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Trascrizione: Ilde Garda

LA STORIA CHE NON SI STUDIA. I CAZARI

Un pagina di storia volutamente rimossa e dimenticata ci insegna quanto sia


assurdo e insensato definirsi oggi “antisemiti”

Chi oggi, stupidamente, si definisce “antisemita” e predica l'”antisemitismo” si


dimostra profondamente ignorante dal punto di vista storico.

A prescindere dalla versione mitologica biblica (Genesi X-XI) che indica come
discendenti di Sem, figlio del patriarca Noé, tutta una serie di nazioni dell’area
del Vicino Oriente Antico, e dalle analisi scientifiche che mostrano come i
popoli genericamente indicati come “semiti” condividano una notevole affinità
che confermerebbe la discendenza da antenati comuni, quello semita viene
generalmente riconosciuto dagli storici come un vasto ceppo linguistico che
comprende l’Arabo, l’Ebraico, l’Aramaico e le antiche lingue ugaritico-cananee
(da cui discesero gli idiomi parlati dai Fenici e dai Cartaginesi), l’Amarico,
l’Accadico, l’Assiro e l’Amorreo. Quindi anche i Cananei e gli Amorrei
parlavano lingue appartenenti a questo gruppo, benché nella Genesi vengano
descritti come “figli di Cam”. Al ceppo semita sono inoltre riconducibili gli
idiomi parlati a Malta e a Socotra, nell’Oceano Indiano. Non erano invece
assolutamente semiti, dal punto di vista linguistico, i Sumeri, i Filistei, gli Hittiti
ed i popoli egeo-lelegici della costa anatolica quali i Misi-Troiani, i Lidi, i Lici, i
Cari, etc.

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Ilde Garda I Casti
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Ritengo quindi, personalmente, che il concetto di “semita” sia da intendersi
prevalentemente dal punto di vista linguistico, come dovrebbe essere del
resto per il concetto di “indo-europeo”, per quanto alcuni archeologi la
pensino diversamente. Quello indo-europeo è infatti un ceppo puramente
linguistico. Non sono esistiti nell’antichità popoli indo-europei, ma popoli che
parlavano o che adottarono idiomi del ceppo indo-europeo.

Dirsi oggi “antisemiti” sarebbe un po’ quindi come dirsi anti-fenici, anti-assiri
o anti-maltesi, oppure anti-arabi o anti-ebrei, anche se, volgarmente, questo
concetto viene comunemente applicato all’ultima di queste accezioni.

Altra cosa è invece l’anti-sionismo, ovvero l’opposizione ad una ideologia


relativamente giovane (è nata infatti nel 1887). Non si deve quindi
assolutamente confondere l’anti-sionismo con l’anti-semitismo. Mentre il
secondo rappresenta già di per sé una contraddizione dal punto di vista
semantico e viene generalmente perpetrato con finalità razzistiche o
discriminatorie, l’anti-sionismo rappresenta invece la legittima opposizione
ad una ideologia nazionalista e dai connotati razzisti. Tanto per fare un
esempio, il Partito Comunista Italiano, di cui l’attuale Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano è stato uno dei massimi dirigenti, si è
sempre apertamente dichiarato, nella sua linea politica, anti-sionista. Lo
stesso Napolitano che oggi confonde volutamente, nei suoi discorsi pubblici,
i due termini, arrivando addirittura ad accumunarli nel medesimo significato.
Eppure sono moltissimi, non solo in Israele ma anche negli Stati Uniti, gli
Ebrei che rifiutano il Sionismo e che si oppongono strenuamente a questa
ideologia.

Per poter comprendere cosa sia in realtà il Sionismo e quali ne siano i reali
scopi ed obiettivi, è necessario fare un passo indietro nella storia e prendere
atto di una verità “scomoda” e troppo a lungo taciuta.

Il Sionismo è stato ufficialmente fondato nel 1897 da Teodor Herzl, un


giornalista ebreo ashkenazita con cittadinanza austriaca, con l’obiettivo di
instaurare in Palestina un prosaico stato ebraico. Si è però fin dall’inizio
dimostrato nei fatti un pericoloso movimento nazionalista ashkenazita,
caratterizzato da un marcato razzismo verso le culture dei popoli e delle
nazioni non appartenenti al suo modello di “civiltà”.

