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PREMESSA

Questa monografia sui «Fatti» nasce dall’incontro non consueto


tra storici, storici della scienza, storici del diritto e storici della medici-
na intorno a un progetto comune: la storia sociale delle forme di
empirismo praticate nella culture europee a partire dal tardo medioe-
vo1. Non volevamo criticare o decostruire la nozione di «fatto» (come
è di moda nello scetticismo post-moderno); ci interessava piuttosto,
sulla scia di ricerche pionieristiche quali quelle di Lorraine Daston,
Peter Dear e Steven Shapin2, ricostruire i contesti sociali della sua com-
parsa e trasformazione nel tempo. L’idea di «fatto» è un elemento così
onnipresente del nostro outillage mentale che tendiamo ad attribuirle
una assai poco probabile costanza semantica, proiettandola ingenua-
mente in ogni tempo ed ogni luogo. Per avviare una storicizzazione del
concetto di «fatto», un utile punto di partenza ci pareva la tesi di Daston
di una «invenzione baconiana» dei fatti, la tesi cioè che la nozione di
fatto come nucleo di «pura esperienza», separata da dottrina, spiega-
zione e teoria, fosse un prodotto specifico della svolta baconiana im-
pressa alla filosofia naturale nel primo Seicento3. Ma – ci chiedevamo
– quale terreno di pratiche socialmente condivise ha fatto da humus,
fra medioevo ed età moderna, a questa svolta intellettuale? Come e in
quali contesti sociali si è preparato l’emergere del «fatto baconiano»,
l’idea cioè dell’esistenza di «nuclei di pura esperienza», i «dati» da cui
partire per costruire teorie esplicative? Per rispondere a queste do-
mande ci sembrava opportuno un riesame del rapporto fra pratiche
sperimentali e vari ambiti epistemici, soprattutto quelli che, nella
storiografia sulla rivoluzione scientifica, erano stati tradizionalmente
ignorati o lasciati ai margini, come ad esempio, oltre alle pratiche di
collezionismo e classificazione nella storia naturale4, le procedure di
raccolta e valutazione dell’evidenza in campo giuridico e medico, come
pure le forme di conservazione e trasmissione di conoscenza operativa
nelle culture artigianali. Proponevamo cioè di rivisitare il rapporto fra
i saperi legati ai mestieri e alle professioni e la costruzione dei fatti

QUADERNI STORICI 108 / a. XXXVI, n. 3, dicembre 2001


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nelle pratiche sperimentali e, più in generale, di passare da una storia


dell’empirismo nelle scienze naturali a una storia delle pratiche
empiriche in campi più vari. Una storia sociale dei fatti ci pareva, e ci
pare, un primo passo verso un’analisi comparata delle varietà di
empirismo praticate nella storia europea, dei vari modi di intendere e
legittimare l’esperienza, e dei diversi modi, soprattutto, di definire e
praticare l’osservazione empirica.

Fatto e diritto

Nel periodo di tempo in cui questo numero era in preparazione, la


ricerca storica sui «fatti» è stata arricchita da nuovi contributi, indiriz-
zati soprattutto alla ricostruzione della genesi della nozione moderna
di «fatto»5. L’ipotesi più argomentata che di recente si è fatta strada
(soprattutto grazie ai lavori di Barbara Shapiro)6, fa risalire originaria-
mente la nozione di «fatto» non all’ambito delle scienze naturali ma a
quello giuridico, e più specificamente all’ambito della common law
inglese. Shapiro sostiene che la nozione di «fatto» si affermò inizial-
mente nella prassi giudiziaria per passare poi dal diritto ad altri ambiti
disciplinari, quali, innanzi tutto, la ricerca storica e antiquaria, e che
solo in seguito fu adottata dai naturalisti e applicata all’ambito dei fe-
nomeni naturali. Nell’Inghilterra di età moderna, quindi, la «cultura
del fatto» si sarebbe centrata innanzi tutto sui fatti umani, e sarebbe
passata per estensione alla descrizione dei fatti naturali. Secondo
Shapiro, questo processo sarebbe legato alle peculiarità della cultura
giuridica inglese, in particolare il ruolo della giuria nel processo di
common law. Shapiro sostiene che nella common law, a differenza che
nella tradizione del diritto romano-canonico, la distinzione tra matters
of fact e matters of law non era solo un principio formale, ma corri-
spondeva anche a un’importante specializzazioni di compiti all’inter-
no del tribunale, e cioè alla riconosciuta competenza dei giurati – quindi
di laici – ad essere judges of the fact, giudici delle questioni di fatto. La
partecipazione dei laici nella veste di giurati al processo di determina-
zione e valutazione dell’evidenza in ambito giudiziario – Shapiro argo-
menta – giocò un ruolo importante nella diffusione più larga del con-
cetto di fatto a partire dalla metà del XVI secolo, una diffusione me-
diata peraltro anche dall’intensa attività dei giuristi in ambiti centrali
nella nuova «cultura del fatto», quali la ricerca storica e antiquaria7.
Su questo punto (la filiazione giuridica dei fatti baconiani e quindi
il problema del rapporto storico tra jus e factum, tra l’ambito del dirit-
to e l’ambito conoscitivo) questo numero di «Quaderni Storici» offre
Premessa 649

