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L’aporia del nulla dopo

Emanuele Severino
Conversazione con Marco Simionato

di Gianluca Miligi e Giovanni Perazzoli


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L’aporia del nulla dopo Emanuele Severino
Conversazione con Marco Simionato

Perazzoli  La prima domanda è di carattere introduttivo: tu


vieni dalla scuola di Severino, tuttavia nel tuo libro – Nulla
e negazione. L’aporia del nulla dopo Emanuele Severino
(prefazione di Emanuele Severino, Pisa University Press, Pisa
2012) – proponi una lettura della negazione (ma in realtà del
nulla) che mette in discussione il complesso dell’analisi seve-
riniana. Come tracci la linea di questo sviluppo post-Severino?

Prima di accostarmi ai testi di Severino, mi sono “formato”


sui testi di Heidegger e una delle affermazioni del filosofo
tedesco che mi ha sempre colpito è quella secondo cui il
nulla sarebbe più originario della negazione (cfr. ad esempio
Was ist Metaphysik?), affermazione peraltro ingiustificata,
come gran parte del discorso heideggeriano, che però – va
ricordato – mette in discussione proprio il senso del giusti-
ficare, del fondare e del fondamento stesso. Quando poi mi
sono avvicinato alle opere di Severino, e in particolare a La
struttura originaria e al famoso cap. IV dedicato all’aporia
del nulla, la mia lettura è stata certamente influenzata dalla
suddetta affermazione di Heidegger, che ha funzionato da
“pulce nell’orecchio”, perlomeno in termini di dubbio sul
fatto che la relazione tra l’“idea” di nulla e la negazione logica
non fosse poi così scontata. Intendo dire che considerare il
“concetto” di nulla come risultato della negazione dell’essere
– e quindi considerare la negazione come originaria rispetto
al nulla – non è una posizione priva di problemi. Heidegger
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da un lato ha il merito di aver indicato questa problematicità,


ma dall’altro egli stesso sembra rimanere all’interno di una
concezione logico-negativa del nulla (come ha evidenzia-
to Severino in Heidegger e la metafisica), nonostante le sue
esplicite intenzioni di sospendere la logica (per seguire altre
vie, in primis quella dell’angoscia). A questo punto, che cosa
significa pensare la negazione, il nulla e la loro relazione dopo
Severino? Nell’introduzione del libro indico i due sensi di
questo ‘dopo’: in primo luogo mi riferisco alla necessità di
passare attraverso la soluzione severiniana dell’aporia del
nulla (ma anche attraverso i fondamenti dell’ontologia di
Severino). Detto in modo secco: non si può considerare la
questione del nulla senza aver presente il modo in cui Se-
verino l’ha posta e (a suo dire) risolta. In secondo luogo, il
“dopo-Severino” riguarda quelle proposte teoretiche di chi
ha pensato oltre l’ontologia severiniana, ma accettandone i
fondamentali (il valore incontrovertibile dell’opposizione di
positivo e negativo, l’immediatezza fenomenologica, etc.). Qui
si aprirebbe una serie di questioni sulla possibilità o meno di
uscire dall’ontologia di Severino, visto che essa si propone
come innegabile (e non come un prodotto di un individuo,
etc.). Comunque sia, nel libro i due pensatori chiamati in
causa sono Luigi Vero Tarca, che considero il mio maestro, e
Massimo Donà, entrambi allievi di Severino. La tesi centrale
del mio libro – ossia che il nulla differisce dalla negazione
– si fonda su una delle tesi più importanti del pensiero di
Tarca, ossia che si debba distinguere tra differenza e nega-
zione, dove la distinzione tra i due termini sia altro da una
negazione (sicché, quando scrivo che il nulla differisce dalla
negazione, anche qui il differire è altro da una negazione). Il
pensiero occidentale ha inteso come identici la differenza e
la negazione: dire che A differisce da B significa, per l’Occi-
dente, dire che A non è B. Quella coincidenza tra differenza
e negazione è data per scontata, immediata, mentre Tarca ha
proposto un pensiero della differenza che si distingue dalla
negazione. Ma – ecco il punto fondamentale – se la differenza
si distinguesse dalla negazione in modo negativo (dicendo ad

