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“PIANTO ANTICO “

Hawah

Il pianto è il primo atto palese della vitalità del bambino. L’abbandono dell’utero ma-
terno, come luogo di benessere, provoca in lui un dolore a cui reagisce con il vagito, “prima
manifestazione di ciò che è ancora agli inizi“. È il momento in cui abbandona il ventre materno
dove ha soggiornato e maturato in sette quaterne.
Grembo che appare come un quadrilatero che riporta al 4, alla lettera ebraica dalet-d-
che significa “porta “: ogni utero è quindi una porta. Ecco il momento dell’urlo, del pianto di-
sperato che lo accompagnerà ogni volta che, raggiunta la maturità, cercherà di ritrovare quello
stato di benessere perso, di ricucire quel cordone ombelicale che lo legava ad Elohim. “Pianto
antico “, che risale alla notte dei tempi e che si perpetua con il dramma della caduta, della
violazione, della separazione dallo yod, dal divino, dal principio… e con la mente risaliamo a
quel simbolico gesto:

Ecco che intelligenza e saggezza si votano allora alla conquista del regno divino
esterno a sé: Malkut. È come se le energie dell’uomo, invece di risalire lungo l’albero per rac-
coglierne il frutto, scorressero a livello dei piedi-feriti ancorati alla terra, alle radici.
“Pianto antico “ quindi come espressione del dramma che suscita “lacrime “ per il
“padre “ ucciso. In Egitto è Isis piangente che cerca disperatamente Osiris. Ridare a Malkut la
sua funzione di “madre“, grembo universale, si realizzerà così nel guarire la ferita e ricostruire
le energie atte a fare procedere verso l’ascesa. Ma quanto lontano e “antico “ è per noi, ormai
adulti, il momento della nascita al punto tale da non serbarne più alcun ricordo… purtroppo!
Eppure penso che la parte “eterea “, che convive sin dalla nascita con quella materiale, viva
invece l’attimo della nascita come “morte spirituale “, come distacco da una condizione su-
periore di “deità perduta “. E così, paradossalmente, in quell’attimo in cui il “pianto “ ci con-
segna alla “vita “, contemporaneamente un “pianto “ interiore ci prepara alla “morte “: da
quel momento la vita sarà un rincorrere la “morte “ per assurgere alla “vita “!
Partendo da queste riflessioni, mi accingo a dare una personalissima interpretazione
di una poesia in cui, secondo me, è possibile ravvedere quanto asserito. “Pianto antico“ è una
delle odi più note di Giosuè Carducci scritta nel terzo anniversario della morte del figlioletto

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Dante. Sicuramente una tra le più commoventi per il tema trattato e perché nata da una pro-
fonda meditazione, quindi dotata di immediatezza emotiva. La particolarità dell’ode sta nel
fatto che le parole usate dal poeta sono state scelte con minuziosa attenzione atte a celare
simboli universali per dare modo di approcciarsi all’interpretazione, secondo me, con diverse
chiavi di lettura. (Non dimentichiamo che Carducci fu anche Massone).

Il testo recita :
v.1 L’albero a cui tendevi
v.2 la pargoletta mano,
v3 il verde melograno
v.4 da’ bei vermigli fior,
v.5 nel muto orto solingo
v.6 rinverdì tutto or ora
v.7 e giugno lo ristora
v.8 di luce e di calor.
v.9 Tu fior de la mia pianta
v.10 percossa e inaridita,
v.11 tu dell’inutil vita
v.12 estremo unico fior,
v.13 sei ne la terra fredda
v.14 sei ne la terra negra,
v.15 né il sol più ti rallegra
v.16 né ti risveglia amor.

