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Il monitoraggio atmosferico

Giuseppe Lanzani

11 gennaio 2018

Indice
1 Il particolato atmosferico 1
1.1 Definizione dei diametri equivalenti . . . . . . . . . . . . . . . 2
1.2 Definizione di PM10 – PM2,5 – PM1 . . . . . . . . . . . . . . 3

2 Definizione di particelle inalabile, toraciche e respirabili 3

3 La misura del particolato atmosferico con il metodo del laser


scattering 4
3.1 Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
3.2 Misura della concentrazione di massa del particolato . . . . . 4
3.3 Interazione della luce con la materia . . . . . . . . . . . . . . 4
3.4 Il fenomeno del light scattering . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
3.5 Il meccanismo del Laser scattering . . . . . . . . . . . . . . . 6
3.6 Estensione del Laser scattering . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
3.7 Esempi applicativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9

1 Il particolato atmosferico
Il particolato atmosferico è un sistema disperso di particelle solide e di
particelle liquide che si trovano in sospensione in atmosfera (aerosol).
Le particelle possono essere prodotto ed immesse in atmosfera attraverso
fenomeni naturali (erosione del suolo ad opera degli agenti atmosferici, spa-
ry marino, eruzioni vulcaniche, etc) o antropogenici (emissioni da traffico,
da impianti per la produzione di energia, da impianti di riscaldamento ed
industriali di vario genere). Altro materiale particellare si può formare in
atmosfera come risultato di complicati processi fisico-chimici fra gas, oppure
tra gas e particelle o goccioline d’acqua.
Si definisce aerosol primario l’insieme delle particelle che vengono im-
messe direttamente in atmosfera dalle diverse sorgenti (sali marini, polvere
minerale o vulcanica, emissioni diretta da traffico o impianti industriali, etc.)

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L’aerosol secondario è invece costituito da particelle che non sono state im-
messe direttamente in aria ma che si sono formate da processi di conversione
gas–particella (solfati, nitrati, alcuni composti organici) che sono avvenuti
in atmosfera.
Le particelle di origine primaria o secondaria, ed in particolare quelle di
piccole dimensioni svolgono un importante ruolo tra gli inquinanti atmosfe-
rici a causa dei loro effetti negativi sulla salute umana e per il forte impatto
ambientale. Alla presenza di polveri sospese in atmosfera sono infatti legati
fenomeni quali la formazione di nebbie e nubi, la variazione delle proprietà
ottiche dell’atmosfera con effetti sulla visibilità e sul bilancio energetico ter-
restre, la contaminazione delle acque e del suolo attraverso deposizione secca
e umida, la catalisi di reazioni chimiche in atmosfera ed il danneggiamento
dei materiali.

1.1 Definizione dei diametri equivalenti


Le particelle atmosferiche possono essere caratterizzate in base alla loro
densità, forma, superficie, volume e composizione.
Le dimensioni delle particelle costituenti il particolato atmosferico co-
prono una gamma che si estende da pochi nanomoetri fino a valori di decine
di micron.
La dimensione di una particella può essere determinata utilizzando un
microscopio ottico o elettronico, dallo scattering della luce, dalla sua mo-
bilità elettrica o dal suo comportamento aerodinamico. Le particelle at-
mosferiche spesso non sono sferiche e le loro forme possono essere estrema-
mente differenziate. La caratterizzazione delle dimensioni del particolato
atmosferico viene risolto utilizzaando dei diametri equivalenti:

Diametro geometrico diametro di una particella sferica che ha la super-


ficie identica a quella della particella in esame

Diametro equivalente in volume diametro di una sfera che ha lo stesso


volume della particella in questione

Diametro ottico diametro di una particella sferica con lo stesso indicice di


rifrazione delle particelle utilizzate per la calibrazione dell’analizzatore
ottico, da cui si ricava la distribuzione dimensionale delle particelle,
che diffonde la stessa quantità di luce nell’angolo solido misurato

Diametro aerodinamico diametro di una particella perfettamente sferi-


ca di dimensione unitaria (1 gr/cm3 ) che ha le stesse caratteristiche
inerziali della particella in esame

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1.2 Definizione di PM10 – PM2,5 – PM1
Il PM10 è definito come il materiale particolato (PM) con un diametro aero-
dinamico inferiore a 10 micron. Analoghe definizioni valgono per il PM2,5
e per il PM1.