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esempio: «la differenza non è negazione»), allora essa stessa


sarebbe una forma della negazione, poiché si assume che il
negativo del negativo è pur sempre una qualche forma nega-
tiva (seppure del negativo). Nel caso del nulla, quando dico
che esso va distinto dalla negazione, richiamo esattamente lo
stesso modello logico proposto da Tarca (applicato però solo
al nulla): se il nulla fosse diverso dalla negazione nel senso
di una negazione della negazione, esso sarebbe di nuovo
una forma negativa, e quindi non sarebbe davvero diverso
dalla negazione. Un capitolo è dedicato anche a Donà, le cui
critiche nei confronti della soluzione severiniana dell’aporia
del nulla hanno fornito un punto d’appoggio e – per così dire
– una conferma alla mia linea di argomentazione, sebbene le
conclusioni cui pervengo mi sembrano diverse.

Miligi  Nella storia dell’ontologia occidentale ravvisi due oppo-


ste concezioni del “rapporto” tra nulla e negazione: per l’una, il
nulla è più originario della negazione, per l’altra, viceversa, la
negazione è più originaria del nulla: ciò significa che, apparen-
temente, il nulla può essere concepito e detto solo attraverso il
ricorso alla negazione, al non-essere. In quale delle due approda
il tuo discorso e, semplificando, in quali termini?

Nel libro non prendo posizione sull’originarietà del nulla


rispetto alla negazione, piuttosto che viceversa. Ciò che mi
interessava far notare è che la presenza, nell’ontologia occi-
dentale, di due modi differenti di intendere il rapporto tra
nulla e negazione (sebbene uno di essi, cioè l’originarietà
della negazione, sia stato quello dominante) dovrebbe alme-
no far venire il sospetto che la “traducibilità” del ‘nulla’ in
‘non-essere’ non sia poi così scontata ed immediata. Volevo,
insomma, mostrare che c’è uno scarto, uno iato tra nulla e
negazione. L’approdo del mio discorso, però, è diverso da
dire che il nulla non è una negazione, perché, ripeto, memore
della lezione di Tarca, introdurrei la negazione dalla finestra,
dopo averla cacciata fuori dalla porta.

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P.  Restiamo sulla negazione. È un tema che presuppone un


alto livello di analisi specialistiche e una serie di questioni
preliminari non immediatamente riconoscibili, soprattutto in
un quadro di grande dispersione e polverizzazione del dibatti-
to filosofico. Se dovessi introdurre un lettore non esperto del
tema, come riassumeresti la “questione” che ha costituito la
base della tua ricerca?

Seguendo l’insegnamento di Luigi Vero Tarca, ho evidenziato


il ruolo fondamentale e centrale della negazione nell’onto-
logia di Severino, ruolo che assume importanza primaria
fin da Parmenide (si veda a questo proposito di L.V. Tarca,
Differenza e negazione. Per una filosofia positiva, La città del
Sole, Napoli, 2001, e anche Id., Filosofia ed esistenza oggi, in
R. Màdera, L.V. Tarca, La filosofia come stile di vita. Intro-
duzione alle pratiche filosofiche, Bruno Mondadori, Milano,
2003). Parmenide pone in relazione di reciproca esclusione,
negazione appunto, essere e nulla, enunciando implicitamente
quello che poi sarà chiamato principio di non contraddizione.
Platone (v. ad es. il Sofista) risolve l’aporia del nulla (anzi,
sarebbe meglio dire che la enuncia e la mette da parte per
occuparsi del non-essere come differenza) e riporta le deter-
minazioni (‘albero’, ‘casa’, ‘numero 7’, ‘pace’, etc.) – negate
da Parmenide (almeno secondo l’interpretazione tradizionale)
– distinguendo negativamente il non-essere come differenza
dal non-essere come contrario dell’essere: mi pare che tutte
queste negazioni, occorse in momenti fondamentali della
storia, siano sufficienti a mostrare in breve l’importanza del
negativo nel pensiero occidentale. C’è poi il ruolo fondamen-
tale della negazione nella confutazione che Aristotele attua
nei confronti dell’avversario del (ossia di colui che nega il)
principio di non contraddizione (libro IV della Metafisica).
Com’è noto, la negazione del principio di non contraddizione
è autonegazione, perché chi lo nega è costretto –- per tener
ferma questa negazione – ad affermarlo, volente o nolente.
Ora, Tarca ha mostrato in maniera approfondita che questa
invincibilità del principio di non contraddizione – portata alla

