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COLLEGIO DEGLI INGEGNERI

E ARCHITETTI DI MILANO

hanno il piacere di pubblicare gli atti dell’incontro


di informazione tecnica sul tema

I parcheggi interrati a Milano:


gli ultimi dieci anni di esperienza in falda
Tenutosi

PRESSO LA SALA CONVEGNI ORLANDO


UNIONE DEL COMMERCIO
C.so Venezia, 49
20121 Milano

il 8 ottobre 2002
ORE 16.00 - 20.00

Il contenuto del presente documento è di proprietà della Volteco Building Tecnology SpA, che ne autorizza
la diffusione solamente in forma integrale e contestualizzato come atto del convegno tenutosi a Milano il 8-10-02 a cura di Volteco:
“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Introduzione
La situazione idrogeologica di Milano, particolarmente delicata, con un andamento di falda
affiorante e altalenante, ha fortemente caratterizzato la qualità delle strutture edificate e la
durabilità funzionale delle opere in ambito ipogeo.

La capacità tecnologica nella difesa delle strutture dall'acqua, sia nella progettazione che nella
produzione di sistemi impermeabilizzanti, ha però raggiunto oggi livelli di affidabilità tali da
garantire soluzioni efficaci in qualsiasi contesto e specificità operativa.

L'incontro, incentrato sulle necessità più comuni e diffuse di intervento in ambito interrato,
intende fornire, attraverso la presentazione di alcune case history, una disamina sulle
metodologie progettuali più esaustive e sulle tecnologie applicative più appropriate.

Nel corso delle relazioni troverà spazio anche un breve accenno a problemi e soluzioni relative
alle opere provvisionali e di fondazione, quali i moderni sistemi di aggottamento delle acque, la
realizzazione di diaframmi, tiranti e palificazioni.

In considerazione delle diverse problematiche che concorrono alla scelta del sistema
impermeabilizzante, verranno illustrati gli elementi di analisi che consentono l'identificazione
delle soluzioni di progetto ottimali e definitive per proteggere e preservare gli ambiti interrati.

Programma dei lavori


Ore 16.00 - Registrazione dei partecipanti e consegna della documentazione tecnica (anche
su supporto informatico).

Ore 16.20 - Introduzione al Convegno.


Dott. Ing. Riccardo Pellegatta
Presidente del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano

Situazione della falda a Milano e interventi di contenimento della risalita.


Dott. Ing. Maurizio Brown
Direttore del Servizio Fognature del Comune di Milano

Elementi strutturali di intervento per edifici in presenza di falda


Dott. Ing. Danilo Campagna
MSC Associati S.r.l. (Milano)

Realizzazione di un nuovo parcheggio e recupero di uno esistente:


esperienze progettuali e risultati
Dott. Ing. Calogero Alongi
Studio Tecnico

Approccio metodologico e soluzioni pratiche per la protezione degli ambiti


interrati
Dott. Ing. Fabrizio Brambilla
Direttore Tecnico - Volteco S.p.A.

Ore 18.30 - Considerazioni finali e dibattito.


Ore 19.30 - Chiusura lavori.

Il contenuto del presente documento è di proprietà della Volteco Building Tecnology SpA, che ne autorizza
la diffusione solamente in forma integrale e contestualizzato come atto del convegno tenutosi a Milano il 8-10-02 a cura di Volteco:
“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA

Situazione della falda a Milano e


interventi di contenimento della risalita
Ing. Maurizio Brown - Direttore del Servizio Fognature del Comune di Milano

Premesse
La causa principale del fenomeno della risalita della falda, manifestatosi all’inizio degli anni 90,
è stata individuata nella drastica diminuzione dei prelievi di acqua dal sottosuolo, conseguente
principalmente all’allontanamento dall’area milanese di importanti insediamenti produttivi.

E’ opportuno ricordare come lo sviluppo industriale dell’area milanese aveva comportato, a


partire dagli anni ’60, un crescente prelievo di acqua dalla ricca falda sotterranea, innescando
un fenomeno opposto a quello attualmente in atto: il livello della falda, che nei primi anni ’50
raggiungeva a Milano una profondità media di 6 ÷ 7 metri dal piano stradale, iniziò a scendere
rapidamente fino a raggiungere, negli anni ’70, profondità anche superiori ai 25 ÷ 30 metri.

La risalita della falda deve pertanto essere considerato come il risultato di un “naturale
riequilibrio” della distribuzione delle acque presenti nel sottosuolo.

Tale fenomeno ha tuttavia determinato gravi problematiche per le infrastrutture pubbliche e


private realizzate nel sottosuolo, nel periodo in cui il livello della falda risultava molto depresso,
generalmente senza impermeabilizzazioni e con resistenze strutturali inadeguate al suo
successivo innalzamento.

Acqua pompata dall'Acquedotto di Milano


400.000.000

350.000.000

300.000.000

250.000.000

200.000.000

150.000.000

100.000.000

50.000.000

0
1915 1920 1925 1930 1935 1940 1945 1950 1955 1960 1965 1970 1975 1980 1985 1988

0,00
-5,00
-10,00
-15,00
-20,00
-25,00
-30,00

Livello medio di profondità dell'aves

Fig 1: Confronto tra il volume annuo pompato dall’Acquedotto di Milano ed il corrispondente


approfondimento del livello dell’aves tra il 1915 e il1988

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“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
ANDAMENTO DEGLI AVES SULLA BISETTRICE TRASVERSALE DEL TERRITORIO CITTADINO

metri s.l.m. metri s.l.m.


STAZIONE NORD BOVISA VIA NARSETE P.za LEGA LOMBARDA P.za DUOMO C.so di PORTA ROMANA VIA MARCO AGRATE CHIARAVALLE MILANESE

140 140

1930
130 130
- 3.50
1889

120 120
2001 - 19.40
1998 - 4.50
2000
- 19.80 - 7.50

110 - 18.80 110


1977 - 21.64
- 16.60 - 19.40 1889
1975 - 17.20 - 18.30 - 3.00
- 16.65 - 3.60
- 21.50 1930
- 21.00 - 13.80 - 11.27 - 9.50
- 8.50
1998
100 - 4.40 100
- 32.00 - 18.50
- 14.20 2001
- 33.50 2000
- 27.50 - 16.00 - 13.50 - 5.30
1977
- 31.00 - 17.50
90 90
1975

80 80

Fig 2: variazione della soggiacenza della quota della falda rispetto al terreno nella direzione
della massima pendenza nord-ovest sud-est

Per fronteggiare il problema, già all’inizio del 1997 si era costituisce un comitato tecnico
scientifico con la partecipazione dei principali Enti interessati al fenomeno: Provincia e Comune
di Milano, Regione Lombardia, Magistrato e Autorità di Bacino per il Po, ecc.

Era subito apparso evidente come il fenomeno risultasse complesso e difficile da arginare, sia
per le quantità in gioco (volumi d’acqua), sia per l’estensione delle aree interessate e le
caratteristiche del sottosuolo milanese, costituito da formazioni alluvionali, composte nella loro
parte superiore da depositi di sabbia e ghiaia, attraverso i quali scorre, in lento movimento da
Nord-Ovest a Sud-Est, una notevole massa d’acqua

Tra i possibili interventi presi in considerazione, quello di aumentare il prelievo di acqua dal
sottosuolo, mediante la realizzazione di nuovi pozzi di captazione e la riattivazione di quelli
inattivi dell’Acquedotto di Milano, era risultato il più efficace ed immediato.

Si rendeva peraltro necessario individuare degli idonei recapiti per le acque provenienti, sia
dagli emungimenti “pubblici”, sia da quelli messi in atto dai proprietari degli immobili e delle
infrastrutture sotterranee per difenderne l’agibilità.

A tale scopo, con un’ordinanza del ’98, l’Amministrazione Comunale, in accordo con la Regione
Lombardia e la Provincia di Milano, ha predisposto procedure semplificate per concedere
l’autorizzazione allo scarico delle acque pompate nei corsi d’acqua o, provvisoriamente nella
fognatura, esentando tali scarichi dai canoni normalmente prescritti.

Questa operazione aveva anche l’importante finalità di riuscire a censire quali e quanti fossero
gli insediamenti sul territorio interessati dal fenomeno.

Purtroppo questo obiettivo non è stato raggiunto, in quanto, è mancata la partecipazione da


parte degli interessati e le segnalazioni pervenute sono risultate veramente molto scarse.

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Per quanto concerne lo scarico di acque di falda in fognatura, è opportuno segnalare che
l’autorizzazione può essere concessa solo temporaneamente, fino all’entrata in funzione dei
depuratori.

Infatti, una immissione generalizzata di acque di falda in fognatura, potrebbe comportare, oltre
all’incremento delle portate da sottoporre alla depurazione e, quindi, un aggravio sensibile dei
costi relativi, anche il rischio fondato di una eccessiva diluizione dei liquami suscettibile di
mettere in difficoltà lo stesso processo depurativo.

Al contrario il conferimento degli emungimenti ai corsi d'acqua, peraltro ampiamente diffusi sul
territorio cittadino (più di 250 km di sviluppo), costituisce un’opportunità di riutilizzo delle acque
di falda, rispondente al fabbisogno di risorse idriche del reticolo idrografico, con molteplici
finalità, quali l’uso irriguo, il risanamento igienico sanitario, la salvaguardia dei minimi deflussi
idraulici.

Accordo di Programma per il controllo dell’innalzamento della falda nell’area milanese

Allo scopo di affrontare in maniera organica e coordinata Il complesso problema della risalita
della falda, il 19/05/199 è stato siglato un Accordo di Programma tra i principali Enti interessati
al fenomeno: Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano, Autorità di Bacino del Po,
Magistrato per il Po;

In tale ambito è stata individuata e avviata una prima fase di interventi, che vengono di seguito
elencati:

1) monitoraggio, integrazione della rete di rilevamento

Nel 1998 è stato costituito, sulla base di una convenzione tra diversi Enti (Provincia e
Comune di Milano, Arpa Lombardia, Provincia di Lodi, CAP Milano, Metropolitana
Milanese) il Sistema Informativo Falda, operante presso la Direzione Centrale
Ambiente della Provincia di Milano che raccoglie ed elabora e fornisce i dati relativi ai
livelli della falda nell’area milanese provenienti da 159 punti di controllo distribuiti sul
territorio:

• 32 piezometri del Comune Di Milano - Servizio Fognature


• 2 pozzi di 1° aves del Comune Di Milano – Servizio - Acquedotto
• 25 pozzi nella cintura intorno alla citta’ di Milano del CAP
• 5 sondine automatiche (realizzate nell’ambito del progetto m. a. falda)
• 78 piezometri della Metropolitana Milanese
• 17 nuovi piezometri realizzati dalla Provincia Di Milano

Per acquisire informazioni sull’evoluzione del fenomeno e le quote dell’aves nelle


diverse zone del territorio milanese gli interessati e, in particolare i progettisti, possono
rivolgersi.Al sito internet predisposto appositamente del Sistema Informativo Falda:
http://www.provincia.milano.it/ambiente/sezione_acque/acque.htm

2) asciutta invernale prolungata del Canale Villoresi

La Regione Lombardia ha concordato con il Consorzio di Bonifica Est Ticino-Villoresi


l’asciutta invernale prolungata del Canale Villoresi, da ottobre a marzo, che è stata
attuata negli anni 1998-99; 1999-00; 2000-01; 2001-02.

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“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Lo scopo di tale operazione è quello di ridurre l’impinguamento della falda sotterranea
determinato dalla elevata dispersione di acqua nel terreno da parte del Canale Villoresi
e del sistema irriguo ad esso collegato, che interessa una vasta area a monte della città.

3) Campo pozzi “Vettabbia”

Sono stati realizzati dal Comune di Milano 31 nuovi pozzi di prima falda con una
capacità di emungimento complessivo pari a 1 – 1,2 metri cubi al secondo destinati
all’alimentazione della Roggia Vettabbia Alta (in funzione dalla primavera del 2000).
Ciò ha consentito di distogliere dalla roggia le acque immesse, per antico diritto, dalla
rete di fognatura, avviando così un importante intervento di recupero di questo antico
corso d’acqua.
Contestualmente sono stati avviati i lavori per il recupero della funzionalità statica ed
idraulica del Canale Grande Sevese, un antico condotto che circonda il centro storico
cittadino, tributario della Roggia Vettabbia Alta, che potrà essere destinato alla raccolta
di altri emungimenti di falda ivi esistenti o previsti.

