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L'aspetto degli antichi egizi

Donne e uomini dedicavano particolare attenzione alla cura del corpo e della capigliatura, utilizzando un'infinità di
prodotti che oggi ci sono familiari, ma anche alcuni decisamente più sorprendenti.
I profumi e i cosmetici furono strettamente legati alla vita quotidiana degli egizi fin dai primi tempi della loro storia,
come mostrano le tavolozze predinastiche per mescolare le pitture facciali. Uno dei prodotti più utilizzati era il cono di
profumo. Preparato con un unguento grasso e profumato, il cono veniva posto sulla testa: con il calore del corpo, si
scioglieva e profumava i capelli e i vestiti. Come mostrano i dipinti delle tombe, poteva apparire tanto sulle parrucche
dei commensali presenti a un banchetto come sulla testa rasata di un sacerdote che officiava una cerimonia. La sua
fabbricazione era collegata a quella dei profumi: dopo aver estratto l'essenza dalla pasta di piante
aromatiche, resine e oli, la base grassa in eccedenza veniva conservata per essere poi utilizzata sotto forma di cono al
momento opportuno.L'uso di coni di profumo era abituale sia per le donne che per gli uomini. Prima di partecipare a un
banchetto o a una cerimonia, gli invitati si preparavano con l'aiuto dei servitori, indossavano ricchi vestiti, si truccavano
il viso e si adornavano con preziosi gioielli. Quando arrivavano al luogo in cui si celebrava il festeggiamento, il
servitore poneva un cono di profumo sul loro capo. Durante la festa, con il calore del corpo, il cono si scioglieva e
diffondeva un soave aroma, che mascherava i forti odori degli alimenti. Nelle cerimonie e nei banchetti era comune
l'uso di fiori che diffondevano un forte aroma. I coni di profumo non erano utilizzati solo dalle persone importanti che
partecipavano a un banchetto, ma anche dai domestici che si occupavano di servire e rallegrare la celebrazione.
La lavorazione dei coni era strettamente legata alla fabbricazione dei profumi. La pasta che si ricavava dalla mistura di
piante aromatiche con resina e oli veniva riscaldata e spremuta, e il prodotto che così si otteneva veniva poi conservato
in appositi recipienti. La pasta, composta di sostanze grasse, veniva modellata a forma di cono; se si voleva conservare
per parecchio tempo, all'impasto si aggiungeva amido e si lavorava a forma di pastiglie. Il deposito e il trasporto dei
profumi e dei coni di profumo avveniva in vasi e giare di belle forme ed elegante decorazione, per lo più di vetro. I
disegni si ottenevano applicando i pigmenti sul vetro ancora molle. Poi si scaldava di nuovo il recipiente e si dava la
rifinitura. Per levigare la superficie, il vaso veniva fatto girare sopra un blocco di pietra.