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sua “gloria” più alta da Severino (cfr. in particolare La struttura


originaria; Essenza del nichilismo; Destino della necessità) – è di
fatto l’invincibilità del negativo: se neghi il negativo, proprio in
quanto neghi, lo riaffermi. Da questa figura del negativo come
innegabile, Tarca ha poi dedotto un’aporia, quella del negativo
del negativo (cfr. opere già citate), secondo cui l’innegabile
è aporetico, perché, essendo negazione della negazione, esso
nel contempo afferma ciò che vorrebbe negare, nella misura
in cui si costituisce pur sempre come negazione. Severino
però la considera solo un’apparente aporia, perché nella sua
ontologia il negativo del negativo è negazione della negazione
della verità e non negazione della negazione qua talis. Nel mio
saggio sostengo da un lato che l’obiezione di Severino vada
a segno, ma dall’altro che l’aporia del negativo del negativo
rilevata da Tarca possa essere riproposta, evitando l’obiezione
severiniana, sotto forma di aporia del nulla. Invece l’aporia
del negativo del negativo per Tarca – almeno credo, spero mi
perdonerà se non ho inteso bene – vale come aporia generale
(e quindi vale per ogni ente e per il nulla) di cui l’aporia del
nulla è solo una individuazione particolare.

M.  Cerchiamo di vedere più da vicino qual è, nelle linee es-


senziali, la tua critica alla definizione – che ti chiederei preli-
minarmente di esporre – dell’aporia del nulla in Severino e
alla sua risoluzione.

Innanzitutto va chiarito questo: non critico le formulazioni


dell’aporia del nulla che Severino indica ne La struttura ori-
ginaria, ma propongo una terza formulazione che – a mio
avviso – dovrebbe mostrare più esplicitamente qual è il senso
profondo dell’aporia (segnalo che in La morte e la terra Seve-
rino propone un’altra formulazione dell’aporia, ma che – se
non erro – riguarda un altro nodo aporetico non direttamente
collegato alle questioni di cui stiamo trattando). Dunque, non
sostengo che le formulazioni severiniane siano sbagliate, ma
ritengo che ci sia un modo ulteriore di esporre l’aporia del

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nulla, tale per cui la soluzione severiniana non “funziona”… o


meglio, funziona solo a patto di intendere quello che Severino
chiama ‘nulla-momento’ come ‘perfettamente o puramente
positivo’ (nell’accezione introdotta da Tarca almeno fin dal suo
testo Differenza e negazione). In estrema sintesi, la suddetta
terza formulazione dice che il nulla è aporetico in quanto,
dovendo esser definito come negazione dell’essere, risulta an-
ch’esso negativo tanto quanto qualsiasi ente. Ogni ente infatti
è negazione dell’altro da sé: omnis determinatio est negatio,
dove questa negatività non è semplicemente accidentale, ma è
essenziale per la determinatezza-identità di questo o quell’ente,
come lo stesso Severino insegna. Sicché il nulla risulta esso
stesso una determinazione, una identità, un ente, proprio in
quanto negazione di qualsiasi ente, determinazione, identi-
tà. Dunque – e qui sta una parte della critica alla soluzione
severiniana – il nulla assoluto (quello che Severino chiama
‘nulla momento’), proprio in quanto assolutamente negativo
rispetto all’essere – è un ente, una determinazione, ed è dunque
internamente contraddittorio, laddove invece per Severino il
nulla-momento non è internamente contraddittorio, ma è in
contraddizione solo col proprio positivo significare, cioè col
proprio esser significante come nulla assoluto. A tal proposito
Severino, nella prefazione del mio libro, sostiene che il nulla
assoluto non è nemmeno negazione dell’essere, ovvero che la
negatività del nulla (fonte dell’aporia, a mio avviso) è anch’essa
da “imputare” – per così dire – al positivo significare del nulla
e che il mio errore consisterebbe nel separare i due momenti
del nulla (positivo significare del nulla e nulla-momento). La
questione meriterebbe maggiore approfondimento (una “ri-
sposta” a Severino è presente in un mio breve articolo in uscita
negli “Atti del convegno su Severino”, tenutosi a Venezia nel
maggio 2012). Qui mi limito a segnalare che, se il nulla non è
nemmeno negazione dell’essere, allora o esso è appunto quello
che, rifacendomi a Tarca, chiamo ‘puro positivo’, che è la tesi
centrale del mio saggio; oppure non vedo come si possano
distinguere davvero i due momenti del ‘nulla’ (distinzione che
è basilare per il funzionamento della soluzione severiniana).

