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Semeiotica del potere. Simbologia ed ermeneutica del meraviglioso nella Tarda Antichità

Volume I

i disegni del potere, il potere dei segni

Atti dell’Incontro di Studio Catania, 20-21 ottobre 2016

a cura di Claudia Giuffrida - Margherita Cassia

di Studio Catania, 20-21 ottobre 2016 a cura di Claudia Giuffrida - Margherita Cassia Edizioni di

Edizioni

distoriaestudi

sociali

Pubblicato con il contributo dell’Università degli Studi di Catania Progetto FIR 2014 - Semeiotica del potere. Simbologia ed ermeneutica del meraviglioso nella Tarda Antichità - volume I

© 2017 Edizioni di storia e studi sociali – 97100 Ragusa Data di stampa: 4 maggio 2017 Stampa: Grafiche Zaccara, Lagonegro (Potenza)

www.edizionidistoria.com edizionidistoria@gmail.com twitter: @edizionidistoria

In copertina: Helios su quadriga entro anello zodiacale, pavimento musivo dalla villa romana di Münster-Sarmsheim, III sec. d.C. (Rheinisches Lan- desmuseum, Bonn, inv. nr. 31184)

Indice

Giancarlo Magnano San Lio, Prefazione

p.

5

Giovannella Cresci, Fra sidus e sol: le alterne vicende del capitale simbolico augusteo in età tardo antica

11

Claudia Giuffrida, Ab oriente lux: gli inizi di una ‘splendida’ carriera

25

Valerio Neri, Il corpo luminoso dell’imperatore

57

Antonino Milazzo, Il sovrannaturale e il potere nel βασιλικὸς λόγος di Libanio per i figli di Costantino

67

Margherita Cassia, I segni del potere nella Cappadocia tardoantica: la ricchezza fra ostentazione e occultamento

81

Teresa Sardella, Prodigia prima e dopo Cristo: le Storie contro i pagani di Orosio

103

Marcella Chelotti, Familiaritas e industria, virtutes e onori

 

in

una tabula di patronato del IV secolo d.C. da Genusia

(regio secunda Augustea, Apulia et Calabria)

123

Giuseppe Zecchini, Attila e la spada di Marte

139

Rossana Barcellona, Prodigi, politica e provvidenza negli Historiarum libri decem di Gregorio di Tours

147

Antonino Pinzone, Privilegi e segni di potere nella Sicilia

 

di

età gregoriana

163

Sergio Roda, Simboli del potere e teorie sulla leadership tra mondo antico e mondo contemporaneo

177

Claudia Giuffrida, Postfazione. La rifunzionalizzazione dei

 

sistemi segnici: un aspetto delle silenti e “lente rivoluzioni”

di

longue durée

207

Simboli del potere e teorie sulla leadership tra mondo antico e mondo contemporaneo

Sergio Roda

Voglio in primo luogo ringraziare le amiche e colleghe Claudia Giuffrida e Margherita Cassia per l’invito a questo importante incontro di studio e anche per la pazienza nell’attendere una risposta e un riscontro che per mia colpevole negligenza hanno tardato troppo a giungere loro. I contributi che gli studiosi hanno proposto per il convegno porta­ no alla nostra attenzione un’ampia e articolata casistica di simboli e di segni attraverso cui il potere, e nello specifico il potere tardoantico, di volta in volta ha inteso esprimersi, ha manifestato e comunicato la propria leadership, ha ricercato o consolidato la propria legittimazione. Situazioni, contesti, dinamiche e meccanismi diversi, ma tutti egualmente orientati in un’unica direzione nella quale l’interazione simbolo/potere appare così in­ tensa e profonda da costituire una sorta di unione simbiotica difficilmente scindibile: al punto che i simboli del potere divengono in questo modo, come ha sottolineato Gustavo Zagrebelsky in un penetrante saggio di qualche anno fa, simboli al potere. Perché, cito, «norme e potere non si fondano da sé, hanno bisogno a loro volta di un fondamento. I simboli politici ci of­ frono una risposta che guarda avanti perché nel nostro vivere in società si riponga una speranza di cose future per cui vale la pena cooperare… Pro­ prio perché la vita collettiva è fatta in larga parte di relazioni impersonali inadatte ad essere descritte come se fossero tangibili, abbiamo bisogno della simbolica politica. Per interpretare… bisogni e aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente» 1 . Senza dubbio in funzione di tale processo attivo e progressivo, nel­ la lunga durata della storia che noi conosciamo, i simboli, ed i simboli politici in particolare, pur nella loro infinita varietà semantica, figurativa, scenica, rituale, mediatica, materiale o immateriale, hanno conservato una continuità di proposta e di efficacia evocativa che forse nessun altro aspet­

1 G. Zagrebelsky, Simboli al potere. Politica, fiducia, speranza, Torino 2012. Si vedano anche le utili pun­ tualizzazioni in merito di R. Esposito, Il valore dei simboli. Perché la politica non può farne a meno, «La Repubblica», 7 maggio 2012=http://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/2705/il­valore­dei­ simboli­perche­la­politica­non­puo­fare­a­meno/; S. Racca, Recensione a Zagrebelsky, Simboli al potere, cit., «Lessico di etica pubblica» 4, 2013, 129­132; D. Ragazzoni, Sui simboli politici. Ripensare la democrazia con Zagrebelsky, «Politica & Società» 1, 2014, 153­158.

177

to od oggetto delle dinamiche politiche di ogni tempo può esibire. Nel mutare di luoghi e tempi e nella continuità dell’efficacia fattuale, inoltre, l’azione della simbologia politica presenta evidenti caratteri di omogenei­ tà, il cui riconoscimento può risultare utile a individuare i tratti salienti di quel profilo comune che identifica il simbolo politico-ideologico e ne caratterizza funzioni e finalità. In questo senso mi pare utile sottoporre alla cortese attenzione dei colleghi alcuni esempi, apparentemente eterogenei ma per molteplici aspetti convergenti. Spero di non troppo stupire cominciando da una recente sentenza del­ la Prima Sezione della Corte di Cassazione, per la precisione la sentenza n. 37577 del 12 settembre 2014 2 . Nel maggio del 2012 la Corte di Appello di Torino confermava la de­ cisione del Tribunale di Bolzano che l’anno precedente aveva condannato due esponenti della formazione di estrema destra Casapound per il reato di cui all’articolo 5 della cosiddetta legge Scelba (la legge n. 645/1952) 3 , che, anche in virtù delle modifiche introdotte nel 1975 (con la legge n. 152 del 22 maggio di quell’anno con la quale si ribadiva e si rendeva effettiva la xii disposizione transitoria della Costituzione 4 ), sanziona tuttora «chiunque, partecipando a pubbliche riunioni, compie manifestazioni usuali del di­ sciolto partito fascista ovvero di organizzazioni naziste». Gli imputati era­ no accusati di avere, durante un incontro pubblico organizzato a Bolzano nel 2009 in memoria delle vittime delle foibe, urlato in coro “Presente!” e avere esibito il saluto romano. Per i giudici il duplice gesto si configurava come «[un] reato di pericolo correlato al fatto che le manifestazioni usuali, evocative del disciolto partito fascista, vengono in rilievo in quanto realiz­ zate durante pubbliche riunioni e pertanto possiedono idoneità lesiva per la tenuta dell’ordinamento democratico e dei valori allo stesso sottesi». La decisione della corte territoriale veniva impugnata per Cassazione; in particolare gli imputati si dolevano presso la Suprema Corte del fatto che il giudice di merito avesse dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma penale incriminatrice, e inoltre insisteva­ no sull’anacronismo della legge Scelba e della norma transitoria xii. La Cas­ sazione, con la sentenza in oggetto, respingeva però il ricorso ritenendo non

2

http://www.giurcost.org/casi_scelti/Cassazione/Cass.sent.37577­2014.pdf.

3

http://archiviorivistaaic.it/materiali/atti_normativi/XIII/pdf/l1952_00645.pdf;http://

w w w.gazzettauff iciale.it/atto/serie_ generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.

dataPubblicazioneGazzetta=1952­06­23&atto.codiceRedazionale=052U0645&elenco30gi

orni=false%20

4 http://www.diritto­penale.it/legge­n­152­del­1975.htm; http://www.tiropratico.com/normativa/

LEGGI/leggi%20aggiornate/LEGGE%2022%20maggio%201975%20n%20152.htm.