LE PETTINATURE

Gli egizi, sia uomini sia donne, curavano molto il loro aspetto fisico. Questo faceva sì che si preoccupassero anche
dei capelli. Le pettinature e le parrucche aiutavano a mettere in risalto i gioielli e i vestiti, completando l'abbellimento
del corpo.
I capelli dei bambini erano raccolti in un ciuffo che ricadeva sulla spalla destra coprendo l'orecchio. Il ciuffo poteva
essere intrecciato, tutto o solo in parte, oppure poteva consistere in una semplice coda di cavallo. Il resto dei capelli era
tagliato molto corto o completamente rasato. All'età di dieci anni, con la circoncisione, il ciuffo veniva tagliato,
segnando in questo modo il passaggio all'età adulta. Le bambine portavano di solito i capelli corti, sebbene nel Nuovo
Regno appaiano usanze differenti. Come regola generale, gli uomini di tutte le classi sociali preferivano portare i capelli
corti, anche se esistevano diversi stili a seconda della posizione sociale. Una caratteristica comune degli alti dignitari
era la pettinatura con piccoli ricci che coprivano le orecchie formando una curva dalle tempie alla nuca. Le donne
seguivano la moda e, sebbene nell'Antico Regno si osservi una predilezione per i capelli corti o di lunghezza media, col
passar del tempo aumentarono le chiome lunghe raccolte in treccine sottili. I testi parlano del lavaggio dei capelli
come di una pratica essenziale. Sappiamo che venivano usati oli e profumi per la cura dei capelli e tinture per
nascondere i capelli bianchi. I sacerdoti dovevano radersi completamente la testa e il corpo in segno di purificazione per
poter entrare nei templi. Durante l'Antico Regno, gli aristocratici cominciarono a radersi completamente il volto, usanza
che si estese ben presto anche alle classi più umili. Molto popolare era la figura del barbiere, che esercitava il suo
mestiere all'aria aperta e, quando radeva nobili e alti dignitari, nelle case e nei palazzi. All'inizio, la lametta per la barba
era di selce con manico in legno, nel Medio Regno divenne di bronzo e a forma di trapezio.
Le parrucche
La caduta dei capelli era un male di cui si soffriva anche in Egitto. I rilievi delle tombe mostrano che si trattava di un
processo che iniziava di solito dalla zona frontale della testa e continuava fino alla parte posteriore. Il papiro medico
o Papiro Ebers indica varie prescrizioni per favorire la ricrescita. Quando cominciavano a cadere i capelli, si poteva
rimediare ungendo la zona colpita con una pomata a base di grasso di leone, ippopotamo, coccodrillo, gatto, serpente e
stambecco. Veniva considerato un fortificante anche la mistura a base di miele e dente d'asino. L'uso delle parrucche si
diffonde a partire dalla V dinastia. Quelle dell'Antico Regno erano semplici e austere. La parrucca era un elemento
basilare sia per le donne sia per gli uomini nei diversi momenti della vita sociale, ma il suo uso era riservato ai dignitari
e alle loro famiglie. Sebbene durante le prime quattro dinastie della storia dell'Egitto il suo uso fosse abbastanza raro,
l'iconografia ci mostra che con il tempo divenne invece molto comune. Le parrucche degli uomini erano sempre corte o
di lunghezza media. Le donne dell'Antico Regno usavano invece frequentemente una parrucca liscia e di lunghezza
media. Nel Medio Regno si diffuse un modello più lungo, con due ciuffi a ogni lato, di cui uno ricadeva sulla spalla.
Nel Nuovo Regno le parrucche divennero più sofisticate ed elaborate. Le poche parrucche che sono giunte fino a noi
risalgono a quel periodo e ci offrono una valida testimonianza. Di solito erano composte di sottili treccine di capelli
veri, ma eccezionalmente potevano essere usate fibre vegetali e aggiunti anche degli ornamenti. Venivano fabbricate
da artigiani specializzati o da barbieri che lavoravano in botteghe destinate a questo scopo specifico. Come supporto
venivano utilizzate teste di fango. Le parrucche indicavano la posizione sociale di chi le portava. Erano usate durante
cerimonie e banchetti, e per proteggere la testa dal sole. Col passar del tempo le parrucche divennero più voluminose e
nella loro preparazione fu utilizzata una maggiore quantità di capelli, che dava loro un aspetto più pesante e compatto,
come mostrano alcune sculture del periodo amarniano. Per raccogliere le treccine venivano utilizzati spilloni di legno,
osso o avorio.

LE TUNICHE

Il gonnellino a pieghe di lino, comune già nell'Antico Regno, divenne l'abito preferito durante il Nuovo Regno. In
questo periodo erano diffuse le tuniche lunghe con maniche e le camicie, che con il tempo divennero molto più ampie e
comode.
Fu usata anche la tunica corta, senza maniche e con i bordi pendenti. Questi vestiti recavano ornamenti colorati e ampie
cinture. I più elaborati erano gli abiti da cerimonia dei re, che spesso erano decorati con motivi simbolici. La moda
femminile, che fino ad allora non aveva subito grandi cambiamenti, divenne più elegante e raffinata, grazie all'influenza
del Vicino Oriente. I vestiti più popolari tra le donne egizie erano bianchi, anche se a volte presentavano altri colori. Gli
abiti erano a due o più pezzi. Il capo esterno, di lino sottile, a pieghe e trasparente, si stringeva sul busto, mentre sotto si
indossava la tunica tradizionale. Nel Periodo Tolemaico gli Egizi seguirono la moda greca, e a loro volta gli stranieri
imitarono spesso gli abiti egizi. La forma del gonnellino reale rimase identica nel corso dei periodi dinastici, anche se
con varianti e aggiunte di diversi elementi, soprattutto nel Nuovo Regno, a causa dell'influenza dei popoli stranieri,
come per esempio i Siriani. I vestiti, in questo periodo, furono molto vistosi e vari, con una rapida evoluzione della
moda. Tuttavia, durante la Bassa Epoca ebbe luogo una reazione contraria a queste mode proprie del Nuovo Regno:
i faraoni adottarono costumi più sobri e nella moda vi fu un ritorno alla tradizione, che portò all'abbandono dei modelli
sofisticati per rimpiazzarli con altri di foggia più antica. Molti di questi gonnellini in rilievo furono decorati persino
con scene archetipiche egizie dei primi tempi storici. Le maniche corte e larghe lasciavano scoperte le braccia per poter
sfoggiare oggetti di valore, come i braccialetti. Una cintura ampia fermava il gonnellino reale. Tra i monarchi del
Nuovo Regno era di moda indossare una gonna lunga esterna di lino sottile molto trasparente. Nelle feste le donne
indossavano lunghe tuniche con maniche corte ornate con frange o pieghe raccolte a forma di ventaglio. L'abito da
cerimonia era completato da gioielli, come collane, braccialetti, pettorali, e da sandali.
I vestiti della gente comune
Le persone che per vivere dovevano lavorare si vestivano in modo semplice e pratico. Contadini e artigiani
utilizzavano calzoni dritti, sostenuti da una cintura larga, senza ricami né ornamenti. In diversi rilievi sono raffigurati
anche servitori e contadini con i loro gonnellini di lino a pieghe. Pastori e barcaioli usavano vesti vellutate o, spesso,
semplicemente una fascia o un pezzo di tela molto stretto con strisce che pendevano nella parte anteriore.
Molti lavoravano nudi. Le ballerine indossavano abiti trasparenti. Le donne di servizio molto spesso indossavano
soltanto una striscia di cuoio che passava tra le gambe. Durante l'Antico e il Medio Regno, le donne indossavano di
solito la lunga tunica bianca aderente e sostenuta da bretelle. A volte alcuni di questi abiti erano annodati sul seno
sinistro, coprendo solo una spalla, e lasciavano scoperto quello destro. Il tessuto più utilizzato in Egitto fu senza dubbio
il lino, di cui esistevano molte qualità. Il suo colore tradizionale era il bianco, liscio, senza ornamenti. Il primo abito di
lino di cui si ha notizia fu rinvenuto in uno scavo del Periodo Tinita e risale alla I dinastia. Le maniche corte e larghe
del vestito erano adornate con pieghe a mo' di frange. Gli aristocratici che svolgevano funzioni sacerdotali e i sacerdoti
sem portavano sulle spalle una pelle maculata di leopardo. Essa era conciata ma non cucita, e comprendeva le quattro
zampe e la coda dell'animale. Durante l'Antico Regno, in occasione di feste, alcuni aristocratici usavano completare il
loro abito con una pelle di felino. Questo capo di abbigliamento era usato già anticamente dai faraoni. Nelle cerimonie
era indispensabile la parrucca arricciata, che aderiva perfettamente alla testa.