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P.  Tu osservi che la tesi di Sasso secondo cui la riduzione pla-


tonica del “non-essere” come “diverso” presuppone in realtà il
“non essere assoluto” sia da respingere perché comunque il “non
essere assoluto” è pensato comunque come “massima negazione
dell’essere” (p. 42). Intanto, avrei un’obiezione. Nella tesi di
Sasso, accade che il “non essere relativo” continua a presupporre
il non essere assoluto: il senso è che non ne inibisce il problema,
ma anzi lo riafferma. Ciò va esattamente nella linea che mi
sembra essere anche la tua.

Riguardo all’osservazione sulla tesi di Sasso, innanzitutto


preciso che nel libro si tratta solo di un appunto che non tiene
conto (colpevolmente) di tutta l’interessantissima proposta
ontologica di Sasso, meritevole di ben più approfondite
trattazioni. Spero di rimediare nei miei ipotetici lavori
successivi. Detto questo, ciò che noto nel saggio (in accordo
con una delle tesi di Donà, ma credo in accordo anche con
Tarca) è che la distinzione platonica tra non-essere come
differenza e non-essere come nihil absolutum è una questione
secondaria rispetto a quella primaria del senso della negazione.
Sia il primo tipo di non-essere, sia il secondo sono “figli”,
per così dire, della negazione: l’una applicata ad una certa
parte dell’essere, l’altra applicata alla totalità dell’essere. Ma
la questione madre rimane il senso della negazione, appunto.
Dopodiché, va benissimo dire, come sostiene Sasso, che il
non-essere relativo presuppone il nulla assoluto in quanto, per
valere come relativo, deve distinguersi infinitamente dal nulla
assoluto. Tuttavia questa distinzione dei due sussiste all’interno
di un più ampio senso del differire (dunque dell’ἓτερον) al
cui interno cadono entrambi i tipi di non-essere. Per pensare
davvero l’altro dal non-essere relativo – ossia il nihil absolutum
– si dovrebbe dunque uscire dalla logica della negazione (e qui
rimando alla tesi di Tarca per cui si può indicare un senso del
differire diverso dal negare). All’interno dell’ontologia di Sasso
ci sono certamente spunti notevoli anche in questa direzione,
ma – ripeto – colpevolmente nel mio saggio non sono trattati.

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M.  Per provare a esplorare la semantica della negazione, bi-


sogna rilevare intanto una generica aporia: essa dipende da
una “mitologia” – ossia da un presupposto aconcettuale – della
negazione, che la intende come annullamento, distruzione o
“riduzione a nulla” del qualcosa oggetto di negazione: cosa
pensi a proposito di questa idea “nichilistica” della negazione?

Per quel che ne so, se parliamo di ‘senso comune’ o di ‘lin-


guaggio quotidiano’, effettivamente la negazione viene intesa
molto spesso come distruzione dell’oggetto negato. Facciamo
un esempio molto semplice: quando si dice a qualcuno: «non
lasciarti trascinare dai pensieri negativi», si intende che quei
pensieri, in quanto negano, ad esempio, la stima che uno ha
di sé, la fiducia nel futuro, etc., distruggono l’oggetto inten-
zionato, l’autostima, la fiducia, etc. Ma credo che tutto questo
non c’entri con la questione dell’aporia del nulla, sebbene è
doveroso esplicitarlo, onde evitare equivoci. Severino stesso
insegna che l’’essere-non’ da parte di un ente rispetto agli altri
enti e sempre anche un ‘essere-con’ gli altri enti.

M.  Il concetto di negazione, nel suo multiforme nucleo apore-


tico, implica che la negazione, per essere tale, debba ‘rivolgersi
a’ o ‘porre’ qualcosa, un “oggetto”, oppure ontologizzare ciò
che intende negare (negare è un verbo transitivo): si vedano in
questa direzione argomentativa ancora le analisi di Gennaro
Sasso in Essere e negazione. Che posto ha, se lo ha, nella tua
concezione il rilievo di questa peculiare aporia della negazione?