178

fondato il motivo secondo cui l’incriminazione di manifestazioni esteriori tipiche del disciolto partito fascista risulterebbe ormai inattuale e contra­ sterebbe, inoltre, con il principio di libera manifestazione del pensiero. Ad avviso dei giudici, forti pure del riferimento alla giurisprudenza europea e internazionale in merito, nulla autorizza a ritenere che il decorso di molti anni dall’entrata in vigore della Costituzione renda scarsamente attuale il rischio di riorganizzazione di organismi politico­ideologici aventi comune patrimonio ideale con il disciolto partito fascista: «l’esigenza di tutela delle istituzioni democratiche, infatti, non può certo dirsi erosa dal decorso del tempo e frequenti risultano gli episodi ove sono riconoscibili rigurgiti di intolleranza ai valori dialettici della democrazia e al rispetto dei diritti delle minoranze etniche e religiose». Per la Corte la libertà di manifestazione del pensiero incontra dunque un limite in altri beni costituzionalmente rile­ vanti, tra cui deve farsi rientrare la tutela dell’ordine democratico messa in discussione dai gesti degli imputati. L’articolo 1 e 5 della legge del 1952 de­ nuncia come “reato di pericolo” le condotte reputate idonee a determinare la minaccia della riorganizzazione neofascista o neonazista, nell’ambito delle quali rientrano «le manifestazioni esteriori di carattere fascista, in quanto evidenziano la adesione di chi le pone in essere al sistema di valori evoca­ to, basato sull’utilizzo della violenza come metodo di lotta politica e sulla discriminazione razziale, e tendono a diffondere detta ideologia». Non vi è dubbio – afferma la Corte – circa la avvenuta integrazione del fatto tipico e punibile da parte dei ricorrenti, posto che «il saluto romano di certo ri­ entra in tali manifestazioni esteriori ed è stato posto in essere durante una pubblica manifestazione». Non tutti i gesti che richiamano il partito fasci­ sta ed i suoi riti debbono ritenersi penalmente sanzionabili, ma lo sono sicuramente quelli che rechino un apprezzabile pericolo di ricostituzione del partito (vietato direttamente già dalla citata xii disposizione transitoria e finale della Costituzione). A tal fine assume particolare importanza il ca­ rattere di pubblicità che può assumere il gesto, tale da costituire concreto tentativo di raccogliere adesione alla riorganizzazione del partito fascista sia pure in forme e modalità diverse ma oggettivamente omologhe e che si propongono secondo lo schema proprio dei reati di pericolo. Temo di essere andato fin troppo fuori tema e mi fermo senz’altro qui nell’esame di un iter giudiziario e di una argomentazione giuridica, nel me­ rito assai più complessa e articolata rispetto agli elementi che ho segnalato:

per chi voglia eventualmente approfondire rimando, oltre al dispositivo della sentenza della Cassazione, agevolmente reperibile on line 5 , ai numero­

5 Cfr. anche ad es. http://www.giurisprudenzapenale.com/?wpdmdl=324; https://personaedanno.it/re­

ato/saluto­fascista­in­pubblico­e­reato­cass­pen­37577­2014­a­g;lhttps://renatodisa.com/2014/09/26/

179

si contributi in proposito comparsi sia nell’organo telematico dell’Associa­ zione Italiana dei Costituzionalisti 6 , sia in altri periodici scientifici a dimo­ strazione dell’importanza del tema richiamato dal pur marginale episodio bolzanino, che tra l’altro non è estraneo all’iniziativa parlamentare dello scorso ottobre 2015 tesa a introdurre nel codice penale un articolo 293­bis concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista 7 . Quel che mi preme invece sottolineare è il riferimento tutt’altro che generico ai simboli e alla loro funzione, che – pur attraverso i tecnicismi del lessico giurisprudenziale – si evince dal dispositivo della sentenza e dalle riflessioni che essa suscita. Il testo della sentenza e il combinato disposto del dettato costituzionale, della convenzione internazionale di New York sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale 8 , della Carta di Nizza sui diritti fondamentali dell’Unione Europea 9 e di una legge del 1993 (nota come legge Mancino dal nome del ministro degli Interni di al­ lora) recante misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa 10 , confermano in modo chiaro e indiscutibile come “gesti simbolici” quali manifestazioni esteriori tenute in pubbliche riunioni e riconducibili a organizzazioni o gruppi aventi fra i propri scopi l’incitamento alla discri­

corte­di­cassazione­sezione­i­sentenza­12­settembre­2014­n­37577­il­saluto­romano­e­tuttoggi­

reato­la­cassazione­nel­confermare­la­sentenza­di­condanna­ha­escluso­che­la­norma­si­presti/;

http://www.giurcost.org/casi_scelti/Cassazione/Cass.sent.37577­2014.pdf

6 A. Longo, I simboli (del Fascismo) e il tempo (della Costituzione): pochi spunti suggeriti dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 37577 del 2014, «Osservatorio Costituzionale, Associazione Italiana dei Costituziona­ listi» 3, dicembre 2014, 1­16=http://www.osservatorioaic.it/i­simboli­del­fascismo­e­il­tempo­della­

costituzione­pochi­spunti­suggeriti­dalla­sentenza­della­corte­di­cassazione­n­37577­del­2014­2b8.

html; F. Lisena, Gesti anticostituzionali e anacronismi legislativi: il divieto del c.d. saluto romano (Nota a Corte di Cassazione, sez. I pen., sent. 12 settembre 2014, n. 37577), ibid., 1­8=http://www.osservatorioaic.it/gesti­ anticostituzionali­e­anacronismi­legislativi­il­divieto­del­c­d­saluto­romano­nota­a­corte­di­cassazio­

ne­sez­i­pen­sent­12­settembre­2014­n­37577.html.

7 Cfr. http://documenti.camera.it/leg17/dossier/Pdf/gi0485.pdf; https://www.admin.ch/opc/it/

classified-compilation/19650268/index.html; http://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/

id/149263. Cfr. pure http://parlamento17.openpolis.it/argomento_leggi/fascismo/filter_act_leg­ gi_type/DDL/filter_act_ramo/C

8 Il testo completo della convenzione, definita il 21 dicembre 1965 e aperta alla firma a

New York il 7 marzo 1966, si trova in https://www.admin.ch/opc/it/classified-compila­ tion/19650268/201606080000/0.104.pdf; http://www.volint.it/scuolevis/dirittiumani/conv_razz.

htm. La convenzione è stata ratificata in Italia con la legge 13 ottobre 1975 n. 654. Cfr. http://pres­

idenza.governo.it/USRI/ufficio_studi/normativa/L.%2013%20ottobre%201975,%20n.%20654.pdf

9 La Carta, emanata il 4 dicembre 2000 (il testo è reperibile in http://www.europarl.europa.eu/char­

ter/pdf/text_it.pdf; e in http://www.giurcost.org/fonti/CdfUE.pdf con esegesi dell’articolato), agli articoli 21 e 22 riafferma con particolare forza il divieto di discriminazione e il rispetto della diversità culturale, religiosa e linguistica tra i valori fondanti non negoziabili delle tradizioni costituzionali dei paesi dell’Unione.

10 Decreto legge del 26 aprile 1993, n. 122 (convertito in legge n. 205 del 25 giugno 1003). Testo in:

http://nodiscriminazione.regione.puglia.it/download/NormativaNazionale/Legge_205­1993.pdf.

180

minazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali­ stici sono incriminabili, in quanto ritenuti idonei a favorire il proselitismo su medesime finalità e perciò dotati di oggettiva pericolosità per il man­ tenimento dei valori della democrazia e dell’uguaglianza tra le persone. Secondo tale linea interpretativa viene incriminata la riproposizione della ritualità simbolica fascista per cui nel cerimoniale propagandistico del re­ gime all’appello dei fascisti defunti, la folla rispondeva all’unisono e ad alta voce “Presente!11 , e nelle relazioni pubbliche interpersonali si praticava il saluto che si pretendeva romano (braccio destro alzato con il palmo della mano in posizione tesa) 12 , atto elevato a emblema di fierezza e solennità

11 Si pensi ad esempio alla ripetizione infinita in lettere di marmo della parola simbolica presente nel

sacrario di Redipuglia dove, per volontà del fascismo (il sacrario, iniziato nel 1935 fu inaugurato nel 1938), furono concentrate più di centomila spoglie di caduti della prima guerra mondiale. «L’impianto incarnava come nessun altro la concezione fascista della guerra e della nazione: era una gigantesca apoteosi dell’uguaglianza, dell’anonimità e della disciplina militare dopo la morte [e l’iterazione per ogni defunto dell’affermazione presente simboleggia meglio di qualunque altra formula tutto ciò], un trionfo – scolpito nella pietra – dell’istanza collettiva sull’identità individuale» (O. Janz, Memoria della Grande Guerra, in V. de Grazia­S. Luzzatto [a cura di], Dizionario del fascismo, I, Torino 2002, 630). Cfr.

pure C.A. Loverre, L’architettura necessaria. Culto del caduto ed estetica della politica, in Un tema del moderno:

i sacrari della Grande Guerra, «Parametro» 27, 1996, 18­32; P. Dogliani, Redipuglia, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, Roma­Bari 1996, 377­389; A.M. Fiore, La monumentalizzazione dei luoghi teatro della Grande Guerra: il sacrario di Redipuglia di Giovanni Greppi e Giannino Castiglione, «Annali di Architettura» 15, 2003, 233­248; in generale P. Nicoloso, Mussolini architetto. Pro- paganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista, Torino 2008.

12 Sull’origine del gesto, che si pretendeva connessa o meno alla salutatio more militari o comunque a

usi di epoca romana, lo scetticismo degli studiosi è ormai approdato a una conclusione negativa cor­

roborata dal silenzio delle fonti letterarie, e soprattutto iconografiche, che registrano gesti assimilabili

al saluto fascista, ma quasi sempre in funzione augurale e senza valenze politiche (cfr. A. Giardina­A.

Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Roma­Bari 2000, 215­216; S. Cavazza, Saluto Romano, in Dizionario del fascismo, cit., II, Torino 2003, 578­579, e soprattutto M.M. Winkler, The Roman

Salute. Cinema, History, Ideology, Columbus 2009; cfr. anche L. Capponi, I Cesari non c’entrano. Lo inventò il cinema [ed è finito su Star Trek], «Corriere della Sera­La Lettura», domenica 17 gennaio 2016). L’approdo

al fascismo nell’interpretazione marziale pseudo­storica passa attraverso l’inserimento che ne fece Ga­

briele D’Annunzio nel film Cabiria del 1914, utilizzandolo poi per i legionari impegnati nella temeraria e proditoria azione classificata nella storia come l’“impresa di Fiume”. Nella realtà contemporanea le ostentazioni del gesto, come probabilmente principale affermazione di appartenenza all’ideologia fa­ scista e/o ai comportamenti e agli pseudo­valori ad essa connessi, sono innumerevoli e distribuite nei

contesti più diversi dai movimenti neofascisti e neonazisti organizzati, alle tifoserie ultras (numerosi negli ultimi anni le esibizioni del saluto da parte di anche di campioni affermati, come Paolo Di Canio,

o Giorgos Katidis, centrocampista dell’AEK di Atene, escluso a vita dalle squadre nazionali elleniche

per la ripetuta ostentazione pubblica del gesto, o i vari tifosi condannati in Italia negli ultimi anni per avere mostrato il saluto allo stadio), all’azione individuale di fanatici che con tale gesto siglano le loro azioni (uno per tutti Anders Behring Breivik autore in Norvegia della strage di Utøya, che nel luglio 2011 causò 77 morti fra i giovani del Partito Laburista Norvegese riuniti nell’isola per un seminario politico estivo: il fanatico pluriomicida, che in un suo memoriale si definisce anti-multiculturalista, anti-marxista, sionista, anti-islamico, fondamentalista cristiano e di estrema destra, ha utilizzato co­ stantemente il saluto romano in tutte le occasioni pubbliche e processuali in cui è comparso).

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romano/fasciste, ma dal 1925 imposto anche per legge in tutte le ammini­ strazioni civili come gesto rituale ed obbligatorio. Come è stato correttamente osservato 13 , la legislazione richiamata e assunta in sede decisionale dalla Corte di Cassazione fa riferimento in ma­ niera formale e sostanziale al problema dei simboli e al valore che essi pos­

sono assumere rispetto alla trasmissione di idee e alla capacità di suscitare azioni. Le notazioni dei giudici assumono in effetti profondità e carattere che vanno ben al di là della specificità dell’atto/reato preso in considera­ zione, mettendo in evidenza come i simboli siano elemento essenziale per

la

formazione di un gruppo e di una aggregazione sociale o sociopolitica. Indipendentemente dai limiti di tempo e di spazio, i simboli – che sono

di

per loro elementi ancipiti indirizzabili e interpretabili indifferentemen­

te

in positivo o in negativo – contribuiscono sempre a creare i due poli

significativi di qualunque comunità: e cioè identità e differenza; intorno

ai simboli si possono coagulare, di volta in volta e di situazione storico­

sociologica in situazione storico­sociologica, lo spirito di una nazione, la coscienza di un popolo, il significato e il valore di un sistema di potere; ma essi possono rappresentare anche l’emblema di una leadership, che at­ traverso un messaggio iconico o una gestualità rituale si legittima presso un popolo (o una somma di popoli) e ne rinsalda il consenso. È stato rimarcato come i simboli politici servano per accedere al mondo, reale ma astratto, dei rapporti interpersonali a cui si dà valore comunque, «anche senza contatti concreti e diretti e perfino se non ci si conosce nemmeno» 14 . Alcuni simboli vengono implementati coscientemente ed esplicitamen­ te, come il saluto romano, che (con artificio simile alle invenzioni della tra­ dizione in senso hobsbawmiano) viene assunto e imposto sull’onda di una memoria quanto mai dubbia se non inesistente, e comunque contraffatta, fino a identificarsi con un regime e un’ideologia di cui dovrebbe essere soltanto un oggetto fra mille all’interno di una panoplia propagandistica multiforme, giocata sulla pretesa identificazione fra Roma antica e Roma fascista; il medesimo gesto diviene poi immagine/specchio del fascismo anche molti decenni dopo la dissoluzione storica del regime, non solo richiamandone la pericolosità antidemocratica, ma ponendosi come pre­ messa e anticipazione di fatto di possibili azioni contro l’ordine democra­ tico quali quelle paventate e condannate dalla Cassazione: i neurobiologi potrebbero parlare, e non solo in senso metaforico, di un processo di atti­ vazione dei neuroni a specchio che viene indotto, come è ormai noto soprat­

13 Longo, I simboli (del Fascismo), cit., 15­16.

14 Zagrebelsky, Simboli al potere, cit., vii.

182

tutto dopo gli studi di Giacomo Rizzolatti 15 , quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto. Non solo, ma nel caso che prendiamo in considerazione, il simbolo determina l’innesco di un meccanismo repressivo che ha di per sé un valore simbolico eguale e contrario. La risposta punitiva dello Stato, attraverso i suoi organi giurisprudenziali, non ha soltanto valore proprio di una normale dinamica processuale, ma nel momento in cui – sanzionan­ doli – accredita due gesti simbolici (saluto romano, e grido Presente!) come simboli di potere per difendere un altro potere (come dato di fatto, di là dall’ovvia e totale differenza di qualità etico­politica), indirettamente origina una reazione anch’essa intrinsecamente simbolica tesa a marcare emblematicamente la contrapposizione fra democrazia/diritti/tolleranza da una parte e fascismo/totalitarismo/intolleranza dall’altra. Si certifica insomma come i simboli possano essere, o divenire, o persistere nell’essere, mezzi idonei non solo a rappresentare realtà identitarie o valoriali, ma anche a generare azioni o a stimolarne l’impulso, innescando invariabilmente altri atti che divengono a loro volta simboli. Abbiamo dunque esaminato un processo per cui simboli politici co­ struiti come abiti personalizzati e su misura di un regime politico prose­ guono la loro funzione/azione oltre quel regime, continuando a riprodur­ ne un’identità attiva anche se ridotta a livello di mera rappresentazione, priva di integra coerenza storica, e pur tuttavia sufficiente a determinare reazioni repressive con valenza simbolica eguale e contraria. Spostiamoci ora, sempre sulle tracce delle dinamiche ἐς ἀεί che ca­ ratterizzano l’origine, il valore e l’azione dei simboli politici, in tutt’altro contesto e in tutt’altra situazione. Nel 1989, in occasione delle prime elezioni libere indette in Polonia dal 1945, che anticipavano, sull’onda del successo di Solidarność e con il soste­ gno dell’influenza dirompente di papa Wojtyla, le trasformazioni epocali che avrebbero portato alla caduta del muro di Berlino e al crollo del siste­ ma sovietico di potere 16 , un giovane grafico – Tomasz Sarnecki – suggerì

15 G. Rizzolatti­L. Craighero, The Mirrror-Neuron System, «Annual Review of Neuroscience» 27, 2004,

169­192; G. Rizzolatti­C. Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano 2006; M. Fabbri­Destro­G. Rizzolatti, Mirror Neurons and Mirror Systems in Monkeys and Humans, «Physiology» 23, 2008, 171­179; G. Rizzolatti­M. Fabbri­Destro­L. Cattaneo, Mirror Neurons and their Clinical Relevance, «Nature Clinical Practice. Neurololy» 5, 2009, 24­34.

16 J. Kubik, The Power of Symbols Against the Symbols of Power: The Rise of Solidarity and the Fall of State

Socialism in Poland, Philadelphia 1994; T. Garton Ash, The Polish Revolution: Solidarity, New Haven CT 2002; T. Lorenen, Die Solidarność-Bewegung im Wandel der Zeiten. Von der Entstehung bis heute, München 2007; C. Kotowski, Keine Freiheit ohne Solidarität. Die Programmatik der Solidarność während des Wahlkampfes in Polen 1989, München 2012; A. Zaganczyk­Neufeld, Die geglückte Revolution. Das Politische und der Um- bruch in Polen 1976–1997, Paderborn 2014.

183

di utilizzare come manifesto elettorale del blocco dell’opposizione demo­

cratica, che si presentava unito alla sfida elettorale, un’immagine/simbolo di un film di grande successo del 1952, capolavoro della cinematografia

americana, High Noon, in italiano Mezzogiorno di fuoco, di Fred Zinnemann 17 . La storia è a tutti nota: in una cittadina del New Mexico, probabilmente nel tardo ’800, lo sceriffo Willy Kane, interpretato da Gary Cooper, dimis­ sionario dopo il recentissimo matrimonio con la quacchera Amy Fowler (Grace Kelly) e in attesa per il giorno successivo del suo sostituto, si sente

in

obbligo morale di affrontare un gruppo di fuorilegge che si uniscono

al

loro capo Frank Miller, da lui arrestato e poi condannato all’ergastolo

cinque anni prima, ora sorprendentemente graziato e in arrivo in città con

il treno di mezzogiorno per compiere la propria vendetta. Tradito e ab­

bandonato da tutti i concittadini, non compreso nelle sue scelte neppure dalla moglie, pur atterrito dalla sorte che lo attende, lo sceriffo va solo all’appuntamento con i banditi come il suo profondo senso del dovere gli impone, in un clima di crescente suspense scandito sia dai numerosi orologi che muovono inesorabilmente le loro lancette verso le fatidiche ore dodici, sia dalla dolce, malinconica quanto ossessiva canzone Do not forsake me, oh my darling motivo principale della colonna sonora, sia dall’immagine ripe­

tuta dei binari e infine dal lungo fischio lugubre e fatale del treno in arrivo alla stazione. Il fotogramma scelto a emblema per la campagna elettorale (figg. 1-2) mostra lo sceriffo che si avvia verso un destino che appare a tutti, egli compreso, segnato, anche se, contro ogni previsione e logica viste le forze

in campo, la vicenda si concluderà positivamente con la morte dei cattivi

e la vittoria del buono, uomo normale diventato eroe per necessità etica 18 .

17 P. Drummond, High Noon, London 1997; M. Kuz, High Noon and Polish Freedom. A History of Mutual

Respect, «Voegelinview», January 5, 2012=https://voegelinview.com/high­noon­and­polish­freedom­

pt­1/.

