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VIAGGIO NELLA STORIA

Molyda Szymusiak
La drammatica testimonianza
di una bambina cambogiana
Molyda Szymusiak (Peuw) è nata a Phnom Penh, in Cambogia, nel 1963.
Nel 1975 ha subito con la famiglia la persecuzione dei Khmer rossi, sol-
dati rivoluzionari al servizio di Pol Pot, dittatore di estrema sinistra.
Il suo libro, intitolato Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, è la
drammatica testimonianza dell’immane tragedia che dal 1975 al 1978
sconvolse tutto il Paese. Peuw viveva serenamente a Phnom Penh, capi-
tale della Cambogia, con i genitori e quattro fratelli; poco distante, nello
stesso quartiere, vivevano la nonna, gli zii e i cugini. L’arrivo dei Khmer
rossi sconvolse la loro vita: deportati, insieme a tutti gli altri Cambo-
giani, nelle campagne, costretti a lavorare nelle risaie, soffrirono fame,
freddo, privazioni di ogni genere.
STORIA

La piccola Peuw fu l’unica a sopravvivere della sua numerosa famiglia,


insieme a tre cugini, tutti miracolosamente scampati all’inferno del ge-
nocidio e, in seguito, adottati in Francia.
Nel brano che segue Peuw racconta in prima persona le sofferenze, le
prepotenze che i Mékong, sorveglianti addetti all’organizzazione del la-
voro nelle risaie, inflissero a lei e alla sua famiglia.

Dev’essere luglio, verso la fine. Una sera, dopo il lavoro, vengono da


1. Mékong: sorveglianti noi i due Mékong1, responsabili del nostro gruppo di dieci famiglie.
addetti all’organizza- L’uomo, non ci ho mai avuto a che fare, non so come si chiama. Lei,
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zione del lavoro nelle ri-


saie. la conosco bene, è quella che mi ha mandato a lavorare, Met Rôn,
una donna grossa, d’una trentina d’anni. Vengono a ispezionare il
nostro materiale da cucina.
«Pentole, quante ne avete? Quanti cucchiai? Coltelli? Riso? Bisogna
dare tutto alla comunità.»
«Posso tenermi una pentola per far bollire l’acqua se un bambino è
malato?»
«Accordato. Ma date tutto il vostro riso. Proibito farlo cuocere nel-
le baracche familiari. D’ora innanzi mangeremo tutti insieme.»
Parla evidentemente delle famiglie dei lavoratori, perché loro, i
Mékong, nelle loro case hanno tutto in comune, ma non gli manca
niente.
Mia madre ha nascosto una pentola in mezzo ai miei vestiti, con un
2. rovistare: frugare, sacchetto di riso. Se la Mékong vorrà rovistare2, vedremo. Non ro-
cercare dappertutto. visterà, forse. Intanto, il mio fratellino Vannah è stato mandato dal-
3. roncola: strumento
agricolo, costituito da la famiglia di mio zio, per avvertirli della perquisizione.
una lama ricurva fissata Da noi, la donna si dà a rovistare, l’uomo raccoglie le pentole. Lei
a una corta impugnatu-
ra, usato soprattutto per
vuol prendere la roncola3. Mio padre spiega:
potare e tagliare rami. «È il mio strumento di lavoro: taglio i bambù per la comunità».
«Giusto; potete tenerla per ora.»
Passano nella baracca vicina. Noi rimaniamo fermi, per non attirare
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Rosetta Zordan, Il Narratore, Fabbri Editori © 2008 RCS Libri S.p.A. - Divisione Education
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l’attenzione. Ma ecco che la Met Rôn ritorna: «Non ho verificato