Se la negazione è – usando il lessico di Sasso – ontologizzante,


allora nell’opposizione ontologica fondamentale tra essere e
nulla (quindi già in Parmenide) troviamo una grande aporia:
l’essere, negando il nulla, lo rende un qualcosa, cioè respin-
gendolo lo accoglie entro sé come esso stesso essente. Nella
mia proposta teoretica, a fianco a questa aporia (che poi
sarebbe – almeno a prima vista – quella che Severino indica
come prima formulazione dell’aporia del nulla) aggiungo la

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sua “speculare”: il nulla, negando l’essere, vale come quella


stessa negazione che l’essere – in quanto negazione del nulla –
è. O meglio, come dicevo sopra, il nulla, in quanto negazione
di qualcosa, risulta determinato tanto quanto qualsiasi altro
ente, sicché esso stesso appare come ente. In altri termini
ancora: se per ‘esistenza’ (in senso trascendentale) intendiamo
‘autoidentità’ o ‘determinatezza’ (negazione dell’altro da sé e
identità con sé), così come nell’ontologia severiniana, allora
il nulla, in quanto negativo, determinato, identico a sé, etc.,
esiste tanto quanto un ente. Ma nel libro mostro che questa
aporia, a prima vista “speculare” rispetto all’altra, è di fatto
la causa dell’aporia della negazione ontologizzante, qualora
la negazione sia quella dell’essere nei confronti del nulla.

P.  Leggendo il tuo libro mi pare di capire perché ti è piaciuto


il mio saggio sul Sofista (G. Perazzoli, Il nulla e la chimera).
In sostanza, ci hai ritrovato l’idea che il nulla non può essere
considerato un’alternativa dell’essere. Ma il nulla è pensato
nella tradizione proprio nel senso dell’alternativa, ad esempio
in un testo celebre: “Perché l’essere e non piuttosto il nulla”,
ripreso da Heidegger – che commenta Leibniz – come espres-
sione della metafisica. Qui l’idea è quella di un’alternativa
che presuppone che il nulla sia un’alternativa dell’essere, ed è
un’impostazione del problema che resta “culturale” e incerta,
o corrotta, dal punto di vista logico.

Per rispondere partirei dal significato di ‘alternativa’. Se per


‘alternativo’ si intende qualcosa che nega ciò rispetto a cui
è alternativo, allora sostenere che il nulla è un’alternativa
all’essere è una posizione assai problematica. Espongo qui in
breve (e quindi in modo inevitabilmente lacunoso) il motivo
di questa problematicità (che poi è uno dei punti chiave del
libro): se l’essere è definito come negazione del nulla; e se
insieme essere e nulla sono considerati assolutamente diversi,
infinitamente opposti, etc.; allora sostenere che il nulla è ne-
gazione dell’essere significa ammettere che, almeno in quanto

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entrambi negativi, essi hanno qualcosa in comuneni… sicché