2 Definizione di particelle inalabile, toraciche e


respirabili
La proporzione del materiale particellare totale, che viene inalata nel corpo
umano dipende dalle proprietà delle particelle , dalla velocità e direzione di
spostamente dell’aria vicino all’individuo, dalla sua frequenza respiratoria e
dal tipo di respirazione, nasale od orale. Le particelle inalate si possono poi
depositare in qualche punto del tratto respiratorio, oppure possono essere
esalate. Il punto della deposizione o la probabilità di esalazione dipendono
dalle proprietà delle particelle, del tratto respiratorio, dal tipo di respirazione
e da altri fattori. Per quanto riguarda la probabilità di inalazione, deposizio-
ne, reazione alla deposizione ed espulsione delle particelle c’è ampia varietà
da individuo a individuo. Tuttavia è possibile definire delle convenzioni per
il campionamento con separazione dimensionale di particelle aerodisperse
quando lo scopo del campionamento è a fini sanitari. Queste convenzioni
sono relazioni tra il diametro aerodinamico e le frazioni che penetrano nelle
varie regioni del tratto respiratorio in condizioni medie.
La norma EN 481 definisce le convenzioni di campionamento per le frazio-
ni granulometriche delle particelle che devono esseere utilizzate per valutare
i possibili effetti sanitari derivanti dall’inalazione di particelle aerodisperse
nell’ambiente di lavoro. Il frazionamento è attualmente raggruppato in tre
frazioni, che rappresentano il rapporto tra le particelle che raggiungono le
diverse parti del tratto respiratorio:
Frazione inalabile questa è la frazione della particelle che entra nel corpo
attraverso il naso e la bocca durante la respirazione. Questa parte
è considerata importante agli effetti della salute, perchè le particelle
si depositano ovunque nel tratto respiratorio. Alcune particelle sopra
i 20 µmetri possono essere inalate, ma rimangono sopra la laringe e
sono, perciò extratoraciche. Non si prendono, perciò, in considerazione
le particelle sopra i 20 µmetri come parte inalabile.

frazione toracica questa è la frazione delle particelle che può penetrare


nei polmoni sotto la laringe. Questa frazione può essere messa in
relazione con effetti sulla salute che nascono dal deposito di particolato
nei condotti d’aria dei polmoni.

Frazione respirabile É la frazione della particelle inalabile che può pene-


trare in profondità negli alveoli polmonari. Questa frazione può por-

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tare ad effetti sulla salute dovuti al deposito di particelle nella regione
alveolare dei polmoni.

3 La misura del particolato atmosferico con il me-


todo del laser scattering
3.1 Premessa
Il particolato atmosferico è un sistema disperso di particelle solide e di par-
ticelle liquide che si trovano in sospensione in atmosfera (definito in ambito
scientifico come aerosol).

3.2 Misura della concentrazione di massa del particolato


Il Metodo Tradizionale, riconosciuto dalle Normative, è il metodo Gravi-
metrico, che consiste nel far depostare le polveri ad una portata costante
e conosciuta su un filtro, precondizionato in maniera ben definita e pesato
prima del campionamento; poi il filtro viene nuovamente pesato alle stesse
condizioni; la differenza rappresenta la massa in peso delle polveri, riferita
poi al volume campionato (m3 o litri).
Il metodo è lento: richiede il campionamento di un volume di aria impor-
tante (diversi metri cubi) le procedure di condizionamente del filtro richie-
dono almeno 48 ore. Inoltre non consente di rappresentare lo spettro gra-
nulometrico delle particelle, ma richiede, per questo, un analisi successiva,
anche complessa ed assai dispendiosa in termini di tempo.
Negli ultimi decenni sono state sviluppate diverse tecniche per ottenere
una misura immediata che fornisca informazioni più complete del metodo
Gravimetrico, una di queste è il Laser Scattering.

