-
re e comporre il Calice, al Celebrante (eccetto che
il Celebrante sia Vescovo), nemmeno se il ministro
è in sacris (2); 4. La seconda purificazione del Ca­
lice e delle dita non può farsi solamente cilFacqua
ma deve farsi con vino ed acqua (3). La quantità del
vino e dell’acqua in questa abluzione è come nella
prima abluzione del calice; però Facqua dev’essere
in quantità superiore al vino (4). 1234

(1) S. C. Jt. 1 marzo 1698 n. 1991. 1.


(2) Vedi sopra pag. 42.
(3) S. C. R. 5 gennaio 1847 n. 2947 n. 2926 ; 5 marzo 1847
n. 2947.
(4) De Herdt, I n. 270.
S E Z I O N E IV

Conclusione della Messa

CAPO UNICO

L’Antifona C o m m u n io - Ultime Orazioni


Benedizione • Ultimo Vangelo.

132. Origine dell'Antifona C om m unio - Su


forma attuale - Come si recita.

Fino dai primi tempi, tanto nella Chiesa orientale


come nella occidentale, ^introdusse il costume di
cantare un Salmo durante la Comunione dei fedeli.
Le costituzioni Apostoliche prescrivono il Salmo
33; S. Agostino riferisce tale pratica vigente nella
sua Chiesa, e gli ordini romani contengono il can­
to antifonico dei Salmi che si eseguivano in Roma.
Tale pratica, in occidente, perseverò fino al se­
colo decimoprimo, almeno in alcune chiese; ma nel
secolo decimoterzo non se ne trova più traccia. In
luogo del Salmo rimane una sola Antifona, quale
l’abbiamo attualmente nel messale. Questa è per lo
più tolta da un Salmo e sta in relazione coll’Orazio­
ne che la segue anzi colla liturgia tutta della Festa
o del Tempo.
L’Antifona Communio si recita: a) dal lato del-
Vepistola, a cui il ministro, dopo l’abluzione, tra­
246 Capo Unico

sferisce il Messale; b) colle mani giunte e a voce


alta.
Nel tempo pasquale si aggiunge un Alleluja.

133. Le Orazioni dette P ostcom m u n io - N


mero, ordine e modo con cui si recitano.
Terminata l’Antifona, il Celebrante dal mezzo
dell’altare saluta il popolo dicendo : Dominus vo­
biscum. Senza rivolgersi di nuovo alla Croce, va al
Messale e legge le Orazioni dette Postcommunio.
Esse sono così dette dal posto che occupano nel­
la Messa, e si chiamano anche A d complenda o
complenda. Contengono una preghiera di invoca-
zione, che ha per motivo l’oggetto della festività e
la partecipazione del Santo Sacrificio, ed è ordinata
alla applicazione de’ suoi frutti e massimamente del­
la Comunione. Il numero pluràlìe con cui sono e-
spre6se, ricorda l’antico costume della Comunione
che faceva il popolo che assisteva alla Messa e ven­
ne conservato : «ut sciamus quod olim factum sit, et
ex iipso precationum tenore ad pristinum fert orem
excitemur» (1).
Il numero di queste Orazioni, l'ordine ed il modo
con cui si recitano,, è identico a quelle che sono pri­
ma dell’Epistola.
Anche le conclusioni si fanno dopo Ila prima e
dopo l’ultima Orazione, come avanti l’Epistola.
Quando si recitano due Orazioni sotto unica oon-1

(1) Bona, O. c. Lib. Il c. 20.


Conclusione della Messa 247

clusione, anche i due Postcommunio vanno sotto u-


nica conclusione.
134. U O ratio sa p er p o p a la m .
A questo punto, dopo le Orazioni della Messa,
nei giorni feriali di Quaresima, si; trova YOraùo nu­
per populum , che» ha una particolare introduzione e
sempre distinta conclusione.
Circa Torigine di questa Orazione non vanno d’ac­
cordo i liturgisti. Micrologo dice che si recita in Qua­
resima, perchè in questo tempo il popolo non si co­
municava tutti i giorni e quindi si faceva su di esso,
inginocchiato, speciale preghiera (1 ); Onorio d’Au-
tum la dice una sostituzione della benedizione delle
eulogie (’2) ; Binterim afferma che essa è la vera be­
nedizione che anticamente si dava nella Messa. In
realtà essa è una speciale preghiera sul popolo peni­
tente, affinchè trovi misericordia presso Dio (3).
Questa orazione si recita nel modo seguente : a)
alla parola Oremus il Celebrante estende e giunge le
mani e fa inchino col capo alla croce; b) alla parola
Deo, che è in fine delFinvito, si fa nuovo inchino
coll capo, tenendo le mani giunte.
Terminata la recita, o il canto delle Orazioni, il
Sacerdote, quando non si deve leggere dal Messale
l’ultimo Vangelo, lo chiude, in modo che il labbro 1

(1) Micrologo, O. c. cap. 51.


(2) Honorius, «Gumma animae>; cap, 59.
(3) Kòssing, 0 . c. pag. 568-379.
248 C apo U nico

sia rivolto al mezzo dell’altare e il dorso alPinfuori


(1)*
135. 11 Congedo del popolo.
Dal mezzo delPaltare il Sacerdote saluta il popo­
lo col Dominus vobiscum che qui, come dopo le 0 -
razioni, è augurio di protezione divina sul popolo.
Quindi recita o canta, il congedo al popolo. Esso ha
una triplice forma: Ite Missa est, Benedicamus Do•
mino, Requiescant in pace.
1. U lte Missa est è la forma più antica di congedo al
popolo, e si usò, unicamente fino al secolo decimo»
primo, quando, terminato il Sacrificio, non seguendo
altre preci, come le Ore canoniche,, il popolo veniva
congedato — NelPodiema disciplina si dice Vite Mis­
sa est in tutte le Messe nelle quali si recita il Gloria
in excelsis, e si dice rivolto al popolo. Ad esso;, il mi­
nistro, e, nelle Messe cantate il coro, risponde: Deo
gratias.
2. Il secondo modo di' congedo,) al popolo, è il Be­
nedicamus Domino. Questo, introdottosi col secolo
decimoprimo, anziché u n congedo, era un invito al
popolo a proseguire nelle divine lodi che seguivano
la Messa, epperò nella prima Messa del Natale, se­
guita dalle Lodi lo si recitava. Oggidì si recita nei
giorni di penitenza o di spirituale tristezza,, nei quali
nella Messa non si dice il Gloriai- —<Il Benedicamus1

(1) Il Messale così chiuso va ricomposto in modo che la par­


te superiore non ricada in basso.
Conclusione della Messa 249

si dice rivolto alPaltare, colle mani! giunte, col corpo


eretto. Si risponde : Deo gratias.
3. La terza forma si usa esclusivamente nelle Mes­
se da requie, ed esprime il voto della Chiesa pel ri­
poso tranquillo delle anime dei defunti. In oorrispon-
denza a questo pensiero ili Requiescant in pace si di­
ce rivolto verso Voltare, e ad esso si risponde dal
ministro o dal coro : Amen.

136. L’orazione P laceat tib i , San cta T rin ita a


Benedizione del popolo. '
Anticamente, a questo punto, congedato il popolo
od invitato a nuove preghiere, aveva fine la Messa.
Ma col secolo decimo andò ad aggiungersi una nuova
parte che ha il suo punto culminante nella benedizio­
ne al popolo. Questa è preceduta da una preghiera
d ie'è come una ricapitolazione della Messa, ed inco­
mincia colle parole: Placeat tibi, Sancta Trinitas, se­
guita ordinariamente dal principio del Vangelo di S.
Giovanni ed in alcune circostanze da* altro tratto. Fi­
no al secolo XV però l’Orazione Placeat era dopo la
benedizione (1).
L’orazione Placeat tibi etc. contiene i medesimi
pensieri dell’oblazione dell’Ostia; è diretta alla SS.
Trinità, in nome della quale si è incominciata la Mes­
sa: In nomine Patris etc. e si prega che il sacrificio
sia accetto a Dioi e fecondo di grazie per noi.
Si recita : a) in segreto, perchè1è Orazione speciale1

(1) Microlago, cap. 22: Durando, O. c. lib. IV c. 59 n- N.


250 Capo U nico

propria del Sacerdote; b) colle mani giunte e poste


sull’altare; c) col) capo profondamente inchinato, ad
esprimere umiltà e fiducia.
Finita questa Orazione si dà la benedizione che,
nella forma attuale, proviene pure dal secolo deci­
mo, mentre fino a questo punto solo il Vescovo n
alcune Chiese, dava la benedizione prima della Co­
munione. Di questo uso abbiamo forse un avanzo nel
segno di croce che si fa dal Celebrante colla patena,
'dicendo le parole: omni benedictione etc.
La benedizione si dà: — a) nelle Messe che non
sono de requie; — 6) terminata ^Orazione Placeat,
si bacia Voltare in segno di amore a G. C., da ci,i pro­
cede ogni benedizione ; — c) dicendo le parole Bene­
dicat vos si elevano gli occhi alla croce ed insieme si
alzano le mani fino agli omeri; — d) alla parola Deus
si abbassano gli occhi, si congiungono le mani davan­
ti all petto e si fa! inchino profondo col capo alia cro­
ce ; — e) quindi, rivoltosi al popolo totalmente, posta
la sinistra sul petto colla destra stesa, fa sul popolo un
segno di croce, dicendo le parole : Pater et Filius etc.
La linea verticale della croce deve estendersi dalla
fronte a l petto e la traversale dalla spalla sinistra
alla destra del Celebrante.
Il Vescovo celebrante od assistente affila Messa, usa
una particolare forma di benedizione che è precedu­
ta da due Versetti, che non può usarsi da quelli che
hanno l*uso dei pontificali, se non sono Vescovi (1).

(1) S. C. R. 29 gennaio 1752 n- 2418. 6-


Conclusione della Messa 251

137. L’Ultimo Vangelo.


La grande venerazione che i fedeli dei primi seco­
li ebbero pel principio del Vangelo di S. Giovanni,
fino a portarlo scritto al collo, a preservazione dalle
maligne arti del demonio, a recitarlo sugli infermi
(1) , fu la'ragione per la quale, dopo secolo deci­
mo, si incominciò a recitarlo anche dopo la S. Mensa
andando alla sacrestia, e più tardi anche all’altare.
S. Pio V non fece che fissare e regolare tale uso, a
fine di ricordare al Sacerdote ed ai fedeli i prin­
cipali Misteri della Fede.
I Certosini non leggono questo Vangelo, ma reci­
tano in sua vece, nel mezzo dell’altare, la Sali e Re­
gina, in ginocchio, o Regina coeli, stando in piedi.
Dai Monaci di Cluny, in alcune parti della Francia
e nella Cappella pontificia, il Vangelo di S. Giovan­
ni si legge ritornando alila Sagrestia. Nella Messa Pon ­
tificale il Vescovo lo può recitare ritornando al trono
(2) . Quando invece del Vangelo di S. Giovanni si
deve leggere quello del Tempo, dai detti monaci e
nella cappella papale lo si legge in sacrestia, dopo
deposti i sacri paramenti.
Nel Fattuale discipline^ l’ultimo Vangelo della Mes­
sa non è sempre quello di S. Giovanni, ma secondo
le circostanze, è sostituito da quello della Domenica,
della Feria, della Vigilia, o di una festa.1

(1) Nel Rituale Romano (De vivis, et cura infirm.) ai trova


ancora il Vangelo di S. Giovanni da recitarsi prima della bene­
dizione da darsi agli inferni. Cfr. S. Agosfl- Tract, in Joan. VII.
Catalani, Comm. in Rit. Rom. t. I pag. 357* S. Thom- Sunwvt
theol. 2. 2. q. 96 art. 4.
(2) Gaerem. Episc. Lib. II. c. V ili- 80.
2 52 Capo Unico

1. In ogni Messa in cui si è fatta Commemorazione


della Domen. quantunque anticipata o risposta quanto
all’Officio, della feria di Quaresima dal giorno delle
Ceneri inclusive, dell Tempo di Passione, dei Quattro
Tempi, e seconda delle Rogazioni, di vigilia qualsia­
si, del giorno fra ottava privilegiata di I ordine si
legge sempre in fine della Messa il rispettivo Vange­
lo della Domenica, Feria, Vigilia od Ottava se queste
vangelo non è anche solo nel principio il medesimo
di quello della Messa.
2. Se poi occorre una Feria o una Vigilia o due "Vi.
gilie insieme* si dice il Vangelo di quella di cui si è
fatto prima Commemorazione. Però nella Vigilia del
S. Natale, se cade in Domenica, e nella Domenica che
cade dal 2 al 4 gennaio inclusive, non si legge il Van­
gelo della Domenica in fine, come pure non si legge
quello della Domenica che si riassume, quando la si
commemora.
3. Da ultimo, si dice il Vangelo in fine della Mes­
sa dell’Ufficio commemorato che ha un Vangelo stret­
tamente proprio, non appropriato o tolto da qualche
Comune o ripetuto per l’Ottava e Festa (Tit. IX).
Quali sono poi i Vangeli strettamente proprii?
La Sacra Congregazione dei R iti il 20 aprile 1922
ha risposto : Tali; sono quelli delle Messe del Signo­
re (eccetto la Messa della Dedicazione della Chiesa),
della B. V. M. (eccetto l’Assunzione) dei SS. Ar­
cangeli e Angeli custodi, di S. Gio. Battista, di S,
Giuseppe Sposo della B. V. M., dei SS. Innocenti,
di S. Maria Maddalena penitente, di S. Marta, di
tutti i Santi Sommi Pontefici, delle Messe Votive che
Conclusione della Messa 253

bì trovano nel Messale in primo luogo (non quelli


ad diversa che cominciano colla Messa prò eligendo
summo Pontifice).
La Messa infra octavam dei SS. Apostoli Pietro e
Paolo ha pure Vangelo proprio e si legge in fine del­
la Messa del primo giorno in cui si fa Commemora­
zione dell’Ottava (S. C. R. 16 giugno 1922).
Il modo di recitare t ultimo Vangelo, quando lo
si legge dal Messale proprio, è quello che si è detto
pel Vangelo della Messa, ossia stando alquanto ri­
volto verso il popolo oblique (1). Quando invece
non lo si legge dal libro, m a dalla tabella o lo si dice
a memoria, si può segnare o il1principio della tabel­
la o anche fare un segno di croce, col pollice, sul­
la tovaglia delimitare (eccetto nella Messa del Gio­
vedì Santo). Alle parole E t verbum caro etc. si in­
ginocchia, ed in fine non si bacia nè il libro, nè
l’altare o la tavoletta, nè si dicono le parole Per E-
vangelica dieta etc. All’ultimo Vangelo si risponde
sempre dal ministro, anche nelle Messe in canto e
solenni: Deo gratias.

138. Preci imperate dal Sommo Pontefice Le


ne XUI da recitarsi dopo la Messa.
Per sè dopo la Messa, prima di ritornare alla sa­
crestia non si possono recitare altre Orazioni all’al­
tare (2 ); quindi anche quando per fondazione le­
gataria si dovesse dire il De profundis, il Miserere,12

(1) S. C. R. 30 agosto 1892 n 3793, V.


(2) SL C R. 22 agosto 1654, n. 963.
254 Capo Unico

il Passio, od altro si dovrebbero recitare dopo de­


posti i sacri paramenti, in cotta (1). Però stante
la consuetudine e col consenso dell’Ordinario, tali
preci si ponno anche recitare/ dopo la Messa, all’alta-
re, coi sacri paramenti, in ginocchio prim a di ritorna­
re alla sacristia (2).
Tra le preci pubbliche da recitarsi dopo la Messa
sono quelle ordinate dal Sommo Pontefice Leone
XIH e da Pio X, cioè tre Ave Maria colla Salve Regi•
na, due orazioni ed' invocazioni, tali preci si devono
recitare :
1. Alternativamente dal Celebrante e dal popolo
o dal ministro;
2. Anche se nella chiesa si sta celebrando una
Messa solenne od impartendo la benedizione col SS.
Sacramento o facendo altre funzioni;
3. Si devono recitare subito letto l’ultimo Vange­
lo della Messa;
4. In tutte le Messe private, ossia 6enza canto, an­
che parrocchiali e vescovili (3).
5. Si omettono: a) nelle Messe convetuali, ossia
in quelle che si celebrano infra Officium, nelle chie­
se cattedrali e conventuali, ove vi è il coro e la re­
cita pubblica delPUfficio (anche se per dispensa
pontificia tali Messe si leggono e non si cantano) (4); 12*4

(1) S. C R. 3>1 agosto 1669 n. 1393.


(2) S. C R. 31 agosto 1867 n. 3157. VII; 23 giugno n. 1893
n. 3805.
(3Ì S G. R. 24 maggio 1895 n. 1895 n. 3858. I; 28 maggio
J89? n. 3957, IH.
(4) S. C. R. 7 dicembre 1888 n. 3697. VI.
Conclusione della Messa 255

b) dopo la Messa votiva del S. Cuore il primo ve­


nerdì del mese (1 ); c) dopo la Messa della prima
Comunione, quella per gli sposi e quando dopo la
Messa si fa la Comunione generale o la Cresima e
nella Messa delle Ordinazioni, se dette Messe si ce­
lebrano con qualche solennità; d) quando dopo la
Messa segue immediatamente, con relazione ad essa,
qualche sacra funzione o pio esercizio (2).
6. Non è prescritto nè proibito, dopo letto Tulli-
ino Vangelo, d’andare in mezzo dell’altare e far in­
chino alla croce prima di discendere a recitare le
preci.
7. SF devono recitare in ginocchio sull’infimo gra­
dino dell’altare od anche sul gradino superiore o pre­
della (3).
8. I Regolari che sono soliti dopo la Messa, per
le proprie Costituzioni, recitare la Salve Regina (p.
es. i Certosini) col v. Ora pro nobis e FOrazione Om­
nipotens, giusta lai pratica dei rispettivi Ordini, devo­
no aggiungere anche le preci'ordinate dal Papa (4).
9. Non si possono omettere tali preci, quando do­
po la Messa si recitano altre preghiere per fonda­
zioni pie o Legati (5).
10. Nel gorno del Natale, e della Commemorazio­
ne dei fedeli defunti, quando si celebrano di seguilo12345

(1) S. C. R. 8 giugno 1011 n. 4272.


(2) S. C. R. 20 gfugno 1913.
(3) S. C. R. 18 giugno 1885 n. 3637. VII.
(4) Decr. cit.
(5) S. C R. 18 giugno 1893 n. 3805.
256 Capo Unico

le tre Messe lette, le preci, si recitano solamente do­


po Fultima Messa; se invece se ne celebrano due di
seguito, si recitano dopo la seconda e dopo la ter­
za. Ossia si recitano le preci ogni1volta che dopo una
Messa letta il Celebrante ritorna alla sacrestia (1).

139. Ritorno dall’altare - Ringraziamento.


Recitate le preci, il Sacerdote si alza, sale all’al­
tare, solleva con ambo le mani il velo del calice dal­
la parte anteriore; ripiegandolo sulla borsa; prende
per il nodo il Calice con la sinistra, stende la destra
sulla borsa e discende in piano. Qui fa genuflessio­
ne (o inchino), riceve il berretto, si copre e va in
sagrestia :. dove, appena giunto, fa profondo inchino
alla Croce, si scopre il capo, depone il calice e si
sveste.
Nel ritorno alla sagrestia il Celebrante recita l’an ­
tifona: Trium puerorum col Cantico. Benedicite, che
si prosegue nel deporre i sacri param enti
Quando si celebra Messa de requie, nei Semidop-
pi e nelle Messe votive, l’Antifona si recita col rito
dei Semidoppi* ossia non si duplica (2).
Quantunque non sia prescritta l’ultima abluzione
delle mani in sacrestia, è conveniente farla; quindi
si recitano le Orazioni di Ringraziamento.
Anche queste preci di ringraziamento dopo la
Messa, quantunque, nella forma attuale, si trovino12

(1) S. C. R. 10 maggio 1395 n. 3855. VII.


(2) S. C. R. 22' gennaio 1899 n. 4011. I.
Conclusione della Messa 257

nella riforma ufficiale del Messale fatta da Pio V,


tuttavia in sostanza sono assai più antiche. Così se
ne trovano nel Messale di Fiacco Illirico (sec. XIL
Riguardo a queste preci di ringraziamento che s’aggiun
gono ah Benedicite scrisse il Thalhofer: « Il ringra­
ziamento, di cui abbiam parlato, si fa dal Celebran­
te come ministro di Cristo e della Chiesa. Lo zelan­
te Sacerdote non si accontenta però solo di esse, ma
vi aggiunge ancora un altro ringraziamento, nel qua­
le, ex abundantia cordis sui, parla al Divin Reden­
tore, e lo invoca perchè lo assista ne’1 suoi lavori,
combattimenti e dolori, e si offre a Lui per compie­
re gli uffici che ha come Sacerdote, con zelo e spi­
rito di sacrificio «Dilectus meus m ihi et ego illi» (1).
Anche ! sinodi particolari prescrivono questo ringra­
ziamento privato dopo la Messa.

(1) Thalhofer, 0 . c. pag. 321.


PARTE III

Delle varie specie di Messe


Il Sacrificio della Messa, uno in sè stesso, secon­
do le circostanze ed in conformità allo scopo per cui
si celebra, viene a rivestirsi di particolari cerimonie.
Quando assume tutta la pompa della solennità del
rito abbiamo la Messa solenne, che si distingue per-
ciò dalla privata, che non ha tali solennità, e dalla
semplice cantata che ne ha soltanto una parte. Se­
condo lo scopo per cui si celebra, il luogo ove si ce­
lebra o le persone presenti, la Messa si chiama voti­
va, de requie, presente il SS. Sacramento, il Vescovo
etc., ed in tutti questi casi abbiamo speciali cerimò­
nie, tanto nella Messa solenne come nella priv ata.!
In questa parte si tratterà : l.o Della Messa solen­
ne in generale e delle varie specie di Messe solenni.
2. Della Messa privata in generale e delle varie
specie di Messe private.
S E Z IO N E 1

Della Messa solenne in generale


e delle varie specie di Messe solenni

CAPO I

Osservazioni generali sulla Messa solenne

141. Quando e da chi si può cantare la Messa


In tutti i giorni e le Feste occorrenti ne ITanno,
nelle quali si può celebrare privatamente, si può an­
che cantare la Messa. Nelle principali solennità del-
Panno è conveniente si abbia a cantare.
Come parte integrante del! sacro rito, la Messa si
deve celebrare: a) nel giorno della Dedicazione
delPAltare e della Chiesa;
b) Nella Domenica del mese, nella quale, giusta
la consuetudine, si fa la funzione del Santissimo Sa­
cramento ;
c) Nelle chiese cattedrali e collegiate, ove con­
viene il clero per la recita del divino Ufficio, detta
perciò Messa conventuale.
d ) Nella collazione degli Ordini sacri, almeno dei
Maggiori;
e) Nella solenne benedizione del cimitero ed in
akre circostanze.
Osservazioni generali sulla Messa solenne 263

142. Se si possono cantare più Messe nella med


sima chiesa, nello stesso giorno e dello stesso Ufficio

A questa questione, agitata per lungo tempo dai


liturgisti, ha dato la decisiva risposta la S. C. dei
R iti: «Plures Missas de eódem Sancto vel Mysterio
òi eadem ecclesia prohibitas, illas esse quae praeter
Convetualem, numquam in Collegialibus Ecclesiis
omittendam, in officiatura choraB concinuntur, vel
aliquam cum eandem relationem didunt. Qua propter
praefatas Missas sive ad petitionem viventium , sive
ex fundatione, dummodo ante vel post absolutum
ckorale Officium ac ulla cum eo relatione concinan­
tur, non esse vetitas» (1).
Da questa decisione risulta: 1. Che nello stesso
giorno non si possono cantar più volte quelle Mes­
se che hanno relazioni coll’officiatura corale, nelle
chiese collegiali.
2. Le Messe di fondazione si possono anoùe ri-
petere nel medesimo giorno, se lo richiedono le ta­
vole di fondazione;
3. Che nelle Chiese, ove non vi è Fi tf fio1atura
corale, come nelle chiese puramente parrocchiali e
cappelle pubbliche, si possono cantare più Messe
dello stesso Ufficio ed anche votive o de( requie nel­
lo stesso giorno, quando vi sia una ragione e lo per­
mettono le rubriche.

a ) S. C. R. 30 giugno 1896 n. 3921.


264 Capo l

143. Trìplice tono di voce - Canto - Uso d


l’Organo.
Triplice e il tono occorrente nella Messa cantata
e solenne, cioè: secreto, sommesso, ed in canto.
A II Celebrante cantai
1. Le parole: Gloria in excelsis Deo e Credo in
unum Deum (1).
2. Il saluto Dominus vobiscum;
3. La parola Oremusi le Orazioni prima dell’E­
pistola e quelle del Postcommunio;
4. La parola Oremus innanzi l’Offertorio;
5. Il Prefazio;
6. Il Per omnia saecula saeculorum col Pater no­
ster;
7. Il Per omnia saecula etc. col Pax Domini,
Le altre parti, che nella Messa privata si dicono
a voce alta e media, nella solenne si devono dire a
voce sommessa (2), in modo però che siano intese
dai ministri e si dicono in secreto quelle che così
si recitano nelle Messe private. La benedizione in
fine della Messa si deve sempre dare con voce chia­
ra (3).
B II Diacono nella Messa solenne canta il Vange­
lo e Vite Missa est (4), Benedicamus, Requiescant,1*34

(1) S. C R. 12 luglio 1901. XH.


(2* Rubr. Gen. Miss. Vitt. XVI. n. 3.
(3) Rit. eelcbr. tit. XII. 7.
(4) Riguardo al tono dell’Zie Missa est si depono osservare
le diversità notate dal Messale in fine del Canone. Il tono della
Ii, V. si usa anche fra le ottave di Natale, del Corpus Domini e
Osservazioni generali sulla Messa solenne 265

e nelle Messe feriali di Quaresima 1*Humiliate ca­


pita vestra Deo, prima dell’Orazione super popu­
lum.
C II Suddiacono canta f Epistola.
D II coro canta: Introito, K yrie, Gloria, Gradua­
le. Tratto, Sequenza, Credo, Offertorio, SancUis9 A-
gnws Dei, Communio e tutte le risposte che si dan­
no al Celebrante: Amen. Et cum spiritu tuo etc.
E’ 6tato chiesto alla S. C. dei Riti: «An tolleran-
dum sit usus in Missis cum cantu, praetermittatur can­
tus Introitus, Offertorii, Communionis, et quando
post Epistolam occurrit, etiam Sequentia...? Fu ri*
sposto: Negative (1). Però quandq' si suona l’orga­
no, l’Offertorio e il Communio si ponno recitare
in coro a voce alta e intelligibile ma> non si possono
omettere (2).
Il canto delPIntroito deve cominciare quando 11
Celebrante è giunto all’altare e non prima (3).
Il canto del Benedictus, ultima parte dei Sanctus
si deve riservare dopo l’elevazione del Calice (4) in
tutte le Messe cantate (5).
I cantori mentre cantano in coro devono star in
piedi (S. C. R. n. 2065); possono usare la cotta.

ogni volila che gli Inni dell’Ufficio hanno la conclusione: Jesu


tib i s it g lo ria , q u i na tu s es d e V irg in e ecc. S. C. R. 14 giugno
1901, V., o nella Messa si canta il Prefazio de B. V. M.
(1) S, C R. 11 seu. 1847 n. 2059, 2; 7 agosto 1«75
n. 3566. VII.
(2) S. C R. 10 gennaio 1852 n. 2994. 2; 15 febbr. 1907, 1-
( 3 ) Caerem. Ep. H. c. VHI- 30.
(4) Caerem. Ep. 1. c. n. 71.
(5) Be Hercft. Voi. 1. n. 11; Cavalieri, O. c. L 5 cap. 14 n.
70; S. C. R. 12 nov. 183*1. n. 3682. 31; 22 maggio 1894 n. 3827 HI
266 Capo 1

se non vi sono chierici (3248, 4). Alla Elevazione


nulla si deve cantare e dopo di essa si può cantare
fino all’Orazione domenicale, purché nulla si omet­
ta di ciò che si deve cantare (Benedictus), non ven­
ga impedita la continuazione della Messa, e ciò che
si canta si riferisca al SS. Sacramento (3827. 3).
Non si deve omettere alcuna parte della Messa e se
si suona l’organo, si devono recitare a voce chiara
quelle parti che si modulano dall’organo, eccetto il
Simbolo che dev’essere cantato integralmente (Decr.
cit.). Nella Messa si deve usare il canto gregoriano
od altro approvato (3891 - 3892, 2 ); si può ritene­
re l’uso di cantare in tono quasi salmodico (3697,
5). In ogni Messa si deve usare il canto convenien­
te al suo rito (Rubr. rif. Miss. Tit. X. 2).
Il Deo gratias dev’essere pure cantato dopo Vice
Missa est, oppure recitato a voce alta eoi suono
dell’organo (1).
I mottetti che si cantano nella Messa devono es­
sere tolti dalla liturgia dell’Ufficio o della Messa
od almeno dalla Sacri Scrittura; Sono proibite le
canzoni in lingua volgare. Si devono inoltre osser­
vare tutte le norme particolari che sono prescritte
dalla S. C. dei Riti e dai Sinodi circa la qualità della
musica da eseguirsi, il modo della esecuzione ecc.
( 2 ). 21

(1) S. C. R- 15 fcbbr. 1907. Il; 8 agosto 1907 n. 4189. II.


(2) Regolamento per la mugica sacra della S. C. dei Riti,
emanalo pei Vescovi Ordinari d’Italia il 24 sett. 1884 e altro suc­
cessivo, 12 giugno 1894. Motu proprio di' &. S. Pio X, in fine V o li
Osservazioni generali sulla Messa solenne 267

Circa l’uso delVorgano nella Messa solenne : Vedi


ciò che si è detto nel Voi. I. n. 134. Durante il can*
to del Simbolo non si può proseguire nella cele­
brazione della Messa (1). Il Gloria e il Credo si de­
vono recitare simultaneamente dal Celebrante coi
Ministri e non alternare i Versetti (2).

144. Cerimonie - Regole per ben eseguirle.


Già abbiamo notato le regole generali> perchè tut­
to proceda con ordine nelle sacre funzioni (3), qui
si osservi particolarmente che:
1. Nono è lecito celebrare la Messa solenne col
Diacono e Suddiacono senz’altri Ministri (4).
2. Il Celebrante deve assumere i sacri paramenti
nello stesso luogo ove li assumono i ministri (5).
3. «An liceat servari consuetudo celebrandi Mis­
sas solemnes Feriarum Quadragesimae, qwatour 1tem­
porum, Vigiliarum quarundam, de requie miarum-
que per annum sine ceroferariis, sine turificatione,
duobus cum primis paratis; negative (6).
4. I Ministri durante ia Messa devono sempre te­
nere le mani giunte, quando non devono far* con
esse qualche azione, e quando non siedono. Si de­
vono conformare al Celebrante ogni volta che si
segna o si inchina, eccetto quando il Celebrante di-

fi) S. c. R. 17 dicembre 16% n. 1936.


(2) S. C. R. 22 aprile 1871 n. 3248. V.
(3) Cfr. Manuale Voi. I. n. 152-156.
(4) S. C. R. 14 marzo 1861 n. 3104. II.
(5) S. C. R- 12 marzo 1836 n. 2742-
(6) S. C. R. 2 marzo 1900 n. 4954. L
268 Capo I

ce il Confiteor ed eccetto il Suddiacono che tiene


la Patena, al Benedictus (1).
5. Il Suddiacono camminando col Diacono «rii sta
sempre alla sinistra, ed a lui si uniforma nelle azio­
ni cerimoniali.
6. Quando si dice debita riverenza, s’intende che
si deve fare inchino o genuflessione secondo le cir­
costanze, come già si è detto.
7. Chi è chiamato a compiere qualche parte nella
Messa deve prima richiamare alla mente tutto ciò
che riguarda l’ufficio che deve compiere, onde ese­
guirlo con ordine, gravità e speditezza.

145. Cose dà prepararsi in sacrestia ed in pr


sbiterio.
La Messa cantata non richiede una preparazione
di oggetti in sagrestia od in presbiterio diversa dal-,
la privata.
Per la Messa solenne invece si deve preparare
sulla mensa della sacrestia:
1. Gli indumenti del Celebrante, cioè: amitto,
camice, cingolo, manipolo, stola, pianeta e se, si deve
far l’aspersione il* piviale quindi la berretta sul ba­
cile;
2. I sacri indumenti dei ministri cioè: l’amitto.
il camice, il cingolo, il manipolo, la dalmatica e la
stola pel Diacono e la tunicella pel Suddiaoono, le
berrette. I sacri paramenti del Celebrante e dei Mi­

ti) S. C . R . 2 9 m a g g io 1 9 0 0 n . 4 0 5 7 . V .
Osservazioni generali sulla Messa solenne 269

nistri devono possibilmente essere conformi «quia


sacra haec indumenta non Ministrorum ornatui, sed
ecclesiasticae functionis decoris inserviunt». (1).
3. Due ceroferari ('2), il turibolo e la navicella
collfincenso.
4. Se si deve fare l’aspersione, il secchiello colla
acqua santa, l’aspersorio ed il libro.
In presbiterio, sull’abaco nelle cattedrali (e nelle
altre chiese su di un tavolo coperto da tovaglia e po~
sto dal lato dell’Epistola, senza gradini) devesi pre­
parare: 1. il calice col purificatore, la patena,, l’o­
stia, la palla, il velo e la borsa contenente il corpo­
rale; 2. Gli orciuoli col vino ed acqua, su apposito
bacile; 3. Il manutergio sul bacile; 4. Il Messale;
debitamente segnato, pel celebrante ed un altro per
l’Epistola ed il Vangelo; 5. Il campanello; 6. Il ve­
lo omerale per ili Suddiacono che, secondo il ceri­
moniale dei Vescovi, si dovrebbe stendere su que­
sti oggetti che sono sulla mensa (3).
Quando si deve far l’aspersione si prepara pure
la pianeta ed il manipolo pel Celebrante e i mani­
poli pei ministri.
146. Cerimonie del Celebrante e dei Sacri M
nistri nella Messa solenne.
A Genuflessioni. — Nella Messa solenne il Cele-
lebrante fa tutte quelle genuflessioni come si è det-1

(1) S. C. R. 31 maggio 1817 a. 2578. 4.


(2) Invece dei ceroferari non si possono adoperare le torcie
pel canto del Vangelo e pei Vespri. S- C R. 22 giugno 1874 n.
3333. II. ■:
(3) Lib. I c. X n n. 19-22.
270 Capo 1

to più sopra (n. 20) eccettochè nelle parole Flecta­


mus génua, alle quali egli solo sta in piedi. Così ge­
nuflette nella Festa dell’Annunciazione della B. V.
Maria e alle tre Messe del Natale, quando in coro
si canta il Versetto: Et incarnatus est. — Negli al­
tri giorni, se è seduto, mentre si cantano queste pa­
role non genuflette, ma inchina solo profondamente
il capo scoperto, se non è seduto genuflette (Rubr.
Miss.) Quando genuflette all’altare al detto versetto,
si colloca sul primo gradino dell’altare. Quindi se
il celebrante sta all’altare durante il Canto del Cre­
do, genuflette a (questo versetto due volte, la prima
quando lo recita coi ministri e la seconda quando si
canta dal coro. — Genuflette ancora ogni volta che
torna dai sedili alFaltare se in esso vi è il SS. Sacra­
mento, prima di incensare la croce e ogni volta che
nell’incensazione passa davanti al tabernacolo.
Quando il celebrante legge qualche parte che ri­
chiede genuflessione e deve cantarsi dai Ministri,
aspetta a genuflettere quando queste parti sono can­
tate da loro (1).
I Ministri (Diacono e Suddiacono) genuflettono
in piano ogni volta che vanno alFaltare o ritornano
da esso, anche se nel tabernacolo non vi è il SS. Sa­
cramento. Quando vanno da un lato alValtro, genu­
flettono solo nel mezzo. Quando da un letto vanno
nel mezzo o 'dal mezzo ascendono o discendono, se
vi è il SS. Sacramento sull’altare, genuflettono sem­

e l) S . C. R . 29 m a g g io 1900 n . 4067, V L
Osservazioni generali sulla Messa solenne 271

pre nel luogo donde partono, eccetto il Suddiacono,


che ritornando dalla incensazione del Sacramento al­
l’elevazione nelle Messe solenni de Requie genuflette
soltanto nel mezzo (1).
Devono genuflettere utroque genu nell’alto della
C onsacratone e quando il Celebrante in fine della
Messa dà la Benedizione. Il Diacono genuflette al
Munda cor meìim, e quando domanda la benedizio­
ne, prima del canto del Vangelo; ili Suddiacono do­
po il canto dell’Epistola, al baciar la mano del Ce­
lebrante, dal Iato deliPEpistola.
B Inchini — II Celebrante fa tutti gli inchini) di
corpo e di capo come si è detto per la Messa in ge­
nerale n. 21 ; inoltre* durante il canto del Vangelo,
fa inchino del capo a tutte le parole che lo esigono.
I M inistri: 1 . Fanno tutti gli inchini che fa il
Celebrante quando legge a voce alta o media, eccet­
to (2) sempre i casi in cui essi siano occupati. 2.
Quando mutano luogo e passano da una parte al­
fa ltra delimitare, se non genuflettono, fanno inchi­
no col capo alla croce. 3. Prima e dopo che si
è incensato una persona, o si è ricevuto l’incensa­
zione. 4. Al Versetto Deus tu conversus chinano il
capo e leggermente il corpo. 5. Al Sanctus, al Do­
mine, non sum dignus e alla Comunione del Cele­
brante, fanno inchino profondo col capo.1

(1) S. C. R. 9 giugno 1889 n. 4027.