Oltre alla ovvia parafrasi letterale, proviamo a cercare di capirne il contenuto di fondo
attraverso una serie di nuclei di significato, attraverso cioè una serie di immagini legate tra di
loro, per arrivare ad una parafrasi interpretativa. Il tema è facilmente identificabile, sin dal ti-
tolo, nel lutto e nello sconforto in cui si trova il poeta per l’improvvisa scomparsa di un figlio
ancora in tenera età. In questo senso il tema si regge su una contrapposizione: da un lato
l’idea della vita della natura e dall’altro la triste realtà della morte del figlio. I nuclei usati per
esprimere ciò sono i fiori, la luce, il calore, il colore e la solitudine.
Nuclei Tema
Vita (della natura) Morte (del figlio)
Fiori bei vermigli fior estremo unico fior
Colori verde melograno terra negra
vermigli fior
rinverdì
Calore/Luce lo ristora/di luce terra fredda
e di calor né il sol più ti rallegra
Solitudine da’ bei vermigli fior muto orto solingo
estremo unico fior
A questo punto possiamo procedere con la parafrasi interpretativa.
Per esprimere il suo dolore il poeta sviluppa il tema della vita contrapposta alla morte.
I primi otto versi infatti introducono l’immagine della vita che a primavera inoltrata si rinnova
nella forma di un albero che si ricopre di “bei vermigli fior “. A questa immagine fanno da

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contrasto i versi 9-16 che sono invece dedicati al figlio al quale il poeta si rivolge invocandolo
direttamente. In questo caso la vita non si rinnova più: il figlio si trova nella “terra negra “,
nella “terra fredda “.
Tutta la poesia si regge quindi sulla contrapposizione vita/morte.

Proviamo adesso, sulla base di quanto esposto, a salire un gradino ancora più in alto
e quindi cerchiamo di scoprire tra le parole altre verità perché, fermo restando che è insita
nell’ode una netta contrapposizione tra vita e morte, è possibile, secondo me, ricavarne un’in-
terpretazione esoterica e cabalistica. Fermiamo la nostra attenzione sulla figura su cui ruota
tutto il contesto: l’albero (v.1 L’albero a cui tendevi).
Albero che in quasi tutte le tradizioni è considerato cosmico, asse del mondo, ponte
d’unione, antenna tra il cielo e la terra. Le prime due strofe della poesia ci confermano ciò e,
a tal proposito, possiamo rapportarlo a questa figura:

Albero ancora che spesso assume il significato d’immorta-


lità come ricorda una raffigurazione pittorica dell’ipogeo di Thut-
mose III a Tebe della fine del XIV secolo a.C., dove un albero
rigoglioso, raffigurato con una mammella ed un possente braccio
che fuoriesce dalla chioma, è nell’atto di nutrire con la sua linfa il
faraone che lo afferra con le sue braccia volgendo lo sguardo verso
l’alto (v.1 L’albero a cui tendevi / v.2 la pargoletta mano).
Sempre intorno all’albero della poesia scopriamo che si
tratta di un melograno (v. 3 il verde melograno).
Il melograno è il frutto simbolo della rigenerazione dalla
morte, processo che si attua con il ciclo vita/morte/vita. Si rifà al
mito di Demetra e di sua figlia Persefone rapita da Ade che la porta nel suo
regno, nell’oltretomba. L’ira di Demetra è terribile: ella non lascerà più ger-
mogliare alcun frutto fino a quando la figlia non sarà ritornata. Il signore
dei morti è così costretto a liberare la fanciulla non prima di averle fatto
mangiare il melograno, cibo dell’Ade, e così, dopo avere rivisto la madre,
dovrà ritornare, per una parte dell’anno, negli inferi: ogni volta che la
terra si ricoprirà di fiori, Persefone ritornerà sulla terra.
A questo punto riassumiamo quanto esposto, unendo parole ed
immagine, ed otterremo:
v.1 L’albero a cui tendevi / v.2 la pargoletta mano, / v.3 il verde melo-
grano / v.4 da’ bei vermigli fior, / v.5 nel muto orto solingo / v.6 rinverdì tutto or
ora / v.7 e giugno lo ristora / v.8 (la) di luce e (il) di calor.
Ci accorgiamo che le rimanenti due strofe segnano una netta contrapposizione con
quanto affermato nelle precedenti: v.9 Tu fior de la mia pianta / v.10 percossa e inaridita, / v.11
tu dell’inutil vita / v.12 estremo unico fior, / v.13 sei ne la terra fredda / v.14 sei ne la terra negra, /
v.15 né il sol più ti rallegra / v.16 né ti risveglia amor.
Innanzi tutto notiamo che non viene più citata la parola albero ma, al suo posto, com-