3.3 Interazione della luce con la materia


La luce è una piccola porzione dello spettro elettromagnetico (400 - 800
nanometri di lunghezza d’onda), ma, pur avendo una banda cosı̀ stretta,
l’interazione della stessa con la materia può avere effetti molto diversi in
funzione della sua lunghezza d’onda e delle caratteristiche dei materiali su cui
incide, varaibili che possono essere viste come le condizioni a cui si manifesta
, appunto, l’interazione; tale interazione è chiamata light scattering in senso
lato.
L’interazione si verifica come Riflessione, Rifrazione, Diffrazione, Assor-
bimento, vedi fig 1.
Nella maggior parte dei casi, per ogni particolare lunghezza d’onda emes-
sa, le onde non sono in fase; tuttavia è possibile costringere la luce ad
assumere una configurazione monofase ottenendo cosı̀ luce monocromatica
coerente.

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Fino al 1960, luce con questa purezza di lunghezza d’onda e di fase
era solo una possibilità teorica, quando Theodore H. Maiman della Hughes
Aircraft mise a punto il laser (Light Amplification by Simulated Emission
of Radiation). Inizialmente i laser furono a gas ed abbastanza ingombranti,
finché verso il 1980 divennero disponibili i Laser a semiconduttori (Diodi
Laser) , che hanno permesso di generare luce coerente da dispositivi molto
piccoli.

3.4 Il fenomeno del light scattering


Dai concetti espressi brevemente sopra è possibile costruire la seguente
definizione:

Lo scattering della luce è un’ alterazione della direzione ed inten-


sità di un fascio di luce che colpisce un oggetto: tale alterazione è
dovuta agli effetti combinati di riflessione, rifrazione e diffrazione
(l’assorbimento è volutmanete assente).

Agli inizi del 1900 Gustav Mie formulò una teoria che predice accu-
ratamente l’angolo e l’intensità della luce dispersa dall’interazione luce-
particella. L’intensità caratteristica della luce in funzione dell’angolo è
chiamata scattering pattern.
La teoria generale di Mie si applica allo scattering di onde piane di luce
monocromatica da parte di sfere isotropiche; questi materiali hanno pro-
prietà che sono indipendenti dalla direzioen in cui vengono misurati. Questa
teoria pone alcune limitazioni teoriche e sperimentali al fine di affrontare una
corretta analisi degli scattering patterns. Tali limitazioni sono le seguenti:

• Si considera solo luce monocromatica

• Le particelle sono isotropiche

• Le particelle sono sferiche

• La luce incidente è costituita da onde piane

• Viene preso in considerazione lo scatering e l’assorbimento

Figura 1: Interazione della luce con una particella

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Questi due fenomeni sono entrambi di grande importanza per compren-
dere l’interazione di un fascio di luce con delle particelle sospese, perchè
l’assorbimento della luce non è mai del 100% , alcuni fotoni del fascio sono
comunque riflessi o trasmessi.

• Viene preso in considerazione solo il single scattering, vale a dire solo lo


scattering primario e non quello secondario generato da una poarticella
rispetto ad un altra.