(2) S. C. R. 29 maggio 1900 n. 4057 II.
272 Capo I

G Baci — Il Celebrante fa tutti e soli i baci co*


me altrove si è detto (n. ‘2 3).
I M inistri: 1. Baciano, nell’indossare i paramen­
ti: l’amitto, il manipolo, e il Diacono la sto! a. 2.
La mano del Celebrante il Suddiacono dopo l’Epi­
stola e 'il Diacono prima del' Vangelo, eccetto nelle
Messe da morto. 3. Il Diacono bacia l’altare prima
di ricevere la pace dal Celebrante. Il Diacono bacia
la mano al Celebrante quando gli porge o riceve
qualche cosa, nel modo che si è detto (Voi I, n.
144), eccetto nelle Messe de r e q u i e .
D Segni di croce — II Celebrante oltre ai se­
gni di crocei che si sono accennati (n. 24) fa an­
cora colla destra un segno di croce quando benedi­
ce l’incenso prima dell’incensazione, sul Suddiaco
no dopo il canto dell’Epistola e sul Diacono prima
del canto del Vangelo.
I Ministri fanno il segno di croce sulla propria
persona ogni volta che il celebrante segna se stes­
so colla mano, eccetto il Suddiacono che non si se­
gna al Versetto Benedictus che è dopo il Sanctus,
quando tiene la patena.
E Congiungimento delle mani — Il Celebrante
nella Messa cantata fa tutti quei movimenti delle
mani che si sono sopra numerati (n. 25).
I Ministri tengono sempre le mani giunte quando
sono all’altare, eccetto il caso in cui devono portare
o toccare qualche cosa o far qualche altra azione
colle mani. H modo di tener giunte le mani si è
esposto altrove (Voi. I, n. 39).
F Quando, dove e come si siede — Già abbiamo
Osservazioni generali sulla Messa solenne 273

altrove notato ili tempo nel quale, durante la Messa


solenne, il Celebrante coi Ministri ponno sedere;
qui indicheremo solo il luogo e il modo di sedere.
Dice la Rubrica del Messale: «nella Messa solen­
ne il Celebrante può sedere tra ì& Diacono 'e il Sud-
diacono, al lato dell’Epistola, vicino all’altare quan­
do si canta il K yrie eleison, il Gloria in excelsis, il
Credo» (1).
Ora si noti: 1. Che si può sedere soltanto nella
Messa solenne e cantata e non è permesso nella
privata, eccetto il caso in cui da altri si tenesse il
discorso dopo il Vangelo.
‘2. Si può sedere, ma non vi è obbligo di sedere,
quindi si può' anche stare all’altare (2).
3. Si può sedere al Kyrie, al Gloria ed al Credo
ed anche durante il canto del Graduale e della Se­
quenza.
4. Dal lato dell’Epistola e non dal lato del Van­
gelo che è il posto riservato al Vescovo.
5. Si può sedere su di uno scanno o bancone o-
blungo che si può coprire di tappeto o patino verde
o di altro colore decente (3).
6. Nell’andare a sedersi si deve tenere la via più
breve, ossia si deve discendere dai gradini dal la­

ti) tubr. Gen. Miss- XVII. 6.


(2) Baerem, ep. lib. II cap. XXXIII, 33 ; Cardellini Inst. Clem.
5 25 n. 4 e seg.
(3) Vedi Voi. I n. 131.
274 Capo I

to dell’Epistola e si ritorna all’altare per la via più


lunga, ossia dal mezzo (1).
7. Se nell’andata si cantano Versetti che richiedo­
no inchino o genuflessione si deve fermarsi a fare
inchino o genuflessione, il che è più conveniente
che si faccia all’altare, aspettando fino al termine
del Versetto.
8. Si va ai sedili e si ritorna col1 capo scoperto?
stando seduto [si può coprire il capo, ma si deve
scoprire alle parole che esigono una riverenza.
9. Durante il tempo che si sta seduti si tengono
le mani stese sulle ginocchia, sulle sacre vesti o me­
glio sotto di esse per non macchiarle; levando la
berretta non si deve poggiarla sui paramenti, ma
sostenerla con la mano.
10. Nello stare seduti non si devono voltare le
spalle all’altare.
11. Si deve elevare, prima di sedersi la parte po­
steriore della pianeta e delle tenicelle per non se­
dersi sopra.
12. Gli accolliti o chierici ponno sedere sui gra­
dini del presbiterio, non sul balcone! col Celebran­
te e coi Ministri. Ivi può sedere anche il turiferario,
quando non fa le veci del Cerimoniere (2).12

(1) E quando la via più breve è quella che si fa discenden­


do nel mezzo, perchè il bancone sta in presbiterio, lontano dal­
l’altare pare che, in questo caso, bisogna tener questa via.
(2) S. C. R. n. 2515. 5.
CAPO II

Rito della Messa solenne

Art. I.

11 Celebrante

147. Preparazione - Vestizione.


Il Celebrante, aiutato dagli accoliti, od anche dai
Ministri, dove non vi è la consuetudine contraria (1),
assume i sacri paramenti in sacrestia, col1 manipolo
e la pianeta, quando non si fa l’aspersione : e col
piviale, senza manipolo, quando si deve fare l’a­
spersione.
Se non si fa l’aspersione, prim a di uscire dalla sa­
crestia infonde incenso nel turibolo. Se però vi fos­
se la aspersione prim a della Messa e il' Celebrante
dopo fatta l’aspersione indossa la pianeta in dispar­
te dell’altare, in presbiterio tale infusione non si fa,
nè in sacrestia (2) nè all’altare. Quest’ultimo di­
vieto appare dalla decisione della S. C. che dice12

(1) S. C. R. 9 luglio 1895 n. 3866, 1. Per sè adunque, dove


non vi è consuetudine, i Ministri non devono aiutare il Celebran­
te nella vestizione. — In alcuni' luoghi alla Messa solenne oltre
al Diacono e Suddiacono, assistono anche due accoliti in tuni-
cella ; consuetudine (die si1 può osservare nelle chiese ove vige,
come alcune nella Diocesi di Bergamo, ma non ri può estendere
ad altre.
(2) S. C R. 4 aprile 1897 n. 3491 5.
276 Capo II

che anche il Vescovo quando indossa i paramenti


pontificali all’altare ove celebra, non infonde in­
censo nel turibolo prima di incominciare la Messa
( 1 ).

148. Ingresso all’altare e principio della Messa.


Fatto coi ministri inchino profondo col capo, le­
vando la berretta all’immagine che è nella Sacre­
stia, col capo coperto e colle mani giunte, va alFal-
tare preceduto dall turiferario, da due chierici por­
tanti d ceroferari, dagli altri chierici minori, dal
Suddiacono e dal Diacono, dal quale ultimo, all’u-
scire di sacrestia riceve l’acqua santa e si segna.
Quando si deve fare Faspersione il Celebrante e-
sce di sacrestia stando fra il Diacono ed il Suddiaco­
no che sostengono i lembi del piviale, e non rice­
ve l’acqua santa, nè si segna all’uscire di sacrestia.
Nell’andata all’altare ponno occorrere le riveren­
ze che si sono sopra notate (n. 40).
Arrivato all’altare ove si celebra la Messa, il Ce­
lebrante si ferma in piano, davanti all’infimo gradi-
no, fra i sacri Ministri, ove, deposta la berretta e
fatto profondo inchino col corpo alla croce delFal-
tare o genuflessione semplice al SS. Sacramento, se
vi è nel tabernacolo, fatta l’aspersione, se occorre,
come si dirà in fine di questo volume, incomincia
la Messa, recitando il Salmo, i Versetti e il Confi­
teor1alternativamente coi Ministri. Nel Confiteor al­

(1 ) S . C R . 28 s e tte m b r e 1837 n . 2 7 7 6 . 2.
Rito della Messa solenne 277

le parole vobis fratres... vos fratres, rimanendo sem­


pre profondamente inchinato, si volge alquanto al
Diacono, poi al Suddiacono. Dicendo il Misereatur
vestri, fa ancora ad essi breve inchino col capo (1).
Recita quindi i due Versetti Deus tu conversus e
Ostende nobis Domine, il Domine exaudi oratio­
nem meam, Dominus vobiscum, rimanendo inchi­
nato mediocremente col corpo-. La parola Oremus
si dice stando eretto ed estendendo e ricongiungen­
do le mani. Sale l’altare colle mani giunte, insieme
coi Ministri, e recita le Orazioni secrete.

149. Incensazione all’altare.


Dopo le due Orazioni secrete ed il bacio dell’al­
tare, erettosi totalmente, infonde incenso nei turi­
bolo, porgendo prima al Diacono la destra da ba­
ciare.
In questa azione il Celebrante sta rivolto verso il
lato delFEpistolla, tiene la sinistra stesa sul petto e
prende col cucchiaio tre volile l’incenso dalla navi­
cella presantatagli dal Diacono e lo infonde in tre
distinti luoghi del turibolo, cioè la prima nel mez­
zo, la seconda alila destra del turibolo (che è alla
sinistra del Celebrante), la terza alla sinistra del
turibolo.
La formula relativa che qui si recita, si deve di­
re mentre si infonde incenso ; giusta le Rubriche che
dicono: Celebrans ter incensum ponit in thuribu-

(!) G a er em . Ep. L ib . I l L ib . V H I . n . 3 1 .
278 Capo II

lum, dicens interim : A b illo benedicaris etc. (1) e


si devono osservare (2). Infuso l’incenso, fa un se­
gno di croce colla destra sul turibolo, ponendo la
sinistra, sull’altare (3).
Riceve quindi dal Diacono il turibolo, prenden­
dolo alla estremità superiore delle catenelle col
pollice e riindice della sinistra, in modo da poter
stendere sul petto la stessa mano durante l’incensa­
zione; colla destra Ilo prende all’estremità inferiore
vicino al coperchio, e lo sostiene colle tre prime di­
ta, tenendo le altre stese ed unite; nel ricevere il
turibolo, porge al Diacono la destra a baciate, ciò
che farà sempre a l ricevere qualche cosa dal Dia­
cono.
Tale posizione delle mani si conserva durante
tutta l’incensazione (4).
Rivoltosi verso la croce, fatto ad essa profondo
inchino o genuflessione al SS. Sacramento, se vi è
presente nel tabernacolo (5), incensa tre volte la
croce in linea retta ed a tratti uguali, senza pronun­
ciare alcuna parola, e rinnova poi la debita riverea-
za (6). 1

(1) Kit. sev. in celebr. Missae t IV. Caerem. Ep. Lib. Eccet*
to nelTinfusione che si fa dopo l’offertorio della Messa.
(2) SL C. R. 18 dicembre 1779 n. 2515. 1(X
(3) Hit. celebr. Miss- III. 5: Caerem. Episc. Lib. L c. V. 2.
(4) Martinucci, L c.
(5) Anche questa genuflessione si fa appoggiando la mano
sinistra stesa sulla mensa. Quando vi è il SS. Sacramento nel ta­
bernacolo, prima di incensar la croce si fa la genuflessione, senza
altro inchino alla croce; 9i genuflette ogni volta che si passa pel
mezzo dell'altare, tanto dal Celebrante quanto dai sacri Ministri.
(6) S. C. R. 15 febbr. 1875 n. 3288.
Rito della Messa solenne 279

Se sull’altare} vi sono esposte Ile sacre Reliquie


incensata la croce e fatta la riverenza ad essa, in­
censa con due tratti di turibolo le Reliquie che stan­
no dal lato del Vangelo, incominciando da quelle più
vicine alla croce, senza far ad esse alcuna riveren­
za. Quindi fa la debita riverenza alla croce od al
SS. Sacramento, ed incensa, pure con due tratti, le
Reliquie, che stanno dal lato dell’Epistola (1).
L’imniagine (statua) di G. Bambino, esposta in
luogo principalie sull’alftare ove si celebra Me.-sa so­
lenne, si incensa subito dopo la Croce, con tre tratti
di turibolo, ossia come si incensa la croce.
Le SS. Reliquie non esposte od esposte a diverso
altare da 'quello ove si canta la Messa, non si incen­
sano (2).
Sei sull’altare vi è esposta la Reliquia di S. Croce,
non si incensa separatamente dalla croce (3).
I busti dei Santi sull’altare s^ncensano anche se
non contengono o non portano davanti al petto le se-
cre Reliquie (4).
Se le Reliquie si trovano da una sola parte del*
l’altare, si incensa appena, con due tratti, quella
parte.1

(1) Quando sull’altare ove si oanta la Messa, sta esposta con


speciale onore la Reliquia del Santo di cui si fa la festa, alcuni
liturgisti insegnano che la si debba incensare distintamente dalle
altre, dopo la croce, a due tratti di turibolo). Si può seguire la
consuetudine, finché non vi sarà decisione esplicita. Altrettanto si
deve dire delle immagini o statue miracolose poste sull’altare ove
si celebra e che si! sogliono incensare durante la Messa.
(2) S. C. R. 31 luglio 1665 n. 1322.
(3) S. G. R. 9 giugno 1899 n. 4026. I.
(4) S. G. R. 21 marzo 1744 n. 2375. 3.
280 C a p o II

S^incensano solla quelle immagini che sono esposte


tra i candelieri, non quelle immagini che fossero' di*
pinte sull’altare e sul tabernacolo per ornamento di
esso.
Incensate le sacre Reliquie, senza più volgersi al-
la croce od al tabernacolo per rinnovare la debita
riverenza, procede sdTincensazione della mensa del-
Voltare. Questa si incomincia dal mezzo dell’altare;
si incensa prima la parte posteriore che è vicina al'
gradino dei candelieri, con tre tratti di turibolo, a pa­
ri distanza come sono distribuiti il candelieri, dal mez­
zo deiraltare all’estremità del lato dell’Epistola, e
muovendo il turibolo sul piano della mensa in linea
retta e non agitandolo per aria, quasi si incensasse­
ro i candelieri.
Arrivato all’estremità della mensa che è dal lato
dell’Epistola, inchinandosi alquanto, incensa la par­
te inferiore dell Iato verticale della mensa, cod un
tratto di turibolo, e con un altro la parte superiore
vicino al piano della mensa. Rivoltosi verso l'altare
ritornando nel mezzo, incensa la parte anteriore o-
rizzontale della mensa, con tre tratti ad eguale distan.
za, muovendo il turibolo in linea retta tra la propria
persone e il mezzo dell’altare, senza fare circoli (1).
Arrivato nel mezzo dell’altare, fa la debita riverenza
alla croce od al SS. Sacramento, ed incensa la men­

ti) Così Martinucci, I. c. n. S. Tale sentenza è la più con­


forme alle rubriche che si ordinano i circoli soltanto quando fi
incensa l’oblata.
Rito della Messa solenne 281

sa dal lato del Vangelo, nello stesso ordine e modo


che usò dalla parte dell’Epistola.
La parte anteriore orizzontale della mensa si de­
ve incensare stando nel lato del Vangelo.
Finita questa, abbassa il turibolo ed incensa la
fronte dell’altare, in linea retta, verso il pallio, pro­
cedendo verso il mezzo dell’altare, e non già retro­
cedendo.
Rinnova nel mezzo dell’altare la debita riverenza,
incensa la fronte dell’altare dal lato dell’Epistola, pas­
sando dal mezzo al lato dell’Epistola.
Qui, finita Fincensazione, con ambo le mani ren­
de il turibolo al Diacono, Stando dal lato dell’Episto­
la con le mani giunte rivolto al Diacono, riceve la
triplice incensazione, senza inchinarsi verso di lui,
nè prima nè dopo Fincensazione, ovvero con breve
inchino, come altri vogliono e piu convenientemente.
Circa Fincensazione dell’altare il Cerimoniale dei
Vescovi dice: «Dum Episcopus aut alius Celebrans
praedictam thurificationem facit, advertat, iit se in
ea graviter, et decore gerat, non personam aut caput,
dum thuribulum ducit, reducitque, moveat; sinistram
quae summitatem catenularum retinet, firmam stabi-
lemque ante pectus tenebit, dexteram vero manum
ac 'brachio commode, ac tractim cum thuribulo mo­
vebit; ita (ut, cum thuribulum ad se retrahit, illud
sub brachio leviter et competenti mora reducet, et
dum procedit thurificando altare, eundo et redeundo,
semper illum pedem prius moveat, qui proximior est
altari, totque om nino, passus faciat, quod thuribvli
282 Capo II

tractus, ut manus, pedesque in mtìtu decenter concor­


dent» (1).
Si avverta inoltre che il movimento del turibolo
e delle catenelle non abbia a recar danno alla piane­
ta, specialmente al' suo ornato o ricamo, ciò che può
avvenire facilmente se si avvicina troppo il turibolo
ad essa o peggio se lo si sfrega contro. Anche il Dia­
cono usi la massima cura in questo punto.

150. Dall’Introito all’Oblazione.

Rivoltosi verso Paltare dal lato delFEpistola, il


Celebrante incomincia la lettura dell’/nfroito come
si è detto (2). Finito questo, stando sempre dal lato
dell’Epistola, al Messale, recita alternativamente
coi sacri Ministri il Kyrie eleison etc. Se durante il
Kyrie si vuol andare a sedere agli scanni, senza tor­
nare in mezzo all’altare discende, e senza alcuna ri­
verenza, dal Iato dell’Epistola, va per la via piu bre­
ve. Seduto tra il Diacono e Suddiacono, riceve dal
primo la berretta, si copre e stende le mani sulle
ginocchia (Vedi n. 438).
Sulla fine dell’ultimo Kyrie, consegna la berretta
al Diacono, sorge, va per viam longiorem, all’altare,
ascendendo, dal mezzo, dopo fatta in piano la debi­
ta riverenza.
Se invece sta all’altare sulla fine dell’ultimo K y ­
rie, va nel mezzo, ove, finito il canto del Kyrie into-1

(1) Lib. I. c. XXIII. 8.


(2) Vedi sopra n. 428.
Rito della Messa solenne 283

na il Gloria in excelsis Deo9 che recita coi sacri Mi­


nistri, nel modo che si è detto (n. 54). Finita la re­
cita, va a sedersi^ fino alla fine del canto, scoprendo­
si il capo alle parole: Gratias agimus etc. Mentre si
canta, dal coro Fultimo Versetto: Cum Sancto Spi­
ritu, scoperto il capo e) consegnato la berretta al Dia­
cono od al chierico, ritorna per viam longiorem al­
l’altare. Qui, in mezzo ai sacri Ministri, fa all’altare
la debita riverenza, e sale nel mezzo, standovi colle
mani giunte.
Finito il canto bacia l’altare, canta il Dominus vo­
biscum e le Orazioni convenienti come si è detto (n.
64), quindi legge l’Epistola, con tutto quello che
segue, a voce sommessa (n. 71).
In alcune Messe, il Diacono canta il Flectemus
génua, ma il Celebrante non genuflette.
Quando il Suddiacono ha terminato il canto del­
l’Epistola, il Celebrante, prima di leggere la Sequen­
za, se vi è, si volge con le mani giunte, per la sua
destra, al Suddiacono che sta inginocchiato col libro
davanti al lato dell’Epistola sui gradini dell’altare:
e stesa la sinistra sul petto, porge la destra sul libro
davanti al Suddiacono che gliela bacia. Quindi con­
giunge le mani davanti al petto e stesa tosto sul petto
la sinistra^ colla destra fa sul Suddiacono uni segno di
croce, nulla dicendo.
Colle mani giunte si volge indietro per la stessa
parte all’altare e va tosto nel mezzo di lessa ove re­
cita il Munda cor meumt come si è detto (n. 49 ) quin­
di legge il Vangelo (n. 84), senza però baciarlo al­
la fine nè pronunciare le relative parole.
284 Capo II

Ritorna nel mezzo dell’altare, impone colla «olita


formula e nel modo che si è detto, l’incenso nel' tu­
ribolo e lo benedice.
Quando il Diacono ha finito la recita del Munda
cor meum, il Celebrante si volge a lui che gli sta in­
ginocchiato davanti nel mezzo dell’altare, sulla pre­
della, e colle mani giunte pronuncia la formula del­
la benedizione Dóminus sit in corde tuo etc. Alle
parole : In nomine Patris, fa sul Diacono il segno di
croce, tenendo la sinistra stesa sul petto, quindi gli
porge la mano destra, sul libro, a baciare.
Quando il Diacono è disceso dai gradini, il Cele­
brante va nel mezzo dell’altare e appena incomin­
ciato il canto fa inchino alla croce, e dopo il canto
del. Dóminus vobiscumf si volge verso il Diacono ri­
tirandosi alquanto dal lato dell’Epistola. Al prin­
cipio del Vangelo1 si segna col pollice la fronte, le
labbra, il petto, durante il canto fa i debiti inchini
volgendosi alla Croce al canto del nome di Gesù. In
fine stando sempre nella stessa posizione, bacia il li­
bro portogli dal! Suddiacono, prendendolo colle mani
nel'la parte inferiore e recitando le relative parole:
Per evangelica dieta etc. Riceve quindi l’incensazio­
ne fatta dal Diacono, stando sempre allo stesso luogo.
Quando il Celebrante, durante le Messa solenne
tiene discorso ordinariamente predica dopo il canto
del Vangelo e prima del Credo. Se sale sul pulpito
depone la pianeti e il manipolo (in sacrestia o dal
lato dell’Epistola). Se predica aWAltare può deporre
Ila pianeta e ili manipolo e li può anche ritenere. Du­
rante la predica i sacri Ministri stanno seduti allo
Rito della Messa solenne 285

scranno. Se altro sacerdote predica durante la Messa


solenne, il Celebrante coi Ministri va ai sedili e vi
sta fino al termine della predica.
Nessun Celebrante, eccetto il Vescovo, può benedi­
re il predicatore (1). Dove però vi è antica consue­
tudine, si tollera che il Celebrante abbia a dare ta­
le benedizione dopo il canto del Vangelo, colla for­
mula: Dominus sit in corde tuo et in labiis tuis ut
digne et competenter annunties verba sancta sua. In
nomine Patris etc. (2). Tale consuetudine non si
può introdurre altrove (3).
Ricevuta l’incensazione va nel mezzo dell’altare
colle mani giunte, e se i! rito lo richiede, intona il
Credo, che recita intiero insieme coi Ministri. Fi­
nita la recita, va ai sedili come si è detto pel Gloria.
All’Incarnatus si scopre il capo. — Qualora non si
sedesse, si ferma coi Ministri all’altare, facendo in­
chino del capo ove occorre. Al1versetto Et incarna­
tus est, discende e si inginocchia coi Ministri sul gra­
dino superiore o predella, fatta prima riverenza al­
la croce, sta in ginocchio con profondo inchino del
capo. Finito il Versetto si alza, sale alla mensa e
fa inchino col capo alla croce.
151. Oblazione - Incensazione.
Ritornato all’altare, cantato il Dominus oobisóum
e recitato l’Offertorio, riceve dal Diacono l'ostia

<1) S. C. R. 12 eett. 1705 n. 2162; 7 die. 1844 n. 2882; 3


«aggio 1846 n. 2907. n. 2.
(2) S. C. R- 1 luglio 1874 n. 3334. IL
(3) S. C. R. 18 agosto 1877 n. 3434. X m .
236 Capo II

sulla patena, fa l ’oblazione, poi, all’invito del Sud-


. diacono Benedicite etc. benedice l’acqua, stesa la si­
nistra sull’altare fuori del corporale, e recita la so­
lita preghiera; riceve il Calice dal Diacono e lo of­
fre collo stesso Diacono.
Il Celebrante non copre nò scopre il Calice quan­
do occorre^ essendo questo ufficio del Diacono; può
se occorre, mettere la destra sul piede del Calice
mentre il Diacono lo copre o lo scopre.
Dopo FOrazione In spiritu humilitatis impone,
nel modo che si è detto (n. 149), l’incenso nel tu ­
ribolo, recitando FOrazione: Per intercessionem etc.
quindi incensa FOblata. Senza fare prim a alcuna
riverenza alla croce od al SS. Sacramento nel ta­
bernacolo, fa col turibolo tre croci sul Calice e sul-
FOstia insieme, (come quando si segnano colla ma­
no, tenendo il turibolo ad eguale altezza per ogni
linea, e dice per ciascuna croce le parole relative
Incensum istud — a te benedictum -— ascendat od
te Domine. Quindi intorno alFOblata fa tre circoli
col turibolo, girando nei primi due dal lato dell’Epi­
stola a quello del Vangelo, e il terzo in senso contra­
rio. Tra l’uno e l’altro è conveniente interporre
breve tempo; facendo i circoli 6Ì dicono le parole:
Et descendat super nos — misericordia — tua.
Quindi incensa la croce, a tre tratti, facendo pri­
ma e dopo la debita riverenza e dicendo le parole:
Dirigatur — Domine — oratio mea.
Quando sull’altare vi sono Ile sacre Reliquie si in­
censano dopo la croce e si distribuiscono le parole
dell’incensazione giusta la regola del Cerimoniale:
Rito della Messa solenne 287

(<Cum vero Episcopus incipit thurificare Crucem inr


choat illa verba : Dirigatur Domine etc. et reliqua
sequentia prosequitur in incensatione Reliquiarum et
imaginum si ibidem sint, atque ipsius altari ita ut
ea taliter distribuat, ut eódem tempore finiantur ver­
ba et thurificatio». Finita l’incensazione, il Cele­
brante viene turificato dal Diacono, fa la lavanda del­
le mani e prosegue come nella Messa privata (n. 48).

152. Dal Prefazio alla fine della Messa.


Il Prefazio si canta colle cerimonie notate.
Il Sanctus si recita a voce sommessa coi sacri Mi­
nistri, pure colle cerimonie notate.
Durante il Canone, nessuna differenza tra la
Messa solenne e la privata, tranne lo scoprire e co­
prire ili Calice, che si fa sempre dal Diacono.
Canta il Pater noster ( I ) , finito il quale riceve
la patena dal Diacono e con essa si segna e prose­
gue come nella Messa privata, e canta il Pax Domi­
ni. Recitata la prima Orazione dopo VAgnus Dei,
il Celebrante, baciato Fallare dà la pace al Diaco­
no senza chinare il capo nè prima nè dopo, e sen­
za disgiungere le dita. Se vi è il Prete assistente in
piviale, il Celebrante dà a lui la pace e il Prete as­
sistente la dà poi al Diacono (2). 1

(1) Qualora il canto del Sanctus non fosse ancora terminato,


il Celebrante arrivato alla Consacrazione, deve aspettare fino alla
fine del canto. E* però un principale disordine cbe la liturgia e
il Celebrante, che ne è la parte principale, siano obbligati a ser­
vire alla musica! Cfr. Voi. I' pag. 263-264.
(2) S. C. R. 15 aprile 1899 n. 4018. VT. 2.
288 Capo II

Se si deve farei la Comunione (1), scoperta la pis­


side dal Diacono, il Celebr. la distribuisce nel modo
consueto, quindi fa l’abluzione del Calice e la pu­
rificazione delle dita, come nella Messa privata. As­
sunta l’abluzioneJj lascia il Calice nel mezzo dell’al­
tare e va dall lato dell’Epistola a leggere l’Antifo­
na Communio, poi canta il Dóminus vobiscum e le
Orazioni. Mentre il Diacono canta Vite Missa est il
Celebrante rimane rivolto verso il popolo senza re­
citare Vite Missa est nemmeno sottovoce. Se invece
si canta il Benedicamus (o Requiescant) si volge to­
sto, dopo il Dominus vobiscum, verso l’altare e dice
egli pure, a voce sommessa il Benedicamus od il
Requiescant (2). Impartita la benedizione al popo­
lo, come nella Messa letta, con un unico segno di
croce (3), recitai l’ultimo Vangelo, quindi disceso in
piano fa la debita riverenza alla Croce ed al SS. Sa­
cramento e va alla sacrestia, preceduto dai Ministri,
come si è detto nell’andata all’altare, ed aiutato da es­
si depone i sacri paramenti.1

(1) La S. Comunione non si può fare dal celebrante vestito


coi sacri indumenti della Messa prima e dopo la Messa solenne,
cantata e conventuale- S- C. R. 19 gennaio 1906 n- 4166, 3.
(2) S. C. R. 7 setL 1816 n- 2572. 22.
(3) S- C. R. 16 marzo 1491 n. 9. 3.
Art. II

Il Diacono

153. Preparazione e ingresso all’altare.


Il Diacono prima della vestizione, nella sacrestiu,
prepara il Messale che adopera il Celebrante e se­
gna la Messa, le Commemorazioni e le Collette che
si devono cantar dall Celebrante, legge il Vangelo e
si prepara al cantoi delPIte Missa est o Benedicamus
seconda la qualità della Festa; fa l’abluzione delle
mani.
Aiutato da un accolito, assume i paramenti, cioè
l’amitto, il camice, il cingolo, la stola, che impone sul­
la spalla sinistra e ferma col cingolo 6 0 tto la spalla
destra, e la dalmatica, coi debiti baci.
Il manipolo Io mette dopo vestito il Celebrante, e
se vi è l’aspersione, dopo questa.
Così parato giusta la consuetudine, ove vige, aiu­
ta il Celebrente a vestirsi.
Parato il Celebrante, il Diacono, se non vi è l’a­
spersione, gli presenta la navicella, baciando prima
il cucchiaio e poi la mano del Celebrante (1).
Quindi si mette alla destra del Celebrante, fa con
lui inchino profondo del capo all’immagine che è
in sacrestia (2) e breve inchino al Celebrante, e oo-1

(1) Vedi Voi. I. n. 144.


(2) S. C. R. 13 dicembre 1779 n. 2515. 7.
290 Art. IL

pertosi il capo' colla berretta, precedendo immediata­


mente il Celebrante va all’altare.
Quando invece il Celebrante indossa il piviale, il
Diacono si pone alla destra, e sostiene il lembo del
piviale.
All’uscita dalla sacrestia, quando non si fa l’a­
spersione, scoperto il capo, riceve dall Suddiacono e
porge al Celebrante l’acqua santa, si segna egli stes­
so, quindi si copre nuovamente il capo e procede.
Passando davanti ad un altare ove si deve fare
inchino o genuflessione, la compie insieme al Ce­
lebrante, standogli alla destra, levandosi la berretta,
sostenendo colla sinistra il/ braccio destro del Cele­
brante, se occorre.

154. Dal principio della Messa al Vangelo.


Arrivato all’altare ove si celebra la Messa il Dia­
cono si scopre il capo si ritira alla destra del Cele­
brante e aspetta, quindi riceve da lui la berretta, ba­
ciandogli prima la mano poi la berretta stessa e
fa all’altare genuflessione (1).
Recita alternativamente col Celebrante, il Salmo,
e profondamente inchinato, fa la confessione, vol­
gendosi brevemente verso il Celebrante alle parole
Misereatur tui etc. e alle parole tibi. Pater, te Pater,
e rimane inchinato finché il Celebrante ha terminato il
Misereatur, a cui si risponde dai sacri Ministri Amen.1

(1) I Mihistri genuflettono davanti alla croce anche se non


vi è presente il SS. Sacramento nel Tabernacolo; eccetto il caso
che fossero canonici.
Il Diacono 291

Alle parole del Celebrante Indulgentia etc. si erige.


Dopo che il Celebrante ha pronunciato la parola O-
remus per salire Faltare, il Diacono, se occorre, alza
le parti anteriori della veste del Celebrante colla si­
nistra, posta la destra sul petto distesa, e con lui a-
scende sul soppedaneo, vicino alla mensa.
Qui, giunge le mani, dopoché il Celebrante ba ba­
ciato l’altare, riceve la navicella dal turiferario, te­
nendola colla sinistra nella parte inferiore, colla de­
stra la apre e porge il cucchiaio vuoto al Celebran­
te, baciando prima il cucchiaio, poi Ila mano del Ce­
lebrante, dicendo: Benedicite, Pater Reverende (1 );
tiene la navicella con ambo le mani, ossia colla sini­
stra il piede e colla destra la tazza. Quando il Cele­
brante ha infuso l’incenso nel turibolo, il Diacono
bacia la mano del Celebrante, poi il cucchiaio, chiude
lia navicella e la dà al turiferario,, riceve da questi il
turibolo, prendendolo colla destra alla sommità delle
catenelle e colla sinistra vicino al coperchio, lo dà
al Celebrante, baciando prima la sommità delle cate­
nelle, poi la destra del Celebrante.
Avverta di deporre nella sinistra del Celebrante
l’estremità delle catenelle e nella destra la parte in­
feriore vicino al coperchio.
Colla sinistra sostiene al Celebrante la pianeta
mettendovi la sinistra sotto nella parte inferiore du­
rante l’incensazione, fa sempre genuflessione passan-1

(1) Questa formula non varia mai neppure 9e £1 Sacerdote


Celebrante è canonico o pronotario Apostolico. S. C. R. 4 aprile
1m n. 2027. 6. 18 febbraio 1797 n. 2438. 4.
292 An. IL

do davanti alla croce, nello stesso tempo che il Ce*


lebrante fat inchino o genuflessione (1).
Incensato Fallare, il Diacono riceve dal Celebrali*
te, nella stessa maniera che glielo consegnò, il turi­
bolo, baciando prima la mano, poi la sommità delle
catenelle e stando alla destra del Suddiacono, disceso
in piano, dal lato dell’Epistola, lo incensa a tre trat­
ti, facendo inchino col capo prima e dopo l’incensa­
zione come tosto si dirà.
Consegnato all turiferario il turibolo, sale l’altare
e si mette alla destra del Celebrante; sul secondo
gradino, gli segna coll’indice della destra, se occor­
re, il principio della Messa, si segna con lui e fa i
debiti inchini che occorrono nella recita dei nomi
e del Gloria Patri. Col celebrante recita alternativa­
mente il Kyrie eleison, e quando durante il canto si
va a sedere, il Diacono, volgendosi verso la destra,
discende per viam breviorem, a sinistra del Celebrali*
te sostenendogli il braccio sinistro colla destra men­
tre discende. Ai sedili alza la parte posteriore della
pianeta del Celebrante, gli porge la berretta coi de­
biti baci, quindi prende la propria berretta, fa bre­
ve inchino verso il Suddiacono, si siede e si copre.
Mentre il' coro canta l’ultimo Kyrie, il Diacono,
se è all’altare, camminando sul secondo gradino, ve*
cino alla predella, va a mettersi vicino al Celebrante
e va con lui nel mezzo dell’altare; se invece è ai se*1

(1) Nell’alzar la pianeta, si fa in modo che questa non im­


pedisca i movimenti' al Celebrante nè gli vada sul collo. E* cosa
elementare, eppure sì poco avvertila.
Il Diacono 293

dili si scopre, riceve la berretta del Celebrante coi


debiti baci. Parte dallo scanno alla destra del Cele­
brante, alquanto indietro, e colle mani giunte; e per
viam, longiorem va all’altare. Arrivato vicino ai gra­
dini dell’altare, genuflette in piano, e dopo aver aiu­
tato il Celebrante a salire, come si è detto in prin­
cipio, si mette tosto dietro di lui uno o due gradini
più al basso della predella.
Intonatosi dal Celebrante il Gloria, il Diacono al­
la parola Deo, fatto inchino col capo, sale l’altare e
va a mettersi a destra del Celebrante camminando
lentamente in modo da arrivare insieme al Suddia­
cono che si mette alla sinistra. Colloca il Messale in
mezzo all’altare, ei recita il Gloria col Celebrante, in­
cominciando colle parole : Et in terra pax etc.
Se si va a sedere, fatta la debita riverenza, si va
al sedile' come si fe detto, e all’ultimo versetto del
Gloria ritorna all’altare, come sopra si è detto.
Quando il Celebrante si scopre il capo, si scopre
anche il Diacono, e durante il tempo in cui si sta
seduti tiene le mani stese sulle ginocchia.
All’altare il Diacono si colloca dietro il Celebran­
te sul gradino, e cantatosi il Dominus vobiscum,
sempre camminando sul gradino, va dal lato dell’E­
pistola e sta dietro al Celebrante durante il canto
delle Orazioni, facendo i debiti inchini insieme a
lui.
Mancando il Sacerdote assistente, il Diacono va
al Messale, alla destra del Celebrante, e volta i fogli,
adoperando la mano che è più lontana dal Celebran­
te, ciò che si pratica sempre nella Messa; quindi ri­
294 Art. II.

torna alla destra del Celebrante, e vi sta durante la


lettura dell’Epistola con quello che segue. Dopo l’E­
pistola risponde: Deo gratias.
Quando deve cantare il Flectamus génua, genu­
flette, con un solo ginocchio, sul gradino e sorge do­
po che il Suddiacono ha cantato: Levate. Cantatasi
l’Epistola dal Suddiacono, il Diacono ritorna dietro
al1Celebrante per ceder luogo al 'Suddiacono, ovvero
discende dal lato dell’Epistola e si mette alla sini­
stra del Suddiacono, od anche rimane ali suo posto,
alla destra del Celebrante, rivolgendosi al Suddia­
cono.

