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Michail Bakunin
Viaggio in Italia

a cura di Lorenzo Pezzica

elèuthera
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Titoli originali dei saggi: La situation italienne,


Lettre à mes amis d’Italie. A mes amis d’Italie à l’occasion du Congrès
des travailleurs tenu à Rome le 1 novembre 1871 par le parti mazzinien,
Etatisme et anarchie. La lutte des deux partis dans
l’Association Internationale des Travailleurs, La situation
Traduzione dal francese di Guido Lagomarsino

© 2013 elèuthera e Lorenzo Pezzica


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Indice

Introduzione 9
di Lorenzo Pezzica

Cronologia di Michail Bakunin 25

CAPITOLO PRIMO
La situazione italiana 53

CAPITOLO SECONDO
Le cinque nazioni 73

CAPITOLO TERZO
Sporchi, brutti e cattivi 85

CAPITOLO QUARTO
Nessuno può restare indefinitamente in preda alla disperazione 91

CAPITOLO QUINTO
La valanga 97
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APPENDICE

Lettera a Giuseppe Dolfi, Torino, 13 gennaio 1864 115


Lettera ad Agostino Bertani, Livorno, 26 gennaio 1864 116
Lettera a Elizaveta Vasil’evna Salias-de-Tournemire, Firenze,
1 febbraio 1864 119
Lettera a Karl Marx, Firenze, 7 febbraio 1865 125
Lettera a Giorgio Asproni, Napoli, 2 novembre 1865 126
Lettera a Ludmila Assing, Napoli, 5 novembre 1865 128
Lettera a Aleksandr Ivanovicˇ Herzen
e a Nikolaj Platonovicˇ Ogarëv, Napoli, 7 novembre 1865 131
Lettera a Carlo Gambuzzi, Napoli, seconda metà d’agosto 1866 133

Brevi note biografiche 137


Bibliografia 141
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Introduzione

Se era un pazzo, era uno dei pazzi di Blake,


che persistendo nella follia attingono la saggezza.
George Woodcock1

In questo periodo l’Italia si trova in una condizione triste


e pericolosa. Tutti sono spaventati dalle funeste certezze
dell’oggi e dalle ancor più temibili incertezze del domani.
Michail Bakunin

La valanga scende fatale e onnipotente,


e voi ne sapete il nome: RIVOLUZIONE SOCIALE.
Michail Bakunin

L’Italia, come è noto, è stata per lungo tempo una tappa obbligata
del «Grand Tour»2 che spingeva l’intellighenzia europea a visitare
i luoghi della classicità. Ogni uomo di cultura europeo che si rispet-
tasse doveva aver compiuto almeno un viaggio in Italia. Anche l’a-

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ristocratico russo Bakunin decideva di intraprendere nel 1864 un


«viaggio in Italia», ma i suoi interessi erano tutt’altro che classici.
Non c’è alcun dubbio che Bakunin, uno dei padri fondatori dell’a-
narchismo, fosse non solo un grande pensatore3 e un indomito ri-
voluzionario, ma era anche un acuto osservatore dei mali italiani, di
un paese sì unificato ma già afflitto da quei problemi (e vizi) con cui
ancora oggi facciamo i conti: un meccanismo di prelievo fiscale non
solo vessatorio ma oltretutto inefficace, una disinvolta gestione per-
sonale del potere da parte di chi era preposto all’amministrazione
della cosa pubblica, una «questione morale» che già investiva la
classe politica e i ceti dirigenti, una scarsa attenzione alle aree arre-
trate del paese coniugata alla scelta di risolvere come problema di or-
dine pubblico la nascente «questione meridionale», uno strapotere
della burocrazia e delle varie consorterie, una presenza invasiva della
Chiesa e altro ancora. Insomma, lo sguardo a volte ironico e a volte
indignato del filosofo russo mette a nudo un’Italia che non facciamo
affatto fatica a riconoscere. Sembra quasi che lo Stato unitario si sia
ripetuto eguale a se stesso nel corso dei decenni, riproponendo nel
tempo i tanti vizi e le scarse virtù che già Bakunin coglieva lucida-
mente centocinquant’anni fa.
Nell’Italia del passato c’è dunque il racconto del suo oggi? Non
si vuole certo ridurre l’intera storia italiana a un eterno presente. È
stato giustamente sottolineato che «gli italiani di oggi sono divisi da
sette-otto generazioni dai protagonisti del moto risorgimentale»4.
Il paese si è trasformato radicalmente. Anche il Mezzogiorno è
profondamente cambiato. Eppure si continua a parlare, come al-
lora, del Mezzogiorno come di un’area complessivamente arretrata,
sottosviluppata, dipendente da un nord ricco, industriale ecc. La
questione meridionale periodicamente risorge dalle ceneri, come
un’araba fenice, ponendosi al centro del dibattito nazionale. Sem-
pre presente e sempre irrisolta. Nei momenti di crisi, le riflessioni
sull’identità del paese si intensificano e si fanno acute, nel vivo di
lacerazioni o di mutamenti inattesi. E sono riflessioni estreme. Si
pongono domande sull’identità italiana nell’oggi, pensando a ri-

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sposte da cercarsi in un passato che porta dritto dritto al 1861.


Detto questo, anche se molto, moltissimo, è cambiato in Italia
da quando Bakunin scriveva questi brani, è un fatto incontestabile
che le caratteristiche messe in evidenza dal rivoluzionario russo,
nonostante le radicali trasformazioni sociali ed economiche inter-
venute nel frattempo, risultino essere ancora largamente diffuse,
sia pure in modo non omogeneo, nelle diverse classi della società e
nelle diverse regioni del paese. Stupisce quanto uno straniero abbia
capito l’Italia post-risorgimentale nel profondo.
Una delle principali caratteristiche e attitudini di uno scrittore è
senz’altro la capacità di osservazione, cioè quella particolare sensibi-
lità (oggi si direbbe empatia) che gli consente non solo di interes-
sarsi della vita altrui, ma anche, in certo senso, di confondersi con
essa. E Bakunin dimostra ampiamente questa caratteristica di en-
trare in empatia con l’ambiente e con le persone che incontra, in-
sieme a una capacità di analisi che, avulsa dagli stereotipi e dai pre-
giudizi sul «carattere nazionale»5, si rivolge piuttosto a considerare
le possibili «configurazioni» della politica e della società italiana del-
l’epoca. Ne sono un esempio le lettere che scrive a Giorgio Asproni,
Agostino Bertani e Carlo Gambuzzi, dove il ragionamento relativo
alle possibili configurazioni «altre», che invita i suoi interlocutori a
prendere in considerazione per agire di conseguenza, dimostra una
conoscenza della politica italiana tutt’altro che superficiale. Sono
aspetti della personalità di Bakunin che superano in un balzo quel-
l’immagine stereotipata, divulgata dai suoi avversari politici, del ri-
voluzionario barricadiero avulso dalla realtà storica.
Al di là della classica lettura in chiave politica dei suoi scritti, è
ormai possibile leggere Bakunin come filosofo politico, storico, os-
servatore e interprete della realtà, qui in particolare di quella ita-
liana. Liberati dalle motivazioni storico-contingenti che li videro
sorgere, i testi bakuniniani possono così tornare nuovi ed essere letti
quali frammenti di un’analisi lucida di cui si coglie facilmente la
stupefacente attualità. La loro lettura è un’occasione per riconside-
rare non solo la condizione dell’Italia al momento dell’unità, ma

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anche per comprendere come un osservatore non banale e per di più


straniero sia stato in grado di andare oltre ciò che era visibile nell’im-
mediato, di cogliere il malessere profondo dell’Italia post-risorgi-
mentale, in particolare del Mezzogiorno. Anzi, più che malessere, si
tratta di una vera e propria «disperazione». Una differenza che a
molti sembrò sfuggire e che Bakunin invece sottolinea con forza: «E
tuttavia anche la miseria più atroce, pur colpendo milioni di prole-
tari, non è ancora una motivazione sufficiente per far scoppiare la ri-
voluzione. L’uomo è infatti dotato dalla natura di una pazienza
straordinaria, che a dire il vero talvolta sfocia nella disperazione.
[…] Ma quando si arriva alla disperazione, la sua ribellione diventa
allora più probabile. […] In conclusione, nessuno può restare inde-
finitamente in preda alla disperazione» [cap. IV, p. 93].
Le parole sono importanti e incidono sul senso delle cose. E
negli scritti, come nelle lettere, di Bakunin sono presenti molte pa-
role: consorteria, casta, disonestà, moralità e immoralità, nullità,
praticismo politico (poi definito, dal 1876, trasformismo), privi-
legi, bancarotta, pazienza, miseria, disperazione, contadini, giusti-
zia, eguaglianza, felicità, libertà, rivoluzione, e molte altre ancora.
Sì, in Bakunin ricorre spesso la parola rivoluzione, un concetto che
oggi non è molto in auge tra gli storici, e non solo. Non è certo una
novità. E lo fa anche per indicare il periodo risorgimentale. Infatti,
come è stato recentemente osservato, il termine Risorgimento «ri-
schia di imporci un’idea nazionale di ‘ferrea compattezza’, mentre
la parola occulta le contraddizioni ben presenti in quel periodo e ri-
schia di far comprendere poco di quegli eventi. Va dunque richia-
mato in servizio il termine rivoluzione, che divide anziché accomu-
nare. Esso fu altrettanto centrale nel lessico dei protagonisti»6.

Bakunin trascorre in Italia tre anni della sua esistenza, dal 1864
al 1867, visitandola in lungo e in largo, a piedi, sui piroscafi, in
carrozza e in treno. Sono gli anni in cui si gettano le fondamenta
dello Stato unitario ed è tutto un fermento di nuove idee, di istanze
e di rivendicazioni laiche, emancipatrici e umanitarie. Bakunin fa-

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miliarizza molto rapidamente con la società italiana. Capisce subito


che la piccola e media borghesia, gli operai e gli artigiani, sono in-
fluenzati dal mazzinianesimo. È consapevole dell’importanza ma
anche dei limiti del Risorgimento. Individua una sorta di religione
politica del processo risorgimentale che poggia su due pilastri: da
un lato il partito costituzionale, con la sua lenta e progressiva ade-
sione a Casa Savoia, dall’altro l’idea di un’Italia diversa, rappresen-
tata dal garibaldinismo e dal partito d’azione.
Nei suo scritti Bakunin avverte, e non solo sul terreno politico,
il distacco tra «paese legale» e «paese reale». E infatti parla di cinque
nazioni: «In Italia vi sono almeno ‘cinque nazioni’: 1. I clericali,
dal papa all’ultima beghina. 2. La consorteria, ovvero la grande
borghesia, compresa la nobiltà. 3. La media e la piccola borghesia.
4. Gli operai delle fabbriche e delle città. 5. I contadini. Ora, io vi
domando, come è possibile affermare che queste cinque nazioni –
e volendo potrei annoverarne anche di più, cioè: a) la corte, b) la
casta militare, c) la casta burocratica – possano avere una medesima
fede e aspirazioni comuni?»[cap. II, p. 73].
Si rende ben conto che l’Italia, uscita dal Risorgimento nel segno
dell’egemonia dei moderati, affronta i primi decenni della sua vita
unitaria non come un organismo omogeneo e solido, ma come una
realtà percorsa da linee di frattura. In questi anni, mentre si defini-
sce il potere dei moderati, prende avvio un’Italia dissidente, antago-
nista e contestatrice che interpreta stati d’animo diffusi nelle masse
popolari, anche del Mezzogiorno, che ha le sue roccaforti in un gran
numero di circoli e periodici locali sparsi per la penisola, e che se-
gnerà con una lunga scia di proteste, di scontri violenti e spesso di
moti i decenni successivi all’unità. Un’Italia dissidente che si confi-
gura come fortemente anticlericale, antimilitarista, antiautoritaria.
È in queste linee di frattura che Bakunin scorge la possibilità di
una rivoluzione sociale capace di cambiare la realtà delle cose. E si
rivolge ai cosiddetti «sconfitti» del Risorgimento che «all’indomani
della proclamata unità, anziché alzare le mani in segno di resa, con-
segnarsi prigionieri ai vincitori, adattarsi al regime monarchico, in-

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somma capitolare, iniziano con accresciuto vigore la loro battaglia


per un’Italia diversa, più avanzata, più civile e libera, cominciando
dove gli altri avevano finito»7. Sono gli eretici del Risorgimento,
spesso scomodi, irregolari e refrattari alla logica di ogni partito.
La presenza di Bakunin in Italia ha certamente significato il con-
fronto e il conflitto con l’ideologia mazziniana, ma anche la defini-
zione iniziale della fisionomia del movimento operaio e socialista,
attraverso la diffusione dell’Internazionale in Italia, soprattutto oc-
cupandosi, per primo, delle «masse agricole del Mezzogiorno, senza
considerarle strumenti di reazione e non deplorando l’avvenuta
unificazione nazionale»8. A Bakunin spetta un posto di primo
piano nella storia delle origini del movimento sociale italiano e in-
ternazionale. Chi voglia penetrare quel movimento non può
astrarre da lui.
Giunge nel «Bel Paese», assieme alla moglie Antonia Kwiatkow-
ska, nel gennaio del 1864 dopo una fuga rocambolesca dalla Sibe-
ria dove era stato confinato dal governo russo. Il 1864 segna una
svolta decisiva nel pensiero politico di Bakunin. A partire da quel-
l’anno, infatti, si dedica completamente alla causa del socialismo ri-
voluzionario. Da quel momento la questione sociale costituisce la
sua principale preoccupazione.
La fredda Torino è la sua prima tappa. Poi raggiunge Genova e da
lì si imbarca per Caprera a far visita a Garibaldi. Di quei tre giorni
di visita, delle persone e dell’ambiente dell’isola, abbiamo un’im-
portante fonte di informazione: la testimonianza diretta di Bakunin.
In una lettera alla contessa Elizaveta Vasil’evna Salias-de-Tourne-
mire il russo, infatti, descrive dettagliatamente la sua permanenza
sull’isola, tratteggiando la figura politica e umana di Garibaldi.
Dopo Caprera, Firenze, dove, fra una riunione e l’altra, ha anche
la possibilità di visitare la città e di conoscere le sue opere d’arte.
Conosce molti esponenti dell’ambiente democratico e massonico
toscano. Nell’estate del 1865 si trasferisce a Napoli, città che amerà
profondamente e dove resterà fino al 1867.

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Quando Bakunin parla dei contadini riesce a offrirne una lettura


penetrante, quasi da etnografo o antropologo culturale, attenta in
particolare al rapporto che passa tra mentalità e aspetti della vita
collettiva e quotidiana. In particolare sottolinea la presenza perva-
siva della Chiesa nelle campagne e la colpevole assenza di un dia-
logo tra città e campagna, tra le energie democratiche ed emanci-
patrici del paese e un mondo contadino di cui si ha un’immagine
preconcetta; o meglio, che non si vuole affatto conoscere: «I con-
tadini sono l’immensa maggioranza della popolazione italiana, ri-
masta quasi completamente vergine perché non ha avuto ancora
una sua storia, dato che tutta la storia del vostro paese, come ho già
osservato e come voi sapete meglio di me, si è finora esclusivamente
concentrata nelle città, ben più che negli altri paesi europei. I vo-
stri contadini non hanno partecipato a questa storia, e non la co-
noscono se non per i contraccolpi che hanno ricevuto a ogni nuova
fase del suo svolgimento, per la miseria, la schiavitù e le sofferenze
innumerevoli che essa ha loro imposto. A causa di tutte queste
sventure che sono piovute loro addosso dalla città, i contadini na-
turalmente non amano le città né i loro abitanti, compresi gli stessi
operai, i quali li hanno sempre trattati con una certa supponenza,
cosa che ora pagano con la diffidenza. Ed è questo rapporto stori-
camente negativo dei contadini italiani con la politica della città
quello che nelle campagne conferisce potere ai vostri preti, e non la
religione. I vostri contadini sono superstiziosi, ma niente affatto
religiosi; amano la Chiesa per la sua messinscena scenografica, per
le sue cerimonie recitate e cantate che interrompono la monotonia
della vita rurale. La Chiesa è per essi come un raggio di sole in una
vita di stenti e di lavoro omicida, di dolori e di miseria […].
La massa dei contadini italiani rappresenta già di per sé un eser-
cito immenso e onnipotente per la vostra rivoluzione sociale. Gui-
dato dal proletariato urbano e organizzato dalla gioventù socialista
rivoluzionaria, questo esercito sarà invincibile. Di conseguenza,
cari amici, quello che dovete fare, nel momento stesso in cui orga-
nizzate gli operai urbani, è trovare i mezzi per rompere il ghiaccio

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che separa il proletariato delle città dal popolo delle campagne, e


così unire questi due popoli in un popolo unico. Sta qui la salvezza
dell’Italia» [cap. II, p. 81].
Al momento dell’unità l’Italia, popolata da circa 25 milioni di
abitanti in larga parte analfabeti, è un paese essenzialmente agri-
colo, e prevalentemente agricola l’Italia sarebbe rimasta ancora a
lungo, fino alle soglie della seconda guerra mondiale. È noto che al
processo di unificazione, che come quasi tutti i grandi eventi sto-
rici non era ineluttabile, restano estranei i contadini, che costitui-
scono la stragrande maggioranza della popolazione, con atteggia-
menti che vanno dall’indifferenza all’aperta ostilità. Il distacco delle
masse rurali dalla causa risorgimentale è stato spiegato dagli storici
sia attraverso motivazioni complesse che affondano le radici nella
storia del paese (la subalternità della campagna rispetto alla città, la
funzione di conservazione sociale svolta dalla Chiesa, la tradizionale
diffidenza del contadino nei confronti delle novità), sia, sul piano
più immediato di quegli eventi, dalla miopia politica del movi-
mento democratico che non capisce quanto sia centrale il coinvol-
gimento delle masse contadine per il tentativo rivoluzionario di
trasformazione del paese.
Bakunin pone la questione sociale, in particolare nel Mezzo-
giorno, al centro della sua riflessione storico-politica per la trasfor-
mazione socialista anarchica della società italiana. La questione so-
ciale è una questione di miserie per le grandi masse della
popolazione, di analfabetismo, di fame, di malattie da denutri-
zione o cattiva alimentazione, di disoccupazione e bassi salari, di
sfruttamento e di forzata emigrazione, in Val Padana come nel
Mezzogiorno; una questione aggravata in quel periodo da una si-
tuazione ambientale drammatica: l’epidemia di colera che, scop-
piata nel luglio 1865 ad Ancona, si propagherà soprattutto nel
Meridione d’Italia e a Napoli in particolare, causando più di
160.000 morti.
Bakunin mette in evidenza il carattere strutturale dell’arretra-
tezza delle masse contadine e incita a non sottovalutare i movi-

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menti di protesta e di rivolta, a non leggerli solo come una rea-


zione al cambiamento. In questo senso, sul piano politico sottoli-
nea l’incapacità dei democratici, che fanno capo a Mazzini, di
scorgere la centralità che nell’Italia di quei decenni riveste la que-
stione contadina, cosa che impedisce di elaborare un programma
capace di scuotere le popolazioni rurali, di prospettare una tra-
sformazione dell’assetto sociale tale da eliminare gli squilibri e le
ingiustizie, a partire dal brutale sfruttamento di milioni di conta-
dini.
Due sono le manifestazioni più clamorose delle tensioni sociali
di quel periodo: il brigantaggio, che sconvolge la vita del Mezzo-
giorno tra il 1861 e il 1865, stendendo le sue ultime propaggini
fino al 1870, e i moti del «macinato», entrambe risolte come un
problema di ordine pubblico, attraverso l’applicazione di una legi-
slazione speciale. È questa la prima preoccupazione delle classi di-
rigenti liberali, oltretutto allarmate dalla presa che avrebbero po-
tuto avere le idee socialiste in un tale contesto di disperazione. La
lotta sarà lunga e sanguinosa, e lo Stato potrà portarla a termine
con successo soltanto con un massiccio spiegamento di forze (più
di 100.000 uomini), con il ricorso a leggi eccezionali e con l’invio
su larga scala dei sospetti al domicilio coatto. Tuttavia, questa linea
di intervento non farà altro che aggravare ulteriormente il divario
Nord-Sud e confermare l’ingovernabilità politica del Mezzogiorno,
diffondendo la percezione di un’alterità antropologica delle regioni
del Sud Italia. Stereotipo e pregiudizio cui contribuirà anche quella
branca della scienza positivista connessa all’antropologia criminale
di Lombroso che, teorizzando una particolare conformazione ana-
tomica dei crani dei briganti, identificati come «delinquenti-nati»,
alimenta l’idea di una «diversità» connaturata ai meridionali che si
colora di motivazioni razziali.
Il brigantaggio, al di là dei tentativi di strumentalizzazione ope-
rati da borbonici e clericali e degli episodi di criminalità comune,
appare nel suo complesso a Bakunin come una grande occasione di
lotta popolare9, intuendo le radici sociali del fenomeno così come

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le ha intuite anche Garibaldi. Al di là della mitizzazione (attribuita


a Bakunin) della figura del brigante come eroe positivo, il rivoluzio-
nario russo coglie con acutezza come il brigante non sia solo un
bandito, ma un attore sociale che rispecchia i profondi malesseri
della società.
Due anni prima dell’arrivo di Bakunin a Napoli, un altro famoso
personaggio, Alexandre Dumas, lascia la città partenopea dopo un
soggiorno di due anni. In un gran numero di articoli lo scrittore
francese descrive e denuncia la miseria del Mezzogiorno e la can-
crena della camorra, invocando un’iniziativa di riforme dall’alto che
possa rispondere alla disperazione che porta alla scelta del bri-
gante10. Bakunin tradurrà questa analisi in un progetto politico che
riassume soprattutto in Stato e Anarchia, dove sottolinea l’impor-
tanza di un’organizzazione politica, di un preciso progetto per un at-
tore sociale (i contadini e gli operai uniti), e di una lotta per l’affer-
mazione della sua autonomia. La miseria del Mezzogiorno e la
disperazione delle plebi meridionali su cui Bakunin si dilunga ac-
cantonano definitivamente l’atteggiamento paternalistico nei con-
fronti della questione e segnano un passaggio di testimone, come
Nello Rosselli nel suo Mazzini e Bakunin non manca di rilevare.
Quelle pagine nascono proprio dalle molte note che Bakunin scrive
durante il suo periodo italiano.

Le raccolte antologiche contengono in sé un carattere necessaria-


mente limitato dei brani proposti. Per questo motivo la selezione
dei brani, tra i tanti possibili, ne ha verosimilmente escluso altri
egualmente importanti. Nonostante ciò, la scelta di questa breve
antologia non dovrebbe aver intaccato gli intenti informativi e cri-
tici che si proponeva. I brani presentati abbracciano un arco crono-
logico che va dal 1864 al 1873. A ognuno di essi è stato attribuito
un titolo. Questo ha permesso di dar conto di un legame argo-
mentativo tra i diversi brani. L’antologia comprende anche un’Ap-
pendice di lettere, presentate in ordine cronologico, scritte da
Bakunin durante il suo soggiorno italiano.

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I testi sono accompagnati da alcune immagini, tra cui spiccano


tre disegni, fino a questo momento inediti, ripresi dall’«album ita-
liano» di Natalya Bakunina, cognata di Michail, che lo ritraggono
durante il suo soggiorno partenopeo. Nel primo di questi Bakunin
è ritratto, come nota l’appunto manoscritto della cognata, mentre
assiste all’esecuzione dell’inno garibaldino da parte di alcuni scu-
gnizzi napoletani.

Gli schizzi riprodotti in queste pagine sono stati disegnati a Napoli negli
anni Sessanta dell’Ottocento da Natalya, moglie di Pavel Bakunin.

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Note all’Introduzione

1. G. Woodcock, L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano


1968, p. 127.
2. Nei secoli XVIII e XIX visitare l’Italia è considerato dalle classi colte europee, spe-
cialmente da quella britannica, una parte essenziale dell’educazione di ogni giovane
gentiluomo. Il picco di quella che è una vera e propria istituzione si ha nel corso del
XVIII secolo, ma il fenomeno si estende fin oltre la metà del XIX secolo. Progressiva-
mente la base sociale dei viaggiatori si allarga: i «turisti» appartengono ora anche alla
borghesia. E cambia al contempo il valore del «Grand Tour», che diventa sempre
più un’esperienza di vita, un momento di accrescimento intellettuale e quindi di ar-
ricchimento personale. Il termine «Grand Tour» compare per la prima volta nella
traduzione in francese dell’opera An Italian Voyage dell’inglese Richard Lassels,
pubblicata nel 1670 come guida per studiosi, artisti e collezionisti d’arte in visita
in Italia. Tra i grandi viaggiatori anche Johann Wolfgang von Goethe, che effettuò
il suo «Grand Tour» italiano dal 1786 al 1788, riportato nel suo famoso Viaggio in
Italia pubblicato in tre volumi: il primo nel 1816, il secondo nel 1817 e il terzo nel
1829.
3. È impossibile ormai non riconoscere la statura intellettuale, morale e politica di
Bakunin e non c’è più alcun dubbio, almeno nel mondo degli studi (anche se qual-
che oca ancora starnazza sul campidoglio), che il pensiero e l’azione di Bakunin co-
stituiscano un tassello ineliminabile del patrimonio storico del movimento operaio
e socialista italiano e internazionale, e specificamente del suo filone rivoluzionario
e libertario, di cui Bakunin è stato fondatore e teorico di eccezionale valore. Il suo
pensiero è inseparabile dalla sua attività pratica rivoluzionaria, anche se in passato
il primo è stato spesso considerato subalterno alla seconda, assai più «appariscente»,
rendendone più ardua e problematica la «lettura». Pochi pensatori infatti sono stati
così mal compresi e sottovalutati come Bakunin, tanto che fino a qualche anno fa
nessuno aveva dedicato uno studio sistematico al suo pensiero. L’aver stravolto le
sue modalità originali e la sua espressione storica autentica ha comportato una
lunga sequela di contraddizioni che hanno impedito di formulare una critica coe-
rente. D’altronde, gli stessi «critici» sono in completo disaccordo tra loro. Dopo
aver fatto una «caricatura storica» di Bakunin, con una ricostruzione fondata su al-
cuni dati completamente falsi e su altri manomessi o alterati in modo decisivo, ta-

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luni hanno creduto di averlo definitivamente relegato nel campo della curiosità e
dell’aneddotica sociale. Disinvolti utilizzi a fini di battaglia politica, usi e soprat-
tutto abusi del suo pensiero e della sua stessa figura, dispute smaccatamente ideo-
logiche e irrimediabilmente datate, nonostante alcuni spunti seri e interessanti,
appaiono oggi in tutta la loro evidenza. Molto è stato scritto dagli avversari politici
di Bakunin anche sulla scarsa organicità dei suoi testi, utilizzata come stereotipo per
descrivere un rivoluzionario disordinato e inconcludente tanto nei suoi pensieri
quanto nelle sue azioni. È vero che il pensiero di Bakunin ha nell’aspetto formale
un carattere non sistematico, a volte persino confuso (anche se mai contradditto-
rio), ma una lettura attenta di tutta la sua opera fa emergere con grande nettezza
uno sviluppo logico e una sostanziale unità. Eppure, questa mancanza di compiu-
tezza formale ha fatto scrivere a moltissimi critici di diversa estrazione ideologica
che il pensiero di Bakunin è un pensiero impressionistico, episodico e sostanzial-
mente poco originale. Per loro, il rivoluzionario russo sarebbe solo un grande assi-
milatore con letture oltretutto superficiali. E invece la sua dimensione originale
nasce proprio da questa natura solo apparentemente disorganica, una provviso-
rietà e transitorietà che esprimono non solo il momento storico in divenire ma
anche il farsi di un pensiero politico inedito come quello anarchico. La mancanza
di sistematicità rappresenta dunque non il limite ma la grandezza del suo pensiero,
che gli ha consentito di elaborare alcune intuizioni folgoranti che sono andate ben
oltre la sua epoca.
Per lo studio del pensiero di Bakunin, cfr. Giampietro N. Berti, Un’idea esage-
rata di libertà. Introduzione al pensiero anarchico, Milano 1996, e dello stesso au-
tore, Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Manduria-Bari-Roma 1998.
Sulle dispute storico-ideologiche del passato, in particolare sulla questione dell’in-
fluenza di Bakunin nella formazione del nascente movimento operaio e socialista
italiano, cfr. per esempio Pier Carlo Masini, Testimonianza del soggiorno napoletano
di Michele Bakunin, in Michele Bakunin, Scritti napoletani (1865-1867), Ber-
gamo 1963, pp. 101-106.
4. Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile,
Roma 2011, p. 5.
5. Giulio Bollati, L’italiano, in AA.VV., Storia d’Italia. I caratteri originari, Vol. 1,
Torino 1972. Nel suo celebre saggio, lo storico Bollati contesta la fondatezza della
nozione di «carattere nazionale» non solo mostrando come questa sia il frutto di

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una semplificazione storica e di generalizzazioni indebite, ma soprattutto che ciò


che un popolo è coincide, in verità, con ciò che si vuole debba essere. Nel caso
dell’«italiano», la costruzione del suo preteso carattere si manifesta in modo evi-
dente alla vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale.
6. Salvatore Lupo, op. cit., p. 10.
7. Sui cosiddetti «sconfitti» del Risorgimento, vedi le illuminanti pagine scritte da
Pier Carlo Masini in un libro poco noto ma molto importante nel percorso di in-
dagine storica che lo storico toscano dell’anarchismo aveva intrapreso fin dalla
fine degli anni Quaranta. Pier Carlo Masini, Eresie dell’Ottocento. Alle sorgenti
laiche, umaniste e libertarie della democrazia italiana, Milano 1978, pp. 9-10.
8. Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin, Torino 1973, p. 81.
9. Bakunin, a differenza dei marxisti, non parla mai di «lotta di classe», ma di
«lotta popolare». L’espressione chiarisce un tema centrale del suo pensiero: l’al-
leanza operai-contadini. Mentre per i marxisti le masse contadine dovevano se-
guire la strategia della classe operaia, per Bakunin esse erano e dovevano restare in
una posizione di parità. E questo per due motivi. Il primo rimandava alla convin-
zione che la lotta della classe operaia, separata da quella contadina, avrebbe favo-
rito la logica del capitalismo industriale, aumentando così il divario città-campa-
gna e isolando maggiormente il movimento operaio dalla lotta generale degli
sfruttati. Il secondo rimandava alla convinzione che tale lotta non dovesse perdere
il carattere storico che gli sfruttati gli avevano assegnato: quello di essere una lotta
sociale. Il termine «lotta sociale» era diventato cruciale nel linguaggio bakuni-
niano, in quanto comprendeva anche il senso rivoluzionario di lotta politica. La
differenza di linguaggio rispetto ai marxisti nascondeva dunque una questione di
fondo. Infatti riguardava non solo la diversa interpretazione del significato storico
della Prima Internazionale, ma anche il significato, la funzione e il fine della lotta
generale di tutti gli sfruttati. Affinché tale lotta non costituisse il trampolino di
lancio di una nuova classe per la conquista del potere, cambiando solamente la
forma dello sfruttamento, occorreva una lotta più generale, portata avanti contem-
poraneamente da tutti gli sfruttati.
10. Alexandre Dumas, La Camorra e altre storie di briganti, Roma 2012.

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Cronologia di Michail Bakunin

Voglio cominciare la storia della mia vita


con una notizia tratta dal mio atto di nascita.
Michail Bakunin

Ogni biografia narrata è destinata a essere un’approssimazione della


vita di una persona. A maggior ragione, una cronologia, per quanto
puntuale, non può pretendere certo di essere una ricostruzione esau-
riente di un percorso esistenziale. Nonostante ciò, la cronologia di
Bakunin proposta in queste pagine propone un ritratto che cerca di
tener conto sia della sfera pubblica sia di quella privata, con l’in-
tenzione però di evitare che, nel raccontare la sua vita tra pubblico
e privato, si smarriscano le sue forti connotazioni teoriche, politiche
e culturali. L’intreccio tra sfera individuale e pubblica, tra pensiero
e vita, restituisce uno spaccato piuttosto vivido di Bakunin, dal
quale emergono le difficoltà legate alla scelta rivoluzionaria e le con-
traddizioni con cui ha dovuto fare i conti, tra l’impegno teorico,
politico, culturale e militante, e i compromessi della vita. Bakunin

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ha vissuto tutta la sua vita persuaso che non solo un altro mondo
fosse indispensabile ma che fosse possibile realizzarlo «qui e ora».
Bakunin è l’anarchismo, e per lui essere anarchico ha significato
conservare la libertà dello sguardo e riconoscere da una parte i mec-
canismi dell’oppressione, della manipolazione e dello sfruttamento
del potere, e dall’altra sentirsi solidale con gli oppressi, gli umiliati,
gli sfruttati, gli offesi, ovunque si trovassero.

