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Come avere sempre ragione di ELIO BRANCATO su “Corriere AVIS” Maggio 2010

Tra gli scritti postumi di Arthur Schopenhauer (1788-1860) esiste un breve trattatello, lasciato
dall'autore senza titolo, che riporta nelle sue 44 pagine di testo manoscritto alcuni degli "artifici disonesti più
frequentemente ricorrenti nelle dispute".
Pubblicato per la prima volta nel 1864 col titolo di Dialektik, è giunto alla sua quattordicesima edizione
in lingua italiana con un titolo molto accattivante: L'arte di ottenere ragione. Vale la pena leggerlo. E' una
minuziosa descrizione di una quarantina di stratagemmi dialettici che il filosofo tedesco aveva diligentemente
raccolto e compendiato per far meglio comprendere i più frequenti meccanismi di manipolazione e di
ribaltamento della verità. A distanza di anni Schopenhauer riprese in mano questo suo parto e, non
trovandolo più aderente alle sue mutate convinzioni, decise di non pubblicarlo. Come egli stesso ebbe modo
di chiarire, provava nausea e disgusto a illustrare tutte quelle scappatoie tipiche della disonestà umana e
perciò, a guisa di figlio degenere, preferì ripudiarlo.
Lo portiamo all'attenzione dei lettori come argomento di riflessione per meglio comprendere le
fraudolenze di molti personaggi equivoci che popolano la nostra società. In un Paese come il nostro,
quotidianamente frastornato da sproloqui e menzogne, è sicuramente d'aiuto conoscere i trucchi più comuni
utilizzati da quella pletora di "ciarlatori di professione" che tentano d'imbonirci vomitandoci addosso
montagne di nequizie e falsità.
Tra tutte le nostre ataviche tare, ne esiste una che tutti ci riconoscono: la propensione a schierarci
sempre dalla parte dei più forti, dando ragione non a chi l'ha veramente, ma a chi è in grado di ottenerla con
la forza e con I'inganno. Ora, il trattatello di Schopenhauer, mettendo il dito nella piaga. può aiutarci a
superare questa italica debolezza, facendoci meglio capire le varie facce dell'inganno e tutti quei
comportamenti volti a far prevalere le proprie affermazioni. soprattutto se sono ambigue e false. La tecnica è
elementare, dunque alla portata di tutti. Per applicarla con successo è necessario fare ricorso non soltanto
all'astuzia e alla perfidia, ma anche a quell'oscura "scienza" che Schopenhauer chiama Eristica - una
modalità di ragionamento apparentemente rigorosa e coerente, ma in realtà molto sottile e cinica - che
nasconde in sé numerosi stratagemmi per avere la meglio sugli avversari, e che è in grado, se ben applicata,
di confutare pressoché tutte le più comuni argomentazioni. Nell'esaminare questi stratagemmi balza subito
agli occhi come molti di essi siano attualissimi e vengano abitualmente utilizzati nelle pubbliche discussioni e
nei dibattiti politici per apparire dalla parte della ragione. Facendo nostra la nausea di Schopenhauer,
proponiamo una sintesi dei trucchi verbali più frequentemente utilizzati nelle dispute.
"Quando ci si accorge che I'avversario ha in mano un'argomentazione con cui ci batterà, dobbiamo
immediatamente bloccarlo, impedendogli di esporla. Non dobbiamo lasciarlo parlare, dobbiamo
interromperlo e prendere tempo, cercando di sviare la disputa su un altro argomento" (stratagemma n °18).
Non riuscendo in questo intento e "accorgendosi che I'avversario è superiore e finirà col prevalere, si deve
diventare offensivi, maleducati, oltraggiosi, attaccando in qualsiasi modo la sua persona e tralasciando
l'argomento della disputa stessa" ( stratagemma n °38).
Esistono anche artifici meno sgradevoli e virulenti: Uno di questi è I'ampliamento, un espediente molto
efficace che consiste nel "ripetere l' affermazione dell'avversario esagerandola a dismisura e ampliandola
ben al di là dei suoi contenuti reali". E' un trucco diffuso, che dà sempre i suoi frutti, perché "quanto più
un'affermazione diventa generale, tanto più presta il fianco ad attacchi e confutazioni" (stratagemma n °1),
diventando così facilmente inoffensiva.
Più subdolo è invece lo stratagemma n °8, che consiste nel "suscitare l'ira dell'avversario, poiché
nell'ira egli non è più in grado di giudicare correttamente e con raziocinio, perdendo così quel vantaggio che
ha eventualmente accumulato". Complementare al precedente è lo stratagemma n°27: "Se, di fronte a un
argomento. l'avversario inaspettatamente si adira, bisogna incalzarlo su quell'argomento e non dargli tregua,
irritandolo il più possibile". Ma, come si sa, dall'ira al riso il passo è breve. "Davanti a un pubblico
incompetente e incolto è talvolta possibile avanzare un' obiezione totalmente infondata, che il pubblico non
sa valutare, ma che riesce o mettere in ridicolo I'affermazione dell'avversario. In questo caso la vittoria è
assicurata perché la gente è più disposta a ridere che non a capire" (stratagemma n °28).
Un'ultima chicca. "Un modo spiccio per accantonare, o rendere almeno sospetta, un' affermazione
dell'avversario a noi contraria è quello di ricondurla a una categoria odiata, anche se la relazione è solo
vagamente somigliante o tirata per i capelli" (stratagemma n °32). Anche in questo caso gli esempi non
mancano: "giustizialista", "pedofilo", "mafioso", "psiconano", "voltagabbana", "comunista", "fascista",
"piduista", "stalinista", "illiberale", "arruffapopolo", "liberticida", sono alcuni degli epiteti più frequentemente
utilizzati per colpire I'avversario e gettare discredito sulle sue affermazioni.
Quanto siamo lontani dall'antica e nobile "arte del persuadere" - basata esclusivamente sulla
comprensione e sulla forza illuminante del ragionamento - che, avendo come principio il rispetto del pensiero
e della libertà altrui, rifuggiva da ogni forma di manipolazione, violenza verbale e inganno. Si, perché allora
come oggi e sempre, le "buone parole" valgono tanto e non costano nulla.