155. Dal Vangelo all’Offertorio.


Quindi, disceso in piano, riceve il libro del Van­
gelo dal Suddiacono, lo tiene con ambe le mani per
la parte inferiore elevato davanti al petto coll’aper­
tura alla sinistra, va verso il mezzo dell’altare, nel­
lo stesso tempo che vi va il Celebrante, camminan­
do in piano; qui, fatta la debita riverenza, sale l’al­
tare e depone il: libro sulla mensa, mentre il Cele­
brante legge il Vangelo, in modo che l’apertura sia
volta dal lato del Vangelo e vi si ferma finché il Ce­
lebrante ha terminato la tettura.
A questo punto porge la navicella al Celebrante
perchè infonda incenso nel turibolo, nel modo che si
è detto, quindi discende ad inginocchiarsi sul grado
superiore'dell’altare e recita, colle mani giunte ed il
capo inchinato, il Munda cor meum. Finita l’Orazio­
ne, sorge, prende il libro dall’altare e si inginocchia
Il Diacono 295

davanti al Celebrante, sul soppedaneo, in modo di


avere alla destra l’altare, e, tenendo il libro cretto
davanti al petto, dice: Jube domne benedicere, e ri­
mane a capo inchinato e genuflesso, finche il Cele­
brante ha finito di recitare la formula. Quindi, ba­
ciata la destra del Celebrante, posta sulla sommità
del libro, si alza, fai riverenza al Celebrante, discen­
de daiU’altare volgendo le spalle alquanto verso il
lato dell’Epistola, e si pone in piano, alla
destra del Suddiacono. Fatta insieme al Suddiacono
la debita riverenza all’altare, va, in piano, dal lato
del Vangelo, ove apre il libro e lo consegna da so­
stenere al Suddiacono (1) e canta il Dóminus vobi-
scum, a mani giunte. Alle parole Sequentia od Ini-
tìum segna col pollice il libro, la propria fronte, le
labbra, il petto, quindi riceve il turibolo dal turife­
rario ed incensa il libro a tre tratti, cioè prima nel
mezzo, poi alia propria sinistra, quindi alla destra;
canta il Vangelo colle mani giunte, facendo i debiti
inchini verso il libro ai nomi che occorrono e richie*
dono inchino.
Baciatosi il Vangelo dal Celebrante (2), il Diaco­
no lo incensa a tre tratti, e subito dopo si mette dietro
a lui pel canto del Credo, quando occorre. Alle pa­

ti) Dove si usa il leggìo per cantare il Vangelo, il Diacono


colloca fl libro aperto sul leggìo stesso dal lato del Vangelo, e
dopo il canto prende il libro, lo dà al Suddiacono seguendo con
l’indice il principio, del Vangelo che deve baciarsi dal Cele*
brante. Martinucci, Iib- I. cap. XliII n. 44 nota e 47.
(2) 11 libro del Vangelo 9i porge a baciare solamente al Ce­
lebrante e se è presente il Vescovo, solamente al Vescovo, e non
ad altri, nemmeno ai civili magistrati. S. G R. 24 agosto 1609
n. 273.
2% Art. IL

role in Unum Deum, fatta fa debita riverenza, sale


alla destra del Celebrante e recita con lrn il Simbolo,
facendo i debiti inchini e segnandosi all’ultimo ver­
setto. Quindi si va ai sedili, nel modo che si è detto.
Mentre il coro canta il Crucifixus, il Diacono si
alza, si scopre il capo e fatta la debita riverenza al
Celebrante, va all’abaco, prende la borsa, che è sul
Calice, sostenendola in senso orizzontale colle prime
due dita delle mani in modo che Fapeturara sia rivol­
ta alla propria persona, fatta riverenza al Celebran­
te, se gli deve passar davanti, va all’altare per viam
longiorem; fa la debita riverenza in piano, ascende,
estrae il corporale dalla borsa, tenendola colla sini­
stra in senso verticale sulla mensa. Collocata la bor­
sa dal lato del Vangelo ed appoggiata al gradino, spie­
ga il corporale, accomoda il Messale, e fatta la debita
riverenza all’altare, va al sedile per la via piu breve,
facendo inchino al Celebrante e prima di sedersi an­
che al Suddiacono.
D corporale non si può spiegare sull’altare prima
della Messa, ma si devono osservare le rubriche (1).
AlFultimo versetto del Simbolo ritorna all’altare
insieme al Celebrante e, dopo il canto della parola
Oremus, va a mettersi alla destra del Celebrante.

156. Dall'Offertorio alla Comunione • Incensazione.


Qui riceve dal Suddiacono il Calice, lo scopre! dal
velo omerale, con cui Io porta il Suddiacono, toglie1

(1) S. C. R. 2 maggio 1900 n. 4054*


Il Diacono 297

la palla che è sull’Ostia e con ambe le mani assume


la patena e Ila dà al Celebrante, in modo che la de­
stra del Celebrante passi sulla propria sinistra. In
questo atto il Diacono prima bacia la patena, poi la
mano del Celebrante.
Nelle Messe nellle quali non si canta il Credo, il
Suddiacono, porta il calice colla borsa, il Diacono ne
estrae il corporale, e lo spiega prima di porgere la
patena al Celebrante, colloca la borsa come si è detto.
Quando il Suddiacono ha asterso il calice, il Dia­
cono, posto il purificatore sul piede del calice, in­
fonde in questo* il vino, e dopo che il Suddiacono vi
ha infuso l’acqua, asterge l’interno della coppa ed
ili labbro col purificatore. Quindi prende il calice
colla destra per la coppa e la sinistra sotto il piede
e lo porge al Celebrante, baciando prima il piede
del calice, poi la mano del Celebrante. Mentre il Ce­
lebrante fa l'offerta del calice, il Diacono, tenendo
gli occhi rivolti alla Croce, sottopone la mano destra
al piede del calice od al cubito del Celebrante, e re­
cita con lui ^Orazione Offerimus etc. : in questa a-
zione tiene la sinistra stesa sul petto. Deposto dal
Celebrante il calice sulla mensa, il Diacono lo copre
colla palla, usando la mano destra. Qui colla sini­
stra, prende la patena, la consegna ai Suddiacono e
mette il purificatore ripiegato, alla destra del Cele­
brante, fuori ed accanto al corporale.
Nella» turificazionè; delVoblata il Diacono presenta,
coi debiti baci, la navicella, quindi il turibolo al Ce­
lebrante e mentre questi incensa Foblata, pone la de-
298 Art. II.

stra sul piede del calice e colla sinistra sostiene la par­


te posteriore della pianeta.
Turifica l’oblata, il Diacono ritrae alquanto dal
lato dell’Epistola il calice mentre si incensa la croce
poi lo ripone al suo luogo ed accompagna il Cele­
brante nella turificazione dell’altare nel modo che si
è detto.
Fatta la turificazione, il Diacono riceve il turibolo,
dal Celebrante, coi debiti baci, lo incensa a tre trat­
ti, quindi incensa il Coro, se è presente, ed infine il
Suddiacono, stando dal lato dell’Epistola.
A Modo di incensare le persone : 1. Il turibolo si
prende colla sinistra alle estremità delle catenelle
con due dita, tenendo le altre stese sul petto e colla
destra le catenelle, vicino al coperchio tenedole al­
quanto verso destra.
2. Prima di incensare una persona e dopo Pincen-
sazione, si fa un inchino ad essa coli capo. Alcuni li­
turgisti vogliono che anche chi viene incensato fac­
cia breve inchino prima e dopo. Al Vescovo si fa ge­
nuflessione prima e dopo l’incensazione; solo i Ca­
nonici gli fanno inchino col capo.
S. Si alza prima il turibolo sino alla faccia, lo si
abbassa aliquanto, poi si spinge in linea retta verso
la persona che si incensa e lo si ritira ad ogni tratto
distinto. Dove vi è la consuetudine di usar tratti dop­
pi, la si può osservare (1).

(1) S. C. R. 29 maggio 1900 n. 4757. II.


Il Diacono 299

4. Chi incensa e chi viene incensato devono stare


in piedi a capo scoperto ; non si può tenere il pileolo
(1). Solamente il' Vescovo parato riceve l’incenso le*
nendo la mitra in principio della Messa ed alTOffer-
torio.
B Ordine di tenersi nelVincensare. Si osservi: a)
Prima si incensa il Celebrante, qualunque esso sia,
anche se è presente il Vescovo od un Cardinale; ò)
Etopo il Celebrante, il Vescovo, se è presente, coi suoi
assistenti (2) ; c) I canonici del coro incominciando
dalUa prima dignità che è dalla parte dell’eòJoma-
dario (3) e proseguendo l’incensazione per tutta que­
sta parte, quindi dal primo fino all’ultimo dell’altro
lato. In seguito i Cappellani nello stesso ordine (4).
I Canonici che vanno nelle altre chiese senza abito
canonicale, non si incensano (5), se non come l’altro
clero ; d) Se non sono presenti i Canonici, il Clero (se
è ini cotta) secondo l’ordine; e) In fine il Prete assi­
stente, se vi è ; e dopo di lui il Suddiacono (6) /) Do­
po incensato il Diacono, il turiferario incensa il po­
polo. Si noti che: Extra chorum existentium nemi­
nem thuri ficari debere (7).
C Numero dei tratti da darsi alle persone :1

(1) S. C- R. 11 novembre 1665 n. 1324.


(2) S. C R. 23 maggio 1603 n. 129-
(3) S. C. R. 22 luglio 1848 n. 2960. 1.
(4) S. C. R. 19 maggio 1607 n. 2i35. 3. Si omettono altre nu­
merose decisioni in proposito*
(5) S. C. R. 31 agosto 1680 n. 1550 6.
(6) S. C R. 15 aprile 1889 n. 4MB VI. I.
(7) S. C. R. 8 aprile 1656 n. 1010.
1. I l Celebrante si incensa con tre tratti : soltanto
con due quando è presente il Vescovo.
2. Il Vescovo s’incensa sempre con tre tratti -li tu ­
ribolo.
3. I Canonici e le altre dignità inferiori al Vesco­
vo con due tratti (1). I parroci insieme in coro ed
in abito corale si incensano con un tratto (2). Se pe­
rò non vi fossero presenti i Canonici e vi fosse so­
lo il Parroco lo si incensa con due tratti; e gli assi­
stenti alla Messa con uno solò.
4. Il Diacono, il Prete assistente e il Suddiacono
con uno. Quando però non vi è Coro nè altre digni­
tà, si incensano con due tratti.
5. Si devono incensare per modum unius (cioè con
un sol tratto complessivamente) anche i chierici di
Seminario che assistono in cotta alla Messa solenne
(3), e dopo l’incensazione di ciascun Cappellano (4).
6. Il popolo s’incensa con tre tratti di turibolo, pri­
ma la parte nel mezzo della chiesa, quindi la parte
che è dal lato dell’Epistola, infine quella del Van­
gelo. Si può incensare così anche ai Vespri, e anche
da un laico vestito di cotta (5).
Alla questione: «Ita ne intelligendus est ductus du­
plex thuribuli, quo Diaconus in choro incensare de­
bet singulos Canonicos, Ut unusquisque ductus lebeat
perfici duplici ictu? Si risponde: Affirm itive (6).123456

(1) S. C. R. 14 nov. 1676 n. 1577 20 luglio 1686 n- 1773 . 4.


(2) S. C. R. 16 giugno 1662 n. 1264. 2.
(3) S. C. R. 3 agosto 1839 n. 2791 4.
(4) S. C. R. 25 settembre 1852 n- 3003. 3.
(5) S. C. R. 11 marzo 1882 n. 3649. II.
(6) S. C. R. 22 marzo 1862 n. 3110. XX.
Il Diacono 301

Terminata così l’incensazione e consegnalo il tu­


ribolo al' turiferario* il Diacono si mette dietro al Ce­
lebrante, fa genuflessione all’altare, e rivolto dal la­
to dell’Epistola, viene incensato coi debiti inchini.
Alle parole Orate fratres, se si trova già al suo po­
sto, risponde il Suscipidt etc., quindi passa alla sini­
stra1del Celebrante, segna le segrete e vi rimane fino
al principio del Prefazio: Vere dignum etc., quindi
discende dietro a lui.
Alle parole del Prefazio Supplici confessane di­
centes, ascende lentamente e si mette alla destra del
Celebrante, ove recita con lui il Sanctus colle debite
cerimonie.
Dopo il Benedictus, discende, e si mette alla sinistra
del Celebrante, vicino ai libro, e volta i fogli, quan­
do occorre.
All’Orazione: Quam oblationem discende, fatta
genuflessione nel mezzo sul gradino superiore, va a
mettersi in ginocchio sul gradino della predella alla
destra del1Celebrante. Mentre il Celebrante eleva l’O­
stia, il Diacono colla sinistra sostiene la pianeta (1).
Alla genuflessione del Celebrante il Diacono si in­
china profondamente, e dopo l’Elevazione dell’O­
stia e la genuflessione del Celebrante si alza,, scopre
il Calice della palla e genuflette come prima. Consa­
crato il Calice e fatta l’Elevazione, prima che il Ce­
lebrante genufletta di nuovo, il Diacono si alza, e va
a coprire il calice colla palla.

(1) Caerem. Ep. Lib. I cap. IX n. 5; Rubr. Mie9. La S. C. dei


Riti in questo punto decise: «Serventur Rubricae Missalis et Cac-
reni. Episc.» 30 die. 1881 n. 3525 .II.
302 Art. II.

Quando vi è l!a teca coirOstia o la> pisside con le


particole da consacrare, il Diacono apre i vasi sacri
prima della Consacrazione dell'Ostia, li chiude e li
copre col velo prima di scoprire il calice.
Passa quindi alla sinistra e vi rimane, voltando i
fogli quando occorre, fino ai segni di croce sul cali'
ce al quali, nel modo che si è detto, passa alla destra
per scoprire il calice, e vi rimane fino al principio
del Pater noster.
A queste parole genuflette, discende e si mette
dietro al Celebrante. Alle parole: Et dimitte nobis,
fatta genuflessione, sale alla destra del Celebrante,
riceve dal Suddiacono la patena, la asterge coi puri­
ficatore e la presenta al Celebrante, tenendola in sen­
so verticale ed in modo che la parte concava guardi
il mezzo deH’altare, bacia prima la patena e poi la
destra del Celebrante.
Quando il Celebrante ha sottoposto la patena all’o­
stia il Diacono scopre il calice, genuflette col Cele-
brante, e alle parole: Pax Domini etc., risponde a
voce sommessa: Et dum spiritu tuo. Stando sempre
alla destra del Celebrante recita con lui ¥ Agnus Dei.
stando alquanto inclinato e percuotendosi tre volte il
petto.
Mentre il Celebrante recita la prima Orazione a-
vanti la Comunione, il Diacono genuflette, sul sop­
pedaneo, aspettando la pace. Finita l’Orazione, il Dia­
cono sorge, colle mani giunte (non poste sulla men­
sa), bacia col Celebrante, la mensa, quindi sottopo­
nendo le braccia a quelle del1 Celebrante, ed avvici­
nando alquanto la \f acci a alla sinistra del Celebrante
Il Diacono 303

(1), riceve la pace e risponde: Et cum spiritu tuo.


Fatta la genuflessione discende, volgendosi verso il
mezzo dell’altare, in piano, dà lai pace al Suddiacono
ed inchinando brevemente «dopo data la pace. Quan­
do vi è il Prete assistente in piviale, il Diacono, stan­
do in piano riceve da lui lia pace e poi la- dà al Sud-
diacono (2). Quindi passa alla sinistra del Celebran­
te, e vi rimane fin dopo fatta Fabluzione delle dita.
Con lui genuflette, quando occorre, si inchina quan­
do il Celebrante dice il Domine non sum dignus, sen­
za però percuotersi il petto (3), e rimane inchinato
durante la assunzione delle sacre Specie. Se il Sud-
diacono non avesse ancora finito di distribuire la pa­
ce, il Diacono passa alla destra e somministra il vi­
no e l’acqua per lia purificazione.
Quando durante la Messa solenne si distribuisce
la Comunione il Diacono, dopo che il Celebrante ha
assunte le sacre Specie, ed il Suddiacono ha coperto
colla palla ili calice, passa alla destra del Celebrante,
scopre la pisside che è sull’altare o la estrae dal ta­
bernacolo, genuflette col Celebrante, recita il C onfi­
teor, inginocchiato sul gradino del soppedaneo dal la­
to dell’Epistola. Quindi, se deve egli pure ricevere la
Comunione, la riceve prima del Suddiacono, tenendo
e sottoponendo al mento la patena, quindi passa alla
destra del Celebrante e sottopone al mento dei comu­
nicandi la patena. Il Diacono non può portare la pis­

ci) S. C. R. 23 maggio 1846 n. 2913, 7.


(2) S. C. R. 15 aprilo 1899 n. 4018. IV.
(3) S. a R. 30 die- 1881 n. 3535. HI.
304 Art. II.

side durante la distribuzione della Comunione, nem­


meno nella Messa pontificale (1).
Anche quando vi è da riporre l’Ostia nell’osten­
sorio o la pisside nel tabernacolo, il! Diacono sta alla
destra del Celebrante.

157. Dalla Comunione alla fine della Messa.


Mentre il Celebrante fa l’abluzione, il Diacono se­
gna il Messale, ricercando l’antifona Communio,
quindi lo porta col; leggio, facendo genuflessione in
piano insieme al Suddiacono, dal lato dell’Epistola.
Segnato al Celebrante il Communio da) leggersi, si ri­
tira1tosto dietro di lui. Va con lui e dietro a lui nel
mezzo dell’altare pel Dominus vobiscum, senza ge­
nuflessione, e ritorna dal lato dell’Epistola, e sta die­
tro a lui durante il canto delle Orazioni* o passando­
gli alla destra per voltare i fogli se occorre; chiude
il libro dopo l’ultima Orazione se non vi è il ceri­
moniere od altri. Se si deve cantare, come nelle Mes­
se feriali di Quaresima, l’Orario super populum, il
Diacono, dopo che il Celebrante ha cantato la parola
Oremus, si volge ali popolo colle mani giunte e canta :
Humiliate capita vestra Deo.
Cantatosi il Dominus vobiscum dal Celebrante, il
Diacono, dal mezzo dell’altare, volgendosi, senza ge­
nuflessione, verso il popolo dal lato sinistro, canta
PIte Missa est, dopo il quale, qualunque 6Ìa la sua di­
gnità (2), si inginocchia sul gradino superiore dal12

(1) S. G. R. 13 giugno 1676 n. 1572. 3.


(2) S. C. R. 25 sei:. 1852 n. 3002. I.
Il Diacono 305

lato delFEpistola, per ricevere la benedizione del Ce­


lebrante.
Il Diacono, si fa il segno di croce, alla benedizio*
ne del Celebrante, col capo chinato. Quindi si alza e
si mette alla destra del Celebrante durante la lettura
delFultimo Vangelo, facendo col Celebrante i segni
di croce sulla propria persona, gli inchini e le genu­
flessioni occorrenti. Finito il Vangelo, col Celebran­
te, discende in piano volgendosi sempre sulla sua si­
nistra, genuflette, presenta là berretta al Celebrante
coi debiti baci, si copre egli stesso e precede il Cele­
brante nel1ritorno alla sacrestia.
Qui arrivato, ritiratosi alla destra del Celebrante,
fa la debita riverenza al Crocifisso ed al Celebrante.
Quindi, deposto prima il manipolo, lo aiuta a svestir­
si. Aiutato egli pure dagli Accoliti, depone i sacri
paramenti.
Art. Ili

11 Suddiacono

157. Chi può fare da Suddiacono nella Messa.

L’ufficio di Suddiacono nella Messa deve com­


piersi da chi è insignito di quest’Ordine; in caso però
di necessità può compierlo anche un chierico tonsu­
rato, col permesso del' Superiore, ma non usa il ma­
nipolo (1).

158. Preparazione - Ingresso all’altare.


Il Suddiacono in sacrestia rivede l’Epistola che
deve cantare: se occorre lava le mani e poi indossa
l’amitto, il camice, il cingolo, la tunicella e indi aiu­
ta, secondo la consuetudine, il Celebrante a vestirsi
e gli mette il manipolo (2).
Se si fa l’aspersione, il manipolo si mette dopo di
essa.
Quando il Celebrante è parato, assume egli pure
il manipolo, se non si fa l’aspersione, baciando la
croce, indi si copre colla berretta e sta alla sinistra
del Celebrante. Fatta con lui riverenza alla croce e12

(1) S. C R. 20 novenmbre 1710 n. 2208. 13; 22 luglio 1848


n. 2965. 4. — Si avverta di rialzare le due parti pendenti, del
cingolo fermandole ai lati, entro la parte che è intorno al corpo,
perchè non impediscano nel muoversi o inginocchiarsi.
(2) S. C. R. 17 luglio 1894 n. 3832. VII.
Il Suddiacono 307

breve inchino al Celebrante, ricoperto il capo esce di


sacrestia, davanti al Diacono.
Quando però il Celebrante è in piviale, ili Suddia­
cono ei mette alla di lui sinistra, e sostiene il lembo
del piviale.

159. Principio della Messa


Arrivato all’ingresso della chiesa, porge, colia de­
stra, scoperto il capo, l’acqua santa al Diacono e si
segna egli stesso; ciò si omette quando si fa l’asper­
sione. Quindi procede, a mani giunte fino ai gradini
dell’altare.
Quando si dovesse passare davanti ad un altare,
Reliquia, ecc., o al coro a cui si deve fare riverenza,
la compie col Celebrante. Quando questo genuflette
gli mette la destra sotto il braccio sinistro, se occorre.
Arrivato all’altare, si ritira alla sinistra, ossia dal
lato del Vangelo, si scopre il capo, genuflette in pia­
no insieme al Diacono e risponde al Salmo : al Glo­
ria Patri china il capo. Recitando il Misereatur si chi­
na alquanto verso il Celebrante, quindi profonda'
mente inchinato recita il Confiteor volgendosi al Ce­
lebrante alile parole libi Pater, te Pater. Dettosi dal
Celebrante il Misereatur, si erige e col celebrante an­
cora si inchina1al Deus tu conversus.
Quando il celebrante sale l’altare, ili Suddiacono,
se occorre, colla destra gli alza le vesti, tenendo la
sinistra sul petto, e ascende con lui sul' suppedaneo,
ove sta colle mani giunte, facendo la riverenza che
fa il Diacono, quando il celebrante bacia l’altare.
308 Art. III.

Durante l’infusione dell’incenso rimane sempre al­


la sinistra, e quando il Celebrante turifica l’altare,
tiene sempre la sinistra stesa sul petto, e alza con
la destra la parte posteriore della pianeta del Cele­
brante e lo segue ne’ suoi movimenti, facendo la ge­
nuflessione alla croce, insieme col Diacono, prima
e dopo l’incensazione, ed ogni volta che deve passare
nel' mezzo dell’altare. Finita l’incensazione, quando il
Celebrante da il turibolo al Diacono, il Suddiacono la­
scia il suo posto, discende dal lato dell’Epistola e
si pone in piano, alla sinistra del Diacono, rivolto
al Celebrante, gli fa inchino del capo prima e dopo
l’incensazione fatta dal Diacono.

160. Dall’Introito al Vangelo.

Incensato il Celebrante, il Suddiacono passa alla


destra del Diacono, stando sul gradino inferiore e
vicino alla mensa, in modo da fare con lui e col Ce­
lebrante un semicerchio. Si segna col Celebrante
al principio dell’Introito, fa i debiti inchini ai no­
mi che occorrono ed al Gloria Patri, recita il Kyrie
eleison alternativamente col Celebrante.
Se durante il canto del Kyrie si va a sedersi, il Sud-
diacono volgendosi sulla sinistra, si mette alia de­
stra dei Celebrante, lo aiuta, colla sinistra soste­
nendogli il braccio, a discendere dai gradini per viam
breviorem. Ai sedili, alza colla destra, la parte po­
steriore della pianeta, e dopo che il celebrante sedu­
to si è coperto il capo, fatto breve inchino al Dia­
cono, siede egli pure e si copre il capo colla berrei-
Il Suddiacono ao9

ta. Sulla fine del Kyrie si alza col Diacono, depo­


ne la berretta, discende col Celebrante, precedendo­
lo alquanto, tenendo le mani giunte, va al mezza
deU*altare per viam longiorem, stando sempre alla
sinistra, fa genuflessione in piano ed aiuta, come si
è detto il celebrane a salire; poi si mette in piano,
dietro al Celebrante, vicino alFinfimo gradino. —
Se non si va a sedere, recitato il Kyrie col Celebran­
te, rimane al' medesimo posto fino alla fine del canto
ovvero va in piano dietro al Diacono, secondo che
il Diacono rimane vicino al Celebrante o si mette
dietro lui.
Quando il Celebrante va nel mezzo dell’altare,
il Suddiacono, camminando in piano ed in modo
che la spalla destra sia perpendicolare alla mensa,
va pure al mezzo delimitare e alla parola Deo, can­
tata dal Celebrante nelFintonazione del Gloria, fat­
to inchino col capo ascende l’altare e stando alla
sinistra del Celebrante, recita con lui l’Inno ange­
lico, coi debiti inchini e segnandosi all’ullimo ver­
setto, insieme al Celebrante. — Andando a sedersi,
fa la debita riverenza sul soppedaneo e va ai sedili
come si è detto più sopra. Alle parole Adoramus,
Gratias agimus si scopre il capo facendo la debita
riverenza (1).
All’ultimo versetto cantato dal coro, ritorna col
Celebrante e col Diacono, all’altare, per la via più
lunga, come si è detto, e si ferma in piano fino al1

(1) Anche qui si avverta di non appoggiare la berretta sui


paramenti!
310 An ,. III.

canto del Dominus Vobiscum. Col Celebrante e col


Diacono Va dal lato dell’Epistola, camminando in
piano e sta dietro a l Celebrante, in piano, fino al­
l’ultima Orazione. Fa col Celebrante i debiti incili'
ni alla parola Oremus ed ai nomi che occorrono;
quando il diacono canta il Flectamus génua, s’in­
ginocchia con lui e sorge pel primo dicendo: Le­
vate.
Verso la fine dell’ultima Orazione riceve dal-
l’acoolito il libro dell’Epistola, chiuso in modo che
l’apertura sia voltai alla sua sinistra, ed alla conclu­
sione dell’ultima Orazione va nel mezzo dell*altare,
fa la genuflessione e ritorna al suo posto ove, rispo-
stosi dal coro VAmen, stando rivolto verso l’altare
dietro il1 Celebrante, in piano, canta l’Epistola, fa­
cendo le debite riverenze. Finito il canto, chiude il
libro in modo che l’apertura sia alla sua sinistra,
va nel mezzo dell’altare, fa genuflessione quindi
camminando in piano, si mette al lato dell’Epistola,
vicino all’infimo gradino. Dopo che il Celebrante ha
terminato il Graduale etc. sale e si inginocchia sul
gradino superiore, tenendo sempre il Messale eretto,
sostenendolo con ambo le mani all’estremità inferio­
re, e bacia al Celebrante la mano> posta sul libro.

I
161. Dal vangelo all’Offertorio.

Consegna il libro dell’Epistola all’accolito o al


Diacono e sale l’altare per trasportare il Messale col
Il Suddiacono 311

leggìo dal lato del Vangelo. In questo atto, preso il


Messale, si rivolge alla sinistra, discende in piano, fa
genuflessione, quindi sale l’altare, dalla parte del
Vangelo, e vi colloca il Messale, alquanto rivolto ver.
so il mezzo. Segna, al Celebrante il principio della le**
zione evangelica, e gli sta a sinistra su di un gradino
o sul soppedaneo, segnandosi al principio del Van­
gelo, dando le debite risposte e facendo le riverenze
che deve fare il Celebrante. Lettosi il Vangelo dal
Celebrante,'colloca il libro vicino al mezzo dell’alta­
re e, mentre il Celebrante infonde incenso, gli sì met­
te a tergo. Quando il Diacono recita il Munda cor
meum e domanda la benedizione, il Suddiacono, vol­
gendosi alla destra, discende in piano e riinane
in piedi rivolto all’altare. Disceso il Diacono dall’al­
tare, fa con lui genuflessione e si ritira dal lato del
Vangelo, collocandosi fra i due accoliti recanti i ce­
roferari, in modo da avere alla sinistra Faltare e alla
destra il popolo, quasi nel modo che si mette il li­
bro sull’altare per leggere il Vangelo.
Se si adopera il leggìo, il Suddiacono sta a mani
giunte dietro ad esso; se si canta il Vangelo dal pul­
pito, il Suddiacono segue il Diacono 6ul pulpito (1).
Ricevuto il Messale aperto dal Diacono, lo sostie­
ne, durante il canto del Vangelo, con ambe le mani,
per la parte inferiore e loi tiene elevato in modo che
gli copra la faccia e gli occhi. Durante il canto del
Vangelo il Suddiacono, che sostiene il libro, non fa 1

(1) Caerem. Episc. Lib. 13. c. VII. 45.


312 Art. 11L

inchini, nè genuflessioni, nè segni di croce. Se inve­


ce si usa il leggìo, fa tutte le riverenze occorrenti. Fi­
nito il' canto del Vangelo, porta il libro aperto, decli­
nato sul braccio sinistro, da baciare dal Celebrante,
andando in via retta, senza alcuna riverenza all’altare
od al Celebrante, e segnandogli colla destra il princi­
pio del Vangelo.
Quindi chiude il libro e, fatto breve inchino al Ce­
lebrante, discende in piano, in disparte verso il lato
dell’Epistola, per non impedire Fincensazione che sta
facendo il Diacono; consegna il libro al ministro, ov­
vero lo porta egli stesso alla credenza e si ferma in
piano, dal lato dell’Epistola, fino al termine deHPin-
censazione. Fatta dal Diacono Fincensazione, il Sud-
di aoono, si colloca dietro il Celebrante.
Se si canta il Credo, alla parola in unum Deum fa
la debita riverenza insieme al Diacono, e ascende l’al­
tare alla sinistra del Celebrante, recita con lui il Sim­
bolo con le debite riverenze, segnandosi all’ultimo
versetto. Se si va> ai sedili, osserva il modo che sopra
si è detto. A\Y Incarnatus si scopre il capo e fa inchi­
no, e quando il Diacono sorge per andare a prendere
la borsa, il Suddiacono si alza pure e rimane in pie­
di al suo luogo, fino al ritorno del Diaoono, al quale
fa un breve inchino prima di sedersi. Mentre si can­
ta l’ultimo versetto, ritorna all’altare nel modo indi­
cato, e si colloca in piano, dietro al Diacono.
Quando invecel o non si va a sedere o si sta anco­
ra all’altare mentre si canta TIncamatus esi, i sacri
Il Suddiacono 313

Ministri s’inginocchiano sul gradino superiore fino


alla fine e il Celebrante sul soppedaneo, quindi si
mettono in linea retta dietro al Celebrante.

162. Dall’Offertorio alla Comunione - Pace.


Cantati dal' Celebrante il Dominus vobiscum e l’O­
remus, il Suddiacono fatta genuflessione in piano,
va all’abaco e riceve il velo omerale che lega sul da­
vanti coi nastri. Prende il Calice, da cui prima un ac­
colito avrà tolto il velo, colla sinistra nuda tenendolo
pel nodo ; colla destra impone la parte più lunga del
velo omerale sulla patena e su di esso tiene la de­
stra perchè nulla cada, e lo porta sulla mensa, dal
lato dell’Epistola. — Se non si è cantato il Simbo­
lo porta sul calice anche la borsa col corporale, e
dopo che il Diacono ne ha tolto l'a patena coll’Ostia,
asterge col purificatore la parte interna del Calice
che poi porge al Diacono col purificatore. Presenta
pure al Diacono l’orciolo del vino e lo riceve dopo
Pinfusione, senza baciare la mano al Diacono nè l’or­
ciolo. Quindi il Suddiacono prende quello dell’acqua
e tenendo alquanto elevato, rivoltosi al Celebrante
dice: Benedicite, Pater Reverende, qualunque sia la
dignità del1Sacerdote Celebrante, come si è detto. Da­
tasi dal Celebrante la benedizione, infonde nel calice
alcune goccie d’acqua, quindi, colla destra nuda,
prende! dal Diacono la patena, la copre insieme alla
mano col velo che pendei alla destra e tenendola col­
la parte concava rivolta a 9 è , ravvicinandola al pet­
to, si volge alila destra, discende in piano, genuflette.
314 Art. Uh

Qui tenendo sempre la patena colla sinistra fino al*


l’altezza della faccia, sottopone la destra al cubito
del braccio sinistro, senza genuflettere, tranne al tem­
po della elevazione.
Se non è ancora tornato dalla incensazione il Dia­
cono, il Suddiacono, aXYOrate fratres, abbassando ed
applicando la patena al petto, con breve inchino, re­
cita il' Suscipiat, quindi rialza ancora la patena, rico­
perta come prima. Mentre viene incensato dal Dia­
cono, volgendosi verso di lui, gli fa breve inchino,
abbassando ed applicando al petto, come si è detto,
la patena, quindi rialzandola tosto senza far la ge­
nuflessione nè prima nè dopo. Verso la fine del Pre-
fazio sale, senza genuflettere, alla sinistra del Cele­
brante riabbassando al petto la patena, recita il San­
ctus, senza segnarsi al Benedictus; quindi, quando il
Celebrante incomincia il Canone, senza genuflettere,
ritorna in piano dietro al Celebrante, rialzando co­
me prima, la mano oolla patena (1).
Durante la consacrazione genuflette al suo luogo,
abbassa, come si è detto, la patena e inchina pro­
fondamente il capo; quindi si alza e sta in piedi al
suo luogo. — Quando però l’altare ha solio il soppe­
daneo o due o tre gradini brevi, ili Suddiacono si de­
ve inginocchiare alquanto in disparte, verso il lato
del Vangelo, onde il Celebrante, possa comodamen-1

(1) Dove c’è la consuetudine che il Suddiacono non salga per


la recita del Sanctus si deve osservare- S. C. G. 12 nov. 1831 n.
2682. 30t
Il Suddiacono 315

te genuflettere. Al Pater noster, mentre il Celebran­


te canta le parole: et dimitte nobis etc. genuflette,
insieme al Diacono e sale! il soppedaneo alla de­
stra del Diacono, e gli dà là patena. Deposto il
velo omerale, genuflette sul soppedaneo e discende
in piano al proprio luogo, dietro al Celebrante, ove,
senza far nuova genuflessione, sta a mani giunte.
Cantato dal Celebrante Pax Domini, fatta la genu­
flessione, in piano, ascende alla sinistra del Cele­
brante, con lui genuflette e recita l'Agnus Dei per­
cuotendosi tre volte il petto con la destra, tenendo
la sinistra stesa sul petto ; quindi/ genuflette di nuovo
e torna al suo luogo, in piano, nel mezzo delimitare.
Ricevuta la pace dal Diacono (1), se vi è il Coro
(ossia il clero in abito corale), fatta genuflessione,
va a portarla al più degno del clero, ossia al primo
di ogni ordine, il quale la dà agli altri, secondo le
particolari consuetudini. Ritornando all’altare, genu­
flette e la dà all’accolito che Faccompagnò; se que­
sto manca, genuflette e ascende alla destra del Ce­
lebrante.
Pace. — Circa il modo di dare la pace si noti: a)
le rubriche 'dicono : «complexus accipit, pacem, sini-
siris genis sibi invicem appropiquantibus» quindi
chi dà e riceve la| pace devono avvicinare alquanto
la faccia in modo che ciascuno si avvicini alla parte
sinistra dell’altro; b) chi dà la pace non fa inchino 1

(1) s. c. R. 15 marzo 1608 n. 248- 11.


316 An. III.

del capo prima ma solo un breve inchino dopo, tranne


il Celebrante che non si inchina; c) chi dà la pace
poné1anche le mani stese negli omeri di' chi la riceve
e questi sottopone le mani allte braccia di chi la dà; d)
fatto il movimento’delle braccia e del capo, come si è
detto, chi dà Ila pace dice: Pax tecum e chi la rice­
ve risponde: Et cum spiritu tuo; e) quindi, separatisi
alquanto, si fanno mutuo inchino (1).
L'ordine da tenersi nel dare la pace è quello che
si è detto per l’incensazione (2).

163. Dalla Comunione alla fine della Messa.


Mentre il Celebrante recita il Domine, non sum
dignus, il Suddiacono si china, senza percuotersi il
petto finché il Celebrante ha assunta FOstia. Sco­
pre il calice, dopo Fassunzione dell’Ostia, e s’inchi­
na di nuovo, mentre il Celebrante assume il calice.
Quando si deve fare la SS. Comunione nella Mes­
sa. ili Suddiacono, coperto il calice colla palla, passa
alla sinistra del Celebrante. S’inginocchia mentre re­
cita il Confiteor col Diacono, e riceve la S. Comunio-
.ne dopo di lui, quindi si mette alla sinistra del Ce­
lebrante e lo segue, a mani giunte, nella distribu­
zione della SS. Comunione.
Quindi, erettosi, infonde vino nel calice e poi vino12

(1) Così il Gavanto, sostenuto dalla S. C. dei Riti 23 maggio


1864 n, 2915. 7.
(2) Cfr. Caerem. Episc. Lib. I. c. XXIV. 2. 4. S. C. R. 9 seti-
1883 n. 5991.
Il Suddiacono 317

ed acqua per la purificazione delle dita, dopo la qua­


le stende il purificatore sulle dita del Celebrante po­
ste sul calice. Qui passa alla sinistra del Celebrante,
discendendo e genuflettendo in piano; e asterge e
ricompone il! calice col purificatore, la patena e la
palla ; ripiega il corporale e lo mette nella borsa, co­
pre il calice col suo velo (il quale, a questo punto,
viene portato sulla mensa da un ministro), quindi lo
riporta all’abaco, e ritorna a collocarsi dietro al Ce­
lebrante, senza fare alcuna riverenza all’altare, se il
Celebrante sta dal; lato dell’Epistola. Segue il Diaco­
no e il Celebrante quando vanno nel mezzo pel Do­
minus vobiscum e ritorna al lato dell’Epistola pel can­
to delle Orazioni, senza far mai genuflessione. Can­
tato dal Diacono Vite Missa est o Benedicamus, saie
i gradini e si inginocchia sul superiore, alla sinistra
del Celebrante attendendo la benedizione, alla qua­
le si segna. Quindi sorge e si mette alla sinistra del
Celebrante, dal' lato del Vangelo, sul gradino inferio­
re al soppedaneo, mentre si legge l’ultimo Vangelo,
sostenendo se occorre la tavoletta; col Celebrante si
segna, si inchina, se occorre, e genuflette. — Quan­
do si deve leggere il Vangelo dal libro, il Suddiaco­
no trasferisce il libro dal lato del Vangelo, come si
è detto.
In fine del Vangelo risponde: Deo gratias, chiude
il1Messale, se da esso si è letto il Vangelo, in modo
che l’apertura sia volta al mezzo dell’altare. Quindi
sale il soppedaneo e discende col Celebrante
318 Art. III.

volgendosi verso il mezzo dell’altare : arrivato


in piano, fa genuflessione all’altare, si copre il
capo e precedendo il Diacono, ritorna alla sacrestia,
ove postosi alla sinistra del Celebrante, scoperto il
capo, inchina la Croce, fa breve inchino al Celebran­
te, e depone il manipolo. Leva il manipolo def Ce­
lebrante e glielo porge da baciare, e lo aiuta a spo­
gliarsi; infine depone egli stesso i sacri indumenti,
aiutato da un accolito (1).1

(1) Nel chiudere il messale si adoperano entrambe le mani e


chiuso lo si accomoda onde non lasciarlo in posizione disordinata
Quante ottime legature presto sciupate per queste trascuratezze.
Art. IV

Il Prete assistente in piviale

164. Chi può usare del prete assistente in piviale


nella Messa solenne.
Per sè soltanto i Vescovi, quando celebrano so­
lennemente, possono avere, oltre il Diacono ed il Sud­
diacono, il Prete assistente in piviale (X) : quindi
non lo ponno avere nè i Protonotari (2) nè i Cano­
nici (3) nè i Parroci, qualunque sia il loro titolo e
la loro dignità. Anzi ai semplici sacerdoti è vietato
nonostante qualunque consuetudine, da ritenersi co­
me abuso (4).
In pratica però, per consuetudine immemorabile,
ponno usarlo i Canonici e le dignità, che celebrano
solennemente, e ciò in vigore della costituzione di
Pio VII, Decet Romanos Pontifices del 4 luglio 1823.