due contributi (Vallerani e De Renzi) che, ci sembra, aprono nuovi


sguardi alla ricerca e alla riflessione. Il saggio di Vallerani mette a fuo-
co la pluralità di procedure nel sistema giudiziario medievale, facen-
doci notare come a questa pluralità corrispondessero diverse conce-
zioni giuridiche del «fatto». Vallerani mette a confronto i due princi-
pali modelli processuali elaborati quasi in parallelo tra XII e XIII se-
colo: il processo accusatorio, che è originato e largamente gestito dalle
parti; e quello inquisitorio, caratterizzato dalla centralità del giudice.
Questa maggiore o minore centralità delle parti o del giudice è stretta-
mente legata al modo di accertamento del factum, «quel che è stato
fatto». Nel processo accusatorio, il giudice «de facto non potest
supplere»: il giudice non può intervenire a stabilire «quel che è stato
fatto». Il fatto è nelle versioni datane dalle parti: una costruzione dia-
lettica che non può essere separata dagli attori. Nella procedura
inquisitoria invece il giudice deve «de facto supplere»; si postula infat-
ti l’esistenza di una realtà oggettiva che può e deve essere conosciuta
attraverso l’indagine: il fatto è un oggetto sottratto alle parti e determi-
nato dall’indagine autonoma del giudice. Le due forme processuali
sembrano quindi comportare, in questo rispetto, non solo nozioni di
verità e di prova molto differenti, ma anche concezioni diverse del «fat-
to». Nel sistema accusatorio la verità del fatto sembrerebbe pratica e
relativa, da ricercare attraverso un confronto di versioni discordanti;
nel modello inquisitorio si prospetterebbe invece, almeno in linea ide-
ale, la possibilità di raggiungere una verità assoluta e oggettiva. È sulla
base di questo apparente contrasto che autorevoli studi ci hanno spin-
to a identificare nella concezione del fatto che emerge nella procedura
inquisitoria un precursore della nozione «scientifica» di fatto; e delle
due procedure, quella inquisitoria è stata vista come destinata a affer-
marsi in età moderna, mentre quella accusatoria è stata caratterizzata
come arcaica e destinata a scomparire8.
Vorremmo suggerire peraltro che, se si tiene presente non un
idealtipo astratto di «fatto scientifico» ma la nozione di fatto che in-
contriamo effettivamente nella prima età moderna (cioè il fatto
baconiano), è piuttosto la procedura accusatoria che si presenta come
un terreno elettivo di incubazione dei fatti. Nella procedura accusatoria,
come mostra Vallerani, il factum veniva stabilito attraverso un attivo
processo di riformulazione dell’esperienza per scomposizione e
ricomposizione dei suoi elementi. Alle parti veniva consigliato dagli
avvocati di indicare con precisione dettagli e circostanze precise del
factum (così che l’arena giudiziaria sembra profilarsi come luogo di
addestramento collettivo al «realismo», un processo evidente, secon-
do Vallerani, a partire dal XIII secolo). Ma soprattutto la procedura
650 Premessa

implicava la scomposizione dell’esperienza in segmenti (le positiones):


proposizioni a cui l’avversario era obbligato a rispondere in forma af-
fermativa o negativa (credo, non credo, dubito). Il consiglio dei giuristi
era che le positiones fossero il più possibile brevi e segmentate: aumen-
tando il numero di positiones cresceva infatti la possibilità di avere
risposte positive o di far cadere l’avversario in contraddizione. Ora, la
frammentazione del continuum dell’esperienza in segmenti brevi e di-
staccati, ricomponibili in configurazioni diverse alla ricerca di un con-
senso, è proprio uno dei tratti centrali della nozione baconiana di fatto
(i «fatti brevi» di cui ci parla qui l’articolo di Daston). Sorge quindi la
domanda: sono le positiones dell’ordo iudiciarius medievale i lontani
antesignani dei «fatti brevi» dei naturalisti di età moderna? La rinno-
vata fortuna, in età moderna, di alcuni aspetti del processo accusatorio
attraverso il revival della procedura sommaria è da rapportarsi a que-
sto9?
In realtà, cautela verso ogni troppo facile derivazione dei «fatti
baconiani» dai facta giudiziarii viene suggerita però dalle conclusioni
di Vallerani, che valgono tanto per il processo accusatorio che per quello
inquisitorio. Tanto nell’accusatorio che nell’inquisitorio infatti, Vallerani
sottolinea, «non si danno fatti separati dalle persone». Se
nell’accusatorio non esiste il fatto in sé, poiché i fatti non possono es-
sere concepiti come qualcosa di separato dalle persone che li compio-
no e dai loro legami sociali, nell’inquisitorio un effetto simile è giocato
dal ruolo della fama (tanto del fatto che del reo), che è inserita fra gli
indizi con alto valore probatorio. La fama dell’accusato, in particolare,
non ha niente a che fare con la determinazione di eventi fattuali, ma è
basata sullo status sociale dell’individuo in questione e sul suo livello
di integrazione nella comunità. Nella logica del processo medievale,
sia nella versione accusatoria sia in quella inquisitoria, sottolinea
Vallerani, il fatto è «ciò che è stato fatto» inteso come qualcosa di inse-
parabile dal reticolo delle relazioni sociali. I facta del processo medie-
vale sono intrisi, più che di teoria, di socialità. Il factum del linguaggio
giuridico medievale – ci sembra quindi di poter dire – sembra ancora
assai lontano dal datum, quel che si offre alla conoscenza come «parti-
colare» astraibile da un contesto relazionale umano: un passaggio che
è al cuore del cambiamento di significato del termine «fatto» nel lin-
guaggio della prima età moderna. Se l’articolo di Vallerani documenta
quel che potremmo chiamare «l’efficacia epistemica» delle procedure
giudiziarie, la loro efficacia cioè nel plasmare il processo di costruzio-
ne e condivisione della conoscenza, mette nello stesso tempo in guar-
dia da troppo facili assimilazioni fra fatto giuridico, almeno nella sua
accezione medievale, e quello che sarà il fatto dei naturalisti secenteschi.
Premessa 651

Certo può sembrare scontato che i facta del processo medievale


siano parecchio lontani dai fatti baconiani. È interessante però che
notevoli differenze fra la concezione giuridica del factum e il senso che
la parola andava assumendo nell’osservazione naturalistica siano indi-
cate anche dal saggio di Silvia De Renzi, che pure esamina il fatto giu-
diziario in pieno Seicento, quando ci aspetteremmo ormai una certa
convergenza fra i due. De Renzi analizza le perizie medico-legali nella
Roma del Seicento dal punto di vista di un medico (Paolo Zacchia,
l’influente autore delle Quaestiones medico-legales) e da quello di un
giurista (il non meno influente cardinal De Luca). La distinzione fra
factum e jus è esaminata qui in relazione a un aspetto controverso della
pratica forense, e cioè la distinzione di competenza fra giuristi e periti
(quali appunto i medici), una distinzione che implicava, secondo De
Renzi, un certo attrito fra le due professioni, in competizione fra loro
nella delimitazione del rispettivo campo di competenza giudiziaria.
Nella formulazione di De Luca, i periti non sono semplicemente, come
i testimoni, «periti del fatto, con principale operazione del senso cor-
poreo», ma anche «periti del diritto, con principale operazione della
ragione, o intelletto». Quindi De Luca, pur vietando loro di giudicare
de jure, li colloca nella categoria intermedia di periti juris: laddove i
testimoni normali si possono unicamente o prevalentemente fondare
sui sensi e questo li rende periti del fatto, nel caso degli esperti di un’arte
la cui deposizione include necessariamente elementi di ragionamento,
essi diventano periti del diritto. Cosa comportasse questo in pratica
per la nozione di fatto lo vediamo nei consilia forensi dell’archiatra
Zacchia. Zacchia difende la competenza esclusiva del medico a valuta-
re casi giudiziari che implichino ferite, malattie, gravidanze, ecc. per-
ché solo il medico può ricostruire non semplicemente la sequenza
cronologica ma il concatenamento causale degli eventi che compongo-
no un fatto, la series facti. Solo il medico è in grado di ricostruire «in-
ternamente e esternamente» (intus ac in cute) la historia casus – cioè la
series facti intesa come scomposizione della sequenza cronologica in
eventi-cause ed eventi-effetti. Quindi la series facti, con le conseguenze
legali che comporta in termini di responsabilità penale o civile, non
può essere stabilita semplicemente da testimoni ma solo dal perito
medico (anche se sulla base delle deposizioni dei testimoni). La nozio-
ne di factum qui è certamente assai diversa dal «fatto breve» baconiano.
Il factum è in questo caso un insieme complesso e cronologicamente
esteso di eventi: è la historia casus ovvero «la specie del caso», come
suona la definizione di factum che troviamo in un lessico giuridico del
Cinquecento: «il fatto è la specie del caso, senza la quale sarebbe im-
possibile cogliere una comprensione certa del diritto e dell’azione [le-
652 Premessa