18 V. Careglio, Le guerre civili al cinema, «La ricerca» 1, 1 ottobre 2012, 49-53; Ł. Kamiński-M. Korkuć,

1050 anni. Guida alla storia della Polonia. 966-2016, Istituto della Memoria Nazionale e Commissione del perseguimento dei crimini contro la nazione polacca­Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di

Polonia Dipartimento di Diplomazia Pubblica e Culturale, Varsavia, Kraków 2016, 107­117, partic.

115.

184

Fig. 1. Fig. 2. 185

Fig. 1.

Fig. 1. Fig. 2. 185

Fig. 2.

185

Tuttavia, mentre la folla dei codardi, cessato il pericolo, si riversa nel­ le strade prima deserte, Willy Kane, sconfitta la sorte, senza pronunciare parola, prima di allontanarsi definitivamente dalla città in calesse con la moglie, getterà con disprezzo nella polvere la sua stella di sceriffo. Il film celebra dunque il coraggio dell’individuo che, in nome di un superiore principio di legalità ma soprattutto di una moralità coerente e in ossequio alla propria coscienza personale sconfigge prima la paura, che

pure prova al pari dei concittadini non altrettanto sostenuti dalla medesi­ ma etica rigorosa, e in seguito annienta il male assoluto rappresentato dai fuorilegge. E in questo senso il plot poteva indubbiamente simboleggiare

– in rappresentazione iconica e in chiave politica – la marcia solitaria e

temeraria di Solidarność dai cantieri di Danzica fino alle soglie del potere, un potere in procinto di essere conquistato nel giugno 1989 attraverso libere elezioni e a dispetto dello scetticismo che ne aveva accompagnato

la genesi e le prime rivendicazioni e lotte. Occorre anche dire che il gesto

finale dello sceriffo, il lancio della tin star, la stella di latta, nella polvere 19 , suscitò polemiche anche aspre negli Stati Uniti maccartisti e il film, il re­ gista, lo sceneggiatore e l’interprete principale furono aspramente criticati dal Comitato per le attività antiamericane e censurati anche da illustri col­ leghi (John Wayne in un’intervista disse di considerare High Noon «la cosa più antiamericana che mi fosse mai capitato di vedere nella mia vita» 20 ):

insomma in un curioso gioco di eterogenesi dei fini le posizioni liberali

e anticomuniste di Solidarność si fecero rappresentare da icone simboliche delle vittime della persecuzione anticomunista del senatore McCarthy e dell’House Committee on Un-American Activities 21 .

19 Lo spunto del film fu suggerito da un racconto di J.W. Cunningham, intitolato appunto The Tin

Star e pubblicato nella storica rivista di “fiction, fact, sensation, wit, humor, and news”, «Collier’s Magazine» dicembre 1947, 11.

20 Cfr. B. Wilpers, ‘Rio Bravo’ - The Antidote to ‘High Noon’?, Seminar paper, Munich 2007.

21 J.M. Caparros Lera­S. Alegre, Cinematic Contextual History of High Noon (1952, dire Fred Zinnemann),

«Film-Historia» 6, 1, 1996, 37-61=http://www.raco.cat/index.php/FilmhistoriaOnline/article/viewF ile/226269/307843Cinematic; S.B. Girgus, Hollywood Renaissance: The Cinema of Democracy in the Era of Ford, Capra, and Kazan, Cambridge­New York­Melbourne 1998, 133­152; M.J. Costello, Rewriting High Noon: Transformation in American Popular Political Culture during the Cold War, 1952-1968, «Film & History» 33, 1, 2003, 30­41=in P.C. Rollins­J.F. O’Connor (eds.), Hollywood’s West: The American Frontier in Film, Television, and History, Lexington KY 2005, 175-197; S. Corkin, Cowboys As Cold Warriors: The Western And U S History (Culture And The Moving Image), Philadelphia 2004, 127­162; S. Gastaldi, Fuori i rossi da Hollywood! Il maccartismo e il cinema americano, Torino 2004; Id., Assalto all’informazione. Il maccartismo e la stampa americana, Monte Porzio Catone 2006; J.J. Gladchuk, Hollywood and Anticommunism: huac and the Evolution of the Red Menace, 1935-1950, New York 2006; M.S. Evans, Blacklisted by History: The Untold Story of Senator Joe McCarthy and His Fight Against America’s Enemies , New York 2007; F. Borrione, Il maccartismo e gli anni inquieti del cinema Americano , Perugia 2007; F. Krutnik-S. Neale-B. Neve-P. Stanfield (eds.), “Un-American” Hollywood: Politics and Film in the Blacklist Era, New Brunswick NJ, London 2007;

186

In ogni caso il lancio della stella nella polvere sembra rimarcare una sfiducia nella tutela della legge e nella giustizia quando questa non viene supportata dal consenso e dalla partecipazione attiva dei cittadini, alcuni dei quali – come il gestore del saloon – rimpiangevano addirittura il tempo in cui il bandito Miller spadroneggiava in città e rinfacciavano a Kane l’av­ ventatezza del suo arresto. Da entrambe queste prospettive – il coraggio contro un potere dalla forza che si suppone imbattibile e la fiducia collet­ tiva nella causa della legge, della giustizia equa e quindi delle democrazia – ben si adattavano al contesto polacco del 1989 e per questa ragione l’immagine di Gary Cooper avviato verso il suo destino ‘vittorioso’, nono­ stante qualche dubbio iniziale, si affermò, divenendo rapidamente, come oggi diremmo, ‘virale’ e associandosi come moltiplicatore semantico alla scritta solidarność, che nella forma e nei caratteri a tutti noti si era ormai imposta come simbolo percepibile nel suo valore iconico e politico ben ol­ tre il significato linguistico/letterale. La figura dello sceriffo nel poster più diffuso venne modificata soltanto in alcuni minimi particolari: una piccola scritta rituale solidarność sul petto sopra la stella e, nella mano, una sche­ da piegata con la scritta wybory (Elezioni), mentre alla base del manifesto

spiccava l’indicazione a mezzogiorno - 4 giugno 1989 (w samo południe, 4

czerwca 1989), la data cioè del turno elettorale (fig. 3). Al poster, diffuso pervasivamente nel territorio polacco (e ripreso in varie forme e modalità, ad esempio anche in un francobollo: fig. 4), si affiancò in palese corrispon­ denza anche l’immagine di un orologio che, richiamando l’ora fatidica di High Noon, invitava i polacchi a non dormire e ad andare a votare (fig. 5) 22 .

G. Barnhisel­C. Turner (eds.), Pressing the Fight: Print, Propaganda, and the Cold War, Amherst

Mss. 2010; R. Genter, Late Modernism. Art, Culture, and Politics in Cold War America, Philadelphia PA, 2010; A. Carosso, Cold War Narratives: American Culture in the 1950s, Bern 2012; R. Végsö, The Naked Communist: Cold War Modernism and the Politics of Popular Culture, New York 2012; A.M. Wald, American Night: The Literary Left in the Era of the Cold War, Chapel Hill NC 2012; U. Nicola, Guerra fredda al cinema:

cowboys contro comunisti, «La ricerca», 1, 1 ottobre 2012, 58­59; J.E. Smyth, Fred Zinnemann and the Cinema of Resistance, Jackson MS 2014.

22 Careglio, Le guerre civili, cit.

187

Fig. 3. Fig. 4. Fig. 5. 188

Fig. 3.

Fig. 3. Fig. 4. Fig. 5. 188

Fig. 4.

Fig. 3. Fig. 4. Fig. 5. 188

Fig. 5.

188

La forza propagandistica di questa icona/simbolo, celebrata più volte anche dallo stesso Lech Wałesa che era ad essa particolarmente affeziona­ to, si perpetuò nel tempo ricomparendo con forza, ed evidente perdurante riconoscibilità generale, nelle celebrazioni decennali e ventennali dell’e­ vento elettorale del giugno 1989 (con qualche curiosa variante, come un bel paio di baffi di cui in qualche caso fu gratificato Gary Cooper che nel film baffi non aveva) (fig. 6) 23 .

Cooper che nel film baffi non aveva) (fig. 6) 2 3 . Fig. 6. Non solo

Fig. 6.

Non solo ma proprio in funzione della sua efficacia promozionale ed evocativa fu, per così dire offerta in uso, per altre cause di libertà e protesta popolare, come in occasione delle manifestazioni contro la progettata co­ struzione di un centro commerciale al posto del Parco Gezi nel cuore mo­ derno di İstanbul, represse nel sangue per volontà del presidente Erdoğan nel giugno 2013, in casuale coincidenza con il 24° anniversario delle libere elezioni polacche. La solita immagine dello sceriffo di High Noon compar­ ve allora con alle spalle una bandiera turca che si innalzava dalla consueta scritta/logo solidarność (fig. 7).

23 Nicola, Guerra fredda, cit.

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Fig. 7. E ancora nel giugno 2014 l’autorevole rivista romena di scienza politica Civitas Politics

Fig. 7.

E ancora nel giugno 2014 l’autorevole rivista romena di scienza politica

Civitas Politics utilizzò la medesima icona in grande formato per illustrare

un articolo dall’eloquente titolo “L’Europa ha dimenticato la lezione di solida- rietà” ove si illustrava il punto di vista preoccupato e indignato dei paesi dell’Est europeo (e in particolare Polonia, Estonia, Romania) per quello che veniva giudicato il limitato intervento della Nato a loro difesa contro la minaccia russa dopo le vicende di Crimea e Ucraina/Donbass 24 .