165. Chi può compiere questo Ufficio.


L’assistente in piviale alla Messa solenne : a) deve
essere Prete, perchè le rubriche! parlano sempre di
prete assistente; b) istruito nel suo ufficio, onde lo
possa disimpegnare convenientemente; c) indossa il1234

(1) Caerem. Episc. Lib. I. XXIV. n. 19.


(2) S. C. R. 29 agosto 1872 n. 3262. XV.
(3) S. C. R. 7. agosto 162.8 n. 475 ; 2.0 luglio 1686 n. 1741. 2;
7 di’c. 1844 n. 2867. 2; 11 luglio 1867 n. 3057; 19 seti. 1883 n.
3588..
(4) S. C. R. 15 marzo 1721; 28 luglio 1876 n. 3400. II.
320 Art. IV.

rocchetto coll’amitto (se ne ha il privilegio) o la cot­


ta ed il piviale, senza stola, e dove vi è consuetu­
dine, invece della cotta può usare amitto e camice (1).

166. Uffici del prete assistente.

Gli uffici Idei Prete assistente sono enumerati dal


De H erdt; 1. Segna al Celebrante il1principio delle
cose che si devono leggere dal Messale, usando la
mano che è più lontana da lui, colle dita stese ed
unite o col solo indice, e suggerisce quello che oc­
corre al Celebrante. 2. Sta ordinariamente al libro,
e volta i fogli. 3. Risponde al Celebrante. 4. Ogni
volta che passa da un lato all’altro dell’altare fa la
stessa riverenza che fa il Diacono. 5. Genuflette, si
inchina e si segna sempre insieme al Celebrante, an­
zi precedendolo alquanto.
Alla domanda: «Utrum hic Presbyter assistens se
gerere possit morei Presbyteri assistentis Episcopo so•
lemniter celebranti, prout tradunt Bauldry aliique
veteres riibricistae; an vero debeat assistere dumtaxat
ad librum, prout absque pluviali et cum superpelli-
ceo tantum rubricae Missalis permittunt in ritu ce*
lebrat. Miss. Tit. V II, n. 11 et V II n. 8» si rispose
dalla S. C. R. dei R iti: «Negative ad primam partem;
ad secundam partem, ubi sit consuetudo immemorar
bilis posse pluviali assistere» (2). 12

(1) S. C. R. 30 giugno 18-83 n.35S0. I.


(2) S. C. R. 1 dic. 1882 n. 3594. I.
Il Prete assiste in piviale 321

167. Cerimonie che deve compiere nella Messa.


Le cerimonie che deve compiere nella Messa so­
lenne il Prete assistente, sono descritte dal Mastro
apostol. delle sacre cerimonie Baldassare B ac inetti
che riferisce l’uso romano che serve di regola in pro­
posito : qui si riferiscono con quelle mutazioni peral­
tro che sono rese necessarie dalle posteriori decisioni
della S. C. dei Riti.
a) Il Sacerdote assistente al Canonico che celebra
la Messa solenne, procuri di scorrere tutte le cose
che il Celebrante deve leggere o cantare dal Messale,
appostando i segnacoli. Insieme col Celebrante ed i
sacri Ministri esce dalla sacrestia, vestito collai cotta,
berretta e piviale (se non vi è aspersione), alla si­
nistra del1 Celebrante (1). AI principio della Messa
sta alla destra del, Celebrante e risponde coi Ministri.
b) Quando il Celebrante ed i sacri Ministri ascen­
dono l’altare, egli va allo sgabello che deve essere
in piano nel presbiterio, dal lato dell’Epistola od an­
che accanto al bancone ove siede il Celebrante coi
Ministri, ma egli deve sedere sul banco separato e
distinto da quello degli altri; mentre si fa l’incensa­
zione, sta colle mani giunte rivolto all’altare.
c) Portatosi il libro da un accolito sull’altare, egli
ascende tosto Fai tare, dal lato dell’Epistola, e postosi
alla destra del Celebrante gli segna FIntroito da leg­
gere. Finito il Kyrie eleison colloca, se è duopo, il
leggìo col Messale nel mezzo dell’altare, onde il C.e-

(1 ) ,S. C. R . 15 a p r a * 1 8 9 9 n . 4 0 1 8 . I I .
322 Art. IV.

lebrante possa intonar© il Gloria in excelsis Deo.


Quindi si ritira da lato dell’Epistola per cedere il
luogo al Diacono ; quando il Celebrante coi Ministri
discendono per andare ai sedili, ricolloca, fil libro dal
lato dell’Epistola.
d) Quindi va al suo sgabello, e siede coprendosi
colila berretta, scoprendosi però quando si scoprono d i
altri ai Versetti, che esigono riverenza.
e) Alla fine dell’Inno, all sorgere del Celebrante,
si alza egli pure e ascende all’altare e, collocatosi
alla destra del' Celebrante, gli segna le Orazioni da
cantare, l’Epistola, il Graduale ecc. rispondendo Deo
gratias in fine dell’Epistola. Poi si volta alquanto per
ceder luogo a baciar la mano al Celebrante, trasporta­
re il Messale dal lato del Vangelo.
/) Mentre il Celebrante recita il Munda cor meum,
passa col Suddiacono che porta il Messale alla par­
te del Vangelo e facendo inchino alla croce si mette
alla sinistra del Suddiacono a cui spetta segnare il
principio del Vangelo e dare le debite risposte. Quan­
do il Suddiacono discende in piano, ili Prete assisten­
te si mette alla sinistra del Celebrante ed intanto
prepara il Messale per l’intonazione del Credo e quan­
do il1Diacono'discende per cantare il Vangelo, pone,
se occorre, il libro in mezzo delimitare. Quindi discen­
de in piano, dal lato del Vangelo, e volgendosi al
popolo, colle mani giunte, vi sta fino alla fine del
canto del Vangelo.
g) Mentre il Diacono incensa il Celebrante, il Pre­
Il Prete assiste in piviale 323

te assistente ascende alla sinistra vicino al Messale,


quindi appena intonato ili Credo £Ì ritrae dal lato del
Vangelo per lasciare luogo al Suddiacono, che viene
sul soppedaneo, alla sinistra del Celebrante, per la
recita del Credo. Genuflette egli pure cogli altri al
versetto E t incarnatus est, in suo luogo.
Quindi, colle debite riverenze, segue i sacri Mini*
stri nell’andata ai sedili e quando il Celebrante è
seduto, siede egli stesso sul suo sgabello, facendo le
debite riverenze e scoprendosi il capo alle parole che
richiedono inchino. Quando il Diacono si alza per
portare la borsa sull’altare, egli non si muove dal
6U0 posto.
h) Sulla fine del canto del Credo, quando si alza
il Celebrante, s’alza egli pure e segue i Ministri al-
Paltare, salendo colle debite riverenze, al soppeda­
neo si mette alla sinistra del Celebrante per segnar­
gli l’0//ertor£o. Qui si ferma fino al principio dell’in­
censazione dell’oblata, quindi rimuove il leggio col
Messale dall’altare, discende in piano dal lato del
Vangelo, e finita l’incensazione dell’altare, riporta il
leggìo col Messale al suo posto, vicino al corporale.
i) A 6uo tempo indica ali Celebrante le Secrete ed
il: Prefazio da cantarsi Al cenno del Cerimoniere si
volge alla sinistra verso il lato del Vangelo, per rice­
vere l’incensazione dal Diacono.
h) Sulla fine del Prefazio si ritira alquanto per far
posto al Suddiacono, che viene alla sinistra del Cele­
brante per la recita del Sanctus; quindi, partito il
Suddiacono, ritorna al suo posto, per assistere il Ce­
lebrante durante il Canone.
324 Art. IV.

l) Poco prima della Consacrazione, al genuflette-


re del Diacono, egli stesso genuflette sul soppedaneo,
dal lato del Vangelo, e vi sta inchinato alla duplice
elevazione. Dopo la elevazione del Calice, sorge, va
alla sinistra del Celebrante, e, fatta genuflessione,
lo assiste nel proseguimento del' Canone, genufletten­
do con lui, ove occorre.
m) Dopo il Pax Domini si volge alla destra per
cedere il posto al Suddiacono che sale per la recita
deir Agnus Dei. Partito il Suddiacono, ritorna al suo
posto.
n) A suo tempo sale alla destra del Celebrante e
riceve da lui la pace. Quindi discende in piano, la
dà al Diacono (1), poi ascende alla sinistra del Ce­
lebrante, alquanto dal lato del Vangelo, per lasciare
posto al Diacono, e s’inchina alla Comunione. Fatta
la purificazione, segue il Diacono che trasferisce il
libro dal lato dell’Epistola, con lui facendo la debita
riverenza e si mette alla destra per indicare al Ce­
lebrante il Postcommunio e le Orazioni.
o) Se nella Messa si fa la Comunione dopo che il
Celebrante ha assunto le SS. Specie il Prete assistente
discende in piano rivolto verso il lato dell’Epistola
e vi sta fino alla fine della Comunione. Se egli stes­
so si comunica genuflette sul gradino del soppeda­
neo dall lato dell’Epistola, e riceve la Comunione pri-1

(1) Riguardo a questo punto la S- C. R. vuole che quando


assiste il Vescovo, 9i osservi, il disposto del Caerem. dei Vescovi,
14 aprile 1885 n. 3631. II.
Il Prete assiste in piviale 325

ma dei sacri Ministri e degli altri1che sono presenti,


non parati, e quindi ritorna dal lato del Vangelo.
p}‘ Finito il canto delle Orazioni, chiude il libro
se non lo si deve riportare dal lato del Vangelo,
nel 'quale caso segue il Suddiacono che lo trasferisce.
Alla Benedizione del Celebrante genuflette sulFinfi-
mo gradino dal lato dell’Epistola, quindi ritorna, stan­
do alla sinistra del Celebrante, alla sacrestia,, ove de­
pone il piviale e la cotta.
CAPO III

Delle Messe votive in generale.

Messa votiva solenne prò re gravi et publica causa.

168. Cosa s'intende per Messa votiva - Come si


distinguono le Messe votive.
La Messa votiva è così chiamata dal voto di chi la
celebra, di chi la ^domanda o della Chiesa in speda*
li circostanze.
Si distinguono in solenni e private : le prime sono
quelle che non solamente hanno la solennità ester­
na dei Ministri sacri, del canto, del suono ecc., ma
che si celebrano in alcune circostanze per causa pub­
blica e grave ; le private sono quelle che si ponno ce­
lebrare per divozione di persone private od anche
del Celebrante solamente,! ma quando sono permesse
dalle rubriche. Queste Messe private votive si pon­
no anche solennizzare ossia circondare delle esterne
solennità, ma non assumono il rito della Messa votiva
solenne propriamente detta, se non occorrono tutte
le circostanze nelle quali questa è permessa.

169. Requisiti per poter celebrare una Messa


votiva.
Tre cose si richiedono per poter celebrare una
Messa votiva qualsiasi, cioè:
1. Che vi sia una causa;
2. Che la Messa si possa celebrare more votivo;
Delle Messe votive in generale 327

2. Che il giorno in cui la si vuol celebrare, ossia


la Festa, il Tempo dell’anno liturgico,, lo permetta.

170. Causa per cui si può celebrare una Messa


votiva.
La causa per cui si può celebrare una Messa vo­
tiva, può essere privata o pubblica. Causa privata è
quella che riguarda u n a o più persone private come
individuo, una o più famiglie, ovvero la stessa per­
sona del Celebrante. Causa pubblica è quella che si
riferisce al pubblico, come tale, e sarebbe quella che
interessa una comunità, una popolazione, una per­
sona pubblica.
La causa pubblica può essere leggera o grave e si
deve giudicare secondo la comuné estimazione.

171. Quali Messe si ponno celebrare in modo


votivo.
Si possono celebrare in modo votivo:
1. Le Messe votive che si trovano in fine del Mes­
sale;
2. Le Messe proprie dei Santi che si trovano nel
Messale ;
3. Le Messe i cui formulari si trovano nel Commu­
ne Sanctorum;
4. Le Messe dei Santi notati nel Martirologio Ro­
mano (1) o Diocesano.

(1) S. C. R. 11 luglio 1643 n. 843. 2.


328 Capo HI.

Non si ponno celebrare in modo votivo :


a) Le Messe delle Ferie e delle Domeniche;
b ) Le Messe dei Misteri, come quelle del Natale,
di Pasqua ecc., eccetto quella della SS. Trinità,
quella dello Spirito Santo e del SS. Sacramento, di
cui si hanno i formulari fra le Messe votive in fine
del Messale;
c) ! Le Messe dei Beati, se non si ha uno special
indulto della S. Sede (1).
Nei casi speciali poi fra le Messe della B. V , non
si ponno celebrare in modo votivo: la«S. Messa del­
la festa delPAssunzione, della Purificazione, dell’A n­
nunciazione, della B. V. del Carmine, del S. Rosa­
rio (2), del Buon Consiglio, di M. Ausiliatrice, del­
la Purità, ecc. (3).
Per la Messa di San Pietro Apostolo si legge quel­
la della Cattedra di questo Santo, e per quella di S.
Paolo quella della sua Conversione. — Per tutti gli
Apostoli si assume la Messa votiva in fine del Messa­
le inter votivas coll’Orazione delta Festa dei SS. Si-
mone e Giuda (28 ottobre) omettendo i nomi. —
Per la votiva degli strumenti della Passione si legge
la propria a suo luogo mutatis mutandis secondo i di­
versi tempi. Per la votiva pro gratiarum actione si può
celebrare la Messa votiva della SS. Trinità o dello
Spirito Santo, anche della B. V. aggiungendo le 0 - 1

(1) S. C. R. 13 giugno 1626 n. 1568. I.


(2) S. G R. 2 luglio 1896 n. 3924. IT.
(3) S. C. R- 23 febbraio 1884 n. 3605 V. Vedi Capo seguente
al n. 3;
Delle Messe votive in generale 329

razioni,che si trovano nel Messale dopo la Messa vo­


tiva della SS. Trinità, Se si celebra per qualche ne­
cessità, si dice quella pro quacumque necessitate, ag­
giungendo, sub unica conclusione, la colletta parti­
colare (1), se si volesse celebrare una Messa ad pe­
tendam pluviam, sii dice la S. Messa pro quacumque
necessitate, aggiungendo all’Orazione di questa Mes­
sa quella ad petendam pluviam, sub unica conclu­
sione (nella Messa solenne).

172. Quando si può celebrare la Messa votiv


solenne prò re g r a v i et p u b lica causa .
Il terzo requisito per celebrare una Messa votiva
è che il giorno o la festa lo permetta.
Ora quanto p iù la causa o motivo per cui si cele­
bra la votiva è grave, tanto più estesa è la facoltà di
celebrare tale Messa. Per celebrare adunque una Mes­
sa votiva solenne prò re gravi si richiede una causa
grave come si è detto et simili pubblica e concorso
di popolo e consenso del Vescovo.
A Causa grave sarebbe :
a) Il recarsi del Vescovo col' clero e popolo ad una
Chiesa per ottenere una grazia pubblica o fare un
pubblico ringraziamento di una grazia ottenuta (3).
b) Quando, senza tali supplicazioni, si. tratta di
domandare a Dio una grazia che riguarda il pubbli- 1

(1) S. C. R. 23 febbraio 1884 n. 3605. IV.


(2) S. C. R. 19 maggio 1607 n. 235. 12.
(3) S. 'C. R. Decr. rlt.
330 Capo IJI.

co ; come : la pace, lai pioggia, la serenità, allontana­


re un morbo grave ecc. (1).
c) Per implorare la sanità di una persona pubbli­
ca ; come : il Papa, il Vescovo, il Principe ecc.
La gravità della causa deve essere giudicata dal
Vescovo ed è necessario che se ne abbia la licenza
ogni volta (2).
B Non si tiene causa grave per cantare la Messa
votiva solenne : la vestizione d’una monaca o un con­
corso qualsiasi di popolo, una novena, una esposi­
zione del SS. Sacramento sia pure perpetua (eccetto
che per le SS. Quarant’ore, di cui si parlerà più a-
vanti), la prima Messa d’un Novello Sacerdote o quel­
la del così detto giubileo Sacerdotale.
Posti adunque i requisiti sopra detti, la Messa vo­
tiva solenne si può celebrare in ogni giorno eccetto :
1. Le Domeniche di I.a Classe.
2. Le vigilie di Natale e Pentecoste e le Ferie pri­
vilegiate.
3. Le'feste di rito doppio di I.a Classe.
4. Quando urge la celebrazione della Conventuale
e non c’è che un solo Sacerdote.
5. Quando c’è un solo Sacerdote nella festa della
Purificazione (se si fa la benedizione delle candele)
e nei giorni delle rogazioni (se sì fa la processione).
Però in tutti questi casi (eccettuate le 8 feste pri­
marie del Signore e il triduo Mortis) si può aggiunge-1

(1) S. C. R. 30 giugno 1806 n. 3922. L


(2) S- C. R- 18 maggio 1883 n. 3575. IX.
Delle Messe votive in generale 331

re all’Orazione della Messa del giorno quella della


votiva sub Unica conclusione (1).
E* vietata ancora la Messa votiva solenne :
a) Nel giorno della Commemorazione dei Defunti ;
b) nei giorni in cui si fa l’Ufficiatura* la Comme­
morazione, la vigilia o un infra Octavam dello «tesso
soggetto di cui si dovrebbe celebrare la votiva. In
questi casi si canta la Messa conveniente all'Ufficio
o alla commemorazione, o a lla vigilia o all’ottava del
soggetto e non la votiva.

173. Come si celebra.


Circa il modo di celebrare si noti:
1. Il colore dei paramenti è quello che conviene
alla Festa quando occorre, eccetto, la' Messa votiva
dei SS. Innocenti che si celebra in color rosso (2).
— Delle Messe votive che si trovano in fine del Mes­
sale, si celebrano:
a) in color bianco quelle: della SS. Trinità, del
SS. Sacramento, di Maria SS., degli Angeli, nell’an­
niversario dell’Elezione e Consacrazione del Vesco*
vo, delFElezione e Consacrazione del Sommo Ponte­
fice;
b) in cotor rosso le Messe: prò eligendo Summo
Pontefice, degli Apostoli, dello Spirito Santo, della
Passione e della Croce;
c) in color violaceo tutte le altre votive da quella 1

(1) l-rbr. Miss. ref. Tit. II. 3.


(2) S. C. R. 13 agosto 1667 n. 1537. 3.
332 Capo III.

ad tollendum schisma fino all’ultima prò iter agenti-


bus, e quella pro fidei propagatione (1).
2. L’introito Gaudeamus, che solo conviene ad al>
cune Feste della B. V. e dei Santi, 6Ì deve cambiare
con quellb del rispettivo Comune.
3. Si dice sempre il' Gloria ed il Credo, eccetto nel­
le Messe in paramenti violacei, nelle quali si omette
sempre il Gloria (2).
4. La Messai votiva si deve desumere da quelle che
come tali sonoi designate dal Messale «Quod si occur­
rente aliqua gravi necessitate, Missa specialis in Mis­
sali deficiat dicatur Missa pro quacunque necessitate
et huic Orationi sub unica conclusione9 superaddatur
Collecta, si quae sit, necessitati relative propria» (3).
5. In Missis votivis solemnibus pro re gravi unica
dicenda est oratio (4).
Però si fa sempre commemorazione:
а) del doppio di 2. a Classe.
б) nello stesso giorno della Dedicazione della chie­
sa, anche del doppio di l.a Classe.
c) di qualsiasi Domenica.
d) di qualsiasi festa del Signore.
e) della feria maggiore e delle rogazioni.
/) delle vigilie e ottave privilegiate.
Durante il canto dell’Orazione si genuflette dal co-1

(1) S. C. R. 14 die. 1904 n. 4146.


(2) S. C R. 36 giugno 1896 n. 3922 II. 3.
(3) S. C. R. Decr. citato 3.
(4) S. C. R. Decr. cit. 3-
Delle Messe votive in generale 333

ro ogni volta che si celebri in paramenti violacei, in


cui non si dice il Gloria.
6. Nell’Orazione si omettono le parole hódie, annua
natalitia, solemnitas, fastivìtas e si sostituiscono le al­
tre commemoratio, memoria etc. (1).
7. Il Gruduale e il Tratto si dicono o non si di­
cono secondo il Tempo; la Sequenza si omette sem­
pre (2).
8. Il Prefazio si dice secondo la Rubrica del Mes­
sale «ita qìiidem infra quameumque octavam etiam
priifilegiatam, Praefatio dicatur Missae votivae propria
si habeatur, cum'Communicantes de Octava. Oie ve­
ro Dominica, Praefatio si Missa votiva propriam non
habeat, dicatur, de Dominica, non de festo. Item Prae­
fatio dicenda est in cantu solemni et Organa pulsari
possunt» (3).
9. II Communicantes e Hanc igitur fra le Ottave
della Festa che hanno questa parte propria, 6Ì dico­
no anche nelle Messe votive celebrate fra le stesse
Ottave (4). '
10. Si dice Ite Missa est se si è cantato il Gloria,
altrimenti si dice il Benedicamus Domino.
11. L’ultimo Vangelo è sempre quello di S. Gio­
vanni (5). 1

(1) S. C. R. 22 die. die- 1753 n. 2427. 2; 16 settembre 1865


n. 3138.
(2) S. C. R. 16 settembre 1673 n. 1490. 2.
(3) C. R. 30 giugno 189 n. 3932. II. 3 (per Forgiano vedi S.
C. R. 19 maggio 1607 n. 235. 12).
(4) S. C- R. Decreto cit. e 16 giugno 1663 n. 265 3.
(5) S. C. R. 13 gennaio 1663 n. 1597. 2; Rubr. Tir. XII 2
in fine.
334 Capo Hi.

12. Circa l’ora la Messa votiva prò re gravi et cum


concursu populi si deve cantare dopo Nona (1) (do­
ve però vi è obbligo del coro).

(1) S. C. R- 12 maggio 1905 n- 4157. 1.


CAPO IV

Messe votive solenni


Pro re non gravi e causa non publica.
Votive della Beata Vergine Maria

174. Quando si ponno celebrare le Messe votive


prò re n o n g r a v i e p rò causa n o n p u b lic a .
Nella nuova collezione dei decreti della S. C, dei
Riti si hanno norme speciali per le Messe votive
prò re non gravi e causa non pubblica. In con-
formità a quelle norme, tali Messe si ponno ce­
lebrare in tutti i giorni liberi da Officio di rito dop­
pio, da Domenica qualunque} anche anticipata o ri­
posta quanto all’Ufficio, da Feria, Vigilia od Ot­
tave privilegiate (1).

175. Come si celebrano.


Tali Messe, votive, nelle chiese ove vi è il Coro,
si celebrano dopo nona, giusta le Rubriche.
Nelle chiese conventuali non si deve omettere la
Messa conventuale e allora nella Messa votiva non
si fa Commemorazione della Festa. — Nelle altre
chiese se non si è prima celebrata altra Messa,
nella votiva si fa la Commemorazione delle Feste oc-1

(1) Rubr. Miss. ref. Tit. II. 10.


336 Capo IV.

correnti (1). — Nei semidoppi non si possono ag­


giungere altre Orazioni ad libitum (2).
Il Gloria ed il Creda; si omettono sempre; ciò che
si osserva anche se si canta la votiva nei giorni
di una novena od Ottava.
Nella votiva della} Passione, che in alcuni luoghi
si celebra nella feria VI, per l’anno si usa il color
/violaceo, non si suona l’organo.
Le votive per fondazione o legato seguono le stesse
norme delle altre, e non si ponno cantare nei doppi
e nelle Domeniche, e in giorni che escludono an­
che le feste doppie.
Quindi si stabilisce che non si accettino se non da
celebrarsi in quei giorni in cui sono permesse dalle
Rubriche (3).

176. Quali Messe della B. V. Maria si posson


celebrare come votive.
La Messa votiva della B. V. tanto solenne che
privata, dev’essere una delle votive di B. V. poste
in fine del Messale secondo i tempi o altra ap­
provata, come quella della Immacolata Gaudens gau•
debo, e dei Sette Dolori. Le Messe delle Feste del­
la B. V. non si celebrano se non nei giorni in
cui occorrono tali Feste e per l’Ottava.
Nelle feste però della B. V. e durante l’ottava si1

(1) S. C. R. Decr. cit. 2.


(2) iS. a R. Decr. cit. 2.
(3) S. C. R. 30 giugno 1896 n. 3922. PV.
Messe votive solenni 337

celebra la Messa della Festa, non come votiva ma


come festiva, e se non si fa più l’ottava col Gloria
senza il Credo (1). Così dicasi delle Vigilie, almeno
commemorate, delle feste della B. V. (2).
Se per indulto si recita Ufficio votivo della B. V.,
si celebra la Messa votiva che corrisponde all’U f­
ficio.

177. Messa votiva della B. V. nei sabbati - Co-


me si celebra.
Nelle Messe votive della B. V. che si celebrano nei
sabbati fra l’anno e in quelli di Avvento, si dice il
Gloria in excelsis, anche se non si fa Ufficio de ea;
fuori del sabbato poi non si dice, se non fra le Ot­
tave della B. V. Chi per indulto dice la votiva della
B. V. solamente al sabbato recita il Gloria.
Si dicono almeno tre Orazioni giusta la Rubrica
(3) anche se tali Messe siano cantate. Non si dice
il Credo.
Si adopera il color bianco, non il ceruleo, se non
per privilegio.

178. Come si celebrano le votive della B. V.


extra sabbatum .
Fuori dell Sabbato le Messe votive della B. V. si
celebrano sempre senza Gloria e senza Credo e con1

(1) S. C. R. 7 giugno 1914. L.


(2) S. C. R. 30 giugno 1896 n. 3922. 2; 17 giugno 1912.
(3) Qfr. più sopra pag. 106.
338 Cap.o IV.

tre Orazioni* eccetto che si abbia speciale indulto.


Si usa il color bianco.
La Messa Rorate che in alcune chiese, per privi­
legio, si celebra ogni giorno in Avvento, non si può
celebrare in Domenica nè nelle Feste di rito dop­
pio, h è con unica orazione e con Gloria e Credo,
ma deve sottostare alle leggi generali sopra enume­
rate. Nelle chiese conventuali, quando si celebra
questa Messa, non si deve omettere la conventuale,
e nelle Chiese minori non si deve omettere la Messa
della Festa occorrente per precetto (1).

(1) s. G R. 30 giugno 1806 n. 3922. V.


ca po v

Altre Messe votive solenni

179. In quale Chiesa si deve celebrare la Mes


della Elezione e Consacrazione del Vescovo e del­
l'Elezione e Coronazione del Sommo Pontefice - Quan­
do è vietato - Come si celebra.

Quando si parla di Messa votiva per l’Elezione e


Consacrazione del Vescovo, s’intende del Vescovo
ordinario in una Diocesi e non di un Vescovo nul­
lius (1) o di un Abate solennemente benedetto (2).
Negli anniversari dell’elezione e coronazione del
Sommo Pontefice in ogni Messa, secondo le norme
che si indicheranno più sotto, si aggiunge l’Orazione
pel Papa. — La Messa votiva segnata per questi an­
niversari non si può celebrare in modo privato.
Negli anniversari poi della Elezione o della Tra­
slazione e Consacrazione det Vescovo, nelle Chiese
Cattedrali e Collegiate della Diocesi, oltre alla
Messa del giorno, se vi è mandato del Vescovo, si
canta in coro anche la Messa dello stesso anniversa­
rio; purché non occorra un Officio che impedisca
le Sante Messe votive prò re gravi, nel qual
caso dell’anniversario si fa soltanto Commemora­
zione come si è detto per le Messe votive. Ma in tut- 1

(1) S. G R. 27 giugno 1889 n. 3711. H


(2) S. C. R. 10 gennaio 1890 n. 3720.
340 Capo V.

te le chiese anche dei Regolari, in tutte le Messe,


eccetto in quelle dei defunti, in ultimo luogo dopo: le
Orazioni prescritte dalle Rubriche si aggiunge la
Orazione del Vescovo.
Che se tali anniversari del Papa per tutta la Chiesa
e del Vescovo per tutta la rispettiva Diocesi sono im­
pediti in perpetuo da un Doppio di I classe, dalia
Vigilia del S. Natale, dalla Commemorazione di tutti
i fedeli Defunti, si devono riporre in perpetuo nel
giorno più prossimo libero. E così si ripone l’anni­
versario del Vescovo nel giorno libero più prossimo
se in quel giorno occorre l’anniversario del Sommo
Pontefice (1).
La Messa che si celebra nell’Anniversario della
Creazione o Coronazione del Papa, che è pu r quella
che si celebra nello stesso giorno in cui avviene la
elezione e coronazione è quella che si trova nel Mes­
sale dopo le Messe Votive e prima di quella degli
Sposi.
Per l’Anniversario della Elezione e Consacrazione
del Vescovo o sua traslazione si celebra la Messa
propria tra le Votive che precede immediatamente
quella degli Sposi, omettendo la colletta prò Papa
che è identica a quella della Messa.
Nelle Messe lette, quando sì dice la Orazione del­
l’Anniversario della Creazione e Coronazione del
Papa o quella della consacrazione o traslazione del
Vescovo si omette la Orazione pel Papa ove essa è
comandata (1).
(1) Rubr. Miss. ref. T il IL 4-6.
(2) S. C. R. S marzo 1870 n. 3213u L
Altre Messe votive solenni 341

180. Messe votive per le SS. Quarantore.


Nella solenne esposizione del SS. Sacramento per
le QuarantW e sono permesse :a lcune Messe votive
solenni, considerate quasi come prò re gravi (ove vige
interamente Vistruzione clementina per questa fu n -
zione)9 cioè nel primo giorno la Messa votiva del
SS. Sacramento, che va unita alla solenne esposizio­
ne; nel secondo giorno quella prò pace o per altra
necessità, ad arbitrio del Vescovo; nel terzo giorno
ancora la votiva del SS. Sacramento.
Una Istruzione della S. C. dei Riti del 28 aprile
1927 dichiara per queste Messe:
1. La Messa votiva solenne del SS. Sacramento o
prò pace si permette in quei giorni, in cui 6i può ce­
lebrare la Messa Votiva solenne prò re gravi et pu­
blica simul causa, secondo le nuove Rubriche del
Messale Romano Tit. IL 3. Nei giorni in cui tale Mes­
sa è vietata* nella Messa solenne del giorno corrente,
sotto unica conclusione colla prima Orazione si ag­
giunge la Commemorazione della Messa votiva impe­
dita, ma rOrazione del SS. Sacramento* per identità
del mistero, si omette nelle feste della Passione, del­
la Croce, del SS. Redentore, del SS. Cuore di Gesù
e del Preziosissimo Sangue, secondo il Decreto n.
3924 ad IV, del 3 luglio 1896 (1).
2. Nella medesima Messa votiva del SS. Sacra­
mento, o prò Pace, nonché nella Messa solenne che1

(1) Si canta il Credo — il Prefazio del Natale come se non c’è


proprio e si legge l’ultimo Vangelo del SS'. Sacramento.
342 Capo 'V.

tien luogo di quella Messa votiva impedita, si fanno


soltanto quelle Commemorazioni che sono prescrit­
te nella Messa votiva solenne prò re gravi et publica
simili causa, secondo le nuove Rubriche lib. II n. 3
e lib. V n. 3 e 4.
3. Nella Messa votiva solenne prò Pace e nelle
Messe private che si celebrano nel triduo dell’espo­
sizione solenne, si aggiunga Ila Colletta del SS. Sa­
cramento, anche se occorrono le feste più solenni
della Chiesa universale, ma non mai sotto unica con­
clusione colla Orazione della Messa votiva, bensì
dopo le Orazioni prescritte dalle R ubriche; questa
Colletta poi si omette 6e la Messa od una commemo­
razione che occorre fare nella Messa sia dell’identico
Mistero del Signore, e nelle Messe che si celebrano
nel giorno della Commemorazione di tutti i fedeli
defunti (1).
4. Nella Messa votiva solenne prò Pace, anche se
si celebra fuori di Domenica, si aggiunga il Simbolo,
secondo le nuove Rubriche lib. V II n. 3 e Decreto
n. 3922 lib. II § 3, del 30 giugno 1896.

181. Messa da trasferirsi.


Se la Festa del Patrono principale, del Titolare
o della Dedicazione della propria chiesa, del Titola­
re, o Santo Fondatore dell’Ordine o Congregazione,
per accidens è impedita, è permessa di questa Festa1

(1) 'Che si celebrano in colore violaceo e mai all’altare del»


l’Esposizione.
Altre Messe votive solenni 343

una Messa in canto, o la Commemorazione nella Mes­


sa cantata del giorno corrente, quantunque conven­
tuale, secondo quello che si è detto delle Messe vo­
tive solenni. Ciò ancora si osserva nelle Chiese ove
vi è concorso di popolo* di cui è giudice l’Ordinario,
e si celebra una Festa che si deve trasferire o com­
memorare od omettere sia essa d’un Mistero, d’un
Santo o Beato di cui si fa menzione nel Martirologio
o nella sua appendice approvota per le rispettive
Chiese. Questa Messa si' deve dire colle Commemora­
zioni che corrispondono ai Doppi di I o di II classe
se tale Santo è iscritto nel Calendario sotto questo
rito altrimenti con tutte le Commemorazioni che con­
vengono ai Doppi maggiori o minori, secondo le R u­
briche (1).
182. Messa della solennità esterna trasferita
Domenica - Delle feste già fissate in Domenica e ora
al giorno fisso del mese.
1. Nelle Domeniche minori fra l’anno, nelle Chie­
se ed Oratori pubblici o semipubblici, in cui si ri­
pone la solennità esterna della Festa del Patrono
principale, del Titolare o Dedicazione della propria
Chiesa, o del Santo fondatore di un Ordine o Con­
gregazione che occorre in un giorno della settimana
precedente, si può cantare la Messa della solennità
trasferita e di essa si può anche leggere una Messa,
se non occorre un Doppio di I classe (2). Che se la
solennità esterna si deve trasferire in una Domenica1

(1) Rubr. Miss. ref. T it IV n. 1-2.


(2) O il 2 febbraio o il 25 aprile con le relative funzioni.
344 Capo V.

maggiore od in una Domenica" impedita come sopra,


è proibita la Messa della solennità esterna, ma nella
Messa cantata dei giorno corrente, anche se è con­
ventuale, ed in altra letta, si fa Commemorazione
della solennità esterna secondo le norme date per le
Messe votive (1). Si agitur de identico Mysterio D.
non si commemora le festa trasferita.
2. Colla riforma del Breviario e del Messale, ven­
nero tolte parecchie feste che erano assegnate ad
una domenica e vennero fissate ad un giorno del
mese. Riguardo alla domenica cui erano annesse, que­
ste si ritenga quanto segue:
a) Delle feste di I Classe e della Madonna del Ro­
sario si permettono alla Domenica tutte le Messe,
tranne la conventuale.
b) Delle feste di II classe si permette alla Dome­
nica una sola Messa letta o cantata.
c) Se nella Domenica la festa è impedita da una
Domenica Maggiore o da una festa di I Classe più
nobile, nella Messa cantata si dice POrazione della
festa impedita, sub unica conclusione con quella del­
la Messa che si canta.
d) Ma nelle feste Primarie del Signore non si fa
nessuna commemorazione della festa impedita.

183. Messe votive concesse nell’anno della Be


tificazione o Canonizzazione dei Santi.
Durante Panno della Beatificazione o Canonizza­
zione dei Santi si concede dalla S. Sede che si cele-1

(1) Rubr. Miss. ref. Tit. IV. 3.


Altre Messe votive solenni 345

brino tridui e ottavari in onore di essi colla celebra­


zione della Messa in loro onore con Gloria e Credo
e il Vangelo di S. Giovanni in fine, se non occorre
una domenica o vigilia, o feria di cui si fa Com­
memorazione nella Messa, nel qual caso si legge il
loro rispettivo Vangelo in fine.
Con istruzione speciale la S. C, dei Riti in data
22 Maggio 1912 regola tale concessione.
CAPO VI

Messe solenni e cantate da requie

184. Apparato dell’altare.


Per le Messe solenni o semplicemente cantate de
requie l’altare dev’essere parato senza fiori e Reli­
quie' o busti di Santi anche se non portano Reliquie :
per terra non si 6tende il tappeto se non di colore
oscuro. La tovaglia non può avere il fondo nero. Il
pallio nero non si può. adoperare se non quando nel
tabernacolo non si conserva il SS. Sacramento.

185. Varie specie di Messe da requie.


Sono sei le varie specie di Messe per i defunti. Le
prime tre si dicono nel giorno dei morti.! La quarta
è la Messa esequiale che, con le orazioni cambiate,
serve anche in die tértia, septima et trigesima. La
quinta è per gli anniversari; la sesta è la quotidiana.
Per il Papa, i Vescovi e i Sacerdoti in die obitus,
tertia, trigesima e anniversaria si dice sempre la pri­
ma.

186. Messa esequiale - Quale sia - Quando


vietata - Osservazioni.
Chiamasi Messa esequiale, quella che si celebra pre­
sente il cadavere, nel giorno stesso in cui si fanno
le esequie, ovvero, se per speciali circostanze il ca­
davere non può essere presente, quella che si cele-
Messe solenni e cantate da requie 347

bra in uno dei giorni da quello della morte a quello


della sepoltura o nei due giorni successivi.
La Messa esequiale è vietata : a) nelle Feste solenni
di rito doppio di prima classe, tanto' della Chiesa u~
riversale quanto delle particolari, eccetto le ferie
2 e 3 dopo Pasqua e Pentecoste, nei tre ultimi
giorni della Settimana Santa, nell’anniversario della
Dedicazione della chiesa, nella Festaf del Titolare e
del Patrono della Diocesi,! o nella domenica in cui è
trasferita la solennità esterna (1).
b) Nelle chiese ove sia solennemente esposto il
SS. Sacramento.
c) Nella vigilia di Pentecoste, il 2 Febr. nelle ferie
delle Rogazioni, nella Feria IV delle Ceneri ed in
tutte le Domeniche o Feste di precetto e in quelle
soppresse, se non vi è un’altra Messa, perchè in esse
non si può omettere la Messa parrochiale o conven­
tuale (2).
d) Nel giorno della Commemorazione di tutti i
fedeli defunti, invece della Messa in die obitus si
dice la I.a Messa, e se questa fosse già celebrata,
si dice la seconda o la terza delle Messe assegnate
in quel giorno, e si aggiunge, sotto unica conclusio­
ne, YOrazione prò defuncto (3).
«Quod si ex civili vetito9 aut morbo contagioso aut
alia gravi causa, cadaver in ecclesia praesens esse ne-1

(1) Rubr. M5s9. ref. HI. 4.