IL TRUCCO
Truccarsi era un'abitudine molto radicata. A tale scopo, nel Periodo Predinastico si mescolavano rossetti con oli o
grassi, utilizzando fondamentalmente due pigmenti.

La malachite verde del Sinai fu usata per il trucco (udkhu) fino alla metà dell'Antico Regno; poi fu sostituita
dalla galena nera (mesdemet), oggi chiamata kohl, di cui esistevano giacimenti vicino ad Assuan e sulle coste del Mar
Rosso. Questi pigmenti venivano mescolati in acqua fino a formare un impasto. È probabile che queste usanze avessero
anche un significato religioso o simbolico. Nelle liste di offerte dell'Antico Regno, questi due pigmenti sono
menzionati, insieme ai sette oli sacri, come sostanze indispensabili per l'aldilà. In ogni caso, servivano da disinfettante
naturale: avevano la proprietà di allontanare gli insetti e proteggevano gli occhi dai raggi del sole.
Le donne si dipingevano le unghie, le palme delle mani e anche i capelli con un pigmento ocra-rossiccioestratto dalle
foglie di ligustro. Il trucco sulle labbra e sulle guance non era molto diffuso, ma truccarsi gli occhi era invece un'attività
comune a tutte le donne egizie, che si scurivano le sopracciglia, le palpebre e le ciglia con l'aiuto di bastoncini o
cucchiaini. Il trucco degli occhi aveva anche una funzione curativa. Il colore si applicava con bastoncini dagli angoli
esterni delle sopracciglia verso i lobi delle orecchie. Come ombretto si utilizzava la polvere nera estratta dalla galena
(kohl). Questa sostanza proteggeva gli occhi dalla luce e dagli insetti. Nei ritratti dei defunti si applicava del colore sulle
guance, affinché i morti somigliassero di più ai vivi. Dai documenti risulta che gli specchi esistevano già dall'Antico
Regno: si trattava di specchi di metallo, finemente lucidati, di forma rotonda che presentavano graziose decorazioni,
specialmente sui manici, anche se alcuni recavano incisioni sulla superficie piatta.

LE CALZATURE
Il clima ha permesso la conservazione di oggetti realizzati con sostanze vegetali, tra i quali le scarpe, che però non
venivano utilizzate da tutti gli egizi.