Il manifesto è altresì collocato in posizione privilegiata nel Centro Eu-

ropeo Solidarność, il museo/biblioteca che a Danzica ripercorre e celebra la storia del sindacato polacco e del movimento di opposizione politica e resistenza civile ad esso collegato 25 . Del poster infine esiste anche una versione “al femminile”, elabora­ ta nel 2009 dall’artista croata Sanja Iveković e conservata in originale al Museo di Arte Moderna di Varsavia 26 (fig. 8), divenuta a sua volta oggi simbolo – contestato anche a livello giudiziario a dimostrazione del valore semisacrale che ormai si attribuisce all’immagine dello sceriffo arruolato in Solidarność – della protesta delle donne polacche contro le leggi restrittive in materia di aborto e la minaccia da parte del governo conservatore di reintrodurre la illiceità dell’interruzione di maternità anche in casi di stu­ pro, incesto, malattia o deformazione del feto. La cosiddetta protesta nera

o deformazione del feto. La cosiddetta protesta nera 24 O. Manea, Europa a uitat lecţia Solidarităţii

24 O. Manea, Europa a uitat lecţia Solidarităţii, «Civitas Politics» 24 Iunie 2014 (=https://civitaspoli­

tics.org/2014/06/24/europa­a­uitat­lectia­solidaritatii/)=«Revista 22» 2014­06­10 (=http://www.

revista22.ro/europa­a­uitat­lectia­solidaritatii­43244.html).

25 Gary Cooper/Solidarność è stato anche il logo del Convegno “Solidali con Solidarność” organizzato

dall’Ambasciata di Polonia in Italia in collaborazione con la Cisl e con la Fondazioni Feltrinelli in

occasione del 25° anniversario delle elezioni dell’ottobre 1989.

26 Cfr. http://artmuseum.pl/en/kolekcja/praca/ivekovic-sanja-invisible-women-of-solidarity.

190

(“czarnym proteście”), per cui il 3 ottobre 2016 centinaia di migliaia di don­ ne polacche hanno marciato in corteo vestite di nero sotto l’emblema di una Gary Cooper virata al femminile, ha conosciuto immediato successo perché il Parlamento polacco ha per ora respinto la proposta del governo (fig. 9) 27 .

ora respinto la proposta del governo (fig. 9) 2 7 . Fig. 8. 27 K. P

Fig. 8.

27 K. Pabijanek, Sanja Iveković Women’s House”: Sanja Iveković Discusses Recent Projects (Interview), «Art­

margins Online», 20 December 2009 (Łódź, October 18, 2009)=http://www.artmargins.com/index. php/5-interviews/541-qwomens-houseq-sanja-ivekovic-discusses-recent-projects-interview; K. Sien­ kiewicz, “Solidarności” nie podoba się “Solidarność” na “czarnym proteście”. Kogo naprawdę powinna pozwać? [komentarz], «Wyborcza.pl» 11 października 2016=http://wyborcza.pl/7,112588,20823058,solidarnosci-nie-podo­ ba­sie­solidarnosc­na­czarnym­protescie.html?disableRedirects=true; M. Mazzonis, #Czarny protest, le donne in nero polacche contro la legge anti-aborto, «LEFT. Sinistra senza inganni» 3 ottobre 2016=https:// left.it/2016/10/03/czarny­protest­le­donne­in­nero­polacche­contro­la­legge­anti­aborto/. Nell’uso del manifesto con un Gary Cooper “al femminile” e con il logo di Solidarność alcune procure po­ lacche hanno ravvisato un’ipotesi di reato e hanno determinato l’avvio di procedimenti giudiziari:

Piotr Machajski-Przemysław Jedlecki, Prokuratura na tropie “czarnych protestów”, «Wyborcza.pl» 11 października

2016=http://wyborcza.pl/1,75398,20823193,prokuratura­na­tropie­czarnych­protestow.html

(cfr. anche http://wpolityce.pl/spoleczenstwo/311676­krotko­i­na­temat­ziobro­prokuratura­ po­zawiadomieniu­musiala­wszczac­postepowanie­ws­uzycia­logo­s­na­czarnym­protescie). In oc­ casione dell’8 marzo del 2014 e di una speciale esibizione in un cinema di Varsavia, un’altra artista polacca Zuzanna Janin, attiva presso il Museum of Contemporary Art di Chicago, ha utilizzato entrambe le versioni, maschile e femminile, in silhouette accoppiandole graficamente come segno di piena eguaglianza e parità totale, in una sorta di marcia comune dei diritti compiuta dai due ‘giustizieri’ – come lei stessa li definisce (cfr. W. Goldkorn, Rosa Varsavia, «d-la repubblica» 15 no­ vembre 2014=http://d.repubblica.it/attualita/2014/11/15/news/donne_e_politica_emancipazi­ one_polonia­2375616/) – sullo sfondo della scritta Solidarność: cfr. 8 Marca “solidarność wg kobiet” Pokaz Specjalny W Kinie muranów, «na:Temat» Zuzanna Janin Blog=http://zuzannajanin.natemat. pl/135193,8-marca-solidarnosc-wg-kobiet-pokaz-specjalny-w-kinie-muranow; inoltre solidarność - list do Mamy, ibid., Warszawa 01.06 2014=http://zuzannajanin.natemat.pl/104919,solidarnosc-list- do­mamy.

191

Fig. 8.
Fig. 8.

Fig. 9.

La vicenda dell’uso politico di un personaggio carismatico della ci­ nematografia degli anni ’50 ci pone di fronte a una simbologia costruita non sulla base di antiche tradizioni più o meno inventate e/o riciclate, ma proposta e recepita in relazione – come detto – all’analogia di finalità che assimilerebbe l’azione dello sceriffo, in termini di scelte contestate ma perseguite con intransigenza morale e audacia contro avversari apparen­ temente imbattibili e contro un esito che sembra segnato in negativo, alla lunga battaglia di solidarność partita dai cantieri navali di Danzica nel 1980 e approdata nove anni dopo, nonostante i duri e ripetuti interventi repressivi del governo polacco, alla legalizzazione e alla partecipazione vit­ toriosa alle elezioni. Ma il Marshal Willy Kane, fissato nel suo frame/icona­simbolo, conti­ nuando a marciare da decenni verso il proprio destino di gloria, ha tra­ valicato ampiamente il senso e il tempo storico per cui fu scelto e usato, ha superato le vicende tormentate di Solidarność [trasformatasi prima in partito (Akcja Wyborcza Solidarność/Azione Elettorale Solidarność) e poi – nel nuovo millennio – scomparsa del tutto dalla scena politica polacca 28 ], per trasformarsi in emblema di nuove solidarietà rivendicate e non ottenute, di nuove battaglie temerarie in difesa di diritti, di contese politiche e civili a largo respiro anche del tutto estranee nei contenuti rispetto alle motiva­ zioni originarie che ne incoraggiarono la scelta.

28 D. Stasi, Polonia, la fine di Solidarność e il referendum sugli immigrati, «Micromega», 16 settembre

2015=http://temi.repubblica.it/micromega-online/polonia-la-fine-di-solidarnosc-e-il-referendum-

sugli­immigrati/.

192

Si tratta dunque di un caso emblematico, di quelli che Zagrebelsky definisce simboli al potere, nel senso appunto che, nati per legittimare un potere (o, come nella situazione che abbiamo analizzato, per assecondare emblematizzandola un’azione collettiva di rovesciamento e sostituzione rispetto a un potere costituito), proseguono la loro storia oltre l’obietti­ vo raggiunto favorendo altre condivisioni intersoggettive del significato che esprimono, e attorno al quale danno vita ad altre integrazioni sociali, ad altre speranze collettive, spingendo o aiutando altre aggregazioni di uomini e donne ad agire verso obiettivi futuri. Simboli al potere, simboli

politici come sintesi di visione della vita comune, come espressione concisa ma convincente e condivisa di un’ideologia, come legittimazione nel consenso

di un sistema. Il potere del simbolo è dunque quello di unire (συμβάλλω)

attorno a un ideale, a una leadership, a un’ideologia, non necessariamente

le sole e le stesse nel tempo e nello spazio, ma anche fatalmente quello di

dividere (διαβάλλω), separare, disaggregare all’interno di un tutto, in un meccanismo di inclusione che inevitabilmente però esclude chi sta fuori dall’unità simboleggiata e contemporaneamente attivata o sostenuta. Per coloro che aggrega il simbolo rappresenta sempre, nella sua fissi­ tà, immutabilità e ripetitività di messaggio, un fattore potente di fiducia e speranza, e – soprattutto nella sua versione politica o sociale – esercita un’azione liberatrice; come segno emblematico di bisogni e aspirazioni esso attrae forze e produce concretamente aspettative positive in vista di un futuro – legato a una nuova leadership o a un movimento, a un partito, a un’ideologia, a un credo religioso o più semplicemente, ad es., a una fede sportiva – che non sia semplice ripetizione del presente 29 . I simboli a cui abbiamo fatto cenno, pur nella realtà di strumenti co­ struiti su contingenze specifiche e in relazione a dinamiche spazio-tempo­ rali di più o meno recente storia, esprimono gran parte delle caratteristiche comuni anche alla simbologia politica di più ampio respiro, a riprova della invariabilità funzionale che ad essa inerisce in qualunque dimensione e circostanza. Una invariabilità che si sostanzia dei tratti identificatori che abbiamo rimarcato, e in particolare della loro natura di strumenti idonei sia a individuare e rappresentare in maniera per tutti immediatamente per­ cepibile realtà identitarie e valoriali che sottendono a ideologie od organiz­ zazioni politiche oppure a sistemi e modelli di espressione di potere, sia a dare origine – nella continuità e in periodo prolungato e potenzialmente non finito – ad azioni di acquisizione di spazi di potere, oppure di con­ ferma, ratifica, conquista, stabilizzazione e rafforzamento di consenso at­

29 Zagrebelsky, Simboli al potere, cit., 90­92; G. Marramao, Contro il potere, Milano 2011, 121­123. Cfr.

pure S. Cavazza, Simboli e politica: una riflessione multidisciplinare, «Contemporanea» 4, 2002, 783­792.