quella assoluta diversità viene, per così dire, tradita. Detto in
altri termini: come Severino giustamente nota, tutti i differenti
tra loro hanno in comune almeno l’esser-differenti. Dunque,
aggiungo io, se il nulla è differente dall’essere e viceversa, al-
lora essere e nulla hanno in comune l’esser-differente, sicché
la loro differenza almeno in un senso viene meno e il nulla si
presenta aporeticamente “mischiato” con l’essere (e il princi-
pio di non contraddizione, che dovrebbe valere sempre, viene
in un caso violato). Certo, Severino nel sopracitato cap. IV
de La struttura originaria propone una “macchina” risolutiva
per tutte le formulazioni dell’aporia del nulla: il significato
‘nulla’ va inteso come sintesi di due momenti, distinti ma non
separati: l’esser-significante da parte di quel significato (mo-
mento positivo), e il contenuto assolutamente nullo di quel
significato (nulla-momento). Perciò, tutto ciò che riusciamo a
dire e pensare del nulla (che è negativo, differente, alternativo,
etc.) va imputato al momento positivo, che fa parte incon-
traddittoriamente dell’essere; ma l’assoluta nullità del nulla
(il nulla-momento) rimane inviolata, in quanto è distinta dal
momento positivo ed è incontraddittoriamente sé stessa. E
l’aporia classica del nulla, nonché tutte le variazioni sul tema
(compresa quella che propongo nel libro) nascono, secondo
Severino, da una errata separazione dei due momenti del nulla.
Nel mio saggio ho cercato però di mostrare come la soluzione
severiniana non vada a segno… sebbene la mia critica non sia
poi una confutazione. Essa è piuttosto l’invito a ripensare il
rapporto tra momento positivo del nulla e nulla-momento.
A proposito di tali questioni, che richiederebbero molto più
spazio, accennavo prima che è in uscita un mio contributo
scritto sul volume degli atti del convegno su Severino (tenutosi
a maggio del 2012 presso l’Università ca’ Foscari di Venezia);
inoltre uscirà anche un mio scritto all’interno di un volume
di interventi di giovani studiosi che propongono tesi a partire
dal pensiero severiniano (interventi presentati in una serie di
seminari propedeutici al convegno suddetto, e culminati un
una giornata di studi comune, avvenuta sempre a Venezia il

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giorno prima del convegno). In questi due contributi cerco


di rispondere alle obiezioni rivolte da Severino al mio saggio,
nella prefazione dello stesso.

P.  Il senso è appunto che il nulla non è un’alternativa dell’es-


sere, come se, appunto, il nulla potesse essere qualcosa che
interviene in un dato momento a “sostituire” l’essere. Il concetto
di negazione mi pare sia viziato da questa idea: è una sorta di
energia che tiene separati due ambiti (con ciò naturalmente
ontologizzando il nulla). Da questo punto di vista in qualche
modo ripropongo la domanda, ma in questi termini: esiste una
coerenza del sorgere del problema della negazione?

Sono d’accordo con te quando dici che il nulla non è un’al-


ternativa dell’essere. E insieme sono d’accordo con te quando
sottolinei che, negando che sia una alternativa, si richiama in
gioco la negazione con tutti i problemi che si porta dietro.
C’è una coerenza, un filo rosso che lega tutte le questioni?
Secondo me sì ed è proprio questa peculiarità del negativo
indicata da Tarca, ossia che la negazione del negativo è a
sua volta negativa. Ora, la via intrapresa da Tarca per uscire
da questa aporetica del negativo consiste nel distinguere la
differenza dalla negazione, in modo tale che la differenza
sia altro sia rispetto alla negazione, sia rispetto alla negazio-
ne della negazione. Tarca chiama questa dimensione ‘puro
positivo’ o ‘perfetto positivo’. Come accennavo prima, ho
cercato di applicare questo modello logico al nulla (Tarca
lo applica anche all’ente in quanto ente; nel saggio mostro
perché – a mio avviso – ciò non sembra accettabile): il nulla
è perfettamente positivo, nel senso che esso si distingue dalla
negazione e anche dalla negazione della negazione. Sicché
dire che il nulla non è un’alternativa dell’essere ripropone
il problema della negazione. Come dobbiamo pensarlo ed
esprimerlo dunque? Qui appunto è di fondamentale aiuto
il significato di ‘puro positivo’ che Tarca ha introdotto…
sebbene credo che il problema rimanga aperto.

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M.  Accettando il principio spinoziano omnis determinatio


est negatio e il suo converso, omnis negatio est determinatio,
nella tua serrata argomentazione tieni ferma la tesi che ogni
ente “non è l’altro da sé”, ossia consiste in un’opposizione, si
struttura come negativo, per cui, in ultima analisi, l’essere è
negatività (opposizione al nulla). Mi sembra però che questa
concezione sia anche risultato di un’astrazione dalla dimen-
sione della determinatezza, dell’ente: A non è B, B non è A
ecc. A partire da qui vorrei perciò porti alcune questioni un
po’ più specifiche. La positività di un ente determinato, A, può
consistere soltanto nel suo essere negazione di B? Ma anche ‘C
è non B’: ciò però non legittima a sostenere l’identità di A e
C…quindi cosa fa di A, A? È solo un’immediatezza, in senso
lato, fenomenologica?