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pare il termine pianta: v.9 Tu fior de la mia pianta... E “pianta “ ci riporta al verbo “piantare “,
al porre dentro la terra come ci ricordano i vv. 13 e 14:
L’albero che nelle prime due strofe funge da antenna tra cielo e terra, si trasforma,
nelle ultime due, nel suo inverso.
Proviamo quindi a rappresentare graficamente questa immagine accanto alle parole
di riferimento:
˜ ˜ ˜ ˜ v.9 Tu fior de la mia pianta / v.10 percossa e inaridita, / v.11 tu dell’inutil
vita / v.12 estremo unico fior, / v.13 sei ne la terra fredda / v.14 sei ne la terra negra, / v.15
né il sol più ti rallegra / v.16 né ti risveglia amor.

Se poniamo una linea di demarcazione tra le prime due quartine e le ultime due con
le rispettive immagini, e sovrapponendole, otteniamo la seguente figura:

Ciò che ci appare è lo schema di un albero a tre rami e a tre radici, considerabile anche
nei due sensi opposti, il che porta a due punti di vista complementari a seconda che lo si
guardi dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, ponendosi o dalla parte della manife-
stazione o dal quella del principio.
Anche Dante, nel canto XXII del Purgatorio, descrive due alberi rovesciati vicino al
vertice della “montagna “, immediatamente sotto il piano in cui è situato il Paradiso terrestre
dove, una volta giunti, gli alberi appaiono raddrizzati, rovesciati quindi al di sotto del punto
in cui ha luogo la “rettificazione“ e la “rigenerazione“ dell’uomo.
“Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e boni;
e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred’io, perché persona su non vada. “
(Purgatorio, Canto XXII, vv.da 130 a 135)

Ritornando alla nostra poesia, non dimentichiamo che tra le prime due strofe e le ul-
time due abbiamo posto una linea di demarcazione (
˜ ˜ ˜ ˜) che potrebbe indicare la linea
delle acque che con le loro onde, atte ad innalzarsi ed abbassarsi in un moto perenne, ripor-
tano al continuo flusso che dall’alto porta al basso e viceversa…
Non ci porta ciò a configurare quest’immagine con la lettera ebraica alef- a -?

Non possiamo considerare quella linea come un “piano di riflessione “ sul: “ciò che è
in alto così è in basso“? Il sopra-cosmico si riflette in senso inverso in ciò che è in basso, nella
sfera cosmica. Ma non dimentichiamo il titolo dell’ode: “Pianto antico “ quindi quella linea
delle acque potrebbe anche essere costituita dalle “lacrime “ versate per la rigenerazione.
Ritornando ai due alberi, albero della vita (ascendente) ed albero della morte (discen-

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dente), essi sono naturalmente sovrapposti per cui uno
può essere considerato il riflesso dell’altro e nel con-
tempo i loro tronchi si assimilano in una continuità atta
a formare due parti di un solo tronco.
L’albero rovesciato non è quindi solo un simbolo
“macrocosmico “ ma anche “microcosmico “dell’uomo.
Dice Platone “…l’uomo è una pianta celeste, il che signi-
fica che è come un albero rovesciato le cui radici tendono
verso il cielo e i rami in basso verso la terra..“
Ancora questo simbolismo “assiale “ potrebbe ricondurci al fulmine inteso come “il-
luminazione “ che incomincia al vertice e si estende in linea retta attraverso il tronco intero
fino alle radici.
Fulmine con il suo doppio potere di produzione e di distruzione di cui la vita e la
morte sono espressione nel nostro mondo e che è in relazione con le due fasi di “espi-
razione “ e di “inspirazione “ della manifestazione universale