gale]. Il fatto è semplice o molteplice; entrano nella sua considerazio-


ne le circostanze delle cose, delle persone, del tempo: per cui non oc-
corre valutare soltanto una o l’altra parte di esso, ma tutto il suo insie-
me»10. Soprattutto, come si vede, questo factum differisce dal fatto
baconiano in un punto fondamentale: a differenza di quest’ultimo, che
è di proposito sganciato da ogni ipotesi esplicativo-causale, il factum
qui non è affatto separato dalla ricerca e identificazione delle cause e si
presenta quindi come pesantemente carico di teoria. È la dottrina in-
fatti che permette al medico di identificare, nel confuso intreccio di
eventi che compongono il casus, quali vadano considerati effetti e qua-
li cause, e la ricostruzione della species facti non può quindi che essere
profondamente intrisa di dottrina.

Scritture dell’esperienza e «fatti baconiani»

Alcune vie per cui il «fatto breve» dei naturalisti andò differenzian-
dosi dalla prolissa historia casus dei giuristi ci vengono presentate dal
saggio di Daston. Daston parte da una ricognizione del variegato «vo-
cabolario dell’esperienza» che contraddistingue la filosofia naturale
d’età moderna: termini come res, particularia, experimenta, phaenomena,
observationes, casus, historia, tutti con i loro corrispettivi vernacolari,
che rimandano all’esistenza di una varietà di pratiche empiriche con
diversi percorsi di legittimazione. Uno dei risultati più interessanti di
questa monografia ci pare proprio il proporre un primo inventario (cer-
tamente non esaustivo) del ricco vocabolario dell’esperienza in età
moderna. Data la ricchezza di questo universo semantico, si chiede
Daston, che senso aveva l’introduzione e la rapida affermazione di un
neologismo come «fatto»? Nel linguaggio dei fellows della Royal Society
e dei membri dell’Académie des sciences, Daston sostiene, i termini
facts e faits venivano usati soprattutto quando si trattava di distinguere
fra particolari osservabili e spiegazioni causali. In questo senso – scrive
Daston – i fatti «hanno fornito una nuova categoria epistemologica
che ha permesso, almeno in linea di principio, di distinguere i dati
dall’evidenza – di immaginare cioè un’esperienza pura, non contami-
nata dall’inferenza e dell’interpretazione». Oltre a questo nocciolo
semantico, il neologismo «fatto» presenta altri tratti salienti: innanzi
tutto la brevità (e in questo i fatti baconiani si distinguevano dalla
historia, in genere un più prolisso resoconto dell’osservazione). La bre-
vità dei fatti era legata alla volontà di trovare un minimo comun de-
nominatore di consenso al di là delle tanto interminabili quanto sterili
dispute scolastiche: nei frequenti casi di controversia, più semplice era
Premessa 653

il «dato di fatto», più grande la speranza che l’accordo potesse essere


raggiunto almeno su quel punto (e qui, vorremmo ricordare, i paralleli
con la ricostruzione del fatto a partire dalle positiones nella procedura
accusatoria studiata da Vallerani sono intriganti). Associato alla brevi-
tà, un altro tratto saliente dei fatti baconiani è il loro carattere
combinatorio, il presentarsi cioè come collectibles, oggetti da collezione
estraibili dal contesto della loro produzione (i luoghi e i tempi dell’osser-
vazione), e combinabili e ricombinabili all’interno di argomentazioni
diverse.
Daston si chiede da quali pratiche abbiano avuto origine queste
caratteristiche dei fatti baconiani, e le individua soprattutto in prati-
che di lettura e di scrittura centrali nell’educazione umanistica: in par-
ticolare l’uso dei commonplace books, quei quaderni di estratti di lettu-
ra in cui venivano raccolti passi e massime dagli autori classici, senza
un ordine di argomentazione ma semplicemente in vista di una
utilizzabilità futura. Così pure i fatti venivano raccolti senza riferimen-
to immediato al loro valore di evidenza, ma ordinati semplicemente in
liste e tavole, da cui potevano venire estratti all’occorrenza per essere
usati nell’argomentazione. Raccogliere fatti dall’esperienza era in qual-
che modo simile allo spigolare informazioni ed idee dai libri. In parti-
colare, l’abitudine a frammentare i testi in citazioni da inserire in con-
testi continuamente mutevoli e inattesi presenta un’analogia con l’at-
teggiamento baconiano di combinazione e ricombinazione dei fatti,
l’idea che essi possano essere reclutati al servizio di molteplici filosofie
naturali. Va notato che nelle accademie secentesche, a differenza che
nella educazione umanistica, la combinazione e ricombinazione dei
fatti avveniva anche e soprattutto a livello collettivo, e non solo nelle
annotazioni del singolo. Il saggio di Daston ci dà a questo proposito
una squarcio suggestivo delle modalità di discussione dei fatti nelle
sedute secentesche della Royal Society, per come emergono dalle mi-
nute delle sessioni. Un fatto riportato da un osservatore poteva essere
classificato e riclassificato sotto molte rubriche, in discussioni che si
protraevano anche per mesi, proprio come i passi raccolti in un
commonplace book potevano essere oggetto, nel tempo, di usi diversi,
come pure di rimandi e riferimenti incrociati: il fatto veniva inserito in
un contesto poi in un altro, mai bloccato in una categoria o spiegazio-
ne definitiva.
Il saggio di Daston suggerisce quindi che, se vi è stato un trasferi-
mento del concetto di fatto dal campo degli eventi umani a quello dei
fenomeni naturali, un trait d’union importante siano stati alcuni aspet-
ti dell’educazione umanistica, quali le pratiche di lettura e scrittura
attestate da generi letterari come il florilegium, l’aforisma, le collezioni
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di Dicta et facta memorabilia: un tipo di lettura e di scrittura