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Come hanno avuto il coraggio di ammettere nei loro studi alcuni intellettuali
di fede ebraica, tra cui Arthur Koestler, la stragrande maggioranza di quella
che oggi viene considerata la popolazione “ebraica” mondiale non ha alcun
legame storico con la terra di Israele. Essa non discenderebbe, infatti,
dall’Israele biblico, bensì dall’antico popolo dei Khazari, stanziato già attorno
al VII° secolo in quella grande regione oggi corrispondente alla Russia
meridionale e all’Ukraina, fino alle montagne del Caucaso. Si tratta di una
grande verità storica sempre accuratamente taciuta dai vertici sionisti, in
quanto, come ha apertamente sottolineato Alfred M. Lilienthal, ex funzionario
del Dipartimento di Stato U.S.A., essa rappresenta di fatto “il tallone di
Achille di Israele”, perché dimostrerebbe come le rivendicazioni territoriali dei
sionisti sul territorio della Palestina non avrebbero in realtà alcun
fondamento storico oggettivo.

La maggior parte delle informazioni sui Khazari in nostro possesso deriva


dall’antica storiografia araba, ebraica, armena e bizantina, da antiche
leggende slave e, soprattutto, dalla notevole quantità di reperti archeologici
che questo popolo ci ha lasciato e che ci fornisce molte informazioni sul suo
sistema socio-economico e sulle sue credenze religiose. Sappiamo, ad
esempio, che veneravano il fallo e che celebravano riti che prevedevano
sacrifici umani. Come gran parte dei popoli originari delle steppe, i Khazari
professavano una religione sciamanica basata sul culto di Tingri, Tingri il Dio
creatore della natura, con alcuni influssi chiaramente derivanti dal
confucianesimo. La loro area di stanziamento, però, soprattutto nelle città
greche sul Mar Nero e nella zona della Crimea era, fin dal periodo
precedente alla Diaspora, fortemente abitata da popolazioni ebraiche, tanto
che in alcuni distretti, già alla fine del VII° secolo, gli Ebrei formavano la
maggioranza della popolazione.

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Il nome “Khazar” sembrerebbe derivare dalla radice turca “qaz”, che significa
“vagabondare”. Come sottolinea Lawrence M. F. Sudbury, come per le loro
origini nomadiche, anche per quanto riguarda tutta la iniziale storia khazara di
stanziamento nell’area a sud dell’odierna Russia, le certezze sono molto
poche. Certamente i Khazari dovevano essere parte dell’impero Göktürk,
fondato dal clan Ashina dopo la loro vittoria contro gli Juan nel 552. Molto
probabilmente, quando le guerre tribali portarono alla frantumazione di tale
impero e allo sviluppo di numerose confederazioni minori, i Khazari rimasero
fedeli agli Ashina, tanto che nel 670 li troviamo in guerra contro i Bulgari, della
cui migrazione verso occidente furono probabilmente causa.

É in questo periodo che i Khazari divengono indipendenti (pur mantenendo


molte delle istituzioni del vecchio impero) e fondano un loro khanato con
capitale prima a Balanjar (oggi identificata con il sito archeologico di
Verkhneye Chir-Yurt), poi, intorno al 720, a Samandar, città costiera del
Caucaso settentrionale, infine, verso il 750, a Itil (oggi Atil), ai margini del
Volga, che rimase il cento amministrativo del loro regno per più di 200 anni.

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I Khazari arrivarono a controllare un impero esteso e potente che si
estendeva per buona parte della Russia e che aveva come naturali confini il
Mar Nero, il Mar Caspio, i Monti Urali e la Catena del Caucaso, confinando
a Sud-Ovest con l’Impero Bizantino, a Nord-Ovest con la Rus’ di Kiev, a
Nord con le terre abitate dai Bulgari del Volga ed a Sud-Est con la Persia.
Erano per lo più commercianti e “mediatori” e riscuotevano le tasse sulle
merci che attraversavano le loro terre, beneficiando della posizione
strategica del loro territorio, attraverso il quale passavano le rotte fluviali
che dal Mar Nero conducevano sul Mar Baltico. Il Khanato di Khazaria era
così continuamente attraversato da mercanti norreni, greci, arabi, bulgari e
persiani diretti a Nord e a Ovest e divenne un importante centro economico
e politico, luogo di incontro e di reciproco influsso tra lingue, culture e
religioni diverse (Islam, Cristianesimo, Animismo, Ebraismo).