• Si considera solo lo scattering statico, cioè indipendente dal moto delle


particelle

• Non sono considerati gli effetti quantistici (effetti Raman e Doppler)

Lo scattering della luce di particelle molto piccole – inferiori a 0.05 µm


di diametro – è descritto in maniera abbastanza semplice dalla teoria di
Rayleigh, la teoria molecolare dello scattering. Lo scattering della particelle
grosse – maggiori di 100 µm – può essere facilmente analizzata con l’ottica
geometrica, seguendo i raggi di luce riflessi, rifratti e diffratti dalla particella.
Tra questi estremi dimensionali c’è la regione di Mie, in cui le particelle sono
dello stesso ordine di grandezza della luce. Diversamente dalla altre aree di
ricerca sugli aerosoli la teoria dello scattering della luce nella regione di Mie
è molto complessa, tanto che ha trovato pratica applicazione solo dopo la
comparsa dei calcolatori elettronici.
Lo scattering è , in ogni caso , governato dal rapporto della dimensione
della particella rispetto alla lunghezza d’onda della radiazione λ. Questo
rapporto adimensionale è chiamato size parameter ed è dato da :

α = πd/λ

Il fattore π è stato introdotto per semplificare alcune equazioni del light


scattering ed ha l’effetto di rendere α uguale al rapporto della circonferenza
della particella rispetto alla lunghezza d’onda.
La luce diffusa (”scatterata”) da una particella è un indicatore estre-
mamemnte sensibile della dimensione della particella, permettendo misure
dimensionali di singole particella submicroniche, fig 2.
Come si può vedere dal grafico, la curva è semplice per α = 0.8, , mentre
per α = 10 si notano forti variazioni di intensità, anche di un fattore 100 o
più, che rendono improponibile la misura.

3.5 Il meccanismo del Laser scattering


L’ampiezza della luce dispersa a differenti angoli (scattering pattern) di-
pende non solo dalla concentrazione e dalla dimensione delle particelle, ma
anche dal rapporto dell’indice di rifrazione delle particelle rispetto al mezzo,

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in cui sono immerse. Più le particelle differiscono dal mezzzo (con riferi-
mento all’indice di rifrazione) più la luce sarà dispersa. La Figura 1 illustra
l’interazione della luce con un oggetto isolato. Essa mostra il fascio di luce
indidente (che si assume di intensità I e lunghezza d’onda λ) nelle imme-
diate vicinanze di una particella sferica e l’immagine rappresenta diverse
situazioni: un raggio è sufficientemente lontano da non avere interazione
con la particella e non è affetto dalla sua presenza. Un altro raggio passa
abbastanza vicino da essere diffratto dall’interazione con la superficie ester-
na. Un altro intereseca la particella, con la conseguenza che alcuni fotoni
sono riflessi, altri, penetrano la superficie e sono rifratti, altri ancora sono
trasmessi o riflessi sulla parte interna.
L’intensità della luce dispersa è funzione della lunghezza d’onda λ , del-
l’angolo di scattering θ, delle dimensioni delle particelle d e dell’indice di
rifrazione relativo n delle particelle e del mezzo. In maniera simbolica:

lsc = lin(θ, λ, d, n)

Si noti che θ è l’angolo relativo alla direzione della luce incidente. Il


raggio non deviato ha un angolo di scattering 0, gli angoli di scattering
inferiori a 90◦ sono chiamati forward scattering.
I campioni da misurare con strumenti laser scattering possono presentarsi
in tre configurazioni:: particelle solide sospese in un mezzo liquido, particelle

Figura 2: Intensità dei parametri di Mie, in funzione dell’angolo di scat-


tering, per goccioline di acqua (n=1,33), avendo α = 0.8, 2.0, e 10.0.
Le linee continue descrivono l1, quelle tratteggiate l2, che rappresenta-
no rispettivamente la luce scatterata con polarizzazione perpendicolare e
parallela

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solide separate tra loro e trascinate da un flusso gassoso e particelle solide e
liquide sospese in un mezzo gassoso (aerosoli).
Un problema rilevante è riuscire a mantenere un flusso continuo di un
campione omogeneo, in quanto le particelle tendono a separarsi in funzione
della dimensione durante la circolazione, con il risultato che quelle di dimen-
sione minore sono sovrarappresentate a causa del trasporto più efficiente.
Tale separazione è influenzata dalla gravitazione e da effetti fluidodinamici.
Uno dei fattori di maggiore importanza è costituito dal tipo di flusso:
laminare o turbolento. L’effetto del moto laminare è tale che le particelle
tengono a muoversi verso il basso con una pendenza legata al peso, mentre
nel moto turbolento le particelle si muovono in tutte le direzioni e sono ben
miscelate.