1814
Maggio. Russia. Nel villaggio di Pruyamukhino, nella provincia
di Tver’ (oggi Kalinin), il 30 maggio (il 18 del calendario giuliano)
nasce un ribelle. Il suo nome è Michail Aleksandrovicˇ Bakunin.
Michail, che prende il nome dal nonno, è il terzogenito di una
famiglia della nobiltà terriera, composta da dieci figli: quattro fem-
mine e sei maschi. Il padre, Aleksandr Bakunin, è di tendenze mo-
deratamente liberali. La madre, una Muravev, è imparentata con
esponenti del movimento decabrista.
A Pruyamukhino Michail, insieme ai suoi fratelli e sorelle, cre-
sce pieno di entusiasmo, in semplicità e libertà, educato alla mu-
sica, alle lettere, e pronto, in coerenza con il pensiero di Jean-Jac-
ques Rousseau, a far sua ogni idea radicale. Lungo l’intero corso
della sua vita, due cose, oltre alla rivoluzione, avranno il potere di
commuovere Michail in tutte le sue fibre: Pruyamukhino e la mu-
sica.

1827
Marzo. Il 26 muore a Vienna Ludwig van Beethoven. Nel 1824
il compositore tedesco aveva completato la sua ultima sinfonia, la
famosa Nona in Re minore op. 125. Beethoven è il musicista più
amato da Bakunin fin dall’infanzia. Rivoluzione o no, quando può
Michail cercherà sempre di ascoltarne la musica. Nel 1842, quando
è a Dresda, va spesso a casa dell’amico compositore Adolf Reichel
ad ascoltarlo suonare il suo prediletto Beethoven. Il 1° aprile 1849,

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sempre a Dresda, va ad ascoltare il concerto di Richard Wagner, da


poco conosciuto, che dirige per l’appunto la Nona sinfonia.
La sera del 14 giugno 1876, ormai alla fine dei suoi giorni,
Bakunin, ricoverato in una clinica di Berna, decide di rivedere per
l’ultima volta i suoi vecchi amici Adolf Vogt e Adolf Reichel. Si
reca a casa di Reichel dove, appoggiato a una stufa di porcellana,
chiede all’amico di fargli sentire ancora una volta la musica di
Beethoven. «Tutto morirà», dice Bakunin, «nulla sopravviverà: una
cosa sola è eterna, la Nona sinfonia».

1828
Autunno. Michail ha quattordici anni e mezzo e in quanto pri-
mogenito maschio è destinato alla carriera militare. Il padre de-
cide di mandarlo a San Pietroburgo, dove si sarebbe preparato per
entrare l’anno successivo nella Scuola dei cadetti di artiglieria; non
può immaginare che suo figlio sarebbe diventato un famoso rivo-
luzionario oltre che un convinto antimilitarista.
Nell’attesa della partenza, Michail fantastica: «Il pensiero dei
viaggi mi ossessionava, divenne persistente e contribuì a sviluppare
la mia fantasia. Durante il tempo libero mi abbandonavo al sogno,
mi vedevo lontanissimo dalla casa paterna, in cerca d’avventure.
[…] Questa era la mia attitudine morale quando entrai nell’acca-
demia di artiglieria come cadetto».

1832
Termina la scuola allievi ufficiali di San Pietroburgo e viene no-
minato ufficiale. L’impegno scolastico è stato mantenuto, ma Mi-
chail è decisamente insofferente alla disciplina militare. Le puni-
zioni non si fanno attendere, e presto viene inviato in una sperduta
guarnigione della Lituania per sbollire la sua irruenza. È talmente
sperduta che non succede mai nulla. Michail ne approfitta per de-
dicarsi alla lettura e scoprire l’amore per la filosofia. La scelta viene
da sé: abbandona la carriera militare e decide di frequentare l’uni-
versità a Mosca.

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1835
Si trasferisce a Mosca per studiare filosofia, dove rimane fino al
1839. Qui frequenta il circolo animato da Nikolaj Vladimirovicˇ
Stankevic,ˇ letterato russo di tendenze idealistiche e liberali che ha
da poco abbandonato Kant per Fichte. Stankevicˇ esercita un forte
influsso su tutti i frequentatori del circolo, tra cui ci sono anche
Konstantin Sergeevic ˇ Aksakov e Vissarion Grigor’evic ˇ Belinskij.
L’Introduzione alla vita beata di Fichte diventa il compagno insepa-
rabile di Michail e citazioni dell’opera riempiono gran parte delle
sue lettere in questo periodo. L’anno seguente traduce la Vocazione
dello studente di Fichte, che gli frutta qualche rublo. Nel 1838 pub-
blica la prefazione alle Lezioni universitarie di Hegel.

1840
Luglio. L’interesse per la filosofia tedesca spinge Bakunin a tra-
sferirsi a Berlino per continuare gli studi. Durante il soggiorno ber-
linese, che si protrae fino al 1842, Michail precisa la sua vocazione
alla rivolta che non l’avrebbe più abbandonato. Un incontro deci-
sivo è quello con la sinistra hegeliana. Da quest’ultima, al cui svi-
luppo teorico apporta un contributo non irrilevante, Bakunin de-
riva l’interpretazione rivoluzionaria della dialettica, portandola alle
sue estreme conseguenze. Si avvicina anche alle dottrine socialiste,
stimolato dall’opera di Lorenz von Stein Il socialismo e il comuni-
smo nella Francia contemporanea.

1842
Si trasferisce a Dresda e inizia a collaborare con Arnold Ruge
alla stesura degli «Annali Tedeschi». Sugli «Annali» pubblica il sag-
gio La reazione in Germania, firmato con lo pseudonimo Jules Ely-
sard. La popolarità dello scritto raggiunge molti gruppi giovanili;
la sua conclusione fornisce una delle asserzioni più citate di Baku-
nin: Il desiderio per la distruzione è, allo stesso tempo, un desiderio
creativo. Sempre a Dresda diventa intimo amico del poeta Georg
Herwegh.

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1843
Insieme a Herwegh si trasferisce prima a Berna e poi a Zurigo,
dove incontra Moses Hess e Wilhelm Weitling, uno dei principali
leader della Lega dei Giusti, in seguito Lega comunista. Accusato di
blasfemia per l’opera Il Vangelo del povero peccatore, Weitling viene
arrestato e condannato a dieci mesi di prigione. L’arresto di Wei-
tling e il ritrovamento di un suo taccuino con il nome di Michail
inducono il governo zarista a processare in contumacia Bakunin e
condannarlo alla deportazione e ai lavori forzati in Siberia, oltre
che alla perdita di titolo e beni. Per sfuggire a un possibile arresto,
Bakunin si trasferisce a Bruxelles per alcuni mesi, e infine raggiunge
Parigi.

1844
A Parigi frequenta sia il gruppo della sinistra democratica e so-
cialista francese, sia il gruppo dell’emigrazione tedesca. Stringe rap-
porti cordiali con George Sand, conosce Pierre-Joseph Proudhon e
Karl Marx. L’incontro con Proudhon, in particolare, è intenso e
articolato, come lo stesso Aleksandr Herzen avrà modo di ricor-
dare. Uno scambio di idee fecondo per entrambi nella formula-
zione del loro pensiero politico.

1847
Novembre. Parigi. Al banchetto commemorativo dell’insurre-
zione polacca del 1830 Bakunin pronuncia un violento discorso
contro il governo russo, con il quale invoca la liberazione dei popoli
slavi e la caduta dell’impero zarista. L’ambasciata russa chiede al
governo francese la sua immediata espulsione e l’ambasciatore, per
screditarlo, sparge la voce che Bakunin sia in realtà una spia al soldo
dello zar. È una calunnia totalmente infondata che, ripresa in varie
occasioni dagli avversari del rivoluzionario russo, costringerà Baku-
nin a smentirla più volte nel corso della sua vita. Espulso dalla
Francia, è costretto a riparare a Bruxelles, dove incontra nuova-
mente Marx.

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1848
Febbraio. La rivoluzione di Parigi sorprende Bakunin ancora a
Bruxelles. Decide di tornare nella capitale francese, che raggiunge a
piedi dalla frontiera a causa del blocco dei treni. Preso dall’ebbrezza
di quei giorni, si rivela infaticabile: è presente a ogni convegno, ma-
nifestazione, riunione, barricata ecc. La rivoluzione si diffonde a
macchia d’olio in tutta Europa: Milano, Venezia, Vienna, Berlino,
Paesi Bassi, Danimarca. Bakunin opera principalmente affinché la
rivoluzione raggiunga la Polonia e la Russia, una terra che considera
centrale rispetto all’esplosione della causa rivoluzionaria europea.
Marx ed Engels lo criticano aspramente. Non possono immaginare
che nel 1917 sarà proprio in Russia (non in Inghilterra) che scop-
pierà la tanto attesa rivoluzione. Nel giugno, a Praga, Bakunin par-
tecipa al Congresso democratico come rappresentante degli slavi.
Luglio. Il giornale di Marx «Neue Rheinische Zeitung» pub-
blica un pettegolezzo proveniente da Parigi, e attribuito a George
Sand, secondo il quale Bakunin sarebbe un agente segreto dello
zar responsabile dell’arresto degli «sfortunati» polacchi. Immediata
è la reazione di Bakunin, che invia una smentita al giornale e scrive
alla Sand per chiederle spiegazioni. La scrittrice francese manda
una lettera al giornale, che viene pubblicata il 20 luglio, con la
secca smentita della notizia. La lettera è seguita da una breve nota
redazionale di scuse per l’errore, anche se non rinuncia ad aggiun-
gere: «Noi abbiamo compiuto il dovere della stampa di esercitare
una stretta sorveglianza sui personaggi pubblici, dando così nello
stesso tempo al signor Bakunin l’opportunità di dissipare un so-
spetto che era stato effettivamente avallato in alcuni circoli parigini»
[corsivo mio].
Dicembre. A Lipsia pubblica l’Appello agli Slavi.

1849
Maggio. Bakunin è a Dresda. Sull’onda dei moti rivoluzionari
che da un anno si manifestano in tutta Europa, il 3 maggio scop-
pia l’insurrezione nella città della Sassonia. Bakunin erige barricate

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al fianco di Richard Wagner e August Roeckel, considerati dalle


autorità tedesche i capi dell’insurrezione. Il 9 maggio la rivolta è
soffocata. Bakunin viene arrestato. È questo l’evento che cambia ra-
dicalmente la sua vita.

1850
Gennaio. Bakunin è rinchiuso nel carcere di Königstein e viene
condannato alla pena di morte, poi commutata nel carcere a vita.
Wagner si nasconde in casa della sorella e riesce a fuggire prima a
Weimar e poi in Svizzera.
Luglio. Su richiesta del governo, Bakunin è estradato nell’im-
pero austro-ungarico, dove viene nuovamente condannato alla
pena di morte, poi commutata nell’ergastolo.

1851
Marzo. Mentre è in carcere a Praga e successivamente a Olmütz,
dove tenta il suicidio ingerendo lo zolfo contenuto in alcuni fiam-
miferi, lo zar Nicola I chiede all’Austria di estradare l’ex-ufficiale di
artiglieria. L’11 maggio Bakunin viene rinchiuso nei sotterranei
della sinistra fortezza di «Pietro e Paolo» a San Pietroburgo, la stessa
in cui due anni prima era stato detenuto Fëdor Dostoevskij, arre-
stato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi.
Bakunin riesce a far uscire segretamente un biglietto per l’ado-
rata sorella Tatiana: «La prigione è stata un bene per me. Mi ha
dato tempo per pensare e l’abitudine della riflessione ha, per così
dire, consolidato il mio spirito. Ma non ha cambiato in nulla i miei
sentimenti di un tempo; al contrario, li ha fatti più ardenti e più as-
soluti che mai; da qui in avanti, tutto ciò che rimane della mia vita
si potrà riassumere in una sola parola: Libertà».
Dopo due mesi di stretto isolamento Bakunin può finalmente
ricevere visite, tra cui quella del principe Orlov che gli suggerisce
caldamente di scrivere una confessione allo zar per invocare la gra-
zia. Lo zar Nicola I, che si dà arie di grande umanitario, è infatti di-
sposto a non fucilare Michail purché chieda perdono. E natural-

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mente Bakunin gli chiede perdono, perché non è uomo che si fac-
cia fucilare per così poco. Perché? Perché ha uno scopo nella vita:
fare la rivoluzione. E così scrive la famosa Confessione in cui appa-
rentemente rinnega del tutto il suo passato di rivoluzionario: «Sì,
Sire, io mi confesserò con Voi come con un padre spirituale da cui
ci si attende non il perdono terreno ma quello celeste», firmato:
«Il criminale penitente Michail Bakunin». Il manoscritto resta se-
polto negli archivi zaristi fino al 1921, quando il governo bolsce-
vico, lesto e contento, rende noto il ritrovamento, senza però pub-
blicare il testo. L’intento palese dei bolscevichi è quello di
presentare Bakunin come un bugiardo e un codardo, in modo tale
da rendere definitivamente compromessa la sua figura morale di ri-
voluzionario. Viceversa, l’intenzione della «confessione» è solo
quella di farsi liberare per continuare l’attività rivoluzionaria, come
dimostrano i quindici anni di intensa militanza seguiti alla fuga
dalla Siberia.

1854
Da San Pietroburgo Bakunin viene trasferito nella fortezza di
Schüsselberg, dove contrae lo scorbuto e perde tutti i denti.

1855
Nel bel mezzo della Guerra di Crimea, il 2 marzo muore lo zar
Nicola I. Dopo aver preso un semplice raffreddore sul campo di
battaglia, rifiuta di curarsi e muore di polmonite. Gli succede il fi-
glio con il nome di Alessandro II.

1857
Alessandro II grazia Bakunin. La pena è commutata dall’erga-
stolo all’esilio a vita in Siberia. Viene quindi trasferito a Tomsk.

1858
Sposa una giovane polacca, Antonia Kwiatkowska, figlia del de-
mocratico polacco Ksawery Kwiatkowski, e poco dopo, grazie al-

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l’intervento del governatore della regione, un suo parente, si trasfe-


risce nella cittadina di Irkutsk, uno dei luoghi più freddi del mondo
che dista più di 6.000 kilometri da San Pietroburgo. Qui entra al
servizio di una compagnia dell’Amur e, in seguito, di un’impresa
mineraria.

1861
Giugno. Scappa dall’esilio siberiano. Con il pretesto di un viag-
gio di affari, raggiunge Nikolajevski, da dove si imbarca per il Giap-
pone. Giunge a Yokohama, e in ottobre salpa alla volta di San Fran-
cisco. In novembre è a New York. Da qui raggiunge Londra.
Finalmente libero! La notizia della fuga di Bakunin ha risonanza in
tutta Europa, Italia compresa.
Dicembre. Bakunin è a Londra. La sera del 27 irrompe in Orsett
House, Westbourne Terrace, a casa di Aleksandr Ivanovicˇ Herzen,
che è a tavola con il poeta Nikolaj Ogarëv, mentre Natalja, seconda
moglie di Ogarëv e amante di Herzen, è sdraiata sul divano. Mi-
chail siede a tavola con loro. È irrequieto, dovunque si trovi non
riesce a stare fermo.
«Che succede in Europa?», chiede Bakunin.
«Qualche dimostrazione c’è solo in Polonia» risponde Herzen.
«E in Italia?».
«Tutto calmo».
«E in Austria?».
«Tutto calmo»
«E in Turchia?».
«Tutto calmo»
«Che fare, allora?», sbotta Bakunin. «Andare a smuovere le acque
in Persia o in India? C’è di che impazzire; io non posso starmene
qui seduto con le mani in mano».
Michail ha quarantotto anni. Fisicamente è invecchiato, irruvi-
dito. Quasi non lo si riconosce. Tuttavia è ancora gigantesco, pesa
circa un quintale: un mastodonte per Herzen; un manzo per il più
prosaico Marx. Ha perso tutti i denti e si lascia crescere disordina-

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tamente i capelli e la barba. Mentalmente però Michail non è cam-


biato per nulla. La lunga e dura prigionia non ha domato il suo in-
correggibile ottimismo. Michail conserva intatto non solo lo spirito
ma anche le idee ruggenti degli anni prima della prigione. A Lon-
dra Bakunin entra in contatto con Giuseppe Mazzini e Aurelio
Saffi e guarda con profondo interesse al Risorgimento italiano.

1862
Febbraio. Scrive su «Kolokol» (la Campana), la rivista di Herzen,
Ai miei amici russi e polacchi, e agli altri compagni slavi. Scrive anche
La causa del popolo: Romanov, Pugachev o Pestel?.
Giugno. Invia una lettera ad Aurelio Saffi per annunciargli l’in-
tenzione di trasferirsi in Italia: «Verrò assolutamente in Italia nel
mese di settembre». Passeranno invece diciannove mesi prima che
Michail si decida a raggiungere l’Italia.
Metà agosto. Bakunin lascia Londra per un breve soggiorno a
Parigi. Non è noto il motivo e neppure i particolari della visita nella
capitale francese. Certo è che Michail ha l’occasione di incontrare
e conoscere il grande fotografo Nadar, pseudonimo di Gaspard-
Felix Tournachon, decidendo di posare per lui. E così quest’ultimo
può aggiungere il famoso rivoluzionario russo tra i clienti speciali ri-
tratti nel Panthéon Nadar: Baudelaire, Delacroix, Dantan, Doré, i
pittori impressionisti Monet, Manet, Sisley, Pissarro, Morisot,
Degas, Cézanne, Renoir, e tanti altri (compreso Proudhon).

1863
Febbraio. Bakunin, che da Londra si è spostato a Stoccolma, è
completamente preso dalla questione polacca. Nel gennaio di quel-
l’anno è infatti scoppiata l’insurrezione in Polonia. Bakunin è con-
vinto che sia finalmente giunto il momento della rivoluzione slava.
Dalla capitale svedese tenta di unirsi a una legione russa costituitasi
in aiuto ai rivoltosi, ma il progetto non ha seguito. Il fallimento
dell’insurrezione polacca lo convince che una rivoluzione fondata
su ideali nazionalistici sia senza avvenire e che quindi la vera rivo-

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Aleksandr Herzen con alcuni amici e familiari nel giardino della sua ca-
sa londinese di Westbourne Terrace.

luzione possa avere soltanto un carattere sociale. Vengono così ad


assumere maggiore importanza nel suo pensiero i fattori autonomi-
stici e federalistici. Da queste riflessioni trae origine la sua definitiva
elaborazione del pensiero anarchico, i cui presupposti filosofici e
politici erano già tutti presenti.
La «versione» di un Bakunin panslavista fornitaci dai marxisti, a
cominciare da Marx ed Engels, è stata ormai da tempo riportata
nella sua giusta dimensione: l’abbandono del panslavismo democra-
tico e rivoluzionario da parte di Bakunin si colloca già prima del
1865. Scrive Giampietro N. Berti: «È importante notare come il
‘panslavismo’ diventi, nell’azione e negli intendimenti di Bakunin,
uno strumento al servizio della rivoluzione. Concezione indubbia-
mente errata che Bakunin in seguito abbandonerà, ma che ci per-
mette di cogliere le vere intenzioni che l’animavano» [Mirko Ro-

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berti (pseud.), «A rivista anarchica», a. 3, n. 19, marzo 1973].


Ottobre. Italia. Il solerte prefetto della provincia di Milano scrive
il 2 ottobre al questore della città lombarda: «Al signor Questore di
Milano. Nella supposizione che certo Michele Bakunin, suddito
russo che dimorava non ha molto a Stoccolma, possa venire a fis-
sare la sua dimora in Italia, e non essendo improbabile che capiti in
questa città, si stima non inopportuno di comunicare alla questura
[…] perché il medesimo sia sorvegliato». Il 17 ottobre uomini della
questura cercano il suddito russo negli alberghi e nelle pensioni
della città, senza trovarlo. Il 3 novembre il questore risponde al so-
lerte prefetto: «Al signor Prefetto. Pregasi il sott. di significare al
signor prefetto che il Michele Bakunin […] non ebbe a tutt’oggi a
capitare in questa città». Ma dove sarà mai Michele?
Ottobre. Stoccolma. Bakunin si ricongiunge finalmente con An-
tonia. I due partono dalla capitale svedese l’8 ottobre e raggiun-
gono Londra, da dove ripartono in novembre alla volta dell’Italia,
passando per Bruxelles, Parigi (dove Michail rinnova l’amicizia con
Proudhon), Ginevra, Berna e Vney, cittadina in cui trascorrono la
fine dell’anno. Prima di lasciare Londra Bakunin si assicura una
lettera di presentazione di Mazzini destinata a Giuseppe Dolfi. È lo
stesso rivoluzionario italiano che si preoccupa di spedire la lettera:
«Vedrete un amico mio russo, che vi raccomando caldamente in-
sieme alla moglie che è polacca. E prima riceverete da lui – proba-
bilmente da Genova – una lettera nella quale vi pregherà di trovar-
gli una stanza a prezzo modesto a Firenze. Vi prego come amico di
fare ciò che vi dirà e vi sarò grato». La lettera a Dolfi di cui accenna
Mazzini viene scritta da Michail a Torino il 13 gennaio 1864 [vedi
Appendice].

1864
Nella notte tra il 10 e l’11 gennaio Bakunin e Antonia attraver-
sano il Moncenisio. Ha così inizio il «viaggio in Italia». L’11 Baku-
nin è a Torino, dove rimane fino al 15. È un inverno freddo quello
del 1864 in Piemonte, talmente freddo che a Bakunin ricorda

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quello della Siberia [vedi Appendice]. Il 16 è a Genova e incontra


Agostino Bertani. Il 19, insieme ad Antonia, salpa da Genova di-
retto a Caprera per incontrare Giuseppe Garibaldi. Si ferma sull’i-
sola tre giorni [vedi Appendice]. Il 23 è di nuovo Genova e il 26 a
Firenze. Tra Genova e Firenze trova il tempo di fermarsi a Livorno
per una breve visita a Francesco Domenico Guerrazzi, ammalato.
Al ritorno da Caprera, Bakunin confessa ad Antonia di essere «già
innamorato dell’Italia» e promette che da lì a un mese avrebbe par-
lato correntemente l’italiano [vedi Appendice]. L’Italia per lui di-
venta una seconda patria. L’amore per l’Italia del resto è nella sto-
ria della famiglia Bakunin. Il padre aveva studiato a Padova e aveva
lavorato per diverso tempo come addetto alle legazioni russe di Fi-
renze, Napoli e Torino
Febbraio. Bakunin si stabilisce a Firenze, dove rimane fino al
giugno 1865. È un periodo molto importante nel pensiero e nell’a-
zione bakuniniani perché rappresenta il passaggio definitivo dalla
fase democratico-repubblicana a quella socialista-anarchica. Del
soggiorno non si hanno molte notizie. Una delle prime cose che
Bakunin si preoccupa di fare è quella di abbonarsi per tre mesi al
Gabinetto Vieusseux.
Quando arriva a Firenze la sua figura negli ambienti democratici
e rivoluzionari, ma non solo, è quasi leggendaria. Bakunin ha molte
conoscenze a Firenze nell’ambiente cosmopolita dei rifugiati poli-
tici: Lev Metchnikov, amico di Herzen, Fernando Garrido, E. Ruiz
Pons, Ludmilla Assing. Tra gli italiani conosce, oltre a Giuseppe
Dolfi, Alberto Mario, Andrea Giannelli, Giuseppe Mazzoni, Fi-
lippo Boni, il poeta Francesco Dall’Ongaro, Giorgio Asproni, An-
gelo De Gubernatis, e molti altri.
Verso la metà del 1864 Bakunin si allontana dall’Italia per un
breve viaggio in Svezia, attraverso la Francia e l’Inghilterra. A Lon-
dra, il 3 novembre, riceve la visita di Marx che lo informa della fon-
dazione, avvenuta poche settimane prima, dell’Associazione interna-
zionale dei lavoratori, meglio nota come Prima Internazionale o
Internazionale. I due non si vedevano dal 1848. Marx affida a Baku-

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nin l’incarico di stabilire in Italia collegamenti con l’Internazionale.


Bakunin accetta, ma per ora non aderisce all’Internazionale.
Ottobre. Bakunin partecipa a Napoli al XI Congresso delle so-
cietà operaie mazziniane, durante il quale si decide di inviare una
delegazione al I Congresso dell’Internazionale previsto per l’anno
seguente (che però non avrà luogo).

1865
Giugno. Bakunin lascia Firenze e si trasferisce a Napoli, dove
rimane ininterrottamente fino alla fine dell’agosto 1867, caso raro
nella sua vita nomade. Napoli è la sua vera patria politica, il centro
ideale per la sua attività rivoluzionaria. Il periodo napoletano segna
la definitiva formazione anarchica del suo pensiero e la nascita del-
l’anarchismo come movimento di idee e azioni. A Bakunin piace
molto Napoli, per il clima, per il popolo vivo ed entusiasta, per la
cultura ricca di fermenti rivoluzionari e di una tradizione democra-
tica che risale alla Repubblica del 1799. Oltretutto Michail è un
amante del caffè, e Napoli e il caffè vivono in simbiosi: «Il caffè
per esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l’a-
more e caldo come l’inferno». Nella primavera del 1876, poco
prima di morire a Berna, Bakunin aveva deciso di tornarvi defini-
tivamente per finire lì i suoi giorni.
Nella città partenopea collabora, nel settembre e nell’ottobre
1865, al giornale garibaldino «Il Popolo d’Italia», con una serie di
lettere a firma «un francese» in cui, insieme alla proposta del suo
programma politico, sottolinea la necessità dell’incontro fra intel-
lettuali democratici e masse popolari. Sempre a Napoli conosce e
diventa amico di Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Carlo Gam-
buzzi, Attanasio Dramis, Carlo Mileti, Alberto Tucci e molti altri
giovani rivoluzionari che diventeranno i primi internazionalisti
anarchici.
Bakunin non soggiorna sempre a Napoli città. Nei primi mesi
vive a Sorrento, a Villa Anastasia. Si trasferisce quindi a Napoli
prima in Vico Belladonna al n. 9 e poi in Vico S. Guido al n. 26,

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presso la Riviera di Chiaia, mentre gli ultimi mesi li passa a Lacco


Ameno, nell’isola di Ischia, a Villa Arbusta.
Luglio. Scoppia la terza epidemia di colera in Italia, che si protrae
per tre anni, provocando oltre 160.000 morti. Partita da Ancona l’8
luglio, raggiunge ben presto il Mezzogiorno e Napoli. Il 7 novem-
bre Bakunin scrive ad Aleksandr Herzen e a Nikolaj Ogarëv per co-
municare una triste notizia: «Amici! Miss Reeve è morta stanotte, tra
mezzanotte e l’una, di colera. Mia moglie e io le siamo stati accanto
tutta la giornata di ieri, senza allontanarci, e lei è morta tra le nostre
braccia» [vedi Appendice]. E così scopriamo un Bakunin omeo-
pata: «Due giorni prima aveva già dolori intestinali. In quel mo-
mento l’ho pregata di prendere qualche goccia di noce vomica, un
rimedio che ha dato prova di sé in quasi tutta la Russia, ma ancora
poco conosciuto qui». Contrariamente a quanto pensava, l’Italia è
stata invece tra i primi paesi a usare l’omeopatia e Napoli la città
dove si è inizialmente diffusa, nel 1821, grazie ad alcuni medici mi-
litari austro-ungarici. Quanto alla noce vomica, o nux vomica, o al-
bero della stricnina, è un albero cespuglioso della famiglia delle lo-
ganiacee originario dell’India e del sud-est asiatico. I semi della
pianta sono utilizzati ancora oggi per produrre un medicinale na-
turale particolarmente usato in campo omeopatico, mentre la cor-
teccia è stata in passato utilizzata dagli indiani contro il colera. Non
esiste però alcuna prova scientifica o clinica sulla reale efficacia di
tali rimedi.

1866
Settembre. Svizzera. Si tiene a Ginevra il I Congresso dell’Inter-
nazionale, con una massiccia partecipazione di delegati francesi e
svizzeri, oltre che di rappresentanti inglesi e tedeschi. Si confron-
tano e scontrano le tendenze mutualiste e collettiviste. Importante
è la risoluzione a favore della lotta per la limitazione della giornata
lavorativa a otto ore, che verrà posta come uno dei principali obiet-
tivi dell’Associazione.
Ottobre. Bakunin scrive La situazione italiana, in cui traccia le

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linee generali di un programma rivoluzionario a carattere sociale ri-


ferito alla concreta situazione italiana. Nel testo analizza il movi-
mento che ha portato all’unità nazionale, compresi i partiti politici
che vanno dal repubblicano al costituzionale; critica in modo det-
tagliato la politica interna ed estera della destra storica; e inizia un
dura polemica contro le correnti mazziniane e garibaldine.

1867
Febbraio. A Napoli gli amici italiani di Bakunin – Fanelli, Fri-
scia, Gambuzzi, Tucci e Caporusso – fondano il circolo Libertà e
Giustizia, che ad agosto inizia le pubblicazioni di un giornale di
tendenza socialista e collettivista con lo stesso nome.
Maggio. Bakunin si trasferisce a Lacco Ameno, nell’isola di
Ischia, dove rimarrà fino ad agosto. Poco prima di lasciare Ischia e
l’Italia, diretto in Svizzera, pubblica La questione slava su «Libertà
e Giustizia». È il primo scritto italiano in cui Bakunin si dichiara
esplicitamente anarchico. L’articolo prende spunto da una lettera di
Herzen pubblicata sullo stesso giornale.
Settembre. Grazie al proficuo lavoro di Bakunin, le società ope-
raie italiane entrano finalmente in contatto con la Prima Interna-
zionale. Sebastiano Tanari e Gaspare Stampa partecipano al Con-
gresso di Losanna. Nel frattempo Bakunin si stabilisce a Ginevra,
dove il 10 settembre pronuncia un discorso al Congresso inaugu-
rale della Lega per la pace e la libertà. Benché priva di qualunque
velleità rivoluzionaria, questa associazione raggruppa i democra-
tici di tutta Europa, tra cui Victor Hugo, John Stuart Mill, Louis
Blanc e Giuseppe Garibaldi. La speranza di Bakunin è di trasci-
narla su posizioni più radicali, ed è appunto con questi intenti che
l’anno successivo partecipa anche al II Congresso della Lega. In
questo periodo scrive il saggio Libertà, federalismo e antiteologismo.
Pur stabilendosi in Svizzera, Bakunin non perde affatto i contatti
con l’Italia. Non solo continua a incitare i suoi amici meridionali
a fondare sezioni dell’Internazionale, ma nella primavera del 1870
compie un breve viaggio a Milano, dove conosce Felice Cavallotti,

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allora collaboratore del «Gazzettino rosa», e altri esponenti della


democrazia lombarda.