4) Pozzi destinati all’irrigazione delle aree verdi

Si tratta complessivamente di 20 nuovi pozzi in corso di realizzazione da parte del


Comune di Milano (3 già funzionanti e 17 in corso di realizzazione)

5) Pozzi progetto MM – 1^ fase

La Metropolitana Milanese sta completando per conto del Comune di Milano la


realizzazione di due lotti di 43 nuovi pozzi di emungimento: Il primo comprende 23 pozzi
nelle località Morgagni, Solari, Pacini e Conca Navigli; il secondo è costituito dai 20
pozzi a difesa dell’Ospedale San Paolo.

6) Recupero fontanili e pompaggi sperimentali da cava

La Provincia di Milano ha avviato l’intervento di riattivazione del fontanile di Robbiano,


nei comuni di Mediglia e Peschiera Borromeo ed ha attuato un intervento sperimentale
(tra l’estate del 2000 e la fine del 2001) di pompaggio di acqua dalla cava Tecchione, nel
comune di S. Donato Milanese

Sempre nell’ambito della prima fase il Comune di Milano e la Regione Lombardia hanno affidato
Scuola di Specializzazione e in costruzioni in cemento armato “F.lli Pesenti” e al Dipartimento di
Ingegneria Strutturale del Politecnico di Milano l’attività di ricerca in merito agli effetti prodotti
dalla risalita della falda sugli edifici.

Si è giunti così alla pubblicazione, nel giugno del 2001 di un documento: “Linee guida di
controllo e di intervento per gli immobili interessati dall’innalzamento della falda”

Il documento è articolato in due parti, la prima delle quali illustra le linee guida finalizzate al
controllo dello stato di sicurezza delle costruzioni, mentre la seconda delinea i criteri per la
definizione degli interventi di salvaguardia.

Le indicazioni fornite hanno carattere e valenza piuttosto generale, ma si adattano a tutte le


principali tipologie edilizie che esistono sul territorio milanese.

Lo schema del documento è riportato di seguito:

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“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Parte prima
LINEE GUIDA DI CONTROLLO

Scopo: fornire le indicazioni finalizzate al controllo dello stato di sicurezza delle


costruzioni;
acquisire gli elementi necessari alla valutazione della sicurezza dei fabbricati.

Procedure di controllo: rilievi;


prelievi;
prove in situ;
prove di laboratorio;
analisi e commenti (relazione finale e commenti sulle risultanze dei
rilievi e delle prove svolte)

Si segnala la necessità di particolare attenzione per gli interventi di salvaguardia locale


mediante pompaggio dall’interno del fabbricato in atto o previsti (potenziali rischi per l’edificio)

Parte seconda
LINEE GUIDA DI INTERVENTO

Scopo: fornire indirizzi di riferimento per programmare e definire gli interventi di


salvaguardia;

Gli indirizzi si rivolgono principalmente ai Progettisti e devono essere adattati ai singoli casi
specifici.

Modalità di difesa:
DIFESA ATTIVA interventi finalizzati all’abbassamento del livello della falda;
DIFESA PASSIVA interventi di difesa ai quali non conseguono variazioni del livello della
falda;

Gli interventi di difesa attiva, con il prelievo dell’acqua dal sottosuolo (drenaggio a mezzo di
cunicoli o pozzi) possono dar luogo a rischi per i fabbricati circostanti l’area di prelievo
(impoverimento delle caratteristiche del terreno) nonché rischi per le strutture dell’edificio
interessato (mantenimento di un battente piuttosto elevato che induce nelle strutture carichi non
previsti in progetto) e, quindi, si ritengono attuabili solo per un periodo limitato e comunque per
consentire gli interventi di salvaguardia

Gli interventi di difesa passiva sono così articolati:

a) INTERVENTI ESEGUITI DALL’INTERNO DELL’EDIFICIO


Sono finalizzati a rendere impermeabili i volumi sotterranei operando dall’interno
dell’edificio

• pompaggio dell’acqua dall’interno del fabbricato;


• sigillatura di giunti e fessure;
• miglioramento dell’impermeabilità intrinseca dei materiali e delle murature;
• cappotti interni;
• cappotti esterni;

b) INTERVENTI SUL TERRENO CIRCOSTANTE L’EDIFICIO


Sono finalizzati a ridurre la permeabilità del terreno mediante iniezioni in pressione di
adeguate miscele a base di resine epossidiche o a base di malte cementizie

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“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Si tratta di un documento importante, rivolto in particolare ai proprietari degli immobili ed ai
progettisti incaricati di affrontare gli interventi di salvaguardia e, pertanto, si è ritenuto opportuno
distribuirne anche ai partecipanti di questo Convegno

Per completare il quadro degli interventi ultimati o in fase di attuazione, occorre rammentare
che sul territorio del Comune di Milano sono mantenuti in attività anche circa 40 pozzi in spurgo
del Servizio Acquedotto che innalzano la potenzialità di prelievo dalla falda, prevista in questa
prima fase, a 130 pozzi per una portata complessiva di circa 4 m3/s e che, già attualmente, i
pozzi funzionanti consentono un pompaggio superiore ai 3 m3/s.

Gli interventi realizzati fino ad oggi hanno conseguito il risultato di frenare la risalita della falda,
fino a raggiungere, pure in presenza delle fluttuazioni stagionali, uno stato di “sostanziale
equilibrio”, come illustrato, a titolo esemplificativo, nei grafici riportati di seguito.

Alcune anomale situazioni di contenuta risalita del livello della falda sono state rilevate solo
nella fascia più settentrionale del territorio milanese, dove le quote si mantengono peraltro
piuttosto profonde (circa 20 m).

Anche dall’esame dei grafici alle figure 3 e 4 (nonché della figura 2) appare evidente come il
fenomeno della risalita della falda, tra il 1990 e il 1998, sia risultato più marcato nella zona
settentrionale, dove lo squilibrio determinato dai forti emungimenti per gli usi produttivi aveva
prodotto un maggiore approfondimento del livello dell’aves.

La complessità del fenomeno, lo stato delle conoscenze la differenziazione delle quote di


soggiacenza rilevate sul territorio e il limitato periodo di osservazione degli effetti conseguenti
agli interventi adottati, alcuni dei quali sono ancora in fase di ultimazione, non consentono di
definire un “livello di progetto” per la falda nell’area milanese, secondo quanto richiesto da molti
professionisti impegnati nella realizzazione di opere nel sottosuolo.

Attualmente la valutazione del livello di progetto non può che essere eseguita dal progettista
confrontando la quota raggiunta dalla falda nella zona interessata negli anni recenti, dati che
possono essere acquisiti presso il Sistema Informazione Falda e la sua storica, riferita agli anni
‘50 e ’60, valori che possono essere reperibili nella letteratura o presso i Servizi Acquedotto e
Fognature del Comune di Milano

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“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
OSCILLAZIONI PIEZOMETRICHE 1990 - 2002
Piezometro 43 Parco Lambro (Comune di Milano - Settore Fognature)
ZONA NORD-EST
125

120

115

metri s.l.m.
110

105

100

95
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lug-90

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lug-94

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lug-96

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lug-98

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lug-00

gen-01

lug-01

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lug-02
ott-90

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ott-97

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ott-00

ott-01
apr-90

apr-91

apr-92

apr-93

apr-94

apr-95

apr-96

apr-97

apr-98

apr-99

apr-00

apr-01

apr-02
anni

Fig 3: Variazione delle quote assolute della falda nella zona nord orientale del territorio
comunale, dal 1990 ad oggi

OSCILLAZIONI PIEZOMETRICHE 1990 - 2002


Piezometro 20 Ronchetto sul Naviglio (Comune di Milano - Settore Fognature)
ZONA SUD-OVEST
125

120

115
metri s.l.m.

110

105

100

95
set-90

set-91

set-92

set-93

set-94

set-95

set-96

set-97

set-98

set-99

set-00

set-01
gen-90

gen-91

gen-92

gen-93

gen-94

gen-95

gen-96

gen-97

gen-98

gen-99

gen-00

gen-01

gen-02
mag-90

mag-91

mag-92

mag-93

mag-94

mag-95

mag-96

mag-97

mag-98

mag-99

mag-00

mag-01

mag-02

anni

Fig 4: Variazione delle quote assolute della falda nella zona sud occidentale del territorio
comunale, dal 1990 ad oggi

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ALTEZZA FALDA POZZO N° 73
Scuola Elementare di P.le Leonardo da Vinci civ. 2

0,00
Altezza Falda (m dal p.c.)

-5,00

-10,00

-15,00

-20,00

-25,00
gen-99

nov-99
gen-00

nov-00

gen-01

nov-01
gen-02
mag-99

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mag-01

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lug-00

lug-01

lug-02
mar-99

mar-00

mar-01

mar-02
set-99

set-00

set-01
ANNI 1999 - 2002

Fig 6: Fluttuazione della soggiacenza della falda tra il 1999 ed il 2002 nella zona nord
orientale della città

ALTEZZA FALDA POZZO N° 69


Piazza Napoli (centr. Acqua Potabile)

0,00
Altezza Falda (m dal p.c.)

-5,00

-10,00

-15,00

-20,00

-25,00
gen-99

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nov-00

gen-01

nov-01

gen-02
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lug-00

lug-01

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mar-00

mag-00

mar-01

mag-01

mar-02

mag-02
set-99

set-00

set-01

ANNI 1999 - 2002

Fig 6: Fluttuazione della soggiacenza della falda tra il 1999 ed il 2002 nella sud occidentale
della città

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I risultati conseguito con l’attuazione degli interventi previsti nell’ambito della prima fase
dell’Accordo di Programma, anche se importanti ed incoraggianti, devono essere tuttavia
consolidati, per garantire un equilibrio più stabile dalla falda, meno condizionato dalle diverse
componenti che influenzano il fenomeno (entità delle precipitazioni atmosferiche, esondazioni
dei corsi d’acqua, irrigazione, ecc.) e tale da garantire una certa sicurezza sul livello dell’aves
conseguibile, eventualmente anche inferiore a quello attuale.

In quest’ottica il 26 luglio scorso è stato approvato dalla Regione Lombardia il “Programma


degli interventi di seconda fase per il controllo dell’innalzamento della falda nell’area
milanese” (pubblicato sul B. U. R. L. n. 34 del19 agosto 2002), con una spesa complessiva di
10.329.137,98 euro (pari a 20 miliardi di vecchie lire) per la cui copertura è previsto il ricorso
alle risorse finanziarie rese disponibili dalla legge 3/12/2001 n. 428.

Gli interventi di seconda fase risultano articolati secondo la seguente tabella riassuntiva:

Intervento Ente Attuatore Importo


(mil.Lit.)

• Campo pozzi “AESSANDRINI” Comune di Milano 3.000


(18 pozzi)

• Campo pozzi “BOVISA” Comune di Milano 5.800


(21 pozzi)

• Telecontrollo pozzi monitoraggio falda Comune di Milano 600

• Promozione utilizzo pompe di calore Regione Lombardia 200

• Ricognizione della potenzialità del reticolo Comune di Milano 200


idrografico per lo scarico delle acque di falda
utilizzate per le pompe di calore

• Impermeabilizzazione Canale Villoresi Regione/Consorzio 5.000


1° lotto

• Impermeabilizzazione Canale Villoresi Regione/Consorzio 4.700


2° lotto

• Predisposizione modello di flusso delle acque Regione/Provincia/ 500


sotterranee Comune/Aut. B. Po

TOTALE 20.000

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Dall’esame degli interventi elencati si nota come, accanto all’estensione dei campi pozzi
destinati ad incrementare il prelievo delle acque sotterranee nell’ambito del territorio cittadino, è
prevista l’impermeabilizzazione del tratto Olona-Lambro del Canale Villoresi finalizzato a
limitare la dispersione di acque superficiali nel sottosuolo e, quindi, ad incidere strutturalmente
su una delle fonti di alimentazione della falda, a monte della città.

Viene inoltre avviata la promozione dell’utilizzo delle acque di falda per la climatizzazione degli
edifici nell’area metropolitana milanese mediante le pompe di calore.

La diffusione di questi impianti, oltre a consentire la valorizzazione della risorsa rappresentata


dalle acque estratte dal sottosuolo e ad ottenere significativi risparmi nei costi di climatizzazione
degli edifici, riducendo le emissioni provenienti dagli impianti di riscaldamento, contribuirà al
contenimento dell’inquinamento atmosferico.

Contestualmente, considerato che, una volta transitate attraverso gli scambiatori di calore, le
acque di falda dovranno essere immesse nei corsi d’acqua, verrà contestualmente effettuato un
rilevamento delle caratteristiche e delle potenzialità idrauliche del diffuso reticolo idrografico
esistente nel territorio cittadino per rendere disponibili i necessari recapiti.