frammentario e «utilitaristico», che sembra essere stato tipico del Cin-
quecento e Seicento. Altri saggi in questo numero sembrano confer-
mare la rilevanza dell’educazione umanistica e di particolari forme di
scrittura per la preistoria dei fatti naturalistici, in ambiti anche profon-
damente diversi come la matematica e la medicina. Per quel che ri-
guarda la matematica, e in particolare l’algebra, Giovanna Cifoletti ri-
costruisce i processi attraverso cui nel corso del Cinquecento in Fran-
cia, nell’ambito di un nuovo interesse per le matematiche pratiche,
l’algebra cominciò ad essere vista come il veicolo ideale di informazio-
ne sui fatti naturali. Questo uso dell’algebra si realizzò attraverso la
legittimazione e diffusione di una nuova logica (in cui fu centrale so-
prattutto la rivalutazione del «sillogismo abbreviato»), e la
valorizzazione di un ideale di brevità associato, in modo nuovo, alla
chiarezza e alla neutralità dell’informazione. Al di là della tradizionale
contrapposizione fra matematica ed empirismo (e il luogo comune, ad
essa associato, del contrasto fra cultura scientifica francese ed inglese
in età moderna) il saggio di Cifoletti invita a riconsiderare e riesaminare
il retroterra logico-retorico comune ai nuovi sviluppi nell’algebra e nelle
pratiche osservativo-sperimentali, e quindi le simmetrie e convergenze
fra tradizione matematica e tradizione sperimentale. È grazie a queste
convergenze, sostiene Cifoletti, che l’antica definizione di scientia come
ricerca delle quattro cause aristoteliche poté essere trasformata nello
studio degli effetti (o fatti), con una struttura matematica più o meno
leggera. L’emergere dei fatti baconiani, a suo parere, dovrebbe essere
compreso all’interno di questo movimento logico di presa di distanza
dalla ricerca delle cause in senso aristotelico.
Dell’importanza di particolari pratiche di scrittura nella preistoria
dei fatti baconiani ci parlano entrambi i saggi che trattano qui della
medicina fra tardo medioevo e prima età moderna (Crisciani e Siraisi).
Chiara Crisciani sottolinea innanzi tutto come nella medicina medie-
vale permanga un atteggiamento negativo nei confronti dell’empiria.
Gli empirica, o eventi puntuali, il termine che nella medicina del Tre-
cento e Quattrocento è più vicino ai di là da venire fatti baconiani,
ricadono pur sempre nell’ambito dell’insensato. Per essere presi in
considerazione dal medico medievale, devono essere trasformati alme-
no in segni-sintomi (che rimandino quindi al quadro dottrinario della
malattia) oppure in experimenta, ricette basate sull’esperienza ma con-
validate soprattutto dall’uso condiviso nella comunità dei praticanti, e
quindi dall’avvallo di figure professionalmente autorevoli. L’attenzio-
ne descrittiva all’individuale e all’empirico fa fatica a farsi strada anche
in quei generi della scrittura medica che, come il consilium, prendono
Premessa 655

le mosse da un caso specifico ma per trasformarlo però – come ha


scritto altrove Crisciani – in un «universale concretato»11. Eppure,
mostra qui Crisciani, non è sempre così: molto dipende in realtà dal
genere di scrittura (il contenitore letterario) in cui il medico cala l’os-
servazione del caso individuale. Crisciani confronta i consilia con un
genere di scrittura assai più informale, le lettere in cui i medici di corte
descrivono lo stato di malati illustri. In alcuni casi, le è possibile con-
frontare consilia e missive scritti dallo stesso medico. Il contrasto è
molto interessante: mentre nei consilia, un genere di scrittura altamen-
te codificato e di elevato prestigio professionale, prevale la astrazione
o definizione del casus in terminis (nei termini cioè della dottrina), nel-
le lettere invece prevale l’informazione puntuale e puntiforme: il casus
non è fissato in termini astratti che lo riportino ad un quadro dottrinario,
ma se ne segue minuziosamente l’andamento quotidiano, con dovizia
cronachistica di particolari. La competenza dottrinaria del medico re-
cede sullo sfondo: queste missive mediche non differiscono granché
dai bollettini di informazione sui malati a corte contenuti nella corri-
spondenza di laici, per esempio dei diplomatici. La forma e il contesto
relazionale del genere di scrittura adottato (in questo caso il consilium
o la lettera) implicano quindi forme di attenzione e registrazione del-
l’esperienza profondamente diverse, pur se applicate al medesimo og-
getto, la malattia di un individuo.
Il farsi strada di un altro genere di narratio dell’individuale nella
medicina fra Cinquecento e Seicento è l’oggetto del saggio di Nancy
Siraisi. Siraisi esamina le narrazioni di autopsie, ovvero di aperture di
cadaveri eseguite privatamente, come genere distinto dai resoconti di
anatomie eseguite nelle scuole. I due generi si distinguono non solo
perché, come possiamo immaginare, le narrazioni di autopsie sono una
forma di scrittura assai meno codificata dei resoconti di anatomie de-
stinate ai trattati anatomici, ma soprattutto per un’ importante distin-
zione nel modo di affrontare lo stesso oggetto, la dissezione del cada-
vere. Mentre il resoconto anatomico, anche se basato sull’osservazione
di un cadavere specifico, mirava a conoscenze generalizzanti e standar-
dizzanti sul corpo umano, la narrazione di autopsia metteva a fuoco
invece le apparenze post mortem di un individuo specifico: era finaliz-
zata quindi alla descrizione non di un tipo ma di un individuale. Con-
centrazione su individualità e temporalità sembrano appunto caratte-
rizzare questa forma di osservazione e scrittura medica. Pur nella va-
rietà che le contraddistingue, mostra Siraisi, le narrazioni di autopsie
fra Cinquecento e Seicento riflettono chiaramente l’intento di registra-
re osservazioni di prima mano su un oggetto individuale, presentate
come eventi storici (attestati da testimoni il più possibile autorevoli e
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numerosi), e relativamente sganciate da quadri teorico-dottrinari.