1868
Nasce Carlo, primo figlio di Michail e Antonia.
Settembre. Durante il II Congresso della Lega per la Pace e la Li-
bertà (Berna, 22-26 settembre), l’ala rivoluzionaria guidata da
Bakunin, si separa dai «moderati» dando origine all’Alleanza in-
ternazionale dei socialisti democratici, che si scioglierà l’anno se-
guente per confluire nell’Associazione internazionale dei lavora-
tori. Bakunin aderisce alla sezione ginevrina. Ha inizio da questo
momento il confronto-scontro con Marx, il quale riuscirà con in-
ganni a farlo espellere dall’Associazione durante il Congresso del-
l’Aja del 1872.
Autunno-inverno. Bakunin, insieme a Tucci, scrive La situa-
zione. Lo scritto, pubblicato nel 1869 poche settimane prima dello
scoppio dei moti del macinato, analizza la condizione delle classi la-
voratrici italiane e incita alla rivoluzione sociale. Anche se non avrà
una diretta influenza sui moti del macinato, questo scritto, che
mostra l’urgenza della questione sociale e dell’azione rivoluzionaria,
viene ripreso sulle colonne della stampa democratica italiana, fra
cui «La Plebe» di Lodi [3 aprile 1869] e l’«Almanacco Istorico» di
M. Macchi [a. III, 1870].
L’imposta sulla macinazione del grano e dei cereali in genere,
comunemente nota come «tassa sul macinato», è un’imposta indi-
retta, ideata tra gli altri da Quintino Sella, che ha lo scopo di con-
tribuire al risanamento delle finanze pubbliche e raggiungere il pa-
reggio di bilancio. Promulgata per iniziativa di Luigi Menabrea il 7
luglio 1868, entra in vigore il 1º gennaio 1869: 1 lira in più per
ogni quintale di grano, 2 lire per ogni quintale di granturco.

1869
Marzo. Irrompe nella vita di Bakunin un giovane russo di ven-
tidue anni, Sergej Necaev,
ˇ autore del celebre Catechismo del rivolu-

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zionario. Lo accompagnano le voci più disparate, che lo descrivono


a volte come il più puro e radicale dei nuovi rivoluzionari e a volte
come un abietto mistificatore pronto a qualsiasi bassezza. Di certo
scatta una sorta di infatuazione del vecchio rivoluzionario verso il
giovane rivoluzionario, cui seguirà poco dopo una cocente delu-
sione e la fine dei rapporti nel giugno 1870.
ˇ e
Tutta una «letteratura» è fiorita sul rapporto Bakunin-Necaev
sull’attribuzione a Bakunin del Catechismo del rivoluzionario. La
parola definitiva in merito l’ha detta Michael Confino in Bakunin
ˇ
et Necaev. Les débuts de la rupture, saggio che assieme ad altri ma-
teriali si trova negli Archives Bakunin [vol. IV, Leiden, 1971] dell’I-
stituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. Scrive a tal
proposito Giampietro N. Berti: «Nessuna prova storica, nessun do-
cumento, nessuna ragione o supposizione è in grado di avvalorare
tale giudizio, che rimane pertanto patrimonio esclusivo dell’igno-
ranza storica e testimonianza decisiva del grado di serietà scientifica
che contraddistingue tale storiografia. Esiste un Catechismo del ri-
voluzionario composto da Bakunin tra il 1864 e il 1866, parte in-
tegrante di un documento sulla Fratellanza rivoluzionaria, in cui
Bakunin anticipa il suo pensiero sulla formazione delle classi e sulla
divisione del lavoro. […] Chiunque può confrontare i due ‘catechi-
smi’ e verificare facilmente come il secondo, scritto sicuramente
ˇ
da Necaev, sia una brutta copia del primo» [Mirko Roberti
(pseud.), «A rivista anarchica», a. 3, n. 19, marzo 1973].
Luglio-agosto. Bakunin scrive una lunga serie di articoli su «L’E-
galité», giornale fondato dall’Associazione internazionale dei lavo-
ratori di Ginevra, su diversi argomenti: il carattere dell’azione po-
litica che deve svolgere l’Associazione, la differenza tra democrazia
borghese e democrazia socialista, la divisione tra lavoro manuale e
lavoro intellettuale e la conseguente necessità di un superamento di
questa divisione nella futura società socialista ecc.
Settembre. Si svolge a Basilea il IV Congresso dell’Internazio-
nale, dove avviene il primo scontro aperto tra le tesi di Bakunin e
quelle di Marx (che è assente) sull’abolizione del diritto ereditario.

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In seno all’Internazionale si delineano due tendenze: quella autori-


taria di Marx e quella antiautoritaria di Bakunin. Nel frattempo è
stata fondata anche la sezione napoletana dell’Internazionale, che
presto supera il migliaio di soci. I suoi animatori sono gli ex-mem-
bri del circolo Libertà e Giustizia. Bakunin e Caporusso sono i de-
legati della sezione napoletana al Congresso dell’Internazionale di
Basilea.
Autunno. Bakunin si trasferisce a Locarno, dove traduce il
primo volume del Capitale. Si interessa inoltre dei fermenti rivolu-
zionari spagnoli e incarica Giuseppe Fanelli di diffondere in Spagna
l’idea anarchica e internazionalista.

Particolare di una foto scattata durante il IV Congresso dell’Internazio-


nale a Basilea. Bakunin è riconoscibile sullo sfondo, in cima al gruppo
sulla destra della foto.

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1870
Nasce Giulia Sofia, la secondogenita di Michail Bakunin.
Marzo. Marx fomenta l’odio per Bakunin tra i colleghi tedeschi
dichiarando che l’anarchico russo è una spia del partito panslavista,
che verserebbe a Bakunin ben 25.000 franchi all’anno. Ancora una
volta Bakunin deve difendersi da questa calunnia infamante.
Luglio. Scoppia la guerra franco-prussiana. Alle prime sconfitte
francesi, Bakunin intravede subito la possibilità di trasformare la
guerra nazionale in una lotta per la rivoluzione sociale, cosa che in
effetti avverrà nel marzo dell’anno successivo con la Comune.
Agosto-settembre. Bakunin scrive le sue Lettere a un francese, in
cui indica quale sia la via da seguire per provocare il sorgere e il
successivo diffondersi della rivoluzione sociale e quali siano gli
obiettivi da porsi per il suo successo.
Settembre. Lascia Locarno alla volta di Lione. Qui partecipa
attivamente all’insurrezione popolare con la speranza che, una
volta proclamata la rivoluzione sociale, questa possa espandersi
spontaneamente anche in altre città e in altre nazioni, prima fra
tutte l’Italia. Fallita l’insurrezione, immediatamente repressa,
Bakunin è costretto a fuggire inseguito da un mandato di arresto.
Scrive L’Impero Knuto-Germanico. Il titolo è volutamente provo-
catorio: lo knut è la frusta di cuoio non trattato usata per punire i
condannati.

1871
Marzo. Il 18 la popolazione di Parigi insorge. A seguito delle
sconfitte militari subite dalla Francia nella guerra contro la Prussia,
già il 4 settembre 1870 la popolazione parigina aveva imposto la
proclamazione della Repubblica, con lo scopo di ottenere riforme
sociali e la prosecuzione della guerra. Quando anche il governo
provvisorio delude le sue aspettative e l’Assemblea nazionale, eletta
l’8 febbraio 1871, impone la pace e minaccia il ritorno della mo-
narchia, il 18 marzo Parigi insorge cacciando il governo Thiers che

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aveva tentato di disarmare la città. Il 26 marzo la popolazione


elegge direttamente il governo cittadino, sopprimendo l’istituto
parlamentare. Nasce la Comune di Parigi.
Maggio. Alla fine del mese, decine di migliaia di soldati agli or-
dini del generale Mac Mahon, gli stessi che si erano arresi ai nemici
prussiani, sferrano un attacco decisivo contro Parigi e in una setti-
mana (21-28 maggio), ricordata come la «settimana di sangue»,
riescono a sconfiggere i comunardi. È la fine della Comune. L’In-
ternazionale viene messa fuorilegge in Francia, Spagna, Germania,
Austria-Ungheria e Danimarca, ma si espande, nonostante la re-
pressione, in Spagna, Italia e Belgio.
Bakunin scrive La Comune di Parigi e l’idea di Stato e pubblica
La teoria politica di Mazzini e l’Internazionale. A ottobre scrive inol-
tre la Circolare ai miei amici d’Italia, di cui vengono pubblicati al-
cuni estratti da Carlo Cafiero e da altri anarchici napoletani. Solo
nel 1886 viene pubblicata integralmente in opuscolo ad Ancona.

1872
Primavera-estate. Bakunin soggiorna a Zurigo.
Agosto. Dal 4 al 6 si svolge a Rimini la Conferenza italiana del-
l’Internazionale socialista, cui partecipano i delegati di ventuno se-
zioni, in maggioranza romagnole e marchigiane. Presiede i lavori
Carlo Cafiero. La Conferenza sancisce la prevalenza della fazione
anarchica su quella marxista.
Settembre. Il Consiglio Generale dell’Associazione internazio-
nale dei lavoratori, in cui Marx ha acquisito un peso inaudito, con-
voca il V Congresso dell’Internazionale all’Aja (2-7 settembre
1872). La maggior parte dei delegati è marxista e proviene dal Bel-
gio, dalla Svizzera, dall’Italia, dalla Germania, mentre sono quasi
del tutto assenti i francesi e gli spagnoli. Proprio la mancanza dei
delegati franco-spagnoli fa pesare la bilancia dalla parte dei marxi-
sti. Gli anarchici accusano Marx di avere convocato il Congresso in
modo confuso così da non far arrivare in tempo i suoi oppositori.
Il 7 settembre la maggioranza marxista ratifica l’espulsione di Baku-

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Tavola illustrata dell’epoca che immortala la proclamazione della


Comune, avvenuta a Parigi il 28 marzo 1871 davanti a un’enorme folla
che intona La Marsigliese.

nin e degli anarchici dall’Internazionale (all’ultimo Congresso del


1869 gli anarchici erano la maggioranza dei militanti europei). Poi
il Congresso, ora formato solo da marxisti, decide il trasferimento
del Consiglio Generale a New York.
Settembre. Il 15 si svolge a Saint-Imier, in Svizzera, un Con-
gresso straordinario della Federazione anarchica del Giura, che di
fatto sancisce la nascita dell’Internazionale antiautoritaria. Sono

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Bandiera della Prima Internazionale datata 1864 (l’anno della fondazio-


ne) che riporta la denominazione in francese e in tedesco. Al centro
un’arnia e alcune api a simboleggiare l’operosità dei lavoratori.

presenti i delegati del Giura, dell’Italia, degli Stati Uniti, e anche al-
cuni delegati francesi e spagnoli, mentre non si presentano i tede-
schi, gli inglesi, i belgi. La riunione sconfessa il Congresso dell’Aja,
giudicandolo non valido in quanto manipolato dai marxisti, e di
conseguenza ne convoca un altro a Ginevra per l’anno successivo
(1-6 settembre 1873).

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1873
Estate. Grazie all’aiuto finanziario di Carlo Cafiero, Bakunin
acquista un ampio appezzamento di terreno a Minusio (nel Can-
ton Ticino), chiamato «La Baronata», dove costruisce una nuova
abitazione.
Scrive Stato e Anarchia, l’unico lavoro compiuto e di ampio re-
spiro scritto da Bakunin. Il libro avrà un grande successo, in parti-
colare in Russia. Viene infatti stampato anche in russo a Zurigo da
un gruppo di giovani fuoriusciti ed esce nei primi mesi del 1874. Ne
vengono stampate 1.200 copie senza il nome dell’autore. Tutte le
copie entrano clandestinamente in Russia, dove il libro passa di
mano in mano raggiungendo una vasta diffusione ed esercitando
un’enorme influenza sul pensiero della gioventù rivoluzionaria.
Neanche a dirlo, secondo Marx è «un’asineria da scolaro».
Nasce Maria, terza figlia di Michail e Antonia.

1874
Agosto. Lasciata Locarno, dove al momento vive anche Carlo
Cafiero, Bakunin raggiunge segretamente Bologna. In questa città
è stata pianificata un’insurrezione, ma il fallimento dell’impresa lo
costringe a riparare in Svizzera. Qui lascia «La Baronata», a causa di
una serie di incomprensioni con Cafiero (che saranno successiva-
mente appianate), e si stabilisce a Lugano.

1875
Nel corso dell’anno la salute di Bakunin inizia a peggiorare. No-
nostante ciò, la sua casa resta un punto di ritrovo per amici e cono-
scenti. In particolare, Bakunin riceve spesso la visita di Sergej Mi-
chajlovicˇ Kravcinskij,
ˇ un giovane scrittore e rivoluzionario russo
che diventerà in seguito famoso con lo pseudonimo Stepniak.

1876
Le condizioni di salute di Bakunin sono ormai irrimediabil-
mente peggiorate e in giugno viene ricoverato in un ospedale di

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Berna. Il 1° luglio 1876 Michail Aleksandrovicˇ Bakunin muore.


Due settimane dopo, alla conferenza di Filadelfia, viene dichiarato
ufficialmente lo scioglimento dell’Associazione internazionale dei
lavoratori.

Dopo la morte di Bakunin, Antonia si trasferisce a Napoli con i


figli e qui sposa l’internazionalista napoletano Carlo Gambuzzi, uno
dei più stretti collaboratori di Michail. Antonia, che era nata nel
1839, muore a San Giorgio a Cremano il 2 giugno 1887. I figli si
stabiliscono definitivamente in Italia. Le due figlie, in particolare, vi-
vranno tutta la loro vita a Napoli.
Giulia Sofia frequenta, come i fratelli, il Liceo classico Umberto
Primo e poi si iscrive all’università, laureandosi in Medicina e chi-
rurgia nel 1893. Più tardi si sposa con il famoso chirurgo napole-
tano Giuseppe Caccioppoli, dando alla luce quello che sarà il cele-
bre matematico Renato Caccioppoli. Muore nel 1956.
Maria, per gli amici Marussia, si laurea nel 1895 con una tesi
sulla stereochimica. Poco dopo sposa Agostino Oglialoro-Todaro,
direttore dell’Istituto di chimica generale dell’università di Napoli.
Tra il 1909 e il 1940 insegna Chimica applicata, Chimica tecnolo-
gica organica e Chimica industriale presso la Scuola Politecnica di
Napoli, contribuendo con le sue ricerche ai progressi della chimica
moderna. Dal 1940 ricopre il ruolo di professore di Chimica orga-
nica presso la Facoltà di Scienze: è una delle prime docenti donna
dell’università di Napoli. Quando nel febbraio del 1944, con un
Decreto del Comando alleato sollecitato da Benedetto Croce, viene
ripristinata l'Accademia Pontiana, Maria Bakunin, per le sue alte
qualità scientifiche e morali (dimostrate queste ultime in occasione
di eventi drammatici come l’incendio dell’università napoletana da
parte dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale), è nominata
presidente, carica che ricopre fino al 1949. Maria muore il 17 aprile
1960 e viene seppellita nel cimitero di Poggioreale (zona russa,
tomba di famiglia dei Bakunin-Gambuzzi). Chi dovesse capitare a
Napoli, potrà facilmente imbattersi nel viale Marussia Bakunin.

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Viaggio in Italia
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CAPITOLO PRIMO

La situazione italiana*

In questo periodo l’Italia si trova in una condizione triste e perico-


losa. Tutti sono spaventati dalle funeste certezze dell’oggi e dalle
ancor più temibili incertezze del domani. E in balìa di questi dubbi
e paure, ognuno cerca sostegno nel consiglio e nella forza degli altri
per rinforzare le proprie opinioni.
Proprio per questo crediamo sia nostro dovere contribuire, per
quanto possibile, a gettare un po’ di luce nelle tenebre in cui ci ag-
giriamo vanamente attraverso un ragionamento; tanto più che que-
sto ragionamento non è l’eco di una casta o di un interesse partico-
lare, ma è figlio della verità e ispirato dalla giustizia.
Per rendere più agevole il cammino che intendiamo intrapren-
dere, conviene ricordare brevemente gli avvenimenti principali che
hanno avuto luogo in Italia in questa frazione di secolo.
Grazie alla Carboneria, che si è sempre conformata ai bisogni e
alle aspirazioni locali, è rinato uno spirito nazionale, ora quasi com-

* Titolo originale La situation italienne (1866), testo redatto in collaborazione


con Alberto Tucci.

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pletamente scomparso, e con esso un movimento e un’azione de-


terminati e assai efficaci. Si è così formata una generazione di intel-
ligenze vive e cuori forti che si è battuta, con varia fortuna, per so-
stenere un programma fondato sulla grandezza storica dell’Italia e
sulla sua ritrovata unità in quanto Stato. Questa unità è stata il
punto di partenza e l’obiettivo di due partiti: il partito unitario re-
pubblicano e il partito unitario costituzionale. Il primo si rifaceva alla
formula «Dio e Popolo», dunque all’unità di Dio nell’unica fede re-
ligiosa e all’unità del popolo nell’unica patria; in altre parole, si ri-
faceva al centralismo della vita nazionale, che rimanda all’unità
dello Stato, e alla conservazione della società privilegiata, che ri-
manda all’unità sociale, dato che il risultato di una tale unità sa-
rebbe stato la grandezza dell’Italia, ovvero il primato dell’Italia in
Europa, un obiettivo cui si doveva sacrificare tutto, a cominciare
dalla libertà e dal benessere degli italiani.
Il secondo partito, quello costituzionale, gridava alto e forte «Ita-
lia e Vittorio Emanuele», dunque un’Italia ora monarchia unitaria
che trovava nell’unità la sua forza, nel parlamentarismo la sua li-
bertà, nella monarchia l’anello di congiunzione tra rivoluzione na-
zionale e diplomazia, nel parlamento la salvaguardia dei diritti della
rivoluzione. Gli uni, ponendo come fine unico e supremo la gran-
dezza del paese, rinnegavano la libertà del popolo, la libertà di pen-
siero, la giustizia sociale. Gli altri, scegliendo come mezzo e prete-
sto quella medesima grandezza nazionale, rinnegavano tutto:
popolo e paese, libertà e giustizia. Entrambi, diversamente acce-
cati dalle loro molteplici ambizioni, non tenevano in alcun conto
gli insegnamenti di una maestra inesorabile: la logica, la logica se-
vera dei fatti che ha condotto partiti e paese lì dove si trovano oggi.
Nonostante ciò, tutti i movimenti che agitavano la penisola, re-
pubblicani o costituzionali che fossero, dicevano al popolo: rea-
lizziamo l’unità e così avrai libertà di lavoro e pane in abbondanza;
e incitavano la gioventù: unifichiamo le cento gloriose città d’Ita-
lia in uno Stato potente e la tua sete di libertà sarà soddisfatta. A
tutti imponevano il sacrificio – la religione del dovere – e promet-

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tevano, come ricompensa per una fede così grande, un’unità dell’I-
talia dalla quale sarebbero scaturite gloria, libertà e prosperità na-
zionali. Dal 1859 sono stati i costituzionali a prevalere, e da qui è
derivata quella lunga serie di fatti, ben noti a tutti, che ha avuto
come esito l’unità dello Stato, con la monarchia sabauda e il sistema
parlamentare.
Oggi è arrivato il tempo di domandarci: a che punto siamo ar-
rivati? E di domandare alla monarchia: a che cosa sono serviti gli
innumerevoli e smisurati sacrifici che ha imposto? La risposta è
tanto facile quanto dolorosa. In nome dell’unità, cagione e ragione
della sua esistenza, la monarchia ha venduto Nizza e la Savoia al-
l’impero francese, ha rinunciato a Roma con la Convenzione di
settembre, e minaccia un imminente mercato di altre terre italiane.
La monarchia, che si è imposta al paese e lo ha calpestato in
nome della grandezza e della gloria d’Italia, di cui si è appropriata,
questa monarchia, che disponeva di 400.000 soldati per riconqui-
stare la corona di Belisario, ha fatto sì che 150.000 stranieri scon-
figgessero i suoi 400.000 prodi. Essa ha comprato con l’oro una co-
rona di ferro, ricevendo come elemosina da un altro straniero le
terre italiane per cui era scesa in campo e lasciando tra il Brenta e
il Tagliamento altre terre italiane sotto il tallone dell’austriaco, in-
sieme a 350.000 soldati.
Eppure, che cosa non ha fatto la nazione? Le si è detto: «Ab-
biamo ceduto Nizza e la Savoia perché, deboli come eravamo,
siamo stati costretti ad accettare e a pagare l’aiuto francese; per es-
sere forti abbiamo bisogno di denaro e di uomini». E la nazione ha
dato uomini e denaro. Si è strappata gli occhi dal viso e il cuore dal
petto. Una popolazione di circa 22 milioni ha sborsato in sei anni
9 miliardi e fornito 700.000 soldati alla monarchia, e questa con 9
miliardi e 700.000 soldati ha vilmente ceduto alla volontà antiuni-
taria di un despota straniero [Napoleone III]. Non solo, ha subìto
la vergogna di continui schiaffi da parte della diplomazia europea;
è venuta a patti con il papato – negazione della civiltà, flagello del-
l’umanità – riconoscendogli il diritto di corrodere il cuore stesso

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dell’Italia; si è fatta battere per terra e per mare; e alla fine, sacrifi-
cando tutto, ha perduto tutto: la gloria, la dignità, l’onore!
E non è finita. Nuove e ancor più disastrose calamità incalzano:
la fatale pace armata, la quasi certezza di una guerra di interesse
dinastico e straniero, l’assorbimento completo dell’individuo e dei
suoi beni a profitto dello Stato, la bancarotta inevitabile delle fi-
nanze, e infine, come logica conseguenza e in quanto unico mezzo
a portata di mano, la sostituzione delle attuali forme liberali con il
governo della sciabola tipico degli stati d’assedio.
Come e perché siamo arrivati a una situazione talmente infausta
e come ne usciremo? Ogni partito riversa sugli altri tutte le colpe.
I legittimisti degli ex-Stati della penisola accusano l’unità di es-
sere la causa di tutti i mali. A loro avviso, per attuare un falso prin-
cipio e realizzare un’utopia, abbiamo buttato ogni nostra forza e
tutto il nostro benessere. Ma hanno torto, o meglio mentono. Essi
sanno bene che l’unità di una nazione che parla la stessa lingua trae
la propria origine nelle tradizioni e nei costumi, che questo non è
un falso principio e tanto meno un’utopia. È piuttosto un fatto
che deve necessariamente svilupparsi e realizzarsi via via che si svi-
luppano e realizzano la libertà, il progresso e le istituzioni locali. Il
che spiega come mai i movimenti insurrezionali che hanno avuto
luogo nelle varie regioni d’Italia abbiano interessato l’intera peni-
sola, come mai nel 1848 tutti gli intellettuali e la gioventù bor-
ghese d’Italia si siano sentiti solidali con le Repubbliche di Roma e
di Venezia, come mai il Piemonte abbia, dal 1848 in poi, attratto
e trascinato la maggior parte dell’Italia nella sua vita costituzionale.
La ragione dell’unità, come noi la comprendiamo, sta dunque
nel carattere eminentemente solidale della libertà e del benessere;
una solidarietà inevitabile tra benessere e libertà individuali e locali
che cementa ed edifica in modo imperituro l’unità della nazione.
Che la vergogna ricada dunque su quegli uomini che hanno abbru-
tito il popolo, ricacciandolo nelle tenebre dell’ignoranza e della su-
perstizione del passato, su questi rappresentanti della massima di-
vide et impera. I loro principi e le loro convinzioni sono troppo

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legati alle storie efferate dei tirannelli d’Italia per sperare di attirare
il popolo dalla loro parte e costituirsi in un potente partito. Tornate
dunque nel vostro nulla, partigiani del papato romano, dei Bor-
boni di Napoli, dei ducati di Modena e di Toscana, dei Carignano
di Piemonte, voi siete morti con le dinastie che vi hanno comprati
e non risorgerete mai più.
Gli unitari costituzionali si accusano e denigrano a vicenda, ridu-
cendo la nostra attuale situazione a una questione di buona ammi-
nistrazione. Anche loro si sbagliano, oppure mentono. È ben vero
che in questo lasso di tempo l’Italia ha messo in scena il penoso
spettacolo della nullità e disonestà dei suoi uomini politici. Ed è
vero che con inconcepibile cecità e scandalosa depravazione si sono
sperperate tutte le risorse estorte alla nazione; che si è distrutto,
con una politica asservita e servile, la dignità del paese e la fiducia
in se stesso; che la malafede dei governanti non ha fatto progre-
dire in nulla l’istruzione popolare; che la loro incompetenza ha mi-
nato il commercio, paralizzato la nascente vita industriale, avvici-
nato la bancarotta, frustrato le aspettative dei suoi stessi partigiani
con le disfatte di Custoza e di Lissa. Ma è anche vero che è il par-
tito costituzionale nel suo insieme a essere complice di questi fatti.
Certo, il responso dell’urna elettorale ha premiato alcune celebrità
costituzionali, che per la maggior parte hanno seminato a piene
mani i cattivi semi di cui oggi si raccoglie il frutto. Ma le mino-
ranze, con il loro miserabile sistema di un’opposizione senza scopo
reale e dunque senza programma e senza moralità, sono state il
complemento morale e materiale della maggioranza. Nei sei anni
che sono stati loro accordati, i vertici di questo partito di opposi-
zione parlamentare non hanno saputo mettersi d’accordo su un
solo punto di una certa serietà; viceversa, hanno vanamente parla-
mentato, fino alla parodia.
Dopo i primi cinque anni, gli elettori si sono sbarazzati della vec-
chia maggioranza. Che cosa ha fatto la nuova? Non è forse la sini-
stra costituzionale che ha emanato la legge Crispi proprio come la
vecchia destra aveva emanato la legge Pica? Non è stata complice di

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Custoza e Lissa quando ha dato i pieni poteri al generale Lamar-


mora? Non è stata complice e responsabile (facendosi pagare il di-
sonore a un prezzo assai più alto di quanto si paghi l’onore) degli ul-
timi provvedimenti finanziari, i quali hanno non solo violato ogni
senso di moralità e di giustizia, ma anche vergognosamente provato
la sua crassa ignoranza in materia di finanza pubblica?
L’intero partito costituzionale deve rispondere delle sue grandi
colpe. E tuttavia non è stato questo il solo e unico fattore delle ca-
lamità che deploriamo, giacché queste sono in gran parte le logiche
conseguenze della falsità del sistema e della situazione verso la quale
cose, uomini e partiti vengono inesorabilmente trascinati e che né
gli uomini né i partiti possono sconfiggere.
In Italia, il partito unitario costituzionale è stato frainteso. Com-
posto in gran parte da sedicenti repubblicani che avevano perduto
la fede nel Dio e nel Popolo del loro maestro, si è raggruppato sotto
una vaga e mendace bandiera che ha chiamato praticismo politico.
Così facendo, ha subordinato ogni principio alle apparenti esigenze
del momento. E una volta intrapresa la via dei compromessi e delle
contraddizioni, è stato per necessità demoralizzato e demoraliz-
zante, di volta in volta tradito e traditore. Questo partito ha dun-
que avviato la sua attività con alleanze infami e incestuose. Ha
messo insieme il suffragio popolare con il diritto divino. Ha di-
chiarato guerra alla Vecchia Europa, affermando il diritto delle na-
zioni, ma al contempo ha collaborato con una Vecchia Dinastia,
alla cui grandezza si è votato nei conciliaboli diplomatici di questa
stessa Europa miscredente. È rimasto cattolico per paura e per in-
teresse. Rivoluzionario per necessità e debolezza, è rimasto reazio-
nario per istinto, affinità e convenzione. Unitario per progetto, ha
sacrificato l’unità agli interessi della dinastia; liberale nelle dichia-
razioni, ha accettato il dispotismo come mezzo di conservazione.
La conseguenza logica di un partito come questo è appunto il si-
stema attualmente in vigore, da cui derivano in modo del tutto
ovvio gli avvenimenti che deploriamo.
Questo partito oggi ha i giorni contati. Forse vedremo ancora

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qualche ricambio di uomini e qualche ritocco di gestione, ma gli uo-


mini cadranno vittime della propria ambizione e della falsità della
posizione accettata, e i ritocchi di gestione potranno tutt’al più ritar-
dare di poco la catastrofe inevitabile e imminente del sistema.
Inevitabile e imminente, diciamo, perché l’unica cosa che po-
trebbe salvare la situazione sarebbe la morte del partito e dell’isti-
tuzione. Le finanze al collasso non potrebbero essere risanate da
un’amministrazione pubblica accorta se non con il completo de-
centramento amministrativo, l’abolizione delle forze armate e il ri-
pristino della moralità nelle istituzioni. Ma se si abolisce il centra-
lismo, si smantellano le forze armate e si rinuncia all’immoralità,
come potrebbe restare in vita la monarchia costituzionale?
Il costituzionalismo che ha minato l’Italia è dunque incapace di
riparare al male fatto. Chi ci salverà allora dal triste avvenire che ab-
biamo evocato?
Mazzini pretende che il costituzionalismo e il suo sistema ab-
biano ormai fatto il loro tempo. Tanto lui quanto coloro che gli
sono rimasti vicini deplorano le defezioni dal proprio partito e si
danno un gran daffare per ricostituirlo. Da un capo all’altro della
penisola distribuiscono proclami incendiari che vengono letti e di-
scussi. Che cosa si propone? La rivoluzione contro la monarchia.
Ma con che cosa la si rimpiazzerà? Questa rivoluzione cui si fa ap-
pello che programma avrà, quale sarà il suo compito fortunoso?
Non abbiamo trovato alcuna risposta a queste domande così per-
tinenti in quello scritto da noi pazientemente letto. Siamo dun-
que costretti ad attingere ad altre fonti per trovare soddisfazione, e
la cosa migliore da fare ci è parsa quella di interrogare direttamente
l’illustre capo di quel partito.
Abbiamo sotto i nostri occhi tre documenti indirizzati da Maz-
zini ai popoli della penisola. Il primo si intitola Alle Associazioni
operaie, il secondo La pace e il terzo L’Alleanza repubblicana. In
questi scritti si ritrova tutto il suo programma politico, tutto il suo
amore per l’Italia, tutto il suo cuore generoso, tutto il fascino del
suo potente discorso, ma vi si ritrovano anche, ampiamente svi-

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luppati, tutti i suoi errori e tutte le contraddizioni del suo sistema.