Tra gli esempi di impianti già realizzati o previsti, si ricordano quello del Palazzo Pirelli della
Regione Lombardia, già in funzione con recapito nel naviglio della Martesana, quelli per il
Palazzo Reale, e per il Teatro alla Scala entrambi con recapito nel Canale Grande Sevese,
rispettivamente in via Larga e in via dell’Orso e quelli destinati alla climatizzazione delle nuove
edificazioni ad uso prevalentemente terziario previste nell’area “Bovisa”, alimentati dal campo
pozzi omonimo, avente recapito nel torrente Pudiga.

Infine, viene avviato lo studio finalizzato alla modellazione dell’acquifero sotterraneo,


indispensabile ad approfondire la conoscenza del fenomeno, per valutarne l’evoluzione anche
in conseguenza degli interventi realizzati o previsti e definire i livelli di contenimento
raggiungibili.

Il contenuto del presente documento è di proprietà del suo relatore, Ing. Maurizio Brown, che ne autorizza 10
la diffusione solamente in forma integrale e contestualizzato come atto del convegno tenutosi a Milano il 8-10-02 a cura di Volteco:
“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA

Elementi strutturali di intervento per edifici in presenza di falda


Ing. Danilo Campagna – MSC Associati S.r.l. (Milano), con la collaborazione di
Ing. F. Ferrari Bravo – MSC Associati S.r.l. (Milano)

Premesse
Per trattare convenientemente il tema in argomento è necessario indicare preliminarmente il filo
logico che un progettista di opere strutturali dovrebbe seguire nel corso della sua attività, sia
che si tratti di edificio nuovo sia del recupero di edificio esistente; sinteticamente possiamo
individuare due fasi di attività progettuale: il pre-progetto ed il successivo progetto.
Fase pre-progettuale
La fase pre-progettuale è delegata all’individuazione dei dati di progetto, in particolare le
caratteristiche geotecniche del sito, il livello attuale (durante la costruzione) e futuro (in
esercizio) dell’acquifero.

L’indagine geognostica potrà svilupparsi secondo le procedure usuali seguite per terreni di
tipo sciolto (ghiaie e sabbie) quali quelli esistenti nel sottosuolo di Milano, ad esempio mediante
prove penetrometriche dinamiche, sondaggi con prove SPT interno foro e prelievo di campioni
per analisi granulometriche.

All’interno dei fori di sondaggio si potranno realizzare prove di permeabilità, considerata


l’impossibilità di estrarre campioni di terreno indisturbato da sottoporre a prove analoghe in
laboratorio.
- 24 m
La piezometrica attuale (q.f.a.) nel sito - 18 m
considerato può essere ottenuta attraverso
- 14 m
l’inserimento di uno o più piezometri (a tubo
aperto o a cella di Casagrande) all’interno dei fori
di sondaggio geognostico; in alternativa ci si potrà - 10 m
riferire ai dati desumibili dalla rete locale dei
piezometri installati dai vari Enti pubblici
interessati al problema (settori Acquedotto, -6m
Fognature e Corsi d’acqua del Comune o della
società MM Metropolitana Milanese).

Questi dati vengono periodicamente resi pubblici,


ad esempio attraverso il sito Internet predisposto
dal settore Ambiente della Provincia di Milano. Figura 1

Nella fattispecie se esaminiamo la mappa del Comune di Milano (fig. 1) con le isolivello (ogni
due metri) dell’acquifero misurate al marzo 2002, si nota che il confine a nord-ovest del
Comune è tangente all’isolivello 25 m (quote riferite allo zero del piano di campagna (q.p.c.),
cioè la soggiacenza del sito) mentre il confine a sud-est è tangente all’isolivello 5 m; il centro
cittadino è mediamente interessato da una falda soggiacente circa 15 m.

Più problematica ed aleatoria è la determinazione del massimo livello futuro dell’acquifero o


quota falda di progetto (q.f.p.) cui il progettista deve riferirsi per una scelta conservativa nella
concezione delle opere strutturali delegate a mantenere nel tempo impermeabili le volumetrie
interrate.

Il contenuto del presente documento è di proprietà del suo relatore, Ing. Danilo Campagna, che ne autorizza 1
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Questo dato in effetti si configura come un vero e proprio carico caratteristico (ad esempio
come la neve, etc.) da cui può dipendere anche la sicurezza dell’opera, oltre che la sua
funzionalità; pertanto esso dovrebbe risultare normato, perlomeno a livello locale, suddividendo
la città in vari settori in base a studi e proiezioni elaborate da specifici organismi preposti allo
scopo (peraltro già esistenti per lo studio di tale materia).

Attualmente invece la determinazione della falda di progetto è demandata alla sensibilità del
progettista, che in conseguenza se ne assume la responsabilità anche in relazione ai danni che
in futuro potrebbero verificarsi in caso di scelta non troppo prudenziale; ciò si è già verificato
negli anni ’93–‘97 in occasione di un’inaspettata risalita del livello di falda che ha causato
l’allagamento anche di strutture interrate costruite pochi anni prima.

D’altra parte non sempre i Committenti sono disponibili a spendere di più per eventualità che
potrebbero poi non verificarsi.

Attualmente, in mancanza di una normativa al riguardo, il progettista potrebbe utilmente riferirsi


alle scelte operate dagli enti preposti alla progettazione di opere interrate di grande interesse
pubblico, ad esempio quelle della metropolitana.

A questo riguardo la società MM, che gentilmente ha fornito informazioni in merito, ha messo a
punto una metodologia, per determinare la quota falda di progetto, che si basa nell’assumere il
livello mediamente derivabile da quello misurato nell’anno 1954, precedente alla rapida discesa
dell’acquifero, e da quello elaborato in base ad un modello idraulico messo a punto, all’interno
dell’Università degli Studi di Milano, dall’Istituto di Idraulica Agraria; ad esempio (fig. 2) lungo la
futura linea 4, tale metodologia porta ad assumere un innalzamento massimo futuro della falda
attuale di circa 6 m, valore elevato e giustificato dall’importanza e durata di vita dell’opera.

Figura 2

A fronte di tale valore limite superiore, nel caso di edifici privati si potrebbe assumere un valore
meno cautelativo, mediato tra il buonsenso del progettista e la disponibilità economica del
Committente.
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Fase progettuale
Definiti i parametri di cui sopra si può iniziare la fase progettuale vera e propria dell’edificio
nuovo o da recuperare nelle sue volumetrie allagate.

Il progetto delle opere strutturali dovrà considerare due distinte situazioni: quella di cantiere e
quella di esercizio dell’opera.
q. p. c.
Per quanto riguarda la fase provvisionale di cantiere, con
riferimento allo schema di fig. 3 andranno progettate
A quelle opere che consentano di realizzare lo scavo
senza turbare i terreni adiacenti, soprattutto nel caso
frequente in ambito urbano di presenza di altri edifici in
fregio al confine.
C
Trattasi normalmente di paratie [A] (di diaframmi o di
q. f. a. micropali), generalmente tirantate e di un eventuale
tampone di fondo [B] nel caso di presenza di acqua di
q. f. s.
falda con un elevato battente rispetto alla quota di fondo
q. f. d. scavo (q.f.s.) o viceversa di quelle opere di
aggottamento [C] necessarie a deprimere un meno
B elevato battente idrostatico al fine di rendere asciutto il
fondo scavo (q.f.d.: quota falda depressa).

Figura 3 Ovviamente sarà utile la sinergia di un geotecnico per


un’ottimale progettazione di queste ultime opere.

È solo il caso di dire che se vi è necessità di deprimere la falda in fase di cantiere, andrà posta
molta attenzione sul progetto di aggottamento, in modo tale che non si verifichino dannosi
assestamenti differenziali del terreno di fondazione degli edifici presenti a confine.

Figura 4

In fig. 4 è riportata schematicamente una tale situazione e la curva di depressione della falda
causata da un pozzo di prelievo; la variazione dei parametri geotecnici al variare del battente
idrostatico può determinare cedimenti variabili delle pilastrature con conseguenti fessurazioni

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negli elementi fragili (tavolati), in funzione dei valori di distorsione angolare impressi alle
strutture.

Successivamente si potrà procedere con la progettazione delle strutture interne che dovranno
essere ovviamente scatolari ed impermeabili fin sotto il livello della falda di progetto ed in grado
di contrastare le spinte idrostatiche orizzontali e verticali oltre che soddisfare l’equilibrio globale
verticale (galleggiamento).

Nel caso in cui tale equilibrio non fosse soddisfatto con adeguato fattore di sicurezza si potrà
ricorrere a specifici ancoraggi della platea ad eventuale tampone di fondo sufficientemente
affondato per la mobilitazione della necessaria zavorra di terreno naturale.

Nella fase di calcolo delle opere di sostegno del terrapieno è poi doveroso considerare le due
differenti situazioni statiche rappresentate in fig. 5: infatti durante lo scavo si ha una situazione
di vincolo ben precisa che spesso è diversa dalla situazione di vincolo che si ha ad opere
ultimate quando al posto dei tiranti, che normalmente sono di tipo provvisionale per ragioni
economiche, sono presenti i solai interni per assolvere alla funzione di contrasto orizzontale
delle spinte idrostatiche; in queste due situazioni gli assi dei vincoli possono cambiare e quindi
cambiano i regimi statici presenti nelle paratie perimetrali.

Figura 5

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Metodologie costruttive
Dopo l’esame dell’iter progettuale si vogliono richiamare sinteticamente le metodologie
costruttive che meglio si adattano per realizzare volumetrie interrate nel sottosuolo di Milano.

Sostanzialmente si possono individuare due metodologie: si può procedere con uno scavo a
cielo aperto (anche detto “bottom-up”), oppure con uno scavo di tipo cieco (anche detto “top-
down”), quest’ultimo ormai usuale nella costruzione di gallerie metropolitane.
Lo scavo a cielo aperto, a tuttoggi più
usato, è cantieristicamente più pratico
permettendo il facile smarino del terreno
scavato ed il successivo uso di una gru per
le movimentazioni dei materiali necessari
alla successiva costruzione dell’edificio;
l’unico inconveniente di tale metodo è la
necessità di dover usualmente immettere
dei tiranti, se pure provvisori, nel sottosuolo
delle proprietà confinanti, causa spesso di
contenziosi legali.
q. f. d.
Costruttivamente (fig. 6) si parte dalle
paratie che possono essere costituite da
diaframmi in calcestruzzo armato o da
micropali in acciaio, le cosiddette Figura 6
“berlinesi”, o da pali trivellati o da colonne
jet-grouting [A].

Seguono poi le diverse fasi di scavo, accompagnate dall’esecuzione dei previsti livelli di tiranti
provvisori fino al fondo scavo [B].

Nel caso di previsione di un tampone di fondo, delimitato dal perimetro delle paratie, questo può
essere eseguito da quota di scavo posta poco sopra il livello della falda di cantiere [C]; con
acqua ferma senza pompaggi si eseguono le necessarie perforazioni attraverso le quali si
immettono le miscele consolidanti secondo due possibili metodologie: con iniezioni cementizie a
bassa pressione (10-15 bar), o con iniezioni jet-grouting ad alte pressioni (dell’ordine dei 400
bar), queste ultime in grado di formare un sistema colonnare interconnesso, certamente più
costoso, ma in grado di limitare considerevolmente le residue filtrazioni di acqua.

Nel caso di limitati battenti di falda questa può essere depressa con pozzi di aggottamento e la
previsione di un materasso drenante a fondo scavo, delle vasche di raccolta per il successivo
sollevamento dell’acqua fino al livello fognatura.

La costruzione dell’edificio inizierà quindi dal basso verso l’alto [D]; solo nel caso di forti battenti
della falda di progetto potrà risultare necessario, come già detto, eseguire tiranti di ancoraggio
permanente della platea al tampone di fondo [E].

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Nello scavo di tipo cieco (fig. 7-8) vi è sempre da costruire preliminarmente la perimetrazione
di paratie per sostenere successivamente la spinta del terrapieno [A], ma in più possono essere
parallelamente eseguite le pilastrature interne con la loro fondazione prima di iniziare lo scavo
stesso [B]; allo scopo si eseguono dei pali in fango bentonitico, con immissione di calcestruzzo
nella parte sottostante la quota del futuro fondo scavo ed inserendo in questa parte la colonna
di acciaio (messa possibilmente a
piombo) che costituirà il futuro
D pilastro.