In questa prima “fase nazionale” i Khazari dovevano essere già divisi nelle
due caste dei Khazari bianchi, guerrieri e nobili con supremazia territoriale e
dei Khazari neri, artigiani e commercianti sottomessi ai primi, dovevano
aver già adottato il sistema turcomanno di successione monarchica, che
prevedeva la presenza di un potere dualistico, con un re supremo (kargan)
e un comandante dell’esercito (bek), e stavano per compiere quello
stranissimo processo storico-religioso che li avrebbe resi un unicum nella
storia: la conversione di massa all’Ebraismo.

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Attorno al 740 d.C., infatti, il Khan khazaro Bulan si convertì all’Ebraismo,
imponendo tale religione a tutte le popolazioni dei suoi domini. Ciò
determinò una brusca rottura con il passato, in quanto, sino ad allora, il
khanato khazaro, oltre ad essere rinomato per la sua ricchezza, era noto per
la sua tolleranza religiosa. I kargan del khanato, infatti, intrattenevano
relazioni commerciali e politiche con tutti i paesi circostanti e permettevano
libero culto a chiunque, addirittura lasciando che ogni gruppo religioso
basasse il proprio sistema giuridico sui propri dettami religiosi.

Narrano le leggende che Bulan fu spinto a compiere la propria conversione


da alcuni sogni e rivelazioni “divine”, ma si trattò più verosimilmente, come
concordano molti storici, di una mossa politica tesa a evitare che il suo regno
venisse assorbito dal mondo cristiano da una parte e da quello islamico
dall’altra. Non dobbiamo dimenticare che l’impero khazaro si trovava chiuso
tra due grandi popolazioni in costante crescita: i Mussulmani a Est ed i
Cristiani ad Ovest. Entrambe le religioni, pur con numerosi esempi di
intolleranza interna, vedevano nell’Ebraismo un predecessore dei propri culti
e l’istituzione di uno stato ebraico poteva dunque rappresentare, agli occhi di
Bulan, anche un buon espediente per mantenere una specie di neutralità nel
grande scontro che stava sviluppandosi.
Per meglio comprendere i motivi alla radice della “conversione” khazara,
dobbiamo anche tener presente la situazione delle comunità ebraiche che a
quel tempo vivevano in quella regione. Gli Ebrei, perseguitati a Bisanzio da
Eraclio, Giustiniano I°, Giustiniano II°, Leone III° e Romano I°, in Persia dai
Sassanidi (soprattutto dopo la rivolta di Mazdak) e, successivamente, anche
se in forme minori, dagli islamici, cercarono rifugio in massa laddove già
esistevano ricche comunità di loro correligionari e notevoli possibilità di
instaurare fiorenti commerci. Questi esuli finirono ben presto per formare, nel
contesto del Khanato di Khazaria, una sorta di elite mercantile che si trovò
ad avere stretti contatti con l’aristocrazia locale, favorendone così la
conversione. Sicuramente verso la fine dell’VIII° secolo, le famiglie reali
khazare e la nobiltà si erano già convertite in massa all’Ebraismo, seguite da
buona parte della popolazione. Le proporzioni di tale conversione popolare
rimangono tuttora incerte: lo storico arabo Ibn Al-Faqih riporta, nel X° secolo,
che tutti i Khazari erano ebrei, ma è più probabile che il fenomeno avesse
interessato particolarmente i Khazari bianchi, sebbene le odierne indagini
archeologiche sulle sepolture tendano a mostrare che tra l’850 e il 950
almeno il 70% della popolazione utilizzasse inumazioni israelitiche.