Mazzini è arrivato sulla scena politica in un’epoca in cui l’Italia
era suddivisa in sette Stati tiranneggiati e depredati da sette despoti
autoctoni o stranieri. La sua anima nobile, ardente, incoercibile, il
suo cuore di poeta, la sua immaginazione di cristiano, il suo pos-
sente genio nutritosi delle glorie passate, delle passate grandezze di
quell’Italia un tempo regina del mondo, modello di civiltà, patria
dei tanti Bruto, Camillo e Cincinnati, dei Dante e dei Buonarroti,
dei Vico e dei Machiavelli, sono inorriditi davanti al vergognoso
spettacolo di un’Italia asservita e disonorata da un miserabile stra-
niero che la percuoteva senza pietà con il flagello di sette tiranni. E
da allora si è imposto l’immane compito di ridestarla dal suo sonno
di morte, di unire le sue genti dalle Alpi all’Adriatico, con il fine co-
mune di liberarsi dei sette tiranni, di alzarsi tutti quanti in piedi nel
nome della «Madre Patria» e al santo grido di «Dio e Popolo».
Egli ha cercato di realizzare questo compito con ogni mezzo.
Dal giorno in cui giurò a se stesso di far tornare l’Italia all’antico
splendore, quest’uomo non ha avuto né riposo né pace. Mosso da
una santa ira, sospinto in modo irrefrenabile dal suo immenso
amore per l’Italia, imperturbabile davanti alle minacce e ai peri-
coli, instancabile nella sua lotta gigantesca, ha percorso l’Italia e
l’Europa predicando, incitando, cospirando, scardinando… e real-
mente la dolorosa e svigorente letargia di tanti secoli fu alla fine
vinta. Da quel momento, la storia avventurosa fatta di mille eventi,
mille sacrifici, mille eroismi e mille martirii, la santità di una vita
votata a una grande causa, il fascino di chi ha fatto di un principio
una religione, hanno reso Mazzini grande e temuto. Qualunque
cosa si pensi, si dica o si scriva di lui, egli resta la più imponente e
nobile figura della storia contemporanea.
Nondimeno, oggi ci si rende facilmente conto che la sua parola
non affascina più come una volta, che i vuoti lasciati nel suo par-
tito dalle defezioni vili e interessate non sono più riempiti, che la
sua azione in Italia è debole, quasi nulla. Questi fatti, purtroppo
ben evidenti, sono la diretta conseguenza dello stesso programma

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mazziniano: Italia unita, potenza di primo rango in Europa, primo-


genita e legittima erede dei disegni di Dio nella realizzazione di
una grande missione che sarà l’avvenire dell’umanità; «Dio e Po-
polo», cioè Dio e la legge morale che emana dalla sua sola e unica
sovranità; genio ispirato, nel solo e unico apostolato virtuoso di
quella sovranità. Nel porsi come apostolo, anzi pontefice di una
fede in Dio, e al contempo come uomo di Stato, Mazzini non ha
potuto essere realmente un rivoluzionario proprio a causa di que-
sto principio di grandezza e di missione nazionali. A causa di que-
sto principio, il popolo della sua formula è stato sempre solo una
parola accattivante e d’effetto, in quanto ha sempre voluto il popolo
per l’Italia e non l’Italia per il popolo. Ed è questo il motivo per cui
l’azione mazziniana è rimasta sempre estranea alle masse popolari,
proprio perché il suo programma rimanda la soluzione dei pro-
blemi sociali a una data indefinita. Dobbiamo trovare, ci dice, i
modi per avvicinarci a questo ideale nel corso dei secoli. Da qui la
deplorevole necessità che lui ha di aggrapparsi con forza a tutti gli
elementi conservatori della società, al punto di scendere a patti con
i re della penisola; da qui la prevedibile inefficacia della sua azione
repubblicana nel creare grandi imprese collettive; da qui, infine, la
demoralizzazione del suo stesso partito.
Mazzini ha voluto ciò che la monarchia in parte ha fatto e dice
di voler portare a compimento: l’unità d’Italia e la sua grandezza
storica. La sola e unica differenza fra loro è la forma pubblica, con
tutte le conseguenze che le sono proprie. Ma nei fondamentali
principi costitutivi, queste due forme politiche coincidono perfet-
tamente a causa del fondamento comune che le sottende. Per il
popolo, questa differenza è nulla nella sostanza. Più precisamente,
è solo una questione nominale, perché se si abolisce il re e lo si
rimpiazza con un presidente, la sostanza non cambia.
La libertà e la giustizia sociale nel programma mazziniano sono
solo pompose parole. Traendo la propria ispirazione solo dalle me-
morie storiche della passata grandezza italiana, e conformandosi
allo spirito dominatore del carattere romano, Mazzini non sa di-

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scendere fino alle moltitudini del proletariato sociale, ovvero quelle


che nella loro stragrande maggioranza compongono il popolo nella
sua miserrima quanto sublime realtà. Queste sono da lui conside-
rate solo un mezzo per raggiungere il fine unico e supremo dell’u-
nità d’Italia, che vede fortemente accentrata e basata sul manteni-
mento degli attuali elementi costitutivi, ereditati dalle secolari
tirannie, contro cui l’umanità vanamente combatte da lungo
tempo, e precisamente Dio che nega la ragione, lo Stato che nega
la libertà, i privilegi dell’attuale organizzazione economica e sociale
che negano la giustizia.
Ecco la dottrina del grande maestro italiano, il programma della
novella rivoluzione che tenta di fare e che non riesce a fare proprio
perché priva di un reale obiettivo, dato che la repubblica mazzi-
niana, sotto una forma differente, è identica alla monarchia costi-
tuzionale, allo stesso modo in cui questa si differenzia solo nella
forma dalla monarchia pura.
Se dunque i mali che deploriamo sono le conseguenze del si-
stema; se la burocrazia, il militarismo, il centralismo, il monopo-
lio garantito e le grandi banche privilegiate sono il veleno che ci uc-
cide, i vampiri che ci dissanguano, a che cosa dovrebbe servire la
repubblica mazziniana, che non contraddice nessuno di quei fatti
fatali?
Questo tipo di Stato sotto forma di repubblica è giustamente
respinto dalla maggioranza della nazione. Per cause e ragioni di-
verse, una tale istituzione è contraria agli interessi di tutte le caste:
la pretenziosa e moribonda nobiltà, l’alta e media borghesia, gli
operai e i contadini. Le prime perché identificano nella distruzione
della corona il primo anello di una catena di privilegi che potreb-
bero andare distrutti, i secondi perché giustamente non vedono
quei privilegi né distrutti né seriamente minacciati. Unica ecce-
zione la gioventù borghese, in buona parte educata nello spirito
delle tradizioni e della storia, la quale trae la propria ispirazione
dalla grandezza classica del paese e vorrebbe con tutte le sue forze
ricostruire quelle antiche glorie. Ma da sola essa non è in grado di

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minare e abbattere un edificio costruito nei secoli, tanto più dopo


aver perduto il mezzo più facile per organizzarsi: il garibaldinismo.
Questo movimento che ha regalato alla storia contemporanea
tante splendide pagine poetiche, oggi è scomparso, e con esso è
scomparsa anche la magica influenza che il suo capo ha avuto in
Italia. Oggi il nome di Garibaldi è onorato ovunque si rispetti la
purezza di cuore e la rettitudine di coscienza, ma non suscita più
quel fremito che percorreva la penisola da un capo all’altro. E non
sarebbe più capace, come una volta, di far prendere le armi a tutto
un popolo, senza che addirittura sappia né il per che né il per come.
Il garibaldinismo è caduto, e doveva cadere, perché, pur essendo
la punta di lancia del mazzinianesimo, se ne è a un certo punto se-
parato. Senza un’ideologia propria, è passato dall’uno all’altro, an-
dando di male in peggio. Dopo Mazzini, è stato raccolto da Manin
e Trivulzio; quindi è caduto nelle mani di La Farina e Cavour, i
quali lo hanno gettato nelle braccia della monarchia, che lo ha ac-
colto e stretto a sé come una madre, per poi trattarlo come una
matrigna, fino a ucciderlo, fino a disonorarlo. Esso è caduto perché
ha voluto restare nell’orbita aristocratica di sedicenti intellettuali,
mentre prima si proclamava figlio del popolo; perché questo po-
polo, alla commovente vista del redentore, non ha poi visto seguire
la redenzione; perché ha seguito con distrazione e torpore una pa-
rabola rovinosa: da rivoluzione è diventata militarismo rivoluziona-
rio, poi militarismo e basta. Oggi, dopo la guerra che ha combat-
tuto, dopo la pace che ne è seguita, sopravvive come esempio di
coraggio. E resterà per sempre come apoteosi dell’abnegazione, la
fonte più bella delle leggende patriottiche. Ma come partito è
morto; peggio, è morto senza neppure combattere per salvarsi,
senza neppure un’ora di lotta, senza un grido di protesta contro la
forza che lo sospingeva verso la tomba.
Anzi, in questa tomba già aperta per inghiottirlo, Garibaldi, fi-
glio del popolo, ci si è voluto gettare da sé, e ha insultato il popolo
nell’ora della sua lotta e del suo martirio, quello stesso popolo che
aveva chiamato eroico quando consegnava alla storia i nomi di

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Marsala e Calatafimi. Nel momento in cui il paese, vedendosi così


brutalmente oltraggiato e sacrificato, attendeva la parola di Gari-
baldi, l’unica cosa che ha detto è stato: «Imparate a sparare con la
carabina». Che fine hanno fatto la libertà, il benessere, la grandezza
dell’Italia che voi, alla testa dei Mille, avete promesso al popolo ita-
liano quando gli avete proposto il vostro programma «Italia e Vit-
torio Emanuele»? È imparando a sparare con la carabina che si con-
quistano? No, vi ha risposto il popolo di Palermo, che vi ha anche
detto: «Generale, ci avete tratto in inganno, noi faremo quella rivo-
luzione che ci avete promesso invano». E per farvelo capire me-
glio, hanno infranto la vostra effigie, la stessa che prima della disil-
lusione era adorata da un capo all’altro dell’Italia.
In definitiva, se tutti questi partiti di cui abbiamo brevemente
parlato nulla possono per salvare quella stessa patria che stanno
mandando in rovina, chi mai sarà in grado di risolvere i difficili
problemi dell’oggi? Quale sarà l’elemento nuovissimo che riuscirà
ad abbattere ciò che è stato maldestramente eretto ma che è sciagu-
ratamente ancora ben saldo?
Esiste già una forza potente, invincibile, ancora inerte e tuttora
sconosciuta. Sola questa forza può fare l’onnipotente rivoluzione
dell’avvenire, può creare l’Italia libera, una, forte e grande di una
grandezza ben più splendida di quella di Roma e dell’era cristiana,
proprio perché discende dall’insegnamento della libertà, del di-
ritto, dell’eguaglianza e della felicità!
Questa forza è il vero popolo italiano.
Fino a oggi le rivoluzioni politiche in Italia sono state compiute
dai militari, dalla borghesia o dagli intellettuali che hanno talvolta
modificato le vecchie istituzioni con moti insurrezionali o con eroi-
che spedizioni che hanno sconfitto e cacciato i loro rappresentanti.
È a questa infima minoranza che dunque competono le amare di-
sfatte o le esaltanti vittorie, le disillusioni o i vantaggi, il martirio o
gli onori e un posto nella storia.
Ma la gran maggioranza del popolo italiano, i milioni di operai
e contadini, è rimasta estranea a tutti questi eventi. Solo in alcune

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occasioni una parte di essa è stata utilizzata in modo strumentale


dalla borghesia, combattendo al suo fianco; ma una volta assicurato
il trionfo, è subito tornata a essere considerata un pericolo. E nes-
suna delle sue giuste esigenze è stata soddisfatta in quanto contra-
rie agli interessi borghesi. La si è dunque ingannata, indegnamente
frustrata e tradita.
Questa maggioranza, l’unica che per noi rappresenta il popolo,
non ha alcuno dei diritti accordati alla borghesia da una lunga serie
di rivolgimenti: non la libertà politica, perché le sue condizioni so-
ciali ne rendono illusorio l’esercizio; non l’eguaglianza di diritto,
perché questa è contraddetta e annullata dall’ineguaglianza di fatto;
non il benessere, perché il suo lavoro è assorbito non solo dal capi-
tale e dalla materia, ma anche dallo Stato centralista, di cui ha do-
vuto pagare la grandezza e l’unità, che è un’esigenza borghese; non
infine conoscenza o storia, perché viene costantemente sospinta fra
le tenebre dell’ignoranza, in mezzo alle quali il protettorato mendace
delle caste privilegiate va a cercarla per ingannarla nuovamente.
Durante e dopo tutte le rivoluzioni, il popolo ha fatto sempre la
stessa cosa: ha sofferto e pagato.
Ha sofferto e pagato il governo e la giustizia, la Chiesa e la poli-
zia, la corona e il possidente, il lusso cittadino e le forze armate.
Ha pagato per tutto quel che fa, per andare e venire, per com-
prare e vendere, per bere, mangiare, respirare, scaldarsi al sole, na-
scere e morire. Ha pagato per essere autorizzata a lavorare!
Che cosa significavano, dunque, per questo popolo la Repub-
blica partenopea o quelle di Genova e Venezia? Perché mai dove-
vano essere interessati alla Repubblica romana del 1849 o alla cro-
ciata contro lo straniero, alle guerre del 1859 e ai sedicenti plebisciti
del 1860?
Quanto conta per 25 milioni di persone essere nominalmente
cittadini di una potenza europea di primo rango, ma al contempo
rimanere schiavi abbrutiti e miserabili? È mai possibile che tanti
milioni di operai e contadini insorgano e combattano al fianco dei
loro nemici per mantenere un ordine che li esclude, che li deruba

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del sacrificio che fanno con il loro sudore e il loro sangue? No. Lo
abbiamo visto in tutte le rivoluzioni, e domani sarà lo stesso o an-
cora peggio, perché il numero e l’amarezza dei disillusi è cresciuto.
Questa forza popolare, indispensabile all’Italia, invincibile di
fronte ai suoi nemici, non si avrà in nome dell’unità e della gran-
dezza nazionale, ma sarà necessario invocarla in nome di un’idea
che essa comprenda, sarà necessario trovare una leva potente che
possa farla insorgere. Questa leva è la giustizia, che per il popolo si-
gnifica una vera, completa e positiva emancipazione intellettuale, mo-
rale, politica, economica e sociale. Questa leva è la conquista della li-
bertà e del benessere di tutti e di ognuno nel proprio comune, nella
propria regione, nell’intera nazione.
Solo allora il popolo combatterà la sua prima e ultima battaglia.
E la vincerà grazie alla forza del numero, alla sua abnegazione, al-
l’odio accumulato e alla giusta sete di vendetta; la vincerà perché
sulla sua bandiera da un lato c’è scritto lavoro, cioè il motore dell’u-
manità, e dall’altro c’è scritto pane e libertà, cioè i bisogni essenziali
e i diritti inalienabili di ciascun uomo!
Se dunque l’Italia tutta non potrà essere libera, felice e grande se
non per mezzo della rivoluzione; se questa rivoluzione non potrà
farsi se non per mezzo del popolo; e se questo popolo non farà la ri-
voluzione se non a partire dalla propria emancipazione, allora
sgombriamo il campo dagli equivoci e indichiamo chiaramente in
che cosa essa consista.
Tre sono le tirannie secolari che hanno oppresso e abbrutito il
popolo; tre i nemici che deve vincere per avviarsi verso un avvenire
più radioso: la Chiesa, lo Stato centralista e i privilegi sociali che ne
derivano.
La Chiesa rappresenta per il popolo la tirannia della coscienza,
la scuola che inculca il servaggio politico e sociale, il furto e la frode
sul lavoro, l’ignoranza forzata delle classi operaie e contadine. La
Chiesa è il braccio destro, l’occhio vigile e spesso l’intelligenza della
monarchia e dello Stato; e anch’essa deve cadere travolta nel turbine
dell’ira popolare. Solo allora tutte le religioni e i culti saranno liberi

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e liberamente mantenuti a spese dei credenti; solo allora la reli-


gione di Stato, ripugnante violazione della libertà collettiva e indi-
viduale, sarà abolita e i beni di qualsiasi ordine, ente o comunità re-
ligiosa, in quanto frutto di menzogne, frodi ed estorsioni, saranno
confiscati e incamerati da comuni e province. Solo allora il prete e
il frate diverranno uomini onesti e cittadini nella pienezza dei loro
diritti civili e politici, e si manterranno tali perché, essendo indivi-
dualmente liberi di credere, predicare e celebrare a modo loro, non
saranno più i membri di una casta. E la società non riconoscerà più
l’esistenza giuridica di alcuna Chiesa o di alcun altra corporazione
religiosa, che perciò non avranno il diritto di possedere beni, di in-
dottrinare i bambini e di operare al di fuori del proprio tempio.
Lo Stato centralista, insieme ai suoi elementi costitutivi, hanno
ridotto l’Italia risorgimentale, come abbiamo appena visto, nelle
dolorose condizioni in cui si trova adesso; esso accentra e reprime
in modo violento tutta la vita locale, estendendo l’opera di demo-
ralizzazione e di dispotismo mascherato che sono la sua forza. Per
abbattere questa istituzione secolare è necessario distruggere in-
nanzi tutto gli elementi essenziali lo costituiscono: la monarchia, il
militarismo e la burocrazia.

1. La monarchia, questa istituzione ibrida, figlia della forza


bruta, intrisa di sangue e di violenza, si è da sempre appoggiata al
diritto divino propugnato dal cattolicesimo. Oggi invece rifiori-
sce, mendace, all’ombra del suffragio universale… Essa è stata e
sarà sempre, qualunque ne siano le forme, la negazione della li-
bertà e della dignità umane, costituendo il primo anello di una ca-
tena di asservimento. Essa ha vissuto per secoli sul lavoro del po-
polo, lo ha calpestato, ha disposto della sua vita, del suo onore delle
sue donne… Adesso basta.
Oltretutto, questa infamia non ha ormai alcuna ragione di esi-
stere, in quanto non può più pretendere di essere la rappresentante
in terra, la voce, di quel Dio onnipotente per la cui grazia esisteva.
Per prolungarsi la vita, oggi ha dovuto mutare di origine e forma;

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prima era Dio che ungeva e mandava i re a opprimere, uccidere,


derubare e violare il popolo, oggi è il popolo stesso che li chiama ed
elegge; prima si reggevano sul diritto della forza, oggi sulla forza
dell’ipocrisia e della demoralizzazione.
Fra le forme risibili ideate per mettere al riparo da ogni pericolo
questa vecchia cancrena vi è la forma costituzionale. Qui il re, in-
sieme ai ministri che giudica competenti (e che riesce sempre a repe-
rire), nomina e destituisce tutti i funzionari, è a capo dell’esercito e
mantiene le truppe, scioglie il parlamento e la guardia nazionale, so-
spende lo statuto, esige e spende le imposte, fa grazia della vita e
commina la morte, e al tempo stesso di nulla è responsabile. Per il re,
la legge del dovere è nulla. Perché dunque esistono questi parassiti?
Se non hanno doveri, perché hanno invece tanti diritti e privilegi?
Perché tante ricchezze accumulate sul lavoro e gli stenti del popolo?
Spazza via, popolo, questi vampiri coronati con il semplice sof-
fio di un tuo grido; esci dai tuoi fatiscenti tuguri e dilaga nei saloni
dorati dei loro superbi palazzi, riposa all’ombra dei loro giardini,
bevi l’acqua delle loro fontane… perché tutto è frutto del sudore
della tua fronte, del lavoro delle tue mani che essi ti hanno rubato.

2. Il militarismo è l’organizzazione della forza bruta, la demora-


lizzazione violenta, compiuta con leggi e discipline severissime, di
una parte della nazione sottratta al lavoro e alla cultura e ridotta a
strumento cieco e meccanico della monarchia, che sola se ne avvan-
taggia e che non può esistere senza di esso. Il soldato cessa di essere
un cittadino quando cessa di lavorare proficuamente per vivere a
spese della nazione, che lo mantiene tramite il re; il soldato non ha
opinioni proprie, non ha libertà di parola o di azione; l’alternativa
che gli si pone dinnanzi è la cieca obbedienza agli ordini dei suoi
superiori o la morte. Non vi è infamia, per quanto grande sia, alla
quale il soldato possa non obbedire quando gli viene imposta dal
caporale e via via su fino al generale e al re… A cosa sono dunque
serviti tanti secoli di riflessione, di sventure, di schiavitù, se la di-
gnità umana giace ancora così in basso?

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E non finisce qui. Il militarismo non è solo un’offesa alla dignità


umana, una violazione della libertà individuale e la distruzione
della libertà collettiva, ma è anche la rovina di una nazione, che
deve oltretutto mantenere la propria sventura, la propria umilia-
zione e la propria schiavitù. La civiltà, l’onore, e più ancora la li-
bertà e la felicità dell’Italia, sono in aperta contraddizione con l’e-
sistenza stessa di una simile organizzazione, che dopo la rivoluzione
non avrà ragione di esistere.
Allora, ogni soldato sarà cittadino e ogni cittadino soldato nei ri-
spettivi comuni e province. Allora, le terre non resteranno più in-
colte, la nazione non sarà più immiserita dal pagamento forzato di
somme strabilianti; centinaia di migliaia di uomini sapranno fi-
nalmente per che cosa e per chi si battono, e non vedremo più
quelle cataste di cadaveri vittime dei piani ambiziosi di uno o di
pochi, perché l’unica guerra dell’avvenire sarà per difendere la pro-
pria libertà nel rispetto della libertà di tutti.

3. La burocrazia è un gruppo di interesse che si è costituito a


danno della nazione; è una casta indispensabile alla sopravvivenza
della monarchia, che l’ha creata e che la mantiene con il denaro
del popolo. Per giustificare l’esistenza di questa genìa, che glorifica
i prìncipi, obbedisce ai governi e calpesta il popolo, si sono ideati
mille giri e raggiri, funzioni e servizi, che in definitiva si risolvono
in una somma favolosa contabilizzata nei bilanci, in una presenza
preponderante nelle votazioni, in un appoggio stabile alla monar-
chia e ai governi di una buona fetta della nazione affinché l’ordine
attuale di cose permanga, o magari peggiori. Il centralismo è indi-
spensabile all’esistenza e all’espansione della burocrazia, perché
senza di esso cessa la sua ragion d’essere, la sua apparente ovvietà.
Se infatti l’amministrazione pubblica tornasse ad avere la sua auto-
nomia comunale e provinciale, non ci sarebbe più bisogno di pa-
gare questi grassi stipendi a burocrati inutili e oziosi.
Una volta soppressi questi tre elementi, verrebbe di fatto a man-
care anche la ragion d’essere di uno Stato centralista, che è il frutto

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e lo strumento della tirannia. Con la rivoluzione, quest’ultimo ces-


serà di esistere, perché nessun popolo intenderà più rinunciare al
benessere per sprofondare nella miseria, calpestare il proprio senso
morale per farsi progressivamente svilire, rinunciare cosciente-
mente alla libertà per subire una vergognosa schiavitù. E sono ap-
punto questi gli effetti del centralismo e della concezione forzosa-
mente unitaria della monarchia.
Diciamo forzosamente, perché la monarchia ha travisato il senso
pratico della parola unità, che invece di essere, come dovrebbe, la
libera associazione dei liberi comuni nelle province e delle province
nella nazione, per la monarchia è una mera conquista spacciata da
annessione spontanea. Lungi dal plasmare per una volta il suo de-
stino, di disporre sovranamente di sé almeno per una volta, l’Italia
ha subìto le leggi, le estorsioni e il disprezzo per quella popolazione
che avrebbe dovuto beneficiare di questa unità, attuata con vio-
lenza dall’alto verso il basso in forma di conquista.
Rovesciata la monarchia, abolito il militarismo, soppressa la bu-
rocrazia, si dispiegherà spontaneamente, sulla spinta di un biso-
gno irresistibile, un processo di totale decentramento, e la nostra
Italia si riorganizzerà così dal basso verso l’alto, e l’unità non pog-
gerà più sulla violenza bensì sulla libertà.
Infine, con i termini privilegi sociali noi intendiamo esprimere
l’ingiustizia della società verso le classi operaie e contadine, la spro-
porzione esistente fra il lavoro e il salario e la schiavitù del lavoro.
Il proletariato è una delle piaghe sanguinanti della nostra epoca,
nonostante esso includa la maggioranza dei cittadini. L’operaio e il
contadino, senza il lavoro dei quali la materia e il capitale non var-
rebbero nulla, invece di essere gli associati del possidente e del ca-
pitalista, oggi ne sono gli schiavi e quasi sempre le vittime.
Un tale stato di cose non può più continuare: le vittime sono in-
fatti la maggioranza. Ed è per questo che rigettiamo i terribili rivol-
gimenti in cui, nel parossismo della vendetta popolare, non sareb-
bero più rispettati né gli uomini né le cose. Piuttosto, accettiamo
oggi, per senso di giustizia, quanto il popolo lavoratore potrebbe

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domani rivendicare con la forza, ovvero l’emancipazione del lavoro


dal capitale e dalla materia.
Senza il lavoro, la materia è inerte e improduttiva; senza il la-
voro, le montagne d’oro non producono oro. Non sono il capitale
o la materia a creare ciò che è a disposizione dell’umanità, ma è il
lavoro. Giustizia dunque; perché noi vogliamo la libertà per tutti,
ma al tempo stesso gridiamo forte: eguaglianza fra tutti. Per questo
vogliamo che la base della società sia il lavoro, che nessuno abbia il
diritto di vivere sul lavoro altrui, che l’ozio, con il suo godimento
immeritato dei beni, delle gioie, del benessere della vita, faccia da
oltraggioso e beffardo contrappasso al lavoro.
Non c’è alcun bisogno di sviluppare queste idee: sono facili e
ovvie; ogni uomo onesto ne è ben cosciente. E per quelli che invece
non le comprendono, è inutile sprecare ulteriori parole perché non
le comprenderanno mai.
Giunti al termine del nostro discorso, chiudiamo questo pro-
gramma con la seguente dichiarazione: noi confidiamo solo in una
rivoluzione fatta dal popolo per la sua positiva e completa emanci-
pazione; una rivoluzione che fondi l’Italia come una libera repub-
blica, composta da liberi comuni, liberamente uniti fra loro in una
libera nazione.
Ritorneremo sull’argomento.

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CAPITOLO SECONDO

Le cinque nazioni*

In Italia vi sono almeno «cinque nazioni»:

1. I clericali, dal papa all’ultima beghina.


2. La consorteria [in italiano nel testo], ovvero la grande borghe-
sia, compresa la nobiltà.
3. La media e la piccola borghesia.
4. Gli operai delle fabbriche e delle città.
5. I contadini.

Ora, io vi domando, come è possibile affermare che queste cin-


que nazioni – e volendo potrei annoverarne anche di più, cioè: a)
la corte, b) la casta militare, c) la casta burocratica – possano avere
una medesima fede e aspirazioni comuni?
Prendiamole in esame una alla volta.

1. I clericali non costituiscono, propriamente parlando, una

* Titolo originale Lettre à mes amis d’Italie (1871).

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classe ereditaria; nondimeno sono una classe permanente. Compo-


sta al vertice dai prìncipi della Chiesa, reclutati in massima parte
nell’alta aristocrazia, e alla base da quel popolo delle campagne che
le fornisce la massa di preti subalterni, rinnovata artificialmente
grazie ai seminari, e obbediente come un’armata ben disciplinata
alla Compagnia di Gesù, questa casta ha una storia e tradizioni
tutte italiane, e persino un patriottismo tutto suo. Ed è proprio
questo uno dei motivi per cui Mazzini, malgrado le notevoli diver-
genze teoriche e politiche, nutre una segreta tenerezza, quasi invo-
lontaria, per questa casta. Un altro motivo è il suo rispetto verso i
preti. Quantunque il Profeta italiano sia assolutamente disponi-
bile a sostituire i preti della vecchia Chiesa cattolica con quelli della
sua nuova «Chiesa mazziniana», nondimeno rispetta in modo istin-
tivo, ma anche consapevole, il loro carattere sacerdotale, e scaglia
fulmini contro tutti coloro che li attaccano: la Comune di Parigi,
l’Internazionale, i liberi pensatori e Garibaldi. Lo speciale patriot-
tismo dei clericali italiani consiste nella tendenza a subordinare il
clero degli altri paesi al clero italiano e a far prevalere il pensiero re-
ligioso italiano, l’ultramontanismo, nei concili ecumenici, a co-
minciare dal Concilio di Trento fino a quello ben più recente di
Roma.
Ho forse bisogno di dimostrare, a voi italiani, che questa casta,
pur se perfettamente italiana per costumi, lingua e cultura, è sempre
stata ed è ancor oggi estranea e ostile a tutte le aspirazioni della
grande nazione italiana? Del resto, malgrado questo speciale pa-
triottismo, per la sua posizione e i suoi dogmi questa casta è di fatto
internazionale.

2. Passiamo alla consorteria. È una nuova classe, creata dall’uni-


ficazione d’Italia, e comprende nel suo seno tutta la ricca borghesia
e quella parte di nobiltà, più o meno ricca, che non si è infeudata
nella casta clericale. La potenza di questa classe si riassume nelle
grandi proprietà e nelle grandi transazioni industriali, commerciali
e finanziarie, che includono il sistema bancario. Ai suoi figli vanno

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tutti i più importanti e lucrosi incarichi negli apparati dello Stato;


anzi, è la casta statale per eccellenza. E per sapere ciò che è e ciò che
fa non devo far altro che dare una scorsa ai vostri giornali. Si tratta
infatti di una vasta congrega di persone «integerrime» dedite a de-
predare con sistematicità la povera Italia. È questa casta che incarna
il processo di unificazione e il galoppante centralismo statale, dato
che questo centralismo significa grandi affari, grandi speculazioni e
furti colossali. È una classe che non ha alcuna fede, ma che è pronta
a riconciliarsi e ad allearsi con la casta clericale perché è persuasa che
il popolo abbia maledettamente bisogno della religione.
Ricorderete bene l’affare Ricasoli – del 1865-1866 – e il famoso
progetto clerico-finanziario di Cambray-Digny per il riscatto dei
beni della Chiesa, ovvero l’alleanza della Banca con la Sacrestia.
La consorteria, d’altronde, non è altera ed esclusiva come l’ari-
stocrazia inglese. Infatti, a differenza di quest’ultima, coopta vo-
lentieri tutte le intelligenze che rimanendo all’esterno potrebbero
diventare pericolose, mentre accolte nel suo seno le apportano
nuove forze contro un paese che intendono sfruttare e che è abba-
stanza ricco per nutrire alcune centinaia di malandrini in più.
Non ho bisogno di dirvi che questa classe non è per nulla pa-
triottica; lo è certamente meno della casta clericale, anzi è decisa-
mente più cosmopolita. Creata dalla civiltà moderna, non ricono-
sce altra patria all’infuori della speculazione mondiale e ciascuno
dei suoi membri sfrutterebbe e deprederebbe altrettanto volentieri
qualsiasi paese come la sua cara Italia. Questa classe non ha altra
aspirazione se non quella di riempire le proprie tasche a scapito
della prosperità nazionale.