La restante parte del palo viene


q. p. c.
C poi riempita con materiale sciolto
per poter procedere facilmente al
A successivo scavo, garantendo la
verticalità della colonna.
B D 1a q. f. s.
Si tratta quindi di partire dal piano
di campagna con la formazione
del primo solaio [C] che sarà
gettato su foglio di polietilene
q. f. a. q. f. s. disposto su terreno rullato e
sostenuto dai pilastri
precedentemente eseguiti;
ovviamente questo solaio svolgerà
la funzione di contrasto delle
spinte che nel metodo precedente
Figura 7 svolgevano i tiranti del primo
livello.

A maturazione avvenuta si procede con ruspa allo scavo dell’interpiano sottostante terreno
attraverso apposita apertura lasciata nel solaio [D]; ripetendo le stesse fasi si procede alla
costruzione dei successivi solai alternando i relativi scavi fino a raggiungere il fondo scavo dove
si realizzerà la platea di fondazione definitiva previa posa dell’impermeabilizzazione [F].

In generale questo metodo è


più costoso in quanto appare
evidente il maggiore onere
cantieristico di dover eseguire
uno scavo al coperto, con q. p. c.
difficoltà di manovra della
ruspa e di smarino del terreno.
E
A questo si aggiunga il dover q. f. p.
sostenere provvisoriamente,
con sistemi di appensione
appositi, la controparete q. f. a.
perimetrale in fase di F
costruzione [E]. Il vantaggio del
metodo tuttavia sta nel fatto q. f. s.
che può consentire di
procedere subito con la
costruzione in elevazione [D]
mentre si esegue la volumetria
interrata, permettendo altresì Figura 8
un risparmio conseguente alla
non esecuzione dei tiranti di ancoraggio paratie, con assenza di rischi per contenziosi legali.

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Quest’ultimo rischio non si presenta solo per gli aspetti giuridici legati all’interferenza con il
sottosuolo altrui, ma anche per i dissesti che spesso si verificano sugli edifici in fregio a causa
di paratie troppo deformabili, quando a seguito degli scavi la decompressione del terreno
induce cedimenti fondazionali differenziali e conseguenti quadri fessurativi; i proprietari a
confine si allarmano, si accorgono tra le altre cose dei tiranti immessi nel terreno, spesso
clandestinamente, ed allora scattano i ricorsi presso i tribunali che possono causare
sospensioni dei lavori con danni economici per la Committenza.
Sulla questione giuridica dell’immissione di tiranti nel sottosuolo altrui c’è stata di recente
un’Ordinanza del Tribunale di Milano in data 14/09/1999 che ha fatto un po’ di chiarezza sulla
materia e che ha detto sostanzialmente che le paratie con tiranti sono una tecnica costruttiva
ottimale ed idonea per l’esecuzione di scavi profondi.

È stata dichiarata la sostanziale ininfluenza statica dei tiranti sulle fondazioni a confine, mentre
in realtà la precompressione dei tiranti muta il regime geostatico iniziale del terreno
fondazionale.

È stata dichiarata la temporaneità della funzione statica dei tiranti, che dopo i due anni di durata
presumibile di un cantiere tendono a scaricarsi e comunque nel tempo potrebbero essere
soggetti a corrosione con conseguente disattivazione progressiva della loro funzione.

Conseguentemente a ciò è stata dichiarata la non necessità di rimozione dei tiranti o del taglio
degli stessi. Infatti, spesso, i confinanti chiedono che venga ripristinato lo stato pregresso con
rimozione forzata dei tiranti stessi; operazione questa che creerebbe ulteriori disturbi.

Il confinante potrà in futuro scavare il proprio sottosuolo e solo allora patirà il costo per la
rimozione di tali tiranti; d’altro canto però negli aspetti economici la sentenza evidenzia i
vantaggi che il confinante avrà nel non dover sostenere la spinta delle terre già
precedentemente scavate dal vicino, ritrovandosi peraltro una paratia a confine già costruita.
In merito al problema degli aggottamenti si riporta a titolo informativo quanto si sta
progettando con i colleghi di Fondamenta S.p.A. per un nuovo edificio ad ampliamento
dell’Istituto Europeo di Oncologia.
Trovandoci in
zona a sud-est
della città, con
una falda a circa 5
m ed uno scavo
posto a livello
inferiore, si sta
valutando una
soluzione con rete
di pozzi per
aggottare l’acqua
in fase costruttiva;
ovviamente va
considerata la
possibilità che la
falda di progetto
possa arrivare in
questa zona quasi
a livello del piano
di campagna,
Figura 9 senza causare
disfunzioni ad un
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edificio così importante per la
comunità.

Si è dimensionata una rete di


pozzi su maglia di circa 40-45 m,
che potrebbero essere mantenuti
in esercizio con dei tubi fino in
sommità alle intercapedini (fig. 9)
per una futura attivazione nel
caso in cui il peso della struttura
non fosse più idoneo ad
equilibrare la spinta idrostatica.

Lo schema costruttivo del pozzo


(fig. 10) prevede uno scavo con
un diametro di circa 2 m al centro
del quale viene poi posizionato
un tubo (diam. 600 mm)
finestrato nella parte inferiore,
con riempimento all’intorno di
ghiaia drenante.

Figura 10

Una problematica molto attuale in Milano è anche quella del recupero di volumetrie interrate
attualmente allagate causa la risalita dell’aves in assenza di originari presidi tecnici di
impermeabilizzazione.

Una metodologia d’intervento proponibile è quella schematizzata nella figura 11.

q. p. c. In generale è sempre
presente una paratia
perimetrale con
fondazioni isolate; in tal
q. f. p. caso risulta conveniente
eseguire un tampone di
fondo [A] atto a ridurre la
B D filtrazione dell’acqua
q. f. a. risalente all’interno del
F perimetro di paratie,
C consentendo ciò di
q. f. d. prosciugare la volumetria
e permettere di eseguire
le necessarie sigillature
A E tra i pannelli di paratia
posti sotto la q.f.a. [B].
Figura 11
Successivamente si può
procedere ad eseguire le
strutture di impermeabilizzazione definitiva di fondo e laterale quali una platea continua [C] e
controparti perimetrali [D], previa disposizione delle necessarie barriere impermeabili.

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Nel caso di battenti di progetto molto elevati può risultare conveniente ancorare la platea al
tampone di fondo [E] e le controparti ai pannelli di paratie, mediante armature che possono
attraversare in sicurezza di tenuta la barriera impermeabilizzante.

In alternativa a quest’ultima possibilità può risultare conveniente prevedere, dopo un’attenta


analisi costi benefici a lungo termine, una rete di pozzi di captazione dell’acqua di infiltrazione
dal tampone di fondo [F] con convogliamento di questa in apposite vasche per il suo
sollevamento e smaltimento in fognatura.

Naturalmente in quest’ultimo caso dovrà essere posta particolare attenzione al progetto del
tampone di fondo affinché la filtrazione residua ed il relativo aggottamento permanente in
esercizio non siano causa di alterazioni (prelievo del fino) dei parametri geotecnici dei terreni
adiacenti.

Esempio di progetto di recupero


Un esempio di progetto di recupero di edificio con volumetrie allagate dalla falda è quello
redatto per l’autosilo di piazza Borromeo in Milano, progettato negli anni ‘70 dalla società in cui
opero, quando la falda era a -40 m di soggiacenza, e pertanto senza impermeabilizzazioni, pur
avendo il piano di calpestio più profondo a –26 m; attualmente esso è allagato per circa 3 piani
e mezzo, con falda a circa –16 m.

Si riporta lo
schema sezionale
degli interventi
progettati (fig. 12),
con il tampone di
fondo eseguito ad
acqua ferma
perforando le
solette sommerse,
che costituisce
anche il
“materasso” di
zavorra di peso
sufficiente ad
equilibrare in
sicurezza la spinta
idrostatica; ad Figura 12
esso sono poi
ancorate le fondazioni esistenti e le nuove chiusure fondazionali a tenuta, per la formazione
successiva della struttura scatolare impermeabile.

Un’alternativa alla soluzione impermeabile qui prospettata può essere quella di evitare i tiranti di
ancoraggio e le relative fondazioni a tenuta, utilizzando invece il tampone di fondo come
elemento di abbattimento della filtrazione e prevedendo invece una rete di pozzi e di drenaggi
dell’acqua di residua filtrazione, da convogliare in apposita vasca per il successivo
sollevamento con pompe e smaltimento in fognatura.

In ogni caso si dovranno opportunamente impermeabilizzare i giunti tra i diaframmi di paratia da


riverificare nella nuova situazione di spinta idrostatica.

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Realizzazione di un nuovo parcheggio e recupero di uno esistente:


esperienze progettuali e risultati.
Ing. Calogero Alongi – Libero Professionista (Milano)

Premessa
In un’ottica di esemplificazione delle casistiche progettuali più frequenti come parcheggi interrati
a Milano, si presenta la progettazione e realizzazione dell’impermeabilizzazione di due
parcheggi interrati. Il primo è stato eseguito in un nuovo edificio sito in V.le Beatrice D’Este a
Milano a ridosso delle mura spagnole, mentre il secondo è stato eseguito su un edificio
preesistente sito nella zona sud di Milano.

Realizzazione di un nuovo parcheggio inerrato.


Il primo intervento è stato progettato nel 1998 ed è relativo ad un fabbricato residenziale
formato da 10 piani fuori terra che insistono sul 15-20% circa dell'area del lotto, e di 3 piani
interrati adibiti ad autorimessa che insistono sulla quasi totalità dell'area.

In quella zona della città, al momento della progettazione, la profondità di falda è stata misurata
a –10.70 m dal piano di campagna. Poiché la quota di estradosso delle fondazioni è posta a –
9.47 da quel piano, si è reso necessario provvedere all’impermeabilizzazione dei piani bassi per
prevenire gli effetti di una eventuale ulteriore risalta della falda.
Fatte alcune riflessioni sull'andamento della falda negli ultimi anni, è stato previsto un ulteriore
innalzamento del livello di 3-4 m. Di conseguenza si è reso necessario impermeabilizzare tutto il
terzo piano interrato.
Probabilmente la scelta è cautelativa, tuttavia, in assenza di riferimenti normativi sulla quota
della falda di progetto, la prudenza è d’obbligo, se si pensa ai danni economici provocati
dall’innalzamento della falda in locali non impermeabilizzati.

Per proteggere i piani interrati dall’acqua di falda occorre realizzare una vasca impermeabile. La
superficie inferiore della vasca è costituita dalla fondazione che non può che essere a platea,
mentre le pareti laterali della vasca sono costituiti da muri in c.a. da realizzare a contatto con le
paratie.
Il sistema di impermeabilizzazione da utilizzare deve avere tre caratteristiche: deve poter
essere applicato su superfici non perfettamente lisce; deve essere applicabile facilmente e
rapidamente; deve essere riparabile in caso di rotture accidentali durante le fasi di posa.
All'epoca della progettazione il sistema che soddisfaceva i tre requisiti prima enunciati con il
migliore rapporto costo-benefici era il pannello di cartone kraft biodegradabile con bentonite di
sodio. In particolare è stato usato il sistema basato sui Volclay Panels Type 1 della Volteco.
Il funzionamento di questi manufatti è basato sulla espansione della bentonite di sodio naturale
a contatto con l’acqua percolante o di falda.
Il contenitore in cartone kraft, a contatto con l’acqua, si degrada e la bentonite, inumidita, si
espande formando uno strato impermeabile adeso alla struttura.
Per evitarne la dispersione nell’ambiente la bentonite deve essere confinata. Nel nostro caso il
confinamento dei pannelli orizzontali avviene tra il magrone e la platea, mentre il confinamento
di quelli verticali avviene tra la paratia – opportunamente regolarizzata - e le pareti di
controspinta in c.a..
Strutturalmente la platea è stata pensata come una soletta piena all’interno della quale sono
state disposte le armature di una serie di travi di una o più campate, i cui appoggi sono dati dai
pilastri e dai muri interni e di perimetro. Uno schema statico simile è stato utilizzato per la
platea.

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La fig. 1 mostra la pianta della fondazione.