Le calzature avevano per gli Egizi un significato speciale e il materiale di cui erano fatte le calzature indicava
la ricchezza del proprietario. I sandali usati dal sacerdote funerario dovevano essere bianchi, poiché erano simbolo
di purezza. I sandali dei faraoni erano d'oro e rituali, ma probabilmente non erano usati spesso, poiché non erano
comodi e potevano provocare ferite. Sulle suole dei sandali reali erano disegnati prigionieri, così, appoggiando i piedi, il
faraone "calpestava" i propri nemici. I sandali erano conosciuti già dall'Antico Regno (2686-2173 a.C.), ma vennero
usati soprattutto a partire dal Nuovo Regno (1552-1069 a.C.). Il disegno era semplice, con la pianta piana più
una lista che usciva tra le dita e altre due collocate attorno alla caviglia. Soltanto i sandali del faraone avevano la punta
della suola alzata e girata indietro. In genere la popolazione camminava scalza e portava i sandali in mano; i furti
delle calzature erano talmente frequenti che al tempo del faraone Unas, della V dinastia (2494-2345 a.C.), la polizia
tentava di prevenirli.
Le rive del Nilo erano ricche di giunchi e piante che costituivano la base della fabbricazione dei mobili e delle calzature.
La povera gente fabbricava i propri sandali con liste fatte di papiro e paglia. Partendo da strisce intrecciate e da giunchi
realizzavano le calzature, che però di solito non utilizzavano poiché andavano a lavorare scalzi, come si vede nei rilievi
delle tombe. La maggior parte degli egizi fabbricava da sé le proprie calzature e generalmente le donne si dedicavano a
questo lavoro in casa. Però la fabbricazione dei sandali degli alti funzionari o del faraone avveniva nelle botteghe.

OREFICIERIA
La cultura egizia, che non conobbe il ferro per molti secoli, fu tuttavia maestra nella lavorazione dell'oro. I tesori
recuperati dalle tombe reali, con la loro impressionante ricchezza materiale e soprattutto artistica, sono tutti un simbolo
di quella cultura.

La metallurgia, una tecnica che proveniva dal Vicino Oriente, era nota agli egizi fin dal periodo predinastico. Il lavoro
degli orefici consisteva nel trasformare metalli nobili oro, argento e leghe come l'electron in oggetti con una precisa
funzione pratica o simbolica. La gioielleria nasce così come branca di specializzazione della metallurgia. Gli orefici
lavoravano nei templi e nei palazzi sotto il controllo di ufficiali designati appositamente dal faraone. Nella decorazione
delle tombe questi artigiani lasciarono incise raffigurazioni di tutto ciò che era legato al loro mestiere; in queste
immagini, l'orefice era rappresentato sempre come un nano. Anche nella cultura greca il nanismo appare legato alla
metallurgia e all'oreficeria. In Egitto questa attività era protetta dal dio Ptah, talvolta raffigurato anche lui come un
nano. Dalla bottega degli orefici uscivano prodotti destinati alle diverse attività quotidiane e alla vita nell'aldilà. Il
defunto, nel passaggio all'altra vita, si faceva accompagnare dai suoi oggetti di uso quotidiano, realizzati con materie
nobili.

I giacimenti auriferi
Gli oggetti d'oro sono una caratteristica importante e interessante della cultura egizia. Tra l'altro, la loro presenza nel
corredo funerario attirò i saccheggiatori fin dall'antichità. L'oro lavorato in Egitto proveniva da diverse aree
geografiche. All'inizio, quando la produzione era più limitata, si utilizzava la polvere aureadepositata dal Nilo sulle sue
sponde. Quando questo metodo si rivelò insufficiente, si cercarono altre zone. Le principali si trovavano nel deserto
orientale e nella Nubia, il cui nome proviene dal vocabolo egizio nebu, che significa "oro". Spiccavano soprattutto
quattro regioni: quella vicina a Uadi Hammamat, i dintorni di Uadi 'Allaqi, il nord-est di Uadi Halfa, nella Bassa Nubia,
e Qus, più in là della Seconda Cateratta. Gioiellieri e orefici condividevano alcune materie prime; ma i primi, oltre ai
metalli nobili, utilizzavano anche pietre semipreziose e materiali che aggiungevano colore al prodotto finale. Con il
turchese, il diaspro verde e l'olivina, per esempio, ottenevano il colore verde, simbolo di resurrezione; con il lapislazzuli
il blu scuro; con la corniola, il diaspro sanguigno e l'agata, il rosso. Il vetro, i gusci degli animali, l'ambra, il corallo e
l'avorio venivano utilizzati per decorare e impreziosire alcuni pezzi che, ancora oggi, suscitano grande ammirazione.

I VENTAGLI

I ventagli, creati imitando le forme della natura, erano simboli di vita e di fecondità. Essi rappresentavano "l'ombra"
che, come l'anima e il cuore, costituiva una delle parti dell'essere umano.
Il ventaglio, in egizio shut, compare nel sistema geroglifico dei segni. Avevano la stessa forma dei parasole e si
differenziavano da questi ultimi solo per la grandezza. I più diffusi avevano forma di loto e di palma: il primo veniva
creato imitando le foglie del loto azzurro ed era realizzato con giunchi o canne, mentre il secondo imitava le foglie della
palma da dattero, e veniva costruito con foglie o anche con piume di struzzo. I ventagli a forma di ali di uccello erano
frequenti nei rilievi della XI dinastia (2133-1991 a.C.), come quello che compare tra le mani di una schiava sul
sarcofago della regina Ashait. L'importanza dei ventagli era simbolica e la decorazione era di carattere rituale. Il
ventaglio cerimoniale era solitamente sorretto da un "portatore di ventagli alla destra del re". Questo oggetto, tra l'altro,
era un simbolo di vita: esso rappresentava "l'ombra", componente essenziale di ciascuna persona. Era credenza diffusa
che i ventagli fossero i responsabili dell'invio delle acque vivificanti del Nilo, che rendevano fertile la terra. Il
ventaglio è rappresentato di frequente nell'iconografia reale: esso appare, in genere, nelle mani di un portatore o di un
occhio udjat, che assiste il re o Osiride. Il ventaglio cerimoniale è destinato a offrire protezione al monarca e, in modo
simbolico, gli offre "il soffio della vita".