3. Passiamo alla terza casta, cioè la media e piccola borghesia. È


questa la casta che per cultura, libertà e progresso ha plasmato tutta
la storia recente dell’Italia: arti, scienza, letteratura, lingua, indu-
stria, commercio, istituzioni municipali… tutto è stato creato dalla
media e piccola borghesia. Suo lo sforzo supremo che ha portato al-
l’unità politica d’Italia. È dunque la classe patriottica per eccel-

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lenza, e nel suo seno Mazzini e Garibaldi, e ben prima di loro i


Pepe, i Balbo, i Santarosa, hanno reclutato i soldati, i martiri, gli
eroi della rivoluzione italiana. Vedete dunque, cari amici, che io
rendo piena giustizia a questa classe, e mi inchino rispettosamente
e sinceramente innanzi al suo passato. Ma questo medesimo spirito
di giustizia mi fa riconoscere che essa oggi è completamente esau-
rita, sterile, rinsecchita come un limone dal quale una così lunga e
memorabile storia ha spremuto ogni succo; che essa oggi è morta
e che nessun miracolo, neppure l’eroismo dittatoriale del generale
Garibaldi o le prestidigitazioni teologiche di Mazzini, sapranno re-
suscitare. È morta, e diviene ogni giorno più impotente, più vile,
più immorale, più bestiale. È un corpo immenso che va via via im-
putridendo. E lo potete constatare guardando la stragrande mag-
gioranza della sua gioventù o i membri del parlamento italiano,
che escono quasi esclusivamente dal suo seno.
La media borghesia, nella quale io annovero anche la classe dei
proprietari terrieri, nobili o non nobili, i quali, senza essere molto
ricchi, vivono comunque agiatamente, subisce oggi economica-
mente, e quindi politicamente, il giogo della consorteria, che la
domina grazie anche alla vanità: passione che, fra tutte, è forse la
più potente in questa porzione della borghesia italiana, potente al-
meno quanto la sete di guadagno. Questa casta è doppiamente in-
feudata all’ordine di cose esistenti, che incatenandola a sé la rovina
senza che il processo risulti palese. Per tutte le sue imprese indu-
striali e commerciali essa ha infatti bisogno del credito, e il credito
è dispensato dalla Banca, cioè da una casta più alta: la consorteria.
Nessun affare, per quanto poco consistente, può essere oggi con-
cluso senza il consenso della consorteria (ne è un esempio l’affare
recentissimo delle acque a Napoli), e la consorteria non accorda il
suo credito e la sua protezione se non a chi vota per lei.
L’altro legame è quello che la unisce direttamente allo Stato. I
figli di questa classe occupano tutte le cariche burocratiche, giudi-
ziarie, poliziesche e militari dell’apparato statale. La loro carriera di-
pende dalla buona condotta, cioè dalla sottomissione politica dei

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loro parenti. Ora, quale padre sarebbe così snaturato da votare con-
tro la carriera del figlio?
Lo Stato italiano è disastroso e disastrato. Si mantiene a stento
solo schiacciando il paese sotto il peso delle imposte; e quel tanto
di ricchezza che rimane a quest’ultimo, serve per foraggiare la con-
sorteria. Alla media borghesia non restano quindi che le briciole,
così la vita diventa ogni giorno più cara, il lusso sempre più raffi-
nato, e con il lusso diventa più raffinata anche la vanità borghese.
Questa vanità, abbinata alla scarsezza delle proprie risorse, la fa vi-
vere in continui imbarazzi che la prostrano, la demoralizzano, le
turbano il cuore e vanificano quel poco di dignità e di spirito che
ancora le restava. Lo ribadisco: questa classe, un tempo così po-
tente, intelligente e prospera, oggi cammina lentamente ma fatal-
mente verso la propria rovina, anzi è già morta, tanto intellettual-
mente quanto moralmente. Non ha più né fede, né pensiero, né
aspirazioni di sorta. Non vuole e non può tornare indietro, ma non
osa nemmeno andare avanti; così vegeta giorno per giorno, ango-
sciata dalle ristrettezze finanziarie e dalla vanità sociale, che ormai
le corrodono il cuore.
Da questa classe escono ancora […] dei bravi giovani pieni di
aspirazioni generose e di ideali, che però sono eccessivamente igno-
ranti, disorientati e spersi nella realtà arida, servile e corrotta che
contrassegna la vita della società borghese oggi in Italia. Tuttavia,
rendiamole giustizia. Tra tutte le gioventù dell’Europa occidentale,
la gioventù italiana è quella che ha dato il maggior numero di eroi
[…]. Ho anche detto che è eccessivamente ignorante; ma non ne
ha colpa. Le università e le scuole d’Italia, prime un giorno in Eu-
ropa, sono oggi rimaste indietro di un secolo, anche solo parago-
nate a quelle francesi. […] Nondimeno, essendosi abituata a cer-
care il proprio pensiero in quello di Mazzini e a cercare la propria
volontà in quella di Garibaldi, è diventata una gioventù dal cuore
grande ed eroica, ma del tutto priva di volontà e cervello propri. E
il peggio è che si è anche abituata a considerare con disprezzo le
moltitudini popolari, a non tenerne affatto conto. Il patriottismo

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astratto di cui si è nutrita per anni alla scuola dei suoi grandi mae-
stri, Mazzini e Garibaldi, finalizzato solo ed esclusivamente all’in-
dipendenza, alla grandezza, alla potenza, alla gloria, all’onore e, se
vogliamo, alla libertà dello Stato unitario, […] l’ha portata a con-
siderare il popolo come una sorta di materiale plastico a disposi-
zione di questo Stato, come una massa passiva, più o meno bruta,
che si deve ritenere onorata e felice di servire come strumento per
conseguire… che cosa? Ma la grandezza e (nel gergo mazziniano-
garibaldino) la libertà dell’Italia.
Se la gioventù si fosse presa la briga di riflettere, avrebbe forse
compreso da tempo che questa indifferenza ben sedimentata delle
masse popolari per i destini dello Stato italiano, lungi dall’essere di-
sonorevole, testimonia della loro intelligenza istintiva, grazie alla
quale intuiscono che questo Stato unitario e centralista non solo,
per sua stessa natura, è a loro estraneo, anzi ostile, ma è proficuo
solo per le classi privilegiate, la cui predominanza e ricchezza garan-
tisce a loro detrimento. La prosperità dello Stato comporta la mi-
seria della nazione reale, del popolo; la grandezza e la potenza dello
Stato comportano l’asservimento del popolo. […]
In definitiva, dopo aver compiuto un’opera gloriosa, la gioventù
italiana è adesso chiamata a compierne un’altra ancora più gloriosa:
deve aiutare il popolo italiano a distruggere quello Stato unitario
che ha fondato con le sue stesse mani. Deve contrapporre alla ban-
diera unitaria di Mazzini la bandiera federale della nazione italiana,
del popolo italiano.
Ma bisogna saper distinguere tra federalismo e federalismo. In
Italia esiste una tradizione federalista regionale che oggi è diventata
una menzogna politica e storica. Diciamolo una volta per tutte: il
passato non torna mai, e sarebbe una grave sventura se tornasse. Ri-
spetto ai liberi comuni e alle associazioni operaie di oggi, quel fe-
deralismo regionale sarebbe infatti solo un’istituzione aristocratico-
consortesca, ovvero un ordinamento politico dall’alto verso il basso.
Un ordinamento veramente popolare comincia invece con un mo-
vimento dal basso, con l’associazione dei municipi. Solo così, orga-

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nizzandosi dal basso verso l’alto, il federalismo diviene un’istitu-


zione politica del socialismo, l’ordinamento libero e spontaneo
della vita popolare. […]
Torniamo ora all’esame delle classi e delle nazioni che compon-
gono l’Italia moderna. Sulla piccola borghesia ho poco da dire.
Questa non differisce granché dal proletariato, essendo quasi al-
trettanto sventurata. Non darà inizio alla rivoluzione sociale, ma vi
si getterà dentro a capofitto.
Il vero popolo è invece composto dal proletariato delle città e dai
contadini, con il primo naturalmente più avanzato dei secondi.

4. Il proletariato delle città ha un passato patriottico che in pa-


recchie città italiane risale addirittura al Medio evo; come il prole-
tariato di Firenze, per esempio, che si distingue oggi, fra tutti, per
una certa apatia, per un’assenza marcata di passioni forti ed energi-
che. Si direbbe che il suo grande compito storico l’abbia almeno in
parte esaurito, come d’altronde lo ha esaurito anche la borghesia
fiorentina, la cui scettica indifferenza si esprime in modo pittoresco
con il suo «Che! Che!». Il proletariato urbano italiano, essenzial-
mente municipalista, profondamente separato, in tutta la storia d’I-
talia, dalla gran massa dei contadini, forma una classe certamente
molto sventurata, molto oppressa, e tuttavia una classe ereditaria e
ben definita. Proprio in quanto classe, esso è sottoposto alla fatale
legge storica che ne determina lo sviluppo e la durata in base a
quanto ha fatto e a come è vissuta nel passato. Individualità collet-
tive, tutte le classi finiscono con l’esaurirsi, come gli individui. Lo
stesso può dirsi dei popoli considerati nel loro insieme, con questa
differenza: che ogni popolo, abbracciando tutte le classi e anche
quelle masse che non sono giunte a costituirsi in classi, è infinita-
mente più ampio, ha considerevolmente più materia, e di conse-
guenza ha un tragitto più lungo da percorrere rispetto alle singole
classi che si sono formate nel suo seno. Ma se l’individualità collet-
tiva è certamente più ricca e potente, a lungo andare finisce an-
ch’essa per esaurirsi. Ed è precisamente questo fatale esaurimento fi-

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siologico e storico a dar ragione di quel doppio movimento oggi in


atto, che per un verso spinge le classi a confondersi nelle grandi
masse popolari, e per l’altro porta i popoli e le nazioni a crearsi una
nuova vita più feconda e piena nella prospettiva dell’Internazio-
nale. L’avvenire, un avvenire con tempi lunghi, rimanda dapprima
alla costituzione di una Internazionalità europeo-americana. Più
tardi, molto più tardi, questa grande nazione europeo-americana si
confonderà organicamente con l’agglomerazione asiatica e africana.
Ma un futuro così è talmente lontano che non se ne può ancora
parlare in modo positivo e preciso. Ritorno perciò al proletariato
italiano.
Quanto più questo proletariato ha partecipato politicamente al
passato storico, tanto meno ha un futuro come classe separata dalla
massa dei contadini. Ho mostrato come la partecipazione del pro-
letariato fiorentino allo sviluppo e alle lotte municipali del Medio
evo, l’abbia poi fatto assopire per lungo tempo. Dall’inizio del di-
ciannovesimo secolo, dopo un sonno forzato di almeno tre secoli,
il proletariato lombardo, veneto, genovese e di tutta l’Italia cen-
trale ha preso parte più o meno attiva ai sollevamenti, alle cospira-
zioni e alle spedizioni patriottiche di cui sono pieni gli annali della
gioventù borghese negli ultimi settant’anni. Il risultato di questo
processo è stato che si è costituito nel suo seno un partito, una mi-
noranza mazziniana-garibaldina molto determinata, che si è poi
infeudato completamente alla politica della repubblica unitaria
borghese. Se il proletariato italiano avesse seguito questo esempio,
non esisterebbe più e bisognerebbe cercare altrove l’avvenire d’Ita-
lia, cioè nella sola massa dei contadini, massa informe, bruta, ma
intatta e ricca di elementi che non sono stati sfruttati dalla storia.
Fortunatamente, il proletariato urbano, anche quello che giura
sui nomi di Mazzini e Garibaldi, non si è mai mazzinizzato o gari-
baldinizzato completamente, e non l’ha fatto per la semplice ra-
gione che è appunto proletariato, ossia una massa oppressa, deru-
bata, maltrattata, miserabile, che, costretta dalla fame a lavorare, ha
necessariamente assunto la morale e la logica del lavoro.

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Gli operai mazziniani e garibaldini potranno ben condividere i


programmi di Mazzini e di Garibaldi, ma nel loro ventre, nei volti
lividi e scavati dei loro figli e dei loro compagni di miseria e soffe-
renza, nella loro schiavitù reale di ogni giorno, vi sarà sempre qual-
cosa che grida alla rivoluzione sociale! Essi sono tutti socialisti loro
malgrado, con l’eccezione di alcuni individui – forse uno su mille
– che per ingegno, fortuna o astuzia sono in grado di accedere al
mondo borghese. Tutti gli altri, cioè la gran massa degli operai
mazziniani e garibaldini, pur ritenendosi tali – alcuni per immagi-
nazione, molti per abitudine – in realtà sono e non possono essere
altro che socialisti rivoluzionari.
E oggi, cari amici, è questo il vostro dovere: organizzare una
propaganda intelligente, onesta, partecipe e soprattutto perseve-
rante per farglielo comprendere. Per raggiungere questo obiettivo,
non dovrete far altro che presentare il programma dell’Internazio-
nale, facendo loro toccare con mano quel che vi si afferma. E se vi
organizzerete in tutta Italia, se agirete in buona armonia, con spi-
rito fraterno, senza riconoscere altro capo se non la vostra giovane
collettività, io vi garantisco che nel giro di un anno non vi saranno
più operai mazziniani e garibaldini, perché tutti saranno diventati
socialisti rivoluzionari, patrioti senza alcun dubbio, ma nel senso
pienamente umano di questa parola, cioè patrioti e internazionali-
sti a un tempo. Voi avrete così creato la base incrollabile della pros-
sima rivoluzione sociale, la quale salverà l’Italia e le restituirà la
vita, l’intelligenza e tutta l’iniziativa che le è propria per essere una
delle nazioni umanamente più progredite d’Europa. […]

5. I contadini sono l’immensa maggioranza della popolazione


italiana, rimasta quasi completamente vergine perché non ha avuto
ancora una sua storia, dato che tutta la storia del vostro paese, come
ho già osservato e come voi sapete meglio di me, si è finora esclu-
sivamente concentrata nelle città, ben più che negli altri paesi eu-
ropei. I vostri contadini non hanno partecipato a questa storia, e
non la conoscono se non per i contraccolpi che hanno ricevuto a

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ogni nuova fase del suo svolgimento, per la miseria, la schiavitù e le


sofferenze innumerevoli che essa ha loro imposto. A causa di tutte
queste sventure che sono piovute loro addosso dalla città, i conta-
dini naturalmente non amano le città né i loro abitanti, compresi gli
stessi operai, i quali li hanno sempre trattati con una certa suppo-
nenza, cosa che ora pagano con la diffidenza. Ed è questo rapporto
storicamente negativo dei contadini italiani con la politica della
città quello che nelle campagne conferisce potere ai vostri preti, e
non la religione. I vostri contadini sono superstiziosi, ma niente af-
fatto religiosi; amano la Chiesa per la sua messinscena scenografica,
per le sue cerimonie recitate e cantate che interrompono la mono-
tonia della vita rurale. La Chiesa è per essi come un raggio di sole in
una vita di stenti e di lavoro omicida, di dolori e di miseria.
Certamente i contadini non detestano i preti, soprattutto quelli
che vivono in campagna, dato che la maggioranza di questi è uscita
dal loro seno. Non vi è quasi contadino che non abbia nella Chiesa
un parente vicino o per lo meno un lontano cugino. I preti, pur
sfruttandoli bonariamente e facendo far figli alle loro mogli e figlie,
dividono con essi la loro vita e in parte ancora la loro miseria. Non
hanno per essi quel superbo disprezzo che dimostrano i borghesi,
ma vivono con loro familiarmente, da buoni diavoli, facendo
spesso la parte del buffone. Il contadino spesso ne ride, ma non li
detesta perché gli sono familiari come gli insetti che pullulano sulla
sua testa, fra i suoi capelli.
D’altra parte, appare evidente che non appena la rivoluzione so-
ciale scoppierà, molti di questi preti vi si getteranno a capofitto.
L’hanno già fatto in Sicilia e nel napoletano nell’epoca della rivolu-
zione politica. Che cosa avverrà nel corso della rivoluzione sociale?
Il prete di campagna, che è popolo per sua natura e per buona parte
delle condizioni di vita, non è attratto né soddisfatto dalla rivolu-
zione politica, che è astratta, metafisica, illusoria e ingannatrice per
le masse popolari. Ma la rivoluzione sociale, che è una rivoluzione
della vita stessa, lo trascinerà irresistibilmente come trascinerà tutto
il popolo delle campagne. Non la propaganda del libero pensiero,

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ma la rivoluzione sociale potrà estirpare la religione dal popolo. La


propaganda del libero pensiero è certamente molto utile, anzi è
uno strumento indispensabile per convertire gli individui già pro-
grediti, ma non farà breccia nel popolo, perché la religione non è
solo un’aberrazione, un travisamento del pensiero, bensì è soprat-
tutto una protesta della natura vivente, potente, delle masse contro
le ristrettezze della vita reale. Il popolo va in chiesa come va in oste-
ria, per stordirsi, per dimenticare la miseria, per immaginarsi, al-
meno per pochi istanti, eguale, libero e felice al pari di tutti gli
altri. Dategli un’esistenza umana e non andrà più né all’osteria né
in chiesa. Ebbene, questa esistenza umana gliela potrà e dovrà dare
solo la rivoluzione sociale.
In gran parte d’Italia il contadino è miserabile, ben più misera-
bile dell’operaio di città. Non è un piccolo proprietario come in
Francia, il che è una buona cosa dal punto di vista della rivolu-
zione, e solo in poche regioni conduce un’esistenza sopportabile
come mezzadro. La massa dei contadini italiani rappresenta già di
per sé un esercito immenso e onnipotente per la vostra rivoluzione
sociale. Guidato dal proletariato urbano e organizzato dalla gio-
ventù socialista rivoluzionaria, questo esercito sarà invincibile.
Di conseguenza, cari amici, quello che dovete fare, nel momento
stesso in cui organizzate gli operai urbani, è trovare i mezzi per
rompere il ghiaccio che separa il proletariato delle città dal popolo
delle campagne, e così unire questi due popoli in un popolo unico.
Sta qui la salvezza dell’Italia. Tutte le altre classi devono scomparire
dal suo suolo, non come individui ma come classi. Il socialismo
non è crudele: è mille volte più umano del giacobinismo, cioè della
rivoluzione politica. Non ce l’ha con le persone, per quanto scelle-
rate siano, in quanto sa bene che tutti gli individui, buoni o cattivi,
sono solo il fatale prodotto della posizione sociale che la storia e la
società hanno loro attribuito. I socialisti, è vero, non potranno im-
pedire che, nel suo primo slancio di furore, il popolo faccia piazza
pulita di qualche centinaio di individui tra i più odiosi, perfidi e pe-
ricolosi; ma una volta che l’uragano sarà passato, si opporranno

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con tutta la loro energia alla macelleria ipocrita, politica e giuri-


dica, organizzata a sangue freddo.
Il socialismo fa una guerra spietata alle «posizioni sociali», non
agli uomini; e una volta distrutte e spazzate via queste posizioni,
una volta disarmati e privati di tutti i mezzi di azione gli uomini
che le occupano, questi uomini diventeranno inoffensivi e molto
meno potenti, ve lo garantisco, del più ignorante degli operai; per-
ché la loro potenza attuale non risiede in loro stessi, in un loro va-
lore intrinseco, ma nelle ricchezze che possiedono e nell’appoggio
dello Stato.
La rivoluzione sociale, dunque, non solo li risparmierà, ma dopo
averli fatti cadere e privati delle loro armi, li aiuterà a rialzarsi e
dirà loro: «E ora, cari compagni, ora che siete diventati nostri
eguali, mettetevi bravamente a lavorare con noi. Nel lavoro, come
in tutto, il primo passo è quello più difficile, e noi vi aiuteremo
fraternamente a superarlo». Se poi, taluni che sono validi e forti
non vorranno guadagnarsi la vita con il proprio lavoro, avranno
tutto il diritto di morire di fame, a meno che non preferiscano vi-
vere umilmente e miserevolmente della carità pubblica, che certo
non rifiuterà loro lo stretto necessario.
Quanto ai loro figli, non vi è alcun dubbio sul fatto che essi di-
venteranno valenti lavoratori e uomini liberi ed eguali. Nella so-
cietà vi sarà certamente meno lusso, ma incontestabilmente una
ben maggiore ricchezza; e oltretutto vi sarà un lusso oggi ignoto ai
più: il lusso dell’umanità, del pieno sviluppo e della piena libertà di
ciascuno nell’eguaglianza di tutti. È questo il nostro ideale.

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CAPITOLO TERZO

Sporchi, brutti e cattivi*

In Italia, la campagna contro l’Associazione internazionale dei lavo-


ratori è stata lanciata a partire da tre postazioni diverse. Innanzi
tutto, come era facile aspettarsi, il papa in persona l’ha scomuni-
cata. E l’ha fatto in modo alquanto originale, ovvero confondendo
in uno stesso anatema i membri dell’Internazionale e i massoni, i
giacobini e i razionalisti, i deisti e i cattolici liberali. Secondo la de-
finizione del santo-padre, rientra in quella riprovevole Associazione
chiunque non si sottometta ciecamente al flusso della sua ispirata
eloquenza. Circa ventisei anni fa, un generale prussiano dava una
definizione molto simile del comunismo: «Sapete», diceva ai suoi
soldati, «che cosa vuol dire essere comunista? Vuol dire pensare e
agire contro il pensiero e la volontà augusti di Sua Maestà il Re».
Ma il papa cattolico-romano non è stato il solo a gettare l’ana-
tema contro l’Associazione internazionale dei lavoratori. Il celebre
rivoluzionario Giuseppe Mazzini, conosciuto in Russia più come
patriota, cospiratore e agitatore italiano che come deista-metafi-

* Titolo originale Etatisme et anarchie (1873), estratti.

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sico e fondatore di una nuova Chiesa; sì, proprio Mazzini, nel


1871, all’indomani della disfatta della Comune di Parigi, quando
i feroci esecutori dei selvaggi ordini di Versailles fucilavano migliaia
di comunardi disarmati, ha giudicato utile e necessario associare
all’anatema cattolico-romano e alle persecuzioni poliziesche e go-
vernative la sua propria maledizione, apparentemente patriottica e
rivoluzionaria, ma di fatto molto borghese e teologica. Egli spe-
rava che i suoi discorsi sarebbero stati sufficienti a spegnere, in Ita-
lia, le simpatie per la Comune e a distruggere sul nascere le sezioni
dell’Internazionale che vi erano state fondate. Ma in realtà si è pro-
dotto l’esatto contrario: niente ha contribuito ad accrescere quelle
simpatie e a moltiplicare le sezioni dell’Internazionale più di quel
roboante e solenne anatema.
Neppure il governo italiano, nemico del papa ma ancor più di
Mazzini, se ne è rimasto a dormire. Inizialmente non aveva capito
il pericolo che gli faceva correre l’Internazionale, che si era rapida-
mente sviluppata nelle città e nelle campagne italiane. Era con-
vinto che la nuova Associazione avrebbe potuto contrastare i pro-
gressi della propaganda borghese-repubblicana di Mazzini e, sotto
questo aspetto, non si sbagliava; ma ben presto si è anche reso
conto che diffondere i principi della rivoluzione sociale in una po-
polazione in fermento, che esso stesso aveva condotto ai limiti
estremi della miseria e dell’oppressione, era molto più pericoloso
delle agitazioni e delle imprese politiche di Mazzini. La morte del
grande patriota italiano, di poco successiva al suo violento attacco
alla Comune di Parigi e all’Internazionale, ha tranquillizzato, da
quel lato, il governo italiano. Decapitato, il partito mazziniano non
gli ha fatto più correre il minimo pericolo. La disgregazione di quel
partito è ormai evidente e dato che i suoi principi e i suoi fini,
come anche i suoi effettivi, sono squisitamente borghesi, esso lascia
trasparire i sintomi evidenti della clorosi che oggi colpisce tutto
ciò che la borghesia intraprende.
Tutt’altra cosa sono la propaganda e l’organizzazione dell’Inter-
nazionale in Italia. L’una e l’altra si indirizzano direttamente ed

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esclusivamente agli ambienti proletari più poveri che, in Italia come


in tutti i paesi europei, hanno in sé la vita, la forza e l’avvenire della
società moderna. Solo alcune individualità del mondo borghese,
che odiano con tutto il loro essere l’attuale ordine politico, econo-
mico e sociale, sono confluite in questi ambienti, girando le spalle
alla loro classe di provenienza e dedicandosi interamente alla causa
del popolo. Queste individualità sono poco numerose, e tuttavia
preziose, a condizione beninteso che, oltre ad avere in odio le aspi-
razioni al dominio della borghesia, esse abbiano anche cancellato
le ultime vestigia di ambizione personale; in questo caso, lo ribadi-
sco, sono davvero preziose. Il popolo dà loro la vitalità, la forza degli
elementi e un campo di azione; in compenso, esse gli apportano
conoscenze positive, metodi di astrazione e di analisi, così come
l’arte di organizzarsi e di costituire alleanze, che a loro volta creano
quella forza combattente cosciente senza la quale la vittoria è in-
concepibile.
Tanto in Italia quanto in Russia, c’è un numero piuttosto con-
siderevole di questi uomini nel fiore degli anni, un numero incom-
parabilmente maggiore che in qualsiasi altro paese. Ma ciò che è in-
finitamente più importante è l’esistenza, in Italia, di un vasto
proletariato dotato di un’intelligenza straordinaria, pur se in gran
parte privo di istruzione e profondamente misero, composto da 2-
3 milioni di operai che lavorano nelle città e nelle fabbriche, così
come da piccoli artigiani e da circa 20 milioni di contadini che
non posseggono nulla. Come è stato già detto, a causa di un appa-
rato amministrativo gestito dalle classi superiori e fondato sull’op-
pressione e la spoliazione, sotto lo scettro liberale del re, il liberatore
o meglio l’accaparratore delle terre italiane, questa massa innume-
revole di individui è ridotta in una situazione talmente disperata
che gli stessi sostenitori e funzionari dell’attuale amministrazione
pubblica cominciano ad ammettere, e ad affermare in parlamento
e sui giornali ufficiali, che non si può continuare a lungo su questa
via, che è importante fare qualcosa per il popolo se si vuole evitare
un sollevamento che prenderebbe d’assalto tutto.

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Forse da nessuna parte la rivoluzione sociale è così vicina come in


Italia; sì, da nessuna parte, senza eccettuare la stessa Spagna, benché
in questo paese sia già ufficialmente in corso una rivoluzione e in
Italia tutto sia in apparenza calmo. In Italia, il popolo intero attende
la rivoluzione sociale e giorno dopo giorno le va coscientemente in-
contro. È facile immaginare con quale ampiezza, sincerità e pas-
sione il proletariato abbia accettato e continui ad accettare il pro-
gramma dell’Internazionale. In Italia non vi è, come in molti altri
paesi europei, un ceto operaio separato, in parte già privilegiato gra-
zie ad alti salari, il quale non solo ostenta qualche conoscenza lette-
raria ma è a tal punto impregnato delle idee, delle aspirazioni e delle
vanità borghesi che gli operai integrati in quell’ambiente si diffe-
renziano dai borghesi per la loro condizione ma non per le loro at-
titudini. Soprattutto in Germania e in Svizzera esistono numerosi
operai di questo genere; di contro, in Italia se ne trovano assai pochi,
così pochi che sono dispersi nella massa e non hanno alcuna in-
fluenza su di essa. Ciò che predomina in Italia è quel proletariato
cencioso di cui i signori Marx ed Engels, e al loro seguito tutta la
scuola della socialdemocrazia tedesca, parlano con il più profondo
disprezzo e molto ingiustamente, giacché è in esso e in esso solo, e
non nel ceto imborghesito della massa operaia, che risiedono total-
mente lo spirito e la forza della futura rivoluzione sociale.
Amplieremo maggiormente questo punto in un altro momento;
limitiamoci ora a trarne la seguente conclusione: è esattamente in
ragione di questa predominanza massiccia in Italia del proletariato
cencioso che la propaganda e l’organizzazione dell’Associazione in-
ternazionale dei lavoratori hanno preso in questo paese l’aspetto
più appassionato e autenticamente popolare; ed è proprio per que-
sto che quella propaganda e quella organizzazione, oltrepassando i
confini cittadini, hanno immediatamente conquistato le popola-
zioni rurali.
Il governo italiano si rende perfettamente conto del pericolo che
rappresenta questo movimento e tenta di soffocarlo – invano – con
tutte le sue forze. Non emana proclami altisonanti, bensì agisce,

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come si addice a un potere poliziesco, in sordina, nell’ombra, senza


dare spiegazioni. A dispetto delle sue stesse leggi, chiude una dopo
l’altra tutte le associazioni operaie, a eccezione di quelle in cui sono
membri onorari prìncipi, ministri, prefetti o più in generale nota-
bili e alti dignitari. Quanto alle altre associazioni operaie, il go-
verno italiano le perseguita senza pietà, si impadronisce dei loro
archivi e dei loro fondi e trattiene i loro aderenti per mesi interi,
senza giudizio e senza istruire un processo, in prigioni immonde.
Non c’è dubbio che, agendo in questo modo, il governo italiano
si lascia guidare non soltanto dalla propria saggezza, ma anche dai
consigli e dalle direttive del cancelliere dell’impero tedesco, esatta-
mente come faceva al tempo in cui obbediva docilmente agli ordini
di Napoleone III. Lo Stato italiano si trova in una ben strana situa-
zione, infatti per il numero dei suoi abitanti e per l’estensione del
suo territorio dovrebbe essere annoverato tra le grandi potenze, al-
lorché per la sua forza reale, le sue finanze in rovina, la sua organiz-
zazione fatiscente e la sua pessima disciplina (malgrado gli sforzi
che fa), questo Stato, del resto detestato dalle masse popolari e per-
sino dalla piccola borghesia, può a malapena essere considerato
come una potenza di second’ordine. È per questo che esso ha biso-
gno di un protettore, cioè di un padrone fuori dalle sue frontiere,
e ciascuno trova naturale che, dopo la caduta di Napoleone III, il
principe di Bismarck abbia preso il posto di alleato indispensabile
di questa monarchia, nata grazie agli intrighi piemontesi sul terreno
che gli sforzi e le gesta patriottiche di Mazzini e Garibaldi avevano
preparato.

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CAPITOLO QUARTO

Nessuno può restare indefinitamente


in preda alla disperazione*

L’Italia, proprio come la Spagna, è assai vicina a una rivoluzione so-


ciale. Anche qui, malgrado gli sforzi dei monarchici costituzionali
e gli sforzi tanto eroici quanto vani dei due grandi condottieri,
Mazzini e Garibaldi, l’idea statalista non riesce e non riuscirà mai
ad attecchire perché è contraria allo spirito, alle istintive aspira-
zioni e ai concreti bisogni materiali dello sterminato proletariato
rurale e urbano.
Come la Spagna, l’Italia ha perduto da molto tempo, e soprat-
tutto irrevocabilmente, le antiche tradizioni accentratrici e unitarie
dell’antica Roma, tradizioni che sono sopravvissute nelle opere di
Dante, di Machiavelli e di certa letteratura politica contemporanea,
ma non nella memoria popolare; l’Italia, affermo, ha conservato
una sola tradizione vitale, quella dell’assoluta autonomia non solo
delle regioni ma anche dei comuni. Si aggiunga a questa specifica
concezione politica, fatta propria dal popolo, la disomogeneità sto-
rica ed etnografica delle varie regioni, nelle quali si parlano dialetti

* Titolo originale Etatisme et anarchie (1873), estratti.