Vista l’altezza della falda, lo spessore della platea è stato inizialmente limitato a 40 cm per
evitare che potesse essere necessario procedere all’aggottamento dell’acqua della falda
stessa. Questa eventualità preoccupava particolarmente, considerato che limitrofi all’area vi
sono due edifici recenti di 10 e 12 piani ed un edificio in muratura dell’inizio ‘900 di 4 piani.
La pressione idrostatica è applicata a livello dell’impermeabilizzazione bentonitica, agente dal
basso verso l’alto, ed è data dal dislivello tra l’intradosso della platea, punto nel quale è posto il
sistema impermeabile, ed il livello della falda di progetto. Con le quote in gioco il massimo
battente d’acqua previsto era di 3.23 m, quindi la pressione idrostatica di progetto era di 3230
Kg/mq.
Questa forza, applicata alla platea di fondazione, è in parte contrastata dal peso di tutti gli
elementi piani che si realizzano al di sopra della guaina. Nel nostro caso il peso della platea e
quello della pavimentazione industriale ottenuta con un getto di circa 8 cm di calcestruzzo con
spolvero di quarzo. In favore di sicurezza non si è tenuto conto dei sovraccarichi accidentali
(box tutti vuoti).
Poiché le travi individuate all’interno della platea hanno anche la funzione di travi rovesce
caricate dal terreno (si è assunto un modello di terreno alla Winkler), il carico a cui sono state
assoggettate è risultato talvolta eccessivo per uno spessore di 40 cm. Di conseguenza è stato
necessario ribassarle per garantirne la resistenza. Si è quindi realizzata una platea nervata.
Oltre alla verifica della resistenza, è stato verificato l’equilibrio complessivo della platea alla
traslazione verticale, nella quale la forza agente è la pressione isostatica e quelle equilibranti
sono i carichi alla base dei pilastri e dei muri che nascono dalla platea. Anche in questo caso
non vanno considerati i sovraccarichi accidentali (edificio vuoto).
L’equilibrio è generalmente verificato nelle zone all’interno della proiezione dell’edificio, mentre
potrebbe non essere verificato nelle zone all’esterno di questa proiezione. Nel nostro caso si è
rivelata “zona debole” un angolo in prossimità della rampa di accesso ai box.

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Per ovviare al problema si hanno le seguenti alternative. Se la verifica non torna sul perimetro si
possono applicare connettori tra la struttura e la paratia, oppure si può aumentare il peso della
platea incrementandone lo spessore, oppure si può proseguire con i muri in c.a. per uno o due
piani per aumentarne il carico alla base. Se la verifica non torna in uno dei pilastri interni non
resta che aumentare lo spessore della platea, ove non si voglia ricorrere a tirantature della
platea stessa. Nel caso in esame la scelta assunta è stata quella di aumentare lo spessore
della platea e di innalzare i muri perimetrali di un piano.

La fig. 2 mostra l’area di cantiere durante la posa dell’impermeabilizzazione bentonitica.

Sono visibili il magrone di fondazione, il pannello bentonitico ed una ulteriore cappetta posta a
protezione dell’impermeabilizzazione, la nervatura delle travi e – in alto a sinistra – la zona nella
quale è stato aumentato lo spessore della platea per garantire l’equilibrio alla traslazione
verticale. Da notare come gli scavi verticali delle travi hanno una sezione trapezoidale. Ciò si è
reso necessario in quanto non sarebbe stato possibile realizzare una cappetta di spessore
medio 5 cm contro pareti di scavo verticali.

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La fig. 3 mostra la fase di getto della platea.

Nel caso in esame si è riuscito ad eseguire il getto in unica soluzione. Ove ciò non fosse
possibile, si devono posare dei water stop in corrispondenza delle riprese di getto in quanto,
queste ultime, sono punti particolari del sistema impermeabile.

La fig. 4 mostra un particolare della fossa di raccolta delle acque meteoriche.

Si noti che per ottenere pareti verticali si è dovuto realizzare preliminarmente una struttura in
sostituzione del magrone. Si notino anche i water stop applicati a tutte le riprese di getto.

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La fig. 5 mostra la sezione di un muro perimetrale di controspinta.
A questi muri è applicato lateralmente il classico diagramma trapezoidale della spinta
idrostatica. Si notino i water stop previsti per ogni ripresa di getto.

Un momento della realizzazione dei muri e raffigurato nella fig.6

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Recupero di parcheggio interrato esistente
Il secondo intervento che si presenta riguarda l’impermeabilizzazione del terzo piano interrato di
un edificio esistente, allagato e non più utilizzabile a causa dell’innalzamento della falda.

L’edificio era stato ultimato nel 1993, mentre il problema si è presentato nell’autunno del 1994.
Il fabbricato si compone di 8 piani fuori terra, che occupano circa il 40% dell'area del lotto, e di
tre piani interrati adibiti a box, che occupano circa il 60% della stessa area.

L’intervento, comunemente chiamato di rifodera, è stato agevolato dalla presenza di uno


spessore di circa 80 cm al di sopra dei box del terzo piano interrato, utilizzato originariamente
per l’areazione del corsello. Questo spazio ha permesso la realizzazione di una platea in c.a.
avente la funzione di contenere la spinta idrostatica della falda. Per areare il corsello sono state
applicate griglie alle basculati, talchè l’areazione adesso avviene attraverso i box.

Nel 1994 la falda è stata misurata nell’area dell’edificio a quota di circa –10,45 m dal piano
stradale e, nel periodo immediatamente successivo alla realizzazione dell’intervento, è risalita
ancora di diversi decimetri. La falda di progetto è stata fissata a quota –7.45, che è equivalso a
proteggere tutto il terzo piano interrato dalla risalita della falda. D’altra parte in questo caso non
si sarebbe potuto fare di più, considerato che per garantire l’impermeabilità ad una quota
superiore si sarebbe dovuto impermeabilizzare lo spessore del solaio verso il terreno. Per
realizzare quest’opera si sarebbe dovuto tagliare tutto il perimetro del solaio al fine di inserire
l’impermeabilizzazione bentonitica, operazione, questa, praticamente impossibile.

Anche per questo intervento l’impermeabilizzazione è stata ottenuta con una


impermeabilizzazione formata da pannelli di bentonitici Volclay Panels Type1 della Volteco.
L’impermeabilizzazione è stata posata direttamente sul pavimento presistente, previo
aggottamento dell’acqua di falda e regolarizzazione del piano.

Con le quote in gioco la pressione di progetto applicata alla guaina è stata di 3300 Kg/mq.
Questa pressione è stata l’unica forza gravante sulla platea in quanto i carichi verticali della
struttura sono trasmessi al terreno dalla fondazione posta al di sotto del piano pavimento.
Questa circostanza, assieme all’elevato spessore della platea, ha permesso di realizzare le
travi che forniscono appoggio alla platea nello spessore del solaio.
Lo schema statico utilizzato è del tutto simile a quello dell’altro intervento prima descritto. In
questo caso, però, i vincoli delle travi e della platea sono stati ottenuti mediante connettori in
acciaio. I punti d’appoggio sono stati ancora una volta i pilastri, i muri in c.a. e la paratia.

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Nella fig. 7 è rappresentata la pianta della nuova platea.

Sono evidenti le travi armate nel suo spessore, le pareti di divisione dei box le quali -
ovviamente – sono state demolite e poi ricostruite e i giunti strutturali. Per questo intervento i
giunti sono stati indispensabili, attesa l’impossibilità di organizzare il cantiere per gettare tutta la
platea in unica soluzione (si ricorda che il cantiere era posto al terzo piano interrato di un
edificio già abitato).

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Nella fig. 8 è riportata una sezione verticale nella quale è visibile l’impermeabilizzazione -
orizzontale e verticale – il magrone di protezione, la platea e i muri. Si noti la presenza del water
stop nella ripresa di getto.

La fig. 9 raffigura i particolari dell’accostamento platea-pilastri e del giunto.

Il primo particolare (pilastro-muro) mostra come in corrispondenza di questi elementi strutturali


ci si è dovuti limitare al trattamento parziale del calcestruzzo. D’altra parte per
impermeabilizzare i pilastri si sarebbero dovuti realizzare i muri di controspinta il cui ingombro
avrebbe reso inutilizzabili i box. Si noti inoltre come l’impermeabilizzazione è stata fermata a
circa 10 cm dall’estradosso della platea e come, dalla fine della guaina fino a circa 10 cm al di
sopra del pavimento, sia stata applicata una boiacca impermeabile, in particolare il Plastivo
della Volteco.

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La fig. 10 mostra i particolari delle due tipologie di connettori utilizzati: quelli in foro cieco,
applicati alla paratia, e quelli passanti, applicati a muri interni e pilastri.

La fig. 11 raffigura l’interno del terzo interrato all’inizio dei lavori. Un corto circuito avvenuto nelle
ore notturne aveva fermato le idrovore utilizzate per l’aggottamento: in poche ore l’acqua della
falda aveva sommerso per circa 20 cm il pavimento.

La fig. 12 mostra la botola della vasca di accumulo dell’acqua. Questa struttura, unitamente ai
pozzetti di raccolta e alle pompe di sollevamento dell’impianto fognario, hanno permesso di
aggottare l’acqua di falda in maniera artigianale. Per aumentare il quantitativo d’acqua raccolta
sono stati praticati fori nei pozzetti.
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La fig. 13 evidenzia i pannelli posati a pavimento prima del getto della cappetta di protezione.

Nella fig. 14 è visibile un dettaglio della preparazione dei pilastri. In essa sono evidenti oltre al
pannello bentonitico verticale: il water stop; i chiodi di fissaggio dei pannelli ed i connettori,
entrambi sigillati con un water stop; la boiacca impermeabile.

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Nella fig. 15 sono evidenti l’armatura della platea, le chiamate per i ferri d’armatura del muro
della parete di fondo da gettare in altra fase, una tubazione dell’impianto di scarico e il Water
stop applicato nello spessore della platea.
Si fa presente che l’interruzione di getto evidenziata dalla figura è una normale ripresa di getto
non prevista in fase di progetto e non quella di un giunto di dilatazione. Essa, come altre, sono
state decise in fase esecutiva per le difficoltà incontrate nell’organizzazione del cantiere.

La fig. 16 mostra il Water stop applicato nella ripresa di getto tra platea e muro di controspinta,
mentre la fig. 17 mostra un muro gettato fino a circa 15 cm dall’intradosso del solaio.

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Il completamento del muro fino all’intradosso del solaio è stato eseguito successivamente con
malta espansiva.

La fig. 18 rappresenta la fase di armatura della rampa dopo la posa della guaina.

In questo caso i pannelli non sono stati protetti dalla cappetta in quanto a questa quota l’acqua
di falda non avrebbe potuto danneggiarli. Si notano i connettori in foro cieco che bucano i
pannelli e il Water stop applicato per garantire la tenuta in corrispondenza del foro.

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Nella fig. 19 si mostra la rampa dopo il getto della platea e del muro di controspinta.

Si presentano ora una serie di situazioni per le quali si è dovuto ricorrere a soluzioni particolari.

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La fig. 20 mostra il vano ascensore all’interno del quale non era possibile realizzare il muro di
controspinta in quanto il loro ingombro sarebbe stato incompatibile con la posa dell’impianto di
sollevamento. Per risolvere il problema si è ricorso a pannelli d’acciaio, connessi alla parete, di
spessore sufficientemente contenuto, ma calcolati sulla base dei carichi idraulici di progetto.

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La fig. 21 rappresenta la vasca di raccolta delle acque meteoriche in acciaio zincato a caldo,
utilizzata in sostituzione di quella esistente in c.a.. Questa scelta si è resa necessaria per
evitare di dovere abbassare la quota della falda di circa 1.80 m per permettere la posa dei
pannelli bentonitici.

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La fig. 22 mostra l’impermeabilizzazione di una parete del vano scala aderente alla paratia.

Poiché non c’era a disposizione lo spazio necessario per realizzare il muro di controspinta, è
stata realizzata una paretina di 5 cm di spessore con malte fibrorinforzate impermeabili, armata
e collegata diffusamente con connettori ad “L” alla paratia.

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In fine si propone la fig. 23 nella quale si raffigura il terzo piano interrato al termine
dell’intervento che ha permesso di utilizzarlo nuovamente per l’uso a cui destinato,
raggiungendo in pieno l’obiettivo postoci dalla committenza.

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Approccio metodologico e soluzioni pratiche per


la protezione degli ambiti interrati.
Ing. Fabrizio Brambilla – Direttore Tecnico Volteco S.p.A.