L’argomento che sviluppo nel saggio ha solo bisogno che


si ammetta che l’ente necessariamente nega l’altro da sé.
Questa necessità è stata lungamente mostrata da Severino
nei suoi scritti, ed è – in fondo – la necessità che il principio
di non contraddizione (nella sua forma ontologica) esprime.
Ora, è vero che un ente non è solo il suo esser-negativo,
ma quell’ulteriorità che esso è e che fa sì che A sia A, ossia
l’autoidentità di A, è inscindibile dal suo esser-negativo
dell’altro da sé. Anche questa, una premessa totalmente in
accordo con l’ontologia severiniana. Sicché, posta l’identità-
determinazione è per ciò stesso posta la negazione, e posta la
negazione è per ciò stesso posta la identità-determinazione.
Dunque, l’essere è negatività in questo senso: se lo poni come
positività, determinatezza (articolato strutturarsi di tutte le
determinazioni), identità, etc., allora devi per forza porlo
come negatività dell’altro da sé. Il senso di questo ‘per forza’
si mostra nella necessità del principio di non contraddizione,
come dicevo sopra.

M.  Non è pensabile alcuna differenza ontologica tra essere e


ente, in senso generale, non heideggeriano? Detto altrimenti:

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è pensabile nel quadro della tua concezione anche un’ulteriore


dimensione della negatività, quella per cui l’essere “non è”,
“differisce da”, l’ente?

Se per ‘ente’ intendiamo qualsiasi determinazione identica


a se stessa in quanto negazione dell’altro da sé e viceversa,
allora una concezione dell’essere tale per cui esso differi-
rebbe negativamente dall’ente renderebbe l’essere sempre e
comunque una determinazione, ossia un ente. Solo andando
oltre al gioco della negazione si può andare oltre alla nozione
onnicomprensiva di ente. Perciò una ulteriore negatività,
una ulteriore differenza negativa di fatto riconfermerebbe
che abbiamo a che fare con un ‘ente’. L’idea del nulla come
puro positivo va proprio nella direzione di affiancare all’ente
il suo vero altro.

M.  Se l’essere, come sostieni è negatività, non si può obiettare


che questa è invece il “fondo” immediato, ineliminabile, del
nulla?

L’obiezione dice: «il nulla è irrimediabilmente negativo». Ora,


la tesi a cui approda il mio libro è «il nulla è perfettamente
positivo» che – si badi – è diversa dalla tesi «il nulla non è irri-
mediabilmente negativo». Per essere perfettamente positivo, il
nulla deve essere altro anche dalla negazione della negatività.
Sicché la mia tesi non esclude la negatività del nulla. Certo,
bisogna ammettere la nozione di ‘puro positivo’ o ‘perfetto
positivo’, che è quella teorizzata da Tarca. Ma è proprio la
necessità del nulla – a mio avviso – a rendere perlomeno
ragionevole l’accettazione di una tale nozione.

M.  Il positivo “op-positivo”, positivo quindi per via di oppo-


sizione e perciò di negazione, distinto dal “puro o perfetto”
positivo: la fondabilità di questa distinzione e il nulla concepito
come puro positivo rappresenterebbero la tua via alla risoluzione

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16 conversazione con marco simionato

dell’aporia. E una delle tue formule-chiave – “(essere) liberi


da” – è quella che espliciterebbe il superamento delle aporie del
nulla derivanti dalla costrizione del nulla stesso nelle maglie
della “negazione (di)”: “liberi da” implicherebbe piuttosto la
differenza e non la negatività. Ti chiedo di esporci qualche
passaggio argomentativo in merito.