193

torno a poteri già costituiti. Non solo ma il simbolo che aggrega, anche al

di là della relazione diretta interpersonale in rapporto a principi e/o ideali

condivisi riprodotti iconicamente o gestualmente, può passare attraverso una costante figurativa che di volta in volta interpreta la continuità nella diversità. Accade così ad esempio con i simboli più comuni del potere imperiale

che dall’antichità classica, e romana in particolare, percorrono tutti i secoli della storia successiva fino all’età contemporanea. Il globo imperiale, variamente presente nell’iconografia classica come segno del dominio sul mondo e di un governo imperiale tendenzialmente universale nella prospettiva dell’unus imperator in orbe 30 , compare nell’ico­ nografia numismatica costantiniana, prima in compagnia di altri simboli come la corona raggiata (con ovvio riferimento al culto solare) o la lancia/ scettro, e in seguito rimane nella mano tesa dell’imperatore mentre con l’altra mano viene sostenuto il labaro con cristogramma, che diventerà

in progresso di tempo un elemento caratteristico della monetazione dei

Costantinidi 31 . Rapidamente però, con i secondi Flavi, pur persistendo ancora il simbolo della semplice sfera, si affiancherà e gradualmente si sostituirà ad essa la raffigurazione del globo sormontato dalla croce 32 . Da questo momento in poi (seconda metà del IV secolo) il globus cruciger ap­ pesantirà permanentemente la mano di tutti gli imperatori bizantini e di tutti gli imperatori del Sacro Romano Impero (da Carlo Magno – fig. 10 – a Francesco II di Asburgo Lorena – fig. 11 – con cui, nel 1806, venne sancita definitivamente la fine all’impero nato de facto nella notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione del re dei Franchi Carlo da parte del papa Leone III); verrà anacronisticamente donato a imperatori e re del passato antico, come per esempio nelle frequenti figurazioni medievali di Alessandro Magno; sarà posto su un prezioso cuscino accanto alla figu­ ra trionfante dell’imperatore dei Francesi nell’iconografia napoleonica del Primo Impero (fig. 12) o accanto all’immagine ufficiale dell’Imperatore

30 In proposito cfr. S. Roda, Finis imperii, der Untergang des Abendlandes, un nuovo collasso dell’Occidente?,

«Historiká» 4, 2014, 11­49.

31 M. Radnoti­Alföldi, Die Constantinische Goldprägung, Mainz 1963; P.M. Bruun, in C.H.V. Sutherland­

R.A.G. Carson (eds.), Roman Imperial Coinage (RIC). VII. Constantine and Licinius AD 313-337, London 1966; J.P.G. Kent, in C.H.V. Sutherland­R.A.G. Carson (eds.), Roman Imperial Coinage (RIC). VIII. The Family of Constantine I. ad 337-364 , London 1981; F. Carlà, Le iconografie monetali , in Costantino I. Enci -

clopedia Costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano 313-2013, I, Roma 2013, 557­578.

32 H. Mattingly­C.H.V. Sutherland­R.A.G. Carson, Roman Imperial Coinage (RIC). IX. Valentinian I-

Theodosius I, London 1997 (1951); J.P.C Kent, Roman Imperial Coinage (RIC). X. The Divided Empire and the Fall of the Western Parts AD 395-491, London 1994.

194

d’Austria Francesco Giuseppe (fig. 13) oppure, al contrario, giacerà per sfregio a terra accanto all’aquila calpestata da Napoleone III e Vittorio Emanuele II vittoriosi sull’Impero d’Austria nel 1859 (fig. 14); comparirà ancora, travalicando il ’900 e in continuità con l’iconografia dei predeces­ sori, per esaltare un’autorità in dissoluzione come quella dell’ultimo czar Nicola II Romanov (fig. 15).

in dissoluzione come quella dell’ultimo czar Nicola II Romanov (fig. 15). Fig. 10. F i g

Fig. 10.

in dissoluzione come quella dell’ultimo czar Nicola II Romanov (fig. 15). Fig. 10. F i g

Fig. 11.

195

Fig. 12. 196 Fig. 14. Fig. 13. Fig. 15.

Fig. 12.

Fig. 12. 196 Fig. 14. Fig. 13. Fig. 15.

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Fig. 14.

Fig. 12. 196 Fig. 14. Fig. 13. Fig. 15.

Fig. 13.

Fig. 12. 196 Fig. 14. Fig. 13. Fig. 15.

Fig. 15.

Un simbolo che programmaticamente si propone come segno di ri­ conoscimento perpetuo di un potere imperiale unico, passato per transla- tio dai Romani ai Bizantini agli imperatori Germanici, agli Zar di Russia, agli epigoni otto-novecenteschi di un’antica idea universalistica, fino alle nostalgie politiche da restitutio imperii che, con più o meno forza e varia­ mente incarnate, ricompaiono periodicamente anche in età a noi prossime (si veda ad esempio il recupero nella Russia moderna del vessillo zarista dell’aquila bicipite che regge appunto nelle zampe lo scettro e il globo crocigero) 33 . Un analogo e forse ancor più ampio discorso si può fare per l’altro sim­ bolo imperiale per eccellenza, l’aquila, transitata nell’arco dei secoli dalle insegne romane 34 a qualunque vessillo di dominazione imperiale o regia o semplicemente nobiliare 35 , ma la cui forza evocatrice e di compendio con­ cettuale di un’autorità suprema è stata ritenuta adatta a rappresentare non solo regimi totalitari monarchici, ma anche i vertici eletti di democrazie indiscusse come gli Stati Uniti d’America, il cui seal principale vede l’aquila calva ergersi come sintesi e garante sia della potenza sia della vocazione degli USA ad unire e aggregare (e pluribus unum) e a garantire pace nell’or­ dine vigilato (fig. 16).

) e a garantire pace nell’or­ dine vigilato (fig. 16). Fig. 16. 33 P.E. Schramm, Sphaira,

Fig. 16.

33 P.E. Schramm, Sphaira, Globus, Reichsapfel. Wanderung und Wandlung eines Herrschaftszeichens von Caesar

bis zu Elisabeth II. Ein Beitrag zum „Nachleben“ der Antike, Stuttgart 1958; J. Keupp et Alii (hrsg.), „… die

keyserlichen zeychen …“Die Reichskleinodien – Herrschaftszeichen des Heiligen Römischen Reiches, Regensburg 2009; A.P. Di Cosmo, Regalia Signa. Iconografia e simbologia della potestà imperiale, «πορφυρα» 6, Suppl. 10, Novembre 2009, 3­67; R. Diegi, Il globo crucigero sulle monete, «Panorama numismatico» 11, 2012, 11­15; S. De Maria­M. Parada López de Corselas (eds.), El Imperio y las Hispanias de Trajano a Carlos V. Clasicismo

y poder en el arte español – L’impero e le Hispaniae da Traiano a Carlo V. Classicismo e potere nell’arte spagnola, Bologna 2014.

34 Cfr. I. Tantillo, Insegne e legittimazione nell’impero romano, in C. Panella, I Segni del Potere. Realtà e immagi-

nario della sovranità nella Roma imperiale, Bari 2011, 13­24. Cfr. pure C. Panella, I segni del potere, ibid., 25­76;

G. Pardini, “Signa” e “Insignia” nell’iconografia numismatica, ibid., 77­124. 35 G. Gerola, L’aquila bizantina e l’aquila imperiale a due teste, «Felix Ravenna» 43, 1, 1934, 7­36.

197

Il trasferimento dei simboli politici da una realtà all’altra è connaturato del resto all’intercambiabilità funzionale che contraddistingue la maggior parte di essi: il confronto Antica Roma/Stati Uniti è da questo punto di vista emblematico. Alcuni anni or sono, esattamente nel 2010, un’impor­ tante mostra presso il National Constitution Center di Philadelphia, dal titolo eloquente di Ancient Rome & America si propose lo scopo di evidenziare le connessioni culturali, politiche e sociali fra Roma Antica e gli odierni Stati Uniti e di far comprendere ai visitatori in che modo e in che misura la cultura classica abbia influito sulla formazione della nazione america­ na 36 . L’esibizione si muoveva su una molteplicità di piani di confronto, e si apriva anche a riflessioni e interrogativi complessi: ad esempio quali fossero le modalità di indirizzo di una leadership globale, come si risolvesse­ ro le dinamiche di formazione, crescita, stabilizzazione e decadenza degli imperi, come dal parallelo con Roma gli USA potessero trarre insegna­ menti utili in positivo e in negativo ai fini della gestione del loro ampio potere e della loro influenza internazionale che le circostanze geopoliti­ che stavano già da qualche tempo mettendo in crisi. Più nello specifico la mostra metteva tuttavia a diretto e materiale paragone la simmetria e coincidenza dei simboli identitari, individuabili sia nella denominazione delle istituzioni politiche e dei luoghi di fisici di collocazione delle mede­ sime come il Campidoglio o il Senato 37 , sia nella scelta di massime latine utili a definire emblematicamente le virtù politiche e le tensioni ideali della repubblica federale, sia nella frequenza di icone romane nella simbologia statunitense, dal fascio littorio (presente come è noto nello stemma del Se­ nato americano; in rilievo ai lati della tribuna principale del Congresso [fig. 17]; nel verso del dime – la moneta da 10 centesimi –; scolpito in doppia riproduzione sul trono di marmo ove poggia la statua di Abramo Lincoln al Lincoln Memorial di Washington) alla corona di alloro, dalla Statua della Libertà (ispirata a modelli classici anche se mediati, come del resto molta parte della simbologia statunitense nata alle origini della nuova repubblica, dai simbolismi massonici) a – soprattutto – l’aquila, onnipresente nella iconografia simbolico-politica degli Stati Uniti. Altri accostamenti presenti nella mostra individuano inoltre con perspicacia la forza del messaggio simbolico politico quando si esprime in figure che eccedono dalla ste­ reotipia consueta delle insegne e dei sigilli, come nel caso dell’aquila di

36 Cfr. S. Roda, Roma e i Padri Fondatori: un antico modello politico-ideologico e la nascita degli Stati Uniti d’A-

merica, in S. Cagnazzi et Alii (a cura di), Scritti di Storia per Mario Pani, Bari 2011, 407­412.