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Dopo l’830, comunque, l’Ebraismo divenne sicuramente religione di stato
dal momento che numerosi ritrovamenti numismatici riportano nomi ebraici
(Zaccaria, Isacco, Sabriele, Obadiah, etc.) scelti dai re al momento della
loro incoronazione. É difficile dire di che tipo di Ebraismo si trattasse, ma
alcuni ritrovamenti a Rostov fanno pensare ad un ruolo centrale esercitato
dall’istituzione del Tabernacolo e ad un culto molto prossimo a quello
descritto nell’Esodo. Sicuramente i Khazari instaurarono strette relazioni
con tutte le comunità ebraiche del Levante e della Persia (tanto che gli
ebrei persiani chiesero espressamente ai kangan khazari di occupare il
Califfato, insorgendo per “distruggere Babilonia”) ma anche con comunità
più lontane, come testimoniano carteggi tra ebrei khazari ed ebrei spagnoli.

É probabile che i governanti khazari si vedessero come una sorta di


protettori internazionali dell’Ebraismo, spesso compiendo ritorsioni sui
Musulmani e i Cristiani dei loro territori qualora le persecuzioni anti-ebraiche
all’estero raggiungessero picchi troppo elevati. Sappiamo, ad esempio,
dallo storico persiano Ibn Fadlan che quando gli islamici, intorno al 920,
distrussero una sinagoga in Persia, il re Samuele II° fece abbattere il
minareto di Itil e lapidare il muezzin, dicendo che, in caso di ulteriori danni
alla comunità ebraica, avrebbe fatto radere al suolo la moschea della città.
Allo stesso modo, durante la persecuzione di Romano I°, il governo
khazaro si vendicò attaccando e distruggendo i possessi bizantini in
Crimea.Veniamo così alla complessa questione delle relazioni internazionali
del khanato ed al suo ruolo di “scudo” contro la penetrazione islamica in
Occidente.
La prima importante apparizione della Khazaria sulla scena internazionale
si ha in una campagna di supporto del kangan Ziebel a Bisanzio contro i
Sassanidi persiani per il predominio in Georgia, a metà circa del VII°
secolo. Da quel momento in poi, il conflitto con i regni orientali divenne
praticamente una costante della storia khazara. Per tutto il VII° e l’VIII°
secolo i Khazari combatterono una serie di guerre conto il Califfato
Omayyade che tentava di espandere la sua influenza verso il Caucaso,
risultando quasi sempre vincitori. I raid contro il Kurdistan e l’Iran divennero
sempre più frequenti e numerose risultanze provano che, probabilmente in
alleanza con i Turcomanni, i Khazari riuscirono ad allargare notevolmente i
confini del khanato. Già verso la fine del VII° secolo tutta la Crimea era
stata occupata, tanto che vi sono prove della presenza di un governatore
(tundun) khazaro a Cherso già nel 690, nonostante la città fosse
nominalmente sotto il dominio bizantino e che verso la metà dell’VIII°
secolo anche i Goti della penisola vennero sottomessi e la loro capitale,
Doron, occupata.

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L’alleanza con Bisanzio divenne sempre più stretta, tanto che quando
Giustiniano II°, nel 704, venne esiliato a Cherso, scappò in Khazaria e
sposò la sorella del kagan Busir (sebbene poi, per l’appoggio fornito da
questi all’usurpatore Tiberio III°, dovette rifugiarsi in Bulgaria), mentre nel
711 l’imperatore Filippico ebbe proprio i Khazari come maggiori sponsor per
la sua ascesa al trono. L’imperatore Leone III° arrivò addirittura a dare in
moglie suo figlio Costantino (poi Costantino V° Copronimo) alla principessa
khazara Tzitzak e, non a caso, loro figlio Leone IV° passò alla storia con il
soprannome di “Leone il khazaro”.

Nel frattempo le ostilità con il Califfato continuavano: il principe khazaro


Barjik invase l’Iran nord-occidentale e, nel 730, sbaragliò le forze omayyadi
a Ardabil, per poi venire ucciso sette anni più tardi nella disfatta di Itil, che
venne occupata brevemente (l’instabilità politica del Califfato non
permetteva occupazioni di lunga durata) ma venne poi liberata nel 740 (e
alcuni storici ritengono che l’idea dell’assunzione dell’Ebraismo come
religione di stato cominciasse in questo periodo e fosse, in qualche modo,
legata all’asserzione di indipendenza del khanato).