PROFUMI
I profumi avevano una grande importanza nella vita quotidiana, ma ancora di più nel mondo dell'Aldilà, dove il defunto
doveva conservarsi, per il maggior tempo possibile, con la fragranza degli aromi.
L'uso dei profumi non è adeguatamente trattato nei libri miniati nei sacri laboratori dei templi. I testi degli autori
classici, quali Teofrasto o Plinio, parlano di oli e di grassi impiegati dagli antichi profumieri egizi. Come accade tuttora,
l'impiego di oli e creme aiutava a mantenere la pelle sana e contrastava gli effetti dell'afoso clima nordafricano. L'olio
dei semi della Balanites aegyptiaca era molto diffuso, anche se il più usato tra il popolo era l'olio di ricino. Per la
fabbricazione dei profumi gli antichi egizi, che conoscevano diversi metodi per ottenerne, usavano mescolare questi oli
con grassi animali. Qualche tecnica era molto simile a quella utilizzata per ottenere l'olio e il vino. Per pigiare i fiori o i
semi, venivano utilizzati sacchi alle cui estremità erano posti dei bastoni di legno, che venivano fatti girare in direzione
opposta al fine di esercitare una pressione che permetteva di spremere il contenuto dei sacchi. Un'altra tecnica
prevedeva la sospensione di un'estremità del sacco ad un telaio, mentre il bastone, posto all'estremità opposta, era fatto
girare dagli operai. La maggior parte delle antiche ricette riportano la descrizione del metodo utilizzato per
la macerazione delle essenze scelte per la profumazione e alcuni frutti, come i datteri, erano utilizzati per realizzare
prodotti cosmetici. Dai semi della Balanites aegyptiaca gli Egizi estraevano un pregiato olio aromatico, utilizzato in
profumeria, insieme ad una polvere marrone, per tingere i capelli. Un frammento di rilievo, trovato in una tomba della
XXX dinastia, mostra una fase del processo di preparazione di un'essenza profumata, in questo caso utilizzando
dei gigli. Una volta raccolti, i fiori venivano posti in un sacco di lino e si procedeva a pigiarli. Per far questo alle
estremità del sacco venivano legati dei bastoni, che due donne giravano in opposte direzioni; poi, si procedeva a far
trasudare in un gran recipiente, situato proprio sotto di esso, il contenuto del sacco.
Gli egizi erano soliti applicare sui loro corpi numerosi unguenti, ottenuti con grasso di coccodrillo, ippopotamo, gatto, o
da oli vegetali. Oltre a proteggere la pelle dai raggi del sole, tali essenze erano impiegate anche per i massaggi. È
possibile che si ricorresse a determinati oli o unguenti per la rasatura. Non a caso, nei rilievi della XVIII dinastia si
possono vedere barbieri con accanto oggetti che, presumibilmente, contengono oli. Per produrre creme e pomate, gli
egizi impregnavano i grassi con profumi ottenuti dalla macerazione dei fiori. Durante i banchetti, i nobili si ponevano
sulle acconciature dei coni contenenti una sostanza grassa e aromatica, che si scioglieva con il calore, sprigionando, in
tal modo, un gradevole aroma. Generalmente, tali coni erano di colore bianco con striature color marrone e sfumature in
arancione. Una delle tecniche più usate in profumeria era la macerazione, che appare rappresentata frequentemente nelle
scene funebri. Questa tecnica prevedeva l'immersione di fiori, erbe, e persino frutti, in grassi o oli, ad una temperatura
di circa 65 °C. Fiori e frutti erano poi pestati in un mortaio, nel quale si aggiungeva dell'olio, quindi il tutto era
mescolato e mantenuto al caldo sul fuoco. Dopo, la miscela veniva colata e la si lasciava raffreddare. Se, una volta
raffreddata, appariva solida, le veniva data una forma sferica o conica; se, invece, si manteneva liquida, era conservata
in vasetti. Un altro sistema consisteva nel macerare i fiori in acqua, coprendo il recipiente con una tela impregnata di
grasso. Il tutto si faceva bollire, così che l'essenza evaporasse, mentre il composto rimaneva incorporato al grasso, che
poi era recuperato con la tela.
Il profumo rituale
I profumi avevano una funzione assai rilevante nei riti e nelle celebrazioni funebri. Gli egizi pensavano che perché il
defunto conservasse il proprio corpo, questo dovesse essere profumato. Il corpo veniva quindi svuotato dalle viscere e,
al loro posto, si introduceva resina profumata. Facendo riferimento all'imbalsamazione, Erodoto dice: «Riempiono il
ventre con mirra pura triturata, cannella e altri aromi». Le resine profumate, bruciate durante i cortei funebri,
simboleggiavano il soffio della vita immortale. Un'altra delle spezie aromatiche largamente utilizzata nei riti religiosi
era l'incenso; particolarmente apprezzato era l'incenso rosso, o mirra. Tra l'altro, anche la statua del faraone defunto
riceveva questo genere di cure: oltre alla purificazione, gli venivano applicati oli e unguenti profumati e, in
più, fumigazioni di incenso.
GLI OMBRELLI PARASOLE