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tanto diversi che spesso gli abitanti di una regione capiscono con
difficoltà o non capiscono affatto i dialetti delle altre. Si capirà al-
lora quanto lontana sia l’Italia dalla realizzazione dell’ideale politico
moderno che postula lo Stato unitario. Ciò non vuol affatto dire
che l’Italia sia socialmente divisa. Al contrario, e malgrado tutte le
differenze nei dialetti, negli usi e costumi, esiste un carattere gene-
rale, un tipo italiano, che permette di differenziare subito l’italiano,
anche meridionale, dagli individui di altra origine.
D’altra parte, una reale comunanza di interessi materiali e una
peculiare identità di aspirazioni morali e culturali uniscono nel
modo più stretto e solido le regioni italiane. Ma va anche rilevato
che tutti questi interessi e tutte queste aspirazioni si contrappon-
gono precisamente all’unità politica ottenuta attraverso la costri-
zione e tendono al contrario a realizzare l’unità sociale; si può
quindi affermare, e dimostrare attraverso innumerevoli fatti tratti
dalla vita italiana di tutti i giorni, che se la sua unità politica o sta-
tale, imposta con la violenza, ha avuto come risultato la divisione
sociale dell’Italia, per converso la distruzione del moderno Stato
italiano avrebbe come effetto necessario quello di consentire all’I-
talia di realizzare liberamente la sua unità sociale.
Tutto ciò evidentemente riguarda solo le masse popolari, perché
negli strati superiori della borghesia italiana, come in quella di tutti
gli altri paesi, insieme all’unità statale si è venuta creando, svilup-
pando, estendendo sempre più l’unità sociale della classe privile-
giata di coloro che sfruttano il lavoro del popolo.
Questa classe viene oggi genericamente definita in Italia la con-
sorteria. La consorteria comprende tutto il mondo ufficiale, buro-
cratico e militare, poliziesco e giudiziario; tutto il mondo dei grandi
proprietari, degli industriali, dei mercanti e dei banchieri; tutti gli
avvocati e i letterati ufficiali e ufficiosi; e tutto il parlamento, dove
la destra si appropria oggi di tutti i vantaggi offerti dal potere, men-
tre la sinistra fa di tutto per impadronirsene a sua volta.
Esiste dunque in Italia, come ovunque nel mondo, una classe
politica una e indivisibile composta da predatori che spogliano il

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paese in nome dello Stato, portandolo, sempre a beneficio dello


Stato, al più insostenibile livello di povertà e disperazione.
E tuttavia anche la miseria più atroce, pur colpendo milioni di
proletari, non è ancora una motivazione sufficiente per far scop-
piare la rivoluzione. L’uomo è infatti dotato dalla natura di una
pazienza straordinaria, che a dire il vero talvolta sfocia nella dispe-
razione; e solo il diavolo sa cosa sia in grado di sopportare un indi-
viduo quando, al di là della miseria che lo costringe a privazioni
inaudite e a una morte lenta per inedia, è oltretutto in balìa di
quella povertà di spirito, di quell’ottundimento dei sensi, di quella
totale ignoranza dei propri diritti, di quella granitica rassegnazione
e senso dell’obbedienza che, fra tutti i popoli, contraddistinguono
in special modo gli indiani e i tedeschi. Questo genere di individuo
non avrà mai dei soprassalti; morirà, ma non si rivolterà.
Ma quando si arriva alla disperazione, la sua ribellione diventa
allora più probabile. La disperazione è un sentimento violento,
passionale. Sottrae l’individuo alla sua sofferenza incosciente, al
suo stato semi-letargico, e presuppone, se non altro, una certa ca-
pacità di comprendere che la propria condizione potrebbe essere
migliorata, anche se dispera di riuscirci.
In conclusione, nessuno può restare indefinitamente in preda
alla disperazione; questa spinge assai rapidamente l’individuo alla
morte o all’azione. A quale azione? Naturalmente a un’azione tesa
a emanciparsi, a conquistare migliori condizioni di vita. Anche il
tedesco, quando è disperato, cessa di ricorrere al solo raziocinio;
ma certo ci vorranno un gran numero di offese, vessazioni, soffe-
renze e ingiustizie per farlo cadere nella disperazione.
Nondimeno, anche combinate insieme, la miseria e la dispera-
zione non bastano a scatenare la rivoluzione sociale. Possono susci-
tare delle rivolte individuali o persino delle sommosse locali, ma
non sono sufficienti a smuovere intere masse. Per arrivare a questo
è indispensabile che il popolo esprima un ideale comune che
emerga, storicamente, dalle profondità dell’istinto popolare e che sia
alimentato, ampliato, illuminato da tutta una serie di avvenimenti

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significativi, di esperienze dure e amare; è necessario, cioè, che


emerga un’idea generale dei propri diritti e una fede profonda, ar-
dente, si potrebbe persino dire religiosa, in quei diritti. Quando
un’idea e una fede di questo tipo si incontrano in un popolo, fianco
a fianco a una miseria che lo porta alla disperazione, allora la rivo-
luzione sociale è vicina, è inevitabile, e nessuna forza può impedirla.
È appunto questa la situazione in cui si trova oggi il popolo ita-
liano. La miseria e le sofferenze che ha sopportato sono terribili e si
lasciano superare di ben poco dalla miseria e dalle sofferenze che
opprimono il popolo russo. Ma in compenso il proletariato ita-
liano ha sviluppato, a un livello molto più alto del proletariato
russo, un’appassionata coscienza rivoluzionaria che di giorno in
giorno si delinea con sempre maggior forza e chiarezza. Intelligente
e passionale per natura, il proletariato italiano comincia finalmente
a capire ciò di cui ha bisogno e ciò che deve conseguire per raggiun-
gere l’emancipazione integrale e generale. Da questo punto di vista,
la propaganda dell’Internazionale, che è stata diffusa con grande
energia e su larga scala solo in questi ultimi due anni, gli ha reso un
immenso servizio. Questa gli ha appunto dato, o meglio ha fatto
emergere al suo interno, quell’ideale già abbozzato a grandi linee
dal suo istinto più profondo senza il quale, come abbiamo detto,
l’insurrezione di un popolo, quali che siano le sue sofferenze, è as-
solutamente impossibile. Questa propaganda gli ha reso evidente lo
scopo che deve perseguire e nel contempo le vie da seguire e i mezzi
da impiegare per organizzare la forza popolare.
Naturalmente, questo ideale si palesa al popolo in primo luogo
come la fine della privazione, della miseria, e la completa soddisfa-
zione di tutte le necessità materiali per mezzo del lavoro collettivo,
obbligatorio ed eguale per tutti; in secondo luogo come la fine dei
padroni, nonché di ogni dominazione, e la libera organizzazione
della propria vita sociale in base alle proprie necessità, non più dal-
l’alto in basso, come nello Stato, ma dal basso in alto, a opera del
popolo stesso, al di fuori di ogni governo e parlamento; in terzo
luogo come la libera unione delle associazioni dei lavoratori della

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terra e delle fabbriche, dei comuni, delle regioni, delle nazioni; e in-
fine, in un futuro più lontano, come la fratellanza universale il cui
trionfo avverrà sulle rovine di tutti gli Stati.
È significativo notare quanto poco successo abbia avuto il pro-
gramma comunista-statalista di Marx sia Italia sia in Spagna, dove
è stato invece largamente e appassionatamente adottato il pro-
gramma della famosa Alleanza dei socialisti rivoluzionari, la quale
ha dichiarato una guerra implacabile contro ogni tipo di domina-
zione o tutela governativa, contro ogni potere e autorità.
Solo a queste condizioni un popolo può emanciparsi, fondare e
organizzare la propria vita sulla più completa libertà di tutti e di
ciascuno; ed è appunto per questo che non si deve temere da parte
dell’Italia e della Spagna una politica di conquista, ma ci si deve
piuttosto aspettare da parte loro, e in tempi brevi, una rivoluzione
sociale.
Gli slavi sono invece sedotti dall’esempio del regno di Piemonte,
che a suo dire avrebbe liberato e unito tutta l’Italia. Al contrario, l’I-
talia si è liberata da sé, grazie agli innumerevoli ed eroici sacrifici
che ha pervicacemente compiuto nel corso di mezzo secolo. La sua
indipendenza politica la deve prima di tutto ai quarant’anni di
sforzi incessanti e irrefrenabili del suo grande cittadino Giuseppe
Mazzini, che ha saputo, per così dire, resuscitare la gioventù italiana
e poi educarla alla causa rischiosa ma gloriosa dell’azione patriottica
clandestina. Tant’è che nel 1848, quando il popolo insorse invi-
tando di nuovo il mondo europeo alla festa della rivoluzione, gra-
zie agli sforzi ventennali di Mazzini si ritrovarono in ogni città d’I-
talia, dall’estremo sud all’estremo nord, falangi di giovani audaci
che issarono il vessillo della rivolta. Tutta la borghesia italiana li
seguì. E nel regno Lombardo-Veneto, ancora sotto la dominazione
austriaca, tutto il popolo si sollevò, scacciando da solo, senza alcun
aiuto militare, le truppe austriache da Milano e dal Veneto.
Che cosa fece allora il regno di Piemonte? Che cosa fece il re
Carlo Alberto, padre di Vittorio Emanuele, lo stesso che – quando
era ancora principe ereditario (1821) – consegnò ai boia austriaci

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e piemontesi i compagni con cui aveva cospirato per liberare l’Ita-


lia? La prima mossa del sovrano piemontese, in quel 1848, fu di pa-
ralizzare la rivoluzione in tutta Italia per mezzo di promesse, mac-
chinazioni, intrighi. Desiderava moltissimo mettere le mani
sull’Italia, ma odiava la rivoluzione tanto quanto la temeva. Para-
lizzò dunque la rivoluzione, la forza e lo slancio del popolo, dopo-
diché fu assai facile per gli austriaci ripristinare l’ordine con le sue
truppe.
Il figlio, Vittorio Emanuele, è stato definito il liberatore e unifi-
catore delle terre italiane. Il che è una falsità. Se qualcuno può es-
sere definito il liberatore d’Italia questi è Luigi Napoleone, impera-
tore dei francesi. Ma di fatto l’Italia si è liberata da sé e quel che più
conta si è unificata da sola, fuori dal controllo di Vittorio Ema-
nuele e contro la volontà di Napoleone III.
Quando nel 1860 Garibaldi intraprese la sua famosa spedizione
in Sicilia, nel momento stesso della sua partenza da Genova il conte
di Cavour, ministro di Vittorio Emanuele, avvertì il governo napo-
letano del pericolo che lo minacciava. Ma dopo che Garibaldi ebbe
liberato la Sicilia e tutto il regno di Napoli, Vittorio Emanuele ac-
cettò subito entrambi, senza per questo manifestare troppa gratitu-
dine.
E che cosa ha fatto in trent’anni il suo governo per questa infe-
lice Italia? L’ha rovinata, l’ha semplicemente depredata, tanto che
ora, odiato da tutti i suoi sudditi, il suo despotismo fa quasi rim-
piangere i defenestrati Borboni.

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CAPITOLO QUINTO

La valanga*

In circostanze altrettanto gravi e solenni abbiamo pubblicato uno


scritto con questo stesso titolo e discusso, in modo serio e pacato,
dei programmi e dei partiti politici, delle condizioni miserande in
cui versa il paese e dei mezzi a disposizione che, soli, potevano ar-
restare la china fatale sulla quale era stato spinto con violenza.
Oggi queste circostanze, che il tempo e gli eventi successivi
hanno peggiorato, impongono al nostro partito democratico-socia-
lista di proseguire senza sosta la sua opera di propaganda, sempre
consapevoli di avere la verità come guida e la giustizia come meta.
Per coloro che non hanno avuto l’opportunità di leggere quel
primo scritto, riassumiamo brevemente i criteri che lo informa-
vano, sia per valutare i fatti occorsi nella penisola dal 1859 in poi,
sia per esaminare in modo approfondito le conseguenze tanto ine-
vitabili quanto prevedibili di quei fatti e le fondamenta del nostro
programma, il solo che a nostro avviso possa risolvere efficacemente
i tanti e difficili problemi dell’oggi.

* Titolo originale La situation (1868), testo redatto in collaborazione con Alberto


Tucci.

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A suo tempo, avevamo denunciato come erroneo e nocivo il


principio proclamato da quasi tutta la democrazia italiana: «Prima
l’unità, poi la libertà»; un principio che portò alle transazioni con
la monarchia da parte di mazziniani e garibaldini e all’ovvio de-
clino che ne seguì. Avevamo anche dichiarato che il sistema monar-
chico costituzionale, falso ed equivoco in sé, non poteva che con-
durre il paese di miseria in miseria, di vergogna in vergogna; che il
partito costituzionale non poteva liberare la nazione dai suoi innu-
merevoli mali, anzi neppure da uno solo di questi, o ritardare l’i-
nevitabile catastrofe. Passando poi in rassegna i partiti e i pro-
grammi, avevamo constatato come dappertutto ci fosse un’atonia
mortale, una carenza di mezzi, una contraddizione permanente,
una totale mancanza di fiducia nella maggioranza del paese verso
uomini e cose. E proprio questa maggioranza della nazione, la sola
forza davvero in grado di creare una vita rinnovata, ci aveva reso
evidenti i principi dell’unico programma che riteneva accettabile,
l’unico per il quale si sarebbe battuta, fondato sui dritti imperscrit-
tibili sin qui violati, sui bisogni imperiosi e sugli istinti prepotenti
del proletariato sociale.
Libertà e giustizia erano le due parole che riassumevano il nostro
programma, nel quale elencavamo tutti gli elementi contrapposti a
queste due grandi idee, dei quali proclamavamo l’inevitabile di-
struzione. Nello Stato centralista, con tutti i fattori che necessaria-
mente lo accompagnano, ovvero la monarchia, la Chiesa, l’esercito
e la burocrazia, noi riconoscevamo un nemico implacabile della li-
bertà, e allo stesso modo vedevamo l’organizzazione del privilegio
nella società attuale come inconciliabile con la giustizia. E annun-
ciavamo che il giorno fatale della loro inevitabile scomparsa, in-
sieme a quella dei partiti che li sostenevano, era ormai prossimo.
I fatti che sono seguiti a quella nostra pubblicazione e lo stato at-
tuale delle cose ci hanno dato ragione.
Cominciamo dal partito che in nome dell’unità, della grandezza
e della potenza della nazione ha monopolizzato per otto anni la
scena pubblica: oggi lo vediamo agonizzante, travolto da una fine

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ignominiosa insieme al sistema che rappresenta. Questo partito,


ricorrendo a mille sotterfugi, ha negato la ragione stessa della sua
esistenza, e da qui sono derivati lo sfaldamento della sua coesione
morale a causa delle contese municipali e degli odi cittadini; il ri-
sveglio dell’esclusivismo e dell’egemonia a seguito di improvvide
leggi illiberali che hanno generato uno squilibrio fra le diverse re-
gioni; la sconfessione della tanto vantata grandezza storica, vilipesa
dall’attuale povertà di opere e idee; la palese contraddizione tra la
potenza promessa e l’abbietta e servile politica attuale. Negli appa-
rati amministrativi gli sperperi, la demoralizzazione e i furti di ogni
genere regnano indisturbati, mentre la florida condizione per cui
un tempo il Bel Paese era invidiato si è oggi dileguata e la fame, sor-
dida e minacciosa, si profila inesorabile davanti all’operaio e al con-
tadino. Sono stati scialacquati tesori immensi: beni della Chiesa,
beni demaniali, opere di beneficenza; le ferrovie sono andate in
fumo come i tabacchi. Il debito è diventato gigantesco e le esigenze
finanziarie del sistema si sono fatte ogni giorno più voraci a fronte
di un paese che va invece esaurendosi. La miriade di tasse di ogni
sorta si sta rivelando insufficiente: tassa prediale, tassa sui beni mo-
bili, tassa di bollo, tassa di registro, imposta sui fabbricati, diritti di
successione, diritti doganali, focatico, imposte sui consumi, sul
macinato, sulle arti e mestieri, hanno prodotto miliardi, ma i mi-
liardi sono spariti; daranno ancora qualche milione, ma i milioni
non bastano. Come avevamo già detto, la bancarotta dello Stato
centralista, che consuma per cento e produce per uno, è inevitabile
anche se tarda ancora. Oggi ribadiamo che non tarderà a lungo. In-
vano il governo tenterà di arginare il torrente impetuoso dell’odio
e della giustificata vendetta del popolo, invano il prete predicherà
il ritorno alle fornicazioni secolari, invano l’esercito permanente,
demoralizzato e abbrutito, schiererà le sue centomila baionette: la
congiunzione onnipotente della sventura, della fame e del furore di
23 milioni di vittime rovescerà in un attimo trono e governo, prete
e altare, e sulle rovine fumanti della vecchia società privilegiata
verrà proclamato il principio della giustizia popolare.

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Questo nostro giudizio sul partito dell’ordine e sul suo sistema


di sperpero è l’eco fedele del pensiero delle masse, le quali ogni
giorno dichiarano apertamente l’avversione che nutrono per en-
trambi, e lo dimostrano nei fatti. Lo stesso giudizio può essere ap-
plicato anche alla sinistra parlamentare. Questo sedicente partito
progressista è stato ed è il complemento morale della destra, e lo è
ancor più oggi che la maggioranza governativa rappresenta una fla-
grante contraddizione. Così procede impettito e pretenzioso lungo
la via delle sconfessioni interessate e delle ambizioni ignominiose,
brandendo la bandiera dell’esperienza, della serietà, della concre-
tezza, mentre non vi è al mondo nulla di più utopico, di più ridi-
colo, di più inaccettabile del suo programma. In nome dell’espe-
rienza e dell’opportunismo rinnega i principi democratici basati
su una libertà totale e reale, che respinge, e i principi socialisti ba-
sati sulla giustizia, che disconosce. E infatti ritiene il nostro partito
un nemico e lo combatte con qualsiasi arma; davanti a ogni nostra
affermazione sui diritti del popolo, grida all’utopia o sorride con di-
sprezzo. Nondimeno, scosso da involontarie paure, talvolta ci ac-
cusa di volere la rovina della nazione con le nostre pretese prema-
ture e folli.
Tuttavia, è il suo programma «monarchia e democrazia», procla-
mato sulla stampa e dalle tribune, a essere un’incredibile aberra-
zione ben oltre l’utopia; è il suo programma che vorrebbe associare
il vecchio e il nuovo, la reazione e il progresso, ciò che resta di vivo
e ciò che è morto o moribondo. È il suo programma che pretende
di conciliare, moderandoli reciprocamente, la libertà e il dispoti-
smo, le istituzioni monarchiche e la forma costitutiva del popolo,
la libertà di coscienza e l’esistenza di Chiese riconosciute, il rispetto
di leggi e autorità e il libero insegnamento, la burocrazia e la mo-
ralità, il centralismo e la vita municipale, la potenza di un grande
regno e il benessere dei cittadini. È il suo programma che ignora la
natura stessa di tutti gli elementi che vorrebbe riunire e che di-
chiara possibile quanto è contrario alla logica, agli insegnamenti
della storia, ai fatti irrecusabili e permanenti. Il sistema costituzio-

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nale è condannato; le riforme, anche ammesso che sia riformabile,


non riusciranno a sradicare il suo vizio sostanziale: l’equivoco. Que-
sto sistema si esaurirà da sé, si ucciderà con le sue mani ben prima
che altri lo facciano. Né la forza del partito, né l’intelligenza dei
suoi uomini, né le tante concessioni possibili potranno salvarlo. Il
popolo non crede più in questi apostoli della sinistra; vuole risol-
vere i problemi che gli stanno davanti, ma non si aspetta la solu-
zione da questi uomini e da questi partiti, perché entrambi lo
hanno crudelmente ingannato. Questi ultimi non hanno alcuna
influenza neppure fra la gioventù borghese, che ha perso ogni fidu-
cia nella loro competenza e che non crede più nella loro buona
fede e nel loro patriottismo. Nondimeno, essi hanno ultimamente
cercato di ricostituirsi con capi e programmi; i capi sono Crispi e
Rattazzi, il programma è lo sviluppo di questa formula: «La monar-
chia nello Stato, la repubblica nei municipi». E tanto basti: i nomi
e la formula permettono da soli di formulare un giudizio meditato
su questi uomini e questo partito.
Eppure, questo partito aveva avuto alla sua testa una personalità
eccezionale verso la quale il pensiero del popolo si rivolgeva ogni
volta che ne aveva abbastanza dello spettacolo inverecondo offerto
dalla politica e dai politicanti di turno. Era un uomo che riuniva in
sé le più nobili virtù antiche, tanto che le sue gesta quasi favolose fa-
cevano rivivere nel secolo del positivismo la poesia delle epopee ome-
riche. Il suo nome faceva battere forte i cuori non solo degli italiani,
ma anche dei serbi e dei magiari, dei polacchi e degli ungheresi.
Dalla Grecia fino alla cattolica Spagna, dalla libera America fino alla
serva Russia, il nome di Garibaldi era una parola sacra, un sinonimo
di libertà. Perché dunque oggi, quando una miseria così grande op-
prime il popolo italiano, questo nome non ricorre più sulle labbra,
perché siamo costretti a riconoscere che si è persa la fede in lui e a ri-
cordare con dolore che le sue effigi sono state infrante dalla furia
popolare nell’eroica Sicilia? Benché tutto questo ci rattristi, è però un
nostro dovere indagare le ragioni di questi fatti e trarne le logiche
conclusioni, per severe e ingrate che siano.

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Giuseppe Garibaldi, figlio del popolo, è stato sin dalla sua gio-
vinezza un partigiano di quella scuola di politici sentimentali che
ha fondato sulle reminiscenze scolastiche della storia di Roma –
splendida ma infame – e su una pretesa necessità del primato ita-
liano una specie di religione patria; una religione edificata su un
mito derivato da quelle storiche e gloriose tradizioni e finalizzata
alla riconquista di quella passata grandezza e della sua sovranità,
quanto meno morale, sul mondo.
Questo programma d’altri tempi si adattava bene a quest’uomo
fatto per altri tempi; e infatti, dopo aver incontrato il capo e il mae-
stro di quella scuola, egli divenne il cuore e la spada di un gran
partito politico reclutato fra la generosa gioventù borghese d’Italia,
proprio come Mazzini ne era l’intelligenza. Queste due grandi fi-
gure le abbiamo viste insieme in Roma nel movimento repubbli-
cano del 1848-1849. In quell’occasione Garibaldi si rivelò un con-
dottiero senza pari, tanto da occupare meritatamente, da quel
momento in poi, un posto nella storia difficilmente immaginabile
nei tempi moderni. Ma a detrimento della causa della democrazia,
abbiamo anche visto il figlio del popolo, l’uomo del popolo, eclis-
sarsi davanti al repubblicano puro, al guerriero e al generale.
Garibaldi non poteva ignorare i bisogni, le miserie e i diritti di
quello stesso popolo dal quale era uscito, e tuttavia non ha mai
combattuto per il suo vero interesse, non si è mai posto come
obiettivo la sua emancipazione dalla secolare tirannia politica e so-
ciale, non ha mai anteposto all’Italia un popolo libero e felice, pre-
ferendo un popolo schiavo e miserabile pur di fare grande l’Italia.
Questo errore, questa pretesa tirannica che gli uomini servano alle
cose e non le cose agli uomini, sono stati fatali sia alla sua vita po-
litica sia al paese che tante speranze aveva legittimamente riposto in
lui. Le conseguenze di questo erroneo principio sono state di aver
immolato la sua fede repubblicana sull’altare della patria e di aver
stretto un’incestuosa alleanza con la monarchia nel 1857, insieme
a Manin e Pallavicino, poi suggellata nel sangue dei suoi prodi ca-
duti nelle guerre dinastiche del 1859. E da allora ha dovuto subire

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le logiche ricadute della posizione assunta; da allora, in quanto al-


leato della monarchia, ne è diventato il complice involontario, tra-
sformandosi inesorabilmente in un ostacolo alla libertà e al benes-
sere della nazione. In lui dunque riconosciamo sempre il grande
condottiero nobile e generoso, capace di compiere miracoli per li-
berare il popolo dalla tirannia, ma al tempo stesso vediamo in lui
anche l’uomo politico che si è assunto il compito di ricacciare que-
sto stesso popolo negli artigli di un’altra tirannia, con nome e
forme diverse.
Nel 1860 Garibaldi arrivò fra le popolazioni del Mezzogiorno,
abbrutite dal più infame servaggio, immiserite dai più ingiusti pri-
vilegi sociali, abbandonate al fanatismo religioso dai piani chime-
rici dei suoi despoti. Dinnanzi all’eroe, le armate ripiegarono e il
vecchio trono dei Borboni prima vacillò e infine crollò al suolo.
Fu allora che intraprese una marcia trionfale da Marsala a Napoli
fra le masse attonite che si affollavano sul suo cammino, mentre
egli, con le sembianze del Cristo, le catturava con il suo sguardo af-
fascinante e le abbeverava con parole di redenzione e di vita. La
parola libertà non mancava, così come non mancavano quelle che
promettevano il futuro benessere, più volte ribadite da lui e dai
suoi. E i poveri schiavi presero a gridare a squarciagola una for-
mula per essi incomprensibile: «Italia unita». Più tardi, corsero fi-
duciosi a deporre il loro sì nelle urne dei plebisciti, atto dal quale si
aspettavano la fine della loro miseria. Ma, lungi dal cessare, questa
si fece ancora più intollerabile, e 9 milioni di cittadini non solo vi-
dero frustrate le loro aspettative, ma capirono di essere stati ingan-
nati con fallaci promesse; di conseguenza, una grave e solenne re-
sponsabilità ricadde su coloro che avendo avuto il loro destino nelle
proprie mani ne avevano fatto un così cattivo uso.
Comunque sia, al di là del fatto che sia stata o no fatale al bene
del paese, l’azione garibaldina finì con i plebisciti di ottobre che
diedero alla dinastia sabauda il mandato di compiere quell’Italia
una e indivisibile su cui avrebbe esercitato il suo dominio e la sua
oppressione. Cosa che fu subito ben compresa dalla maggior parte

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dei prodi ufficiali di Garibaldi, i quali passarono repentinamente


nelle fila dell’esercito regio. Quanto a lui, si trovò invece intrappo-
lato in una lacerante contraddizione: dopo aver ostacolato e fer-
mato la rivoluzione, dopo aver fatto accettare al popolo un sovrano,
si ostinò a considerarsi il capo della rivoluzione e il condottiero del
popolo. Da questa posizione ambigua sono necessariamente deri-
vati tutti i deplorabili avvenimenti seguiti al 1860: il Friuli, Sarnico,
l’Aspromonte e Mentana erano prevedibili, e dovevano essere pre-
visti prima di mettere inutilmente a repentaglio la vita dell’eroica
gioventù italiana. La logica non si viola impunemente e l’azione
garibaldina, va detto, non era in sintonia con questa grande mae-
stra. Il garibaldinismo poteva scegliere tra la monarchia e la demo-
crazia, tra la libertà e il dispotismo, tra la causa del popolo e gli in-
teressi di uno Stato centralista e invasivo; ma una volta scelta la
monarchia, si è dovuto giocoforza accettare che questa, sotto at-
tacco, difendesse i propri privilegi e la propria esistenza. Una volta
scelto il dispotismo, non ci si meravigli se la sbirraglia disperde i
suoi raduni, se il bersagliere spara a Garibaldi, se il carabiniere lo ar-
resta. Se ama lo Stato a scapito del popolo, non si può biasimare
quest’ultimo se gli nega il suo concorso: monarchia, dispotismo e
popolo si sono attenuti alla logica, il partito garibaldino no.
Esso ha tentato di scagionarsi dall’accusa mossagli per i fatti del
1860 sostenendo che a suo avviso dall’unità sarebbe nata la felicità
e la ricchezza, dalla monarchia la repubblica, dal dispotismo la li-
bertà, e che è proprio delle buone pratiche politiche avanzare passo
dopo passo lungo la via del progresso, così da andare dal bene al
meglio. Questa speciosa opinione si refuta da sé, anche senza l’elo-
quente dimostrazione dei fatti, perché non si può pretendere di
aver fatto un passo avanti se dopo aver cacciato un re se ne accetta
volontariamente un altro, e non si può credere in buona fede che
si raggiungerà il benessere e la libertà grazie a quello che è un natu-
rale e implacabile nemico di entrambi. Parimenti, ha voluto legit-
timare la sua esistenza rivendicando per sé il ruolo di forza prepo-
sta a spronare la monarchia sulla via del progresso, di avanguardia

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rivoluzionaria di un’armata valorosa che avrebbe addirittura in-


dotto questa monarchia a compromettersi, davanti alla reazione
diplomatica europea, al fine di portare arditamente a compimento
il patto uscito dai plebisciti. Ma di fatto ha solo trascinato molte
vittime generose in un inutile olocausto e non ha compromesso
altro che la propria serietà ed esistenza. Da parte sua, la monarchia
è andata avanti lungo il suo fatale percorso, fatto di demoralizza-
zione, monopolio, tirannia, oscurantismo, e chi ha cercato di frap-
porsi in questo percorso con un proposito diverso da quello di ab-
batterla è stato travolto dal turbine che l’accompagna. È questa la
sorte toccata al garibaldinismo: è morto a Mentana, e la storia dirà
di lui che, nato dal popolo, non lo ha però compreso, che pur es-
sendosi battuto a suo favore e pur avendo vissuto una vita straordi-
nariamente gloriosa, benché vana, è morto del morbo che con-
suma i partiti: l’incapacità e l’utopismo.
Questo stesso utopismo e queste medesime contraddizioni che
hanno ucciso la sinistra parlamentare e la sua corrente garibaldina
costituiscono il vizio di fondo di un altro partito e di un altro pro-
gramma: quello mazziniano.
A differenza del garibaldinismo, che essendo di fatto un movi-
mento militare ha reclutato i suoi soldati fra la gioventù borghese
di tutte le tendenze politiche, il partito mazziniano ha avuto un
tempo innumerevoli e disciplinati adepti, una rete di relazioni
complessa, una struttura organizzativa rivoluzionaria, e come capo
una delle più sublimi intelligenze del secolo, una delle più rile-
vanti figure contemporanee. Per trent’anni ha lavorato assidua-
mente e instancabilmente, ha riacceso e tenuto vivo il fuoco sacro
della libertà; per trent’anni ha alimentato una protesta incessante,
una minaccia incombente, ovunque infierisse la tirannia; lì dove è
passato ha sempre lasciato l’orma insanguinata dei suoi martiri e
dei suoi eroi. Proprio per questo è stato per trent’anni ingiusta-
mente e vilmente attaccato dalla reazione europea e dai sedicenti
partiti dell’ordine e delle libertà ragionevoli e moderate. Noi dunque
parleremo di Mazzini con la reverenza che gli si deve e con l’ammi-

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razione e il profondo affetto che nutriamo per lui; ma del suo si-
stema diremo quanto la verità ci impone e quanto il dovere di pro-
paganda dei principi nostri richiede.
Noi non siamo mazziniani, e anzi vediamo nell’ipotetico trionfo
del suo sistema – che d’altronde riteniamo impossibile – una sven-
tura per la nazione. Noi riteniamo il programma mazziniano insuf-
ficiente a soddisfare le esigenze democratiche e scientifiche dell’oggi,
impotente a cambiare positivamente le condizioni miserevoli del
paese. Un tempo la formula «Dio e Popolo» incitava a imprese ar-
dite e rendeva bello il patibolo alla gioventù borghese d’Italia; oggi
questa medesima gioventù corre a schierarsi fra le fila dei liberi pen-
satori e in nome della scienza rinnega quella idea tirannica di Dio
formulata in epoche oscure da uomini che l’hanno plasmata a pro-
pria immagine, attribuendole tutte le malvagie passioni che cova-
vano nel loro seno […]. Eppure Mazzini si ostina a mantenere in-
tegra questa formula. Non molto tempo fa fustigava i liberi
pensatori di Lombardia con severe parole di biasimo per aver atten-
tato all’esistenza di questa causa assoluta, che tramite la religione
del dovere, l’abnegazione e il sacrificio degli uomini deve far risor-
gere la Gran Madre latina, affinché essa possa compiere la sua mis-
sione umanitaria, ovvero riportare l’universo a nuova vita e diven-
tare la regina morale del mondo, così come lo era l’antica Roma. Ma
i tempi mutano, e in trent’anni nuove idee si sono sviluppate, nuovi
principi si sono affermati, nuovi bisogni si sono palesati, e doveri e
diritti stanno cercando il loro punto di appoggio su fondamenta e
correnti di pensiero diverse. Mazzini invece è rimasto uguale a se
stesso. Mentre i tempi cambiavano, richiedendo un ateo e un rivo-
luzionario, egli è rimasto un credente e un apostolo. E perché no?
Egli ha ben diritto di piazzare il Dio onnipotente della vendetta e
degli eserciti alla base del suo sistema, e la gioventù borghese gli
vada dietro se così ritiene di fare. Ma il popolo perché e come do-
vrebbe rientrare in questa formula, che oltretutto lo associa a un
vicino tanto pernicioso? Che cosa ne dovrebbe venir fuori?
Per Mazzini il popolo è una parola astratta che indica tutti gli

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abitanti dell’Italia, siano essi nobili o pleblei, vittime o carnefici;


questo preteso popolo deve inoltre sacrificarsi per fare dell’Italia
una potenza di prim’ordine in Europa e per conquistare la propria
sovranità, cioè non avere più re che lo comandi. Ma al nobile, al
banchiere, al burocrate, all’alto borghese, al pretoriano, questo pro-
gramma non conviene; per essi il sovrano è un elemento necessa-
rio a conservare l’armonia dell’organizzazione privilegiata, è il
primo anello di una catena di asservimento indispensabile al man-
tenimento dell’ingiustizia sociale. Quanto al popolo, al vero po-
polo, cioè operai, contadini, proletari, eliminare solo il re e mante-
nere tutto il resto non servirebbe a nulla. Non si accorgerebbero
neppure dell’esistenza di un re se non ne pagassero i lussi e le orge,
se non venissero arruolati in suo nome. I veri re del popolo, i suoi
veri tiranni, sono il possidente, il padrone, il sindaco, il curato, la
guardia campestre, il giudice. È il possidente o il padrone che, vi-
vendo del lavoro e degli stenti del contadino e dell’operaio, dispone
delle sue azioni, della sua vita, del suo onore; è il curato che con le
sue prediche lo convince di essere nato per il lavoro mentre altri
sono nati per l’ozio, che lo persuade che il raccolto, frutto del la-
voro estenuante delle sue braccia, è una grazia di Dio, al quale bi-
sogna perciò dare un obolo per il sole o la pioggia; sono la guardia
campestre, il sindaco e il giudice che lo minacciano con tre serpi ve-
lenose: il diritto forestale, il diritto comunale e il diritto civile.
Nel caso fosse attuato il sistema mazziniano, la domanda che
ognuno dovrebbe porsi è in che modo potrebbe migliorare le con-
dizioni di questo povero popolo, ora divenuto sovrano. Forse che la
tirannia sarebbe più lieve, la miseria meno opprimente, l’ingiusti-
zia sociale meno lampante, se le subisse non più in nome del re e
per grazia di Dio, ma in nome di Dio e di se medesimo?
Il sistema mazziniano non fa alcuna allusione ai grandi pro-
blemi sociali; anzi rigetta come un pericolo, come un ostacolo, i di-
ritti del proletariato e ne rinvia la discussione ai secoli a venire. In
sintesi, la grande repubblica mazziniana non differisce dal regno
costituzionale se non per l’assenza del re, differenza forse solo no-

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minale in quanto il re viene sostituito da un presidente. […] Ma


per il resto hanno eguali elementi, eguali bisogni, eguale demora-
lizzazione, eguale ingiustizia sociale e politica; e dunque non pos-
sono avere che i medesimi effetti: dispotismo, ineguaglianza, de-
clino, bancarotta.
Queste cose sono evidenti a tutti, e si deve al progresso delle
idee socialiste in Italia e della filosofia materialista lo scarso risultato
ottenuto dal solerte lavoro di Mazzini per ricostituire il partito della
Giovine Italia, da lui stesso disciolto nel 1859, quando i suoi ma-
neggi con la monarchia avevano immediatamente intaccato l’effi-
cacia della sua azione rivoluzionaria.
Come ben sappiamo, i suoi sforzi sono riusciti a schierare nelle
sacre falangi solo alcuni elementi sparsi della gioventù borghese e
quel manipolo di vecchi amici che gli sono rimasti fedeli. Il suo
programma non ha avuto alcun effetto sul popolo, né potrebbe
averlo, dato che le limitate intelligenze plebee non ambiscono per
nulla ad avere la sovranità nel mondo, non accettano la sua reli-
gione del dovere e si sentono già troppo sacrificate per sacrificarsi
ancora a favore della Gran Madre latina e del fascio [in italiano nel
testo] romano. Gli schiavi del lavoro non si fanno smuovere che da
due magnetiche parole: libertà ed eguaglianza, ed essi sanno per
istinto che non è la pura repubblica mazziniana che le può attuare.
Giuseppe Mazzini e il suo programma hanno ormai svolto il
proprio ruolo. L’uomo è stato sublime, possente, irresistibile; il pro-
gramma ha ridestato tutto un popolo da una mortale letargia. En-
trambi meritano il rispetto e l’ammirazione dei loro contempora-
nei e un posto glorioso nelle pagine di storia. Ma oggi la nazione si
è risvegliata, vive e vuole. Queste sterminate masse di uomini con-
dannati a vivere come bruti si agitano senza sosta, emettono suoni
rauchi e minacciosi, sono divorati dalla fame, lampi insanguinati di
odio e rabbia sprizzano dai loro occhi… Borghesi, privilegiati,
preti, burocrati e soldati, l’uragano si avvicina, il turbine sta per
travolgervi… scappate… la valanga scende fatale e onnipotente, e
voi ne sapete il nome: RIVOLUZIONE SOCIALE.