Continuando con la nostra speculazione, potremmo anche affermare che un sim-


bolismo simile all’albero, come elemento “assiale “, potrebbe essere la scala sulla quale si ef-
fettua un perpetuo movimento ascendente e discendente. I suoi due montanti verticali
corrispondono alla dualità dell’albero della cabala ebraica
e la parte centrale, propriamente assiale, non è raffigurata
in modo sensibile ma unificata dai pioli che congiungono
i due montanti e che, posti orizzontalmente tra questi,
hanno i loro punti centrali proprio nell’asse : “ponte“ ver-
ticale che eleva attraverso tutti i mondi e permette di per-
correre l’intera gerarchia passando di piolo in piolo
(mondi diversi).
Riportiamo alla mente il simbolismo biblico della
scala di Giacobbe lungo la quale gli angeli, cioè gli stati
superiori dell’essere, salgono e scendono. Scala quindi
“piantata “ nella terra,
v.14 sei nella terra negra
come supporto dalla quale deve partire la nostra “ascensione “.
Ed in questa ascesa / discesa percorreremo i tre momenti della trasmutazione alche-
mica: Nigredo, Albedo, Rubedo.
Proviamo a leggere in tale chiave le parole evidenziate.
v.1 L’albero a cui tendevi(vo)
v.2 la pargoletta mano,
v.3 il (al) verde melograno RUBEDO
v.4 da’ bei vermigli fior,

v.5 nel muto orto solingo


v.6 rinverdì tutto or ora
v7 e giugno lo ristora
v.8 (la)di luce e (il)di calor. ALBEDO

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Hawah

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v.9 Tu fior de la mia pianta
v.10 percossa e inaridita,
v.11 tu dell’inutil vita
v12 estremo unico fior,

v.13 sei ne la terra fredda


v.14 sei ne la terra negra, NIGREDO
v.15 né il sol più ti rallegra
v.16 né ti risveglia amor.

E se volessimo adattare ai vari passaggi che abbiamo analizzato le lettere ebraiche e


la rispettiva numerologia, potremmo avanzare l’ipotesi che risalire l’albero è per l’uomo il
passare dal 6 al 10 assumendo il 7, l’8 e il 9. Il 6, lettera waw w, indica l’inizio della formazione.
v.13 sei ne la terra fredda
v.14 sei ne la terra negra
Il 7, la lettera zayn z, indica una mutazione e l’inizio del cammino verso il mondo divino.
L’8, la lettera het j , indica la prova.
Il 9, la lettera tet u , è simbolo di perfezione.
v.7 e giugno lo ristora
v.8 di luce e di calor.
E arriviamo al 10, la lettera Yod y , in cui l’uomo raggiunge la deificazione partorendo
il bambino divino alla fine del “nono mese “ della sua vita, alla morte.
v.3 il verde melograno
v.4 da’ bei vermigli fior

“Pianto antico “ quindi che ci sprona, attraverso i suoi versi, ad una attenta lettura
della nostra vita per scoprire a che punto è la nostra risalita verso la chioma lussureggiante
dell’albero che siamo, come ho rappresentato qui a sinistra. Percorso sicuramente arduo anche
perché allettanti sono gli stimoli che ci invitano a sostare lungo l’ascesa, ad adagiarci su quel
comodo letto che Penelope invitò Ulisse a spostare per scoprire se fosse o meno suo marito :
“…Spostate il mio letto… “- disse Penelope - “...Non credo di
potercela fare. Quel letto è tagliato in un tronco d’ulivo che ha
ancora le sue radici nella terra…“. Penelope lo guardava e due
grosse lacrime le bagnarono gli occhi.
O ancora potremmo rimanere appesi, come Pinocchio,
alla grande quercia. Egli che ha provocato e visto la morte,
adesso la prova : “…lo attaccarono penzoloni al ramo di una
grossa quercia… A poco a poco gli occhi gli si appannarono come
a piangere...“.

Non ci riporta forse ciò alla mente la carta XII dell’ap-


peso dei Tarocchi e la sua corrispondente lettera ebraica
lamed/ l ?
L’appeso non è più un essere terreno, esula la mate-
rialità vivendo su un piano ideale di saggezza, già esperien-

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ziata e vissuta, sostenuto da due alberi rovesciati, privi di rami. Non a caso la lettera ebraica
che lo rappresenta è la lamed la quale esprime il moto “ascendente “, ponte di collegamento
tra cielo e terra.