(2) Ibid.
(3) S. C R. 2 die. 1891 n. 37S3; 5 luglio 1901 n. 4060. IL —
Rubr. Mìs9- ref. Tit. DI. . 4.
348 Capo VI.

queat imo etsi jam terrae mandatum fuerit, praefata


Missa (exequicdis) celebrari quoque poterit in altero
ex immediate sequentibus, duobus ab obitu diebus,
eodem prorsiis moda ac si cadaver esset praesens» (1).
In fine si stabilisce che tale Messa si può celebrare
una sola volta, dopo la morte, per ciascun defunto
(2) e si potranno celebrare l'ette o cantate altre Mes­
se in altri giorni quando lo permetta il rito, ossia
nei semidoppi ecc., die tertia ecc.
Pei poveri Ila Messa esequiale si può celebrare
anche in afiena ecclesia e presso i Regolari, quan­
tunque nella parrocchiale si faccia funerale senza
Messa (3).
La messa esequiale per un defunto povero, si può
anche leggere (4).
Quando la Messa esequiale è vietata nei giorni de­
correnti dalla morte alla deposizione del defunto
(come quando la morte avvenisse nel triduo della
settimana santa) si può trasferire al primo giorno
non impedito che nel caso citato sarebbe la feria TE
dopo Pasqua (5). Quando si trasferisce ulteriormente
perde il privilegio (6).
Dopo la Messa della deposizione,* fuori def giorno
terzo, settimo, trigesimo, non si può cantare la Mes-123456

(1) S- C. R. 2 dicembre 189*1 n. 3755. II; Cfr. pure 13 febbr.


1892 n. 3767. XXIV: 15 giu. 1900 in u. S. Jacob, de Venezuel HI.
(2) S. C. R. 2 dic. J891 n. 3755. IH; Cfr. n. 2915 ad 11.
(3) id. n. 3494. I.
(4) id. 29 genn, 1898 n. 3977.
(5) Rubr. Miss. Ref. Tit. HI. 4.
(6) S. C. R. 4 nov. 1905.
Messe solenni e cantate da requie 349

sa de die obitus, in rito doppio maggiore, come nel


giorno della morte, con unica Orazione, senza spe­
ciale indulto anche se nella chiesa convengono i con­
sanguinei (1).

187. Messa esequiale al primo ricevere l’annun­


cio della morte.
Se qualcheduno muore lontano dalla propria
parrocchia ed i dolenti vogliono far celebrare in que­
sta la Messa esequiale, tale Messa, una volta e pre­
cisamente nel giorno in cui si1riceve la notizia del­
la morte, o nel seguente si può cantare o leggere.
E’ proibita nei giorni in cui è vietata la Messa in
diein, VII, XXX.
Le Messe de requie che si celebrano per la trasla­
zione d’un cadavere già seppellito, non godono dei
privilegi della Messa esequiale in die obitus se il
funerale si è già fatto nella prima sepoltura; ma
quelli riservati al giorno i n , V n , trigesimo ed an­
niversario (2).

188. Messa nei giorni terzo, settimo, trentesimo,


della morte o deposizione.
Nel giorno 3, 7 e 30 dalla morte o deposizione
di un defunto si può cantare la Messa de requie.
Essa è proibita però ; a) Nei doppi di I e II classe
anche trasferiti; b) nelle Domeniche e nei giorni fe­

ti) S. C. R. 27 febbr. 1847 n. 2939. I.


(2) S. C. R. 6 giugno 1922.
350 Capo VI.

stivi di precetto e nelle' feste soppresse; c) fra le Ot­


tave privilegiate; d) nella Feria IV delle Ceneri e
nelle Ferie della Settimana Santa; e) nelle Vigilie
del Natale, Epifania e Pentecoste; /) durante l’e­
sposizione solenne del SS. Sacramentoi (1 ); g) come
al c) delFesequiale.
1. Quando tali giorni in cui cade il 3, 7 o 30 dal
la morte sono impediti e la Messa in essi è vietata
questa si può trasferire nel giorno seguente od an­
ticipare^ nel precedente libero (ossia non incluso in
uno dei sopra accennanti) purché sia in canto (2).
Tali giorni si ponno computare tanto da quello del­
la morte come da quello della deposizione (3).
La Messa che si celebra è quella in die obitus col­
la Orazione che è in fine mutatis mutandis.

189. Messa nel giorno Anniversario della mor


o della deposizione di un defunto.
Per anniversario s’intende la ricorrenza cbe av­
viene ogni anno dal giorno della morte o della de­
posizione di un defunto.
1. Si dice la ricorrenza che avviene ogni anno ciò
che suppone non il'seguito dei suffragi, ma piutto­
sto la possibilità che si presta ogni anno per com­
pierli. 2. Dal giorno della morte o della deposizio­
ne, perchè si può scegliere indifferentemente il pri- 123

(1) Decr. gen. S. C. R. dicembre 1891 n. 3752. L


(2) Decr. cit III.
(3) Decr. cit. IV.
Messe solenni e cantate da requie 351

mo od il secondo e la Messa gode i medesimi privi­


legi (1). 3. Si dice di un defunto ma ponno essere
anche più defunti, purché almeno di uno sia vero
anniversario* 4. In senso larghissimo per an­
niversario si può intendere un suffragio annuo9
quantunque non proprio nel giorno della morte o
della deposizione specialmente se è fondato extra
diem obitum, 5. La distinzione fatta dai liturgisti
tra gli anniversari fondati come legati, e quelli non
fondati che si fanno celebrare liberamente dagli e-
redi, quanto ai diritti di celebrazione in certi gior­
ni, non ha quasi più ragione di essere e dalle re­
gole si trattano indifferentemente; non si possono
però trasferire senza ragione liturgica, altrimenti
perdono i loro privilegi, e nel giorno nel quale ven­
gono trasferiti non si può cantare Messa de requie
se non è semidoppio, o non si hanno speciali pri­
vilegi.
Ora nel giorno anniversario della morte o della
deposizione si può1celebrare la Messa solenne o can­
tata o lètta in tutti i giorni eccetto quelli sopra no­
tati pel giorno 3, 7 e 30. Quando un anniversario
cade in uno dei detti giorni, si può anticipare o po­
sticipare al primo giorno non impedito.
Per grazia speciale si permette che nel Doppi
minori si possano ancora celebrare gli anniversari,
con Messa cantata de requie, quantunque non siano
propriamente anniversari della morte, ma che 6Ì so­

ci) S. C R. 2 die. 1891 n. 3753.


352 C apo V I.

gliono fare ogni anno, dalle comunità religiose, dai


Collegi di Canonici, dalle Confraternite e dalle al­
tre pie Associazioni pei soci defunti.
Si ponno ancora celebrare con Messa de requie
quegli anniversari che per la pietà dei fedeli si fan­
no celebrare nell’Ottava della Commemorazione dei
fedeli defunti, eccetto sempre i giorni surriferiti
(1), ciò che pare si possa estendere anche alla No­
vena dove si fa questa e non l’Ottava.
Infine si possono celebrare come anniversari, ec­
cetto sempre i giorni suddetti, quelli che sono sta­
biliti in un giorno fisso tanto dagli eredi come dai
testatori, quantunque non siano i giorni della morte.
Le' Messe cantate de requie negli anniversari ex­
tra diem obitus, ovvero negli anniversari che si ce­
lebrano pei defunti di una Associazione, si possono
anche celebrare in giorni a scelta del Celebrante (2).
Si noti ancora circa questo punto: 1. Gli anni­
versari colla Messa cantata de requie si ponno cele­
brare in qualsiasi chiesa, e non sono di diritto par­
rocchiale (3).
2. Quando dal defunto o dagli eredi non è deter­
minato il giorno come anniversario, non si può ce­
lebrare la Messa de requie (4), se non la permettono1234

(1) S -C. R. Decr. gen. 2 die. 1891 n. 3753; Rubr. Miss. ref.
Tit. HI. 7.
(2) S. C. R. 16 giugno 1922. VII.
(3) S. C R. 4 luglio 1683 n. 1714. 4.
(4) S. C. R. 14 luglio 1709 n. 2197.
Messe solenni e cantate da requie 353

le rubriche, si può1,però cantare la Messa solenne de


requie (1).
3. Gli anniversari delia morte dei re, principi,
non si reputano causa grave da permettere la Messa
de requie nei giorni eccettuati (2).
4. Occorrendo due anniversari nel medesimo gior­
no si possono celebrare con due, distinti Uffici e con
le relative Messe ovvero se ne può trasferire uno
(3).
5. Fuori del giorno della morte o deposizione e
del 3, 7 e 30 e anniversario, nei Doppi minori non
si può cantare la Messa de requie senza speciale in­
dulto (4).
6. Le altre Messe che si celebrano oltre quella in
canto non si possono celebrare de requie quando in
quel! giorno le Messe private sono vietate per il rito
dell’Ufficio (5).
7. Quando per legato è richiesta la Messa de re­
quie. bisogna celebrarla come tale e non si può ce­
lebrare altra festiva applicandone i frutti (6). —
Se invece non; è espressamente richiesta, si può,
quando è impedita la Messa de requie, celebrare
quella dell’Ufficio coll’applicazione dei frutti (7).1234567

(1) S. C. R. 5 marzo 1870 n. 3213. 5.


(2) S. C. R. 20 novembre 1677 n. 1605.
(3) S. C* R. 9 luglio 1678 n. 1615. 1.
(4) S. C. R. 3 die. 1701 n 2083; luglio 1709 n. 2197. I.
(5) S- C- R. 9 maggio 1857 n 3049. IH. 2.
(6) S. C. R. 8 agosto 1766 n. 2428. 1,
(7) Su C. R. 5 agosto 1662 sub. Decr. Urbis et Orbi» 29 9ett.
1714 n. 222; 23 aprile 1875 n. 3352. IV.
354 C apo V I.

8. Le nuove Rubriche del Messale (Tit. I li, 9),


permettono/la Messa in canto nei giorni in cui non
occorre un Doppio una Domenica anche anticipata
coll’Ufficio od una Feria, Vigilia ed Ottava privi­
legiata.
9. Oltre a queste circostanze (in die obitus, in dìe
3, 7, 30 et annivers.) nelle quali è| permesso di ce­
lebrare l’a Messa, cantata o solenne da requie, ec­
cetto i giorni notati, si concede talora dalla S. C.
dei Riti in via di speciale indulto, la facoltà di can­
tare, due o tre volte la settimana, la Messa de re­
quie, esclusi i Doppi di I e II classe, le vigilie e ot­
tave privilegiate ecc.
Circa questa concessione si osservi: a) che si può
usare anche se nella settimana occorrono altri gior­
ni in cui si permette la Messa de requie, o dalle ru­
briche o per ricorrere di anniversario ecc. in modo che
si potrà' celebrare in canto e nei giorni permessi dalle
rubriche e in quei due o tre permessi dall’Indulto
(1)., b) Che di tale Indulto non si può fare uso nei
giorni eccettuati per le Messe in die 3, 7 e 30. V. n. 4.
c) che nel medesimo giorno si possono cantar più
Messe da requie, quando una è voluta per ragione
dell’Anniversario ricorrente, per altre si può appli­
care la facoltà dell’Indulto (2).
10. Quando il Vescovo- prescrive che nelle solen­
ni aperture delle Congregazioni del clero si canti la12

(1) S. C. R. 18 die. 1878 n. 3472. I; 15 apr- 1880 n. 3614.


(2 ) .S. C R. 18 die. 1878 n. 3472. H;
Messe solenni e cantate da requie 355

Messa de requie, questa non si può celebrare se non


quando è permessa la privata dove non vi è speciale
indulto (1).

190. Messa quotidiana.


La Messa quotidiana si celebra in canto o privata,
ogni volta che si deve celebrare fuori del giorno
della morte o degli altri giorni privilegiati (2).

191. Rito con cui si celebra la messa cantata


solenne da requie.
Circa il rito della Messa solenne o cantata de re-
quie, in quanto si distingue dalla festiva, 6Ì noti che :
1. L'altare deve essere senza fiori e Reliquie o bu­
sti, con sei, od almeno quattro candelieri, con can­
dele di cera comune (3), senza tappeti nel presbi­
terio se non di colore oscuro ; il palio e il conopeo, non
ponno essere di color nero, se nel tabernacolo si
conserva il SS. Sacramento, ma devono essere vio­
lacei, (4), lo scanno del Celebrante e dei Ministri
si può coprire di stoffa nera. Sulla mensa dell’alta­
re si può preparare il Calice coperto col velo.
2. Il Coro deve cantare tutte le parti dell’Introi­
to, del Graduale, del Tratto, dell’Offertorio, del1

(1) S. C. R. 8 marzo 1879 n. 3487. L


(2) S. C. R.9 maggio 1857 n. 3049. 1.
(3) Caerem. Ep. Lib. Il cap. XI n. 1. % devono accendere
almeno quattro candele. S. C. R. 12 agosto 1854 n. 3029. 7.
(4) Mierati, p. 2 lit 13 n. 18; De-Herdt, II. 2.
356 C a p o V I.

Communio, e della Sequenza, oltre il Kyrie, il San­


ctus, il Benedictus e l’Agnus Dei.
3. La sequenza si deve sempre dire in qualsiasi
Messa cantata, ed anche nelle Messe lette nei gior­
ni della morte, nel 3, 7, 30 e anniversario (1), es­
sa pure ha il carattere di suffragio (2). Il Celebran­
te la deve pure recitare tutta, senza alternare i Ver­
setti coi Ministri (3).
4. L’organo si può usare per sostenere il! canto ; ta­
cendo questo deve tacere anche l’organo. I Verset­
ti della sequenza non ponno essere sostituiti dal suo­
no dell organo-, ma si devono leggere con tono reci­
tativo almeno da uno o due dei cantori, sotto la mo­
dulazione, se si vuole, dell’organo.
5. Nelle Messe solenni e cantate de requie per le
esequie, nel terzo, settimo, trentesimo od anniver­
sario della morte o deposizione, si dice sempre
una orazione., Tanto ancora si deve dire nelle Messe
che si celebrano solennemente, cioè sotto rito che
corrisponde al doppio, come nell’Ufficio che si ce­
lebra dopo ricevuta la notizia e negli anniversari in
6enso lato. — Nelle Messe quotidiane, qualunque
esse siano, lette o cantate^ se ne devono dire parec­
chie, delle quali la prim a è del defunto o pei de­
funti certamente designati per cui si offre^ il Sacri­
ficio, la seconda ad libitum e l’ultima prò omnibus
fidelibus defunctis. Se invece si celebra pei defunti123

(1) S. C. R. 30 giugno 1896 n. 3920.


(2) S- C. R. 9 maggio 1857 n. 3051. 1.
(3) S. C R. 11 settembre 1874 n. 2956. 7.
Messe solenni, e cantate da requie $57

in genere, si dicono le Orazioni della Messa quoti­


diana ed in quelTordine in cui si trovano. Si ponno
in questa Messa aggiungere altre Orazioni ma Fiil-
tima deve essere quella prò omnibus defunctis (1)
e in numero dispari. Le Orazioni si desumono da
quelle che si trovano dopo la Messa quotidiana pei
defunti, sotto il titolo: Orationes diversae etc.
6. Se la Messa non è cantata, non si possono u~
sare i Ministri parati come nella Messa solenne (2).
7. Prima della Messa si recita l’Ufficio dei defun­
ti ossia il Notturno della Feria corrente, eccetto il
giorno della morte (3), nel quale si dice il primo
notturno.
Riguardo alle cerimonie il Celebrante omette in
principio della Messa, il Salmo Judica me Deus e il
Gloria; non turifica l’altare prima dell’Introito. Alla
lettura dell’Introito, segna con la destra il messale
tenendo la sinistra stesa sull’altare (4). Letta la Se­
quenza ed il Vangelo può andare a i sedili. Omette
la benedizione al Suddiacono, dopo cantata l’Epi­
stola, e al Diacono prima del1 canto del Vangelo e
dopo di esso non bacia il libro. AlPOffertorio turi-
fica l’altare e viene incensato dal Diacono, nel modo
che si è detto. Non dà la pace. Tutto ciò si osserva
ancora nella S. Messa de requie, cantata senza Mi~
nistri, eccetto la turificazione alPOffertorio, che in
questa non si fa mai.1234

(1) S. C. R. 30 giugno 1896 n. 3920.


(2) S. C. R. 6 febbr. 1888 n. 3066 I.
(3) S. C. R.22 luglio 1888 n. 3691. I li; 6 febbraio 1894 n.
3764. V.
(4) S- C. R. 7 seti. 1816 n. 25 72. 25.
358 C a p o V I.

I l Diacono compie in generale tutto ciò che si è


detto della Messa solenne. P erò: 1. Non bacia la
mano del Celebrante, nè la cosa che porge e riceve.
2. Non presenta la navicella per l’incensazione pri­
ma dell’Introito. 3. Dopo il canto dell’Epistola, la
lettura della Sequenza e del Vangelo, va col Cele­
brante agli scanni. 4. Sulla fine del canto della Se­
quenza, va all’altare e recita in ginocchio, il Munda
cor meum, quindi non domanda la benedizione. 5.
Dopo il canto del Vangelo non incensa il Celebran­
te 6. AlPOffertorio non porge la patena al Suddia­
cono. 7. Turificato l’altare incensa solamente il Ce­
lebrante. 8 . Alla fine canta il Requiescant in pace,
anche quando si celebra per un solo defunto (1),
stando rivolto vorso f altare.
Il Suddiacono, dopo cantata l’Epistola, dà il libro
ad un accolito, senza andar a baciare la mano al Cele­
brante. Dopo la lettura della Sequenza (dove si costu­
ma), trasferisce tosto il Messale p e rla lettura del Van­
gelo, dopo il quale si va agli scanni. Col Diacono va al­
l’altare e sta in piano mentre egli recita il Munda cor
meum.
AlPOffertorio, se il Calice non fu già posto sul­
l’altare (2), il Suddiacono ve lo porta, senza velo o-
merale, nè sostiene la patena. Infonde acqua nel Ca­
lice, senza domandare la benedizione, e durante la12

(1) S. C. R. 22 genn. 1678 n. 1611.


(2) De-Herdt, II. 2. 7. Alcuni liturgisti insegnano che il Ca­
lice si debba portare dal Suddiacono, a questo punto, sull’altare'
Si osservi la consuetudine.
Messe solenni e cantate da requie 359

turificazione passa aliai sinistra del Celebrante, e sol­


leva colla destra, la pianeta. Durante Pelevazione,
inginocchiato sull’infimo gradino, dal lato dell’Epi­
stola, incensa. Sale1, a suo tempo, alla sinistra del Ce­
lebrante, per la recita dell’Agnus Dei, in cui non si
percuote il petto, e poi passa alla destra.
Al Vangelo non si portano i ceroferari.

192. Discorso funebre.


Quando si deve tenere l’Orazione funebre di un
defunto, si deve fare dopo la Messa e prima delle
esequie in abito nero, senza cotta e stola sul pulpi­
to coperto di panno nero (1). Si deve ottenere la
facoltà dell’Ordinario, ove tale facoltà, per leggi
particolari diocesane, sia richiesta.
Gli altri discorsi da morto, che si tengono per in­
vitare i fedeli al suffragio si ponno fare dopo il Van­
gelo della Messa, in cotta e stola nera, secondo la
oonsuetudine.

193. Assoluzione al tumulo.


Alla Messa-'va unita fiassoluzione, e, se è presente
il cadavere,, le esequie. Qui si parla dell’assoluzione
assente il corpo, perchè delle esequie propriamente,
si parlerà trattando dei funerali nel Volume IV.
Queste si ponno fare anche se la Messa è Iella, se
prima di essa si è recitato il Notturno (2). 12

(1) Caerem. Episc. Lib. II. cap. XI. 10; Lib. I cap. XXII-
(2) S. C. R. 24): agosto 1901- li.
360 C apo V I.

Circa F Assoluzione al tumulo si noti: a) Essa non


è così legata alla Messa che non si possa omettere;
è obbligatoria quando è voluta dalla fondazione o
dagli offerenti (1). b) Non si può fare dopo la Mes­
sa cantata della festa corrente (2), e neppure dopo
la Messa solenne della Domenica (3). c) Si deve
fare anche quando le relative esequie si fossero can­
tate il giorno precedente, od anche nello stesso gior­
no, sul cadavere (4). d) Quando' è proibita la Mes­
sa de requie, FAssoluzione si deve far prima della
Messa e quindi rimuovere il tumulo in tempo del­
la Messa (5), od almeno se ciò non si può fare
senza grave incomodo, spegnere i lumi intorno ad
esso. Però'è vietato nei doppi di prima' classe (6). e)
Si deve fare dallo stesso Celebrante (dopo la Mes­
sa) e non da altri se non è il Vescovo ordinario
presente che la voglia fare (7). Il Vescovo titolare
o senza giurisdizione non la può fare se non cele­
bra egli stesso la Messa (8). f) Nelle esequie solen­
ni si deve sempre adoperare il piviale e l’incenso
(9). g) Quando si fanno le cinque Assoluzioni, pei
Vescovi, l’incenso si benedice solo all’ultima dal123456789

(1) 4 sett. 1875 il 3369. H.


(2) S./C. R. 9 giugno 1853 n. 3014 1. ___
(3) S. G R. 20 marzo 1869 n. 3201. Villi ; febbr. 1900 in u*
Novarian.
(4) S. C. R. 13 giugno 1891 n. 3748. L
(5) S. G R. 10 gennaio 1852 n. 2994. I.
(6) S. G R. 12 luglio 1893 n. 3780. V M .
(7) S. C. R. 12 agosto 1854 n. 3029. X.
(8) S. G R. 9 maggio 1893 il 3498. 2.
(9) S. C. R. 5 marzo 1901; Miss. Rom. Rit. AbsoL.
M esse so le n n i e ca n ta te d a r e q u ie 361

Vescovo ordinario a cui spetta il diritto (1). h)


Quando non vi è il tumulo nè il panno, il Cele­
brante non può fare le Assoluzioni dal lato dell’E­
pistola in piano (2). i) Il Responsorio si deve co­
minciare solo dopo finita la Messa quando il Sud-
diacono è arrivato colla croce al piede del tumulo,
ed il Celebrante accanto ad esso, anche se il tu ­
mulo è eretto in mezzo al coro (3).
Finita dunque la Messa il Celebrante, fatta ri­
verenza all’altare, va al lato dell’Epistola in piano,
depone la pianeta ed il manipolo. Quindi fatta
la debita riverenza: all’altare, coperto il capo, col
Diacono che gli sostiene il lembo del piviale, alla
sinistra, va al tumulo. Precede il turiferario col
turibolo e la navicella, segue il Suddiacono colla cro­
ce fra due ceroferari, il chierico col vaso dell’acqua
santa, l’aspersorio, ed* il Rituale, infine il clero cole
candele accese, e da ultimo il Celebrante. Il Suddia­
cono, quando è assente il corpo, si colloca sempre, an­
che negli uffici di sacerdoti, tra il tumulo e la porta,
il Celebrante fra tumulo e altare maggiore (4), il cle­
ro intorno al feretro secondo la dignità. Scoperto il
capo il Celebr., si intona il Libera me Domine (5). Al
Requiem il Diacono passa alla destra del Celebrante,1

(1) S. C. R. 8 aprile 1702 n. 2089. 6.


(2) S. C. R. 23 die. 1881 n. 3525. 5.
(3) S. C. R. 7 sett. 1861 n. 3108. IV.
(4) S. C. R. 20 giugno 1889 n. 4034. HI.
(5) Non si può incominciare il Libera me, Domine prima
che il celebrante sia arrivato al tumulo ed il Suddiacono colla
croce ai piedi di esso (n. 3108. 4; 3110. 17).
362 C a p o V I.

e gli presenta senza baci, la navicella coll’incenso,


perchè lo infonda nel turibolo. Il Celebrante infonde
Fincenso, e lo benedice. Cantatosi il Responsorio col
Kyrie, il Celebrante dice ad alta voce, Pater noster
e mentre lo si recita in secreto riceve dal Diacono,
senza baci, Faspersorio, e fatto profondo inchino al-
Faltare, passa dal lato del Vangelo ed asperge il tu ­
mulo senza fare coll’aspersorio segni di croce, tre
volte. Passando davanti la croce tenuta dal Suddia­
cono, il Celebrante fa profondo inchino, il Diacono
genuflette. Asperge quindi l’altro lato del feretro tre
volte. Consegnato l’aspersorio riceve dal Diacono il
turibolo ed incensa il tumulo, collo stesso ordine.
Anche mancando i sacri Ministri il Celebrante fa­
cendo le aspersioni e le incensazioni deve girare in­
torno al tumulo (1).
Ritornato al suo luogo, rivolto alla croce tenuta
dal Suddiacono, dice: Et ne nos inducas in tentatió­
nem etc. e FOrazione congruente, la cui conchjshone
è sempre breve, anche nel giorno della Commemo­
razione dei fedeli defunti (2). Alle parole Requiem
aeternam, stesa la sinistra sul petto, colla destra fa
un segno di croce sul tumulo. Cantatosi dai cantori
il Requiescant in pace (quando è per un solo: Re­
quiescat), il Celebrante recita il Versetto: Anima
ejud (o animae eórum) et animae omnium fidelium 1

(1) S. C. R. 20 giugno 1899 n. 4034. IV.


(2) S. C. R. 5 luglio 1689 n. 2020. 4. A differenza dell’Uf­
ficiatura che vuole l’orazione colla conclusione lunga. Gfr. Brev.
Rom- in Offic. dcfunct. Rubr. ad Vesperas.
Messe solenni e cantate do requie 363

etc. (1). Quindi l’Antifona Si iniquitates col Salmo


De profundis alternando i versetti col clero ed in fi­
ne l’Orazione Fidelium Deus (2). Queste ultime
preci si recitano, non si cantano, partendo dal tu­
mulo alla sacrestia. Si omettono solo nel' giorno del­
la Commemorazione di tutti i fedeli defunti.
Dove vi è la consuetudine di impartire la Benedi­
zione col SS. Sacramento subito dopo FAssoluzio-
ne, la si può osservare; ma si deve rimuovere dalla
chiesa il catafalco, od almeno spegnere i lumi intor­
no ad esso (3). Dove non vige la consuetudine non
la si può introdurre senza il consenso del Vescovo.

(1) S. C. R. 31 agosto 1872 n. 3267; 11 marzo 1899 il 4014.


(2) S. C. R. 11 marzo 1899 n. 4014,
(3) S. C. R. 27 marzo 1779 n. 2513; 13 luglio 1883 n. 3582-
CAPO VII

Messa solenne presente il Vescovo

194. Il Vescovo può assistere in tre modi al


messa solenne - Assistenza privata.
II! Vescovo è il i Pastore ed il Capo della sua Dioce­
si; la liturgia ordina speciale apparato di cerimonie
non solo quando egli esercita le sacre funzioni, ma
anche quando vi assiste.
Alla Messa il Vescovo può assistere in tre modi:
in modo privato cioè nel primo stallo del coro od
anche dal faldistorio, senza abito corale, ed anche in
rocchetto e mozzetta; dal trono in cappa, e dal tro­
no parato pontificalmente.
Quando assiste privatamente in mozzetta a lui si
devono solamente quelle riverenze; che gli si devono
nella Messa privata, quando sta in presbiterio. Quin­
di non usa assistenti' (1), non incomincia egli la Mes­
sa (2), non benedice egli Pincenso (3) nè gli si fan­
no dagli Assistenti della Messa le cerimonie pre­
scritte per quando assiste in cappa (4). I Canonici
non sono tenuti ad andarlo a ricevere in casa per
condurlo alla chiesa (5). Egli non benedice i Mini­

ci) S. G. R. 2 seti. 1597 n. 86. 3.


(2) Decr. citato n. 4.
(3) S. C. R. 22 marzo 1862. n. 3110 XXI.
(4) S. C. R. sett. 1597 n. 86 6. 8.
(5) Decr. cit. 9.
Messa solenne presente il Vescovo 365

stri (1) nè il popolo alla fine della Messa: ma bacia


il libro del Vangelo (2) eccetto che fosse in abito
camerale (3) e viene incensato^ dopo il Celebrante
alFOffertorio (4).

195. Assistenza dal trono - Regole generati.

Quando invece assiste dal trono si osservano le


seguenti regole che valgono tanto quando il Vesco­
vo è parato, come quando è in cappa:
1. Il trono vescovile deve essere eretto dal lato del
Vangelo, con tre gradini (5) ricoperti di tappeto.
Dev’essere sempre fisso, nella cattedrale, quantun­
que «juxta dispositionem loci possit am°veri et in
alio loco opportuno et decenti locari (6).. Puù esse­
re ornato di drappi di seta non però damascati in
oro (7) sormontato da baldacchino (8), il quale può
essere contorniate da aste di legno dorato (9). —
Il trono è proprio del Vescovo ordinario diocesano
e non può usarlo l’Amministratore Apostolico di u-
na diocesi, anche se ha l’ordine Vescovile (10), se
non per speciali concessioni. — Anche esposto il

(1) s. c. R. 22 marzo 1862 n. 3110. XXIL


(2) s; c . R. 13 marzo 1700 n. 2048. 4.
(3) 55. C. R. 22 marzo 1862 n. 3110. XXII.
(4) id- 13 marzo 1700 n. 2048. 4; 23 nov. 1906.
(5) id. 11 marzo 1715 □. 2231. 7.
(6) id. 23 maggio 1603 n. 131. 2.
(7) id 7 ;agosto 1871 n. 3254 II.
(8) Caerem. 5p. Lib. I c. XlV. 1-2 S. C. R. 23 maggio
1608 n. 131. 3.
(9) G R. 7 agosto 1871 n. 3254. HI.
(10) S. C. R. 9 maggio 1857 n. 3047.
366 Capo VII.

SS. Sacramento può essere eretto il trono e da esso


il Vescovo può assistere alle Sacre funzioni (1).
2. Il faldistorio dev’essere coperto da panno se­
rico del colore dei paramenti, con cuscini: il fusto
può essere anche dorato e artisticamente lavorato.
3. Il Celebrante ed i Canonici fanno sempre pro­
fondo inchino del capo al Vescovo, gli altri fanno
genuflessione.
4. Quando si deve passare davanti all’altare, al
Vescovo, al Celebrante, non si guarda a chi spetta
la prima riverenza ma la comodità di chi la deve
compiere: onde «reverentia fieri debet primo ei a
quo discenditur et ultimo ei ad quem itur, nìillo ha­
bito respectu quis eórum sit mafOr» (2).
5. Il Vescovo è assistito al trono da duri Ministri
e da un prete assistente. L’ufficio di quest’ultimo
è di porgere la navicella per l’infusione dell’incen­
so, dare la pace al Vescovo, segnare le parti che il
Vescovo deve leggere dal Messale, incensarlo (3).
6. Mancando il prete essistente ed i Ministri Ca­
nonici, il Diacono porta la pace e incensa il Vesco­
vo.
7. Il Vescovo assistente dal trono alla Messa so­
lenne legge l’Introito, recita ilKyrie, il Gloria, YE-
pistola con quel che segue, fino al Vangelo inclu­
so, il Credo, YOffertorio, il Sanctus, YAgnus Dei e
il Communio.1

(1) S. C. R. 9 giugno 1642 n. 2367.


(2) iCaerem. Ep. ftùb. I cap. XVllll. 3.
(3) SL G R. 19 maggio 1607 n. 235. 9.
Messa solenne presente il Vescovo 367

196. Assistenza in cappa.


Particolarmente quando il Vescovo assiste dal tro­
no in cappa (1).
A II Celebrante coi Ministri si preparano parati
agli scanni, prima ;dell’ingresso del! Vescovo in chie­
sa e lo attendono. Al principio della Messa, mentre
il Vescovo discende dal trono, parte egli pure, coi
Ministri dagli scanni, si mette aliai sinistra del Vesco­
vo e fa con lui la genuflessione rispondendo insie­
me ai Ministri al salmo ecc. Finita la confessione si
ritira alquanto coi M inistri in disparte per cedere
il posto al Vescovo e co’ suoi Ministri recita: il Ver­
setto Deus tu conversus con quello che segue. Non
infonde incenso nel turibolo, perchè ve lo infonde
il Vescovo ed incensa; l’altare; in fine è incensato
dal Diacono a due tratti. — Legge l’Introito e reci­
ta, contemporaneamente al Vescovo, il Kyrie elei­
son, quindi intona il Gloria, alla fine del quale se­
gnasi contemporaneamente col Vescovo. Quando
questo è seduto discende, colla debita riverenza, dal
mezzo, ossia per viam longiorem, e fatta riverenza
al Vescovo, va allo scanno coi Ministri. Non benedi­
ce il Suddiacono dopo il canto dell’Epistola, nè il
Diacono prima del Vangelo, dopo il canto del quale
non bacia il libro, ch’è baciato solamente dal Vescovo,
nè si fa a lui l’incensazione. A suo tempo intona il Cre­
do, se si deve cantare, e lo recita coi suoi Ministri,
ed insieme a questi ed al Vescovo si segna all’ulti­
mo Versetto. Quando il Suddiacono infonde l’acqua1

(1) Cfr. Caerem. Ep. Lib. IL cap. IX.


?68 Capo VII.

nel Calice il Celebrante non la benedice, recita però


la relativa orazione. Dopo la turificazione dell’al­
tare viene incensato con due tratti dal Diacono, quin­
di prosegue la Messa. Alla fine egli non benedice il
popolo, ma recitato il Placeat tibi, si ritrae alquanto
dal lato dell’Epistola, rivolto al Vescovo, ed inchina­
to riceve la benedizione impartita dal Vescovo, an­
che se la Messa è celebrata all’altare ove sta esposto
il SS. Sacramento (1), quindi legge, come al solito,
l’ultimo Vangelo, contemporaneamente al Vescovo.
B II Diacono al principio della Messa sta alla si­
nistra del Celebrante, alquanto indietro e con lui
risponde al Vescovo. Riceve dal turiferario il turi­
bolo e lo presenta al Celebrante, assistendolo bella
turificazione, dopo la quale lo incensa a due tratti;
il Vescovo non si incensa. Lettosi dal Celebrante, il
Vangelo, discende !e va a baciar l’anello al Vescovo,
colle debite riverenze. Recita il Munda cor meum in
ginocchio sull’infimo gradino. Quindi col libro va
dal Vescovo a ricevere la benedizione. Dopo il can­
to del Vangelo incensa solamente il Celebrante (2).
Il Vescovo s’incensa immediatamente dopo il Cele­
brante all’Offertorio, a tre tratti (3). Mancando il
Prete assistente al Vescovo, porta egli la pace al Ve­
scovo, quindi la dà al Suddiacono (4). In fine della
Messa canta, come al solito, Vite Missa est, quindi1

(1) S. C. R. 12 sett 1884 n, 3618. 1.


(2) S. C. R. 4 agosto 1663 n. 1275.
(3) S. C. R. 13 marzo 1700 n. 2048. 5; 8 giugno 1709 n.
2195 3
(4) S. C. R. 11 febbr. 1702 n. 2089. 5.
Messa solenne presente U Vescovo 369

si ritira alla destra e s’inginocchia sul gradino della


predella per ricevere la benedizione del Vescovo*
C II Suddiacono al principio della Messa sla alla
sinistra del Diacono alquanto indietro e risponde al
Vescovo. Finita la confessione, si ritrae alquanto per
lasciar passare il Vescovo e continua le orazioni col
Celebrante. Ricevuto dall’accolito il libro .dell’Epi­
stola e fatta la debita riverenza all’altare, quando il
Vescovo'è seduto, la canta, rivolto a lui facendo pri­
ma la debita riverenza. Dopo il canto, fa la debita
riverenza alFaltare e va, col libro in mano, a b ad a­
re la mano al Vescovo., Prima di infondere l’acqua
nel calice, inginocchiato verso il Vesoovo, con in ma­
no Forcaiolo, gli domanda la benedizione colle paro­
le : Benedicite, Pater Reverendissime.
Quando il Vescovo sta inginocchiato al faldistorio
davanti all’altare, egli,si ritira alquanto dal lato del­
l’Epistola.
Se non vi è il Prete assistente al Vescovo, riceve
dal Diacono la pace ; se invece vi è il Prete assisten­
te al Vescovo, accompagna questo quando porta la
pace al Vescovo, la riceve da lui, la dà ai Canonici
se vi sono, quindi al Diacono (1).
Presente il Vescovo, il Prete assistente al celebran­
tey riceve la pace dalVAssistente al trono del Vescovo
e la dà al Diacono della Messa (2). 1

(1) S. C. R. 15 marzo 1608 n. 248. II.


(2) S. C. R. 15 aprile 1899 n. 4018, IV.
370 Capo VII.

197. Assistenza Pontificale.

Quando il Vescovo assiste alla Messa pontificai-


mente, ossia dal trono in piviale, non occorre alcuna
differenza circa il trono e le riverenze da farsi al
Vescovo. Solo si noti:
A. Il Vescovo si veste sul trono, con amitto, cami­
ce, cingolo, croce pettorale, stola, piviale. Ogni, volta
che parte dal trono per andare all’altare e viceversa
assume la mitra gemmata e il! pastorale che depone ai
piedi dell’altare e ivi lo riceve ritornando al trono.
Durante il canto del Gloria e del Credo usa la mitra
dorata. Riceve l’incensazione prima dell’Introito, ed
all’Offertorio in piedi sul trono colla mitra e dopo
il Vangelo senza mitra e senza pastorale. Dopo la
Messa dà la benedizione al popolo anche se l’ha data
dopo l’Omelia (1).
B. Il Celebrante compie tutte le cerimonie come
quando il Vescovo è presente in cappa. Al Vangelo
non viene incensato.
In fine della Messa non benedice il popolo, ma
recitato il Placeat tibi, riceve come si è detto nell’As­
sistenza in cappa, la benedizione del Vescovo.
C. Il Diacono, dopo aver incensato il Celebrante
a due tratti, tanto al principio della Messa come al*
FOffertorio, si reca al trono e consegna il turibolo
al Prete assistente, che incensa il Vescovo.
Dopo il canto del Vangelo si incensa solo il Ve­
scovo.