La preistoria dei fatti ci riporta quindi a contesti culturali molto
diversi da quelli di solito evocati nelle ricostruzioni della storia
dell’empirismo. L’Inghilterra e la Royal Society non ne ebbero il mo-
nopolio: certo ben prima che la Royal Society mettesse mano all’im-
presa collettiva di raccolta sistematica di «fatti baconiani», pratiche
osservative puntuali, non modellate preliminarmente su teorie e dot-
trine, pervase da una nuova attenzione per il carattere situato, ovvero
storico, dell’esperienza, sono documentate in vari contesti disciplinari
nelle culture europee.
Letti insieme, i saggi di Crisciani, Siraisi e Daston documentano
chiaramente l’interazione fra, da una parte, le forme di registrazione e
scrittura dell’esperienza e, dall’altra, le strutture di attenzione su cui
l’osservazione è basata. Essi ci danno inoltre la misura della profondità
ed ampiezza dei mutamenti che intervengono nella concettualizzazione
di osservazione e esperienza in campo medico e naturalistico fra Quat-
trocento e Seicento. Di una significativa mutazione nel vocabolario
dell’esperienza ci parla anche, per un periodo più tardo, il saggio di
Müller-Wille. Analizzando la storia naturale di Linneo, Müller-Wille
riscontra che il naturalista svedese non usa mai il termine «fatto» ma
impiega invece, in un’accezione nuova e particolarmente interessante,
un termine cognato a «fatto» nel vocabolario epistemico di età moder-
na: historia. Linneo usa il termine historia sia nel senso dell’historia
naturalis tradizionale (cioè, genericamente, come collezione sistemati-
ca di asserzioni concernenti un oggetto naturale) ma anche in un signi-
ficato nuovo, a designare cioè l’identificazione di una specie botanica
attraverso una sequenza di eventi storici: la prima denominazione del-
la specie da parte di un botanico, la sua prima descrizione e raffigura-
zione pittorica, il primo ritrovamento in una certa regione geografica,
il primo trasferimento di un esemplare dallo stato selvatico a un orto
botanico, la trasmissione da un orto ad un altro. È questa serie di even-
ti, relativi alla riproduzione e circolazione di un esemplare fra i botani-
ci, che fornisce per Linneo la base empirica per un concetto teorico
centrale della botanica, quello di specie. È per questo che una sezione
relativa all’historia in questo nuovo senso, riferita cioè all’attività dei
naturalisti nell’identificazione delle specie, è parte costitutiva per Linneo
della nuova scienza botanica. La nuova accezione linneana di historia,
nota Müller-Wille, mette l’accento sulle procedure ed expertise attra-
verso cui i naturalisti andavano costruendo il loro «oggetto epistemico»,
e quindi anche la loro specificità disciplinare. Nella comunità dei na-
turalisti, le attività di collezionismo e scambio di esemplari svolgevano
funzione analoga alle attività sperimentali nelle scienze fisiche: servi-
Premessa 657

vano a preparare e isolare l’«oggetto epistemico», con la differenza


che nell’ambito della storia naturale le operazioni fondamentali per
ottenere l’evidenza empirica appartenevano alla sfera della circolazio-
ne e dello scambio di oggetti naturali e non, come in fisica, della loro
manipolazione sperimentale. Nella storia naturale di Linneo l’eviden-
za empirica non consisteva, come in fisica, di atti di osservazione sem-
plici e isolati ma della serie di eventi interconnessi (historia) attraverso
cui i naturalisti individuavano le specie: e questa, conclude Müller-
Wille, è probabilmente la ragione per cui, a metà Settecento, non in-
contriamo il termine «fatto» negli scritti botanici di Linneo.

Conoscenza locale e «fatti numerici»

Il problema del rapporto tra dati empirici e le attività di costruzio-


ne e organizzazione dell’esperienza specialistica (distinta dall’esperienza
comune) attraverso cui le scienze costituiscono i loro oggetti, sollevato
nel saggio di Müller-Wille, è affrontato anche nei contributi di Raggio
e Sibum. Il problema è quello del rapporto fra fatto e suo contesto
d’origine, ovvero della separazione del fatto dalla pratica che lo pro-
duce, un processo che è appena avvertibile in età moderna e che subi-
sce un’accelerazione straordinaria soprattutto nell’Ottocento attraver-
so lo sforzo di formalizzazione e matematizzazione dei fatti fisici. Que-
sti due saggi (Raggio e Sibum) ci mostrano questo processo – lo
sganciamento dei fatti dalle conoscenze e pratiche locali su cui sono
basati – in assai diversi stadi di sviluppo: appena accennato nel caso
settecentesco esaminato da Raggio e pienamente concluso in quello
ottocentesco descritto da Sibum.
L’articolo di Raggio affronta un tema centrale nella costruzione del-
l’esperienza scientifica di età moderna: il rapporto fra descrizione ver-
bale e figurativa dei fatti. Raggio descrive gli sviluppi della cartografia
razionale fra Seicento e Settecento attraverso la ricostruzione circo-
stanziata di un caso in cui l’attività cartografica è legata a una disputa
giurisdizionale sui confini: una lite territoriale fra la Repubblica di
Genova e il ducato di Parma che si protrae dagli inizi del Seicento agli
anni Trenta del Settecento. In questo periodo, le mappe del territorio
conteso e il tentativo di dirimere tramite di esse la disputa sui confini
cambiano significativamente, come cambiano anche le figure profes-
sionali coinvolte nell’attività cartografica. Lo sviluppo di una cartografia
razionale, centrato sul passaggio dalla carta come «tipo dimostrativo»
alla carta come «tipo geometrico» (in scala), sembra legato all’emerge-
re di una nuova figura professionale, l’ingegnere cartografo, che sosti-
658 Premessa