Premessa
L’approccio alla problematica della difesa dalle acque di falda che si andrà a sviluppare di
seguito è di tipo idrostatico a seguito di una serie di considerazioni che è opportuno esplicitare
per di meglio comprendere il dettaglio seguente.
Anticipando alcuni elementi noti che rivedremo opportunamente inquadrati in un approccio
organico si evidenzia come la realizzazione di un edificio interrato non possa prescindere dalla
conoscenza del terreno e dei flussi di acqua in esso presenti.
Quanto sopra è basilare nella realizzazione del cantiere così come per la vita stessa dell’opera.
Focalizzando il tema dell’acqua si vuole sottolineare l’aspetto di isolamento degli ambiti interrati
sia in funzione di evitarne allagamenti o ristagni di umidità che di preservare la struttura
altrimenti esposta al degrado innescato dalle infiltrazioni.
Isolare completamente l’edificio significa anche preservarlo nel tempo sia in funzione
dell’assenza di sbalzi termici (che contraddistinguono invece la parte in elevazione) che per la
possibilità di presenza di sostanze anche fortemente aggressive nell’acqua di infiltrazione. Si
ricorda inoltre come l’acqua sia il miglior solvente in natura ed alla base dei molti processi
degenerativi del cemento armato anche nella sua forma pura.
Un approccio di tipo massivo, tendente cioè ad abbattere la porosità dei getti sfruttando additivi
riducenti il rapporto acqua/cemento con il mantenimento della fluidità, gioca sulla pelle della
struttura per una profondità anche sostanziale. In questo approccio permangono poi zone
specifiche da presidiare ad hoc : giunti di costruzione e di lavoro. I normali assestamenti
strutturali producono poi una terza categoria di giunti, normalmente non considerata, che
possiamo chiamare giunti di assestamento che si sviluppano seguendo le zone di
indebolimento dei getti (rastremazioni, cavedi, bocche di lupo…) e risultano praticamente
imprevedibili a meno di poterne innescare volutamente il fenomeno generativo (vedere in
seguito).
Un’altra tipologia operativa volta all’allontanamento delle acque è il drenaggio abbinato
all’aggottamento per sollevarle oltre il livello dell’interrato e sversarle in canali o fogne. Tale
metodologia, peraltro basilare nel transitorio del cantiere, viene spesso identificata anch’essa in
modo errato come metodo di impermeabilizzazione.
Il continuo emungimento di una falda acquifera comporta, come tutti sappiamo, un
abbassamento della superficie piezometrica secondo curve di livello dipendenti dalla tipologia di
terreno (argilloso, sabbioso…) e dal metodo di emungimento (pozzi, well-point…).
L’abbassamento puntuale della falda crea depressioni all’interno del terreno con assestamenti
anche sostanziali sia sui terreni limitrofi che alle costruzioni ivi realizzate. Il fenomeno è da
iscriversi al trasporto di particelle fini (sabbie e limi) presenti nei terreni misti e specialmente in
quelli drenanti.
I fenomeni descritti possono avvenire in tempi molto lunghi (5-10 anni) ma possono manifestarsi
anche dopo solo due o tre anni in dipendenza delle portate emunte e della differenza di quota
imposta alla falda.
Quanto sopra descritto si è verificato in modo pesante anche a Milano in alcuni edifici che
avevano risposto ai problemi di falda con l’approccio “drenaggi e pompe”. In alcuni contesti
particolari possono poi innescarsi fenomeni anche ad ampio raggio come alcune vertenze
giudiziarie di quest’anno hanno evidenziato in concomitanza di paleo-alvi fluviali sottesi da
centri abitati di ampie dimensioni.
Metodi di regimentazione delle falde basati su sistemi di emungimento possono quindi
identificarsi come possibili e non deleteri a tempo indeterminato solo per sistemi gestiti da
organi competenti che li attuino su ampie superfici e sotto un continuo controllo da parte di
esperti. Tali sistemi infatti hanno anche un’azione di emungimento impostata a quote molto

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profonde con minori possibilità di trasporto di particelle anche in funzione del
sovraconsolidamento proprio dei terreni a quei livelli.
Non ultimo poi il problema di sversare la portata emunta in sistemi fognari che debbono essere
predisposti a tale funzione ma che sono di fatto progettati per i carichi idraulici di civili abitazioni,
industrie e eventi meteorici. Se aggiungiamo la presenza di depuratori il problema si complica a
causa del danneggiamento del sistema a causa della forte diluizione delle acque da trattare che
comportano un aumento significativo dei costi di trattamento.
La soluzione di sversare in canali irrigui l’acqua di falda comporta l’abbattimento delle
temperature nei microclimi di canali, torrenti e fiumi con grossi impatti dal punto di vista
ecologico.
In generale si vuole inoltre sottolineare come l’approccio dinamico ai problemi di falda comporti
anche un notevole esborso da parte della committenza per tutta la vita utile del fabbricato. Tale
esborso risulta tangibile sotto forma di consumo energetico ma comprende anche la spesa di
manutenzione e l’ammortamento degli impianti al fine ultimo di rimpiazzarli.

Approccio alla progettazione e scelte tecnologiche


Al fine di creare ambiti interrati devono essere considerati vari elementi concorrenti al buon
esito dell’opera, tra cui i principali sono:
1. la tipologia dell’edificio richiesto dalla committenza;
2. la tipologia e conformazione del terreno;
3. la presenza di acqua sotterranea analizzata per comportamento;
4. la necessità di opere provvisionali;
5. la scelta strutturale idonea all’ambito operativo;
6. le esigenze costruttive di cantiere in riferimento agli scavi ed all’emungimento.
Quanto sopra è stato elencato secondo un ordine logico di analisi-soluzione in quanto i vari
elementi si influenzano pesantemente l’un l’altro.

La tipologia richiesta dalla committenza è sostanzialmente il punto di inizio da cui il tecnico


sviluppa uno studio di fattibilità che deve considerare anche la posizione disponibile per la
realizzazione dell’immobile sia per le possibilità costruttive in pianta ed elevazione che per
quanto realizzabile sottoquota.
In questa fase si devono considerare anche il contesto normativo e le precedenti realizzazioni in
zona al fine di valutare le possibilità di azione sia fuoriquota piano campagna che in interrato.
Normalmente la decisione di realizzare interrati risiede anche nella maggior libertà normativa
per la realizzazione di cubature tecniche e di servizio, che peraltro sono anche giustamente
rese obbligatorie in ambienti fortemente urbanizzati (es.: parcheggi).
Si comprende quindi come i maggiori costi diretti delle opere interrate trovino giustificazione
economica e sociale alla luce di quanto sopra.
Nella fase progettuale iniziale si devono anche considerare i livelli qualitativi attesi dalla
committenza per gli ambiti interrati richiesti. Ben diverso è realizzare un caveau bancario o un
cavedio contenente apparecchiature elettroniche piuttosto che un parcheggio interrato. Nei
primi casi non solo si deve fornire certezza dell’assenza di acqua ma si deve provvedere anche
alla climatizzazione degli ambienti con conseguente controllo anche sull’umidità atmosferica.

La tipologia e conformazione del terreno deve essere analizzata sia per i meglio noti aspetti di
portanza e morfologia sia per la sua reale conformazione dal punto di vista geotecnico e
idrogeologico. Le normali relazioni geologiche, richieste giustamente in fase preventiva dal
progettista, dovrebbero fornire idonee informazioni non solo per gli aspetti di conformazione del
terreno in quel momento (con un reticolo di prove idonee a mapparlo per l’estensione richiesta)
ma dovrebbero anche essere predisposte al fine di conoscere l’andamento dei livelli di acqua
nel terreno in momenti differenti dell’anno.
Spesso le esigenze contingenti non rendono possibile un’analisi protratta nel tempo sia per
fattori economici che per oggettive o soggettive esigenze di tempistica di cantiere (urgenze
fittizie o reali). Fatta salva l’opportunità di reperire le informazioni utili facendo riferimento ad enti
come gli acquedotti e gli enti irrigui ovunque siano disponibili si suggerisce anche l’opportunità
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di lasciare piezometri spia in zone strategiche del cantiere, ovvero dove si siano riscontrati punti
di massimo livello di falda in concomitanza ad aree che non intralcino i lavori.
Quanto sopra riuscirà almeno a prevenire allagamenti del cantiere per innalzamento delle falde
periodiche nei casi più comuni (irrigazioni stagionali) senza garanzie qualora tali fenomeni siano
repentini, ad esempio in presenza di terreni pedemontani fortemente drenanti e sensibili agli
eventi meteorici.

La presenza di acqua sotterranea analizzata per comportamento è quanto mai opportuna al fine
di approcciare correttamente esigenze differenziate come la presenza di acqua in pressione
(falda), umidità diffusa (frangia capillare) o percolazioni meteoriche (infiltrazioni).
In caso di umidità diffusa si potrà procedere con pochi accorgimenti di carattere canonico
mentre negli altri due casi dovranno studiarsi a fondo le implicazioni sia in termini di
impermeabilizzazione che per le pressioni in gioco.
Può infatti risultare ovvio parlare di pressioni da contrastare con la struttura in presenza di
acqua di falda ma si dovrà anche valutare la presenza e persistenza di acque meteoriche in
funzione della tipologia di terreno.
Un terreno poco permeabile in cui si è realizzato uno scavo riempito poi con materiale più
drenante o con lo stesso terreno con minor compattezza (rispetto al consolidamento storico
precedente) può configurarsi come un bacino di raccolta per acque meteoriche che vi possono
permanere per molti giorni con una quota piezometrica anche importante.
Un altro esempio è quello di terreni pedemontani o situati in avvallamenti dove si possano
configurare invasi di acque sotterranee causate da eventi meteorici diffusi ma che trovano in
quella zona un bacino di raccolta ideale. Questi fenomeni sono spesso di dimensioni notevoli in
concomitanza di falde artesiane o di sistemi drenanti disposti a sella (morfologicamente
parlando).
Le considerazioni minime che devono scaturire da queste analisi sono il livello massimo di falda
raggiungibile durante la vita utile del fabbricato e la conseguente spinta idrostatica che si
genera, con i relativi parametri di sicurezza ai fini del calcolo statico.

La necessità di opere provvisionali deve essere attentamente valutata in funzione della


profondità ed estensione degli scavi, della tipologia dei terreni e della presenza di acqua.
La profondità degli scavi gioca la duplice funzione di ingombro in pianta e di stabilità dei pendii
specialmente se limitrofi a sovraccarichi come edifici o strade. Lo scavo a cielo aperto o di
campagna che dir si voglia è naturalmente il più economico ma normalmente risulta
inapplicabile in ambiti urbani ove si cerca di sfruttare al massimo la cubatura disponibile fino ai
confini di proprietà.
Un contenimento di terreni realizzato con paratie metalliche o palancole risulta applicabile in
terreni sabbiosi poveri di trovanti e per profondità normalmente esigue ma può essere un
metodo vincente per lavorazioni in ambiti marini o lungo la battigia.
I metodi più utilizzati per il sostegno delle pareti di scavo sono i diaframmi e le palificate.
Le palificate anche tirantate (spesso denominate “berlinesi” in alcune conformazioni particolari)
sono idonee al confinamento di terreni consistenti o con presenza di grossi trovanti ma
denotano grossi problemi di sgrottamento del terreno specie se in presenza di acque di falda o
percolanti.
I diaframmi contigui sono senz’altro il metodo migliore per il contenimento dei terreni anche in
presenza di falda e, se ben incastrati in terreni poco permeabili o coadiuvati da iniezioni jet-
grouting per la realizzazione di tappi di fondo, individuano un contenitore di sicurezza che
permette il passaggio di portate idriche senz’altro molto inferiori alla norma.
Questo non configura ovviamente un’impermeabilizzazione vera e propria poiché le basse
portate che consentono la realizzazione di un cantiere non sono certo accettabili in un edificio
finito foss’anche un semplice parcheggio interrato.
Nel caso specifico è opportuno specificare che le metodologie costruttive di questi manufatti
non consentono continuità totali tra i singoli pannelli di diaframma e tra questi ed il tappo di
fondo. La spiegazione risiede anche nella geometria dei singoli componenti analizzati nelle tre
dimensioni ove si verifica l’apertura dei giunti tra i diaframmi, il passaggio individuato tra questi
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e le lavorazioni di jet-grouting e la possibilità di infiltrazioni residue anche nella massa del tappo
di fondo in concomitanza di trovanti difficilmente inglobabili dalle boiacche in pressione.
Quanto sopra è ovviamente funzione del tipo di terreno e si evidenzia soprattutto in presenza di
grossi battenti idrici.