Anche se i Khazari furono in grado bloccare per qualche anno l’espansione


araba verso l’Europa Orientale, furono poi costretti dal soverchiante numero
delle truppe nemiche a ritirarsi a ovest del Caucaso, in un’area delimitata
dal Mar Caspio a est, dalle steppe del Mar Nero a nord e dal Dnieper a
ovest, dove, però, riuscirono a fortificarsi, tanto che gli Abbasidi, subentrati
agli Omayyadi, decisero di porre fine alle ostilità (sebbene qualche attacco
in territorio nord-iraniano continuasse ad essere portato da milizie khazare
anche negli anni successivi) con un matrimonio tra una principessa khazara
ed il governatore militare abbaside dell’Armenia nel 758.
Da quel momento in poi, le relazioni con la Persia furono sempre più
cordiali e il khanato visse una costante ascesa, tanto che, nel momento del
suo massimo apogeo, nel IX° secolo, Slavi orientali, Magiari, Peceneghi,
Burti, Nord Caucasici, Unni e numerose altre tribù erano tributari diretti dei
Khazari e che il Caspio veniva denominato geograficamente come “Mare
khazaro” (termine che rimane a tutt’oggi in lingua araba)

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Nel suo ruolo di “stato cuscinetto”, in questo periodo, la Khazaria diventa
sempre più importante ed internazionalmente riconosciuta per la sua
ricchezza, produttività (manufatti khazari sono stati trovati in tutte le aree
mediorientali e in numerosi siti archeologici balcanici) e tolleranza verso
qualunque popolazione, tanto da instaurare in tutta l’area caspica quella che
passò alla storia come “Pax khazarica”.

Come poté, dunque, accadere che in brevissimo tempo uno stato così
potente sparisse praticamente nel nulla?

Le ragioni furono molteplici. In primo luogo, già alla fine del IX° secolo, una
guerra civile interna, mossa da tre clan detti “dei Kabari” in alleanza con
alcuni clan magiari e in rivolta contro il bek dell’epoca devastò intere aree del
paese prima di essere sedata.

Successivamente, una guerra contro i Peceneghi che si erano ribellati al


vassallaggio, pur vinta, mosse questa popolazione verso Nord-Ovest,
spingendo i Magiari fuori dai confini del regno e creando una pericolosa
“zona vuota” nelle steppe a nord del Mar Nero.

Nel frattempo, le relazioni diplomatiche con Bisanzio si erano lentamente ma


costantemente indebolite, tanto che le cronache arabe di inizio X° secolo ci
parlano di una ribellione di alcune popolazioni sottomesse “appoggiate e
aiutate” dai “Mqdwn” (cioè i Macedoni, come venivano spesso chiamati i
Bizantini in arabo) e di una invasione alana non bloccata, come era
accaduto fino a quel momento, dall’Impero d’Oriente.

Ma la vera causa della morte del khanato ha un nome ben preciso: Rus.
Originariamente i Khazari erano alleati di varie fazioni norrene stanziate
nella zona di Novgorod ed è piuttosto certo che la politica dei Rus venisse
fortemente influenzata dai Khazari, con cui i Norreni condividevano traffici
commerciali (in particolare per quanto riguarda il diritto di navigazione sul
Volga) e l’ostilità più o meno latente verso le popolazioni arabe.

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Intorno al 960, la connivenza piuttosto esplicita del governo khazaro con i
continui saccheggi dei Variaghi contro le città musulmane del Caucaso
meridionale portò ad una rivolta interna da parte della minoranza islamica del
khanato, evidentemente ancora piuttosto numerosa. Per far fronte a questa
emergenza e sedare la rivolta, la nobiltà ebraica decise un mutamento
radicale di alleanze e chiuse le rotte di navigazione sul Volga per tutti i Rus,
tentando di forzare un intervento degli Arabi (tanto che il kangan Giuseppe I°
scrisse al governatore Hasdai Ibn Shaprut: “Devo per forza muovere guerra
[ai Rus], perché se dessi loro la minima possibilità, devasterebbero ogni
lembo di terra fino a Baghdad”) che però non arrivò mai.