“Pianto antico“ nelle cui lacrime scopriamo il nostro passato, il tempo trascorso tra
gioie e dolori. Forse non è un caso che Harry Potter scopra la sua vera origine nell’ultima la-
crima che Piton, che si è sempre celato, versa prima di morire.
Non dimentichiamo che ogni lacrima - dimah df uh - è il “sangue “ dell’ “occhio “,
cioè il provenire dalla conoscenza. Non si tratta però di lacrime “emozionali “ ma di quelle
che sgorgano da una visione spirituale.
“Pianto antico“ quindi che sgorga dagli occhi, dagli organi di visione del mondo tra-
scendentale e divino. L’ “occhio “ – ayn u - in ebraico è l’ideogramma stesso della lettera ayn
il cui valore numerico 70 implica la morte necessaria per la resurrezione e quindi sorgente di
vita. Non a caso la lettera ayn di valore 70 è molto vicina a sua sorella, la zain z di valore 7, il
cui ideogramma rappresenta una freccia che attraversa una pelle di animale, freccia che sim-
boleggia la possibilità di raggiungere i livelli di coscienza ulteriori oltre le nostre “pelli “ che
ci imprigionano nel primitivo stato di caduta.
Colui che “vede“ e “piange“ il suo errore, discendendo verso la sua sorgente, riceverà
da essa energia: sarà allora che, il suo essere uomo, si raddrizzerà – omed uf r - : la vertica-
lizzazione dell’uomo, fatta delle stesse lettere delle “lacrime “, non si compie senza lacrime!

Come non ricordare ancora quel “Pianto antico “ che ci riporta indietro nell’antico
Egitto dove è proprio nella mitologia, o meglio nella cosmogonia, che ha origine il significato
fondante di ‘lacrima’ come elemento creatore e rigenerante. Le lacrime come ‘acqua’ genera-
trice di vita permeano tutta la storia egiziana sin dai tempi dei Testi delle Piramidi, scaturiscono
anche, e soprattutto, dal corpo della divinità la quale è soggetta, come l’uomo, a passioni e
debolezze.
L’atto del piangere nell’antico Egitto assume dunque un significato trascendentale: le
lacrime non sono più solo “secreto“ finalizzato alla pulitura dell’occhio e alla sua lubrificazione,
ma un atto divino con un fine ben preciso che eleva a rango di elemento sacro e indiscusso, un
qualcosa a cui molto spesso, nell’antichità come nel presente, non è data molta importanza. Il

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pianto si delinea come atto puro di creazione divina ma anche come “peculiarità del divino.“
Ci sono quattro vasi (mtw) all’interno delle tempie (dell’uomo) che portano sangue agli occhi.
Tutte le malattie degli occhi sorgono attraverso loro perché c’è un’apertura a livello degli occhi. Quanto
all’acqua (lacrime) che viene giù da loro (i condotti), sono le pupille degli occhi che la producono.
Oppure secondo un’altra affermazione: è il sonno che è negli occhi che la produce. (Eb. 854c).

Per esempio è scritto che dopo aver affrontato la nascita dell’Enneade divina, dalle la-
crime del dio Ra fu creata l’intera umanità.
Io ho prodotto le lacrime a causa
dell’attacco verso di me, l’umanità
(appartiene) alla cecità (špw) che è
dietro di me. (CT 344).
Il dio piange a causa di una cecità temporanea che ha prodotto l’appannamento del
suo occhio, l’uomo è il prodotto di un momento di dolore e sofferenza e porta dentro di sé il
pesante fardello di non potere discernere chiaramente le cose e di non potere superare a pieno
questa empasse che il dio, al contrario, risolve con la secrezione delle sue lacrime.
Il ‘parto’ dell’uomo, attraverso le lacrime divine, evoca una nascita dovuta a un dolore
che, nel momento della venuta alla luce, si trasforma nella soluzione del dolore stesso espulso
dal corpo del dio.