4. Sballa: Apre, disfa. tutto». Sballa4 una mia sacca di vestiti puliti e li butta nella polvere.
Apre un’altra sacca: coppe d’argento. Non ne vede l’utilità e le lascia
stare. Nella mia sacca, trova il riso e la pentola. Mia madre tenta di
5. Naroeun: sorella mag- riprenderli. La Mékong alza la mano su di lei. Naroeun5 le afferra il
giore di Peuw. braccio e riceve uno schiaffo possente che la fa rotolare per terra.
Mio padre aiuta la figlia a rialzarsi ma sta zitto. «Domani ritorno.
6. famiglia Vong: fa- Avete certo ancora qualcosa nascosto. Anche la famiglia Vong6 na-
miglia degli zii di Peuw. sconde delle cose.»
7. assembramento: Difatti c’è un assembramento7 davanti alla baracca di mio zio. Sen-
affollamento, raggrup- to persone che dicono: «Bisogna perquisire le famiglie di Vong e di
pamento di persone.
8. Rêth: il padre di Rêth8». Perché noi? So che mia madre ha sotterrato degli oggetti
Peuw. sotto la baracca. Che cosa ci succederà?
9. Seduta d’educazio- Seduta d’educazione9. È proibito, d’ora innanzi, accendere il fuoco
ne: erano chiamate co- nelle case. Se qualcuno fa cuocere del riso, dovrà esserne avvertito il
sì le sedute, le riunioni,
Mékong di servizio. Verranno a prenderglielo per darlo alla comu-
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cui tutti dovevano par-


tecipare per essere in- nità. Domani, al suono del gong, verrete a mangiare nel grande mer-
formati sugli scopi e sul-
le disposizioni impartiti cato coperto, nel centro del villaggio. Dopo il lavoro.
dal regime. Non è dunque previsto un pasto a metà giornata. Al suono del gong,
l’indomani sera, tutti accorrono a mani vuote. Proibito entrare! Pri-
ma i bambini! Cioè quelli sotto i cinque anni. I piccolissimi possono
entrare con le loro madri. Mio fratello Vannah, che ha cinque anni,
deve mangiare solo, senza la madre. È una cosa lunga. La Mékong
ci viene a dire: «Domani, le madri con i bambini piccoli verranno
una mezz’ora prima».
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Allora c’è la ressa degli adulti e dei bambini più grandi. Ognuno si
precipita a cercar posto: le pentole sono posate in terra, ciascuna
con intorno cinque piatti. È stato calcolato un centinaio di persone.
Ma ognuno afferra un piatto e tenta di riempirlo. Vola la polvere, ci
son persone che vengono calpestate. Mia madre non trova un posto.
Non osa esporsi troppo alle spinte, perché si regge appena in piedi
sulla sua unica gamba valida. Quando tutti i posti sono stati occu-
pati, lei s’avvicina a una Mékong e le chiede una piccola pentola, per
andare a cuocersi il suo riso di fuori. Le concedono un piccolo fon-
do di scatola. Noi mangiamo due o tre cucchiai di riso piuttosto ac-
10. Yotear: soldati, quoso e mal cotto. Gli Yotear10 gridano per calmare la gente, ma è
guardiani della rivolu-
zione.
fatica sprecata. Quando le pentole sono vuote, divieto d’uscire: se-
duta d’educazione. Si alzano alcune timide voci: «Vorremmo pren-
dere un po’ d’aria!».
La capo Mékong decide: «Potete uscire per un quarto d’ora. Ma
dopo, riunione qui: un membro per famiglia».
Mio padre va alla riunione da solo. Ci riassume in seguito quello che
è stato detto: «Avete mangiato l’intera riserva di riso. Da domani, vi
si darà del granturco. Ma non dimenticate che tutte le pentole sono
un bene della comunità, e anche i piatti. Domani, ci sarà un servizio
d’ordine. Chi dà spinte sarà messo fuori. Oggi, avevamo previsto
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due mestoli a persona. Alcuni non hanno avuto niente. Domani,