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È questa la vera rivoluzione, e si accompagna a tre raggi di luce


che sono le basi della civiltà a venire: l’ateismo, il socialismo, il fe-
deralismo. […]
L’ateismo è la condizione primordiale e indispensabile della li-
bertà e della moralità del popolo, concetti che saranno privi di senso
fino a quando l’idea di un Dio creatore, giudice e dispensatore di
premi e castighi, occuperà l’immaginazione delle moltitudini. La
loro coscienza sarà costantemente tiranneggiata dalla invisibile po-
tenza di questa entità e il loro libero dispiegarsi impedito da tutti co-
loro che si autoproclameranno i rappresentanti, i ministri, gli apo-
stoli in terra di questa entità. La moralità vera rimarrà loro ignota
fino a quando il timore di un futuro castigo renderà perversi solo ta-
luni atti e la speranza di gioie celesti, mendaci e postume, motiverà
le loro azioni. E a noi toccherà assistere al ributtante spettacolo delle
gozzoviglie degli ingannatori e delle miserie degli ingannati.
Da secoli Dio è la base di ogni tirannia; in suo nome il prete si
è impossessato dell’anima, in suo nome i despoti hanno dominato
i corpi e le volontà; per questo la rivoluzione, che si avvicina fatale
e inesorabile, spazzerà via l’esistenza voluta dalla triade onnipo-
tente e i precetti subdoli e vili della rassegnazione e della fede. I te-
nutari della monarchia e del privilegio sogghigneranno nel leggere
queste parole, dato che sanno quanto assegnamento possono fare
su questa idea di Dio, diventata quasi un bisogno per le moltitudini
nell’organizzazione sociale attualmente esistente; ed è infatti con il
suo aiuto che contano di perpetuare il dispotismo, l’ingiustizia, l’i-
neguaglianza che così tanto convengono ai loro interessi. Argo-
menteranno che proprio la credulità religiosa delle masse sarà il
principale ostacolo al trionfo dell’ateismo; e poiché sono i carnefici
del popolo, credono in buona fede di conoscerlo bene, di sapere ciò
che vuole e ciò che vale. Non sanno però che nel giorno segnato,
quando il prete griderà al proletario: «In nome di Dio, sii sotto-
messo», noi invece gli diremo: «In nome della libertà, sii uomo»;
quando il possidente e il padrone gli ingiungeranno minacciosi:
«Lavora, fatica, e dà a noi il frutto delle tue fatiche, perché se non

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ce lo dai, tu rubi e Dio ti punirà», noi gli diremo in nome della giu-
stizia: «Quello che crei con il lavoro delle tue mani e con il sudore
della tua fronte è tuo; il ladro che doveva essere punito e non lo è
stato è chi te lo ha sottratto per tanti secoli». Uomini della monar-
chia e del privilegio, noi siamo convinti che il popolo ci seguirà e
spezzerà il legame con il suo vecchio e implacabile Dio. Se non ne
siete convinti, se non avete capito che la libertà e il benessere sono
il vero Dio del proletariato, invocate pure i fulmini dell’Eterno,
ma fate presto! Invocateli subito, perché il socialismo vi incalza da
presso! Uomini del privilegio, ve lo dico ancora una volta: non sog-
ghignate nel sentire queste parole; i vostri padri, i ligi funzionari
che vi hanno insegnato a leggere, vi hanno persuaso che questa è
un’utopia, vi hanno convinto che la giustizia, il diritto e la legge
sono dalla vostra parte, e voi avete dormito sereni fra questi codici
e questi statuti. È possibile che alcuni di voi siano persino in buona
fede: vittime della grande proprietà, delle grandi industrie, delle
grandi banche, siete diventati a vostra volta carnefici, senza magari
rendervene conto, del contadino e dell’operaio. È a voi che ci rivol-
giamo, incitandovi ad avere coraggio e a guardare in faccia la que-
stione sociale: allora le illusioni spariranno e la verità emergerà se-
vera e inesorabile.
In tutte le statistiche del felice regno d’Italia due dati spiccano
con una semplicità e un’eloquenza straordinarie:
Popolazione: circa 25 milioni;
Contribuenti delle imposte su fabbricati, terre coltivate e attività
commerciali: circa 2 milioni.
Chi siano e che cosa facciano questi 2 milioni di bravi cittadini
contribuenti, tutti lo sanno. Una parte di essi suda tre volte l’anno
per esigere una pigione che si accresce ogni anno via via che i ma-
trimoni tra i figli del popolo si traducono in nascite di nuovi pigio-
nanti. Un’altra parte permette generosamente al contadino di lavo-
rare le terre che essa non sa e non vuole coltivare, lasciandogli con
magnanimità quel tanto del prodotto del suo lavoro sufficiente a
non farlo morire troppo presto di fame e di freddo. Un’altra parte

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ancora passa la vita a studiare la quantità dei prodotti e la quantità


dei bisogni e poi trova il modo di accumulare montagne d’oro sulla
fame, sul freddo, sulla luce, sulla sete, ovvero sulle innumerevoli
miserie e sulle poche gioie del popolo; queste montagne d’oro li
rendono di conseguenza nemici e tiranni del lavoro, asservendo
inevitabilmente il popolo operaio.
Sono tutte persone per bene: hanno una posizione sociale ri-
spettabile; sono elettori eleggibili e spesso deputati; è a loro favore
che il curato predica, che il codice civile legifera, che il giudice,
l’ufficiale giudiziario, lo sbirro e il gendarme agiscono, che le
scuole, i libri, le scienze, i musei, i teatri, i cavalli, le carrozze, le
strade ferrate e i telegrafi esistono. Tutto è per loro, e solo loro pos-
sono usufruire della civiltà, godere degli agi della vita.
Ma chi sono e che cosa fanno gli altri 23 milioni di italiani? Bor-
ghesi e privilegiati, ve lo siete mai chiesto? In realtà lo sapete bene:
i 23 milioni sono quelli che lavorano dal levar del sole al tramonto,
sono quelli che fanno e pagano la civiltà di cui gioite. Sono loro che
creano tutto ciò che voi consumate, dal semplice pane al lusso più
sfrenato. Senza di voi, tutti loro sarebbero liberi e felici, senza di
loro, voi morireste di fame. Lo sapete bene: se sono miserabili, è
perché la proprietà e il capitale li derubano, se sono schiavi, è per-
ché non possono godere della falsa libertà politica che voi, in piena
consapevolezza, avete loro accordata; se sono abbrutiti, è perché
non volete che la luce della scienza illumini le loro menti. E tutta-
via sapete bene che allo stesso tempo essi sono la forza creatrice e
anche la forza distruttrice.
Borghesi e privilegiati, la rivoluzione che avanza vuole e deve
distruggere il privilegio che assoggetta la stragrande maggioranza
del popolo italiano ai vostri bisogni e ai vostri capricci, che allon-
tana questa maggioranza da tutte le gioie della vita gettandola nella
più profonda miseria, che le nega ogni diritto, perfino quello di
lavorare e di sopravvivere! L’ineguaglianza che da secoli separa in
due classi gli uomini – oziosi e operosi, privilegiati e proletari, ric-
chi e poveri, istruiti e incolti, felici e infelici, carnefici e vittime –

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deve scomparire. La rivoluzione esige che il punto di partenza sia


eguale per tutti, che tutti abbiano la stessa educazione e istruzione,
gli stessi strumenti di lavoro: la terra al contadino, il capitale all’o-
peraio. Essa vuole abolire il diritto di proprietà ereditario, che è la
base e la ragione di tanta ingiustizia; essa nega il diritto di eredità,
il diritto all’ozio, e afferma invece il diritto all’eguaglianza, il di-
ritto al lavoro.
Borghesi e privilegiati, non frapponetevi come un ostacolo sulla
via della rivoluzione; quando l’ora suonerà, lasciate passare la giu-
stizia del popolo: essa vuole distruggere le cose, non gli uomini.
Ma se gli uomini si aggrapperanno alle cose, allora scompariranno
con esse. E scomparirà per sempre anche la vecchia società privile-
giata e tutti i suoi disastrosi corollari: lo Stato centralista, con le
sue ignobili infamie, cadrà come per incanto al soffio della rivolu-
zione, e la nuova società si costituirà spontaneamente in nome della
libertà e della felicità degli italiani, grazie alla libera federazione
delle autonomie locali nate dalla rivoluzione sociale, la cui unica
base sarà il lavoro liberamente associato.
ITALIANI! Gli eventi precipitano: la bancarotta dello Stato si ap-
prossima da un lato e dall’altro la rivoluzione avanza inesorabile.
Fate vostro il suo programma: giustizia, ovvero eguaglianza, ovvero
libertà. Fate vostra questa parola santa. Per quanti la ricusano, ve n’è
un’altra che mormora da secoli nell’orecchio del popolo: vendetta.

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Appendice
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Lettera a Giuseppe Dolfi


Torino, 13 gennaio 1864

Signore,
pur non avendo l’onore di cono-
scerla personalmente, approfitto della
raccomandazione del nostro amico
Mazzini per pregarla cortesemente di
farmi un piacere che spero non le sia
di troppo fastidio, e che nello stesso
tempo sarà per me di grande utilità.
Ho intenzione di stabilirmi per qual- Giuseppe Dolfi
che mese a Firenze, e poiché non dispongo di molto denaro, vor-
rei farlo nel modo più economico possibile. Per questo ho pregato
il mio compatriota, il signor Metchnikov, di cercarmi un alloggio
a buon mercato nel quale io possa sistemarmi a pensione presso
qualche buona famiglia borghese. I suoi amici, signore, mi assicu-
rano che lei non si rifiuterà di offrirmi la sua assistenza, che mi sarà

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preziosa in questa piccola faccenda, come in molte altre di maggior


peso. Voglia dunque dare un buon consiglio al signor Metchnikov.
E siccome mia moglie, polacca di nascita, è giovanissima e ha un
gran desiderio di apprendere rapidamente l’italiano, lei ci rende-
rebbe un grandissimo servigio se potesse sistemarci in una casa
dove mia moglie possa trovare la compagnia di qualche brava gio-
vane che con la sua conversazione le insegni la vostra bella lingua
più rapidamente di quanto possa fare un libro. Spero di arrivare a
Firenze entro due settimane e sarei lieto di poter stringere la mano
di un uomo che ho imparato ad apprezzare e ad amare ancor prima
di conoscere.
M. Bakunin

Lettera ad Agostino Bertani


Livorno, 26 gennaio 1864

Carissimo dottore [in italiano nel


testo],
Le sarò infinitamente grato per
avermi raccomandato al signor Guer-
razzi. Non ne conosco il carattere, ma
in lui ho trovato un uomo d’intelli-
genza davvero notevole. L’ho trovato
ammalato, steso a letto e perciò non
in grado di scriverle. Ma mi ha am- Agostino Bertani
piamente esposto i suoi pensieri e mi ha incaricato di trasmetter-
veli. L’ho appena lasciato e le scrivo immediatamente per non di-
menticarli e renderveli nel modo più esatto.
Nella sua lettera lei gli parlava di un progetto circa un appello da
fare al re a nome di tutti i parlamentari dimissionari, eletti o non
rieletti. Egli ritiene che in questo momento sarebbe un passo sba-
gliato e deplorevole, che potrebbe produrre solo spiacevoli conse-
guenze. Dice che se i deputati dimissionari, per quanto scarso possa

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essere il loro numero, avessero alle spalle l’opinione pubblica, se


rappresentassero almeno 2-3 milioni, allora il re sarebbe costretto
ad ascoltarli. Ma in questo momento di inerzia nazionale, costoro
non rappresentano che se stessi, e il governo del re lo sa bene. Il loro
appello non avrebbe così nessuna conseguenza, anzi ne avrebbe
una deplorevole, perché un appello al re è uno di quegli strumenti
importanti che è meglio non sprecare e che va tenuto in serbo per
i grandi momenti.
L’inefficacia di un simile appello in un frangente come questo sa-
rebbe un fiasco [in italiano nel testo] ancora più completo e fune-
sto di quello della mancata rielezione. Anche se il re, cedendo ai de-
sideri della minoranza, sciogliesse la Camera, il partito non ci
guadagnerebbe niente, anzi perderebbe molto. Infatti, pronun-
ciando questo scioglimento il re conserverebbe l’attuale ministero
o ne formerebbe uno nuovo che non varrebbe più di questo. Le ele-
zioni gestite da un ministero del genere, tra l’apatia generale, con la
legge elettorale che lei sa, porterebbe certamente a una Camera an-
cora più reazionaria, e a quel punto il vostro partito sarebbe alla to-
tale disfatta. Perché con questa legge le elezioni diventino oppor-
tune, è necessario prima appassionare il paese, riconquistare
l’opinione e il sentimento nazionali. Il signor Guerrazzi pensa che
il viaggio di Garibaldi in Inghilterra, ben organizzato e ben concer-
tato, potrebbe raggiungere un tale obiettivo. Sarebbe bene, dice,
che Garibaldi fosse invitato a fare questo viaggio non da un unico
inglese, come il colonnello [Osborn William] Chambers, ma da
molte personalità più o meno influenti; che quanti più fossero
quelli che lo invitano tanto meglio sarebbe, perché il viaggio del
Generale guadagnerebbe d’importanza; che, evitando i ciarlatani
alla Kossuth, dovrebbe circondarsi dei suoi amici più influenti, so-
prattutto di quelli che conoscono l’inglese (mentre si dice che sia
circondato da una corte alla Carlo Magno); e che una volta arrivati
in Inghilterra, con una serie di meetings, di serate pubbliche e di
conversazioni private, si cerchi di attirare l’attenzione dell’Inghil-
terra sugli affari dell’Italia e di conquistare le simpatie del grande

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pubblico inglese per il partito nazionale, contro gli intrighi napo-


leonici in Italia. Aggiunge che si dovrebbe spiegare al pubblico in-
glese di non essere una banda di teste matte che sogna la distru-
zione di tutti i fondamenti della società, ma un partito di patrioti
seri, di uomini di Stato che vogliono salvare l’Italia dall’abisso in cui
vorrebbe farla precipitare l’egoismo di qualche uomo politico pie-
montese di anguste vedute, spinto da un machiavellismo impe-
riale.
Guerrazzi sa bene che è difficile agire senza denaro, ma aggiunge
che quando si hanno uomini come Garibaldi, Mazzini e tanti altri
di cui il partito italiano si onora, è possibile fare molto, e non du-
bita che se la cosa è ben concertata potrà avere successo. Una volta
che l’opinione inglese si pronuncerà a vostro favore, quell’Italia che
ora dorme si risveglierà e si volgerà dalla vostra parte. E il re, veden-
dovi sostenuti dall’Inghilterra, vi prenderà sul serio; e sarà quello il
momento per presentargli il vostro appello, che non potrà man-
care, in tali circostanze, di raggiungere il suo scopo. Altrimenti ri-
schiereste di far precipitare le cose. Dunque: prima il viaggio del
Generale, che dovete sollecitare in ogni modo, e poi l’appello.
Ecco, caro dottore, in poche parole il riassunto della mia conver-
sazione con il signor Guerrazzi. Arrivato qui alle sette, ho trascorso
con lui un’ora intera. Alle undici mi metto sul treno e alle due sa-
remo a Firenze. Se lei ha qualcosa da dirmi, mi scriva fino a nuovo
ordine al seguente indirizzo:
Signor Eugenio Vieusseux, Libraio a Firenze
con una busta all’interno per me. Adieu, stringa la mano a tutti
i nostri amici,
Suo devotissimo
M. Bakunin

Mia moglie mi prega di porgerle i suoi saluti.

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Lettera a Elizaveta Vasil’evna


Salias-de-Tournemire
Firenze, 1 febbraio 1864,
corso Vittorio Emanuele 5, primo piano

Sua Nobiltà,
Le ho scritto dalla Svizzera una lunga lettera con il mio indi-
rizzo di Firenze e speravo, speravo tanto, di trovare qui una rispo-
sta. Mi sbagliavo, non l’ho trovata. Ora, dunque, non mi resta che
credere che lei o non abbia ricevuto la mia lettera, o non l’abbia tro-
vata degna di risposta, o ancora che fosse illeggibile e non sia riu-
scita finora a capirla e l’abbia affidata a una commissione scientifica
per decifrare i miei geroglifici. Mi sforzo oggi di scriverle in modo
tanto leggibile da rendere impossibile quest’ultima ipotesi; e sic-
come questa lettera le arriverà sicuramente, nel caso in cui persista
nel suo silenzio, la seconda ipotesi sarà l’unica possibile. Questa
lettera le sarà consegnata dal conte Roger Raczynski, un uomo sag-
gio, colto e quanto mai generoso e bravo, anche se con una testa
tentennante, colma di spirito di contraddizione. Così, per esempio,
qualche mese fa, stanco di sentire dappertutto insulti contro il mar-
chese Velepolski, ha scritto un opuscolo in sua difesa. Ciò detto,
sarei molto contrariato se la mia lettera dalla Svizzera fosse andata
smarrita: non c’era nulla di compromettente, né per lei né per nes-
suno, ma solo cose che sarebbe comunque meglio non cadessero
sotto gli occhi di terzi, soprattutto le due missive, una ai miei fra-
telli e l’altra alla madre di Antonia, che ci aveva promesso di far ar-
rivare dove dovevano arrivare alla prima occasione. Abbia la bontà,
contessa, di scrivermi giusto una riga per farmi sapere se ha ricevuto
la mia lettera dalla Svizzera.
Il mio indirizzo qui è:
Sig. Eugenio Vieusseux, Libraio a Firenze
e sulla busta all’interno: per il sig. Bakunin, o ancora per A.D.
Un secondo indirizzo è a nome della contessa Raczynska, con
preghiera di inoltrare a me. Quanto all’indirizzo della contessa,

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lo avrà dal marito stesso. A proposito, aggiungo che le ho scritto


dalla Svizzera a nome del signor Klaczko, quai d’Orléans 6, per
inoltrare alla signora Elise, come mi aveva chiesto. Dato che non
ho ancora il diritto di ritenere che lei non voglia ricevere le mie let-
tere né rispondermi, continuo a renderle noti i miei alter ego come
se niente fosse.
Mentre scendevamo dal Moncenisio verso l’Italia nella notte tra
il 10 e l’11 gennaio, ci siamo ribaltati, per fortuna non dalla parte
del burrone ma dall’altra, e senza il minimo danno per nessuno; io
mi sono fatto solo un taglio a un dito con un vetro al quale mi ap-
poggiavo per non schiacciare con la mia carcassa il povero unghe-
rese che viaggiava con me. Ho considerato questo piccolo inci-
dente di buon augurio. Quando sono partito dalla Siberia
lasciando Kjachta, sempre di notte, secondo l’uso russo, sulla troika
che mi trasportava mi sono quasi spaccato il cranio contro la barra
abbassata, ma anche lì me la sono cavata con un dito rotto. Poi,
lungo l’itinerario verso Londra, mi è andato tutto bene. Lo stesso
qui. Finora tutto va bene.
A Torino abbiamo trovato la Siberia. La povera Antosja non sa-
peva come ripararsi e per poco non si è ammalata per il freddo,
ma gli dèi l’hanno salvata. Grazie a Mazzini, fin dai primi giorni ho
preso contatto con alcune persone estremamente simpatiche e in-
teressanti che appartengono, inutile dirlo, esclusivamente al partito
democratico; e se nei primi giorni non ho trovato in Italia il suo
clima, l’ho ritrovato nei suoi uomini. Per il momento non mi sono
limitato ai democratici e, grazie ad altre raccomandazioni, ho po-
tuto far conoscenza anche di alcuni simpatizzanti del partito mo-
derato, perfino di due ministri. A Torino siamo rimasti cinque
giorni, a Genova tre, ma il 19 siamo partiti per Caprera in compa-
gnia di un giovane spilungone inglese e di tre signore inglesi, due
avvenenti e graziose e una davvero racchia. Questa inglese di una
certa età e non bella è una dama ricchissima ed esaltata invaghita
alla follia di Garibaldi; non contenta della porzione di entusiasmo
che le ha concesso la natura, si aiuta anche con bicchierini di co-

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gnac cui aggiunge qualche goccia di cloroformio, cosa che le pro-


cura un naso paonazzo. Così sorride senza posa a tutti quanti,
tranne ad Antosja, che detesta perché è gelosa del suo rapporto con
Garibaldi e verso la quale, per tutto il tempo che siamo rimasti a
Caprera, ha lanciato occhiate furenti.
Garibaldi ci ha accolti amichevolmente e ha fatto a entrambi
una forte impressione. Si è ristabilito completamente e, anche se
zoppica un poco, è forte come un leone ed è attivo dal mattino alla
sera. Cura di persona il suo orto che, pur non essendo esteso, è
estremamente interessante perché interamente coltivato con le sue
mani sulla petraia e tra le rocce. Un aspetto triste e magnifico. C’è
poi una sola casa bianca, solennemente chiamata Palazzo Gari-
baldi, una più piccola in metallo, una terza ancora più piccola in
legno. Nel frutteto ci sono tutti gli alberi del Mezzogiorno: aranci,
limoni, olivi, mandorli, viti, fichi, palme da datteri eccetera, e
tanti fiori; in fiore, però, c’erano solo qualche mandorlo e delle
adorabili rose bianche. A Caprera, estate russa. Siamo rimasti tre
giorni e tutti e tre sono stati splendidi; la sera e la notte faceva ad-
dirittura caldo.
Da Garibaldi abbiamo trovato il giovane segretario politico
Guerzoni, che al momento fa da anello di congiunzione nella nuova
alleanza Mazzini-Garibaldi, il militare e marinaio Basso, il compa-
gno americano di Garibaldi, i suoi due figli Menotti e Ricciotti,
qualche garibaldino, altri militari e marinai, in tutto una dozzina di
soggetti. Lì c’è una vera repubblica democratica e sociale. Non vi si
conosce la proprietà; tutto appartiene a tutti. Si ignora anche la
cura della persona: tutti indossano abiti di tela spessa con colletti
aperti, camicie rosse con le braccia scoperte; tutti sono abbronzati
dal sole, tutti lavorano insieme e tutti cantano. In cima, sulle rocce,
c’è un piccolo mulino a vapore e ogni volta che è in funzione è una
gran festa. E tutti sono indaffarati, alcuni portano l’acqua, altri met-
tono sul fuoco rami e ceppi, che abbondano sull’isola, altri ancora
stanno in piedi o distesi sugli scogli, in pose pittoresche, per parlare
di politica, delle campagne passate o future, o ancora cantano. In-

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somma, a Caprera si trova un piccolo cenacolo di uomini giovani,


sani, robusti e coraggiosi, ognuno dei quali si è distinto per qualche
particolare atto di coraggio, un sodalizio che mi ricorda le prime pa-
gine del Corsaro di Byron. Ma in mezzo a loro, maestoso, impo-
nente, con un sorriso dolce sulle labbra, il solo a essere lindo, il solo
a essere bianco in mezzo a quella folla bruna e forse un tantino su-
dicia, Garibaldi, con la sua espressione profondamente melanco-
nica, sia pure solo esternamente, produce un’impressione indefini-
bile. È infinitamente buono e la sua bontà si estende non solo agli
uomini, ma a tutte le creature. Ama i suoi due buoi, le sue vacche,
i suoi vitellini, i suoi montoni; tutti lo riconoscono, e non appena
si mostra tutti corrono da lui, che li accarezza uno per uno, che ha
per ognuno una buona parola. Mi hanno raccontato che un giorno
aveva trovato un agnellino che si era perso e cercava la madre: lo
prese in braccio e la cercò per quattro ore tra le rocce; non trovan-
dola portò l’agnello a casa sua, mise della paglia accanto al suo letto,
si fece portare una spugna imbevuta di latte e rimase disteso tutta la
notte con il braccio teso con in mano la spugna dalla quale l’agnello
succhiava il latte. Il giorno seguente si alzò presto e camminò con
l’agnello in braccio per due o tre ore, finché non ebbe ritrovato la
madre. Un’altra volta, vedendo un giovane che spezzava dei rami
senza ragione, gli disse: «Perché lo fai? Si deve rispettare tutto quello
che vive». La sua religione è come la vostra, crede in Dio e nel de-
stino storico dell’uomo. «Al di là di questo», dice, «non so niente».
Vi ho già detto che le sue riflessioni sono di una tristezza
profonda, soffocata. Così doveva essere la tristezza di Cristo
quando diceva: «La messe è abbondante, ma i raccoglitori sono
pochi!». Così è la tristezza del nostro uomo maturo, che ha consa-
crato tutta la vita all’emancipazione e all’umanizzazione dell’uomo.
Perfino i grandi uomini, dunque, perfino quelli più fortunati non
raggiungono il proprio scopo. E tuttavia è necessario sforzarsi e ti-
rarsi dietro il mondo per farlo avanzare. Nel mezzo di una lunga
conversazione con lui, Garibaldi mi ha detto: «Negli ultimi tempi
ne ho abbastanza della vita; le avrei detto volentieri addio, ma avrei

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voluto morire per il bene della mia patria e per la libertà di tutti i
popoli. Avevo intenzione di andare in Polonia, ma i polacchi mi
hanno mandato a dire che laggiù sarei stato inutile e il mio arrivo
avrebbe provocato più male che bene, così ho rinunciato. Del resto,
anch’io suppongo di essere più utile per loro qui che non laggiù. Se
facciamo qualcosa in Italia, sarà di vantaggio anche per la Polonia
che, oggi come sempre, gode di tutta la mia simpatia».
Senza dubbio Garibaldi si prepara, con tutto il suo partito del
cambiamento, all’azione di primavera. In che cosa consisterà que-
sta azione, è ancora difficile dirlo. Gli ostacoli sono tanti. La guerra,
o ancor meglio la rivoluzione in Germania, possono far avanzare
singolarmente tutti noi. Ma di questo le parlerò in un’altra lettera
che le scriverò dopo che lei avrà risposto a questa mia e alla prece-
dente.
Ora ritorno a Garibaldi. È stato estremamente gentile e amabile
con mia moglie, con gran dispiacere dell’inglese ubriacona col naso
paonazzo. Una volta che era in nostra compagnia, ha fatto salire
mia moglie su una barchetta e ha preso egli stesso i remi mentre lei
raccoglieva con una lunga pertica i ricci, una sorta di frutti di mare
[in italiano nel testo].
Il 23 siamo tornati a Genova e il 26, via Livorno, siamo arrivati
a Firenze. E io, glielo rivelo in segreto, sono già innamorato dell’I-
talia e ho dato la parola a mia moglie che in un mese imparerò l’i-
taliano.
Ma che mi dice del «Kolokol»? Si è davvero rigenerato. Dopo
aver letto l’articolo di Herzen, Le 1er Janvier, e la lettera a Gari-
baldi, ho esclamato: «Cristo è resuscitato!»: il vigore, la fede, tutto
gli è ritornato. Ma di nuovo, anche questo nelle prossime lettere.
Oggi invece le rivolgo le mie più umili preghiere:
1. Baciare la fronte intelligente di suo figlio e stringere la mano
ai nostri comuni conoscenti: Wizicskij,ˇ Kaplinskij, Klaczko, Ka-
linka, Zaleski, Grinevic,ˇ se è tornato, così come Usov, al quale scri-
verò di sicuro, e Luginin, se è ancora a Parigi.
2. Dire a Markov-Vovcok ˇ che gli ho scritto fermo posta a nome

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di M.lle S.O., come mi ha chiesto, e dargli il mio indirizzo: Corso


Vittorio Emanuele 5.
3. Chiedere a Wizicskij
ˇ che si informi se la nostra comune cono-
scenza, e mio grande amico, August Blanche, lo Svedese, è arrivato
a Parigi. Ho ricevuto notizie da Stoccolma sulla sua partenza per
Parigi, da dove dovrebbe raggiungere l’Italia; la prego di comuni-
cargli tramite i nostri comuni amici il mio vero indirizzo, cioè
Corso Vittorio Emanuele 5, 1° piano, perché possa trovarmi. Se
viene a sapere che si trova a Parigi, faccia sapere a Raczynski come
trovarlo, in modo che possa consegnargli la mia lettera. Scrivete
anche a me sull’argomento, se venite a sapere qualcosa.
4. Vi vedete con l’artista pittore Jacobij? Se sì, ditegli o pregate vo-
stro figlio di dirgli che gli ho scritto due volte, una volta dalla Sviz-
zera, con una missiva indirizzata a suo fratello, e un’altra da Ge-
nova, con tre missive indirizzate a Demontowicz, a Narcimskij e al
pittore Chlebovskij. Non ho ricevuto alcuna risposta a tutte queste
missive. Le ha ricevute? Comunichi anche a lui il mio indirizzo.

Sera.
Sono stato alla Posta e quale è stata la mia gioia! Ho ricevuto la
sua lettera, cara amica. Eravate sofferente e solo per questa ragione
siete rimasta in silenzio. Adesso vi siete ristabilita, grazie a Dio (per
così dire). Anzi, che Dio ci faccia dono anche del resto. Malgrado
tutto e tutti, sono almeno certo che la Polonia non soccomberà.
Nell’atmosfera politica si è accumulata tanta elettricità che dovrà
prima o poi esplodere. Per ora, alla mia prossima lettera; adesso
siamo tutti riuniti e Antosja, che l’ama di tutto cuore ma non sa
scrivere lettere, mi chiama per prendere il tè.
Il suo devoto amico
M. Bakunin

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Lettera a Karl Marx


Firenze, 7 febbraio 1865,
via dei Pucci, secondo piano

Carissimo, tu hai formalmente il di-


ritto di avercela con me, perché ho la-
sciato senza risposta la tua seconda let-
tera e ho tardato fino a oggi a
rispondere alla terza. Ecco le cause del
mio silenzio: conformemente al tuo
desiderio, ho mandato a Garibaldi
Karl Marx
una copia dell’appello del comitato in-
ternazionale e aspetto ancora una sua risposta. Attendo inoltre che si
stampi la traduzione italiana per spedire anche questa. Non ti puoi
immaginare come in questo paese la gente sia lenta e indecisa. La
mancanza di denaro – questa prima e fondamentale, ma anche
molto naturale malattia di ogni organizzazione democratica in Eu-
ropa – inceppa ogni lavoro attivo. Oltre a ciò, la grande maggioranza
degli italiani, demoralizzata dal fiasco [in italiano nel testo] completo
e dagli errori del partito democratico centralista e unitario, è adesso
fortemente malata di scetticismo e di stanchezza. Soltanto la propa-
ganda socialista, appassionata, energica e conseguente, può far tor-
nare in questo paese la vitalità e la volontà. Ma per tutto ciò ci vuole
tempo, perché qui occorre ricominciare tutto da capo. In Inghil-
terra, com’è evidente, voi andate avanti a gonfie vele. Noi, al contra-
rio, azzardiamo a dispiegarle a poco a poco [in italiano nel testo].
Ti mando una poesia fiorentina che spero non ti dispiacerà. Pur-
troppo l’organizzazione è un affare ben più difficile delle poesie: an-
ch’essa procede, è vero, ma molto lentamente. I suoi successi sono
rallentati dall’indifferenza scettica, dalla diffidenza reciproca, dall’i-
gnoranza e dall’incapacità dei cosiddetti capi della cosiddetta de-
mocrazia, completamente disorientata e demoralizzata. In Italia
deve formarsi una democrazia nuova, fondata sul diritto assoluto e
sul culto unico del lavoro. Gli elementi per questo ci sono: l’Italia

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ne è piena e su questo punto non si deve disperare. Pazienza [in ita-


liano nel testo], come amano dire qui, e di questa pazienza ne oc-
corre tanta! Mazzini è terribilmente in errore se continua a credere
che l’iniziativa del nuovo movimento verrà dall’Italia. Verrà dal-
l’Inghilterra, o dalla Francia, o magari dalla Germania; certamente
dalle prime due se parliamo solo dell’Europa, oppure da quella ma-
gnifica America del Nord: ecco il centro intellettuale e propulsivo
dell’umanità. Il resto verrà dietro a rimorchio.
E ora, carissimo [in italiano nel testo] amico, dammi la tua asso-
luzione per il lungo silenzio, un peccato nel quale non ricadrò più,
e bacia rispettosamente per me le belle mani della signora Marx e
della figlia.
Tuo devoto M.B.