A questo punto, Oleg di Novgorod (che già aveva tentato incursioni in


Khazaria intorno al 940, risultando sempre sconfitto) e Sviatoslav di Kiev
cominciarono una serie impressionante di attacchi ai domini khazari, spesso
portati con l’assenso e l’aiuto di Bisanzio.

Rimasti soli, con continue rivolte di tutti gli alleati e i tributari che si andavano
via via affrancando, i Khazari tentarono una disperata resistenza contro le
numerosissime bande Rus, ma Sviatoslav riuscì a conquistare le fortezze di
Sarkel e Tematarkha nel 965 e ad occupare Itil nel 969, ponendo fine
all’impero khazaro.

Un viaggiatore scrisse che ad Itil, dopo l’attacco dei Rus, “non rimase
neppure un acino d’uva, né una sola foglia sugli alberi”.

In breve i Khazari si dispersero lungo tutta l’area caspico-caucasica e


vennero assorbiti dalle altre popolazioni fino a quel momento loro
sottomesse. Così ebbe fine una esperienza di governo, di diplomazia
(spesso “armata”) e di tolleranza politico-religiosa (pur nel quadro di un
imperialismo normale per l’epoca) che non ebbe paragone nel mondo
mediorientale nei secoli successivi.

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Ci siamo chiesti, poc’anzi, com’è possibile che uno stato così potente possa
essere scomparso, nel giro di pochi anni, praticamente nel nulla. E, con dati
storici alla mano, abbiamo tentato di risolvere questo interrogativo, fornendo
delle risposte plausibili ed obiettive.

Ma vi è un secondo interrogativo, per certi versi molto più inquietante ed


emblematico del primo, al quale è nostro dovere cercare di trovare delle
risposte: è possibile per la storia dimenticare quasi completamente l’esistenza
di un popolo? Sembrerebbe incredibile, ma per quanto si provi a sfogliare
l’indice di un qualsiasi testo scolastico alla ricerca delle vicende del popolo
khazaro e della storia di un impero che, per oltre due secoli, ha influenzato le
vicende di Europa, Asia e Medio-Oriente, non se ne trova traccia. Sembra
quasi che, al di fuori di ristrettissimi ambiti accademici e universitari
(prevalentemente dell’Europa dell’Est), non si debba parlare della storia dei
Khazari. Benché esista una fiorente letteratura a riguardo (per chi ha la
volontà e la pazienza di consultarla), certi fatti storici sono sempre stati
volutamente fatti passare sotto silenzio, soprattutto sui libri di scuola, perfino
in ambito universitario. Perchè si può parlare liberamente dell’Impero
Macedone, dell’Impero Romano, dell’Impero Bizantino, dell’Impero Ottomano,
e non dell’Impero Khazaro?

La risposta a questo e a molti altri interrogativi sta probabilmente nel fatto che
le popolazioni del dissolto impero khazaro, per quanto molte di esse vennero
assorbite dall’Orda d’Oro, iniziarono a migrare, diffondendosi principalmente
nelle terre slave dell’Europa centro-orientale, gettando le basi di quelle che
diverranno le principali comunità ebraiche di quelle regioni.

Ciò che storicamente accadde in quel periodo è che il popolo conosciuto da


secoli come “Khazaro” divenne il popolo “Ebreo”, e da lì iniziò una vera e
propria operazione di occultamento della vera origine degli Ebrei europei, e
venne diffusa una storia artefatta, basata sull’idea che essi fossero gli Ebrei
biblici. E questa credenza erronea vige ancora oggi agli occhi dell’opinione
pubblica internazionale, trovando sorprendentemente più critiche e
opposizioni in ambito ebraico, piuttosto che nell’ambito della cultura dei
“Gentili”, ovverosia dei non Ebrei.

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Vi sono tutti gli elementi per dimostrare che gli Ebrei conosciuti come
Ashkenaziti (oltre il 90% degli Ebrei del mondo) discendono dai Khazari,
mentre gli Ebrei Sefarditi, esigua minoranza, sarebbero gli unici ad avere
un’origine semitica e medio-orientale.