(1) S. C. R. 14 nov- 1676 n. 1583. 5.


Messa solenne presente il Vescovo 371

Mancando il Prete Assistente incensa a tre tratti


il Vescovo. Dopo l’Omelia del Vescovo il Diacono
canta ilConfiteor, è conveniente che lo si canti sen­
za libro, a memoria; se si usa il libro questo è so­
stenuto da un ministro inferiore (1).
Nella Messa de requie il trono del Vescovo deve
essere di color violaceo. Il Vescovo fa la confessione
come al' solito, omettendo il Salmo. Durante il canto
dell’Orazione, prima dell’Epistola e dopo la Comu­
nione, va al faldistorio e si inginocchia fino alla
fine. AlI’Offertorio infonde, come al solito, l’in­
censo nel turibolo e dopo la turificazione delimitare
e del Celebrante, viene incensato egli pure dal Pre­
te assistente al trono o dal Diacono. In fin della
Messa non dà la benedizione nè si pubblicano le
indulgenze (2).

(1) S. C. R, 15 marzo 1608 n. 248. 5.


(2) Caerem. Ep. Lib. 1. cap. XXI.
CAPO Vili

Della Messa solenne


in relazione al SS. Sacramento

198. Quando si può cantar la Messa all’alta


ove è esposto il SS. Sacramento - Osservazioni ge­
nerali.
All’altare dove è esposta il SS. Sacramento per la
adorazione pubblica, non si può cantare la Messa
se non per causa grave (1), o per uno speciale in­
dulto (2), od una immemorabile consuetudine (3).
Occorrono però due occasioni speciali, nelle quali
l’ultima parte della Messa si compie mentre è espo­
sto il SS. Sacramento; tali sono la terza Domenica
d’ogni mese, o altra nellaj quale si fa la funzione col
SS. Sacramento e la Festa del Corpus Domini. Il
Messale romano non ha norme speciali che regolano
le cerimonie da osservarsi nella) Messa cantata, o let­
ta all’altare ove sta esposto il SS. Sacramento. Alcune
si ponno desumere dalla Messa del Giovedì santo;
qui si notano le più importanti che specialmente ri­
guardano questo punto, omettendo tutto ciò che è
comune nelle Messe solenni.123

(1) S. C. R. 9 agosto 1670 n. 1406: 13 giugno 1671 n. 142 1*


5: 11 maggio 1878 n. 3448- 1; 16 aprile 1919.
(2) Riguardo alla Messa nell’apertura delle Quarant’ore V.
più sopra.
(3) S. G R. 7 sett. 1864 n. 3194. IL
D^Ua Messa solenne in relazione al SS. Sacramento 373

199. Cerimonie del Celebrante.


Il Celebrante uscito dalla sacrestia ed arrivato eoi
Ministri al cospetto del SS. Sacramento, si scopre
con essi il capo, non fa alcuna riverenza al Coro, se
è presente (1). Fa in piano, davanti ai gradini, ge­
nuflessione doppia prima di incominciare la Messa.
Ogni volta poi che parte dal mezzo dell’altare per
andare da un lato, o parte da un lato per andare in
mezzo fa sempre genuflessione semplice, in modo che
Vultima azione prim a di partire dal mezzo e la pri­
ma che fa appena arrivato, sia sempre la genuflessio­
ne.
Quando infonde incenso nel turibolo, volta le spal­
le alquanto dal lato del Vangelo} recita la solita for­
mula e benedice, ma non porge la mano al Diacono
da baciare, nè fa prima la genuflessione al SS. Sa­
cramento (2). Quando si va ai sedili o si ritorna, si
tiene la via più breve (3).
Nell’incensazione dell’altare, prima dell’Introito
non incensa la croce se vi è sull’altare (4), ma posto
l’incenso nel turibolo, discende ad inginocchiarsi sul
gradino del soppedaneo e incensa il SS. Sacramento1234

(1) Esposto il SS. Sacramento all’altare ove 9i celebra la Mes­


sa il Celebrante inchina col capo profondamente il Vescovo quin«
di genuflette duplici genu al SS. Sacramento; ritornando prima ge.
nuflette al SS. Sacramento, poi1 inchina al Vescovo'. S. C. R. n.
2049. 1.
(2) Si, C. R. 3 nov. 1901. V.
(3) 5. C. R. 12 luglio 1901. VI.
(4) S. C. R. 4 nov. 1899 n. 4048. IX.
374 Capo V ili .

duplici ictu in triplici ductu (1), fatto prima e dopo


pronfondo inchino del capo. Quindi incensa la men­
sa nel modo solito facendo sempre genuflessione sem­
plice quando passa davanti al' SS. Sacramento. Fi­
nita la turificazione, discende dal soppedaneo, dal
lato dell’Epistola, sui gradini, in piano, colle spalle
verso l’altare e la faccia verso il popolo e viene in­
censato. La commemorazione del SS. Sacramento
esposto pubblicamente nelle SS. Quarant’ore si fa
dopo le commemorazioni liturgiche.
Pronunciando il nome di Gesù fa inchino verso
il SS. Sacramento (2).
Ogni volta che canta il Dominus vobiscum si riti­
ra alquanto verso il lato del Vangelo; altrettanto fa
all’Oratc fratres, senza compiere il circolo. Prima
e dopo il Dominus vobiscum fa sempre la genufles­
sione, ogni volta che si deve volgere al popolo.
Incensata l’oblata, discende ad inginocchiarsi sul
gradino superiore ed incensa il SS. Sacramento, co­
me si è detto; riceve la turificazione dal Diacono e
fa l’abluzione delle! dita, sui gradini; dell’Epistola od
in piano. Però dove vi è consuetudine di ricever l’in­
censo e lavar le mani sul soppedaneo, si può osser­
vare; non si devono però mai voltare le spalle al12

(1) Esposto il SS. Sacramento non si mette la croce suH’aha-


re. Quando all’altare stesso si celebra la Messa si può mettere o
no la croce secondo la consuetudine (S. C. R. 2 seti. 1749 n. 3465.
1.). Ad ogni modo tale croce deve essere posta al piede del trono
e dev’essere visibile al Celebrante ed al popolo (17 sett. 1822 n.
2621. 7).
(2) S. C. R.n. 3875. 4.
Della Messa solenne in relazione al SS. Sacramento 375

SS. Sacramento. L’abluzione delle dita sul Calice


dopo la Comunione si deve fare dal lato dell’Episto­
la. ma stando sul soppedaneo, col calice sulla mensa
dalla quale non si deve rimuovere. In fine della Mes­
sa genuflette, e dopo le parole Benedicat vos omni­
potens Deus, dà la Benedizione colla destra, ritraen­
dosi alquanto dal lato del Vangelo; quindi si volge
immediatamente da quel lato, dalla stessa parte, sen­
za compiere il circolo, nè ritornare nel' mezzo, per
far genuflessione, e legge l’ultimo Vangelo, coi se*
gni di croce e le consuete cerimonie. Partendo dal­
l’altare fa, in piano coi Ministri, genuflessione dop­
pia e non si copre il capo che partito dal cospetto
del SS. Sacramento. Durante il canto del Gloria e
del Credo si può andare a sedersi, ma si deve stare
a capo scoperto. Ritornando all’altare per viam lon­
giorem si fa sempre, in piano, genuflessione sem­
plice.
Il Diacono si scopre il capo, col Celebrante, arri­
vato al cospetto del SS. Sacramento, non fa inchino
al coro, genuflette, col Celebrante, ogni volta che va
con lui nel mezzo dell’altare o parte da esso. Prima
di cantar il Vangelo e di presentar la patena al Ce­
lebrante gli bacia la mano. Dalla Consacrazione alla
Comunione fa le consuete cerimonie. Per la turifi­
cazione del SS. Sacramento all’Introito ed alPOf-
fertorio discende, col Celebrante ad inginocchiarsi
sul primo gradino del soppedaneo, gli presenta il
turibolo, senza baci e fa con lui inchino profondo
del capo prima e dopo l’incensazione. Turificato
l’altare, incensa il Celebrante, stando dal lato del­
376 Capo Vili.

l’Epistola, in piano e rivolto a lui; incensa il clero


nel modo consueto (1), senza però voltare le spalle
al SS. Sacramento. Cantando Vite Missa est si volge
colla faccia verso il lato dell’Epistola. Partendo dal­
l’altare, finita la Messa, genuflette in piano col Ce­
lebrante e si copre quando è partito dal cospetto del
Santissimo Sacramento.
Il suddiacono si scopre il capo col Diacono
e col Celebrante airarrivare al cospetto del San­
tissimo Sacramento, genuflette con essi. Genuflet­
te semplicemente ogni volta che va al mezzo
dell’altare o parte' dal mezzo. Ricevuta la patena dal
Celebrante fa genuflessione sul soppedaneo; quindi
disceso in piano, non ripete la genuflessione (2).
Durante Pincensazione, all’Introito, discende ad in­
ginocchiarsi (sul soppedaneo col Celebrante, lo ac­
compagna poi, sostenendogli la* pianeta colla sinistra,
colle consuete genuflessioni, nella turificazione del­
l’altare. Cantata l’Epistola, bacia la mano del Cele­
brante. Nel resto osserva tutte le cerimonie comu­
ni alla Messa solenne. Però durante l’incensazione
che il Celebrante fa al SS. Sacramento dopo l’Of-
fertorio, il Suddiacono non s’inginocchia (3).
Tutte queste cerimonie del Celebrante e dei Mini­
stri si devono osservare anche quando il SS. Sacra­
mento esposto, fosse velato, o esposto nella Pisside
(4).1

(1) S» C. R. 20 nov.1662 n. 1248.


(2) S. C. R. 23 nov. 1906. MI.
(3) & C. R. I l febb. 1764 n. 2474.
(4) S. C. R. 22 die. 1753 n. 2327. 10.
Della Messa solenne in relazione al SS. Sacramento 377

Speciale relazione col SS. Sacramento ha la Mes­


sa del Corpus Domini e quella della terza Domenica
del mese.

200. Messa del Corpus Domini e della terza D


menica del mese.
Quando la Festa del Corpus Domini si trasferisce
nella Domenica fra l’Ottava, in virtù delle nuove di­
sposizioni, si può cantare la Messa del Corpus Domini
colla Commemorazione della Domenica. La Messa
che precede la processione deve essere sempre can­
tata (1).
Nella terza (o prima) Domenica del mese in cui
si suole fare la funzione del SS. Sacramento, si can­
ta la Messa della Domenica o del Santo corrente,
eolia Commemorazione del SS. Sacramento che si
fa dopo le Commemorazioni liturgiche (2). Tale
Commemorazione si deve fare anche quando per ac­
cidente non si potesse dopo la Messa fare la proces­
sione col SS. Sacramento; ma si avesse a dare sola­
mente la benedizione. La Messa per altro dev’essere
sempre solenne od almeno cantata (3).
Nelle feste di prima e seconda classe l’Orazione
del SS. Sacramento va unita, sub unica conclusione
colla Orazione della Messa quando non vi siano
Commemorazioni.
Tale Commemorazione si omette solamente per l’i-123

(1) S. C R. 17 luglio i m
(2) S. C. R. 3 giugno 1736 n. 2323. 1.
(3) S. C R. 14 maggio 1819 n. 2597. 2: 17 luglio 1900.
378 Capo V ili

dentità del| Mistero, nelle Feste della Passione, del­


la S. Croce, del SS. Redentore, del S. Cuore di Gesù
e del Preziosissimo Sangue (1).
Tanto nella Festa del Corpus Domini come nella
terza domenica del mese il Celebrante consacra due
ostie e assunto il1Calice assume l’Ostia che si conser­
va nel Tabernacolo. Il Suddiacono dopo FAgnus Dei
rimane alla sinistra del Celebrante e il Diacono col­
loca nell’Ostensorio l’Ostia consacrata nella Messa,
e lo copre col velo, lasciandolo sul corporale' davanti
al tabernacolo (2). Se dopo la Messa s i'fa l’esposi­
zione del SS. Sacramento Fostensorio si lascia sco­
perto.
Dove vi è la consuetudine inveterata di fare la
processione del SS. Sacramento non subito dopo la
Messa ma ai Vespri, si può ritenere; nella Catte­
drale però non si deve omettere una breve processio­
ne anche dopo la Messa (3).
Da questo punto fino alla fine della Messa il Ce­
lebrante ed i Ministri osservano tutte le cerimonie
indicate nella Messa esposto il SS. Sacramento. Al
principio del Vangelo di S. Giovanni non si segna
l’altare.123

(1) S. C. R. 3 luglio 1896 n. 1896 n. 3824. IV.


(2) Per tutte le cerimonie che si fanno nella Messa coll’O­
stia consacrata, si deve adoperare quella che si tiene in mano per
la consacrazione e che si consuma alla Comunione, e non si può
scambiare l ’una coll’altra.
(3) S. C. R. 31 marzo 1879 n. 3488. I.
SEZIONE II

Rito della Messa cantata senza Ministri


e della Conventuale.

CAPO I

Messa cantata senza Ministri

201. Differenza tra la messa cantata, la privata


e la solenne.
La Messa semplicemente cantata, come si è notato
altrove, differisce dalla solenne in ciò che questa 6Ì
celebra coi sacri Ministri e con tutta la maestà del ri­
to e la cantata si celebra semplicemente in cauto, sen­
za Ministri parati; differisce ancora dalla privala
perchè ha parecchi’ Ministri e speciali solennità.

202. Solennità speciali della Messa cantata.


Le speciali solennità della Messa in canto senza
Ministri parati, in quanto differisce dalla privata,
sono le seguenti' : 1. In essa si possono avere
due o più ministri inservienti; 2i Gli accoliti (non
laici) possono voltar i fogli del Messale; portar il
Calice all’altare e, se sono in sacris, infondervi vino
ed acqua, coprirlo e scoprirlo dalla palla, purificar­
lo dopo la Comunione e portarlo in sacrestia (1 ); 1

(1) S. C. R. 25 seti, 1875 n. 3377 I; 6 die. 1901.


380 Capo l.

3. Un lettore vestito di cotta o un sacerdote può can­


tare l’Epistola, dietro al Celebrante (1), all’altare,
senza però baciargli la mano dopo< il canto ; mancan­
do un chierico o un Sacerdote il Celebrante la leg­
ge solamente (2 ); 4. Vanno a sedersi durante il Glo­
ria ed il Credo, se il Celebrante va agli scanni; ma
non siedono sullo stesso scanno; 5. Si ponno por­
tare anche i ceroferari, quando i Ministri fossero
almeno quattro.
Il Celebrante, se non porta il Calice, esce di sa­
crestia a mani giunte, facendo la confessione non si
volge verso gli assistenti alle parole: vobis fratres,
vos fratres. Recita il Kyrie al Messale, dal lato del­
l’Epistola, se è assistito da due accoliti ai lati, altri­
menti nel mezzo dell’altare. Canta anche il Vange­
lo, stando nella stessa posizione della Messa letta e
Vite Missa est. — Benedicamus — Requiescant.
Durante il canto del Gloria é del Credo può andare,
come nella Messa solenne, a sedersi allo scanno. Non
si dà la pace che collo strumento dove si usa.

203. Numero delle Orazioni.


In questa Messa si recitano tutte le Orazioni come
nella Messa letta eccetto nelle feste di seconda das-
se, nelle quali si omette la Commemorazione delle
Feste semplici (3). La Orazione imperata, POrazio-1

(1) Rit. celebr. Miss, t VI n. 8.


(2) S. C. R. 3 aprile 1875 n. 3351; 5 marzo 1904.
Nei monasteri TEpistola non si può cantare da una Monaca,
D-cr. cit.
(3) S. C. R. 7 settembre 1816 n. 2572. 4-
Messa cantata senza Ministri 381

ne pro re gravi imperata, quella dell’anniversario


della elezione e consacrazione del Vescovo e dell’e­
lezione o coronazione del Sommo Pontefice, nei ca­
si sopra accennati (1), non si riuniscono sotto unica
conclusione.

204. Uso dell’incenso.


Non convengono gli autori se si possa o no usare
rincenso in questa Messa (2). Alcuni antichi, come
Merati, Bauldry, Castaldo, affermano che si possa
adoperare; altri ne limitano Fuso alPOffertorio ed
alle maggiori solennità.
Presso i moderni però l’a questione è sciolta in
senso negativo, cioè si afferma che, senza uno spe­
ciale indulto della S. Sede, nella Messa cantata non
si può usare l’incenso. Tale sentenza è confermata
dalle risposte della S. C. dei Riti, la quale dichiarò
che «in Missa, quae cum cantu, sed sine ministris
celebratur, incensationes omnes omittendae sunt»
(3). In fihe abbiamo il fatto che la S. C. nega spes­
so tale facoltà a, chi la cerca, allegando la ragione
della mancanza del Clero per poter celebrare la Mes­
sa solenne, la concede però se si allega la consuetu­
dine diocesana.1

(1) Vedi sopra pag. 106-107.


(2) La questione versa unicamente circa la Messa cantata che
non è de requie; perchè per questa è certa che non si può mai u-
sare l’incenso, tranne quando è cantata solennemente coi sacri Mi­
nistri parati, ed anche in questo caso, solamente alToffertorio.
(3) S. C- R. 18 marzo n. 3328. I: 19 agosto 1651 n. 937, 3;
18 die. 1779 n- 2515. 8.
382 Capo l.

205. Quando si fa l’incensazione, se si usa l’i


censo.
Posta una tale facoltà della S. Sede od una con­
suetudine legittima, in quali giorni 6Ì potrà usare
l’incenso? Unicamente nei giorni indicati dell’Indul­
to, ossia nelle Feste di prima e seconda classe, ed in
altre! circostanze notate (1). Si usa come nella Mes­
sa solenne, cioè all’Introito, al Vangelo, alPOfferto-
rio. In questa Messa si possono usare i ceroferari
che stanno dal lato del Vangelo mentre il Celebran­
te canta il Vangelo. Dopo il canto del Vangelo si
incensa il Celebrante. Il Celebrante infonde l’incen­
so, incensa l’altare, il libro del Vangelo, l’oblata, le
Reliquie e viene incensato, come nella Messa solen­
ne.

206. Messa cantata presente il Vescovo - Nel


terza Domenica - De requie.
Quando alla Messa cantata è presente il Vescovo,
a lui si devono fare tutte le riverenze del Celebran­
te, come nella Messa solenne. Il Vescovo assiste al
principio della Messa dal faldistorio, non l’incomin­
cia come la solenne, infonde l’incenso nel turibolo
e viene incensato soltanto all’Offertorio : non gli si
dà la pace. In fine della Messa il Vescovo dà la Be­l)

ll) Nella Diocesi di Pavia, per speciale concessione della S.


Sede, nella Messa cantata senza Ministri (nelle cliie,9e parrocchiali)
si può adoperare l’incenso nei Doppi di prima e di seconda classe
e nelle terza Domenica del mese od in altra nella quale si fa la
funzione del SS. Sacramento.
Messa cantata senza Ministri 383

riedizione invece del Celebrante, il quale recita il


Placeat tibi ecc., si volge alquanto verso il Vescovo
e profondamente inchinato riceve la benedizione, se­
gnandosi. Se il Vescovo assiste in mozzetta, si fanno
le cerimonie come è detto nell’assistenza in mozzet­
ta alla Messa solenne.
Nella terza domenica del mese (od altra) il Cele­
brante compie tutte le cerimonie come si è detto par­
lando della Messa solenne.
Nelle Messe de requie canta le orazioni come nel­
la Messa solenne (una o tre) e non fa mai uso del­
l’incenso.
CAPO II

Messa conventuale

207. Quale dicesi Messa conventuale.


Chiamasi Messa Conventuale o Capitolare quella
che si celebra nelle Chiese cattedrali o collegiate in
conformità al divino jUfficio od al tempo, presente
il Coro ed in canto. Si dice : a) Si celebra nelle Chie­
se cattedrali e collegiate, nelle quali vi è la pubbli­
ca recita del divino Ufficio e per le quali solamente
essa è obbligatoria ; b) In conformità al divino u ffi­
cio ed al tempo perchè tale Messa deve essere sempre
conforme all’Ufficio che si recita o al tempo, eccetto
quando si celebra la votiva permessa, c) Presente il
coro, perchè essa è strettamente connessa colla divina
ufficiatura, e si, deve celebrare dopo la recita delFO-
ra relativa (1). d) In canto, quantunque in molte
cattedrali o collegiate, per dispensa pontificia in da­
te circostanze si celebri senza canto (2).

208. In quali chiese e quando si deve celebrare


la Messa conventuale.
La Messa conventuale si deve celebrare nella
cattedrale e nelle Chiese collegiate, ove vi è la re­
cita pubblica del Hivino Ufficio del quale essa fa
parte (3).123

(1) S. C. R. apr. 1900. IEL in u. Ord. Min. S Frane.


(2) S. C R. 3 agosto 1839 n. p721.
(3) Codex Can. 413 ■ 2.
Messa conventuale 385

Trascriviamo qui le nuove rubriche del Messale


riformato (Tit. I).
1. In tutte le Ferie di Quaresima, dopo il dì delle
ceneri fino al Sabato avanti la Domenica delle Pal­
me, nelle ferie dei Quattro Tempi, fuori dell’Ottava
di Pentecoste, nelle vigilie comuni e nella feria 2.a
rogationum se occorre un ufficio doppio o semidop­
pio, nelle Chiese ove vi è l’obbligo del1 Coro, si di­
cono due Messe conventuali: una dell’Ufficio del
giorno, senza Commem, l’altra della Feria o dello
Vigilia senza Commem. dell’Ufficio del giorno.
Di queste due Messe, una sola si dice colla assi­
stenza dei corali.
La Messa alla quale si deve assistere dai corali
nei Doppi di I. e II. classe e fra le Ottave privilegia­
te di II. ordine, è quella dell’Ufficio corrente; ne­
gli altri Doppi e semidoppi è quella della Feria o
della Vigilia. Del giorno fra l’Ottava comune se
occorre nelle Ferie o nelle Vigilie sopradette, non
si dice la Messa conventuale, ma si fa solo Comme­
morazione della Messa della Feria o Vigilia. Nei
doppi di I. classe non si commemora la Vigilia co­
mune.
2. Se occorrono insieme una delle suddette Ferie
e una Vigilia, la Messa conventuale si deve dire nella
Feria colla Commemor. della Vigilia. — Ma se l’U f­
ficio è doppio, o dell’Ottava privilegiata, o semidop­
pio, si dicono due Messe conventuali come si è detto
m Capo IL

sopra, una dell’Ufficio del giorno senza Commemo­


razione della Feria o Vigilia ma colle altre che pos­
sono occorrere; l’altra della Feria con ; Commem,
della Vigilia.
3. Così pure nella Feria seconda delle Rogazioni
se occorre un Ufficio doppio o Ottava privilegiata
o Festa semidoppio, si dicono due Messe conventua­
li di cui una sola in coro; ma dove si fa la proces­
sione, occorrendo un Doppio di I. o II. classe, in co­
ro si dice la Messa del giorno e quella delle Roga*
zioni. Negli altri giorni delle Litanie maggiori o mi­
nori in cui occorre un doppio, Semidoppio o giorno
ottavo o Festa semplice o vigilia dell’Ascensione: —
1. Se non si fa la processione si dice l’unica Messa
conventuale dell’Ufficio colla Commemorazione del­
le Rogazioni. Si dice pure l’unica Messa conventua­
le delle Rogazioni nella Feria III delle Rogazioni se
si fa Ufficio della Feria corrente, e così l’unica Mes­
sa conventuale ideila Vigilia dell’Ascensione con la
Commemorazione dell’Ottava e delle Rogazioni, se
nelPUfficio del giorno fra l’Ottava comune si fece
Commemorazione della Vigilia. Ma se questa Vigi­
lia è impedita da Ufficio doppio, che non sia di I
classe, o da Ottava privilegiata o da Festa semidop­
pia si dicono due Messe come sopra al n. 1. colla
Commemorazione delle Rogazioni nella Messa del­
la Vigilia. — 2. Se si fa la processione, in Coro si
dice la Messa delle Rogazioni e fuori del Coro oltre
la Messa della Vigilia dell’Ascensione, anche la Mes­
sa dell’Ufficio del giorno; eccetto che l’Ufficio sia
di un Doppio di I o II classe o dell’Ottava di Pa-
Messa conventuale 387

squa, nel qual caso la Messa Conventuale tanto del­


PUfficio come del giorno delle Rogazioni si dice in
Coro, come si è detto sopra. — Ma nella feria III
delle Rogazioni non si dice la Messa conventuale e
si fa soltanto Commemorazione delPUfficio del gior­
no fra POttava, del giorno -ottavo semplice, della fe­
sta semplice; e nella Feria IV delle Rogazioni si fa
Commemorazione delPUfficio del giorno fra POtta­
va nella Messa della Vigilia delFAscensione.
4. Nelle Chiese in cui vi è una sola Messa conven­
tuale ogni volta che occorre alcuna delle Ferie o Vi­
gilie ricordate al n. 1 e 2:
а) se non si fa la Processione nella Feria II delle
Rogazioni, la Messa conventuale, nei Doppi di I e
II classe e nelle' Ottave privilegiate di II ordine
si dice delPUfficio del giorno colla Commemorazio­
ne della Feria, e, eccetto nei Doppi di I classe, an­
che della Vigilia. — Nei Doppi poi maggiori e mi­
nori e nei semidoppi, la Messa si dice della Feria o
della Vigilia colla Commemorazione delPUfficio del
giorno, occorrendo insieme Feria e Vigilia si dice del­
la Feria colila commemorazione dell’ufficio del gior­
no, della Vigilia etc.
б) se si fa la Processione e nella Chiesa vi è una
Messa unica, questa si dice delle Rogazioni colla
Commemorazione delPUfficio del giorno, eccetto se
la Festa occorrente è un Doppio di I classe, nel qua­
le caso si dice la Messa della Festa colla Commemo­
razione delle Rogazioni.
Così pure si dice una sola Messa conventuale nel
giorno in cui si ripone la domenica impedita, col­
3S8 Capo II.

le Commemorazioni dell’Ufficio del giorno e le altre


occorrenti (Tit. I).

209. Quando e come si celebra la conventuale


da requie.
Circa la Messa Conventuale de requie la Rubrica
dice: Nel primo giorno di ciascun mese (eccettualo
l’Avvento, la Quaresima, il tempo Pasquale) in cui
si fa Ufficio de Feria, in coro si dice la Messa Con­
ventuale de requie pro defunctis Sacerdotibus,. Bene*
factoribus et aliis. Questa Messa si omette in Novem­
bre. Che se in questo giorno libero occorresse Feria
Quatuor Temporum, o una Vigilia, o da riassumere
la Domenica precedente impedita, allora la Messa
de Requie si dice nell primo giorno libero seguente.
Nella Feria 2.a di ogni settimana (fuori della Qua­
resima e del Tempo Pasquale) in cui si faccia Of­
ficio de Feria, libera da Vigilia o da Domenica rias­
sunta, in Coro, invece della Messa Conventuale del
giorno, si può dire quella dei defunti.

210. Quando può essere votiva.


In alcuni giorni per Messa conventuale si può ce­
lebrare una votiva. Tali giorni sono enumerati dalla
Rubrica del Messale Tit. IV.

211. Ora nella quale si celebra la conventuale.


1. La conventuale delle Feste di rito Doppio o Se­
midoppio, della Domenica ordinaria, anticipata o
risposta anche quoad officium, o di un giorno fra
Messa conventuale 389

l’Ottava, o della Vigilia dell’Epifania, si celebra do­


po Terza.
2. Quella del Semplice o della Feria e Domenica
risposta non quoad officium e della Vigilia dell’A­
scensione, dopo Sesta.
3. La Messa delle Rogazioni, delle Ferie di Av­
vento, Quaresima, Quattro tempi (anche fra l’Ot­
tava di Pentecoste) delle Vigilie con digiuno, quan­
tunque questo sia dispensato, dopo Nona.
4. La Messa dei defunti, dopo Prima; nel giorno
di tutti i defunti ed ogni qualvolta si celebra solen­
nemente qualche anniversario, dopo Nona. Quando
si recita il Mattutino e le Lodi da morto alla mattina,
si dice la Messa de requie dopo queste. Nella fe6ta
del S. Natale, la prima Messa si dice dopo il Te
Deum del Mattutino ; la seconda in aurora dopo P ri­
ma; la terza dopo Terza.
5. Le votive solenni perchè non corrispondono al­
l’Ufficio del giorno, se si celebrano solennemente
prò re gravi o [causa publica, col concorso del popo­
lo, si dicono dopo Nona. Così pure dopo Nona si ce­
lebrano tutte le altre Messe non conformi all’U ffi­
cio (1).1

(1) S. C. R. 9 febbr. 1900 HI. in u. Ord. Min. S. Frane


SEZIONE III

Delle Messe private o lette

CAPO I

Rito della Messa privata.

212. Preparazione - Andata all’altare.


La Rubrica del Messale spiega ampiamente le ce­
rimonie della Messa letta. Qui si pongono solamente
alcune osservazioni speciali richiamando la parte
che è seconda di questo volume, alla quale spesso
si rimanderà (1).
Lavate le mani il Sacerdote celebrante prepara
il Calice. Sulla coppa pone ripiegato il purificatore,
le cui estremità pendono alla destra e alla sinistra
del Calice, su di esso la patena coll’ostia in modo che
la immagine del crocifisso che è su questa, guardi
le parti anteriori del calice. E’ bene prima ripu­
lir coll’indice e pollice delle mani l’ostia, dai fram­
menti. Sull’ostia si mette la palla e su tutto si sten­
de il velo, che deve coprire tutto'} il calice; sul ve­
lo la borsa nella quale si è messo il corporale e sul-1

(1) Circa il modo di compiere le cerimonie si osserva quello


che si è detto parlando delle diverse parti della Messa in princi­
pio di questo volume.
Rito della Messa privata 391

la quale si può ripiegar il velo che sta davanti; Ta-


pertura della borsa si mette nella parte anteriore,
ossia verso chi porta il calice. Sul calice non si può
portare nè occhiali, nè manutergio. Si può portare
la chiave del tabernacolo. Si veste e va all’altare,
come si è detto in principio.
v

213. Dal principio della Messa all’Offertorio.


Fatto il segno della S. Croce, tenendo la sinistra
stesa infra pectus recitando la formula In nomine
Patris, etc., ad alta voce, dice il Salmo, alternando
i versetti col! ministro, il Confiteor, e sale all’altare
recitando Y Aufer.
Recita l’Orazione Oramus te, Domine inchinato
mediocremente col capo, colle mani giunte poste
sull’altare. Alle parole: quorum reliquiae hic sunt
stende hic inde le palme sulla mensa dell’altare e lo
bacia. Quindi si erige totalmente e colle mani giun­
te, va dal lato dell’Epistola, ove legge Ylntroito, Fi­
nita la ripetizione dell’Introito, giunge le mani, va
nel mezzo dell’altare, ove recita alternativamente
col Ministro il Kyrie eleison, finito il quale, se oc­
corre, recita il Gloria.
Detto il Dominus vobiscum, va dal1 lato dell’Epi­
stola, nel modo che si è detto, ove rivoltosi al Mes­
sale legge le Orazioni, quindi l’Epistola con quello
che la segue. Finita la lettura va nel1mezzo dell’al­
tare ove recita il Munda cor meum etc, dopo il qua­
le, erettosi totalmente, va dal lato del Vangelo per
leggere la lezione evangelica. Baciato il libro al prin­
392 Capo l.

cipio del tratto del Vangelo che si è letto, congiun­


se le mani, va nel mezzo dell’altare e, se è voluto dal
rito, recita il Credo.

214. DalPOffertorio alla Comunione.


D'etto il Dominiis vobiscum, colle mani giunte leg­
ge l’Antifona Offertorium. Quindi toglie dal calice
il velo etc.
Dopo l’offerta del Calice colle mani giunte e po­
ste sull’altare recita, inchinato, l’orazione: In spiri­
tu humilitatis. Quindi, erettosi totalmente, eleva gli
occhi e le mani contemporaneamente alla croce e ri­
congiunte le mani fa colla destra un segno di
croce sul Calice e sull’Ostia insieme, tenendo la si­
nistra stesa sulla mensa. Ricongiunge le mani e va
dal lato dell’Epistola per la lavanda delle mani. Ri­
torna nel1 mezzo e colle mani giunte poste sull’alta­
re, inchinato mediocremente col corpo, recita l’O­
razione: Suscipe, Sancta Trinitas, stese le mani sul­
la mensa fuori del corporale, baciato l’altare, si vol­
ge al popolo ei dice: Orate fratres.
Poi recita le secrete, il Prelazio conveniente col
Sactus. Le Orazioni del Canone si recitano come si
è esposto altrove.

215. Dalla Comunione alla fine della Messa.


Assunte le sacre Specie e fatta l’abluzione del ca­
lice, ricopre il calice, colle mani giunte va dal lato
dell’Epistola a recitare l’Antifona Communio. Detto
il1 Dominus vobiscum dal mezzo dell’altare, va dal
Rito della Messa privata 393

lato dell’Epistola e recita le ultime Orazioni. Quin­


di recita le altre parti della Messa, colle cerimonie
altrove esposte colle preci imperate dal! Sommo Pon­
tefice.
CAPO II

Messa privata votiva

216. Condizioni per poter celebrare una Messa


votiva privata-
Per poter celebrare una Messa votiva privata si
richiedono tre condizioni, ossia : che la Messa si pos­
sa celebrare more votivo, che vi sia una causa, e
che il giorno lo .permetta. Tali requisiti devono con­
correre simultaneamente e non basta che vi sia l’uno
o l’altro. — Tutte le Messe che si possono celebrare
in rito solenne more votivo, delle quali si è altrove
parlato (1), si ponno celebrare anche privatamente,
eccetto la Messa in anniv. elect. vel consecr. Episco­
pi che non si può celebrare in rito privato (2),
Per poter celebrare una votiva privata non è ri­
chiesta come la solenne, una causa grave, ma ba­
sta una causa ragionevole. Basta adunque la doman­
da di chi offre l’elemosina, la divozione del Cele­
brante verso qualche speciale Santo o Mistero, ei si­
mili.

217. Quando è vietata la Messa votiva privata.


Essa è vietata: in tutti gli offici di rito doppio,
nelle Domeniche anche anticipate o riposte quanto 1

(1) Gfr. più sopra a pag. 264,


(2) S. C. R 12 sett. 1840 n. 2823- 2.
Messa privata votiva 395

alPOfficio, durante le Ottave privilegiate, nelle Fe­


rie dei Quattro Tempi, nelle Ferie di Avvento dal
17 al 23 dicembre inclusive, nelle Ferie di Quare­
sima dal giorno delle Ceneri alla Feria IV delia
settimana Santa inclusive, nella Feria II delle Roga-
zioni, nelle Vigilie, nel giorno ottavo dell’Ottava
semplice, anche quando di essi si fa soltanto Coin-
memorazione nell’Officio, nonché nei giorni in cui
bisogna riassumere la Messa d’ima Domenica im­
pedita.
Quindi esse si possono celebrare ex rationabili
causa nelle feste semidoppie, nei giorni fra le ot­
tave comuni, nella feria V II dopo l’ottava dell’A­
scensione e in tutti gli offici di rito semplice non
eccettuati (1). Fra le ottave semplici non si può
celebrare more votivo la Messa dell’Ottava, ma si
deve dire come nella festa (2).
Il colore dei paramenti è il medesimo tanto per
la Messa privata come per la Messa solenne. L’In­
troito della Messa votiva della Festa, quando ha
con essa speciale relazione, si cambia col comune.
Così l’Introito Gaudeamus.

218. Come si celebra.


Il Gloria, nelle Messe votive private, (anche se
si celebrano in canto e solennemente) non si dice,
eccetto: o) nelle Messe della B. V. in sabato; b)1

(1) Rubr. Miss. ref. Tit. II. I.


(2) S. C. R. 18 genn. 1918. 1.
396 Capo II.

nelle Messe dei SS. Angeli; c) in quelle dei Santi


quando si celebrano, per speciale indulto, nel loro
giorno festivo o fra l’ottava.
Si dicono sempre tre Orazioni delle quali la pri­
ma della Messa che si celebra, la seconda dell’U f­
ficio/ del giorno (Semidoppio, Semplice, Feria), la
terza quella che si sarebbe detta in secondo luogo, se
si fosse celebrata la Messa conforme all’Ufficio. Al­
le tre Orazioni liturgiche si devono aggiugere le im ­
perate, e se ne ponno aggiungere altre ad libitum,
conservando il numero dispari, e non oltrepassando
il numero sette.
La seconda Orazione, ossia quella dell’Ufficio,
non varia mai, si deve sempre recitare (tranne nella
S. Messa del S. Cuore al primo venerdì di ogni me­
se), ma non cosi la terza. Questa per alcune Messe
particolari, è determinata dalle leggi liturgiche, quan­
do, s’intende non occorrono Commemorazioni. Così:
a) nelle votive della B. V. si dice, per terza Orazione,
quella dello Spirito Santo. ; b) nelle votive dì S. Pie­
tro e S. Paolo la terza Orazione è quella dell’Uffi­
cio, perchè si deve fare la Commemorazione sempre
dell’altro Apostolo; c) nella votiva dei SS. Apostoli
che si trova in fine del Messale, si dice, per terza O-
razione, Concede nos famulos etc. della B. V. quando
il tempo richiede VA cunctis (dalla Pentecoste al­
l’Avvento); d) nella votiva pro gratiarum actione la
terza è dell’Ufficio; e) nelle votive che si celebrano
nella Feria delle Rogazioni la terza è della B. V.;
/) nella votiva di S. Giuseppe che si recita nel tempo
in cui è( prescritta l’Orazione A cunctus, si re-
Messa privata votiva 397

cita questa, omettendo il nome di S. Giuseppe (1 );


g) nelle votive della SS. Trinità fra l’Ottava di una fe­
sta della B. V. si dice per seconda Orazione quella
dello Spirito Santo (2).
Nelle Messe votive che si celebrano per privilegio
e corrispondente all’Ufficio ad instar simplicis redae-
tae9 che altrimenti sarebbero di rito doppio, si dico­
no solamente le commemorazioni e collette della Mes­
sa festiva dell’Ufficio di rito doppio (3).
Nelle Orazioni si fanno le mutazioni come si è det­
to parlando della Messa votiva solenne (4).
Il Graduale, ili Tratto si recitano o si omettono, se­
condo il tempo. Quando queste parti mancano nella
Messa votiva si assumono dalla Messa del Comune. Co­
sì nel tempo Pasquale, nel tempo di Passione etc. La
Sequenza si omette sempre (5).
Il Credo si omette sempre (6). Il Prefazio, il Com­
municantes,, e 1'Hanc igitur si recitano nelle private,
come si è detto nelle solenni.
Se si è recitato il Gloria si dice l’Ite Missa est,
altrimenti; il Benedicamus. In fine della Messa si
legge sempre il Vangelo di S. Giovanni.
Tutte queste regole si osservano anche se la Mes­
sa votiva si celebra in canto per divozione o causa
privata (7).1

(1) & G R. 27 maggio 1876 n. 3400. HI.