Non appena avrò le fotografie di mia moglie e di me stesso ve le


manderò, ma in cambio chiederò quelle di tutta la santissima fami-
glia [in italiano nel testo].

Lettera a Giorgio Asproni


Napoli, 2 novembre 1865

Mio eccellentissimo amico,


ho ricevuto due sue lettere, ma ho
preferito non risponderle prima di
avere conferma della positiva notizia
che attesta la sua nomina a deputato
della Sardegna. Ora la nomina è
certa: ne sono ben contento, non
tanto per lei, che non se ne cura più
di tanto, ma per il suo paese e per la Giorgio Asproni
Camera, che ascolterà almeno una voce sgombra da qualsiasi
preoccupazione personale o di partito e capace di far sentire tutta
la verità. Di dire arditamente la verità! È questa, al momento, l’u-

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nica cosa buona che si possa fare. Dopo arriverà il momento di


realizzarla, e io spero che arriverà abbastanza in fretta perché sia
possibile per noi due esserne attori e testimoni.
Ferrari non è stato nominato a Milano e, credo, da nessuna
parte. Se lei scrivesse ai fratelli Romero, che sembrano entrambi
tenere molto alla sua opinione, essi potrebbero senza dubbio pre-
sentarlo in uno dei collegi più sicuri del partito tra quelli di cui si
occupano. Sono felicissimo che lei si sia risolto a fare un giro per l’I-
talia e attendo con impazienza le notizie che ci porterà da Firenze.
Qui Dall’Ongaro è più maneggione e ridicolo che mai: briga per
avere l’onore di prendere il posto di Garibaldi. Credo che preferi-
rei piuttosto l’esponente di una qualche consorteria o perfino un
gesuita, perché sotto gli abiti di democratico liberale costui cela la
stoffa dell’uno e dell’altro.
Mio caro amico, oggi tutto quello che si raccoglie è: tanto peg-
gio tanto meglio – tanto meglio tanto peggio; non mi sembra ci sia
altro. Ma qualunque cosa si faccia, qualunque cosa si dica, l’Italia
non farà da sé – oggi meno che mai. Sotto questo aspetto, come
sotto molti altri, io condivido appieno l’opinione di Ferrari:
quando suonerà l’ora, non farà da sola, ma con gli altri.
Venga dunque al più presto: mia moglie, che la saluta con ami-
cizia, e io, che l’abbraccio fraternamente, l’attendiamo con impa-
zienza. Anche Gambuzzi ritornerà tra una settimana. Da quando
sono arrivato a Napoli, non ho più visto Nicotera. Mia moglie e io
siamo andati a fargli visita: la signora Nicotera l’ha ricambiata, ma
lui no. Pare proprio che non ci sia una forte attrazione tra noi. Ho
scarsa fiducia nei suoi sentimenti e ancor meno ho fiducia nella
sua intelligenza democratica. «Il Popolo» senza di lei zoppica e non
andrà avanti per molto.
Che dirle ancora? Il colera si espande pian piano a Napoli, ben
più della democrazia. Mia moglie e io non ci pensiamo. La prego
di salutare da parte mia [Federico] Campanella, [Achille] Sacchi e
[Agostino] Bertani. Com’è possibile che io non abbia trovato il
nome di quest’ultimo nella lista dei deputati nominati? È lui che ha

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rifiutato l’elezione oppure non l’hanno eletto? È strano, perché è un


uomo molto abile e relativamente molto potente. Di tutti i colon-
nelli del defunto partito d’azione è senza dubbio il più intelligente.
Ma basta con le chiacchiere: è ora di andare a dormire. Al mo-
mento sto scrivendo per i giornali francesi un lungo articolo nel
quale dimostro che il patriottismo esclusivo è un sentimento ani-
malesco più che morale.
Adieu allora, le stringo forte la mano e arrivederci a presto. Ab-
bracci per me Dolfi e Mazzoni quando li incontrerà a Firenze.
Suo devoto
M. Bakunin

Lettera a Ludmila Assing


Napoli, 5 novembre 1865,
Palazzo Moncone, corso
Vittorio Emanuele, secondo piano

Cara e generosa amica,


vede bene com’è diplomatico il
russo. Io la definisco generosa, per-
ché conto in anticipo sul suo gene-
roso perdono in ragione del mio
lungo e ingiustificabile silenzio. E lei
mi ha scritto ancora, lei si è ricordata Ludmila Assing
di me in un momento di affanno, all’indomani di un duello che
avrebbe potuto costare la vita a Giannelli. Quattordici ferite! Si
vede bene che non è andato con la mano leggera. Si è battuto con
furia. Lei ha mille volte ragione, cara amica, sarebbe stato molto
meglio riservare tutta quella furia italiana [in italiano nel testo] per
un’occasione più degna di tanto sangue e di tanto valore. Ma vede,
il valore di per sé, al di là del suo oggetto, ha qualcosa di così sedu-
cente che, pur biasimandone la follia, nonostante tutto lo si ri-
spetta. D’altronde, chissà, magari la ragione stessa di quel duello è

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più seria di quanto io non creda. In ogni caso, la prego di stringer-


gli forte la mano sinistra a nome mio e di manifestargli tutta la
mia contentezza nel saperlo vivo tra noi, nonché la mia speranza,
se lo prendesse ancora una volta la voglia di farsi ammazzare, di
scegliere un momento più opportuno.
Che devo dirle della nostra vita napoletana? Innanzi tutto che
costa poco. Viviamo un po’ lontani dalla città, è vero, ma vicinis-
simi alla Villa Reale, tra questa e Mergellina, e gli omnibus pas-
sano a due passi da casa nostra. Per tre stanze graziose con una cu-
cina paghiamo solo 85 franchi al mese, e 3 franchi per pranzare in
due. Come vede, non ci stiamo rovinando. La nostra compagnia
non è molto numerosa, ma piuttosto piacevole. Asproni in questo
momento deve essere a Firenze e probabilmente lei avrà modo di
lamentarsi aspramente con lui (per quanto lei possa essere aspra,
perché in realtà nel suo cuore c’è ben poca asprezza e tanta indul-
genza e comprensione; ora posso confessarglielo: lo so per mia di-
retta esperienza, perché in realtà ero molto in colpa verso di lei,
cosa di cui oggi mi pento sinceramente, sia detto tra parentesi).
Così ora lei si lamenterà con Asproni del mio silenzio e Asproni –
che è assolutamente nella stessa situazione: mi ha scritto due lettere
da Genova e solo ieri gli ho spedito la mia risposta a Livorno, all’in-
dirizzo di Guerrazzi – le darà ragione. Ma ve ne vergognerete en-
trambi quando riceverete le mie missive!
Volete qualche notizia sulla democrazia? Ah, amica cara, che tri-
ste cosa è questa democrazia italiana! Se si radunano tutte le sue ri-
sorse intellettuali, forse si riuscirà a partorire una sola idea! Pre-
tende di vivere sempre di sentimenti, di istinti, alla sola ricerca di
atteggiamenti baldanzosi. Non va affatto bene. Bisogna pensare
per andare avanti. Ma in questo paese, dando una mano al papa,
sembra che si sia messo all’indice il pensiero! La democrazia, dun-
que, si trova qui come dappertutto in Italia in uno stato di prostra-
zione, di stagnazione difficile da descrivere e di fraintendimento
cronico e perenne. Parole, parole, parole! come diceva il principe
Amleto in preda alla follia. Passiamo a un argomento più confor-

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tante. Il vostro grande luminare fiorentino, Dall’Ongaro, è qui; si


definisce un uomo pratico e si dà arie da raffinato pensatore, come
se ne sapesse più di chiunque altro, e si dà molto da fare per essere
nominato deputato nel seggio assegnato a Garibaldi, che l’ha rifiu-
tato. Se fossi italiano e se votassi, gli preferirei il membro di una
consorteria o un gesuita perché, pur avendo la stoffa dell’uno e del-
l’altro, resta comunque un Dall’Ongaro. Sotterriamolo, non prima
però di aggiungere che qui, al teatro del Fondo, si replica un nuovo
lavoro di sua composizione. Spero che venga fischiato.
Il colera è più interessante, si sviluppa a poco a poco [in italiano
nel testo] spargendo il terrore e facendo scappare tanta gente. Tra i
fuggiaschi ci sono gli Ossani-Paradisi, che sono andati a Salerno
dopo avere fatto provvista, su mio consiglio, di noce vomica e di
quassia. Quanto a noi, ce ne resteremo baldanzosamente qui fino
al mese di gennaio, poi andremo forse a Palermo e da Palermo,
probabilmente alla fine di gennaio, a Firenze. Prima le scriveremo;
e lei ci aiuterà, non è vero?, amica cara, a trovare un minuscolo al-
loggio al miglior prezzo possibile. Dica a Giannelli che aspetto una
missiva da Parigi per mandargli la lettera di raccomandazione che
mi ha chiesto per il suo amico. Saluti caldamente da parte nostra
tutta la gioiosa ed eccellente famiglia Schwarzenberg che, ne sono
certo, continua a condividere la mia opinione, da lei non condivisa,
ber die herrlichen Thaten der deutsch-preussich-sterreichischen Armee
in dem beglckten Schleswig-Holstein und ber den cht deutschen Kauf
und Verkauf der von ihr befreiten Brger von Lauenburg [sulle nobili
azioni dell’esercito tedesco-prussiano-austriaco nella felice regione
dello Schleswig-Holstein e sulla compravendita puramente tedesca
dei suoi liberi concittadini del Lauenburg].
Adieu. Senza rimpianti. Mia moglie la bacia, stringe la mano a
Giannelli ed entrambi aspettiamo con impazienza la sua lettera.
Grazie per il libro di Cironi. Grazie ancora per le lettere di Hum-
boldt. Le invio i miei articoli.
Suo devoto
M.B.

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Lettera a Aleksandr Ivanovicˇ Herzen e a Nikolaj


Platonovicˇ Ogarëv
Napoli, 7 novembre 1865

Amici! Miss Reeve è morta stanotte, tra mezzanotte e l’una, di


colera. Mia moglie e io le siamo stati accanto tutta la giornata di
ieri, senza allontanarci, e lei è morta tra le nostre braccia. La curava
la signora Schwabe, sua amica ed ex-medico. Il dottor Pinkov, a
dire il vero, ha fatto tutto il possibile. Ma lei l’aveva chiamato
troppo tardi. Due giorni prima aveva già dolori intestinali. In quel
momento l’ho pregata di prendere qualche goccia di noce vomica,
un rimedio che ha dato prova di sé in quasi tutta la Russia, ma an-
cora poco conosciuto qui. Non ha preso niente e per giunta l’altro
ieri era andata a fare una visita sotto la pioggia, si è bagnata e dopo
tremava fin nelle ossa. Ieri alle sei del mattino si è manifestato il
Cholera morbus asiaticus, ma lei non ha voluto chiamare il medico
fino all’una del pomeriggio. Mia moglie è arrivata a casa sua, per
puro caso, alle tre, mi ha avvertito e non l’abbiamo più lasciata. La
sera Pinkov ha chiamato un altro medico per un consulto: hanno
tentato tutto il possibile, ma non c’è stato niente da fare, ed è
morta. Voi e io abbiamo perso una vera amica, intelligente, fedele,
nobile e dotata di un’ardente dedizione: l’unica persona viva a Na-
poli. Tutte le altre non sono persone, ma ombre.
Lei aveva una profonda stima e un tenero affetto per te, Herzen.
Il suo viso, i suoi sorrisi emanavano una tenerezza particolare ogni
volta che parlava di te, e come sorrideva di buon cuore quando ri-
cordava i tuoi successi. Trattava tutti i tuoi, tutta la tua famiglia,
come se ne facesse parte, e amava in particolare la signorina Tata.
Poco tempo fa mi aveva mostrato una tua lettera, alla quale si pro-
poneva di rispondere, cosa che avrebbe senza dubbio fatto. Ma non
risponderà più – non c’è più.
Per me era diventata un’abitudine mentale, un affetto del cuore.
Ogni volta che leggevo qualcosa di notevole o che immaginavo
qualcosa, correvo da lei per conversarne o discuterne insieme. Ra-

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Trittico con le immagini di Michail Bakunin, Aleksandr Herzen e Nikolaj


Ogarëv (fonte: Vladimir Sysoyev, Bakuniny, Sozvezdiye, Tver 2002).

ramente ho incontrato una donna tanto gentile, intelligente e sim-


patica come lei. Ma bisogna andare avanti! Anche se siamo sempre
meno numerosi.
Ecco tutto quello che volevo o dovevo scrivervi, amici miei. Te-
netevi in salute e fate attenzione al colera. Mia moglie è formida-
bile, e io sono contentissimo di lei. Che dedizione e che coraggio,
senza vuota retorica, quanta tenerezza, audacia e saggezza riunite
insieme. Da dove attinge tutte quelle energie? Per sette ore, senza
interruzione, le ha frizionato le braccia e le gambe. Non voglia il
cielo che cada malata! Io non glielo ho impedito, perché in un caso
del genere ho pensato di non averne il diritto. La nostra amica è
morta, ma almeno non tra le braccia di estranei.
Vostro M. Bakunin

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Lettera a Carlo Gambuzzi


Napoli, seconda metà d’agosto 1866

Amico carissimo,
la tua lettera del 17 corrente ci ha
piacevolmente colpito. Abbiamo letto
con interesse le informazioni minu-
ziose e preziose riguardo alla situa-
zione politica e militare del campo dei
volontari. Tutti gli amici ne sono sod-
disfatti e contenti.
Giuseppe Fanelli
Cosa che invece non possiamo es-
sere nei riguardi di nostri due amici comuni, Fanelli e Mileti, il cui
mutismo assoluto ci ha sorpreso, perché non ce lo aspettavamo, e
addolorato, perché hanno scritto a tutti gli amici tranne che a noi,
come avrebbero invece dovuto. Ti preghiamo, se ne hai l’occasione,
di comunicare a entrambi il nostro sconcerto.
A te dobbiamo indubbiamente una risposta. Ma non potendo
rispondere a tutti i dettagli che ci hai trasmesso, che hanno oggi
minore importanza a causa delle sostanziali modifiche avvenute,
ci limiteremo qui a qualche osservazione generale.
Ci hai lungamente parlato dei tuoi tentativi presso certi ufficiali
superiori e uomini politici del campo di Garibaldi, e del loro totale
insuccesso. Per un verso, siamo contenti che questa esperienza ti
abbia fatto toccare con mano ciò che noi, grazie alla storia e alla lo-
gica, avevamo profetizzato in anticipo e a priori; l’augurio è che essa,
togliendoti dalla testa qualsiasi idea del genere per il futuro, ti leghi
a noi in modo indissolubile. Per l’altro verso, siamo al contempo un
po’ preoccupati per due ragioni. I tuoi tentativi verso quei signori
sono stati attuati attenendosi alla nostra logica, cioè conformemente
alla nostra ottica, alle nostre idee e alle nostre risoluzioni? O avevano
uno scopo squisitamente politico? Ci piacerebbe essere informati ac-
curatamente e chiaramente su questi due punti e speriamo che tu
non esiti a farlo con la tua ben nota franchezza e sincerità.

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Dato che la tua lettera è molto carente su l’uno come sull’altro


di questi punti, è naturale che abbia sollevato nel nostro animo
questi dubbi. Se infatti il tentativo è stato fatto nel primo senso,
esso si rivela fin dal primo momento impossibile e pericoloso. Im-
possibile, perché sarebbe folle cercare di strappare la bandiera, lo
spirito e il cuore a uomini che per tutta la vita non hanno mai se-
guito i nostri principi o la nostra bandiera (come sono appunto
tutti loro); a uomini che si sono riuniti lì e si sono votati alla morte
per un fine esclusivamente nazionale, e questo proprio nel pieno
del loro coinvolgimento militare. Pericoloso, perché è estrema-
mente imprudente scoprire le nostre batterie in modo così inop-
portuno e inutile. Se il tentativo è stato attuato in un’ottica squisi-
tamente politica, allora non si accorda affatto alle nostre intenzioni:
anzi, sarebbe in totale disaccordo. Per questo attendiamo con im-
pazienza le tue spiegazioni dettagliate.
Un altro passo della tua lettera ci ha fatto riflettere molto. Par-
lando dell’entourage di Garibaldi, dici che è composto da uomini
mediocri, incapaci e ambigui, e aggiungi queste precise parole: noi
li facciamo sorvegliare. Che cosa intendi con quel noi? Con chi altro
ti sei messo d’accordo e a che scopo? Chiarisci tutto questo, perché
si tratta di un punto estremamente importante che non concorda
pienamente con il resto della lettera.
Esaminiamo bene la situazione.
La conclusione dell’armistizio e l’inevitabile pace hanno creato
una situazione magnifica per noi. La sottrazione del Veneto all’Au-
stria toglie al governo qualsiasi ragione per mantenere un esercito
immenso e per tiranneggiare e opprimere i popoli. I falsi democra-
tici, ovvero mazziniani e garibaldini, non potranno più accampare
la scusa della presenza straniera in Italia per rimandare le questioni
sociali, le questioni interne e quelle connesse alla libertà. Le scon-
fitte di Custoza e di Lissa, l’arlecchinata di Cialdini, hanno di-
strutto per sempre in Italia il militarismo, che prima o poi avrebbe
finito per distruggere, come altrove, la libertà. Dopo il disastro di
Lissa tutti gli uomini di buon senso e l’opinione pubblica, con l’ec-

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cezione di alcuni giornalisti beoti o di alcuni focosi guerrieri, sono


favorevoli alla pace e l’accettano con piacere, perché sarebbe un
enorme sproposito affidare d’ora in poi il destino dell’Italia a per-
sone che non sanno e non vogliono vincere. Inoltre, sarebbe una te-
meraria follia combattere da soli contro l’Austria e contro l’opi-
nione pubblica europea.
Ci potrebbero obiettare che il Tirolo e l’Istria restano separati
dall’Italia. Ma come annettere all’Italia queste due provincie? A che
titolo e con che diritto pretenderlo? In nome della libertà? Certa-
mente no. In nome della volontà popolare? Assurdo, perché gli
abitanti si sono battuti con coraggio per terra e per mare, soprat-
tutto dopo che i tirolesi, con il loro valore, avevano sconfitto e di-
strutto il prestigio di Garibaldi costringendolo al disonore degli
incendi di Molina e di S. Luca. In nome della lingua e delle fron-
tiere naturali? Impossibile. Come si potrebbe infatti mettere in pra-
tica questo principio se la Svizzera, la Francia e l’Inghilterra possie-
dono le terre italiane del Canton Ticino, di Nizza, della Corsica e
di Malta? Inoltre, si sancirebbe così il principio della conquista an-
nullando quello della libertà e della federazione; e questo non è
ammissibile.
Potrebbe a questo punto essere sollevata l’obiezione del disonore
nazionale. Il che non è assolutamente vero. I soldati, i volontari, i
marinai, le guardie hanno combattuto valorosamente e con onore.
Le popolazioni, dopo aver tollerato in pace, per sei lunghi anni, il
più immorale e infame dei governi, dopo aver pazientemente sop-
portato ogni sorta di arbitrio, ingiustizia, concussione e spoliazione,
hanno partecipato senza recriminazioni, senza diffidenza, senza ran-
core, anzi con entusiasmo e in tutte le modalità possibili, al trionfo
delle nostre armi. Di chi è allora il disonore? Del governo, per la sua
evidente malafede. Ma la demoralizzazione e la destituzione del go-
verno significano il trionfo del popolo e della libertà, e i nostri sforzi
devono tendere ad affrettarne la caduta.
Di conseguenza, a cosa porterebbe un colpo di stato militare,
una rivolta o un atto di forza da parte dei volontari e dell’esercito?

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A un’azione estremamente funesta e del tutto criticabile. Un movi-


mento che non fosse il frutto di solide convinzioni e di manovre a
lungo preparate, con perseveranza, un movimento che fosse l’esito
di una collera fugace e di un’indignazione momentanea, in genere
non ha successo e non può averlo. I volontari e il popolo non vi
sono preparati, né potrebbero esserlo. Ma un colpo di stato avrebbe
conseguenze spaventose solo a pensarci. Il governo, già precipitato
nel baratro dell’immoralità e ai limiti del fallimento, protetto dal di-
ritto di difesa e di resistenza troverebbe nella lotta civile una risorsa
insperata, proprio quando l’esito della guerra lo ha privato di ogni
fiducia. Oltretutto, supponiamo che il governo stia soccombendo,
chi ci salverebbe dalla reazione dell’Europa davanti a questo colpo di
mano da parte della nostra sedicente democrazia?
Tenuto conto di tutte queste considerazioni, i nostri amici riten-
gono che la vostra presenza laggiù sia ormai perfettamente inutile,
anzi potrebbe spingervi, contro le vostre intenzioni, su una strada
lungo la quale non potreste proseguire senza entrare in contraddi-
zione con i nostri principi. Inoltre, voi avete già soddisfatto abba-
stanza il vostro onore militare, la vostra posizione politica, in breve
la vostra individualità.
I nostri amici stimano dunque che il vostro rimpatrio imme-
diato sia non solo opportuno e utile, ma soprattutto necessario.
Non possiamo, infatti, descrivere a parole l’effetto prodotto dalla
delusione, come pure dalle minacce e dai fieri propositi espressi da
tutti. Questo è sicuramente il momento più propizio per le nostre
attività, tanto più che la falsa democrazia cerca di nuovo di ripren-
dersi le cose in mano.
Vi invitiamo dunque a ritornare il più rapidamente possibile,
insieme a Fanelli e a Mileti. Se per qualche motivo non poteste
farlo, comunicateci allora le ragioni.
[M. Bakunin]

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Brevi note biografiche

Giorgio Asproni (1808-1876) è un politico sardo, autonomista e re-


pubblicano.

Ludmilla Assing (1821-1880), scrittrice e intellettuale tedesca, parte-


cipa attivamente alle vicende del Risorgimento italiano. Dopo la sepa-
razione con l’ufficiale Ciro Grimaldi, si lega per diversi anni a Piero
Cironi e in seguito ad Andrea Giannelli, da cui ha un figlio. È autrice
della biografia di Piero Cironi (Vita di Piero Cironi, Prato 1865) e cu-
ratrice del volume di Alexander von Humboldt, Briefe von Alexander
von Humboldt an Varnhagen von Ense aus den Jahren 1827 bis 1858
(Leipzig 1860). Entrambi i testi sono citati nella lettera di Bakunin alla
Assing del 5 novembre 1865 (vedi p. 130).

Agostino Bertani (1812-1886), medico e politico milanese, è tra i fon-


datori dell’estrema sinistra storica.

August Theodor Blanche (1811-1868) è uno scrittore, giornalista e


politico svedese.

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Federico Campanella (1804-1884) è il più stretto collaboratore di


Mazzini nell’ultimo periodo della sua vita. Eletto deputato 1862, si di-
mette l’anno seguente in polemica con l’approvazione della repres-
sione in Sicilia.

Francesco Dall’Ongaro (1808-1873), ex prete e poeta, partecipa al mo-


vimento insurrezionale del 1848. Dopo dieci anni di esilio, torna in Ita-
lia e diventa monarchico.

Pier Vincenzo De Luca (1835-1868), convinto seguace di Bakunin,


collaboratore de «Il Popolo d’Italia» e redattore di «Libertà e lavoro», è
uno dei fondatori dell’Associazione Libertà e giustizia e direttore dell’o-
monimo giornale.

Giuseppe Dolfi (1818-1869), fornaio, è tra le figure più note della de-
mocrazia toscana. Nel 1860 fonda a Firenze la Fratellanza artigiana
d’Italia, associazione operaia mazziniana.

Giuseppe Fanelli (1827-1877), inizialmente mazziniano, partecipa alla


spedizione dei Mille con Garibaldi. Tra i primi seguaci di Bakunin, ne
diventa uno dei principali collaboratori. Membro della Prima Inter-
nazionale, svolge un’intensa propaganda in Spagna contribuendo a
diffondervi l’anarchismo.

Giuseppe Ferrari (1811-1876) è filosofo, storico e politico.

Carlo Gambuzzi (1837-1902), avvocato e giornalista, dapprima maz-


ziniano e poi anarchico internazionalista, è amico intimo e stretto col-
laboratore di Bakunin. Nel 1866, con Fanelli e Mileti, combatte nel Ti-
rolo come volontario garibaldino. Direttore della «Gazzetta di Napoli»
porta avanti una coraggiosa azione di risanamento morale contro la
Camorra.

Andrea Giannelli (1831-1914), mazziniano, nel 1854 partecipa al ten-

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tativo insurrezionale della Lunigiana. Esponente del partito repubbli-


cano italiano, nel 1897, in polemica con il partito, dà vita con altri al
partito mazziniano italiano.

Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), politico e scrittore to-


scano, è attivo nel movimento democratico risorgimentale e membro
del governo rivoluzionario in Toscana del 1848-1849.

Giuseppe Guerzoni (1835-1886) è il biografo di Giuseppe Garibaldi.

Aleksandr Ivanovicˇ Herzen (1812-1870) è un pensatore e politico


russo. La sua autobiografia Passato e pensieri (1867), testo fondamentale
del populismo russo, è la vivida descrizione delle passioni di una gene-
razione europea.

Giuseppe Mazzoni (1808-1880) abbraccia giovanissimo gli ideali maz-


ziniani. Prende parte ai moti del 1848-1849 e insieme a Montanelli e
Guerrazzi fa parte del triumvirato toscano.

Lev Metchnikov (1838-1888), geografo e sociologo russo, è il fratello


del famoso biologo Elie Metchnikov (1845-1916), Premio Nobel per
la medicina nel 1908.

Carlo Mileti (1823-1892) partecipa ai moti del 1848. Implicato nel


1851 in una congiura e condannato a morte, fugge, lasciando l’Italia
per raggiungere Malta e poi Genova, dove resta per nove anni. Nel
1863 Agostino Bertani gli affida la direzione de «Il Popolo d’Italia».

Giovanni Nicotera (1828-1894), inizialmente mazziniano, nel 1857


partecipa alla spedizione di Sapri con Carlo Pisacane. Deputato della si-
nistra dal 1862, abbandona le idee repubblicane per diventare un con-
vinto sostenitore della monarchia. Nel 1877 è l’autoritario e repressivo
ministro dell’Interno fautore di un giudizio sommario, affidato a un tri-
bunale di guerra, per i protagonisti della Banda del Matese.

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Nikolaj Platonovicˇ Ogarëv (1813-1877), poeta russo, viene più volte


arrestato per le sue idee politiche. Nel 1856 emigra a Londra, dove col-
labora con Herzen alla nascita della rivista «Kolokol». Trascorre gli ul-
timi anni della sua vita in povertà.

Emilia Reeve (?-1865), inglese, amica di Garibaldi, promuove a Napoli


una scuola gratuita per i figli degli operai.

Achille Sacchi (1827-1890), medico mantovano, partecipa ai moti


lombardi del 1848 e successivamente alla difesa della Repubblica ro-
mana. Sfuggito alla cattura, si rifugia prima in Piemonte poi in Sviz-
zera. Nel 1860 raggiunge Garibaldi combattendo al Volturno. Nel
1866 rientra a Mantova.

Elizaveta Vasil’evna Salias-de-Tournemire (1815-1882), contessa, scrive


romanzi sotto lo pseudonimo di Eugéne Tour.

Eugenio Vieusseux è il nipote di Giovan Pietro Vieusseux (1779-1863),


il fondatore dell’omonimo Gabinetto, inizialmente pensato come un
punto di riferimento per la lettura dei periodici e dei libri stranieri, al-
l’epoca poco diffusi in Italia.

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Bibliografia

Opere

L’Instituut voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam ha intrapreso da


vari anni la pubblicazione delle opere complete di Bakunin curate da
Arthur Lehning, compresa una versione digitale edita nel 2000 [tra
parentesi la data delle traduzioni italiane curate dalle Edizioni Anar-
chismo, Catania]:

Archives Bakounine, I, Michel Bakounine et l’Italie, 1871-1872


(deuxième partie), Leiden 1963 [1976].
Archives Bakounine, II, Michel Bakounine et les conflits dans l’Interna-
tionale, 1872, Leiden 1965 [1976].
Archives Bakounine, III, Michel Bakounine, Etatisme et anarchie, 1873,
Leiden 1967 [1977].
Archives Bakounine, IV, Michel Bakounine et ses relations avec Sergej
ˇ
Necaev, 1870-1872, Leiden 1971 [1977].
Archives Bakounine, V, Michel Bakounine et ses relations slaves, 1870-
1875, Leiden 1974 [1977].
Archives Bakounine, VI, Michel Bakounine sur la guerre franco-alle-

141
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mande et la révolution sociale en France, 1870-1871, Leiden 1977


[1985].
Archives Bakounine, VII, Michel Bakounine, l’empire knouto-germani-
que et la révolution sociale, 1870-1871, Leiden 1981 [1993].
Bakounine: Oeuvres Complètes, cd-rom, Royal Netherlands Academy
of Arts and Sciences (a cura di), Amsterdam 2000.

Principali antologie in lingua italiana

M. Bakunin, La teologia politica di Mazzini e l’Internazionale (1871),


Bergamo 1960.
M. Bakunin, Ritratto dell’Italia borghese (1866-1871), Bergamo
1961.
M. Bakunin, Scritti napoletani (1865-1867), Bergamo 1963.
M. Bakunin, La reazione in Germania, Ivrea 1972.
M. Bakunin, Rivolta e libertà, Roma 1973.
M. Bakunin, Stato e anarchia e altri scritti, Milano 1968 e successive
edizioni.
M. Bakunin, Libertà uguaglianza rivoluzione, Milano 1976 e 1984.
M. Bakunin, Organizzazione anarchica e lotta armata (Lettera a uno
svedese), Ragusa 1978.
M. Bakunin, La libertà degli uguali, Milano 2009 e successive edi-
zioni.

Biografie e studi su Bakunin

M. Nettlau, Michael Bakunin. Eine Biographie, London 1896-1900


(litografata in soli 50 esemplari).
J. Steklov, Michail Aleksandrovicˇ Bakunin. Egho zizn’ i dejatel’nost’
1814-1876, Moskva-Leningrad 1926-1927.
H. Iswolsky, La vie de Bakounine, Paris 1930.
H.E. Kaminski, Bakunin, Milano 1949.
P.C. Masini, G. Bosio, Bakunin, Garibaldi e gli affari slavi, 1862-63,
«Movimento operaio», 1952.

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