tuisce figure la cui competenza cartografica era basata soprattutto su


saperi pratici e locali acquistati nella ricognizione sul terreno. Negli
anni ’30 del Settecento il tentativo di risolvere la disputa sui confini
passa appunto attraverso la ricerca di un accordo fra i due ingegneri
cartografi rappresentanti, rispettivamente, di Genova e Parma, attra-
verso l’applicazione delle regole della cartografia razionale (il «tipo
geometrico») al territorio conteso. Ma la costruzione del «tipo geome-
trico» è basata su «tipi dimostrativi» che rappresentano la trascrizione
figurativa di una densa conoscenza locale non solo dei luoghi ma an-
che delle pratiche di possesso attraverso cui i confini venivano stabili-
ti: atti possessori con valore giuridico e rituale come per esempio i
ronchi (colture temporanee fatte nelle terre comuni col taglio del bo-
sco e la semina temporanea). Nelle carte prodotte nel corso della di-
sputa (nel tipo dimostrativo come anche in quello geometrico) le icone
dei ronchi compaiono appunto, scrive Raggio, come «icone di fatti
sociali», fatti stabiliti attraverso le tracce lasciate sul terreno dalle pra-
tiche possessorie e le testimonianze della gente del luogo.
Quando la cartografia razionale tenta di definire un nuovo rappor-
to fra verità della rappresentazione e esattezza delle misure attraverso
il «tipo geometrico», si nota anche una tendenza alla svalutazione dei
testimoniali (ovvero del sapere locale) come evidenza probante, e con
questo anche uno slittamento nel significato dei fatti. Nella cartografia
razionale i fatti misurati e riprodotti geometricamente si presentano
come dotati di un’esistenza autonoma dalle testimonianze. La rappre-
sentazione geometrica dello spazio sembra implicare una svalutazione
del sapere locale su cui è peraltro basata. Ma questo cambiamento, per
la verità, è appena prefigurato dalla documentazione di Raggio: la di-
sputa si conclude infatti con l’ammissione, da parte dei cartografi di
Genova e Parma, dell’impossibilità di tradurre in un’unica astrazione
geometrica le osservazioni empiriche sul terreno, prescindendo dai te-
stimoniali.
Questa tendenza alla formalizzazione come distanziamento della
conoscenza dal contesto di sapere locale in cui è generata è assai più
pronunciata nel caso presentato da Sibum, e sembra profilarsi come
una nuova caratteristica dei «fatti numerici» della fisica dell’Ottocen-
to – una caratteristica che li distingue dai fatti baconiani della prima
età moderna. Sibum ci offre una ricostruzione di lungo periodo della
«biografia» di un fatto scientifico, l’equivalente meccanico del calore,
dai primi dell’Ottocento ai primi del Novecento. Sibum, che altrove
ha ricostruito in grande dettaglio le pratiche sperimentali e il contesto
sociale entro cui, negli anni ’40 dell’Ottocento, Joule elaborò la misu-
razione dell’equivalente meccanico del calore12, ci dà qui le tappe fon-
Premessa 659

damentali attraverso cui il «fatto di Joule», dalla metà dell’Ottocento


ai primi del Novecento, viaggia un percorso strabiliante: da asserzione
avanzata entro una comunità scientifica locale (la Manchester di scien-
ziati dilettanti di origine artigiana come appunto Joule, figlio di un
produttore di birra) a pietra fondante della termodinamica,
universalizzata infine come «costante della natura» e unità di misura
del lavoro nel sistema internazionale delle unità di misura. La storia
intellettuale di questo «fatto numerico» si intreccia inestricabilmente
con la storia sociale dell’affermarsi delle misure di precisione nelle
«scienze esatte» del XIX secolo. Il saggio di Sibum mostra
esemplarmente come la storia di un fatto scientifico implichi la sinergia
di contesti sociali apparentemente molto lontani fra loro: dalla fabbri-
ca di birra di Joule père al gabinetto di microfotografia del costruttore
di strumenti Dancer alle sedi di società scientifiche vecchie e nuove,
dalla Royal Society alla British Association for the Advancement of
Science, dallo Excise Laboratory del governo inglese al Laboratorio di
fisica della Johns Hopkins University. È un viaggio che inizia, come
mostra Sibum, attraverso la censura a cui la Royal Society sottopone il
testo di Joule sulla misurazione dell’equivalente meccanico del calore
nell’accettarlo per la pubblicazione. Il confronto fra manoscritto e te-
sto pubblicato mostra che la Royal Society censurò quella che era per
Joule la principale «deduzione dagli esperimenti», e cioè la tesi che
l’attrito consiste nella conversione di forza in calore. Questa tesi, che
implicava un attacco alla dominante teoria del «calorico», venne omessa
dal testo pubblicato: per i referees delle Philosophical Transactions era
stata dimostrata come misurabile, e quindi accettabile scientificamen-
te, solo una proporzionalità fra forza meccanica e calore. Il «fatto di
Joule» venne per così dire «disinfettato» delle sue implicazioni teori-
che attraverso una robusta dose di strumentalismo positivista.
Ad ogni modo, è proprio la rinuncia a queste pretese teoriche, e
soprattutto al senso che il «fatto di Joule» aveva nel sapere locale della
comunità in cui era stato elaborato, che facilita la circolazione di que-
sto fatto nella comunità scientifica più ampia. Vediamo qui come il
processo per cui un fatto scientifico viaggia oltre la comunità locale
che lo ha prodotto implica la messa in sordina, per così dire, dell’origi-
ne locale del fatto stesso. Il saggio di Sibum suggerisce che, nella costi-
tuzione della fisica come «scienza esatta», il processo di disembodiment
della scienza legato alla sostituzione dell’osservatore con tecniche di
misura strumentale sempre più raffinate implicò anche che il retroterra
di pratiche sociali attraverso cui il fatto viene costruito venne respinto
sullo sfondo e dimenticato (da un punto di vista scientifico, infatti,
questo retroterra locale è irrilevante, perché il fatto scientifico «viag-
660 Premessa

gia», ossia è accettato nella comunità scientifica, nella misura in cui è


riproducibile attraverso pratiche ripetibili al di là del contesto origina-
rio).
Il processo per cui la pratica locale, il contesto relazionale umano,
in cui i fatti sono originati diventa una componente tacita del fatto
scientifico sembra una svolta cruciale nella storia dei fatti, che separa
nettamente i «fatti numerici» della fisica ottocentesca dai «fatti
baconiani» della prima età moderna. Nei «fatti baconiani», la pretesa
di validità universale, in primo piano nei «fatti numerici» dell’Otto-
cento, era assai più fievole, se esisteva affatto13. L’estraibilità dal conte-
sto era una caratteristica anche dei «fatti baconiani» ma in misura assai
meno pronunciata: anzi, i «fatti baconiani» venivano legittimati come
degni di fede proprio perché si presentavano come eventi storici, co-
noscenza locale e situata14. La fiducia nei «fatti baconiani» si nutriva di
fiducia nei fatti storici come conoscenza attendibile, più attendibile
delle vane speculazioni della filosofia naturale. In contrasto, i «fatti
numerici» della fisica ottocentesca intrattengono invece con i fatti sto-
rici un rapporto di sdegnosa distanza. Sospingendo sullo sfondo la loro
origine in pratiche sociali, i «fatti numerici» delle scienze esatte del
XIX secolo si legittimano come superiori, per grado di certezza, ai fatti
delle scienze umane. Come sostiene nel 1899 il fisico-ingegnere ameri-
cano Henry A. Rowland, un altro protagonista della storia dell’equiva-
lente meccanico del calore, e il fondatore del Laboratorio di fisica del-
la Johns Hopkins University, i fatti della scienza sono «molto più certi
di quelli della storia, della testimonianza della gente comune, su cui si
basano i fatti della storia ordinaria o dell’evidenza legale»15. I «fatti
numerici» della fisica della seconda metà dell’Ottocento avevano com-
piuto un lungo percorso, sino a prendere le distanze dai fatti del dirit-
to e della storia umana, con cui invece i «fatti baconiani», come sap-
piamo, avevano intrattenuto uno stretto rapporto.