Tra i vari oggetti di uso quotidiano tipici degli antichi egizi, vanno menzionati anche i parasole. Molti assomigliavano
ai ventagli ma, rispetto a questi ultimi, gli ombrelli erano di dimensioni maggiori.
Generalmente gli ombrelli avevano la forma del loto o della palma. Questi ultimi, assomigliavano ad altri oggetti
piuttosto diffusi in Egitto: i ventagli. Vista la necessità di proteggersi dal sole durante i viaggi, furono inventati
gli ombrellini portatili. Uno di essi, il seba, somigliava a una tenda: era di tela, di forma rettangolare, e veniva fissato
su un'intelaiatura composta da due pali messi a croce, con un pezzo di tela che pendeva da un lato. A reggerlo, era un
lungo palo fissato all'intelaiatura. L'ombrello di tela, invece, era simile a quelli che si vedono ancora oggi nei mercati
egiziani. Gli ombrelli compaiono già nelle tombe dell'Antico Regno (2686-2173 a.C.), specialmente a partire dalla V
dinastia (2494-2345 a.C.), dove rappresentavano l'ombra del defunto. Nel Medio Regno (2040-1786 a.C.), invece, essi
venivano portati da donne e facevano parte del cerimoniale. La loro forma non mutò nel Nuovo Regno (1552-1069
a.C.). Il nome seba era lo stesso del geroglifico che identificava la stella. Gli ombrelli a forma di loto o simili alle foglie
di palma erano comuni. Essi venivano chiamati shut, che era lo stesso geroglifico con cui si indicava il ventaglio con
manico lungo. Ombrelli e ventagli avevano forma simile, e spesso è difficile distinguerli. Essi avevano però funzioni
diverse: l'ombrello serviva a proteggersi dal sole, il ventaglio ad allontanare gli insetti e rinfrescare l'aria. Se l'ombrello
stava alle spalle del re, svolgeva entrambe le funzioni.