3.6 Estensione del Laser scattering


La tecnica di misura che utilizza il Laser scattering effettua, di fatto, solo
il conteggio delle particelle con selezione dimensionale. Al fine di poter
accostare il mettodo Laser scattering alla misura gravimetrica e confrontarli
è necessario attribuire al particolato in esame una densità. Nell’ipotesi di
particelle sferiche, conoscendo allora il diametro, è immediato risalire al
volume, che moltiplicato per la densità , fornisce direttamente il peso della
particella.
A queste condizioni, con la misura effettuata con la tecnica del Laser
scattering da risultati pari a quelli del metodo gravimetrico. Alcuni stru-
menti hanno ottenuto la certificazione di equivalenza da importanti Enti
internazionali.
Per effettuare in maniera corretta questo accostamento, è opportuno co-
noscere la ”densità” del particolato, che si va a misurare, anche se, da prove
sperimentali, si è rilevato che per polveri ambientali generiche lo scostamento
non supera il 20%.
Molti strumenti dispongono di opzioni atte ad introdurre fattori corretti-
vi per affinare la corrispondenza tra misura elettronica e gravimetrica o, più
raramente, consentono di variare la curva di calibrazione diametro/numero
delle particelle.
Gli strumenti, che adottano la tecnica del Laser scattering, generalmente
non richiedono dispositivi meccanici, quali gli impattori, per la selezione del
particolato, ma , quest’ultima, è intrinseca nella tecnica di misura.
A patto di una corretta valutazione della densità, la misura del parti-
colato con la tecnica del Laser scattering rappresenta una conquista per la
velocità di produzione dei dati sperimentali, che consente ”in tempo rea-
le” di avere un immagine sufficientemente rappresentativa dello stato di un
’atmosfera completa di spettro granulometrico, attività, quest’ultima, non
possibile dalla misura gravimetrica (se non con test successivi e complessi).

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3.7 Esempi applicativi
Gli OPC (Optical Particles Counter sono un avlido strumento di ricerca
nell’analisi del particolato, studi relativi all’inquinamento e monitoraggio di
camere bianche, per la loro capacità di fornire una rapida informazione sullo
spettro dimensionale delle particelle.
Gli strumenti commerciali coprono la gamma dimensionale da 0,05 a 30
mumetri, benchè la gamma più comune è da 0,1 a 30 µ, suddivisa in 8 – 16
canali dimensionali.
Quando una particella passa attraversa un fascio luminoso, essa ”scatte-
ra” un impulso di luce sul detector, che lo converte in un segnale elettrico.
L’altezza dell’impulso elettronico (o l’area) viene interpretata ed il segnale
incrementa un contatore, specifico del canale dimensionale, ove sono accu-
mulati il numero totale di conteggi, relativi a quella dimensione. La distribu-
zione dimensionale delle particelle, come conteggio , è ottenuta dai conteggi
accumulati nei singoli canali dimensionali. Questi strumenti sono basati sul-
l’assunto che l’intensità della luce ”scatterata” sia una funzione monotona
della dimensione delle particelle, che, tuttavia, non sempre avviene come
sarà discusso brevemente in seguito.
Il principio di misura è lo scattering di un raggio laser, descritto nei pa-
ragrafi precedenti, con alcune semplificazioni, sopratutto nella lettura dello
scattering pattern.
Il detector è posto a 90◦ rispetto alla direzione del fascio laser incidente,
ottenendo cosı̀ alcuni vantaggi:

• l’indice di rifrazione diventa meno importante

• viene annullato l’effetto della luce incidente

• il rumore di fondo risulta minore

• la disposizione meccanica del banco ottico risulta semplificata

Gli strumenti, che usano luce laser, sono in grado di rilevare particelle
di dimensione minore e questi strumenti hanno un efficienza di conteggio
di circa il 100% per particelle ¿ 0.1 µm. Particelle sferiche mododisperse
di dimensione ed indice di rifrazione noti vengono usate per verificare la
calibrazione dimensionale degli OPC.
Come mostrato in Fig. 3 la risposta degli OPC dipende dalla dimensione
e dall’indice di rifrazione delle particelle. Quando l’indifice di rifrazione è
noto, un’opportuna calibrazione permette misure accurate della distribuzio-
ne dimensionale. Per particelle di aerosol con indice di rifrazione non noto,
l’errore della stima dimensionale può essere significativo. Questa incertez-
za limita l’utilità degli OPC quando sono presenti più indici di rifrazione o
quando l’indice di rifrazione non è noto. Per alcuni indici di rifrazione una
parte della curva non è monotona, generalmente nella gamma da 0.5 µm

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a 1.5 µm cosı̀ che più di una dimensione corrisponde ad una particolare
intensità del segnale.
Possono anche nascere errori di coincidenza quando due o più particelle
sono contenmporaneamente presenti nel volume di misura, generando un
segnale spurio che porta ad una sottostima del numero ed a una sovrastima
della dimensione delle particelle.
Questo fenomeno si verifica con concentrazioni di particelle dell’ordi-
ne di 104/cm3 in relazione alle caratteristiche geometriche ed elettroniche
del sistema di rilevazione. Gli errori di coincidenza possono essere ridot-
ti, riducendo la portata e le dimensioni del raggio e creando le condizioni
fluidodinamiche che conducono le particelle ad allinearsi.
Poichè l’intensità luminosa del laser pattern può variare di dieci ordini
di grandezza ed i rivelatori non hanno una gamma cosı̀ ampia, l’incoveniente
può essere superato in vari modi. Ad esempio è possibile variare l’intensità
di energia luminosa o utilizzando diversi amplificatori in funzione dell’in-
tensità del segnale rilevato o modificando l’intensità della luce incidente o
miscelando le due tecniche. La risoluzione dello strumento e, quindi, il nu-
mero di classi granulometriche disponibili , è funzione della qualità dello
scattering pattern (fuoco, allineamento sul detector, assenza di aberrazioni
ottiche) e dalla capacità di lettura dello stesso da parte del detector, a cui
si aggiunge il perfezionamento del software, che deve gestire le complesse
valutazioni statistiche che trasformano la lettura del detector, di non facile
interpretazione, in una misura reale e corretta.
Poichè l’ampiezza dell’impulso generato dallo scattering della luce laser
sulla particella è proporzionale alla radice sesta del diametro aerodinamico

Figura 3: Curve di risposta per sei materiali differenti con curva di taratura.
(da W.C. Hinds - AEROSOL TECHNOLOGY - Wiley & Sons)

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della stessa, appare chiaro che non è possibile effettuare misure su diametri
estremamente piccoli, e questo limite si assesta a circa 300 nm.

Figura 4: Spettrometro di polveri a raggio laser (schema di principio)

Per rinforzare il segnale luminoso in posizione opposta al detecotr, è


posto, talvolta, uno specchio concavo, che concentra anche la luce dispersa
a 180◦ sul rivelatore, mentre la luce diretta viene assorbita da una trappola
di luce (Fig. 4 )
In tal modo è possibile costruire lo spettro granulometrico del particola-
to, suddiviso in un certo numero di classi, oppure fornire, con un opportuno
algoritmo, direttamente al concentrazione di PM10 , PM2,5 e PM1 in peso,
quando si attribuisca una certa densità alle polveri in esame.

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