(2) S. C. R. 6 febb. 1892 n. 3764. XII.
(3) S. C. R. 10 nov. 1906.
(4) Vedi aopra a pag. 269.
(5) S. a R. 16 sett. 1673 n.1490* 2; 21 marzo 1795 n. 1550. 2.
(6) S. € . R. 30 giugno 1896 n. 3922. Iti.
(7) S.S. C. R. 2 aett. 1690 n. 1843. 1.
398 Capo IL

219. Messe votive concesse ai Santuari ecc.


Il privilegio della Messa votiva letta, concesso
per ispeciale grazia a qualche Santuario, da poter­
si celebrare anche nei Doppi di I e II classe, e il
privilegio della Messa votiva del Sacro Cuore, nel­
la prima sesta feria di ogni mese, rimangono nel
loro vigore anche nelle ferie ei nelle vigilie dalla
nuova rubrica escluse.
Il privilegio della Messa votiva letta, concesso in
qualunque modo) o titolo a qualche Santuario, Chie­
sa e Comunità regolare per cui si possa solamente
celebrare nei doppi maggiori e minori escluse le fe­
rie e vigilie privilegiate, sarà da applicarsi quind’in-
nanzi in modo che le dette Messe votive lette resta­
no proibite in tutte le ferie enumerate in detta ru­
brica (Tit. X n. 2. 5.). Invece però della Messa vo­
tiva, nella Messa del giorno si dirà l’Orazione della
stessa Messa votiva, o nella Messa del giorno, dopo
l’Orazione della feria o della vigilia, o nella Messa
de feria o vigilia, prima delle altre Orazioni.
Che se vi è speciale concorso di popolo, si potrà
celebrare l’unica Messa Ietta delle predette votive,
quando non si può comodamente cantare (1).

220. Messa votiva del S. Cuore di Gesù nel


primo Venerdì del mese.
Con decreto della S. C. dei Riti (2) nelle Chiese
od Oratori, nei quali al primo venerdì di ogni mese

( r S. C. R. 8 febbr. 1.913. I IL
(2) S. C. R. 28 giugno 1889 n. 3712.
Messa privata votiva 399

si fanno al mattino speciali esercizi di pietà in ono­


re del Divin Cuore, coll’approvazione delPOrdina-
rio, Suà Santitità concesse ut hisce exercitiis addi va­
leat Missa votiva de Sacro Corde Jesu; dummodo in
illam diem non incidat aliquod Festum Uomini aut
duplex primae classis, vel Feria, Vigilia, Octava ex
privilegiatis, de cetero servatis Rubricis.
Dal quale Decreto e da altri esplicativi posterio­
ri, appare: a) Che per celebrare tale Messa in una
chiesa od oratorio pubblico, occorre il consenso del-
l’Ordmario; b) Che dev’essere unita a speciali eser­
cizi di pietà, fatti ad onore del S. Cuore di Gesù c)
che non si può celebrare in quella chiesa in cui vi
è un solo Sacerdote, il quale deve celebrare quella
conforme all’Ufficio e neppure nei giorni festivi di
precetto dove vi è un solo Sacerdote che deve appli­
care pro populo (1).
Questa Messa è proibita: 1) Nelle feste di G. C.
ed in quelle equiparate, come la feria VI dopo l’Ot­
tava dell’Ascensione e nel primo venerdì di gennaio,
in cui si deve recitare la Messa di Ottava; nella festa
della Purificazione della B. M. V. 2) Nella Vigilia
dell’Epifania. 3) Fra le Ottave dell’Epifania, di Pa­
squa, dell’Ascensione, di Pentecoste, del Corpus Do­
mini e delle altre Feste del Signore; 4) Nel giorno in
cui si fa Ufficio o Commemorazione di una Vigilia od
Ottava, quantunque semplice, dell’identico mistero
(v. g. del Preziosissimo Sangue o Purificazione dove
hanno Ottava). In questi casi si celebra la Messa del­
la Festa, Vigilia od Ottava con pari diritti di quella
(1) S. c. R. 27 marzo 1902. I. II.
400 Capo IL

del Sacro Cuore; 5) Nei Doppi di I classe; 6) nel


giorno della Commemorazione di tutti i fedeli defun­
ti e nelle Rogazioni se si fa la Processione e vi è un
solo sacerdote che celebra nella chiesa.
In tutti questi giorni (eccettuata la Feria VI in
Parasceve la Commemorazione di tutti i fedeli de­
funti e i doppi di I classe delle Feste del Signore u-
niversali) si può fare Commemorazione della Messa
votiva del S. Cuore impedita, anche nella conventua­
le o cantata, sub unica conclusione, colla Orazione
della Messa come si è detto per le Votive prò re gravi.
Questa Messa si celebra con Gloria e Credo ed in
essa si fa Commemorazione dei Doppi di II classe,
delle Ferie maggiori e della Domenica anticipata o
riassunta.
Quando in essa si fa Commemorazione d’un Santo
od Ufficio che ha nella Messa un Vangelo proprio
si legge questo in fine della Messa, invece di quello
di S. Giovanni.
Si omettono le collette imperate simpliciter e si pos.
sono pure omettere le Preci prescritte da Leone XIII
in fine della Messa.
La Messa votiva del S. Cuore è una sola e inco­
mincia colle parole : Cogitationes, ed ha Prefazio pro­
prio. Trovasi tra le novissime.
GK Alleluja, il Graduale etc., dopo l’Epistola si
dicono o si omettono secondo il tempo ecclesiastico
in cui si celebra.
Fuori del primo venerdì del Mese se si celebra
questa Messa votiva, la si celebra quando è permessa
la Messa votiva privata e col suo rito.
CAPO III

Messa privata de requie

221. Quando si può celebrare la Messa privat


de requie.
La nuova rubrica del Messale riformato (Tit. IH,
9) dice: Le Messe quotidiane dei Defunti non canta­
te si permettono in quei soli giorni in cui 6i fa Ufficio
di una Festa semidoppia, nei giorni fra l’O ttava co­
mune, della Feria VI dopo l’ottava dell’Ascensione, di
una Feria Maggiore d’Avvento, di S. Maria in Sab­
bato, di Festa semplice, di Feria minore per Tanno.
Quando non occorrono Ottave privilegiate, le Ferie
dei Quattro Tempi, la Feria II delle Rogazioni, le Fe­
rie delle Antifone maggiori dal 17 al 23 dicembre in­
clusive, una Vigilia od un giorno ottavo di Festa sem­
plice, nè si deve primamente riassumere la Messa
della Domenica impedita. Nè quando è esposto il
SS. Sacramento (Tit. IH , 12).
In Quaresima la Messa quotidiana de requie sen­
za canto è permessa soltanto il primo giorno libero
di ogni settimana, in cui cioè, fuori dei Quattro
Tempi e delle Vigilie, si fa di un Semidoppio o del­
la Feria non privilegiata, secondo il- Calendario del­
la Chiesa in cui si celebra la Messa».
•^ 2 2 2 . Messa nei sepolcreti e nelle Chiese ove si
fa il funerale.
In questi ultimi tempi però la S. Congregazione
dei Riti estese ancor più la facoltà di celebrare la
402 Capo Hi.

Messa de requie, tanto riguardo al luogo quanto ri­


guardo ai giorni. E perchè il noto Decreto (1)
oggetto di diverse interpretazioni, qui lo si riferisce
colle conseguenze che ne derivano e le interpreta­
zioni, autentiche od estensioni fatte dalla S. C. stes­
sa, le quali, se ben si osserva, sono col Decreto in
perfetta armonia, nè sono in contraddizione fra di
loro.
II Decreto adunque ha due parti : la prima è quel­
la che riguarda la celebrazione della Messa nei se­
polcreti cimiteriali; la seconda riguarda la Messa
nelle) chiese ove è presente fisicamente o moral­
mente il cadavere, e si fanno i funerali.
Circa la prima parte si stabilisce che si può cele­
brare, nei sepolcreti la Messa de requie in tutti i
giorni eccetto le Feste di rito doppio di prima e
di seconda classe* e le Domeniche e le Ottave, ferie
e vigilie privilegiate. «In quolibet Sacella sepulcreti
rite erecto vet erigendo, Missas quae inibi celebrari
permittuntur posse esse de requie diebus non impe­
ditis a festo duplici primae vel secundae classis, a Do­
minicis aliisque Festis da praecepto servandis necnon
a Feriis, Vigilis, Octavisque privilegiatis. — Tale pri­
vilegio riguarda solamente Foratorio pubblico e prin­
cipale del Cimitero e non le altre chiese o cappelle
fuori del cimitero' nelle quali, pure, alla legittima di­
stanza dall’altare, fossero seppelliti i cadaveri (2).
Nei sepolcreti ove non si seppelliscono più i cadaveri1

(1) S. G. R. maggio 1896 n. 39U3.


(2) S- G R. 12 maggio 1897 n. 3944. 1.
Messa privata de requie 403

non si può celebrare tale Messa, coi privilegi come


sopra, e neppure nelle chiese parrocchiali che hanno
all intom o il cimitero (1), ma hanno l’onere corale
o la cura d’anime.
Circa la seconda parte ossia la celebrazione della
Messa de requie, praesente cadavere, si stabilisce
che : «In quibuslibet Ecclesiis et Oratoriis quum p u ­
blicis tum privatis et in Sacellis ad Seminaria, Col­
legia et Religiosas vel pias Utriusque sexus Commu­
nitates spectantibus, Missas privatas de requie, prae­
sente, insepulto vel etiam sepulto non ultra biduum
cadavere, fieri posse, die vel pro die obitus aut der
positionis verum sub clausulis et conditionibus iis
dem in casibus e quibus juxta Rubricas et Decreta.
Missa solemnis, de requie iisdem in casibus decanta­
tur, exceptis duplicibus primae 'classis et Festis de
praecepto». Pertanto:
1. Riguardo al luogo, la Messa privata si può
celebrare non solamente nelle chiese parrocchiali,
ma anche negli oratorii pubblici e privati, nelle chie­
se dei Seminari, collegi e comunità religose, purché
in esse sia presente fisicamente o moralmente il ca­
davere, e se si tratta di oratorii pubblici o chiese par­
rocchiali nelle quali si deve anche fare U funercde
colla Messa esequiale (2).
Perchè è un privilegio proprio' della chiesa ove si1

(1) S. C. R. 28 aprile 1902. I Labacen. Questo decreto è inse­


rito nelle Rubr. del Messale rif. Tit. IH n. 8.
(2) S. C. R. 12 genn. 1897 n. 3944. I li; 3 apr. 1900 DI- IV;
8 aprile. 1902.
404 Capo III.

fa un funeralq di un defunto (1 ); quindi è vietata


negli oratori semipubblici (2).
Negli oratori privati è permessa praesente cadave­
re in domo, servatis servandis (3).
2. Riguardo ai giorni : sono vietate nelle feste di ri­
to doppio di I classe, o nelle feste di precetto e nei
giorni che escludono le feste di I classe, come la Fe­
ria IV delle Ceneri (4).
3. Riguardo al numero : tutte le Messe private oltre
la esequiale, si ponno celebrare de Requie, sotto le
debite condizioni (5).
4. Riguardo al numero delle volte che tale privi-
legio^ si può applicare per ogni defunto, esso vale per
un solo giorno di quelli decorrenti dalla morte alla
sepoltura (6). Quindi non si può estendere il p ri­
vilegio a due o tre giorni, ma è riservato ad uno solo
e negli altri si può solamente celebrare de requie,
quando lo permettono le Rubriche generali citate al
n. 1 di questo Capo.
5. Pei poveri anche la Messa esequiale presente ca­
davere che si dovrebbe cantare, si può celebrare an­
che privata, nei giorni in cui è permessa la cantata
presente cadavere, purché nelle Domeniche e Feste1

(1) S. C.R. 3 apr. 1900. I; 10 nov. 1906.


(2) S. C.R. 28 apr. 190(2. Decr. Labac, VII.
(3) S. C.R. 3 apr. 1900. HI. IV.
(4) S. C.R. 12 genn. 1897 n. 3944. HI.
(5) S. C R. 28 maggio. 1897 n. 3957. I.
(6) S. G. R. 10 nov. 1906.
Messa privata de requie 405

di precetto non si ometta la Messa delFTJfficio cor­


rente (1).
6. Nel giorno della Commemorazione dei fedeli de­
funti praesente cadavere lei Messe private si dicono
del Comune (2).
7. Nella cappella ardente del' Vescovo defunto, si
ponno celebrare una o due Messe e non mai più
di tre, le altre si devono celebrare nella Cattedrale.
Nelle case private, presente cadavere, nella camera
ardente, non si può celebrare la Messa; nei casi
straordinari e per causa ragionevole col permesso
del Vescovo (3).
8. Le Messe che si celebrano de requie per que­
sto privilegio, devono essere applicate pel defun­
to (4).

223. Messa che si celebra.

Quando si può celebrare la Messa privata de re­


quie, quale si 'celebra delle quattro Messe che tro-
vansi nel Messale?
a) In die vel prò die obitus e nel giorno terzo, set­
timo, trentesimo ed anniversario della morte del
Sommo Pontefice, di un Cardinale, di un Vescovo si
dice la prima colla Orazione conveniente;
b) nei giorni suddetti, pei Sacerdoti, si può dire1

(1) S. C. R. 9 maggio ]899 n. 4024.


(2) S. C. R. 20 seu. 1678 n. 1788.
(3) S. C. R. 18 die. 1925; 30 aprile 1926.
(4) S. G R. 12 genn. 1897 n. 3914.
406 Capo 111.

la prima coll’Orazione D^us qui inter Apostolicus;


c) Per gli altri defunti si dice, quella assegnata in
die obitus vel anniversario;
d) Negli altri giorni si dice la quotidiana.

224. Numero e qualità delle Orazioni.


a) Nel giorno della Commemorazione di tutti i
defunti, in quello della morte o della deposizione
o im die quasi obitus, nel giorno terzo, settimo, tren­
tesimo ed anniversario, si dice sempre una sola Ora­
zione (1), e precisamente quella che corrisponde alla
qualità del'defunto od al giorno in cui si celebra la
Messa: terzo, settimo etc.).
b) Nelle Messe quotidiane si devono sempre
dire tre Orazioni. Se si celebrai per un defunto o piu
defunti determinati la prima è pel defunto o pei de­
funti stessi, come si trovano nelle Orationes diversae,
la seconda ad libitum, l’ultima quella prò omnibus
defunctis, che e la terza della Messa quotidiana.
Quando invece si celebra pei defunti in genere, si
dicono le tre che si trovano nella Messa quotidiana
e collo stesso ordine.
c) Nelle Messe quotidiane lette si ponno aggiun­
gere anche più Orazioni; l’ultima dev’essere quella
prò omnibus defunctis (2) e devono formare un
numero dispari.
In alcune Orazioni pei defunti trovasi la lettera N.1

(1) Rubrica Gen. V. 8; Decr. S. C. R. 30 giugno 1896 n. 39231


(2) S. C. R. Decr. cit. Il- HI. IV.
M essa p riv a ta d e r e q u ie 407

la' quale richiede che si esprima il nome (non il


cognome o la qualità) del* defunto; e nel Messale ri­
formato tale lettera N. si trova in tutte le Orazioni
in cui si può nominare il defunto.

225. Come si celebra.


Il colore dei paramenti nella Messa de requie è
sempre il nero, (eccetto nel giorno dei morti, quan­
do, in questo giorno fosse esposto solennemente il
SS. Sacramento nel qual caso si deve adoperare il!
violaceo (1).
In principio della Messa si omette il Salmo Judi­
ca me Deus; all’Introito ilC elebrante fa un segno di
croce colla destra sul libro tenendo la sinistra stesa
sulla mensa.
La Sequenza si deve sempre recitare quando nella
Messa si dice una sola Orazione: quando invece si
dicono più Orazioni (Messe quotidiane) la si recita
oi la si ^rnet'te ad libitum del Celebrante (2). Il Pre-
fazio è sempre il proprio.
Occorrendo nel Canone il nome del Santo di cui
si fa l’Ufficio, o Commemorazione nell’Ufficio; non
si china il capo; ed in fine rivolto all’altare *1 'dice
sempre Requiescant in pace, anche quando si cele­
bra per un solo defunto (3).
Prima di leggere il Vangelo non si dice: Jube91

(1) S. G. R. Decr. Cit. V.


(2) S. C. R. Decr. gen. 27 giugno 1868 n. 3177.
(3) S. C. R. genn. 168 n. 1611.
408 Capo HI.

Domine, etc. nè in fine si bacia il libro e non si dice


la form ula: Per evangelica dieta etc. Dopo il Lavam
bo non si recita il Gloria Patri; VAgnus Dei si re­
cita a mani giunte e col capo inchinato; si omette
la prima delle tre Orazioni avanti la Comunione. In
fine non si dà la benedizione, ma si recita il Placeat
tibi, si bacia l’altare e sì legge il Vangelo di S. Gio­
vanni.

226. Messa all’altare privilegiato.


La Santa Chiesa concede speciali indulgenze pei
defunti, annettendo privilegi a qualche Altare, det­
to perciò privilegiato. Per poter lucrare tali indul­
genze all’Altare privilegiato si deve per sè celebrare
la Messa de requie se la permettono le rubriche (1).
Però la S. C. dei Riti dichiarò: «In altari privi­
legiato sive in perpetuum sive ad tempus pro aliquo
infra hebdomadam die (etiam si personale sit privi­
legium), si quotidie Missae nullae essent de requie
celebrandae, posse quidem illis obligationibus satisfie­
ri eodemque gaudere privilegio, Missam celebrando
de currenti Festo cum applicatione sacrificii». Cio
però si deve intendere soltanto per quei giorni, nei
quali, secondo la Rubrica del Messale, sono proibite
le Messe de requie (2). Quindi tali privilegi non si1

(1) S. C. R. n. 1333. 1.
(2) S. C. R. n. 1793: 2041; 2692.
Una delle questioni più agitate fu quella se si possa o no
ammnistrare la Comunione nella Messa da morto e prima di in­
cominciarla e appena dopo finita, prima di partire dall’altare- Ora
i Decreti della S. C- dei Riti permettono che si faccia la Coma-
M essa p riv a ta d e re q u ie 409

godono se nei giorni in cui si può celebrare de requie


si dice la Messa de festo o de feria.

227. Messe de requie concesse per privilegio.

Il privilegio concesso p e r alcuni luoghi od Ordi­


ni di celebrare le Messe lette pro defunctis due o
tre volte la settimana, anche quando occorre un
Doppio maggiore o minore, quindi innanzi si de­
ve applicare così che si intenda concesso pei gior­
ni nei quali non occorre una feria maggiore, o
vigilia. Per cui in tali ferie o vigilie sono sempre proi­
bite le Messe lette pro defunctis, eccettuate quelle
in die vel prò die obitus, nelle chiese ove si fa il
funerale di un defunto colla Messa in canto, ed ec­
cettuata ancora l’unica Messa che si può celebrare
per un defunto povero, quelle nei sepolcreti, del
primo giorno libero di ogni settimana di Quaresima,
secondo le nuove Rubriche. Per grazia speciale del­
la S. Sede si ritengono validi i Rescritti quinquenna­
li orai concessi a qualche diocesi e ordini di celebrare
due volte la settimana le Messe lette de requie nel
giorno della morte, deposizione, terzo, settimo, trente­
simo e anniversario (1).

mone, non 90 I0 nella Messa, con particole consacrate in essa ed


anche conservate nel Tabernacolo, ma anche prima e dopo, quan­
do vi è bisogno, ossia quando si presentano i fedeli per riceverla,
Vedi decr. gen.27 giugno n. 3177.1

(1) Sl C. R. 8 febbr. 1913. IV.


CAPO IV

Messa votiva per gli sposi

228. Il Sacramento del Matrimonio e la Benedi­


zione nuziale nella Messa.

Quantunque il Sacramento del Matrimonio, gran­


de in Cristo e nella Chiesa, si celebri fuori della Mes­
sa colPassistenzai del Parroco, tuttavia è nella Messa
che si invocano speciali benedizioni sugli sposi in con­
formità al fine del Sacramento. Per ciò la Chiesa, co­
me ha creato uno speciale formulario di Mes'-a per
gli sposi, ha pure ad essa accordati particolari privi­
legi che la distinguono dalle altre. Essa si può cele­
brare anche in giorni nei quali sono proibite le voti
ve e, a differenza di queste, quando le, feste od Uffi­
ci occorrenti ne impediscono la celebrazione se ae
deve fare la Commemorazione.

229. Quando è permessa la Messa votiva per


gli sposi.
Anche qui la nuova Rubrica del Messale (Tit. II.
n. 2) concentra quanto era stato deciso dalla S. C.
dei Riti e dice: La Messa votiva pro Sponsis colla
propria benedizione è permessa ogni giorno delPan-
mo fuori del tempo in cui sono vietate le solennità del­
le nozze; ed anche in questo tempo ogni volta che
POrdinario per giusta causa permette la benedizione
nuziale. Si eccettuano : 1) Le Domeniche, le Feste
M essa v o tiv a p e r g li S p o si 411

di precetto, benché soppresse, i Doppi di I e, I l clas'


se, le Ottave di I e II ordine, le Ferie e le Vigilie pri­
vilegiate. In questi casi eccettuati, si dice la Messa
del giorno e ad essaci aggiunge POrazione per gli Spo­
si sub unica conclusione colla prima. Ma nel giorno
della Commemorazione di tutti i fedeli defunti è
proibita la Messa con POrazione e la Benedizione nu­
ziale; 2) Questa) non si può mai dare fuori della
Messa, né quando la Messa o la sua Commemorazio­
ne non si possono fare; non può aver luogo la Be­
nedizione se gli sposi non sono presenti; se l’uno o
Paltro ha già ricevuto la Benedizione nuziale, osser­
vata però la consuetudine, ove vige di dare tale Bene­
dizione se lo sposo (vedovo) l’ha già ricevuta; 3) Che
se le nozze si contrassero in tempo chiuso, nè fu data
la Benedizione nuziale, si differisce la Messa colla
propria Benedizione, fuori del tempo chiuso, in un
giorno in cui si può celebrare la Messa od almeno
fare la Commemorazione degli sposi.

230. Se sia obbligatoria.


Ma tale Messa si può celebrare ad libitum, u la si
deve celebrare quando permettono il tempo, le per­
sone e le Rubrice?
Si distingue la celebrazione, dalla applicazione del­
la Messa per gli Sposi. Quanto all*applicazione è cer­
to che non si è tenuti a farla per gli sposi, se da essi
non è richiesta nè offerta l’elemosina relativa. Quan­
to invece alla Messa, si deve celebrare la votiva quan­
do è permessa. Ciò appare : a) Dalle espressioni del
Rituale : « si benedicendae sint nuptiae, parochus Mis•
412 C apo I V .

sam pro sponso et sponser, ut in Missali Romano, ce­


lebret, servatis omnibus quae ibi praescribuntur» ( i)
ò) dalla Risposta: «Missa in nunptiis semper debet
esse votiva pro sponso et sponsa, ut in Missali, prae­
terquam in festis de praecepto etc.» (2).

231. Come si celebra.


La Messa votiva per gli sposi, ch’è l’ultima delle
votive del Messale, si può celebrare privatamente od
in canto senza alcuna differenza circa le Orazioni e
le altre parti essendo per sè una votiva privata Non
si recita il Gloria nè il Credo; si dicono tre Orazioni
(o più se occorrono commemorazioni ecc.) delle qua­
li la prim a della Messa votiva, la seconda dell’Ufficio
corrente, la terza una commemorazione se occorre
(Ottava, Feria, Vigilia, Semplice) o quella che si di­
ce in secondo luogo nelle Feste Semidoppie occorren­
ti in quel tempo. In fine si dice il Benedicamus Do­
mino», si legge il Vangelo di S. Giovanni.
Quando si celebra questa Messa in una Festa del­
la B. V. nel tempo nel quale è prescritta l’Orazione
A cunctis si omettono'in essa le parole: intercedente
beata et gloriosa semper Virgine Dei Genetrice Ma-
ria, perchè si è già fatto menzione della B. V. nella
Commemorazione della sua Festa (3).
Si celebra in paramenti di color bianco.1

(1) Rit. Tit. VII. Ca. 2 n. 3 e Cap. n. 16.


(2) S. C- R. giugno 1853 n. 3016. 1; Cfr. inoltre 30 giugno
1896 n. 3922. VI.
(3) Vedi sopra a pag, 103.
M essa v o tiv a p e r g li S p o si 413

232. Solenne Benedizione nuziale.


In questa» Messa si dà la solenne Benedizione agli
sposi, quando non è proibita per ragione del tempo
e delle persone.
Essa ha luogo in due punti della Messa: 1) Dopo
il Pater noster, rispostosi dal ministro : Sed libera nos
etc. il Celebrante detta la parola Amen, genuflette to­
sto e si ritrae del lato dell’Epistola rivolto verso gli
sposi, genuflessi davanti all’altare e recita, a mani
giunte, l’Orazione Propinare e la seguente, mentre il
ministro sostiene il libro. Alle parole Jesum Christum
china il capo verso il SS. Sacramento quindi si ri­
volge al mezzo dell’altare genuflette e prosegue la
Messa: gli sposi si ritirano al loro posto. 2) Prima di
recitare l’Orazione Placeat tibi Sancta Trinitas, il Ce­
lebrante si volge ancora, dalla stessa parte di prima,
agiti sposi, senza fare prima genuflessione, e recita
l’Orazione Deus Abraham etc., dopo la quale tiene
un breve sermone ad essi. Quindi li asperge con l’ac­
qua benedetta e prosegue nella Messa recitando il
Pfaceat tibi etc.
Quando occorre di benedire contemporaneamente
più sposi, le Orazioni della Benedizione si recitano
sempre in numero singolare (1) .
La Benedizione solenne nuziale, che è nel Messale
non si può impartire fuori della Messa (2). Ultima­
mente venne approvata una formula di Benedizione
nuziale che si può dare anche fuori della Messa,
quando gli sposi non l’hanno ancora ricevuta.
(1) De-Herdt, III n. 282.
(2) S. C. R. 12 febbr. 1909 n. 423.
CAPO V

Messa privata presente il Vescovo.


Messa all’altare dove è esposto il SS.Sacramento
Messa privata celebrata dal Vescovo.

233. 11 Vescovo presente alla Messa privata nei


luoghi di sua giurisdizione, e fuori di essi.
Tutte le regole liturgiche circa le riverenze che si
devono al Vescovo- quando assiste alla Messa privata,
si devono applicare solamente quando è nella propria
Diocesi o nei luoghi di sua^ giurisdizione. Fuori di es­
sa per sè non gli si deve alcuna riverenza e si celebra
la Messa come non fosse presente (1). E’ però con­
veniente che passando davanti a lui' nelPaccedere al­
l’altare e prima di partire si faccia inchino (2). Ce­
lebrando all’altare ove è esposto il SS. Sacramento,
al Vescovo non si fa alcuna riverenza.

234. Cerimonie del Celebrante.

ET conveniente che il Celebrante vada all’altare,


collochi il calice e prepari il libro prima dellia venuta
del Vescovo, quindi lo aspetti in piano, dal lato del
Vangelo. Se però il Vescovo è già presente al faldi­
storio, in mezzo al) presbiterio o da un lato, il Cele-

(lj Rit. cel. Miss. III. 2. 8; Caerem. Ep- I. c. XXX, 4. t


(2) Merati, p. II. t. 3 n. 6; De-Herdt, II. 41. 5
Messa privata presente il Vescovo 415

brante, esce di sacrestia col calice ed arrivato davanti


al Vescovo, col capo coperto, gli fa inchino profondo
deli capo quindi davanti all’altare, scopertosi, fa la
debita riverenza, e sale, alquanto in disparte per non
voltare le spalle al Vescovo.
Accomodato il calice e il libro, discende dal lato
opposto da quello ove si trova il Vescovo, o dal lato
del Vangelo, se il Vescovo sta in mezzo al presbite­
rio; fatta, in piano, la debita riverenza a lf aitare, in­
china profondamente il Vescovo ed incomincia la
Messa. Recitando il1Confiteor invece delle parole vo­
bis fratres, vos fratres, dice, rivolgendosi verso il’ Ve­
scovo: tibi Pater, te Pater. Detta la parola Oremus,
prima di salire Paltare, inchina profondamente il Ve­
scovo (1). 1
Quando per mancanza di ministro inserviente il ce­
lebrante’trasportargli stesso il Messale, passando nel
mezzo dell’altare fa solamente inchino col capo (2).
Letto il Vangelo, il >Celebrante non bacia il libro e
quindi non1dice le relative parole: Per evangelica di­
eta, ma il ministro lo porta, aperto, da baciare al Ve­
scovo, genuflettendo prima e dopo davanti a lui (3).
Quando sono presenti più Vescovi bacia il libro il più
degno, se tutti sono uguali non si bacia da nessuno,
nemmeno! dal Celebrante (4).
In fine della Messa il Celebrante benedice il popo-1234

(1) Rit. cel. Miss. III. 8. 9. IL


(2) S. C. R. 1 febbr. 1907. XXL
(3) Caerem. Ep. 1. XXX. 1.
(4) Caerem. Ep. I. c. 3; De-Herdt, II. 39.
416 C ap o V.

10 nel solito modo*; ma prima di dare la benedizione,


fa inchino al Vescovo, quasi a domandare la licenza
di benedire, e si ritira alquanto in disparte se il Ve­
scovo sta nel mezzo perchè è principio antichissimo
che in chiesa «Episcopus benedicit sed non benedice-
tur», onde egli, alla benedizione sacerdotale nella
Messa non si segna. Prima di partire fa l!a debita rive­
renza all’altare, inchino al Vescovo; quindi si copre
11 capo e va alla sacrestia.

235. Messa all'altare ove è esposto il SS. Sa*


cramento.
Già si è altrove osservato che non è conforme alla
mente della Chiesa, che si celebri la'Messa? all’altare
ove è esposto per pubblica causa il SS. Sacramento.
Tuttavia può occorrere più sovente di celebrare ia
Messa privata, che non la solenne. Così per esempio
in Domenica la maggior comodità di far ascoltare la
Messa al popolo, che a .mala pena potrebbe assister­
vi se si celebrasse la Messa ad altari secondari.

236. Cerimonie da osservarsi.


Il Celebrante, appena arrivato al oospetto del SS.
Sacramento, si scopre il capo e all’altare fa genufles­
sione doppia in piano davanti alFinfimo gradino (1).
Sale l’altare, accomoda il calice, e fa genuflessione
semplice prima di andare ad accomodare il libro, ri­

ti) S .C. R. 12 nov. 1831 n. 2865. 47. Non fa riverenza ad


alcuno, nemmeno al Vescovo.
Messa privata presente il Vescovo 417

torna e scende dal lato del Vangelo, per non voltare le


spalle al Santissimo. Prima di incominciare la Messa,
fa genuflessione semplice e la ripete appena salito
Palitare (non prim a), recitando la Orazione Aufer a
nobis davanti alla mensa. Prima di recarsi dal lato
dell’Epistola a cominciar la Messa^ genuflette.
In generale circa le genflessioni da farsi dal Ce­
lebrante (sempre semplici) all’altare, il De-Herdt, dà
la regola comunemente tenuta dagli altri liturgisti:
«Prima sacerdotis actio in accessu ad medium altaris,
et ultima in discessu debet esse genuflexio. Inde seJ
quitur : 1. dum sacerdos est in medio altaris et se ver-
terè debet ad populum, prius osculatur altare, deinde
genuflectit et tum se vertit ad populum et 2. dum con­
tra sacerdos ad medium altaris accedit ad dicendum
Dominus vobiscum, prius genuflectit deinde oscula­
tor altare, et tunc se vertit»;
La elevazione degli occhi, gli inchini, che ordina­
riamente si fanno verso la croce, si fanno verso il SS.
Sacramento. Al lavabo il Celebrante discende dai gra­
dini dell’altare in piano, in modo da non voltare le
spalle al SS. Sacramento. All’Orate fratres non com­
pie il circolo, ma si ritrae alquanto dal lato dei Van­
gelo, come quando recita il Dóminus vobiscum, senza
voltar le spalle al SS. Sacramento, ritorna per la me­
desima parte e genuflette nuovamente.
P er l’abluzione delle;dita sul calice dopo la Co­
munione, si ritrae dal lato dell’Epistola, ma non di­
scende dai gradini e non allontana il calice dalla men­
sa. In fine della/ Messa benedice il popolo, genuflet­
tendo prima di dire le parole Benedicat vos eie. Data
m Capo V.

la benedizione, ritirato alquanto'dal lato del Vangelo,


non compie il circolo per andar a leggere l’ultimo
Vangelo, ma neppure ritorna al mezzo dell’altare, per
ripetere la genuflessione. Si volge immediatamente
verso' sinistra, trovandosi già dal lato del Vangelo. Al
principio del Vangelo di S. Giovanni si può fare col
pollice il segno della croce sull’altare; leggendosi altro
Vangelo si' deve segnare il libro. Alle parole E t ver­
bum caro etc. genuflette verso il SS. Sacramento (1).
Discende dalFaltaré volgendosi alquanto dal Iato del
Vangelo, e prima di partire fa in piano, genuflessio­
ne doppia, e non si copre il capo' che quando non si
trova più al cospetto del SS. Sacramento. Quando il
Celebrante porta egli stesso ili messale, passando con
esso nel mezzo dell’altare fa solamente inchino, quan­
do però ritorna nel mezzo per dire il Munda cor
meum genuflette al primo arrivo (2).
Il Ministro della Messa fa una genuflessione doppia
al primo arrivare all’altare, e infine della Messa,
quando parte da esso col Celebrante per recarsi in sa­
crestia . Durante la Messa ogni volta che passa davan­
ti al SS. Sacramento, fa la genuflessione semplice e
ogni volta che' dal piano ascende ai gradini (3) o da
essi discende in piano, deve fare genuflessione in pia­
no (4). — Al Sanctus et alla Elevazione non si suona
il campanello (5).1

(1) S. C. R. 30 die. 1895 n. 3875.


(2) S. C. R. 1 febbr. 1907 n. 4198.
(3) S. C. R. 7 luglio 1877 n. 3426. VI.
(4) S. C. R. 24 gennaio 1899 n. 3975. I.
(5' S. C. R. 11 maggio 1878 n. 3448. ET.
Messa privata presente il Vescovo 419

237. Cose da prepararsi per la Messa privata


del Vescovo.
II' Vescovo può celebrare'la Messa in modo priva-
tissimo, nel proprio oratorio, od in chiesa pubblica
con qualche solennità. Nel primo caso è convenien­
te che assistano due ministri. Si preparano* sull’altare
i sacri paramenti cioè la pianeta, la stola, il cingolo,
il camice, Famitto e il manipolò, in disparte dal lato
del Vangelo o sulla credenza.
Nelle Messe de requie il manipolo si deve prepara­
re insieme agli altri paramenti perchè il Vescovo lo
assume tosto prima della stola. Il Messale debitamen­
te seguato ed aperto sul* cuscino o leggio e nel mezzo
dell’altare ; davanti alla croce od al tabernacolo il Ca­
non Missae. Dall’altare si tolgono le tabelle e 6i pon-
no accendere, anche per le Messe privatissime, quat­
tro candele. Prima di assumere i sacri indumenti, il
Vescovo fa l’abluzione delle mani, quindi indossa Fa-
mitto, il' camice, il cingolo, la croce pettorale, la sto­
la (non il manipolo tranne nella Messa da morto) e
la pianeta. Dopo fatta la confessione prima del Deus
tu conversus assume anche il manipolo. Dopo l’offer-
torio e dopo la. purificazione delle dita sul Calice il
Vescovo fa Fabluzione delle dita. In fine della Messa
dà la Benedizione colla formula vescovile.