37 Sui luoghi istituzionali come simboli del potere cfr. G. Purpura, Luoghi del diritto, luoghi del potere, in

Principia Iuris. Atti del Seminario Interdisciplinare, «Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo (AUPA)» 50, 2005 (ma 2006), 247­268.

198

legno dorato scolpita nel 1804 da Samuel McIntire per il sopraportico della Lynn Academy presso Boston 38 posta a raffronto con la testa d’aquila romana bronzea proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Fi­ renze; oppure quando azzarda confronti più audaci come il celebre elmo gladiatorio pompeiano di un mirmillone posto accanto al casco da football

della squadra dei Philadelphia Eagles (fig. 18); un accostamento quest’ultimo dalla doppia valenza, perché per un verso mette in rilievo la coincidenza (peraltro estremamente relativa e limitata all’esibizione fisica e al numero elevato di spettatori attratti) di due tipologie di spettacolo competitivo di massa, ma per l’altro sottolinea il caso di una importante squadra sportiva che utilizza il simbolo dell’aquila, legato come abbiamo visto alla rappre­ sentazione del potere supremo, per rivendicare un ruolo di preminenza e

di superiorità in ambito agonistico. Qualcosa di simile succede del resto

anche in Italia con la Società Sportiva Lazio, squadra di serie A di Roma, che ha come simbolo l’aquila calva (e ahimè spesso le partite sono prece­

dute dal volo di un’aquila americana dalla testa bianca costretta in cattività

ed esibita a mo’ di emblema vivente) come esito di una doppia traslazione

dal simbolo imperiale tradizionale a quello reinterpretato nella simbologia statunitense.

a quello reinterpretato nella simbologia statunitense. Fig. 17. 38

Fig. 17.

38 https://streetsofsalem.com/2014/10/10/the-eagle-has-flown/.

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Fig. 18. Nel lungo come nel breve periodo, nella dimensione acronica univer­ sale come in

Fig. 18.

Nel lungo come nel breve periodo, nella dimensione acronica univer­ sale come in quella specifica e contingente, dunque, il simbolo politico

esercita la sua azione aggregante, semplificatrice, rassicurante a sostegno

di leadership, di modelli istituzionali, di ideali, di aspirazioni sociali. Ma il

simbolo si propone e si impone anche come strumento di comprensio­

ne, esplicativo e interpretativo, delle realtà politiche «o come strumento

di integrazione politica o come risorsa emotiva su cui fondare la lotta

politica» 39 . Un brevissimo esempio tardoantico in questo senso, tanto per non sfuggire del tutto dall’assunto primario del convegno e per pagare un mo­ desto risarcimento per le mie elucubrazioni fuori argomento: quando Q. Aurelio Simmaco si rivolge in via epistolare al prefetto urbano e poi, con ogni probabilità, al vicario di Roma 40 per indurli, a nome del collegio dei pontefici, a punire, applicando le pene severissime e rituali imposte dalla tradizione arcaica, la Vestale di Alba, Primigenia, che aveva infranto il voto di castità e il suo amante Maximus, entrambi rei confessi, compie un’azio­ ne simbolica che ha esattamente il valore di mettere in campo una risorsa emotiva sulla quale ribadire e rafforzare una lotta politica, nella fattispecie quella contro i provvedimenti sanzionatori che si preparavano da parte dell’imperatore Graziano 41 a svantaggio dei collegi sacerdotali pagani e in

39 T. Tonchia, Potere tragico e potere sovrano. Un percorso nel ‘politico’ schmittiano, Trieste 2001, 20­22.

40 Symm. epp. 9, 147; 148. Cfr. S. Roda, Commento storico al libro ix dell’Epistolario di Q. Aurelio Simmaco,

Pisa 1981, 315­319; S. Conti, Tra integrazione ed emarginazione: le ultime Vestali, «Studia historica, Historia antigua» 21, 2003, 209­222.

41 Sulla datazione delle lettere di Simmaco a prima dei provvedimenti grazianei, ma in un clima che

ad essi ormai chiaramente preludeva, cfr. le note molto puntuali di J.­P. Callu, Symmaque. Lettres. Livres ix-x, texte établi, traduit et commenté par Id., Paris 2002, 136.

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particolare a danno del collegio delle Vestali 42 . La scelta di un simbolo di battaglia ideologica 43 e politica, ancora vivo nell’immaginario collettivo dei Romani nonostante la trasformazione socioculturale in atto nell’impero post­costantiniano, va esattamente nella direzione di utilizzare un simbolo conosciuto, e riconoscibile in relazione causale mezzo-fine, per ribadire la legittimità di un potere tradizionale e secolare (quello del Senato e dell’or­ dine senatorio, ma anche quello che per Simmaco deriva da alcuni fonda­ menti incontestabili, religioso­politici tradizionali, dello stato romano in tutte le sue fasi storiche). Le Vestali, e la Vestale di Alba che in negativo comunque tutte quante le rappresenta dovendo con la sua condanna ri­ confermare la validità del collegio e delle regole che da sempre lo identi­ ficavano e lo organizzavano, illustrano e giustificano un assetto di potere ove i valori concreti, pragmaticamente ‘politici’, debbono persistere come richiede il contenuto ideologico espresso dal modello simbolico scelto. Insomma il simbolo politico comunica ed esprime direttamente ciò che sarebbe complesso e forse impossibile divulgare con altrettanta chiarezza attraverso considerazioni analitiche o proposizioni retoriche. Il simbolo al potere appare in tal senso un sostituto/immagine del potere, capace di trasformare il negativo difficilmente percepibile in un positivo da tutti leggibile secondo una sorta di meccanismo che metafori­ camente potremmo definire analogo al processo fotografico di sviluppo e stampa. Il simbolo, come è stato detto, rende cioè visibile e in qualche modo tangibile ciò che è invisibile: il Potere politico 44 . Un’operazione complicata che non sempre ha successo e non sem­ pre giunge a risultati soddisfacenti, ma che quando riesce, come nei casi che abbiamo sommariamente esaminato, rivela una forza gnoseologica di comprensione straordinaria e permanente nel tempo. Ne aveva ben compreso la logica Thomas Hobbes quando nel fron­ tespizio del Leviathan inserì quella che molti considerano una delle più significative rappresentazioni simboliche del potere politico. Emancipan­ dosi da consuete icone mitologiche o bibliche, Hobbes raffigura un Macro- anthropos, un Grande Uomo (o ‘Uomo in Grande’ rappresentativo dell’in­ tera società umana 45 , uomo artificiale diverso dal macroanthropos naturale

42 D. Vera, Commento storico alle Relationes di Quinto Aurelio Simmaco, Pisa 1981, 44­50; G. Cecconi,

Commento storico al libro II dell’Epistolario di Q. Aurelio Simmaco, Pisa 2002, 266­281; 344­346.

43 Sull’uso dei simboli di disputa ideologica in età tarda resta fondamentale, seppur datato, il con­

tributo di L. Cracco Ruggini, Simboli di battaglia ideologica nel tardo ellenismo (Roma, Atene, Costantinopoli. Numa, Empedocle, Cristo), in Studi Bertolini, I, Pisa 1972, 177­300.

44 Tonchia, Potere tragico, cit., 10.

45 Cfr. F. Viola, Stato vincoli natura , in Crisi e metamorfosi della sovranità . Atti del XIX Congresso Nazio ­

nale della Società Italiana di Filosofia giuridica e Politica, Trento 29-30 settembre 1994, Milano 1996,

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del iv libro della Repubblica platonica 46 ) (fig. 19) che indossa una corona imperiale mentre con una mano impugna la spada simbolo della forza e con l’altra il pastorale simbolo della giustizia. Spada e pastorale, immagine degli aspetti temporali e spirituali del potere, esprimono quella cusaniana coincidentia oppositorum che rappresenta la vera totalità del Potere politico capace di guidare corpi e anime e di dirigere il mondo nell’ordine generale, impedendo il caos e l’anarchia. Sotto l’uomo di Hobbes si stende infatti un paesaggio pacifico con città, paesi e campi dove in tranquillità e sicu- rezza degli uomini si occupano dei loro affari, perché tutto ciò che può causare disordine e disgregazione si trova sotto il controllo del Leviatano/ Macroanthropos. Sotto la spada, a sinistra dell’immagine, sono inseriti in co­ lonna gli strumenti del potere temporale, cioè una fortezza, una corona, cannoni, armi e la rappresentazione di una battaglia; sotto il pastorale, a destra, si trovano invece gli strumenti del potere spirituale, cioè una chie­ sa, una mitra, fulmini che escono da una nuvola e che simboleggiano le pene ecclesiastiche come la scomunica o l’interdetto, e infine una rappre­ sentazione allegorica, in forma di armi, degli argomenti scolastici (visti come null’altro che vana retorica), e un concilio (immagine delle decisioni dogmatiche). Infine, last but not least, il corpo della figura del Leviatano si compone di una serie infinita di personaggi, piccoli uomini in fitta schiera che sono l’immagine dell’umanità intera, della società degli individui sot­ toposta al Potere ma che rappresenta anche l’elemento sostanziale, costi­ tutivo e vitale del Potere 47 .