perché ce ne sia per tutti, daremo un mestolo a persona. Vi avvici-
11. marmitta: grossa nerete alla marmitta11 grande in colonna uno alla volta. E aspettere-
pentola impiegata per te il suono del gong per cominciare a mangiare».
la preparazione del pa-
sto in una comunità. Per una settimana, non abbiamo mangiato che del granturco. Non è
buono, amaro, mal cotto. Però se ne possono portar via gli avanzi.
Raschio una marmitta e mi porto via il granturco rimasto sul fondo.
Lo metto al sole a seccare e lo rosicchiamo, durante il giorno.
Ma il granturco non lo digeriamo bene. I bambini hanno mal di pan-
cia. Mia madre decide di trovare del riso. Conosce una famiglia il cui
figlio è Yotear. Si potrebbe tentare di offrir loro dei diamanti. Loro
hanno riso a volontà.
«Che cos’avete da offrirmi?», dice la madre del piccolo capo.
«Dei diamanti.»
«Dei diamanti? Bene: una scatola di riso per un diamante.»
Credeva fosse vetro intagliato. Per quanto mia madre le spieghi il va-
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lore del diamante, lei non mostra nessun interesse. «Se aveste del-
l’oro…»
Mia madre torna a casa. Prende una catenina a grosse maglie e poi
viene indietro con dodici scatole di riso. L’indomani, nella cucina
comune, lei chiede in prestito due pentole. «Mio figlio è malato, de-
vo fargli una tisana, e nell’altra pentola gli riscalderò il granturco.»
Mia madre riesce sempre a convincere la gente, con la sua dolcezza.
La sera, nemmeno a parlarne d’accendere il fuoco, si noterebbe su-
bito. Aspettiamo il primo mattino. Io sto di guardia su un lato della
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casa, mia sorella Naroeun sull’altro lato. Mio padre bada al fuoco.
Mia madre mette il riso a cuocere quando l’acqua comincia a bolli-
re. Bisogna far presto. Mangiamo un mestolo di riso ciascuno, puli-
to, croccante. D’un tratto, allarme: arriva la Mékong a chiamare la
gente al lavoro, come tutte le mattine. C’è ancora un fondo di riso
nella pentola. Vannah è coricato. In fretta, mia madre gl’infila la
pentola sotto la coperta e gliela tiene ferma sulla pancia. Da molto e
molto tempo, non avevamo fatto un simile banchetto.
Non possiamo correre quello stesso rischio ogni giorno. Ma c’è una pic-
cola riserva di riso, in una bustina di plastica, sotterrata sotto la casa.
Quel giorno, ecco il suono del gong prima dell’ora del pasto. È una
cosa insolita, bisogna andare a vedere. Mia madre che rientra sem-
pre prima di noi, corre come può al mercato coperto nel centro. Ve-
de la Mékong intenta a un’occupazione strana: per terra c’è un
grande calderone di zinco, qualche decina di bottiglie d’aranciata,
altre di Coca-Cola. Come spartire questo fra cinquecento persone?
Met Rôn ha scoperto come fare. Dispone d’un blocco di ghiaccio,
che posa sul fondo del calderone, poi vuota tutte le bottiglie sul
ghiaccio e mescola il tutto.
12. Met Nêm: madre
«Sedetevi», dice, «mentre preparo questo sciroppo. Quante perso-
di Peuw. ne da voi, Met Nêm12?»
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«Sette.»
«Sette? Vediamo la lista. È giusto.»
E mette sette cucchiai di sciroppo in un piatto: «Ecco, per la vostra
famiglia. Avanti un altro!». Mia madre torna a casa col suo piatto.
Un’ora dopo, di nuovo il suono del gong. Questa volta vado io. «C’è
anche del latte stasera. È arrivato troppo tardi perché ve lo potessi
dare con lo sciroppo».
Avrebbe mischiato tutto insieme? In ogni modo, il suo latte non è
molto più appetitoso: una scatola di latte condensato, allungato con
un secchio d’acqua di fiume, non bollita, per dieci famiglie! Noi ab-
biamo nuovamente diritto a sette cucchiai di questa bevanda. Non
c’è altro pasto per stasera. Lo annuncia mia madre. Il sorso d’aran-
13. trangugiamo: cac- ciata alla Coca-Cola lo trangugiamo13, senza fare i difficili. Quanto al
ciamo giù per la gola. «latte», mia madre l’ha ancora allungato un poco prima di farlo bol-
lire. E visto che era acceso il fuoco, ne ha approfittato per far cuo-
cere un po’ di riso: una buona pallottolina a persona, divorata senza
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14. senza indugio: su-


bito. indugio14. È la fine delle nostre provviste.
(da Il racconto di Peuw, bambina cambogiana, Einaudi, Torino, rid.)
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