La scelta strutturale idonea all’ambito operativo per costruzioni in presenza di falda o di invasi
persistenti di acque meteoriche è la platea abbinata a muri continui.
Mentre può sembrare ovvio il discorso dei muri spesso risulta ostica la comprensione
dell’esigenza di predisporre una struttura di fondazione continua e chiusa, progettata per i
carichi idraulici in gioco. Per dirla in altri termini si deve progettare la chiglia della barca se serve
contrastare la spinta di galleggiamento.
Non sono quindi ammissibili semplici plinti o travi rovesce con pavimenti industriali appoggiati
alle riseghe di fondazione in quanto strutture aperte predisposte ai soli carichi verticali dall’alto
verso il basso.
Nessun sistema impermeabilizzante esistente può prescindere da una struttura idonea ai
carichi in gioco che spesso sono misconosciuti.
Ogni strutturista sa che un solaio che debba portare 250 Kg/mq di sovraccarico deve avere
certe caratteristiche di spessore, resistenza e vincolo (appoggi, incastri…). Può risultare meno
ovvio per chi non è avezzo alla progettazione sottoquota il considerare le sottospinte idrauliche
che sono invece decisamente importanti: 250 Kg/mq corrispondono a 25 cm di falda ovvero ad
una spanna d’acqua.
Quanto sopra è solo per richiamare l’attenzione degli strutturisti su questi aspetti nei quali
spesso non vengono opportunamente coinvolti o ai quali non pervengono le informazioni idonee
all’analisi di tutti i carichi in gioco.
In funzione delle scelte progettuali congruenti con le esigenze della committenza si può
configurare anche la scelta di non considerare impermeabilizzazione e struttura fino a piano
campagna in presenza di falde più profonde. In tal caso giova osservare come una metodologia
di impermeabilizzazione modulare in grado di essere ripresa e completata consentirebbe di
ovviare a variazioni delle condizioni al contorno a patto di predisporre anche le strutture idonee
ad un successivo innalzamento.
Anche in questo caso dovranno essere predisposte ed impermeabilizzate comunque tutte
quelle strutture che vengono addossate alle opere provvisionali (solai e corree) al fine di poterle
integrare successivamente nella vasca continua finale.
Un capitolo a parte dovrebbe essere poi quello dei giunti da sigillarsi in funzione delle tipologie
specifiche: giunti di costruzione da sigillare nella massa dei getti, giunti di lavoro da trattare con
sigillanti che siano in grado di seguirne i movimenti di progetto e i giunti di assestamento da
prevenirsi con appositi preformatori autosigillanti.
I giunti di costruzione sono sostanzialmente tutte le riprese di getto, anche le classiche fresco-
su-fresco che spesso vengono realizzate in cantiere e che, seppur non configurino grossi
problemi strutturali, possono essere deleterie per i sistemi impermeabilizzanti in quanto veicolo
di trasmigrazione interna di acqua in pressione.
Per giunti di lavoro si può parlare di assestamenti verticali o rotazioni o ritiro, escludendo
naturalmente la possibilità di allungamento delle strutture per irraggiamento solare trattandosi di
ambiti interrati. In questo senso giova osservare come sia opportuno realizzare giunti chiusi
eventualmente collegati da manicotti o apparecchi idonei a configurare cerniere specifiche.
I giunti di assestamento possono essere trattati solo predisponendoli tramite preformatori di
giunto, dei veri e propri fusibili strutturali, che siano anche in grado di autosigillarli dopo averne
creato un andamento rettilineo ed esteticamente accettabile (vedere documentazione BREAK
101).

Le esigenze costruttive di cantiere in riferimento agli scavi ed all’emungimento sono molteplici in


quanto incidono sulla buona riuscita dell’edificio e sull’economicità delle lavorazioni.
Spesso non sono considerati i costi indiretti di operazioni differenti che si intralciano o non sono
opportunamente integrate.

Il contenuto del presente documento è di proprietà del suo relatore, Ing. Fabrizio Brambilla, che ne autorizza 4
la diffusione solamente in forma integrale e contestualizzato come atto del convegno tenutosi a Milano il 8-10-02 a cura di Volteco:
“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Tra i tanti esempi si può citare l’opportunità di realizzare drenaggi sottoplatea collegati con
sistemi di pozzi o well-point, pompe e tubazioni di scarico restando all’interno dei diaframmi.
Con tale metodologia si riesce ad emungere in modo preciso e puntuale minori quantità di
acqua di falda con scarsissime influenze verso l'esterno del cantiere e, quindi, con assenza dei
fattori di rischio per gli edifici limitrofi, minori portate da sversare, minor consumo energetico e
assenza di rischi collaterali.
Il tutto si riesce ad ottenere predisponendo i drenaggi sotto il magrone e collegandoli alle
pompe attraverso impermeabilizzazione e platea. La forabilità dell’impermeabilizzazione
consente infatti di aggottare acqua per tutta la durata delle operazioni di costruzione del fondo,
mantenendo il tutto in situazione drenata fino al completamento del catino impermeabile ed alla
maturazione delle strutture atte a ricevere il carico idraulico.
I tempi poi potrebbero protrarsi in funzione del raggiungimento dei pesi propri delle strutture
idonei a contrastare la spinta di galleggiamento ovvero fino alla interconnessione di queste con
le opere provvisionali (diaframmi e pali di sottofondazione) al fine di rendere il tutto iperstatico
ed ancorato al terreno.
Quanto sopra risulta fattibile se ben progettato nei dettagli e programmato per tempo nelle fasi
esecutive conseguendo il duplice scopo di risultare pratico ed economico pur ottenendo
lavorazioni di qualità.
E’ scontato che le caratteristiche prestazionali del sistema impermeabilizzante idoneo a
conseguire i risultati di cui sopra sono ben diverse da quelle espresse dai sistemi canonici e che
i dettagli di interconnessione con i sistemi di aggottamento e di fissaggio tra le strutture
debbano essere parte integrante di un sistema di prodotti studiato allo scopo (vedere sistema
VOLGRIP).
Essendo questa parte della progettazione notevolmente complessa in funzione delle variabili in
gioco e delle tecnologie da abbinarsi si rimanda agli esempi di cantieri svolti per chiarire alcuni
di questi concetti.

Cantieristica
Si è scelto di sviluppare esempi esplicativi della trattazione svolta finora lavorando per immagini
tratte dai lavori eseguiti con sistemi Volteco negli ultimi dieci anni a Milano.
Vista l’ampia casistica si è deciso di optare per esempi di parcheggi interrati dove si riesca a
cogliere al meglio la prestazionalità delle soluzioni presentate da Volteco, tralasciando
volutamente gli ambiti interrati minori che peraltro si possono ben avvalere delle stesse
metodologie e gli ambiti di gallerie e metropolitane perché rivolte ad un numero più ristretto di
progettazioni.
In calce alla trattazione sono state richiamate alcune referenze significative, a nostro avviso,
delle prestazioni dei sistemi proposti.
Al fine di ottimizzare la presentazione si indicheranno sistemi e prodotti Volteco con i loro nomi
commerciali rimandando alle relative schede tecniche per ulteriori dettagli.
Tali schede sono richiedibili alla Volteco o direttamente scaricabili dal sito www.volteco.com
insieme ad altri case history di interesse.
Per ulteriori informazioni si possono inviare mail a: volteco@volteco.it

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la diffusione solamente in forma integrale e contestualizzato come atto del convegno tenutosi a Milano il 8-10-02 a cura di Volteco:
“I PARCHEGGI INTERRATI A MILANO: GLI ULTIMI DIECI ANNI DI ESPERIENZA IN FALDA”.
Esempi esplicativi

Nella seguente carrellata di esempi si è cercato di esporre una sequenza di metodi differenti per
l’integrazione di sistemi impermeabilizzanti alle altre tecnologie costruttive proprie degli ambiti
interrati. Così facendo si sono esplicitati cantieri degli ultimi dieci anni con la caratteristica
comune di essere a Milano e interessati dalla falda.

Le problematiche imposte dall’aumento


della falda a Milano hanno spesso
interessato anche ambiti costruttivi esistenti
sia profondi che a livello del primo piano
interrato in funzione della loro disposizione
sul territorio.

L’approccio progettuale in questi casi deve


prescindere dal recupero della protezione
delle strutture portanti in quanto inamovibili.

Rimane sempre la possibilità e necessità di


sottomurare tamponamenti e strutture
accessorie.

In questi casi si parla di rifoderare l’interrato


esistente evitandone l’allagamento con
opportune scelte tecnologiche.

Tagliate le tramezze ed i tamponamenti si


procede con il posizionamento dei pannelli
impermeabili (Volclay Panels Type 1 F)
opportunamente chiodati sulle strutture
orizzontali e verticali.

Durante tali operazioni si provvede anche a


realizzare ferri di ancoraggio per le
controstrutture interne opportunamente
sigillate da cordoli bentonitici e stuccature.

L’utilizzo di un sistema impermeabilizzante


integrato consente di mantenere la
continuità dell’impermeabilizzazione anche
in presenza di strutture passanti (pilastri e
colonne) opportunamente trattate con
cementi impermeabilizzanti a basso
spessore e sigillate con i descritti giunti
bentonitici.

I dettagli studiati in modo sistematico e


congruente sono la carta vincente di tali
lavorazioni.

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Nella grossa cantieristica, dove le superfici
in gioco sono notevoli ed in presenza di
acqua le problematiche di emungimento si
moltiplicano, è opportuno predisporre
sistemi di well-point a moduli da mantenersi
per il tempo necessario alla realizzazione
della struttura di fondo e dei primi muri
perimetrali.

Gli extra-corsa degli ascensori e


montacarichi sono poi le classiche
casistiche da trattarsi con ulteriori
lavorazioni puntuali.

Laddove necessiti evitare la realizzazione di


tiranti al fine di contrastare la spinta dei
terreni sui diaframmi possono poi
predisporsi strutture, anche prefabbricate o
metalliche, da integrarsi nei getti con
funzione di solai-puntone.

La sigillatura di tiranti e puntoni è molto


differente ma comunque integrata nei
sistemi proposti da Volteco. In un caso si
devono predisporre specifiche stuccature
mentre nel caso dei puntoni è sufficiente
garantire la continuità dei pannelli
impermeabili a tergo.

Nella grossa realizzazione possono poi


adottarsi particolari metodologie di posa e
manufatti di grandi dimensioni al fine di
garantire velocità di esecuzione ed
economicità di sistema.

Anche in questo caso l’utilizzo di


geomembrane deve rispondere ai requisiti
necessari ad una opera edile rifuggendo i,
seppur simili, prodotti studiati per
discariche.

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In cantieri estesi ma costretti tra opere
provvisionali la pianificazione delle
operazioni di posa è essenziale per ottenere
risultati qualitativi in tempi accettabili.

Sistemi impermeabilizzanti modulari ed


affidabili in termini di esposizione alle
intemperie ed al calpestio offrono ulteriori
possibilità di gestire al meglio la
cantieristica.

In funzione della regolarità delle superfici di


posa si possono poi valutare le
regolarizzazioni veramente necessarie.

L’utilizzo di attrezzature usualmente già


presenti in cantiere rende fruibile in tempi
brevi la squadra di posa dell’applicatore con
notevoli possibilità di gestione anche per
manufatti di elevato peso.

La stesura rapida ed efficace con


chiodatura al supporto (magrone,
diaframma…) senza ulteriori operazioni di
saldatura o sigillatura rende efficiente
l’utilizzo dei teli Volgrip.

I teli Volgrip uniscono all’impermeabilità


della bentonite di sodio naturale le
caratteristiche di resistenza meccanica e
coesione proprie del manufatto agugliato
(agugliature > 70.000 al mq).

I teli esterni sono drenanti e confinanti nei


confronti della bentonite che rappresenta il
principio attivo del sistema.

La loro posa può avvenire anche su


supporti irregolari ed in presenza di acqua
nonché a qualsiasi temperatura (anche
sotto-zero).

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Nei cantieri, dove la presenza di pali e di
impianti di aggottamento rende complessa
la lavorazione, diviene importante potersi
affidare a sistemi impermeabilizzanti
completi e affidabili con dettagli studiati
senza improvvisazioni.

Drenando le acque sotto il magrone ed


emungendole all’interno dei diaframmi si
riesce ad abbattere notevolmente la
quantità di acqua da pompare e riversare in
fogna con minori esborsi per il consumo
energetico.

La forabilità dei sistemi bentonitici Volteco


consente la loro integrazione progettata con
opere di sottofondazione (pali) e pozzi di
aggottamento.

Tutti i corpi passanti vengono trattati con


manufatti bentonitici atti a garantirne la non
trafilatura di acqua anche in presenza di
vibrazioni ed assestamenti.

L’espansione di tali manufatti recupera


infatti in modo naturale e continuo
l’eventuale disponibilità di vuoti attorno ai
corpi passanti.

La sequenzialità delle operazioni non


genera interruzioni nell’operatività di
cantiere ottenendo una perfetta integrazione
atta a programmare una vera e propria
catena di montaggio.

L’assenza di fiamme libere nelle lavorazioni


e l’utilizzo di semplici sistemi di chiodatura
manuale o a sparo ben si integra anche con
le esigenze di sicurezza sempre più
analizzate in cantiere.