Sua madre Akhet gridava, alzando la voce: vieni, vieni a me, opera mia; vieni, vieni a me fi-
glio mio; vieni, vieni a me mia creatura. Io sono tua madre Akhet. Questo dio venne, la bocca aperta
(sorridendo), le braccia aperte in direzione di questo Udjat e si gettò al suo collo. Èquesto ciò che fece
il figlio quando ebbe visto la madre. Quando questo giorno arriva è la data stabilita per il debutto
dell’anno. Infatti, quando piange nel Nun perché non può vedere sua madre Akhet gli uomini nascono
dalle lacrime del suo occhio, e quando ride nel rivederla gli dei nascono dalla saliva delle sue labbra.
(Esna 206, 8-9).
Il dio Ra, dopo aver deciso la distruzione dell’umanità colpevole di avere complottato
contro di lui, rinuncia a compiere fino in fondo la sua vendetta. Il ripensamento del dio è forse
dovuto alla sua consapevolezza che l’umanità, nata dalle sue lacrime, è in definitiva parte

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stessa del suo corpo.
Nella cappella di Ptah-Sokar, nel tempio di Seti I ad Abido, si fa riferimento a un’altra divinità
creatrice appartenente però ad altra cosmogonia: Ptah.
Incise sulla parete della cappella una serie di colonne verticali riportano gli epiteti del dio tra
cui (col. 17):

Parole da recitare per l’arido di lacrime, da parte del signore delle corone Seti, amato da Ptah.

L’epiteto ‘arido di lacrime definisce il momento successivo alla creazione dell’umanità,


quando cioè il demiurgo ha già versato le sue lacrime e di conseguenza ne risulta ormai po-
vero, ‘arido’ appunto.

In uno dei capitoli della Litania di Ra, presente su un pilastro della camera funeraria
di Thutmosi III, si osserva l’immagine di Ra mummiforme con un vaso versante acqua al posto
della testa. Al suo fianco una scritta fornisce la sua identità: è Ra nella sua forma di ‘PiangentÈo
‘Colui che PiangÈ. Nella tomba di Merenptah, Ra è rappresentato come il Piangente sempre
con il corpo di Osiride, ma in questo caso al posto della testa ha il disco solare da cui scaturisce
acqua. La stessa rappresentazione si trova nella tomba di Montuemhat.
Il viaggio che Ra compie nell’Oltretomba, ha per scopo quello di condurlo alla rinascita
il mattino seguente per tornare a splendere in cielo dopo aver percorso un tragitto irto di pe-
ricoli. Ra discende negli Inferi, muore e rinasce così come è accaduto per Osiride.
Ecco che nel Libro della Terra, una delle ultime composizioni sull’ Oltretomba datate
al Nuovo Regno, è descritta la scena della resurrezione di Ra, detto “Colui che è pianto “, in
forma di mummia posta sopra un tumulo all’interno del quale un grande occhio piangente
sta insieme a quattro geroglifici rappresentanti parti di corpo che spesso identificano lo stesso
Osiride. Il pianto degli dei è provocato quindi dalla rottura d’equilibrio dovuta alla morte di
Osiride ma dal loro sconforto e dalla loro malattia nascono i rimedi per il male: ancora una
volta le lacrime acquistano un significato collegato alla rinascita in contrapposizione con la
morte.
v.7 e giugno lo ristora
v.8 di luce e di calor.
Versi che concludono le prime due strofe di quell’ode da cui ha avuto inizio questa
mia personale riflessione e che, non a caso, mi riportano alla mente le parole scritte nelle ul-
time pagine de “Il Barone rampante“ di Italo Calvino :
“… Nella tomba di famiglia c’è una stele che lo ricorda con scritto: Cosimo Piovasco di Rondò –
Visse sugli alberi – Amò sempre la terra – salì in cielo.“
Ma Cosimo Piovasco, appollaiato per tutta la vita sui rami di quegli alberi, non alzò
mai lo sguardo verso l’alto ed i suoi occhi non versarono “lacrime “, lasciandosi così vivere
dagli eventi senza tentare di salire quella scala appoggiata all’ “albero che siamo“ nel tentativo
di ritornare allo stato di luce in cui brillavamo prima di navigare in quel tempestoso “ Pianto
antico “!

N.B. Si ringrazia ‫ לאר‬per l’apporto grafico. n

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