CORONE
Tra i simboli propri del faraone c'erano le acconciature e le corone. Alcune erano esclusive, realizzate solo per lui;
altre, invece, le condivideva con gli dei. Il sovrano era solito indossarle nelle cerimonie più importanti come chiaro
segno del suo potere.
Le corone reali ci sono note solo attraverso le statue, i dipinti e i rilievi, di esse, infatti, non è stato trovato alcun
esemplare. Si pensa che siano andate perdute a causa del materiale deteriorabile usato per fabbricarle. Malgrado ciò,
grazie alla loro forma, siamo in grado di identificarne diversi tipi. La più antica è la corona bianca, chiamata khedyet: è
conica, identifica il faraone in quanto rappresentante dell'Alto Egitto e personifica la patrona dell'Alto Egitto, la dea
avvoltoio Nekhbet. Le sue raffigurazioni più antiche sono contenute nello scettro del re Scorpione e nella Tavolozza di
Narmer, entrambi della dinastia 0 (3200- 3065). La corona del Basso Egitto è invece la corona rossa o desheret, che
appare per la prima volta su una giara di Nagada, nell'Alto Egitto. Essa incarna la dea serpente Uadit. Dopo
l'unificazione dell'Egitto, il faraone indossa la doppia corona che raggruppa le due corone e che si chiama pschent. C'é
poi la corona azzurra o khepresh, che per un certo tempo è stata considerata erroneamente come un elmo da battaglia
perché compariva in scene di combattimento. Essa veniva invece usata sia per l'incoronazione che nell'ambito di
cerimonie religiose. La corona più semplice era un fazzoletto a righe, il nemes; mentre una versione ancora più semplice
era il khat, molto frequente nelle sfingi.
Gli egizi vedevano nelle corone una manifestazione del potere delle loro divinità e le consideravano magiche. Una
leggenda narra che un re giunse addirittura a cibarsi di corone pur di ottenere questo potere magico. Non è un caso che
furono loro dedicati numerosi inni. Tra le corone utilizzate dagli dei come dai faraoni figurava la corona atef, indossata
dal dio Osiride: era una corona bianca con alte piume di struzzo ai lati e, talvolta, l'ureo o il disco solare. Il faraone
Snefru, della IV dinastia dell'Antico Regno, indossava una corona con due alte piume di struzzo, simile a quella
indossata anche dal dio Amon. A ogni modo, ciascuna corona aveva un significato proprio e veniva indossata in
determinate occasioni. Il simbolismo di alcune, come la rossa e la bianca, esaltava anche il concetto di dualità, tanto
caro agli egizi. Tuttavia, l'assegnazione di un determinato simbolismo a ciascuna corona non fu molto chiaro almeno
fino al Medio Regno (2040-1786 a.C.), e per alcune di esse, come quella azzurra, fu elaborato solo successivamente.
Nel Periodo Saitico (664-525 a.C.) le corone divennero sempre più complesse. Vi furono aggiunti corni ritorti, dischi
solari e urei. Certo è che il faraone non poteva presentarsi in pubblico senza indossare gli attributi che lo
contraddistinguevano come sovrano. Alcune corone, comunque, arrivarono ad essere così sovraccariche da risultare
pesantissime. Per tale motivo alcuni egittologi sostengono che, in realtà, la maggior parte di queste corone non venivano
indossate quasi mai. Esse erano simboliche e usate dai faraoni solo in qualche occasione davvero speciale.
Le corone usate durante l'incoronazione avevano un significato preciso. Quella bianca simboleggiava il dominio
sull'Alto Egitto, la rossa, sul Basso Egitto. Il Basso Egitto era rappresentato dalla corona rossa o desheret. Era una
corona piana e bassa dalla quale usciva una specie di filo metallico a spirale. Non si sa di che materiale fosse fatta. Il
rosso era associato al deserto, al sangue e al pericolo, ma anche al potere del sole e alla sua purezza. Benché questa
corona fosse indossata dal faraone per rendere esplicito il suo potere sul Basso Egitto, e rappresentare la dea Neit di
Sais (una località del Delta), la più antica raffigurazione di questa corona è stata trovata in una ceramica proveniente da
Nagada, dove è situato il cimitero predinastico più importante dell'Alto Egitto. La sua associazione con il Basso Egitto,
dunque, risulta posteriore. Una delle corone regali dell'Antico Regno più di frequente raffigurate è il nemes. Assomiglia
a un fazzoletto a strisce che copre il capo e parte della fronte, lasciando scoperte le orecchie. Il nemes è appoggiato alle
spalle e sul davanti, mentre ai lati del collo, due punte lo tendono verso l'esterno; dietro viene invece raccolto in una
specie di treccia. Nelle raffigurazioni, le strisce sono di solito azzurre e bianche, oppure dorate, a seconda del materiale
con il quale si realizzava la statua. Oltre ai faraoni, il nemes appare anche nelle sfingi.
Il gioiello più semplice con cui il sovrano si mostrava era, oltre alla parrucca, un diadema sul quale era arrotolato un
ureo d'oro. Esso aveva forma di serpente e stava sulla fronte del faraone. In diverse occasioni, era collocato sulle varie
corone. L'ureo era chiamato "l'occhio di Ra", ed era legato a una leggenda secondo cui l'occhio di Ra se ne era andato e,
quando era tornato, il dio Ra se lo era posto sulla fronte. L'ureo reale rappresentava la forza del faraone e il soffio di
fuoco con il quale si difendeva dai nemici. Anche le regine si coprivano la testa con corone o acconciature. La più
abituale era a forma di avvoltoio con le ali spiegate. Tipica delle dee Mut e Iside, essa era la rappresentazione della
dea Nekhbet.

GLI SPECCHI

Gli specchi erano essenzialmente oggetti per ricchi. Tuttavia, essi avevano anche una funzione religiosa e funeraria.
La qualità dei materiali impiegati e l'eleganza della loro fattura li rendevano vere e proprie opere d'arte.
Gli antichi specchi egizi giunti fino ai nostri giorni consistono in dischi metallici, generalmente in bronzo. Ce n'erano
anche in rame, in argento e persino in lega metallica. Di forma piatta, venivano lucidati e puliti con cura. Ad essi era
unito un manico che poteva avere forma di colonnina, di figura femminile o di una divinità. Gli specchi metallici
erano molto costosi ed è probabile che fossero esclusivamente destinati alle classi sociali alte. Le persone meno abbienti
dovevano accontentarsi di vedere il proprio volto riflesso nell'acqua. È noto che gli egizi non conobbero lo specchio di
stagno almeno fino all'epoca cristiana. Gli specchi avevano anche una funzione religiosa e funeraria: erano elementi di
culto, usati come offerte alle dee Mut e Hathor. Grazie alla loro forma e lucentezza, gli specchi erano in rapporto con
il dio solare, tanto da essere considerati simboli della rigenerazione e della vita.
Era piuttosto comune che i manici degli specchi fossero lavorati in forma di divinità, piante di papiro o figure
femminili. Alla loro realizzazione gli artisti dedicavano cure particolari già durante il Nuovo Regno, tanto che i manici
di questo periodo mostrano grande raffinatezza. Abituali diverranno i manici a forma di ragazza nuda. Soltanto i ricchi
potevano permettersi il lusso di avere specchi, peraltro oggetti notevolmente apprezzati. Gi specchi appaiono raffigurati
di frequente nei dipinti murali delle tombe degli alti dignitari. Un testo risalente alla fine dell'Antico Regno, che
descrive la presa di potere da parte della nobiltà, parla così del lusso dei nuovi ricchi: "La donna che guardava il suo
volto nell'acqua ora ha uno specchio di bronzo".