127­182; M. Rhonheimer, La filosofia politica di Thomas Hobbes: coerenza e contraddizioni di un paradigma,

Roma 1997, partic. 156­157; E. Morandi, La società è un «uomo in grande». Il «macroanthropos» per riscoprire la sociologia degli «antichi», Milano 2010.

46 Plato R. 4, 419a­424a (cfr. pure 2, 368de; 369ab; 4, 434d­436a; 441cd; 5, 449a; 462cd; 464b). La

polis come comunità totale è appunto un “individuo in grande”. Cfr. E. Voegelin, La nuova scienza

politica, Torino 1968; E. Morandi, L’ambiente metafisico della sociologia: verità e scienza sociale, «Acta Philo­ sophica» 11, 1, 2002, 7­48; G. Giorgini, L’instaurazione di un ordine nuovo. Un’indagine sulla realizzabilità della città perfetta nella Repubblica di Platone, in G.M. Chiodi­R. Gatti (a cura di), La filosofia politica di Platone, Milano 2008, 47­66; G. Cambiano, Come nave in tempesta. Il governo della città in Platone e Aristotele, Roma­Bari 2016.

47 G. Silvestrini, Il concetto di «governo della legge» nella tradizione repubblicana, in Department of Public

Policy and Public Choice “Polis”, University of Eastern Piedmont “Amedeo Avogadro”, Polis Wor­ king Papers, n. 12, March 2000=http://polis.unipmn.it/pubbl/altri/silv.pdf; Rhonheimer, La filosofia politica di Thomas Hobbes, cit.; Tonchia, Potere tragico, cit., 10­11; Ead., Leviathan. Principe di questo mondo, in P. Gregoretti­R. Astori (a cura di), Symbolica e theorica. Contributi, «Quaderni filosofici del Dipar­ timento di Scienze politiche di Trieste», 3, 2003, 51­70; E. Bonanni, Simboli e politica. Un percorso al di là del visibile, ibid., 31­49; R. D’Ambrosio, Istituzioni, persone e potere, Soveria Mannelli 2004, 64­68; S. Marega, Riflessioni intorno all’identità: simbolo, comunità, rappresentanza, «Metabasis. Filosofia e comunicazi­ one. Rivista on line» II, 4, novembre 2007=http://www.metabasis.it/articoli/4/4_Marega.pdf; C.­E. Bärsch, Politics and Religion in the Philosophy of the Enlightenment I: Hobbes, Spinoza, Locke and Rousseau, in B.

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Fig. 19. In sostanza i simboli politici non sono soltanto rappresentazione ma sono gli elementi

Fig. 19.

In sostanza i simboli politici non sono soltanto rappresentazione ma sono gli elementi che permettono l’edificazione e la composizione di una società, che collegano gli individui, che attivano il legame sociale interpre­ tando il potere e sovrapponendosi ad esso, mascherandone l’inconoscibile, traducendo in oggetti logico­concreti l’intima natura del potere che per lo più sfugge alla comprensione razionale. Come ha ben sottolineato Teresa Tonchia 48 , Carl Schmitt, riflettendo sulla natura trans­storica del simbolo, avvertiva come il potere non si esau­ risca nella contingenza storico­fattuale, ma attinga a una dimensione ‘al­ tra’, trascendente, anche quando viene risolto nello scambio economico, nei rapporti sociali o in strutture formali. Il simbolo in buona misura stabi­

Labuschagne­R. Sonnenschmidt (eds.), Religion, Politics and Law: Philosophical Reflections on the Sources of Normative Order in Society, Leiden­Boston 2009, 97­128; M. Tronti, Popolo, «Democrazia e diritto» 3­4, 2010, 2­16; Id., Stato, ibid., 1­2, 2011, 9­14.

48 Tonchia, Potere tragico, cit., 5. Cfr. soprattutto C. Schmitt, Gespräch über die Macht und den Zugang zum

Machthaber, Pfullingen 1954 (trad. it., Dialogo sul potere, Genova 1990). Ancora utili le sintesi di M. Ni­ gro, Carl Schmitt fra diritto e politica, «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» 15, 1986, 691­719, e di L. Ornaghi, Lo stato e il politico dell’età ‘moderna’. In ricordo di Carl Schmitt a un anno dalla morte, ibid., 721­741.

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lisce una connessione tra la sfera della trascendenza e quella dell’immanen­ za, rende comprensibile ciò che del potere si può comprendere, riconduce

la realtà del potere nella dimensione del tempo storico, individuandone i

tratti principali, senza poterne peraltro esplicitare fino in fondo la natura intima. Se dunque appare eccessiva la convinzione di Carl Schmitt che attraverso i simboli si possa percepire l’essenza del potere, il simbolo è

comunque insostituibile in una realtà in cui il lato oscuro e non intelligibile del potere persiste oltre ogni epoca e oltre ogni regime. Appunto avendo ben chiaro tale fondamentale compito del simbolo, Gustavo Zagrebelsky lamenta la tendenza dell’epoca presente a configurarsi come una socie­ tà “senza simboli” 49 , come testimoniano ad esempio lo svuotamento di senso delle bandiere nazionali o il ridursi a griffe pubblicitarie anche dei simboli dei partiti politici; un’epoca, quella contemporanea, in cui il com­ pleto dominio nella società della funzione economica su quella politica

e su quella ideologico­culturale ha asservito a sé il simbolico per creare

istituzioni proprie ed imporsi come visione eguale e pervasiva, che appa­ rentemente non abbisogna del filtro esplicativo del simbolo ma di fatto

ne teme l’azione chiarificatrice: di qui la necessità di rimettere in moto la dinamica del simbolo politico che con la sua forza proattiva può costituire

la chiave per riattivare la macchina sociale sganciandola dall’esclusivo do­

minio dell’economico e avviandola con fiducia verso il futuro. La lunga, intensa, vigorosa, incisiva storia della simbologia politica non deve dunque esaurirsi: troppo importante il ruolo che il simbolo riveste per garantire equilibri e aggregare individui all’interno delle società, e pro­ babilmente non si esaurirà neppure nel periglioso tempo presente così come, contrariamente alle affermazioni di visionari e vaneggianti scienziati della politica, non si è esaurita la storia che con il simbolo da sempre coe­ siste e costantemente interagisce.

Symbols of power and theories of leadership between ancient and contemporary worlds

abstracts

I simboli sono mezzi idonei non solo a rappresentare identità o valori, ma

anche a generare e stimolare azioni, innescando invariabilmente altri atti

che divengono a loro volta simboli. I simboli politici costruiti in funzione

di un regime politico proseguono la loro funzione oltre quel regime, ripro­

ducendo un’identità attiva e rappresentativa che può tuttavia determinare

49 Zagrebelsky, Simboli al potere cit., 81­86; Ragazzoni, Sui simboli politici, cit. Sul mutamento che le nuo­ ve tecnologie hanno determinato e continuano a determinare in progress sulla comunicazione politica propagandistica S. Rolando, Comunicazione, poteri e cittadini. Tra propaganda e partecipazione, Milano 2016.

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reazioni repressive con valenza simbolica eguale e contraria. Per coloro che aggrega il simbolo rappresenta sempre un fattore potente di fiducia e speranza, esercitando una notevole azione liberatrice; come segno emble­ matico di bisogni e aspirazioni, il simbolo attrae forze e produce concreta­

mente aspettative positive in vista di un futuro – legato a una nuova leader- ship o a un movimento, a un partito, a un’ideologia, a un credo religioso o più semplicemente per esempio a una fede sportiva – che non sia semplice ripetizione del presente. Come negli esempi proposti, contemporanei, an­ tichi o prolungati nel tempo, il simbolo politico esercita costantemente una funzione aggregante e rassicurante a vantaggio di leadership, di modelli istituzionali, di ideali, di aspirazioni sociali. In sostanza i simboli politici non sono soltanto immagini rappresentative ma concorrono all’edificazione e alla composizione di una società, colle­ gano gli individui, consolidano il legame sociale, interpretano e facilitano

la comprensione del potere.

Parole chiave: Simboli, Potere, Leadership, Saluto romano, Mezzogiorno di fuoco, Solidarność, Globus cruciger, Aquila, Vestale, Macroanthropos

Symbols are appropriate means not only to represent identity or values,

but also to create and stimulate actions, invariably triggering other acts that become themselves symbols. Political symbols constructed with a political regime continue their function over that regime, playing an ac­ tive identity and representative who may, however, determining repressive reactions with equal and opposite symbolic importance. For those which brings together the symbol is always a powerful factor of trust and hope, thus exerting significant liberating action; as an emblematic sign of the needs and aspirations, the symbol attracts forces and concretely produces positive expectations towards a future – related to a new leadership or a movement, a party, an ideology, a religious belief or simply for example

a sports faith – that it is not simple repetition of the present. As in the

examples tested, contemporary, antique or long term, the political symbol constantly exercises a aggregating and reassuring function for the benefit of leadership, institutional models, ideals, social aspirations. In essence political symbols are not only representative images but contribute to the building and the composition of a society, connecting people, reinforce the social bond, interpreting and facilitate the understanding of the power. Keywords: Symbols, Power, Leadership, Roman salute, High Noon, Solidarność, Globus cruciger, Eagle, Vestal, Macroanthropos

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