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La interpretazione antica della parabola del “buon samaritano” molto spesso vede in questa

parabola non solo un insegnamento etico sul volere bene al prossimo, ma ci vede una rivelazione
cristologica. “Rivelazione cristologica” vuole dire che il “buon samaritano” è Gesù Cristo, e che
l’uomo che è «mezzo morto» è Adamo, cioè l’umanità che viene da Adamo, tutti gli uomini. E quel
“Gesù buon samaritano”, che passa e si ferma e cura e paga per quel l’uomo, è tutto il senso
dell’attività di Gesù, del Vangelo, Gesù passa esattamente per questo: perché “l’uomo che è mezzo
morto” possa vivere; e perché l’uomo mezzo morto possa vivere Gesù paga del suo, il suo tempo, le
sue energie…
Allora potete rileggere tutto il Vangelo come espressione della “parabola del buon samaritano”,
perché il Vangelo è fatto in modo tale che (diceva un teologo svedese) “sembra che tutti gli uomini
che Gesù incontra siano malati, peccatori, indemoniati… di sani non ce ne sono, hanno tutti qualche
cosa che non funziona, hanno tutti qualche cosa che diminuisce la loro umanità, alla fine sono
“poveri”“. E diceva, questo teologo: “È una concezione dell’umanità un po’ diversa, anzi
radicalmente diversa, da quella della cultura greca, perché quando la cultura greca, filosofia o arte,
pensa alla persona umana, la pensa giovane e sana e intelligente e virtuosa; cioè è tutto bello: è bello
dal punto di vista fisico, è bello dal punto di vista morale, è bello dal punto di vista intellettuale;
quindi non gli manca niente, l’uomo è pensato così”.

1.1. Dietro a tutto il ministero di Gesù c’è l’amore per l’uomo, ma questo amore per l’uomo è
coniugato con la speranza per l’uomo.
La “speranza” vuole dire che se Gesù ha fatto questo – «Gesù è passato in mezzo a noi facendo
del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,
38), dice san Pietro – è perché spera nell’uomo! Perché non considera l’uomo una “causa persa”, ma è
convinto che questo uomo possa produrre qualche cosa i significativo e di buono e di utile e di vero.
Quindi dietro a tutto il ministero di Gesù c’è l’amore per l’uomo, ma questo amore per l’uomo
è coniugato con la speranza per l’uomo. Gesù spera nell’uomo fragile (cfr. Rm 8, 28-30). È vero che
l’uomo è fragile, ma c’è la speranza che questo uomo fragile possa vivere, possa esprimere e
realizzare la sua condizione umana in pienezza. Per questo Gesù spende tempo ed energie per curare i
malati, per liberare gli indemoniati, per perdonare i peccatori… Perché il discorso riguarda anche il
male morale s’intende: anche il peccatore fa parte di questa condizione dell’uomo “mezzo morto”, tra
la vita e la morte (cfr. Rm 7, 12-25). Allora è in questa condizione che si coglie il comportamento di
Gesù: amore e speranza.

1.2. Quel Gesù, che “passa facendo del bene” e “spera nell’uomo”, non fa altro che tradurre in
gesti umani la speranza di Dio.
Però fate l’ultimo passo che è questo. Per noi, per il Vangelo, Gesù Cristo è il Figlio di Dio, e la
Quindi quando guardo Gesù, e vedo quello che Gesù dice e fa, colgo qualche cosa del mistero
di Dio. Allora quel Gesù, che “passa facendo del bene” e “spera nell’uomo”, non fa altro che tradurre
in gesti umani la speranza di Dio.
Quello che il Vangelo vuole dire è che Dio spera nell’uomo, e che Dio spera nell’uomo
fragile. La fragilità non impedisce a Gesù Cristo di prendersi cura dell’uomo, non impedisce a Dio di
sperare nell’uomo. C’è la possibilità di ogni uomo – “ogni”, non ci sono bocce perse per Dio, per noi
ci possono anche essere, ma per Dio no. Ebbene, per ogni uomo c’è questa speranza di vita che si
esprime nel comportamento e nell’atteggiamento di Gesù.
E questa è la prima cosa, che è quella fondamentale che volevo dire, perché la fragilità e la
speranza si coniugano in questo modo molto stretto.

1. Innanzitutto la parabola del “Buon samaritano”, il discorso è: ogni uomo è fragile, ogni
uomo è «mezzo morto» nel crinale tra la vita e la morte. C’è però una speranza di Dio nell’uomo che
si esprime in Gesù Cristo e fa vivere l’uomo. Ebbene, tu sei chiamato a condividere questa speranza
di Dio nei confronti dell’uomo tutte le volte che sei di fronte al fratello, e alla fragilità del fratello. In
questo ci veniamo incontro a vicenda. Abbiamo bisogno che gli altri soccorrano la nostra fragilità, e
noi siamo chiamati a soccorre la fragilità degli altri, perché il Signore ha soccorso la fragilità di tutti.
Il senso della parabola l’abbiamo messa in quella prospettiva.

2. La seconda cosa che abbiamo detto è che però di fronte alla esperienza della fragilità è
importante rigenerare in noi la speranza, la non rassegnazione. La rassegnazione è un atteggiamento
negativo in questo senso. Attenzione che il termine “rassegnazione” si può usare anche in positivo, e
va anche bene, solo nei momenti in cui il termine esprime bene quello chesiamo chiamati a fare. Ma
la rassegnazione del paralitico di Betzaetà, di quello che non ha più desiderio o voglia di vivere, di
guarire, questa è una rassegnazione negativa, cioè che ci toglie la speranza nella vita e in quello che la
nostra vita può essere. Allora bisogna ricuperare questa speranza. La ricuperiamo ricordando quello
che ho detto prima, che Dio spera in noi. Il fatto che Dio speri in me è evidentemente una motivazione
grande per potere sperare anch’io in me nella mia vita. E ricuperiamo la speranza attraverso la
speranza che gli altri hanno in me. Da questo punto di vista ci aiutiamo a vicenda, perché se io spero
in voi nel senso che vi considero degni di vita, perché la vostra vita è preziosa, questo aiuta anche voi
ad accettare la vostra vita e a considerarla utile e preziosa.

3. Ultima cosa, c’è però una dimensione di fragilità che non tireremo mai via, che accompagna
l’esistenza dell’uomo (si potrebbe dire dall’inizio alla fine, ma in particolare in certi momenti). Ma
anche questo non deve togliere la speranza, perché nella fragilità il Signore passa, è capace di operare.
«(…) la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri
delle mie debolezze (…)» (2 Cor 12, 9). “Mi vanterò”, vuole dire: non che penso di essere chissà
chi… Ma vuole dire che lo considero in modo positivo come qualche cosa su cui mettere la mia
sicurezza: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di
Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni,
nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte».

Attenzione, se riuscissimo a ragionare così, allora saremmo in una condizione in cui la speranza
non può più venire meno. E se la speranza non può più venire meno, lì c’è tutto lo spazio per la vita e
per l’amore e per il sostegno reciproco.