COLLANE E PETTORALI

In Egitto collane e pettorali erano molto usati sia dagli uomini sia dalle donne. E non erano considerati esclusivamente
degli ornamenti, ma veniva loro attribuita una vasta gamma di significati simbolici.
L'origine di questi ornamenti risaliva al Periodo Predinastico (fine V millennio-3200 a.C.) quando erano fatti
di conchiglie e pietre lucidate e venivano considerati amuleti contro le malattie, le catastrofi naturali o i saccheggiatori.
Tali monili venivano appesi al collo mediante un semplice cordone di cuoio o di lino; ma, ben presto, essi vennero
presentati in raffinate opere di oreficeria tempestate di pietre, che possedevano qualità simboliche: l'oro era la carne
delle divinità; i lapislazzuli, l'azzurro del cielo; la corniola, il sangue rosso della vita. Con lo sviluppo della scrittura
geroglifica, alcuni simboli vennero trasformati anche in elementi protettori: lo udyat (occhio di Horo) proteggeva dal
malocchio; il segno ankh(un cordone di sandalo), invece, significava "vita"; mentre il segno dyed (pilastro di fusti di
papiro) offriva al suo possessore "resistenza". Anche le mummie indossavano collane; uno scarabeo incastonato in
una collana, infatti, serviva affinché il defunto potesse superare senza difficoltà il momento del giudizio finale,
o psicostasia, grazie alle formule magiche estrapolate dal Libro dei Morti.
Le collane venivano anche impiegate come ornamento. Tuttavia, i livelli artistici, aggiunti al valore dei materiali
preziosi con i quali venivano fabbricati questi oggetti, consentono di ritenere che le collane possedessero anche una
funzione di "propaganda" dello status sociale del possessore. Ciò appare evidente in un passaggio dei Lamenti di Ipu-
ur (testo che narrava un periodo di crisi, con gravi tensioni sociali) nel quale viene menzionato l'uso di preziosi monili
d'oro, turchesi, lapislazzuli, corniola e ametista, portati al collo dagli schiavi, mentre le grandi dame ne erano
sprovviste. Anche nell'ambito dell'amministrazione statale le collane ebbero una certa rilevanza; esse, infatti, venivano
donate come ricompensa reale ad alcuni funzionari per i loro meriti civili o militari. Le cosiddette "collane d'oro"
erano la più alta onorificenza della quale poteva essere insgnito un funzionario civile egizio; ne esistono molteplici
esempi, specialmente del Nuovo Regno (1552-1069 a.C.). In quanto ai militari, invece, quelli che si erano
particolarmente distinti in valorose azioni di guerra ricevevano il collare delle "mosche d'oro", che costituiva, in tale
ambito, il più alto onore. Infine, come testimonia il corredo funebre di Ahhotep (madre di Ahmosi, della XVIII
dinastia) anche le donne potevano ricevere questa onorificenza.
Durante il Medio Regno si diffuse un tipo di pettorale che mostrava nella parte centrale il nome del faraone
nel cartiglio. Il nome del re aveva una funzione protettiva. Un tipo di monile funerario era quello del falco con le ali
spiegate, che veniva posto sulla mummia del faraone poiché simboleggiava l'abbraccio della divinità. Nell'ultimo
periodo del Nuovo Regno fece la sua comparsa un nuovo ornamento di culto, noto come egida, la cui parte frontale
rappresentava una collana di vari fili di grani (usekh), coronata dalla testa di una divinità, come Hathor o Iside. Tali
collane decoravano anche la prua e la poppa delle barche divine. In una prima fase, lo scarabeo aveva la funzione di
sigillo; ma, agli inizi del Nuovo Regno, la sua immagine prese il posto di altri pendenti di pietre poste sul petto dei
defunti. Questi "scarabei del cuore" portavano scritti dei testi magici (spesso tratti dal Libro dei Morti) allo scopo di
garantire al defunto l'assoluzione nel giudizio finale e la sicurezza della rinascita nell'aldilà. È noto, grazie al Papiro
Hood, che tra gli eizi esistevano, oltre agli orafi, anche operai specializzati nella fabbricazione di alcuni gioielli, come le
collane. Pare che il setro fosse un fabbricante di collane che usava grani elaborati dall'iru ueshbet. Il considerevole
numero di grani di pietre suggerisce l'esistenza di diversi artigiani dediti a questo tipo di produzione.

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