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Spesso le lavorazioni di base degli edifici
interrati avvengono in forte presenza di
venute di acqua e con ristagni anche
considerevoli nonostante captazioni ed
aggottamenti.

Non esiste una unica soluzione possibile e


spesso integrare strutture interrate a livelli
inferiori con sistemi drenanti sotto il
magrone di pulizia può risultare un metodo
vincente.

Naturalmente estensione, carico idraulico e


portata permeante il terreno possono fare la
differenza ma talvolta può essere sufficiente
utilizzare le fosse di ascensore come vasca
di captazione dei drenaggi.

Ovviamente drenare l’acqua verso il basso


non è un problema bensì deve prevedersi il
passaggio attraverso l’impermeabilizzazione
con i dovuti sistemi di sigillatura delle
tubazioni adduttrici.

Un altro fattore da progettare ed attuare è


quello di posare tubazioni flangiate atte ad
essere sigillate a strutture realizzate e
maturate ovvero idonee a resistere ai
carichi idraulici in gioco.

Al fine di migliorare la resistenza delle


strutture e di renderle avulse da qualsivoglia
cedimento per assestamento successivo si
può inoltre renderle iperstatiche rispetto alle
opere provvisionali collegandole a
diaframmi o palificazioni con opportuni ferri
di chiamata da ancorarsi o saldarsi alle
opere stesse.

La distribuzione dei ferri di ancoraggio deve


essere calcolata dallo strutturista in
funzione della variazione dei carichi idraulici
salendo di quota.

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La modularità di posa può spingersi a limiti
decisamente impegnativi consentendo
anche la realizzazione di cantieri contigui e
modulari in tempi ovviamente differenti.

La necessità di collegare cantieri interrati su


vari livelli ed a perfetta tenuta idraulica
viene raggiunta con la sigillatura tra manti
impermeabili posati in tempi diversi e con la
loro integrazione con cordoli idroespansivi
sigillanti i giunti di lavoro così identificatisi.

Le occasioni per effettuare lavorazioni


analoghe sono sempre più frequenti anche
in funzione della difficoltà frequente di avere
la disponibilità del territorio per aprire
cantieri contemporanei.

L’apertura a posteriore di cunicoli e


passaggi consente, ad un fornitore sempre
attento ai risultati, di verificare i sistemi
proposti testando sul campo quanto provato
in laboratorio.

L’occasione di comparare situazioni reali di


cantiere con prove di laboratorio consente
infatti di validare sia i dati che i test di
simulazione anche per eventualità future.

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Le condizioni di esercizio di una bentonite in
presenza di acque percolanti o falde
temporanee in regime di sottoquota sono
note a Volteco grazie alle ricerche
scientifiche svolte negli anni.

Poter dimostrare fotograficamente e nella


realtà la formazione di gel bentonitico nelle
condizioni sopra elencate e le peculiarità di
sigillatura dei sormonti tra i teli in funzione
della capacità, unica sul mercato, del
Volgrip di estrudere gel bentonitico
nell’interfaccia è senza ombra di dubbio
fonte di orgoglio per il settore tecnico
dell’azienda.

Le notevoli capacità di aggrappo ed


autoconfinamento dimostrate in presenza di
giunti di diaframma e vuoti in genere sono
poi l’ennesima conferma, se mai ce ne
fosse bisogno, di quanto presentato nel
corso di questi anni ai vari tecnici convenuti
agli incontri organizzati da Volteco.

La peculiarità del Volgrip di rimanere


agganciato meccanicamente ed in modo
certo alla struttura consente a Volteco di
definirlo una vera e propria pelle
impermeabile e protettiva per le strutture
interrate.

Per ulteriore scrupolo si è colta l’occasione


di effettuare test su campioni di Volgrip
rimasti agganciati ai muri demoliti,
ottenendo le medesime prestazioni
garantite in scheda tecnica.

Nei diagrammi si evince il ciclo di


reidratazione con relativo coefficiente di
permeabilità reale della bentonite rimasta in
opera due anni in regime di acque variabile
a confronto con il valore cautelativo riportato
in scheda tecnica da Volteco.

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Tornando alle realizzazioni recenti di
Volteco a Milano ci pregiamo menzionare
anche l’ampliamento dell’Università
Bocconi.

Oltre alle dimensioni ragguardevoli


dell’opera ed all’importanza della
committenza si possono anche notare le
tipologie di terreno e la forte presenza di
acqua a fondo scavo.

Questo è un classico caso di terreno


drenante con diaframmi abbinati a jet-
grouting realizzato quale tappo di fondo al
fine di abbattere il più possibile la portata
filtrante a fondo scavo.

Come si evince facilmente dalle immagini


anche la presenza di drenaggi e pozzi non
riesce a liberare completamente il magrone
di posa dai ristagni d’acqua, soprattutto
nelle aree di approfondimento (fosse
d’ascensore e ribassi fondazionali).

La perizia dei tecnici e delle maestranze


non sempre può garantire a priori condizioni
ideali di posa con conseguente necessità di
disporre di sistemi impermeabilizzanti pratici
ed affidabili anche in situazioni estreme.

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Di seguito si è ritenuto sviluppare una breve carrellata di referenze particolari realizzate in altre
città ma che propongono, a nostro avviso, tematiche interessanti ed utili ai tecnici.

Nell’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino


si è reso necessario realizzare una notevole
quantità di pali di sottofondazione (2.052)
onde rendere portante un terreno di scarsa
consistenza sottratto al mare e con
presenza di acqua salmastra.

L’utilizzo di palancolate e di numerosi anelli


di well-point ha consentito la realizzazione
delle piastre di fondazione e dei cunicoli dei
sottoservizio.

Le tipologie di pali realizzati vanno da quelli


tradizionali ai micropali con armature
aggiunte esternamente e collaboranti con le
platee.

In questi casi si è provveduto a rendere


passante la testa palo con i dovuti
accorgimenti di sigillatura ai fini della tenuta
idraulica del manto impermeabile.

Nel caso della sede TIM di Padova si è


invece realizzata la sola continuità dei ferri
di armatura dei 300 pali, con manto Volgrip
passante sulla testa palo regolarizzata e
dotata delle apposite sigillature. Sistema
senz’altro più rapido ed economico del
precedente.

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Nella lottizzazione di 1.035.337mq
determinata dal piano di recupero delle
vecchie fabbriche Michelin a Torino sono
state impermeabilizzati oltre 50.000 mq di
parcheggi interrati sotto il livello di falda
determinato dal fiume Dora.

L’ampiezza del cantiere ha generato fin


dall’inizio la necessità di rendere carrabile
senza precauzione anche le zone di posa
del manto impermeabile al fine di consentire
la massima libertà di movimento ai mezzi di
cantiere.

Proteggendo quindi il Volgrip con cappe


armate si è potuto ottenere il risultato
richiesto dall’impresa generale.

La buona portanza del terreno ha però


consentito di posare i teli grandi di Volgrip
direttamente sul terreno rullato utilizzando
appositi fissaggi metallici opportunamente
sigillati con cordoli bentonitici.

Con questo metodo si sono riusciti ad


abbattere anche i costi indiretti di cantiere
potendo lavorare grazie alla prestazionalità
dei teli Volgrip utilizzati anche sotto i by-
pass delle fognature e degli impianti
dell'intera area al fine di isolarli, in
sicurezza, dalla falda.

Il completamento dell’impermeabilizzazione
è stato realizzato con l’uso di pannelli
Volclay Type 1 sui muri già eseguiti.

L’integrazione dei singoli prodotti (Volgrip e


VP1) e dei waterstop posti a sigillo di tutti i
giunti è lo scheletro portante dei sistemi
bentonitici Volteco, opportunamente
completati con gli accessori specifici resisi
necessari per le varie operazioni di dettaglio
in cantiere.

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Nella realizzazione del nuovo centro
direzionale della Ferrari a Maranello, i
tecnici hanno selezionato i sistemi Volteco
per garantire l’isolamento di un edificio di
notevole importanza tecnica e di immagine
come quello in costruzione.

Progettazione avveniristica per concezione


e originale nella sua elevazione, è stata
affidata, per la certezza della realizzazione
sottoquota, a specialisti tra cui Volteco.

Ancora una volta rendere solidale la platea


ai diaframmi è stato possibile in virtù della
forabilità del sistema impermeabilizzante
della Volteco.

In questo caso si sono posizionati i teli


Volgrip chiodandoli ai diaframmi e forandoli
successivamente per la realizzazione dei
ferri di ancoraggio.

I ferri di ancoraggio sono senz’altro la


miglior risposta tecnica al problema di
solidarizzare struttura di fondo e opere
provvisionali assomando certezze
tecnologiche a praticità realizzativa.
L’alternativa di creare incastri nei diaframmi
offre infatti molteplici problematiche
realizzative che spesso minano la qualità
finale dell’opera.

Extra-corsa di montacarichi ed ascensori


sono stati realizzati come ribasso continuo
della platea senza determinare punti di
rastremazione improvvisi della sua sezione.

Le solide basi di questo particolare edificio


sono quindi protette per la loro vita utile dai
sitemi bentonitici Volteco garantibili per
prestazionalità ed affidabilità: pregi tecnici
senz’altro noti alla committenza.

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La chiusura di questa relazione
doverosamente sintetica e realizzata con la
convinzione di raggruppare una serie di
spunti progettuali utili alla realizzazione di
opere interrate, offre l’occasione per ribadire
la necessità di offrire concretezza e
certezze a chi deve operare in un ambito
così complesso e competitivo come quello
presentato.

Parlando di concretezza giova ricordare


come la prima opera sottofalda
completamente realizzata con sistemi
bentonitici in Italia è l’interrato della Banca
Agricola Mantovana.

Il cantiere delle fondazioni è stato iniziato


nel 1982 e, da allora e per vent’anni a
tuttoggi, il sistema bentonitico Volclay-
Volteco ha garantito la tenuta idraulica delle
strutture poste in falda.

Questi ambiti interrati comprendono caveau,


centro meccanografico e sottoservizi con
centrali elettroniche di smistamento del
sistema informatico della banca.

Per quanto finora visto si può quindi trovare


oggettiva conferma nei fatti delle
caratteristiche prestazionali presentate nello
specchietto finale, proiettato in sede
convegnistica, per quanto attiene al sistema
Volgrip della Volteco:
• sistema attivo impermeabile ed
autoriparabile nelle piccole lesioni;
• manufatti adesi alla struttura cui si
vincolano meccanicamente;
• non trasmigrabilità grazie alla
impermeabilità interfacciale telo-struttura
• conseguente riparabilità del sistema;
• forabilità progettuale (ferri, pozzi…);
• modularità di posa ed utilizzo.

Al quadro generale si può inoltre aggiungere che i materiali proposti sono certificati e controllati
come prodotti e come sistemi nel loro insieme, che ogni fornitura Volteco è soggetta a ferrei
controlli procedurati nel Sistema Qualità aziendale certificato da ICMQ.
Parlando di garanzie va inoltre specificata la possibilità di accedere a polizze rimpiazzo opere
specifiche per la singola opera sottoquota operando secondo i cicli prescritti e con l’impiego di
applicatori formati nei corsi proposti da Volteco.
L’esperienza sviluppata dal 1976 nel settore specifico e la grande quantità di opere
impermeabilizzate con successo in Italia fanno di Volteco un sicuro partner per affrontare le
impegnative problematiche degli ambiti interrati.

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Ringraziamenti

Si coglie l’occasione per porgere sentiti ringraziamenti a coloro che hanno


consentito con il loro impegno personale e la squisita disponibilità la
realizzazione di un convegno senz’altro riuscito per affluenza e interesse.

In dettaglio si ringraziano:
• il Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano,
nelle persone dell’Ing.Bobbo e del Presidente Ing.Pellegatta ;
• l’Ing. Ceretti per l’ottima introduzione e la contestualizzazione finale
degli interventi;
• i relatori tutti che hanno dedicato tempo e risorse personali alla
preparazione degli interventi e alla stesura delle relazioni
costituenti il presente documento.

A chiusura della documentazione si ringraziano anche tutti i tecnici


intervenuti e che hanno consentito di sviluppare alcune tematiche in un
dibattito che, per forza di cose, non è ripetibile e documentabile con un
semplice documento scritto.

Quanto realizzato vuole essere di stimolo alla circolazione delle


informazioni tra tecnici, nell’ottica di un continuo confronto costruttivo che
possa garantire un reale coinvolgimento nell’aggiornamento professionale,
indispensabile per operare in un ambito tecnologicamente competitivo.

Il contenuto del presente documento è di proprietà della Volteco Building Tecnology SpA, che ne autorizza 18
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