É paradossale quindi constatare come il Sionismo, un movimento


ebraico a forti connotati nazionalistici e razzisti, non sia stato creato dai
legittimi eredi di Re Salomone, bensì dagli eredi ashkenaziti di tribù
turcomanne, la cui patria non era il Mar Morto, bensì il Mar Caspio.

Testo Ripreso da:


http://www.signoraggio.it/limpero-dei-khazari-e-le-origini-dimenticate/

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Quanto riportato nell’articolo qui sopra è una ricostruzione concentrata, ma
chiarissima della storia sconosciuta della “tredicesima tribù di Israele”. Il
nome è indicativo di come questa popolazione si sia mimetizzata insieme con
gli Ebrei con ogni modo e mezzo, riuscendo a restare fuori dai libri di storia e
geografia, manipolando la storia che è stata riscritta più e più volte a loro
piacimento e sulla base delle loro esigenze. Gli ebrei sefarditi sono stati usati
come paravento da questa popolazione, attualmente nota come Ashkenaziti
(ma che in realtà non sono che kazari) che, come abbiamo visto, confluirono
verso Gerusalemme, come è stato ben spiegato nell’articolo. Hanno però non
solo mantenuto le loro conoscenze magiche legate allo sciamanesimo “nero”,
ma le hanno anche approfondite trasformando questo Sciamanesimo in vera
e propria Magia Nera che da allora continuano ad applicare per mantenere il
loro potere principalmente concentrato sul livello eterico. Da quel piano
controllano ogni cosa e condizionano le scelte, i pensieri, nonché le vite di
ogni singolo essere umano mediante la capillarizzazione delle loro sedi di
controllo e di potere. Quando nel 1969, durante una riunione che si tenne in
astrale, mi fu concesso di vedere un luogo di cui ora vi racconterò, non ero
ancora in grado di comprendere che cosa avessi davvero visto in quel
momento, primo perché all’epoca avevo circa sei anni, secondo perché mi
mancava questo pezzo di storia a completamento del puzzle. Solo oggi,
grazie alle nuove nozioni apprese in merito alla tredicesima tribù ed il loro
luogo di origine, sono stato in grado di comprendere che quanto mi
mostrarono allora era un enorme, immenso campo di concentramento (con
un’estensione pari alla Sicilia) che si trova sotto terra, ben nascosta dalle
distese di neve e dai ghiacci della Siberia. Quel posto ancora oggi è la sede
del loro potere occulto che corrisponde proprio ai luoghi da cui ufficialmente
sparirono.
Inizialmente eravamo a circa 300 metri di altezza rispetto il livello del suolo e,
come ho detto, tutto ciò che si poteva vedere era una distesa sconfinata e
bianca di neve e ghiacci. I miei accompagnatori, presenti con me alla
riunione, decisero che ero pronto per vedere anche cosa ci fosse sotto i
ghiacci, così scendemmo sotto terra. Ciò che vidi era una distesa di gabbie
piene di uomini senza vesti che soffrivano immensamente e che
continuavano a gridare. Al rientro dal viaggio astrale chiesi come facessero a
rimanere lì e perché non andassero via. Mi fu spiegato che era il loro karma a
tenerli in quelle gabbie perché nella vita precedente molti di quelli che erano
rinchiusi lì erano stati persone importanti (presidenti, ministri, re, capi di
stato , politici, papi, grandi industriali ecc ecc..), ma che quando si erano
reincarnati, i loro carcerieri negromanti erano andati a prenderli per usarli
come pile.

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Cioè quelle persone venivano tenute in vita in quelle condizioni perché da loro
veniva estratta la carica eterica necessaria a portare avanti immensi rituali
realizzati allo scopo di mantenere il dominio. Non ultimo, erano stati sempre
loro a far scoppiare le varie guerre mondiali, garantendosi il potere occulto di
questo mondo. Mi fu spiegato inoltre che dal momento che la gente "dorme"
non può capire che ogni persona è racchiusa dentro una gabbia mentale dalla
quale è difficile liberarsi se non si è coscienti della sua esistenza. Mi fu chiesto
se fosse mia intenzione aiutarli ed io, che all’epoca avevo solo 6 anni risposi
di no. Sorrisero. Tanto mi avevano già arruolato d’ufficio a 5 anni.

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