Oltre l’«idealismo plausibile»

Fare la storia sociale dei fatti significa quindi, come mostra il saggio
di Sibum, ripercorrere a ritroso quel processo di disembodiment della
conoscenza che ha implicato la netta separazione dei fatti scientifici
dal contesto sociale in cui vengono generati. Ma ricostruire il contesto
di origine di un fatto (ed evidenziarne quindi l’aspetto di «costruzione
sociale») non significa proclamarne l’irrealtà. Storicizzare non signifi-
ca – almeno nelle intenzioni delle curatrici di questo numero –
relativizzare o distruggere nel senso decostruzionista. Non vogliamo
Premessa 661

unirci al coro di quel che E.P. Thompson chiamava «idealismo plausi-


bile»16 – il facile idealismo per cui si è cancellata ogni differenza fra
testo e contesto, fra idee e pratiche, fra le fonti e la realtà di cui sono
traccia. In un momento in cui, anche a livello di senso comune, la real-
tà è presentata sempre più come virtuale, infinitamente manipolabile,
e sembra perdersi ogni senso di limite esterno alla soggettività, ci sem-
bra importante sottolineare che «storico» o «socialmente costruito»
non significano affatto irreale17. Quel che chiamiamo con sufficienza
«meri costrutti culturali» possono avere talvolta la solidità della roc-
cia. Se cerchiamo per esempio di cambiare un comportamento cultu-
ralmente radicato, ci rendiamo conto di quale grado di realtà – di esi-
stenza consolidata indipendente dai nostri desideri e schemi mentali –
possano avere quelli che sono ovviamente non fatti di natura ma fatti
sociali. A prescindere dalla questione metafisica del loro status
ontologico, ci sembra sensato ammettere che, come i fatti sociali sono
evidentemente tanto storici che reali, così pure possano essere tanto
reali che storici anche i fatti delle scienze naturali. Riconoscere il pro-
cesso sociale attraverso cui un fatto naturale è stato costruito non si-
gnifica smettere di credere che possa dirci qualcosa di vero sulla natu-
ra. In questo senso, una storia sociale dei fatti si profila anche come
un’epistemologia storica che assume fra i suoi compiti la ricostruzione
della vita storica degli «oggetti epistemici», inclusi quelli delle scienze
naturali18.
Fra gli obiettivi che ci proponevamo con questo numero era anche
un momento di auto-riflessione per noi storici sul rapporto che istitu-
iamo tra fatti e presupposti teorici nella pratica quotidiana del nostro
lavoro. La possibilità di distinguere e tenere separati i fatti dalle teorie
– la possibilità che, come abbiamo visto, è stata costitutiva della cate-
goria di fatto baconiano – è stata messa radicalmente in discussione
con la crisi dell’epistemologia positivista. Anche in campo storiografico,
nel corso degli ultimi decenni, la possibilità di questa separazione è
stata radicalmente messa in dubbio, e rigettata anche come ideale
normativo. La stessa categoria di fatto, del resto, è fra quelle categorie
che lo scetticismo post-moderno ci invita a lasciarci alle spalle, un resi-
duo ormai obsoleto della modernità. Anche per questo ci è parso utile
ripercorrere la storia dei fatti baconiani: perché può farci riflettere su
cosa possiamo perdere rinunciando all’idea che esista la possibilità di
mantenere una tensione tra fatti e teorie, tra le fonti e le domande con
cui le interroghiamo.
È dell’esistenza di questa tensione, e della sua fecondità nel nostro
lavoro, che ci parla l’intervento di Carlo Ginzburg pubblicato in chiu-
sura a questo numero. Esso, ci pare, va nettamente in controtendenza
662 Premessa

rispetto a scetticismo post-moderno o idealismo plausibile: parte in-


fatti dall’assunto che mantenere una distanza e una tensione fra dati e
ipotesi teoriche abbia ancora un senso e una proficuità nella pratica
odierna della ricerca storica. Ma come mantenere questa tensione? Il
saggio ci propone una strategia di ricerca paradossale: usare il compu-
ter, lo strumento che impieghiamo quotidianamente per contenere e
ridurre la complessità dell’informazione, per lo scopo praticamente
opposto – per intensificare cioè l’effetto disorientante che ha, nella
ricerca, il contatto con l’empiria, con l’imprevisto, con quel che non
cerchiamo. È in questa condizione di disorientamento infatti che si
allenta, almeno provvisoriamente, la presa che hanno su di noi quadri
e presupposti teorici, e possiamo quindi porci più liberamente, più
ricettivamente, rispetto all’universo empirico delle fonti19. Il compu-
ter, suggerisce Ginzburg, può essere usato per «far emergere costella-
zioni di dati di fatto non mediati (non contaminati) da categorie di
ricerca preesistenti», per far emergere, rispetto alle nostre certezze e
aspettative, elementi di disturbo di cui non sospetteremmo altrimenti
l’esistenza, per leggere una fonte, per esempio, a partire da domande
che mai avrebbero potuto portarci verso quella fonte stessa. Il compu-
ter può essere usato per moltiplicare la possibilità di essere colti di
sorpresa da un dato di fatto imprevisto: e questa possibilità – ci ricor-
da questo saggio – è una delle felicità del nostro lavoro.