La formula-chiave ‘libero dal negativo’, distinta da ‘negativo


del negativo’, è una formula che eredito dalle lezioni di Tarca
e dalla sua esigenza di un linguaggio che riesca a distinguere la
differenza dalla negazione in modo diverso da una negazione.
Se la libertà dal negativo viene intesa come una negazione dal
negativo, una rimozione di esso, un annullamento di esso,
allora rimaniamo incastrati nella stessa aporia di partenza.
La questione era infatti la seguente: se il concreto strutturarsi
degli enti è dominato – per così dire – dalla negazione, se cioè
la negazione è la vera “legge” dell’essere, come può il nulla
– l’abissalmente altro dall’essere – “rispettare” la medesima
legge (o per usare una bella espressione di Severino, come
può il nulla essere un «ascoltatore della verità?»). Per differire
davvero dall’essere, ossia dalla negatività (ormai sarà chiaro
al lettore in che senso l’essere è negatività), il nulla deve rela-
zionarsi all’essere in modo diverso dalla negazione. E questa
diversità è “garantita” rispetto alla negazione sulla base della
incontrovertibilità del principio di non contraddizione, che
esige l’altro rispetto all’essere e – dunque – rispetto al nega-
tivo. La formula di Tarca ‘libero-dal-negativo’ mi sembrava
una buona formula per dire questa nuova diversità. Un’altra
espressione interessante che compare negli scritti di Tarca
– se non ricordo male – è ‘diverso della negazione’ anziché
‘diverso dalla negazione’, appunto per indicare che la diver-
sità abbraccia il negativo, pur senza coincidere totalmente
con esso, ossia è tale pur «al cospetto del negativo» (Tarca).

P.  Che coscienza o consapevolezza concettuale vedi della que-


stione del nulla e della negazione – quindi non solo la questione

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17 l’aporia del nulla dopo emanuele severino

della negazione logica da sola, ma la sua relazione col nulla


– nella filosofia contemporanea?

Intanto credo si debba distinguere due sotto-questioni –


certamente collegate – all’interno della questione del nulla.
La prima è l’aporia del nulla; la seconda è la questione se sia
possibile il nulla; a quanto ne so, per esperienza diretta e/o
indiretta (ringrazio a questo proposito Francesco Berto per i
consigli e le indicazioni bibliografiche e logico-teoretiche che
mi ha fornito), la prima sotto-questione è (quasi?) del tutto
assente nello scenario della filosofia cosiddetta analitica, dove
però è ben presente la seconda sottoforma di domanda se ci
potrebbe essere un mondo privo di oggetti concreti (cfr. ad
esempio Th. Baldwin, There might be nothing, «Analysis»
56/4, Oct. 1996, pp. 231- 38, e il dibattito che quell’articolo
del 1996 ha generato fino ai giorni nostri). In Italia il dibattito
sulla prima sotto-questione è abbastanza vivo, ma a volte un
po’ nascosto e limitato da un lato alla cosiddetta scuola seve-
riniana (nel senso del gruppo di studiosi che si sono formati
con/su Severino… es: Tarca, Donà, Brianese, Spanio, etc.)
e dall’altro al cosiddetto neoparmenidismo italiano (Sasso,
Visentin, etc.). Il mio saggio si occupa solo dell’aporia del
nulla, mentre l’altra sotto-questione è oggetto delle mie at-
tuali ricerche. Sto cercando, inoltre, di mettere in relazione
il dibattito italiano sul problema del nulla con le tesi della
metafisica analitica contemporanea, in quanto ritengo che da
questo confronto possano emergere dei risultati molto inte-
ressanti (sia per l’area di ricerca cosiddetta “continentale”,
sia per quella “analitica”). Ci sarebbe poi un’altra indagine,
trasversale a tutti questi discorsi… ossia: nella famosa diatriba
Carnap-Heidegger, da che parte stare? Il primo considera il
nulla un nonsense, una sostanzializzazione di un connettivo
logico, etc. Il secondo considera il nulla come la questione
fondamentale della filosofia. Lasciando perdere le faziosità,
credo che da un lato si possa e si debba affrontare la que-
stione del nulla tenendo conto della logica, laddove invece
Heidegger spesso sembra deciso a farne a meno (certo, con

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18 conversazione con marco simionato

motivazioni nient’affatto banali, ma discutibili); e dall’altro


lato credo che si debba tener viva la questione del nulla (e la
sua aporia) senza cedere a soluzioni frettolose, laddove invece
Carnap ritiene di poterla liquidare facilmente.

Marco Simionato (1983) è dottorando di ricerca in filosofia presso


l’Università ca’ Foscari di Venezia e visiting Ph.D. student presso la
Latvia University di Riga. Allievo di Luigi Vero Tarca, si è occupato
in particolare dell’ontologia di Emanuele Severino e della questione
del nulla. Attualmente sta sviluppando un progetto di ricerca sul
nichilismo metafisico nell’ambito della filosofia contemporanea.

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