238. Cerimonie degli Assistenti alla Messa letta


del Vescovo.
Gli assistenti del Vescovo, vestiti di/ cotta lo aiuta­
no a vestirsi, trasferiscono il libro, tengono la bugia,
420 Capo V.

rispondono alle orazioni, gli lavano te m ani preparano


ed astergono il calice, voltano i fogli del1Messale* Spe­
cialmente colui che sta alla sinistra, fatta la confes­
sione, dettosi dal Vescovo il Misereatur vestri c VIn ­
dulgentiam, si alza, bacia il manipolo sulla croce che
è in disparte, e lo impone al braccio sinistro dell Ve­
scovo, baciandogli in fine la mano. Asterge, ricompo­
ne e riporta il calice dopo la Comunione. Chi sta
alla destra, dopo il Credo, se si recita o dopo il Van­
gelo, stende il corporale nel mezzo,, asterge il calice
ed infonde il vino nella debita quantità, quindi l’ac­
qua domandando prima la benedizione al Vescovo:
Benedicite Pater Reverendissime e tenendo colla de­
stra l’orciuolo dell’acqua alquanto alzato, quasi a pre­
sentarlo al Vescovo. Ogni volta che occorre scopre e
copre il calice. Recitate le secrete, si toglie il Messale
dal leggio e vi si mette il Canone aperto al luogo del
Prefazio.
Dopo la Comunione si colloca il Canone al posto 'I
di prima e sul leggio si mette il Messale che viene to- ■
sto portato al lato dell’Epistola. Finita la Messa aiu­
tano il Vescovo a deporre i sacri indumenti, e portano j
la brocca per l’abluzione delle mani se egli vuol,
farla.
Quando il Vescovo celebra in chiesa pubblica, fa
uso anche della mitra e pastorale, ed indossa gli abi­
ti al trono, se vi è. In questo caso dopo la pianeta as­
sume la mitra gemmata ed il pastorale, che depone
ai piedi dell’altare. Chi sta alla destra impone la mi­
tra, chi sta alla’ sinistra gliela leva, ma prima e dopo
fa una 'semplice genuflessione,, e se è canonico gli fa
Messa privata presente U Vescovo 421

inchino. Assume la m itra dorata e il pastorale, quan­


do predicai al Vangelo. La gemmata al lavabo e al-
Tultima abluzione delle dita., Prima di dare la bene­
dizione, se non ha il diritto della croce, il Vescovo
assume la mitra gemmata, quindi recita i versetti Sii
nomen Domini etc. ; benedicendo il popolo assume il
pastorale. Quando invece il Vescovo ha il diritto del­
la croce un ministro porta questa tenendo il crocifis­
so verso il Vescovo davanti all’altare, inginocchiato in
mezzo del presbiterio, ed il Vescovo benedice senza
mitra (dicendo i versetti Sit nomen Domini etc. ri­
volto al popolo). Ritornando al trono assume di nuovo
la mitra ed il pastorale. Il trasporto del Messale, il la­
vabo delle mani ecc. si fa da altri ministri inferiori
che servono pure la Messa.
Il Chierico che invece del Cappellano assiste alla
S. Messa del Vescovo deve essere almeno tonsurato.
In questo caso compie tutto quanto è prescritto dal
Cerimoniale (LXXIX) eccettochè egli non asterge il
calice prima dell’Offertorio, nèj vi infonde vino od
acqua, non lo presenta al Celebrante, non lo copre
o scopre dalla palla, non lo asterge. Si porta il calice
velato sulla mensa e così :lo si riporta e lo si tiene
sull’abaco. Se poi non è tonsurato può servire alla
Messa del Vescovo o di un altro prelato, ma non por­
ta alla Messa il Calice nè da essa lo riporta. Può as­
sistere al Messale, voltare i fogli, portare la palma-
toria e dopo Ila Messa può riportare il calice asterso
e velato dal!Celebrante, dall’altare alla sacrestia (1).

(1) S. C R . 14 m a r z o 190 6 . H -V T I.
APPENDICE

Aspersione da farsi nelle Domeniche

239. In quali chiese si fa.


La1benedizione dell’acqua e l’aspersione sono pre­
scritte in tutte le chiese collegiate, in tutte le dome­
niche con l’acqua benedetta prima della Messa, nelle
chiese parrocchiali si può fare, ma non è obbligato­
ria (1).

240. Quando si omette.


Solamente nella solennità, di Pasqua o di Penteco­
ste si adopera l’acqua benedetta il giorno precedente
e si omette l’aspersione quando il Vescovo canta Mes­
sa pontificale; per essa basta l’aspersione che al clero
e all popolo il Vescovo fa aH’ingresso della chiesa.
Si omette pure nella domenica delle Palme, se alla
Benedizione delle Palme edf alla Messa è presente il
Vescovo, che compie tale funzione.
La benedizione dell’acqua può farsi dal Celebran­

ti) S. C. R. 15 die. 1899. I.


Messa privata presente il Vescovo 42 3

te, ovvero da un altro Sacerdote, sempre però prima


della Messa principale o parrocchiale, nella quale b i­
sogna fare l’aspersione.

241. Da chi e come si fa.


Il Celebrante benedicendo l’acqua (in chiesa o in
sacrestia) indossa Famitto, il camice, ili cingolo, la
stola incrociata sul petto ed il piviale del colore del­
la 'Messa; il piviale però può anche omettersi. Se
è assistito dai Ministri questi sono vestiti dei para­
menti della Messa, tranne il manipolo. Si può ado­
perare il sale già benedetto ed in questo caso non
si benedice di nuovo. L’acqua che si benedice deve
essere in tale quantità da bastare per rinnovare
quella delle pile della chiesa. Se si fa da un altro
sacerdote deve indossare la cotta e la stola di color
violaceo.
L'aspersione deve farsi sempre dal Sacerdote ce­
lebrante la Messa non ostante qualsiasi consuetudi­
ne contraria, vestito come» si è detto, senza manipolo
e senza pianeta. AlFuscire di sacrestia non si segna
coll’acqua santa, ed arrivato in mezzo all’altare, fat­
ta coi ministri la debita riverenza, riceve dal
Diacono l’aspersorio già immerso* nell’acqua e
incomincia l’antifona in canto Asperges me (nel
tempo pasquale Vidi aquam) che è proseguita
dal coro e recitata e ripetuta tanto dal Celebrante
come dal coro. Nella domenica di Passione ed in
quella delle Palme si tralascia il Gloria Patri; quin­
di, senza segni di croce asperge Faltare nell mezzo,
424 A p p e n d ic e

dal lato del Vangelo, e da} quello dell’Epistola, quin­


di asperge se'stesso toccandosi coll’aspersorio la fron­
te stando sempre in ginocchio. Erettosi, asperge il
Diacono (non porgendo solamente l’aspersorio da
toccare) ed il suddiacono, genuflessi.
Quando sull’altare è esposto il SS. Sacramento, si
omette soltanto l’aspersione dell’altare. Quindi se vi
è il Clero in coro, insieme coi ministri e con le de­
bite riverenze, va ad aspergerlo, e ritorna per In ­
spersione del popolo ai cancelli del presbiterio. I
Canonici si aspergono ad uno ad uno, così gii altri
del Clero; se però il Clero fosse numeroso basta a-
sporgerlo una volta tutto insieme. Si va al' coro dal
lato dell’Epistola e si ritorna da quello del Vangelo.
Il Celebrante, giusta la Rubrica, deve recitare alter­
nativamente coi Ministri il salmo Miserere. Rivolto­
si ancora verso l’altare, ripetutosi dal coro l’antifo­
na, il Celebrante canta i relativi versetti e l’Orazio­
ne. Se nella aspersione non va in coro dietro l’altare
ma si volge solo dal lato del Vangelo per aspergere
il popolo, rivoltatosi ancora all’altare non ripete la
genuflessione se non vi è nel tabernacolo il SS. Sa­
cramento (1). Quindi, fatta genuflessione, se vi è
il SS. Sacramento nel tabernacolo, altrimenti inchi­
na (2), si ritira dal1lato dell’Epistola ove depone il
piviale ed assume il manipolo e la' pianeta e i Mini­
stri assumono il manipolo. Se il Celebrante non u-12

(1) S. C R. 1 febbr. 1907 n. 4198. IV.


(2) Decr. cit. ad HI.
Aspersione da farsi nelle domeniche 425

sa il piviale, anche i Ministri non usano tunicelle


ma le indossano a questo punto.
Quando è presente il Vescovo, il Celebrante, do­
po Faspersione dell’altare, senza essere accompagna­
to dai Ministri va dal Vescovo, gli fa profondo in­
chino, gli porge Faspersorio e s’inchina per ricevere
da lui Faspersione, quindi' torna, colle debite rive­
renze, ad aspergere i Ministri, il clero, il popolo.

242. Ragione per cui si fa l’aspersione.


La ragione per la quale si fa tale aspersione è da­
ta'dal De-Herdt: «Aspergitur altare ad quod Missa
celebratur, ut locus sacrificii purificetur, et Sanctifi­
cétur et ab omni diabolico incursuf liberetur. Id fit
aspersione, ut totum altare aspergatur. Asperguntur
sacérdos, cìlerus et pópulus ut prae applicationem in
aquae benedictione dictamur, purificati et a demo-
niis insidiis liberati, sacrificio attente jet devote inter-
sint. Idcirco dicitur Miserere, qui optime convenit ad
motus contritionis necessariae excitandos. Antiphonas
Vidi aquam desumpta ex Ezech. numero qua-
rantasette et quantum ad aspersionem aquae
intelligi poteSt de aqua baptismi, vel eius ef­
fectus, aut de aqua, quae fluxit a latere Christi, cuius
passionis meritis omnes salvi fiunt. Oratio exaudi nos
olim composita est, u t!diceretur in visitatione infirmo­
rum aut alia occasione et quamvis angeli ecclesiam in­
habitent, nihil tamen obstat, quominiis Deum oremus,
ut angelum specialem, aut ad specialem custodiam
mittat ad fideles in hoc habitaculo seu ecclesia con­
gregatos» (HI. 135).
426 A p p e n d ic e

Con l’acqua benedetta si devono riempire le pile


dell’acqua lustrale, togliendo l’antica e ripulendo
prima i vasi.

II

Binamento della Messa

Quando un sacerdote è incaricato dal Vescovo di


celebrare nel medesimo giorno due ‘Messe, deve os­
servare tutto quanto è prescritto dai recenti Decreti
della S. C. dei Riti in proposito, ed esposto dai mi*
gliori liturgisti, onde non avvengano irriverenze
verso il SS. Sacramento, dopo la celebrazione della
prima Messa, non potendosi in essa purificare il Ca
lice.
Due sono i casi nei quali può avvenire di celebra­
re due Messe nel medesimo giorno, cioè nella me­
desima chiesa ed in luoghi diversi e lontani. Nell’u ­
no e nelFaltro caso per la prima Messa che celebra
il sacerdote binante, si deve preparare sull’al tare un
vaso con acqua e purificatore per la purificazione
delle dita dopo la Comunione; il Celebrante deve
procurare di assorbire diligentemente tutto il pre­
ziosissimo Sangue, quindi a mani giunte recita l’Ora­
zione: Quod ore sumpsimus etc. nel mezzo dell’al­
tare purifica le dita’ dicendo : Corpus tuum etc.
Quando si dicono due Messe nella medesima chie­
sa ovvero dopo *la Messa del sacerdote binante si ce-
Bwamento della Messa 427

lebra in essa altra Messa, nel medesimo giorno, il


calice coperto solamente colla palla si colloca nel
tabernacolo, se vi è, altrimenti lo si copre anche con
il. velo e colla borsa e lo si lascia sul corporale stesso
dell’altare. In questo caso chi celebra la seconda
Messa a suo tempo estrae il calice dal tabernacolo e
lo scopre, vi infonde il vino ed acqua senza astergerlo
prima e dopo l’infusione del vino e dell’acqua e te­
nendolo sempre sul corporale.
Quando invece nella Chiesa, ove celebra la p ri­
ma Messa il Sac.te binante, non vi sia altra Messa ed e-
gli deve recarsi in diverso luogo p er celebrare la se­
conda, si deve regolare secondo l’istruzione emanata
dalla S. C. dei Riti (1) che è la seguente: «Quando
sacerdos eadem die duas Missas dissitis in locis cele­
brare debet, in prima, dum divinum sanguinem su­
mit, eum diligentissime sorbeat. Deinde super Coro-
porale ponet Calicem, et palla tegat, ac iunctis mani­
bus in medio Altaris dicat Quod ore sumpsimus etc.
et subinde, amoto aquae vasculo digitos lavet dicem» *
Corpus tuum etc. et abstergat.
Hisce peractis, Calicem super corporale ma­
nentem deducta palla cooperiat ceu mos est
scilicet primum purificatorio linteo deinde pa­
tena ac palla, et demum velo. Post haec
Missam prosequatur, et completo ultimo Evangelio
(e recitate anche le orazioni prescritte ultimamente
dal Papa) stet in medio Altaris, et detecto Calice in-
spiciat an aliquid divini Sanguinis nec ne ad imum

(1) S. C. R . 1 se tt. 1 8 5 7 n. 30 6 8 . II.


428 Appendice

se receperit, quod plerumque contingit. Quamvis e-


nim sacrae Species primum sedulo! sumptae sine ta­
men dum summuntur, cum particulae, quae circum
sunt, undequaque sursum deferatur, nonnisi depo­
sito calice ad imum redeunt. Si itaque divini Sangui­
nis gutta quaedam supersit adhuc, ea rursus ac dili­
genter sorbeatur et quidem ex eadem parte qu^ ille
primum sumtus. Quod nullimode omittendum est
quia Sacrificium'moraliter durat, et super extantibus
adhuc vini speciebus ex divino» praecepto compleri
debet.
Postmodum Sacerdos in ipsum Calicem tantum sal­
tem aquae fundat, quantum prius vini posuerat eam­
que circumactam ex eadem parte qua div. Sangui­
nem biberat, in paratum vas demittat. Calicem subin­
de ipsum purificatorio linteo abstergat ac demum coo­
periat, ut alias.fit,, atque ab altari discedat.
Depositis' sacris vestibus et gratiarum; actione com­
pleta, aqua e calice demissa, pro rerum adiunctis, vel
ad diem crastinum servetur si nempe eo rursus sa
cerdos redeat missam habiturus., et in secunda purifi­
catione in calicem munitatur, vel gossipio* aut stuppa
absorpta comburatur, vel in sacrario, si sit, exsiccan­
da relinquatur vel demittatur in piscinam (1).
Quum autem calix quo sacerdos primum est usus
purificatus jam sit,, si illo ipso pro missa altera indi­
geat, eum secum deferat, secus vero in altera missa
diverso calice uti poterit».1

(1) L’acqua può essere portata con sè dal Celebrante ed a


sunta colla purificazione nella seconda Messa* S. C. R. 9 maggio
1893 ». 3798. V.
Primi Messa di Sacerdote novello 429

in
Prima messa di Sacerdote novello

Il novello Sacerdote può celebrare la sua prima


Messa in modo privato od in modo, solenne. Nell’uno
e nell’altro casó sono permesse delle speciali solen­
nità, che in parte sono consentite dalle particolari
consuetudini, in parte dalla stessa S. Congregazione
dei Riti.
Quando il Sacerdote novello celebra la sua prima
Messa privata!, si para l’altare come nelle solennità e
si ponno accendere sei candele ed usare paramenti so *
lenni. Può avere uno o due sacerdoti assistenti, dei
quali quello che sta alla destra può assumere se vi è
consuetudine, Ih stola del colore dei paramenti della
Messa, dal principio del Canone od anche dal prin ­
cipio' della Messa fino alla consumazione od alla fine
della Messa (1).
Si può suonare l’organo, ed anche eseguire dei mot­
tetti in relazione alla funzione ed al Sacerdote.
Si ponno usare anche i padrini, che in apposito ge-
nuflessorio assistono! alla Messa, dove vi è la consue­
tudine.
Quando si distribuisce la Comunione generale, può
precedere il Celebrante un Sacerdote che porta la pa­

ti) S. C. R. 11 giugno 1880 n. 3515. VH. Si noti bene, dove


vi èconsuetudine, perchè dove questa non vi è, non si può usare
la stola.
430 Appendice

lena da sottoporre al mento dei comunicandi, ma que­


sti non baciano la mano al novello Sacerdote.
Nella Messa solenne al Sacerdote novello è per­
messo il Prete assistente in piviale (1), almeno dove
vi è la consuetudine. Prima della Messa si può can­
tare il Veni Creator, e dopo la Messa il Te Deum, coi
paramenti del colore della Messa (2). I padrini fan­
no Fabluzione delle mani al Sacerdote prima e dopo
la Messa ed anche durante questa, se vi è consuetudi­
ne. Dove vi è consuetudine si ponno incensare dopo
il Clero: ad essi se si dà la pace si deve adoperare
lo strumento, se non vi è consuetudine contraria.
Del resto in ogni Diocesi vi hanno speciali consue­
tudini che,) se lodevoli, si ponno osservare; vi hanno
però anche le leggi) particolari che sono ordinate a
togliere gM abusi che si ponno facilmente'.introdurre
in queste occasioni e queste si devono osservare (3).

FINE DEL TERZO VOLUME


A. M. D. G.1

(1) S. C. R. 4 die. 1882 n. 3564. IL


(2) S. C. R. 6 febbraio 1892 n. 1764, IL
(3) Si può usare il baldacchino nel passaggio dalla casa par
rocchiale alla chiesa? E’ questo il privilegio del Vescovo nella vi­
sita pastorale e non lo si può usare per nessun Sacerdote-
ERRATA-CORRIGE

Pag. 30 riga 8 — le correggere in la


99 44 99 7 — an 99 ad
99 55 99 20 - menio 99 m e n tio
99 58 99 2 — dam taxat 99 d u m ta x a t
99
58 99 7 — tese 99 s te s e
99 6i 99 20 — messe 99 M e sse
99 66 99 8 — sul 9* su
99 71 99 15 — decretur 99 d e c r e tu m
99 72 99 4 — potium 99 p o t iu s
99 74 99 21 — inforder 99 in f o n d e r
99
88 99 3 — o 99 e
> 96 99 19 — esprimere 99 e s p r im e
107 ^ultima— celebrano 99 c e le b r a v a n o
113 99 3 — di 99 da
99 115 99 4 - parole 99 p a r o la
«e 117 99 8 — spiritu 99 s p ir i t u s
99
117 99 18 - regum 99 vagum
99 119 99 4 — sette 99 nove
99 125 99 21 — si incomineia 99 s i in c o m in c ia a
r e c ita r e
99 133 9918 — scribentur 99 S c r ip s e r u n t
99 137 99 15 - tempii 99 te m p i
99 1 39 99 7 - eggeva 99 le g g e v a
99 145 99 1 - Consilio 99 C o n c ilio
99 188 99 13 — circustantitus 99 c ir c u s ta n tib u s
196 99 26 — regulari 99 r e g u la r is
99 198 99 15 - 119 99 132
99 203 » 1 — colore c o lo r o
99 211 99 4 — col 99 e il
99 233 99 18 — conservatio 99 c o n s e c r a tio
99 281 10 - Epistola V a n g e lo
99 283 99 28 — essa 99 esso
298 99 3 — turifica 99 tu r ific a ta
99 322 99 14 — luogo 99 lu o g o a l S u d •
d ia c o n o .
99 330 99 27 - 8 99 9
” 385 99 21 — della Messa 99 n e lla M e ssa

NB. Gli altri piccoli errori di stampa che si rilevano facilissima'


mente ei lasciano correggere dal lettore.
REIM PRIMATUR

Can. Carlo Malocchi V. G


Pavia, 30 Agosto 1939-XVII
I NDI CE

IN T R O D U Z IO N E

Capo unico. Della Messa in generale e del Messale pag. 7-17


1. Nomi coi quali venne chiamato il Santo Sacri­
ficio. — 2. Origine del nome Messa e suoi si­
gnificati. — 3. Il Messale — 4. Farti del Messa­
le — Suo contenuto. — 5. Relazione della Messa
col divino Ufficio e coll’anno liturgico. — 6. Co­
me si divide la Messa.

P A R T E I.

Rubriche generali della Messa

Capo 1. Del tempo e del luogo di celebrazione della


S. Messa. 21-35
7. Tempo in cui, anticamente, si celebrava la S.
Messa. — 8. Da chi fu tolta l’antica consuetudi­
ne. — 9. Disciplina attuale circa il tempo in
cui si può celebrare la S. Messa • Ragione di
tale disciplina. — 10. In quali luoghi si celebra­
va, nei primi secoli, il S. Sacrificio. — 11. Cosa
richiede l’attuale disciplina circa la chiesa e
l’altare ove si celebra la Messa - Ragione di
questa disciplina ecclesiastica. — 12. Messa al-
FAltare privilegiato.

Capo II. Dei sacri paramenti che si usano nella celebra­


zione della Messa 36-40
13. Paramenti propri della Messa. — 14. Obbligo
dei paramenti sacri nella S. Messa. — 15. Stato
dei paramenti. — lò. Dove si indossano i para­
menti della Messa. — 17. Colore dei paramenti.
434 Indice

Capo III. Delle cerimonie della Messa e del Ministro in­


serviente pag. 41*65
18. Delle cerimonie della Messa in generale • Lo­
ro scopo secondo la mente della Chiesa. — 19.
Principali azioni liturgiche della Messa. — 20.
delle genuflessioni, — 21. Degli inchini. — 22.
Della elevazione degli occhi. — 23. Dei baci
all’altare ed agli altiri oggetti — 24. Dei segni di
croce. — 25. Congiungimento, elevazione, esten­
sione delle mani. — 26. Tono della voce. — 27.
Il ministro inserviente della Messa.
Capo IV. Conformità della Messa coll’Ufficio della Chie­
sa ove si celebra , 66-72
28. Antiche questioni dei liturgisti circa questo
punto. — 29. Decreto della S. C. dei Riti del­
l ’anno 1895. — 30. Conseguenze che ne deriva­
no. — 31. Come deve conformarci all’Ufficio
della Chiesa. — 32. Soluzione di alcuni dubbi.
Capo V. Difetti principali che ponno occorrere nella ce­
lebrazione della Messa , 73-83
33. — Di quante specie ponno essere i difetti oc­
correnti nella celebrazione della Messa. — 34.
Regole generali per ripararli. — 35. Qualità del-
POst/a - Difetti che ponno occorrere * Come e-
mendarli. — 36. Quale dev’essere il vino della
Messa * Difetti occorrenti e come ripararli. —
37. Della formula della Consacrazione - Difetti.
— 38. Difetti da parte del Celebrante.

P A R T E II.

Delle parti della Messa

S e z io n e I .

Della preparazione didattica del S. Sacrificio


Capo I. Ingresso all’altare e prime preghiere . 89-98
39. Preparazione alla Messa. — 40. Ingresso all’al­
tare. — 41. Principio della Messa - Segno di cro­
ce - Antifona, Salmo - Quando si omette il Sai-
Indice 435

mo colla dossologia e perchè. — 42. Il Confiteor


ed i Versetti che lo seguono - Modo di recitarli.
— 43. Salita all’altare - Orazioni Aufer a nobis
e Oramus te Domine.

Capo II. Dell’Introito e del Kyrie eleison pag. 99-105


44. Cosa significa la parola Introito e da chi ven­
ne introdotta nella Messa. — 45. Sua forma e
parti di cui risulta attualmente. — 46. Scopo ed
importanza - Relazione colla Messa. — 47. Come
si recita. — 48. Quando si tralascia l'introiio -
Quando si tralascia il Gloria Patri e perchè. —
49. Da chi venne introdotto il Kyrie eleison *
Forma antica ed attuale - Come si recita.

Capo III. Il Gloria in Excélsis Deo . 106«111


50. Nomi con cui è chiamato l’Inno Gloria • Sua
eccellenza e parti di cui risulta. — 51. Suo au­
tore. — 52. Quando e da chi venne introdotto
nella Messa - Da chi si recitava anticamente. —
53. Quando si recita attualmente. — 54. Azioni
cerimoniali che accompagnano la recita.

Capo IV. Delle Orazioni „ 112*131


55. Il saluto al popolo Dominus vobiscum - Origi­
ne • Significato - Come si dice nella Messa. —
56. Annuncio delle Orazioni - Come si fa. — 57.
Orazioni o Collette - Origine e forma. — 58. Le
Commemorazioni - Quando e in qual ordine si
fanno - Commemorazioni e Prefazio. — 59. Ora­
zioni pro diversitate Temporum assignatae - In
quali Messe si docono - Quali sono - Quando si
possono sostituire o si omettono. — 60. Oro-
zione imperata. - Da chi può essere ordinata. Do­
ve, quando si recita • In qual posto va collocata.
— 61. Orazione A cunctis - Quando e come si
recita • Con quale regola si nomina in essa il
Titolare. — 62. Orazioni ad libitum - Di quante
specie sono - Regole relative. — 63. Conclusione
delle Orazioni • Numero delle conclusioni
Quando le Orazioni si recitano sub unica con-
clusione con quella della Messa. — 64. Azioni
cerimoniali nella recita delle Orazioni nella
Messa. 1
436 Indice

Capo V. Dell’Epiatola pag. 132-141


fc.7. La lettura della S. Scrittura e il S. Sacrificio.
— 66. Perchè la Chiesa nella Messa fa leggere
la S. Scrittura. — 67. Distribuzione delle Lezio-
ni - Da chi e su qual principio fu fatta. — 68.
Perchè la prima Lezione scritturale della Messa
si chiama Epistola. — 69. Relazione tra l’Episto­
la ed il Vangelo della Messa — 70. Chi leggeva
anticamente l’Epistola - Dove si leggeva - Nu­
mero delle lezioni. — 71. Azioni cerimoniali nel­
la lettura dell’Epistola - Osservazioni.

Capo VI. Graduale, Tratto e Sequenza . 142-152


72. Parti liturgiche tra l’Epistola ed il Vangelo. —
73.. Il Graduale - Perchè così chiamato - Sua for
ma antica • Parti di cui risulta attualmente. —
74. Scopo e carattere del Graduale ■ Sua relazio­
ne coll’Epistola. — 75. Quando sì tralascia il
Graduale - Quali parti si omettono. — 76. Il
Tratto - Perchè così chiamato • Suo carattere e
parti che lo compongono - Quando si recita. —
77. La Sequenza - Origine - Numero delle Se­
quenze • Quando si recita ed in quali Messe si
tralascia. — 78. Come si recitano tutte queste
parti liturgiche.

Capo VII. Del Vangelo „ 153-158


7y. Antico costume di leggere, nella Messa, un
tratto del S. Vangelo. — 80. Quando avvenne la
distribuzione delle pericope evangeliche secondo
i tempi e le Feste. — 81. Principio secondo i
quali vennero distribuite tali Lezioni nelle Feste
principali. — 82. Preparazione alla lettura del
Vangelo • Il Munda cor meum e la Benedizio­
ne. — 83. Il saluto al popolo • Annuncio del
Vangelo - Risposta del Ministro. — 84. Azioni
cerimoniali nella lettura del Vangelo.

Capo Vili. Del Simbolo , 159-168


85. Il Simbolo. — 86. Quando e dove si incomin­
ciò a recitare il Simbolo nella Messa. — 87. Il
Simbolo nella liturgia romana. — 88. Quando si
recita il Simbolo secondo Fattuale disciplina li­
turgica. — 89'. Azioni cerimoniali cibe accompa­
gnano la recita del Simbolo.
Indice 437

S e z io n e II.

Del Sacrificio

Capo I. Oblazione e Secrete pag. 169-184


90.. L’Antifona delta Offertorium - Quando e da
chi fu introdotta - Forma antica ed attuale - Co­
me si recita. — 91. L’oblazione nella Messa se­
condo l ’antica disciplina - Materia delle Obla­
zioni - Eulogie - Persone che potevano presen­
tare i doni all’altare - Rito • Avanzo dell’antico
costume . — 92. Cerimonie e osservazioni cir­
ca l’Oblazione nella disciplina odierna. — 93.
Le due Orazioni sull’oblala. — 94. Lavanda delle
mani e Salmo relativo. — 95. Le Orazioni Susci­
pe Sancta Trinitas, e Orate frates. — 96. Le Se­
dete - Come si recitano.

Capo li. Prefazio e Sanctus . 185-195'


97. Origine del Prefazio. - Sua ragione liturgica. -
• Nomi con cui è chiamato dai «acri scrittori. - -
98. Il Prefazio nei primi quattro secoli. — 99.
Numero dei Prefazi. • Quanti e quali Prefazi
contiene attualmente il Messale Romano. — 100.
Carattere particolare di ciascun Prefazio * Quan­
do si recita. — 101. Parti di cui risulta il Pre­
fazio - Come si recita. — 102. Il Sanctus • Sua
antichità • Come sì recita.

Capo 111. Del Canone in generale e della prima Orazione , 196-205


103'. Cosa è Canone - Perchè così chiamala questa
parte della Messa - Altri nomi - Sua estensione.
104. Origine del Canone in generale e del Cano­
ne romano in particolare. — 105. Come si recita
questa parte. — 106. Prima Orazione • Comme­
morazioni. — 107. Azioni cerimoniali.

Capo IV- Seconda e terza Orazione <- Consacrazione , 206-214


108. — L’Orazione Hanc igitur • Cerimonie che ac­
compagnano la recita. — 109. L’Orazione Quam
oblationem - Cerimonie. — 110. Continuazione -
Qui pridie quam pateretur - Cerimonie. — 111
Formula della consacrazione - Elevazione e Ado­
razione delle Sacre Specie.
438 Indice

Capo V. Quarta, quinta ed ultima Orazione del Canone pag. 215-223


112. In quante parti si divide la quarta Orazione
del Canone - Prima parte: Unde et memores od
anamnesi - Cerimonie. — 113. Seconda parte:
Supra quae propitio o rinnovazione dell’Offerta
- Cerimonie. — 114. Terza parte: Supplices te
rogamus - Cerimonie. — 115. Quinta Orazione
del Canone ossia il Meménto dei morti - Ceri­
monie. — 116. L’ultima Orazione: Nobis quoque
peccatoribus - Di quanti membri risulta - Ceri­
monie. — 117. Secondo membro della detta Ora­
zione - Benedizione • Cerimonie.

S e z io n e I I I .

Della Comunione

Capo I. Orazione domenicale . 224-228


118. Sacrificio e Comunione — 119. Parti della
preparazione remota alla Comunione. — 120.
UOrazione domenicale - Antico costume di re­
citarla nella Messa - A qual punto ®i recitava. - -
121. Introduzione all’Orazione domenicale - Ori­
gine • Come si recita — 122. Embolismo • Ceri­
monie.
Capo 11. Frazione dell’Ostia, Commistione. - Agnus Dei , 229-23S
123. Antico costume di frangere l’Ostia e metterne
una parte nel calice. - Ragione di questo rito -
Come si frange l’Ostia e se ne mette parte nel
Calice. — 124. ¥ ormula che accompagna tale azio­
ne. — 125. Parole che seguono» la Commistione.
— 126. UAgnus Dei • Origine - Perchè e come
si recita.
Capo 111. Orazione per la pace. - Comunione , 236-244
127. — Antico costume di dare la Pace nella S.
Messa. — 128. Orazione per la pace - Come si
recita. — 129. In quali Messe si dà la pace. —
130. Le ultime Orazioni preparatorie alla S.
Comunione - Come si recitano. ■ — 131. Comu­
nione - Purificazione • Abluzione.
Indice 439

S e z io n e IV .

Conclusione della Messa

Capo unico. L’antifona Communio • Ultime orazioni "


Benedizione. - Ultimo Vangelo pag. 245-257
132. — Origine dell’Antifona Communio • Sua
forma attuale - Come si recita. — 133. Le ora­
zioni dette Postcommunio - Numero, ordine e mo­
do con cui ai recitano. — 134. L" ’Oratio super
populum. — 135. E. congedo del popolo. — 136.
L’Orazione Placeat tibi, Sancta Trinitas - Benedi­
zione del popolo. — 137. L’ultimo Vangelo. —
13S. Preci imperate dal Sommo Pont. Leone
XIII da recitarsi dopo la Messa. — 139. Ritorno
dall’altare • Ringraziamento.

P A R T E III;

D E L L E V A R I E S P E C IE D I M E S S E

S e z io n e I.

Della Messa solenne in generale


e delle varie specie di Messe solenni

Capo I. Osservazioni generali sulla Messa solenne . 262*274


146. Quando e da chi si può cantare la Messa. - -
141. Se si possono cantare più Messe nel mede­
simo giorno, nella stessa Chiesa, della stessa Fe­
sta o Tempo. — 142. Triplice tono di voce -
Canto • Quando si può sedere dal Celebrante e dai
Ministri. — 143. Cerimonie - Regole per bene
eseguirle. — 144. Cose da prepararsi in sa­
crestia ed in presbiterio. — 145. — Cerimonie
speciali del Celebrante e dei' Ministri nella Mes­
sa solenne.
440 Indice

Capo II. Rito della Messa solenne pag. 275-325


Art. !• Celebrante . 275-288
14i6. Preparazione - Vestizione. — 147. Ingresso al­
l’altare e principio della Messa. — 148. Incen­
sazione dell’Altare. — 149. Dall’Introito all’Oblu-
zione. — ISO. Incensazione dell’Oblata. — 151.
Dal Prefazio alla line della Messia.

Art- 11- 11 Diacono , 289-305


152. — Preparazione e ingresso all’altare. — 1-53.
Dal principio della Messa al Vangelo. — 154. Dal
Vangelo all’Offertorio. — 155. Dall’Offerto-
rio alla Comunione - Incensazione. — 156. Dalla
Comunione alla fine della Messa.
Art. 111. 11 Suddiacono . 306-318
157. — Chi può fare da suddiacono nella Messa.
— 158. Prefazione - Ingresso all’altare. — 159.
Principio della Messa - Incensazione. — 160. Dal­
l ’introito al Vangelo. — 161. Dal Vangelo al­
l’Offertorio. — 162. Dall’Offertorio alla 'Comu­
nione - Pace. — 163. Dalla Comunione alla fine
della Messa.
Art. IV- li prete assistente in piviale , 319-325
154. — Chi può usare del Prete assistente in pivia.
le alla Messa solenne. — 165. Chi può compie­
re questo ufficio. — 166. — Uffici del Prete as­
sistente alla Messa. — 167. — Cerimonie che
deve compiere nella Messa.

Capo III. Delle Messe votive in generale. - Massa votiva


solenne prò re gravi et pubblica causa . 326-334
168. Cosa s’intende per Messa votiva - Come si di­
stìnguono le Messe votive. — 169. Requisiti per
poter celebrare una Messa votiva. — 17i0. Causa
per cui si può celebrare la Messa votiva. — 171.
Quali Messe si porno celebrare in modo votivo.
— 172. Quando si può celebrare la Me99a votiva
solenne prò re gravi. — 173. Quando 9i celebra.

Capo IV. Messe votive solenni prò re non gravi et cau­


sa non pubblica. - Votive della B. V. Maria „ 335-338
174. Quando si possono celebrare le Messe votive
prò re non gravi e prò causa non pubblica. —
175. Come si celebrano. — 176. Quali Messe
Indice 441

della B. V. si celebrano come votive. — 177.


Messa votiva della B. V. in Sabbato per annum
~ • Come si celebra. — 178. Messe votive della B.
V. extra sabbatum.

V. Altre Messe votive solenni pag. 339-345


179. Messa votiva dell’Anniversario dell’Elezione e
Coronazione del S. (Pontefice e della Elezione e
Consacrazione del Vescovo. — 180. Per le SS
Quarant’ore. — 181. Del Titolare da Trasferirsi.
— 182. Messa della solennità esterna trasferita in
Domenica • Delle feste già fisse alla Domenica
e ora del giorno fisso del mese. — 183. Messe
nell’anno della Beatificazione dei Santi.

VI. Messe solenni e cantate de requie , 346-363


184. Apparato dell’Altare. — 185. Varie specie di
Messe de requie . — 186. Messa esequiale - Quale
sia - Quando è permessa ■ Osservazioni. — 187.
Messa al primo ricevere l’annuncio della morte.
— 188. Messa nei giorni 3. 7. 30. — 189. Messa
nel giorno anniversario della morte o della de­
posizione. — 190. Messa quotidiana. — 191. Ri­
to con cui 6Ì celebra la Messa da requie. — 192.
Discorso funebre. — 193. Esequie - Assoluzione.

VII. Messa solenne presente il Vescovo , 364-371


194. Il Vescovo può assistere in tre modi alla S.
Messa solenne - Assistenza privata. — 195. Assi­
stenza dal trono ■ Regole generali. — 196. Assi­
stenza in cappa. — 197. Assistenza pontificale.

Vili. Della Messa solenne in relazione al SS. Sa -


cramento „ 372-378
198. Quando si può cantar la messa all’Altare ove
è esposto il SS. Sacramento. — 199. Cerimonie
del Celebrante - del Diacono - del Suddiacono -
degli altri Ministri' — 200. Messa del Corpus Do­
mini e della terza Domenica di ogni mese.
442 Indice

S e z io n e IL

Rito della Messa cantata senza Ministri


e della Conventuale

Capo 1. Messa cantata senza Ministri pag. 379'383


201. Differenza tra la Messa carilata, la privata e la
solenne. — 202 Solennità speciali della Messa
cantata. — 203. Numero delle Orazioni. — 20*.
Uso dell’incenso. — 205. Quando si fa l’inccn-
sazioni se si usa l’incenso. — 206. Messa cantata
presente il Vescovo • Nella terza Domenica - De
requie.

Capo 11. Messa conventuale . 384-389


207. Quale dicesi Messa conventuale. — 208. In
quali chiese e quando si deve celebrare la Mes­
sa Conventuale - Commemorazioni che si fanno
in questo caso. — 209. Quando e come si recita
la conventuale de requie. — 210. Quando può
essere votiva. — 211. Ora nella quale si celebra.

S e z io n e III.

Delle Messe private o lette

Capo 1. Rito della Messa privata , 390-393


212. Preparazione - Andata all’Altare. — 213. Dal
principio della Messa alI’Offertorio — 214. Dal-
l ’offertorio alla Comunione. — 215. Dalla comu­
nione alla fine.

Capo 11. Messa privata votiva , 394-400


216. Condizioni per poter celebrare una Messa vo­
tiva privata — 217. Quando è vietata. ■ — 218.
Come si celebra. — 219. Messe Votive nei San­
tuari!. — 220. Votiva del Sacro Cuore nel primo
venerdì del mese.
Indice 443

Capo IH* Messa privata de requie pag. 401 '409


221. Quando si può celebrare la messa Privata de
requie. — 222. Messa privata nei sepolcreti e nel­
le chiese ove si fa il funerale. — 223. Messa che
si celebra. — 224. Numero e qualità delle Ora­
zioni. — 225. Come si celebra. — 226. Messa al­
l’Altare privilegiato. — 227. Messe concesse per
privilegio.
Capo IV. Messa per gli sposi , 410-413
228. Il Sacramento del Matrimonio e la Benedizio­
ne nuziale nella Messa. — 229. Quando è per­
m essa e quando è proibita la Messa votiva per
gli sposi. — 230. Se sia obbligatoria. — 231. Co­
me si celebra. — 232. Solenne benedizione nu­
ziale.
Capo V. Messa privata presente il Vescovo - Messa al­
l'altare ove è esposto il SS. Sacramento. - Messa
privata celebrata dal Vescovo . 414'
233. Il Vescovo presente alla Messa privata nei
luoghi di sua giurisdizione e fuori di essi. —
234. Cerimonie del Celebrante. — 235. Messa
all’Al Vare o ve è esposto il SS. Sacramento. — 236.
Cerimonie da osservarsi. — 237. Cose da pre­
pararsi per la Messa privata (letta) del Vesco­
vo. — 238. Cerimonie degli assistenti.

APPENDICE
I. Aspersione da farsi nelle Domeniche pag. 416
II. Binamento della Messa . 423
III. Prima Messa di Sacerdote Novello . 428

F in it o d i sta m pa re il 31 ag osto 1939-XVII


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