S. C. e G. P.

Note al testo

1
Per il call for papers che ha inaugurato il progetto vd. S. CERUTTI, G. POMATA, Fatti: una
proposta per un numero di «Quaderni Storici», in «Quaderni Storici», 1 (1999), pp. 199-206. Il
progetto è stato discusso, insieme ai papers qui pubblicati, nel corso di un seminario tenutosi
presso l’Università di Bologna nei giorni 3 e 4 marzo 2001. Hanno preso parte al seminario, oltre
agli autori di questo numero, anche Luisella Pesante e Carlo Poni in qualità di relatori e, in
qualità di commentators, Renata Ago, Maria Teresa Monti e Giuliano Pancaldi, che ringraziamo
sentitamente per il loro vivace apporto di idee alla discussione. Ringraziamo inoltre il Diparti-
mento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna e la casa editrice Il Mulino per la genero-
sa ospitalità e il sostegno finanziario accordati all’iniziativa.
2
L. DASTON, Marvelous Facts and Miraculous Evidence in Early Modern Europe, in «Critical
Inquiry», 18 (1991), pp. 93-124; EAD., Baconian Facts, Academic Civility, and the Prehistory of
Objectivity, in A. MEGILL (a cura di), Rethinking Objectivity, Durham-London 1994, pp. 37-63;
EAD., The Cold Light of Facts and the Facts of Cold Light: Luminescence and the Transformation of
the Scientific Fact, 1600-1750, in «Early Modern France», 3 (1997), pp. 17-44; EAD., Strange
Facts, Plain Facts and the Texture of Scientific Experience in the Enlightenment, in E. LUNBECK, S.
MARCHAND (a cura di), Proof and Persuasion, Brepol 1997, pp. 42-59. P. DEAR, Totius in Verba:
Rhetoric and Authority in the Early Royal Society, in «Isis», 76 (1985), pp. 145-61; ID., Jesuit
Mathematical Science and the Reconstitution of Experience in the Early Seventeenth Century, in
«Studies in the History and Philosophy of Science», 18 (1987), pp. 133-75; ID., Narratives,
Premessa 663

Anecdotes, and Experiments: Turning Experience into Science in the Seventeenth Century, in ID. (a
cura di), The Literary Structure of Scientific Argument, Philadelphia 1991, pp. 135- 63. S. SHAPIN,
A Social History of Truth: Civility and Science in Seventeenth-Century England, Chicago-London
1994.
3
DASTON, Baconian Facts cit.
4
Al tradizionale disinteresse degli storici della scienza per il ruolo della storia naturale nella
rivoluzione scientifica è stato abbondantemente rimediato negli ultimi dieci anni da una ricca
letteratura: vd. tra gli altri N. JARDINE, J.A. SECORD, E. SPARY (a cura di), Cultures of Natural
History, Cambridge 1996.
5
M. POOVEY, A History of the Modern Fact. Problems of Knowledge in the Sciences of Wealth
and Society, Chicago 1998, individua le origini del «fatto moderno» nei libri di conti mercantili e
ne segue gli sviluppi nella cultura inglese dall’aritmetica politica di William Petty alla filosofia
morale di Hume fino all’economia politica e alla statistica dell’Ottocento. Questo libro ci pare
però scritto in una prospettiva di storia intellettuale (non sociale) della categoria di fatto, con una
molto esile base documentaria e un’argomentazione spesso oscura o non convincente.
6
B. SHAPIRO, The Concept of «Fact»: Legal Origins and Cultural Diffusion, in «Albion», 26
(1994), pp. 227-52; EAD., A Culture of Fact. England, 1550-1720, Ithaca 2000.
7
Ivi, capp. 1 e 2 (sui giuristi/antiquari pp. 37 ss.).
8
Si vedano in questo senso soprattutto i ricchissimi studi di A. GIULIANI e in particolare la
voce Prova in Enciclopedia del diritto, XXXVII, Milano 1988, pp. 519-79. Per una messa a punto
recente del rapporto fra fatto e diritto fra medioevo e prima età moderna rimandiamo a M.
BELLOMO, I fatti e il diritto, tra le certezze e i dubbi dei giuristi medievali (secoli XIII-XIV), Roma
2000.
9
Sulla rinnovata fortuna della procedura sommaria in età moderna e i legami fra i suoi
sostenitori e gli ambienti scientifici baconiani vedi S. CERUTTI, Fatti e fatti giudiziari: il Consolato
di commercio di Torino nel XVIII secolo, in «Quaderni Storici», 2 (1999), pp. 413-45.
10
I. SPIEGEL, Lexicon Juris Civilis, Strasburgo 1539, s.v., cit. qui da CIFOLETTI, p. 789.
11
C. CRISCIANI, L’individuale nella medicina tra Medioevo e Umanesimo: i «Consilia», in R.
CARDINI, M. REGOLIOSI (a cura di), Umanesimo e medicina. Il problema dell’«individuale», Roma
1996, pp. 18-19.
12
H.O. SIBUM, Reworking the Mechanical Value of Heat: Instruments of Precision and Gestures
of Accuracy in Early Victorian England, in «Studies in History and Philosophy of Science», 26
(1995), pp. 73-106; ID., Les gestes de la mesure. Joule, les pratiques de la brasserie et la science, in
«Annales HSS», 1998, pp. 745-74.
13
SHAPIN, Social History of Truth cit., pp. 310-54.
14
DEAR, Totius in Verba cit., p. 152; S. SHAPIN, Pump and Circumstance: Robert Boyle’s Literary
Technology, in «Social Studies of Science», 14 (1984), pp. 481-520; C. LICOPPE, The Crystallization
of a New Narrative Form in Experimental Reports (1660-1690), in «Science in Context», 7, 2
(1994), pp. 206-44.
15
Cit. qui da SIBUM, p. 898.
16
E.P. THOMPSON, Lettera, in «History Workshop», 35 (1993), pp. 274-75. Crediamo natu-
ralmente che una storia sociale dei fatti possa offrire un correttivo anche all’atteggiamento specu-
lare all’«idealismo plausibile», quel che Thompson chiamava «positivismo grossolano»: l’atteg-
giamento di chi assume le fonti come «dati» senza interrogarsi sui processi della loro costruzione.
17
Per una lucida ricostruzione del dibattito sul social constructionism vd. I. HACKING, The
Social Construction of What?, Cambridge 1999.
18 Vedi L. DASTON (a cura di), Biographies of Scientific Objects, Chicago-London 2000, in
particolare l’Introduzione, pp. 1-14.
19
Sulle implicazioni cognitive dello straniamento vedi C. GINZBURG, Straniamento. Preisto-
ria di un procedimento letterario, in ID., Occhiacci di legno. Nove riflessioni sulla distanza, Milano
1998, pp. 15-39 e il classico A. SCHÜTZ, The Stranger, in «American Journal of Sociology», 6
(1944), pp. 499-507.